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V Domenica di Quaresima (Anno C)

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Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.


IL COMMENTO

Una donna. Un peccato. L'umanità. I suoi peccati. Adulterio e idolatria. Una vita gettata nei letti degli amanti, e solitudine acre, tanta passione e niente amore. Solitudine. Come ora, lì nel mezzo, gli occhi e le mani puntati su di lei, le pietre pronte a colpire. E noi e i nostri giorni dissolti tra gli idoli muti incapaci d'amore, prestigio, denaro, affetto. E sempre più soli, un pugno di mosche tra le mani, sbattuti in mezzo alla strada, tremanti, aspettando solo la morte. La condanna già emessa, dev'essere solo eseguita. Si, così è la nostra vita, un battito di ciglia impaurito, rincorrere la gioia nella palude della solitudine. E invece siamo soli. Per quanto facciamo, pensiamo, desideriamo, siamo soli. Come questa donna. Nudi, come Adamo ed Eva. Il peccato appena consumato a piagare le spalle d'un peso insopportabile, ed una condanna sul capo, la morte in agguato. La fine d'ogni residua speranza. Quanti giorni così, quante ore. Alienazioni vuote, peggiori d'una lapidazione. Illusioni, a ferirci più d'una coltellata. In mezzo alla strada. In fondo alla vita. E Il Suo sguardo. Era lì. Ad aspettare. La storia che sembra stracciarci gli ultimi istanti, ci trascina da Lui. Dove tutto sembra perduto, dove le conseguenze dei nostri peccati sembrano gettarci senza speranza, dove la polvere secca d'una vita esanime sembra soffocare l'ultimo gemito, proprio lì ad insegnare. Il Suo trono di misericordia, la Sua cattedra d'amore. Il perdono, ad aspettare i nostri peccati. Il Suo sguardo, a sanare le nostre paure. Il Suo dito pigiato sulla terra, le Parole d'amore segnate con la potenza dello Spirito sui nostri poveri cuori. Di terra siam fatti, dalla terra veniamo, i nostri giorni come erba del campo, svaniscono in un baleno. Terra e carne, incapaci d'amare. La legge scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il cammino della vita tradito da cuori di pietra. E il Figlio, la Parola fatta carne perché a carne possa compiere la Parola, il dito di Dio nel dito del Figlio, lo Spirito Santo a cacciare il demonio, a riscattare le nostre vite, a scrivere la Legge nella nostre debolezze (L'inno "Veni, Creator Spiritus" invoca lo Spirito Santo come digitus paternae dexterae, dito della destra del Padre). Dov'è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Dove sono i nostri accusatori? Dove sono i nostri giustizieri? Dov'è il documento della nostra condanna? Tutto è svanito, ogni giudice si è dileguato all'apparire della verità. Siamo soli finalmente, di una benedetta solitudine. Quella che ci svela il volto di Dio nello sguardo di Cristo. Soli, per Lui. Senza speranza, per sperare solo in Lui. Senza gioia, per gioire solo di Lui. Senza nulla, per avere solo Lui. Noi e Lui, noi in mezzo e Lui con noi. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto ci condanna, e giustamente, e ragionevolmente, il Suo amore, l'ultima Parola. Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza.


« Tu certo devi averlo sentito / con « ferro e fuoco scavare la pietra, / perché mai più sulla terra qualcuno / solo scalfire potesse quei segni. / No, non poteva che essere lui, / che ti erompeva da dentro il cuore».

David M. Turoldo



APPROFONDIRE

V Domenica di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico


V Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici


S. Agostino. La donna adultera.

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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STRUMENTI



IL VANGELO E IL COMMENTO


Lc 5,1-11


In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.



IL COMMENTO

Un Maestro insegna e cambia la vita. E la storia del mondo. La Chiesa comincia a nascere da quel giorno sul lago di Galilea, da una barca che era di Pietro, e diventa quella di Gesù. Ne prende possesso e vi si siede, come un Re sul suo trono, come lo Sposo che entra nella sua casa. Da quel momento Pietro non sarà più lo stesso, la barca solcherà altri mari, le reti pescheranno altri pesci. Ed una parola a segnare il confine, una chiamata che rimbalza immediatamente in una missione. Nessuna chiamata è mai fine a se stessa; Dio chiama e invia, sempre. Spesso ci equivochiamo, ci disperdiamo contemplandoci nello specchio d'un disperato Narciso deluso, esattamente come Pietro dinnanzi all'enorme squilibrio tra lui e Gesù; più spesso ci afferriamo alla chiamata e ne facciamo ragione di vita, cercando successo e chiamandolo zelo. Ma non è così. Gesù prende possesso della nostra vita, del fondamento della nostra vita, delle nostre fibre più intime, come ha fatto con Pietro entrando nella sua barca, che era il suo sostentamento, il suo cibo, la sua vita. Gesù ci cerca, vuole esattamente noi, come ha voluto Pietro e la sua barca in mezzo a tante altre, come ha voluto gli altri Undici: "Scelse quelli che egli volle". E' la volontà di Dio che emerge prepotente e si posa, irresistibile, su ciascuno di noi. E' il cuore e il fondamento della chiamata: la volontà di Dio. Chi era Pietro, che cosa avesse fatto, quale il suo carattere, le sue predisposizioni, i suoi sentimenti, nulla ci è dato sapere. Aveva una barca, quindi era un pescatore, e tanto è bastato. Così come per ciascuno di noi, inutile cercare caratteristiche, idoneità, prerogative interiori o intellettuali. Nulla, non sono importanti. E per Pietro neanche sembra avere avuto importanza l'essersi scoperto e denunciato peccatore. Gesù lo rialza in tutta fretta, pescandolo dentro allo stupore e al senso d'indegnità che lo aveva fatto precipitare per terra. Umiltà fondamentale in ogni chiamata e ministero, ma non decisiva, non in quel momento almeno. Dovrà scoprire che quel sentirsi peccatore dinnanzi al miracolo stupefacente era ancora un semplice abbozzo; sperimenterà per via, con Gesù, la discesa alla verità, allo sfarinarsi delle sue presunzioni di fedeltà e amicizia, sino alle lacrime che solcheranno il suo viso esattamente nello stesso luogo dove Gesù lo aveva incontrato e lo aveva pescato. Quel giorno, risorto dalla morte, lo pescherà di nuovo dal fondo della sua debolezza, che diverrà roccia ferma incastrata nella misericordia di Dio. Da quel giorno sarà Pietro il pescatore e pastore di uomini, abbandonato all'amore del Maestro, esperto di misericordia e di fede, quella incrollabile che ha visto pescare nel suo cuore atterrito la speranza e il desiderio purissimi che vi si nascondevano. Gesù prende dunque possesso della barca di Pietro e ne fa la sua sinagoga, il trono per la sua parola e il suo compimento. La Chiesa è anche questo, il luogo della Parola proclamata e sempre compiuta. E' la predicazione di Gesù che cambia le sorti di quel mare che non aveva dato pesci. E' la Parola di Gesù che squarcia la notte e la fatica inconcludente di esperti pescatori rendendo quel mare sterile un seno fecondo. Così è per la Chiesa: la predicazione scuote la notte del mondo, richiama gli uomini come pesci in cerca di cibo. Senza la predicazione non può esservi alcuna missione. Quando la Chiesa dimentica il suo ministero fondamentale, la stoltezza dell'annuncio del Vangelo, si riduce a istituzione sterile, capace di opere meritorie, ma non di pescare uomini dal fondo della morte. La Chiesa è semore guardata da Gesù, e Pietro è ogni giorno di nuovo pregato di scostarsi un poco da terra, perchè è sempre in agguato la tentazione di ormeggiare la Chiesa ad un molo che sembra dare sicurezza; Gesù non può insegnare mentre la folla fa ressa intorno, per questo la Chiesa non può legarsi alla terra ferma: essa è nel mondo ma non è del mondo. Quanto moli suadenti e pericolosi si nascondono sul suo e sul nostro cammino: quelli che sembrano assicurare cittadinanza nel mondo, condizione che subdolamente si insinua come necessaria ed inevitabile per evangelizzare; e allora ecco presbiteri che dismettono l'abito, e con esso molte, troppe sante abitudini; ecco le attualizzazioni e le traduzioni della Scrittura che sono tradimenti che ne diluiscono il vigore salvifico; ecco la paura del rifiuto, dello scandalo, dellìessere segno di contraddizione cambiare il vino in acqua, lo splendore della Verità nel grigio degli accomodamenti relativistici; ecco i compromessi con i linguaggi e i criteri mondani, e strutture e uffici stampa e riunioni e commissioni, e mezzi e strumenti che presto si trasformano in armature pesanti e ingombranti come quella che soffocava Davide; per affrontare Golia, il principe di questo mondo, occorre essere sempre liberi, scostati da terra pr senza abbandonarla, ed in mano le cinque pietre di Davide, i cinque Libri della Torah, la Parola di Dio insegnata da Gesù. E' questa l'unica che realizza ciò che annuncia. Dal buio di una notte di fatiche sbattute contro il fallimento s'erge una Parola che si fa creatrice: nel nulla crea, ed è subito abbondanza. L'impossibile si fa possibile. E supera ogni desiderio e speranza. Abramo desiderava un figlio, Dio gli dona una discendenza. Pietro sperava del pesce per vivere, il Signore gliene dona da far quasi affondare la barca. Abramo desiderava essere padre nella sua famiglia, Dio lo fa Padre di una moltitudine immensa, un Popolo che giunge sino all'eternità; Pietro desiderava essere un buon pescatore, il Signore lo fa pescatore di uomini. La promessa di Dio supera sempre la sua fama, il compimento della sua volontà genera sempre infinito stupore perchè non solo colma l'angusta misura dei desideri umani, ma la dilata in spazi infiniti. Così è la chiamata di Dio, prende la mia vita e la trasforma in benedizione per tutti; sembra qualcosa di molto personale è invece affare che riguarda il mondo intero e la sua felicità. La vita di ciascuno di noi, quando è afferrata dal Signore, smette d'essere una matassa arrotolata su se stessa, nevrosi e angosce su come stare al mondo per essere accettato e amato; diventa una fonte di acqua viva a dissetare tutti, un seno di misericordia per chiunque si imbatta nelle nostre esistenze; non ci apparteniamo più, diveniamo la barca dove ormai è seduto Gesù, il Maestro che ama, salva, perdona; chiamati da Lui diveniamo un dono di Grazia per tutti. E' il mistero più profondo della Chiesa: una barca tra mille, povera, debole, fragile, è il sacramento di salvezza per tutte le Nazioni. Il fallimento che precede l'incontro con Cristo è parte integrante della Volontà di Dio, è la preparazione all'esplosione della sua Grazia. E' sempre stato così nella Scrittura: Abramo, Mosè, Davide, e poi le donne sterili, sino a Maria, senza peccato, ma fragile, piccola, vergine, come il nulla più santo della terra ad accogliere il tutto più Santo del Cielo. Nella barca di Pietro, come nella vita di ciascuno di noi, si compie di nuovo il mistero dell'incarnazione; quella barca come la casa di Nazaret, come ogni ora della nostra vita. C'è il nulla ad accogliere il Signore, ed è proprio quello che Lui desidera. Forse per questo ha scelto quella barca; nelle altre aveva forse scorto qualche pesce, piccolo frutto degli sforzi umani. Ma Lui aveva da sempre pensato a Pietro, al più fallito, ed in lui a tutti i falliti della storia, a ciascuno di noi. Quella notte di pesca infruttuosa è notte benedetta, come la notte del Sepolcro di Gerusalemme, come le notti della Creazione, del sacrificio di Isacco, dell'Esodo, del Messia, come recita il Poema delle Quattro Notti del Targum al libro dell’Esodo. Quante volte Pietro avrà ascoltato questo commento che traduceva nella sua lingua aramaica il brano dell'esodo che riguarda la Pasqua: «La prima notte, quando Jahvè si manifestò sul mondo del creato; il mondo era confusione e caos e le tenebre ricoprivano la superficie dell’abisso e la parola di Jahve era la luce che brillava: ed egli la chiamò Prima notte. La seconda notte, quando Jahvè si manifestò ad Abramo vecchio di cento anni e a Sara, sua moglie, di novanta anni perché si adempisse la Scrittura. Come mai Abramo a cento anni sta per generare e Sarà, sua moglie, a novanta sta per partorire? E la chiamò Seconda notte. La terza notte, quando Jahvè si manifestò agli Egiziani nel mezzo della notte: la sua mano uccideva i primogeniti degli Egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti d’Israele, perché si adempisse ciò che dice la Scrittura: il mio figlio primogenito è Israele e la chiamò Terza notte. La quarta notte, quando il mondo giungerà alla sua fine per essere sciolto: le catene di ferro saranno spezzate e le generazioni dell’empietà saranno distrutte e Mosè verrà dal deserto e il Re Messia dall’alto. È la notte della Pasqua per il nome di Jahve, stabilita e consacrata per la salvezza di tutte le generazioni di Israele. Questa è la Quarta notte». La notte dunque come un seno gravido di vita. Il segno che Gesù compie sarà lo stesso che compirà, nel medesimo luogo, dopo essere risuscitato dalla morte, e aver compiuto la sua pasqua. I pesci, immagine degli uomini che la Chiesa pescherà nei secoli, sono liberati dalle catene di ferro, è dunque giunto il Messia. "E' il Messia" griderà Pietro quella mattina di Pasqua, riconoscendolo proprio da quel segno; "è il Signore, lo aveva profetizzato quando mi ha chiamato e ha preso la mia vita". La notte apre il cammino al Signore, sempre. Per questo il Vangelo di questa domenica ci invita ad alzare lo sguardo e a prendere il largo di uno sguardo di fede; esso guarda oltre la superficie, e vede già nella notte la bendizione del giorno. Prendere il largo significa avere questo discernimento, senza il quale non si tolgono gli ormeggi e si resta ancorati alla paura. Il discernimento che si addice alla Chiesa e ai cristiani, che non conosce disperazione, che spera contro ogni speranza pur vedendo, con gli occhi della carne, morte e fallimento ovunque. Ma proprio dove il mondo vede solo macerie e cerca responsabili e capri espiatori in una spirale di violenze e rancori, la Chiesa incontra lo sguardo commosso del Signore, e lascia che le sue Parole rimbalzino attraverso le sue e rechino ovunque vita e risurrezione. Non può temere Pietro dinnanzi alla sua debolezza, neanche dinnanzi ai suoi peccati. Il Signore ha tratto vita laddove non ve n'era, e quel lago senza pesci non era altro che l'immagine della sua stessa vita. Della nostra vita. Ma basta una Parola di Gesù sulla quale gettare le reti eappare il miracolo. La Chiesa, e ciascuno di noi, conoscendo a fondo d'essere totale impedimento e nulla più, fondata esclusivamente sulla Parola di Dio può lasciare tutto e seguire il Signore. I mezzi e gli schemi di prima, le sicurezze e i criteri non sevono più. La Chiesa è Lui, è la sua Parola, il suo potere che si realizza nei sacramenti e nella predicazione, la comunione (secondo la parola greca utilizzata alla fine koinonoi) di quelli che erano stati umanamente solo soci in affari e che son diventati fratelli oltre la carne. Con il Signore possono gettarsi nel mondo a catturare vivi, come dice con forza l'originale greco del verbo pescare, tutti coloro che, nel mondo e nelle generazioni, giaccono morti nella notte.

