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Luigi Negri. L'IMMAGINE DEL PRESBITERO NELLE LETTERE DEL GIOVEDI SANTO
Il magistero del giovedì santo è un magistero «profondamente commosso», perché nasce e si costituisce nello spazio di una intensa contemplazione del mistero di Cristo nell'evento pasquale; è un annuale ritrovarsi con Cristo per ritrovare, a una profondità sempre più grande, la propria vocazione e la propria identità. « ... Il Giovedì Santo noi, ministri della nuova alleanza, ci uníamo insieme con i Vescovi nelle cattedrali delle nostre Chiese, ci uniamo dinanzi a Cristo, unica ed eterna fonte del nostro sacerdozio. in questa unione del Giovedì Santo noi ritroviamo Lui e contemporaneamente per Lui, con Lui ed in Lui, ritroviamo noi stessi... » (1983).Tentiamo ora di raccogliere in modo necessariamente sintetico le linee fondamentali dell'identità, della spiritualità e della missione del presbitero: dal mistero della redenzione di Cristo nasce il popolo nuovo chiamato a partecipare, per l'effusìone dello Spirito, della stessa vita divina e a vivere nella storia la missione di Gesù Cristo. In questo consiste il sacerdozio regale del popolo di Dio: ma perché tale sacerdozio regale possa generarsi, essere rigenerato e attuato nel cuore del cristiano è necessario il sacerdozìo gerarchico e ministeriale.... Il Sacerdozio meditante al quale partecipiamo attraverso il Sacramento dell'Ordine, che è stato per sempre impresso nelle nostre anime per mezzo di un segno particolare di Dio, cioè il carattere, rimane in esplicìta relazione con il sacerdozio comune dei fedeli e, in pari tempo, differisce da esso essenzialmente e non solo di grado... (1979).... il Giovedì Santo è ogni anno il giorno della nascita dell'Eucaristia ed al tempo stesso il Natale del nostro sacerdozio, il quale è innanzitutto ministeriale ed è nel contempo gerarchico. £ minìsterìale, perché in virtù dell'Ordine Sacro esercitiamo nella Chìesa quel servizio che è dato di compìere solo ai sacerdoti, prima di tutto il servìzio dell'Eucarisfia. J~_ anche gem1rarchico, perché questo servizio ci permette, servendo, di guidare pasteffelmente le singole comunità dei Popolo di Dio... (1985).Il sacerdozio è tutto al servizio di questa vita, le rende testimonianza medìante fi servizio della Parola, la genera, la rigenera e moltiplica mediante il servizio dei sacramenti. Il sacerdote stesso prima di tutto vive di questa vita, la quale è la più profonda fonte della sua maturità ed è anche la garanzia della fecondità spirituale di tutto il suo servizio! (1991).Chiamato nella Chiesa dallo Spirito per stare dì fronte alla Chiesa, come ci ricorda la Pastores dabo vobis, il presbitero è chiamato ìnnanzitutto a vivere questa ontologia nuova della sua vita, appartenendo incondizionatamente a Cristo, assimilandone nell'imitazione i criteri fondamentali di giudizio e A movimento fondamentale del cuore che è la carità. La preghiera del sacerdote, nelle sue varie forme, coinvolge totalmente il cuore dell'esistenza sacerdotale con la presenza del Signore ed eleva quotidianamente l'esistenza dei sacerdote alla grandezza e dignità inconcepibìli contenute dal sì di Simon Pìetro: « Signore, tu lo sai che ti amo». La fedeltà del presbitero alla preghiera riscopre e approfondisce quotidianamente il livello più profondo dell'appartenenza alla vita del Signore, crocifisso e risorto, che è l'impegno di fedeltà al celibato, in funzione di Cristo, del regno di Dio e della missione della Chiesa (cfr. 1979).Da questa ontologia nuova e vìssuta personalmente con integrale dedizione al mistero di Cristo presente nasce la carità pastorale, l'amore intenso ai cristiani perché fl popolo di Dio esiste obiettivamente!……attraverso la celebrazione dei sacramenti, primo fra tutti quello dell'eucaristia, che il popolo cristiano viene continuamente generato, rigenerato ed educato alla sua missione.Con una opportuna serie di iniziative catechetiche questo popolo cristiano deve essere aiutato a prendere coscienza sempre più profonda della definitivìtà dei dono della fede e aiutato a vivere in pienezza quella identità umana nuova che deve essere testimoniata davanti a tutti gli uomini, e in cui consiste la missione della Chiesa.Pertanto occorre che il presbitero formi nel popolo cristiano una mentalità nuova, « ... quella certezza della fede, dalla quale derivano la profonda comprensione del senso dell'esistenza umana e la capaci tà di introdurre l'ordine morale nella vita degli individui e de li ambienti umani... » (1979). Questa capacità di mentalità nuova si esprime nella storia come carità nella tensione a un inesorabile annunzio di Cristo che rende dignitoso e meritorio ogni particolare e ogni gesto dell'esistenza umana.Il presbitero, che vive la vita nuova di Cristo in lui, è strumento di comunicazione di tale vita da parte dello Spirito, ed è in funzione attiva della maturazione nel popolo di questa vita.Questo dramma dell'amore a Cristo e dell'amore ai fratelli si svolge nell'orizzonte del riferimento alla madre del Signore. La brevità del tempo ci impedisce di riferire per esteso i brani bellissimi della lettera del giovedì santo del 1988; basti questo: « ... parlando dall'alto della croce sul Golgota, Cristo disse al discepolo:‑‑‑Ecco tua madre"; ed il discepolo la prese in casa come sua madre. Introduciamo anche noi Maria come madre nella casa interiore del nostro sacerdozio... ».Permettetemi di concludere questa comunicazione rileggendo per voi un breve stralcio di una delle pagine più alte dell'intero magistero di Giovanni Paolo 11, tratta dal numero 10 della Redemptor hominis: « ... In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell'uomo si chiama Vangelo, cioè buona novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della Chiesa nel mondo anche, e forse di più ancora, nel mondo contemporaneo ( ... ).Compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della redenzione che avviene in Cristo Gesù... ».Perché questo stupore divenga missione umana e perciò storica è necessario l'ordine sacro: qui sta tutta la dignità, la grandezza, il sacrificio, la gioia del nostro servizio sacerdotale.
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IL SACERDOZIO MINISTERIALE IN ALCUNI PADRI DELLA CHIESA
Istanze formative tra Antiochia e Alessandria (II-IV secolo)Enrico dal Covolo
1. Introduzione
In questo contributo mi propongo di illustrare alcuni testi patristici relativi all'identità e alla formazione dei ministri ordinati. Mi limito di necessità a qualche esempio, fra i tanti possibili, riferendomi prima alla "tradizione antiochena" e poi alla "tradizione alessandrina".
Si tratta di una scelta che mette un po' d'ordine nell'esposizione, e che d'altra parte aiuta a superare l'immagine di una "teologia dei Padri" rigida e compatta come un monolite. Di fatto la varietà delle antiche "scuole" di Antiochia, di Alessandria, di Edessa... e delle rispettive radici storico-culturali determina nei testi patristici posizioni e sensibilità differenti.
Sono ben noti gli orientamenti delle antiche tradizioni di Antiochia e di Alessandria.
Da una parte Antiochia sembra incarnare le caratteristiche più evidenti del cosiddetto "materialismo" asiatico, sostenitore della lettera in esegesi e dell'umanità del Figlio in cristologia; mentre Alessandria pare accogliere le due istanze - rispettivamente complementari - dell'allegoria in esegesi e della divinità del Verbo in cristologia.
2. La tradizione antiochena: da Ignazio a Giovanni Crisostomo
2.1. Dalle Lettere di Ignazio (+ 107)Lettere
E' invalso l'uso di considerare Luciano, maestro di Ario, come il capostipite della "scuola" di Antiochia.
Ma già Ignazio nella prima metà del II secolo ne anticipava alcuni tratti caratteristici, soprattutto nello spiccato realismo dei suoi riferimenti all'umanità di Cristo. Egli "è realmente dalla stirpe di Davide", scrive Ignazio agli Smirnesi, "realmente è nato da una vergine..., realmente fu inchiodato per noi".
Ignazio impiega lo stesso realismo anche quando si riferisce alla Chiesa. In particolare egli allude più volte alla gerarchia ecclesiastica, parlando dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi.
"E' bene per voi", scrive agli Efesini, "procedere insieme d'accordo col pensiero del vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro presbiterio, giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio nell'unità, cantiate ad una sola voce". E dopo aver raccomandato agli Smirnesi di non "intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza il vescovo", confida a Policarpo: "Io offro la mia vita per quelli che sono sottomessi al vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme, dormite e vegliate insieme come amministratori di Dio, suoi assessori e servi. Cercate di piacere a colui per il quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di voi sia trovato disertore. Il vostro battesimo rimanga come uno scudo, la fede come un elmo, la carità come una lancia, la pazienza come un'armatura".
Complessivamente si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici dell'esperienza cristiana: senz'altro la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, di cui abbiamo fatto cenno, ma anche l'unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo.
Di conseguenza, non esiste la possibilità di un'opposizione dei ruoli. Al contrario, l'insistenza sulla comunione e sulla reciprocità dei credenti, continuamente riformulata attraverso immagini e analogie (la cetra, le corde, l'intonazione, il concerto...), appare come il risvolto consapevole della comune identità dei fedeli, a prescindere dal fatto che essi siano ministri ordinati o meno.
D'altra parte, è evidente la responsabilità peculiare dei diaconi, dei presbiteri e dei vescovi nell'edificazione della comunità.
Vale anzitutto per loro l'invito all'amore e all'unità. "Siate una cosa sola", scrive Ignazio ai Magnesi riprendendo la preghiera di Gesù nell'ultima cena: "Un'unica supplica, un'unica mente, un'unica speranza nell'amore... Accorrete tutti a Gesù Cristo come all'unico tempio di Dio, come all'unico altare: egli è uno, e procedendo dall'unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell'unità".
Ignazio non esplicita le istanze formative in rapporto ai ministri sacri, ma esse non sono per questo meno evidenti. Si veda per esempio il passo della Lettera ai Tralliani nel quale il vescovo, raccogliendo l'insegnamento di Atti 6, spiega con franchezza: "I diaconi, che sono al servizio dei misteri di Gesù Cristo, devono cercare di piacere in ogni maniera a tutti. Essi non sono (semplici) servi di cibi e di bevande, ma sono servitori (hyperetai: letteralmente "rematori") della Chiesa e di Dio. Si guardino perciò da ogni biasimo come dal fuoco".
Si può confrontare utilmente questo passo di Ignazio con l'identikit del diacono che emerge dal racconto degli Atti.
I diaconi, vi si dice, sono uomini "di buona reputazione", o meglio "gente di provata testimonianza" (martyroumenoi: Atti 6,3). Come si può vedere, la parola usata si collega con il termine "martire". Potremmo dire che il diacono deve comunque essere un "martire", nel senso che la testimonianza della sua diaconia non può mai arretrare, a costo - se necessario - della vita stessa. Non a caso Stefano, che è il primo dei "sette", è anche il primo martire. Proprio in questo senso Ignazio intende dire che i diaconi sono radicalmente "servi", incatenati ai banchi dei galeotti, "rematori" della Chiesa e di Dio.
In secondo luogo, stando agli Atti, il diacono dev'essere "pieno di Spirito e di saggezza" (6,3). Si tratta di una saggezza che viene da Dio: è la "sapienza dello Spirito", che chiede profonda intimità con il Signore. Dunque, il servizio della carità - il cosiddetto "servizio delle mense", per il quale i diaconi sono ordinati - presuppone pur sempre il primato della dimensione spirituale nella loro vita.
Per tornare alle parole di Ignazio, essi non sono dei semplici distributori di cibi e di bevande, ma sono al servizio dei misteri di Gesù. Se un ministro non si forma nella contemplazione dei santi misteri di Cristo, sino a raggiungere "l'unità" con lui, non può esercitare il ministero autentico della carità e non "rema", cioè non "spinge avanti" la Chiesa di Dio.
2.2. Giovanni Crisostomo (+ 407)
Trascorro ora a un altro Padre antiocheno, misticamente innamorato del sacerdozio.
Vorrei anzitutto richiamare la figura del Crisostomo come quella di un testimone, di un pastore "colto sulla breccia" del suo ministero.
Mi riferisco per questo alle celebri Omelie su Matteo, e al modo in cui il Crisostomo affrontava pastoralmente problemi scottanti, come quello della ricchezza e della povertà nella comunità cristiana di Antiochia.
Come è noto, le Omelie del Crisostomo Sul vangelo di Matteo costituiscono per noi il più antico commento completo al primo vangelo. Rappresentano altresì una significativa testimonianza di quell'attività omiletica che avrebbe assicurato al Crisostomo il massimo riconoscimento tra gli oratori ecclesiastici. Risalgono agli anni fra il 386 e il 397 - vale a dire tra l'ordinazione sacerdotale in Antiochia e l'elezione alla cattedra patriarcale di Costantinopoli -, periodo in cui il Crisostomo fu chiamato a svolgere diversi incarichi di predicazione nelle più importanti chiese antiochene. Questi incarichi riuscivano particolarmente congeniali a Giovanni che, dopo un'esperienza monastica ed eremitica, aveva abbracciato il sacerdozio per un'irresistibile vocazione pastorale, e che specialmente attraverso la predicazione delle Scritture puntava a realizzare tale vocazione: coerentemente la sua predicazione e la sua esegesi - fedeli ai fondamentali indirizzi della "scuola antiochena" - paiono singolarmente sensibili alle condizioni concrete, ai problemi e alle necessità anche materiali dei destinatari.
In particolare - nell'Antiochia della seconda metà del quarto secolo, dove enormi erano le sperequazioni sociali ed economiche, a causa delle guerre, del latifondismo, del capitalismo, dell'iniquo regime fiscale... - il Crisostomo è continuamente stimolato a trattare i molteplici problemi sollevati dalla compresenza di ricchi e poveri all'interno della comunità: si pensi che nelle sole omelie Sul vangelo di Matteo il tema ricorre non meno di cento volte!
Ebbene, vogliamo ascoltare "il pastore sulla breccia" leggendo qualche passo della sua cinquantesima omelia Sul vangelo di Matteo.
Complessivamente l'omelia commenta la pericope conclusiva di Matteo 14: ma l'estremo versetto del capitolo - dove si legge che gli abitanti di Genesaret portarono a Gesù i loro malati "e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello" (Matteo 14,36) - consente al Crisostomo un ampliamento parenetico sostanzialmente autonomo, che occupa da solo la seconda metà dell'omelia.
L'ampliamento si giustifica grazie al contesto della liturgia eucaristica, in cui l'omelia si colloca: "Tocchiamo anche noi il lembo del suo mantello", invita il Crisostomo; "anzi, se vogliamo, noi abbiamo il Cristo tutto intero. Il suo corpo infatti è ora qui dinanzi a noi". E prosegue: "Credete che anche ora c'è quella mensa, alla quale anche Gesù sedette".
Secondo il Crisostomo, tale certezza di fede interpella in modo decisivo la responsabilità dei fedeli, poiché la partecipazione alla mensa del Signore non consente incoerenze di sorta: "Che nessun Giuda si accosti alla tavola!", esclama l'omileta. E non è un criterio sufficiente di dignità quello di presentarsi alla mensa con vasi d'oro: "Non era d'argento quella mensa, né d'oro il calice dal quale il Cristo diede il suo sangue ai discepoli... Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che egli sia nudo: e non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, per poi tollerare, fuori di qui, che egli stesso muoia per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", ha detto anche: "Mi avete visto affamato, e non mi avete nutrito"; e: "Quello che non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l'avete fatto a me". Impariamo dunque ad essere saggi, e ad onorare il Cristo come egli vuole, spendendo le ricchezze per i poveri. Dio non ha bisogno di suppellettili d'oro, ma di anime d'oro. Che vantaggio c'è se la sua mensa è piena di calici d'oro, quando egli stesso muore di fame? Prima sazia lui affamato, e allora con il superfluo ornerai la sua mensa!".
Le espressioni citate sono sufficienti per dimostrare la piena identificazione del Cristo con l'indigente. Il Crisostomo infatti è ben consapevole che, prima di qualunque precisazione ulteriore, vale la dichiarazione di principio: chi serve il povero serve Cristo, chi rifiuta il povero rifiuta Cristo. Su questo saremo giudicati (Matteo 25,31-46). Ma il Crisostomo è altrettanto consapevole che questo amore del prossimo - per essere realmente quello di Gesù - deve alimentarsi alla comunione con Dio, al suo amore per noi.
Nella sua predicazione il vescovo sottolinea con insistenza l'intimo rapporto tra il comandamento dell'amore e la vita di Dio. L'autentico testimone della carità deve poter dire, insieme all'apostolo Giovanni: "Ciò che noi abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi!" (1 Giovanni 1-4).
In altri termini, per crescere nella carità autentica, i fedeli, e a maggior ragione i ministri ordinati, devono conoscere Gesù, entrare in profonda intimità con lui.
Ancora una volta, il discorso ritorna alla "dimensione contemplativa" del presbitero e alla qualità del suo incontro con il Signore nella Parola e nei sacramenti.
In questa stessa prospettiva può essere letto anche il famoso Dialogo con Basilio, composto ad Antiochia intorno al 390, là dove Giovanni Crisostomo parla dell'"esempio" e della "parola" come farmaci del presbitero: "Quelli che curano i corpi degli uomini", scrive, "hanno a disposizione una quantità di farmaci... Nel nostro caso, oltre all'esempio, non c'è altro strumento o altro metodo di cura al di fuori dell'insegnamento che si attua con la parola".
Nel medesimo Dialogo il Crisostomo parla del sacerdozio come di "una vita fatta di coraggio e dedizione", perché il ministero del (vero) pastore non conosce i confini angusti del tornaconto personale, ma ridonda a vantaggio di tutto il gregge.
Per il Crisostomo, proprio la cura del gregge è il "segno dell'amore", è la prova concreta che il ministro ama veramente il Signore: "Se mi ami, pasci le mie pecore...".
In quell'occasione, osserva il Crisostomo, il maestro chiese al discepolo se lo amava non per saperlo lui stesso: perché mai avrebbe dovuto farlo, lui che scruta e conosce il cuore di tutti? Neppure "intendeva dimostrare a noi quanto Pietro lo amasse: questo ci era già noto da molti altri fatti; ma voleva dimostrare quanto lui (il Signore) amasse la sua Chiesa, e insegnare a Pietro e a tutti noi quanta cura dovessimo profondere in quest'opera".
E proprio qui risiede l'incolmabile differenza tra il "mercenario" e il "pastore": "il buon Pastore dà la vita per le sue pecore" (Giovanni 10,11).
2.3. Conclusioni provvisorie
Si ha l'impressione che sia Ignazio sia Giovanni insistano di più sull'identità e sulla missione del presbitero che non sull'itinerario della sua formazione. Nella massima parte dei casi, infatti, le istanze formative restano solo implicite.
In tutti e due i Padri, comunque, abbiamo potuto rilevare una forte sottolineatura sulla necessaria unità del presbitero con Cristo.
Per entrambi gli Antiocheni, inoltre, unità perfetta con Cristo e dedizione totale al gregge non appaiono semplicemente due caratteristiche costitutive del presbitero (alle quali, di conseguenza, andrà costantemente orientato ogni itinerario di formazione sacerdotale). Esse costituiscono un'unica realtà. Sono come le due facce di una stessa medaglia. L'una invera l'altra, e non si dovrebbe dare il caso di un sacerdote che abbia l'una senza l'altra. Per il presbitero la dedizione totale al gregge è il segno della sua unità con Cristo; d'altra parte la piena dedizione al gregge lo impegna "ad accorrere" continuamente "a Gesù Cristo come all'unico tempio di Dio, come all'unico altare".
In ultima analisi, il "realismo" dei Padri antiocheni invita il presbitero a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo (intimità, unione con lui) e dedizione pastorale (missione, servizio alla Chiesa e al mondo), fino a che attraverso una dimensione parli l'altra, e i ministri non si riducano mai a "semplici distributori", ma siano "autentici testimoni" dei misteri di Cristo e della sua Chiesa.
3. La tradizione alessandrina: Origene
Trascorro finalmente alla cosiddetta "tradizione alessandrina". Abbiamo già notato che Alessandria sembra accogliere due istanze complementari rispetto alla tradizione antiochena, vale a dire l'allegoria in esegesi e la valorizzazione della divinità del Verbo in cristologia. Più in generale, Alessandria è ben distante dal cosiddetto "materialismo" asiatico, di cui parlavamo all'inizio: questo appare evidente anche in ambito ecclesiologico e, in particolare, nella concezione del ministero ordinato.
Per illustrare gli orientamenti alessandrini sul tema della formazione sacerdotale, mi limito a un solo esempio, peraltro molto rappresentativo: mi riferisco a Origene, soprattutto alle sue Omelie sul Levitico, pronunciate a Cesarea di Palestina tra il 239 e il 242. Siamo ormai a qualche anno dalla grave crisi che - a causa dell'ordinazione sacerdotale, conferitagli intorno al 231 dal vescovo di Cesarea, all'insaputa di quello di Alessandria - oppose Origene e il suo ordinario, il vescovo Demetrio. La crisi restò aperta, e causò appunto il trasferimento di Origene a Cesarea.
3.1. Origene (+ 254)
Bisogna riconoscere anzitutto che Origene, da buon alessandrino, è più interessato a contemplare la Chiesa nel suo aspetto spirituale, come mistico Corpo di Cristo, che non nel suo aspetto visibile.
Così Origene è più attento alla cosiddetta "gerarchia della santità", in rapporto a un cammino incessante di perfezione proposto a ogni cristiano, che non alla "gerarchia visibile".
Di conseguenza, l'Alessandrino si riferisce più spesso al sacerdozio comune dei fedeli e alle sue caratteristiche, che non al sacerdozio gerarchico.
In ogni caso, seguendo il discorso di Origene sull'uno e sull'altro argomento, non sarà difficile ricavare alcune indicazioni sull'itinerario di formazione dei presbiteri.
3.1.1. Sacerdozio dei fedeli e condizioni per il suo esercizio
Una lunga serie di testi origeniani intende illustrare le condizioni richieste per l'esercizio del sacerdozio comune.
Nella nona Omelia sul Levitico Origene - riferendosi al divieto fatto ad Aronne, dopo la morte dei suoi due figli, di entrare nel sancta sanctorum "in qualunque tempo" (Levitico 16,2) - ammonisce: "Da ciò si dimostra che se uno entra a qualunque ora nel santuario, senza la dovuta preparazione, non rivestito degli indumenti pontificali, senza aver preparato le offerte prescritte ed essersi reso Dio propizio, morirà... Questo discorso riguarda tutti noi: si riferisce a tutti, ciò che qui dice la legge. Ordina infatti che sappiamo come accedere all'altare di Dio. O non sai che anche a te, cioè a tutta la Chiesa di Dio e al popolo dei credenti, è stato conferito il sacerdozio? Ascolta come Pietro parla dei fedeli: "Stirpe eletta", dice, "regale, sacerdotale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato". Tu dunque hai il sacerdozio perché sei "stirpe sacerdotale", e perciò devi offrire a Dio il sacrificio della lode, sacrificio di orazioni, sacrificio di misericordia, sacrificio di purezza, sacrificio di giustizia, sacrificio di santità. Ma perché tu possa offrire degnamente queste cose, hai bisogno di indumenti puri e distinti dagli indumenti comuni agli altri uomini, e ti è necessario il fuoco divino - non uno estraneo a Dio, ma quello che da Dio è dato agli uomini -, del quale il Figlio di Dio dice: "Sono venuto per mandare il fuoco sulla terra"".
