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V Domenica di Pasqua, anno A



Il commento al Vangelo della V domenica di Pasqua, anno A


Che cosa oggi turba il nostro cuore? Che cosa ci sta togliendo la pace e la gioia? Il Vangelo di questa domenica lega il turbamento al non avere un posto dove poter essere. E, in effetti, è proprio così. Quello che ci turba, che mette a soqquadro le nostre esistenze è la precarietà, non avere un posto, un luogo nel cui perimetro essere noi e soltanto noi. Un posto nel cuore degli altri, delle persone più vicine, come la moglie, il marito, l'amico, il fidanzato o la fidanzata, o anche di quelle meno prossime.
E invece è come se sbagliassimo posto, viviamo e cerchiamo di vivere nel luogo sbagliato.
"L'uomo può vivere rivolto verso l'alto, egli è capace dell'altezza. Di più: l'altezza che sola corrisponde alla misura dell'uomo è l'altezza di Dio stesso. A questa altezza l'uomo può vivere e solo da questa altezza possiamo comprenderlo davvero. L'immagine dell'uomo è elevata, ma noi abbiamo la libertà di tirarla verso il basso e strapparla oppure di lasciarci elevare, innalzare verso l'alto. Non si comprende l'uomo se ci si chiede solo da dove viene. Lo si comprende solo se ci si chiede anche dove può andare. Solo dalla sua altezza risulta chiara davvero la sua essenza. E solo quando questa altezza viene percepita, nasce un rispetto incondizionato verso l'uomo, un rispetto che lo considera sacro anche in tutte le sue profonde umiliazioni. Solo partendo da qui si può imparare ad amare l'umanità in sé e negli altri". Queste parole del Cardinal Ratzinger tratte da un'omelia sull'Ascensione ci guidano a comprendere la profondità di quanto oggi il Signore ci dice: l'unico luogo della nostra vita è il Padre, il luogo dove Gesù è andato, ci ha preparato un posto, e dal quale è tornato per prenderci e farci essere dove Lui è. Nel Padre.
Sbagliamo sempre luogo, non siamo mai tranquilli, ci manca sempre qualcosa, partoriamo progetti, aborriamo la precarietà perchè viviamo come orfani, non abbiamo Padre. Ogni luogo che ci costruiamo, spesso con fatica, non è mai il nostro luogo. Tutto alla fine ci va stretto, non possiamo digerire il verso che prende il lavoro, facciamo fatica ad accettare la relazione con i figli, con chi ci è accanto. In fondo non sopportiamo neanche noi stessi. Tutto questo costituisce la nostra esperienza quotidiana perchè il Padre, Dio, non è il luogo della nostra vita.
Il Padre non è dove siamo, per questo cerchiamo l'essere in altri luoghi. Così, ovviamente, anche la via che percorriamo è sballata, quello che prendiamo per verità è pura menzogna, la vita che viviamo sa di corruzione e di morte. Ma, se questa è la nostra realtà giunge a noi oggi il Signore Gesù con il Suo Vangelo, la buona notizia che Lui proprio oggi ritorna a noi, per portarci con Lui.
Lui è la via per il nostro luogo, quello che, nel Padre, ha preparato per noi.
Lui fa in noi la verità, cioè una vita vera, solida, bella, piena, una vita perduta per amore.
Lui ci dona la Sua vita, perchè non siamo più noi a vivere ma Lui in noi.
Via, verità e vita, Cristo in noi, per noi, con noi nel pellegrinaggio di ogni giorno verso l'unico luogo che ci si addice e che da senso e pienezza alle nostre eistenze. Lui ci nasconde nel cuore del Padre, da dove attingiamo tutto quello che fa di noi Suoi figli amati, per vivere da figli amati. Comprendiamo allora con l'allora Cardinal Ratzinger il rispetto che ogni aspetto della nostra vita merita, e che ci fa considerare sacra la nostra vita anche in tutte le sue profonde umiliazioni.
Così, scoperto il nostro luogo in Dio nostro Padre attraverso una profonda intimità con Gesù, ogni altro luogo della nostra vita non ci è più estraneo od ostile, da fuggire con orrore. Anzi, con Gesù ogni luogo diviene il nostro luogo, dove tutto è santo, dove tutto è Grazia, perchè tutto reca il profumo di Cristo, che è quello del Padre.
"La fede ci impedisce di dimenticare; desta in noi l'autentica, sconvolgente memoria dell'origine: del fatto che noi veniamo da Dio; e vi aggiunge la nuova memoria che si esprime nella festa dell'Ascensione di Cristo: la memoria che il luogo autenticamente appropriato della nostra esistenza è Dio stesso e che è da lì che dobbiamo guardare l'uomo. La memoria della fede è in questo senso pienamente positiva: libera la dimensione ultima positiva dell'uomo. Riconoscere questo è una difesa ben più efficace contro ogni riduzione dell'uomo rispetto alla semplice memoria delle negazioni che, alla fine, può lasciare dietro di sé solo il disprezzo per l'uomo. L'antidoto più efficace contro la rovina dell'uomo risiede nella memoria della sua grandezza, non in quella della sua miseria. L'Ascensione di Cristo risveglia in noi la memoria della grandezza. Essa ci rende immuni rispetto al falso moralismo che getta discredito sull'uomo. Essa ci insegna il rispetto per l'umanità e ci restituisce la gioia di essere uomini" (Card. J. Ratzinger, ibid.)

Così possiamo passare alla seconda parte del vangelo di questa domenica, e scoprire come profondamente reale e vicina alla nostra vita quotidiana la richiesta di Filippo, che esprime il desiderio più profondo di ciascuno di noi, di ogni uomo: "Mostraci il Padre e ci basta".
Sì, poter vedere nostro Padre, vedere, che secondo il Vangelo di Giovanni significa credere, appoggiare la nostra vita in Dio nostro Padre, questo ci basta. Sapere con certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall'amore di Dio, vivere da figli sussurrando in ogni istante "Abbà, Papà", vivere stretti a Lui. Ecco, questo è tutto.
Non si tratta di ucciderlo il padre, come ci hanno insegnato per decenni in ogni modo, si tratta piuttosto di conoscerlo, e di amarlo. Per questo proprio il Padre ha inviato Suo Figlio, immagine perfetta e nitidissima di Lui, impronta della sua sostanza. E' Cristo che dobbiamo cercare, Lui dobbiamo implorare, a Lui dobbiamo stringerci senza paura. Da Lui lasciarci amare, perdonare, consolare.
Lui, Gesù, unica nostra vita. In Lui ogni nodo irrisolto della nostra vita trova la mano pronta a scioglierlo, a riconsegnare ad ogni grumo della nostra storia dignità e luce. Tutto in Cristo acquista senso, valore, gioia e gratitudine. Non un secondo della nostra vita è assente dal cuore di Cristo. Di più, ogni istante della nostra storia reca impresse le stimmate del Suo amore. La nostra vita è opera sua, ogni incontro, i genitori, la famiglia, la scuola, il lavoro, i figli, gli amici. Il nostro corpo, gli acciacchi, gli stessi spigoli del carattere, tutto è modellato perchè Lui splenda in noi.
Noi siamo opera sua, opera del Padre. Perchè Lui è nel Padre, le sue opere d'amore compiute per noi, il perdono e la misericordia che ci rigenera testimoniano fin dentro le nostre ore più grigie la tenerezza di nostro Padre. Siamo figli, amatissimi figli. Allora ogni attività non è più nostra, non ci appartiene perchè noi apparteniamo a Dio. Le opere per le quali siamo nati, per le quali oggi ci siamo svegliati sono le opere di Dio, grandi, più grandi di quanto neanche riusciamo ad immaginare. Amare, perdonare, giustificare. Comprendere il collega di lavoro, avere misericordia con il vicino di casa, non resistere di fronte alle ingiustizie sul lavoro, umiliarci e chiedere perdono ai genitori, alla moglie, al marito, al figlio. Queste sono le opere di vita eterna che Dio ha predisposto per noi, queste sono le grazie da chiedere a nostro Padre nel nome di Suo Figlio e nostro fratello Gesù.
Vivere oggi e ogni giorno la vita di Dio, scorgendo in ogni luogo e persona su cui posiamo lo sguardo la traccia inconfondibile di nostro Padre. Tutto è per noi un'eco di Dio, la Sua volontà ove, solo, è nostra pace. Cristo vivo in noi compirà ogni opera, senza alcun dubbio. E questo è il grande mistero dell'Incarnazione che si rinnova in ciascun cristiano, nel battesimo e nei sacramenti.
L'Incarnazione nella Chiesa corpo vivente e visibile del Signore. Così chiunque fissi e guardi la Chiesa può vedere Gesù, e, in Lui, il Padre, l'approdo di ogni vita, il destino di ogni uomo. La missione della Chiesa, e di ciascuno di noi, non è dunque altro che essere quello che già siamo, per incendiare il mondo con la luce di Cristo. Essere suoi. Essere uno con Lui. Rimanere nel suo amore.
Che Dio ce lo conceda, è questa davvero la Grazia più grande da implorare al Padre nel nome di Cristo: lo Spirito Santo che ci faccia intimi a Gesù, una sola carne e un solo spirito con Lui. Per noi, per il mondo. Perchè i figli, i genitori, gli amici, chiunque abbiamo a cuore possa vedere Dio, e credere in Lui. Quante volte soffriamo, ci scoraggiamo, perchè gli altri non si accorgono di Dio, non ne vogliono sapere.
Certo, ognuno è libero, ma per esserlo davvero una volta almeno nella vita deve poter vedere Dio, toccare il suo amore. Poi potrà rifiutarlo.
Per questo siamo stati chiamati nella Chiesa. Per questo prima di tutto, prima ancora che pregare per i figli, o per chiunque, è fondamentale chiedere a Dio d'essere suoi sino in fondo. E' l'evidenza di Dio in noi che aprirà al mondo lo sguardo su Dio. E' questo il fondamento della missione della Chiesa, dell'educazione, della testimonianza, della nostra stessa esistenza.
Esistiamo perchè Gesù possa prendere dimora in noi. Lui il nostro luogo, e con Lui nel Padre, nostra eterna dimora. E noi sua dimora, qui ed ora, nella nostra carne, ed eternamente, in un vincolo d'amore che nulla e nessuno potrà mai ditruggere. Anche oggi, e in ogni istante. Che Dio ce lo conceda, al di là di ogni ostacolo frapposto dalla nostra debolezza.


CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 14



COMMENTI

Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni
Ratzinger - Benedetto XVI. Chi ha visto me ha visto il Padre
Ratzinger. Libertà e verità
Ratzinger. Verità del cristianesimo?

