Visualizzazione post con etichetta Cantalamessa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cantalamessa. Mostra tutti i post

P. Raniero Cantalamessa. Scopritori di talenti, non per guadagno ma per altruismo




Purtroppo in passato il significato di questa parabola è stato abitualmente travisato ... I talenti di cui parla Gesù sono la parola di Dio, la fede, in una parola il regno da lui annunciato.




       Il vangelo di questa domenica è la parabola dei talenti. Purtroppo in passato il significato di questa parabola è stato abitualmente travisato, o almeno assai ridotto. Sentendo parlare di talenti pensiamo subito alle doti naturali di intelligenza, bellezza, forza, capacità artistiche. La metafora viene usata per parlare di attori, cantanti, comici…L'uso non è del tutto errato, ma è secondario. Gesù non intendeva parlare dell'obbligo di sviluppare le proprie doti naturali, ma di far fruttare i doni spirituali da lui recati. A sviluppare le doti naturali ci spinge già la natura, l'ambizione, la sete di guadagno. A volte, anzi, è necessario tenere a freno questa tendenza a far valere i propri talenti perché essa può diventare facilmente carrierismo, smania di imporsi sugli altri.


I talenti di cui parla Gesù sono la parola di Dio, la fede, in una parola il regno da lui annunciato. In questo senso la parabola dei talenti si affianca a quella del seminatore. Alla diversa sorte del seme da lui gettato - in alcuni esso produce il sessanta per cento, in altri invece rimane sepolto sotto le spine, o mangiato dagli uccelli del cielo -, corrisponde qui il diverso guadagno realizzato con i talenti.


Talenti sono per noi cristiani di oggi la fede e i sacramenti che abbiamo ricevuti ["sacramenti" per la Chiesa Cattolica, "misteri" per la Chiesa Ortodossa e di "ordinanza" per le Chiese Protestanti]. La parabola ci costringe dunque a un esame di coscienza: che uso stiamo facendo di questi talenti? Somigliamo al servo che li fa fruttare o a quello che mette il talento sottoterra? Per molti il proprio battesimo è davvero un talento sotterrato. Io lo paragono a un pacco-dono che uno ha ricevuto a Natale e che è stato dimenticato in un cantuccio, senza essere stato mai scartato e aperto.


I frutti dei talenti naturali finiscono con noi o al massimo passano agli eredi; i frutti dei talenti spirituali ci seguono nella vita eterna e un giorno ci varranno l'approvazione del Giudice divino: "Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone".


Il nostro dovere umano e cristiano non è solo di sviluppare i nostri talenti naturali e spirituali, ma anche di aiutare gli altri a sviluppare i loro. Nel mondo moderno esiste una professione che si chiama, con termine inglese "talent-scout", cioè scopritori di talenti. Sono persone che sanno individuare dei talenti nascosti – di pittore, di cantante, di attore, di calciatore - e li aiutano a coltivare il loro talento e trovare chi li sponsorizza. Non lo fanno naturalmente gratis o per amore dell'arte, ma per avere una percentuale dei loro guadagni, una volta che si sono affermati.


Il vangelo ci invita a essere tutti dei talent-scout, degli scopritori di talenti, non però per amore del guadagno ma per aiutare chi non ha la possibilità di affermarsi da solo. L'umanità deve alcuni dei suoi geni o artisti migliori all'altruismo di una persona amica che ha creduto in essi e li ha incoraggiati, quando nessuno credeva in loro. Un caso esemplare che mi viene alla mente è quello di Theo Van Gogh che sostenne tutta la vita, economicamente e moralmente, il fratello Vincent, quando nessuno credeva in lui ed egli non riusciva a vendere nessuno dei suoi quadri. Tra di loro si scambiarono più di seicento lettere che sono un documento di altissima umanità e spiritualità. Senza di lui non avremmo oggi quei quadri che tutti amiamo e ammiriamo [qualche quadro di Van Gogh]


La prima lettura di domani ci invita a soffermarci su un talento in particolare che è al tempo stesso naturale e spirituale: il talento della femminilità, il talento di essere donna. Contiene infatti il noto elogio della donna che inizia con le parole: "Una donna perfetta chi potrà trovarla?".Questo elogio, così bello, ha un difetto, che non dipende ovviamente dalla Bibbia ma dall'epoca in cui fu scritto e dalla cultura che essa riflette. Se ci si fa caso, si scopre che esso è interamente in funzione dell'uomo. La sua conclusione è: beato l'uomo che possiede una tale donna. Essa gli tesse bei vestiti, fa onore alla sua casa, gli permette di camminare a testa alta tra gli amici. Non credo che le donne sarebbero oggi entusiaste di questo elogio.


Lasciando da parte questo limite, vorrei sottolineare l'attualità di questo elogio della donna. Da ogni parte emerge l'esigenza di fare più spazio alla donna, di valorizzare il genio femminile. Noi non crediamo che "l'eterno femminino ci salverà". L'esperienza quotidiana dimostra che la donna può "sollevarci in alto", ma può anche farci precipitare in basso. Anch'essa ha bisogno di essere salvata da Cristo. Ma è certo che, una volta redenta da lui e "liberata", sul piano umano, da antiche soggezioni, essa può contribuire a salvare la nostra società da alcuni mali inveterati che la minacciano: violenza, volontà di potenza, aridità spirituale, disprezzo della vita…


Dopo tante ere che hanno preso il nome dall'uomo – l'era dell' homo erectus, homo faber, fino all'homo sapiens, di oggi -, c'è da augurarsi che si apra finalmente, per l'umanità, un'era della donna: un'era del cuore, della tenerezza, della compassione. È stato il culto della Vergine a ispirare, in secoli passati, il rispetto della donna e la sua idealizzazione in tanta parte della letteratura e dell'arte. Anche la donna di oggi può guardare a lei come a modello, amica e alleata nel difendere la propria dignità e il talento di essere donna.

Solemnidad de los Santos. P. Cantalamessa

La fiesta de todos los santos y la conmemoración de los fieles difuntos tienen algo en común y, por este motivo, han sido colocadas una tras otra. Incluso el pasaje evangélico es el mismo, la página de las bienaventuranzas. Ambas celebraciones nos hablan del más allá. Si no creyéramos en una vida después de la muerte, no valdría la pena celebrar la fiesta de los santos y menos aún visitar el cementerio. ¿A quién visitaríamos o por qué encenderíamos una vela o llevaríamos una flor?

Por tanto, todo en este día nos invita a una sabia reflexión: "Enséñanos a contar nuestros días --dice un salmo-- y alcanzaremos la sabiduría del corazón". "Vivimos como las hojas del árbol en otoño" (G. Ungaretti). El árbol en primavera vuelve a florecer, pero con otras hojas; el mundo continuará después de nosotros, pero con otros habitantes. Las hojas no tienen una segunda vida, se pudren donde caen. ¿Nos pasa a nosotros lo mismo? Aquí termina la analogía. Jesús prometió: "Yo soy la resurrección y la vida, quien vive y cree en mí aunque muera vivirá". Es el gran desafío de la fe, no sólo de los cristianos, sino también de los judíos y de los musulmanes, de todos los que creen en un Dios personal.

Quienes han visto la película "Doctor Zivago" recordarán la famosa canción de Lara, la banda sonora. En la versión italiana dice: "No sé cuál es, pero hay un lugar del que nunca regresaremos...". La canción muestra el sentido de la famosa novela de Pasternac en la que se basa la película: dos enamorados que se encuentran, se buscan, pero a quienes el destino (nos encontramos en al tumultuosa época de la revolución bolchevique) separa cruelmente, hasta la escena final en la que sus caminos vuelven a cruzarse, pero sin reconocerse.

Cada vez que escucho las notas de esa canción, mi fe me lleva casi a gritar en mi interior: sí, hay un lugar del que nunca regresaremos y del que no querremos regresar. Jesús ha ido a prepararlo para nosotros, nos ha abierto la vida con su resurrección y nos ha indicado el camino para seguirlo con el pasaje de las bienaventuranzas. Un lugar en el que el tiempo se detendrá para dejar paso a la eternidad; donde el amor será pleno y total. No sólo el amor de Dios y por Dios, sino también todo amor honesto y santo vivido en la tierra.

La fe no exime a los creyentes de la angustia de tener que morir, pero la alivia con la esperanza. El prefacio de la misa de mañana dice: "Si nos entristece la certeza de tener que morir, nos consuela la esperanza de la inmortalidad futura". En este sentido hay un testimonio conmovedor que también se enmarca en Rusia. En 1972, en una revista clandestina se publicó una oración encontrada en el bolsillo de la chaqueta del soldado Aleksander Zacepa, compuesta poco antes de la batalla en la que perdió al vida en la segunda guerra mundial. Dice así.

¡Escucha, oh Dios! En mi vida no he hablado ni una sola vez contigo, pero hoy me vienen ganas de hacer fiesta. Desde pequeño me han dicho siempre que Tú no existes... Y yo, como un idiota, lo he creído.