Ancora nella quarta Omelia, prendendo lo spunto dalla legislazione levitica secondo cui il fuoco per l'olocausto doveva ardere perennemente sull'altare (Levitico 6,8-13), Origene apostrofa così i suoi fedeli: "Ascolta: deve sempre esserci il fuoco sull'altare. E tu, se vuoi essere sacerdote di Dio - come sta scritto: "Voi tutti sarete sacerdoti del Signore", e a te è detto: "Stirpe eletta, sacerdozio regale, popolo che Dio si è acquistato" -; se vuoi esercitare il sacerdozio della tua anima, non lasciare mai che si allontani il fuoco dal tuo altare".
Come si vede, l'Alessandrino allude alle condizioni interiori che rendono il fedele più o meno degno di esercitare il suo sacerdozio. Così infatti prosegue la stessa Omelia: "Ciò significa quello che il Signore comanda nei vangeli, che "siano i vostri fianchi cinti e le vostre lucerne accese". Dunque sia sempre acceso per te il fuoco della fede e la lucerna della scienza".
In definitiva, da una parte i "fianchi cinti" e gli "indumenti sacerdotali", vale a dire la purezza e l'onestà della vita, dall'altra la "lucerna sempre accesa", cioè la fede e la scienza delle scritture, si configurano precisamente come le condizioni indispensabili per l'esercizio del sacerdozio comune.
A maggior ragione lo sono, evidentemente, per l'esercizio del sacerdozio ministeriale: potremmo dire anzi che nel pensiero origeniano esse costituiscono le "pietre miliari" della formazione presbiterale. Ma su questo discorso torneremo nelle conclusioni.
3.1.2. Sacerdozio dei fedeli e accoglienza della parola
Piuttosto che sui "fianchi cinti", Origene insiste maggiormente sulla "lucerna accesa", cioè sull'accoglienza e sullo studio della parola di Dio.
"Gerico crolla sotto le trombe dei sacerdoti", esordisce l'Alessandrino nella settima Omelia su Giosuè; e commenta, poco oltre: "Tu hai in te Giosué [= Gesù] come guida grazie alla fede. Se sei sacerdote, costruisciti delle "trombe metalliche" (tubae ductiles); o meglio, poiché sei sacerdote - infatti sei "stirpe regale", e di te è detto che sei "sacerdozio santo" -, costruisciti "trombe metalliche" dalle sacre scritture, di qui ricava (duc) i veri significati, di qui i tuoi discorsi; proprio per questo infatti esse si chiamano tubae ductiles. In esse canta, cioè canta con salmi, inni e cantici spirituali, canta con i simboli dei profeti, con i misteri della legge, con la dottrina degli apostoli".
Stando alla terza Omelia sulla Genesi, il "popolo eletto che Dio si è acquistato" deve accogliere nelle proprie orecchie la degna circoncisione della parola di Dio: "Voi, popolo di Dio", afferma Origene, ""popolo scelto in possesso per narrare le virtù del Signore", accogliete la degna circoncisione del verbo di Dio nelle vostre orecchie e sulle vostre labbra e nel cuore e sul prepuzio della vostra carne, e in generale in tutte le vostre membra".
"Tu, popolo di Dio", aggiunge ancora Origene in altro contesto, "sei convocato ad ascoltare la parola di Dio, e non come plebs, ma come rex. A te infatti è detto: "Stirpe regale e sacerdotale, popolo che Dio si è scelto"".
L'accoglienza delle scritture è decisiva per una piena partecipazione alla "stirpe sacerdotale". Interpretando allegoricamente Ezechiele 17, Origene illustra ai suoi fedeli due possibilità, fra loro contrapposte: l'alleanza con Nabucodonosor - segnata dalla maledizione e dall'esilio -, caratteristica di chi rifiuta la parola; oppure l'alleanza con Dio, la cui tessera distintiva è precisamente l'accoglienza delle scritture. A questa alleanza segue la benedizione e la promessa: così "noi tutti, che abbiamo accolto la parola di Dio, siamo regium semen", dichiara Origene nella dodicesima Omelia su Ezechiele. "Infatti siamo chiamati "stirpe eletta e regale sacerdozio, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato"".
3.1.3. Sacerdozio dei fedeli e "gerarchia della santità"
Queste condizioni - di integra condotta di vita, ma soprattutto di accoglienza e di studio della parola - stabiliscono una vera e propria "gerarchia della santità" nel comune sacerdozio dei cristiani.
Per esempio, Origene pensa chiaramente a una "gerarchia di meriti spirituali", assai più che a una "gerarchia visibile", quando, concludendo nella quarta Omelia sui Numeri la spiegazione del censimento e degli uffici liturgici dei leviti (Numeri 4), afferma: "Poiché dunque è questo il modo con cui Dio dispensa i suoi misteri e regola il servizio degli oggetti sacri, dobbiamo mostrarci tali, che siamo resi degni del rango sacerdotale... Noi siamo infatti "nazione santa, sacerdozio regale, popolo di adozione", perché, rispondendo con i meriti della nostra vita alla grazia ricevuta, siamo ritenuti degni del sacro ministero".
Nell'Omelia successiva, la quinta sui Numeri, avventurandosi in un'ardita interpretazione del testo (Numeri 4,7-9), egli legge in modo allegorico i vari elementi che costituiscono la "tenda del convegno". Vi si può cogliere ancora qualche allusione alla "gerarchia della santità" quando l'omileta afferma che "ci sono in questa tenda", cioè nella Chiesa del Dio vivente, "dei personaggi più elevati in merito e superiori nella grazia". In ogni caso, tutti i fedeli nel loro insieme costituiscono il "resto", cioè il popolo dei santi che gli angeli portano sulle loro mani perché non inciampi nella pietra il loro piede, e possano entrare nel luogo della promessa. Nonostante le severe precauzioni levitiche, a ognuno di loro è lecito contemplare senza sacrilegio alcuni aspetti del mistero di Dio, perché tutti insieme sono chiamati "stirpe e sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato".
Sempre nelle Omelie sui Numeri si legge la celebre interpretazione origeniana del pozzo di Beer, "di cui il Signore disse a Mosé: "Raduna il popolo, e io gli darò dell'acqua". Allora Israele cantò questo canto: "Sgorga o pozzo: cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato, che i re del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni"" (Numeri 21,16-18). Origene vede in questo pozzo Gesù Cristo stesso, la fonte della parola, e nell'accenno ai principi e ai re del popolo i diversi gradi di profondità nella lettura e nell'interpretazione delle scritture. Se poi occorre distinguere tra principi e re, Origene propone di vedere nei principi i profeti, nei re gli apostoli. "Quanto al fatto che gli apostoli possano essere chiamati re", spiega l'Alessandrino, "lo si può facilmente ricavare da ciò che è detto di tutti i credenti: "Voi siete stirpe regale, sommo sacerdozio, nazione santa"".
Resta confermato in ogni caso che per Origene la gerarchia più vera è quella che si fonda sui vari livelli di accoglienza delle scritture, mentre rimane implicito - almeno nell'ultima Omelia citata - che il riferimento alla parola di Dio è indispensabile per l'esercizio del "regale sacerdozio" comune a tutti i fedeli.
3.1.4. "Gerarchia ministeriale"
Nelle sue omelie Origene si riferisce espressamente ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi. A suo parere, tale "gerarchia visibile" deve rappresentare agli occhi dei fedeli la "gerarchia invisibile" della santità. In altri termini, nella dottrina di Origene ordinazione ministeriale e santità devono procedere di pari passo.
Nella tredicesima Omelia sull'Esodo, illustrando il significato dell'ornamento dell'omerale, "simbolo delle buone azioni", Origene richiama i fedeli a un'intima coerenza tra i loro discorsi e le loro azioni. "Questo ornamento", conclude, "è cosa dei prìncipi, che hanno progredito fino al punto di meritare di presiedere ai popoli".
"I sacerdoti", scrive ancora nella sesta Omelia sul Levitico, "devono guardarsi nei precetti della legge divina come in uno specchio, e trarre da questo esame il grado del loro merito: se si trovano rivestiti degli indumenti pontificali..., se risulta a loro di essere all'altezza [della loro vocazione] nella scienza, negli atti, nella dottrina; allora possono ritenere di aver conseguito il sommo grado del sacerdozio non solo di nome, ma anche per il loro merito effettivo. Diversamente si considerino come a un grado inferiore, anche se hanno ricevuto di nome il primo grado".
Come si vede, una stima altissima nei confronti del sacerdozio ordinato rende Origene molto esigente, quasi radicale, nei confronti dei sacri ministri. Perciò egli mette in guardia chiunque dal precipitarsi "su quelle dignità, che vengono da Dio, e sulle presidenze e i ministeri della Chiesa". E nella seconda Omelia sui Numeri chiede con dolore: "Tu credi che quelli che hanno il titolo di sacerdoti, che si gloriano di appartenere all'ordine sacerdotale, camminino secondo il loro ordine, e facciano tutto quello che si conviene al loro ordine? Allo stesso modo, tu credi che i diaconi camminino secondo l'ordine del loro ministero? E da dove viene allora che si sente spesso la gente lamentarsi, e dire: "Guarda questo vescovo, questo prete, questo diacono..."? Non si dice forse perché si vede il prete o il ministro di Dio mancare ai doveri del suo ordine?".
Così nelle sue omelie egli non esita a rimproverare apertamente i difetti più vistosi dei sacerdoti del suo tempo. Ne emerge per noi un efficace ritratto "in negativo" sui pericoli da evitare nella formazione dei presbiteri.
Un punto debole dei preti è, a parere di Origene, la sete di danaro e di guadagni temporali; insomma - diremmo noi - la tentazione dell'imborghesimento e dell'orizzontalismo esasperato. Egli lamenta che i preti si lascino assorbire dalle preoccupazioni profane, e non domandino altro che trascorrere la vita presente "pensando agli affari del mondo, ai guadagni temporali e al buon cibo". E aggiunge, in altro contesto: "Tra noi ecclesiastici si troverà chi fa di tutto per soddisfare il suo ventre, per essere onorato e per ricevere a suo vantaggio le offerte destinate alla Chiesa. Ecco qui quelli che non parlano d'altro che del ventre, e che ricavano da lì tutte le loro parole...".
Origene rimprovera ai sacerdoti anche il "carrierismo", l'arroganza e la superbia. "Talvolta", osserva nella terza Omelia sul libro dei Giudici, "si trovano fra noi - che siamo posti come esempio di umiltà, e collocati intorno all'altare del Signore come specchio per quelli che ci guardano - si trovano alcuni uomini dai quali esala il vizio dell'arroganza. Così un odore ripugnante di orgoglio si espande dall'altare del Signore".. E prosegue altrove: "Quanti preti ordinati hanno dimenticato l'umiltà! Come se fossero stati ordinati proprio per cessare di essere umili!... Ti hanno stabilito come capo: non esaltarti, ma sii tra i tuoi come uno di loro. Bisogna che tu sia umile, bisogna che tu sia umiliato; bisogna fuggire la superbia, vertice di tutti i mali".
Altri peccati dei preti sono, secondo Origene, il disprezzo - o almeno una minore considerazione - degli umili e dei poveri, e nei rapporti con i fedeli una specie di "altalena" tra un'eccessiva severità e una non meno eccessiva indulgenza.
3.2. Conclusioni provvisorie
Se raccogliamo le indicazioni che Origene fornisce sul sacerdozio comune e su quello gerarchico, possiamo ricavare il seguente itinerario di formazione presbiterale.
La "tessera" per accedere a questo itinerario è la "lucerna accesa", cioè l'ascolto della parola. Altra condizione indispensabile sono "i fianchi cinti" e gli "indumenti sacerdotali", ossia una vita integra e pura: riguardo a questo, i ministri ordinati dovranno guardarsi soprattutto dalle tentazioni dell'imborghesimento, della superbia, della minor considerazione dei poveri, della severità eccessiva e del lassismo. Ciò che è richiesto ai sacerdoti è dunque la radicale obbedienza al Signore e alla sua parola, il distacco dallo spirito del mondo, la piena fraternità con il popolo, la dedizione e il servizio. Il vertice del cammino di perfezione - cioè il punto d'arrivo dell'itinerario di formazione sacerdotale, visto che "gerarchia della santità" e "gerarchia ministeriale" devono identificarsi - è per Origene il martirio. è la "lucerna accesa", cioè l'ascolto della parola. sono "i fianchi cinti" e gli "indumenti sacerdotali", ossia una vita integra e pura: riguardo a questo, i ministri ordinati dovranno guardarsi soprattutto dalle tentazioni dell'imborghesimento, della superbia, della minor considerazione dei poveri, della severità eccessiva e del lassismo. Ciò che è richiesto ai sacerdoti è dunque la radicale obbedienza al Signore e alla sua parola, il distacco dallo spirito del mondo, la piena fraternità con il popolo, la dedizione e il servizio. Il vertice del cammino di perfezione - cioè , visto che "gerarchia della santità" e "gerarchia ministeriale" devono identificarsi - è per Origene il martirio.
Nella nona Omelia sul Levitico - alludendo al "fuoco per l'olocausto", cioè alla fede e alla scienza delle scritture, che mai deve spegnersi sull'altare di chi esercita il sacerdozio - l'Alessandrino aggiunge: "Ma ognuno di noi ha in sé" non soltanto il fuoco; ha "anche l'olocausto, e dal suo olocausto accende l'altare, perché arda sempre. Io, se rinuncio a tutto ciò che possiedo e prendo la mia croce e seguo Cristo, offro il mio olocausto sull'altare di Dio; e se consegnerò il mio corpo perché arda, avendo la carità, e conseguirò la gloria del martirio, offro il mio olocausto sull'altare di Dio".
Sono espressioni che rivelano tutta la nostalgia di Origene per il battesimo di sangue. Nella settima Omelia sui Giudici - che risale forse agli anni di Filippo l'Arabo (244-249), quando sembrava ormai sfumata l'eventualità di una testimonianza cruenta - egli esclama: "Se Dio mi concedesse di essere lavato nel mio proprio sangue, così da ricevere il secondo battesimo avendo accettato la morte per Cristo, mi allontanerei sicuro da questo mondo... Ma sono beati coloro che meritano queste cose".
4. Conclusioni
Concludo svolgendo ancora un'osservazione d'insieme sull'itinerario origeniano della formazione sacerdotale.
Non si può sfuggire all'impressione che in questo, come in altri ambiti, la posizione di Origene sia molto esigente, quando non radicale.
In ogni caso la sua riflessione sul sacerdozio (come anche quella di altri maestri alessandrini: si veda al riguardo Clemente Alessandrino), pur collegando saldamente la "gerarchia ministeriale" con la "gerarchia della santità", non presenta mai il prete come una specie di angelo: lo coglie piuttosto in un cammino molto concreto di ascesi quotidiana, in lotta con il peccato e con il male.
Tanto per fare un esempio, il progressivo distacco dal mondo che deve caratterizzare la formazione del sacerdote, non si traduce affatto nella ricerca affannosa di un luogo separato dal mondo, perché, scrive Origene nella dodicesima Omelia sul Levitico, "non è in un luogo che bisogna cercare il santuario, ma negli atti e nella vita e nei costumi. Se essi sono secondo Dio, se si conformano ai comandi di Dio, poco importa che tu sia in casa o in piazza; che dico "in piazza"? Poco importa perfino che tu ti trovi a teatro: se stai servendo il Verbo di Dio tu sei nel santuario, non avere alcun dubbio".
In definitiva la tradizione alessandrina - per una via forse inattesa, perché più "spirituale", e per certi aspetti "rigorista" -, arricchisce di concretezza l'immagine del pastore e le relative istanze di formazione, che già avevamo colto in Ignazio di Antiochia e in Giovanni Crisostomo.
Enrico dal Covolo
Sommario
Il contributo si propone di illustrare alcuni testi patristici relativi all'identità e alla formazione dei ministri ordinati, riferendosi prima alla "tradizione antiochena" e poi alla "tradizione alessandrina".
Da una parte Antiochia sembra incarnare le caratteristiche più evidenti del cosiddetto "materialismo" asiatico, sostenitore della lettera in esegesi e dell'umanità del Figlio in cristologia; mentre Alessandria pare accogliere le due istanze - rispettivamente complementari - dell'allegoria in esegesi e della divinità del Verbo in cristologia.
Anche dal punto di vista ecclesiologico, Ignazio e Crisostomo (i due autori scelti "a paradigma" della tradizione antiochena) sono più attenti alla "gerarchia ministeriale", rispetto per esempio a Origene (maestro della tradizione alessandrina), che si manifesta molto più interessato alla "gerarchia della santità".
Non si può sfuggire all'impressione che in questo, come in altri ambiti, la posizione di Origene sia molto esigente, quando non radicale. In ogni caso la sua riflessione sul sacerdozio (come anche quella di altri maestri alessandrini: si veda al riguardo Clemente Alessandrino), pur collegando saldamente la "gerarchia ministeriale" con la "gerarchia della perfezione", non presenta mai il prete come una specie di angelo: lo coglie piuttosto in un cammino molto concreto di ascesi quotidiana, in lotta con il peccato e con il male.
In definitiva la tradizione alessandrina arricchisce di concretezza - per una via forse inattesa - l'immagine del pastore delineata da Ignazio di Antiochia e da Giovanni Crisostomo.
1. Introduzione
In questo contributo mi propongo di illustrare alcuni testi patristici relativi all'identità e alla formazione dei ministri ordinati. Mi limito di necessità a qualche esempio, fra i tanti possibili, riferendomi prima alla "tradizione antiochena" e poi alla "tradizione alessandrina".
Si tratta di una scelta che mette un po' d'ordine nell'esposizione, e che d'altra parte aiuta a superare l'immagine di una "teologia dei Padri" rigida e compatta come un monolite. Di fatto la varietà delle antiche "scuole" di Antiochia, di Alessandria, di Edessa... e delle rispettive radici storico-culturali determina nei testi patristici posizioni e sensibilità differenti.
Sono ben noti gli orientamenti delle antiche tradizioni di Antiochia e di Alessandria.
Da una parte Antiochia sembra incarnare le caratteristiche più evidenti del cosiddetto "materialismo" asiatico, sostenitore della lettera in esegesi e dell'umanità del Figlio in cristologia; mentre Alessandria pare accogliere le due istanze - rispettivamente complementari - dell'allegoria in esegesi e della divinità del Verbo in cristologia.
2. La tradizione antiochena: da Ignazio a Giovanni Crisostomo
2.1. Dalle Lettere di Ignazio (+ 107)Lettere
E' invalso l'uso di considerare Luciano, maestro di Ario, come il capostipite della "scuola" di Antiochia.
Ma già Ignazio nella prima metà del II secolo ne anticipava alcuni tratti caratteristici, soprattutto nello spiccato realismo dei suoi riferimenti all'umanità di Cristo. Egli "è realmente dalla stirpe di Davide", scrive Ignazio agli Smirnesi, "realmente è nato da una vergine..., realmente fu inchiodato per noi".
Ignazio impiega lo stesso realismo anche quando si riferisce alla Chiesa. In particolare egli allude più volte alla gerarchia ecclesiastica, parlando dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi.
"E' bene per voi", scrive agli Efesini, "procedere insieme d'accordo col pensiero del vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro presbiterio, giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio nell'unità, cantiate ad una sola voce". E dopo aver raccomandato agli Smirnesi di non "intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza il vescovo", confida a Policarpo: "Io offro la mia vita per quelli che sono sottomessi al vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme, dormite e vegliate insieme come amministratori di Dio, suoi assessori e servi. Cercate di piacere a colui per il quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di voi sia trovato disertore. Il vostro battesimo rimanga come uno scudo, la fede come un elmo, la carità come una lancia, la pazienza come un'armatura".
Complessivamente si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici dell'esperienza cristiana: senz'altro la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, di cui abbiamo fatto cenno, ma anche l'unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo.
Di conseguenza, non esiste la possibilità di un'opposizione dei ruoli. Al contrario, l'insistenza sulla comunione e sulla reciprocità dei credenti, continuamente riformulata attraverso immagini e analogie (la cetra, le corde, l'intonazione, il concerto...), appare come il risvolto consapevole della comune identità dei fedeli, a prescindere dal fatto che essi siano ministri ordinati o meno.
D'altra parte, è evidente la responsabilità peculiare dei diaconi, dei presbiteri e dei vescovi nell'edificazione della comunità.
Vale anzitutto per loro l'invito all'amore e all'unità. "Siate una cosa sola", scrive Ignazio ai Magnesi riprendendo la preghiera di Gesù nell'ultima cena: "Un'unica supplica, un'unica mente, un'unica speranza nell'amore... Accorrete tutti a Gesù Cristo come all'unico tempio di Dio, come all'unico altare: egli è uno, e procedendo dall'unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell'unità".
Ignazio non esplicita le istanze formative in rapporto ai ministri sacri, ma esse non sono per questo meno evidenti. Si veda per esempio il passo della Lettera ai Tralliani nel quale il vescovo, raccogliendo l'insegnamento di Atti 6, spiega con franchezza: "I diaconi, che sono al servizio dei misteri di Gesù Cristo, devono cercare di piacere in ogni maniera a tutti. Essi non sono (semplici) servi di cibi e di bevande, ma sono servitori (hyperetai: letteralmente "rematori") della Chiesa e di Dio. Si guardino perciò da ogni biasimo come dal fuoco".
Si può confrontare utilmente questo passo di Ignazio con l'identikit del diacono che emerge dal racconto degli Atti.
I diaconi, vi si dice, sono uomini "di buona reputazione", o meglio "gente di provata testimonianza" (martyroumenoi: Atti 6,3). Come si può vedere, la parola usata si collega con il termine "martire". Potremmo dire che il diacono deve comunque essere un "martire", nel senso che la testimonianza della sua diaconia non può mai arretrare, a costo - se necessario - della vita stessa. Non a caso Stefano, che è il primo dei "sette", è anche il primo martire. Proprio in questo senso Ignazio intende dire che i diaconi sono radicalmente "servi", incatenati ai banchi dei galeotti, "rematori" della Chiesa e di Dio.
In secondo luogo, stando agli Atti, il diacono dev'essere "pieno di Spirito e di saggezza" (6,3). Si tratta di una saggezza che viene da Dio: è la "sapienza dello Spirito", che chiede profonda intimità con il Signore. Dunque, il servizio della carità - il cosiddetto "servizio delle mense", per il quale i diaconi sono ordinati - presuppone pur sempre il primato della dimensione spirituale nella loro vita.
Per tornare alle parole di Ignazio, essi non sono dei semplici distributori di cibi e di bevande, ma sono al servizio dei misteri di Gesù. Se un ministro non si forma nella contemplazione dei santi misteri di Cristo, sino a raggiungere "l'unità" con lui, non può esercitare il ministero autentico della carità e non "rema", cioè non "spinge avanti" la Chiesa di Dio.
