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II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A

Proprio nello spaventoso incontro con la gloria di Dio in Gesù i tre apostoli devono imparare ciò che Paolo dice ai discepoli di tutti i tempi nella Prima Lettera ai Corinzi: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cri­sto potenza di Dio [dinamis] e sapienza di Dio». Questa «potenza» del regno futuro appare loro nel Gesù trasfigurato che parla con i testi­moni dell' Antica Alleanza della «necessità» della sua passione come via verso la gloria.

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI


Concordanze per il Vangelo della Trasfigurazione


COMMENTI - OMELIE

J. Ratzinger. La Trasfigurazione (da Gesù di Nazaret)

Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della II domenica di Quaresima anno A

CANTALAMESSA. LA DISCESA DAL MONTE TABOR
P. Raniero Cantalamessa. Ascoltatelo!
Tommaso Federici: La II domenica di quaresima anno A. « Della Trasfigurazione del Signore »
Romano Guardini. La Trasfigurazione
Gianfranco Ravasi. La sua vera carne trasfigurata
Card. Carlo Caffarra, Omelie sulla Trasfigurazione
A. Nocent. Essere trasfigurato
Eloi Leclerq. La trasfigurazione
Bruno Forte. FACCIAMO QUI TRE TENDE. LA TRASFIGURAZIONE, BELLEZZA CHE SALVA IL MONDO
Carmen Hernandez sulla Trasfigurazione


ESEGESI

Silvano Fausti. Messaggio e lettura del vangelo della Trasfigurazione di Matteo
Leon Doufour, La Trasfigurazione
L. Sabourin. La Trasfigurazione
Lino Cignelli. La Trasfigurazione di Gesù
Per scrutare la Parola della Domenica


PADRI DELLA CHIESA

S. Agostimo, Discorso sulla Trasfigurazione
Dal "Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore" da Atanasio sinaita, vescovo
S. Ambrogio. Sulla Trasfigurazione
S. Beda il Venerabile. Sulla Trasfigurazione
Dal Sermone sulla Trasfigurazione del Signore di Pietro il Venerabile, abate di Cluny


CATECHISMO

Catechismo. Un anticipo del Regno: la Trasfigurazione


GEOGRAFIA E ARCHEOLOGIA

IL TABOR NELLA LETTERATURA RABBINICA
IL TABOR NELL'ANTICO TESTAMENTO
Il monte della Trasfigurazione


ARTE E LITURGIA

La Trasfigurazione nell'iconografia. immagine, catechesi, teologia
Icona della Trasfigurazione
L'icona della Trasfigurazione II
Egon Sendler. Trasfigurazione e icona: una presenza dell'indicibile che scaturisce dalla materia.
Immagini della Trasfigurazione nell'arte
La Trasfigurazione


TERMINI NOTEVOLI

Nube
Presenza - shekinà
La Voce
Sukkah - Capanna
La voce dal cielo (Bat Qól) nei Targum


RADICI NELL'EBRAISMO

Festa delle Capanne
Sukkot (La festa delle Capanne)
La festa delle capanne II
Le capanne di nuvole


COMMENTO AL VANGELO

"Non sapeva che cosa dire". La paura che ci attanaglia di fronte all'abisso della nostra debolezza, dell'assoluta inadeguatezza, quando la verità ci si spalanca dinnanzi e ci lascia di sasso. Infilzati alla paura. La sproporzione tra quello che dovremmo essere e quello che realmente siamo. Madri, padri, preti, assolutamente impreparati, infarciti di debolezze e peccati. Incoerenti e pieni di contraddizioni. La paura che ha intontolito i tre discepoli alla vista del loro Maestro trasfigurato.

Una luce improvvisa, mai vista, lo sfolgorare d'una vita inattesa, proprio lì, da dentro la carne del loro amico. Impressionante. Uno squilibrio, un miracolo, s'era dato di nuovo il prodigio di quel giorno quando, sul Sinai, il Signore consegnò la Torah a Mosè. Il cielo sulla terra, avevano visto Dio, ed erano vivi.

E allora subito tre tende, coagulare quel momento prodigioso e così bello nella precarietà della vita, come nella festa di Succot, issare le capanne, le tende quale segno della permanenza del popolo nel deserto, quando, tra una mormorazione e l'altra, tra le maglie di una debolezza infinita, ogni ebreo aveva fatto l'incomparabile esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio, capace di trasformare la roccia in acqua.

Era stupendo quel momento, la Vita brillava tra i confini angusti di un corpo corruttibile. Come le icone orientali, la cui luce promana dal centro del dipinto e ti attira, e ti mette immediatamente in comunione con il soggetto, e ti fa interlocutore per lo squarcio di luce che ti raggiunge. Non a caso il primo soggetto che devono dipingere gli iconografi è proprio la Trasfigurazione. "La contemplazione delle icone, e in genere dei capolavori dell'arte cristiana, c'introduce in un percorso interiore, che è la via del superamento, e in questa purificazione dello sguardo, che è purificazione del cuore, ci di svela la bellezza, o almeno qualche suo raggio. E la bellezza ci mette in relazione con la forza della verità" (Joseph Ratzinger, Ferito dal dardo della bellezza). Il percorso che siamo chiamati a compiere è dunque la contemplazione, che si dà nell'ascolto e nella visione, in una parla, nell'esperienza. Sperimentare il perdono, la rconciliazione, la possibilità di ricominciare come una persona nuova, è questa la bellezza che rivela la forza della verità. la forza di Cristo, amore puro, amore infinito, amore bello.

Nell'episodio della Trasfigurazinone è svelato dunque, come una profezia, il miracolo più grande, immagine della vittoria sulla morte che di lì a poco Gesù avrebbe compiuto nell'esodo di cui discorreva con Mosè ed Elia. La Legge e i Profeti lo avevano annunziato. La luce della Pasqua nelle tenebre del sepolcro, lo splendore della vita immortale, la bellezza di Cristo crocifisso e risorto si svela così attraverso la Parola, ovvero la stoltezza della predicazione del Vangelo.

Il Vangelo è la Trasfigurazione, la Buona notizia che ha messo in cammino Abramo verso una terra che non conosceva, qualcosa di assolutamente nuovo, un pezzo di paradiso, la terra promessa qui sulla terra delle lacrime. Il Vangelo è la luce purissima nella carne votata alla morte. Tutto di noi ci parla di fine, di ineluttabilità, di morte. Prima o poi scenderà la saracinesca sul lavoro, sulla famiglia, sulla nostra stessa vita. E' la realtà alla quale tentiamo di sfuggire e che si ripresenta ad ogni angolo della nostra esistenza.

Stiamo andando a Gerusalemme. Ma è proprio nel cammino che ci conduce alla Croce che l'annunzio del Vangelo apre il cielo della Verità: per noi è preparata la vita che non muore, abbiamo in noi il seme della vita eterna, lo Spirito Santo effuso dal Signore risorto, la Sua stessa vita. E questa vita è la Parola del Vangelo, la buona notizia dell'amore infinito di Dio che risplende nel Suo mistero pasquale.

La nostra vita trasfigurata è una vita evangelizzata, illuminata dalla Buona notizia. Il Vangelo nel paradosso delle nostre debolezze e inadeguatezze. Nel parallelo del Vangelo di Matteo Gesù dice ai discepoli: "ALZATEVI, NON ABBIATE PAURA". Il Suo amore brilla esattamente nella nostra più totale debolezza. La luce della vita immortale, brilla in noi dalla ferità più infamante, il Suo perdono dov'è abbondato il peccato.

E' questa la notizia che aspetta ogni uomo, capace di trasfigurare in una luce di Pasqua anche l'esistenza più compromessa. La notizia che strappa dalla morte e trasfigura il volto e il cuore del peccatore più incallito. Oggi, e ogni giorno, il Vangelo è la salvezza, è la Vita. E' la bellezza. E' bello stare con il Signore, proprio come diceva Pietro, e noi, nell'esperienza della Pasqua, possiamo ripeterlo e annunciarlo, perchè stiamo imparando che la via alla Gloria deve passare per la Croce. E anche dallo scorrere delle lacrime, di compunzione, di tenerezza, quelle che scoccano nell'incontro con un amore così grande, così bello. Dice sant'Efrem: "Un volto lavato da tali lacrime è di una bellezza imperitura".

E' bello davvero stare con Gesù, anche in questa tenda che è la nostra carne, con le sue debolezze, con le pesantezze di ogni giorno. E' bello stare con Lui, dimorare nel suo amore, pellegrini e stranieri su questa terra, cercando e desiderando la Patria celeste, il luogo che Lui ci ha preparato. Essa è la tenda eterna, non fatta da mano d'uomo, la vita che non muore, trasfigurata eternamente.

Comprendiamo così quale sia il cammino che ci indica la liturgia di questa domenica: quello di un pellegrino che compie l'esodo che lo conduce alla Terra promessa, la Vita eterna con Cristo. Un cammino impregnato di nostalgia, costelato di precarietà e debolezza, ma colmo di speranza, quella di chi ha il cuore ferito dall'amato. Cabasilas (ca. 1320-1391) scriveva infatti: i cristiani sono «...esseri umani che nutrono in sé un desiderio tanto possente che supera la loro natura, che bramano più di quanto all'uomo sia lecito attendersi, costoro sono stati feriti dallo Sposo, che ha colpito i loro occhi con un raggio della sua bellezza. L'ampiezza della ferita rivela quale sia lo strale, l'intensità del desiderio lascia intuire chi abbia scoccato il dardo»

Questa intuizione è l'esperienza della Trasfigurazione, quella che ci attende ogni giorno. E' vero che seguire il Signore è esserne con Lui crocifissi, portando la nostra croce. E' vero che ad ogni passo le stigmate del dolore ci trapassano il cuore. E' vero il male, è vero il peccato, è vera la morte. Ma è vera anche la Trasfigurazione di tutto, è vera la bellezza che supera e dà senso ad ogni cosa: "Nella passione di Cristo... l'esperienza del bello riceve una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la "Bellezza in sé" si è lasciato percuotere sul volto, coprire di sputi, incoronare di spine: la sacra Sindone di Torino ci racconta tutto ciò in maniera toccante. Ma proprio in quel volto sfigurato appare l'autentica, estrema Bellezza dell' Amore che ama "sino alla fine", mostrandosi così più forte di ogni menzogna e violenza. Soltanto chi sa cogliere questa bellezza comprende che proprio la verità, e non la menzogna, è l'estrema "affermazione" del mondo... Ma ad una condizione: che assieme a Lui ci lasciamo ferire, fidandoci di quell' Amore che non esita a svestirsi della bellezza esteriore, per annunciare proprio in questo modo la Verità della Bellezza" (Joseph Ratzinger, Ferito dal dardo della bellezza).
La bellezza crocifissa, la bellezza trasfigurata, la sua bellezza, la nostra bellezza.

