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ALLONTANATI DA ME, HANS URS VON BALTHASAR

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Sono un uomo peccatore. Perché parlo ancora con te? L'alito della mia bocca ti colpisce come veleno e ti insudicia. Va' via e spezza questo legame impossibile. C'è stato un tempo in cui ero un peccatore come gli altri, e potevo giustamente afferrare il dono della tua grazia, il dono del mio pentimento, come il mendicante la monetina di rame, che gli viene gettata nel cappello rotondo, e potevo allora comperarmi la zuppa e il pane e vivere grazie a te. Mi si consentiva di gustare la felicità del pentimento. Potevo masticare l'erba amara della contrizione come un beneficio della tua grazia. Un'amarezza di grazia superaddolciva l'amarezza della mia colpa. Ma oggi? Che fare? Verso dove trascinarmi carponi dal momento che non mi vedresti più e che non ti sono più di peso e la mia contrizione non ti importuna più? Ti ho peccato in faccia, e la bocca, che ha toccato mille volte le tue labbra, le tue labbra divine, ha baciato le labbra del mondo e ha pronunciato le parole: «Non ti conosco». Non lo conosco quest'uomo. Se lo avessi conosciuto, non l'avrei potuto tradire in questo modo. In un modo così spensierato, così ovvio. E se l'avessi forse conosciuto, non l'avrei amato. Perché l'amore non tradisce così, non si volta e ne se va con la faccia più innocente, l'amore non dimentica l'amore. Il fatto che io, dopo tutto quello che c'è stato tra noi, potevo buttarti via in questo modo dimostra solo che non ero degno del tuo amore, che io stesso non ho mai avuto dell'amore. Non è orgoglio, non è umiltà, è semplicemente la verità se ti dico: basta. Non voglio che un raggio della tua purezza venga a perdersi nel mio inferno. È bello quando l'amore si degrada nel volgare, ma è intollerabile se esso nel volgare diventa volgare. Esiste un tradimento cui non si può più rimediare. Rimane un resto nell' eternità, il mio occhio non potrà mai più incontrare il tuo. Getterò nel tempio i trenta denari, ma ti prego non prendere questa azione per un pentimento. Questa nobile parola qui non si adatta. La mia anima serra le sue labbra perché non le sfugga nessuna parola. La mia azione parla abbastanza, essa grida al cielo, ma sarebbe meglio se gridasse all'inferno. Fammi quest'ultimo regalo e voltati, non voglio più vedere questo volto coperto di sputi. Lavati la faccia, lasciami là dove sono, dove appartengo. Questa volta io so chi sono. Questa volta è definitiva.

Tu sai pure che il tuo apostolo ha detto: «Quelli che furono una volta illuminati, gustarono il dono celeste, diventarono partecipi dello Spirito Santo e gustarono la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro e tuttavia sono caduti di nuovo, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che quanto a loro crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all'infamia. Infatti quando una terra imbevuta dalla pioggia abbondante produce erbe utili a quanti la coltivano, viene a godere della benedizione da parte di Dio; ma se produce pruni e spine, non ha alcun valore ed è prossima alla maledizione da parte di Dio: sarà infine arsa nel fuoco». Basta ora con il concime e con l'albero sterile, che, io penso, voleva dimostrarti che troppa cura non fa bene. Taglialo e non se ne parli più.

Gli uomini hanno ferito il tuo cuore, ne sono profluiti acqua e sangue, gli uomini bevvero e guarirono, si lavarono e divennero puri. Ma io ho fatto una cosa tutta diversa. Ho puntato con un forte colpo al centro dell' amore. Ho ucciso l'amore. Ho colto il midollo più interno dell' amore, sapendo quel che facevo e ho toccato il nervo più delicato della sua vita. È crollato, non c'è più. Un cadavere pende dalla croce, io sto lontano da lì, covando la mia perduta vergogna. Sono il figlio della rovina.

Ho abusato della tua croce e della tua misericordia. Tutto è consunto fino all'ultima goccia. Anche il ritorno del figlio prodigo, anche la pecora impigliata nelle spine, la dramma perduta; tutto sprecato e buttato. Si può recitare venti volte questa scena, forse cinquanta, ma a un certo punto diventa insipida, non ha più sale. E percepisco di nuovo la voce del tuo apostolo: «Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la piena conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco pronto a divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Pensate quanto maggiore sarà il castigo di cui sarà ritenuto meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e considerato profano quel sangue dell' alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia! Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! lo darò il giusto! E ancora: il Signore giudicherà il suo popolo. Terribile cadere nelle mani del Dio vivente!».