Carsten Peter THIEDE. L'ambiente di Pietro

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tratto da: Simon Pietro dalla Galilea a Roma, (presentazione di Marta Sordi), Massimo, Milano 1999, p. 24-27.



Nativo della Galilea, non perse mai le sue caratteristiche regionali, e infatti la gente che gli stava vicino nel cortile del Sommo Sacerdote, dopo l'arresto di Gesù, lo riconobbe come galileo dal suo accento (Mc 14,70; Mt 26,73; Lc 22,59). È Giovanni a specificare la sua provenienza dalla Galilea, dicendo che Pietro e Andrea, suo fratello, erano di Betsaida (Gv 1,44). Molte tracce di questa località sono state scoperte recentemente. Comunque, il villaggio era stato elevato addirittura al rango di città dal tetrarca Filippo tra il 4 e il 2 a.C., come apprendiamo dalle Antichità giudaiche dello storico Giuseppe Flavio, un'opera ricca di notizie pubblicata intorno al 93/94 (7). Se il racconto di Giuseppe Flavio è corretto, e non c'è motivo di dubitarne, Betsaida, chiamata Julias dal tetrarca, può essere stata situata su una collina conosciuta come «et-Tel», a Est della confluenza del fiume Giordano con il Mare di Galilea (8).

Deve essere stato un luogo di una certa importanza, altrimenti Filippo non l'avrebbe elevata al rango di città, nonostante il suo nome originale significhi semplicemente «casa di pesca». Poiché Pietro aveva già lasciato Betsaida alla volta di Cafarnao quando lo incontriamo nel Vangelo di Marco, la città dovrebbe avere per noi un interesse solo marginale, non fosse altro per il fatto che Pietro fu allevato ed educato là e per il fatto che noi comprenderemo molto meglio il suo contesto educativo e culturale, se daremo uno sguardo alla vita e alla società nell'area di Betsaida durante il primo quarto del I secolo. Per troppo tempo si è sostenuto che la Galilea era culturalmente arretrata e che uno come Pietro non poteva aver scritto il greco elaborato della prima Lettera che porta il suo nome. Persino gli avversari di Pietro in Gerusalemme avevano profondi pregiudizi contro le sue origini, e, in verità, contro quelle dello stesso Gesù (cfr. At 4,13; Gv 7,41; Gv 1,46). La regione di Iturea e Traconitide (Lc 3,1) era stata ereditata dal tetrarca Filippo dopo la morte di suo padre, Erode il Grande, nel 4 d.C. Essa si estendeva a Nord-Est della Galilea propriamente detta, e Cesarea di Filippo, fondata da Filippo in persona, ne era la capitale. Betsaida, situata sulla punta nord del Mare di Galilea, era l'ultima città nel suo territorio per il viaggiatore diretto a Ovest; Cafarnao era esattamente nel territorio di suo fratello, Erode Antipa.

Filippo, «considerato il miglior governatore tra gli Erodi» (9), divenne in seguito marito della famigerata Salomè, figlia di Erodiade, che aveva preteso la testa di Giovanni Battista (Mc 6,21-25) (10). Filippo era un ellenizzante e favorì in ogni modo il diffondersi della cultura greco-romana. Il suo territorio conteneva una popolazione mista di lingua greca e aramaica, che viveva in un'atmosfera cosmopolita dovuta alla presenza di importanti vie commerciali, che collegavano Damasco nel Nord-Est con Tiro nel Nord-Ovest e con la «Decapoli» a Sud del Mare di Galilea. La regione era contraddistinta da influssi culturali di varia provenienza e da plurilinguismo. La costa nord-occidentale del Mare di Galilea era sulla cosiddetta «Via Maris», o Via del Mare, un'importante strada carovaniera da Damasco a Cesarea in Samaria, nota già ai tempi di Isaia (9,1).

Non si deve sottovalutare l'importanza di una tale prova circostanziale. Una buona conoscenza del greco doveva essere necessaria a persone come Pietro e i suoi compagni, Andrea, Giacomo e Giovanni (Mc 1,16; Lc 5,10), che erano impegnati nella pesca e nel commercio del pesce. Essi probabilmente udirono la gente parlare greco fin dai tempi dell'infanzia, e affinarono le loro capacità linguistiche non appena si dedicarono al loro mestiere. L'elemento ellenistico che li circondava è evidente già dai loro nomi: il vero nome di Pietro, Simone, è greco con un derivato aramaico (Simeone - At 15,14; 2 Pt 1,1) ed è documentato in letteratura fin dal 423 a.C., nella commedia di Aristofane "Le Nuvole" (11). Il nome di suo fratello, Andrea, è interamente greco, e così pure Filippo, il nome del loro compagno discepolo di Betsaida (Gv 1,44; 12,20-22). E' chiaro che i loro genitori avevano assorbito l'influenza ellenistica tanto da considerare naturale il fatto di dare ai propri figli nomi non aramaici. L'uso del greco presso gli ebrei è ampiamente documentato da fonti rabbiniche del primo secolo (12), e sia Gesù sia i suoi discepoli comunicavano con persone che parlavano greco. Le nostre fonti menzionano la donna siro-fenicia in Marco 7,26, una conversazione con Pilato in assenza di un interprete (Mc 15,25), il gruppo di ebrei ellenisti tra i discepoli in Atti 6,1, e il dialogo di Pietro con il centurione Cornelio in Atti 10,25-27, ma gli esempi potrebbero continuare.

