Visualizzazione post con etichetta XII Domenica del Tempo Ordinario A. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta XII Domenica del Tempo Ordinario A. Mostra tutti i post

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, ANNO A



Concordanze di Mt. 10, 26 ss

P. Raniero Cantalamessa. Abbiate timore, ma non abbiate paura!

Commenti patristici

Sant’Isacco Siriano. « Non temete, voi valete più di molti passeri »

Sant’Ilario. Il Timore di Dio

San Patrizio. « Quello che ascoltate all’orecchio, predicatelo sui tetti »

Ratzinger - Benedetto XVI. SCRUTAMI E CONOSCI IL MIO CUORE

Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della XII Domenica del Tempo Ordinario, anno A






or



Sant’Isacco Siriano. « Non temete, voi valete più di molti passeri »



Sant’Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell’Iraq attuale)
Discorsi ascetici, 1a parte, n° 36

« Non temete, voi valete più di molti passeri »

Non occorre desiderare o cercare, senza necessità, dei segni visibili, mentre il Signore è sempre pronto a soccorrere i suoi santi. Egli non manifesta senza necessità la sua potenza in un’opera o in un segno visibile, per non attenuare l’aiuto che riceviamo da lui e non nuocerci. In questo modo egli provvede ai suoi santi. Vuole mostrare loro che l’attenzione segreta che porta loro non li lascia un’istante, ma in ogni cosa egli lascia loro condurre il combattimento secondo la misura delle loro forze perch? si diano la pena di pregare.

Se una difficoltà però li fa cadere quando sono malati o scoraggiati perch? la natura è debole, lui in persona fa tutto quanto è in suo potere perch? essi siano aiutati, nel modo giusto che solo egli conosce. Egli li rafforza segretamente per quanto può, perch? abbiano la forza di sopportare le difficoltà. Infatti nella fiducia che dà loro, egli toglie peso alla loro fatica, e mediante la visione di questa fede, li spinge a glorificarlo... Tuttavia se è necessario che sia chiarito questo aiuto segreto, egli lo fa, ma solo per necessità. Le sue vie sono di una grande sapienza; esse si manifestano nel bisogno e nella necessità, ma non in modo inopportuno.

Ratzinger - Benedetto XVI. SCRUTAMI E CONOSCI IL MIO CUORE



Salmo 138,13-18.23-24

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.

Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora.

Se Dio sopprimesse i peccatori! Allontanatevi da me, uomini sanguinari. Essi parlano contro di te con inganno: contro di te insorgono con frode.

Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici? Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici.

Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.

Questa parte del Salmo 138, è proposta alla Liturgia dei vespri del mercoledì della IV settimana. Dopo aver contemplato nella prima parte (cf vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa bellezza e passione punta verso la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cf v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia con il mistero dell’Incarnazione che ha il suo inizio con l’annuncio a Maria e si manifesta con la nascita del Figlio di Dio fattosi uomo, anzi, fattosi Bambino per la nostra salvezza.
Dopo aver considerato lo sguardo e la presenza del Creatore che spazia in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il vocabolo ebraico usato è stato inteso da qualche studioso della Bibbia come rimando all’«embrione», descritto in quel termine come una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di Dio (cf v. 16).

Dio plasma l’uomo

Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra (cf v. 15).
C’è innanzitutto il simbolo del vasaio e dello scultore che «forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro, proprio come si diceva nel libro della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo «tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei nervi «intessuti» sullo scheletro osseo. Anche Giobbe rievocava con forza queste e altre immagini per esaltare quel capolavoro che è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte... Ricordati che come argilla mi hai plasmato... Non mi hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11).

Già circondati dall’amore divino

Estremamente potente è, nel nostro Salmo, l’idea che Dio di quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena. Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro. Ma appare anche la grandezza di questa piccola creatura umana non nata, formata dalle mani di Dio e circondata dal suo amore: un elogio biblico dell’essere umano dal primo momento della sua esistenza.

Noi ora vorremmo affidarci alla riflessione che San Gregorio Magno, nelle sue Omelie su Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16).

Su quelle parole il Pontefice e Padre della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale.

E dice che anche i deboli nella fede e nella vita cristiana fanno parte dell’architettura della Chiesa, vi

«vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio e il prossimo e non trascurano di compiere il bene che possono.

Anche se non arrivano ancora ai doni spirituali, tanto da aprire l’anima all’azione perfetta e all’ardente contemplazione, tuttavia non si tirano indietro dall’amore di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo.

Per cui avviene che anch’essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all’edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo, tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore, nel quale trovano la loro solidità» (2,3,12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81).

Il messaggio di San Gregorio diventa una grande consolazione per tutti noi che procediamo spesso con fatica nel cammino della vita spirituale ed ecclesiale. Il Signore ci conosce e ci circonda tutti con il suo amore.

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 29-12-2005

San Patrizio. « Quello che ascoltate all’orecchio, predicatelo sui tetti »



San Patrizio (circa 385-vers 461), monaco missionario, vescovo
Confessione, § 43- 47 ; SC 249, 119

« Quello che ascoltate all’orecchio, predicatelo sui tetti »

Non per mia iniziativa ho cominciato questa opera, ma Cristo Signore mi ha ordinato di venire a trascorrere tra i pagani Irlandesi il resto dei miei giorni – se lo vuole il Signore e se mi custodisce da ogni via cattiva... Ma non confido in me stesso “finché sono in questo corpo votato alla morte” (2 Pt 1,13; Rm 7,24)... Non ho condotto una vita perfetta come altri fedeli; ma lo confesso al mio Signore e non arrossisco alla sua presenza. Infatti non mentisco: da quando l’ho conosciuto nella mia giovinezza, l’amore di Dio è cresciuto in me, insieme al suo timore, e fino a oggi, per la grazia del Signore, “ho conservato la fede” (2 Tm 4,7).

Rida dunque e mi insulti chiunque vorrà; io non tacerò e non nasconderò “i prodigi e i miracoli” (Dn 6,28) che il Signore che conosce ogni cosa mi ha mostrato, molti anni prima che succedessero. Per questo dovrei rendere senza sosta grazie a Dio, che tanto spesso ha perdonato la mia stupidità e la mia trascuratezza e non si è irritato neanche una sola volta contro di me, nonostante sia stato eletto vescovo. Il Signore mi “ha fatto grazia”, “in favore di mille generazioni” (Es 20,6), perché ha visto che ero disponibile... Infatti numerosi erano coloro he si opponevano a questa missione; parlavano anche fra di loro a mia insaputa e dicevano: “Perché costui si getta in un’impresa pericolosa presso degli stranieri che non conoscono Dio?” Non per malizia si esprimevano così; io stesso lo attesto: a causa della mia rustichezza non potevano capire perché io fossi stato nominato vescovo. Neanch’io sono stato pronto a riconoscere la grazia che era in me. Ora tutto questo è diventato chiaro per me.

Ora dunque, espongo semplicemente ai miei fratelli e ai miei compagni di servizio che mi hanno creduto, perché “ho predicato prima e lo ripeto ora” (2 Cor 13,2), allo scopo di fortificare e di confermare la vostra fede. Possiate anche voi ricercare scopi più elevati e compiere opere più eccellenti. Questo sarà la mia felicità, poiché “il figlio saggio rende lieto il padre” (Pr 10,1).