2.2. Giovanni Crisostomo (+ 407)
Trascorro ora a un altro Padre antiocheno, misticamente innamorato del sacerdozio.
Vorrei anzitutto richiamare la figura del Crisostomo come quella di un testimone, di un pastore "colto sulla breccia" del suo ministero.
Mi riferisco per questo alle celebri Omelie su Matteo, e al modo in cui il Crisostomo affrontava pastoralmente problemi scottanti, come quello della ricchezza e della povertà nella comunità cristiana di Antiochia.
Come è noto, le Omelie del Crisostomo Sul vangelo di Matteo costituiscono per noi il più antico commento completo al primo vangelo. Rappresentano altresì una significativa testimonianza di quell'attività omiletica che avrebbe assicurato al Crisostomo il massimo riconoscimento tra gli oratori ecclesiastici. Risalgono agli anni fra il 386 e il 397 - vale a dire tra l'ordinazione sacerdotale in Antiochia e l'elezione alla cattedra patriarcale di Costantinopoli -, periodo in cui il Crisostomo fu chiamato a svolgere diversi incarichi di predicazione nelle più importanti chiese antiochene. Questi incarichi riuscivano particolarmente congeniali a Giovanni che, dopo un'esperienza monastica ed eremitica, aveva abbracciato il sacerdozio per un'irresistibile vocazione pastorale, e che specialmente attraverso la predicazione delle Scritture puntava a realizzare tale vocazione: coerentemente la sua predicazione e la sua esegesi - fedeli ai fondamentali indirizzi della "scuola antiochena" - paiono singolarmente sensibili alle condizioni concrete, ai problemi e alle necessità anche materiali dei destinatari.
In particolare - nell'Antiochia della seconda metà del quarto secolo, dove enormi erano le sperequazioni sociali ed economiche, a causa delle guerre, del latifondismo, del capitalismo, dell'iniquo regime fiscale... - il Crisostomo è continuamente stimolato a trattare i molteplici problemi sollevati dalla compresenza di ricchi e poveri all'interno della comunità: si pensi che nelle sole omelie Sul vangelo di Matteo il tema ricorre non meno di cento volte!
Ebbene, vogliamo ascoltare "il pastore sulla breccia" leggendo qualche passo della sua cinquantesima omelia Sul vangelo di Matteo.
Complessivamente l'omelia commenta la pericope conclusiva di Matteo 14: ma l'estremo versetto del capitolo - dove si legge che gli abitanti di Genesaret portarono a Gesù i loro malati "e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello" (Matteo 14,36) - consente al Crisostomo un ampliamento parenetico sostanzialmente autonomo, che occupa da solo la seconda metà dell'omelia.
L'ampliamento si giustifica grazie al contesto della liturgia eucaristica, in cui l'omelia si colloca: "Tocchiamo anche noi il lembo del suo mantello", invita il Crisostomo; "anzi, se vogliamo, noi abbiamo il Cristo tutto intero. Il suo corpo infatti è ora qui dinanzi a noi". E prosegue: "Credete che anche ora c'è quella mensa, alla quale anche Gesù sedette".
Secondo il Crisostomo, tale certezza di fede interpella in modo decisivo la responsabilità dei fedeli, poiché la partecipazione alla mensa del Signore non consente incoerenze di sorta: "Che nessun Giuda si accosti alla tavola!", esclama l'omileta. E non è un criterio sufficiente di dignità quello di presentarsi alla mensa con vasi d'oro: "Non era d'argento quella mensa, né d'oro il calice dal quale il Cristo diede il suo sangue ai discepoli... Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che egli sia nudo: e non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, per poi tollerare, fuori di qui, che egli stesso muoia per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", ha detto anche: "Mi avete visto affamato, e non mi avete nutrito"; e: "Quello che non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l'avete fatto a me". Impariamo dunque ad essere saggi, e ad onorare il Cristo come egli vuole, spendendo le ricchezze per i poveri. Dio non ha bisogno di suppellettili d'oro, ma di anime d'oro. Che vantaggio c'è se la sua mensa è piena di calici d'oro, quando egli stesso muore di fame? Prima sazia lui affamato, e allora con il superfluo ornerai la sua mensa!".
Le espressioni citate sono sufficienti per dimostrare la piena identificazione del Cristo con l'indigente. Il Crisostomo infatti è ben consapevole che, prima di qualunque precisazione ulteriore, vale la dichiarazione di principio: chi serve il povero serve Cristo, chi rifiuta il povero rifiuta Cristo. Su questo saremo giudicati (Matteo 25,31-46). Ma il Crisostomo è altrettanto consapevole che questo amore del prossimo - per essere realmente quello di Gesù - deve alimentarsi alla comunione con Dio, al suo amore per noi.
Nella sua predicazione il vescovo sottolinea con insistenza l'intimo rapporto tra il comandamento dell'amore e la vita di Dio. L'autentico testimone della carità deve poter dire, insieme all'apostolo Giovanni: "Ciò che noi abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi!" (1 Giovanni 1-4).
In altri termini, per crescere nella carità autentica, i fedeli, e a maggior ragione i ministri ordinati, devono conoscere Gesù, entrare in profonda intimità con lui.
Ancora una volta, il discorso ritorna alla "dimensione contemplativa" del presbitero e alla qualità del suo incontro con il Signore nella Parola e nei sacramenti.
In questa stessa prospettiva può essere letto anche il famoso Dialogo con Basilio, composto ad Antiochia intorno al 390, là dove Giovanni Crisostomo parla dell'"esempio" e della "parola" come farmaci del presbitero: "Quelli che curano i corpi degli uomini", scrive, "hanno a disposizione una quantità di farmaci... Nel nostro caso, oltre all'esempio, non c'è altro strumento o altro metodo di cura al di fuori dell'insegnamento che si attua con la parola".
Nel medesimo Dialogo il Crisostomo parla del sacerdozio come di "una vita fatta di coraggio e dedizione", perché il ministero del (vero) pastore non conosce i confini angusti del tornaconto personale, ma ridonda a vantaggio di tutto il gregge.
Per il Crisostomo, proprio la cura del gregge è il "segno dell'amore", è la prova concreta che il ministro ama veramente il Signore: "Se mi ami, pasci le mie pecore...".
In quell'occasione, osserva il Crisostomo, il maestro chiese al discepolo se lo amava non per saperlo lui stesso: perché mai avrebbe dovuto farlo, lui che scruta e conosce il cuore di tutti? Neppure "intendeva dimostrare a noi quanto Pietro lo amasse: questo ci era già noto da molti altri fatti; ma voleva dimostrare quanto lui (il Signore) amasse la sua Chiesa, e insegnare a Pietro e a tutti noi quanta cura dovessimo profondere in quest'opera".
E proprio qui risiede l'incolmabile differenza tra il "mercenario" e il "pastore": "il buon Pastore dà la vita per le sue pecore" (Giovanni 10,11).
2.3. Conclusioni provvisorie
Si ha l'impressione che sia Ignazio sia Giovanni insistano di più sull'identità e sulla missione del presbitero che non sull'itinerario della sua formazione. Nella massima parte dei casi, infatti, le istanze formative restano solo implicite.
In tutti e due i Padri, comunque, abbiamo potuto rilevare una forte sottolineatura sulla necessaria unità del presbitero con Cristo.
Per entrambi gli Antiocheni, inoltre, unità perfetta con Cristo e dedizione totale al gregge non appaiono semplicemente due caratteristiche costitutive del presbitero (alle quali, di conseguenza, andrà costantemente orientato ogni itinerario di formazione sacerdotale). Esse costituiscono un'unica realtà. Sono come le due facce di una stessa medaglia. L'una invera l'altra, e non si dovrebbe dare il caso di un sacerdote che abbia l'una senza l'altra. Per il presbitero la dedizione totale al gregge è il segno della sua unità con Cristo; d'altra parte la piena dedizione al gregge lo impegna "ad accorrere" continuamente "a Gesù Cristo come all'unico tempio di Dio, come all'unico altare".
In ultima analisi, il "realismo" dei Padri antiocheni invita il presbitero a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo (intimità, unione con lui) e dedizione pastorale (missione, servizio alla Chiesa e al mondo), fino a che attraverso una dimensione parli l'altra, e i ministri non si riducano mai a "semplici distributori", ma siano "autentici testimoni" dei misteri di Cristo e della sua Chiesa.
3. La tradizione alessandrina: Origene
Trascorro finalmente alla cosiddetta "tradizione alessandrina". Abbiamo già notato che Alessandria sembra accogliere due istanze complementari rispetto alla tradizione antiochena, vale a dire l'allegoria in esegesi e la valorizzazione della divinità del Verbo in cristologia. Più in generale, Alessandria è ben distante dal cosiddetto "materialismo" asiatico, di cui parlavamo all'inizio: questo appare evidente anche in ambito ecclesiologico e, in particolare, nella concezione del ministero ordinato.
Per illustrare gli orientamenti alessandrini sul tema della formazione sacerdotale, mi limito a un solo esempio, peraltro molto rappresentativo: mi riferisco a Origene, soprattutto alle sue Omelie sul Levitico, pronunciate a Cesarea di Palestina tra il 239 e il 242. Siamo ormai a qualche anno dalla grave crisi che - a causa dell'ordinazione sacerdotale, conferitagli intorno al 231 dal vescovo di Cesarea, all'insaputa di quello di Alessandria - oppose Origene e il suo ordinario, il vescovo Demetrio. La crisi restò aperta, e causò appunto il trasferimento di Origene a Cesarea.
3.1. Origene (+ 254)
Bisogna riconoscere anzitutto che Origene, da buon alessandrino, è più interessato a contemplare la Chiesa nel suo aspetto spirituale, come mistico Corpo di Cristo, che non nel suo aspetto visibile.
Così Origene è più attento alla cosiddetta "gerarchia della santità", in rapporto a un cammino incessante di perfezione proposto a ogni cristiano, che non alla "gerarchia visibile".
Di conseguenza, l'Alessandrino si riferisce più spesso al sacerdozio comune dei fedeli e alle sue caratteristiche, che non al sacerdozio gerarchico.
In ogni caso, seguendo il discorso di Origene sull'uno e sull'altro argomento, non sarà difficile ricavare alcune indicazioni sull'itinerario di formazione dei presbiteri.
3.1.1. Sacerdozio dei fedeli e condizioni per il suo esercizio
Una lunga serie di testi origeniani intende illustrare le condizioni richieste per l'esercizio del sacerdozio comune.
Nella nona Omelia sul Levitico Origene - riferendosi al divieto fatto ad Aronne, dopo la morte dei suoi due figli, di entrare nel sancta sanctorum "in qualunque tempo" (Levitico 16,2) - ammonisce: "Da ciò si dimostra che se uno entra a qualunque ora nel santuario, senza la dovuta preparazione, non rivestito degli indumenti pontificali, senza aver preparato le offerte prescritte ed essersi reso Dio propizio, morirà... Questo discorso riguarda tutti noi: si riferisce a tutti, ciò che qui dice la legge. Ordina infatti che sappiamo come accedere all'altare di Dio. O non sai che anche a te, cioè a tutta la Chiesa di Dio e al popolo dei credenti, è stato conferito il sacerdozio? Ascolta come Pietro parla dei fedeli: "Stirpe eletta", dice, "regale, sacerdotale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato". Tu dunque hai il sacerdozio perché sei "stirpe sacerdotale", e perciò devi offrire a Dio il sacrificio della lode, sacrificio di orazioni, sacrificio di misericordia, sacrificio di purezza, sacrificio di giustizia, sacrificio di santità. Ma perché tu possa offrire degnamente queste cose, hai bisogno di indumenti puri e distinti dagli indumenti comuni agli altri uomini, e ti è necessario il fuoco divino - non uno estraneo a Dio, ma quello che da Dio è dato agli uomini -, del quale il Figlio di Dio dice: "Sono venuto per mandare il fuoco sulla terra"".
Ancora nella quarta Omelia, prendendo lo spunto dalla legislazione levitica secondo cui il fuoco per l'olocausto doveva ardere perennemente sull'altare (Levitico 6,8-13), Origene apostrofa così i suoi fedeli: "Ascolta: deve sempre esserci il fuoco sull'altare. E tu, se vuoi essere sacerdote di Dio - come sta scritto: "Voi tutti sarete sacerdoti del Signore", e a te è detto: "Stirpe eletta, sacerdozio regale, popolo che Dio si è acquistato" -; se vuoi esercitare il sacerdozio della tua anima, non lasciare mai che si allontani il fuoco dal tuo altare".
Come si vede, l'Alessandrino allude alle condizioni interiori che rendono il fedele più o meno degno di esercitare il suo sacerdozio. Così infatti prosegue la stessa Omelia: "Ciò significa quello che il Signore comanda nei vangeli, che "siano i vostri fianchi cinti e le vostre lucerne accese". Dunque sia sempre acceso per te il fuoco della fede e la lucerna della scienza".
In definitiva, da una parte i "fianchi cinti" e gli "indumenti sacerdotali", vale a dire la purezza e l'onestà della vita, dall'altra la "lucerna sempre accesa", cioè la fede e la scienza delle scritture, si configurano precisamente come le condizioni indispensabili per l'esercizio del sacerdozio comune.
A maggior ragione lo sono, evidentemente, per l'esercizio del sacerdozio ministeriale: potremmo dire anzi che nel pensiero origeniano esse costituiscono le "pietre miliari" della formazione presbiterale. Ma su questo discorso torneremo nelle conclusioni.
3.1.2. Sacerdozio dei fedeli e accoglienza della parola
Piuttosto che sui "fianchi cinti", Origene insiste maggiormente sulla "lucerna accesa", cioè sull'accoglienza e sullo studio della parola di Dio.
"Gerico crolla sotto le trombe dei sacerdoti", esordisce l'Alessandrino nella settima Omelia su Giosuè; e commenta, poco oltre: "Tu hai in te Giosué [= Gesù] come guida grazie alla fede. Se sei sacerdote, costruisciti delle "trombe metalliche" (tubae ductiles); o meglio, poiché sei sacerdote - infatti sei "stirpe regale", e di te è detto che sei "sacerdozio santo" -, costruisciti "trombe metalliche" dalle sacre scritture, di qui ricava (duc) i veri significati, di qui i tuoi discorsi; proprio per questo infatti esse si chiamano tubae ductiles. In esse canta, cioè canta con salmi, inni e cantici spirituali, canta con i simboli dei profeti, con i misteri della legge, con la dottrina degli apostoli".
Stando alla terza Omelia sulla Genesi, il "popolo eletto che Dio si è acquistato" deve accogliere nelle proprie orecchie la degna circoncisione della parola di Dio: "Voi, popolo di Dio", afferma Origene, ""popolo scelto in possesso per narrare le virtù del Signore", accogliete la degna circoncisione del verbo di Dio nelle vostre orecchie e sulle vostre labbra e nel cuore e sul prepuzio della vostra carne, e in generale in tutte le vostre membra".
"Tu, popolo di Dio", aggiunge ancora Origene in altro contesto, "sei convocato ad ascoltare la parola di Dio, e non come plebs, ma come rex. A te infatti è detto: "Stirpe regale e sacerdotale, popolo che Dio si è scelto"".
L'accoglienza delle scritture è decisiva per una piena partecipazione alla "stirpe sacerdotale". Interpretando allegoricamente Ezechiele 17, Origene illustra ai suoi fedeli due possibilità, fra loro contrapposte: l'alleanza con Nabucodonosor - segnata dalla maledizione e dall'esilio -, caratteristica di chi rifiuta la parola; oppure l'alleanza con Dio, la cui tessera distintiva è precisamente l'accoglienza delle scritture. A questa alleanza segue la benedizione e la promessa: così "noi tutti, che abbiamo accolto la parola di Dio, siamo regium semen", dichiara Origene nella dodicesima Omelia su Ezechiele. "Infatti siamo chiamati "stirpe eletta e regale sacerdozio, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato"".
3.1.3. Sacerdozio dei fedeli e "gerarchia della santità"
Queste condizioni - di integra condotta di vita, ma soprattutto di accoglienza e di studio della parola - stabiliscono una vera e propria "gerarchia della santità" nel comune sacerdozio dei cristiani.
Per esempio, Origene pensa chiaramente a una "gerarchia di meriti spirituali", assai più che a una "gerarchia visibile", quando, concludendo nella quarta Omelia sui Numeri la spiegazione del censimento e degli uffici liturgici dei leviti (Numeri 4), afferma: "Poiché dunque è questo il modo con cui Dio dispensa i suoi misteri e regola il servizio degli oggetti sacri, dobbiamo mostrarci tali, che siamo resi degni del rango sacerdotale... Noi siamo infatti "nazione santa, sacerdozio regale, popolo di adozione", perché, rispondendo con i meriti della nostra vita alla grazia ricevuta, siamo ritenuti degni del sacro ministero".
Nell'Omelia successiva, la quinta sui Numeri, avventurandosi in un'ardita interpretazione del testo (Numeri 4,7-9), egli legge in modo allegorico i vari elementi che costituiscono la "tenda del convegno". Vi si può cogliere ancora qualche allusione alla "gerarchia della santità" quando l'omileta afferma che "ci sono in questa tenda", cioè nella Chiesa del Dio vivente, "dei personaggi più elevati in merito e superiori nella grazia". In ogni caso, tutti i fedeli nel loro insieme costituiscono il "resto", cioè il popolo dei santi che gli angeli portano sulle loro mani perché non inciampi nella pietra il loro piede, e possano entrare nel luogo della promessa. Nonostante le severe precauzioni levitiche, a ognuno di loro è lecito contemplare senza sacrilegio alcuni aspetti del mistero di Dio, perché tutti insieme sono chiamati "stirpe e sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato".
Sempre nelle Omelie sui Numeri si legge la celebre interpretazione origeniana del pozzo di Beer, "di cui il Signore disse a Mosé: "Raduna il popolo, e io gli darò dell'acqua". Allora Israele cantò questo canto: "Sgorga o pozzo: cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato, che i re del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni"" (Numeri 21,16-18). Origene vede in questo pozzo Gesù Cristo stesso, la fonte della parola, e nell'accenno ai principi e ai re del popolo i diversi gradi di profondità nella lettura e nell'interpretazione delle scritture. Se poi occorre distinguere tra principi e re, Origene propone di vedere nei principi i profeti, nei re gli apostoli. "Quanto al fatto che gli apostoli possano essere chiamati re", spiega l'Alessandrino, "lo si può facilmente ricavare da ciò che è detto di tutti i credenti: "Voi siete stirpe regale, sommo sacerdozio, nazione santa"".
Resta confermato in ogni caso che per Origene la gerarchia più vera è quella che si fonda sui vari livelli di accoglienza delle scritture, mentre rimane implicito - almeno nell'ultima Omelia citata - che il riferimento alla parola di Dio è indispensabile per l'esercizio del "regale sacerdozio" comune a tutti i fedeli.
3.1.4. "Gerarchia ministeriale"
Nelle sue omelie Origene si riferisce espressamente ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi. A suo parere, tale "gerarchia visibile" deve rappresentare agli occhi dei fedeli la "gerarchia invisibile" della santità. In altri termini, nella dottrina di Origene ordinazione ministeriale e santità devono procedere di pari passo.
Nella tredicesima Omelia sull'Esodo, illustrando il significato dell'ornamento dell'omerale, "simbolo delle buone azioni", Origene richiama i fedeli a un'intima coerenza tra i loro discorsi e le loro azioni. "Questo ornamento", conclude, "è cosa dei prìncipi, che hanno progredito fino al punto di meritare di presiedere ai popoli".
"I sacerdoti", scrive ancora nella sesta Omelia sul Levitico, "devono guardarsi nei precetti della legge divina come in uno specchio, e trarre da questo esame il grado del loro merito: se si trovano rivestiti degli indumenti pontificali..., se risulta a loro di essere all'altezza [della loro vocazione] nella scienza, negli atti, nella dottrina; allora possono ritenere di aver conseguito il sommo grado del sacerdozio non solo di nome, ma anche per il loro merito effettivo. Diversamente si considerino come a un grado inferiore, anche se hanno ricevuto di nome il primo grado".
Come si vede, una stima altissima nei confronti del sacerdozio ordinato rende Origene molto esigente, quasi radicale, nei confronti dei sacri ministri. Perciò egli mette in guardia chiunque dal precipitarsi "su quelle dignità, che vengono da Dio, e sulle presidenze e i ministeri della Chiesa". E nella seconda Omelia sui Numeri chiede con dolore: "Tu credi che quelli che hanno il titolo di sacerdoti, che si gloriano di appartenere all'ordine sacerdotale, camminino secondo il loro ordine, e facciano tutto quello che si conviene al loro ordine? Allo stesso modo, tu credi che i diaconi camminino secondo l'ordine del loro ministero? E da dove viene allora che si sente spesso la gente lamentarsi, e dire: "Guarda questo vescovo, questo prete, questo diacono..."? Non si dice forse perché si vede il prete o il ministro di Dio mancare ai doveri del suo ordine?".
Così nelle sue omelie egli non esita a rimproverare apertamente i difetti più vistosi dei sacerdoti del suo tempo. Ne emerge per noi un efficace ritratto "in negativo" sui pericoli da evitare nella formazione dei presbiteri.
Un punto debole dei preti è, a parere di Origene, la sete di danaro e di guadagni temporali; insomma - diremmo noi - la tentazione dell'imborghesimento e dell'orizzontalismo esasperato. Egli lamenta che i preti si lascino assorbire dalle preoccupazioni profane, e non domandino altro che trascorrere la vita presente "pensando agli affari del mondo, ai guadagni temporali e al buon cibo". E aggiunge, in altro contesto: "Tra noi ecclesiastici si troverà chi fa di tutto per soddisfare il suo ventre, per essere onorato e per ricevere a suo vantaggio le offerte destinate alla Chiesa. Ecco qui quelli che non parlano d'altro che del ventre, e che ricavano da lì tutte le loro parole...".
Origene rimprovera ai sacerdoti anche il "carrierismo", l'arroganza e la superbia. "Talvolta", osserva nella terza Omelia sul libro dei Giudici, "si trovano fra noi - che siamo posti come esempio di umiltà, e collocati intorno all'altare del Signore come specchio per quelli che ci guardano - si trovano alcuni uomini dai quali esala il vizio dell'arroganza. Così un odore ripugnante di orgoglio si espande dall'altare del Signore".. E prosegue altrove: "Quanti preti ordinati hanno dimenticato l'umiltà! Come se fossero stati ordinati proprio per cessare di essere umili!... Ti hanno stabilito come capo: non esaltarti, ma sii tra i tuoi come uno di loro. Bisogna che tu sia umile, bisogna che tu sia umiliato; bisogna fuggire la superbia, vertice di tutti i mali".
Altri peccati dei preti sono, secondo Origene, il disprezzo - o almeno una minore considerazione - degli umili e dei poveri, e nei rapporti con i fedeli una specie di "altalena" tra un'eccessiva severità e una non meno eccessiva indulgenza.
3.2. Conclusioni provvisorie
Se raccogliamo le indicazioni che Origene fornisce sul sacerdozio comune e su quello gerarchico, possiamo ricavare il seguente itinerario di formazione presbiterale.