Concordanze per il Vangelo della Trasfigurazione

Capitolo 17
La trasfigurazione


[1] Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.

[2] E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

[3] Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

[4] Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: "Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia".

[5] Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo".

[6] All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.

[7] Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: "Alzatevi e non temete".

[8] Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
Domanda su Elia

[9] E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti".

Card. Carlo Caffarra, Omelie sulla Trasfigurazione

SECONDA DOMENICA QUARESIMA
Cattedrale Ferrara, 8 marzo 1998


La volta scorsa abbiamo detto due cose, fondamentalmente.
La prima: la quaresima è il tempo nel quale Cristo vuole rivivere in noi il mistero della sua tentazione e della sua vittoria. La seconda: rivivere il mistero significa convertirci, cioè compiere come una sorta di “viaggio di ritorno” dalla condizione di errore e male in cui ci siamo cacciati alla verità e bontà del nostro essere in Cristo.
Iniziamo la seconda tappa del nostro cammino penitenziale. La parola di Dio oggi ci introduce in una nuova dimensione della nostra partecipazione al mistero di Cristo, rivivere il mistero di Cristo, negativamente significa (come abbiamo già detto) rinnegare il nostro “se stessi” falsificato, positivamente significa essere trasfigurati in Cristo e come Cristo. Oggi la parola di Dio ci rivela il mistero della trasfigurazione di Cristo e della nostra trasfigurazione.

1. La trasfigurazione di Cristo. Accade qualcosa di straordinario in Gesù stesso. Ancora molti anni dopo, Pietro, uno dei tre testimoni, ne parlerà con commozione, scrivendo ai suoi fedeli (cfr. 2Pt 1,17). La gloria dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità, era stata come velata, nascosta nel mistero della sua incarnazione. Egli infatti non considerò come un tesoro da custodire gelosamente la sua condizione di uguaglianza al Padre, ma umiliò se stesso.
Nella trasfigurazione, quella gloria investe con tutta la sua forza l’umile umanità di Cristo e la rende piena dello splendore della sua divinità. In particolare Luca, unico fra gli evangelisti, dice che questa pienezza di splendore avviene nel volto di Cristo. Il volto è la persona: nel volto ed attraverso il volto la persona dice, esprime se stessa. Il volto trasfigurato di Cristo è la sua divina persona che si manifesta splendidamente in un volto umano. Questo è il mistero della trasfigurazione. Vorrei ora richiamare la vostra attenzione su alcuni particolari.
Luca, come sempre, sottolinea che la trasfigurazione di Gesù avviene “mentre pregava”. E’ nell’incontro col Padre, quale si ha nella preghiera, che il suo volto di trasfigura: viene illuminato. La preghiera trasfigura il volto di Cristo, poiché lo introduce nella gloria del Padre.
Ed infatti, questo ingresso nella gloria del Padre viene manifestato attraverso un simbolo: “venne una nube e li avvolse”. La nube nella S. Scrittura era il segno visibile che la gloria di Dio era scesa in mezzo al suo popolo e così ora può essere svelata interamente l’identità di Cristo: “questi è il Figlio mio l’eletto”.
Ecco questo è il mistero della trasfigurazione del Signore. Essa in realtà anticipa per un istante il mistero della sua Risurrezione. Ciò che Gesù trasfigurato è stato per qualche momento, Gesù Risorto ora è per sempre: è il definitivo ingresso della sua umanità umile e distrutta dalla sofferenza e dalla morte nella stessa gloriosa vita eterna della S. Trinità. Luca ci svela il contenuto della conversazione che Mosè ed Elia tennero con Gesù: essi “parlavano del suo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”. Non è detto la sua morte semplicemente. E’ il suo esodo, cioè il suo passaggio da questo mondo al Padre, non in senso locale, ma di condizione di vita: passa dalla nostra condizione alla condizione in cui la sua umanità è pienamente divinizzata.

2. Vi ho detto che la quaresima è il tempo in cui il Cristo vuole rivivere in noi il mistero della sua trasfigurazione: trasfigurarci a sua immagine e somiglianza.
Come è possibile questo? L’apostolo Paolo ci insegna nella seconda lettura che la nostra trasfigurazione in Cristo è possibile “in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose”. Il Cristo esercita in ciascuno di noi il potere che Egli possiede, di configurarci a Sé inviando in noi il suo Santo Spirito. E’ Questi la forza intima che abitando in noi ci vuole trasfigurare in Cristo.
E’ necessaria la nostra corrispondenza, il consenso della nostra libertà all’azione trasfigurante. L’apostolo parla di sottomissione di tutto, suggerendo così che il nostro consenso all’azione dello Spirito implica anche una violenza fatta contro quel falso io che abbiamo acquisito col nostro peccato.
E’ questo il cammino quaresimale: lasciamoci guidare dallo Spirito Santo, allontanandoci da tutto ciò che ci impedisce di essere pienamente trasfigurati in Cristo.


SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA
Assemblea ACI
Seminario, 20 febbraio 2005


La Chiesa ci conduce con sapiente pedagogia verso la celebrazione del mistero pasquale. Domenica scorsa ci ha mostrato Cristo tentato per noi nel deserto, perché con Lui ed in Lui, iniziando il cammino quaresimale, affrontiamo vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Oggi la Chiesa nella celebrazione del mistero della Trasfigurazione del Signore, ci mostra la meta a cui è orientato il nostro cammino penitenziale. Colla Trasfigurazione infatti "veniva dato fondamento alla speranza della santa Chiesa, in modo che l’intero corpo di Cristo potesse conoscere quale trasformazione gli sarebbe stata donata, e le membra potessero rendersi sicure di aver parte a quella bellezza che aveva rifulso nel capo" [S. Leone M., Sermone 38,3.4].

1. "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte".

È l’azione di Cristo all’origine della decisiva esperienza che i discepoli stanno facendo. Un’azione che consiste nel "prendere con sé" l’uomo e nel "condurlo in disparte su un alto monte". Si istituisce su iniziativa del Cristo un rapporto colla sua persona mediante la fede; essa rende l’uomo obbediente alla guida di Cristo che lo conduce in disparte, poiché l’obbedienza della fede pone il discepolo contro il mondo; viene condotto su un alto monte: verso un’esperienza di incontro col Mistero che leva l’uomo sopra tutto ciò che è caduco e corruttibile. "Se dunque" scrive Origene "uno di noi vuole che Gesù lo prenda con sé, lo porti su un alto monte e lo renda degno di contemplare in disparte la sua trasfigurazione … che non ami più il mondo e ciò che è in esso [cfr. 1Gv 2,15], non concepisca più alcuna brama mondana … e abbandoni tutto quello che per natura circuisce e attira l’anima lontano dalle realtà più nobili e divine. La fa decadere e aderire all’inganno di questo mondo" [Commento al Vangelo di Matteo/1, CN ed., Roma 1998, pag. 351].

2. "E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la neve". Sono queste parole che descrivono il mistero che oggi celebriamo: che è dato di celebrare in verità e non solo nel rito, e a cui è dato di partecipare solo a coloro che Gesù prende con sé, li conduce in disparte su un alto monte. Che cosa è accaduto a Gesù? Che cosa accade a noi?

La Trasfigurazione rende visibile non la divinità del Verbo in se stessa: è impossibile all’uomo. Rende visibile quello splendore regale che è proprio della natura umana assunta dal Verbo. Di questo splendore essa prenderà possesso definitivo nella Risurrezione; nella Trasfigurazione viene momentaneamente anticipato. Ai tre discepoli è dato di contemplare il "grande sacramento", Gesù Cristo Signore. Egli è il "grande sacramento" non solo nel senso che opera la salvezza, ma perché in primo luogo è lo splendore del Padre nella nostra umanità.

Che cosa accade al discepolo che contempla questo mistero? Lo dice l’apostolo nella seconda lettura: la grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, viene ora rivelata e conferita con l’apparizione del salvatore nostro Gesù Cristo. È la grazia della nostra vittoria sulla morte, perché essa consiste nella partecipazione alla stessa vita di Dio. "E noi tutti" ci insegna l’Apostolo "a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore" [2Cor 3,18]. La nostra trasfigurazione, cioè la nostra divinizzazione, è il riflesso e la partecipazione della trasfigurazione del Signore: tutta l’umanità di ogni persona umana è ora assoggettata alla gloria del corpo di Cristo.

Giosuè ha pregato che il sole non tramontasse per poter sconfiggere tutti i nemici di Israele. Il sole di giustizia, Cristo trasfigurato-risorto, non si affretta a tramontare: è nella sua Chiesa fino alla fine del mondo, perché possiamo trionfare su tutti i nemici che insidiano la nostra destinazione a Cristo. Dobbiamo lasciarci illuminare: "ascoltatelo". Ascoltare significa fare spazio alla sua presenza nella nostra vita, senza residui; significa seguire, obbedire, fare come Lui dice, vuole ed opera.