Nunca he contemplado tus obras, pero esta noche he visto desde el cráter de una granada el cielo lleno de estrellas y he quedado fascinado por su resplandor. En ese instante he comprendido qué terrible es el engaño... No sé, oh dios, si me darás tu mano, pero te digo que Tú me entiendes...

¿No es algo raro que en medio de un espantoso infierno se me haya aparecido la luz y te haya descubierto?
No tengo nada más que decirte. Me siento feliz, pues te he conocido. A medianoche tenemos que atacar, pero no tengo miedo, Tú nos ves.
¡Han dado la señal! Me tengo que ir. ¡Qué bien se estaba contigo! Quiero decirte, y Tú lo sabes, que la batalla será dura: quizá esta noche vaya a tocar a tu puerta. Y si bien hasta ahora no he sido tu amigo, cuando vaya, ¿me dejarás entrar?

Pero, ¿qué me pasa? ¿Lloro? Dios mío, mira lo que me ha pasado. Sólo ahora he comenzado a ver con claridad... Dios mío, me voy... Será difícil regresar. Qué raro, ahora la muerte no me da miedo".

Chi sono i santi. Raniero Cantalamessa

Da tempo gli scienziati mandano segnali nel cosmo in attesa di risposte da parte di esseri intelligenti esistenti in qualche pianeta sperduto. La Chiesa da sempre intrattiene un dialogo con abitanti di un altro mondo, i santi. Questo è ciò che proclamiamo dicendo: "Credo nella comunione dei santi". Se anche esistessero abitanti al di fuori del sistema solare, la comunicazione con essi sarebbe impossibile perché tra la domanda e la risposta dovrebbero passare milioni di anni. Qui invece la risposta è immediata perché c'è un centro di comunicazione e di incontro comune che è il Cristo risorto.

Forse anche per il momento dell'anno in cui cade, la festa di Tutti i santi, ha qualcosa di particolare che spiega la sua popolarità e le numerose tradizioni ad essa legate in alcuni settori della cristianità.

Il motivo è in ciò che dice Giovanni nella seconda lettura. In questa vita, "noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo ancora non appare"; siamo come l'embrione nel senso della madre che anela a nascere. I santi sono quelli che sono "nati" (la liturgia chiama "giorno natalizio", dies natalis, il giorno della loro morte); contemplarli è contemplare il nostro destino. Mentre intorno a noi la natura si spoglia e cadono le foglie, la festa di Tutti i santi ci invita a guardare in alto; ci ricorda che non siamo destinati a marcire in terra per sempre come le foglie.

Il brano evangelico è quello delle Beatitudini. Una beatitudine in particolare ha ispirato la scelta del brano: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati". I santi sono coloro che hanno avuto fame e sete di giustizia, cioè, nel linguaggio biblico, di santità. Non si sono rassegnati alla mediocrità, non si sono accontentati delle mezze misure.

Ci aiuta a capire chi sono i santi la prima lettura della festa. Essi sono "coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell'Agnello". La santità si riceve da Cristo; non è di produzione propria. Nell'Antico Testamento essere santi voleva dire "essere separati" da tutto ciò che è impuro; nell'accezione cristiana vuol dire piuttosto il contrario e cioè "essere uniti", s'intende a Cristo.

I santi, cioè i salvati, non sono soltanto quelli elencati nel calendario o nell'albo dei santi. Vi sono anche i "santi ignoti": quelli che hanno rischiato la vita per i fratelli, i martiri della giustizia e della libertà, o del dovere; i "santi laici", come li ha chiamati qualcuno. Senza saperlo anche le loro vesti sono state lavate nel sangue dell'Agnello, se hanno hanno vissuto secondo coscienza e hanno avuto a cuore il bene dei fratelli.

Una domanda viene spontanea: "Cosa fanno i santi in paradiso? La risposta è, anche qui, nella prima lettura: i salvati adorano, gettano le loro corone davanti al trono, gridano: "Lode, onore, benedizione, azione di grazia...". Si realizza in essi la vera vocazione umana che è di essere "lode della gloria di Dio" (Ef 1,14). Il loro coro è guidato da Maria che in cielo continua il suo cantico di lode: "L'anima mia magnifica il Signore". È in questa lode che i santi trovano la loro beatitudine ed esultanza: "Il mio spirito esulta in Dio". L'uomo è ciò che ama e ciò che ammira. Amando e lodando Dio ci si immedesima con Dio, si partecipa della sua gloria e della sua stessa felicità.

Un giorno un santo, S. Simeone il Nuovo Teologo, ebbe una esperienza mistica di Dio così forte che esclamò tra sé: "Se il paradiso non è che questo, mi basta!". Ma la voce di Cristo gli disse: "Sei ben meschino se ti accontenti di questo. La gioia che hai provato in confronto a quella del paradiso è come un cielo dipinto sulla carta rispetto al cielo vero".

Zaqueo, baja pronto! P. R. Cantalamessa

El Evangelio nos presenta la encantadora historia de Zaqueo. Jesús ha llegado a Jericó. No es la primera vez que va, y en esta ocasión, al aproximarse, también ha curado a un ciego (v. Lc 18, 35 ss). Esto explica por qué hay tanta multitud esperándole. Zaqueo, «jefe de publicanos y rico», para verle mejor, sube a un árbol en el recorrido que sigue la gente (¡a la entrada de Jericó se muestra todavía un viejo sicómoro que sería el de Zaqueo!). «Cuando Jesús llegó a aquel sitio, alzando la vista le dijo: "Zaqueo, baja pronto; porque conviene que hoy me quede yo en tu casa". Se apresuró a bajar y le recibió con alegría. Al verlo, todos murmuraban diciendo: "Ha ido a hospedarse a casa de un hombre pecador"».

El episodio sirve para evidenciar, una vez más, la atención de Jesús por los humildes, los rechazados y despreciados. Sus conciudadanos despreciaban a Zaqueo porque hacía componendas con el dinero y con el poder, y a lo mejor también porque era pequeño de estatura; para ellos, Zaqueo no es más que «un pecador». Jesús en cambio acude a encontrarle a su casa; deja a la multitud de admiradores que le ha recibido en Jericó y va a casa sólo de Zaqueo. Hace como el buen pastor, que deja las noventa y nueve ovejas para buscar la que completa el centenar, la que se ha perdido.

También la actuación y las palabras de Zaqueo contienen una enseñanza. Tiene que ver con la actitud hacia la riqueza y hacia los pobres. Desde este punto de vista, el episodio de Zaqueo hay que leerlo con el fondo de los dos pasajes que le preceden, el del rico epulón y el del joven rico. El rico epulón negaba al pobre hasta las migajas que caían de su mesa; Zaqueo da la mitad de sus bienes a los pobres; uno usa sus bienes sólo para sí y para sus amigos ricos que le pueden corresponder; otro usa sus bienes también para los demás, para los pobres. La atención, como se ve, está en el uso que hay que hacer de las riquezas. Las riquezas son inicuas cuando se acaparan, sustrayéndolas a los más débiles y empleándolas para el propio lujo desenfrenado; dejan de ser inicuas cuando son fruto del propio trabajo y se ponen al servicio de los demás y de la comunidad.

Afrontar el episodio del joven rico es igualmente instructivo. Al joven rico Jesús le dice que venda todo lo que tiene y lo dé a los pobres (Lc 18, 22); con Zaqueo se contenta con su promesa de dar a los pobres la mitad de sus bienes. Zaqueo, en otras palabras, sigue siendo rico. La tarea que realiza (es jefe de aduaneros de la ciudad de Jericó, que tiene el monopolio de algunos productos en aquel tiempo solicitadísimos, hasta en Egipto por Cleopatra) le permite seguir siendo rico incluso después de haber renunciado a la mitad de sus pertenencias.
Esto rectifica una falsa impresión que se puede tener de otros dichos del Evangelio. No es la riqueza en sí lo que Jesús condena sin apelación, sino el uso inicuo de ella. ¡Existe salvación también para el rico! Zaqueo es la prueba de esto. Dios puede hacer el milagro de convertir y salvar a un rico sin, necesariamente, reducirlo al estado de pobreza. Una esperanza, ésta, que Jesús no negó jamás y que incluso alimentó, no desdeñando frecuentar, Él, el pobre, también a algunos ricos y jefes militares.

Cierto: Él jamás halagó a los ricos ni buscó su favor suavizando, cuando estaba en su compañía, las exigencias de su Evangelio. ¡Todo lo contrario! Zaqueo, antes de oír que se le dice: «Hoy ha llegado la salvación a esta casa», tuvo que tomar una valiente decisión: dar a los pobres la mitad de su dinero y de los bienes acumulados, reparar los fraudes cometidos en su trabajo restituyendo el cuádruple. El caso de Zaqueo se presenta, así, como el reflejo de la conversión evangélica que es siempre y a la vez conversión a Dios y a los hermanos.

[Traducción del original italiano realizada por Zenit]

Zaccheo, scendi!. P. R. Cantalamessa

Il Vangelo ci presenta l’incantevole storia di Zaccheo. Gesù è giunto a Gerico. Non è la prima volta che vi si reca e, questa volta, nell’avvicinarsi, ha anche guarito un cieco (cfr. Lc 18, 35 ss). Questo spiega perché c’è tanta folla ad attenderlo. Zaccheo “capo dei pubblicani e ricco”, per vederlo meglio, sale su un albero, lungo il percorso del corteo. (All’entrata di Gerico mostrano ancora oggi un vecchio gelso che sarebbe stato quello di Zaccheo!). “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: E` andato ad alloggiare da un peccatore!”.

