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V Domenica del Tempo di Pasqua (Anno C)

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Dal Vangelo secondo Giovanni 13,31-33.34-35.

Quando Giuda fu uscito, Gesù disse : «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui.
Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho gia detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».



APPROFONDIRE

V Domenica del Tempo di Pasqua (Anno C). Commenti Patristici

1. Uomini nuovi in virtù del comandamento nuovo

Cristo ci ha dunque dato un nuovo comandamento, nel senso che ha detto di amarci l’un l’altro, così come egli ci ha amati. È questo amore che ci rinnova, affinché diveniamo uomini nuovi, eredi del Nuovo Testamento, cantori di un nuovo cantico. Questo amore, fratelli, ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come più tardi ha rinnovato i beati apostoli. Esso ora rinnova tutte le genti, e, di tutto il genere umano che è diffuso ovunque sulla terra, fa, riunendolo, un sol popolo nuovo, il corpo della nuova sposa del Figlio unigenito di Dio, della quale il Cantico dei Cantici dice: "Chi è colei che si alza splendente di candore?" (Ct 8,5 , secondo i LXX). Essa è splendente di candore perché è rinnovata: da che cosa, se non dal nuovo comandamento? Ecco perché i suoi membri sono solleciti l’uno per l’altro e se uno soffre, soffrono con lui tutti; se uno è glorificato, gioiscono con lui tutti gli altri (1Co 12,25-26). Essi ascoltano e praticano quanto dice il Signore: «Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri», ma non come si amano quelli che cercano la corruzione, né come si amano gli uomini in quanto hanno la stessa natura umana, ma come si amano coloro che sono dèi e figli dell’Altissimo, e che mirano a divenire fratelli dell’unico Figlio suo, che si amano a vicenda dell’amore del quale egli li ha amati, che li porterà a giungere a quella meta dove egli sazierà tutti i loro desideri, nell’abbondanza di tutte le delizie (Ps 102,5). Allora, ogni desiderio sarà soddisfatto, quando Dio sarà tutto in tutti (1Co 15,28). Una tale meta non conoscerà fine. Nessuno muore là dove nessuno può giungere se prima non è morto per questo mondo, e non della comune morte nella quale il corpo è abbandonato dall’anima, ma della morte degli eletti. Quella morte che, mentre ancora siamo in questa carne mortale, eleva il cuore in alto nei cieli. È di questa morte che l’Apostolo dice: "Perché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Col 3,3). Forse per la stessa ragione sta scritto: "L’amore è forte come la morte" (Ct 8,6).

È grazie a questo amore che, pur restando ancora prigionieri di questo corpo corruttibile, noi moriamo per questo mondo, e la nostra vita si nasconde con Cristo in Dio; o, meglio, questo stesso amore è la nostra morte per il mondo, ed è vita con Dio. Se infatti parliamo di morte quando l’anima esce dal corpo, perché non dobbiamo parlare di morte quando il nostro amore esce da questo mondo? L’amore è quindi davvero forte come la morte. Che cosa è più forte di questo amore che vince il mondo?

Ma non crediate, fratelli, che il Signore dicendo: «Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri», abbia dimenticato quell’altro comandamento che ci è stato dato, che amiamo il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il nostro spirito. Può sembrare che egli lo abbia dimenticato, in quanto dice soltanto: «che vi amiate gli uni gli altri», come se il primo comandamento non avesse rapporti con quello che ordina di amare "il prossimo tuo come te stesso" (Mt 12,37-40).

A "questi due comandamenti" - disse il Signore, come narra Matteo - "si riduce tutta la legge e i profeti ()". Ma per chi bene li intende, ciascuno dei due comandamenti si ritrova nell’altro. Infatti, chi ama Dio non può disprezzare Dio stesso quando egli ordina di amare il prossimo; e colui che ama il prossimo di un amore spirituale, chi ama in lui se non Dio? Questo è quell’amore liberato da ogni affetto terreno, che il Signore caratterizza aggiungendo le parole: «come io ho amato voi». Che cosa, se non Dio, il Signore amò in noi? Non perché già lo possedessimo, ma perché lo potessimo possedere; per condurci, come poco prima ho detto, là dove Dio sarà tutto in tutti. È in questo senso che, giustamente, si dice che il medico ama i suoi malati: e cosa ama in essi, se non quella salute che desidera ripristinare, e non certo la malattia che si sforza di scacciare?

Amiamoci dunque l’un l’altro, e, per quanto possiamo, a vicenda aiutiamoci a possedere Dio nei nostri cuori. Questo amore ci dona colui che ci dice: «Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri» (Jn 13,34). Egli ci ha amati per renderci capaci di amarci a vicenda; questo ci ha concesso amandoci, che ci stringiamo con mutuo amore e, uniti quali membra da un sì dolce vincolo, siamo il corpo di un tanto augusto capo.