Giovanni Paolo II. «Signore mostraci il Padre»
Giovanni Paolo II. «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6)

C. Caffara. Io sono la Via, la verità e la vita. Catechesi ai giovani

L. Giussani. Riconoscere Cristo

L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre

P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia
Padre Cantalamessa: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

I. De la Potterie. Che cos'è la verità

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità



ESEGESI


Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni

C. Di Sante. Io sono la verità

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

I. De la Potterie. Che cos'è la verità



COMMENTI PATRISTICI

Sant’Agostino. « Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me »

Sant’Ireneo di Lione. « Chi ha visto me ha visto il Padre »

Sant’Agostino. Essere dove è Cristo.

Sant’Agostino. La domanda di Tommaso.

Sant’Agostino. Il Signore va a prepararci il posto.

Sant'Agostino: Nella casa del Padre vi sono molte dimore.



SPIRITUALITA' E LITURGIA


Vedere Dio nei santi: S. Francesco, S. Teresina



TEOLOGIA

L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre

Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni
Ratzinger. Verità del cristianesimo?

I. De la Potterie. Che cos'è la verità

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità


TERMINI NOTEVOLI

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

Padre Cantalamessa: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità


MISTERO PASQUALE

Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.

Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia







Il commento al Vangelo della V domenica di Pasqua, anno A





Che cosa oggi turba il nostro cuore? Che cosa ci sta togliendo la pace e la gioia? Il Vangelo di questa domenica lega il turbamento al non avere un posto dove poter essere. E, in effetti, è proprio così. Quello che ci turba, che mette a soqquadro le nostre esistenze è la precarietà, non avere un posto, un luogo nel cui perimetro essere noi e soltanto noi. Un posto nel cuore degli altri, delle persone più vicine, come la moglie, il marito, l'amico, il fidanzato o la fidanzata, o anche di quelle meno prossime.
E invece è come se sbagliassimo posto, viviamo e cerchiamo di vivere nel luogo sbagliato.
"L'uomo può vivere rivolto verso l'alto, egli è capace dell'altezza. Di più: l'altezza che sola corrisponde alla misura dell'uomo è l'altezza di Dio stesso. A questa altezza l'uomo può vivere e solo da questa altezza possiamo comprenderlo davvero. L'immagine dell'uomo è elevata, ma noi abbiamo la libertà di tirarla verso il basso e strapparla oppure di lasciarci elevare, innalzare verso l'alto. Non si comprende l'uomo se ci si chiede solo da dove viene. Lo si comprende solo se ci si chiede anche dove può andare. Solo dalla sua altezza risulta chiara davvero la sua essenza. E solo quando questa altezza viene percepita, nasce un rispetto incondizionato verso l'uomo, un rispetto che lo considera sacro anche in tutte le sue profonde umiliazioni. Solo partendo da qui si può imparare ad amare l'umanità in sé e negli altri". Queste parole del Cardinal Ratzinger tratte da un'omelia sull'Ascensione ci guidano a comprendere la profondità di quanto oggi il Signore ci dice: l'unico luogo della nostra vita è il Padre, il luogo dove Gesù è andato, ci ha preparato un posto, e dal quale è tornato per prenderci e farci essere dove Lui è. Nel Padre.
Sbagliamo sempre luogo, non siamo mai tranquilli, ci manca sempre qualcosa, partoriamo progetti, aborriamo la precarietà perchè viviamo come orfani, non abbiamo Padre. Ogni luogo che ci costruiamo, spesso con fatica, non è mai il nostro luogo. Tutto alla fine ci va stretto, non possiamo digerire il verso che prende il lavoro, facciamo fatica ad accettare la relazione con i figli, con chi ci è accanto. In fondo non sopportiamo neanche noi stessi. Tutto questo costituisce la nostra esperienza quotidiana perchè il Padre, Dio, non è il luogo della nostra vita.
Il Padre non è dove siamo, per questo cerchiamo l'essere in altri luoghi. Così, ovviamente, anche la via che percorriamo è sballata, quello che prendiamo per verità è pura menzogna, la vita che viviamo sa di corruzione e di morte. Ma, se questa è la nostra realtà giunge a noi oggi il Signore Gesù con il Suo Vangelo, la buona notizia che Lui proprio oggi ritorna a noi, per portarci con Lui.
Lui è la via per il nostro luogo, quello che, nel Padre, ha preparato per noi.
Lui fa in noi la verità, cioè una vita vera, solida, bella, piena, una vita perduta per amore.
Lui ci dona la Sua vita, perchè non siamo più noi a vivere ma Lui in noi.
Via, verità e vita, Cristo in noi, per noi, con noi nel pellegrinaggio di ogni giorno verso l'unico luogo che ci si addice e che da senso e pienezza alle nostre eistenze. Lui ci nasconde nel cuore del Padre, da dove attingiamo tutto quello che fa di noi Suoi figli amati, per vivere da figli amati. Comprendiamo allora con l'allora Cardinal Ratzinger il rispetto che ogni aspetto della nostra vita merita, e che ci fa considerare sacra la nostra vita anche in tutte le sue profonde umiliazioni.
Così, scoperto il nostro luogo in Dio nostro Padre attraverso una profonda intimità con Gesù, ogni altro luogo della nostra vita non ci è più estraneo od ostile, da fuggire con orrore. Anzi, con Gesù ogni luogo diviene il nostro luogo, dove tutto è santo, dove tutto è Grazia, perchè tutto reca il profumo di Cristo, che è quello del Padre.
"La fede ci impedisce di dimenticare; desta in noi l'autentica, sconvolgente memoria dell'origine: del fatto che noi veniamo da Dio; e vi aggiunge la nuova memoria che si esprime nella festa dell'Ascensione di Cristo: la memoria che il luogo autenticamente appropriato della nostra esistenza è Dio stesso e che è da lì che dobbiamo guardare l'uomo. La memoria della fede è in questo senso pienamente positiva: libera la dimensione ultima positiva dell'uomo. Riconoscere questo è una difesa ben più efficace contro ogni riduzione dell'uomo rispetto alla semplice memoria delle negazioni che, alla fine, può lasciare dietro di sé solo il disprezzo per l'uomo. L'antidoto più efficace contro la rovina dell'uomo risiede nella memoria della sua grandezza, non in quella della sua miseria. L'Ascensione di Cristo risveglia in noi la memoria della grandezza. Essa ci rende immuni rispetto al falso moralismo che getta discredito sull'uomo. Essa ci insegna il rispetto per l'umanità e ci restituisce la gioia di essere uomini" (Card. J. Ratzinger, ibid.)

Così possiamo passare alla seconda parte del vangelo di questa domenica, e scoprire come profondamente reale e vicina alla nostra vita quotidiana la richiesta di Filippo, che esprime il desiderio più profondo di ciascuno di noi, di ogni uomo: "Mostraci il Padre e ci basta".
Sì, poter vedere nostro Padre, vedere, che secondo il Vangelo di Giovanni significa credere, appoggiare la nostra vita in Dio nostro Padre, questo ci basta. Sapere con certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall'amore di Dio, vivere da figli sussurrando in ogni istante "Abbà, Papà", vivere stretti a Lui. Ecco, questo è tutto.
Non si tratta di ucciderlo il padre, come ci hanno insegnato per decenni in ogni modo, si tratta piuttosto di conoscerlo, e di amarlo. Per questo proprio il Padre ha inviato Suo Figlio, immagine perfetta e nitidissima di Lui, impronta della sua sostanza. E' Cristo che dobbiamo cercare, Lui dobbiamo implorare, a Lui dobbiamo stringerci senza paura. Da Lui lasciarci amare, perdonare, consolare.
Lui, Gesù, unica nostra vita. In Lui ogni nodo irrisolto della nostra vita trova la mano pronta a scioglierlo, a riconsegnare ad ogni grumo della nostra storia dignità e luce. Tutto in Cristo acquista senso, valore, gioia e gratitudine. Non un secondo della nostra vita è assente dal cuore di Cristo. Di più, ogni istante della nostra storia reca impresse le stimmate del Suo amore. La nostra vita è opera sua, ogni incontro, i genitori, la famiglia, la scuola, il lavoro, i figli, gli amici. Il nostro corpo, gli acciacchi, gli stessi spigoli del carattere, tutto è modellato perchè Lui splenda in noi.
Noi siamo opera sua, opera del Padre. Perchè Lui è nel Padre, le sue opere d'amore compiute per noi, il perdono e la misericordia che ci rigenera testimoniano fin dentro le nostre ore più grigie la tenerezza di nostro Padre. Siamo figli, amatissimi figli. Allora ogni attività non è più nostra, non ci appartiene perchè noi apparteniamo a Dio. Le opere per le quali siamo nati, per le quali oggi ci siamo svegliati sono le opere di Dio, grandi, più grandi di quanto neanche riusciamo ad immaginare. Amare, perdonare, giustificare. Comprendere il collega di lavoro, avere misericordia con il vicino di casa, non resistere di fronte alle ingiustizie sul lavoro, umiliarci e chiedere perdono ai genitori, alla moglie, al marito, al figlio. Queste sono le opere di vita eterna che Dio ha predisposto per noi, queste sono le grazie da chiedere a nostro Padre nel nome di Suo Figlio e nostro fratello Gesù.
Vivere oggi e ogni giorno la vita di Dio, scorgendo in ogni luogo e persona su cui posiamo lo sguardo la traccia inconfondibile di nostro Padre. Tutto è per noi un'eco di Dio, la Sua volontà ove, solo, è nostra pace. Cristo vivo in noi compirà ogni opera, senza alcun dubbio. E questo è il grande mistero dell'Incarnazione che si rinnova in ciascun cristiano, nel battesimo e nei sacramenti.
L'Incarnazione nella Chiesa corpo vivente e visibile del Signore. Così chiunque fissi e guardi la Chiesa può vedere Gesù, e, in Lui, il Padre, l'approdo di ogni vita, il destino di ogni uomo. La missione della Chiesa, e di ciascuno di noi, non è dunque altro che essere quello che già siamo, per incendiare il mondo con la luce di Cristo. Essere suoi. Essere uno con Lui. Rimanere nel suo amore.
Che Dio ce lo conceda, è questa davvero la Grazia più grande da implorare al Padre nel nome di Cristo: lo Spirito Santo che ci faccia intimi a Gesù, una sola carne e un solo spirito con Lui. Per noi, per il mondo. Perchè i figli, i genitori, gli amici, chiunque abbiamo a cuore possa vedere Dio, e credere in Lui. Quante volte soffriamo, ci scoraggiamo, perchè gli altri non si accorgono di Dio, non ne vogliono sapere.
Certo, ognuno è libero, ma per esserlo davvero una volta almeno nella vita deve poter vedere Dio, toccare il suo amore. Poi potrà rifiutarlo.
Per questo siamo stati chiamati nella Chiesa. Per questo prima di tutto, prima ancora che pregare per i figli, o per chiunque, è fondamentale chiedere a Dio d'essere suoi sino in fondo. E' l'evidenza di Dio in noi che aprirà al mondo lo sguardo su Dio. E' questo il fondamento della missione della Chiesa, dell'educazione, della testimonianza, della nostra stessa esistenza.
Esistiamo perchè Gesù possa prendere dimora in noi. Lui il nostro luogo, e con Lui nel Padre, nostra eterna dimora. E noi sua dimora, qui ed ora, nella nostra carne, ed eternamente, in un vincolo d'amore che nulla e nessuno potrà mai ditruggere. Anche oggi, e in ogni istante. Che Dio ce lo conceda, al di là di ogni ostacolo frapposto dalla nostra debolezza.