Non lontano da Betsaida e da Cafarnao, sulla costa sud-orientale si trovava Hippos, una località famosa per la sua cultura ellenistica, e Gadara, circa sette miglia più a Sud, era legata alla letteratura e alla filosofia greche fin dai tempi dello scrittore satirico Menippo, che vi era nato nella prima metà del III sec. a.C. (13). L'elemento non ebraico nell'intera regione deve essere stato piuttosto significativo, se Isaia (9,1) e Matteo (4,15) la chiamano «Galilea dei Gentili». Così, l'area nella quale Pietro crebbe e avviò i suoi affari subiva da secoli un influsso di lingua e cultura greca, e tutti gli strati della società ne erano stati influenzati. Parlava un buon greco [...]. Con la sua lingua madre, l'aramaico, e l'ebraico - la lingua liturgica della sinagoga e dell'istruzione scolastica elementare della sinagoga, anch'essa a sua disposizione (14) - Pietro non deve essere stato lontano da quello che noi potremmo definire «trilingue». E non si deve escludere che avesse appreso qualche frase di latino da soldati romani, di bassa estrazione sociale e che non parlavano greco, nei dintorni o fra i suoi clienti (15). Prescindendo da queste capacità linguistiche, la sua educazione deve essere stata simile a quella ricevuta da qualsiasi ebreo che avesse frequentato la scuola elementare, di solito fino all'età di quattordici anni, nella quale normalmente si imparava a leggere, scrivere e memorizzare in maniera efficace (16).

Benedetto XVI. Pietro, il pescatore

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UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 maggio 2006

Pietro, il pescatore

Cari fratelli e sorelle,

nella nuova serie di catechesi abbiamo innanzitutto cercato di capire meglio che cosa sia la Chiesa, quale sia l’idea del Signore circa questa sua nuova famiglia. Poi abbiamo detto che la Chiesa esiste nelle persone. E abbiamo visto che il Signore ha affidato questa nuova realtà, la Chiesa, ai dodici Apostoli. Adesso vogliamo vederli uno ad uno, per capire nelle persone che cosa sia vivere la Chiesa, che cosa sia seguire Gesù. Cominciamo con san Pietro.

Dopo Gesù, Pietro è il personaggio più noto e citato negli scritti neotestamentari: viene menzionato 154 volte con il soprannome di Pétros, “pietra”, “roccia”, che è traduzione greca del nome aramaico datogli direttamente da Gesù Kefa, attestato 9 volte soprattutto nelle lettere di Paolo; si deve poi aggiungere il frequente nome Simòn (75 volte), che è forma grecizzata del suo originale nome ebraico Simeòn (2 volte: At 15,14; 2 Pt 1,1). Figlio di Giovanni (cfr Gv 1,42) o, nella forma aramaica, bar-Jona, figlio di Giona (cfr Mt 16,17), Simone era di Betsaida (cfr Gv 1,44), una cittadina a oriente del mare di Galilea, da cui veniva anche Filippo e naturalmente Andrea, fratello di Simone. La sua parlata tradiva l’accento galilaico. Anch’egli, come il fratello, era pescatore: con la famiglia di Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni, conduceva una piccola azienda di pesca sul lago di Genezaret (cfr Lc 5,10). Doveva perciò godere di una certa agiatezza economica ed era animato da un sincero interesse religioso, da un desiderio di Dio – egli desiderava che Dio intervenisse nel mondo – un desiderio che lo spinse a recarsi col fratello fino in Giudea per seguire la predicazione di Giovanni il Battista (Gv 1,35-42).

Era un ebreo credente e osservante, fiducioso nella presenza operante di Dio nella storia del suo popolo, e addolorato per non vederne l’azione potente nelle vicende di cui egli era, al presente, testimone. Era sposato e la suocera, guarita un giorno da Gesù, viveva nella città di Cafarnao, nella casa in cui anche Simone alloggiava quando era in quella città (cfr Mt 8,14s; Mc 1,29ss; Lc 4,38s). Recenti scavi archeologici hanno consentito di portare alla luce, sotto il pavimento a mosaico ottagonale di una piccola Chiesa bizantina, le tracce di una chiesa più antica sistemata in quella casa, come attestano i graffiti con invocazioni a Pietro. I Vangeli ci informano che Pietro è tra i primi quattro discepoli del Nazareno (cfr Lc 5,1-11), ai quali se ne aggiunge un quinto, secondo il costume di ogni Rabbi di avere cinque discepoli (cfr Lc 5,27: chiamata di Levi). Quando Gesù passerà da cinque a dodici discepoli (cfr Lc 9,1-6), sarà chiara la novità della sua missione: Egli non è uno dei tanti rabbini, ma è venuto a radunare l’Israele escatologico, simboleggiato dal numero dodici, quante erano le tribù d’Israele.

Simone appare nei Vangeli con un carattere deciso e impulsivo; egli è disposto a far valere le proprie ragioni anche con la forza (si pensi all’uso della spada nell’Orto degli Ulivi: cfr Gv 18,10s). Al tempo stesso, è a volte anche ingenuo e pauroso, e tuttavia onesto, fino al pentimento più sincero (cfr Mt 26,75). I Vangeli consentono di seguirne passo passo l’itinerario spirituale. Il punto di partenza è la chiamata da parte di Gesù. Avviene in un giorno qualsiasi, mentre Pietro è impegnato nel suo lavoro di pescatore. Gesù si trova presso il lago di Genèsaret e la folla gli fa ressa intorno per ascoltarlo. Il numero degli ascoltatori crea un certo disagio. Il Maestro vede due barche ormeggiate alla sponda; i pescatori sono scesi e lavano le reti. Egli chiede allora di salire sulla barca, quella di Simone, e lo prega di scostarsi da terra. Sedutosi su quella cattedra improvvisata, si mette ad ammaestrare le folle dalla barca (cfr Lc 5,1-3). E così la barca di Pietro diventa la cattedra di Gesù. Quando ha finito di parlare, dice a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone risponde: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,4-5). Gesù, che era un falegname, non era un esperto di pesca: eppure Simone il pescatore si fida di questo Rabbi, che non gli dà risposte ma lo chiama ad affidarsi. La sua reazione davanti alla pesca miracolosa è quella dello stupore e della trepidazione: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Gesù risponde invitandolo alla fiducia e ad aprirsi ad un progetto che oltrepassa ogni sua prospettiva: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). Pietro non poteva ancora immaginare che un giorno sarebbe arrivato a Roma e sarebbe stato qui “pescatore di uomini” per il Signore. Egli accetta questa chiamata sorprendente, di lasciarsi coinvolgere in questa grande avventura: è generoso, si riconosce limitato, ma crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del suo cuore. Dice di sì – un sì coraggioso e generoso -, e diventa discepolo di Gesù.

Un altro momento significativo nel suo cammino spirituale Pietro lo vivrà nei pressi di Cesarea di Filippo, quando Gesù pone ai discepoli una precisa domanda: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). A Gesù però non basta la risposta del sentito dire. Da chi ha accettato di coinvolgersi personalmente con Lui vuole una presa di posizione personale. Perciò incalza: «E voi chi dite che io sia?» (Mc 8,29). E’ Pietro a rispondere per conto anche degli altri: «Tu sei il Cristo» (ibid.), cioè il Messia. Questa risposta di Pietro, che non venne “dalla carne e dal sangue” di lui, ma gli fu donata dal Padre che sta nei cieli (cfr Mt 16,17), porta in sé come in germe la futura confessione di fede della Chiesa. Tuttavia Pietro non aveva ancora capito il profondo contenuto della missione messianica di Gesù, il nuovo senso di questa parola: Messia. Lo dimostra poco dopo, lasciando capire che il Messia che sta inseguendo nei suoi sogni è molto diverso dal vero progetto di Dio. Davanti all’annuncio della passione si scandalizza e protesta, suscitando la vivace reazione di Gesù (cfr Mc 8, 32-33). Pietro vuole un Messia “uomo divino”, che compia le attese della gente imponendo a tutti la sua potenza: è anche il desiderio nostro che il Signore imponga la sua potenza e trasformi subito il mondo; Gesù si presenta come il “Dio umano”, il servo di Dio, che sconvolge le aspettative della folla prendendo un cammino di umiltà e di sofferenza. È la grande alternativa, che anche noi dobbiamo sempre imparare di nuovo: privilegiare le proprie attese respingendo Gesù o accogliere Gesù nella verità della sua missione e accantonare le attese troppo umane. Pietro - impulsivo com’è - non esita a prendere Gesù in disparte e a rimproverarlo. La risposta di Gesù fa crollare tutte le sue false attese, mentre lo richiama alla conversione e alla sequela: «Rimettiti dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33). Non indicarmi tu la strada, io prendo la mia strada e tu rimettiti dietro di me.

Pietro impara così che cosa significa veramente seguire Gesù. È la sua seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Gn 22, dopo quella di Gn 12: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35). È la legge esigente della sequela: bisogna saper rinunciare, se necessario, al mondo intero per salvare i veri valori, per salvare l’anima, per salvare la presenza di Dio nel mondo (cfr Mc 8,36-37). Anche se con fatica, Pietro accoglie l’invito e prosegue il suo cammino sulle orme del Maestro.

E mi sembra che queste diverse conversioni di san Pietro e tutta la sua figura siano una grande consolazione e un grande insegnamento per noi. Anche noi abbiamo desiderio di Dio, anche noi vogliamo essere generosi, ma anche noi ci aspettiamo che Dio sia forte nel mondo e trasformi subito il mondo secondo le nostre idee, secondo i bisogni che noi vediamo. Dio sceglie un’altra strada. Dio sceglie la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà. E noi, come Pietro, sempre di nuovo dobbiamo convertirci. Dobbiamo seguire Gesù e non precederlo: è Lui che ci mostra la via. Così Pietro ci dice: Tu pensi di avere la ricetta e di dover trasformare il cristianesimo, ma è il Signore che conosce la strada. E’ il Signore che dice a me, che dice a te: seguimi! E dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di seguire Gesù, perché Egli è la Via, la Verità e la Vita.