La "tessera" per accedere a questo itinerario è la "lucerna accesa", cioè l'ascolto della parola. Altra condizione indispensabile sono "i fianchi cinti" e gli "indumenti sacerdotali", ossia una vita integra e pura: riguardo a questo, i ministri ordinati dovranno guardarsi soprattutto dalle tentazioni dell'imborghesimento, della superbia, della minor considerazione dei poveri, della severità eccessiva e del lassismo. Ciò che è richiesto ai sacerdoti è dunque la radicale obbedienza al Signore e alla sua parola, il distacco dallo spirito del mondo, la piena fraternità con il popolo, la dedizione e il servizio. Il vertice del cammino di perfezione - cioè il punto d'arrivo dell'itinerario di formazione sacerdotale, visto che "gerarchia della santità" e "gerarchia ministeriale" devono identificarsi - è per Origene il martirio. è la "lucerna accesa", cioè l'ascolto della parola. sono "i fianchi cinti" e gli "indumenti sacerdotali", ossia una vita integra e pura: riguardo a questo, i ministri ordinati dovranno guardarsi soprattutto dalle tentazioni dell'imborghesimento, della superbia, della minor considerazione dei poveri, della severità eccessiva e del lassismo. Ciò che è richiesto ai sacerdoti è dunque la radicale obbedienza al Signore e alla sua parola, il distacco dallo spirito del mondo, la piena fraternità con il popolo, la dedizione e il servizio. Il vertice del cammino di perfezione - cioè , visto che "gerarchia della santità" e "gerarchia ministeriale" devono identificarsi - è per Origene il martirio.
Nella nona Omelia sul Levitico - alludendo al "fuoco per l'olocausto", cioè alla fede e alla scienza delle scritture, che mai deve spegnersi sull'altare di chi esercita il sacerdozio - l'Alessandrino aggiunge: "Ma ognuno di noi ha in sé" non soltanto il fuoco; ha "anche l'olocausto, e dal suo olocausto accende l'altare, perché arda sempre. Io, se rinuncio a tutto ciò che possiedo e prendo la mia croce e seguo Cristo, offro il mio olocausto sull'altare di Dio; e se consegnerò il mio corpo perché arda, avendo la carità, e conseguirò la gloria del martirio, offro il mio olocausto sull'altare di Dio".
Sono espressioni che rivelano tutta la nostalgia di Origene per il battesimo di sangue. Nella settima Omelia sui Giudici - che risale forse agli anni di Filippo l'Arabo (244-249), quando sembrava ormai sfumata l'eventualità di una testimonianza cruenta - egli esclama: "Se Dio mi concedesse di essere lavato nel mio proprio sangue, così da ricevere il secondo battesimo avendo accettato la morte per Cristo, mi allontanerei sicuro da questo mondo... Ma sono beati coloro che meritano queste cose".
4. Conclusioni
Concludo svolgendo ancora un'osservazione d'insieme sull'itinerario origeniano della formazione sacerdotale.
Non si può sfuggire all'impressione che in questo, come in altri ambiti, la posizione di Origene sia molto esigente, quando non radicale.
In ogni caso la sua riflessione sul sacerdozio (come anche quella di altri maestri alessandrini: si veda al riguardo Clemente Alessandrino), pur collegando saldamente la "gerarchia ministeriale" con la "gerarchia della santità", non presenta mai il prete come una specie di angelo: lo coglie piuttosto in un cammino molto concreto di ascesi quotidiana, in lotta con il peccato e con il male.
Tanto per fare un esempio, il progressivo distacco dal mondo che deve caratterizzare la formazione del sacerdote, non si traduce affatto nella ricerca affannosa di un luogo separato dal mondo, perché, scrive Origene nella dodicesima Omelia sul Levitico, "non è in un luogo che bisogna cercare il santuario, ma negli atti e nella vita e nei costumi. Se essi sono secondo Dio, se si conformano ai comandi di Dio, poco importa che tu sia in casa o in piazza; che dico "in piazza"? Poco importa perfino che tu ti trovi a teatro: se stai servendo il Verbo di Dio tu sei nel santuario, non avere alcun dubbio".
In definitiva la tradizione alessandrina - per una via forse inattesa, perché più "spirituale", e per certi aspetti "rigorista" -, arricchisce di concretezza l'immagine del pastore e le relative istanze di formazione, che già avevamo colto in Ignazio di Antiochia e in Giovanni Crisostomo.
Enrico dal Covolo
Sommario
Il contributo si propone di illustrare alcuni testi patristici relativi all'identità e alla formazione dei ministri ordinati, riferendosi prima alla "tradizione antiochena" e poi alla "tradizione alessandrina".
Da una parte Antiochia sembra incarnare le caratteristiche più evidenti del cosiddetto "materialismo" asiatico, sostenitore della lettera in esegesi e dell'umanità del Figlio in cristologia; mentre Alessandria pare accogliere le due istanze - rispettivamente complementari - dell'allegoria in esegesi e della divinità del Verbo in cristologia.
Anche dal punto di vista ecclesiologico, Ignazio e Crisostomo (i due autori scelti "a paradigma" della tradizione antiochena) sono più attenti alla "gerarchia ministeriale", rispetto per esempio a Origene (maestro della tradizione alessandrina), che si manifesta molto più interessato alla "gerarchia della santità".
Non si può sfuggire all'impressione che in questo, come in altri ambiti, la posizione di Origene sia molto esigente, quando non radicale. In ogni caso la sua riflessione sul sacerdozio (come anche quella di altri maestri alessandrini: si veda al riguardo Clemente Alessandrino), pur collegando saldamente la "gerarchia ministeriale" con la "gerarchia della perfezione", non presenta mai il prete come una specie di angelo: lo coglie piuttosto in un cammino molto concreto di ascesi quotidiana, in lotta con il peccato e con il male.
In definitiva la tradizione alessandrina arricchisce di concretezza - per una via forse inattesa - l'immagine del pastore delineata da Ignazio di Antiochia e da Giovanni Crisostomo.
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Jean Galot. Il Sacrificio Eucaristico in relazione all'identità presbiterale
A - Itinerario storico
Per determinare il significato del sacrificio eucaristico in relazione all'identità del presbitero, seguiremo lo sviluppo di questa relazione attraverso tre tappe della dottrina dei rapporti tra sacrificio e sacerdozio: nella lettera agli Ebrei il mistero di Cristo sacerdote trascendente; nel concilio di Trento, il vincolo fra il sacerdozio della nuova alleanza e il sacrificio propiziatorio; nel concilio Vaticano II, il sacrificio eucaristico riconosciuto come il vertice del ministero sacerdotale.
1 - Cristo sacerdote, secondo la lettera agli Ebrei
a - La lettera agli Ebrei fa discernere il mistero che si esprime nel sacerdozio, sottolineando nella definizione del sommo sacerdote una relazione essenziale con Dio, che gli permette di esercitare un influsso sul comportamento divino: "Ogni sommo sacerdote, preso dagli uomini, viene stabilito per il bene degli uomini nelle cose che sono verso Dio, per offrire doni per i peccati "( 5,1).
I sacrifici operano la riconciliazione dell'umanità con Dio; alle relazioni che implicavano per motivo del peccato una separazione nell'ostilità si sostituiscono relazioni di pace e di mutua amicizia. L'ira divina scompare dinanzi alla misericordia. L'accesso "verso Dio" viene ristabilito.
Il disegno divino di alleanza può essere compiuto. Nell'A.T. questo disegno si era attuato con Mosè nel sacrificio, e adesso la nuova alleanza viene assicurata dal sacrificio personale di Cristo. Questo sacrificio è il sacrificio perfetto, che ottiene ogni bene, ogni grazia. I sacrifici nella religione giudaica erano sempre imperfetti e avevano soltanto un valore simbolico: non potevano raggiungere il loro scopo che consisteva nella remissione dei peccati. Solo il sacrificio di Cristo ottiene una riconciliazione totale, con il perdono definitivo di tutte le colpe.
b - Parlando di "sommo sacerdote" (archiereus), l'autore della lettera pensa a Cristo, anche se la definizione ha un carattere generale. Egli pure non vuole dire che Cristo è uno dei sacerdoti o sommi sacerdoti; attribuisce a Cristo un volto unico di sacerdote. Gesù non è sommo sacerdote "secondo l'ordine di Aronne", cioè in virtù dell'appartenenza al sacerdozio ufficiale del popolo giudaico, che è il sacerdozio levitico. Viene presentato come colui che, a seguito del suo sacrificio, è proclamato sommo sacerdote "secondo l'ordine di Melchisedek"(5,10). Melchisedek non è nemmeno un Ebreo; è un re straniero, "re di Shalom", secondo il libro della Genesi (14,18-20), e sacerdote del Dio altissimo, che fa una offerta di pane e vino. Egli da una benedizione a Abramo e riceve da lui il pagamento della decima. Appare dunque anteriore e superiore a Abramo.
Questa superiorità viene sottolineata e sfruttata nella lettera agli Ebrei, come segno della trascendenza del sacerdozio di Cristo. Il silenzio della Genesi sull'origine di Melchisedek è interpretato come indicazione che supera ogni origine umana: "Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, e rimane sacerdote in eterno"(7,3) . Si riconosce così nella figura biblica di Melchisedek il mistero del Figlio di Dio come supremo sacerdote.
c - Nel prologo della sua lettera, l'autore aveva posto in luce il passaggio dall'antica alleanza alla nuova, dicendo che Dio che," nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi, aveva parlato ai padri attraverso i profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli (il Figlio) è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e sostiene tutto con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è posto a destra della maestà nell'alto dei cieli"(1,1-3).
La nuova rivelazione è molto superiore all'antica: viene dal Figlio come parola unica e completa, Figlio che porta in se tutta la potenza divina, manifesta nell'opera creatrice e nell'opera redentrice di "purificazione dei peccati". Sedendo a destra del Padre, il Figlio condivide il suo potere.
L'espressione: "seduto alla destra" fa riferimento al salmo 110, citato poco dopo più letteralmente: "Siedi alla mia destra", come parola che significa una elevazione superiore a quella degli angeli. Questo salmo affermava una misteriosa figliolanza celeste e l'associava a una eterna dignità sacerdotale: "Il Signore ha giurato irrevocabilmente: Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedek".
Questa associazione di figliolanza divina e di sacerdozio è stata ripresa e confermata dalle parole di Gesù stesso, nel contesto del sacrificio. Il sommo sacerdote Caifa rivolge a Gesù la domanda fondamentale: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio"(Mt 26,63). Nella sua risposta affermativa, Gesù annuncia che i suoi avversari riceveranno la dimostrazione della verità che egli proclama: "D'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio e venire sulle nubi del cielo"(Mt 26,64). Annuncia così il compimento delle parole: "Siedi alla mia destra", parole che introducevano la proclamazione di un sacerdozio nuovo: "Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedek". Senza riprendere queste ultime parole, Gesù mostra che si attribuisce questa dignità; lo mostra nella testimonianza suprema sulla propria identità , con il suo impegno nel sacrificio. Si è definito come sacerdote nuovo, e ha definito così tutto il sacerdozio che viene da lui.
Se egli si considera come "sacerdote per sempre", possiamo chinerei se l'eternità di questo sacerdozio era anteriore al momento dell'incarnazione del Figlio, cioè se dall'eternità Gesù era sacerdote. La lettera agli Ebrei risponde a questo interrogativo, affermando che "ogni sommo sacerdote è preso dagli uomini" in vista di contribuire al bene degli uomini. Per diventare sacerdote, il Figlio si è fatto solidale degli uomini con l'incarnazione.
d - Anche se il Verbo nella sua eternità non era sacerdote, dobbiamo riconoscere l'armonia tra l'atteggiamento eterno del Figlio, dal principio rivolto verso il Padre, e l'atteggiamento sacerdotale definito nella lettera agli Ebrei. Gli stessi termini greci servono a designare i due atteggiamenti: secondo il prologo di Giovanni, il Verbo era "verso Dio" (pros ton Theon) ; secondo la lettera agli Ebrei il figlio è divenuto, nella relazione "verso Dio" un sommo sacerdote misericordioso e degno di fiducia(2,17). Infatti il sacerdote è stabilito per intervenire in "favore degli uomini, nelle cose che sono "verso Dio"(5,l). Nell'eternità il Figlio aveva la disposizione di orientamento verso il Padre, che al momento dell'incarnazione diventa disposizione sacerdotale.
La figliolanza divina si esprime nel sacerdozio; l'intenzione filiale eterna si concretizza nell'atteggiamento sacerdotale: Il sacrificio consiste in un ritorno del Figlio verso il Padre; Gesù sa "che è venuto da Dio e ritorna a Dio"; alla Cena, "la sua ora è venuta di passare da questo mondo al Padre suo"(Gv 13,1-3; cf. 16,28).
In Cristo si è formato un legame molto intimo fra la figliolanza divina e il sacerdozio: ambedue si esprimono in un movimento teso verso il Padre.
Il sacrificio è l'atto di sommo amore con il quale il Figlio incarnato offre se stesso al Padre per ricevere dalle mani del Padre tutti i beni della salvezza per il mondo peccatore. Egli assume con la sua immensa compassione tutto il peso dei peccati del mondo e rivolge al Padre una implorazione unica per il perdono di tutte le colpe. E' l'atto filiale per eccellenza, perché esprime un abbandono totale all'amore sovrano del Padre, ed è l'atto sacerdotale perfetto, che manifesta la bontà misericordiosa verso l'umanità peccatrice. E* l'offerta che ottiene la trasformazione dell'umanità con la sua elevazione alla vita divina: l'umanità riceve un nuovo orientamento che la rivolge "verso Dio", "verso il Padre", e opera la sua conversione.
2 - Sacerdozio e sacrificio secondo il concilio di Trento
a - Nel concilio di Trento, l'esposizione dottrinale del sacrificio della messa viene data partendo dal nuovo sacerdozio che si è rivelato in Cristo. "Poiché sotto l'antica alleanza (secondo la testimonianza dell'apostolo Paolo), per l'insufficienza del sacerdozio levitico, non era possibile la perfezione, fu necessario, e così dispose Dio, Padre di misericordia, che sorgesse un altro sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek (Sal.110,4; Eb 5,6.10;7,11.17; cf. Gn 14,18), il Signore Gesù Cristo, che potesse condurre ad ogni perfezione tutti quelli che dovevano essere santificati (Cf. Eb 10,14)" (DS 1739).
Il sacerdozio levitico non poteva, nell'antica alleanza, procurare la perfezione della santità. Un altro sacerdozio, di natura superiore, era necessario per raggiungere questo scopo. Solo colui che era Dio, il Figlio, poteva assicurare una santificazione completa.
Inoltre, non bastava nemmeno il sacrificio offerto una volta per tutte sulla croce. Verità che potrebbe sembrare molto sorprendente, perché questo sacrificio unico è stato offerto per ottenere tutte le grazie di salvezza per ogni uomo e per l'intera umanità. Non manca niente all'efficacia totale e universale del sacrificio che ha raggiunto con sovrabbondanza il suo scopo. Ma secondo il disegno divino, il sacrificio sacerdotale è destinato a prolungare e rinnovare senza sosta la sua offerta in forma sacramentale. Il sacerdozio di Cristo manifesta il suo carattere perpetuo e rende più concreto il suo valore universale con la sua applicazione alla vita cristiana quotidiana. Il sacrificio eucaristico permette al sacrificio della croce di rinnovare sempre la sua attualità.
Il concilio di Trento spiega questa necessità, necessità postulata da un amore divino gratuito che vuole dispiegarsi fino nel fondo: "Questo Dio e Signore nostro, anche se si sarebbe immolato a Dio Padre una sola volta morendo sull'altare della croce (cf. Eb 7,27) per compiere per loro una redenzione eterna, poiché tuttavia, il suo sacerdozio non doveva estinguersi con la morte (cf. Eb 7,24), nell'ultima cena, "la notte in cui fu tradito" (1 Cor 11,23), per lasciare alla Chiesa, sua amante sposa, un sacrificio visibile (come esige l'umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e applicandola sua efficacia salvifica alla remissione dei peccati quotidiani, egli dunque, proclamandosi sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedek, offrì a Dio Padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino e sotto gli stessi simboli li diede, perché li prendessero, agli apostoli (che in questo momento costituiva sacerdoti della nuova alleanza) e comandi loro e ai loro successori nel sacerdozio che l'offrissero, con queste parole: "Fate questo in memoria diurne" (Le 22,19; 1 Cor 11,24), ecc., come la Chiesa cattolica ha sempre creduto e insegnato" (DS 1740).
b - La perpetuità del sacrificio eucaristico è legata alla perpetuità del sacerdozio di Cristo, sacerdozio ministeriale comunicato agli apostoli e ai loro successori.
Il sacrificio eucaristico è un sacrificio rituale, distinto dal sacrificio cruento della croce, che è stato unico, offerto una volta per tutte. Pur essendo rituale, è un vero sacrificio che produce un effetto propiziatorio. Il concilio di Trento ha reagito contro l'opinione di coloro che riconoscono soltanto un sacrificio di lode e di ringraziamento senza valore propiziatorio o una pura commemorazione del sacrificio compiuto sulla croce, o ancora un sacrificio senza utilità per i vivi e i defunti (DS 1753). "Poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offerse una sola volta in modo cruento sull'altare della croce (Eb 9, 14.27s), il santo sinodo insegna che questo sacrificio è propriamente propiziatorio e che per mezzo di esso, se con cuore sincero e retta fede, con timore e rispetto, ci accostiamo a Dio contriti e pentiti, possiamo ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento propizio (Eb 4,16) Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi" (DS 1743).
c - Il valore del sacrificio eucaristico appare più specialmente ne suo rapporto con il sacrificio della croce, rapporto precisato dal concilio a un triplice punto di vista: "C'è una sola e identica vittima; è lo stesso che offre per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno si è offerto se stesso sulla croce; diverso è solo il modo di offrirsi" (DS 1743) .
Nella cena e nel sacrificio della croce, Cristo è l'unica vittima e l'unico sacerdote offerente. Il concilio di Trento si limita a questa affermazione, senza voler dare una risposta ad alcune domande.
Identità della vittima
Dicendo; "una sola e identica vittima", il concilio non ha voluto escludere che il pane e il vino fossero considerati come offerte. Non sono offerta principale; non c'è nella messa una duplice offerta, che costituirebbe un duplice sacrificio. Pane e vino vengono offerti come doni destinati a diventare corpo e sangue di Cristo: sono convertiti in Cristo, e l'offerta ha come termine finale solo Cristo.
L'identità della vittima non esclude nemmeno che nella messa la Chiesa venga in qualche modo offerta: La Chiesa può essere considerata come vittima associata a Cristo, anche se Cristo solo sia contenuto sostanzialmente sotto le specie e sia sempre vittima principale.
Identità del sacerdote
Un sacerdote identico non esclude l'azione del ministro nell'offerta sacerdotale della messa, né la partecipazione dei fedeli e di tutta la Chiesa al sacrificio ministeriale. Modo di offrire diverso
L'espressione ;"ratio offerendi" non viene precisata, ma significa che nella messa l'oblazione non è cruenta e viene fatta dal ministero dei sacerdoti.
La messa è sacrificio sacramentale: questa proprietà sacramentale impedisce ogni affermazione di semplice identità con il sacrificio della croce; l'affermazione di una identità numerica, fatta da O. Casel, non sembra conforme alla dottrina del concilio di Trento.
Il sacrificio della messa rappresenta il sacrificio della croce, lo commemora e applica il suo valore salvifico. Il sacrificio della croce è molto più vasto e più fondamentale; il sacrificio eucaristico attinge nella croce la forza spirituale per farne beneficiare tutti i credenti.
d - Nell'esposizione dottrinale elaborata nel concilio di Trento per reagire alle critiche che emanavano dai Riformatori, osserviamo il vincolo molto forte fra sacerdozio e sacrificio. Il sacrificio eucaristico è stato possibile perché un nuovo sacerdozio, diverso da quello dell'Antico Testamento, formato. Essendo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek, Gesù ha potuto dare alla sua offerta sacerdotale un valore infinito nel tempo e nello spazio, un valore eterno e onnipresente. E' la sua identità nuova di sacerdote supremo che gli ha permesso d'istituire un sacrificio rituale che riproduceva l'unico sacrificio della croce e di moltiplicare in modo indefinito l'offerta che aveva segnato il momento più drammatico della storia dell'umanità.
L'identità del sacerdote svolgeva così un ruolo decisivo nello sviluppo del sacrificio: era l'origine del valore più alto e della più ampia efficacia che potevano essere attribuiti al sacrificio eucaristico. Senza Cristo sacerdote, non ci sarebbe stata l'Eucaristia.
Possiamo aggiungere, in riferimento alla nostra prospettiva che considera il sacrificio prelazione non solo all'identità ma alla spiritualità e al ministero del presbitero, che la dottrina di Trento chiarisce anche l'influsso della spiritualità e della missione di Cristo sacerdote sull'istituzione del sacrificio eucaristico. Nella spiritualità che anima il sacerdozio di Cristo, è fondamentale la consapevolezza di essere il buon pastore. Per adempiere i requisiti della qualità di buon pastore, era necessario di procurare ai credenti la possibilità di unirsi intimamente all'offerta redentrice partecipando al sacrificio e al pasto eucaristico. Diffondendo generosamente la sua ricchezza spirituale, Cristo compiva anche la sua missione di sacerdote: con l'eucaristia, invitava i suoi a nutrirsi del suo corpo e del suo sangue per accogliere meglio l'abbondanza della sua vita divina. Con l'eucaristia, egli poteva raggiungere in pienezza lo scopo della sua venuta fra gli uomini.
3 - Il sacrificio eucaristico, esercizio supremo della funzione di presbitero, secondo la dottrina del Vaticano II
a - Vaticano II ha potuto trattare del sacerdozio ministeriale in un quadro più sereno di quello del concilio di Trento, perché non aveva la preoccupazione prevalente di respingere degli errori. Considerandosi come concilio pastorale, ha potuto enunciare in modo pacifico la dottrina del sacerdozio. Ha riflettuto ampiamente sul sacerdozio dei vescovi, ma ha anche formulato delle osservazioni fondamentali sul sacerdozio dei presbiteri.
L'origine del presbiterato viene brevemente indicata: i vescovi, successori degli Apostoli, "hanno legittimamente affidato, secondo diversi gradi, l'ufficio del loro ministero a vari soggetti nella Chiesa. Così il ministero ecclesiastico di istituzione divina viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi. (Lumen gentium 28). I presbiteri hanno dunque ricevuto dai vescovi la loro funzione; partecipano al loro ministero, che ha la sua prima origine negli Apostoli, che furono mandati da Cristo, come Cristo stesso fu mandato dal Padre.
La fonte dell'autorità pastorale dei presbiteri viene chiarita. Nella descrizione delle loro funzioni, il concilio sottolinea particolarmente la loro dipendenza dal vescovo, ma pone anche in luce la loro dignità e la loro partecipazione al sacerdozio ministeriale di Cristo.