Commento al Vangelo della XII domenica del Tempo Ordinario A




IL Commento

Siamo indissolubilmente legati al Signore che ci ha inviati. Non possiamo pensare un destino diverso dal suo. E' l'opera che Dio ha pensato per ciascuno di noi, suoi familiari. Il demonio ci inganna e ci porta a temere quello di cui invece non v'è d'aver paura.
Le persecuzioni, le calunnie, la croce, sono scritte nel libro della nostra vita. Certo la paura umana di fronte alle sofferenze è normale. Ma qui si tratta di un timore che condiziona la nostra esistenza, che ci spinge a scappare, ad alienarci e sbiadisce i contorni della verità sino a confonderli con la menzogna.
Abbandonati al Signore occorre imparare il santo timore di Dio. Quel timore di perdere la sua Grazia, il suo amore, la sua familiarità. Il timore che è principio di Sapienza e di immortalità. Il timore che ha le radici nella speranza del compimento di questo amore che già, qui ed ora, stiamo pregustando. Siamo preziosi ai suoi occhi.
Ed in noi è prezioso per Dio ogni uomo, anche chi ci perseguita. Unico timore è l'inferno, per cui ogni istante della nostra vita è speso a testimoniare il Cielo per strappare questa generazione dall'inganno che connduce alla Geenna. Il nostro santo timore è la porta del Cielo per chi ci è accanto. Familiari, amici, colleghi, nemici.

Sant’Ilario. Il Timore di Dio



dai "Trattati sui salmi" di sant’Ilario, vescovo (Sal 127, 1-3; CSEL 22, 628-630)


"Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie" (Sal127,1). Ogni volta che nella Scrittura si parla del timore del Signore, bisogna tener presente che non si trova mai da solo, come se per noi bastasse alla completezza della fede, ma gli vengono aggiunti o anteposti molti altri valori. Da questi si comprende l’essenza e la perfezione del timor di Dio come sappiamo da quanto è detto nei Proverbi di Salomone: "Se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore" (Pro2,3-5). Vediamo da ciò per quanti gradi si arriva al timore di Dio. Anzitutto, chiesto il dono della sapienza si deve affidare tutto il compito dell’approfondimento al dono dell’intelletto, con il quale ricercare e investigare la sapienza. Solo allora si potrà comprendere il timore del Signore. Certamente il modo comune di ragionare degli uomini non procede così circa il timore. Infatti il timore è considerato come la paura che ha l’umana debolezza quando teme di soffrire ciò che non vorrebbe gli accadesse. Tale genere di timore si desta in noi con il rimorso della colpa, di fronte al diritto del più potente, o all’attacco del più forte, a causa di una malattia, per l’incontro con una bestia feroce o, infine, per la sofferenza di qualsiasi male. Non è questo il timore che qui si insegna, perché esso deriva dalla debolezza naturale. In questa linea di timore, infatti, ciò che si deve temere non è per nulla oggetto e materia di apprendimento, poiché le cose temibili si incaricano da se stesse a incutere terrore. Del timore del Signore invece così sta scritto: "Venite, figli, ascoltatemi; v’insegnerò il timore del Signore" (Sal33,12). Dunque si impara il timore del Signore, perché viene insegnato. Questo genere di timore non sta nello spavento naturale e spontaneo, ma in una realtà che viene comunicata come una dottrina. Non promana dalla trepidazione della natura, ma lo si comincia ad apprendere con l’osservanza dei comandamenti, con le opere di una vita innocente, e con la conoscenza della verità. Per conto nostro il timore di Dio è tutto nell’amore, e l’amore perfetto perfeziona questo timore. Il compito proprio del nostro amore verso Dio è di ascoltarne gli ammonimenti, obbedire ai suoi comandamenti, fidarsi delle sue promesse. Ascoltiamo dunque la Scrittura che dice: "Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene?" (Dt10,12). Molte poi sono le vie del Signore, benché egli stesso sia la via. Ma quando parla di se stesso si chiama via, dando anche la ragione per cui si chiami così: "Nessuno", dice, "viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv14,6). Bisogna dunque porsi il problema delle molte vie possibili e ponderare molti elementi perché, edotti da molte ragioni, possiamo trovare quell’unica via della vita eterna che fa per noi. Vi sono infatti vie nella legge, vie nei profeti, vie nei vangeli, vie negli apostoli, vie anche nelle diverse opere dei maestri. Beati coloro che camminano in esse col timore di Dio.

Il Timore di Dio. Lettera da Taizè




Quale relazione con Dio esprimono le parole temere Dio?

Parole diverse esprimono la nostra relazione con Dio, possiamo credere in lui, amarlo, servirlo. Talvolta si dice anche temere Dio. Questa espressione è difficile da capire, ma essa non è rara nella Bibbia, vale la pena fare lo sforzo di una lettura attenta di qualche testo per cercare di coglierne meglio il senso.

C’è dapprima il timore come sottofondo di tutte le religioni. Le manifestazioni del divino producono emozioni forti, giungendo fino al panico e al terrore. La divinità affascina e spaventa allo stesso tempo. Nessun incontro con lo sconosciuto e l’inatteso di Dio passa senza un momento di brivido. È così dall’apparizione di Dio al Sinai fino al mattino di Pasqua: le donne giunte al sepolcro vuoto «avevano paura» (Marco 16,8). Ma, nella Bibbia, non c’è quasi mai un’emozione suscitata da una manifestazione divina senza che subito risuoni la parola: «Non temere». Il timore religioso non è di per sé un valore. Non deve durare, ma lasciar posto alla fiducia.

In altri contesti, il timore di Dio è una realtà duratura e non passeggera. «Il timore del Signore è puro, dura sempre» (Salmo 19,10). La spiegazione di questo timore duraturo non è da cercarsi nell’emozione religiosa, ma nel linguaggio politico dell’epoca. I trattati di protezione stipulavano che i protetti avrebbero temuto e servito fedelmente il loro protettore. Nell’alleanza di Dio con Israele, le stesse parole esprimono l’impegno di fedeltà verso Dio: «Che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima?» (Deuteronomio 10,12). Temere, amare e servire Dio qui sono sinonimi. Il timore di Dio non è più una emozione, ma un atteggiamento stabile della fedeltà nell’alleanza.

Nei salmi, temere il Signore, è «custodire la sua alleanza e ricordarsi di osservare i suoi precetti» (Salmo 103,18). «Coloro che temono il Signore» formano « la grande assemblea» dei fedeli riuniti nel Tempio per pregare e adorare Dio (Salmo 22,26). In questo contesto, il timore del Signore corrisponde pressappoco a quella che chiamiamo pratica religiosa. Per questo esso viene insegnato: «Venite, figli, ascoltatemi; v’insegnerò il timore del Signore» (Salmo 34,12). «Insegnare il timore del Signore», non è assolutamente suscitare la paura, ma è insegnare le preghiere e i comandamenti, introdurre a una vita di fiducia in Dio. «Voi che temete il Signore, confidate in lui» (Siracide 2,8).

Tenendo conto dell’uso che la Bibbia fa della parola temere, si può, in molti casi, tradurla con adorare o amare, e tradurre timore di Dio con fedeltà.

Il timore di Dio può avere ancora qualcosa da dirci?

La reticenza attuale di parlare del timore di Dio è senza dubbio giustificata, tanto il linguaggio della paura ha potuto rendere irriconoscibile il fatto che Dio è amore. Per evitare questo pericolo, ci si serve, ovunque è possibile, di un altro vocabolario. Ma rimangono nei due Testamenti dei passi dove il timore di Dio è la parola chiave difficilmente sostituibile.

Secondo il profeta Isaia, il timore di Dio guarisce le paure degli uomini: «Poiché così il Signore mi disse, quando mi aveva preso per mano e mi aveva proibito di incamminarmi nella via di questo popolo: “Non chiamate congiura ciò che questo popolo chiama congiura, non temete ciò che esso teme e non abbiate paura”. Il Signore, lui solo ritenete santo. Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura» (8,11-13). Con ogni evidenza, Isaia invita al coraggio e alla fiducia, ma questa fiducia, la chiama timore e paura! È un’espressione retorica, anzi di più. Isaia sa che la paura è incontrollabile. Allora è come se dicesse: «Voi non potete non temere: allora temete Dio! Dirigete dunque verso Dio tutta quella energia che anima la vostra paura». Questo timore di Dio che ingloba gli altri timori non è facile da definire, ma è certamente la sorgente di una grande libertà interiore.