IL PRIMATO DEL SUCCESSORE DI PIETRO NEL MISTERO DELLA CHIESA. J. Ratzinger

CONSIDERAZIONI DELLA
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
RIGUARDO GLI ATTI DEL SIMPOSIO SU
IL PRIMATO DEL SUCCESSORE DI PIETRO NEL MISTERO DELLA CHIESA



La Congregazione per la Dottrina della Fede, proseguendo l’approfondimento della tematica riguardante Il Primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, tema del Simposio svoltosi in Vaticano dal 2 al 4 dicembre 1996, di cui sono stati appena pubblicati gli Atti a cura della Libreria Editrice Vaticana, propone le Considerazioni che riportiamo di seguito:

1. Nell'attuale momento della vita della Chiesa, la questione del Primato di Pietro e dei Suoi Successori presenta una singolare rilevanza, anche ecumenica. In questo senso si è espresso con frequenza Giovanni Paolo II, in modo particolare nell'Enciclica Ut unum sint, nella quale ha voluto rivolgere specialmente ai pastori ed ai teologi l'invito a «trovare una forma di esercizio del Primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova(1).

La Congregazione per la Dottrina della Fede, accogliendo l'invito del Santo Padre, ha deciso di proseguire l'approfondimento della tematica convocando un simposio di natura prettamente dottrinale su Il Primato del Successore di Pietro, che si è svolto in Vaticano dal 2 al 4 dicembre 1996, e di cui sono stati pubblicati gli Atti(2).

2. Nel Messaggio rivolto ai partecipanti al simposio, il Santo Padre ha scritto: «La Chiesa Cattolica è consapevole di aver conservato, in fedeltà alla Tradizione Apostolica e alla fede dei Padri, il ministero del Successore di Pietro(3). Esiste infatti una continuità lungo la storia della Chiesa nello sviluppo dottrinale sul Primato. Nel redigere il presente testo, che compare in appendice al suddetto volume degli Atti(4), la Congregazione per la Dottrina della Fede si è avvalsa dei contributi degli studiosi, che hanno preso parte al simposio, senza però intendere offrirne una sintesi né addentrarsi in questioni aperte a nuovi studi. Queste "Considerazioni" - a margine del Simposio - vogliono solo ricordare i punti essenziali della dottrina cattolica sul Primato, grande dono di Cristo alla sua Chiesa in quanto servizio necessario all'unità e che è stato anche spesso, come dimostra la storia, una difesa della libertà dei Vescovi e delle Chiese particolari di fronte alle ingerenze del potere politico.

I

ORIGINE, FINALITA E NATURA DEL PRIMATO

3. «Primo Simone, chiamato Pietro(5). Con questa significativa accentuazione della primazia di Simon Pietro, San Matteo introduce nel suo Vangelo la lista dei Dodici Apostoli, che anche negli altri due Vangeli sinottici e negli Atti inizia con il nome di Simone(6). Questo elenco, dotato di grande forza testimoniale, ed altri passi evangelici(7) mostrano con chiarezza e semplicità che il canone neotestamentario ha recepito le parole di Cristo relative a Pietro ed al suo ruolo nel gruppo dei Dodici(8). Perciò, già nelle prime comunità cristiane, come più tardi in tutta la Chiesa, l'immagine di Pietro è rimasta fissata come quella dell'Apostolo che, malgrado la sua debolezza umana, fu costituito espressamente da Cristo al primo posto fra i Dodici e chiamato a svolgere nella Chiesa una propria e specifica funzione. Egli è la roccia sulla quale Cristo edificherà la sua Chiesa(9); è colui che, una volta convertito, non verrà meno nella fede e confermerà i fratelli(10); è, infine, il Pastore che guiderà l'intera comunità dei discepoli del Signore(11).

Nella figura, nella missione e nel ministero di Pietro, nella sua presenza e nella sua morte a Roma -attestate dalla più antica tradizione letteraria e archeologica- la Chiesa contempla una profonda realtà, che è in rapporto essenziale con il suo stesso mistero di comunione e di salvezza: «Ubi Petrus, ibi ergo Ecclesia(12). La Chiesa, fin dagli inizi e con crescente chiarezza, ha capito che come esiste la successione degli Apostoli nel ministero dei Vescovi, così anche il ministero dell'unità, affidato a Pietro, appartiene alla perenne struttura della Chiesa di Cristo e che questa successione è fissata nelle sede del suo martirio.

4. Basandosi sulla testimonianza del Nuovo Testamento, la Chiesa Cattolica insegna, come dottrina di fede, che il Vescovo di Roma è Successore di Pietro nel suo servizio primaziale nella Chiesa universale(13); questa successione spiega la preminenza della Chiesa di Roma(14), arricchita anche dalla predicazione e dal martirio di San Paolo.

Nel disegno divino sul Primato come «ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori(15), si manifesta già la finalità del carisma petrino, ovvero «l'unità di fede e di comunione(16) di tutti i credenti. Il Romano Pontefice infatti, quale Successore di Pietro, è «perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli(17), e perciò egli ha una grazia ministeriale specifica per servire quell'unità di fede e di comunione che è necessaria per il compimento della missione salvifica della Chiesa(18).

5. La Costituzione Pastor aeternus del Concilio Vaticano I indicò nel prologo la finalità del Primato, dedicando poi il corpo del testo a esporre il contenuto o ámbito della sua potestà propria. Il Concilio Vaticano II, da parte sua, riaffermando e completando gli insegnamenti del Vaticano I(19) ha trattato principalmente il tema della finalità, con particolare attenzione al mistero della Chiesa come Corpus Ecclesiarum(20). Tale considerazione permise di mettere in rilievo con maggiore chiarezza che la funzione primaziale del Vescovo di Roma e la funzione degli altri Vescovi non si trovano in contrasto ma in un'originaria ed essenziale armonia(21).

Perciò, «quando la Chiesa Cattolica afferma che la funzione del Vescovo di Roma risponde alla volontà di Cristo, essa non separa questa funzione dalla missione affidata all'insieme dei Vescovi, anch'essi "vicari e legati di Cristo" (Lumen gentium, n. 27). Il Vescovo di Roma appartiene al loro collegio ed essi sono i suoi fratelli nel ministero(22). Si deve anche affermare, reciprocamente, che la collegialità episcopale non si contrappone all'esercizio personale del Primato né lo deve relativizzare.

6. Tutti i Vescovi sono soggetti della sollicitudo omnium Ecclesiarum(23) in quanto membri del Collegio episcopale che succede al Collegio degli Apostoli, di cui ha fatto parte anche la straordinaria figura di San Paolo. Questa dimensione universale della loro episkopè (sorveglianza) è inseparabile dalla dimensione particolare relativa agli uffici loro affidati(24). Nel caso del Vescovo di Roma -Vicario di Cristo al modo proprio di Pietro come Capo del Collegio dei Vescovi(25)-, la sollicitudo omnium Ecclesiarum acquista una forza particolare perché è accompagnata dalla piena e suprema potestà nella Chiesa(26): una potestà veramente episcopale, non solo suprema, piena e universale, ma anche immediata, su tutti, sia pastori che altri fedeli(27). Il ministero del Successore di Pietro, perciò, non è un servizio che raggiunge ogni Chiesa particolare dall'esterno, ma è iscritto nel cuore di ogni Chiesa particolare, nella quale «è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo(28), e per questo porta in sé l'apertura al ministero dell'unità. Questa interiorità del ministero del Vescovo di Roma a ogni Chiesa particolare è anche espressione della mutua interiorità tra Chiesa universale e Chiesa particolare(29).

L'Episcopato e il Primato, reciprocamente connessi e inseparabili, sono d'istituzione divina. Storicamente sono sorte, per istituzione della Chiesa, forme di organizzazione ecclesiastica nelle quali si esercita pure un principio di primazia. In particolare, la Chiesa Cattolica è ben consapevole della funzione delle sedi apostoliche nella Chiesa antica, specialmente di quelle considerate Petrine -Antiochia ed Alessandria- quali punti di riferimento della Tradizione apostolica, intorno a cui si è sviluppato il sistema patriarcale; questo sistema appartiene alla guida della Provvidenza ordinaria di Dio sulla Chiesa, e reca in sé, dagli inizi, il nesso con la tradizione petrina(30).

II

L'ESERCIZIO DEL PRIMATO E LE SUE MODALITA'

7. L'esercizio del ministero petrino deve essere inteso -perché «nulla perda della sua autenticità e trasparenza(31)- a partire dal Vangelo, ovvero dal suo essenziale inserimento nel mistero salvifico di Cristo e nell'edificazione della Chiesa. Il Primato differisce nella propria essenza e nel proprio esercizio dagli uffici di governo vigenti nelle società umane(32): non è un ufficio di coordinamento o di presidenza, né si riduce ad un Primato d'onore, né può essere concepito come una monarchia di tipo politico.

Il Romano Pontefice è -come tutti i fedeli- sottomesso alla Parola di Dio, alla fede cattolica ed è garante dell'obbedienza della Chiesa e, in questo senso, servus servorum. Egli non decide secondo il proprio arbitrio, ma dà voce alla volontà del Signore, che parla all'uomo nella Scrittura vissuta ed interpretata dalla Tradizione; in altri termini, la episkopè del Primato ha i limiti che procedono dalla legge divina e dall'inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione(33). Il Successore di Pietro è la roccia che, contro l'arbitrarietà e il conformismo, garantisce una rigorosa fedeltà alla Parola di Dio: ne segue anche il carattere martirologico del suo Primato.

8. Le caratteristiche dell'esercizio del Primato devono essere comprese soprattutto a partire da due premesse fondamentali: l'unità dell'Episcopato e il carattere episcopale del Primato stesso. Essendo l'Episcopato una realtà «una e indivisa(34), il Primato del Papa comporta la facoltà di servire effettivamente l'unità di tutti i Vescovi e di tutti i fedeli, e «si esercita a svariati livelli, che riguardano la vigilanza sulla trasmissione della Parola, sulla celebrazione sacramentale e liturgica, sulla missione, sulla disciplina e sulla vita cristiana(35); a questi livelli, per volontà di Cristo, tutti nella Chiesa -i Vescovi e gli altri fedeli- debbono obbedienza al Successore di Pietro, il quale è anche garante della legittima diversità di riti, discipline e strutture ecclesiastiche tra Oriente ed Occidente.