"I presbiteri, pur non possedendo il vertice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro uniti nell'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'ordine, a immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote (cf, Eb 5,1-10; 7,24; 9,11-28), sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento. Partecipando, secondo il grado proprio del loro ministero, alla funzione dell'unico Mediatore Cristo (cf. 1 Tira 2,5), essi annunziano a tutti la divina parola. Ma soprattutto ("maxime") esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove agendo in persona di Cristo, e, proclamando il suo ministero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signora (cf, 1 Cor 11,26), l'unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offrì al Padre quale vittima immacolata (cf. Eb 9,11-23)".
b - Da questo insegnamento del concilio riteniamo una affermazione molto significativa: la principale funzione dei presbiteri è l'offerta del sacrificio eucaristico. Il valore dell'affermazione merita di essere approfondito.
Il concilio si era dato, come obiettivo di riflessione e di elucidazione, il significato e il valore della funzione episcopale. I Padri hanno posto in luce il ruolo essenziale del collegio episcopale, che deriva dal collegio apostolico. Vaticano II ha procurato così un complemento auspicabile alla dottrina del potere affidato al Sommo Pontefice, dottrina ampiamente esposta da Vaticano I: Infatti, era necessario equilibrare la giusta affermazione dei poteri assegnati a Pietro e ai suoi successori con l'affermazione dei poteri attribuiti da Gesù agli Apostoli per essere trasmessi ai vescovi.
Vaticano II ha avuto dunque il merito di mostrare meglio l'origine dell'autorità concessa ai vescovi, il ruolo essenziale della collegialità episcopale nel governo della Chiesa, la sacramentalità dell'ordinazione episcopale, la conciliazione dei poteri vescovili con il potere del capo della Chiesa. Ha anche spiegato le funzioni affidate ad ogni vescovo, e precisato il modo e lo spirito che animano il loro esercizio.
Questa concentrazione dell'attenzione del concilio aveva il vantaggio di provvedere a un approfondimento della dottrina del ministero, ma poteva anche dar l'impressione che i vescovi erano l'elemento più importante nella vita della Chiesa e che i semplici presbiteri erano di molto meno valore. Un malcontento si è manifestato, al momento del concilio, e si è espresso in rimproveri amari da parte di presbiteri che si sentivano trascurati o disprezzati. Alcuni Padri del concilio accolsero queste proteste e tentarono di preparare un messaggio specialmente indirizzato ai presbiteri, ma il tempo non permise loro di redigere e mandare questo messaggio. Più tardi, il decreto Presbyterorum ordinis fu elaborato per potere offrire ai presbiteri un insegnamento dottrinale conforme alla loro dignità.
Nella Costituzione Lumen gentium. la dottrina che li concerne è breve, condensata nel n.28. Ma l'accento è posto sulla funzione più alta dei presbiteri, funzione che testimonia un valore eminente, quello del culto eucaristico. Quando celebrano questo culto, i presbiteri portano l'immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote. Operano "quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento". Tutta la dignità sacerdotale è impegnata in questo culto.
Nell'offerta del sacrificio eucaristico, il presbitero esercita un potere simile a quello del vescovo, potere di consacrare il pane perché diventi corpo di Cristo e il vino perché diventi sangue dello stesso Cristo. Si tratta del potere più alto che possa essere riconosciuto a un uomo. Definendo questo potere come la proprietà più caratteristica del presbitero, il concilio attribuisce ad ogni sacerdote la funzione più elevata.
c - Vaticano II afferma con maggiore chiarezza l'origine divina del ministero ecclesiastico. Il concilio di Trento aveva definito l'esistenza di una "gerarchia, istituita per ordinazione divina, che si compone di vescovi, presbiteri e ministri"(DS 1776), ma non aveva voluto affermare, con queste parole, l'istituzione divina dei vescovi. Vaticano II afferma esplicitamente questa istituzione divina: "Il ministero ecclesiastico, di istituzione divina, viene esercitato in diversi ordini , da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi". In particolare, i vescovi sono stati voluti da Cristo: questa volontà si è manifestata nella missione affidata agli Apostoli, missione che richiedeva dei successori. Per quanto riguarda i presbiteri, non c'è affermazione parallela di una volontà di Cristo per la loro istituzione. In Lumen gentium (28) viene detto che i vescovi hanno legittimamente trasmesso l'ufficio del loro ministero a vari soggetti; in Presbyterorum ordinis (2) leggiamo che la funzione ministeriale dei vescovi "fu trasmessa in grado subordinato ai presbiteri, affinché questi, costituiti nell'ordine del presbiterato, fossero cooperatori dell'ordine episcopale per il retto assolvimento della missione apostolica affidata da Cristo". Sull'origine storica del presbiterato, il concilio dice soltanto che gli Apostoli "ebbero vari collaboratori nel ministero"(LG 20) e che, in seguito, i vescovi hanno conferito ai presbiteri un ufficio ministeriale; non allude a una volontà specifica di Cristo per l'istituzione dei presbiteri.
L'episodio evangelico della missione assegnata ai settantadue discepoli, distinta dalla missione affidata ai Dodici ma analoga a questa (Le 10,1-12; 9,1-6) avrebbe potuto costituire un punto di partenza per l'affermazione della volontà d'istituire dei presbiteri impegnati nella cooperazione con i vescovi, ma Vaticano II non ha posto il problema, essendo più dedicato all'elaborazione della dottrina sul ministero dei vescovi. Il bisogno di precisare l'origine del ministero presbiterale non era abbastanza sentito; si può nondimeno prevedere che questo problema sarà nel futuro l'oggetto di una riflessione più approfondita.
Se il ruolo di Cristo nell'istituzione del presbiterato non è stato chiarito da Vaticano II, il ruolo di Cristo nell'esercizio del ministero presbiterale è stato pure posto in luce: "La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente vincolata all'ordine episcopale, partecipa dell'autorità conia quale Cristo stesso fa crescere ,santifica e governa il proprio Corpo". Per mezzo del sacramento dell'ordine, i presbiteri vengono configurati a Cristo sacerdote e resi atti ad agire in nome di Cristo capo in persona. I presbiteri "partecipano, da parte loro, alla funzione degli Apostoli"( PO 2).il ruolo di Cristo nell'istituzione del presbiterato non è stato chiarito da Vaticano II, il ruolo di Cristo nell'esercizio del ministero presbiterale è stato pure posto in luce: "La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente vincolata all'ordine episcopale, partecipa dell'autorità quale Cristo stesso fa crescere ,santifica e governa il proprio Corpo". Per mezzo del sacramento dell'ordine, i presbiteri vengono configurati a Cristo sacerdote e resi atti ad agire in nome di Cristo capo in persona. I presbiteri "partecipano, da parte loro, alla funzione degli Apostoli"( PO 2).
Il valore del presbiterato viene così riconosciuto. Partecipare all'azione di Cristo che "fa crescere, santifica e governa il proprio Corpo" significa essere elevato al livello più alto dell'attività spirituale. Agire in nome di Cristo capo in persona significa esercitare il ministero di pastore mediante una profonda unione con la persona di Cristo.
Il Vaticano II non afferma soltanto questa azione in nome di cristo capo in persona, ma sottolinea che i presbiteri esercitano soprattutto la loro funzione sacra nell'offerta del sacrificio eucaristico. Il momento in cui il presbitero, con la sua attività personale d'offerta sacrificale fa crescere, santifica e governa la Chiesa, per assimilazione all'offerta personale di Cristo, è il momento della più ampia fecondità concessa al ministero sacerdotale. I presbiteri, dice il concilio, "uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo". Tutti i desideri dell'umanità vengono portati sull'altare: il gesto dell'offerta sacerdotale si estende ai più intimi pensieri che si nascondono nei cuori umani, ma assumono il loro pieno valore quando sono accolti e presentati al Padre nell'offerta personale di Cristo stesso. E tutta l'anima della comunità umana che si esprime in questa offerta e che si apre alla trasformazione totale in vita divina che Cristo opera per mezzo dello Spirito Santo.
d - Osservando che i presbiteri esercitano soprattutto il loro sacro ministero nel culto eucaristico, Vaticano II risponde a un problema che era stato sollevato poco prima sulla natura del ministero sacerdotale. Un movimento dottrinale si era sviluppato per esaltare l'importanza del ministero della parola. In reazione alle dichiarazioni del concilio di Trento, che avevano affermato con insistenza il legame fra sacerdozio e sacrificio, questo movimento poneva l'accento sulla connessione fra sacerdozio e parola: II sacerdote veniva concepito come l'uomo della parola, e il sacrificio era interpretato come il caso più evidente dell'efficacia della parola pronunziata nella celebrazione eucaristica. Diversi tentativi erano stati fatti per ridurre le tre funzioni sacerdotali di predicazione, di culto e di cura pastorale al solo ministero della parola.
Il Vaticano II conserva l'affermazione delle tre distinte funzioni per il sacerdozio. Riconosce la priorità del ministero della parola per i vescovi e i presbiteri: "Tra i principali doveri dei vescovi, eccelle la predicazione del Vangelo"(LG 25) "I presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio"(PO 4). Ma un altro primato viene espressamente enunciato: un valore superiore deve essere attribuito al sacrificio eucaristico: i presbiteri esercitano soprattutto il loro sacro ministero nel culto eucaristico (LG 28); "nel ministero eucaristico, i presbiteri svolgono la loro funzione principale" (PO 3).
Nell'ordine cronologico, la funzione di predicazione è prima, perché il primo compito della missione sacerdotale è di diffondere la parola di Dio; la celebrazione dell'eucaristia si rivolge a coloro che hanno già ascoltato questa parola. Ma nell'ordine del valore spirituale, il sacrificio eucaristico è più elevato, perché comunica pienamente ai credenti la vita divina, con la forza necessaria a una esistenza umana che risponda generosamente a tutte le esigenze divine.
B - Riflessione dottrinale
1-11 sacrificio eucaristico in relazione all'identità del presbitero
1A - Eucaristia e identità sacerdotale di Cristo
a - Il sacrificio eucaristico manifesta nel modo più sorprendente la potenza del sacerdozio di Cristo.
Nell'ultima cena Gesù ha istituito l'eucaristia, e con questa istituzione ha dato al sacerdozio ministeriale una nuova dimensione, dimensione che non avrebbe potuto esistere nel compito sacerdotale della religione giudaica. Il ritualismo giudaico si estendeva a molti sacrifici e molti pasti, ma non comportava niente di simile al sacrificio eucaristico e al banchetto eucaristico. L'eucaristia appare come una grande novità, una invenzione meravigliosa.
Nella vita sacramentale della nuova alleanza, l'eucaristia ha un posto molto importante, unico. Procura la presenza di Cristo, mentre gli altri sacramenti procurano soltanto una grazia speciale, un dono determinato che emana dalla persona del Salvatore e viene comunicato dallo Spirito Santo. Il sacramento del perdono, per esempio, comunica la grazia della remissione delle colpe, ma non comporta, sotto segni sensibili, la presenza di questa persona. La presenza viene data dall'eucaristia, con le parole della consacrazione del pane e del vino: il Salvatore stesso si rende presente, e non compie soltanto una azione salvatrice. L'eucaristia è specialmente destinata a fare apprezzare il dono divino più essenziale, quello della presenza di Cristo.
E' anche destinata a sviluppare la partecipazione all'offerta del sacrificio. Cristo è sacerdote che esercita il suo sacerdozio prima di tutto con questa offerta. Si tratta dell'offerta che è stata compiuta una volta per tutte nel sacrificio della croce. Tutte le offerte che hanno seguito nella storia l'offerta del Calvario hanno riprodotto ritualmente, sacramentalmente l'unica offerta fatta sul Calvario e hanno attinto in essa tutta la loro realtà. Il sacerdozio del Salvatore si è concentrato nell'offerta drammatica che ha meritato la salvezza per l'umanità, prima di moltiplicarsi in numerose offerte rituali, compiute mediante il ministero di molti sacerdoti per i bisogni di tutto il mondo.
b - Moltiplicandosi per operare con la cooperazione di molti sacerdoti, il sacerdozio di Cristo non perde niente della sua potenza salvatrice. Cristo sviluppa in ogni sacerdote la consapevolezza di agire nel suo nome, e fa scoprire la sua identità di sommo sacerdote attraverso le parole pronunziate in ogni celebrazione eucaristica. Il presbitero che pronunzia queste parole riconosce che tutta la potenza dell'eucaristia viene da Cristo, e che il suo sacerdozio personale opera soltanto come sacerdozio di Cristo. La parola rivolta a tutti i cristiani, come a tutti gli uomini: "Fuori di me non potete far nulla" (Gv 15,5) vale più particolarmente per i sacerdoti, Un sacerdote non può sperare nessuno frutto se è separato dal sacerdozio di Cristo. Deve identificarsi con il Salvatore nel compimento della sua missione e più specialmente nella sua attività sacramentale. Scoprendo sempre più la presenza operante di Cristo nel mistero dell'eucaristia, può sperare una efficacia superiore con frutti sempre più abbondanti che sorgono dalla presenza del Sacerdote supremo, dal suo sacerdozio onnipotente.
c - Nell'ultima cena, il sacerdozio di Cristo non si è soltanto affermato come munito di tutta la potenza del Figlio ma come animato dal più ampio amore. L'evangelista Giovanni pone l'accento su questa disposizione fondamentale di Gesù al momento dell'istituzione dell'eucaristia: "Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine"(Gv 13,1).Passare da questo mondo al Padre significava il grande atto sacerdotale dell'offerta della sua vita. Gesù conosceva la via che doveva condurlo fino al Padre: prima dell'evento doloroso, conosceva i particolari dell'itinerario che si sarebbero manifestati molto presto nella notte che si avvicinava. Avrebbe potuto temere questo itinerario, ma siccome si trattava di passare dal mondo al Padre, egli sapeva che il traghetto penoso doveva terminare con l'accoglienza da parte del Padre, cioè con un'immensa gioia che avrebbe succeduto a un intenso dolore.
Ma ciò che importava soprattutto era l'amore che illuminava e desiderava questo cammino. Cristo aveva sempre fatto del suo viaggio sulla terra, che lo conduceva dal Padre al Padre, un viaggio pieno di amore per gli uomini. Il passo ultimo del viaggio doveva essere necessariamente un vertice dell'amore: amare fino alla fine non solo voleva dire che egli era deciso ad amare fino all'ultimo dei suoi giorni sulla terra, ma che voleva amare fino al punto estremo del dono del suo cuore.
d - E' questo amore che ha permesso al suo sacerdozio di svilupparsi più completamente. Nella preghiera sacerdotale si esprime la consapevolezza della consacrazione sacerdotale suprema e del vertice dell'amore, secondo l'orientamento della prima cena eucaristica.
L'atteggiamento sacerdotale di Gesù si dispiega nello slancio della preghiera: "alzati gli occhi al cielo" (Gv 17,1). E' un momento di omaggio al Padre e di abbandono alla sua sovranità. "Padre, è giunta l'ora". E' l'ora dell'opera di salvezza, ora della Passione, ma che nel piano divino è inseparabilmente l'ora della glorificazione: "Glorifica il tuo Figlio, perché il Figlio glorifichi te." A questo momento viene aspettato il supremo scambio di amore fra Padre e Figlio. Il Figlio chiede al Padre la sua glorificazione, che si compirà nella risurrezione; vuole suscitare la più alta testimonianza di amore del Padre, ma mostra che il suo scopo è di glorificare il Padre, con l'omaggio della sua persona di Figlio.
L'amore reciproco del Padre e del Figlio non è pure destinato a chiudersi sulla loro unione: Gesù pensa all'effetto benefico di questo amore sul destino del l'umanità. Egli vuole dare la vita eterna a tutti quelli che gli sono stati affidati dal Padre. Il Padre non solo ha mandato il Figlio nel mondo ma gli ha affidato tutti gli uomini destinati alla fede. Il Figlio li ha custoditi tutti, tranne il figlio di perdizione. Egli prega perché possano avere la pienezza della sua gioia, che esprime il dono completo del suo amore.
Inoltre, il Figlio vuole mandare i suoi discepoli nel mondo, perché possano condividere la sua missione. Per questa missione, che è sacerdotale, chiede al Padre la loro consacrazione, frutto e prolungamento della sua consacrazione personale :"Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17, 18-19).
L'amore che anima la consacrazione deve più specialmente manifestarsi nell'unità che Gesù vuole stabilire nella Chiesa: l'unione fra i discepoli deve conformarsi all'unione perfetta che unisce Padre e Figlio: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). L'unità del Padre e del Figlio non costituisce solo un modello da imitare: è una comunione di vita nella quale gli uomini sono invitati a vivere per attingervi la forza di rimanere uniti. Così viene assicurata, la perfezione dell'unità: "Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità".
Nella preghiera sacerdotale, l'eucaristia non viene espressamente citata, ma con l'istituzione del sacramento fatta poco prima, il suo ricordo è sempre presente. L'eucaristia significa la penetrazione dell'amore divino nel cuore dei credenti. Questa penetrazione proviene da un ampio disegno che ha come punto di partenza l'amore eterno del Padre per il Figlio: "Tu mi hai amato prima della creazione del mondo"(Gv 17,24). E' questo amore che vuole prendere possesso dei cuori umani: "Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro"(Gv 17,26) .
Questa permanenza dell'amore divino nel cuore è una nota distintiva della vita della grazia, ma è più particolarmente prodotta e assicurata dall'eucaristia.
1 B - Eucaristia e identità sacerdotale del presbitero
a - Il sacrificio eucaristico contribuisce a porre in luce l'identità sacerdotale del presbitero.
A questo sacrificio prende parte tutta la comunità cristiana, ma solo colui che è stato investito di una missione e di un potere appropriato come sacerdote può pronunziare le parole della consacrazione del pane e del vino. Cristo ha dato questo potere ai suoi Apostoli: aveva riservato ai dodici la partecipazione all'ultima cena e si è rivolto a loro quando ha detto: "Fate questo in memoria di me"( Lc 22,19; 1 Cor 11,24-25). Manifestava la sua volontà per la via futura della sua Chiesa: voleva la riproduzione della cena in modo indefinito perché la memoria della sua venuta sulla terra non fosse semplicemente la memoria di un momento passato ma il compimento sempre reale e vivo del dono concesso per la santificazione del mondo. Per l'esistenza e lo sviluppo della Chiesa, la riproduzione di ciò che era stato fatto in questa cena era essenziale.
Tuttavia, Gesù non desiderava che tutto, da questa ultima cena, fosse commemorato e riprodotto. Si trattava soltanto della grande novità che aveva introdotto in questa cena pasquale: la consacrazione del pane e del vino, che diventavano il suo proprio corpo e il suo proprio sangue. Nella cena pasquale la sostanza del pasto consisteva nell'agnello. I discepoli avrebbero potuto forse esitare sugli alimenti che dovevano costituire il pasto commemorativo voluto dal Maestro. Ma per questo discernimento avevano ricevuto dalle stesse parole di Gesù, una indicazione decisiva. Gesù aveva detto due volte: "Fate questo in memoria di me", a due momenti del pasto: nel momento della benedizione del pane, ali'inizio,poi nel momento in cui si beveva la terza coppa di vino, verso la fine. La memoria si limitava dunque alla manducazione del corpo di Gesù e alla bevanda del suo sangue.
Gli Apostoli hanno capito che solo questi due nuovi riti, introdotti dal loro Maestro nella cena pasquale, dovevano essere ripresi nella celebrazione dell'eucaristia. Erano dei riti che sconvolgevano il significato della cena. L'agnello non era più necessario, perché ormai la carne e il sangue erano quelli, non di un agnello simbolico, ma del vero agnello che con il suo sacrificio aveva salvato il mondo. Per questo motivo, gli Apostoli hanno lasciato cadere, in memoria di Cristo, tutto il rito dell'agnello pasquale, e hanno ritenuto unicamente le consacrazioni del pane e del vino, che ormai davano il corpo e il sangue del Salvatore.
b - Le parole della consacrazione pongono in evidenza il ruolo essenziale di Cristo come sommo sacerdote.
E lui che compie l'atto di offerta; le parole vengono pronunziate nel suo nome: "Questo è il mio corpo." Sembra che più letteralmente abbia detto: "Questa è la mia carne", come lo fanno supporre le parole riportate da Giovanni nel discorso di annuncio dell'eucaristia: "Il pane che io darò è la mia carne, per la vita del mondo"(Gv 6,51). Il concetto semitico è quello di "carne"; verosimilmente è il concetto adoperato da Gesù, ma che è stato sostituito in greco dal vocabolo "corpo".
L'espressione "la mia carne" conveniva specialmente per significare la debolezza inerente alla natura umana e per lasciare intendere la destinazione al sacrificio. La carne poteva alludere alle vittime animali dei sacrifici che erano senza sosta offerti nel tempio di Gerusalemme. Ma essendo la carne di Cristo/ questa "mia carne" assumeva un valore superiore. Se era destinata a sostituire nel sacrificio la carne di numerose vittime, significava pure il corpo vivo, il corpo di colui che aveva il potere di dare la propria vita per comunicare all'umanità la vita divina.
Solo il sacerdote supremo poteva pretendere a questo potere sul proprio corpo. Gesù aveva rivendicato, in quanto era il Figlio unico del Padre, la sovranità sulla sua vita umana: "In questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e di riprenderla di nuovo"(Gv 10,17-18). L'esercizio di questo potere è anche un atto di obbedienza verso il Padre. Gesù aggiunge: "Questo commando ho ricevuto dal Padre mio." Con un atteggiamento profondamente filiale, egli s'impegna sovranamente nella morte e nella risurrezione come il Padre l'aveva voluto quando l'aveva mandato sulla terra.
c - Quando il presbitero pronunzia le parole della consacrazione del pane e del vino, è consapevole di avere ricevuto, in virtù dell'ordinazione sacerdotale, questo potere di rendere presenti il corpo e il sangue di Cristo. Egli parla nel nome di Cristo al punto di dire: "Questo è il mio corpo", "Questo è il calice del mio sangue. Con una audacia notevole, dice "mio corpo", "mio sangue", pensando esclusivamente al corpo e al sangue di Cristo e dimenticando in qualche modo il fatte che egli conserva il suo corpo personale e il suo sangue. La sua identità personale è divenuta totalmente trasparente all'identità personale di Cristo. Egli s'identifica a Cristo come sacerdote che offre pane e vino per prendere nelle sue mani il corpo e il sangue presenti sotto segni visibili.
Questa identificazione non si verifica solo nell'eucaristia. Nel sacramento del perdono, il presbitero opera anche nel nome di Cristo per trasmettere il perdono divino. Nel nome di Cristo, egli dice a colui che è venuto per ricevere il perdono: "Io ti assolvo da tutti i tuoi peccati". ei anche consapevole che non possiede in se stesso, nelle sue capacità semplicemente umane, la facoltà di concedere l'assoluzione; in virtù dell'ordinazione sacerdotale ha ricevuto questa facoltà e l'esercita sapendo che Cristo stesso perdona come l'esprimono le parole sacramentali. Il presbitero s'identifica al Sacerdote supremo che concede il perdono.