Un po’ oltre nel libro di Isaia, il timore di Dio è un carisma del Messia: « Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Isaia 11,2). Come la sapienza e la fortezza, il timore del Signore è un dono dello Spirito santo! Questo stesso dono si chiama anche umiltà. Temere il Signore, è riconoscere in lui la sorgente di ogni bene. Questa trasparenza era al cuore della vita di Gesù: «Non faccio nulla da me stesso… ma il Padre che è in me compie le sue opere» (Giovanni 8,28 e 14,10).

L’apostolo Paolo scrive: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare» (Filippesi 2,12-13). Poiché Paolo afferma che la salvezza viene dalla fede, «attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» deve qui esprimere un aspetto della fede. La fede non è una certezza leggera, ma una fiducia tutta tremante: fiducia viva, stupita, vigilante. La nostra salvezza è un miracolo che Dio «opera in noi», è per questo che richiede tutta la nostra attenzione. «Attendete con timore e tremore» è prendere coscienza che ogni istante è un incontro con Dio, poiché in ogni momento Dio è all’opera in noi.

«Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele» (Salmo 22,24). Progressione stupefacente dei verbi: «lodate, glorificate, temete il Signore!». Qui il timore è la lode, che è giunta al punto in cui essa non sa più cosa dire: e la lode diventa stupore, silenzio e amore.

Lettera da Taizé: 2004/4

P. Raniero Cantalamessa. Abbiate timore, ma non abbiate paura!



Il vangelo di questa domenica contiene diversi spunti, ma tutti si possono riassumere in questa frase apparentemente contraddittoria: "Abbiate timore, non abbiate paura". Dice Gesù: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna". Degli uomini non dobbiamo avere né timore, né paura; di Dio dobbiamo avere timore, ma non paura.

C'è dunque differenza tra paura e timore e cerchiamo in questa occasione di capire perché e in che consiste. La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione. È la reazione a una minaccia portata alla nostra vita, la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti, che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o la incolumità fisica, o il no­stro mondo affettivo.

A seconda che si tratti di pericoli reali, o immaginari, si parla di paure giustificate e di paure ingiustificate e patologiche. Come le malattie, le paure possono essere o acute o croniche. Le paure acute sono stati determinati da una situazione di pericolo straordinario. Se io sto per essere investito da un'auto, o comincio a sentire la terra tremarmi sotto i piedi per il terremoto, queste sono paure acute. Questi spaventi, come sorgono improvvisamente e senza preavviso, così scompaiono con il cessare del pericolo, lasciando semmai solo un brutto ricordo. Le paure croniche sono quelle che vivono con noi, che ci portiamo dietro dalla nascita o dall'infanzia che crescono con noi, che diventano parte del nostro essere, e alle quali finiamo a volte perfino per affezionarci. Li chiamiamo complessi o fobie: claustrofobia, agorafobia e via dicendo.

Il vangelo ci aiuta a liberarci da tutte queste paure rivelando il carattere relativo, non assoluto, dei pericoli che le causano. C'è qualcosa di noi che niente e nessuno al mondo può veramente toglierci o danneggiare: per i credenti è l'anima immortale, per tutti la testimonianza della propria coscienza.

Ben diverso dalla paura è il timore di Dio. Il timore di Dio si deve imparare: "Venite, figli, ascoltatemi, dice un salmo; vi insegnerò il timore del Signore" (Sal 33,12); la paura invece, non c'è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d'improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura.

Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, "tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose" (Lc 5, 26). Il timore è qui semplicemente un altro nome dello stupore e della lode.

Questo genere di timore è compagno e alleato dell'amore: è la paura di dispiacere all'amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell'esperienza umana. È chiamato spesso "principio della sapienza" perché porta a fare le scelte giuste nella vita. È addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo (cf. Is 11, 2)!

Come sempre, il vangelo non illumina solo la nostra fede, ma ci aiuta anche a capire la nostra realtà quotidiana. La nostra è stata definita un'epoca di angoscia (W. H. Auden). L'ansia, figlia della paura, è diventata la malattia del secolo ed è, dicono, una delle cause principali del moltiplicarsi degli infarti. Come spiegare questo fatto dal momento che noi abbiamo oggi, rispetto al passato, tante maggiori sicurezze economiche, assicurazioni sulla vita, mezzi per fronteggiare le malattie e ritardare la morte?

Il motivo è che è diminuito, se non scomparso del tutto, nella nostra società il santo timore di Dio. "Non c'è più timor di Dio!", lo ripetiamo a volte come battuta scherzosa, ma contiene una tragica verità. Più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini! È facile da capire il perché di ciò. Dimenticando Dio, noi riponiamo ogni fiducia nelle cose di quaggiù, cioè in quelle cose che, a dire di Cristo, "il ladro può portare via e la tignola consumare". Cose aleatorie che ci possono venir meno da un momento all'altro, che il tempo (la tignola!) inesorabilmente consuma. Cose che tutti ambiscono e che scatenano perciò concorrenza e rivalità (il famoso "desiderio mimetico" di cui parla René Girard), cose che bisogna difendere a denti stretti e a volte con il fucile in mano.

La caduta del timore di Dio, anziché più liberi dalla paure, ci ha resi impastati di esse. Guardiamo cosa succede nel rapporto tra genitori e figli nella nostra società. I padri hanno abbandonato il timore di Dio e i figli hanno abbandonato il timore dei padri! Il timore di Dio ha il suo riflesso e il suo equivalente in terra nel timore riverenziale dei figli verso i genitori. La Bibbia associa continuamente le due cose. Ma il fatto di non avere più nessun timore o rispetto dei genitori, rende forse i ragazzi e gli adolescenti di oggi più liberi e sicuri di sé? Sappiamo bene che è vero esattamente il contrario.

La via per uscire dalla crisi è riscoprire la necessità e la bellezza del santo timore di Dio. Gesú ci spiega proprio nel vangelo di domani che compagna inseparabile del timore è la fiducia in Dio. "Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!". Dio non vuole incuterci timore, ma fiducia. Il contrario di quell'imperatore romano che diceva: "Oderint dum metuant": mi odino pure, perché mi temano! Così dovrebbero fare anche i padri terreni: non incutere timore, ma fiducia. È proprio così che si alimenta il rispetto, l'ammirazione, la confidenza, tutto ciò che va sotto il nome di "sano timore".

Commenti patristici



Read this document on Scribd: XII Domenica tempo ordinario Commenti patristici

Concordanze di Mt. 10, 26 ss



Parlare apertamente e senza timore

[26] Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato.

[27] Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.

[28] E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.

[29] Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.

[30] Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati;

[31] non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

[32] Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli;

[33] chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, Anno A

Martiri



Non temere quello che avrai da soffrire... Sii fedele fino alla morte e Io ti darò la corona della vita.
(2 Timoteo 1:8 - Apocalisse 2:10)

Quando l'imperatore Licinio perseguitava i cristiani d'Armenia, quaranta soldati d'una legione si dichiararono cristiani; per questo motivo furono condannati a passare la notte, nudi, sulla superficie d'uno stagno gelato. Una casa era stata preparata sul bordo dello stagno con del fuoco e del cibo per accogliere ogni soldato che avesse abbandonato la sua fede.
Il vento freddo del Caucaso spazzava la campagna, e sullo stagno quaranta prigionieri pregavano. Alcuni camminavano per combattere il freddo, altri, coricati, aspettavano la morte. Una preghiera, come un mormorio, si alzava verso Dio: "Signore, quaranta soldati lottano per te. Permetti che quaranta soldati ricevano la corona della vita".
A un certo punto uno di loro, non riuscendo più a resistere, si diresse verso la casa. Il centurione che sorvegliava gli uomini rimasti, sconvolto dalla loro testimonianza, credette al Signore Gesù che essi invocavano. Lasciò entrare nella casa il legionario che aveva ceduto alla tortura e poi, dopo aver coraggiosamente dichiarato la sua fede in Cristo, andò a prendere il suo posto sullo stagno gelato.
Il freddo continuò la sua opera. Si udiva appena la preghiera dei martiri e poco dopo quaranta uomini entrarono nel riposo. Un giorno essi, insieme a quanti come loro hanno mostrato fino alla fine il loro amore per Cristo, riceveranno la corona della vita dal Signore per la loro fedele testimonianza.


"Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati.
Non temete quelli che uccidono il corpo ma, oltre a questo, non possono far di più.
"

(Luca 12:4 - 2 Timoteo 3:12)

Perpetua aveva 22 anni. Sua madre era cristiana e suo padre pagano. Abitava a Cartagine, in Tunisia, nel 2° secolo d.C. Aveva un bambino di alcuni mesi quando, per ordine dell'imperatore Severo, fu arrestata perché era cristiana.
Appena lo seppe, il suo anziano padre che l'amava molto venne a supplicarla di rinunciare alla sua fede. Perpetua rifiutò. Tentarono di farla cedere concedendole qualche favore: le diminuirono le torture e le portarono il suo bambino. Alla vigilia del processo suo padre tornò a trovarla: "Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi. Non espormi al dolore e alla vergogna di vederti morire in un'arena". Si gettò ai suoi piedi e pianse.
Al momento dell'interrogatorio, mentre la sala d'udienza era al completo, il padre dell'accusata corse portando in braccio il suo bambino. La supplicò di rinunciare alla sua fede. Persino il giudice le disse: "Abbi pietà di tuo madre e di tuo figlio! Offri sacrifici all'imperatore".
"Non posso".
"Sei cristiana?".
"Sì, lo sono".
Perpetua fu condannata ad essere gettata in pasto alle belve del circo, un giorno in cui l'imperatore avrebbe dato una festa. E quel giorno non tardò. Fu condotta al supplizio con altri martiri. Prima di morire, si abbracciarono. Se ne andavano presso Gesù.


"Poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni... corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù."

(Ebr. 1:1,2)

"Andare in galera" oggi è un'espressione banale. Ma chi erano quelli che venivano mandati alle galere sotto il regno di Luigi XIV in Francia? Erano dei prigionieri comuni, certo, ma anche persone innocenti definite "eretici". Erano cristiani. Fra il 1685 e il 1752, sono state contate 7370 condanne di cristiani che preferifano morire piuttosto che rinnegare il Signore. Marchiati a fuoco con tre leggere infamanti (GAL), designati con il numero di matricola della prigione, incatenati al collo con un assassino o un rapinatore, aspettavano di partire per le galere reali. Là remavano fino alla morte, costretti alla cadenza imposta a colpi di frusta dalle guardie della ciurma.

Quando erano ancora in prigione cantavano. Sulla lunga strada fino a Marsiglia, cantavano. Sul male si elevava il canto dei Salmi. Come i primi cristiani, e come l'apostolo Paolo e Sila, che nella prigionia "cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano" (Atti 16:25). Persino nella sofferenza essi manifestavano la gioia di essere testimoni del solo grande Dio, proclamavano la loro speranza e la loro fiducia.

Chi erano i vincitori, i veri uomini liberi? Quei galeotti o i loro carnefici? Erano quelli che potevano dire: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità?... In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di Colui che ci ha amati" (Rom. 8:35,37)



Per notizie sulle persecuzioni nel mondo ai giorni nostri cliccare qui.




Qualche riflessione personale sul martirio islamico

In questi ultimi tempi (2004, ndr), si sente spesso parlare di "martiri" islamici: uomini che si fanno saltare per aria per portare alla morte quante più persone possibili tra i nemici della loro religione. Le loro madri li piangono pubblicamente, ma si dichiarano felici e onorate perché quell'atto suicida di inaudita violenza e odio permetterebbe ai giovani attentatori di guadagnarsi "un posto in cielo accanto ad Allah" (cf. una testimonianza). Sempre più frequentemente, anche le donne scelgono la strada di questo folle "martirio volontario" - spesso per una sorta di ricatto psicologico e religioso, secondo cui le donne colpevoli di adulterio possono autoredimersi morendo assieme ai nemici delle organizzazioni terroristiche - mentre numerosi bambini ricevono l'addestramento per diventare futuri guerriglieri e kamikaze, seguendo l'esempio dei loro famigliari.

L'uso improprio che viene fatto del termine "martire" può indurre a pensare che ci sia qualche collegamento tra i martiri cristiani e gli aspiranti suicidi di varie religioni, ma non è affatto così.
I molti martiri (parola che significa "testimoni") cristiani furono torturati e uccisi - e lo sono ancora oggi in molte parti del mondo - non per un morboso desiderio di morire da parte loro, ma per il solo fatto di non aver accettato di rinnegare la propria fede in Cristo Gesù. Per questa testimonianza coerente davanti ai loro aguzzini, sono stati crudelmente perseguitati e uccisi.

Gesù disse: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Giov. 15:20). "Vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome" (Luca 21:12).
Molti "furono torturati... altri furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra." (Ebr. 11:35-38)

La storia ci ricorda che già nei primi secoli, gli imperatori pagani costringevano i cristiani a scegliere se rinnegare la loro fede oppure essere messi a morte nei modi più terribili. Andarono così incontro al martirio Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, i Martiri di Lione, e molti altri. Anche il papato perseguitò e uccise numerosi cristiani che non vollero distaccarsi da Cristo (tra gli esempi più eclatanti ricordiamo John Wycliffe e William Tyndale).
La risposta di tutti quei cristiani ai loro persecutori è stata fino alla fine l'ubbidienza alla volontà del Signore Gesù: "Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano." (Mat. 5:44)

"Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore." (Rom. 8:35-39)


L'esempio dei primi cristiani negli insegnamenti del Beato Josemaría



L'esempio dei primi cristiani negli insegnamenti del Beato Josemaría


Domingo Ramos-Lissón
Università di Navarra




Introduzione

Già nei primi scritti del Beato Josemaría Escrivá affiora una grande stima per i primi cristiani 1. In Consideraciones Espirituales egli invitava il lettore ad approfondire la conoscenza della vita dei primi fedeli e a cercare di modellare la propria condotta sulla loro 2.

Stimava allo stesso modo i Padri della Chiesa, come si può notare leggendo le sue Omelie 3. Attira fortemente l'attenzione il fatto che il suo interesse per i primi cristiani continuerà, come vedremo, per tutta la sua vita 4.

Occorre in primo luogo chiarire — anche se la risposta può sembrare ovvia — a chi si riferiva il Beato Josemaría usando l'espressione "primi cristiani". Nei suoi scritti possiamo constatare che considera tali coloro che vissero nell'arco di tempo che va dal nucleo iniziale dei primi "Dodici" seguaci del Signore 5 agli inizi del IV secolo, quando ha luogo la persecuzione di Diocleziano e Massimiano 6. Pensiamo, d'altra parte, che il lasso di tempo dei primi tre secoli dell'Era cristiana rappresenta, con sufficiente precisione, una prima tappa della vita della Chiesa, che possiede già specificità e coordinate proprie, che cambieranno in modo significativo a partire dall'Editto di Milano del 313 7.

Occorre anche domandarsi quale fosse l'estrazione culturale o sociale dei cristiani delle prime generazioni, soprattutto se consideriamo che il cristianesimo nasce in seno alla "oikumene", in un momento storico in cui la società romana era socialmente molto stratificata 8. Per il Fondatore dell'Opus Dei la risposta è chiara. «La realtà dell'Opus Dei ricorda quella dei primi cristiani (...): ogni comunità di fedeli riuniva persone di ogni strato sociale, di ogni provenienza, accomunate dalla fede in Cristo a cui si erano convertite. In queste comunità erano rappresentate tutte le professioni: medici come Luca, giuristi come Zena, finanzieri come Erasto, universitari come Apollo, artigiani come Alessandro, piccoli e grandi commercianti, guardie carcerarie e le loro famiglie, schiavi e liberi, civili e militari come Sebastiano» 9.

