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Don Divo Barsotti. San Francesco e l'umiltà di Cristo

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Ad un certo punto del Vangelo Gesù così invita i suoi discepoli: «Diventate come bambini, ed entrerete nel Regno dei cieli!». E mette davanti ai nostri occhi la loro semplicità, il loro essere piccoli come un traguardo per noi, che magari abbiamo faticato tanto per “diventare grandi”.

Nell’imminenza del prossimo Natale vi proponiamo una riflessione di D.Barsotti a uno scritto forse poco conosciuto di san Francesco d’Assisi “Le lodi di Dio altissimo”. Non è esattamente, questa riflessione, immediata da intendere; forse vi richiederà di leggerla con pazienza. Però può diventare un buono spunto col quale fermarsi a meditare sull’inesauribile mistero dell’umiliazione di Gesù nel diventare piccolo e meschino come noi.

Il testo qui presentato è un leggermente modificato; chi lo vuole, lo può trovare per intero nel libro: D.Barsotti, Le lodi di Dio Altissimo, Ed. O.R.

TU SEI UMILTÀ

Dio è umiltà perché è amore

E’ proprio di Francesco vedere Dio come umiltà. Di fatto l’umiltà, come la povertà, appare piuttosto una condizione perché l’uomo possa vivere un rapporto con Dio; anzi è la condizione essenziale a viverlo. Non appare, almeno immediatamente, una caratteristica di Dio, come invece la vede san Francesco.

Vediamo allora come l’umiltà in san Francesco sia dapprima il fondamento della vita spirituale.

Dobbiamo infatti riconoscere che se Dio è creatore, la creatura — indipendentemente da Dio — è nulla, non è; e deve riconoscere questo suo nulla davanti a Dio. Là dove non è avvenuta una rivelazione di Dio come creatore, l’umiltà non può essere il fondamento della vita spirituale, perché l’uomo rimane «qualcosa » nei confronti di Dio. Allora si imporrà la modestia, non l’umiltà; si imporrà «la misura», come dicevano i greci, non l’umiltà. L'umiltà, invece, è essenziale a chi si riconosce creatura. Riconoscendosi creatura, Dio è tutto e la creatura in sé medesima è niente. La vita spirituale implica sempre il sentimento del proprio nulla nei confronti di Dio, un nulla che non esclude il fatto che la creatura esista. Esclude però ogni sentimento di opposizione, ogni sentimento di alterità, ogni sentimento che dia all’uomo la coscienza di essere qualche cosa indipendentemente da Lui e non in Lui e per Lui. La creatura per tutto quello che è, è da Dio ed è in Dio.

Col riconoscimento di Dio è implicato dunque un certo annientamento interiore del nostro io. Nella luce infinita di Dio, l’uomo scompare; come il sole, che non appena sale all'orizzonte, eclissa le stelle.

«Tutte le nazioni sono davanti a Lui come un nulla... contano come il pulviscolo sulla bilancia», dice il profeta Isaia nella Bibbia (cap. 40). Questo sentimento è all'origine della spiritualità islamica. L'uomo deve sentire il proprio nulla come creatura nell'essere e nell'operare. Se io sono, Dio non è; se Dio è, io non sono.

E’ quanto dicono anche i mistici cristiani, perché evidentemente «io sono », ma in Lui; perciò non posso dire «io sono » indipendentemente da Lui. «Io sono » è proprio di Dio, è il suo nome. Così Gesù medesimo nel quarto Vangelo proclama e si afferma: «Io sono ». Dandosi il nome che Dio si era dato nell'Antico Testamento, Gesù proclama la sua divinità.

Ma non è questa l’umiltà di Francesco. L'umiltà ha un altro fondamento. L'umiltà non è in Francesco solo dell’uomo, ma, prima ancora, è in Dio. Dio stesso è Umiltà.

Dio si rivela a noi attraverso la creazione, ma la sua rivelazione più perfetta è Gesù Cristo. E Cristo, per Francesco, è umiltà. Egli non sa riaversi dallo stupore provocato da una sua contemplazione del mistero cristiano come mistero di suprema umiltà: l’umiltà del Cristo nella sua nascita, nella sua passione, nell’Eucaristia.

Ma questa umiltà potrebbe essere ancora l’espressione della natura umana assunta dal Verbo che si è incarnato. In questo caso tornerebbe ad essere umiltà della crea­tura, perché anche la natura umana del Cristo è creata. E infatti Gesù la vive in quanto è creatura, nella dipendenza totale della sua volontà umana dalla Volontà divina: «Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato». Si può dunque pensare all'umiltà di Gesù in quanto come creatura Egli vive questa eclisse di sé nei confronti del Padre.

Ma san Francesco va ancora più in là. L'umiltà in Fran­cesco — ed ecco la grande novità, la meravigliosa scoperta di san Francesco — è la stessa rivelazione dell'amore. Dio è amore e l’amore non può essere che umiltà.

Dio è amore in se stesso: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella sua vita intima è l’infinita comunione di amore che passa da una Persona all'altra, perché ogni Persona divina è puro rapporto di sé all'altra Persona correlativa. Questo amore implica che ogni Persona divina in sé e per se non è: il Padre indipendentemente dal Figlio non è. Ci può essere un padre senza un figlio? Tuttavia fra gli uomini un padre non è mai padre soltanto, è anche sposo e può essere un medico, uno scrittore o qualche altra cosa. Ma il Padre celeste è esclusivamente Padre in rapporto al Figlio unigenito.

In sé e per sé ogni Persona divina non è; è totalmente, infinitamente per l’altra Persona correlativa: il Padre è tutto per il Figlio e nel Figlio; il Figlio è tutto nel Padre e per il Padre. Ogni Persona divina è pura relazione di amore; e proprio per questo è pura, assoluta umiltà. Dunque Dio è gia umiltà in se stesso, perché è amore. Così si è detto che l’umiltà di Gesù non è soltanto in Lui come uomo, ma è in Lui come Figlio che tutto riceve dal Padre e tutto al Padre riporta.

Ma Francesco contempla più stupende rivelazioni di amo­re. La sua anima sembra come smarrirsi in un'estasi dalla quale non riesce a riaversi: Gesù è umiltà nei confronti dell’uomo medesimo. L'ha detto Egli stesso: Egli è fra i suoi come colui che serve.

Se nella natura divina il Figlio unigenito è in relazione col Padre, nella natura umana assunta viene incontro all'uomo, si fa tutto per gli uomini, per i peccatori — è loro via, loro vita, loro salvezza; si fa «pane» per essere cibo.

Casella di testo:  E Francesco contempla l’umiltà del Cristo come espressione suprema di amore. La sua umiltà è rivelazione dell’amore di un Dio che si fa totalmente per l'uomo, per la sua salvezza. Si ordina all'uomo al punto che per sé sceglie il silenzio, la morte, sceglie l’ultimo posto. Si fa «nulla » perché l’uomo sia tutto.

Così avviene ogni volta che Egli si fa presente nella Messa sotto le specie del pane e del vino per donarsi, per essere mangiato: la Messa trova il suo compimento nella comunione eucaristica nella quale Egli totalmente si dà, cosi da sparire. E tutto per te e in te: “Per noi e per la nostra salvezza…”.

Il Verbo si sarebbe incarnato anche senza il peccato dell’uomo, ma sempre motivo dell'Incarnazione è la nostra sal­vezza! “Per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo…”.. Il Figlio di Dio si incarna per essere lo sposo che si dà tutto alla sposa. Il disegno divino si realizza nell’alleanza. Dio si fa uomo per donarsi a tutta l’umanità, anzi a ciascun uomo. Nell'atto stesso che Egli si incarna, Egli diviene rapporto a Maria. Alla grandezza del mistero per il quale il Padre dall'eternità dice: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato», risponde il mistero di una creatura, che può dire al suo Dio: «Tu sei mio figlio», e il mistero più grande ancora di un Dio che deve dire ad una creatura: «Tu sei la mia madre!».

Questo è Dio che a noi si è rivelato: un amore che si svuota di sé per donarsi, perché l’amore è dono. Dio si rivela all'uomo e si fa presente in quanto si dà così da perdersi in colui che Egli ama. Francesco conosce l’umiltà del Cristo nella natività, la contempla nella passione, ma soprattutto la vede nell'Eucaristia. Nell’Eucaristia è l’umiltà di un Dio che, amandoti, si nasconde, si annienta per essere la tua vita, per essere la tua ricchezza, e tutto si ordina a te e tutto si dona.

Quanto è bello quello che Francesco scrive nella Lettera al Capitolo Generate e a tutti i Frati; che è uno dei testi più belli degli scritti francescani:

« Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti, e siate santi perché Egli è santo. E come il Signore Dio onorò voi sopra tutti gli uomini, per questo mistero, cosi voi più di ogni altro uomo amate, riverite e onorate Lui.

Grande miseria sarebbe, e miserevole male se, avendo lui così presente, vi curaste di ogni altra cosa che fosse nell'universo intero!

L'umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo.

O ammirabile altezza, o degnazione stupenda! o umiltà su­blime! o sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane.

Guardate, frati, L’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto» (FF 220).

L'umiltà in san Francesco è veramente la rivelazione dell’amore; per questo è la rivelazione suprema di Dio. Fran­cesco non conosce una rivelazione più alta di Dio di questa umiltà. Il creato rivela la bellezza, ma solo l’umiltà di Cristo rivela l’amore di Dio. L'umiltà senza fondo, un'umiltà senza fine.

S. Josemaria Escrivà. Il trionfo di Cristo nell'umiltà

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Pubblichiamo di seguito il testo e l'audio in mp3 della seconda omelia di san Josemaría raccolta in "E' Gesù che passa" intitolata "Il trionfo di Cristo nell'umiltà".

19 settembre 2007

Lux fulgebit hodie super nos, quia natus est nobis Dominus: oggi splenderà la luce su di noi, perché ci è nato il Signore.

Ecco il grande annuncio che commuove in questo giorno i cristiani e che, per loro mezzo, viene rivolto a tutta l'umanità. Dio è in mezzo a noi. È questa la verità che appaga la nostra vita. Ogni Natale deve essere per noi un nuovo e peculiare incontro con Dio, in modo tale che la sua luce e la sua grazia entrino fino in fondo nella nostra anima.