3. Carissimi, non pensate che l’atto che siete chiamati oggi a compiere sia estraneo del tutto al grande mistero che celebriamo. Sono le guide del vostro cammino che voi eleggerete. Il vostro cammino di AC è indicazione di come vivere in Cristo, di come trasfigurare voi e il mondo in cui vivete, nella gloria del Signore, nel suo Regno.

A voi questo è possibile perché siete nella Chiesa. La Chiesa è il mondo trasfigurato in Cristo e nello stesso tempo lo strumento di questa trasfigurazione. Sarete tanto più efficaci quanto più sarete viventi in essa.

Leon Doufour, La Trasfigurazione

Il presente Studio è stato abbozzato in Assemblées du Seigneur, n. 28 (1963) 27-44: « La Transfiguration de Jésus ». Esso deve essere sviluppato in un articolo tecnico che comparirà in una raccolta Vita Christi.


LA LITURGIA della Quaresima, con un istinto molto sicuro, propone il mistero della trasfigurazione di Gesú alla contemplazione del fedele che avanza lentamente verso la festa dì Pasqua, vale a dire verso il mistero, apparentemente dissociato ma profondamente uni-co, della Passione e della Risurrezione. Essa traspone cosí l'insegnamento dato dal Nuovo Testamento circa l'avvenimento del passato. L'analisi risalirà alle intenzioni degli autori situando l'episodio nel suo immediato contesto, definendo lo scopo dei tre racconti, e cercando di indagare il significato di ciascuno dei loro tratti simbolici. Infine, abbozzeremo la storia che è stato fissato nei differenti ambienti vitali della Chiesa nascente


IL CONTESTO DELL'EPISODIO

L'avvenimento appartiene al secondo periodo della vita di Gesú. Nei tre Sinottici la proclamazione messianica di Pietro a Cesarea segna una svolta nel ministero di Gesù è complèta la divisione che distingue i suoi contemporanei. Da una parte, questi hanno, in maggioranza, rifiutato di riconoscere in Gesú il Messia che attendevano dall'altra, alcuni discepoli seguono Gesú con la convinzione, espressa da Pietro, che egli sia il Cristo. Incompreso dalle folle che vorrebbero vedere in lui un Messia nazionalista, Gesú è disprezzato e respinto dalle autorità della nazione; egli dunque si ritira e si dedica all'istruzione dei discepoli che ha riunito attorno a sé.
A questo piccolo gruppo fedele, pieno di buona volontà, egli rivelerà progressivamente il mistero della sua persona attraverso il destino che deve accettare. Il Messia, proclamato dal loro portavoce è anche il Figlio dell'uomo che deve salire a Gerusalemme per morirvi e risorgervi.
Nella tradizione sinottica, tale salita è indicata da tre gruppi di pericopi, ognuna delle quali raggruppa per lo meno tre episodi apparentati.

LA SEQUENZA DEGLI ANNUNCI PASSIONE-RISURREZIONE

(A) ANNUNCIO (B) REAZIONE (C) INSEGNAMENTO EPISODI DIVERSI

Ciascun gruppo (A) inizia con un annuncio del destino di Gesú (Mt 16, 21; 17, 22-23a; 20, 17-19). A tale profezia, ogni volta fa eco (B), l'incomprensione dei discepoli: cosí, in Matteo, vi è prima la reazione scandalizzata di Pietro (16, 22-23), poi la costernazione dei discepoli (17, 23b), infine l'iniziativa intempestiva di Giacomo e Giovanni (20, 20-23).
Questo tema dell'inintelligenza dei discepoli, posti in anticipo davanti alla Croce, è un dato della comune tradizione che ciascun evangelista sottolinea alla propria maniera. Marco, per esempio, descrive il gruppo in cammino, Gesú in testa che precede i discepoli che lo seguono,10, 32); il secondo di solito attenua la durezza dei rimproveri del Mastro, Gesú insiste sul secondo annuncio: « Tenete bene a mente queste parole! » (Lc 9, 44), ed il terzo, benché introdotto da una prova scritturale, non è meglio compreso (Lc 18, 31.34). Poteva Gesú lasciare l'ultima parola ai suoi ottusi discepoli? Segue dunque un terzo episodio (C) che, ogni volta, applica ai discepoli l'annuncio della sorte riserbata al Figlio dell'uomo. Nella prima sequenza, ecco l'insegnamento sulla necessità di portare la croce sei si vuole seguire Gesú ed entrare nella gloria (Mt 16,24-28); la seconda riferisce sotto forma di metodo attivo una lezione che, a discepoli ancora preoccupati di grandezza umana, propone paradossalmente l'imitazione del fanciullo (Mt 18, 1-4). Infine, nella terza, Gesú ricorda la legge del servizio e del sacrificio per la salvezza della moltitudine (Mt 20, 24-28). Tale è la trama sulla quale la tradizione sinottica ha disegnato la salita a Gerusalemme.
Ora, in ciascuna di queste tre sequenze, che si tratti del destino esemplare del Maestro o della sorte dei discepoli, il mistero è presentato nei suoi due aspetti, oscuro e glorioso. Ogni volta, i discepoli urtano contro l'aspetto oscuro della rivelazione; i discepoli non arrivano a comprendere ciò che Gesù ha fatto e detto in loro presenza, essi rimangono chiusi al piano di Dio, urtano contro il muro della sofferenza e della morte, incapaci di accettare la necessità di oltrepassarlo per incontrare Dio: tale esigenza non turba soltanto i loro istinti di uomini attaccati alla vita, ma contraddice i sistemi di Dio, quali sono stati rivelati nella storia dal modo con cui guida il suo popolo.
Come eliminare lo scandalo? Mostrando come superarlo: è la sola via che Gesú apre davanti ai discepoli; nello stesso momento egli proclama e l'umiliazione e la gloria che la seguirà. Ogni volta, l'annuncio della morte ignominiosa è seguita dall’annuncio della Risurrezione nel terzo giorno (Mt 16, 21; 17, 23; 20, 19).Nella prima sequenza, il dovere di rinnegare se stesso e di portare la propria croce sfocia nella prospettiva della salvezza personale (Mt 16, 24-26) e dell'ingresso nella gloria: « Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni » (Mt 16, 27). Il discepolo sarà cosí ricompensato da quel Figlio dell'uomo di cui Gesú ha appena annunciato lo sconcertante destino, ma che, nell'ultimo giorno, ristabilirà ogni cosa. Morte e risurrezione, umiliazione e gloria: Gesú non separa idue aspetti del mistero della salvezza; le sue profezie non dividono i due avvenimenti futuri, per sé come peri discepoli. Ma, prima di Pasqua e della Pentecoste, finché Gesú non avrà subito lo scandalo, vivendolo in maniera tipica, finché lo Spirito Santo non sarà dato, questo insegnamento rimarrà inefficace;__prima del giorno che lo vedrà attraversare le tenebre della morte e sorgere nella luce della Risurrezione, Gesú non può realmente eliminare lo scandali.
Ma il Padre può far intravedere la risposta e, prima dell'avvenimento pasquale, concedere a tre discepoli privilegiati di contemplare, in un istante fuggitivo, la gloria del suo Figlio. Tale esperienza non è forse misteriosamente annunciata nel versetto che serve da transizione tra l'insegnamento sulla necessaria compassione con Gesú e l'episodio della Trasfigurazione? « In verità vi dico; vi sono alcuni tra i presenti che non gusteranno la morte prima di vedere il Figlio dell'uomo venire con il suo Regno » (Mt 16, 28; cfr. Mc 9, 1). Mediante la visione anticipata della gloria del Figlio dell'uomo, Gesù promette un assaggio della ricompensa riservata all'ultimo giorno (escatologia tradizionale). Tutti i Sinottici hanno visto in questa frase enigmatica l'annuncio immediato della Trasfigurazione; cosí pure, sulla loro scia, molti Padri della Chiesa. Anche se, originariamente, la sentenza poteva riguardare la Parusia, essa è legata al nostro episodio per alcuni elementi letterari. In particolare, gli « alcuni » possono essere i tre discepoli privilegiati; la venuta futura del Figlio dell'uomo che « sarà visto » venire dal suo Regno, si realizza già simbolicamente nella « visione » sulla montagna (Mt 17, 9), in « ciò che avevano veduto » (Mc 9,9; Lc 9, 36); la sutura cronologica « sei giorni dopo » (Mt Mc; otto giorni: Lc), rara nel racconto della vita pubblica, sembra intenzionale per sottolineare e il legame tra l'annuncio e la sua realizzazione. A motivo del contesti in cui è inserita, la Trasfigurazione ha per scopo di anticipare agli occhi dei discepoli privilegiati la gloria dell'ultimo giorno, racchiusa già in quel Gesú che vive quotidianamente con loro. Ai discepoli timorosi, Dio parla: essi possono, debbono ascoltare ed obbedire, aver fiducia e seguire Gesú sulla via che sale a Gerusalemme, verso la gloria attraverso la croce.

LO SCOPO DEL RACCONTO

I racconti sinottici sono di una tale ricchezza che, se fanno la gioia del contemplativo, spesso mettono in imbarazzo l'esegeta e lo storico. I temi biblici che affiorano hanno una significazione cosí ampia che è necessario subordinarli allo scopo dei tre racconti attuali, vale a dire, secondo l'opinione comune, alla parola divina.

Mt 17
ed ecco una voce(uscente) dalla nube,che disse: Questi è il mio Figlio diletto in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!

Mc 9
ed una voce si fece sentire(uscente) dalla nube: Questi è il mio Figlio diletto. Ascoltatelo!

Lc 9
E una voce si fece sentire(uscente) dalla nube,che disse:Questi è mio Figlio, l'eletto. Ascoltatelo!