La scelta metodologica adottata ha come punto di partenza la documentazione scritta del Fondatore dell'Opus Dei, là dove sono menzionati i primi cristiani più o meno esplicitamente, talvolta anche con i nomi dei primi fedeli. Abbiamo anche cercato di delineare alcuni tratti sommari dell'ambiente storico dell'epoca per contestualizzare meglio, ma senza pretesa di esaurire l'argomento. In nota appariranno riferimenti bibliografici e alcuni chiarimenti complementari.

Partendo da questi presupposti fisseremo la nostra attenzione sulla santificazione della vita ordinaria nei cristiani delle prime generazioni, attraverso gli insegnamenti del Beato Josemaría, soffermandoci sugli aspetti più significativi della chiamata universale alla santità in mezzo al mondo, per passare poi all'analisi delle situazioni che compongono la vita ordinaria di un cristiano riguardo alla santificazione della vita familiare e sociale. Esamineremo, quindi, la proiezione apostolica. E faremo infine un breve riassunto conclusivo.


1. La chiamata alla santità in mezzo al mondo: caratteristiche principali

Uno degli insegnamenti più ribaditi dal Beato Josemaría è stato quello della chiamata alla santità in mezzo al mondo: messaggio che esponeva molto chiaramente quando gli rivolgevano domande sulla vocazione all'Opus Dei. Così rispondeva ad esempio a un giornalista americano, facendo notare il parallelismo tra la chiamata all'Opus Dei e quella dei primi fedeli: «Se si vuol fare un paragone, il modo più facile per capire l'Opera è pensare alla vita dei primi cristiani. Essi vivevano a fondo la loro vocazione cristiana; cercavano seriamente la perfezione alla quale erano chiamati per il fatto, semplice e sublime, di aver ricevuto il Battesimo. Non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini» 10.

Tra i molti spunti offerti dal testo citato, forse conviene sottolineare in modo speciale quello della ricerca della santità 11. Ma bisogna capire bene il senso di questa ricerca, che è risposta a una chiamata fatta in prima istanza da Dio. Il Beato Josemaría sa bene che la santità è un dono dei figli di Dio 12, a cui occorre corrispondere con umiltà «dato che non sono le nostre forze a salvarci e a darci la vita, bensì il favore divino. Questa è una verità da non dimenticare mai, perché altrimenti la divinizzazione scadrebbe in presunzione vana, in superbia e, prima o poi, in un completo crollo spirituale causato dall'esperienza della propria debolezza e della propria miseria» 13.

Egli non considera la santità una cosa astratta, un’idea fra tante altre, ma una realtà incarnata nelle singole persone, ognuna caratterizzata dal proprio nome e dalle manifestazioni tipiche del rapporto fraterno vigente fra i primi seguaci del cristianesimo: «Salutate tutti i santi. Tutti i santi vi salutano. A tutti i santi che sono in Efeso. A tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi. — Non è davvero commovente questo appellativo — santi! — che i primi fedeli cristiani impiegavano per nominarsi tra loro?

— Impara a trattare i tuoi fratelli» 14.

Alcuni di questi "santi" hanno nomi noti e occupano persino un posto negli Acta Sanctorum della Chiesa 15; degli altri — la grande maggioranza — non abbiamo dati, ma soltanto perché le vicende storiche hanno impedito che giungessero fino a noi.

a) La novità cristiana

La novità appare sin dagli inizi come elemento che configura il messaggio cristiano. La parola "Vangelo", che ha radici molto profonde nel cristianesimo primitivo, caratterizza questo senso di novità 16: aspetto che emerge dalla ricezione del battesimo e che è considerato tale non solo dai primi convertiti al cristianesimo, ma anche da giudei e pagani 17.

Il senso della novità cristiana si comprende meglio se facciamo un'analisi comparativa con le contemporanee religioni del I secolo: queste erano vincolate al culto esterno, sia per l'appartenenza ad una determinata etnia, come accadeva al popolo di Israele, sia perché si tributava il culto alle divinità di una polis (civitas), come avveniva nel mondo greco, in stretta unione tra sacro e civile 18. Esistevano altri collegamenti con la società pagana che il cristianesimo avrebbe superato 19, per cui si presentava a molti come un'autentica nova religio.

Il Beato Josemaría ha chiara coscienza della novità che rappresenta l'Opus Dei e la ricollega alla novitas christiana dei primi tempi: «Questa nostra novità, figli miei, è antica come il Vangelo (...). Allo stesso modo l'autentica spiritualità del Vangelo ha prodotto frutti abbondanti di santità in tutti gli ambienti cristiani della prima ora» 20.

In un'altra occasione non esita a definire questa novità come una vecchia novità 21 perché partecipe della perenne vitalità del divino: «Questa novità dell'Opera — scrive — non è la novità di un semplice fenomeno umano. È la novità delle cose di Dio che, come un Padre buono, elargisce alla sua famiglia cose vecchie e nuove (cfr Mt 13, 52). Novità, figlie e figli miei, che non invecchia perché è partecipazione dell'unica buona novella e che presuppone — come fenomeno sociale dei fedeli cristiani — il ritorno meraviglioso allo spirito con cui i primi fedeli vissero il messaggio di salvezza» 22.

Per il Beato Josemaría la novità cristiana deriva — e non può essere diversamente — dalla sequela di Cristo: «Da quando Gesù disse Io sono il Cammino, la Verità e la Vita (Gv 14, 6) e invitò tutti a seguirlo (cfr Mt 16, 24), scaturì con forza nell'anima di molti fedeli — fin dai primi tempi della Chiesa — il desiderio di cercare la perfezione tracciata dal Vangelo ed esemplarmente praticata dallo stesso Gesù: vita di santità personale e di attività apostolica» 23.

Il testo che abbiamo trascritto ci offre una sintesi di come unire la sequela e l'imitazione di Cristo con la ricerca della santità: si tratta di una sintesi realizzata nella vita dei primi seguaci di Cristo di cui sono giunte sino a noi alcune testimonianze; ad esempio, tra le altre, quella di Clemente Romano, di Ignazio di Antiochia o di Policarpo di Smirne 24.

b) Le esigenze della vita cristiana

Orbene, anche la sequela di Cristo è qualcosa di nuovo per le esigenze che porta con sé, come altrove abbiamo indicato 25. Si può dire che nessun personaggio dell'antichità classica o ebraica abbia richiesto ai suoi seguaci tanto quanto Gesù: Egli chiede a coloro che lo seguono una completa rinunzia che in alcuni passi del Vangelo descrive minutamente: casa, fratelli, sorelle, padre, madre, sposa, figli, campi 26.

La caratteristica dell'esigenza è indicata dal Beato Josemaría, per esempio, nell'omelia Lo Spirito Santo, il grande sconosciuto partendo dalla testimonianza di vita cristiana narrata nel libro degli Atti: «Negli Atti degli Apostoli la situazione della comunità cristiana primitiva viene descritta con una frase breve ma carica di significato: Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2, 42). È una dottrina che si applica a tutti i cristiani, perché tutti sono ugualmente chiamati alla santità. Non ci sono cristiani di seconda classe, tenuti a praticare soltanto una versione ridotta del Vangelo» 27. Le esigenze della chiamata alla santità riguardano ogni cristiano e a tutti è richiesta una risposta che comporta la ricerca della perfezione proposta dal Signore 28. Leggiamo in Cammino: «Hai l'obbligo di santificarti. — Anche tu. — Chi pensa che la santità sia un impegno esclusivo di sacerdoti e di religiosi?

A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre mio che è nei Cieli"» 29.