L’episodio serve a mettere in luce, ancora una volta, l’attenzione di Gesù per gli umili, i reietti e i disprezzati. I concittadini disprezzavano Zaccheo, perché compromesso con i soldi e con il potere e forse anche perché piccolo di statura; per essi, Zaccheo non è che “un peccatore”. Gesù invece lo va a trovare in casa sua; lascia la folla di ammiratori che lo ha accolto a Gerico e va dal solo Zaccheo. Fa come il buon pastore che lascia le novantanove pecorelle, per cercare la centesima che si è smarrita.

Anche l'agire e le parole di Zaccheo contengono un insegnamento. Riguarda l'atteggiamento verso la ricchezza e verso i poveri. Da questo punto di vista l'episodio di Zaccheo va letto sullo sfondo dei due brani che lo precedono, del ricco epulone e del giovane ricco. Il ricco epulone rifiutava al povero perfino le briciole che cadevano dalla sua mensa; Zaccheo dà la metà dei suoi beni ai poveri; l'uno usa dei suoi beni solo per sé e per i suoi amici ricchi che gli possono dare il contraccambio; l'altro usa dei suoi beni anche per gli altri, per i poveri. L'attenzione, come si vede, è sull'uso da fare delle ricchezze. Le ricchezze sono inique quando vengono accaparrate, sottraendole ai più deboli e vengono usate per il proprio lusso sfrenato; cessano di essere inique quando sono frutto del proprio lavoro e vengono fatte servire anche per gli altri e per la comunità.

Anche il confronto con l’episodio del giovane ricco è istruttivo. Al giovane ricco Gesú dice di vendere tutto quello che ha e darlo poveri (Lc 18, 22); con Zaccheo si accontenta della sua promessa di dare ai poveri la metà dei suoi beni. Zaccheo, in altre parole, rimane ricco. Il mestiere che fa (è capo dei doganieri della città di Gerico che ha il monopolio di alcuni prodotti in quel tempo ricercatissimi, perfino in Egitto da Cleopatra), gli consente di rimanere ricco anche dopo che ha rinunciato alla metà dei suoi averi.

Questo rettifica un'impressione falsa che si può avere da altri detti del Vangelo. Non è la ricchezza in sé che Gesù condanna senza appello, ma l'uso iniquo di essa. C'è salvezza anche per il ricco! Zaccheo è la riprova di questo. Dio può compiere il miracolo di convertire e salvare un ricco senza, necessariamente, ridurlo allo stato di povertà. Una speranza, questa, che Gesù non negò mai e che anzi alimentò, non disdegnando di frequentare, lui così il povero, anche alcuni ricchi e capi militari.

Certo, egli non blandì mai i ricchi e non cercò mai il loro favore smussando, quando era in loro compagnia, le esigenze del suo Vangelo. Tutt'altro! Zaccheo, prima di sentirsi dire: “Da oggi c'è salvezza per questa casa”, dovette prendere una decisione coraggiosa: dare ai poveri metà dei suoi soldi e dei beni accumulati, riparare le concussioni fatte nel suo lavoro, restituendo il quadruplo. La vicenda di Zaccheo appare, così, lo specchio della conversione evangelica che è sempre e nello stesso tempo conversione a Dio e ai fratelli.

Lo Spirito d’Amore del Risorto fa nuove tutte le cose. padre Raniero Cantalamessa

C'è una parola che ricorre più volte nelle letture di questa Domenica. Si parla di "un nuovo cielo e una nuova terra", della "nuova Gerusalemme", di Dio che fa "nuove tutte le cose" e infine, nel Vangelo, del "comandamento nuovo": "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi"

"Nuovo", "novità" appartengono a quel ristretto numero di parole "magiche", che evocano sempre e solo sensi positivi. Nuovo di zecca, nuovo fiammante, vestito nuovo, vita nuova, giorno nuovo, anno nuovo. Il nuovo fa notizia. Sono sinonimi. "Nuova" e "novella", come aggettivi, significano una cosa nuova e, come sostantivi, una notizia. Il Vangelo si chiama "buona novella" proprio perché contiene la novità per eccellenza.

Perché ci piace tanto il nuovo? Non solo perché ciò che è nuovo, non usato (per esempio, un'automobile), in genere, funziona meglio. Se fosse solo per questo, perché saluteremmo con tanta gioia l'anno nuovo, il nuovo giorno? Il motivo profondo è che la novità, ciò che non è ancora conosciuto e sperimentato, lascia più spazio all'attesa, alla sorpresa, alla speranza, al sogno. E la felicità è proprio figlia di queste cose. Se fossimo sicuri che l'anno nuovo ci riserverà esattamente le stesse cose del vecchio, né più né meno, già non ci piacerebbe più.

Nuovo non si oppone ad "antico", ma a "vecchio". Anche "antico" e "antichità", "antiquariato" infatti sono parole positive. Qual è la differenza? Vecchio è ciò che con il passare del tempo peggiora e perde valore; antico è ciò che con il passare del tempo migliora e acquista valore. Per questo oggi si cerca di evitare di usare l'espressione "Vecchio Testamento" e si preferisce parlare invece di "Antico Testamento".

Adesso, con queste premesse, accostiamoci alla parola del Vangelo. Si pone subito una domanda: come mai si definisce "nuovo" un comandamento che era noto già fin dall'Antico Testamento (cfr. Lev 19, 18)? Qui ci torna utile la distinzione tra vecchio ed antico. "Nuovo" non si oppone, in questo caso, ad "antico", ma a "vecchio". Lo stesso evangelista Giovanni in un altro passo scrive: "Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico...E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo" (1 Gv 2, 7-8). Insomma, un comandamento nuovo, o un comandamento antico? L'una e l'altra cosa. Antico secondo la lettera, perché era stato dato da tempo; nuovo secondo lo Spirito, perché solo con Cristo è data anche la forza di metterlo in pratica. Nuovo non si oppone qui, dicevo, ad antico, ma a vecchio. Quello di amare il prossimo "come se stessi" era diventato un comandamento "vecchio", cioè debole e consunto, a forza di essere trasgredito, perché la Legge imponeva sì l'obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.

Occorreva, per questo, la grazia. E infatti, per sé, non è quando Gesù lo formula durante la vita, che il comandamento dell'amore diventa un comandamento nuovo, ma quando, morendo sulla croce e dandoci lo Spirito Santo, ci rende, di fatto, capaci di amarci gli uni gli altri, infondendo in noi l'amore che egli stesso ha per ognuno.

Il comandamento di Gesù è un comandamento nuovo in senso attivo e dinamico: perché "rinnova", fa nuovi, trasforma tutto. "E questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo" (S. Agostino). Se l'amore parlasse, potrebbe fare sue le parole che Dio pronuncia nella seconda lettura di oggi: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose".

Il più celebre e sublime inno all’amore. P. Raniero Cantalamessa

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all'amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.

Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l'amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell'amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L'amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l'intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l'arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L'amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: “Amami Alfredo, amami quant'io t'amo”. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un'altra differenza è questa. L'amore erotico, nella forma più tipica che è l'innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che “rimane”, anzi è l'unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.

Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c'è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l'eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c'è tutto lo spazio per una educazione all'amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l'amore di coppia. Nell'amore tra due sposi, all'inizio prevarrà l'eros, l'attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell'altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l'altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l'amore si riduce all'eros e l'eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c'è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all'amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.

Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l'amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell'amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L'amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l'intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l'arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L'amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: “Amami Alfredo, amami quant'io t'amo”. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un'altra differenza è questa. L'amore erotico, nella forma più tipica che è l'innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che “rimane”, anzi è l'unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.

Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c'è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l'eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c'è tutto lo spazio per una educazione all'amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l'amore di coppia. Nell'amore tra due sposi, all'inizio prevarrà l'eros, l'attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell'altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l'altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l'amore si riduce all'eros e l'eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c'è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

Mi ami tu?, continua a chiedere Gesù a ciascuno. padre Raniero Cantalamessa

Leggendo il Vangelo di Giovanni si capisce che esso originariamente terminava con il capitolo 20. Se fu aggiunto questo nuovo capitolo 21, è perché l'evangelista stesso o qualcuno dei suoi discepoli ha sentito il bisogno di insistere ancora una volta sulla realtà della risurrezione di Cristo. Questo è infatti l'insegnamento che si deduce dal brano evangelico: che Gesù non è risorto per modo di dire, ma realmente, nel suo vero corpo. "Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti", dirà Pietro negli Atti degli apostoli, riferendosi probabilmente proprio a questo episodio (At 10, 41).