"In questo appunto tutti riconosceranno che voi siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Jn 13,35). È come se avesse detto: Coloro che non sono miei discepoli, hanno in comune con voi altri doni, oltre la natura umana, la vita, i sensi, la ragione e tutti quei beni che sono propri anche degli animali; essi hanno anche il dono della conoscenza delle lingue, il potere di dare i sacramenti, quello di fare profezie; il dono della scienza o quello della fede, la capacità di distribuire ai poveri tutti i loro beni, e quella di sacrificare il loro corpo nelle fiamme. Ma se essi non hanno la carità, sono soltanto dei cembali squillanti: non sono niente, e tutti questi doni a loro niente giovano (1Co 13,1-3). Non è dunque in queste grazie, sia pure eccellenti, e che possono esser date anche a chi non è mio discepolo, ma è «in questo che tutti riconosceranno che voi siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

Agostino, Comment. in Ioann., 65, 1-3


2. Fate in modo di non arrivare a Dio soli

Se credete d’aver fatto del progresso, tirate qualche altro con voi, cercate d’aver dei compagni nella via di Dio. Se uno di voi, fratelli, va al foro o alle terme e incontra uno che sta senza far niente, lo invita a fargli compagnia. E, allora, se andate verso Dio, fate in modo di non andarvi soli. Perciò fu scritto: "Chi ha sentito l’invito, dica a sua volta: Vieni!" (Ap 22,17), in modo che colui che ha sentito nel cuore il richiamo dell’amore divino, faccia sentire anche al suo prossimo la voce dell’invito. E può ben darsi ch’egli non abbia del pane da dare in elemosina, ma, se ha la lingua, ciò che può dare è molto di più. Val certo di più, infatti, ristorare con la parola un’anima immortale, che saziare con pane terreno una carne mortale. Fratelli, non negate al vostro prossimo l’elemosina della parola.

Gregorio Magno, Hom., 6, 6


3. La carità

Se anche tu desideri questa fede per prima otterrai la conoscenza del Padre. Dio, infatti, ha amato gli uomini. Per loro creò il mondo, a loro sottomise tutte le cose che sono sulla terra, a loro diede la parola e la ragione, solo a loro concesse di guardarlo, lo plasmò secondo la sua immagine (Gn 1,26-27), per loro mandò suo Figlio unigenito (cf. 1Jn 4,9), loro annunziò il regno nel cielo (Mt 25,34) e lo darà a quelli che l’hanno amato (Jc 2,5). Conosciutolo hai idea di qual gioia sarai colmato? Come non amerai colui che tanto ti ha amato? Ad amarlo diventerai imitatore della sua bontà e non ti meravigliare se un uomo può diventare imitatore di Dio: lo può volendolo lui (l’uomo). Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel voler ottenere più dei deboli, arricchirsi e tiranneggiare gli inferiori. In questo nessuno può imitare Dio sono cose lontane dalla sua grandezza! Ma chi prende su di sé il peso del prossimo (Ga 6,2) e in ciò che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio, è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio.

Ep. ad Diognetum, 10


4. Solitudine o Vita attiva?

Secondo la vostra capacità aiutatemi e date una mano a un oppresso, e che è per opposte vie attratto dall’istinto e dallo spirito. Quello suggerisce fuga, monti, solitudine, quiete del corpo e dell’anima, raccoglimento interiore e controllo dei sensi, in modo che, libero da ogni macchia, possa avere familiarità con Dio, brilli dello splendore dello Spirito, senza alcuna mescolanza di terreno turbamento, che impedisca la luce divina tanto che possiamo raggiungere la stessa fonte della luce e rimosso ogni specchio dalla verità, mettiamo fine a ogni nostro desiderio. Questo invece mi spinge a uscire, a provvedere alla pubblica utilità, a giovare a me stesso giovando agli altri, a far palese lo splendore di Dio e a portare a Dio un popolo eletto, una gente santa, un regale sacerdozio (1P 2,9)... e mi dice che uno non deve guardare solo al suo vantaggio, ma deve tener conto anche degli altri. Cristo, infatti, sebbene potesse rimanere nell’onore della sua divinità, non solo si svuotò fino a prendere la forma di un servo (Ph 2,7), ma senza badare alla sua umiliazione affrontò il supplizio della croce, per distruggere il peccato con le sue pene e debellare la morte con la sua morte (He 12,2). Le prime voci sono suggestioni dell’istinto personale, le seconde son segnalazioni dello Spirito.