Per comprendere meglio questo aspetto può aiutare la considerazione del martirio come un esempio di donazione totale fino a dare la vita, nella pienezza della vocazione cristiana. Sant'Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scriveva: «Ora comincio ad essere discepolo. Che io non ambisca nulla di visibile o di invisibile per raggiungere Cristo (...). Lasciate che sia imitatore della passione del mio Dio» 30. Il cristiano dei primi secoli sapeva bene che la ricezione del Battesimo portava con sé il dovere di testimoniare, anche con la propria vita, la fede in Cristo 31.
La perfezione paradigmatica del martirio creerà un'atmosfera propizia perché si faccia strada l'idea di un martirio "spiritualizzato" o, se si preferisce, "incruento" che esprime anche il contratto battesimale cristiano vissuto nella sua pienezza 32. Da quest'ottica si comprende la risposta del Beato Josemaría ad una domanda sulla vocazione all'Opus Dei: «Posso dirlo in poche parole: cercare la santità in mezzo al mondo, nel bel mezzo della strada. Chi riceve da Dio la vocazione specifica all'Opus Dei, ha la convinzione, e la vive, che la santità deve raggiungerla nel proprio stato, nell'esercizio del proprio lavoro, in una professione liberale o in un mestiere manuale (...). La vocazione che si riceve in questo modo è uguale a quella che sbocciava nell'animo di quei pescatori, contadini, commercianti o soldati che si sedevano intorno a Gesù in Galilea e lo sentivano dire: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei Cieli (Mt 5, 48)» 33.

Questo modo di vivere integralmente l'impegno cristiano equivale a vivere una condizione di martirio spiritualizzato che identifica con Cristo nella sua obbedienza perfetta alla volontà di Dio Padre. In questo senso occorre leggere alcuni punti di Cammino che ci parlano di martirio: «Come hai capito bene l'obbedienza se mi hai scritto: "obbedire sempre significa essere martire senza morire"!» 34. «Vuoi essere martire. — Io ti metterò un martirio a portata di mano: essere apostolo e non chiamarti apostolo, essere missionario — con missione — e non chiamarti missionario, essere uomo di Dio e sembrare uomo di mondo: passare inosservato!» 35.

c) Centralità della preghiera

La santità a cui il cristiano è chiamato non è una meta irraggiungibile: tutti possiamo arrivare ad identificarci con Cristo 36. Lo si ottiene mettendo in pratica alcuni mezzi specifici, così come fecero i primi fedeli. Era questa la prospettiva da cui il Beato Josemaría prendeva spunto per il suo insegnamento:

«Essere santi non è facile, ma non è neppure difficile. Essere santo vuol dire essere buon cristiano: assomigliare a Cristo. — Chi più assomiglia a Cristo, più è cristiano, più di Cristo, più santo.

— E quali mezzi abbiamo? — Gli stessi dei primi fedeli, che videro Gesù o che lo intravvidero attraverso il racconto degli Apostoli o degli Evangelisti» 37.
E in effetti saranno l'imitazione e la sequela di Cristo gli elementi che configurano l'ascetica cristiana. Per questo, al momento di considerare e avvalorare i mezzi ascetici, la vita di orazione occuperà un posto fondamentale 38. Lo sguardo del Fondatore dell'Opus Dei si centrerà nuovamente sulla figura del Signore e sui suoi primi seguaci.

«Ricordate che cosa narrano di Gesù i Vangeli. Sovente trascorreva l'intera notte in colloquio intimo con il Padre. Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione! 39. Dopo aver contemplato la preghiera assidua del Maestro, gli domandarono: Domine, doce nos orare (Lc 11, 1), Signore, insegnaci a pregare come tu fai. San Paolo — che esorta i fedeli ad essere oratione instantes (Rm 12, 12), costanti nella preghiera — propone ovunque l'esempio vivo di Gesù. E Luca ritrae, in una pennellata, il comportamento dei primi fedeli: animati da uno stesso spirito, erano tutti perseveranti nella preghiera (At 1, 14)» 40.

Questo modo di agire dei primi cristiani spinge il Beato Josemaría a diffonderne l'esempio fra i giovani, scrivendo ai suoi figli queste parole: «Fate in modo di far loro conoscere la vita di orazione dei primi cristiani: gli Atti degli Apostoli sono uno splendido arsenale di notizie» 41.

Una visione completa di quanto abbiamo detto sull'orazione, ce la offre l'omelia Vita di orazione:

«Negli Atti degli Apostoli è narrata una scena che mi affascina, perché propone un esempio chiaro, sempre attuale: E tutti perseveravano nella dottrina degli Apostoli, nella partecipazione alla frazione del pane e nella preghiera (At 2, 42). È un'annotazione insistente nella narrazione della vita dei primi seguaci di Cristo: Tutti, animati da uno stesso spirito, erano assidui nella preghiera (At 1, 14). E quando Pietro è in catene per aver predicato audacemente la verità, decidono di pregare. La preghiera della Chiesa si innalzava incessantemente a Dio per lui (At 12, 5).

L'orazione era allora, come oggi, l'unica arma, lo strumento potente per vincere le battaglie della lotta interiore: C'è tra voi qualcuno che soffre? Preghi (Gc 5, 13). San Paolo riassume: Pregate senza interruzione (1 Ts 5, 17), non stancatevi mai di supplicare» 42.
In sintesi, vediamo come il Beato Josemaría sottolinei in modo particolare l'importanza della «vita di orazione». Inoltre non è difficile trovare in altri suoi scritti espressioni simili, come «vita di preghiera incessante» 43, «l'orazione diventa incessante» 44, e così via, che ci parlano di questo rapporto ininterrotto con Dio che porta il cristiano alla contemplazione divina 45; o, con altre parole del nostro autore: «L'orazione diventa allora incessante, come il battito del cuore e il pulsare delle arterie. Senza questa presenza di Dio non c'è vita contemplativa; e senza vita contemplativa a ben poco serve lavorare per Cristo, perché se Dio non edifica la casa, invano si affaticano i suoi costruttori» 46.


2. La vita quotidiana come àmbito di santificazione

Negli scritti e nella predicazione del Beato Josemaría sono abbondanti i riferimenti alla santificazione della vita ordinaria del cristiano 47. Giova ripetere ancora una volta che la santità a cui allude si raggiunge nel disimpegno delle attività della vita quotidiana. Nell'omelia Lavoro di Dio egli cita un noto passo della cosiddetta Epistola a Diogneto: «Assaporate le parole di un autore anonimo di quell'epoca, che così riassume la grandezza della nostra vocazione: i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo, ma non è corporea. Abitano in tutti i luoghi, come l'anima è in tutte le parti del corpo (...). E non è lecito ai cristiani disertare il loro posto nel mondo, come all'anima non è consentito separarsi volontariamente dal corpo» 48. Pertanto è nell'ambito della propria normalità di vita che il cristiano deve mettere in pratica i mezzi che gli permettono di raggiungere la propria santificazione 49.

a) Santificazione nella vita familiare

Le famiglie cristiane della prima epoca sono considerate dal Beato Josemaría il modello a cui devono ispirarsi i componenti delle famiglie attuali 50: «perciò non si può proporre agli sposi cristiani un modello migliore di quello delle famiglie dei tempi apostolici: la famiglia del centurione Cornelio, che fu docile alla volontà di Dio e nella cui casa si realizzò l'apertura della Chiesa ai gentili; quella di Aquila e Priscilla che diffusero il cristianesimo a Corinto e ad Efeso e collaborarono all'apostolato di San Paolo; quella di Tabita che con la sua carità soccorse i bisognosi di Joppe. E tanti altri focolari di giudei e di gentili, di greci e di romani, nei quali attecchì la predicazione dei primi discepoli del Signore» 51.

Interrogato sull'importanza di educare i bambini alla vita di pietà, il Beato Josemaría rispose: «Penso che sia il cammino migliore per dare ai figli un'autentica formazione cristiana. La Sacra Scrittura ci parla delle famiglie dei primi cristiani — la Chiesa domestica, dice San Paolo (1 Cor 16,19) — alle quali la luce del Vangelo dava un nuovo slancio, una nuova vita» 52.