Alla scena di Gesù che mangia con gli apostoli del pesce arrostito segue il dialogo tra Gesù e Pietro. Tre domande: "Mi ami tu?"; tre risposte: "Tu sai che ti amo"; tre conclusioni: "Pasci le mie pecore!". Con queste parole Gesù conferisce di fatto a Pietro – e, secondo l'interpretazione cattolica, ai suoi successori – il compito di supremo e universale pastore del gregge di Cristo. Gli conferisce quel primato che gli aveva promesso quando aveva detto: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi del regno dei cieli" (Mt 16, 18-19).

La cosa che più commuove di questa pagina del Vangelo è che Gesù resta fedele alla promessa fatta a Pietro, nonostante Pietro fosse stato infedele alla promessa fatta a Gesù di non tradirlo mai, anche a costo della vita (cf. Mt 26, 35). (La triplice domanda di Gesù si spiega con il desiderio di dare a Pietro la possibilità di cancellare il suo triplice rinnegamento durante la passione). Dio dà sempre agli uomini una seconda possibilità; spesso una terza, una quarta e infinite possibilità. Non radia le persone dal suo libro, al loro primo errore. Intanto cosa succede? La fiducia e il perdono del Maestro hanno fatto di Pietro una persona nuova, forte, fedele fino alla morte. Egli ha pascolato il gregge di Cristo nei difficili momenti dei suoi inizi, quando bisognava uscire dalla Galilea e lanciarsi per le strade del mondo. Pietro sarà in grado di mantenere, finalmente, la sua promessa di dare la vita per Cristo. Se imparassimo la lezione contenuta nell'agire di Cristo con Pietro, dando fiducia a qualcuno anche dopo che ha sbagliato una volta, quante meno persone fallite ed emarginate ci sarebbero nel mondo!

Il dialogo tra Gesù e Pietro va trasferito nella vita di ognuno di noi. Sant'Agostino, commentando questo brano evangelico, dice: "Interrogando Pietro, Gesù interrogava anche ciascuno di noi". La domanda: "Mi ami tu?" è rivolta a ogni discepolo. Il cristianesimo non è un insieme di dottrine e di pratiche; è qualcosa di molto più intimo e profondo. È un rapporto di amicizia con la persona di Gesù Cristo. Tante volte, durante la sua vita terrena, aveva chiesto alle persone: "Credi tu?", ma mai: "Mi ami tu?". Lo fa solo ora, dopo che, nella sua passione e morte, ha dato la prova di quanto lui ha amato noi.

Gesù fa consistere l'amore per lui, nel servire gli altri: "Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle". Non vuole essere lui a ricevere i frutti di questo amore, ma vuole che siano le sue pecore. Egli è il destinatario dell'amore di Pietro, ma non il beneficiario. È come se gli dicesse: "Considero fatto a me quello che farai per il mio gregge". Anche il nostro amore per Cristo non deve restare un fatto intimistico e sentimentale, ma si deve esprimere nel servizio degli altri, nel fare del bene al prossimo. Madre Teresa di Calcutta era solita dire: "Il frutto dell'amore è il servizio e il frutto del servizio è la pace".

La conversione è il sorriso del peccatore... e di Dio. P. Raniero Cantalamessa

Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.

La parabola è introdotta con queste parole: "Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Allora egli disse loro questa parabola..." (Lc 15, 1-2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull'atteggiamento di Gesù verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesù, cosa sappiamo storicamente di lui.

È nota l'accoglienza che Gesù riserva ai peccatori nel vangelo e l'opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere "un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori" (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesù suona: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.

Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell'intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesù, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono "i trasgressori deliberati e impenitenti della legge", in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesù avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.

In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro.

Un eminente studioso scrive a questo riguardo: "Non è vero che Gesù aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l'esistenza di 'peccatori'. Gesù si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d'Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio" (James Dunn).

Gesù non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli "malati" lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l'adulterio di fatto, egli condanna anche l'adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: "Va' e non peccare più"; non dice: "Va' e continua come prima".

Quello che Gesù condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: "Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Lc 18,9). Gesù era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.

Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesù e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C'è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesù fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati.

Gesù dice al paralitico: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati". "Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?", gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesù: "Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua". Nessuno poteva verificare se i peccati di quell'uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile.

Anche l'esame dei rapporti di Gesù con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesù? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesù non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio.

Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C'è un l'elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all'altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? "Rallegratevi con me!". E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione".

Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C'è gioia "davanti agli angeli di Dio", è un modo tutto ebraico di dire che c'è gioia "in Dio"). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l'anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: "Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l'aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei- le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: "Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore" (L'Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po' di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire...

Gesú e i peccatori. P. Raniero Cantalamessa

Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.


La parabola è introdotta con queste parole: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

Allora egli disse loro questa parabola…” (Lc 15, 1-2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull’atteggiamento di Gesú verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesú, cosa sappiamo storicamente di lui.


È nota l’accoglienza che Gesú riserva ai peccatori nel vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere “un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesú suona: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.


Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell’intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesú, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono “i trasgressori deliberati e impenitenti della legge”, in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesú avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.


In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro.


Un eminente studioso scrive a questo riguardo: “Non è vero che Gesú aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l’esistenza di ‘peccatori’. Gesú si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d’Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio” (James Dunn).


Gesú non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli “malati” lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l’adulterio di fatto, egli condanna anche l’adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: “Va’ e non peccare più”; non dice: “Va’ e continua come prima”.

Quello che Gesú condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Gesú era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.


Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesú e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C’è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesú fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati.


Gesú dice al paralitico: “Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati”. “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”, gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesú: “Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Nessuno poteva verificare se i peccati di quell’uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile.


Anche l’esame dei rapporti di Gesú con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesú? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesú non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio.


Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C’è un l’elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all’altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? “Rallegratevi con me!”. E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C’è gioia “davanti agli angeli di Dio”, è un modo tutto ebraico di dire che c’è gioia “in Dio”). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l’anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: ”Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.


In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l’aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei- le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: “Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore” (L’Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po’ di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire…

I destini diametralmente opposti nella vita umana. padre Raniero Cantalamessa

La pagina di Vangelo di questa domenica, le Beatitudini, ci permette di verificare alcune cose che abbiamo detto, due domeniche fa', circa la storicità dei vangeli. Dicevamo in quell'occasione che, nel riferire le parole di Gesù, ognuno dei quattro evangelisti, senza tradirne il senso fondamentale, ne ha sviluppato un aspetto anziché un altro, adattandole alle esigenze della comunità per cui scriveva.

Mentre Matteo riferisce otto Beatitudini pronunciate da Gesù, Luca ne riferisce solo quattro. In compenso, però, Luca rafforza le quattro Beatitudini, opponendo a ognuna di esse una corrispondente maledizione, introdotta da un "guai". Ancora, mentre il discorso di Matteo è indiretto:
"Beati i poveri!, quello di Luca è diretto: "Beati voi poveri!". Matteo accentua la povertà spirituale ("beati i poveri in spirito"), Luca accentua la povertà materiale ("beati voi poveri").

Ma sono dettagli che non cambiano minimamente, come si vede, la sostanza delle cose. Ognuno dei due evangelisti, con il suo modo particolare di riferire l'insegnamento di Gesù, ne mette in luce un aspetto nuovo, che altrimenti sarebbe rimasto nell'ombra. Luca è meno completo nel numero delle Beatitudini, ma ne coglie perfettamente il significato di fondo.

Quando si parla delle Beatitudini il pensiero va subito alla prima di esse: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio". Ma in realtà l'orizzonte è molto più ampio. Gesù delinea, in questa pagina, due modi di concepire la vita: o "per il regno di Dio", o "per la propria consolazione"; cioè, o in funzione esclusivamente di questa vita, o in funzione anche della vita eterna. Questo è ciò che mette in luce lo schema di Luca: "Beati voi – guai a voi": "Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio...Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione".

Due categorie, due mondi. Alla categoria dei beati appartengono i poveri, gli affamati, quelli che ora piangono e quelli che sono perseguitati e messi al bando per il Vangelo. Alla categoria degli sventurati appartengono i ricchi, i sazi, quelli che ora ridono e quelli sono portati in palma di mano da tutti.

Gesù non canonizza semplicemente tutti i poveri, gli affamati, quelli che piangono e sono perseguitati, come non demonizza semplicemente tutti i ricchi, i sazi, coloro che ridono e sono applauditi. La distinzione è più profonda; si tratta di sapere su che cosa uno fonda la propria sicurezza, su quale terreno sta costruendo l'edificio della sua vita: se su ciò che passa, o su ciò che non passa.

La pagina odierna di Vangelo è davvero una spada a doppio taglio: separa, traccia due destini diametralmente opposti. È come il meridiano di Greenwich che divide l'est dall'ovest del mondo. Ma per fortuna con una differenza essenziale. Il meridiano di Greenwich è fisso: le terre che sono ad est non possono passare ad ovest, come è fisso l'equatore che divide il Sud povero del mondo, dal Nord ricco e opulento. La linea che divide, nel nostro Vangelo, i "beati" dagli "sventurati" non è così; è una barriera mobile, valicabilissima. Non solo si può passare da un settore all'altro, ma tutta questa pagina di Vangelo è stata dettata da Gesù per invitarci e invogliarci a passare dall'una all'altra sfera. Il suo non è un invito a diventare poveri, ma a diventare ricchi! "Beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio". Pensare: dei poveri che possiedono un regno, e lo possiedono già ora! Coloro che decidono di entrare in questo regno, sono infatti fin da ora figli di Dio, sono liberi, sono fratelli, sono pieni di speranza di immortalità. Chi non vorrebbe essere povero a questo modo?