9. Il Primato del Vescovo di Roma, considerato il suo carattere episcopale, si esplica, in primo luogo, nella trasmissione della Parola di Dio; quindi esso include una specifica e particolare responsabilità nella missione evangelizzatrice(36), dato che la comunione ecclesiale è una realtà essenzialmente destinata ad espandersi: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda(37).

Il compito episcopale che il Romano Pontefice ha nei confronti della trasmissione della Parola di Dio si estende anche all'interno di tutta la Chiesa. Come tale, esso è un ufficio magisteriale supremo e universale(38); è una funzione che implica un carisma: una speciale assistenza dello Spirito Santo al Successore di Pietro, che implica anche, in certi casi, la prerogativa dell'infallibilit(39). Come «tutte le Chiese sono in comunione piena e visibile, perché tutti i pastori sono in comunione con Pietro, e così nell'unità di Cristo(40), allo stesso modo i Vescovi sono testimoni della verità divina e cattolica quando insegnano in comunione con il Romano Pontefice(41).

10. Insieme alla funzione magisteriale del Primato, la missione del Successore di Pietro su tutta la Chiesa comporta la facoltà di porre gli atti di governo ecclesiastico necessari o convenienti per promuovere e difendere l'unità di fede e di comunione; tra questi si consideri, ad esempio: dare il mandato per l'ordinazione di nuovi Vescovi, esigere da loro la professione di fede cattolica; aiutare tutti a mantenersi nella fede professata. Come è ovvio, vi sono molti altri possibili modi, più o meno contingenti, di svolgere questo servizio all'unità: emanare leggi per tutta la Chiesa, stabilire strutture pastorali a servizio di diverse Chiese particolari, dotare di forza vincolante le decisioni dei Concili particolari, approvare istituti religiosi sopradiocesani, ecc.Per il carattere supremo della potestà del Primato, non v'è alcuna istanza cui il Romano Pontefice debba rispondere giuridicamente dell'esercizio del dono ricevuto: «prima sedes a nemine iudicatur(42). Tuttavia, ciò non significa che il Papa abbia un potere assoluto. Ascoltare la voce delle Chiese è, infatti, un contrassegno del ministero dell'unità, una conseguenza anche dell'unità del Corpo episcopale e del sensus fidei dell'intero Popolo di Dio; e questo vincolo appare sostanzialmente dotato di maggior forza e sicurezza delle istanze giuridiche -ipotesi peraltro improponibile, perché priva di fondamento- alle quali il Romano Pontefice dovrebbe rispondere. L'ultima ed inderogabile responsabilità del Papa trova la migliore garanzia, da una parte, nel suo inserimento nella Tradizione e nella comunione fraterna e, dall'altra, nella fiducia nell'assistenza dello Spirito Santo che governa la Chiesa.

11. L'unità della Chiesa, al servizio della quale si pone in modo singolare il ministero del Successore di Pietro, raggiunge la più alta espressione nel Sacrificio Eucaristico, il quale è centro e radice della comunione ecclesiale; comunione che si fonda anche necessariamente sull'unità dell'Episcopato. Perciò, «ogni celebrazione dell'Eucaristia è fatta in unione non solo con il proprio Vescovo ma anche con il Papa, con l'ordine episcopale, con tutto il clero e con l'intero popolo. Ogni valida celebrazione dell'Eucaristia esprime questa universale comunione con Pietro e con l'intera Chiesa, oppure oggettivamente la richiama(43), come nel caso delle Chiese che non sono in piena comunione con la Sede Apostolica.

12. «La Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo(44). Anche per questo, l'immutabile natura del Primato del Successore di Pietro si è espressa storicamente attraverso modalità di esercizio adeguate alle circostanze di una Chiesa pellegrinante in questo mondo mutevole.

I contenuti concreti del suo esercizio caratterizzano il ministero petrino nella misura in cui esprimono fedelmente l'applicazione alle circostanze di luogo e di tempo delle esigenze della finalità ultima che gli è propria (l'unità della Chiesa). La maggiore o minore estensione di tali contenuti concreti dipenderà in ogni epoca storica dalla necessitas Ecclesiae. Lo Spirito Santo aiuta la Chiesa a conoscere questa necessitas ed il Romano Pontefice, ascoltando la voce dello Spirito nelle Chiese, cerca la risposta e la offre quando e come lo ritiene opportuno.

Di conseguenza, non è cercando il minimo di attribuzioni esercitate nella storia che si può determinare il nucleo della dottrina di fede sulle competenze del Primato. Perciò, il fatto che un determinato compito sia stato svolto dal Primato in una certa epoca non significa da solo che tale compito debba necessariamente essere sempre riservato al Romano Pontefice; e, viceversa, il solo fatto che una determinata funzione non sia stata esercitata in precedenza dal Papa non autorizza a concludere che tale funzione non possa in alcun modo esercitarsi in futuro come competenza del Primato.

13. In ogni caso, è fondamentale affermare che il discernimento circa la congruenza tra la natura del ministero petrino e le eventuali modalità del suo esercizio è un discernimento da compiersi in Ecclesia, ossia sotto l'assistenza dello Spirito Santo e in dialogo fraterno del Romano Pontefice con gli altri Vescovi, secondo le esigenze concrete della Chiesa. Ma, allo stesso tempo, è chiaro che solo il Papa (o il Papa con il Concilio ecumenico) ha, come Successore di Pietro, l'autorità e la competenza per dire l'ultima parola sulle modalità di esercizio del proprio ministero pastorale nella Chiesa universale.

* * *

14. Nel ricordare i punti essenziali della dottrina cattolica sul Primato del Successore di Pietro, la Congregazione per la Dottrina della Fede è certa che la riaffermazione autorevole di tali acquisizioni dottrinali offre maggior chiarezza sulla via da proseguire. Tale richiamo è utile, infatti, anche per evitare le ricadute sempre nuovamente possibili nelle parzialità e nelle unilateralità già respinte dalla Chiesa nel passato (febronianesimo, gallicanesimo, ultramontanismo, conciliarismo, ecc). E, soprattutto, vedendo il ministero del Servo dei servi di Dio come un grande dono della misericordia divina alla Chiesa, troveremo tutti -con la grazia dello Spirito Santo- lo slancio per vivere e custodire fedelmente l'effettiva e piena unione con il Romano Pontefice nel quotidiano camminare della Chiesa, secondo il modo voluto da Cristo(45).

15. La piena comunione voluta dal Signore tra coloro che si confessano suoi discepoli richiede il riconoscimento comune di un ministero ecclesiale universale «nel quale tutti i Vescovi si riconoscano uniti in Cristo e tutti i fedeli trovino la conferma della propria fede(46). La Chiesa Cattolica professa che questo ministero è il ministero primaziale del Romano Pontefice, Successore di Pietro, e sostiene con umiltà e con fermezza «che la comunione delle Chiese particolari con la Chiesa di Roma, e dei loro Vescovi con il Vescovo di Roma, è un requisito essenziale -nel disegno di Dio- della comunione piena e visibile(47). Non sono mancati nella storia del Papato errori umani e mancanze anche gravi: Pietro stesso, infatti, riconosceva di essere peccatore(48). Pietro, uomo debole, fu eletto come roccia, proprio perché fosse palese che la vittoria è soltanto di Cristo e non risultato delle forze umane. Il Signore volle portare in vasi fragili(49) il proprio tesoro attraverso i tempi: così la fragilità umana è diventata segno della verità delle promesse divine.

Quando e come si raggiungerà la tanto desiderata mèta dell'unità di tutti i cristiani? «Come ottenerlo? Con la speranza nello Spirito, che sa allontanare da noi gli spettri del passato e le memorie dolorose della separazione; Egli sa concederci lucidità, forza e coraggio per intraprendere i passi necessari, in modo che il nostro impegno sia sempre più autentico(50). Siamo tutti invitati ad affidarci allo Spirito Santo, ad affidarci a Cristo, affidandoci a Pietro.

+ JOSEPH Card. RATZINGER
Prefetto

+ TARCISIO BERTONE
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario

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(1) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-V-1995, n. 95.

(2) Il Primato del Successore di Pietro, Atti del Simposio teologico, Roma 2-4 dicembre 1996, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Lettera al Cardinale Joseph Ratzinger,in Ibid, p. 20.

(4) Il Primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede, in Ibid, Appendice, pp. 493-503. Il testo è pubblicato anche in un apposito fascicolo, edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

(5) Mt 10, 2.

(6) Cfr. Mc 3, 16; Lc 6, 14; At 1, 13.

(7) Cfr. Mt 14, 28-31; 16, 16-23 e par.; 19, 27-29 e par.; 26, 33-35 e par.; Lc 22, 32; Gv 1, 42; 6, 67-70; 13, 36-38; 21, 15-19.

(8) La testimonianza per il ministero petrino si trova in tutte le espressioni, pur differenti, della tradizione neotestamentaria, sia nei Sinottici -qui con tratti diversi in Matteo e in Luca, come anche in San Marco-, sia nel corpo Paolino e nella tradizione Giovannea, sempre con elementi originali, differenti quanto agli aspetti narrativi ma profondamente concordanti nel significato essenziale. Questo è un segno che la realtà Petrina fu considerata come un dato costitutivo della Chiesa.

(9) Cfr. Mt 16, 18.

(10) Cfr. Lc 22, 32.

(11) Cfr. Gv 21, 15-17. Sulla testimonianza neotestamentaria sul Primato, cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, nn. 90 ss.

(12) S. AMBROGIO DI MILANO, Enarr. in Ps., 40, 30: PL 14, 1134.

(13) Cfr. ad esempio S. SIRICIO I, Lett. Directa ad decessorem, 10-II-385: Denz-Hün, n. 181; CONC. DI LIONE II, Professio fidei di Michele Paleologo, 6-VII-1274: Denz-Hün, n. 861; CLEMENTE VI, Lett. Super quibusdam, 29-IX-1351: Denz-Hün, n. 1053; CONC. DI FIRENZE, Bolla Laetentur caeli, 6-VII-1439: Denz-Hün, n. 1307; PIO IX, Lett. Enc. Qui pluribus, 9-XI-1846: Denz-Hün, n. 2781; CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 2: Denz-Hün, nn. 3056-3058; CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, cap. III, nn. 21-23; CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 882; ecc.

(14) Cfr. S. IGNAZIO D'ANTIOCHIA, Epist. ad Romanos, Intr.: SChr 10, 106-107; S. IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, III, 3, 2: SChr 211, 32-33.