Egli insegnò ai suoi figli la fondamentale dimensione famigliare dell'Opus Dei: «Tutti noi che facciamo parte dell'Opus Dei, figli miei, formiamo un solo focolare: il fatto di costituire una sola famiglia non si basa sulla materialità della convivenza sotto uno stesso tetto. Come i primi cristiani, siamo cor unum et anima una (At 4, 32) e nessuno nell'Opera potrà mai sentire l'amarezza dell'indifferenza» 53. Questo forte senso di unità è strettamente collegato al fatto che l'Opera è una parte della Chiesa 54, che cerca di essere fedele alla sua vocazione specifica 55.

E mentre sottolinea con vigore l'unità dell'Opera, il Beato Josemaría indica la necessità di stabilire piccole comunità cristiane — le citate Chiese domestiche paoline — intorno ad alcune famiglie. «Così — scrive — formiamo piccole comunità cristiane in tutti i gradi e i livelli della società, che sono fonte autentica di vita fraterna, di carità, di affetto evangelico» 56.

Nel seno della famiglia cristiana dei primi secoli si diffonde anche la verginità 57 come genere di vita che si professa propter regnum coelorum 58. I primi cristiani che vivevano la verginità senza allontanarsi dal mondo 59, rimanevano nel loro ambito familiare. A essi allude il Fondatore dell'Opus Dei, quando, in una Istruzione diretta ai suoi figli, si riferisce a questo precedente, che è molto importante avere presente nella vita dell'Opera, tanto sotto l'aspetto giuridico che in quello spirituale:

«Prima di accoglierci in un contenitore giuridico, devono ricordare, e noi pure, che i primi fedeli cristiani — compresi gli asceti e le vergini che dedicavano personalmente la loro vita al servizio della Chiesa — non si chiudevano in un convento: rimanevano nel mezzo della strada, tra i loro simili. Questo è il caso nostro, poiché non dobbiamo distinguerci in nulla dai nostri compagni e dai nostri concittadini» 60.

E poco oltre, nella stessa Istruzione, espone il motivo per cui alcuni membri dell'Opus Dei mantengono il celibato: «Abbiate sempre presente che è l'Amore — l'Amore degli amori — il motivo del nostro celibato: non siamo pertanto degli scapoloni, perché lo scapolone è una creatura disgraziata che non conosce l'amore» 61. Il celibato — ricorda in un'altra occasione — dà «maggiore libertà di cuore e di movimento, per dedicarsi stabilmente a dirigere e sostenere imprese apostoliche, anche nell'apostolato secolare» 62.

Se rivolgiamo lo sguardo ai primi cristiani, ci accorgiamo che il motivo per vivere il celibato o la verginità da parte dei comuni fedeli, è lo stesso di cui parla il Beato Josemaría 63.

b) Santificazione nella vita sociale

La struttura articolata della società serviva al Beato Josemaría per mostrare la ricchezza santificante offerta al cristiano di tutti i tempi, a cominciare dai primi. Così si esprimeva in una delle sue Lettere: «Come tra i primi seguaci di Cristo, così tra i nostri Soprannumerari è presente tutta la società attuale e lo sarà quella di ogni tempo: intellettuali e uomini d'affari; professionisti e artigiani; imprenditori e operai; diplomatici, commercianti, contadini, finanzieri, letterati; giornalisti, uomini di teatro, del cinema, del circo, dello sport. Giovani e anziani. Sani e ammalati. Una organizzazione disorganizzata, come lo è anche la vita, meravigliosa; specializzazione vera ed autentica dell'apostolato, perché tutte le vocazioni umane — pulite, oneste — diventano apostoliche, divine» 64.
Le parole che abbiamo riportato porranno coloro che conoscono il pensiero del Fondatore dell'Opus Dei di fronte a una realtà fondamentale fra quelle che devono essere santificate secondo lo spirito dell'Opus Dei: il lavoro ordinario 65. Da questo angolo di visuale, leggiamo la seguente riflessione di Solco: « Ti sta aiutando molto — mi dici — questo pensiero: dall'epoca dei primi cristiani, quanti commercianti si saranno fatti santi?

E vuoi dimostrare che anche adesso è possibile... — Il Signore non ti abbandonerà in questo impegno» 66.

Su questo punto — come su molti altri — dopo aver cercato la testimonianza dei primi fedeli, il Beato Josemaría passa subito a cercare gli elementi applicabili all'uomo dei nostri giorni. Si nota che la sua sintonia con i primi seguaci di Cristo non rimane sul piano teorico, perché il suo zelo apostolico si rivolge a tutte le persone che oggi possono ricevere il loro messaggio. Per il Beato Josemaría è chiaro il valore santificante del lavoro, a partire dalla chiamata alla santità presente in ogni cristiano: «L'atteggiamento dell'uomo di fede è di guardare alla vita, in tutte le sue dimensioni, con una prospettiva nuova: quella che ci è data da Dio. (...) Questo è il motivo per cui dovete santificarvi, collaborando al tempo stesso alla santificazione degli altri, dei vostri simili, santificando precisamente il vostro lavoro e il vostro ambiente» 67.

Anche se ne abbiamo già accennato, è conveniente ricordare le grandi difficoltà della vita culturale e politica, proprie della società romana dell'epoca imperiale, che i primi fedeli dovettero superare. Ne enumeriamo alcune: le persecuzioni dell'Impero Romano 68, con il loro seguito di martirii 69, lungo i primi tre secoli; gli attacchi dell'élite intellettuale, tra cui quelli di Frontone di Cirta, di Celso e di Porfirio 70; le derisioni di autori come Luciano 71; la condanna dell'opinione pubblica 72; le accuse di ateismo, di culti stranieri, di ciarlataneria e di magia, di antropofagia ecc. 73. La risposta cristiana, pur con varianti nella formulazione, è sempre unica: proclamare la verità, compiendo il comando di Gesù 74, anche a costo della vita.


3. Proiezione apostolica

Proclamare la verità di Cristo è dunque il grande compito dei primi cristiani e una delle grandi attrattive che ritrova in loro il Beato Josemaría. Per lui il loro modo apostolico di agire è valido anche per gli uomini del nostro tempo: «Per seguire le orme di Cristo, l'apostolo di oggi non viene a riformare nulla, né tanto meno a disinteressarsi della realtà storica che lo circonda... — Gli basta agire come i primi cristiani, vivificando l'ambiente» 75.

Anche se seguire Cristo è sempre il motivo di fondo di questo modo di procedere, il Fondatore dell'Opus Dei percepisce la mancanza di conoscenza della verità di Cristo nel mondo circostante 76 e pertanto il suo sguardo si volge ai primi fedeli che avevano avuto lo stesso problema: «Si torna a ripetere nella nostra vita, la vita dei primi cristiani. Anche noi ritroviamo attorno a noi, in tante occasioni, la più desolante ignoranza religiosa che esige, da parte nostra, un continuo apostolato della dottrina. E questo non solo tra i pagani del nostro tempo, ma anche tra molti che si offenderebbero se non li considerassimo cattolici» 77.

Altra importante caratteristica è il modo personalizzato di fare apostolato che troviamo fatto realtà nella condotta dei cristiani della prima ora 78.

«Così agirono i primi cristiani. Non avevano, a motivo della loro vocazione soprannaturale, programmi sociali o umani da compiere; ma erano compenetrati da uno spirito, in una concezione della vita e del mondo che non potevano non riflettersi nella società in cui si muovevano.

Con un apostolato personale simile al nostro, andavano facendo proseliti; durante la sua prigionia, Paolo inviava già alle chiese i saluti dei cristiani che vivevano nella casa di Cesare (Fil 4, 22). Non vi commuove la lettera inviata dall'Apostolo a Filemone, che è una viva testimonianza di come il fermento di Cristo — senza proporselo esplicitamente — aveva dato un nuovo senso, per l'influsso della carità, alle strutture della società pagana? (cfr Fm 8-12; Ef 6, 5 e ss.; Col 3, 22-25; 1 Tm 6, 1 e 2; 1 Pt 2, 18 e ss.).

Siamo di ieri e già riempiamo il mondo e tutte le vostre cose: le città, le isole, i villaggi, i municipi, i consigli, perfino gli accampamenti, le tribù, le decurie, il palazzo, il senato, il foro: vi abbiamo lasciato solo i vostri templi, scriveva Tertulliano, poco più di un secolo dopo (Apologeticus, 37)» 79.