Esiste una comunione dei santi. Esiste anche una comunione dei peccatori. Forse l'una e l'altra sono la stessa ed identica. Questa catena, quest'onda, che si avvolge e cresce avanzando attraverso i giorni e i secoli, un fiume sanguigno di colpe, la strada d'inciampo degli uomini che si trascinano a terra e si rialzano. Una sola vita di calda colpa e di caldo pentimento pulsa attraverso di essi e in mezzo a questo fiume oscuro di buono e cattivo dolore sono immerse anche le gocce salvifiche del Tuo sangue, Signore. Tu li salverai.

Io sono stato gettato fuori da questa comunione dei peccatori. Rigido e ferreo, rigirato come un grumo, sto fissato in disparte, il mio peccato non ha paragoni. Se quelli mancano, piange in mezzo a loro l'angelo di Dio. In me non c'è nessun angelo. Se quelli cadono, si spezza in essi un vaso segreto e il sentimento amaro ne sgorga come una vittima sacrificale. Ma in me non si spezza più niente, tutto vi è duro e chiuso inesorabilmente. Se quelli hanno peccato, possono pregare; ma quale preghiera potrei mai pronunciare io che non venga accompagnata dai sarcasmi dell'inferno? Che cosa credere, che cosa dirti? «Mi dispiace»? «Ti voglio amare»? Ho la prova sperimentale che non è vero. Negli altri geme l'offeso Spirito Santo. In me tutto rimane muto; questo può ben essere ciò che chiamano peccato contro lo Spirito. Gli altri cadono in ginocchio davanti alla croce. lo sono finito dietro la croce. Gli altri stanno nell'educazione di Dio: «Buona cosa che mi hai umiliato, così imparo a conoscere la tua giustificazione». lo ho percorso questa scuola da lungo tempo, da me la colpa non ha più una qualche parte che sia migliorabile. Essa è rotonda e sazia, non la si può aggredire da nessuna parte, una palla di fuoco e di ferro.

Lasciami solo. Neppure tua madre mi tocchi. Non sono uno da vedere per voi. Non sprecate con me la vostra misericordia, sarebbe un fallimento. Venga su di me quel che deve venire. A quello di destra, di là, hai promesso il paradiso. Gliela auguro di cuore. Lo ha meritato. Non sapeva quel che faceva. Siate insieme felici nel vostro eterno giardino. Ma per me non tormentarti. Resto quello della parte sinistra. E non tormentarmi neppure più con il tuo tormento. Cerca di dimenticarmi.

HA LAMPEGGIATO? Lungo come uno squarcio nella tenebra era visibile il frutto sulla croce, immobile, rigido come la morte, con occhi assenti e fissi, pallido come un verme, presumibilmente già morto. Questo era certo il suo corpo, ma dove è la sua anima? In quali spiagge senza confini, in quali profondità marine senz' acqua, sul fondo di quali cupe fiamme essa avanzava? A un tratto tutti lo sanno quelli che circondano il supplizio: egli è andato via. Un vuoto (non solitudine) a perdita d'occhio discende dai corpi penzoloni, non esiste più nulla fuori di questo vuoto di fantasmi. Il mondo con la sua forma è passato, si è spaccato come un sipario da cima a fondo, senza un suono; precipitò, si afflosciò, scoppiò come una vescica. Niente più che il niente. Niente anche la tenebra. Dio è morto. L'amore è morto. Tutto ciò che era, era un sogno che nessuno aveva mai sognato. Il presente è puro passato. Niente anche il futuro. La lancetta è scomparsa sul quadrante. Nessuna tensione più fra amore e odio, fra vita e morte. Si sono livellate entrambe le cose, e lo svuotamento dell'amore è passato nel vuoto dell'inferno. Solo una cosa ha perfettamente trapassato l'altra, il nadir sta nello zenith: nirvana.