L’insostituibile missione del laico. padre Raniero Cantalamessa

La pesca miracolosa era la prova che occorreva per convincere un pescatore, come era Simone Pietro. Tornati a terra egli si getta ai piedi di Gesù dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" Ma Gesù gli rispose con queste parole che rappresentano il culmine del racconto e il motivo per cui l'episodio è stato ricordato: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini" .

Gesù si è servito di due immagini per illustrare il compito dei suoi collaboratori: quella di pescatori e quella di pastori. Entrambe queste immagini hanno bisogno oggi di essere spiegate, se non vogliamo che l'uomo moderno le trovi poco rispettose della sua dignità e le rifiuti. A nessuno piace oggi essere "pescato" da qualcuno, o essere una pecora del gregge!

La prima osservazione da fare è questa. Nella pesca ordinaria, il pescatore cerca il suo utile, non certo quello dei pesci. Lo stesso il pastore. Egli pascola e custodisce il gregge, non per il bene del gregge, ma per il proprio bene, perché il gregge gli fornisce latte, lana e agnelli. Nel significato evangelico, avviene il contrario: è il pescatore che serve il pesce; è il pastore che si sacrifica per le pecore, fino a dare la vita per esse. D'altra parte, quando si tratta di uomini, essere "pescati", o "ripescati", non è disgrazia, ma salvezza. Pensiamo a delle persone in balia delle onde, in alto mare, dopo un naufragio, di notte, al freddo; vedere una rete o una scialuppa gettata verso di loro non è un'umiliazione, ma la suprema delle loro aspirazioni. È così che dobbiamo concepire il mestiere di pescatori di uomini: come un gettare una scialuppa di salvataggio a coloro che si dibattono nel mare, spesso in tempesta, della vita.

Ma la difficoltà di cui parlavo rispunta sotto altra forma. Mettiamo pure che abbiamo bisogno di pastori e di pescatori. Ma perché alcune persone devono avere il ruolo di pescatori e altri quello di pesci, alcuni quello di pastori e altri quello di pecore e di gregge. Il rapporto tra pescatore e pesci, come quello tra pastore e pecore, suggerisce l'idea di disuguaglianza, di superiorità. A nessuno piace essere un numero nel gregge e riconoscere un pastore sopra di sé.

Qui dobbiamo sfatare un pregiudizio. Nella Chiesa nessuno è solo pescatore, o solo pastore, e nessuno è solo pesciolino o pecorella. Tutti siamo, a un titolo diverso, l'una e l'altra cosa insieme. Cristo è l'unico ad essere soltanto pescatore e soltanto pastore. Prima di diventare pescatore di uomini, Pietro è stato lui stesso pescato e ripescato più volte. Fu, letteralmente, ripescato quando, camminando sulle acque, ebbe paura e fu sul punto di affondare; fu ripescato soprattutto dopo il suo tradimento. Dovette sperimentare cosa significa trovarsi ad essere una "pecorella smarrita", perché imparasse cosa significa essere buon pastore; dovette essere ripescato dal fondo dell'abisso in cui era caduto, perché imparasse cosa vuol dire essere pescatore di uomini.

Se, a titolo diverso, tutti i battezzati sono pescati e pescatori insieme, allora si apre qui un grande campo di azione per i laici. Noi sacerdoti siamo più preparati a fare i pastori che non a fare i pescatori. Troviamo più facile nutrire, con la Parola e i sacramenti, le persone che vengono spontaneamente in chiesa, che non andare noi stessi a cercare i lontani. Rimane dunque in gran parte scoperto il ruolo di pescatori. I laici cristiani, per il loro più diretto inserimento nella società, sono dei collaboratori insostituibili in questo compito.

Una volta calate le reti sulla parola di Gesù, Pietro e quelli che erano con lui sulla barca presero una quantità tale di pesci che le reti si rompevano. Allora, è scritto, "fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli". Anche oggi il successore di Pietro e quelli che sono con lui sulla barca – i vescovi e i sacerdoti – fanno cenno a quelli dell'altra barca – i laici – di venire ad aiutarli.

Il più celebre e sublime inno all’amore. padre Raniero Cantalamessa

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all'amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.

Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l'amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell'amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L'amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l'intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l'arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L'amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: "Amami Alfredo, amami quant'io t'amo". La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: "Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri". Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un'altra differenza è questa. L'amore erotico, nella forma più tipica che è l'innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che "rimane", anzi è l'unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.

Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c'è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l'eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c'è tutto lo spazio per una educazione all'amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l'amore di coppia. Nell'amore tra due sposi, all'inizio prevarrà l'eros, l'attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell'altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l'altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l'amore si riduce all'eros e l'eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c'è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

I vantaggi di avere Gesù come amico di famiglia. Padre Raniero Cantalamessa

Il Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario è l'episodio delle nozze di Cana. Cosa ha voluto dirci Gesù, accettando di partecipare a una festa di nozze? Anzitutto, in questo modo egli ha onorato, di fatto, le nozze tra l'uomo e la donna, ribadendo, implicitamente, che esse sono una cosa bella, voluta dal creatore e da lui benedetta. Ma ha voluto insegnarci anche un'altra cosa. Con la sua venuta, si realizzava nel mondo quello sposalizio mistico tra Dio e l'umanità che era stato promesso attraverso i profeti, sotto il nome di "nuova ed eterna alleanza". A Cana, simbolo e realtà si incontrano: le nozze umane di due giovani sono l'occasione per parlarci di un altro sposalizio, quello tra Cristo e la Chiesa che si compirà nell' "ora sua", sulla croce.

Se vogliamo scoprire come dovrebbero essere, secondo la Bibbia, i rapporti tra l'uomo e la donna nel matrimonio, dobbiamo guardare come sono quelli tra Cristo e la Chiesa. Proviamo a farlo, seguendo il pensiero di san Paolo su questo argomento, come è espresso in Efesini 5, 25-33. All'origine e al centro di ogni matrimonio, secondo questa visione, vi deve essere l'amore: "Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei".

Questa affermazione – che il matrimonio si fonda sull'amore – oggi sembra a noi scontata. Invece solo da poco più di un secolo si è giunti a un riconoscimento di ciò, e ancora non dappertutto. Per secoli e millenni, il matrimonio era una transazione tra famiglie, un modo di provvedere alla conservazione del patrimonio o alla mano d'opera per il lavoro dei capi, o un obbligo sociale. I genitori e le famiglie erano i protagonisti, non gli sposi che spesso si conoscevano solo il giorno delle nozze.

Gesù, dice ancora Paolo nel testo di Efesini, ha dato se stesso "al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile". È possibile, per un marito umano, emulare, anche in questo, lo sposo Cristo? Può egli togliere le rughe alla propria moglie? Sì che lo può! Ci sono rughe prodotte dal non amore, dall'essere lasciati soli. Chi si sente ancora importante per il coniuge, non ha rughe, o, se le ha, sono rughe diverse, che accrescono, non diminuiscono la bellezza.

E le mogli, cosa possono imparare dal loro modello che è la Chiesa? La Chiesa si fa bella unicamente per il suo sposo, non per piacere ad altri.

È fiera ed entusiasta del suo sposo Cristo e non si stanca di tesserne le lodi. Tradotto sul piano umano, questo ricorda alle fidanzate e alle mogli che la loro stima e ammirazione è una cosa importantissima per il fidanzato o il marito.

A volte, è per essi la cosa che conta di più al mondo. Sarebbe grave fargliela mancare, non avere mai una parola di apprezzamento per il suo lavoro, la sua capacità organizzativa, il suo coraggio, la dedizione alla famiglia; per quello che dice, se è un uomo politico, che scrive se è uno scrittore, che crea se è un artista. L'amore si nutre di stima e muore senza di essa.

Ma c'è una cosa che il modello divino ricorda soprattutto agli sposi: la fedeltà. Dio è fedele, sempre, nonostante tutto. Oggi, questo della fedeltà è diventato un discorso scabroso che nessuno osa fare più. Eppure il fattore principale dello sgretolarsi di tanti matrimoni è proprio qui, nell'infedeltà. Qualcuno lo nega, dicendo che l'adulterio è l'effetto, non la causa, delle crisi matrimoniali. Si tradisce, in altre parole, perché non esiste più nulla con il proprio coniuge.

A volte questo sarà anche vero; ma molto spesso si tratta di un circolo vizioso. Si tradisce perché il matrimonio è morto, ma il matrimonio è morto proprio perché si è cominciato a tradire, magari in un primo tempo solo con il cuore. La cosa più odiosa è che spesso proprio colui tradisce fa ricadere sull'altro la colpa di tutto e si atteggia a vittima.