Sant’Ireneo di Lione. « Chi ha visto me ha visto il Padre »




Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, IV, 20, 5-7

« Chi ha visto me ha visto il Padre »



Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. Se infatti è insondabile la sua grandezza, è pure inesprimibile la sua bontà; e grazie ad essa, egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.

È impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere... Così Mosè afferma nel Deuteronomio: “Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita” (Dt 5, 24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è l’unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel Vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto ; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento







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Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento






Sant’Agostino. Essere dove è Cristo.




OMELIA 70

Essere dove è Cristo.

Egli stesso è la vita eterna, che noi raggiungeremo quando ci prenderà con sé: la vita eterna è in lui, ecco perché dobbiamo essere dove egli è.

[Cristo è la vita eterna che dobbiamo raggiungere.]

1. Le parole del santo Vangelo, o fratelli, potranno essere intese nel loro giusto senso, se si riesce a scoprire la loro armonia con quelle che precedono; perché, quando parla la verità, vi dev'essere pieno accordo tra ciò che precede e ciò che segue. Il Signore aveva detto: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi; poi aveva aggiunto: E voi conoscete dove vado e la via per andarvi (Gv 14, 3-4), mostrando che le sue parole non significavano altro se non che i discepoli lo conoscevano. Nel discorso precedente abbiamo già spiegato, come abbiamo potuto, in che modo egli vada a se stesso per mezzo di se stesso, e come anche ai discepoli conceda di andare a lui per mezzo di lui. Che vuol dire con quel che aggiunge: affinché anche voi siate dove sono io? Che essi non potranno essere se non in lui. Egli è in se stesso, e poiché essi saranno dove egli è, anch'essi saranno in lui. Egli è dunque la vita eterna nella quale noi saremo, quando ci avrà preso con sé; e la vita eterna che è lui, è in lui stesso, sicché anche noi saremo dove egli è, cioè in lui. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, e la vita che egli ha non è altro che egli stesso che possiede tale vita, così ha dato al Figlio di avere la vita in se stesso (Gv 5, 26), egli stesso essendo la vita che ha in se stesso. Forse anche noi saremo la vita che egli è, allorché cominceremo ad essere in quella vita, cioè in lui? No certamente; poiché egli esistendo come vita, è ciò che ha, e siccome la vita è in lui, egli è in se stesso; noi invece non siamo la vita eterna, ma soltanto partecipi della vita di lui. E noi saremo là dove egli è, ma non possiamo essere in noi ciò che egli è, in quanto non siamo la vita, ma avremo come vita lui, il quale ha se stesso come vita, essendo egli stesso la vita. Insomma, egli è in se stesso in modo immutabile e nel Padre in modo inseparabile; noi, invece, per aver preteso di essere in noi stessi, siamo in preda al turbamento, secondo quanto dice il salmo: L'anima mia è turbata in me (Sal 41, 7). Cioè, cambiati in peggio, non siamo riusciti a rimanere nemmeno ciò che eravamo. Quando, però, per mezzo di lui, andiamo al Padre, secondo la sua parola: Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio (Gv 14, 6), noi dimoriamo in lui, e nessuno ci potrà separare dal Padre né da lui.

2. Il Signore, collegando le parole seguenti con le precedenti, dice: Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; cosa che equivale a quanto ha detto prima: Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio. E aggiunge: Ora lo conoscete e lo avete veduto (Gv 14, 7). Ma Filippo, uno degli Apostoli, non comprendendo ciò che aveva sentito, dice: Signore, mostraci il Padre e ci basta. E il Signore gli risponde: Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto, Filippo? Chi vede me vede il Padre (Gv 14, 8-9). Li rimprovera per non averlo ancora conosciuto dopo tanto tempo che era con loro. Ma non aveva detto prima: Sapete dove vado e conoscete la via? E siccome essi dicevano di non saperlo, egli non li aveva convinti, aggiungendo: Io sono la via, la verità e la vita? Come mai adesso dice: Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto, dato che essi sapevano dove andava e conoscevano la via, appunto perché conoscevano lui che è la via? E' facile risolvere questa difficoltà, supponendo che alcuni di loro lo conoscevano, altri, tra i quali era Filippo, non lo conoscevano; di modo che le parole: Sapete dove vado e conoscete la via, si riferiscono a quelli che sapevano, e non a Filippo, cui ora il Signore dice: Da tanto tempo sono con voi, e non mi avete, Filippo, ancora conosciuto? A coloro che già conoscevano il Figlio, fu anche detto a proposito del Padre: Ora lo conoscete e lo avete veduto. Si esprime così a motivo della perfetta somiglianza che esiste tra il Figlio e il Padre, per cui chi conosce il Figlio, che è uguale al Padre, può ben dire di conoscere il Padre. E' quindi certo che alcuni di loro, anche se non tutti, conoscevano già il Figlio; ed erano quelli ai quali egli aveva detto: Voi sapete dove vado e conoscete la via, poiché egli stesso è la via. Ma siccome non conoscevano il Padre, egli aggiunge: Se mi conosceste, conoscereste anche il Padre mio; sì perché, per mezzo mio, conoscereste anche lui. Io sono una persona, lui un'altra. Ma affinché non lo ritenessero dissimile, dice: Ora lo conoscete e lo avete veduto. Essi vedevano il Figlio che era perfettamente simile al Padre, ma dovevano tener conto che il Padre, che essi ancora non vedevano, era tale e quale il Figlio che vedevano. E in questo senso vale ciò che poi egli risponde a Filippo: Chi vede me vede il Padre. Non dice di essere nello stesso tempo il Padre e il Figlio, che è l'errore dei sabelliani o patripassiani, e che la fede cattolica condanna, ma che il Padre e il Figlio sono talmente somiglianti che conoscendone uno si conoscono ambedue. Infatti, quando parliamo di due persone che tra loro somigliano molto, diciamo anche noi a chi ne ha vista una e vorrebbe conoscere anche l'altra: hai visto questo, hai visto quello. In questo senso egli dice: Chi vede me vede il Padre; non certo perché il Padre sia la stessa persona del Figlio, ma perché il Figlio è tanto simile al Padre che non differisce in nulla da lui. Se il Padre e il Figlio non fossero due persone distinte, non avrebbe detto: Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. Appunto perché nessuno viene al Padre se non per mezzo mio; se conosceste me - dice - conoscereste il Padre mio, in quanto io, che sono l'unica via per andare al Padre, vi condurrò a lui in modo che possiate conoscere anche lui. Ma siccome sono perfettamente simile a lui, conoscendo me conoscete lui; e lo avete veduto, se con gli occhi del cuore avete veduto me.

3. Perché dunque, Filippo, tu dici: Mostraci il Padre e ci basta? Da tanto tempo - dice - sono con voi e non mi avete ancora conosciuto, Filippo? Chi vede me vede il Padre. Se ti riesce difficile vedere questo, almeno credi ciò che non riesci a vedere. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Se hai visto me che sono perfettamente simile a lui, hai visto lui al quale io sono simile. E se non puoi vederlo, perché almeno non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? A questo punto Filippo poteva dire: Sì, vedo te, e vedo che tu sei perfettamente simile al Padre; ma è forse da rimproverare e da condannare uno che, vedendo te, desideri vedere anche colui al quale tu somigli tanto? Sì, io conosco chi gli somiglia, ma l'altro non lo conosco ancora direttamente; non mi basta, finché non avrò conosciuto anche colui al quale questo è simile; ebbene, mostraci il Padre e ci basta. Ma il Maestro rimproverava il discepolo, perché vedeva in fondo al suo cuore. Filippo desiderava conoscere il Padre come se il Padre fosse superiore al Figlio; e perciò dimostrava di non conoscere neppure il Figlio, in quanto credeva ci fosse qualcosa a lui superiore. E' per correggere questa idea che il Signore gli dice: Chi vede me vede il Padre; come puoi dire: Mostraci il Padre? Io vedo perché lo dici; tu non chiedi di vedere colui che è simile a me, ma credi che egli sia a me superiore. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv 14, 10). Perché vuoi trovare differenza tra due che sono simili? Perché desideri conoscere separatamente due che sono inseparabili? Prosegue, rivolgendosi non soltanto a Filippo, ma a tutti gli Apostoli; e dice cose che noi, non volendo coartarle nei limiti del poco tempo che abbiamo, preferiamo esporle, col suo aiuto, con più calma.

Sant’Agostino. La domanda di Tommaso.





OMELIA 69

La domanda di Tommaso.

L'apostolo, quando fece la sua domanda, aveva davanti a sé il Maestro, ma non avrebbe potuto comprendere la risposta se non avesse avuto anche dentro di sé il Maestro. E' necessario interrogare e ascoltare il Maestro che è dentro di noi e sopra di noi.

1. Nella risposta che, come avete udito, diede il Signore all'apostolo Tommaso, cerchiamo di comprendere meglio che possiamo, o carissimi, le prime parole del Signore attraverso le successive, le antecedenti attraverso le conseguenti. Poco prima il Signore, parlando delle diverse dimore che ci sono nella casa del Padre suo, aveva detto che egli andava a prepararle; e da ciò noi abbiamo dedotto che queste dimore esistono già nella predestinazione e che insieme vengono preparate quando, mediante la fede, vengono purificati i cuori di coloro che le occuperanno, poiché essi stessi sono la casa di Dio. Infatti, che altro vuol dire abitare nella casa di Dio se non appartenere al popolo di Dio, del quale si dice che è in Dio e Dio in lui? E' per preparare questa dimora che il Signore se ne va, affinché noi, credendo in lui che non si vede, ci si prepari mediante la fede a quella dimora permanente che consiste nella visione di Dio. Perciò aveva detto: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete dove vado e la via per andarvi. E' allora che Tommaso gli dice: Signore, noi non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via? (Gv 14, 3-5). Il Signore aveva detto che essi conoscevano l'una e l'altra cosa, e Tommaso dice di non conoscere nessuna delle due cose: né il luogo dove egli va, né la via per andarci. Ma il Signore non può mentire: gli Apostoli dunque conoscevano ambedue le cose, ma non sapevano di conoscerle. Li convinca che essi sanno ciò che credono di non sapere. Gli dice Gesù: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Che significa questo, fratelli? Abbiamo sentito la domanda del discepolo, abbiamo sentito la risposta del Maestro, ma ancora non abbiamo compreso il contenuto della risposta, neppure dopo che abbiamo sentito il suono della voce. Ma che cosa non possiamo capire? Forse che gli Apostoli, con i quali si intratteneva, potevano dirgli: noi non ti conosciamo? Pertanto se lo conoscevano, dato che lui è la via, conoscevano la via; se lo conoscevano, dato che lui è la verità, conoscevano la verità; se lo conoscevano, dato che lui è la vita, conoscevano la vita. Ecco che si convincono di sapere ciò che credevano di non sapere.