Questa parola divina che viene dal cielo, rinnova la manifestazione della voce del Padre all'occasione del battesimo di Gesti (Mt 3, 17**). Ma alla proclamazione della filiazione divina di Gesú, la voce celeste aggiunge qui un ordine che si rivolge ai discepoli: «Ascoltatelo! ». Essa rivela tre aspetti di Gesti: egli è il Figlio di Dio, il Servo in cui Dio ha posto le sue compiacenze,« il » Profeta per eccellenza. Prima di ritornare, nella III parte, sugli accostamenti tra le due manifestazioni,esaminiamo brevemente il senso e la portata di questa triplice proclamazione.
Gesú è il Figlio di Dio. L'espressione « figlio diletto » (agapètos) significa « figlio unico ». Per i redattori essa indica non soltanto il Messia, l'Eletto, ma il Figlio preesistente; senza avere la precisione concettuale delle definizioni conciliari, tale titolo proviene dall'interpretazione che la comunità apostolica dà al salmo 2,7; Marco e Luca lo citano nel racconto del battesimo: « Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato » (secondo i Settanta). Quale che fosse la comprensione dei discepoli riguardo a questa parola al momento della Trasfigurazione, sembra certo che, per gli evangelisti, essa proclamava la preesistenza di Gesú. È Dio che risponde all'annuncio della Passione che Gesú ha appena dato. Al momento del Battesimo, a Gesú che si era recato da Giovanni Battista nelle vesti di peccatore, come un israelita del suo tempo, Dio aveva affermato che egli era autenticamente il suo Figlio diletto. Al momento della Trasfigurazione, ai discepoli che hanno udito Gesú attribuirsi il destino del Servo sofferente, Dio attesta che egli è realmente suo Figlio.
Gesú è il Servo di Dio. In questo Figlio diletto, Dio si compiace. Attraverso questa seconda indicazione, Matteo ricorda la teofania del Battesimo; un accostamento simile è fatto da Luca, che aggiunge un altro titolo: «l'eletto». Tutti e due mostrano che Dio presenta in Gesú il Servo annunciato da Isaia: Ecco il mio servo, Giacobbe, io mi prenderò cura di lui; Israele, il mio eletto: il mio spirito ha fatto alleanza con lui (Is 42, 1).
Nel primo canto del Servo di Jahvé, è evocata non la passione, ma la missione del Servo. Matteo ne cita, con delle varianti, i primi quattro versetti, per spiegare la maniera in cui Gesú compi il suo ministero messianico,specialmente nei confronti dei suoi avversari: « La canna già rotta non spezzerà, né il lucignolo fumigante spegnerà » (Mt 12, 18-21). Designando Gesú come «l'eletto», colui che gode di tutte le sud compiacenze, la voce celeste appone il sigillo divino sul comportamento di questo Messia « dolce , ed umile di cuore » (11, 29), alla cui scuola ci si può mettere senza timore.
Gesú è « il » Profeta. Il comando: « Ascoltatelo! » caratterizza l'episodio in confronto a quello del Battesimo.
Esso applica a Gesú l'annuncio profetico del Deuteronomio citato in Atti 3, 22: « Il Signore nostro Dio vi farà sorgere un profeta come me tra i vostri fratelli; ascoltatelo in tutto quello che vi dirà » (Dt 18, 15). In quel discorso al popolo di Gerusalemme, Pietro mostra che risuscitando Gesú, Dio ha manifestato in quest'ultimo il nuovo Mosè, il profeta atteso per la fine dei tempi (cfr. At 7, 37; Gv 6, 14; 7, 40). Tale garanzia divina, Dio la dà a Gesú al momento della Trasfigurazione per mostrare ai discepoli che egli è oggi « il » Profeta e che bisogna ascoltarlo « sotto pena di essere sterminato di tra il popolo » (cfr. At 3, 23; Lv 23, 29): da lui dipende la salvezza, quella vita eterna che egli ha promesso a chiunqueporti la propria croce al seguito di Cristo. I discepoli debbono dunque aver fiducia in questo Gesú di Nazaret che vive con loro e di cui ogni giorno ascoltano gli insegnamenti. Lo scopo del racconto riassume e fonda su una manifestazione divina il senso che abbiamo visto scaturire dal contesto. Dio stesso proclama ai tre rappresentanti dei discepoli che Gesú, il suo Figlio diletto, l'Eletto, il Servitore in cui si compiace, è il Profeta che debbono ascoltare e di cui debbono mettere in praticale parole. Occorre aprirsi alle prospettive sconcertanti dell'insegnamento che egli ha « cominciato » (Mt 16,21; Mc 8, 31); occorre impegnarsi seguendolo sulla via della gloria attraverso la croce. Questa rivelazione, dato comune della tradizione sinottica, è messa in rilievo da ciascun redattore alla sua maniera: E sentendo [la voce dalla nube]i discepoli caddero bocconi con la faccia a terra e furono presi da grande paura. E Gesú si avvicinò, e, toccandoli, disse: Alzatevi, e non temete!. E levando gli occhi,non videro nessun altro se non il solo Gesú.

Mc 9
5 E Pietro: ...Faremo tre tende
6 perché non sapeva che dire, tanto erano spaventati.

Lc 9
... venne una nube,e li avvolse nella sua ombraE subito,volgendo attorno lo sguardo, non videro piú nessuno, se non il solo Gesú con loro.
e furono presi da paura quando entrarono nella nube.
E dopo che la voce si fece sentire Gesú rimase solo.

Due elementi sono comuni alle recensioni: la paura dei discepoli, la presenza del solo Gesú quando la visione ebbe fine. Davanti a Dio che lo visita, l'uomo è preso dal timore. Questo terrore sacro è introdotto nei i racconti in modi diversi. Luca associa il timore al momento in cui la nube ricopre i discepoli. Marco sembra voler spiegare, con la sua riflessione, il carattere incongruo della frase di Pietro. Matteo esplicita il senso di tale timore: riflesso religioso dell'uomo in presenza del sacro, esso s'impadronisce dei discepoli nel momento in cui odono la voce celeste, la quale dà il suo vero significato all'avvenimento e li obbliga all'obbedienza. Ma se Dio parla, non è per annientarli a terra nella prostrazione dell'uomo che, avendo visto Dio, si sente colpito a morte (Is. 6, 5). Nel racconto della teofania al fiume Kebar, è la voce stessa di Dio che strappa Ezechiele alla posizione dell'uomo folgorato dal divino: « ...tale era la visione dell'immagine della gloria di Jahvè,vidi e caddi prostrato a terra; quindi udii una voce che parlava. Mi disse: Figlio dell'uomo, in 28-2, 1). Nel racconto di Matteo, è Gesú stesso che opera la risurrezione simbolica dei tre discepoli prostrati, come morti. Sovrano della morte, egli si avvicina li tocca ed è la sua che ordina di alzarsi. Gesto ieratico di cui Matteo ama sottolineare il valore simbolico: col semplice tocco della mano, Gesú strappa l'uomo all'impero del demonio ed alla potenza della morte, per consacrarlo al servizio del Signore. Se non bisogna temere non è perché ci si deve abituare alla Parola di Dio e considerarla alla stregua degli avvenimenti di questo mondo; essa rimane sempre folgorante per colui che la ode; ma è perché Gesú è qui, solo vicino e familiare malgrado la sua gloria. L’ intero racconto converge su questa sua presenza.



Presenza - shekinà

a

Nube

e

L. Sabourin. La Trasfigurazone

Nell'inno di giubilo (Mt 11:25-27), Gesù aveva rivelato in parole qualcosa del suo mistero personale, principalmente la conoscenza diretta che egli ha del Padre, il quale gli rivela il mistero del suo proprio essere divino. Nella Trasfigurazione la gloria segreta della vita di Gesù fu visibilmente manifestata ai tre discepoli, i quali sarebbero stati più tardi i testimoni intimoriti della lotta di Gesù in preghiera nel Getsemani. La connessione tra la Trasfigurazione e la passione di Gesù appare pure da altre circostanze: quella misteriosa rivelazione si verifica subito dopo la prima profezia della passione ed ha ovviamente lo scopo di rafforzare il coraggio e la fede dei discepoli, sommersi dallo stupore e dalla paura di fronte alla prospettiva della sofferenza e della morte violenta (cfr. Mc 10:32). La Trasfigurazione avrebbe ri-chiamato la loro attenzione verso l'altra faccia del mistero, verso il lato luminoso di esso. Se la gloria della vita divina illumina così la persona di Gesù durante il suo ministero sulla terra, quale splendore avrà quando il Maestro sarà passato, attraverso la morte, alla luce della Pasqua! Numerosissime monografie di valore sono state dedicate alla Trasfigurazione. Noi abbiamo ritenuto per il nostro scopo soltanto ciò che, a nostro parere, è giovevole a capire meglio i testi del Vangelo, e più particolarmente la versione di Mt. Per facilitare l'esposizione dividiamo il commentario in sezioni, che trattano divari argomenti suggeriti dalla stessa narrazione.

Introduzione (v. 1)

Per Marco e Matteo la trasfigurazione avvenne «dopo seigiorni », che apparentemente debbono essere calcolati a partire dalla confessione di Cesarea di Filippo o dalla prima profezia dellapassione24. Luca, che, oltre a Mc, segue in questo episodio un'altra fonte, forse giovannea, colloca l'episodio esplicitamente «circa otto giorni dopo questi detti » (9:28) (A. Serra cerca nella tradizione giudaica la spiegazione della divergenza tra Mc/Mt e Lc: «L'indicazione cronologica di Matteo e Marco riesce invece comprensibile, se ammettiamo che già al loro tempo fosse conosciuta la tradizione presente nel Pseudo-Jonathan, la quale divideva in otto giorni i fatti di Esodo 19e 24, fissando al sesto la rivelazione di Jahweh a Mosè e il dono della Legge. Quest'ipotesi spiega inoltre perché Luca scriva: . Circa otto giorni dopo questi discorsi... ' in 9,28» («Le tradizioni della teofania sinaltica nel Targum dello pseudo-Jonathan Es. 19,24 e in Giov. 1,19 - 2,12 In Marianum33, 1971, p. 12).