Mentre ci soffermiamo davanti a Gesù Bambino, a Maria e a Giuseppe, e contempliamo il Figlio di Dio rivestito della nostra carne, mi torna alla memoria il viaggio che feci a Loreto, il 15 agosto 1951, per visitare la Santa Casa e pregare per un'intenzione che mi stava molto a cuore. Vi celebrai la Messa. Volevo dirla con raccoglimento, ma non avevo fatto i conti con il fervore della folla. Non avevo pensato che un giorno di festa così solenne avrebbe richiamato dai dintorni un gran numero di persone che portavano con sé la fede benedetta di quella terra e tanto amore alla Madonna. La loro pietà li spingeva a manifestazioni non del tutto appropriate, se si considerano le cose — come dire? — soltanto dal punto di vista delle leggi rituali della Chiesa.

Infatti, quando baciavo l'altare secondo le prescrizioni del messale, tre o quattro donne lo baciavano con me. Ero distratto, ma commosso. La mia attenzione era scossa anche dal pensiero che nella Santa Casa — che la tradizione vuole sia il luogo ove vissero Gesù, Maria e Giuseppe — fossero scritte in alto, sopra l'altare, queste parole: Hic Verbum caro factum est. Qui, in una casa costruita da mano d'uomini, in un lembo della terra su cui viviamo, Dio ebbe la sua dimora.


13 Il Figlio di Dio si è fatto carne ed è perfectus Deus, perfectus homo. In questo mistero c'è qualcosa che dovrebbe emozionare profondamente i cristiani. Ero commosso allora e lo sono ora. Vorrei ritornare a Loreto: mi porto là con il desiderio, per rivivere gli anni dell'infanzia di Gesù ripetendo e meditando quelle parole: Hic Verbum caro factum est.

Iesus Christus, Deus homo: ecco i magnalia Dei, le opere meravigliose di Dio, dinanzi alle quali dobbiamo meditare e di cui dobbiamo rendere grazie al Signore, a colui che è venuto a portare la pace in terra agli uomini di buona volontà, a tutti coloro che vogliono unire la loro volontà alla Volontà santa di Dio: non soltanto ai ricchi, né soltanto ai poveri, ma a tutti gli uomini, a tutti i fratelli. Perché tutti siamo fratelli in Gesù, tutti figli di Dio e fratelli di Cristo; e sua Madre è nostra Madre.

Sulla terra non c'è che una razza: quella dei figli di Dio. Tutti dobbiamo parlare la stessa lingua, quella che ci insegna il Padre nostro che è nei cieli, la lingua del dialogo di Gesù col Padre, la lingua che si parla col cuore e con la mente, quella stessa che usate ora nella vostra orazione. È la lingua delle anime contemplative, di coloro che sanno essere spirituali perché consapevoli della loro filiazione divina; una lingua che si esprime in mille mozioni della volontà, in tante illuminazioni radiose dell'intelligenza, negli affetti del cuore, nelle decisioni di condurre una vita retta, santa, lieta e pervasa di pace.

Dobbiamo contemplare Gesù Bambino, nostro Amore, nella culla. Dobbiamo contemplarlo consapevoli di essere di fronte a un mistero. È necessario accettare il mistero con un atto di fede; solo allora sarà possibile approfondirne il contenuto, guidati sempre dalla fede. Abbiamo bisogno, pertanto, delle disposizioni di umiltà proprie dell'anima cristiana. Non vogliate ridurre la grandezza di Dio ai nostri poveri concetti, alle nostre umane spiegazioni; cercate piuttosto di capire che, nella sua oscurità, questo mistero è luce che guida la vita degli uomini.

Noi osserviamo — scrive san Giovanni Crisostomo — che Gesù proviene da noi, dalla nostra natura umana ed è nato da una Vergine Madre; non comprendiamo, però, come un tale prodigio possa essersi compiuto. È inutile affannarci a tentare di scoprirlo; accettiamo piuttosto umilmente quello che Dio ci ha rivelato, ed evitiamo di curiosare su ciò che Dio ci ha nascosto. Tale accettazione ci porterà a comprendere e ad amare; il mistero sarà allora un insegnamento incomparabile, più convincente di qualsiasi ragionamento umano.


14 Quando parlo davanti al presepio, cerco sempre di immaginarmi Gesù nostro Signore proprio così, avvolto in fasce e adagiato sulla paglia di una mangiatoia; ma al tempo stesso cerco di vederlo, mentre è ancora bambino e non parla, come Dottore e Maestro. Ho bisogno di considerarlo in questo modo, perché devo imparare da Lui. Per imparare da Lui è necessario conoscere la sua vita; è necessario leggere il santo Vangelo e meditare le scene del Nuovo Testamento per addentrarci nel senso divino dell'esistenza terrena di Gesù.

Dobbiamo infatti riprodurre la vita di Cristo nella nostra vita. Ma ciò non è possibile se non attraverso la conoscenza di Cristo che si acquista leggendo e rileggendo la Sacra Scrittura e meditandola assiduamente nell'orazione, così come facciamo ora, davanti al presepio. Bisogna capire gli insegnamenti che Gesù ci dà fin dall'infanzia, fin da neonato, fin dal momento in cui i suoi occhi si sono aperti su questa benedetta terra degli uomini.

Gesù, che cresce e vive come uno di noi, ci rivela che l'esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e più comuni, ha un senso divino. Benché abbiamo considerato tante volte questa verità, ci deve pur sempre riempire di ammirazione la considerazione di quei trent'anni di oscurità che costituiscono la maggior parte del tempo che Gesù ha trascorso tra gli uomini suoi fratelli. Anni oscuri, ma per noi luminosi come la luce del sole. Sono, anzi, lo splendore che illumina i nostri giorni, che dà ad essi il loro autentico significato: perché altro non siamo che comuni fedeli che conducono una vita in tutto uguale a quella di tanti milioni di persone dei più diversi luoghi della terra.

Per sei lustri Gesù non fu che questo: fabri filius, il figlio dell'artigiano. Quando poi vengono i tre anni di vita pubblica e l'osanna delle folle, la gente si stupisce: chi è costui e dove ha appreso tante cose? Perché la sua vita era stata la vita comune della gente della sua terra. Egli stesso era noto come faber, filius Mariae, l'artigiano, figlio di Maria. Ed era Dio, e veniva a compiere la Redenzione del genere umano, ad attirare a sé tutte le cose.


15 Come per ogni altro avvenimento della sua vita, mai dovremmo contemplare quegli anni nascosti di Gesù senza sentirci coinvolti, senza coglierne il significato che più da vicino ci riguarda: sono appelli che il Signore ci rivolge per farci uscire dal nostro egoismo, dalla nostra comodità. Il Signore conosce bene i nostri limiti, l'attaccamento alla nostra personalità, le nostre ambizioni; conosce quanto ci sia difficile dimenticare noi stessi e darci agli altri. Sa che cosa sia non trovare amore e costatare che anche quelli che dicono di seguirlo lo fanno solo a metà. Ricorderete le scene drammatiche, narrate dagli Evangelisti, nelle quali vediamo gli Apostoli pieni ancora di aspirazioni temporali e di progetti soltanto umani. Ma Gesù li ha scelti, li tiene con sé, e affida loro la missione che Egli aveva ricevuto dal Padre.

Anche noi siamo chiamati da Gesù che ci domanda, come a Giacomo e a Giovanni: Potestis bibere calicem, quem ego bibiturus sum?, siete disposti a bere il calice che io sto per bere, il calice dell'abbandono completo alla volontà del Padre? Possumus!, sì, siamo disposti, rispondono Giacomo e Giovanni. Io e voi, siamo veramente disposti a compiere in tutto la volontà di Dio nostro Padre? Abbiamo dato tutto intero il nostro cuore al Signore, o ci manteniamo attaccati a noi stessi, ai nostri interessi, ai nostri comodi, al nostro amor proprio? C'è qualcosa che non si addice alla nostra condizione di cristiani e che ci impedisce di purificarci? Ecco oggi l'occasione di rettificare.

Come prima cosa, è necessario convincerci che è Gesù a rivolgere a ciascuno di noi queste domande. È Lui a farle e non io. Io non oserei porle nemmeno a me stesso. Sto continuando la mia orazione ad alta voce, ma è dal suo intimo che ognuno di noi confessa al Signore: Gesù, che poca cosa sono, quanta viltà in tante occasioni, quanti errori in questa o in quella circostanza, in quel luogo e in quell'altro...! Ma possiamo anche aggiungere: meno male, Signore, che mi hai sorretto con la tua mano, perché mi riconosco capace di ogni infamia; tienimi stretto, non mi lasciare, trattami sempre come un bambino. Vorrei essere forte, coraggioso, coerente; ma tu aiutami come si aiuta una creatura inesperta. Conducimi per mano, Signore, e fa, che anche tua Madre sia accanto a me e mi protegga. E allora, possumus!, lo potremo, ci sentiremo capaci di prendere Te come modello.

Non è presunzione affermare: possumus! Gesù stesso ci insegna questo cammino divino e ci chiede di intraprenderlo, dal momento che Egli lo ha reso umano e accessibile alla nostra debolezza. Ecco perché si è abbassato tanto. Questo e il motivo per cui quel Signore, che in quanto Dio era uguale al Padre, si e umiliato prendendo la forma di servo; ma si e abbassato per quanto riguarda la maestà e la potenza, non per quanto riguarda la bontà e la misericordia.

La bontà di Dio ci rende agevole il cammino. Non possiamo respingere l'invito di Gesù, non possiamo dirgli di no, non possiamo renderci sordi al suo appello: non avremmo scuse, non avremmo argomenti per continuare a credere che non possiamo. Egli ci ha istruiti con il suo esempio. Pertanto, vi supplico, fratelli miei: non permettete che vi sia stato mostrato invano un modello così prezioso, ma configuratevi a Lui e rinnovatevi nell'intimo della vostra anima.


16 Vedete quant'è necessario conoscere Gesù e studiare con amore la sua vita? Molte volte ho cercato nella Scrittura una sintesi biografica di Gesù, una definizione della sua attività terrena. L'ho trovata, coniata dallo Spirito Santo, in due parole: Pertransiit benefaciendo. Giorno per giorno, tutta la vita di Gesù sulla terra, dalla nascita alla morte, non è che questo: Pertransiit benefaciendo, riempì tutto di bene. In un altro punto la Scrittura dice ancora di Lui: Bene omnia fecit, fece bene ogni cosa, portò tutto a termine e non operò altro che il bene.

Tu e io, che cosa ne deduciamo? Esaminiamoci per vedere che cosa abbiamo da correggere. Io trovo in me tanto da rifare! Ma poiché da solo mi riconosco incapace di operare il bene, e Gesù stesso ci ha detto che senza di Lui non possiamo nulla, decidiamoci, tu e io, a implorare il suo aiuto, con la mediazione di sua Madre. Ci rivolgiamo a Lui in questi colloqui intimi, propri delle anime che amano Dio. Non aggiungo altro, perché ognuno deve parlare a tu per tu, secondo i suoi bisogni. Mentre vi do questi consigli, dentro di me e senza suono di parole applico questo criterio alla mia personale miseria.