[Andava, per mezzo di se stesso, a se stesso e al Padre.]

2. Cos'è dunque che noi in questo discorso non abbiamo capito? Che cosa, fratelli, se non le parole: E voi conoscete dove vado e la via per andarvi? Ci siamo resi conto che essi conoscevano la via, poiché conoscevano lui che è la via. Ma la via serve per camminare; forse che è anche il luogo dove si deve andare? Egli aveva detto che essi conoscevano l'una e l'altra cosa: e il luogo dove andava e la via. Era dunque necessario che egli dicesse: Io sono la via, per dimostrare che essi, conoscendo lui, conoscevano la via che credevano di non conoscere; ma era altrettanto necessario che dicesse: Io sono la via, la verità e la vita, perché, una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta. La via conduceva alla verità, conduceva alla vita. Egli, dunque, andava a se stesso attraverso se stesso. E noi dove andiamo, se non a lui? e per quale via camminiamo, se non per lui? Egli va a se stesso attraverso se stesso; noi andiamo a lui per mezzo di lui; o meglio, andiamo al Padre sia lui che noi. Infatti, parlando di se stesso, altrove dice: Vado al Padre (Gv 16, 10); mentre qui, per noi dice: Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio (Gv 14, 6). Egli dunque va, per mezzo di se stesso, a se stesso e al Padre; noi, per mezzo di lui, andiamo a lui e al Padre. Chi può capire questo, se non chi possiede l'intelligenza spirituale? E anche chi possiede l'intelligenza spirituale, fino a che punto può capire? Perché, o fratelli, mi chiedete che vi esponga queste cose? Rendetevi conto quanto siano elevate. Voi vedete ciò che sono io, io vedo ciò che siete voi: in tutti noi il corpo corruttibile appesantisce l'anima e la terrena dimora deprime la mente presa da molti pensieri (cf. Sap 9, 15). Credete che possiamo dire: Ho elevato l'anima mia a te che abiti in cielo (Sal 122, 1)? Ma oppressi da tanto peso che ci fa gemere, come potrò elevare la mia anima, se non la eleva con me colui che ha offerto la sua per me? Dirò quello che posso, capisca chi può. Colui che aiuta me a parlare aiuterà voi a capire e aiuterà almeno a credere chi non riuscirà a capire. Se non crederete - dice infatti il profeta - non capirete (Is 7, 9 sec. LXX).

3. Dimmi, o mio Signore, che dirò ai servi tuoi e conservi miei? L'apostolo Tommaso, quando ti interrogava, ti aveva davanti a sé, e tuttavia non ti avrebbe capito se non ti avesse avuto dentro di sé. Io ti interrogo sapendo che tu sei sopra di me; però ti interrogo in quanto posso effondere l'anima mia sopra di me, dove potrò ascoltare te che mi insegni senza suono di parole. Dimmi, ti prego, in che modo vai a te? Forse che per venire a noi hai lasciato te, tanto più che non sei venuto da te ma ti ha mandato il Padre? So bene che ti sei annientato; ma solo perché hai preso la forma di servo (cf. Fil 2, 7), non perché tu abbia deposto la forma di Dio sì da doverla ricercare, o perché l'abbia perduta si da doverla riprendere. Comunque sei venuto, non soltanto rendendoti visibile agli occhi degli uomini ma facendoti perfino arrestare dalle loro mani. E come è stato possibile questo, se non perché avevi assunto la carne? Per mezzo di essa sei venuto tra noi pur rimanendo dov'eri, e per mezzo di essa sei ritornato dov'eri prima, senza tuttavia lasciare la terra dov'eri venuto. Se dunque è per mezzo della carne che sei venuto e sei ritornato via, è certamente per mezzo di essa che tu sei la via, non soltanto per noi, per venire a te, ma anche per te stesso sei diventato la via per venire a noi e ritornare al Padre. Quando però sei andato alla vita che sei tu stesso, allora hai fatto passare questa tua carne dalla morte alla vita. Non sono certamente la medesima cosa il Verbo di Dio e l'uomo; ma il Verbo si è fatto carne, cioè uomo. E così, il Verbo e l'uomo non sono due persone diverse: l'uno e l'altro sono il Cristo che è una sola persona; e perciò, come quando la carne è morta, Cristo è morto, e quando la carne è stata sepolta, Cristo è stato sepolto [è questo infatti che col cuore crediamo per ottenere la giustizia, ed è questo che con la bocca professiamo per ottenere la salvezza (cf. Rm 10, 10)], così quando la carne è passata dalla morte alla vita, Cristo è passato alla vita. E siccome Cristo è il Verbo di Dio, Cristo è la vita. E' in un modo mirabile e ineffabile che egli, senza mai abbandonare o perdere se stesso, è tornato a se stesso. Per mezzo della carne, come si è detto, Dio è venuto tra gli uomini, la verità tra i menzogneri: Dio infatti è verace, mentre ogni uomo è menzognero (Rm 3, 4). E quando si è sottratto alla vista degli uomini e ha portato la sua carne là dove nessuno mentisce, egli stesso, Verbo fatto carne, per mezzo di se stesso, cioè per mezzo della carne, ha fatto ritorno alla verità che è lui stesso. Verità alla quale sempre rese testimonianza, benché fra i menzogneri, anche di fronte alla morte: se c'è stato un tempo infatti in cui Cristo è stato soggetto alla morte, mai in nessun momento ha ceduto alla menzogna.

4. Eccovi un esempio, alquanto diverso e molto inadeguato, che serve tuttavia per intendere in qualche modo Dio, partendo da quelle cose che più immediatamente dipendono da Dio. Ecco, io stesso, che non sono diverso da voi quanto all'anima, se taccio sto dentro di me; se invece parlo a voi in modo che mi possiate intendere, in qualche modo mi muovo verso di voi senza abbandonare me; mi avvicino a voi ma senza allontanarmi da me. Se smetto di parlare, in certo qual modo faccio ritorno a me stesso; e tuttavia rimango con voi, se voi custodite ciò che nel mio discorso avete ascoltato. Se ciò è possibile all'immagine che Dio ha creato, cosa non sarà possibile all'immagine di Dio che è Dio, non creata ma da Dio generata? Il suo corpo, per mezzo del quale è venuto a noi e nel quale da noi è ripartito, non si è disperso nell'aria come il suono delle mie parole, ma rimane là dove ormai non muore più e la morte non ha più alcun dominio sopra di lui (cf. Rm 6, 9). Forse si potevano e si dovevano dire ancora molte cose intorno a queste parole del Vangelo; ma non bisogna sovraccaricare troppo i vostri cuori di cibi spirituali, benché essi siano squisiti; soprattutto considerando che, se lo spirito è pronto, la carne invece è debole (cf. Mt 26, 41).

Sant’Agostino. Il Signore va a prepararci il posto.





OMELIA 68

Il Signore va a prepararci il posto.

Ci prepara un posto in sé, e si prepara un posto in noi. E' il senso delle sue parole: Rimanete in me ed io in voi.

1. Sappiamo di avere un debito con voi, o fratelli carissimi, che avevamo rinviato e che adesso dobbiamo pagare. Il debito consiste nel mostrare che nelle parole del Signore non vi è contraddizione. Ha detto: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se così non fosse, vi avrei detto che vado a prepararvi un posto (Gv 14, 2). Appare chiaro da queste parole che nella casa del Padre suo vi sono molte dimore e che non c'è bisogno di prepararne; ma subito dopo dice: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi (Gv 14, 3). Perché va a preparare il posto, se vi sono già molte dimore? Se così non fosse, avrebbe detto: Vado a prepararvelo. Se era invece ancora da preparare, perché non dire: vado a prepararvelo? Ovvero queste dimore vi sono, ma bisogna prepararle? Se così non fosse, non avrebbe detto: vado a prepararvi il posto. Queste dimore esistono, ma bisogna prepararle. Il Signore non va a prepararle come sono; ma quando sarà andato e le avrà preparate come si deve, allora tornerà per prendere i suoi con sé, affinché anch'essi siano dove è lui. In che senso dunque le dimore nella casa del Padre sono le stesse, non diverse, e sicuramente esistono già senza che debbano essere preparate, e insieme non sono ancora quali devono essere preparate? Nello stesso senso in cui il profeta dice che Dio ha fatto le cose che dovranno essere fatte. Il profeta non dice che Dio farà le cose che saranno, ma che ha fatto le cose che saranno (Is 45, 11 sec. LXX). Cioè le ha fatte e insieme le farà. Esse non sarebbero state fatte, se egli non le avesse fatte; né saranno fatte se egli non le farà. Egli le ha fatte predestinandole all'esistenza, e le farà chiamandole all'esistenza. Così come il Signore ha eletto gli Apostoli in quel preciso momento in cui, secondo il Vangelo, li ha chiamati (cf. Lc 6, 13); e tuttavia l'Apostolo dice: Ci ha eletti prima della creazione del mondo (Ef 1,4), cioè ci ha eletti predestinandoci, non chiamandoci. Quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati (Rm 8, 30): li ha eletti predestinandoli prima della creazione del mondo, li ha eletti chiamandoli prima della fine del mondo. In questo senso ha preparato e prepara le dimore: prepara non altre dimore, ma le stesse preparate da lui che ha fatto le cose che saranno: egli va a preparare mediante la realizzazione le dimore che ha preparato mediante la predestinazione. Esse già esistono nella predestinazione; se così non fosse, avrebbe detto: vado a preparare, cioè a predestinare. Ma siccome nella realizzazione ancora non esistono, dice: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me.

[Formazione del regno.]

2. Si può dire che il Signore prepara le dimore preparando coloro che dovranno occuparle. In base alle sue parole: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, che cosa dobbiamo pensare che sia la casa di Dio se non il tempio di Dio? Se a questo proposito interroghiamo l'Apostolo, egli ci risponderà: Santo è il tempio di Dio, che siete voi (1 Cor 3, 17). Si identifica anche col regno di Dio che il Figlio consegnerà al Padre, secondo quanto dice il medesimo Apostolo: Primizia è Cristo; poi coloro che sono di Cristo, al momento della sua Parusia; quindi la fine, allorquando egli consegnerà il regno al Dio e Padre (1 Cor 15, 23-24); cioè, quelli che ha redenti col suo sangue li consegnerà al Padre perché lo possano contemplare per sempre. Questo è il regno dei cieli, di cui è detto: Il regno dei cieli è simile ad un uomo che semina il buon seme nel suo campo; il buon seme poi sono i figli del regno, che sono ora mescolati alla zizzania; ma alla fine del mondo il re manderà i suoi angeli, che toglieranno via dal suo regno tutti gli scandali. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Mt 13, 24 38-43). Il regno risplenderà nel regno, allorché sarà compiuto quel regno che adesso invochiamo dicendo: Venga il tuo regno! (Mt 6, 10). Fin d'ora è chiamato regno, ma è ancora in formazione. Se non avesse già il nome di regno, il Signore non direbbe: Toglieranno via dal suo regno tutti gli scandali. Ma questo regno non regna ancora. E' già regno nel senso che quando da esso saranno eliminati tutti gli scandali, non avrà più soltanto il nome di regno, ma lo sarà nel senso pieno e definitivo. E a questo regno, collocato alla destra, il Signore dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno (Mt 25, 34); cioè, voi che eravate regno ma non regnavate, venite a regnare, sì da essere in realtà ciò che siete stati nella speranza. Dunque, questa casa di Dio, questo tempio di Dio, questo regno di Dio, questo regno dei cieli, è ancora in costruzione, è ancora in formazione; ancora dev'essere preparato, ancora deve essere raccolto. In esso vi saranno quelle dimore che il Signore è andato a preparare; dimore che già esistono in quanto il Signore le ha già predestinate.