Ha lampeggiato? Lungo come uno squarcio nel vuoto illimitato era visibile la forma di un cuore? Essa si muoveva tra vortici attraverso il caos senza cosmo, sospinta come una foglia o fornita essa stessa di ali, cacciata avanti veloce dalle sue proprie invisibili oscillazioni, sovrastando da sola al di sopra di un cielo disanimato e di una terra che non esiste più.

Caos. Al di là del cielo e dell'inferno. Nulla informe di là dai confini della creazione. È Dio questo? Dio è morto in croce. È questa la morte? Non si vedono morti. È questa la fine? Non c'è più nulla che abbia un fine. È questo il principio? Principio di che? In principio era il Verbo. Quale Verbo? Quale Verbo insensato informe incomprensibile? Ma guardate: che cos'è questo lieve chiarore, che comincia indeciso ad apparire, a delinearsi nell'infinitamente vacuo? Non ha né contenuto, né contorno; qualcosa di innominato, più solo di Dio, affiora dall'assolutamente vuoto. Non è nessuno. È prima di ogni cosa. È quello il principio? È piccolo e indeterminato come una goccia. È forse acqua. Ma non scorre. Acqua non è, è più torbido, meno trasparente, più viscoso di acqua. E neppure è sangue, perché il sangue è rosso, il sangue è vivo, il sangue ha una lingua umana che grida. Questo qui non è né acqua né sangue, è più antico di entrambi, un fluire caotico. Lentamente, lentamente, improbabilmente lenta la goccia comincia ad animarsi; non si sa se questo movimento è stanchezza infinita alla più estrema fine della morte, oppure il primo inizio: di che? Silenzio, silenzio! Trattenete il respiro dei pensieri. Troppo presto per pensare al giorno, alla speranza. Germe ancora troppo debole per bisbigliare di amore. Ma guarda bene: ora proprio si muove. Un filo liquido, debole, viscoso. Troppo presto per parlare di una sorgente. Cola perduto nel caos, disorientato, senza forma di gravità. Ma più ricco. Una sorgente nel caos. Zampilla dal puro niente. Zampilla da se stesso. Non è il principio di Dio, che dall'eternità pone con potenza se stesso nell'essere, come luce e vita e unitrina felicità. Non è il principio della creazione, che scivola lieve e sonnolenta dalle mani del Creatore. È un principio senza confronto. Come se la vita salisse dalla morte. Come se la stanchezza - così stanca che per gran tempo nessun sonno potrebbe ristorarla - come se la forza frantumata del tutto fondesse all' orlo più estremo dell' esaurimento, cominciasse a scorrere, perché lo scorrere è forse un segno e un simbolo della stanchezza che non può più trattenersi, perché ogni cosa forte e ferma si scioglie alla fine in acqua. Ma non era anche nata - al principio - dall' acqua? E questa sorgente nel caos, stanchezza che scorre, non è l'inizio di una nuova creazione?

Fascino del sabato Santo. Disorientata rimane la fontana caotica. Sedimento forse dell' amore del Figlio. Questo amore, versato fino all' estremo, avendo rotto ogni contenitore, mentre, l'antico mondo, è passato, si cerca una strada attraverso l'ombroso nulla in direzione del Padre. Oppure scorre nonostante tutto, inerme, inconsapevole, in direzione di una nuova creazione, non ancora esistente, innalzata, formata? Protoplasma; generando se stesso ab origine, il germe primo del cielo nuovo e della nuova terra? Sempre più ricca sgorga la fonte. Certo che sgorga da una ferita, è come il fiore, il frutto di una ferita, che si innalza come un albero da questa ferita. Ma la ferita non fa più male, la sofferenza è dimenticata da tempo, origine è passata, è la bocca di ieri della odierna sorgente. Ciò che qui viene versato non è più il dolore che soffre, è il dolore che ha sofferto. Non più l'amore che si offre, è l'amore già offerto. Solo la ferita c'è ancora: spalancata, la grande porta aperta, il caos, il nulla, da cui la sorgente affiora. Mai più sarà chiusa questa porta.