17 Pertransiit benefaciendo. Che cosa fece Gesù per prodigare tanto bene e nient'altro che bene lungo il suo passaggio? I santi Vangeli ci dànno la risposta facendoci conoscere, in tre parole, un'altra biografia di Gesù: Erat subditus illis. Egli obbediva. Oggi che il mondo è così pieno di disobbedienza, di mormorazioni, di disunione, tanto di più dobbiamo apprezzare l'obbedienza.

Sono un grande amico della libertà, e proprio per questo amo tanto la virtù cristiana dell'obbedienza. Dobbiamo sentirci figli di Dio e vivere il desiderio appassionato di compiere la volontà del Padre. Fare le cose secondo il volere di Dio perché ci va di farle: ecco il motivo più soprannaturale della nostra condotta.

Lo spirito dell'Opus Dei, che da più di trentacinque anni cerco di vivere e di insegnare, mi ha fatto comprendere e amare la libertà personale. Quando Dio nostro Signore concede agli uomini la sua grazia, quando li chiama con una vocazione specifica, è come se tendesse loro la mano; mano paterna, piena di fortezza, ma soprattutto di amore, perché Egli ci cerca a uno a uno, come figli e figlie, e conosce la nostra fragilità. Il Signore attende da noi lo sforzo di prendere la mano che ci porge: ci chiede questo sforzo come riconoscimento della nostra libertà. Per riuscire a compierlo è necessario essere umili, sentirci figli bambini e amare la benedetta obbedienza dovuta alla sua paternità benedetta.

Al Signore dobbiamo permettere di entrare nella nostra vita e di entrarvi agevolmente, e lo faremo sgombrando ostacoli e illuminando i nascondigli interiori. Noi uomini abbiamo la tendenza a difenderci, ad aggrapparci al nostro egoismo. Cerchiamo sempre di essere dei re, sia pure del regno della nostra miseria. Capite bene, allora, quanto grande è il bisogno di ricorrere a Gesù: Egli solo può farci veramente liberi per poter servire Dio e tutti gli uomini. Comprenderemo allora tutta la verità di queste parole di san Paolo: Ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato e la morte; ma il dono di Dio e la vita eterna in Cristo nostro Signore.

Procediamo tuttavia guardinghi, perché la nostra tendenza all'egoismo non muore e la tentazione può infiltrarsi in mille modi. Dio esige che nell'obbedienza venga esercitata la fede, perché la sua volontà non si manifesta con strepito. Sovente il Signore suggerisce la sua volontà sottovoce, nell'intimo della coscienza: per riconoscere tale voce e seguirla fedelmente, è necessario ascoltare con attenzione.

In molte altre occasioni il Signore ci parla per mezzo di altri uomini, e può capitare che la vista dei loro difetti o il dubbio sulla loro idoneità a comprendere tutti i dati di una situazione concreta siano come un invito a non obbedire. Tutto ciò può avere un senso divino, perché Dio non impone un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza intelligente, che ci faccia sentire la responsabilità personale di aiutare gli altri con i lumi del nostro intelletto. Cerchiamo però di essere sinceri con noi stessi: esaminiamo, caso per caso, se a muoverci è l'amore alla verità, o non piuttosto l'egoismo e l'attaccamento al nostro criterio. Quando le nostre idee personali ci dividono dagli altri, quando ci portano a rompere la comunione con i nostri fratelli, a rompere l'unità, è evidente allora che non operiamo secondo lo spirito di Dio.

Non dimentichiamocelo: per obbedire — ripeto — ci vuole umiltà. Consideriamo ancora l'esempio del Signore. Gesù obbedisce, e obbedisce a Giuseppe e a Maria. Dio è venuto sulla terra per obbedire, e obbedire a delle creature. Sono, è vero, due creature di grande perfezione: Maria Santissima, Madre nostra, più di Lei solo Dio; e san Giuseppe, uomo castissimo. Ma sono pur sempre creature. E Gesù, che è Dio, era loro sottomesso. Dobbiamo amare Dio, e così ameremo la sua volontà e avremo il desiderio di rispondere agli appelli che ci rivolge attraverso gli impegni abituali della nostra vita quotidiana: attraverso i doveri del nostro stato, l'attività professionale, il lavoro, la famiglia, i rapporti sociali, le sofferenze proprie e altrui, l'amicizia, lo zelo per compiere ciò che è buono e giusto.


18 Quando giunge il tempo natalizio mi piace contemplare le immagini di Gesù Bambino. Quelle figure che rappresentano il Signore nel suo annientamento mi ricordano che Dio ci chiama, che l'Onnipotente ha voluto presentarsi a noi indifeso e come bisognoso degli uomini. Dalla culla di Betlemme Gesù dice a me e a te che ha bisogno di noi; ci sollecita a una vita cristiana senza compromessi, a una vita di donazione, di lavoro, di gioia.

Non raggiungeremo mai la vera serenità se non imitiamo davvero Gesù Cristo, se non lo seguiamo nell'umiltà. Lasciatemelo dire di nuovo: avete visto dove si nasconde la grandezza di Dio? In una mangiatoia, con le fasce di un neonato, dentro una grotta. La forza redentrice della nostra vita sarà efficace pertanto solo se c'è umiltà, solo quando smetteremo di pensare a noi stessi e sentiremo la responsabilità di aiutare gli altri.

Non è infrequente che anche anime buone si provochino conflitti personali tali da suscitare serie preoccupazioni ma che in realtà sono privi di ogni base oggettiva. Nascono da una conoscenza di se stessi tanto inadeguata da scatenare la superbia: il bisogno di sentirsi al centro dell'attenzione e della stima degli altri, la preoccupazione di fare bella figura, il non rassegnarsi a fare il bene senza farlo vedere, l'ansia per la propria sicurezza... In tal modo, molte anime che potrebbero godere di una pace meravigliosa e gustare una gioia incomparabile finiscono — per orgoglio e presunzione — per essere infelici e infeconde.

Cristo fu umile di cuore. In tutta la sua vita non volle per sé nulla di singolare, nessun privilegio. La sua esistenza umana ha inizio nel seno di sua Madre, ove permane nove mesi come ogni altro mortale, nel modo più naturale. Ben sapeva il Signore quale estremo bisogno avesse di Lui l'umanità, e ardente era la sua ansia di scendere sulla terra per la salvezza di tutte le anime: eppure ogni cosa segue il suo corso. Egli nacque quando giunse il suo momento, come ogni altro uomo sulla terra. Dal concepimento alla nascita, nessuno — tranne Giuseppe ed Elisabetta — si rende conto del prodigio: Dio viene a porre la sua dimora tra gli uomini.

Il Natale di Gesù è soffuso di ammirevole semplicità: il Signore viene senza risonanza, sconosciuto a tutti. Qui in terra, soltanto Maria e Giuseppe partecipano a questa avventura divina. Poi i pastori, ai quali gli angeli recano l'annunzio. E, più tardi, quei saggi dell'Oriente. È così che ha compimento l'evento trascendente che unisce il cielo alla terra, Dio all'uomo.

È mai possibile tanta insensibilità di cuore al punto di abituarsi a queste scene? Dio viene nell'umiltà perché ci sia possibile avvicinarlo, perché ci sia possibile corrispondere al suo amore con il nostro amore, perché la nostra libertà si arrenda non più soltanto alla manifestazione della sua potenza, ma anche allo splendore della sua umiltà.

Ineffabile grandezza di un bambino che è Dio! Suo Padre è il Dio che ha fatto i cieli e la terra, eppure Egli è lì, in una mangiatoia, quia non erat eis locus in diversorio, perché non c'era altro posto sulla terra per il Signore di tutto il creato.


19 Non mi discosto dal rigore della verità se affermo che Gesù cerca ancora una dimora: nel nostro cuore. Dobbiamo chiedergli perdono per la nostra sbadataggine, per la nostra ingratitudine. Dobbiamo chiedergli la grazia di non chiudere mai più davanti a Lui la porta della nostra anima.

Il Signore non ci nasconde che l'obbediente sottomissione alla volontà di Dio richiede spirito di rinuncia e di dedizione, perché l'amore non reclama diritti: vuole soltanto servire. E a Lui, che per primo ha percorso questo cammino, noi domandiamo: Gesù, come hai vissuto l'obbedienza? Usque ad mortem, mortem autem crucis, fino alla morte, e morte di croce. Bisogna uscire dal proprio guscio, complicarsi la vita, perderla per amore di Dio e delle anime. Ecco, tu volevi vivere, non volevi che ti accadesse alcunché: ma Dio ha voluto diversamente. Vi sono due volontà: ma la tua volontà si pieghi alla volontà di Dio, e non la volontà di Dio si torca alla tua. Ho visto con gioia molte anime mettere in gioco la propria vita — come hai fatto tu, Signore, usque ad mortem — per compiere tutto quello che la volontà di Dio chiedeva; hanno impegnato tutte le loro aspirazioni e il loro lavoro professionale al servizio della Chiesa, per il bene di tutti gli uomini.

Dobbiamo imparare a obbedire, dobbiamo imparare a servire. Non c'è nobiltà più grande che decidere di darsi volontariamente in aiuto agli altri. Quando sentiamo che l'orgoglio ribolle dentro di noi, la superbia ci fa credere di essere dei superuomini, allora è il momento di dire di no, di dire che il nostro unico trionfo deve essere quello dell'umiltà. In tal modo ci identificheremo con Cristo crocifisso; e non nostro malgrado, insicuri e a malincuore, ma lietamente, perché la gioia nel momento dell'abnegazione è la dimostrazione più bella dell'amore.


20 Consentitemi di parlare ancora della schiettezza e della semplicità della vita di Gesù, che già tante volte vi ho fatto considerare. Gli anni della vita nascosta del Signore sono tutt'altro che insignificanti, né rappresentano una semplice preparazione agli anni della vita pubblica. Fin dal 1928 ho compreso con chiarezza che Dio desidera che i cristiani prendano esempio dalla vita del Signore tutta intera. Da allora ho capito appieno la sua vita nascosta, la sua vita di umile lavoro in mezzo agli uomini: il Signore vuole che molte anime trovino la loro via in quei suoi anni di vita silenziosa e senza splendore. Obbedire alla volontà di Dio, pertanto, è sempre un uscire dal proprio egoismo; ma non è detto che ciò sia possibile solo a condizione di abbandonare le circostanze ordinarie di una vita come è quella di coloro che, per il loro stato, la loro professione e il loro posto nella società, sono in tutto uguali a noi.