3. Ma perché egli se n'è andato per preparare queste dimore, dato che egli deve preparare noi, cosa che non può fare se ci lascia? Comprendo come posso, o Signore, ma il senso mi sembra questo: perché si preparino queste dimore, il giusto deve vivere di fede (cf. Rm 1, 17). Chi è infatti esule dal Signore ha bisogno di vivere di fede, perché è mediante la fede che si prepara alla visione beatifica (cf. 2 Cor 5, 6-8). Beati - infatti - i mondi di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8). E un altro testo dice che è mediante la fede che Dio purifica i cuori (At 15, 9). Il primo testo si trova nel Vangelo, il secondo negli Atti degli Apostoli. Ora la fede, per mezzo della quale vengono purificati i cuori di quelli che vedranno Dio, finché questi sono pellegrini, consiste nel credere ciò che ancora non si vede: quando tu vedrai, non avrai più bisogno di fede. Chi crede si guadagna dei meriti, e vedendo riceve il premio. Vada dunque il Signore a preparare il posto; vada per sottrarsi al nostro sguardo, si nasconda per essere creduto. Viene preparato il posto se si vive di fede. Dalla fede nasce il desiderio, il desiderio prepara al possesso, poiché la preparazione della celeste dimora consiste nel desiderio, frutto dell'amore. Sì, o Signore, prepara ciò che sei andato a preparare; e prepara noi per te e prepara te per noi, preparandoti il posto in noi e preparando a noi il posto in te. Tu infatti hai detto: Rimanete in me e io rimarrò in voi (Gv 15, 4). Secondo che sarà più o meno partecipe di te, ciascuno avrà un merito, e quindi un premio, maggiore o minore. La molteplicità delle dimore è appunto in rapporto alla diversità dei meriti di coloro che dovranno occuparle, tutti però avranno la vita eterna e la beatitudine infinita. Ma che significa, o Signore, il tuo andare e che significa il tuo venire? Se bene intendo, tu non ti sposti né andando né venendo: te ne vai nascondendoti, e vieni manifestandoti. Ma se non rimani con noi per guidarci, per farci progredire nella santità della vita, come potrai prepararci il posto dove potremo dimorare godendo di te? Basti questo come commento alle parole del Vangelo, che sono state lette fin dove il Signore dice: Ritornerò e vi prenderò con me. Il significato della frase seguente: Affinché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete dove vado e la via per andarvi (Gv 14, 4), in risposta alla domanda fattagli da un discepolo quasi a nome nostro, lo vedremo meglio e lo tratteremo a tempo più opportuno.

Sant'Agostino: Nella casa del Padre vi sono molte dimore.




OMELIA 67

Nella casa del Padre vi sono molte dimore.

Dio è carità, e in virtù della carità ciò che hanno i singoli diventa comune a tutti. Quando uno ama, possiede nell'altro anche ciò che egli personalmente non ha. Non è possibile l'invidia là dove regna l'unità della carità.

1. Con maggiore intensità, fratelli, dobbiamo rivolgere a Dio la nostra attenzione, per poter intendere in qualche modo le parole del santo Vangelo che sono risuonate adesso alle nostre orecchie. Il Signore Gesù dice: Non si turbi il vostro cuore: credete in Dio, e credete in me (Gv 14, 1). Affinché, come uomini, non dovessero temere la morte, turbandosi per lui, li consola affermando che anche lui è Dio. Credete in Dio - dice - e credete in me. Se credete in Dio, è logico che crediate anche in me; il che non sarebbe logico se Cristo non fosse Dio. Credete in Dio, e credete in colui che per natura, non per usurpazione, è alla pari con Dio, e che annientò se stesso prendendo forma di servo, tuttavia senza perdere la forma di Dio (cf. Fil 2, 6). Voi paventate la morte per questa forma di servo: non si turbi il vostro cuore, perché la forma di Dio la risusciterà.

[Regnerà in tutti l'unità della carità.]

2. Ma che vuol dire ciò che segue: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (Gv 14, 2)? Proprio perché i discepoli temevano anche per se stessi, era necessario che il Signore dicesse loro: Non si turbi il vostro cuore. E chi di loro poteva essere senza timore dopo che il Signore aveva detto a Pietro, il più fiducioso e il meglio disposto tra loro: Non canterà il gallo prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte (Gv 13, 38)? C'era di che esser turbati, come se dovesse loro toccare in sorte di doversi separare da lui. Ma sentendosi dire: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore: se così non fosse, ve l'avrei detto: poiché vado a prepararvi un posto (Gv 14, 2), si riprendono dal loro turbamento, sicuri e fiduciosi che al di là dei pericoli della prova rimarranno presso Dio, con Cristo. Uno potrà essere più forte di un altro, più sapiente, più giusto, più santo, ma nella casa del Padre vi sono molte dimore; nessuno verrà escluso da quella casa dove ciascuno riceverà la sua dimora secondo il merito. Il denaro che per ordine del padre di famiglia viene dato a quanti hanno lavorato nella vigna, senza distinzione tra chi ha faticato di più e chi di meno, è uguale per tutti (cf. Mt 20, 9); e questo denaro significa la vita eterna dove nessuno vive più di un altro, perché nell'eternità non vi può essere una diversa durata della vita; e le diverse mansioni rappresentano i diversi gradi di meriti che esistono nell'unica vita eterna. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, altro lo splendore delle stelle; sì, perfino stella da stella differisce in splendore; così è per la risurrezione dei morti. Come le stelle in cielo, i santi hanno dimore diverse così come diverso è il loro splendore; ma in grazia dell'unico denaro nessuno viene escluso dal regno. E così Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 41-42 28), perché, essendo Dio carità (cf. 1 Io 4, 8), per effetto di questa carità ciò che ognuno possiede diventa comune a tutti. In questo modo, infatti, quando uno ama, possiede nell'altro ciò che egli non ha. La diversità dello splendore non susciterà invidia perché regnerà in tutti l'unità della carità.

3. Perciò, il cuore cristiano deve rigettare l'opinione di chi sostiene che le molte mansioni autorizzano a pensare che, al di fuori del regno dei cieli, esiste un altro luogo dove vivono felici gli innocenti che sono usciti da questa vita senza aver ricevuto il battesimo, non potendo senza di esso entrare nel regno dei cieli. Tale fede non è fede, perché non è fede vera e cattolica. E voi, uomini stolti e accecati da pensieri carnali, ben meritate di essere riprovati per aver separato dal regno dei cieli, non dico la dimora di Pietro e di Paolo o di qualsiasi altro apostolo, ma anche la dimora di un qualunque bambino battezzato: non credete di dover essere riprovati per aver distinto e separati da esso la casa di Dio Padre? Non dice infatti il Signore: Nel mondo intero, nell'universo creato, oppure nella vita o beatitudine eterna vi sono molte dimore. Egli dice: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Non è forse questa l'abitazione che noi abbiamo da Dio, la dimora non costruita da mano d'uomo, ma eterna nel cielo (cf. 2 Cor 5, 1)? Non è questa la casa di cui cantiamo, rivolti al Signore: Beati quelli che abitano nella tua casa; nei secoli dei secoli ti loderanno (Sal 83, 5)? E voi osate dividere, non la casa di un qualunque fratello battezzato, ma la casa stessa di Dio Padre, al quale tutti noi fratelli diciamo: Padre nostro che sei nei cieli (Mt 6, 9), e dividerla in modo che alcune sue dimore siano nel regno dei cieli e altre fuori di questo regno! Non sia mai che quanti vogliono abitare nel regno dei cieli, condividano con voi un'opinione così stolta! Non può essere, dico, che una qualunque parte della casa reale rimanga fuori del regno, dal momento che l'intera casa dei figli che regnano non rimarrà fuori del regno.

4. E quando sarò partito - continua - e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete dove vado e la via per andarvi (Gv 14, 3-4). O Signore Gesù, in che senso vai a preparare il posto, se nella casa del Padre tuo, dove i tuoi abiteranno con te, vi sono già molte dimore? E in che senso dici che ritornerai per prenderli con te, se tu non ti allontani da loro? Se ci sforzassimo, o carissimi, di spiegare brevemente queste cose nei limiti consentiti al discorso di oggi, non risulterebbero chiare, e la brevità stessa le renderebbe più oscure; per cui preferiamo contrarre con voi un debito, nella speranza di poterlo pagare, con l'aiuto del Padre di famiglia, in momento più opportuno.

Concordanze di Gv. 14

Capitolo 14


[1] "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.

[2] Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;

[3] quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.

[4] E del luogo dove io vado, voi conoscete la via".

[5] Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?".

[6] Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

[7] Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".

[8] Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta".

[9] Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?

[10] Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.

[11] Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.

[12] In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.

[13] Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.

P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia




2007-05-12- Un evento di Festival della filosofia Roma, Auditorium Parco della Musica

1. Gesú tra storia e storia

Io credo che prima dell’alternativa espressa nel titolo di questa tavola rotonda “Gesú tra storia e teologia”, ce ne sia un’altra di cui è necessario tener conto, e cioè “Gesú tra storia e storia”. L’idea di una ricerca storica su Gesú unitaria, rettilinea che procede inarrestabile verso una piena luce su di lui è un puro mito che oggi nessuno storico serio tenta più di avallare.

Lasciando da parte le variazioni diacroniche, cioè le ricostruzioni storiche della vicenda di Gesú succedutesi l’una all’altra negli ultimi due secoli, mi soffermo un istante sulle variazioni sincroniche, cioè esistenti su di lui in una stessa epoca, la nostra.