Fa così l'esperienza, nel mistero del perdono, della sua identità di sacerdote. Ma dobbiamo osservare che l'esperienza d'identità sacerdotale è ancora più profonda nel mistero della consacrazione eucaristica. In questo mistero, non si tratta più solo di rimettere i peccati commessi ma di rendere presente la persona di Cristo nella sua carne e nel suo sangue, persona impegnata nell'offerta del sacrificio per la salvezza del mondo. Le parole "mio corpo", "mio sangue", esprimono questa presenza, ma di tal modo che il presbitero si stacchi dalla sua identità personale per assumere l'identità di Cristo. Per un momento, egli si spoglia della sua personalità per entrare nel mistero di Cristo e del suo sacerdozio trascendente. Pronunzia delle parole che si riferiscono soltanto a Cristo e le pronunzia come parole di Cristo che hanno penetrato nella sua bocca e nel suo cuore.
Queste parole "configurano" il suo sacerdozio ministeriale a quello di Cristo. Esprimono un impegno personale completo che assicura la massima efficacia all'opera sacerdotale ed esaltano
al più alto livello la dignità del presbitero.
2 - Il sacrificio eucaristico in relazione alla spiritualità del presbitero
Per assumere tutti i compiti della sua vita sacerdotale, il presbitero ha bisogno di una forte e ricca spiritualità. Nell'eucaristia egli trova una fonte abbondante di energia spirituale.
a - Fede
Il sacrificio eucaristico richiede e favorisce lo sviluppo della fede. Il presbitero deve essere il primo che creda al mistero della presenza invisibile di Cristo nel sacramento. Egli conosce per esperienza l'effetto molto limitato delle sue parole, ma quando pronunzia le parole della consacrazione, deve ammettere integralmente la realtà di ciò che dicono, cioè la realtà del corpo e del sangue di Cristo. Senza la fede , queste parole perderebbero il loro valore. In ogni celebrazione eucaristica, il presbitero è costretto, in un certo modo, di rinnovare, di riaffermare la sua fede, una fede che si porta sulla persona del Signore Gesù, nascosto sotto i segni del pane e del vino.
Con questo sviluppo della fede eucaristica, il presbitero capisce meglio il significato del suo sacerdozio. Egli è l'uomo delle realtà invisibili e ha per missione di far vedere ciò che non si vede. Quando crede nell'eucaristia, crede nella presenza divina che si fa molto vicina a noi e richiede la nostra adorazione; con questa presenza sorge un amore che intende creare un contatto e rompere la nostra solitudine. Con la fede possiamo apprezzare meglio l'amico misterioso che viene per riempire il nostro silenzio con la sua voce e il nostro vuoto con l'immensa ricchezza divina.
Siccome la fede anima la partecipazione al sacrificio eucaristico, suscita un'adesione piena di calore all'offerta unica che ha trasformato il destino dell'umanità. Il Cristo invisibile è il Cristo crocifisso e risorto, che con il generoso dono della vita ha meritato la formazione di un uomo nuovo; i peccati vengono rimessi e una vita nuova si diffonde, rialzando a un livello altissimo quelli che erano stati umiliati dalle loro colpe. E' la vittoria del Salvatore che si esprime nel sacrificio e conferma, contro ogni dubbio, il valore della fede.
b - Preghiera
Nel presbitero, il sacrificio eucaristico stimola notevolmente lo slancio della preghiera.
Il sacrificio sviluppa una forma più intensa di preghiera; costituisce la forma più estrema di offerta personale rivolta a Dio. In Cristo, il sacrificio ha portato al Padre l'implorazione suprema destinata a ottenere, per l'umanità, la remissione dei peccati e tutti i doni della grazia.
L'implorazione non era soltanto un grido ma si fondava su una oblazione dolorosa, nella quale il Figlio faceva di se stesso un omaggio completo in onore del Padre. Era una preghiera che esprimeva un amore filiale perfettamente abbandonato alla volontà del Padre.
Come espressione del dono completo della persona, nell'immolazione sul Calvario, questa preghiera era certa della sua efficacia. Gesù stesso ne aveva dato l'annuncio: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me"(Gv 12,32). L'attrazione non avrebbe potuto risultare dalla croce stessa, che significava umiliazione e vergogna. Veniva da una potenza superiore che attraverso la croce avrebbe fatto sentire a tutti i credenti la misteriosa seduzione dell'amore che desiderava abbassarsi per essere più ampiamente accolto.
Il sacrificio eucaristico spinge fino nel fondo questo amore in uno slancio di preghiera che si nutre della generosità dell'offerta. Il presbitero vuole unirsi a questa preghiera che possiede tutta la forza dell'offerta. Si rende conto che la sua preghiera è troppo spesso sprovvista dalla forza che dovrebbe nutrirla e assicurare la massima efficacia. Il sacrificio eucaristico gli viene offerto come una preghiera perfetta che entra in lui e gli fa condividere il dono supremo che Cristo ha voluto presentare nella sua dolorosa salita verso il Padre.
Con l'impegno personale nel sacrificio eucaristico, il presbitero può migliorare la qualità della sua preghiera e approfondire l'intimità con Cristo, che è l'anima del suo ministero sacerdotale.
c - Carità
Dal sacrificio eucaristico il presbitero riceve un potente impulso alla carità sacerdotale.
Il sacerdote è l'uomo della carità. Formulando il nuovo precetto della carità, Gesù invitava i suoi discepoli a riconoscervi il segno del loro vincolo con lui: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato...Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri"(Gv 13,34-35). Se l'identità dei discepoli appare da questo amore mutuo, questo segno distintivo vale più specialmente per il sacerdote. Egli è l'uomo chiamato a dare una testimonianza convincente di carità.
Alla formulazione di questo comandamento, Gesù aveva legato una dichiarazione sulla propria testimonianza che voleva dare, una volta per tutte, nel suo sacrificio: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici "(Gv 15,13).Quando pronunziava queste parole, Gesù aveva celebrato la cena con i suoi discepoli e spiegava loro il significato dell'amore che animava la comunione stabilita in questa cena. L'amore che egli propone come modello ai suoi discepoli è quello che non esita a sacrificarsi con una oblazione eroica della propria vita, in favore di coloro che egli ha voluto trattare come amici.
La loro partecipazione alla cena, specialmente voluta da Gesù per i suoi apostoli, mostrava che erano destinati a condividere il suo sacrificio. Erano invitati ad amarsi gli uni gli altri come il loro Maestro aveva amato, accettando tutte le pene e rinunce che poteva richiedere l'amore mutuo. Il sacrificio eucaristico che era stato affidato alla loro missione sacerdotale comportava un impegno che nel futuro sarebbe stato legato ad ogni vita di sacerdote: l'impegno nella via di un amore che sarebbe stato pronto ad accogliere ogni chiamata a un dono personale al beneficio degli altri.
Il presbitero, che capisce le esigenze della partecipazione all'offerta eucaristica, non può rifiutare di essere associato alla prova dell'opera redentrice. L'amore che da la vita per i propri amici è stato iscritto nel fondo della sua anima e l'orienta verso una carità generosa.
d - Speranza
Il sacrificio eucaristico aiuta il presbitero a vivere nella speranza.
La vita sacerdotale è profondamente animata di speranza, perché il sacerdote ha ricevuto il compito di annunziare la buona novella della salvezza.
Nell'antica alleanza si era sviluppata la speranza rivolta verso un regno ideale, messianico. Ma i profeti, pur annunziando l'intervento salvifico di Dio, ponevano spesso l'accento sulla gravita dei mali e sulle minacce di castigo. La nuova alleanza comporta una grande novità: le promesse divine di salvezza vengono ormai compiute. Cristo viene come il Salvatore che offre adesso a tutti gli uomini i beni aspettati da molto tempo, con la remissione dei peccati e la vita divina della grazia. Una nuova era viene inaugurata, quella della speranza colmata.
Il clima di speranza conferisce all'azione sacerdotale molte possibilità di sviluppo: La speranza è necessaria per stimolare l'impegno nella missione. Con la speranza, il dinamismo può crescere notevolmente, incoraggiando il presbitero a diffondere la buona novella e ad iniziare tutte le opere destinate a favorire lo sviluppo delle comunità cristiane nella santità e nella carità. La speranza protegge i presbiteri contro i pericoli dello scoraggiamento, contro le tentazioni di rinunciare ad iniziative che possono essere molto feconde.
Il sacrificio eucaristico è destinato a rafforzare la speranza. Rende presente il sacrificio della croce, che ha cambiato in senso favorevole il destino dell'umanità. Rende più precisamente questo sacrificio attuale nello stato glorioso che ha succeduto all'evento doloroso. Il Cristo che si offre mediante il presbitero nell'eucaristia, è il Cristo celeste, vittorioso. E' anche il Cristo pieno di potere per trasformare il mondo. E' dunque il Cristo della speranza. Il presbitero trova in questo Cristo una fonte inesauribile di speranza, quando si unisce alla sua offerta e si nutre del suo corpo.
Nelle sue impotenze, il presbitero ha la possibilità di reagire con una speranza più forte, alimentata dall'eucaristia; questa speranza non può deluderlo, come l'eucaristia non delude.
3- Il sacrificio eucaristico in relazione al ministero del presbitero
a - L'opera di Cristo
Il sacrificio eucaristico aiuta il presbitero a scoprire sempre meglio la verità più essenziale del suo ministero: in questo ministero, Cristo essenzialmente opera.
Il presbitero pronunzia le parole della consacrazione, ma viene totalmente superato dall'effetto invisibile di queste parole. La presenza del corpo e del sangue di Cristo non potrebbe essere prodotta da colui che dice: "Questo è il mio corpo", "Questo è il mio sangue". E' l'Io di Cristo che si offre al Padre e compie l'offerta sacerdotale.
E' pure vero che questa offerta sacerdotale viene compiuta mediante il ministero del presbitero. Il valore di questo ministero non può dunque essere ridotto al nulla. Il sacrificio ha essenzialmente bisogno di una cooperazione umana che permetta a Cristo di operare. Senza questa cooperazione il sacrificio della croce non sarebbe stato seguito da una moltitudine di sacrifici sacramentali che riproducono l'unico sacrificio della redenzione universale.
Il ruolo del presbitero merita dunque di essere riconosciuto. Egli è consapevole di essere unicamente un ministro che pronunzia delle parole nel nome di Cristo e che lascia a Cristo la cura di fare il gesto spirituale dell'offerta. Si comporta così perché Cristo stesso l'ha voluto quando nell'ultima cena ha dato questo ordine: "Fate questo in memoria di me". Fare questo in memoria di lui significa per il presbitero concentrare tutto il suo pensiero su Cristo e fare suo tutto il disegno del Salvatore.
E il più grande gesto umano, perché impegna la grandezza infinita di Cristo; e anche il più piccolo e più umile gesto, perché il sacerdote si spoglia dalla sua personalità per potere lasciare agire in se stesso la persona di Cristo; Attraverso il presbitero, è Cristo che opera tutto il sacrificio eucaristico.
b - Missione di salvatore
Grazie al sacrificio eucaristico, il presbitero compie la sua missione essenziale, missione di salvatore.
Le parole della consacrazione del vino esprimono con forza questa missione: viene affermata la presenza del sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per molti in remissione dei peccati. Infatti sembra che questa ultima determinazione: "in remissione dei peccati" sia stata aggiunta, nel testo di Matteo, alle parole autenticamente pronunziate da Gesù. E vero che il sangue di Cristo sia stato versato per ottenere la remissione dei peccati dell'umanità, ma non è stato soltanto versato per questo scopo: voleva procurare, per mezzo di questo sacrificio, la vita divina all'umanità. Come Salvatore, Gesù non si limita a comunicare agli uomini la salvezza e la purificazione: egli trasforma tutta la loro esistenza dando loro a profusione una vita più alta, vita divina che invade tutta la loro vita umana.
Siccome il sacrificio eucaristico riproduce sacramentalmente il sacrificio della croce, il presbitero che celebra l'eucaristia contribuisce a una fecondità più ampia di questo sacrificio unico e alla nascita della Chiesa. Egli compie la sua missione pastorale, perché il primo atto di pastore consiste nell'offerta del sacrificio. Cristo aveva detto: "Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore" (Gv 10,11). Egli aveva compiuto questo ideale del pastore offrendo la sua vita per tutti gli uomini e aveva voluto un rinnovamento incessante dell'offerta chiedendo ai suoi apostoli il gesto dell'offerta eucaristica. Il presbitero che rifà l'offerta, compie la sua missione più alta. Essendo il sacerdote di Cristo, riproduca l'atto pastorale supremo di Cristo.
Questo atto pastorale supremo permette al presbitero di essere pienamente testimone di Cristo, testimoniando con le parole della consacrazione del pane e del vino l'efficacia del suo sacrificio. L'efficacia consiste anche nel fatto che il presbitero ottiene, come frutti del sacrificio eucaristico, benefici di vita divina e di grazia per numerose persone e per l'intera comunità ecclesiale. Ogni celebrazione : eucaristica.4?;è fonte di benedizioni divine per l'umanità.
c - L'unità fraterna
Con il sacrificio eucaristico, il presbitero porta avanti lo sviluppo dell'unità fraterna.
L'evangelista Giovanni, commentando una parola di Caifa:" E' meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera", aveva scritto che "questo, non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,50-52). Se il sacrificio della croce è stato offerto per ottenere la riunione di tutti i figli di Dio dispersi nel mondo e se ha realmente raggiunto questo scopo, il sacrificio eucaristico ha essenzialmente lo stesso obiettivo: promuovere l'unione fra coloro che rimangono troppo dispersi, troppo separati gli uni dagli altri.
Nella sua missione, il presbitero può essere definito l'uomo dell'unità. Egli porta in se stesso il messaggio di carità di Cristo che vuole radunare e stabilire un vero regno di amore e di concordia. E profondamente orientato verso la formazione di un mondo più fraterno. Ma gli ostacoli non mancano. Il presbitero viene spesso sconcertato, sconvolto, dai conflitti che si manifestano e si oppongono ad una pace che tutti dovrebbero desiderare. Si sente superato dall'ostilità che scoppia anche nelle famiglie e negli ambienti di fede che sembrano destinati a testimoniare l'amore mutuo insegnato nel vangelo.
Sentendo la sua impotenza dinanzi a situazioni di lacerazione che non può correggere, egli può ricorrere all'eucaristia per ottenere da parte del Cristo eucaristico un nuovo impulso all'amore mutuo. Può anche esortare coloro che sono impregnati in conflitti a cercare nel cibo eucaristico una forza superiore per ristabilire la pace e la buona intesa. Può ancorare più risolutamente la sua fiducia nel Cristo che con il suo sacrificio ha vinto tutte le passioni cattive e riconciliato tutti coloro che erano opposti gli uni agli altri.
Il sacrificio eucaristico è fonte sicura di un amore che trionfa di tutte le lotte e stabilisce una nuova unità autenticamente fraterna, fra tutti quelli che sono insieme figli del Padre nel Figlio.
Per determinare il significato del sacrificio eucaristico in relazione all'identità del presbitero, seguiremo lo sviluppo di questa relazione attraverso tre tappe della dottrina dei rapporti tra sacrificio e sacerdozio: nella lettera agli Ebrei il mistero di Cristo sacerdote trascendente; nel concilio di Trento, il vincolo fra il sacerdozio della nuova alleanza e il sacrificio propiziatorio; nel concilio Vaticano II, il sacrificio eucaristico riconosciuto come il vertice del ministero sacerdotale.
1 - Cristo sacerdote, secondo la lettera agli Ebrei
a - La lettera agli Ebrei fa discernere il mistero che si esprime nel sacerdozio, sottolineando nella definizione del sommo sacerdote una relazione essenziale con Dio, che gli permette di esercitare un influsso sul comportamento divino: "Ogni sommo sacerdote, preso dagli uomini, viene stabilito per il bene degli uomini nelle cose che sono verso Dio, per offrire doni per i peccati "( 5,1).
I sacrifici operano la riconciliazione dell'umanità con Dio; alle relazioni che implicavano per motivo del peccato una separazione nell'ostilità si sostituiscono relazioni di pace e di mutua amicizia. L'ira divina scompare dinanzi alla misericordia. L'accesso "verso Dio" viene ristabilito.
Il disegno divino di alleanza può essere compiuto. Nell'A.T. questo disegno si era attuato con Mosè nel sacrificio, e adesso la nuova alleanza viene assicurata dal sacrificio personale di Cristo. Questo sacrificio è il sacrificio perfetto, che ottiene ogni bene, ogni grazia. I sacrifici nella religione giudaica erano sempre imperfetti e avevano soltanto un valore simbolico: non potevano raggiungere il loro scopo che consisteva nella remissione dei peccati. Solo il sacrificio di Cristo ottiene una riconciliazione totale, con il perdono definitivo di tutte le colpe.
b - Parlando di "sommo sacerdote" (archiereus), l'autore della lettera pensa a Cristo, anche se la definizione ha un carattere generale. Egli pure non vuole dire che Cristo è uno dei sacerdoti o sommi sacerdoti; attribuisce a Cristo un volto unico di sacerdote. Gesù non è sommo sacerdote "secondo l'ordine di Aronne", cioè in virtù dell'appartenenza al sacerdozio ufficiale del popolo giudaico, che è il sacerdozio levitico. Viene presentato come colui che, a seguito del suo sacrificio, è proclamato sommo sacerdote "secondo l'ordine di Melchisedek"(5,10). Melchisedek non è nemmeno un Ebreo; è un re straniero, "re di Shalom", secondo il libro della Genesi (14,18-20), e sacerdote del Dio altissimo, che fa una offerta di pane e vino. Egli da una benedizione a Abramo e riceve da lui il pagamento della decima. Appare dunque anteriore e superiore a Abramo.
Questa superiorità viene sottolineata e sfruttata nella lettera agli Ebrei, come segno della trascendenza del sacerdozio di Cristo. Il silenzio della Genesi sull'origine di Melchisedek è interpretato come indicazione che supera ogni origine umana: "Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, e rimane sacerdote in eterno"(7,3) . Si riconosce così nella figura biblica di Melchisedek il mistero del Figlio di Dio come supremo sacerdote.
c - Nel prologo della sua lettera, l'autore aveva posto in luce il passaggio dall'antica alleanza alla nuova, dicendo che Dio che," nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi, aveva parlato ai padri attraverso i profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli (il Figlio) è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e sostiene tutto con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è posto a destra della maestà nell'alto dei cieli"(1,1-3).
La nuova rivelazione è molto superiore all'antica: viene dal Figlio come parola unica e completa, Figlio che porta in se tutta la potenza divina, manifesta nell'opera creatrice e nell'opera redentrice di "purificazione dei peccati". Sedendo a destra del Padre, il Figlio condivide il suo potere.
L'espressione: "seduto alla destra" fa riferimento al salmo 110, citato poco dopo più letteralmente: "Siedi alla mia destra", come parola che significa una elevazione superiore a quella degli angeli. Questo salmo affermava una misteriosa figliolanza celeste e l'associava a una eterna dignità sacerdotale: "Il Signore ha giurato irrevocabilmente: Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedek".
Questa associazione di figliolanza divina e di sacerdozio è stata ripresa e confermata dalle parole di Gesù stesso, nel contesto del sacrificio. Il sommo sacerdote Caifa rivolge a Gesù la domanda fondamentale: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio"(Mt 26,63). Nella sua risposta affermativa, Gesù annuncia che i suoi avversari riceveranno la dimostrazione della verità che egli proclama: "D'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio e venire sulle nubi del cielo"(Mt 26,64). Annuncia così il compimento delle parole: "Siedi alla mia destra", parole che introducevano la proclamazione di un sacerdozio nuovo: "Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedek". Senza riprendere queste ultime parole, Gesù mostra che si attribuisce questa dignità; lo mostra nella testimonianza suprema sulla propria identità , con il suo impegno nel sacrificio. Si è definito come sacerdote nuovo, e ha definito così tutto il sacerdozio che viene da lui.
Se egli si considera come "sacerdote per sempre", possiamo chinerei se l'eternità di questo sacerdozio era anteriore al momento dell'incarnazione del Figlio, cioè se dall'eternità Gesù era sacerdote. La lettera agli Ebrei risponde a questo interrogativo, affermando che "ogni sommo sacerdote è preso dagli uomini" in vista di contribuire al bene degli uomini. Per diventare sacerdote, il Figlio si è fatto solidale degli uomini con l'incarnazione.
d - Anche se il Verbo nella sua eternità non era sacerdote, dobbiamo riconoscere l'armonia tra l'atteggiamento eterno del Figlio, dal principio rivolto verso il Padre, e l'atteggiamento sacerdotale definito nella lettera agli Ebrei. Gli stessi termini greci servono a designare i due atteggiamenti: secondo il prologo di Giovanni, il Verbo era "verso Dio" (pros ton Theon) ; secondo la lettera agli Ebrei il figlio è divenuto, nella relazione "verso Dio" un sommo sacerdote misericordioso e degno di fiducia(2,17). Infatti il sacerdote è stabilito per intervenire in "favore degli uomini, nelle cose che sono "verso Dio"(5,l). Nell'eternità il Figlio aveva la disposizione di orientamento verso il Padre, che al momento dell'incarnazione diventa disposizione sacerdotale.
La figliolanza divina si esprime nel sacerdozio; l'intenzione filiale eterna si concretizza nell'atteggiamento sacerdotale: Il sacrificio consiste in un ritorno del Figlio verso il Padre; Gesù sa "che è venuto da Dio e ritorna a Dio"; alla Cena, "la sua ora è venuta di passare da questo mondo al Padre suo"(Gv 13,1-3; cf. 16,28).
In Cristo si è formato un legame molto intimo fra la figliolanza divina e il sacerdozio: ambedue si esprimono in un movimento teso verso il Padre.
Il sacrificio è l'atto di sommo amore con il quale il Figlio incarnato offre se stesso al Padre per ricevere dalle mani del Padre tutti i beni della salvezza per il mondo peccatore. Egli assume con la sua immensa compassione tutto il peso dei peccati del mondo e rivolge al Padre una implorazione unica per il perdono di tutte le colpe. E' l'atto filiale per eccellenza, perché esprime un abbandono totale all'amore sovrano del Padre, ed è l'atto sacerdotale perfetto, che manifesta la bontà misericordiosa verso l'umanità peccatrice. E* l'offerta che ottiene la trasformazione dell'umanità con la sua elevazione alla vita divina: l'umanità riceve un nuovo orientamento che la rivolge "verso Dio", "verso il Padre", e opera la sua conversione.
2 - Sacerdozio e sacrificio secondo il concilio di Trento
a - Nel concilio di Trento, l'esposizione dottrinale del sacrificio della messa viene data partendo dal nuovo sacerdozio che si è rivelato in Cristo. "Poiché sotto l'antica alleanza (secondo la testimonianza dell'apostolo Paolo), per l'insufficienza del sacerdozio levitico, non era possibile la perfezione, fu necessario, e così dispose Dio, Padre di misericordia, che sorgesse un altro sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek (Sal.110,4; Eb 5,6.10;7,11.17; cf. Gn 14,18), il Signore Gesù Cristo, che potesse condurre ad ogni perfezione tutti quelli che dovevano essere santificati (Cf. Eb 10,14)" (DS 1739).
Il sacerdozio levitico non poteva, nell'antica alleanza, procurare la perfezione della santità. Un altro sacerdozio, di natura superiore, era necessario per raggiungere questo scopo. Solo colui che era Dio, il Figlio, poteva assicurare una santificazione completa.