Ma ritorniamo all'episodio evangelico, perché esso contiene una speranza per tutte le coppie umane, anche le migliori. Avviene in ogni matrimonio quello che avvenne alle nozze di Cana. Esso comincia nell'entusiasmo e nella gioia (di ciò è simbolo il vino); ma questo entusiasmo iniziale, come il vino a Cana, con il passare del tempo si consuma e viene a mancare. Allora si fanno le cose non più per amore e con gioia, ma per abitudine. Cala sulla famiglia, se non si sta attenti, come una nube di grigiore e di noia. Anche di questi sposi, si deve dire mestamente: "Non hanno più vino!".

L'episodio evangelico indica ai coniugi una via per non cadere in questa situazione, o uscirne se vi si è dentro: invitare Gesù alle proprie nozze!

Se lui è presente, gli si può sempre chiedere di ripetere il miracolo di Cana: trasformare l'acqua in vino. L'acqua dell'abitudine, della routine, della freddezza, nel vino di un amore e di una gioia migliore di quelli iniziali, come era il vino moltiplicato a Cana. "Invitare Gesù alle proprie nozze", significa tenere in onore il Vangelo nella propria casa, pregare insieme, accostarsi ai sacramenti, prendere parte alla vita della Chiesa.

Non sempre tutti e due i coniugi sono religiosamente sulla stessa linea.

Magari uno dei due è credente e l'altro no, o almeno non allo stesso modo.

In questo caso, inviti Gesù alle nozze quello dei due che lo conosce, e faccia in modo - con la sua gentilezza, il rispetto per l'altro, l'amore e la coerenza della vita- che divenga presto l'amico di tutti e due. Un "amico di famiglia"!

P. R. Cantalamessa. Beati i miti perché possiederanno la terra

http://www.francescout.it/images/cristo_e_francesco.jpg


2007-03-16- Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia




1. Chi sono i miti


La beatitudine sulla quale vogliamo meditare oggi si presta a una osservazione importante. Essa dice: “Beati i miti perché possiederanno la terra”. Ora, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, Gesú esclama: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29). Ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono l’autoritratto di Gesú! È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia.


È qui il limite di Gandhi nel suo approccio al discorso della montagna che pure ammirava tanto. Per lui, esso potrebbe anche prescindere del tutto dalla persona storica di Cristo. “Non mi importerebbe nemmeno –egli disse in un’occasione – se qualcuno dimostrasse che l’uomo Gesú in realtà non visse mai e che quanto si legge nei Vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il Sermone della montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi” [1].


È, al contrario, la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dell’intero discorso della montagna qualcosa di più che una splendida utopia etica; ne fanno una realizzazione storica, da cui ognuno può attingere forza per la comunione mistica che lo lega alla persona del Salvatore. Non appartengono solo all’ordine dei doveri, ma anche a quello della grazia.


Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Gesú, giova passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti (praeis) è resa nelle traduzioni moderne. L’italiano ha due termini: miti e mansueti. Quest’ultimo è anche il termine usato nelle traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola è tradotta con doux, alla lettera “i dolci”, coloro che possiedono la virtù della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel “Dictionnaire de spiritualité” questa virtù è trattata alla voce douceur, dolcezza).


In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftm?tigen, cioè miti, dolci; nella traduzione ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza – die keine Gewalt anwenden-, dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli inermi, i senza potere. L’inglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza e di cortesia.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere un’idea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e nella parenesi cristiana antica, aiutano a cogliere il “senso pieno” di mitezza: una è quella che accosta tra loro mitezza e umiltà, l’altra quella che accosta mitezza e pazienza; l’una mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilità, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che l’Apostolo mette in luce parlando della carità: “La carità è paziente, è benigna, non manca di rispetto, non si adira…” (1 Cor 13, 4-5).


2. Gesú, il mite


Se le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo, la prima cosa da fare nel commentare una di esse è di vedere come è stata vissuta da lui. I vangeli sono da un capo all’altro la dimostrazione della mitezza di Cristo, nel suo duplice aspetto di umiltà e di pazienza. Egli stesso, abbiamo ricordato, si propone a modello di mitezza. A lui Matteo applica le parole dette del Servo di Dio in Isaia: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (cf. Mt 12, 20). Il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un’asina è visto come un esempio di re “mite” che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra (cf. Mt 21, 4).


La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive loro: “Vi esorto per la mitezza (prautes) e la benignità (epieikeia) di Cristo” (2 Cor 10, 1).


Ma Gesú ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima, “Victor quia victima” [2].


Nietzsche, si sa, si è opposto a questa visione, definendola una “morale da schiavi”, suggerita dal “risentimento” naturale dei deboli verso i forti. Predicando l’umiltà e la mitezza, il farsi piccoli, il porgere l’altra guancia, il cristianesimo avrebbe introdotto, secondo lui, una specie di cancro nell’umanità che ne ha spento lo slancio e mortificato la vita…


Da qualche tempo si assiste al tentativo di assolvere Nietzsche da ogni accusa, di addomesticarlo e perfino di cristianizzarlo. Si dice che in fondo egli non se la prende contro Cristo, ma contro i cristiani che in certe epoche hanno predicato una rinuncia fine a se stessa, disprezzando la vita e infierendo contro il corpo…Tutti avrebbero travisato il vero pensiero del filosofo, a cominciare da Hitler…In realtà egli sarebbe stato un profeta dei tempi nuovi, il precursore dell’era postmoderna.


È rimasta, si può dire, una sola voce a opporsi a questa tendenza, quella del pensatore francese René Girard. Secondo lui, tutti questi tentativi fanno torto anzitutto a Nietzsche. Con una perspicacia davvero unica, per il suo tempo, egli ha colto il vero nocciolo del problema, l’alternativa irriducibile tra paganesimo e cristianesimo.


Il paganesimo esalta il sacrificio del debole a favore del forte e dell’avanzamento della vita; il cristianesimo esalta il sacrificio del forte a favore del debole. È difficile non vedere un nesso oggettivo tra la proposta di Nietzsche e il programma hitleriano di eliminazione di interi gruppi umani per l’avanzamento della civiltà e la purezza della razza.


Non è dunque soltanto il cristianesimo il bersaglio del filosofo, ma anche Cristo. “Dioniso contro il crocifisso”: eccovi l’antitesi”, esclama in uno dei suoi frammenti postumi [3].


Girard dimostra che quello che forma il più grande vanto della società moderna –la preoccupazione per le vittime, lo stare da parte del debole e dell’oppresso, la difesa della vita minacciata- è in realtà un prodotto diretto della rivoluzione evangelica che però, per un paradossale gioco di rivalità mimetiche, viene ora rivendicato da altri movimenti, come conquista propria, in opposizione addirittura al cristianesimo [4].


Non è vero che il vangelo mortifica il desiderio di fare grandi cose e di primeggiare. Gesú dice: “Se qualcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9, 35). È dunque lecito, e anzi raccomandato, di voler essere il primo; solo il cammino per giungervi è cambiato: non elevandosi sopra gli altri, magari schiacciandoli se sono di ostacolo, ma abbassandosi per elevare gli altri insieme con sé.


3. Mitezza e tolleranza


La beatitudine dei miti è diventata di straordinaria rilevanza nel dibattito su religione e violenza, accesosi dopo l’11 Settembre. Essa ricorda, anzitutto a noi cristiani, che il vangelo non lascia spazio a dubbi. Non ci sono in esso esortazioni alla non violenza, mescolate a esortazioni contrarie. I cristiani possono, in certe epoche, aver tralignato su ciò, ma la fonte è limpida e ad essa la Chiesa può tornare a ispirarsi a ogni epoca, sicura di non trovarvi che verità e santità.


Il vangelo dice che “chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16), ma condannato in cielo, non in terra, da Dio non dagli uomini. “Quando vi perseguiteranno in una città –dice Gesù – fuggite in un’altra” (Mt 10,23); non dice: “mettetela a ferro e fuoco”. Una volta, due suoi discepoli, Giacomo e Giovanni, che non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani, dissero a Gesú: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Gesú, è scritto, “si voltò e li rimproverò”. Molti manoscritti riportano anche il tenore del rimprovero: “Voi non sapete di che spirito siete. Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime degli uomini, ma a salvarle” (cf. Lc 9, 53-55).


Il famoso compelle intrare, “costringeteli a entrare”, con cui sant’Agostino, anche se a malincuore [5], giustifica la sua approvazione delle leggi imperiali contro i Donatisti [6] e che servirà in seguito a giustificare la coercizione nei confronti degli eretici, è dovuta a una evidente forzatura del testo evangelico, frutto di una lettura meccanicamente letterale della Bibbia.

La frase è messa da Gesú in bocca all’uomo che aveva preparato una grande cena e, di fronte al rifiuto degli invitati di venire, dice ai servi di andare per le strade e lungo le siepi e di “costringere poveri, storpi, ciechi e zoppi ad entrare” (cf. Lc 14, 15-24). È chiaro che costringere non significa altro, nel contesto, che fare una amabile insistenza. I poveri e gli storpi, come tutti gli infelici, potrebbero sentirsi imbarazzati a presentarsi così male in arnese al palazzo: vincete la loro resistenza, raccomanda il padrone, dite loro che non abbiano paura ad entrare. Quante volte, in circostanze simili, noi stessi abbiamo detto: “Mi ha costretto ad accettare”, sapendo bene che l’insistenza in questi casi è segno di benevolenza, non di violenza.