Cito una fonte insospettabile, la Professoressa Paula Fredriksen che abbiamo l’onore di avere tra noi in questa tavola rotonda. Nella nuova introduzione scritta per il suo libro: Da Gesú al Cristo. Le origini delle immagini di Gesú del Nuovo Testamento[1] ella scrive: “I libri si moltiplicano a misura che lo spettro dei ritratti di Gesù si dilata. Nella ricerca scientifica recente Gesú è stato presentato come una figura di sciamano del primo secolo, come un itinerante filosofo cinico, come un visionario radicale e un riformatore sociale che predica una etica egualitaria a favore degli ultimi, come un regionalista galileo che lotta contro le convenzioni religiose dell’elite della Giudea (il tempio e la Torah), come un campione della liberazione nazionale, o, al contrario, come suo oppositore e critico, e via di questo passo. Tutte queste figure sono state presentate con vigorosi argomenti e metodi accademici, tutte sono difese appellandosi a dati antichi. I dibattiti continuano briglia sciolta e il consenso –anche su punti essenziali quali i criteri in base ai quali procedere – appare una remota speranza”.

Spesso si fa appello ai nuovi dati e alle scoperte recenti che avrebbero finalmente messo la ricerca storica in una posizione di vantaggio rispetto al passato e cioè: la scoperta dei rotori di Qumran, della biblioteca di Nag Hammadi, gli scavi archeologici, le ricerche sociologiche. Ma quanto aperte siano le conseguenze da tirare da queste nuove fonti storiche, appare dal fatto che esse hanno dato luogo a due immagini di Cristo opposte e inconciliabili tra loro, tuttora presenti sul campo. Da una parte un Gesú “in tutto e per tutto ebreo”; dall’altra un Gesú figlio della Galilea ellenizzata del suo tempo, imbevuto di filosofia cinica.

Anche le ricerche sociologiche sono approdate a risultati diametralmente opposti, come fa notare il grande specialista su Gesú e il giudaismo E.P. Sanders: “Per alcuni, il mondo in cui visse Gesú viveva una profonda crisi sociale ed economica. La Palestina era sull’orlo del crollo, sotto il peso di una doppia tassazione, locale e romana, crescente indebitamento dei contadini, sfruttamento delle classi benestanti…Per altri, al contrario, la Galilea del tempo di Gesú era urbanizzata, cosmopolita e prospera, un concentrato di cultura ellenistica, in cui tutti, Gesú compreso, parlavano greco” [2].

Non stupisce perciò che nel campo del post-moderno si sia sviluppata una radicale sfiducia. Qui l’alternativa non è più né tra storia e teologia, né tra storia e storia, ma tra storia e interpretazione, o criticismo letterario. Non c’è nessun dato oggettivo previo alla lettura; tutto si gioca nel confronto diretto tra il lettore e il testo, con esisti radicalmente soggettivi e relativi.

L’ultima monumentale (e a mio parere veramente innovativa) monografia sul Gesú storico scritta dall’inglese James Dunn, dell’Università di Durham, conclude la rassegna delle opinioni con questo giudizio: “La perdita di fiducia nel metodo storico in ambienti postmoderni è completa. E per quel che riguarda la ricerca sul Gesú storico, i risultati di questa, in particolare se vi si annoverano i vari Gesú della ricerca neoliberale, semplicemente confermano il fallimento della metodologia storica tradizionale. Il fatto semplice e piuttosto sconvolgente è stato che gli studiosi dei vangeli e del Gesú storico non sono riusciti a produrre risultati sui quali vi sia accordo”[3].

Cosa concludere da tutto ciò? Che la ricerca storica su Gesú sia da abbandonare? No di certo. Lo stesso studioso appena citato ne da l’esempio, dedicando ad essa la sua monumentale fatica. Credo che si possa applicare alla ricerca storica quello che un proverbio dice di Dio e cioè che “scrive diritto su righe storte”. Nonostante il suo andamento da tela di Penelope, c’è in essa una conoscenza storica che avanza, nuovi orizzonti che vengono aperti, nuove ipotesi formulate, alcune delle quali si rivelano illuminanti e produttive.

Quello semmai che si impone alla ricerca storica su Gesú è una maggiore umiltà e consapevolezza dei propri limiti intrinseci. La critica storica ha reso più umile e problematica l’ortodossia teologica, ma forse deve anch’essa accettare i propri limiti, dovuti sia alla situazione delle fonti, sia all’oggetto della ricerca che - almeno come ipotesi - travalica i limiti della storia. La problematicità, il pro e il contro e il senso del limite, è ciò che distingue di fatto le grandi monografie scientifiche sul Gesú storico dagli autori in cerca di sensazionalismo, i cui libri sono una lunga marcia trionfale verso conclusioni già tutte chiare in partenza. Tra le monografie serie, la più recente e accreditata è quella di Gerd Theissen e Annette Merz, Il Gesú storico. Un manuale[4].

Un errore metodologico dal quale gli storici seri mettono in guardia è quello di ritenere come “storicamente non accaduto” quello che è semplicemente “storicamente non dimostrabile”. Su molti dati dei vangeli la storia arriva alla conclusione che non si possono sostenere in base ad argomenti storici, ma questo non giustifica la conclusione che dunque sono falsi.

In particolare è da abbandonare l’illusione che, nello scrivere su Gesú, i credenti abbiano una precomprensione e i non credenti invece siano esenti da ogni pregiudizio. Scrive giustamente John Meier, autore di un’altra monumentale monografia sul Gesú storico: “Lo si chiami pregiudizio, tendenza, visione del mondo o posizione di fede, chiunque scrive sul Gesú storico scrive da qualche punto di vista ideologico; nessun critico ne è esente. La soluzione a questo dilemma non è pretendere un’assoluta oggettività che non può avere, né vagare in un totale relativismo. La soluzione è ammettere onestamente il proprio punto di vista, tentare di escluderne l’influenza nell’esporre giudizi scientifici aderendo a criteri certi, comunemente sostenuti, e sollecitare la correzione di altri studiosi, se la proprio vigilanza inevitabilmente commette errori”[5].

2. Gesú, credente ebreo o filosofo cinico?

Parlando dei limiti della ricerca storica, vorrei metterne in luce uno che mi sembra decisivo. Riguarda la possibilità di una ricerca storica su Gesú che non solo prescinda, ma escluda in partenza, esplicitamente o tacitamente, la fede; in altre parole, la plausibilità storica di quello che è stato definito a volte “il Gesú degli atei”. Non parlo in questo momento della fede in Cristo, nella sua divinità, ma di fede in Dio, di fede nell’accezione più comune del termine.

Lungi da me l’idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di Gesú. Sono convinto, come scrivevo in un articolo del 26 Gennaio scorso su “Avvenire”, che Gesú è “patrimonio dell’umanità” e che nessuno, neppure la Chiesa naturalmente, ha il monopolio su di lui. Quello che voglio mettere in luce sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza e come la “precomprensione” di chi non crede incida sulla ricerca non meno che quella del credente.

La mia convinzione è che, se si nega o si prescinde dalla fede in Dio non si elimina solo la divinità, o il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico tout court, non si salva neppure l’uomo Gesú. Nessuno può contestare storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo in riferimento al Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede in Dio. Se si elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente niente.

Ma se Dio non esiste, Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la propria ombra o la proiezione della propria essenza, per dirla con Feuerbach. E come si spiega allora che la vita di quest’uomo “ha cambiato il mondo”? Sarebbe come dire che non la verità e la ragione hanno cambiato il mondo, ma l’illusione e l’irrazionalità. Come si spiega che quest’uomo continua, a distanza di duemila anni, a interpellare gli spiriti come nessun altro?

Non c’è che una via d’uscita a questo dilemma e bisogna riconoscere la coerenza di coloro che negli ultimi anni l’hanno imboccata. La via d’uscita è quella che si è fatta strada nell’ambito del “Jesus Seminar” di Berkeley negli Stati Uniti. Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo nello stile dei cinici[6]; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un maestro Zen. Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché loro stessi portavano in sé una scintilla divina[7]. Sono –guarda caso- le cose che va predicando da decenni New Age!

Come viene giustificata storicamente questa nuova immagine di Gesú? Semplice: si assolutizza la fonte “Q” (la raccolta di detti di Gesú ricostruita dall’uso che ne fanno Marco e Matteo) come l’unico documento attendibile sul Gesú realmente esistito. Ma questo non basta perché tra i detti di Gesú presenti in tale raccolta ce ne sono diversi incompatibili con tale immagine. Allora si distingue in tale fonte (essa stessa ipotetica!) tre strati successivi, di cui il più antico, detto “Q3”, l’unico autentico, consisterebbe in un nucleo di detti esoterici, vicino a quello che troviamo nel Vangelo copto di Tommaso. Io ho studiato un po’ di filologia classica e di critica testuale nei miei anni di università e ho imparato che le possibilità di cogliere nel segno con tali procedenti sono praticamente nulle. I fatti sono aperti, in tal modo, a ogni manipolazione.

Prima di costoro Nietzsche aveva chiaramente visto il dilemma e lo aveva risolto in maniera molto più coerente di oggi: facendo di Gesú non un filosofo rappresentante della razionalità greca, ma il suo irriducibile contrario.

3. Continuità o rottura? Il “Gesú di Nazareth" di Benedetto XVI

Ora vorrei passare alla pars construens del mio intervento che corrisponde al secondo termine del titolo di questa tavola rotonda: Gesú di Nazareth tra storia e teologia. Dopo tutto l’immenso impegno profuso da Reimarus ad oggi per liberare il Gesú della storia dal Cristo del dogma ecclesiastico, forse è utile a tutti riprendere in considerazione il punto di vista della tradizione e della dommatica ecclesiastica, fattasi più umile e più cosciente dei propri limiti, grazie proprio alla critica storica.




È quello che, credo, ha inteso fare il papa Benedetto XVI con il suo libro “Gesú di Nazaret”. Qualcuno gli ha mosso il rimprovero di baipassare, in tal modo, tutti i problemi e i dubbi sollevati dalla moderna critica storica. Ma io mi domando: cosa avrebbe dovuto fare il papa: scrivere un’ennesima ricostruzione storica in cui discutere e controbattere tutte le obiezioni? Abbiamo sentito sopra quanto è lunga la lista di coloro che l’hanno fatto, da credenti o da non credenti, e non credo proprio che una ricostruzione in più, anche se scritta da un papa, avrebbe fatto una grande differenza.

Quello che il papa ha scelto di fare è stato di presentare in positivo la figura e l’insegnamento di Gesú come inteso dalla Chiesa, partendo dalla convinzione che il Cristo della fede è anche rigorosamente il Gesú della storia. Poiché il papa ha lasciato a tutti, in questo caso, la libertà di criticarlo, mi permetto anch’io una piccola riserva. Penso che la continuità tra il Gesú della storia e il Cristo del kerygma, come pure quella tra il Cristo del kerygma e il Cristo del dogma, per quanto reale, sia meno rettilinea e scontata di quanto appaia dalla sua, necessariamente sommaria, introduzione iniziale.

Su questo punto penso si possa condividere l’opinione di Theissen e Merz: “I cristiani dopo la Pasqua hanno formulato su Gesú più affermazioni (vale a dire , hanno detto cose più grandi e più importanti) di quanto abbia detto di sé lo stesso Gesú storico. Questo ‘plusvalore’ della cristologia post-pasquale rispetto all’autocoscienza di Gesú prima di Pasqua è basato, sia sul piano storico che su quello oggettivo, sull’evento della pasqua”[8].