Gregorio Nazianzeno, Sermo ad Patrem, 12, 4

Il servo che lava i piedi. Frederic Manns

da "Voi chi dite che io sia?" pgg. 177-181


Il vangelo di Giovanni conosce tre Pasque di Gesù: la Pasqua della purificazione del Tempio, la Pasqua della moltiplicazione dei pani e la Pasqua della Passione. I sinottici, che ne conoscevano solo una, fanno convergere i tre elementi sulla Pasqua della Passione. Per Giovanni il principio rabbinico dell'assenza di cronologia — non vi è un prima e un dopo nella Bibbia — resta valido. Il discorso eucari­stico è in tal modo anticipato e si trova al capitolo 6. Allo stesso modo la purificazione del Tempio è anti­cipata per provare che il vero Tempio è quello del corpo del Cristo risorto.

Nel vangelo di Giovanni Gesù, prima di soffrire la Passione, ha lavato i piedi dei suoi discepoli: Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli al­tri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13,14-15). Perché questa scena nel vangelo che è stato definito il van­gelo spirituale?

La scena della lavanda dei piedi da il senso della morte di Gesù. Gesù è il servo che si abbassa volon­tariamente e che guarisce le ferite dell'umanità. Il Padrone prende il posto dello schiavo e ribalta la dialettica del Padrone e dello schiavo. Chi vuole es­sere il primo deve prendere il posto dell'ultimo.

Con questo gesto s'instaura un nuovo ordine di va­lori. Come i profeti dell'Antico Testamento Gesù ri­corre al linguaggio simbolico che è più suggestivo e più eloquente del linguaggio razionale. La lavanda dei piedi era un gesto suggestivo per chi leggeva le Scritture. Evocava parecchie pagine bibliche. In­nanzitutto, per chi era abituato alla lettura sinago-gale della Scrittura, questa scena richiamava l'e­sempio di Abramo che offriva ospitalità a gente di passaggio. Mentre la Bibbia ebraica riferisce l'or­dine del Patriarca in questi termini: Si porti dell'ac­qua (Gn 18,4), la versione del Targum diceva: «Vado a prendere dell'acqua per lavarvi i piedi». La sinagoga vedeva nell'abbassamento di Abramo una fonte di grandi meriti per i suoi figli.

Avendo Abramo offerto dell'acqua ai suoi ospiti, Dio darà acqua da bere ai figli d'Israele quando sa­ranno nel deserto. Non solo, quando si saranno sta­biliti nella Terra promessa Dio darà loro un paese di ruscelli e di fiumi, secondo la descrizione del Deu­teronomio 8,57. Infine, nei tempi escatologici, Dio farà sgorgare un fiume da sotto il Tempio per purifi­care Gerusalemme (Zc 14,8). Ciò significa che la ri­compensa di Dio ai figli di Abramo è triplice: Dio li retribuisce nel deserto, nella terra e negli ultimi tempi. La ricompensa supera enormemente il gesto di ospitalità del Patriarca.

La ricchezza di un simbolo non si esaurisce in un unico significato. Ciò vale anche per la lavanda dei piedi. Per un lettore che ha familiarità con la Bibbia, la scena può richiamare anche l'incontro di Giu­seppe con i suoi fratelli in Gn 43,24. Sappiamo che la figura di Giuseppe è quella di un salvatore unico nel suo genere, avendo salvato dalla carestia tanto gli egiziani quanto i suoi fratelli ebrei. Gesù porterà la salvezza agli ebrei e ai pagani significati dai quattro soldati pagani che si dividono le sue vesti e dalle quattro donne ebree che sono sotto la croce.

La lavanda dei piedi può ancora evocare le pre­scrizioni di Es 30,19 quando Aronne ordina ai figli di lavarsi i piedi prima di entrare nel santuario. L'e­breo, abituato al midrash*, non vede alcuna con­traddizione in questa sovrapposizione di significati. Poiché il nuovo Tempio è stato definito già dal se­condo capitolo del vangelo, Giovanni ricorda che i credenti, se vogliono avere libero accesso a quel santuario, devono purificarsi. Non solo, la lavanda dei piedi poteva anche evocare il testo biblico di Lev 1,9 che esige che si lavino le zampe degli ani­mali offerti in olocausto. Significa che i discepoli dovranno offrire la loro vita come ha fatto il Mae­stro? Il discepolo non è più grande del suo Maestro, ricorda Gesù. Conoscerà la stessa sorte del Maestro. Giovanni aggiunge un dettaglio che potrebbe sembrare insignificante per un lettore frettoloso: prima di lavare i piedi dei suoi discepoli Gesù si cinge i fianchi con un asciugatorio (Gv 13,4). Che significa questo gesto? Il senso primo dell'abitudine di cingersi i fianchi è spiegato dal libro dell'Esodo (12,34): tutti i partecipanti al pranzo pasquale de­vono avere un bastone in mano e i fianchi cinti. Questa tenuta caratterizzava il viaggiatore e l'israe­lita pronto a lasciare l'Egitto.