Anche se bisogna prendere con una certa cautela le parole di Tertulliano, data la vehementia cordis dello scrittore africano, è indubbio che l'espansione del cristianesimo all'interno dei confini dell'Impero Romano, alla fine del II secolo e agli inizi del III, era considerevole 80. La citazione di Tertulliano serve al Beato Josemaría per mostrare l'efficacia dell'apostolato individuale svolto dai nostri primi fratelli nella fede.

Un aspetto dell'apostolato individuale è quello di testimoniare con la propria vita la fede che si professa. Il tema ha una profonda radice biblica 81 e patristica 82 e riguarda uno dei punti fondamentali del messaggio cristiano: la coerenza tra fede e la sua messa in pratica, nella vita del seguace di Cristo. Il Beato Josemaría lo ricorda così ai suoi figli: «In questo modo, con un apostolato individuale, silenzioso e quasi invisibile, portano in tutti i settori sociali, pubblici e privati, la testimonianza di una vita simile a quella dei primi fedeli cristiani» 83.

Ma non bisogna dimenticare che la testimonianza cristiana è alimentata e promossa dalla carità. Così si esprimeva il Beato Josemaría nell'omelia Con la forza dell'Amore del 1967: «I primi cristiani hanno saputo mettere in pratica molto bene l'ardore di questa carità, che superava di gran lunga le vette della semplice solidarietà umana, o della benignità di carattere. Si amavano tra di loro, dolcemente e con fortezza, a partire dal Cuore di Cristo. Scrivendo nel secondo secolo, Tertulliano ha riportato che i pagani, commossi nel vedere il comportamento dei cristiani di allora, pieno di attrattive soprannaturali ed umane, ripetevano: Guardate come si amano!» (Apologeticum, XXXIX) 84.

La testimonianza deve essere accompagnata dalla parola, che ha un'enorme forza comunicativa e, come sempre, il referente supremo è Cristo. Dalla sua capacità di dialogare, le prime generazioni cristiane impareranno a fare un apostolato personale dialogato 85. Così scriveva il Fondatore dell'Opus Dei ai suoi figli:

«Potremmo continuare a sfogliare il Vangelo e a contemplare tante conversazioni di Gesù con gli uomini: tutta la sua vita è stata un continuo dialogo alla ricerca delle anime; (...). I primi Dodici, per predicare il Vangelo, mantennero una conversazione meravigliosa con tutte le persone che incontravano, che cercavano nei loro viaggi e nelle loro peregrinazioni. Non ci sarebbe stata Chiesa se gli Apostoli non avessero mantenuto questo dialogo soprannaturale con tutte queste anime. L'apostolato cristiano non è che questo: ergo fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi (Rm 10, 17); la fede dipende dunque dall'udire e l'udire a sua volta dipende dalla predicazione della parola di Cristo.

Lo capirono bene le prime generazioni cristiane, di cui mi piace tanto parlare, perché sono quasi un modello della nostra vocazione» 86.

Il Beato Josemaría annota con grande espressività nell'omelia Perché tutti siano salvati, un altro esempio di come la prima generazione avvalorasse la parola per comunicare il messaggio di Cristo:

«Viene a proposito riportare alla nostra memoria un episodio che manifesta lo stupendo vigore apostolico dei primi cristiani. Non era passato un quarto di secolo da quando Gesù era salito in cielo, che già in molte città e villaggi si era propagata la sua fama. Ad Efeso giunge un uomo chiamato Apollo, uomo colto, versato nelle Scritture. Questi era stato ammaestrato nelle vie del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il Battesimo di Giovanni ( At 18, 24-25).

Nella mente di quest'uomo era già penetrata la luce di Cristo: aveva sentito parlare di Lui e lo annunziava agli altri. Ma gli restava ancora del cammino da fare; doveva informarsi di più, comprendere pienamente la fede e amare davvero Cristo. Aquila e Priscilla, due sposi cristiani, ascoltano la sua conversazione e non rimangono inattivi, inerti. Non hanno pensato: ne sa già abbastanza, nessuno ci chiama a dargli lezioni. Poiché erano animati da autentico zelo apostolico, si avvicinarono ad Apollo e lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio (At 18, 26)» 87.

Il commento del Fondatore dell'Opus Dei a questo passo degli Atti degli Apostoli dimostra la sua ammirazione per il vigore di zelo apostolico di cui è impregnato tutto l'episodio, ma sottolinea anche la rapida determinazione di Priscilla ed Aquila di istruire Apollo. È la stessa determinazione che avranno, nei momenti supremi del martirio, per avvicinare a Cristo, in un’occasione così eccezionale, i loro persecutori e ottenerne la conversione 88.
L'apostolato personale, basato sull'amore, avrà anche la caratteristica dell'entusiasmo, propria di chi scopre le immense ricchezze del messaggio cristiano. Scrive a questo proposito il Beato Josemaría: «Mi sembra così buona la tua devozione per i primi cristiani, che farò il possibile per accrescerla, in modo che tu svolga — come loro — con sempre maggiore entusiasmo, questo Apostolato efficace di discrezione e di confidenza» 89.

Un'ultima questione che riguarda il fine di ogni azione apostolica è quella dei risultati. Mons. Josemaría Escrivá risponde con grande realismo, senza cadere in utopie e con l'avallo della sua esperienza, che essi verranno dalla risposta alla chiamata alla santità: «L'efficacia del nostro apostolato dipenderà sempre dal nostro impegno per essere santi. E la santità ha oggi gli stessi mezzi dei tempi dei primi cristiani: non ce ne sono altri» 90.


Riassunto conclusivo

Una prima impressione che sorge dalla lettura dei testi del Beato Josemaría che abbiamo selezionati è quella della sua vicinanza, per non dire contiguità, con i primi seguaci di Cristo. Si ha l'impressione che vengano cancellate le barriere del tempo. D'altra parte questi scritti sono impregnati di freschezza e calore umano; i primi cristiani non sono un referente a cui si allude in forma "teorica", ma hanno il vigore di coloro che hanno incarnato pienamente la dottrina di Cristo. Si nota che il Fondatore sintonizza le proprie vicende spirituali sul modello che essi rappresentano. Su questa stessa linea bisogna iscrivere i suoi commenti ai brani della Scrittura — soprattutto del libro degli Atti degli Apostoli — che raccontano le attività apostoliche dei primi seguaci di Cristo.

La testimonianza dei primi fedeli, riguardo alla santificazione della vita quotidiana, rappresenta un modo di vivere il cristianesimo che ha l'attrattiva di ciò che è appena nato e insieme la pienezza di chi ha seguito Cristo con tutte le esigenze da Lui indicate. È ben chiaro che la chiamata alla santità è oggi la stessa di quella del primo secolo, non solo in quanto alla sua natura intrinseca, ma anche riguardo ai mezzi per raggiungerla. Lo stesso succede con le esigenze della vita cristiana: la santità vissuta dai nostri primi fratelli nella fede era basata sul battesimo, con una caratteristica di radicalità che guida il discepolo di Cristo, se necessario fino al martirio. Questa chiamata aveva luogo in mezzo al mondo, cioè nella vita quotidiana e tra persone di tutte le classi sociali e talvolta in mezzo a notevoli difficoltà politiche e sociali. Questa pienezza di vita cristiana è quella che Mons. Escrivá vedrà riflessa nei fedeli dell'Opus Dei.

Considerando la dimensione apostolica dei primi cristiani, il Beato Josemaría scopre alcuni modi di agire personalizzati che sono regole di condotta applicabili ai nostri giorni, avallate dai risultati positivi raggiunti nei primi tre secoli. Così, in splendida unità, si legano la testimonianza di persone che vivono il messaggio di Gesù e la parola di questo messaggio che si comunica, da persona a persona, proprio nell'ambiente familiare e sociale.