Il contrasto tra le conclusioni degli esegeti e degli storici (anche cattolici) e quelle del papa si relativizzano, tuttavia, se si tien conto che il papa, da teologo, non si pone tanto sul piano soggettivo della coscienza che Gesú aveva di sé o gli altri avevano di lui, quanto sul piano oggettivo e ontologico. Da questo punto di vista egli ha perfettamente ragione di affermare l’identità del Gesú storico (il Crocifisso) con il Cristo risorto. È la certezza che sta alla base di tutto il kerygma apostolico.

Theissen e Merz vedono tra le due fasi un rapporto come tra cristologia implicita e cristologia esplicita. Tra gli elementi di cristologia implicita che essi riscontrano nei vangeli non pochi corrispondono a quelli sui quali fa leva anche Benedetto XVI nel suo libro: la formula ‘Amen’, nel particolare uso che ne fa Gesú, la consapevolezza con la quale Gesú contrappone alla Torah e all’autorità di Mosè il suo “Ma io vi dico…”, il particolare modo di rapportarsi al Padre, soprattutto la distinzione tra “Padre mio” e “Padre vostro”, il perdono dei peccati, la superiorità rivendicata con forza da Gesú sul Battista che pure viene definito “il più grande dei profeti” [9]

Sarebbe ingeneroso misconoscere la ricchezza teologica e spirituale del libro di Benedetto XVI su Gesú, misurandolo unicamente con il metro del Gesú storico. Certo, è un libro scritto da credente per credenti e per persone interessate a conoscere il Cristo della tradizione e della Chiesa. Egli stesso dichiara di non volere entrare nella disputa che è propria della ricerca storico-critica, ma di presuppurla e di andare oltre “mirando a una interpretazione propriamente teologica”[10]. Io vedo il suo libro più sulla linea di Il Signore. Riflessioni sulla persona e la vita di Gesù Cristo di Romano Guardini e prevedo per esso una tenuta molto più duratura nel tempo di quanto avrebbe potuto avere un’ennesima discussione, di carattere necessariamente apologetico, sul Gesú storico.

Il papa si richiama esplicitamente all’esegesi canonica, cioè a quel tipo di esegesi credente che parte dalla convinzione di fede che Dio non ha un solo modo di rivelarsi al mondo, quello della storia; ne ha molti altri, tra cui il più importante è l’ispirazione biblica. Su questa convinzione che permette di leggere non solo “il frammento nel tutto” (cioè un testo nel contesto), come fanno i moderni, ma anche “il tutto nel frammento”, come facevano i Padri (cioè l’intera Bibbia riflessa in ogni sua parte) si basa la lettura spirituale della Scrittura fatta dalla Chiesa lungo i secoli e di cui H. de Lubac, in una magistrale opera, ha messo in luce la coerenza e la fecondità[11].

È molto significativo che la scelta del papa di attenersi al Gesú dei vangeli trovi, per certi versi, una conferma autorevolissima nella recente monumentale monografia di James Dunn ricordata sopra. In essa, dopo una serrata analisi dei risultati degli ultimi tre secoli di ricerche, lo studioso giunge alla conclusione che non c’è stata nessuna cesura tra il Gesú predicante e il Gesú predicato e quindi tra il Gesú della storia e quello della fede. Questa non è nata dopo la Pasqua, ma con i primi incontri dei discepoli, i quali sono divenuti discepoli proprio perché hanno creduto nel Rabbi di Nazareth.

La difficoltà di risalire dai vangeli sinottici al Gesú reale è nata in buona parte dal fatto che non si è tenuto conto delle leggi che regolano la trasmissione delle tradizioni fondatrici di una comunità presso gruppi umani dalla cultura non scritta, come erano quelli tra cui si formarono e circolarono i racconti su Gesù. Lo studio di tali leggi (tuttora verificabili presso gruppi umani di cultura pre-letteraria) mostra che un fatto o un discorso ritenuto importante per la storia e la vita della comunità può trasmettersi con singolare accuratezza nei suoi elementi centrali, pur variando nei particolari a ogni ri-narrazione, per rispondere alle esigenze del momento.

La critica storica (compresa la Formgeschichte, o storia delle forme) ha tacitamente proiettato all’epoca del Nuovo Testamento le leggi che portano oggi all’edizione definitiva di un libro: riedizioni successive, ognuna basata sulla precedente, che modifica, aggiungendo o togliendo qualcosa. Questo ha creato l’illusione di poter risalire da uno strato al precedente, fino a isolare un ipotetico nucleo originario, che finisce quasi sempre per riflettere da vicino l’opzione di partenza dello studioso di turno.

Cosa giungiamo a conoscere per questa via? Non - almeno direttamente - l’”interiorità segreta” di Cristo, cosa egli pensava di se stesso, ma il “Gesú come era ricordato”; “ricordato” però – e qui sta la differenza - non a distanza di tempo, dopo la Pasqua, da discepoli e comunità che reinterpretavano i fatti e gli insegnamenti mossi da interessi estranei, ma da coloro che per primi avevano visto e udito e avevano cominciato da subito a dare forma ai racconti.

Letti in questo modo, afferma lo studioso, “i vangeli sinottici attestano un modello e una tecnica di trasmissione orale che hanno garantito una stabilità e una continuità nella tradizione di Gesú maggiori di quelle che si sono sin qui generalmente immaginate”.

4. Lo spartiacque della Pasqua

Per molti storici la Pasqua non rappresenta un salto di qualità nella cristologia, ma un inizio assoluto. Ma più la ricerca storica accentua questo fossato più aumenta le proprie difficoltà. Abbandonata da tutti la tesi di Reimarus della truffa cosciente dei discepoli, come si spiega un tale inizio? Tutto il futuro sviluppo della fede in Cristo riposerebbe sulla risurrezione, ma poi quando si va a guardare si vede che riposa sul nulla perché la risurrezione stessa è spiegata con la fede, come fatto soggettivo e non reale. Il cristianesimo appare una immensa piramide rovesciata il cui vertice poggia nel vuoto.

Non è qui il luogo di intavolare un ennesimo dibattito sulla risurrezione. Mi limito solo a citare un’affermazione dello studioso inglese H. Dodd che condivido in pieno: “L’idea che l’imponente edificio della storia del cristianesimo sia come un’enorme piramide posta in bilico su un fatto insignificante è certamente meno credibile dell’affermazione che l’intero evento – e cioè il dato di fatto più il significato a esso inerente – abbia realmente occupato un posto nella storia paragonabile a quello che gli attribuisce il Nuovo Testamento”[12].

La risurrezione, si dice, è una metafora; è vero, ma il senso della metafora, come ha messo in luce P. Ricoeur, non è di dire una cosa diversa dalla realtà, ma di dire, della realtà, quello che non si può dire in modo diverso. La risurrezione in se stessa si colloca al limitare o addirittura fuori del tempo e dello spazio e quindi della storia, ma c’è qualcosa che avviene nel tempo e nello spazio e che lo storico è tenuto a spiegare.

Quello che si offre alla considerazione dello storico e gli permette di parlare della risurrezione, sono due fatti: primo, l’improvvisa e inspiegabile fede dei discepoli, una fede così tenace da resistere perfino alla prova del martirio; secondo, la spiegazione che di tale fede gli interessati, cioè i discepoli, ci hanno lasciato. Resta sempre pertinente l’osservazione di Martin Dibelius: “Nel momento decisivo, quando Gesù fu catturato e giustiziato, i discepoli non nutrivano alcuna attesa di una risurrezione. Essi fuggirono e dettero per finito il caso di Gesù. Dovette quindi intervenire qualcosa che in poco tempo non solo provocò il cambiamento radicale del loro stato d’animo, ma li portò anche a un’attività del tutto nuova e alla fondazione della Chiesa. Questo “qualcosa” è il nucleo storico della fede di Pasqua”[13]. Di questo “qualcosa” si sono tentate infinite spiegazioni alternative, ma finora nessuna ha resistito più a lungo del proprio autore.

5. La venerazione di Gesù Cristo

Dove e quando inizia dunque quello che chiamiamo ‘cristianesimo’? Se per cristianesimo si intende correttamente la venerazione di Gesú di Nazareth come Signore e essere divino, esso inizia con la Pasqua e la Pentecoste. Larry W. Hurtado, professore di lingua, letteratura e teologia del Nuovo Testamento all’università di Edimburgo, ha ripreso recentemente su basi nuove, alla luce cioè della riconosciuta matrice giudaica e non ellenistica del cristianesimo primitivo, lo studio sull’origine del culto di Gesú condotto da W. Bousset all’inizio del secolo scorso. Ed ecco la conclusione a cui giunge dopo una ricerca che si estende per 750 pagine:

“La venerazione di Gesú come figura divina, esplose all’improvviso e presto, non poco alla volta e tardi, tra cerchie di seguaci del I secolo. Più in particolare, le origini stanno nelle cerchie cristiane giudaiche dei primissimi anni. Solo un modo di pensare idealistico continua ad attribuire la venerazione per Gesú come figura divina all’influenza decisiva della religione pagana e all’influsso dei convertiti gentili, presentandola come recente e graduale. La venerazione di Gesú come ‘signore’, che trovava espressione adeguata nella venerazione cultuale e nell’obbedienza totale, era inoltre generale, non era confinata e attribuibile a cerchie particolari, ad esempio gli ‘ellenisti’ o i cristiani gentili di un ipotetico ‘culto di Cristo siriaco’. Con tutta la diversità del primo cristianesimo, la fede nella condizione divina di Gesú era incredibilmente comune. Le ‘eresie’ del primo cristianesimo postulavano largamente l’idea della divinità di Gesú. Non è questo in discussione. Il punto problematico, piuttosto, era se vi fosse spazio per un Gesú autenticamente umano”[14].

Certo, se uno mette a confronto il Gesú dei vangeli con il Cristo di Nicea e di Calcedonia, a prima vista sembra esserci un abisso di mezzo. Anche se uno mette a confronto un embrione fotografato nel grembo materno con l’uomo adulto che ne è nato sembra esserci un abisso di mezzo, eppure tutto quello che l’uomo è diventato era in germe nell’embrione. Gesú aveva paragonato il regno da lui predicato al più piccolo dei semi, destinato a crescere e diventare albero grande (Mt 13,32).

Secondo la fede della Chiesa, questo sviluppo, a parte tutti gli innegabili fattori storici, ha avuto un motore segreto: lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il grande assente dalla ricerca storica su Gesú. A sentire pronunciare questo nome lo storico farà un soprassalto, gridando che si passa ad altro genere, che si fa teologia. Ma può la ricerca storica su Gesú ignorare quello a cui Gesú stesso, in testi di innegabile autenticità, attribuisce il suo potere di scacciare i demoni e di operare miracoli? Oggi è di moda parlare di Gesú e dei primi discepoli come di “carismatici itineranti”, ma cosa rimane ai carismatici, se si prescinde dall’esperienza dello Spirito Santo?