Il mio sogno — un sogno che è divenuto realtà — è che vi sia una moltitudine di figli di Dio che si santificano vivendo la condizione comune dei loro simili, condividendone le ansie, le aspirazioni, gli sforzi. Sento il bisogno di gridare loro questa divina verità: voi restate in mezzo al mondo non perché Dio si sia dimenticato di voi, non perché il Signore non vi abbia chiamati. Vi ha invitati a permanere in mezzo alle attività e agli impegni terreni facendovi capire che la vostra vocazione umana, il vostro lavoro, le vostre doti, lungi dall'essere estranee ai disegni divini, sono le cose che Egli ha santificato vivendole come offerta graditissima al Padre.


21 Quando si ricorda a un cristiano che la sua vita non ha altro senso che di obbedire alla volontà di Dio, non si pretende con questo di separarlo dagli uomini. Anzi, nella maggior parte dei casi il comandamento ricevuto dal Signore di amarci l'un l'altro come Egli ci ha amati significa vivere accanto agli altri e allo stesso modo degli altri, pienamente dediti a servire il Signore in mezzo al mondo, per far meglio conoscere l'amore di Dio a tutte le anime: per dire a tutti che si sono aperti i cammini divini della terra.

Il Signore non si è limitato a dirci che ci amava, ma lo ha dimostrato con le opere. Non dimentichiamoci che il Signore si è incarnato per insegnare, perché noi apprendessimo a vivere la vita dei figli di Dio. Ricorderete il prologo dell'evangelista Luca negli Atti degli Apostoli: Primum quidem sermonem feci de omnibus, o Theophile, quae coepit Iesus facere et docere (ho parlato delle cose più notevoli che Gesù fece e insegno). Venne a insegnare, ma innanzitutto a fare; venne a insegnare, ma facendosi modello, facendosi Maestro ed esempio con la sua condotta.

Possiamo ora continuare il nostro esame di coscienza davanti a Gesù Bambino. Siamo decisi a fare in modo che la nostra vita serva di modello e di insegnamento agli uomini, nostri fratelli e nostri uguali? Ognuno di noi è deciso a essere un altro Cristo? Ma non basta dirlo con le labbra. Tu, che come cristiano sei chiamato a essere un altro Cristo — lo domando a ciascuno di voi e lo domando a me stesso — , meriti che si dica anche di te: coepit facere et docere?, e cioè che hai incominciato a fare le cose da figlio di Dio, attento alla volontà del Padre, in modo da spingere tutte le anime a prendere parte alle cose buone e nobili, divine e umane della Redenzione? Vivi la vita di Cristo nella tua vita ordinaria in mezzo al mondo?

Fare le opere di Dio non è una bella frase: significa corrispondere all'invito di spendere la propria vita per Amore. Bisogna morire a se stessi per rinascere a vita nuova. Tale è l'obbedienza di Gesù, usque ad mortem, mortem autem crucis: propter quod et Deus exaltavit illum, e per questo Dio lo esaltò. Quando si obbedisce alla volontà di Dio, la Croce è Risurrezione, esaltazione. È così che si compie in noi, momento per momento, la vita di Cristo; è così che potremo dire serenamente di aver vissuto cercando di essere buoni figli di Dio, di essere passati per questa terra facendo il bene, nonostante tutta la nostra miseria e gli errori personali, per quanto numerosi.

E quando verrà la morte — e verrà inesorabilmente — potremo accoglierla con gioia, come ho visto che l'hanno accolta tante persone sante a conclusione di un'esistenza ordinaria. Con gioia, vi dicevo, perché quando si imita Gesù nel fare il bene — e si obbedisce, e si porta la croce — nonostante le nostre miserie, risuscitiamo con Cristo, perché Cristo è veramente risorto: Surrexit Dominus vere!.

Il Signore che si è fatto bambino — meditatelo! — ha vinto la morte. Attraverso l'annientamento, l'umiltà e l'obbedienza, attraverso la divinizzazione della vita ordinaria e corrente delle creature, il Figlio di Dio è riuscito vincitore.

Tale è il trionfo di Gesù, di colui che ci ha elevati alla sua altezza, all'altezza dei figli di Dio, scendendo al nostro livello, al livello dei figli degli uomini.

Santa Geltrude di Elfta. « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi »

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Santa Geltrude di Elfta (1256-1301), monaca benedettina
Esercizi, 7 ; SC 127, 285

« Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi »


Tu che hai fatto per me tante cose grandissime e bellissime da obbligarmi al tuo servizio per sempre, che cosa ti renderò per tanti tuoi benefici? Quali lodi e quali azioni di grazie potrei mai offrirti, se anche mi ci prodigassi mille volte senza risparmiarmi ? Chi sono io, povera creatura, in confronto a te, mia abbondante redenzione? Dunque ti offrirò tutta intera la mia anima , che tu hai riscattato; ti farò omaggio dell'amore del mio cuore. Sì, trasporta la mia vita in te, portami tutta in te e, rinchiudendomi in te, fa che io sia una sola cosa con te.

O Amore, il tuo divino ardore ha aperto per me il cuore dolcissimo del mio Gesù. O cuore fonte di mitezza, cuore traboccante di bontà, cuore sovrabbondante di carità, cuore da cui cola goccia a goccia la benevolenza, cuore pieno di misericordia..., cuore carissimo, ti prego di assorbire il mio cuore interamente in te. Perla carissima del mio cuore, invitami ai tuoi festini che danno la vita; versa per me i vini della tua consolazione... affinché la rovina del mio spirito sia riempita della tua carità divina, e che l'abbondanza del tuo amore supplisca alla povertà e alla miseria della mia anima.

O cuore amato al di sopra di tutto..., abbi pietà di me. Ti supplico, che la mitezza della tua carità ridia coraggio al mio cuore. Per grazia, le viscere della tua misericordia si commuovano in mio favore, perché purtroppo, numerosi sono i miei demeriti, nulli i miei meriti. Mio Gesù, il merito della tua preziosa morte, che solo ha avuto il potere di condonare il debito universale, mi rimetta tutto il male che ho fatto...; mi attiri a te così potentemente che, trasformata interamente dalla forza del tuo amore divino, io trovi grazia ai tuoi occhi... E donami, o caro Gesù, di amare te solo, in ogni cosa e al di sopra di tutto, di attaccarmi a te con fervore, di sperare in te, e di non mettere alla mia speranza nessun limite.

dom Prosper Guéranger. 29 GIUGNO SAN PIETRO E SAN PAOLO, APOSTOLI

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La risposta dell'amore.

“Simone, figlio di Giona, mi ami tu?”. Ecco l'ora in cui si fa sentire la risposta che il Figlio dell'Uomo esigeva dal pescatore di Galilea. Pietro non teme la triplice domanda del Signore. Dalla notte in cui il gallo fu meno pronto a cantare che non il primo fra gli Apostoli a rinnegare il suo Maestro, lacrime senza fine hanno segnato due solchi sulle sue guance; ma è spuntato il giorno in cui cesseranno i pianti. Dal patibolo sul quale l'umile discepolo ha voluto essere inchiodato con il capo in giù, il suo cuore traboccante ripete infine senza timore la protesta che, dalla scena sulle rive del lago di Tiberiade, ha silenziosamente consumato la sua vita: “Sì, o Signore, tu sai che io ti amo!” (Gv 21,17).

L'amore, segno del nuovo sacerdozio.

L'amore è il segno che distingue dal ministero della legge di servitù il sacerdozio dei tempi nuovi. Impotente, immerso nel timore, il sacerdote ebreo non sapeva far altro che irrorare l'altare figurativo del sangue di vittime che sostituivano lui stesso. Sacerdote e vittima insieme, Gesù chiede di più a coloro che chiama a partecipare alla prerogativa che lo fa pontefice in eterno secondo l'ordine di Melchisedech (Sal 109,4). “Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quel che fa il padrone. Ma vi ho chiamati amici perché vi ho comunicato tutto quello che ho udito dal Padre mio (Gv 15,15). “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Perseverate nell'amor mio” (ivi, 9).

Ora, per il sacerdote ammesso in tal modo nella comunità del Pontefice eterno, l'amore è completo solo se si estende all'umanità riscattata nel grande Sacrificio. E, si noti bene: in ciò vi è per lui qualcosa di più dell'obbligo comune a tutti i cristiani di amarsi a vicenda come membra di uno stesso Capo; poiché, con il suo sacerdozio, egli fa parte del Capo, e per questo motivo la carità deve prendere in lui qualcosa del carattere e delle profondità dell'amore che questo Capo ha per le sue membra. Che cosa accadrebbe se, al potere che possiede di immolare Cristo stesso, al dovere di offrirsi insieme con lui nel segreto dei Misteri, la pienezza del pontificato venisse ad aggiungere la missione pubblica di dare alla Chiesa l'appoggio di cui ha bisogno, la fecondità che lo Sposo celeste si aspetta da essa? È allora che, secondo la dottrina espressa fin dalle più remote antichità dai Papi, dai Concili e dai Padri, lo Spirito Santo lo rende atto alla sua sublime missione identificando completamente il suo amore a quello dello Sposo di cui soddisfa gli obblighi e di cui esercita i diritti.

L'amore di san Pietro.

Affidando a Simone figlio di Giona l'umanità rigenerata, la prima cura dell'Uomo-Dio era stata quella di assicurarsi che egli sarebbe stato veramente il vicario del suo amore (Sant'Ambrogio, Comm. su san Luca, 10); che, avendo ricevuto più degli altri, avrebbe amato più di tutti (Lc 7,47; Gv 21,15); che, erede dell'amore di Gesù per i suoi che erano nel mondo li avrebbe amati al pari di lui sino alla fine (Gv 13,1). Per questo la costituzione di Pietro al vertice della sacra gerarchia, concorda nel Vangelo con l'annuncio del suo martirio (ivi 21,18): pontefice supremo, doveva seguire fino alla Croce il supremo gerarca (ivi 19,22).

Ora, la santità della creatura, e nello stesso tempo la gloria del Dio creatore e salvatore, non trovano la loro piena espressione che nel Sacrificio che abbraccia pastore e gregge in uno stesso olocausto.