Allo stesso modo che la prima creazione non è zampillata sempre nuova che dal nulla, così questa creazione nuova, seconda, ancora non partorita, nuovo mondo colto nel suo sorgere primo, non deriva se non dalla ferita che più non si chiude. Ogni altra forma dovrà in futuro emergere da questo vuoto abissale, ogni salute dovrà trarre la sua forza da questa lancia che ferisce. O porta di vittoria della vita che ti innalzi come un grande arco! Schiere di grazie marciano corazzate di oro, escono da te con lance di fuoco. Coppa fontale della vita scavata sul fondo! Onda su onda scorrono da te inarrestabili, per sempre, onda di acqua e di sangue, a battezzare cuori pagani, dissetando definitivamente seti spasimanti di anime, avvolgendo i deserti del peccato, arricchendo oltre misura, stracolmando ogni capacità di recezione, bastando e avanzando per ogni desiderio.


IL CUORE DEL MONDO

Credibilità del cristianesimo Da Solo l’amore è credibile di Hans Urs von Balthasar

Due accostamenti si offrono, che finiscono poi per convergere in unità: uno è quello personalistico menzionato da ultimo, perché nessun io ha la possibilità ed il diritto di violentare concettualmente la libertà del tu che gli si fa incontro, di dedurre a priori e di comprendere a priori il suo comportamento. Un amore che mi è donato, posso “intenderlo” sempre e solo come un miracolo 1, non posso manipolarlo empiricamente o trascendentalmente, neppur conoscendo il carattere comune della natura umana: perché il tu resta sempre l’alterità a me contrapposta. La seconda concezione consiste nello stato estetico, che rappresenta accanto alla sfera del pensiero ed a quella dell’azione una terza sfera non riconducibile ad una delle precedenti. Nell’esperienza che si fa di una superiore bellezza – nella natura o nell’arte – il fenomeno, che altrimenti si presenta più occulto, più mascherato, può essere colto nella sua differenziazione: ciò che ci sta dinanzi è di una grandiosità schiacciante come un miracolo e in quanto tale non può essere mai colto, raggiunto da colui che ne fa l’esperienza, ma possiede, proprio in quanto miracolo, la facoltà di essere compreso: esso vincola e libera al contempo, giacché si mostra in forma inequivocabile come “libertà manifesta” (Schiller) di una necessità interiore indimostrabile. Se esiste il finale della sinfonia Jupiter – cosa che non posso supporre, dedurre e spiegare attraverso nulla che sia intrinseco a me – essa non può essere che così com’è: in questa forma sta la sua necessità, nella quale nessuna nota può essere spostata salvo che dallo stesso Mozart. Una simile coincidenza d’incomprensibilità da parte mia con la più convincente plausibilità per me si dà soltanto nel campo del bello puro, disinteressato. E’ bensì vero che la plausibilità in ogni bello terreno resta delimitata dalla comune natura terrena nell’oggetto e nel soggetto: conformità, adeguatezza ed opportunità giuocano un ruolo connettivo e quindi lo stato estetico – come prima l’accostamento personalistico – può tutt’al più servire come richiamo al cristianesimo. Ma questo richiamo è valido solo in quanto, come nell’amore fra gli uomini incontriamo l’altro come altro, che nella sua libertà non può essere da me costretto, violentato, così nell’intuizione estetica è impossibile una riconduzione della forza che si manifesta alla propria immaginazione, alla propria fantasia. “L’intendimento” di ciò che si rivela non è, in entrambi i casi, una riduzione di questo, un suo assorbimento in categorie della conoscenza che lo costringano e gli si impongano: né l’amore nella libertà della sua grazia né il bello nella sua assenza di ogni determinazione finalistica possono “essere manipolati” (Rilke), almeno attraverso un’esigenza del soggetto. Una simile riduzione ad “esigenza” significherebbe diffamare e profanare cinicamente l’amore con l’egoismo; soltanto se viene riconosciuta la pura grazia dell’amore, colui che ama può manifestare la sua compiuta realizzazione attraverso un tale amore.

Nei confronti di questa maestà dell’amore assoluto, che è il fenomeno originario e fondamentale della Rivelazione, ogni autorità che funge da mediatrice verso l’uomo presenta carattere derivato. L’autorità originaria non la possiedono né la Bibbia (in quanto “Parola di Dio” scritta) né il cherigma (in quanto proclamazione viva della “Parola di Dio”) né il ministero ecclesiastico (in quanto rappresentazione ufficiale della “Parola di Dio”); tutti e tre sono esclusivamente Parola e non ancora carne, e in tal senso anche l’Antico Testamento come “Parola” rappresenta soltanto uno stadio sulla via che conduce all’autorità definitiva. Questa autorità originaria la possiede soltanto il Figlio, che interpreta il Padre nello Spirito Santo come l’amore divino.