In un libro-inchiesta su Gesú che tanta eco ha suscitato ultimamente in Italia si attribuisce a Gesú la frase: “E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Lc 19, 27) e se ne deduce che “è a frasi come queste che si rifanno i sostenitori della ‘guerra santa” [7]. Ora va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesú, ma al re della parabola e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesú non è senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio.


4. Con mitezza e rispetto


Ma lasciamo da parte queste considerazioni di ordine apologetico e cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti una luce per la nostra vita cristiana. C’è una applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia già con la Prima Lettera di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza (prautes) e rispetto” (1 Pt 3,15-16).


Vi sono stati fin dall’antichità due tipi di apologetica, uno che ha il suo modello in Tertulliano, l’altro in Giustino; l’uno mira a vincere, l’altro a convincere. Giustino scrive un Dialogo con Trifone giudeo, Tertulliano (o un suo discepolo) scrive un trattato Contro i giudei, Adversus Judeos. Tutti e due questi stili hanno avuto un seguito nella letteratura cristiana (il nostro Giovanni Papini era certamente più vicino a Tertulliano che a Giustino), ma certo oggi è da preferire il primo. L’enciclica Deus caritas est dell’attuale Sommo Pontefice è un esempio luminoso di questa presentazione rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che da ragione della speranza cristiana “con mitezza e rispetto”.
Il martire sant’Ignazio d’Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: “Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili” [8].


La promessa legata alla beatitudine dei miti – “possederanno la terra” - si realizza su diversi piani, fino alla terra promessa definitiva che è la vita eterna, ma certamente uno dei piani è quello umano: la terra sono i cuori degli uomini. I miti conquistano la fiducia, attirano gli animi. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva dire: “Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”.


5. Imparate da me


Si potrebbe insistere a lungo su queste applicazioni pastorali della beatitudine dei miti, ma passiamo a un’applicazione più personale. Gesú dice: “Imparate da me che sono mite”. Si potrebbe obbiettare: ma Gesú non si è mostrato, lui stesso, sempre mite! Dice per esempio di non opporsi al malvagio, e “a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra” (Mt 5, 39). Quando però una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non è scritto che porse l’altra, ma con calma rispose: “Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23).


Questo significa che non tutto nel discorso della montagna va preso meccanicamente alla lettera; Gesú, secondo il suo stile, usa delle iperboli e un linguaggio immaginifico per meglio imprimere nella mente dei discepoli una certa idea. Nel caso del porgere l’altra guancia, per esempio, l’importante non è il gesto di porgere l’altra guancia (che a volte può perfino apparire provocatorio), ma di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere l’ira con la calma.


In questo senso, la sua risposta alla guardia è l’esempio di una mitezza divina. Per misurarne la portata, basta confrontarla con la reazione del suo apostolo Paolo (che pure era un santo) in una situazione analoga. Quando, nel processo davanti al sinedrio, il sommo sacerdote Anania ordina di percuotere Paolo sulla bocca, egli risponde: “Dio percuoterà te, muro imbiancato” (Atti 23, 2-3).


Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Gesù dice: “Chi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5, 22). Ora più volte nel vangelo egli si rivolge agli scribi e ai farisei chiamandoli “ipocriti, stolti e ciechi” (cf. Mt 23, 17; rimprovera i discepoli chiamandoli “sciocchi e tardi di cuore” (cf. Lc 24, 25).


Anche qui la spiegazione è semplice. Bisogna distingue tra l’ingiuria e la correzione. Gesú condanna le parole dette con rabbia e con l’intenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Mosè viene definito dalla Scrittura “più mansueto di ogni uomo che è sulla terra” (Num 12,3), eppure nel Deuteronomio lo sentiamo esclamare rivolto a Israele: “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente?” (Dt 32,6).


Quello che decide è se chi parla parla per amore o per odio. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, diceva sant’Agostino. Se ami, sia che correggi, sia che lasci correre, sarà amore. L’amore non fa alcun male al prossimo, dalla radice dell’amore, come da albero buono, non possono nascere che frutti buoni [9].


6. Miti di cuore


Siamo giunti così al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. La vera mitezza si decide lì. È dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7, 21-22), come dai ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le più grandi esplosioni di violenza, come le guerre e liti, cominciano, dice san Giacomo, segretamente dalle “passioni che si agitano dentro il cuore dell’uomo” (cf. Gc 4, 1-2). Come esiste un adulterio del cuore, così esiste un omicidio del cuore: “Chiunque odia il proprio fratello, scrive Giovanni, è omicida” (1 Gv 3,15).


Non c’è solo la violenza delle mani, c’è anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in continuazione “processi a porte chiuse”. Un monaco anonimo ha delle pagine di una grande penetrazione a questo riguardo. Parla da monaco, ma quello che dice non vale solo per i monasteri; porta l’esempio dei sudditi, ma è evidente che il problema si pone in altro modo anche per i superiori.


“Osserva, dice, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine? Questo: lo scontento a causa dei superiori che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri ‘oppressi’. Siamo scontenti dei nostri fratelli, ‘senza comprensione, cocciuti, sbrigativi, confusionari o ingiuriosi…Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giurato; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende e ci si giustifica; si condanna l’assente. Forse si elaborano piani di rivincita o raggiri vendicativi…” [10].


I Padri del deserto, non dovendo lottare contro nemici esterni, hanno fatto di questa battaglia interiore ai pensieri (i famosi logismoi) il banco di prova di ogni progresso spirituale. Hanno anche elaborato un metodo di lotta. La nostra mente, dicevano, ha la capacità di precorrere lo svolgimento di un pensiero, di conoscere, fin dall’inizio, dove andrà a parare: se a scusa del fratello o a sua condanna, se a gloria propria, o a gloria di Dio. “Compito del monaco –diceva un anziano – è vedere giungere da lontano i propri pensieri” [11], s’intende per sbarrare loro la strada, quando non sono conformi alla carità. Il modo più semplice di farlo è di dire una breve preghiera o mandare una benedizione all’indirizzo della persona che siamo tentati di giudicare. Dopo, a mente serena, si potrà valutare se e come agire nei suoi confronti.


7. Rivestirsi della mitezza di Cristo


Un’osservazione prima di concludere. Per loro natura, le beatitudini sono orientate alla pratica; fanno appello all’imitazione, accentuano l’opera dell’uomo. C’è il rischio che si resti scoraggiati nel costatare l’incapacità di attuarle nella propria vita e la distanza abissale che c’è tra l’ideale e la pratica.


Si deve richiamare alla mente quello che si diceva all’inizio: le beatitudini sono l’autoritratto di Gesú. Egli le ha vissute tutte e in grado sommo; ma – e qui sta la buona notizia – non le ha vissute solo per se, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle beatitudini, non siamo chiamati solo all’imitazione, ma anche all’appropriazione. Nella fede possiamo attingere dalla mitezza di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e da ogni altra sua virtù. Possiamo pregare per avere la mitezza, come Agostino pregava per avere la castità: “O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ciò che mi comandi e comandami ciò che vuoi”[12].


“Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine (prautes), di pazienza” (Col 3,12), scrive l’Apostolo ai Colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha meritato e di cui, nella fede, possiamo rivestirci, non per essere dispensati dalla pratica, ma per animarci ad essa. La mitezza (prautes) è posta da Paolo tra i frutti dello Spirito (Gal 5, 23), cioè tra le qualità che il credente mostra nella propria vita, quando accoglie lo Spirito di Cristo e si sforza di corrispondervi.


Possiamo dunque terminare ripetendo insieme con fiducia la bella invocazione delle litanie del S. Cuore: “Gesú, mite ed umile di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo”: Jesu, mitis et humilis corde: fac cor nostrum secundum cor tutum.




[1] Gandhi, Buddismo, Cristianesimo, Islamismo, Roma, Tascabili Newton Compton, 1993, p. 53.

[2] S. Agostino, Confessioni, X, 43.

[3] F. Nietzsche, Opere complete, VIII, Frammenti postumi 1888-1889, Adelphi, Milano 1974, p. 56.

[4] R. Girard, Vedo Satana cadere come folgore, Milano, Adelphi, 2001, pp. 211-236.

[5] S. Agostino, Epistola 93, 5: “Dapprima ero del parere che nessuno dovesse essere condotto per forza all’unità di Cristo, ma si dovesse agire solo con la parola, combattere con la discussione, convincere con la ragione”.

[6] Cf. S. Agostino, Epistole 173, 10; 208, 7.

[7] Corrado Augias – Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù. Mondadori, Milano 2006, p.52.

[8] S. Ignazio d’Antiochia, Agli Efesini, 10,2-3.

[9] S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni 7,8 (PL 35, 2023).

[10] Un monaco, Le porte del silenzio, Ancora, Milano 1986, p. 17 (Originale: Les porte du silence, Libraire Claude Martigny, Genève).