Il gesto di cingersi è anche quello del servo. Il vangelo di Luca 12,37 vi allude: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti; li farà met­tere a tavola e passerà a servirli. Gesù si identifica con il servo che da la sua vita, ma è anche il Figlio dell'uomo esaltato.

Il gesto di cingersi la veste è anche quello del lot­tatore. Il Messia è descritto in numerosi testi del Targum come un lottatore che spezzerà i gioghi che tengono prigioniera l'umanità. L'immagine del Messia pacifico che viene a dorso d'asino deve es­sere completata con quella del Messia guerriero co­nosciuta nel Targum di Gn 49,10.

Resta un ultimo significato del gesto. Per Gio­vanni 21,18 cingersi la veste è simbolo dell'esodo definitivo, della morte. Gesù dice a Pietro: Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Gesù, la vigìlia della sua Passione, si presenta come un lottatore che si accinge ad af­frontare Satana nel giardino. Il Principe di questo mondo che è entrato in Giuda sarà gettato a terra senza poter entrare nel giardino, dove sono entrati solo Gesù e i suoi discepoli. Il nuovo Adamo è stato tentato come il primo Adamo in un giardino. Gesù, cingendosi la veste, deponendo il suo vestito e ri­prendendolo, simboleggia la sua morte e la sua Ri­surrezione. La Passione è anche la rivelazione del­l'amore di Dio. Avendo amato i suoi che erano nel mondo, egli li amò fino all'ultimo, fino all'amore estremo.

I Padri della Chiesa hanno aggiunto un signifi­cato sacramentale alla scena che evoca a volte il battesimo, a volte la penitenza, senza per questo ne­gare il significato cristologico di questa pagina im­portante. Sant'Agostino in particolare torna spesso nei suoi commentari sull'episodio della lavanda dei piedi. Curiosamente si riferisce al Cantico dei Can­tici. Lo sposo, con la testa bagnata, bussa alla porta della sposa. Questa si rifiuta di aprirgli perché si è lavata i piedi e non vuole sporcarli. Agostino ap­plica il testo alla sua esperienza. Dopo la sua con­versione fu tentato dalla vita contemplativa. Ma il Signore bussava alla sua porta: «Predicami!». A ri­schio di sporcarsi i piedi l'apostolo deve annunciare Gesù, che è pronto a lavargli i piedi nel sacramento della penitenza. Così la scena della lavanda dei piedi si arricchisce di un nuovo aspetto.

La dialettica del padrone e dello schiavo ha reifi­cato l'uomo, affermano alcuni. La coscienza di classe ha appannato in molti l'immagine di Dio. Ma ecco che nella scena della lavanda dei piedi questa dialettica viene ribaltata. Il Padrone si fa servo. Non solo, concede all'uomo ricreato di morire all'amore sadico, alla relazione padrone-schiavo, per rinascere nello spazio infinito del Corpo di Cristo in cui soffia lo Spirito, in cui noi siamo membri gli uni degli altri e in cui ogni volto s'illumina dall'interno.

«Il comandamento dell'amore è un comandamento nuovo perché ci spoglia del vecchio uomo per far­cene rivestire uno nuovo. Questo comandamento rinnova chi lo intende, o meglio chi gli obbedisce. Non si tratta però di un amore qualunque, ma di quell'amore che il Signore distingue dall'amore na­turale dell'uomo aggiungendo: Come io vi ho amati...(Gv 15,12). Questo amore ci rinnova così to­talmente che diventiamo uomini nuovi, gli eredi della nuova alleanza, i cantori di un cantico nuovo. Questo amore ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come ha rinnovato più tardi gli apostoli. È sempre questo amore che rinnova oggi le nazioni e tutto il genere umano sparso sulla terra: ne fa un popolo nuovo che esso riunisce; è il corpo di questa nuova sposa del Figlio unico di Dio — la Chiesa — di cui è detto nel Can­tico: Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna? (Ct 6,10). E bella come la luna perché è rinnovata, e come è rinnovata se non da questo nuovo comandamento?» (S. agostino, Sermoni su san Giovanni 65,1).