(15) CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 20.

(16) CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, proemio: Denz-Hün, n. 3051. Cfr. S. LEONE I MAGNO, Tract. in Natale eiusdem, IV, 2: CCL 138, p. 19.

(17) CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 23. Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, proemio: Denz-Hün, n. 3051; GIOVANNI PAOLO II, Enc. Ut unum sint, n. 88. Cfr. PIO IX, Lett. del S. Uffizio ai Vescovi d'Inghilterra, 16-IX-1864: Denz-Hün, n. 2888; LEONE XIII, Lett. Enc. Satis cognitum, 29-VI-1896: Denz-Hün, nn. 3305-3310.

(18) Cfr. Gv 17, 21-23; CONC. VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 1; PAOLO VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 8-XII-1975, n. 77: AAS 68 (1976) 69; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 98.

(19) Cfr. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 18.

(20) Cfr. ibidem, n. 23.

(21) Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 3: Denz-Hün, n. 3061; cfr. Dichiarazione collettiva dei Vescovi tedeschi, genn.-febbr. 1875: Denz-Hün, nn. 3112-3113; LEONE XIII, Lett. Enc. Satis cognitum, 29-VI-1896: Denz-Hün, n. 3310; CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium , n. 27. Come spiegò PIO IX nell'Allocuzione dopo la promulgazione della Costituzione Pastor aeternus: «Summa ista Romani Pontificis auctoritas, Venerabiles Fratres, non opprimit sed adiuvat, non destruit sed aedificat, et saepissime confirmat in dignitate, unit in caritate, et Fratrum, scilicet Episcoporum, jura firmat atque tuetur» (Mansi 52, 1336 A/B).

(22) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 95.

(23) 2 Cor 11, 28.

(24) La priorità ontologica che la Chiesa universale, nel suo essenziale mistero, ha rispetto ad ogni singola Chiesa particolare (cfr. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio, 28-V-1992, n. 9) sottolinea anche l'importanza della dimensione universale del ministero di ogni Vescovo.

(25) Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 3: Denz-Hün, n. 3059; CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 22; cfr. CONC. DI FIRENZE, Bolla Laetentur caeli, 6-VII-1439: Denz-Hün, n. 1307.

(26) Cfr. CONC. VATICANO I Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 3: Denz-Hün, nn. 3060.3064.

(27) Cfr. Ibidem; CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 22.

(28) CONC. VATICANO II, Decr. Christus Dominus, n. 11.

(29) Cfr. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio, n. 13.

(30) Cfr. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 7 e 9.

(31) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 93.

(32) Cfr. ibidem, n. 94.

(33) Cfr. Dichiarazione collettiva dei Vescovi tedeschi, genn.-febbr. 1875: Denz-Hün, n. 3114.

(34) CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, proemio: Denz-Hün, n. 3051.

(35) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 94.

(36) Cfr. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 23; LEONE XIII, Lett. Enc. Grande munus, 30-IX-1880: ASS 13 (1880) 145; CIC can. 782 § 1.

(37) PAOLO VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 14. Cfr. CIC can. 781.

(38) Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 4: Denz-Hün, nn. 3065-3068.

(39) Cfr. ibidem: Denz-Hün, nn. 3073-3074; CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 25; CIC can 749 § 1; CCEO can. 597 § 1.

(40) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 94.

(41) Cfr. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 25.

(42) CIC, can. 1404; CCEO, can. 1058. Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 3: Denz-Hün, n. 3063.

(43) CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio, n. 14. Cfr. CATECHI SMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1369.

(44) CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 48.

(45) Cfr. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 15.

(46) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 97.

(47) Ibidem.

(48) Cfr. Lc 5, 8.

(49) Cfr. 2 Cor 4, 7.

(50) GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 102.

Lc 5,1-11: lo stupore

Appunti di esegesi


  • l'inizio del racconto di questa sera, della narrazione di Luca, è molto pacato e tranquillo. Se guardiamo i vv. 1-3 ecco cosa si descrive: Gesù è in riva al lago ed è attorniato dalla folla; non ci meravigliamo: già dal cap. 4 si diceva che la fama di Gesù si diffondeva dappertutto, e dopo l'insuccesso di Nazareth la predicazione e l'attività taumaturgica (i miracoli) di Gesù hanno ripreso alla grande, senza sosta: insegna a Cafarnao, scaccia un demonio, guarisce la suocera di Pietro e tutti gli ammalati e indemoniati della città; poi si sposta da Cafarnao, costeggiando il lago, e non è da meravigliarsi se con tutto questo è circondato da molta gente. Anzi, così tanta gente che per andare meglio a predicare, o per non essere schiacciato dalla folla, Gesù chiede alloggio sulla barca di Simone. Sale sulla barca, prega Simone di scostarsi un poco da terra, si siede (come un bravo maestro) e insegna. Avete notato i movimenti di Gesù? All'inizio sta sulla riva, insieme alla folla; poi sale nella barca e, insieme a Pietro, si scosta un po' da terra; e così contemporaneamente si allontana dalla folla e si avvicina a Pietro. È solo il primo passo dell'incontro tra Gesù e Pietro, perché Gesù continua a parlare con la folla e non si rivolge ancora a Simone. Però Luca avverte questo movimento e decide di non raccontarci la predica, l'insegnamento di Gesù (quella di Nazareth può bastare); in mezza riga liquida il discorso e al v. 4 ha già dimenticato la folla. Con il v. 4 entriamo nel vivo della narrazione, e i personaggi sono Gesù, Pietro, e gli altri che erano con lui


  • i vv. 4-7 sono il racconto di un miracolo: sulla parola di Gesù, Pietro getta le reti e pesca una quantità enorme di pesci. Ma riassunto così come ho fatto io il miracolo non dice nulla; in realtà nel racconto di Luca c'è tutta una serie di dati, di dettagli, di sfumature che dice come sia stato un miracolo gigantesco, una cosa eccezionale. Primo dato: Gesù non è un pescatore, ma Simone sì; e ha già pescato tutta la notte senza prendere nulla (la notte, tra parentesi, è il momento più propizio per pescare); quindi Gesù riesce laddove dei pescatori, cioè dei professionisti, nel tempo migliore della giornata che è la notte, hanno già provato a pescare, ma inutilmente, senza risultato. Questo è un primo dato che fa risaltare il miracolo di Gesù. Un secondo elemento è la quantità smisurata di pesci; Luca dice in tutti i modi che i pesci pescati da Pietro e compagni sono tantissimi: «presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano; vennero i compagni dell'altra barca e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano». È un miracolo eccezionale quello a cui assistono, o meglio sono partecipi, Pietro e i suoi compagni; un miracolo straordinario, impressionante, ad effetto


  • e ha proprio fatto effetto questo miracolo su Pietro e sugli altri che erano con lui; è quanto ci raccontano i vv. 8-11: rimangono tutti impressionati. La reazione di Pietro, poi, è quella su cui Luca attira di più la nostra attenzione: «al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore"» (v. 8). Attenzione: Pietro non dice "ho peccato" (come il Figlio Prodigo: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te», Lc 15,18.21), ma "sono peccatore": questa frase non ha un significato morale, come se a Pietro fossero venuti in mente i peccati della sua vita, vedendo tutti questi pesci. Con il gesto di prostrarsi ai piedi di Gesù e dire "allontanati da me, perché sono un peccatore" Pietro esprime tutta la grandezza di Gesù e la piccolezza sua. Come Isaia, che di fronte a Dio che si rivela in tutta la sua gloria dice: «Ohimè, sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono, in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito» (Is 6,5). Nella Bibbia c'è la consapevolezza che non si può avvicinare troppo Dio e tutto ciò che lo riguarda; chi vede Dio muore (es. Gdc 13,22: dopo la visione di un angelo il padre di Sansone dice alla moglie «Moriremo certamente perché abbiamo visto Dio»). Pietro è così profondamente consapevole di avere di fronte una persona eccezionale, che non si ritiene degno di stare alla sua presenza. Tutta la grandezza, allora, con cui avviene il miracolo, la pesca miracolosa, ha questo scopo: impressionare Pietro e quelli che erano con lui, lasciarli stupiti e quasi tramortiti, far loro percepire la straordinarietà di quella persona che sta lì, in barca con loro


  • Pietro conosceva già Gesù: aveva guarito sua suocera (Lc 4,38-39) e poi sempre a Cafarnao aveva fatto tanti altri miracoli (guarigioni ed esorcismi: Lc 4,40-41); ma quelli erano miracoli "normali", se si può dire così; nel senso che dopo Simone era tornato a fare il suo lavoro. Questa volta invece l'esito è diverso, l'uomo cambia vita: «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono», così finisce il nostro racconto al v. 11. Non c'è neanche bisogno che Gesù formalizzi la chiamata, dica «Seguitemi»; dopo il miracolo, per Pietro Giacomo e Giovanni tutto diventa secondario, relativo, rispetto a Gesù. Proprio tutto diventa relativo, anche la gran quantità di pesce pescato: capito, o meglio intuito chi è Gesù, non portano neanche via il pesce, ma lo lasciano lì, insieme con le reti la barca e tutto il resto: lasciato tutto, lo seguirono. Non so se si può usare questa immagine, ma tutto quel pesce su cui il racconto di Luca insiste tanto è solo un'esca con cui Gesù attira a sé Pietro, Giacomo e Giovanni; ed è stata un'esca azzeccata, ad hoc: Gesù non ha fatto roteare il sole, volare gli alberi, saltare le montagne per impressionare questi tre uomini; erano pescatori e li ha stupiti facendo fare loro una pesca meravigliosa. Ma tutto aveva un solo scopo: che rimanessero incantati da Gesù, che si accorgessero di lui, che percepissero la sua presenza eccezionale, ammaliante, prioritaria su tutto il resto. Incontrato Gesù, dei pesci non è più interessato niente a nessuno



Spunti di meditazione


  • sembra proprio che sia un modo di fare di Dio, che non spinge, ma attira; non forza, ma affascina; non costringe, ma stupisce, incanta, seduce, per usare un'immagine di Geremia. Potrebbe anzi essere bello rileggere qualche passaggio del capitolo 20 di Geremia: «mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso» (v. 1); ma questo "mi hai fatto forza" non è di chi è costretto, quanto piuttosto di chi è ammaliato nell'intimo: «Mi dicevo: "non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome", ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (v. 9). Questo è il modo di agire di Dio. Vi ho messo nel foglietto anche la vocazione di Isaia, che ha uno schema molto simile a quella di Pietro: Dio affascina Isaia, che si sente impuro perché percepisce la presenza di Dio, e allora è pronto per la missione (cfr. Is 6,1-8)