Inoltre, non bastava nemmeno il sacrificio offerto una volta per tutte sulla croce. Verità che potrebbe sembrare molto sorprendente, perché questo sacrificio unico è stato offerto per ottenere tutte le grazie di salvezza per ogni uomo e per l'intera umanità. Non manca niente all'efficacia totale e universale del sacrificio che ha raggiunto con sovrabbondanza il suo scopo. Ma secondo il disegno divino, il sacrificio sacerdotale è destinato a prolungare e rinnovare senza sosta la sua offerta in forma sacramentale. Il sacerdozio di Cristo manifesta il suo carattere perpetuo e rende più concreto il suo valore universale con la sua applicazione alla vita cristiana quotidiana. Il sacrificio eucaristico permette al sacrificio della croce di rinnovare sempre la sua attualità.
Il concilio di Trento spiega questa necessità, necessità postulata da un amore divino gratuito che vuole dispiegarsi fino nel fondo: "Questo Dio e Signore nostro, anche se si sarebbe immolato a Dio Padre una sola volta morendo sull'altare della croce (cf. Eb 7,27) per compiere per loro una redenzione eterna, poiché tuttavia, il suo sacerdozio non doveva estinguersi con la morte (cf. Eb 7,24), nell'ultima cena, "la notte in cui fu tradito" (1 Cor 11,23), per lasciare alla Chiesa, sua amante sposa, un sacrificio visibile (come esige l'umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e applicandola sua efficacia salvifica alla remissione dei peccati quotidiani, egli dunque, proclamandosi sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedek, offrì a Dio Padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino e sotto gli stessi simboli li diede, perché li prendessero, agli apostoli (che in questo momento costituiva sacerdoti della nuova alleanza) e comandi loro e ai loro successori nel sacerdozio che l'offrissero, con queste parole: "Fate questo in memoria diurne" (Le 22,19; 1 Cor 11,24), ecc., come la Chiesa cattolica ha sempre creduto e insegnato" (DS 1740).
b - La perpetuità del sacrificio eucaristico è legata alla perpetuità del sacerdozio di Cristo, sacerdozio ministeriale comunicato agli apostoli e ai loro successori.
Il sacrificio eucaristico è un sacrificio rituale, distinto dal sacrificio cruento della croce, che è stato unico, offerto una volta per tutte. Pur essendo rituale, è un vero sacrificio che produce un effetto propiziatorio. Il concilio di Trento ha reagito contro l'opinione di coloro che riconoscono soltanto un sacrificio di lode e di ringraziamento senza valore propiziatorio o una pura commemorazione del sacrificio compiuto sulla croce, o ancora un sacrificio senza utilità per i vivi e i defunti (DS 1753). "Poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offerse una sola volta in modo cruento sull'altare della croce (Eb 9, 14.27s), il santo sinodo insegna che questo sacrificio è propriamente propiziatorio e che per mezzo di esso, se con cuore sincero e retta fede, con timore e rispetto, ci accostiamo a Dio contriti e pentiti, possiamo ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento propizio (Eb 4,16) Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi" (DS 1743).
c - Il valore del sacrificio eucaristico appare più specialmente ne suo rapporto con il sacrificio della croce, rapporto precisato dal concilio a un triplice punto di vista: "C'è una sola e identica vittima; è lo stesso che offre per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno si è offerto se stesso sulla croce; diverso è solo il modo di offrirsi" (DS 1743) .
Nella cena e nel sacrificio della croce, Cristo è l'unica vittima e l'unico sacerdote offerente. Il concilio di Trento si limita a questa affermazione, senza voler dare una risposta ad alcune domande.
Identità della vittima
Dicendo; "una sola e identica vittima", il concilio non ha voluto escludere che il pane e il vino fossero considerati come offerte. Non sono offerta principale; non c'è nella messa una duplice offerta, che costituirebbe un duplice sacrificio. Pane e vino vengono offerti come doni destinati a diventare corpo e sangue di Cristo: sono convertiti in Cristo, e l'offerta ha come termine finale solo Cristo.
L'identità della vittima non esclude nemmeno che nella messa la Chiesa venga in qualche modo offerta: La Chiesa può essere considerata come vittima associata a Cristo, anche se Cristo solo sia contenuto sostanzialmente sotto le specie e sia sempre vittima principale.
Identità del sacerdote
Un sacerdote identico non esclude l'azione del ministro nell'offerta sacerdotale della messa, né la partecipazione dei fedeli e di tutta la Chiesa al sacrificio ministeriale. Modo di offrire diverso
L'espressione ;"ratio offerendi" non viene precisata, ma significa che nella messa l'oblazione non è cruenta e viene fatta dal ministero dei sacerdoti.
La messa è sacrificio sacramentale: questa proprietà sacramentale impedisce ogni affermazione di semplice identità con il sacrificio della croce; l'affermazione di una identità numerica, fatta da O. Casel, non sembra conforme alla dottrina del concilio di Trento.
Il sacrificio della messa rappresenta il sacrificio della croce, lo commemora e applica il suo valore salvifico. Il sacrificio della croce è molto più vasto e più fondamentale; il sacrificio eucaristico attinge nella croce la forza spirituale per farne beneficiare tutti i credenti.
d - Nell'esposizione dottrinale elaborata nel concilio di Trento per reagire alle critiche che emanavano dai Riformatori, osserviamo il vincolo molto forte fra sacerdozio e sacrificio. Il sacrificio eucaristico è stato possibile perché un nuovo sacerdozio, diverso da quello dell'Antico Testamento, formato. Essendo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek, Gesù ha potuto dare alla sua offerta sacerdotale un valore infinito nel tempo e nello spazio, un valore eterno e onnipresente. E' la sua identità nuova di sacerdote supremo che gli ha permesso d'istituire un sacrificio rituale che riproduceva l'unico sacrificio della croce e di moltiplicare in modo indefinito l'offerta che aveva segnato il momento più drammatico della storia dell'umanità.
L'identità del sacerdote svolgeva così un ruolo decisivo nello sviluppo del sacrificio: era l'origine del valore più alto e della più ampia efficacia che potevano essere attribuiti al sacrificio eucaristico. Senza Cristo sacerdote, non ci sarebbe stata l'Eucaristia.
Possiamo aggiungere, in riferimento alla nostra prospettiva che considera il sacrificio prelazione non solo all'identità ma alla spiritualità e al ministero del presbitero, che la dottrina di Trento chiarisce anche l'influsso della spiritualità e della missione di Cristo sacerdote sull'istituzione del sacrificio eucaristico. Nella spiritualità che anima il sacerdozio di Cristo, è fondamentale la consapevolezza di essere il buon pastore. Per adempiere i requisiti della qualità di buon pastore, era necessario di procurare ai credenti la possibilità di unirsi intimamente all'offerta redentrice partecipando al sacrificio e al pasto eucaristico. Diffondendo generosamente la sua ricchezza spirituale, Cristo compiva anche la sua missione di sacerdote: con l'eucaristia, invitava i suoi a nutrirsi del suo corpo e del suo sangue per accogliere meglio l'abbondanza della sua vita divina. Con l'eucaristia, egli poteva raggiungere in pienezza lo scopo della sua venuta fra gli uomini.
3 - Il sacrificio eucaristico, esercizio supremo della funzione di presbitero, secondo la dottrina del Vaticano II
a - Vaticano II ha potuto trattare del sacerdozio ministeriale in un quadro più sereno di quello del concilio di Trento, perché non aveva la preoccupazione prevalente di respingere degli errori. Considerandosi come concilio pastorale, ha potuto enunciare in modo pacifico la dottrina del sacerdozio. Ha riflettuto ampiamente sul sacerdozio dei vescovi, ma ha anche formulato delle osservazioni fondamentali sul sacerdozio dei presbiteri.
L'origine del presbiterato viene brevemente indicata: i vescovi, successori degli Apostoli, "hanno legittimamente affidato, secondo diversi gradi, l'ufficio del loro ministero a vari soggetti nella Chiesa. Così il ministero ecclesiastico di istituzione divina viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi. (Lumen gentium 28). I presbiteri hanno dunque ricevuto dai vescovi la loro funzione; partecipano al loro ministero, che ha la sua prima origine negli Apostoli, che furono mandati da Cristo, come Cristo stesso fu mandato dal Padre.
La fonte dell'autorità pastorale dei presbiteri viene chiarita. Nella descrizione delle loro funzioni, il concilio sottolinea particolarmente la loro dipendenza dal vescovo, ma pone anche in luce la loro dignità e la loro partecipazione al sacerdozio ministeriale di Cristo.
"I presbiteri, pur non possedendo il vertice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro uniti nell'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'ordine, a immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote (cf, Eb 5,1-10; 7,24; 9,11-28), sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento. Partecipando, secondo il grado proprio del loro ministero, alla funzione dell'unico Mediatore Cristo (cf. 1 Tira 2,5), essi annunziano a tutti la divina parola. Ma soprattutto ("maxime") esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove agendo in persona di Cristo, e, proclamando il suo ministero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signora (cf, 1 Cor 11,26), l'unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offrì al Padre quale vittima immacolata (cf. Eb 9,11-23)".
b - Da questo insegnamento del concilio riteniamo una affermazione molto significativa: la principale funzione dei presbiteri è l'offerta del sacrificio eucaristico. Il valore dell'affermazione merita di essere approfondito.
Il concilio si era dato, come obiettivo di riflessione e di elucidazione, il significato e il valore della funzione episcopale. I Padri hanno posto in luce il ruolo essenziale del collegio episcopale, che deriva dal collegio apostolico. Vaticano II ha procurato così un complemento auspicabile alla dottrina del potere affidato al Sommo Pontefice, dottrina ampiamente esposta da Vaticano I: Infatti, era necessario equilibrare la giusta affermazione dei poteri assegnati a Pietro e ai suoi successori con l'affermazione dei poteri attribuiti da Gesù agli Apostoli per essere trasmessi ai vescovi.
Vaticano II ha avuto dunque il merito di mostrare meglio l'origine dell'autorità concessa ai vescovi, il ruolo essenziale della collegialità episcopale nel governo della Chiesa, la sacramentalità dell'ordinazione episcopale, la conciliazione dei poteri vescovili con il potere del capo della Chiesa. Ha anche spiegato le funzioni affidate ad ogni vescovo, e precisato il modo e lo spirito che animano il loro esercizio.
Questa concentrazione dell'attenzione del concilio aveva il vantaggio di provvedere a un approfondimento della dottrina del ministero, ma poteva anche dar l'impressione che i vescovi erano l'elemento più importante nella vita della Chiesa e che i semplici presbiteri erano di molto meno valore. Un malcontento si è manifestato, al momento del concilio, e si è espresso in rimproveri amari da parte di presbiteri che si sentivano trascurati o disprezzati. Alcuni Padri del concilio accolsero queste proteste e tentarono di preparare un messaggio specialmente indirizzato ai presbiteri, ma il tempo non permise loro di redigere e mandare questo messaggio. Più tardi, il decreto Presbyterorum ordinis fu elaborato per potere offrire ai presbiteri un insegnamento dottrinale conforme alla loro dignità.
Nella Costituzione Lumen gentium. la dottrina che li concerne è breve, condensata nel n.28. Ma l'accento è posto sulla funzione più alta dei presbiteri, funzione che testimonia un valore eminente, quello del culto eucaristico. Quando celebrano questo culto, i presbiteri portano l'immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote. Operano "quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento". Tutta la dignità sacerdotale è impegnata in questo culto.
Nell'offerta del sacrificio eucaristico, il presbitero esercita un potere simile a quello del vescovo, potere di consacrare il pane perché diventi corpo di Cristo e il vino perché diventi sangue dello stesso Cristo. Si tratta del potere più alto che possa essere riconosciuto a un uomo. Definendo questo potere come la proprietà più caratteristica del presbitero, il concilio attribuisce ad ogni sacerdote la funzione più elevata.
c - Vaticano II afferma con maggiore chiarezza l'origine divina del ministero ecclesiastico. Il concilio di Trento aveva definito l'esistenza di una "gerarchia, istituita per ordinazione divina, che si compone di vescovi, presbiteri e ministri"(DS 1776), ma non aveva voluto affermare, con queste parole, l'istituzione divina dei vescovi. Vaticano II afferma esplicitamente questa istituzione divina: "Il ministero ecclesiastico, di istituzione divina, viene esercitato in diversi ordini , da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi". In particolare, i vescovi sono stati voluti da Cristo: questa volontà si è manifestata nella missione affidata agli Apostoli, missione che richiedeva dei successori. Per quanto riguarda i presbiteri, non c'è affermazione parallela di una volontà di Cristo per la loro istituzione. In Lumen gentium (28) viene detto che i vescovi hanno legittimamente trasmesso l'ufficio del loro ministero a vari soggetti; in Presbyterorum ordinis (2) leggiamo che la funzione ministeriale dei vescovi "fu trasmessa in grado subordinato ai presbiteri, affinché questi, costituiti nell'ordine del presbiterato, fossero cooperatori dell'ordine episcopale per il retto assolvimento della missione apostolica affidata da Cristo". Sull'origine storica del presbiterato, il concilio dice soltanto che gli Apostoli "ebbero vari collaboratori nel ministero"(LG 20) e che, in seguito, i vescovi hanno conferito ai presbiteri un ufficio ministeriale; non allude a una volontà specifica di Cristo per l'istituzione dei presbiteri.
L'episodio evangelico della missione assegnata ai settantadue discepoli, distinta dalla missione affidata ai Dodici ma analoga a questa (Le 10,1-12; 9,1-6) avrebbe potuto costituire un punto di partenza per l'affermazione della volontà d'istituire dei presbiteri impegnati nella cooperazione con i vescovi, ma Vaticano II non ha posto il problema, essendo più dedicato all'elaborazione della dottrina sul ministero dei vescovi. Il bisogno di precisare l'origine del ministero presbiterale non era abbastanza sentito; si può nondimeno prevedere che questo problema sarà nel futuro l'oggetto di una riflessione più approfondita.
Se il ruolo di Cristo nell'istituzione del presbiterato non è stato chiarito da Vaticano II, il ruolo di Cristo nell'esercizio del ministero presbiterale è stato pure posto in luce: "La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente vincolata all'ordine episcopale, partecipa dell'autorità conia quale Cristo stesso fa crescere ,santifica e governa il proprio Corpo". Per mezzo del sacramento dell'ordine, i presbiteri vengono configurati a Cristo sacerdote e resi atti ad agire in nome di Cristo capo in persona. I presbiteri "partecipano, da parte loro, alla funzione degli Apostoli"( PO 2).il ruolo di Cristo nell'istituzione del presbiterato non è stato chiarito da Vaticano II, il ruolo di Cristo nell'esercizio del ministero presbiterale è stato pure posto in luce: "La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente vincolata all'ordine episcopale, partecipa dell'autorità quale Cristo stesso fa crescere ,santifica e governa il proprio Corpo". Per mezzo del sacramento dell'ordine, i presbiteri vengono configurati a Cristo sacerdote e resi atti ad agire in nome di Cristo capo in persona. I presbiteri "partecipano, da parte loro, alla funzione degli Apostoli"( PO 2).
Il valore del presbiterato viene così riconosciuto. Partecipare all'azione di Cristo che "fa crescere, santifica e governa il proprio Corpo" significa essere elevato al livello più alto dell'attività spirituale. Agire in nome di Cristo capo in persona significa esercitare il ministero di pastore mediante una profonda unione con la persona di Cristo.
Il Vaticano II non afferma soltanto questa azione in nome di cristo capo in persona, ma sottolinea che i presbiteri esercitano soprattutto la loro funzione sacra nell'offerta del sacrificio eucaristico. Il momento in cui il presbitero, con la sua attività personale d'offerta sacrificale fa crescere, santifica e governa la Chiesa, per assimilazione all'offerta personale di Cristo, è il momento della più ampia fecondità concessa al ministero sacerdotale. I presbiteri, dice il concilio, "uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo". Tutti i desideri dell'umanità vengono portati sull'altare: il gesto dell'offerta sacerdotale si estende ai più intimi pensieri che si nascondono nei cuori umani, ma assumono il loro pieno valore quando sono accolti e presentati al Padre nell'offerta personale di Cristo stesso. E tutta l'anima della comunità umana che si esprime in questa offerta e che si apre alla trasformazione totale in vita divina che Cristo opera per mezzo dello Spirito Santo.
d - Osservando che i presbiteri esercitano soprattutto il loro sacro ministero nel culto eucaristico, Vaticano II risponde a un problema che era stato sollevato poco prima sulla natura del ministero sacerdotale. Un movimento dottrinale si era sviluppato per esaltare l'importanza del ministero della parola. In reazione alle dichiarazioni del concilio di Trento, che avevano affermato con insistenza il legame fra sacerdozio e sacrificio, questo movimento poneva l'accento sulla connessione fra sacerdozio e parola: II sacerdote veniva concepito come l'uomo della parola, e il sacrificio era interpretato come il caso più evidente dell'efficacia della parola pronunziata nella celebrazione eucaristica. Diversi tentativi erano stati fatti per ridurre le tre funzioni sacerdotali di predicazione, di culto e di cura pastorale al solo ministero della parola.
Il Vaticano II conserva l'affermazione delle tre distinte funzioni per il sacerdozio. Riconosce la priorità del ministero della parola per i vescovi e i presbiteri: "Tra i principali doveri dei vescovi, eccelle la predicazione del Vangelo"(LG 25) "I presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio"(PO 4). Ma un altro primato viene espressamente enunciato: un valore superiore deve essere attribuito al sacrificio eucaristico: i presbiteri esercitano soprattutto il loro sacro ministero nel culto eucaristico (LG 28); "nel ministero eucaristico, i presbiteri svolgono la loro funzione principale" (PO 3).
Nell'ordine cronologico, la funzione di predicazione è prima, perché il primo compito della missione sacerdotale è di diffondere la parola di Dio; la celebrazione dell'eucaristia si rivolge a coloro che hanno già ascoltato questa parola. Ma nell'ordine del valore spirituale, il sacrificio eucaristico è più elevato, perché comunica pienamente ai credenti la vita divina, con la forza necessaria a una esistenza umana che risponda generosamente a tutte le esigenze divine.
B - Riflessione dottrinale
1-11 sacrificio eucaristico in relazione all'identità del presbitero
1A - Eucaristia e identità sacerdotale di Cristo
a - Il sacrificio eucaristico manifesta nel modo più sorprendente la potenza del sacerdozio di Cristo.
Nell'ultima cena Gesù ha istituito l'eucaristia, e con questa istituzione ha dato al sacerdozio ministeriale una nuova dimensione, dimensione che non avrebbe potuto esistere nel compito sacerdotale della religione giudaica. Il ritualismo giudaico si estendeva a molti sacrifici e molti pasti, ma non comportava niente di simile al sacrificio eucaristico e al banchetto eucaristico. L'eucaristia appare come una grande novità, una invenzione meravigliosa.
Nella vita sacramentale della nuova alleanza, l'eucaristia ha un posto molto importante, unico. Procura la presenza di Cristo, mentre gli altri sacramenti procurano soltanto una grazia speciale, un dono determinato che emana dalla persona del Salvatore e viene comunicato dallo Spirito Santo. Il sacramento del perdono, per esempio, comunica la grazia della remissione delle colpe, ma non comporta, sotto segni sensibili, la presenza di questa persona. La presenza viene data dall'eucaristia, con le parole della consacrazione del pane e del vino: il Salvatore stesso si rende presente, e non compie soltanto una azione salvatrice. L'eucaristia è specialmente destinata a fare apprezzare il dono divino più essenziale, quello della presenza di Cristo.
E' anche destinata a sviluppare la partecipazione all'offerta del sacrificio. Cristo è sacerdote che esercita il suo sacerdozio prima di tutto con questa offerta. Si tratta dell'offerta che è stata compiuta una volta per tutte nel sacrificio della croce. Tutte le offerte che hanno seguito nella storia l'offerta del Calvario hanno riprodotto ritualmente, sacramentalmente l'unica offerta fatta sul Calvario e hanno attinto in essa tutta la loro realtà. Il sacerdozio del Salvatore si è concentrato nell'offerta drammatica che ha meritato la salvezza per l'umanità, prima di moltiplicarsi in numerose offerte rituali, compiute mediante il ministero di molti sacerdoti per i bisogni di tutto il mondo.
b - Moltiplicandosi per operare con la cooperazione di molti sacerdoti, il sacerdozio di Cristo non perde niente della sua potenza salvatrice. Cristo sviluppa in ogni sacerdote la consapevolezza di agire nel suo nome, e fa scoprire la sua identità di sommo sacerdote attraverso le parole pronunziate in ogni celebrazione eucaristica. Il presbitero che pronunzia queste parole riconosce che tutta la potenza dell'eucaristia viene da Cristo, e che il suo sacerdozio personale opera soltanto come sacerdozio di Cristo. La parola rivolta a tutti i cristiani, come a tutti gli uomini: "Fuori di me non potete far nulla" (Gv 15,5) vale più particolarmente per i sacerdoti, Un sacerdote non può sperare nessuno frutto se è separato dal sacerdozio di Cristo. Deve identificarsi con il Salvatore nel compimento della sua missione e più specialmente nella sua attività sacramentale. Scoprendo sempre più la presenza operante di Cristo nel mistero dell'eucaristia, può sperare una efficacia superiore con frutti sempre più abbondanti che sorgono dalla presenza del Sacerdote supremo, dal suo sacerdozio onnipotente.
c - Nell'ultima cena, il sacerdozio di Cristo non si è soltanto affermato come munito di tutta la potenza del Figlio ma come animato dal più ampio amore. L'evangelista Giovanni pone l'accento su questa disposizione fondamentale di Gesù al momento dell'istituzione dell'eucaristia: "Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine"(Gv 13,1).Passare da questo mondo al Padre significava il grande atto sacerdotale dell'offerta della sua vita. Gesù conosceva la via che doveva condurlo fino al Padre: prima dell'evento doloroso, conosceva i particolari dell'itinerario che si sarebbero manifestati molto presto nella notte che si avvicinava. Avrebbe potuto temere questo itinerario, ma siccome si trattava di passare dal mondo al Padre, egli sapeva che il traghetto penoso doveva terminare con l'accoglienza da parte del Padre, cioè con un'immensa gioia che avrebbe succeduto a un intenso dolore.
Ma ciò che importava soprattutto era l'amore che illuminava e desiderava questo cammino. Cristo aveva sempre fatto del suo viaggio sulla terra, che lo conduceva dal Padre al Padre, un viaggio pieno di amore per gli uomini. Il passo ultimo del viaggio doveva essere necessariamente un vertice dell'amore: amare fino alla fine non solo voleva dire che egli era deciso ad amare fino all'ultimo dei suoi giorni sulla terra, ma che voleva amare fino al punto estremo del dono del suo cuore.
d - E' questo amore che ha permesso al suo sacerdozio di svilupparsi più completamente. Nella preghiera sacerdotale si esprime la consapevolezza della consacrazione sacerdotale suprema e del vertice dell'amore, secondo l'orientamento della prima cena eucaristica.