Lo Spirito d’Amore del Risorto fa nuove tutte le cose. padre Raniero Cantalamessa

C'è una parola che ricorre più volte nelle letture di questa Domenica. Si parla di "un nuovo cielo e una nuova terra", della "nuova Gerusalemme", di Dio che fa "nuove tutte le cose" e infine, nel Vangelo, del "comandamento nuovo": "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi"

"Nuovo", "novità" appartengono a quel ristretto numero di parole "magiche", che evocano sempre e solo sensi positivi. Nuovo di zecca, nuovo fiammante, vestito nuovo, vita nuova, giorno nuovo, anno nuovo. Il nuovo fa notizia. Sono sinonimi. "Nuova" e "novella", come aggettivi, significano una cosa nuova e, come sostantivi, una notizia. Il Vangelo si chiama "buona novella" proprio perché contiene la novità per eccellenza.

Perché ci piace tanto il nuovo? Non solo perché ciò che è nuovo, non usato (per esempio, un'automobile), in genere, funziona meglio. Se fosse solo per questo, perché saluteremmo con tanta gioia l'anno nuovo, il nuovo giorno? Il motivo profondo è che la novità, ciò che non è ancora conosciuto e sperimentato, lascia più spazio all'attesa, alla sorpresa, alla speranza, al sogno. E la felicità è proprio figlia di queste cose. Se fossimo sicuri che l'anno nuovo ci riserverà esattamente le stesse cose del vecchio, né più né meno, già non ci piacerebbe più.

Nuovo non si oppone ad "antico", ma a "vecchio". Anche "antico" e "antichità", "antiquariato" infatti sono parole positive. Qual è la differenza? Vecchio è ciò che con il passare del tempo peggiora e perde valore; antico è ciò che con il passare del tempo migliora e acquista valore. Per questo oggi si cerca di evitare di usare l'espressione "Vecchio Testamento" e si preferisce parlare invece di "Antico Testamento".

Adesso, con queste premesse, accostiamoci alla parola del Vangelo. Si pone subito una domanda: come mai si definisce "nuovo" un comandamento che era noto già fin dall'Antico Testamento (cfr. Lev 19, 18)? Qui ci torna utile la distinzione tra vecchio ed antico. "Nuovo" non si oppone, in questo caso, ad "antico", ma a "vecchio". Lo stesso evangelista Giovanni in un altro passo scrive: "Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico...E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo" (1 Gv 2, 7-8). Insomma, un comandamento nuovo, o un comandamento antico? L'una e l'altra cosa. Antico secondo la lettera, perché era stato dato da tempo; nuovo secondo lo Spirito, perché solo con Cristo è data anche la forza di metterlo in pratica. Nuovo non si oppone qui, dicevo, ad antico, ma a vecchio. Quello di amare il prossimo "come se stessi" era diventato un comandamento "vecchio", cioè debole e consunto, a forza di essere trasgredito, perché la Legge imponeva sì l'obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.

Occorreva, per questo, la grazia. E infatti, per sé, non è quando Gesù lo formula durante la vita, che il comandamento dell'amore diventa un comandamento nuovo, ma quando, morendo sulla croce e dandoci lo Spirito Santo, ci rende, di fatto, capaci di amarci gli uni gli altri, infondendo in noi l'amore che egli stesso ha per ognuno.

Il comandamento di Gesù è un comandamento nuovo in senso attivo e dinamico: perché "rinnova", fa nuovi, trasforma tutto. "E questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo" (S. Agostino). Se l'amore parlasse, potrebbe fare sue le parole che Dio pronuncia nella seconda lettura di oggi: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose".

Il più celebre e sublime inno all’amore. P. Raniero Cantalamessa

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all'amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.

Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l'amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell'amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L'amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l'intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l'arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L'amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: “Amami Alfredo, amami quant'io t'amo”. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un'altra differenza è questa. L'amore erotico, nella forma più tipica che è l'innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che “rimane”, anzi è l'unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.

Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c'è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l'eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c'è tutto lo spazio per una educazione all'amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l'amore di coppia. Nell'amore tra due sposi, all'inizio prevarrà l'eros, l'attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell'altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l'altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l'amore si riduce all'eros e l'eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c'è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all'amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.

Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l'amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell'amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L'amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l'intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l'arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L'amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: “Amami Alfredo, amami quant'io t'amo”. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un'altra differenza è questa. L'amore erotico, nella forma più tipica che è l'innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che “rimane”, anzi è l'unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.

Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c'è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l'eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c'è tutto lo spazio per una educazione all'amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l'amore di coppia. Nell'amore tra due sposi, all'inizio prevarrà l'eros, l'attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell'altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l'altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l'amore si riduce all'eros e l'eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c'è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

Amare, l’unico comandamento don Bruno Maggioni

Il comandamento che Gesù dona alla sua comunità (Gv 13,34-35) si esprime al singolare («un comandamento»). I molti comandamenti non sono che la manifestazione dell'unico comandamento che è l'amore. Il comandamento dell'amore è chiamato da Giovanni un dono (il verbo dare è troppo debole, meglio tradurre donare). Che un comandamento sia un dono può sembrare paradossale, ma è conforme a tutta la tradizione biblica: la legge di Dio è un dono, perché il suo dettato corrisponde alla nostra vocazione più profonda. L'amore scambievole è per l'uomo movimento, vita, uscire dal chiuso, dall'odio, dall'egoismo e dall'indifferenza per respirare a pieni polmoni. Si legge nella prima lettera di Giovanni (3,14): «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli, chi non ama rimane nella morte». Amare i fratelli è la prova decisiva che si è vivi.
L'amore reciproco trova in Gesù il modello e la fonte: «Come io ho amato voi». Come dice la norma e la misura. Ma dice anche la ragione: se possiamo amarci fra noi è perché Lui per primo ci ha amati. «Come io ho amato voi», dice Gesù. Noi ci aspetteremmo: «Così anche voi amate me». Invece no: «Gli uni gli altri». C'è dunque nell'amore di Gesù una dimensione di gratuità che anche il nostro amore deve avere. L'amore di Gesù non accaparra il discepolo. Al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. È amando i fratelli che si ricambia quello di Gesù.
L'amore tra i discepoli è un amore che tende alla reciprocità «amatevi gli uni gli altri» è ripetuto più volte. Ma se vuole somigliare a quello di Cristo deve nascere da una gratuità. E deve trattarsi di una reciprocità che si apre all'universalità. «Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli». Un'affermazione, questa, che taglia corto su ogni eventuale tentazione della comunità di rinchiudersi in se stessa. L'amore cristiano – proprio quando se ne sottolinea la reciprocità – non cessa di essere aperto. Il comando dell'amore fraterno è da Gesù definito «nuovo». Non si tratta di una novità cronologica, ma di una novità qualitativa. Il comando dell'amore è nuovo come è nuovo Gesù. Nuovo perché dischiude un mondo che appare nuovo e rinnovato, che sempre sorprende: nuovo a tal punto da essere il segno prefiguratore dei «nuovi cieli e della nuova terra». Nuovo anche perché è il segno e il frutto del mondo nuovo che la venuta di Cristo ha instaurato. La svolta è avvenuta e l'amore che ora i cristiani possono vivere appartiene già al mondo rinnovato. L'amore fraterno è la novità della vita di Dio che irrompe nel nostro vecchio mondo, rigenerandolo. Ed è l'anticipo della vita futura a cui aspiriamo.

Benedetto XVI. “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34)

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA XXII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
(1° APRILE 2007)

“Come io vi ho amato, così amatevi
anche voi gli uni gli altri”
(Gv 13,34)

Cari giovani,

in occasione della XXII Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata nelle Diocesi la prossima Domenica delle Palme, vorrei proporre alla vostra meditazione le parole di Gesù: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).

E’ possibile amare?

Ogni persona avverte il desiderio di amare e di essere amata. Eppure quant’è difficile amare, quanti errori e fallimenti devono registrarsi nell’amore! C’è persino chi giunge a dubitare che l’amore sia possibile. Ma se carenze affettive o delusioni sentimentali possono far pensare che amare sia un’utopia, un sogno irraggiungibile, bisogna forse rassegnarsi? No! L’amore è possibile e scopo di questo mio messaggio è di contribuire a ravvivare in ciascuno di voi, che siete il futuro e la speranza dell’umanità, la fiducia nell’amore vero, fedele e forte; un amore che genera pace e gioia; un amore che lega le persone, facendole sentire libere nel reciproco rispetto. Lasciate allora che percorra insieme a voi un itinerario, in tre momenti, alla “scoperta” dell’amore.

Dio, sorgente dell’amore

Il primo momento riguarda la sorgente dell’amore vero, che è unica: è Dio. Lo pone bene in evidenza san Giovanni affermando che “Dio è amore” (1 Gv 4,8.16); ora egli non vuol dire solo che Dio ci ama, ma che l’essere stesso di Dio è amore. Siamo qui dinanzi alla rivelazione più luminosa della fonte dell’amore che è il mistero trinitario: in Dio, uno e trino, vi è un eterno scambio d’amore tra le persone del Padre e del Figlio, e questo amore non è un’energia o un sentimento, ma una persona, è lo Spirito Santo.