Se Matteo parla di «un'alta montagna», seguendo apparentemente Mc, può alludere al racconto della tentazione (4:8). Infatti qualche com-mentatore pensa che Gesù ricevette alla Trasfigurazione la definitiva conferma che avrebbe compiuto la sua missione come il servo sofferente . Comunque, la visione della Trasfigurazione potrebbe rappresentare per i primi due evangelisti almeno il parziale adempimento della profezia che precede immediatamente: « In verità vi dico, che alcuni di quelli che sono qui, non morranno prima di aver veduto il Figlio dell'uomo venire nel suo regno » (Mt 16:28). Può essere che inizialmente « dopo sei giorni » avesse a che fare con il contesto dell'esodo, insieme con la presenza di Mosè ed Elia, due figure connesse al Sinai. E' infatti soltanto « dopo sei giorni » che Jahvè chiama Mosè della nuvola che avvolge la montagna (Es 24:16). E' possibile che eis to oros, « sulla montagna », di Luca, rappresenti la tradizione più primitiva, e ciò ha un significato speciale. La Trasfigurazione avviene sulla montagna della rivelazione, come era il Sinai, non sul Monte Sion, al quale secondo Isaia le nazioni sarebbero affluite nei tempi messianici (Is 2:2s). Soprattutto per Matteo (cfr. 4:12-16), è in Galilea, non in Giudea, che la proclamazione del Vangelo (5:1) e della missione universale ha luogo (28:16). Lì, il Cristo risorto manda i suoi seguaci a chia-mare tutte le nazioni dall'osservanza della sua legge arruolandosi nel discepolato (28:17-20). Tutto ciò viene, in un certo modo, anticipato sulla montagna della Trasfigurazione, dove una voce dal cielo proclama: « Questi è il mio diletto Figlio, ascoltatelo».

Secondo At 2:36, Dio fece Gesù « e Signore e Cristo» con la sua resurrezione/esaltazione, Mediante questo ed altri testi in vista, H. I Ziesenfeld ha proposto di vedere nella Trasfigurazione un'anticipazione dell'Intronizzazione messianica di Gesù. Egli trova nell'episodio gli elementi che tradizionalmente accompa-gnavano il cerimoniale dell'intronizzazione regale, o che succes-sivamente la rievocheranno in diversi contesti: la gloria, glia biti sacri, la nuvola divina, la capanna, la montagna, come pure le sofferenze rituali e le umiliazioni attraverso le quali il re, e più tardi il Messia, doveva passare per arrivare all'intronizza-zione. E' lecito domandarsi, comunque, se l'antica festa dell'in-tronizzazione, se mai esistette, sia veramente sopravissuta fino al tempo di Cristo, in maniera tale da poter essere utilizzata come scenario tradizionale nella descrizione della (futura) investitura messianica di Cristo. Oltre a ciò, è possibile spiegare in altri modigli elementi scenografici della Trasfigurazione: alcuni, come la montagna e la nube, appartengono al quadro immaginario usuale delle teofanie, mentre altri possono essere riferiti alla figurazione delle realtà celesti.

«Si trasfigurò davanti a loro... (v. 2)

Tanto Marco quanto Matteo usano il termine metamorphein per esprimere il cambiamento che caratterizzò l'apparizione di Gesù. Forse Luca ha omesso questo termine per paura che potesse essere inteso male, nel senso delle metamorfosi simboliche eseguite nei misteri ellenìstìci per esprimere la liberazione dalla servitù corporale e l'entrata nella condizione gloriosa o divina (vedi Gr. Less. 7, 491s). Nei Vangeli la Trasfigurazione di Gesù appare come l'opera di Dio - vi si trova il passivo teologico -, che preannuncia l'adempimento di profezie apocalittiche,quali la seguente: « I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre » (Dn 12:3).

Marco descrive la trasformazione in riferimento alle vesti di Gesù, mentre per gli altri due Sinottici anche il suo volto prese un'altro aspetto (Le 9:29) e divenne splendente come il sole (Mt17:2)2T. I risplendenti abiti bianchi, di cui parlano tutti e tre gli evangelisti - e Matteo aggiunge « come luce » - evocano la condizione degli esseri celesti (cfr. Apoc 1:14;4:4), vittoriosi sul male organizzato (19:11,20:11). Luca ha compendiato la Cristofania in una parola: «Videro la sua gloria a», e questo ha indotto interpreti posteriori a porre la visione della doxa di Gesù come la punta saliente del racconto. Possibilmente questo non è corretto, anche se trova una buona connessione con l'attuale contesto evangelico, dopo la profezia di Gesù secondo cui il Figlio dell'uomo verrà con i suoi angeli nella gloria del Padre suo (Mt 16:26).Infatti, i tratti del Figlio dell'uomo glorioso non mancano nel racconto della Trasfigurazione. D'altra parte, alcuni Padri della Chiesa hanno interpretato correttamente la Trasfigurazione come una prefigurazione della resurrezione di Gesù stesso, e anche della nostra, applicando ad ambedue i misteri questa di-chiarazione di S. Paolo: « La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale

attraverso la risurrezione trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere ,a sè tutte le cose» (Ph 3:20s). (Può darsi che Matteo rimandi discretamente il lettore a Mosé, il cui volto secondo la tradizione sacerdotale fu anche trasfigurato dalla gloria raggiante del Signore (Cf. ES 34:29-35 e 2 Cor 3:7-18). Tuttavia, nell'apocalittica giudaica questa specie di cambiamento era atteso col dono della salvezza escatologica: a l'aspetto del loro volto sarà trasformato in una raggiante bellezza . (Baruch sir. 51:3). Già 2 Pt 1:16-18 intende la Trasfigurazione di Gesù come. un segno prolettico della sua imminente gloria, anche se l'immediato scopo del passo in 2 Pt era insieme quello di autenticare la lettera come fosse di Pietro e mostrare che la credenza nel ritorno di Gesù in potenza e gloria poggia su avvenimenti attestati storicamente. Volto splendente, bianche vesti lucenti, nube luminosa, timore dei testimoni, sono caratteristiche comuni di scene che circondano il Figlio dell'uomo apocalittico o lo stato degli uomini che diventano celestiali attraverso la risurrezione).

Mosè ed Elia (v. 3)

La trasformazione di Gesù è connessa organicamente con l'apparizione di Mosè ed Elia, in quanto egli è così promosso fisicamente ad un grado di trascendenza appropriato per poter con-versare con la scorta celeste. Abbiamo già notato che la presenza di queste due figure bibliche è da riferire evidentemente alla loro speciale connessione con il Sinai (per Elia vedi 1 Re 19). E' probabile che, almeno per quanto riguarda Mt, esse rappresentino la legge e i profeti (5:17;11:13), o più precisamente la rivelazione dell'A.T., mentre Gesù stesso è il Figlio di Dio per mezzo del quale d'ora in poi viene tutta la rivelazione (cfr. Ebr 1:2). Mosè è lì per un'altra ragione ancora: egli aveva annunziato l'avvento del profeta escatologico che avrebbe rivelato la volontà di Dio al popolo messianico (Dt 18:15). Inoltre, nella tradizione giudaica era atteso il ritorno di Ella, che non era morto (cfr. Mal 4:4s, dove anche Mosè è menzionato) ; egli sarebbe venuto, si diceva, come precursore del Messia. Questa speranza appariva a molti realizzata nella persona e nel ministero di Giovanni Battista (vedi su Mt3:4), una idea che venne attribuita anche a Gesù, come vedremonella prossima pericopa (17:13). Si racconta che R. Jochanan ben Zacchai abbia detto: «Dio disse a Mosè: quando invierò Elia il profeta, voi due verrete insieme» (Dt rabba 3, 201c). Secondo Mc/Mt la figura di Giovanni Battista sarà evocata nel dialogo di Gesù con i discepoli dopo la Trasfigurazione. Luca non ne parla, ma nota che Mosè ed Elia parlavano dell'exodos di Gesù, « del suo transito che doveva compiere a Gerusalemme» (9:31) (Il Secondo Pesi&ta Rabbati 35,4, «tre giorni dopo la venuta del Messia, Elia verrà e si fermerà sulle montagne di Israele, piangerà e si lamenterà su di esse». I due testimoni di Ap 11 probabilmente rappresentano Pietro e Paolo, ma anch'essi richiamano il ministero di Elia e Mosé, e la loro rappresentazione simbolica della Legge e dei Profeti. In At 13:24 Luca descrive come un esodos l'entrata di Gesù in questomondo (Cf. Ebr 10:5).

Mentre per Marco questo episodio deve rimanere misterioso fino a dopo la risurrezione, in esso appare come una chiara prefigurazione dell'uscita di Gesù da questo mondo, attraverso la morte, la resurrezione e l'ascensione. Esso costituisce una drammatica rappresentazione di quello che sarà il commento posteriore: «Non doveva il Messia tali cose patire e così entrare alla sua gloria?» (Le 24:26).