Per questo fine supremo di ogni pontificato e di ogni gerarchia, dall'Ascensione di Gesù in poi Pietro aveva percorso la terra. A Joppe, quando era ancora agli inizi del suo itinerario apostolico, una misteriosa fame si era impadronita di lui: “Alzati, Pietro, uccidi e mangia”, aveva detto lo Spirito; e, nello stesso tempo, una visione simbolica presentava riuniti ai suoi occhi gli animali della terra e gli uccelli del cielo (At 10,9-16). Era la gentilità che egli doveva congiungere, alla tavola del divino banchetto, ai resti d'Israele. Vicario del Verbo, condivideva la sua immensa fame; la sua carità, come un fuoco divoratore, si sarebbe assimilati i popoli; realizzando il suo attributo di capo, sarebbe venuto il giorno i cui, vero capo del mondo, avrebbe fatto di quella umanità offerta in preda alla sua avidità il corpo di Cristo nella sua stessa persona. Allora, nuovo Isacco, o piuttosto vero Cristo, avrebbe visto anche lui innalzarsi davanti a sé il monte dove Dio guarda, aspettando l'offerta (Gen 22,14).

Il martirio di san Pietro.

Guardiamo anche noi, poiché quel futuro è divenuto presente, e, come nel grande Venerdì, prendiamo anche noi parte allo spogliamento che si annuncia. Parte beata, tutta di trionfo: qui almeno, il deicidio non unisce la sua lugubre nota all'omaggio del mondo e il profumo d'immolazione che già si eleva dalla terra riempie i cieli della sua soave letizia. Divinizzata dalla virtù dell'adorabile ostia del Calvario, si direbbe infatti che la terra oggi basti a se stessa. Semplice figlio di Adamo per natura, e tuttavia vero pontefice supremo, Pietro avanza portando il mondo: il suo sacrificio completerà quello dell'Uomo-Dio che lo investì della sua grandezza (Col 1,24); inseparabile dal suo capo visibile, anche la Chiesa lo riveste della sua gloria (1Cor 11,7). Per il potere di quella nuova croce che si eleva, Roma oggi diventa la città santa. Mentre Sion rimane maledetta per avere una volta crocifisso il suo Salvatore, Roma avrà un bel rigettare l'Uomo-Dio, versarne il sangue nella persona dei suoi martiri, nessun delitto di Roma potrà prevalere contro il grande fatto che si pone in quest'ora: la croce di Pietro le ha delegato tutti i diritti di quella di Gesù, lasciando ai Giudei la maledizione; essa ora diventa la Gerusalemme.

Il martirio di san Paolo.

Essendo dunque tale il significato di questo giorno, non ci si stupirà che l'eterna Sapienza abbia voluto renderlo ancora più sublime, unendo l'immolazione dell'apostolo Paolo al Sacrificio di Simon Pietro. Più di ogni altro, Paolo aveva portato avanti, con le sue predicazioni, l'edificazione del corpo di Cristo (Ef 4,12); se oggi la santa Chiesa è giunta a quel pieno sviluppo che le consente di offrirsi nel suo capo come un'ostia di soavissimo odore, chi meglio di lui potrebbe dunque meritare di completare l'offerta? (Col 1,24; 2Cor 12,15). Essendo giunta l'età perfetta della Sposa (Ef 4,13), anche la sua opera è terminata (2Cor 11,2). Inseparabile da Pietro nelle sue fatiche in ragione della fede e dell'amore, lo accompagna parimenti nella morte (Antifona dell'Ufficio); entrambi lasciano la terra nel gaudio delle nozze divine sigillate con il sangue, e salgono insieme all'eterna dimora dove l'unione è perfetta (2Cor 5).

VITA DI SAN PIETRO - Dopo la Pentecoste, san Pietro organizzò con gli altri Apostoli la chiesa di Gerusalemme, quindi le chiese di Giudea e di Samaria, e infine ricevette nella Chiesa il centurione Cornelio, il primo pagano convertito. Sfuggito miracolosamente alla morte che gli riservava il re Erode Agrippa, lasciò la Palestina e si recò a Roma dove fondò, forse fin dall'anno 42, la Chiesa che doveva essere il centro della Cattolicità. Da Roma intraprese parecchi viaggi apostolici. Verso il 50 è a Gerusalemme per il Concilio che decretò l'ammissione dei Gentili convertiti nella Chiesa, senza obbligarli alle osservanze della legge mosaica. Passò ad Antiochia, nel Ponto, in Galazia, in Cappadocia, in Bitinia e nella provincia dell'Asia. Avendo un incendio distrutto la città di Roma nel 64, si accusarono i cristiani di essere gli autori della catastrofe e Nerone li fece arrestare in massa. Parecchie centinaia, forse anche parecchie migliaia furono condannati a morte mediante vari supplizi: alcuni furono crocifissi, altri bruciati vivi, altri dati in pasto alle belve nell'anfiteatro, altri infine decapitati. San Pietro, dapprima incarcerato secondo una antica tradizione nel carcere Mamertino, fu crocifisso con la testa in giù, negli orti di Nerone, sul colle Vaticano. Qui fu seppellito. La data esatta del suo supplizio è il 29 giugno del 67.

La festa del 29 giugno.

Dopo le grandi solennità dell'Anno Liturgico e la festa di san Giovanni Battista, non ve n'è alcun'altra più antica o più universale nella Chiesa di quella dei due Principi degli Apostoli. Molto presto Roma celebrò il loro trionfo nella data stessa del 29 giugno che li vide elevarsi dalla terra al cielo. La sua usanza prevalse subito su quella di alcune regioni, dove si era dapprima deciso di fissare la festa degli Apostoli agli ultimi giorni di dicembre. Certamente, era un nobile pensiero quello di presentare i padri del popolo cristiano al seguito dell'Emmanuele nel suo ingresso nel mondo. Ma come abbiamo visto, gli insegnamenti di questo giorno hanno, per se stessi, una importanza preponderante nell'economia del dogma cristiano; essi formano il complemento dell'intera opera del Figlio di Dio; la croce di Pietro costituisce la Chiesa nella sua stabilità, e assegna al divino Spirito l'immutabile centro delle sue operazioni. Roma era dunque ben ispirata quando, riservando al discepolo prediletto l'onore di vegliare per i suoi fratelli presso la culla del Dio-Bambino, conservava la solenne commemorazione dei Principi dell'apostolato nel giorno scelto da Dio per porre termine alle loro fatiche e coronare, insieme con la loro vita, l'intero ciclo dei misteri.

Il ricordo dei dodici Apostoli.

Ma era giusto non dimenticare, in un giorno così solenne, quegli altri messaggeri del padre di famiglia che irrorarono anch'essi dei loro sudori e del loro sangue tutte le strade del mondo, per accelerare il trionfo e radunare gli invitati del banchetto nuziale (Mt 22,8-10). Grazie appunto ad essi, la legge di grazia è ora definitivamente promulgata in mezzo alle genti e la buona novella ha risuonato in tutte le lingue e su tutte le sponde (Sal 18,4-5). Cosicché la festa di san Pietro, particolarmente completata dal ricordo di Paolo che gli fu compagno nella morte, fu tuttavia considerata, fin dai tempi più remoti, come quella dell'intero Collegio Apostolico. Non si sarebbe potuto pensare, nei primi tempi di poter separare dal glorioso capo alcuno di quelli che il Signore aveva riavvicinati così intimamente, nella solidarietà della comune opera. In seguito tuttavia furono consacrate successivamente particolari solennità a ciascuno di essi, e la festa del 29 giugno rimase attribuita più esclusivamente ai due principi il cui martirio aveva reso illustre questo giorno. Avvenne anche presto che la Chiesa romana, non credendo di poterli onorare convenientemente entrambi in uno stesso giorno, rimandò all'indomani la lode più esplicita del Dottore delle genti.

MESSA

EPISTOLA (At 12,1-11). - In quei giorni, il re Erode mise mano a maltrattare alcuni della Chiesa. Fece morir di spada Giacomo, fratello di Giovanni; e, vedendo che ciò era accetto ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano i giorni degli azzimi. E, presolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, volendo dopo la Pasqua presentarlo al popolo. Pietro adunque era custodito nella prigione, ma dalla Chiesa si faceva continua orazione per lui. Or quando Erode stava per presentarlo al popolo, proprio la notte avanti, Pietro dormiva in mezzo a due soldati, stretto con doppia catena, e le sentinelle, alla porta, custodivano il carcere. Ed ecco presentarsi l'Angelo del Signore, e splendere una luce nella cella. E l'Angelo, percosso il fianco di Pietro, lo svegliò dicendo: Presto, levati. E le catene gli caddero dalle mani. L'Angelo gli disse: Cingiti e legati i sandali. E lo fece. E gli aggiunse: Buttati addosso il mantello e seguimi. E Pietro, uscendo, lo seguiva, e non sapeva essere realtà quel che era fatto dall'Angelo, ma credeva di vedere una visione. E passata la prima e la seconda sentinella, giunsero alla porta di ferro che mette in città, la quale si aprì loro da se medesima. E usciti fuori, si inoltrarono per una strada e d'improvviso l'Angelo sparì da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: Or veramente riconosco che il Signore ha mandato il suo Angelo e m'ha liberato dalle mani di Erode e dall'attesa del popolo dei Giudei.

La partenza verso Roma.

È difficile tornare con maggior insistenza di quanto faccia la Liturgia di questo giorno sull'episodio della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Parecchie Antifone e tutti i Capitoli dell'Ufficio sono tratti da esso; l'Introito lo cantava or ora; ed ecco che l'Epistola ci offre nella sua integrità il racconto che sembra interessare in modo tanto particolare oggi la Chiesa di Dio. Il segreto di tale preferenza è facile a scoprirsi. Questa festa è quella in cui la morte di Pietro conferma la Chiesa nelle sue auguste prerogative di Regina, di Madre e di Sposa; ma quale fu il punto di partenza di tali grandezze, se non il momento solenne fra tutti, in cui il Vicario dell'Uomo-Dio, scuotendo su Gerusalemme la polvere dei suoi calzari (Lc 10,11), volse la faccia verso l'Occidente, e trasferì in Roma i diritti della sinagoga ripudiata? Ora è appunto nell'uscire dalla prigione di Erode, che questo sublime episodio ebbe luogo. E uscendo dalla città se ne andò - dicono gli Atti - in un altro luogo (At 12,17). Questo altro luogo, secondo la testimonianza della storia e di tutta la tradizione, era la città chiamata a diventare la nuova Sion; era Roma, dove qualche settimana dopo giungeva Simon Pietro. Cosicché, riprendendo le parole dell'angelo in uno dei Responsori dell'Ufficio del Mattutino, la gentilità cantava questa notte: “Alzati, Pietro, e indossa i tuoi vestiti: cingiti di forza, per salvare le genti; poiché le catene sono cadute dalle tue mani”.

Il sonno di Pietro.