[11] Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di C. Campo e P. Draghi, Rusconi, Milano 1979, p. 66.

[12] Cf. S. Agostino, Confessioni, X, 29.

P. Raniero Cantalamessa. Tu sei Pietro!

http://www.santiebeati.it/immagini/Original/20400/20400AA.JPG




Tu sei Pietro!

Il Vangelo di oggi è il Vangelo della consegna delle chiavi a Pietro. Su di esso la tradizione cattolica si è sempre basata per fondare l’autorità del papa su tutta la Chiesa. Qualcuno potrebbe dire: ma che c’entra il papa con tutto questo? Ecco la risposta della teologia cattolica. Se Pietro deve fungere da “fondamento” e da “roccia” della Chiesa, continuando ad esistere la Chiesa deve continuare ad esistere anche il fondamento. È impensabile che delle prerogative così solenni (“a te darò le chiavi del regno dei cieli”) si riferissero solo ai primi venti o trent’anni di vita della Chiesa e che esse sarebbero cessate con la morte dell’apostolo. Il ruolo di Pietro si prolunga dunque nei suoi successori.

Per tutto il primo millennio, questo ufficio di Pietro è stato riconosciuto universalmente da tutte le Chiese, anche se interpretato alquanto diversamente in oriente e in occidente. I problemi e le divisioni sono nati con il millennio da poco terminato. E oggi anche noi cattolici ammettiamo che non sono nati tutti per colpa degli altri, dei cosiddetti “scismatici”: prima gli orientali, poi i protestanti. Il primato istituito da Cristo, come tutte le cose umane, è stato esercitato ora bene ora meno bene. Al potere spirituale si è mescolato, via via, un potere politico e terreno, e con esso degli abusi. Il papa stesso, Giovanni Paolo II, nella lettera sull’ecumenismo, Ut unum sint, ha prospettato la possibilità di rivedere le forme concrete con cui è esercitato il primato del papa, in modo da rendere di nuovo possibile intorno ad esso la concordia di tutte le Chiese. Come cattolici, non possiamo non augurarci che si prosegua con sempre maggiore coraggio e umiltà su questa strada della conversione e della riconciliazione, specie incrementando la collegialità voluta dal concilio.

Quello che non possiamo augurarci è che il ministero stesso di Pietro, come segno e fattore dell’unità della Chiesa, venga meno. Sarebbe un privarci di uno dei doni più preziosi che Cristo ha fatto alla sua Chiesa, oltre che contravvenire alla sua precisa volontà. Pensare che basti alla Chiesa avere la Bibbia e lo Spirito Santo con cui interpretarla, per poter vivere e diffondere il Vangelo, è come dire che sarebbe bastato ai fondatori degli Stati Uniti scrivere la costituzione americana e mostrare in se stessi lo spirito con cui doveva essere interpretata, senza prevedere alcun governo per il paese. Esisterebbero ancora gli Stati Uniti?

Una cosa che possiamo fare subito e tutti per spianare la strada alla riconciliazione tra le Chiese è cominciare a riconciliarci con la nostra Chiesa. “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”: Gesù dice la “mia” Chiesa, al singolare, non le “mie” Chiese. Egli ha pensato e voluto una sola Chiesa, non una molteplicità di Chiese indipendenti o, peggio, in lotta fra di loro. “Mia”, oltre che singolare, è però anche un aggettivo possessivo. Gesù riconosce dunque la Chiesa come “sua”; dice “la mia Chiesa” come un uomo direbbe: “la mia sposa”, o “il mio corpo”. Si identifica con essa, non si vergogna di essa. Sulle labbra di Gesù la parola “Chiesa” non ha nulla di quei sottili significati negativi che vi abbiamo aggiunto noi.

C’è, in quell’espressione di Cristo, un forte richiamo a tutti i credenti a riconciliarsi con la Chiesa. Rinnegare la Chiesa è come rinnegare la propria madre. “Non può avere Dio per padre - diceva san Cipriano - chi non ha la Chiesa per madre”. Sarebbe un bel frutto della festa dei santi apostoli Pietro e Paolo se imparassimo a dire anche noi, della Chiesa cattolica a cui apparteniamo: “la mia Chiesa!”

P. Raniero Cantalamessa. Abbiate timore, ma non abbiate paura!



Il vangelo di questa domenica contiene diversi spunti, ma tutti si possono riassumere in questa frase apparentemente contraddittoria: "Abbiate timore, non abbiate paura". Dice Gesù: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna". Degli uomini non dobbiamo avere né timore, né paura; di Dio dobbiamo avere timore, ma non paura.

C'è dunque differenza tra paura e timore e cerchiamo in questa occasione di capire perché e in che consiste. La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione. È la reazione a una minaccia portata alla nostra vita, la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti, che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o la incolumità fisica, o il no­stro mondo affettivo.

A seconda che si tratti di pericoli reali, o immaginari, si parla di paure giustificate e di paure ingiustificate e patologiche. Come le malattie, le paure possono essere o acute o croniche. Le paure acute sono stati determinati da una situazione di pericolo straordinario. Se io sto per essere investito da un'auto, o comincio a sentire la terra tremarmi sotto i piedi per il terremoto, queste sono paure acute. Questi spaventi, come sorgono improvvisamente e senza preavviso, così scompaiono con il cessare del pericolo, lasciando semmai solo un brutto ricordo. Le paure croniche sono quelle che vivono con noi, che ci portiamo dietro dalla nascita o dall'infanzia che crescono con noi, che diventano parte del nostro essere, e alle quali finiamo a volte perfino per affezionarci. Li chiamiamo complessi o fobie: claustrofobia, agorafobia e via dicendo.

Il vangelo ci aiuta a liberarci da tutte queste paure rivelando il carattere relativo, non assoluto, dei pericoli che le causano. C'è qualcosa di noi che niente e nessuno al mondo può veramente toglierci o danneggiare: per i credenti è l'anima immortale, per tutti la testimonianza della propria coscienza.

Ben diverso dalla paura è il timore di Dio. Il timore di Dio si deve imparare: "Venite, figli, ascoltatemi, dice un salmo; vi insegnerò il timore del Signore" (Sal 33,12); la paura invece, non c'è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d'improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura.

Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, "tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose" (Lc 5, 26). Il timore è qui semplicemente un altro nome dello stupore e della lode.

Questo genere di timore è compagno e alleato dell'amore: è la paura di dispiacere all'amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell'esperienza umana. È chiamato spesso "principio della sapienza" perché porta a fare le scelte giuste nella vita. È addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo (cf. Is 11, 2)!

Come sempre, il vangelo non illumina solo la nostra fede, ma ci aiuta anche a capire la nostra realtà quotidiana. La nostra è stata definita un'epoca di angoscia (W. H. Auden). L'ansia, figlia della paura, è diventata la malattia del secolo ed è, dicono, una delle cause principali del moltiplicarsi degli infarti. Come spiegare questo fatto dal momento che noi abbiamo oggi, rispetto al passato, tante maggiori sicurezze economiche, assicurazioni sulla vita, mezzi per fronteggiare le malattie e ritardare la morte?

Il motivo è che è diminuito, se non scomparso del tutto, nella nostra società il santo timore di Dio. "Non c'è più timor di Dio!", lo ripetiamo a volte come battuta scherzosa, ma contiene una tragica verità. Più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini! È facile da capire il perché di ciò. Dimenticando Dio, noi riponiamo ogni fiducia nelle cose di quaggiù, cioè in quelle cose che, a dire di Cristo, "il ladro può portare via e la tignola consumare". Cose aleatorie che ci possono venir meno da un momento all'altro, che il tempo (la tignola!) inesorabilmente consuma. Cose che tutti ambiscono e che scatenano perciò concorrenza e rivalità (il famoso "desiderio mimetico" di cui parla René Girard), cose che bisogna difendere a denti stretti e a volte con il fucile in mano.

La caduta del timore di Dio, anziché più liberi dalla paure, ci ha resi impastati di esse. Guardiamo cosa succede nel rapporto tra genitori e figli nella nostra società. I padri hanno abbandonato il timore di Dio e i figli hanno abbandonato il timore dei padri! Il timore di Dio ha il suo riflesso e il suo equivalente in terra nel timore riverenziale dei figli verso i genitori. La Bibbia associa continuamente le due cose. Ma il fatto di non avere più nessun timore o rispetto dei genitori, rende forse i ragazzi e gli adolescenti di oggi più liberi e sicuri di sé? Sappiamo bene che è vero esattamente il contrario.

La via per uscire dalla crisi è riscoprire la necessità e la bellezza del santo timore di Dio. Gesú ci spiega proprio nel vangelo di domani che compagna inseparabile del timore è la fiducia in Dio. "Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!". Dio non vuole incuterci timore, ma fiducia. Il contrario di quell'imperatore romano che diceva: "Oderint dum metuant": mi odino pure, perché mi temano! Così dovrebbero fare anche i padri terreni: non incutere timore, ma fiducia. È proprio così che si alimenta il rispetto, l'ammirazione, la confidenza, tutto ciò che va sotto il nome di "sano timore".