1 Nell’istante in cui io affermo di avere capito l’amore di un’altra persona per me, cioè lo spiego o con le leggi della sua natura umana o lo giustifico con motivi esistenti in me, questo amore è definitivamente perduto e fallito e la via per il contraccambio è tagliata. Il vero amore è sempre incomprensibile e solo in quanto tale è dono.

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna




PDF H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna








H. u. Von Balthasar. Maria nel nardo dà il tutto che possiede, ovvero se stessa

Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e la casa si riempì del profumo dell’unguento ». Improvvisamente Maria interrompe questa comune festa tra amici. Essa esce dalla sua contemplazione per porre un'azione che non è comune, di tutti i giorni, ma un'azione del puro servizio, prestato non ad uomini ma a Dio.

Questo servizio non è in linea col servizio di Marta, la quale provvede al corporale. Infatti, Maria provvede ora al compimento di qualcosa che è promesso, Provvede a ciò con la sicurezza dei contemplativi. Essa compie qualcosa che a tutti coloro che non sono contemplativi, appare del tutto sconnesso e discontinuo,; e infatti la connessione del suo gesto risulta unicamente all'interno della contemplazione del Signore. Se prima, quando sedeva ai suoi piedi, si trovava in mezzo alla corrente del suo amore, piangendo dall’amore per l'amore, essa si trova ora nel medesimo amore, ma qui questa corrente, che va dal Padre al Padre, si apre un letto nuovo, attende un impulso nuovo, impulso che il Figlio in quanto uomo deve ricevere dall'uomo-Maria all'interno della vita della contemplazione. La contemplazione della croce deve e sere messa in azione dalla contemplazione di Maria mediante l'atto dell'unzione che nasce da essa.

Qui viene mostrato un nuovo volto dell'amore. Maria aveva scelto la parte migliore, desiderando vivere unicamente dell'amore dei Signore che liberamente dispone. E adesso, dalla sua prima scelta lei sceglie ancora una volta la parte migliore, dirigendo con decisione l'amore del Figlio, amore che lo ha fatto diventare uomo, sulla strada del suo ritorno al Padre.

Ascoltando le parole,di Gesù, essa è stata introdotta a tal punto nei divini misteri trinitari che adesso riceve come direttamente dal Padre la sua direttiva per l'azione, per agire nel nome del Padre nel Figlio, per presentare in modo nuovo al Padre il Figlio nel sua missione, così come il Figlio le aveva già mostrato il Padre e lo Spirito all'interno della sua scelta d'amore. In lei il lasciare-disporre è progredito a tal punto che adesso, superando il Figlio, lascia che avvenga in se stessa la volontà del Padre, per far nuovamente risplendere da qui il centro del Figlio. E’ un modo nuovo della rivelazione della vita consustanziale, trinitaria, nel mondo. Ciò che una divina persona dispone è proprio quello che l'altra si aspetta, anche se non lo esprime direttamente.

Ora Maria porta il nardo e con esso cosparge i piedi di Gesù. Come prima sedeva ai piedi di Gesù, così ora rivolge il suo gesto ai piedi. Ha bisogno per far questo di profumo vero, prezioso, nel quale viene simboleggiato tutto il prezzo che possiede per Dio l'anima donata a Dio. Il Signore conduce una vita di povertà, eppure le sue esigenze non sono quelle della povertà. A meno che povertà non significhi: tutto! subito! Vi è una liberalità che appartiene alla povertà cristiana. Il ricco non viene a capo dei dare - se vuole dare -, egli possiede tanto, una cosa fa vedere l'altra che si potrebbe ancora dare. I suoi giorni non so come non bastano per offrire al Signore tutti i suoi beni... Il povero, che non ha nulla o quasi nulla, è ben presto al termine del suo dare. Se vuole dare, deve dare subito tutto. Possiede così poco che non vale la pena suddividerlo. Il poco però che egli ha e dà, possiede per il Signore il profumo del prezioso nardo. Infatti, esso possiede il profumo del tutto. Una sola cosa è necessaria. Maria dà questa sola cosa, il tutto che possiede, se stessa; sotto la figura del nardo vi è anche tutto quello che lei ha, è qualcosa di prezioso, simboleggia tutto il possesso.