La Croce di Cristo rivela pienamente l’amore di Dio

Come si manifesta a noi Dio-Amore? Siamo qui al secondo momento del nostro itinerario. Anche se già nella creazione sono chiari i segni dell’amore divino, la rivelazione piena del mistero intimo di Dio è avvenuta con l’Incarnazione, quando Dio stesso si è fatto uomo. In Cristo, vero Dio e vero Uomo, abbiamo conosciuto l’amore in tutta la sua portata. Infatti “la vera novità del Nuovo Testamento – ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est - non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito” (n. 12). La manifestazione dell’amore divino è totale e perfetta nella Croce, dove, come afferma san Paolo, “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Ognuno di noi può pertanto dire senza tema di sbagliare: “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (cfr Ef 5,2). Redenta dal suo sangue, nessuna vita umana è inutile o di poco valore, perché tutti siamo amati personalmente da Lui con un amore appassionato e fedele, un amore senza limiti. La Croce, follia per il mondo, scandalo per molti credenti, è invece “sapienza di Dio” per quanti si lasciano toccare fin nel profondo del proprio essere, “perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (cfr 1 Cor 1,24-25). Anzi, il Crocifisso, che dopo la risurrezione porta per sempre i segni della propria passione, mette in luce le “contraffazioni” e le menzogne su Dio, che si ammantano di violenza, di vendetta e di esclusione. Cristo è l’Agnello di Dio, che prende su di sé il peccato del mondo e sradica l’odio dal cuore dell’uomo. Ecco la sua veritiera “rivoluzione”: l’amore.

Amare il prossimo come Cristo ci ama

Ed eccoci ora al terzo momento della nostra riflessione. Sulla croce Cristo grida: “Ho sete” (Gv 19,28): rivela così un’ardente sete di amare e di essere amato da ognuno di noi. Solo se arriviamo a percepire la profondità e l’intensità di un tale mistero, ci rendiamo conto della necessità e dell’urgenza di amarlo a nostra volta “come” Lui ci ha amati. Questo comporta l’impegno di dare anche, se necessario, la propria vita per i fratelli sostenuti dall’amore di Lui. Già nell’Antico Testamento Dio aveva detto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18), ma la novità di Cristo consiste nel fatto che amare come Lui ci ha amati significa amare tutti, senza distinzioni, anche i nemici, “fino alla fine” (cfr Gv 13,1).

Testimoni dell’amore di Cristo

Vorrei ora soffermarmi su tre ambiti della vita quotidiana dove voi, cari giovani, siete particolarmente chiamati a manifestare l’amore di Dio. Il primo ambito è la Chiesa che è la nostra famiglia spirituale, composta da tutti i discepoli di Cristo. Memori delle sue parole: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35), alimentate, con il vostro entusiasmo e la vostra carità, le attività delle parrocchie, delle comunità, dei movimenti ecclesiali e dei gruppi giovanili ai quali appartenete. Siate solleciti nel cercare il bene dell’altro, fedeli agli impegni presi. Non esitate a rinunciare con gioia ad alcuni vostri svaghi, accettate di buon animo i sacrifici necessari, testimoniate il vostro amore fedele per Gesù annunciando il suo Vangelo specialmente fra i vostri coetanei.

Prepararsi al futuro

Il secondo ambito, dove siete chiamati ad esprimere l’amore e a crescere in esso, è la vostra preparazione al futuro che vi attende. Se siete fidanzati, Dio ha un progetto di amore sul vostro futuro di coppia e di famiglia ed è quindi essenziale che voi lo scopriate con l’aiuto della Chiesa, liberi dal pregiudizio diffuso che il cristianesimo, con i suoi comandamenti e i suoi divieti, ponga ostacoli alla gioia dell’amore ed impedisca in particolare di gustare pienamente quella felicità che l’uomo e la donna cercano nel loro reciproco amore. L’amore dell’uomo e della donna è all’origine della famiglia umana e la coppia formata da un uomo e da una donna ha il suo fondamento nel disegno originario di Dio (cfr Gn 2,18-25). Imparare ad amarsi come coppia è un cammino meraviglioso, che tuttavia richiede un tirocinio impegnativo. Il periodo del fidanzamento, fondamentale per costruire la coppia, è un tempo di attesa e di preparazione, che va vissuto nella castità dei gesti e delle parole. Ciò permette di maturare nell’amore, nella premura e nell’attenzione verso l’altro; aiuta ad esercitare il dominio di sé, a sviluppare il rispetto dell’altro, caratteristiche tutte del vero amore che non ricerca in primo luogo il proprio soddisfacimento né il proprio benessere. Nella preghiera comune chiedete al Signore che custodisca ed incrementi il vostro amore e lo purifichi da ogni egoismo. Non esitate a rispondere generosamente alla chiamata del Signore, perché il matrimonio cristiano è una vera e propria vocazione nella Chiesa. Ugualmente, cari giovani e care ragazze, siate pronti a dire “sì”, se Iddio vi chiama a seguirlo sulla via del sacerdozio ministeriale o della vita consacrata. Il vostro esempio sarà di incoraggiamento per molti altri vostri coetanei, che sono alla ricerca della vera felicità.