L'atteggiamento sacerdotale di Gesù si dispiega nello slancio della preghiera: "alzati gli occhi al cielo" (Gv 17,1). E' un momento di omaggio al Padre e di abbandono alla sua sovranità. "Padre, è giunta l'ora". E' l'ora dell'opera di salvezza, ora della Passione, ma che nel piano divino è inseparabilmente l'ora della glorificazione: "Glorifica il tuo Figlio, perché il Figlio glorifichi te." A questo momento viene aspettato il supremo scambio di amore fra Padre e Figlio. Il Figlio chiede al Padre la sua glorificazione, che si compirà nella risurrezione; vuole suscitare la più alta testimonianza di amore del Padre, ma mostra che il suo scopo è di glorificare il Padre, con l'omaggio della sua persona di Figlio.
L'amore reciproco del Padre e del Figlio non è pure destinato a chiudersi sulla loro unione: Gesù pensa all'effetto benefico di questo amore sul destino del l'umanità. Egli vuole dare la vita eterna a tutti quelli che gli sono stati affidati dal Padre. Il Padre non solo ha mandato il Figlio nel mondo ma gli ha affidato tutti gli uomini destinati alla fede. Il Figlio li ha custoditi tutti, tranne il figlio di perdizione. Egli prega perché possano avere la pienezza della sua gioia, che esprime il dono completo del suo amore.
Inoltre, il Figlio vuole mandare i suoi discepoli nel mondo, perché possano condividere la sua missione. Per questa missione, che è sacerdotale, chiede al Padre la loro consacrazione, frutto e prolungamento della sua consacrazione personale :"Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17, 18-19).
L'amore che anima la consacrazione deve più specialmente manifestarsi nell'unità che Gesù vuole stabilire nella Chiesa: l'unione fra i discepoli deve conformarsi all'unione perfetta che unisce Padre e Figlio: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). L'unità del Padre e del Figlio non costituisce solo un modello da imitare: è una comunione di vita nella quale gli uomini sono invitati a vivere per attingervi la forza di rimanere uniti. Così viene assicurata, la perfezione dell'unità: "Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità".
Nella preghiera sacerdotale, l'eucaristia non viene espressamente citata, ma con l'istituzione del sacramento fatta poco prima, il suo ricordo è sempre presente. L'eucaristia significa la penetrazione dell'amore divino nel cuore dei credenti. Questa penetrazione proviene da un ampio disegno che ha come punto di partenza l'amore eterno del Padre per il Figlio: "Tu mi hai amato prima della creazione del mondo"(Gv 17,24). E' questo amore che vuole prendere possesso dei cuori umani: "Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro"(Gv 17,26) .
Questa permanenza dell'amore divino nel cuore è una nota distintiva della vita della grazia, ma è più particolarmente prodotta e assicurata dall'eucaristia.
1 B - Eucaristia e identità sacerdotale del presbitero
a - Il sacrificio eucaristico contribuisce a porre in luce l'identità sacerdotale del presbitero.
A questo sacrificio prende parte tutta la comunità cristiana, ma solo colui che è stato investito di una missione e di un potere appropriato come sacerdote può pronunziare le parole della consacrazione del pane e del vino. Cristo ha dato questo potere ai suoi Apostoli: aveva riservato ai dodici la partecipazione all'ultima cena e si è rivolto a loro quando ha detto: "Fate questo in memoria di me"( Lc 22,19; 1 Cor 11,24-25). Manifestava la sua volontà per la via futura della sua Chiesa: voleva la riproduzione della cena in modo indefinito perché la memoria della sua venuta sulla terra non fosse semplicemente la memoria di un momento passato ma il compimento sempre reale e vivo del dono concesso per la santificazione del mondo. Per l'esistenza e lo sviluppo della Chiesa, la riproduzione di ciò che era stato fatto in questa cena era essenziale.
Tuttavia, Gesù non desiderava che tutto, da questa ultima cena, fosse commemorato e riprodotto. Si trattava soltanto della grande novità che aveva introdotto in questa cena pasquale: la consacrazione del pane e del vino, che diventavano il suo proprio corpo e il suo proprio sangue. Nella cena pasquale la sostanza del pasto consisteva nell'agnello. I discepoli avrebbero potuto forse esitare sugli alimenti che dovevano costituire il pasto commemorativo voluto dal Maestro. Ma per questo discernimento avevano ricevuto dalle stesse parole di Gesù, una indicazione decisiva. Gesù aveva detto due volte: "Fate questo in memoria di me", a due momenti del pasto: nel momento della benedizione del pane, ali'inizio,poi nel momento in cui si beveva la terza coppa di vino, verso la fine. La memoria si limitava dunque alla manducazione del corpo di Gesù e alla bevanda del suo sangue.
Gli Apostoli hanno capito che solo questi due nuovi riti, introdotti dal loro Maestro nella cena pasquale, dovevano essere ripresi nella celebrazione dell'eucaristia. Erano dei riti che sconvolgevano il significato della cena. L'agnello non era più necessario, perché ormai la carne e il sangue erano quelli, non di un agnello simbolico, ma del vero agnello che con il suo sacrificio aveva salvato il mondo. Per questo motivo, gli Apostoli hanno lasciato cadere, in memoria di Cristo, tutto il rito dell'agnello pasquale, e hanno ritenuto unicamente le consacrazioni del pane e del vino, che ormai davano il corpo e il sangue del Salvatore.
b - Le parole della consacrazione pongono in evidenza il ruolo essenziale di Cristo come sommo sacerdote.
E lui che compie l'atto di offerta; le parole vengono pronunziate nel suo nome: "Questo è il mio corpo." Sembra che più letteralmente abbia detto: "Questa è la mia carne", come lo fanno supporre le parole riportate da Giovanni nel discorso di annuncio dell'eucaristia: "Il pane che io darò è la mia carne, per la vita del mondo"(Gv 6,51). Il concetto semitico è quello di "carne"; verosimilmente è il concetto adoperato da Gesù, ma che è stato sostituito in greco dal vocabolo "corpo".
L'espressione "la mia carne" conveniva specialmente per significare la debolezza inerente alla natura umana e per lasciare intendere la destinazione al sacrificio. La carne poteva alludere alle vittime animali dei sacrifici che erano senza sosta offerti nel tempio di Gerusalemme. Ma essendo la carne di Cristo/ questa "mia carne" assumeva un valore superiore. Se era destinata a sostituire nel sacrificio la carne di numerose vittime, significava pure il corpo vivo, il corpo di colui che aveva il potere di dare la propria vita per comunicare all'umanità la vita divina.
Solo il sacerdote supremo poteva pretendere a questo potere sul proprio corpo. Gesù aveva rivendicato, in quanto era il Figlio unico del Padre, la sovranità sulla sua vita umana: "In questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e di riprenderla di nuovo"(Gv 10,17-18). L'esercizio di questo potere è anche un atto di obbedienza verso il Padre. Gesù aggiunge: "Questo commando ho ricevuto dal Padre mio." Con un atteggiamento profondamente filiale, egli s'impegna sovranamente nella morte e nella risurrezione come il Padre l'aveva voluto quando l'aveva mandato sulla terra.
c - Quando il presbitero pronunzia le parole della consacrazione del pane e del vino, è consapevole di avere ricevuto, in virtù dell'ordinazione sacerdotale, questo potere di rendere presenti il corpo e il sangue di Cristo. Egli parla nel nome di Cristo al punto di dire: "Questo è il mio corpo", "Questo è il calice del mio sangue. Con una audacia notevole, dice "mio corpo", "mio sangue", pensando esclusivamente al corpo e al sangue di Cristo e dimenticando in qualche modo il fatte che egli conserva il suo corpo personale e il suo sangue. La sua identità personale è divenuta totalmente trasparente all'identità personale di Cristo. Egli s'identifica a Cristo come sacerdote che offre pane e vino per prendere nelle sue mani il corpo e il sangue presenti sotto segni visibili.
Questa identificazione non si verifica solo nell'eucaristia. Nel sacramento del perdono, il presbitero opera anche nel nome di Cristo per trasmettere il perdono divino. Nel nome di Cristo, egli dice a colui che è venuto per ricevere il perdono: "Io ti assolvo da tutti i tuoi peccati". ei anche consapevole che non possiede in se stesso, nelle sue capacità semplicemente umane, la facoltà di concedere l'assoluzione; in virtù dell'ordinazione sacerdotale ha ricevuto questa facoltà e l'esercita sapendo che Cristo stesso perdona come l'esprimono le parole sacramentali. Il presbitero s'identifica al Sacerdote supremo che concede il perdono.
Fa così l'esperienza, nel mistero del perdono, della sua identità di sacerdote. Ma dobbiamo osservare che l'esperienza d'identità sacerdotale è ancora più profonda nel mistero della consacrazione eucaristica. In questo mistero, non si tratta più solo di rimettere i peccati commessi ma di rendere presente la persona di Cristo nella sua carne e nel suo sangue, persona impegnata nell'offerta del sacrificio per la salvezza del mondo. Le parole "mio corpo", "mio sangue", esprimono questa presenza, ma di tal modo che il presbitero si stacchi dalla sua identità personale per assumere l'identità di Cristo. Per un momento, egli si spoglia della sua personalità per entrare nel mistero di Cristo e del suo sacerdozio trascendente. Pronunzia delle parole che si riferiscono soltanto a Cristo e le pronunzia come parole di Cristo che hanno penetrato nella sua bocca e nel suo cuore.
Queste parole "configurano" il suo sacerdozio ministeriale a quello di Cristo. Esprimono un impegno personale completo che assicura la massima efficacia all'opera sacerdotale ed esaltano
al più alto livello la dignità del presbitero.
2 - Il sacrificio eucaristico in relazione alla spiritualità del presbitero
Per assumere tutti i compiti della sua vita sacerdotale, il presbitero ha bisogno di una forte e ricca spiritualità. Nell'eucaristia egli trova una fonte abbondante di energia spirituale.
a - Fede
Il sacrificio eucaristico richiede e favorisce lo sviluppo della fede. Il presbitero deve essere il primo che creda al mistero della presenza invisibile di Cristo nel sacramento. Egli conosce per esperienza l'effetto molto limitato delle sue parole, ma quando pronunzia le parole della consacrazione, deve ammettere integralmente la realtà di ciò che dicono, cioè la realtà del corpo e del sangue di Cristo. Senza la fede , queste parole perderebbero il loro valore. In ogni celebrazione eucaristica, il presbitero è costretto, in un certo modo, di rinnovare, di riaffermare la sua fede, una fede che si porta sulla persona del Signore Gesù, nascosto sotto i segni del pane e del vino.
Con questo sviluppo della fede eucaristica, il presbitero capisce meglio il significato del suo sacerdozio. Egli è l'uomo delle realtà invisibili e ha per missione di far vedere ciò che non si vede. Quando crede nell'eucaristia, crede nella presenza divina che si fa molto vicina a noi e richiede la nostra adorazione; con questa presenza sorge un amore che intende creare un contatto e rompere la nostra solitudine. Con la fede possiamo apprezzare meglio l'amico misterioso che viene per riempire il nostro silenzio con la sua voce e il nostro vuoto con l'immensa ricchezza divina.
Siccome la fede anima la partecipazione al sacrificio eucaristico, suscita un'adesione piena di calore all'offerta unica che ha trasformato il destino dell'umanità. Il Cristo invisibile è il Cristo crocifisso e risorto, che con il generoso dono della vita ha meritato la formazione di un uomo nuovo; i peccati vengono rimessi e una vita nuova si diffonde, rialzando a un livello altissimo quelli che erano stati umiliati dalle loro colpe. E' la vittoria del Salvatore che si esprime nel sacrificio e conferma, contro ogni dubbio, il valore della fede.
b - Preghiera
Nel presbitero, il sacrificio eucaristico stimola notevolmente lo slancio della preghiera.
Il sacrificio sviluppa una forma più intensa di preghiera; costituisce la forma più estrema di offerta personale rivolta a Dio. In Cristo, il sacrificio ha portato al Padre l'implorazione suprema destinata a ottenere, per l'umanità, la remissione dei peccati e tutti i doni della grazia.
L'implorazione non era soltanto un grido ma si fondava su una oblazione dolorosa, nella quale il Figlio faceva di se stesso un omaggio completo in onore del Padre. Era una preghiera che esprimeva un amore filiale perfettamente abbandonato alla volontà del Padre.
Come espressione del dono completo della persona, nell'immolazione sul Calvario, questa preghiera era certa della sua efficacia. Gesù stesso ne aveva dato l'annuncio: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me"(Gv 12,32). L'attrazione non avrebbe potuto risultare dalla croce stessa, che significava umiliazione e vergogna. Veniva da una potenza superiore che attraverso la croce avrebbe fatto sentire a tutti i credenti la misteriosa seduzione dell'amore che desiderava abbassarsi per essere più ampiamente accolto.
Il sacrificio eucaristico spinge fino nel fondo questo amore in uno slancio di preghiera che si nutre della generosità dell'offerta. Il presbitero vuole unirsi a questa preghiera che possiede tutta la forza dell'offerta. Si rende conto che la sua preghiera è troppo spesso sprovvista dalla forza che dovrebbe nutrirla e assicurare la massima efficacia. Il sacrificio eucaristico gli viene offerto come una preghiera perfetta che entra in lui e gli fa condividere il dono supremo che Cristo ha voluto presentare nella sua dolorosa salita verso il Padre.
Con l'impegno personale nel sacrificio eucaristico, il presbitero può migliorare la qualità della sua preghiera e approfondire l'intimità con Cristo, che è l'anima del suo ministero sacerdotale.
c - Carità
Dal sacrificio eucaristico il presbitero riceve un potente impulso alla carità sacerdotale.
Il sacerdote è l'uomo della carità. Formulando il nuovo precetto della carità, Gesù invitava i suoi discepoli a riconoscervi il segno del loro vincolo con lui: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato...Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri"(Gv 13,34-35). Se l'identità dei discepoli appare da questo amore mutuo, questo segno distintivo vale più specialmente per il sacerdote. Egli è l'uomo chiamato a dare una testimonianza convincente di carità.
Alla formulazione di questo comandamento, Gesù aveva legato una dichiarazione sulla propria testimonianza che voleva dare, una volta per tutte, nel suo sacrificio: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici "(Gv 15,13).Quando pronunziava queste parole, Gesù aveva celebrato la cena con i suoi discepoli e spiegava loro il significato dell'amore che animava la comunione stabilita in questa cena. L'amore che egli propone come modello ai suoi discepoli è quello che non esita a sacrificarsi con una oblazione eroica della propria vita, in favore di coloro che egli ha voluto trattare come amici.
La loro partecipazione alla cena, specialmente voluta da Gesù per i suoi apostoli, mostrava che erano destinati a condividere il suo sacrificio. Erano invitati ad amarsi gli uni gli altri come il loro Maestro aveva amato, accettando tutte le pene e rinunce che poteva richiedere l'amore mutuo. Il sacrificio eucaristico che era stato affidato alla loro missione sacerdotale comportava un impegno che nel futuro sarebbe stato legato ad ogni vita di sacerdote: l'impegno nella via di un amore che sarebbe stato pronto ad accogliere ogni chiamata a un dono personale al beneficio degli altri.
Il presbitero, che capisce le esigenze della partecipazione all'offerta eucaristica, non può rifiutare di essere associato alla prova dell'opera redentrice. L'amore che da la vita per i propri amici è stato iscritto nel fondo della sua anima e l'orienta verso una carità generosa.
d - Speranza
Il sacrificio eucaristico aiuta il presbitero a vivere nella speranza.
La vita sacerdotale è profondamente animata di speranza, perché il sacerdote ha ricevuto il compito di annunziare la buona novella della salvezza.
Nell'antica alleanza si era sviluppata la speranza rivolta verso un regno ideale, messianico. Ma i profeti, pur annunziando l'intervento salvifico di Dio, ponevano spesso l'accento sulla gravita dei mali e sulle minacce di castigo. La nuova alleanza comporta una grande novità: le promesse divine di salvezza vengono ormai compiute. Cristo viene come il Salvatore che offre adesso a tutti gli uomini i beni aspettati da molto tempo, con la remissione dei peccati e la vita divina della grazia. Una nuova era viene inaugurata, quella della speranza colmata.
Il clima di speranza conferisce all'azione sacerdotale molte possibilità di sviluppo: La speranza è necessaria per stimolare l'impegno nella missione. Con la speranza, il dinamismo può crescere notevolmente, incoraggiando il presbitero a diffondere la buona novella e ad iniziare tutte le opere destinate a favorire lo sviluppo delle comunità cristiane nella santità e nella carità. La speranza protegge i presbiteri contro i pericoli dello scoraggiamento, contro le tentazioni di rinunciare ad iniziative che possono essere molto feconde.
Il sacrificio eucaristico è destinato a rafforzare la speranza. Rende presente il sacrificio della croce, che ha cambiato in senso favorevole il destino dell'umanità. Rende più precisamente questo sacrificio attuale nello stato glorioso che ha succeduto all'evento doloroso. Il Cristo che si offre mediante il presbitero nell'eucaristia, è il Cristo celeste, vittorioso. E' anche il Cristo pieno di potere per trasformare il mondo. E' dunque il Cristo della speranza. Il presbitero trova in questo Cristo una fonte inesauribile di speranza, quando si unisce alla sua offerta e si nutre del suo corpo.
Nelle sue impotenze, il presbitero ha la possibilità di reagire con una speranza più forte, alimentata dall'eucaristia; questa speranza non può deluderlo, come l'eucaristia non delude.
3- Il sacrificio eucaristico in relazione al ministero del presbitero
a - L'opera di Cristo
Il sacrificio eucaristico aiuta il presbitero a scoprire sempre meglio la verità più essenziale del suo ministero: in questo ministero, Cristo essenzialmente opera.
Il presbitero pronunzia le parole della consacrazione, ma viene totalmente superato dall'effetto invisibile di queste parole. La presenza del corpo e del sangue di Cristo non potrebbe essere prodotta da colui che dice: "Questo è il mio corpo", "Questo è il mio sangue". E' l'Io di Cristo che si offre al Padre e compie l'offerta sacerdotale.
E' pure vero che questa offerta sacerdotale viene compiuta mediante il ministero del presbitero. Il valore di questo ministero non può dunque essere ridotto al nulla. Il sacrificio ha essenzialmente bisogno di una cooperazione umana che permetta a Cristo di operare. Senza questa cooperazione il sacrificio della croce non sarebbe stato seguito da una moltitudine di sacrifici sacramentali che riproducono l'unico sacrificio della redenzione universale.
Il ruolo del presbitero merita dunque di essere riconosciuto. Egli è consapevole di essere unicamente un ministro che pronunzia delle parole nel nome di Cristo e che lascia a Cristo la cura di fare il gesto spirituale dell'offerta. Si comporta così perché Cristo stesso l'ha voluto quando nell'ultima cena ha dato questo ordine: "Fate questo in memoria di me". Fare questo in memoria di lui significa per il presbitero concentrare tutto il suo pensiero su Cristo e fare suo tutto il disegno del Salvatore.
E il più grande gesto umano, perché impegna la grandezza infinita di Cristo; e anche il più piccolo e più umile gesto, perché il sacerdote si spoglia dalla sua personalità per potere lasciare agire in se stesso la persona di Cristo; Attraverso il presbitero, è Cristo che opera tutto il sacrificio eucaristico.
b - Missione di salvatore
Grazie al sacrificio eucaristico, il presbitero compie la sua missione essenziale, missione di salvatore.
Le parole della consacrazione del vino esprimono con forza questa missione: viene affermata la presenza del sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per molti in remissione dei peccati. Infatti sembra che questa ultima determinazione: "in remissione dei peccati" sia stata aggiunta, nel testo di Matteo, alle parole autenticamente pronunziate da Gesù. E vero che il sangue di Cristo sia stato versato per ottenere la remissione dei peccati dell'umanità, ma non è stato soltanto versato per questo scopo: voleva procurare, per mezzo di questo sacrificio, la vita divina all'umanità. Come Salvatore, Gesù non si limita a comunicare agli uomini la salvezza e la purificazione: egli trasforma tutta la loro esistenza dando loro a profusione una vita più alta, vita divina che invade tutta la loro vita umana.
Siccome il sacrificio eucaristico riproduce sacramentalmente il sacrificio della croce, il presbitero che celebra l'eucaristia contribuisce a una fecondità più ampia di questo sacrificio unico e alla nascita della Chiesa. Egli compie la sua missione pastorale, perché il primo atto di pastore consiste nell'offerta del sacrificio. Cristo aveva detto: "Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore" (Gv 10,11). Egli aveva compiuto questo ideale del pastore offrendo la sua vita per tutti gli uomini e aveva voluto un rinnovamento incessante dell'offerta chiedendo ai suoi apostoli il gesto dell'offerta eucaristica. Il presbitero che rifà l'offerta, compie la sua missione più alta. Essendo il sacerdote di Cristo, riproduca l'atto pastorale supremo di Cristo.
Questo atto pastorale supremo permette al presbitero di essere pienamente testimone di Cristo, testimoniando con le parole della consacrazione del pane e del vino l'efficacia del suo sacrificio. L'efficacia consiste anche nel fatto che il presbitero ottiene, come frutti del sacrificio eucaristico, benefici di vita divina e di grazia per numerose persone e per l'intera comunità ecclesiale. Ogni celebrazione : eucaristica.4?;è fonte di benedizioni divine per l'umanità.
c - L'unità fraterna
Con il sacrificio eucaristico, il presbitero porta avanti lo sviluppo dell'unità fraterna.
L'evangelista Giovanni, commentando una parola di Caifa:" E' meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera", aveva scritto che "questo, non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,50-52). Se il sacrificio della croce è stato offerto per ottenere la riunione di tutti i figli di Dio dispersi nel mondo e se ha realmente raggiunto questo scopo, il sacrificio eucaristico ha essenzialmente lo stesso obiettivo: promuovere l'unione fra coloro che rimangono troppo dispersi, troppo separati gli uni dagli altri.
Nella sua missione, il presbitero può essere definito l'uomo dell'unità. Egli porta in se stesso il messaggio di carità di Cristo che vuole radunare e stabilire un vero regno di amore e di concordia. E profondamente orientato verso la formazione di un mondo più fraterno. Ma gli ostacoli non mancano. Il presbitero viene spesso sconcertato, sconvolto, dai conflitti che si manifestano e si oppongono ad una pace che tutti dovrebbero desiderare. Si sente superato dall'ostilità che scoppia anche nelle famiglie e negli ambienti di fede che sembrano destinati a testimoniare l'amore mutuo insegnato nel vangelo.
Sentendo la sua impotenza dinanzi a situazioni di lacerazione che non può correggere, egli può ricorrere all'eucaristia per ottenere da parte del Cristo eucaristico un nuovo impulso all'amore mutuo. Può anche esortare coloro che sono impregnati in conflitti a cercare nel cibo eucaristico una forza superiore per ristabilire la pace e la buona intesa. Può ancorare più risolutamente la sua fiducia nel Cristo che con il suo sacrificio ha vinto tutte le passioni cattive e riconciliato tutti coloro che erano opposti gli uni agli altri.
Il sacrificio eucaristico è fonte sicura di un amore che trionfa di tutte le lotte e stabilisce una nuova unità autenticamente fraterna, fra tutti quelli che sono insieme figli del Padre nel Figlio.
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