  • certo, leggendo la vocazione di Pietro non bisogna cadere nella tentazione di farne uno standard: Pietro era una persona impulsiva e Gesù l'ha affascinato con un miracolo. S. Agostino invece era un tipo intelligentissimo e molto riflessivo, ed è arrivato ad incontrare il Signore, è stato affascinato da lui solo dopo un lungo cammino intellettuale (non solo, ma molto); di fronte ad un miracolo, il giovane Agostino avrebbe forse reagito con scetticismo, non con lo stupore di Pietro. Gedeone invece era un tipo pratico e provato dalla vita; leggiamo nel libro dei Giudici al cap. 6 (Gdc 6, 11-24) che l'angelo del Signore gli appare per mandarlo a liberare Israele dai Madianiti e gli dice «Il Signore è con te, uomo forte e valoroso» (v. 12), e lui gli risponde: «Se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo?» (v. 13) – Israele era infatti oppresso dai nemici Madianiti –, e poi aggiunge: dammi un segno, perché io possa sapere che sei proprio un angelo del Signore e non l'ennesima illusione; l'angelo del Signore gli concede un segno, e così conquista Gedeone


  • per cui forse non tutti adesso, pregando, ricorderemo il giorno e l'ora esatti in cui siamo stati folgorati da Dio. Però tutti possiamo tracciare un percorso, mettere insieme delle tappe, congiungere i puntini e vederne emergere una figura. Magari guardando indietro ci verrà da sorridere, al pensiero di come il Signore ci ha conquistati con cose che adesso ci sembrano banali, guardandole cinque o dieci o venti anni dopo; come i pesci di Pietro, erano solo un'esca, l'importante è avere incontrato lui


  • chi di noi è sposato dovrebbe aver diritto ad una mezzora supplementare di preghiera, perché dev'essere bello ripercorrere la storia dell'incontro con la propria moglie o marito, oltre a quella dell'incontro con Dio. Ma un po' tutti possiamo ricordare con stupore di come magari per sbaglio abbiamo incontrato una persona, che poi ci è divenuta amico/a, e le nostre vite sono state legate per sempre


  • leggere la storia "Le strade della vita": K. Blixen, La Mia Africa (Feltrinelli; Milano 1959; Universale Economica Feltrinelli, Milano 200023) 198-200 fino alle prime due righe in alto

ALLONTANATI DA ME, HANS URS VON BALTHASAR

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Sono un uomo peccatore. Perché parlo ancora con te? L'alito della mia bocca ti colpisce come veleno e ti insudicia. Va' via e spezza questo legame impossibile. C'è stato un tempo in cui ero un peccatore come gli altri, e potevo giustamente afferrare il dono della tua grazia, il dono del mio pentimento, come il mendicante la monetina di rame, che gli viene gettata nel cappello rotondo, e potevo allora comperarmi la zuppa e il pane e vivere grazie a te. Mi si consentiva di gustare la felicità del pentimento. Potevo masticare l'erba amara della contrizione come un beneficio della tua grazia. Un'amarezza di grazia superaddolciva l'amarezza della mia colpa. Ma oggi? Che fare? Verso dove trascinarmi carponi dal momento che non mi vedresti più e che non ti sono più di peso e la mia contrizione non ti importuna più? Ti ho peccato in faccia, e la bocca, che ha toccato mille volte le tue labbra, le tue labbra divine, ha baciato le labbra del mondo e ha pronunciato le parole: «Non ti conosco». Non lo conosco quest'uomo. Se lo avessi conosciuto, non l'avrei potuto tradire in questo modo. In un modo così spensierato, così ovvio. E se l'avessi forse conosciuto, non l'avrei amato. Perché l'amore non tradisce così, non si volta e ne se va con la faccia più innocente, l'amore non dimentica l'amore. Il fatto che io, dopo tutto quello che c'è stato tra noi, potevo buttarti via in questo modo dimostra solo che non ero degno del tuo amore, che io stesso non ho mai avuto dell'amore. Non è orgoglio, non è umiltà, è semplicemente la verità se ti dico: basta. Non voglio che un raggio della tua purezza venga a perdersi nel mio inferno. È bello quando l'amore si degrada nel volgare, ma è intollerabile se esso nel volgare diventa volgare. Esiste un tradimento cui non si può più rimediare. Rimane un resto nell' eternità, il mio occhio non potrà mai più incontrare il tuo. Getterò nel tempio i trenta denari, ma ti prego non prendere questa azione per un pentimento. Questa nobile parola qui non si adatta. La mia anima serra le sue labbra perché non le sfugga nessuna parola. La mia azione parla abbastanza, essa grida al cielo, ma sarebbe meglio se gridasse all'inferno. Fammi quest'ultimo regalo e voltati, non voglio più vedere questo volto coperto di sputi. Lavati la faccia, lasciami là dove sono, dove appartengo. Questa volta io so chi sono. Questa volta è definitiva.

Tu sai pure che il tuo apostolo ha detto: «Quelli che furono una volta illuminati, gustarono il dono celeste, diventarono partecipi dello Spirito Santo e gustarono la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro e tuttavia sono caduti di nuovo, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che quanto a loro crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all'infamia. Infatti quando una terra imbevuta dalla pioggia abbondante produce erbe utili a quanti la coltivano, viene a godere della benedizione da parte di Dio; ma se produce pruni e spine, non ha alcun valore ed è prossima alla maledizione da parte di Dio: sarà infine arsa nel fuoco». Basta ora con il concime e con l'albero sterile, che, io penso, voleva dimostrarti che troppa cura non fa bene. Taglialo e non se ne parli più.

Gli uomini hanno ferito il tuo cuore, ne sono profluiti acqua e sangue, gli uomini bevvero e guarirono, si lavarono e divennero puri. Ma io ho fatto una cosa tutta diversa. Ho puntato con un forte colpo al centro dell' amore. Ho ucciso l'amore. Ho colto il midollo più interno dell' amore, sapendo quel che facevo e ho toccato il nervo più delicato della sua vita. È crollato, non c'è più. Un cadavere pende dalla croce, io sto lontano da lì, covando la mia perduta vergogna. Sono il figlio della rovina.

Ho abusato della tua croce e della tua misericordia. Tutto è consunto fino all'ultima goccia. Anche il ritorno del figlio prodigo, anche la pecora impigliata nelle spine, la dramma perduta; tutto sprecato e buttato. Si può recitare venti volte questa scena, forse cinquanta, ma a un certo punto diventa insipida, non ha più sale. E percepisco di nuovo la voce del tuo apostolo: «Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la piena conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco pronto a divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Pensate quanto maggiore sarà il castigo di cui sarà ritenuto meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e considerato profano quel sangue dell' alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia! Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! lo darò il giusto! E ancora: il Signore giudicherà il suo popolo. Terribile cadere nelle mani del Dio vivente!».

Esiste una comunione dei santi. Esiste anche una comunione dei peccatori. Forse l'una e l'altra sono la stessa ed identica. Questa catena, quest'onda, che si avvolge e cresce avanzando attraverso i giorni e i secoli, un fiume sanguigno di colpe, la strada d'inciampo degli uomini che si trascinano a terra e si rialzano. Una sola vita di calda colpa e di caldo pentimento pulsa attraverso di essi e in mezzo a questo fiume oscuro di buono e cattivo dolore sono immerse anche le gocce salvifiche del Tuo sangue, Signore. Tu li salverai.

Io sono stato gettato fuori da questa comunione dei peccatori. Rigido e ferreo, rigirato come un grumo, sto fissato in disparte, il mio peccato non ha paragoni. Se quelli mancano, piange in mezzo a loro l'angelo di Dio. In me non c'è nessun angelo. Se quelli cadono, si spezza in essi un vaso segreto e il sentimento amaro ne sgorga come una vittima sacrificale. Ma in me non si spezza più niente, tutto vi è duro e chiuso inesorabilmente. Se quelli hanno peccato, possono pregare; ma quale preghiera potrei mai pronunciare io che non venga accompagnata dai sarcasmi dell'inferno? Che cosa credere, che cosa dirti? «Mi dispiace»? «Ti voglio amare»? Ho la prova sperimentale che non è vero. Negli altri geme l'offeso Spirito Santo. In me tutto rimane muto; questo può ben essere ciò che chiamano peccato contro lo Spirito. Gli altri cadono in ginocchio davanti alla croce. lo sono finito dietro la croce. Gli altri stanno nell'educazione di Dio: «Buona cosa che mi hai umiliato, così imparo a conoscere la tua giustificazione». lo ho percorso questa scuola da lungo tempo, da me la colpa non ha più una qualche parte che sia migliorabile. Essa è rotonda e sazia, non la si può aggredire da nessuna parte, una palla di fuoco e di ferro.

Lasciami solo. Neppure tua madre mi tocchi. Non sono uno da vedere per voi. Non sprecate con me la vostra misericordia, sarebbe un fallimento. Venga su di me quel che deve venire. A quello di destra, di là, hai promesso il paradiso. Gliela auguro di cuore. Lo ha meritato. Non sapeva quel che faceva. Siate insieme felici nel vostro eterno giardino. Ma per me non tormentarti. Resto quello della parte sinistra. E non tormentarmi neppure più con il tuo tormento. Cerca di dimenticarmi.

HA LAMPEGGIATO? Lungo come uno squarcio nella tenebra era visibile il frutto sulla croce, immobile, rigido come la morte, con occhi assenti e fissi, pallido come un verme, presumibilmente già morto. Questo era certo il suo corpo, ma dove è la sua anima? In quali spiagge senza confini, in quali profondità marine senz' acqua, sul fondo di quali cupe fiamme essa avanzava? A un tratto tutti lo sanno quelli che circondano il supplizio: egli è andato via. Un vuoto (non solitudine) a perdita d'occhio discende dai corpi penzoloni, non esiste più nulla fuori di questo vuoto di fantasmi. Il mondo con la sua forma è passato, si è spaccato come un sipario da cima a fondo, senza un suono; precipitò, si afflosciò, scoppiò come una vescica. Niente più che il niente. Niente anche la tenebra. Dio è morto. L'amore è morto. Tutto ciò che era, era un sogno che nessuno aveva mai sognato. Il presente è puro passato. Niente anche il futuro. La lancetta è scomparsa sul quadrante. Nessuna tensione più fra amore e odio, fra vita e morte. Si sono livellate entrambe le cose, e lo svuotamento dell'amore è passato nel vuoto dell'inferno. Solo una cosa ha perfettamente trapassato l'altra, il nadir sta nello zenith: nirvana.