Crescere nell’amore ogni giorno

Il terzo ambito dell’impegno che l’amore comporta è quello della vita quotidiana con le sue molteplici relazioni. Mi riferisco segnatamente alla famiglia, alla scuola, al lavoro e al tempo libero. Cari giovani, coltivate i vostri talenti non soltanto per conquistare una posizione sociale, ma anche per aiutare gli altri “a crescere”. Sviluppate le vostre capacità, non solo per diventare più “competitivi” e “produttivi”, ma per essere “testimoni della carità”. Alla formazione professionale unite lo sforzo di acquisire conoscenze religiose utili per poter svolgere la vostra missione in maniera responsabile. In particolare, vi invito ad approfondire la dottrina sociale della Chiesa, perché dai suoi principi sia ispirata ed illuminata la vostra azione nel mondo. Lo Spirito Santo vi renda inventivi nella carità, perseveranti negli impegni che assumete, e audaci nelle vostre iniziative, perché possiate offrire il vostro contributo per l’edificazione della “civiltà dell’amore”. L’orizzonte dell’amore è davvero sconfinato: è il mondo intero!

“Osare l’amore” seguendo l’esempio dei santi

Cari giovani, vorrei invitarvi a “osare l’amore”, a non desiderare cioè niente di meno per la vostra vita che un amore forte e bello, capace di rendere l’esistenza intera una gioiosa realizzazione del dono di voi stessi a Dio e ai fratelli, ad imitazione di Colui che mediante l’amore ha vinto per sempre l’odio e la morte (cfr Ap 5,13). L’amore è la sola forza in grado di cambiare il cuore dell’uomo e l’umanità intera, rendendo proficue le relazioni tra uomini e donne, tra ricchi e poveri, tra culture e civiltà. Questo testimonia la vita dei Santi che, veri amici di Dio, sono il canale e il riflesso di questo amore originario. Impegnatevi a conoscerli meglio, affidatevi alla loro intercessione, cercate di vivere come loro. Mi limito a citare Madre Teresa che, per affrettarsi a rispondere al grido di Cristo “Ho sete”, grido che l’aveva profondamente toccata, iniziò a raccogliere i moribondi nelle strade di Calcutta, in India. Da allora l’unico desiderio della sua vita divenne quello di estinguere la sete d’amore di Gesù non a parole, ma con atti concreti, riconoscendone il volto sfigurato, assetato d’amore, nel viso dei più poveri tra i poveri. La Beata Teresa ha messo in pratica l’insegnamento del Signore: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cfr Mt 25,40). E il messaggio di questa umile testimone dell’amore divino si è diffuso nel mondo intero.

Il segreto dell’amore

Ad ognuno di noi, cari amici, è dato di raggiungere questo stesso grado di amore, ma solo ricorrendo all’indispensabile sostegno della Grazia divina. Soltanto l’aiuto del Signore ci consente, infatti, di sfuggire alla rassegnazione davanti all’enormità del compito da svolgere e ci infonde il coraggio di realizzare quanto è umanamente impensabile. Soprattutto l’Eucaristia è la grande scuola dell’amore. Quando si partecipa regolarmente e con devozione alla Santa Messa, quando si passano in compagnia di Gesù eucaristico prolungate pause di adorazione è più facile capire la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità del suo amore che sorpassa ogni conoscenza (cfr Ef 3,17-18). Condividendo il Pane eucaristico con i fratelli della comunità ecclesiale si è poi spinti a tradurre “in fretta”, come fece la Vergine con Elisabetta, l’amore di Cristo in generoso servizio ai fratelli.

Verso l’incontro di Sidney

Illuminante è al riguardo l’esortazione dell’apostolo Giovanni: “Figlioli, non amiamo a parole, né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità” (1 Gv 3, 18-19). Cari giovani, è con questo spirito che vi invito a vivere la prossima Giornata Mondiale della Gioventù insieme con i vostri Vescovi nelle vostre rispettive Diocesi. Essa rappresenterà una tappa importante verso l’incontro di Sydney, il cui tema sarà: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, vi aiuti a far risuonare ovunque il grido che ha cambiato il mondo: “Dio è amore!”. Vi accompagno con la preghiera e di cuore vi benedico.

Dal Vaticano, 27 Gennaio 2007

BENEDICTUS PP. XVI