Le tre tende e la nuvola (vv. 4-5a)

Tende (capanne) e nuvola in un contesto biblico ovviamente rievocano primariamente realtà dell'esodo. E' difficile sapere che cosa storicamente Pietro disse in quell'occasione, dato che la tradizione evangelica ha ritenuto ciò che era teologicamente importante per l'interpretazione dell'episodio. Così, per Me la proposta di Pietro di costruire tre tende fu fatta alquanto stupidamente mentre, sconvolto dalla paura, non sapeva che cosa stava dicendo. Comunque, queste tende hanno un significato; esse evocano Es33:7-11, dove si parla della tenda del convegno: là Dio conversava con Mosè, mentre la colonna di nube restava all'ingresso della tenda. Anche esseri celesti, come la sapienza personificata, abitano in tende (cfr. Sir 24:4-8), e il Verbo nella sua incarnazione ha piantato le tende tra gli uomini (Gv 1:14; eskénsen), adempiendo l'attesa secondo cui Dio avrebbe in futuro preso dimora tra gli uomini (cfr. Sal 85:10; 2 Cor 6:16). Più generalmente skénai aidniai, « tende eterne », sembra designare le dimore dei santi (cfr. Le 16:9). (Secondo Crisostomo Pietro voleva stabilirsi nella sicurezza di questa felicità temporanea ed anche impedire così il discendere a Gerusalemme verso la croce (Hom. in Mt, PG 58, c. 552). Per H. Riesenfeld, • è bene per noi stare qui • di Pietro esprime l'anapausis escatologica (Cf. Ebr 3-4), che era prefigurata nella Festa delle Capanne).

La nuvola menzionata nel racconto della Trasfigurazione non è quella che trasporta esseri celesti, come il Figlio dell'uomo (Dn7:13), ma la nuvola della presenza divina, o della tenda nel deserto (Es 40:33), o del tempio (1 Re 8:10-12)14. Questo simbolo del luogo dove Dio abita divenne nel giudaismo un appellativo, la shekinuh, un nome che indica la presenza divina, e perfino Dio stesso. Così, un'operazione divina, quale l'incarnazione,ha potuto essere descritta come « adombramento» (episkiazein), alla maniera di una nube che fa ombra. Solo Luca dice esplicitamente che i discepoli « entrarono nella nube » (9:34), mentre questo viene soltanto supposto nella altre versioni del racconto. Ciò può simbolicamente far pensare che, nel riunire una comunità attorno a Gesù, è la congregazione escatologica del popolo di Dio che sta formandosi, come era stato profetizzato da alcuni testi. n base al secondo libro dei Maccabei, Dio riunirà «la totalità del suo popolo... e si rivelerà la gloria del Signore nella nube, come appariva nel tempo di Mosè » (2:7s). (La Festa delle Capanne = è chiamata in aramaico • Festa dimetalayya. (• Festa di rifugi). La versione aramaica della sezione biblica in cui è istituita la Festa delle Capanne (Cf. Targ. Lev 23:34) mostra quanto strettamente sono associate le idee della capanna del giubilo e la divina presenza nella nube (vedi D. Daube, The New Testament and RabbinicJudaism, London 1956, p. 30).

La Voce dal Cielo (5b-8)

La punta saliente e la componente più significativa del racconto sono da ricercare nella voce dal cielo, in cui Dio proclama che Gesù, suo Figlio amato, il Servo nel quale si diletta (cfr. n.25), è il profeta escatologico che deve essere ascoltato e obbedito,anche quando insegna la dottrina della croce. Secondo Matteo, già al momento del battesimo di Gesù la dichiarazione della voce celeste era stata una proclamazione rivolta in terza persona non tanto a Gesù quanto a coloro che erano testimoni dell'avvenimento. L'aggiunta della parola « ascoltatelo » nella Trasfigurazione indica che Gesù non è soltanto il Figlio di Dio e il Servo ma anche il profeta escatologico, il cui avvento era stato annunciato. Il riferimento al Servo in ambedue i casi (vedi su 3:16) è fatto attraverso l'uso delle parole « in cui io mi compiaccio », citate da Is 42:1. Perciò la figura evocata non è precisamente il Servo sofferente (Is 53), ma più generalmente il Servo come modello nel compimento della missione di Dio (cfr. Mt 12:18-21). E' soltanto più tardi, in prossimità della passione,. che Matteo riferirà le parole con le quali Gesù interpreta la sua morte come offerta per molti, nei termini del Servo (20:28; 26:28). E' il suono della voce dal cielo che, per Matteo, fece sì che i discepoli si prostrassero per la paura. E Gesù li toccò dicendo: « Levatevi, e non temete». Questi tratti del racconto seguono uno schema apocalittico simile, per esempio, a ciò che troviamo in Dn10: mentre contemplava la sua visione - un uomo il cui volto brillava come un lampo -, Daniele udì la sua voce e cadde a terra privo di sensi. Poi una mano lo toccò e una voce disse: « Non temere». Non è possibile determinare quale ruolo tale modello letterario abbia avuto nella formazione del racconto della Trasfigurazione che è giunto a noi, ma questo non è un motivo per negare che si tratti di un avvenimento storico

Matteo accentua il fatto che quando essi si alzarono e si guardarono intorno, i discepoli non videro nessun altro che Gesù. Non hanno bisogno di nessun altro, hanno con loro il portatore della rivelazione di Dio, il. Figlio di Dio incarnato. Per compiere la volontà di Dio devono ascoltarlo e conformare la loro vita alla sua, seguendolo nel discepolato sulla via della croce.


Leopold Sabourin, Il Vangelo di Matteo, Marino, 1977, pp. 792-800




Catechismo. Un anticipo del Regno: la Trasfigurazione

554 Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro “cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto. . . e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (⇒ Mt 16,21). Pietro protesta a questo annunzio, [Cf ⇒ Mt 16,22-23 ] gli altri addirittura non lo comprendono [ Cf ⇒ Mt 17,23; ⇒ Lc 9,45 ]. In tale contesto si colloca l'episodio misterioso della Trasfigurazione di Gesù [Cf ⇒ Mt 17,1-8 par. ; ⇒ 2Pt 1,16-18 ] su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (⇒ Lc 9,31). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo” (⇒ Lc 9,35).

555 Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per “entrare nella sua gloria” (⇒ Lc 24,26), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul Monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia [Cf ⇒ Lc 24,27 ]. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio [Cf ⇒ Is 42,1 ]. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: “Tota Trinitas apparuit: Pater in voce; Filius in homine, Spiritus in nube clara - Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell'uomo, lo Spirito nella nube luminosa”: [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]

Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l'irradiazione del Padre [Liturgia bizantina, Kontakion della festa della Trasfigurazione].

556 Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della Pasqua: la Trasfigurazione. Col battesimo di Gesù “declaratum fuit mysterium primae regenerationis - fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo”; la Trasfigurazione “est sacramentum secundae regenerationis - è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]. Fin d'ora noi partecipiamo alla Risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del Corpo di Cristo. La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (⇒ Fil 3,21). Ma ci ricorda anche che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (⇒ At 14,22):

Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, a essere disprezzato, a essere crocifisso sulla terra. È discesa la Vita per essere uccisa; è disceso il Pane per sentire la fame; è discesa la Via, perché sentisse la stanchezza del cammino; è discesa la sorgente per aver sete; e tu rifiuti di soffrire? [Sant'Agostino, Sermones, 78, 6: PL 38, 492-493]

Silvano Fausti. Messaggio e lettura del vangelo della Trasfigurazione di Matteo

Messaggio nel contesto

«Ascoltate lui!», dice la voce dal cielo. Infatti «Questi è il Figlio mio, l'amato,in cui mi compiacqui!». Il Padre parla solo due volte dicendo e ribadendo la stessa cosa: proclama Gesù come Figlio una prima volta dopo il battesimo (3,17) e una seconda qui (v. 5),dopo la predizione della sua morte e risurrezione (16,21). La trasfigurazione è la conferma della via intrapresa nel battesimo, anticipo della gloria di Pasqua. Alla sua luce «il Servo» inizia il cammino verso Gerusalemme. Il racconto è carico di reminiscenze bibliche. Nel Nazoreo infatti si compie ogni profezia (2,23). La scena richiama Mosè che sale sul monte con Aronne, Nadab e Abìu, e che al settimo giorno è chiamato da Dio nella nuvola (Es 24,1.9.15s).Ancora ricorda Mosè che scende dal monte con il volto splendente (Es 39,29-35), e che promette alla fine un profeta del quale dice: «Ascoltate lui»! (Dt 18,15). Le parole della «voce» riecheggiano il Salmo 2,7, che parla dell'intronizzazione del Messia; alludono inoltre al sacrificio di Isacco («il figlio amato»: Gen 22,2.12.16) e al primo canto del Servo («in cui mi compiacqui»: Is 42,1). Proprio in quanto servo dei fratelli, il Figlio dell'uomo è il Figlio amato, la Parola stessa da ascoltare, l'irradiazione della gloria del Padre, il Messia che ci salva. Il Padre conferma così quanto Gesù ha appena detto: riconosce colui che accetta di essere riconosciuto da Pietro come il Cristo e il Figlio di Dio (16,16), colui che afferma di essere il Servo sofferente che Pietro non accetta (16,21-23), colui che chiama al suo stesso cammino (16,24) e si dichiara il giudice del mondo (16,27). Davanti a tre uomini, il Figlio dell'uomo è proclamato dal Padre come suo Figlio. È la fine del dibattito su chi è Gesù, e l'inizio del suo cammino verso Gerusalemme. Il Padre ha una sola Parola, che lo rivela pienamente: il Figlio. A noi dice di ascoltarlo, perché, ascoltando lui, diventiamo come lui, figli. La trasfigurazione è l'esperienza fondamentale della vita di Gesù: la scelta fatta nel battesimo, che ora si concreta nella prospettiva della croce, è confermata come la via alla libertà e alla gloria di Dio. È una illuminazione interiore tanto forte che «trasforma» il suo stesso corpo in sole e luce. È importante anche per i discepoli averlo visto: quando sarà risorto, potranno capire che il Risorto è lo stesso Gesù che fu crocifisso.