Ha lampeggiato? Lungo come uno squarcio nel vuoto illimitato era visibile la forma di un cuore? Essa si muoveva tra vortici attraverso il caos senza cosmo, sospinta come una foglia o fornita essa stessa di ali, cacciata avanti veloce dalle sue proprie invisibili oscillazioni, sovrastando da sola al di sopra di un cielo disanimato e di una terra che non esiste più.

Caos. Al di là del cielo e dell'inferno. Nulla informe di là dai confini della creazione. È Dio questo? Dio è morto in croce. È questa la morte? Non si vedono morti. È questa la fine? Non c'è più nulla che abbia un fine. È questo il principio? Principio di che? In principio era il Verbo. Quale Verbo? Quale Verbo insensato informe incomprensibile? Ma guardate: che cos'è questo lieve chiarore, che comincia indeciso ad apparire, a delinearsi nell'infinitamente vacuo? Non ha né contenuto, né contorno; qualcosa di innominato, più solo di Dio, affiora dall'assolutamente vuoto. Non è nessuno. È prima di ogni cosa. È quello il principio? È piccolo e indeterminato come una goccia. È forse acqua. Ma non scorre. Acqua non è, è più torbido, meno trasparente, più viscoso di acqua. E neppure è sangue, perché il sangue è rosso, il sangue è vivo, il sangue ha una lingua umana che grida. Questo qui non è né acqua né sangue, è più antico di entrambi, un fluire caotico. Lentamente, lentamente, improbabilmente lenta la goccia comincia ad animarsi; non si sa se questo movimento è stanchezza infinita alla più estrema fine della morte, oppure il primo inizio: di che? Silenzio, silenzio! Trattenete il respiro dei pensieri. Troppo presto per pensare al giorno, alla speranza. Germe ancora troppo debole per bisbigliare di amore. Ma guarda bene: ora proprio si muove. Un filo liquido, debole, viscoso. Troppo presto per parlare di una sorgente. Cola perduto nel caos, disorientato, senza forma di gravità. Ma più ricco. Una sorgente nel caos. Zampilla dal puro niente. Zampilla da se stesso. Non è il principio di Dio, che dall'eternità pone con potenza se stesso nell'essere, come luce e vita e unitrina felicità. Non è il principio della creazione, che scivola lieve e sonnolenta dalle mani del Creatore. È un principio senza confronto. Come se la vita salisse dalla morte. Come se la stanchezza - così stanca che per gran tempo nessun sonno potrebbe ristorarla - come se la forza frantumata del tutto fondesse all' orlo più estremo dell' esaurimento, cominciasse a scorrere, perché lo scorrere è forse un segno e un simbolo della stanchezza che non può più trattenersi, perché ogni cosa forte e ferma si scioglie alla fine in acqua. Ma non era anche nata - al principio - dall' acqua? E questa sorgente nel caos, stanchezza che scorre, non è l'inizio di una nuova creazione?

Fascino del sabato Santo. Disorientata rimane la fontana caotica. Sedimento forse dell' amore del Figlio. Questo amore, versato fino all' estremo, avendo rotto ogni contenitore, mentre, l'antico mondo, è passato, si cerca una strada attraverso l'ombroso nulla in direzione del Padre. Oppure scorre nonostante tutto, inerme, inconsapevole, in direzione di una nuova creazione, non ancora esistente, innalzata, formata? Protoplasma; generando se stesso ab origine, il germe primo del cielo nuovo e della nuova terra? Sempre più ricca sgorga la fonte. Certo che sgorga da una ferita, è come il fiore, il frutto di una ferita, che si innalza come un albero da questa ferita. Ma la ferita non fa più male, la sofferenza è dimenticata da tempo, origine è passata, è la bocca di ieri della odierna sorgente. Ciò che qui viene versato non è più il dolore che soffre, è il dolore che ha sofferto. Non più l'amore che si offre, è l'amore già offerto. Solo la ferita c'è ancora: spalancata, la grande porta aperta, il caos, il nulla, da cui la sorgente affiora. Mai più sarà chiusa questa porta.

Allo stesso modo che la prima creazione non è zampillata sempre nuova che dal nulla, così questa creazione nuova, seconda, ancora non partorita, nuovo mondo colto nel suo sorgere primo, non deriva se non dalla ferita che più non si chiude. Ogni altra forma dovrà in futuro emergere da questo vuoto abissale, ogni salute dovrà trarre la sua forza da questa lancia che ferisce. O porta di vittoria della vita che ti innalzi come un grande arco! Schiere di grazie marciano corazzate di oro, escono da te con lance di fuoco. Coppa fontale della vita scavata sul fondo! Onda su onda scorrono da te inarrestabili, per sempre, onda di acqua e di sangue, a battezzare cuori pagani, dissetando definitivamente seti spasimanti di anime, avvolgendo i deserti del peccato, arricchendo oltre misura, stracolmando ogni capacità di recezione, bastando e avanzando per ogni desiderio.


IL CUORE DEL MONDO

OMELIA DI PAOLO VI SULLA PESCA MIRACOLOSA


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Domenica, 4 luglio 1965

La pagina del Santo Vangelo or ora letto ci presenta la pesca miracolosa, nella narrazione di San Luca, con una precisazione e una vivezza di particolari, che la rendono incantevole, evidente, nitidissima.

Il Santo Padre esorta i presenti a ricomporre nel proprio cuore il quadro meraviglioso: Gesù, pressato dalla folla che gli si stringe attorno, trova rifugio su una delle barche tornate da faticoso lavoro: adesso i pescatori stanno lavando e sistemando le reti. Il Signore sceglie la barca di Simone. E qui un primo commento. Il fatto di ascoltare questa pagine del Vangelo sulla tomba gloriosa di quel Simone, di Pietro, muove a meditare profondamente. Gesù elesse Simone figlio di Giona; gli cambiò il nome in Pietro con il disegno di costruire su di lui la più alta istituzione di tutti i tempi: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Un altro giorno lo chiamerà pastore, dandogli il mandato di pascere il mistico gregge; gli darà le chiavi del Regno dei cieli e il potere di sciogliere e legare nel campo dello spirito, per la salvezza delle anime.

Ma nel brano evangelico odierno, prosegue il Santo Padre, Gesù cambia la professione di Pietro e da semplice pescatore - Simone lavorava in società, in cooperativa, si direbbe oggi, con Giovanni e con il fratello di questi, Giacomo, possessori di un’altra barca - lo fa pescatore di uomini, di anime; apre cioè un orizzonte alla vita futura di colui che sarà il suo primo Vicario in terra.

La rete mistica di Pietro è oggi questa stessa Basilica che accoglie uomini d’ogni continente; intorno a Simone, trasformato in Pietro, il Signore intesse il suo messaggio, e le virtù nuove, per cui l’opera divina non è ristretta soltanto al povero Pietro, il quale alla pesca miracolosa rimane spaventato e si prostra in atto di profonda umiltà, ma - Gesù che consola l’interlocutore, lo dichiara - si propaga al mondo intero.

È il mistero della Chiesa: la salvezza dell’umanità incentrata in quest’uomo e nei successori di lui, deboli che siano, esclusivamente per volere e misericordia di Dio. Perciò le moltitudini confluiscono a questa rete di unione, verità e dottrina.

C’è, quindi, un motivo di esortare gli ascoltatori, ma specialmente le «Giovanissime», che oggi gremiscono la Basilica, a riflettere sulla realtà e definizione della Chiesa. La grande Madre subito dimostra come, nelle vicende umane, domina, sapientissima e divina, la mano del Signore.

Gesù Cristo chiama le anime e, architetto mirabile, costruisce la sua Chiesa. Ognuno di noi, nella mano di Dio che opera così alto prodigio di elevazione del genere umano e fa i nostri giorni terreni vigilia della vita futura, diviene protagonista della nuova storia.

Nessun fatto della vita umana, per quanto insigne e rilevante, può paragonarsi a questo, che indica il mistero della Provvidenza; lo Spirito Santo, disceso ad infiammare i cuori, ad illuminare le menti. Basta meditare, pur se lievemente, una tanto sublime realtà, per avvertire subito la presenza di Cristo nella Chiesa, e il nostro gioioso, necessario dovere. Siamo chiamati, infatti, a corrispondere alla grazia del Signore: e perciò come non amare questa sua Chiesa, come non difenderla, servirla, entusiasmarsi per essa?

In tale corrispondenza di devozione e di amore a Dio, le «Giovanissime» e tutti i fedeli troveranno una eccelsa vocazione: e nessuno, per piccolo ed umile ed insignificante che sia, rimane privo di speciale invito, perché è stato creato appunto per essere nella Chiesa, per farne parte viva e, in essa, dare testimonianza di carità, di verità, nell’unione meravigliosa voluta da Dio. L’interna fiamma susciterà le opere: ciascuno sarà impegnato a dispensare ovunque l’inestimabile dono; ognuno diverrà apostolo di Dio, con l’azione, la parola, il sacrificio.

Pietro, quando vide la pesca miracolosa, chiamò in aiuto Giovanni e Giacomo. Ecco l’esempio: anche le «Giovanissime» - nei compiti loro affidati di ausiliarie, collaboratrici - debbono cercare, debbono chiamare altre anime, affinché si inseriscano nell’armonia provvidenziale, e, ciascuna secondo le proprie possibilità, diano ad essa diffusione e gloria.

Adunque: per tante volenterose anime giovanili il ricordo di questa Messa è evidente. Siamo chiamati tutti a dar lode ed onore a Cristo nella sua Chiesa; è una fortuna e una gioia; il giogo soave del Signore giammai ci sarà di peso. Ascoltiamo fiduciosi e ubbidienti la sua parola ed Egli farà di ogni battezzato, di ogni militante nella Chiesa sua, un pescatore di anime.