Come un giorno Gesù nella barca vicina ad affondare, Pietro dormiva tranquillamente alla vigilia del giorno in cui doveva morire. La tempesta, i pericoli d'ogni sorta, non saranno risparmiati nel corso dei secoli ai successori di Pietro. Ma non si vedrà più, sulla barca della Chiesa, il panico che si era impadronito dei compagni del Signore nel battello sollevato dall'uragano. Mancava allora ai discepoli la fede, ed era appunto la sua assenza a cagionare il loro spavento (Mc 4,40). Ma dalla discesa dello Spirito divino, quella fede preziosa da cui derivano tutti i doni non può far difetto alla Chiesa. Essa dà ai capi la serenità del Maestro; mantiene nel cuore del popolo fedele la preghiera ininterrotta, la cui umile fiducia vince silenziosamente il mondo, gli elementi e Dio stesso. Se accade che la barca di Pietro rasenti qualche abisso e il pilota sembri addormentato, la Chiesa non imiterà i discepoli nella tempesta del lago di Genezareth. Non si farà giudice del tempo e dei metodi della Provvidenza, né crederà lecito riprendere colui che deve vegliare per noi: ricordando che, per sciogliere senza tumulto le situazioni più difficili, possiede un mezzo migliore e più sicuro; non ignorando che, se non fa difetto l'intercessione, l'angelo del Signore verrà lui stesso a tempo opportuno a ridestare Pietro e a spezzare le sue catene.

Potere della preghiera.

Oh, come le poche anime che sanno pregare sono più potenti, nella loro ignorata semplicità, della politica e dei soldati di tutti gli Erodi del mondo! La piccola comunità raccolta nella casa di Maria, madre di Marco (At 12,12) era ben poco numerosa; ma da essa giorno e notte s'innalzava la preghiera. Fortunatamente, non vi si conosceva il fatale naturalismo che, sotto lo specioso pretesto di non tentare Dio, rifiuta di chiedergli l'impossibile quando sono in gioco gli interessi della sua Chiesa. Certo, le precauzioni di Erode Agrippa per non lasciar sfuggire il suo prigioniero facevano onore alla sua prudenza, e certo la Chiesa chiedeva l'impossibile esigendo la liberazione di Pietro: tanto è vero che quelli stessi che allora pregavano, una volta esauditi non riuscivano a credere ai propri occhi. Ma la loro forza era stata appunto quella di sperare contro ogni speranza (Rm 4,18) ciò che essi stessi consideravano come follia (At 12,14-15), di sottomettere nella loro preghiera il giudizio della ragione alle sole vedute della fede.

VANGELO (Mt 16,13-19). - In quei giorni: Venuto Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente che dice mai che sia il Figlio dell'uomo? Ed essi risposero: Chi Giovanni Battista; chi Elia; chi Geremia, od uno dei profeti. Dice loro Gesù: Ma voi chi dite ch'io sia? Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente. E Gesù gli replicò: Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l'ha rivelato; ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno mai prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.

Confessione di san Pietro.

La grata letizia porta Roma a ricordare l'istante beato in cui, per la prima volta, lo Sposo fu salutato col suo divino appellativo dall'umanità: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo! L'amore e la fede costituiscono in questo momento Pietro suprema e antichissima sommità dei teologi, come lo chiama san Dionigi nel libro dei Nomi divini. Per primo, infatti, nell'ordine del tempo come per la pienezza del dogma egli risolse il problema la cui formula senza soluzione era stato il supremo sforzo della teologia dei secoli profetici.

Dignità di san Pietro.

Sei tu dunque, o Pietro, più sapiente di Salomone? E quanto lo Spirito Santo dichiarava al di sopra di ogni scienza, potrà essere il segreto di un povero pescatore? È così. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Mt 11,27); ma il Padre stesso ha rivelato a Simone il mistero del Figlio, e le parole che ne fanno fede non sono soggette a critica. Esse infatti non sono una giunta menzognera ai dogmi divini: oracolo dei cieli che passa attraverso una bocca umana, elevano il loro beato interprete al disopra della carne e del sangue. Al pari di Cristo di cui per esse diviene Vicario, egli avrà come unica missione di essere un'eco fedele del cielo quaggiù (Gv 15,15), dando agli uomini ciò che riceve (ivi 17,18): le parole del padre (ivi 14). È tutto il mistero della Chiesa, della terra e del cielo insieme, contro la quale l'inferno non prevarrà.

Il fondamento della Chiesa.

O Pietro, noi salutiamo la gloriosa tomba in cui sei disceso! Soprattutto a noi, infatti, figli di quell'Occidente che tu hai voluto scegliere, spetta celebrare nell'amore e nella fede le glorie di questo giorno. È su te che dobbiamo costruire, poiché vogliamo essere gli abitanti della città santa. Seguiremo il consiglio del Signore (Mt 7,24-27), costruendo sulla roccia le nostre case di quaggiù, perché resistano alla tempesta e possano diventare una dimora eterna. O come più viva è la nostra riconoscenza per te, che ti degni di sostenerci così, in questo secolo insensato che, pretendendo di costruire nuovamente l'edificio sociale, volle stabilirlo sulla mobile sabbia delle opinioni umane, e che ha saputo moltiplicare soltanto i crolli e le rovine! La pietra che i moderni architetti hanno rigettata, è forse meno perciò la pietra angolare? E la sua virtù non appare forse appunto nel fatto che, rigettandola, è contro di essa che urtano e s'infrangono? (1Pt 2,6-8).

Devozione verso san Pietro.

Ora dunque che l'eterna Sapienza eleva su di te, o Pietro, la sua casa, dove potremmo trovarla altrove? Da parte di Gesù risalito al cielo, non sei forse tu che possiedi ormai le parole di vita eterna? (Gv 6,69). La nostra religione, il nostro amore verso l'Emmanuele sono quindi incompleti, se non arrivano fino a te. E avendo tu stesso raggiunto il Figlio dell'uomo alla destra del Padre, il culto che ti rendiamo per le tue divine prerogative si estende al Pontefice tuo successore, nel quale continui a vivere mediante esse: culto reale che si rivolge a Cristo nel suo Vicario e che, pertanto, non potrebbe accontentarsi della troppo sottile distinzione fra la Sede di Pietro e colui che la occupa. Nel Romano Pontefice tu sei sempre, o Pietro, l'unico pastore e il sostegno del mondo. Se il Signore ha detto: “Nessuno va al Padre se non per me” (ivi 14,6), sappiamo pure che nessuno arriva al Signore se non per tuo mezzo. Come potrebbero i diritti del Figlio di Dio, pastore e vescovo delle anime nostre (1Pt 2,25), subire un detrimento in questi omaggi della terra riconoscente? Non possiamo celebrare le tue grandezze senza che, subito facendoci fissare i pensieri in Colui del quale sei come il segno sensibile, come un augusto sacramento, tu non ci dica, come dicesti ai padri nostri, mediante l'iscrizione posta sulla tua antica statua: Contemplate il Dio Verbo, la pietra divinamente tagliata nell'oro, sulla quale stabilito, io non sono crollato.

PREGHIAMO

O Dio, che hai santificato questo giorno col martirio degli apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l'insegnamento di questi due fondatori della nostra religione.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 798-807

Il Timore di Dio. Lettera da Taizè




Quale relazione con Dio esprimono le parole temere Dio?

Parole diverse esprimono la nostra relazione con Dio, possiamo credere in lui, amarlo, servirlo. Talvolta si dice anche temere Dio. Questa espressione è difficile da capire, ma essa non è rara nella Bibbia, vale la pena fare lo sforzo di una lettura attenta di qualche testo per cercare di coglierne meglio il senso.

C’è dapprima il timore come sottofondo di tutte le religioni. Le manifestazioni del divino producono emozioni forti, giungendo fino al panico e al terrore. La divinità affascina e spaventa allo stesso tempo. Nessun incontro con lo sconosciuto e l’inatteso di Dio passa senza un momento di brivido. È così dall’apparizione di Dio al Sinai fino al mattino di Pasqua: le donne giunte al sepolcro vuoto «avevano paura» (Marco 16,8). Ma, nella Bibbia, non c’è quasi mai un’emozione suscitata da una manifestazione divina senza che subito risuoni la parola: «Non temere». Il timore religioso non è di per sé un valore. Non deve durare, ma lasciar posto alla fiducia.

In altri contesti, il timore di Dio è una realtà duratura e non passeggera. «Il timore del Signore è puro, dura sempre» (Salmo 19,10). La spiegazione di questo timore duraturo non è da cercarsi nell’emozione religiosa, ma nel linguaggio politico dell’epoca. I trattati di protezione stipulavano che i protetti avrebbero temuto e servito fedelmente il loro protettore. Nell’alleanza di Dio con Israele, le stesse parole esprimono l’impegno di fedeltà verso Dio: «Che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima?» (Deuteronomio 10,12). Temere, amare e servire Dio qui sono sinonimi. Il timore di Dio non è più una emozione, ma un atteggiamento stabile della fedeltà nell’alleanza.

Nei salmi, temere il Signore, è «custodire la sua alleanza e ricordarsi di osservare i suoi precetti» (Salmo 103,18). «Coloro che temono il Signore» formano « la grande assemblea» dei fedeli riuniti nel Tempio per pregare e adorare Dio (Salmo 22,26). In questo contesto, il timore del Signore corrisponde pressappoco a quella che chiamiamo pratica religiosa. Per questo esso viene insegnato: «Venite, figli, ascoltatemi; v’insegnerò il timore del Signore» (Salmo 34,12). «Insegnare il timore del Signore», non è assolutamente suscitare la paura, ma è insegnare le preghiere e i comandamenti, introdurre a una vita di fiducia in Dio. «Voi che temete il Signore, confidate in lui» (Siracide 2,8).

Tenendo conto dell’uso che la Bibbia fa della parola temere, si può, in molti casi, tradurla con adorare o amare, e tradurre timore di Dio con fedeltà.

Il timore di Dio può avere ancora qualcosa da dirci?

La reticenza attuale di parlare del timore di Dio è senza dubbio giustificata, tanto il linguaggio della paura ha potuto rendere irriconoscibile il fatto che Dio è amore. Per evitare questo pericolo, ci si serve, ovunque è possibile, di un altro vocabolario. Ma rimangono nei due Testamenti dei passi dove il timore di Dio è la parola chiave difficilmente sostituibile.

Secondo il profeta Isaia, il timore di Dio guarisce le paure degli uomini: «Poiché così il Signore mi disse, quando mi aveva preso per mano e mi aveva proibito di incamminarmi nella via di questo popolo: “Non chiamate congiura ciò che questo popolo chiama congiura, non temete ciò che esso teme e non abbiate paura”. Il Signore, lui solo ritenete santo. Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura» (8,11-13). Con ogni evidenza, Isaia invita al coraggio e alla fiducia, ma questa fiducia, la chiama timore e paura! È un’espressione retorica, anzi di più. Isaia sa che la paura è incontrollabile. Allora è come se dicesse: «Voi non potete non temere: allora temete Dio! Dirigete dunque verso Dio tutta quella energia che anima la vostra paura». Questo timore di Dio che ingloba gli altri timori non è facile da definire, ma è certamente la sorgente di una grande libertà interiore.