La trasfigurazione del Figlio rappresenta anche l'anticipo di ciò che saremo. Il seme della nostra gloria divina è gettato quando decidiamo veramente di «ascoltare» lui e di fare la sua parola: questa è la «forma» che trasforma la nostra vita a immagine della sua, fino alla sua misura piena. Il brano presenta la salita sul monte dove avviene la trasfigurazione (vv. 1-8) e la discesa dove la si interpreta come anticipo della risurrezione che passa attraverso la croce. Gesù, nella sua umanità, mostra la divinità: i discepoli vedono il suo corpo che riluce della gloria del Figlio nel quale il Padre si compiace, raggio anticipato della risurrezione. La Chiesa è rappresentata dai tre apostoli che, a viso scoperto, riflettono come in uno specchio la gloria del Signore, e vengono trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore (cf. 2Cor 3,18).


Lettura del testo

v. 1: E dopo sei giorni. È il settimo giorno, compimento della creazione che tutta geme e soffre le doglie del parto in attesa di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio (Rm 8,22.21). Questa indi-cazione di tempo dice che il fine della creazione non è la sua fine: essa non è destinata alla «sfigurazione» della morte, ma alla trasfigurazione. Nel Figlio dell'uomo,il creato è destinato ad assumere la forma del Figlio di Dio. La divinizzazione è il senso della creazione, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Gesù prende con sé Pietro e Giacomo e Giovanni. Mosè prese con sé Aronne,Nadab e Abiu, e salì sul monte, dove Dio rivelò la sua gloria (Es 24,9ss). Questi tre discepoli, che ora sentono il Padre che chiama il Figlio, nel Getsemani sentiranno il Figlio che chiama il Padre (26,37.39). Monte degli Ulivi e Tabor si richiamano a vicenda: qui l'umanità di Gesù rivela la sua divinità, là la divinità mostrala sua umanità.

v. 2: si trasformò davanti a loro. In greco c'è «metamorfosi», che significa cambiar forma, trasformarsi. Nelle metamorfosi pagane la divinità assume corpo e sembianze umane. Qui l'umanità assume forma e splendore divino: lascia trasparire la Gloria del Figlio. Questa è la destinazione di ogni uomo nel Figlio dell'uomo.

brillò il suo volto come il sole, ecc. In Luca l'aspetto del suo volto si «alterò»:diventò altro, il volto dell'Altro (Lc 9,29). In Matteo diventa raggiante come il sole,che «de te, Altissimo, porta significatione». Per Marco 9,3 le sue vesti diventano bianche in modo sovrumano, per Le 9,29 risplendenti come folgore, per Matteo bianche come la luce. La luce è il simbolo più appropriato di Dio: principio di creazione e conoscenza, fa essere ogni cosa quello che è e la fa vedere per quello che è. Ma è anche sorgente di gioia, segno dell'amore che rende luminosi. Il Figlio brilla della luce stessa di Dio, primizia della creazione nuova: come tutto è fatto attraverso lui, in lui e per lui, così tutto partecipa della sua medesima sorte nella luce (Cf. Col 1,16.12). Noi pure siamo chiamati a vedere il Signore faccia a faccia (1Cor 13,12), e riflettere «a viso scoperto» la sua gloria, fino ad essere trasformati in lui (cf. 2Cor3,18), configurati all'icona del Figlio, il primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29).Siamo chiamati a rivestirci di luce e ad essere luce: «Sorgi, sii luce, perché viene la tua luce e la gloria del Signore brilla su di te» (Is 60,1). L'amore si realizza nello scambio di ciò che si ha e si è, così che l'amato diventa la forma di chi lo ama. L'incarnazione, che porta alla croce (battesimo), rende Dio uguale a noi; la trasfigurazione, caparra della risurrezione, rende noi uguali a lui. Non solo il nostro spirito, ma anche il nostro corpo è per il Signore, destinatoalla risurrezione (1Cor 6,13s).

v. 3: Mosè ed Elia che conversavano con lui. Il mediatore della legge e il padre dei profeti conversavano con lui: anzi, parlano di lui, parola stessa di Dio. Inoltre Mosè ed Elia non gustarono la morte: l'uno fu trasportato in cielo su un carro di fuoco (2Re 2,1ss);l'altro, che parlò con Dio faccia a faccia, secondo la tradizione fu rapito da un suo bacio sulla bocca.

v. 4: è bello per noi essere qui. Pietro ha capito che è bello! Sul volto del Figlio appare la bellezza originaria nella quale Dio ha creato il mondo. Qui è bello «essere». Altrove è brutto e non possiamo stare, perché non siamo ciò che siamo. Per questo l'uomo è viator, pellegrino in cerca del Volto, davanti al quale solo sta di casa e può sostare, perché ritrova il proprio volto. Altrove si sente fuori posto,come un osso slogato.

farò tre tende. È un'allusione alla festa delle capanne, in cui si commemora il dono della Parola (cf. Lv 23,27-34; Dt 16,13).

una per te, una per Mosè e una per Elia. La legge, data tramite Mosè, è la prima tenda di Dio tra gli uomini. La parola «tenda» in greco si dice skenè, che richiama l'ebraico: shekind, che è la gloria di Dio tra gli uomini. La profezia, iniziata con Elia, è la seconda tenda di Dio tra gli uomini. La carne di Gesù è la tenda defi-nitiva di Dio in mezzo a noi (Gv 1,14). In lui vediamo la sua gloria, come di unige-nito dal Padre (ivi). Infatti «chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9).

v. 5: una nube luminosa. Di Dio non conosciamo il volto, ma la Parola. Non bisogna farsi immagini né di lui né dell'uomo, perché l'unica sua immagine è l'uomo stesso che ne ascolta la Parola. Chi lo ascolta infatti diventa suo figlio, col suo medesimo volto. La nube luminosa richiama Dio stesso che guidò Israele nel deserto(Es 14,20) ed è segno della sua presenza (Es 19,16; 24,15s; 40,34s; 2Mac 2,7s; 1Re8,10-12). La manifestazione di Dio è sempre oscura per eccesso di luce accecante quasi che rivelandosi Dio si veli, e velandosi si riveli, come sulla croce. La nube inoltre è principio dì vita: la pioggia è benedizione e fecondità.

una voce dalla nube (cf. 3,17). Dio è voce: la sua Parola è nota a noi nel Verbo incarnato. Chi ascolta Gesù, trasforma il suo volto nel Volto, splendente come il sole (v. 2), «irradiazione della gloria» (Eb 1,3).

questi. È l'uomo Gesù, che Pietro ha riconosciuto come il Cristo e il Figlio di Dio, ma non ancora come il Figlio dell'uomo sofferente.

è il Figlio mio (cf. 3,17). Richiama il salmo 2,7, che parla dell'intronizzazione regale. Gesù, che va a Gerusalemme e sarà crocifisso, è il Messia, il Figlio del Dio vivente.

l'amato. Richiama il sacrificio di Isacco (Gen 22,2.12.16). Gesù è il Figlio in quanto sarà sacrificato: conoscendo l'amore del Padre, darà la vita per i fratelli.

in cui mi compiacqui (cf. 3,17). Richiama il Servo di JHWH (Is 42,1). Il Padre riconosce Gesù come Figlio, proprio perché si fa servo dei fratelli.

ascoltate lui! «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me», disse Mosè: «Ascoltate lui!» (Dt 18,15). Gesù è il nuovo Mosè, che dà la Parola definitiva. Anzi: è lui stesso la Parola fatta carne, volto del Padre rivolto ai fratelli. Chi ascolta lui diventa come lui, figlio. Cosa sia la trasfigurazione, è difficile descriverlo, anche per i discepoli che l’hanno vista. Due cose però sono chiare: il fine e il principio. Il fine è dire: «È bello per noi essere qui!». Il principio è: «Ascoltate lui». La Parola dà forma al nostro corpo. Chi ascolta Gesù, diventa come lui, l'albero bello che fa il frutto bello (7,18).:,'ascolto della sua parola è l'accoglienza del seme, che cresce in noi e ci genera secondo la sua specie (cf. 1Pt 1,23), partecipi della natura divina (cf. 2Pt 1,4). La trasfigurazione comincia quando, invece di pensare e ascoltare noi stessi,ascoltiamo lui e pensiamo a lui. È la morte dell'uomo vecchio e la nascita dell'uomo nuovo. Questo ascolto fa passare dalle opere della carne al frutto dello Spirito (cf.3al 5,19-22). Il Padre ha una sola Parola: il Figlio. Quanto lui ha detto e fatto è l'esegesi del Padre (Gv 1,18), il racconto nel tempo del suo amore eterno. La «carne» di Gesù è il compimento della legge e dei profeti (7,12); la sua storia è la manifestazione sulla terra del Dio amore, che mai nessuno ha visto (Gv 1,18). Non possiamo e non dobbiamo conoscere nulla di più di lui, il Verbo del Padre.

v. 6: i discepoli caddero sul loro volto, ecc. È l'eccesso del divino.

v. 7: risvegliatevi, e non temete. Sono le parole di Gesù ai discepoli. Colui che hanno visto nella gloria, si avvicina a loro e li «risveglia». Quanto hanno visto non è in sogno, ma ciò che li risveglia da una vita morta: è la promessa della risurrezione, come dopo capiranno (v. 9). v. 8: non videro nessuno, se non lui, Gesù, solo. Colui che si è trasfigurato, il Figlio amato da ascoltare, è il «Gesù solo», in cammino verso Gerusalemme, che invita a seguirlo. Il Padre conferma la sua scelta: è il Figlio in quanto non si vergogna di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11), e, reso perfetto dalle cose che patì, diventerà ancora di eterna salvezza per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,8s).

v. 9: non dite a nessuno questa visione, ecc. Prima che Gesù sia «risvegliato dai morti», i discepoli non possono parlare della trasfigurazione. La Gloria infatti resta segreta prima della croce (16,28), che a sua volta è incomprensibile prima della risurrezione.