Paolo e gli Atti degli apostoli attestano che dopo la Pasqua la comunità fa ad ogni passo l’esperienza di essere guidata dallo Spirito di Cristo. Giovanni esplicita questa coscienza facendola risalire a una promessa formale di Gesú: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 12-13). Una profezia post eventum? Sia pure, ma resta comunque da spiegare l’evento!

Lo Spirito Santo esula dal campo della storia, ma i suoi effetti sono nella storia e meritano pure di essere presi in considerazione. Questo sarebbe uno dei campi dove storia e teologia, anziché contrapporsi, dovrebbero lavorare insieme. È quello che James Dunn, l’autore di Christianity in the Making, ha fatto egregiamente nell’altra sua opera Gesú e lo Spirito. Uno studio dell’esperienza religiosa e carismatica di Gesú e dei primi cristiani[15].

6. Uno o tanti cristianesimi?

Mi resta da dire qualcosa a proposito della tesi secondo cui all’origine non ci sarebbe un cristianesimo, ma molti cristianesimi, cioè interpretazioni diverse del messaggio di Cristo, eliminate via via dalla crescente pressione dell’ortodossia sotto la regia della chiesa di Roma. È possibile, perché no?, parlare di diversi cristianesimi, anziché di tendenze diverse all’interno di una stessa realtà in formazione, ma allora bisogna dire la stessa cosa di quasi tutte le istituzioni e le grandi novità della storia: non parlare di una religione ebraica ma di più religioni ebraiche, non di un rinascimento ma di più rinascimenti, di più rivoluzioni francesi e così via, perché tutte queste realtà sono il risultato di processi di scontro e di decantazione di tendenze e fattori diversi. I sociologi ci insegnano che è ciò che avviene di solito nel passaggio da un movimento “statu nascenti” all’istituzione cui esso da luogo.

L’idea avanzata da qualche parte di ripartire da capo, rimettendo tutte le tessere nel sacco, cioè tutti i cristianesimi sepolti di nuovo in lizza, per dar vita a una forma nuova e inedita di esso, mi fa pensare al progetto di un nuovo Esperanto e al suo esito.

Bisogna semmai riconoscere all’ortodossia delle origini il merito di aver condotto questa battaglia con i libri e i decreti, senza mandare al rogo nessuno, né Marcione, né Valentino, né Montano. Si dirà, non avrebbe potuto farlo; verissimo, ma sta di fatto che non l’ha fatto e almeno nei primi secoli della sua storia l’ortodossia non si è imposta con la forza e la conquista ma con gli argomenti e la vita. Le origini sono pure e ad esse possiamo guardare e ispirarci.

La tesi di una ortodossia che trionfa eliminando le concorrenze sotto la guida potente di Roma è una leggenda storiografica. L’ortodossia non si afferma all’origine con un movimento che va dal centro verso la periferia, ma al contrario con un movimento che va dalla periferia verso il centro. Le lotte contro l’ebionismo, il docetismo, l’encratismo non partirono da Roma, ma giunsero a Roma, da Antiochia di Siria, Asia Minore, Alessandria d’Egitto, Cartagine, Lione in Francia. Roma nei primi due secoli e mezzo di storia cristiana è più arbitro tra le parti che parte attiva nella lotta contro le eresie. A Nicea stessa l’influenza di Roma e dell’occidente in genere fu minima. Il giudizio sul ruolo di Roma nel trionfo dell’ortodossia è in buona parte frutto di una proiezione all’indietro di situazioni posteriori (se non addirittura contemporanee!).

Sarebbe interessante, se lo spazio lo permettesse, passare in rassegna le diverse forme, cosiddette di cristianesimo alternativo, per vedere quale di esse, se esistesse ancora, sarebbe accettata o accettabile da quegli stessi che ne lamentano la scomparsa. Non certo l’encratismo con il rifiuto di matrimonio e di possesso di beni; di sicuro non il marcionismo con il suo radicale antigiudaismo; neppure credo le varie forme di gnosticismo e di docetismo con il loro rifiuto del mondo materiale e la loro negazione dell’umanità reale di Gesù. Quanto ai famosi profeti e carismatici itineranti, tanto cari alla moderna ricerca sul Gesú storico, è curioso notare una cosa: oggi tale movimento è riapparso, per molti aspetti e in maniera spettacolare nelle chiese cristiane, ma alcuni studiosi del Gesú storico, lo guardano con ironia come frutto in blocco di fondamentalismo, irrazionalismo ed entusiasmo religioso. (Ne so qualcosa perché ne faccio, a volte, le spese anch’io!).

C’è, è vero, una corrente che oggi incontrerebbe il favore di molti studiosi, l’ebionismo, cioè quella forma di cristianesimo che resta praticamente nella matrice ebraica, ritenendo Gesú un uomo e mantenendo l’osservanza della Torah. Si trattò, pare di comunità isolate vissute ad est del Giordano, di cui sappiamo pochissimo. Esse si esaurirono da sole di fronte all’imporsi del cristianesimo di marca giudeo-ellenistico ed ellenistico. Non ci fu nessuna guerra contro di loro, nessun rogo di libri. Paradossalmente la loro memoria non è stata cancellata dall’ortodossia, come si afferma, ma conservata da essa. Se non fosse per la citazione di qualche loro scritto e idea da parte degli autori ortodossi, non sapremmo assolutamente nulla su di essi. Impegnati a combattere la corrente molto più agguerrita dello gnosticismo che, all’opposto degli ebioniti, faceva di Gesú solo un Dio e non un uomo, gli autori ortodossi dedicarono ad essi scarsa attenzione.

L’ortodossia del resto non ha annientato molte di queste forme alternative di cristianesimo, ma le ha fatte proprie liberandole dall’elemento “settario” e unilaterale che le rendeva ‘eretiche’. L’istanza dell’encratismo sopravvive nella Chiesa nello stato di verginità e nel monachesimo; l’istanza della gnosi è assunta, nel suo elemento valido, dagli alessandrini Clemente e Origene. Il profetismo itinerante, dopo la crisi iniziale dovuta agli eccessi montanisti, rispunterà nella Chiesa con i movimenti mendicanti del Medio evo.

7. Conclusione

Non posso terminare questa mia analisi senza far notare una contraddizione. Tutta la spasmodica ricerca del Gesú della storia, quando è condotta per distanziarlo dal Cristo della Chiesa, si risolve in definitiva in un radicale rifiuto della storia. La storia a cui Gesú ha dato luogo, che ha creato con la sua vita, non solo non è presa in considerazione, ma ogni forzo è fatto da alcuni per annullarla, alla ricerca di un punto di partenza staccato da essa, in antitesi con essa.

Non si applica in questo caso il principio ermeneutico della Wirkungsgeschichte, della storia degli effetti, che tiene conto non solo degli influssi subiti, ma anche degli effetti prodotti e degli influssi esercitati. L’interprete, afferma H.- G. Gadamer, non può porsi al di sopra della tradizione che lo lega al passato che sta studiando, ma può cominciare a capire adeguatamente soltanto in quanto parte di questa tradizione e grazie ad essa[16]. Non credo che ciò debba intendersi nel senso che solo chi aderisce interiormente al cristianesimo può capire qualcosa di esso, ma certo dovrebbe mettere in guardia dal credere che solo ponendosi al di fuori di esso si possa dire qualcosa di oggettivo su di esso.

È attraverso la Chiesa e per la Chiesa che Gesú ha cambiato il mondo. Senza “quello sbaglio chiamato cristianesimo”, come lo definisce qualcuno[17], non saremmo qui a parlare di lui. Gesú sarebbe oggi un oscuro rabbi della Galilea, il cui nome a malapena si leggerebbe in una nota a Tacito o a Giuseppe Flavio. Non ci sarebbero stati un Agostino, un Francesco d’Assisi, un Tommaso d’Aquino, Lutero, Pascal; non ci sarebbero state le cattedrali gotiche e le chiese romaniche, Dante, la pittura rinascimentale, Michelangelo e la Cappella Sistina, Bach e le sue Passioni, Mozart e le sue Messe. Non ci sarebbero stati, soprattutto, le innumerevoli schiere di uomini e donne che, in nome del Cristo conosciuto nella Chiesa, si sono chinati su tutte le sofferenze e le solitudini umane.

Siamo sicuri che il nostro mondo sarebbe migliore senza tutto questo? Il cristianesimo storico non è stato solo crociate, inquisizione o guerre di religione, anche se, ahimè, è stato anche questo.





[1] P. Fredriksen , From Jesus to Christ. The Origins of the New Testament Images of Jesus, 2nd edition,Yale University Press, 2000.

[2] Cf. E. P. Sanders, Jesus in Historical Context [http://theologytoday.ptsem.edu/oct1993/v50-3-article8.htm].

[3] J. Dunn, Christianity in the Making, I, Grand Rapids, Mich. 2003, cit. dall’edizione italiana: Gli albori del cristianesimo, I, 1, Paideia, Brescia 2006, p. 113.

[4] G. Theissen e Annette Merz, Der historische Jesus: ein Lehrbuch, Vandenhoeck & Ruprecht, G`ttingen 19992.Trad. ital. Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia 20032.

[5] J. Meier, A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus, Doubleday, New York 1991, cit. nell’edizione italiana Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Quesriniana, Brescia 20022.

[6] Sulla teoria di Gesú cinico cf. B. Griffin, Was Jesus a Philosophical Cynic? [http://www-oxford.op.org/allen/html/acts.htm].

[7] Cf. il saggio di Harold Bloom, “Whoever discovers the interpretation of these sayings…”, pubblicato in appendice all’edizione del Vangelo copto di Tommaso curata da Marvin Meyer: The Gospel of Thomas. The Hidden Sayings of Jesus, Harper Collins Publishers, San Francisco 1992.

[8] Op. cit. p. 624.

[9] Ib. pp. 636-646.

[10] Joseph Ratzinger –Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p. 409.

[11] Cf. H. de Lubac, Exégèse médiévale. Les quatre sens de l’Ecriture, 4 voll., Aubier, Paris 1959-1964.

[12] C.H. Dodd, Storia ed Evangelo, Brescia 1976, p. 87.

[13] M. Dibelius, Iesus, Berlino 1966, p. 117.

[14] L. Hurtado, Lord Jesus Christ. Devotion to Jesus in Earliest Christianity, Grand Rapids, Mich. 2003, cit. nell’ediz. italiana Signore Gesù Cristo, 2 voll. Paideia, Brescia 2007, p. 643.

[15] J. Dunn, Jesus and the Spirit. A Study of the religious and Charismatic Experience of Jesus and the First Christians as Reflected in the New Testament, SCM Press, London 1975.

[16] Cit. da Dunn, op, cit., I, p. 112.

[17] P. Hollenbach, The Historical Jesus Question, in BTB 19 (1989), p. 20.