Un po’ oltre nel libro di Isaia, il timore di Dio è un carisma del Messia: « Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Isaia 11,2). Come la sapienza e la fortezza, il timore del Signore è un dono dello Spirito santo! Questo stesso dono si chiama anche umiltà. Temere il Signore, è riconoscere in lui la sorgente di ogni bene. Questa trasparenza era al cuore della vita di Gesù: «Non faccio nulla da me stesso… ma il Padre che è in me compie le sue opere» (Giovanni 8,28 e 14,10).

L’apostolo Paolo scrive: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare» (Filippesi 2,12-13). Poiché Paolo afferma che la salvezza viene dalla fede, «attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» deve qui esprimere un aspetto della fede. La fede non è una certezza leggera, ma una fiducia tutta tremante: fiducia viva, stupita, vigilante. La nostra salvezza è un miracolo che Dio «opera in noi», è per questo che richiede tutta la nostra attenzione. «Attendete con timore e tremore» è prendere coscienza che ogni istante è un incontro con Dio, poiché in ogni momento Dio è all’opera in noi.

«Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele» (Salmo 22,24). Progressione stupefacente dei verbi: «lodate, glorificate, temete il Signore!». Qui il timore è la lode, che è giunta al punto in cui essa non sa più cosa dire: e la lode diventa stupore, silenzio e amore.

Lettera da Taizé: 2004/4

L'esempio dei primi cristiani negli insegnamenti del Beato Josemaría



L'esempio dei primi cristiani negli insegnamenti del Beato Josemaría


Domingo Ramos-Lissón
Università di Navarra




Introduzione

Già nei primi scritti del Beato Josemaría Escrivá affiora una grande stima per i primi cristiani 1. In Consideraciones Espirituales egli invitava il lettore ad approfondire la conoscenza della vita dei primi fedeli e a cercare di modellare la propria condotta sulla loro 2.

Stimava allo stesso modo i Padri della Chiesa, come si può notare leggendo le sue Omelie 3. Attira fortemente l'attenzione il fatto che il suo interesse per i primi cristiani continuerà, come vedremo, per tutta la sua vita 4.

Occorre in primo luogo chiarire — anche se la risposta può sembrare ovvia — a chi si riferiva il Beato Josemaría usando l'espressione "primi cristiani". Nei suoi scritti possiamo constatare che considera tali coloro che vissero nell'arco di tempo che va dal nucleo iniziale dei primi "Dodici" seguaci del Signore 5 agli inizi del IV secolo, quando ha luogo la persecuzione di Diocleziano e Massimiano 6. Pensiamo, d'altra parte, che il lasso di tempo dei primi tre secoli dell'Era cristiana rappresenta, con sufficiente precisione, una prima tappa della vita della Chiesa, che possiede già specificità e coordinate proprie, che cambieranno in modo significativo a partire dall'Editto di Milano del 313 7.

Occorre anche domandarsi quale fosse l'estrazione culturale o sociale dei cristiani delle prime generazioni, soprattutto se consideriamo che il cristianesimo nasce in seno alla "oikumene", in un momento storico in cui la società romana era socialmente molto stratificata 8. Per il Fondatore dell'Opus Dei la risposta è chiara. «La realtà dell'Opus Dei ricorda quella dei primi cristiani (...): ogni comunità di fedeli riuniva persone di ogni strato sociale, di ogni provenienza, accomunate dalla fede in Cristo a cui si erano convertite. In queste comunità erano rappresentate tutte le professioni: medici come Luca, giuristi come Zena, finanzieri come Erasto, universitari come Apollo, artigiani come Alessandro, piccoli e grandi commercianti, guardie carcerarie e le loro famiglie, schiavi e liberi, civili e militari come Sebastiano» 9.

La scelta metodologica adottata ha come punto di partenza la documentazione scritta del Fondatore dell'Opus Dei, là dove sono menzionati i primi cristiani più o meno esplicitamente, talvolta anche con i nomi dei primi fedeli. Abbiamo anche cercato di delineare alcuni tratti sommari dell'ambiente storico dell'epoca per contestualizzare meglio, ma senza pretesa di esaurire l'argomento. In nota appariranno riferimenti bibliografici e alcuni chiarimenti complementari.

Partendo da questi presupposti fisseremo la nostra attenzione sulla santificazione della vita ordinaria nei cristiani delle prime generazioni, attraverso gli insegnamenti del Beato Josemaría, soffermandoci sugli aspetti più significativi della chiamata universale alla santità in mezzo al mondo, per passare poi all'analisi delle situazioni che compongono la vita ordinaria di un cristiano riguardo alla santificazione della vita familiare e sociale. Esamineremo, quindi, la proiezione apostolica. E faremo infine un breve riassunto conclusivo.


1. La chiamata alla santità in mezzo al mondo: caratteristiche principali

Uno degli insegnamenti più ribaditi dal Beato Josemaría è stato quello della chiamata alla santità in mezzo al mondo: messaggio che esponeva molto chiaramente quando gli rivolgevano domande sulla vocazione all'Opus Dei. Così rispondeva ad esempio a un giornalista americano, facendo notare il parallelismo tra la chiamata all'Opus Dei e quella dei primi fedeli: «Se si vuol fare un paragone, il modo più facile per capire l'Opera è pensare alla vita dei primi cristiani. Essi vivevano a fondo la loro vocazione cristiana; cercavano seriamente la perfezione alla quale erano chiamati per il fatto, semplice e sublime, di aver ricevuto il Battesimo. Non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini» 10.

Tra i molti spunti offerti dal testo citato, forse conviene sottolineare in modo speciale quello della ricerca della santità 11. Ma bisogna capire bene il senso di questa ricerca, che è risposta a una chiamata fatta in prima istanza da Dio. Il Beato Josemaría sa bene che la santità è un dono dei figli di Dio 12, a cui occorre corrispondere con umiltà «dato che non sono le nostre forze a salvarci e a darci la vita, bensì il favore divino. Questa è una verità da non dimenticare mai, perché altrimenti la divinizzazione scadrebbe in presunzione vana, in superbia e, prima o poi, in un completo crollo spirituale causato dall'esperienza della propria debolezza e della propria miseria» 13.

Egli non considera la santità una cosa astratta, un’idea fra tante altre, ma una realtà incarnata nelle singole persone, ognuna caratterizzata dal proprio nome e dalle manifestazioni tipiche del rapporto fraterno vigente fra i primi seguaci del cristianesimo: «Salutate tutti i santi. Tutti i santi vi salutano. A tutti i santi che sono in Efeso. A tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi. — Non è davvero commovente questo appellativo — santi! — che i primi fedeli cristiani impiegavano per nominarsi tra loro?

— Impara a trattare i tuoi fratelli» 14.

Alcuni di questi "santi" hanno nomi noti e occupano persino un posto negli Acta Sanctorum della Chiesa 15; degli altri — la grande maggioranza — non abbiamo dati, ma soltanto perché le vicende storiche hanno impedito che giungessero fino a noi.

a) La novità cristiana

La novità appare sin dagli inizi come elemento che configura il messaggio cristiano. La parola "Vangelo", che ha radici molto profonde nel cristianesimo primitivo, caratterizza questo senso di novità 16: aspetto che emerge dalla ricezione del battesimo e che è considerato tale non solo dai primi convertiti al cristianesimo, ma anche da giudei e pagani 17.

Il senso della novità cristiana si comprende meglio se facciamo un'analisi comparativa con le contemporanee religioni del I secolo: queste erano vincolate al culto esterno, sia per l'appartenenza ad una determinata etnia, come accadeva al popolo di Israele, sia perché si tributava il culto alle divinità di una polis (civitas), come avveniva nel mondo greco, in stretta unione tra sacro e civile 18. Esistevano altri collegamenti con la società pagana che il cristianesimo avrebbe superato 19, per cui si presentava a molti come un'autentica nova religio.

Il Beato Josemaría ha chiara coscienza della novità che rappresenta l'Opus Dei e la ricollega alla novitas christiana dei primi tempi: «Questa nostra novità, figli miei, è antica come il Vangelo (...). Allo stesso modo l'autentica spiritualità del Vangelo ha prodotto frutti abbondanti di santità in tutti gli ambienti cristiani della prima ora» 20.

In un'altra occasione non esita a definire questa novità come una vecchia novità 21 perché partecipe della perenne vitalità del divino: «Questa novità dell'Opera — scrive — non è la novità di un semplice fenomeno umano. È la novità delle cose di Dio che, come un Padre buono, elargisce alla sua famiglia cose vecchie e nuove (cfr Mt 13, 52). Novità, figlie e figli miei, che non invecchia perché è partecipazione dell'unica buona novella e che presuppone — come fenomeno sociale dei fedeli cristiani — il ritorno meraviglioso allo spirito con cui i primi fedeli vissero il messaggio di salvezza» 22.

Per il Beato Josemaría la novità cristiana deriva — e non può essere diversamente — dalla sequela di Cristo: «Da quando Gesù disse Io sono il Cammino, la Verità e la Vita (Gv 14, 6) e invitò tutti a seguirlo (cfr Mt 16, 24), scaturì con forza nell'anima di molti fedeli — fin dai primi tempi della Chiesa — il desiderio di cercare la perfezione tracciata dal Vangelo ed esemplarmente praticata dallo stesso Gesù: vita di santità personale e di attività apostolica» 23.

Il testo che abbiamo trascritto ci offre una sintesi di come unire la sequela e l'imitazione di Cristo con la ricerca della santità: si tratta di una sintesi realizzata nella vita dei primi seguaci di Cristo di cui sono giunte sino a noi alcune testimonianze; ad esempio, tra le altre, quella di Clemente Romano, di Ignazio di Antiochia o di Policarpo di Smirne 24.

b) Le esigenze della vita cristiana

Orbene, anche la sequela di Cristo è qualcosa di nuovo per le esigenze che porta con sé, come altrove abbiamo indicato 25. Si può dire che nessun personaggio dell'antichità classica o ebraica abbia richiesto ai suoi seguaci tanto quanto Gesù: Egli chiede a coloro che lo seguono una completa rinunzia che in alcuni passi del Vangelo descrive minutamente: casa, fratelli, sorelle, padre, madre, sposa, figli, campi 26.