La Voce

La voce del Signore, che echeggia nel giardino di Eden, provoca lo spavento di Adamo e della sua compagna. Impauriti dalla propria nudità, essi si affrettano a nascondersi tra gli alberi: Udirono poi la voce del Signore Iddio che passeggiava. nel giardino alla brezza del giorno; allora l'uomo e la sua donna si nascosero dalla vista del Signore Iddio (Gen. 3.8). Il versetto è stato, per la tradizio-ne giudaica, una vera croce interpretativa, giacché la voce sembra qui avere una sua natura indipendente, astratta da qualsiasi parola. Sarà solo nel passo successivo, infatti, che la Scrittura menzio-nerà il discorso divino: Ma il Signore Iddio chiamò l'uomo: Dove sei? (Gen. 3.9). Se il Signore doveva ancora rivolgersi ad Adamo, cos'era dunque la voce che risuonava nel giardino? Per rimediare a questo paradosso, gli esegeti ebrei individuarono nella voce il soggetto della frase, immaginando che fosse il suo suono, quasi una forma ipostatica della divinità, a «camminare» nell'Eden. Tale interpretazione - fondata sull'uso traslato del verbo hlk, «camminare», che, nella Bibbia, viene impiegato anche per indicare il diffondersi di un rumore - non risolve tuttavia completamente. l'interrogativo del testo. Nel suono che si avverte prima ancora che Iddio abbia parlato è infatti adombrata la forte sinestesia che caratterizza la nozione ebraica di qol. Il termine, che designa non solo un suono articolato ma anche un rumore indistinto (come quello che si leva da una folla), pare definire una qualità intrinseca della persona o della cosa a cui viene riferito.

Con gol l'ebraico denomina cioè l'onda emotiva che emana da un'entità e che l'osservatore può cogliere con uno sguardo, ancor prima di percepire un suono. La voce è infatti intesa, nella Scrittura, anche come qualità visibile, quasi che il suo echeggiare faccia sorgere, anziché una reazione uditiva, uno stimolo visivo. La contaminazione tra visione e suono è uno dei tratti decisivi dell'intero simbolismo giudaico e costituisce uno dei fondamenti espressivi dell'aniconismo. Nella tradizione ebraica vige infatti il divieto di raffigurare la divinità e di costringerne la natura incommensurabile entro le linee materiali di un'immagine. Questo diniego, che il giudaismo rabbinico ha difeso con particolare impegno, lascia in realtà spazio a una sorta di compensazione sensoriale, in cui la carica espressiva che altre culture religiose affidano alle figure viene trasferita all'astratta forza evocatrice dei suoni. Ciò accade in virtú della possibilità simbolica dì mutare le percezioni visive in sonore e viceversa, mantenendo aperto, tra i due ambiti sensoriali, un continuo scambio espressivo. La cultura ebraica è cioè consapevole non solo di come sia possibile «vedere» una voce ma anche del fatto che si possa restituire la complessità di un oggetto attraverso la sua qualificazione sonora, non in quanto puro sostituto verbale bensí come frutto di una piú profonda percezione. E significativo che la seconda menzione scritturale del termine qol, che segue di non molti versetti quella della voce divina nel giardino, si riferisca a un oggetto di per sé muto: Che hai fatto? - chiede il Signore a Caino - La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra (Gen. 4. ro). In questo passo è evidentemente l'immagine indelebile del sangue a gridare verso l'alto, ed è il suo qol, la voce emotiva, a giungere ben distinto sino a Dio. Nei racconti biblici la manifestazione di Dio è d'altra parte talora accompagnata dall'apparizione della voce, che è «veduta» dal popolo. Cosí accade quando viene enunciato il decalogo, nel ventesimo capitolo dell'Esodo: Ora tutto il popolo vedeva le voci, il suono della tromba e il monte fumante: il popolo vide, tremò e se ne stette a distanza (Es. 2o. r8). Nel passo prevale lo scambio semantico tra visione e suono, giacché due dei tre attributi teofanici hanno sostanza puramente sonora e non possono essere veduti che interiormente: l'effetto espressivo che ne risulta accentua l'emozione per il manifestarsi del nume. Il testo piú importante per la ricostruzione dell'antico simbolismo della voce di Dio è senza dubbio il salmo 29, nel quale il sintagma la voce del Signore (qol Yhwh) ricorre per ben sette volte"': la voce del Signore sopra le acque ... la voce del Signore è potenza, la voce del Signore è maestà, la voce del Signore schianta i cedri ... la voce, del Signore sprizza lingue di fuoco. La voce del Signore fa turbinare il deserto ... la voce del Signore scuote le querce e sfronda le selve(Sal. 29.3-9). La possibilità di vedere il suono è qui espressa dal rimbombo, che si accompagna al moto delle acque, dal fulmine,anticipato dal tuono, e dai vortici del vento: qol rappresenta allora quell'unione di qualità visibili e sonore che meglio d'ogni altra caratteristica allude al divino; la voce dei portenti fisici con la quale. Dio si manifesta è un suono inarticolato che viene prima della parola e che, rispetto a questa, conserva un'energia piú ricca e profonda. In questo salmo, la voce è dunque l'anima segreta di ogni moto e le sette voci si susseguono con gli accenti di un'arcaica sapienza innodica, grazie alla quale il suono divino circonda l'orante da ogni parte. Il numero sette - che evidenzia l'integrità dì un ciclo - simboleggia poi la completezza dell'inventario delle voci visibili della natura, la cui concezione deriva probabilmente dalle rappresentazioni teofaniche diffuse nella letteratura delle antiche culture vicino-orientali. Il motivo delle sette voci fragorose (hepta brontai) è ripreso già in Apoc. 10.3-4: E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero sentire le loro voci. E quando ebbero parlato i sette tuoni, io stavo per scrivere, ma udii una voce dal cielo. Un parallelo significativo al testo biblico si ritrova per esempio in una formula divinatoria accadica, nella quale è descritto l'apparire, a un tempo visivo e sonoro, di Adad, il dio mesopotamico della tempesta: «Il fulmine balena da sud e nord verso est e ovest, il fulmine balena sette volte. Adad tuona una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte». Le manifestazioni della divinità attraverso le voci della natura, corredo degli inni religiosi pagani, vennero pertanto ammesse nella poesia biblica, che le riferí al Dio d'Israele, e furono accolte dall'ebraismo per la loro qualità astratta e per la capacità di evocare, senza alcuna figurazione, la forza trascendente del numinoso. La tradizione post biblica rimase fedele a questa nozione della preminenza del suono indistinto delle origini, che si sarebbe in seguito stemperato sino a trasformarsi nel discorso articolato degli uomini. In un passo del midras Genesi rabbah, Abba bar Kahana,un maestro vissuto alla fine del in secolo, racconta una parabola sulle acque primordiali: «All'inizio della creazione del mondo -egli narra - la lode dell'Onnipotente saliva dalle acque ... Il Santo, sia Egli benedetto, disse: Se queste, che non hanno bocca né facoltà di parola, mi lodano, quanto piú sarò lodato una volta che verrà creato l'uomo ... ma la generazione del diluvio si levò, ribellandosi contro di lui ... Il Santo, sia Egli benedetto, disse allora: Siano questi cancellati e al loro posto ripristinate le acque, come è detto: E la pioggia cadde sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti (Gen. 7.12)». Nel prosieguo del racconto, la lode espressa dal rumore dell'abisso è paragonata a un encomio di cor-tigiani sordi che celebrano il loro re a gesti, mentre la ribellione dell'uomo viene assimilata a sapienti oratori i quali, anziché lodare il loro Signore, ne vogliono usurpare il merito. Per il maestro della haggadah il rumore delle acque è piú adatto a esprimere la gloria di Dio di quanto lo siano le insincere parole dell'uomo e il linguaggio non verbale è di molto superiore a un eloquio forbito. Nel pensiero cabbalistico, il simbolismo della voce fu applicato alle differenti gradazioni dell'energia divina, rappresentate dalle sefirot. Nel Sefer hazohar (Il libro dello splendore) - il cui autore, alla fine del Duecento, rielaborò con perizia letteraria le riflessioni dei primi mistici ebrei - compare un'organica presentazione di qol come metafora del trascendente. Mentre le sette sefirot inferiori, da hesed a malkut, vengono definite «sette voci», la loro origine superna è detta «voce grande ... voce interiore che non può udirsi», in accordo con la concezione che fa corrispondere al minimo di articolazione verbale il grado massimo di forza numinosa. L'autore si dilunga inoltre sulla natura della voce interna, «che sussiste nel pensiero, ma non si mostra e non può essere ascoltata. Quando esce si rivela appena in un sussurro, che ancora non s'ode: è la voce grande, tenue sospiro». Il discorso mistico procede qui per antitesi, contrapponendo la grandezza dvina della voce alla sua flebile materia sonora. La lettera scelta per rappresentarla è la he, che, nella lingua ebraica, viene pronunciata con una rapidissima e quasi impercettìbìle aspirazione: «Quando sale nella gola - leggiamo ancora nello Zobar - [la voce interiore] produce una he, in un sussurro, e poi continua a fluire, senza interruzioni ». È dal suono inarticolato che trae dunque origine, secondo lo Zohar, la voce percepibile del reale. In maniera opposta a quanto avviene nel simbolismo della luce - in cui il fulgore superno si depotenzia in scintille sempre piú fioche quanto piú scende verso il mondo materiale -, nella descrizione cabbalistica dell'emanazione attraverso la voce il grado piú alto e piú vicino alla divinità è un silenzio innominabile che, a poco a poco, si trasforma in un suono continuo ma lievissimo. Solo alla fine di tale processo l'immedesimarsi della voce celeste nelle realtà sensibili darà vita al linguaggio articolato, chiaramente udibile ma al tempo stesso ormai lontano dall'energia creativa di quel primo sibilo. Nella riflessione dei mistici ebrei, il suono inarticolato dei primordi diviene allora il soffio inarrestabile che dà origine alla realtà, un vento incessante che risuona nella voce del mondo.