La caratteristica dell'esigenza è indicata dal Beato Josemaría, per esempio, nell'omelia Lo Spirito Santo, il grande sconosciuto partendo dalla testimonianza di vita cristiana narrata nel libro degli Atti: «Negli Atti degli Apostoli la situazione della comunità cristiana primitiva viene descritta con una frase breve ma carica di significato: Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2, 42). È una dottrina che si applica a tutti i cristiani, perché tutti sono ugualmente chiamati alla santità. Non ci sono cristiani di seconda classe, tenuti a praticare soltanto una versione ridotta del Vangelo» 27. Le esigenze della chiamata alla santità riguardano ogni cristiano e a tutti è richiesta una risposta che comporta la ricerca della perfezione proposta dal Signore 28. Leggiamo in Cammino: «Hai l'obbligo di santificarti. — Anche tu. — Chi pensa che la santità sia un impegno esclusivo di sacerdoti e di religiosi?

A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre mio che è nei Cieli"» 29.

Per comprendere meglio questo aspetto può aiutare la considerazione del martirio come un esempio di donazione totale fino a dare la vita, nella pienezza della vocazione cristiana. Sant'Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scriveva: «Ora comincio ad essere discepolo. Che io non ambisca nulla di visibile o di invisibile per raggiungere Cristo (...). Lasciate che sia imitatore della passione del mio Dio» 30. Il cristiano dei primi secoli sapeva bene che la ricezione del Battesimo portava con sé il dovere di testimoniare, anche con la propria vita, la fede in Cristo 31.
La perfezione paradigmatica del martirio creerà un'atmosfera propizia perché si faccia strada l'idea di un martirio "spiritualizzato" o, se si preferisce, "incruento" che esprime anche il contratto battesimale cristiano vissuto nella sua pienezza 32. Da quest'ottica si comprende la risposta del Beato Josemaría ad una domanda sulla vocazione all'Opus Dei: «Posso dirlo in poche parole: cercare la santità in mezzo al mondo, nel bel mezzo della strada. Chi riceve da Dio la vocazione specifica all'Opus Dei, ha la convinzione, e la vive, che la santità deve raggiungerla nel proprio stato, nell'esercizio del proprio lavoro, in una professione liberale o in un mestiere manuale (...). La vocazione che si riceve in questo modo è uguale a quella che sbocciava nell'animo di quei pescatori, contadini, commercianti o soldati che si sedevano intorno a Gesù in Galilea e lo sentivano dire: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei Cieli (Mt 5, 48)» 33.

Questo modo di vivere integralmente l'impegno cristiano equivale a vivere una condizione di martirio spiritualizzato che identifica con Cristo nella sua obbedienza perfetta alla volontà di Dio Padre. In questo senso occorre leggere alcuni punti di Cammino che ci parlano di martirio: «Come hai capito bene l'obbedienza se mi hai scritto: "obbedire sempre significa essere martire senza morire"!» 34. «Vuoi essere martire. — Io ti metterò un martirio a portata di mano: essere apostolo e non chiamarti apostolo, essere missionario — con missione — e non chiamarti missionario, essere uomo di Dio e sembrare uomo di mondo: passare inosservato!» 35.

c) Centralità della preghiera

La santità a cui il cristiano è chiamato non è una meta irraggiungibile: tutti possiamo arrivare ad identificarci con Cristo 36. Lo si ottiene mettendo in pratica alcuni mezzi specifici, così come fecero i primi fedeli. Era questa la prospettiva da cui il Beato Josemaría prendeva spunto per il suo insegnamento:

«Essere santi non è facile, ma non è neppure difficile. Essere santo vuol dire essere buon cristiano: assomigliare a Cristo. — Chi più assomiglia a Cristo, più è cristiano, più di Cristo, più santo.

— E quali mezzi abbiamo? — Gli stessi dei primi fedeli, che videro Gesù o che lo intravvidero attraverso il racconto degli Apostoli o degli Evangelisti» 37.
E in effetti saranno l'imitazione e la sequela di Cristo gli elementi che configurano l'ascetica cristiana. Per questo, al momento di considerare e avvalorare i mezzi ascetici, la vita di orazione occuperà un posto fondamentale 38. Lo sguardo del Fondatore dell'Opus Dei si centrerà nuovamente sulla figura del Signore e sui suoi primi seguaci.

«Ricordate che cosa narrano di Gesù i Vangeli. Sovente trascorreva l'intera notte in colloquio intimo con il Padre. Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione! 39. Dopo aver contemplato la preghiera assidua del Maestro, gli domandarono: Domine, doce nos orare (Lc 11, 1), Signore, insegnaci a pregare come tu fai. San Paolo — che esorta i fedeli ad essere oratione instantes (Rm 12, 12), costanti nella preghiera — propone ovunque l'esempio vivo di Gesù. E Luca ritrae, in una pennellata, il comportamento dei primi fedeli: animati da uno stesso spirito, erano tutti perseveranti nella preghiera (At 1, 14)» 40.

Questo modo di agire dei primi cristiani spinge il Beato Josemaría a diffonderne l'esempio fra i giovani, scrivendo ai suoi figli queste parole: «Fate in modo di far loro conoscere la vita di orazione dei primi cristiani: gli Atti degli Apostoli sono uno splendido arsenale di notizie» 41.

Una visione completa di quanto abbiamo detto sull'orazione, ce la offre l'omelia Vita di orazione:

«Negli Atti degli Apostoli è narrata una scena che mi affascina, perché propone un esempio chiaro, sempre attuale: E tutti perseveravano nella dottrina degli Apostoli, nella partecipazione alla frazione del pane e nella preghiera (At 2, 42). È un'annotazione insistente nella narrazione della vita dei primi seguaci di Cristo: Tutti, animati da uno stesso spirito, erano assidui nella preghiera (At 1, 14). E quando Pietro è in catene per aver predicato audacemente la verità, decidono di pregare. La preghiera della Chiesa si innalzava incessantemente a Dio per lui (At 12, 5).

L'orazione era allora, come oggi, l'unica arma, lo strumento potente per vincere le battaglie della lotta interiore: C'è tra voi qualcuno che soffre? Preghi (Gc 5, 13). San Paolo riassume: Pregate senza interruzione (1 Ts 5, 17), non stancatevi mai di supplicare» 42.
In sintesi, vediamo come il Beato Josemaría sottolinei in modo particolare l'importanza della «vita di orazione». Inoltre non è difficile trovare in altri suoi scritti espressioni simili, come «vita di preghiera incessante» 43, «l'orazione diventa incessante» 44, e così via, che ci parlano di questo rapporto ininterrotto con Dio che porta il cristiano alla contemplazione divina 45; o, con altre parole del nostro autore: «L'orazione diventa allora incessante, come il battito del cuore e il pulsare delle arterie. Senza questa presenza di Dio non c'è vita contemplativa; e senza vita contemplativa a ben poco serve lavorare per Cristo, perché se Dio non edifica la casa, invano si affaticano i suoi costruttori» 46.


2. La vita quotidiana come àmbito di santificazione

Negli scritti e nella predicazione del Beato Josemaría sono abbondanti i riferimenti alla santificazione della vita ordinaria del cristiano 47. Giova ripetere ancora una volta che la santità a cui allude si raggiunge nel disimpegno delle attività della vita quotidiana. Nell'omelia Lavoro di Dio egli cita un noto passo della cosiddetta Epistola a Diogneto: «Assaporate le parole di un autore anonimo di quell'epoca, che così riassume la grandezza della nostra vocazione: i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo, ma non è corporea. Abitano in tutti i luoghi, come l'anima è in tutte le parti del corpo (...). E non è lecito ai cristiani disertare il loro posto nel mondo, come all'anima non è consentito separarsi volontariamente dal corpo» 48. Pertanto è nell'ambito della propria normalità di vita che il cristiano deve mettere in pratica i mezzi che gli permettono di raggiungere la propria santificazione 49.

a) Santificazione nella vita familiare

Le famiglie cristiane della prima epoca sono considerate dal Beato Josemaría il modello a cui devono ispirarsi i componenti delle famiglie attuali 50: «perciò non si può proporre agli sposi cristiani un modello migliore di quello delle famiglie dei tempi apostolici: la famiglia del centurione Cornelio, che fu docile alla volontà di Dio e nella cui casa si realizzò l'apertura della Chiesa ai gentili; quella di Aquila e Priscilla che diffusero il cristianesimo a Corinto e ad Efeso e collaborarono all'apostolato di San Paolo; quella di Tabita che con la sua carità soccorse i bisognosi di Joppe. E tanti altri focolari di giudei e di gentili, di greci e di romani, nei quali attecchì la predicazione dei primi discepoli del Signore» 51.

Interrogato sull'importanza di educare i bambini alla vita di pietà, il Beato Josemaría rispose: «Penso che sia il cammino migliore per dare ai figli un'autentica formazione cristiana. La Sacra Scrittura ci parla delle famiglie dei primi cristiani — la Chiesa domestica, dice San Paolo (1 Cor 16,19) — alle quali la luce del Vangelo dava un nuovo slancio, una nuova vita» 52.

Egli insegnò ai suoi figli la fondamentale dimensione famigliare dell'Opus Dei: «Tutti noi che facciamo parte dell'Opus Dei, figli miei, formiamo un solo focolare: il fatto di costituire una sola famiglia non si basa sulla materialità della convivenza sotto uno stesso tetto. Come i primi cristiani, siamo cor unum et anima una (At 4, 32) e nessuno nell'Opera potrà mai sentire l'amarezza dell'indifferenza» 53. Questo forte senso di unità è strettamente collegato al fatto che l'Opera è una parte della Chiesa 54, che cerca di essere fedele alla sua vocazione specifica 55.

E mentre sottolinea con vigore l'unità dell'Opera, il Beato Josemaría indica la necessità di stabilire piccole comunità cristiane — le citate Chiese domestiche paoline — intorno ad alcune famiglie. «Così — scrive — formiamo piccole comunità cristiane in tutti i gradi e i livelli della società, che sono fonte autentica di vita fraterna, di carità, di affetto evangelico» 56.

Nel seno della famiglia cristiana dei primi secoli si diffonde anche la verginità 57 come genere di vita che si professa propter regnum coelorum 58. I primi cristiani che vivevano la verginità senza allontanarsi dal mondo 59, rimanevano nel loro ambito familiare. A essi allude il Fondatore dell'Opus Dei, quando, in una Istruzione diretta ai suoi figli, si riferisce a questo precedente, che è molto importante avere presente nella vita dell'Opera, tanto sotto l'aspetto giuridico che in quello spirituale:

«Prima di accoglierci in un contenitore giuridico, devono ricordare, e noi pure, che i primi fedeli cristiani — compresi gli asceti e le vergini che dedicavano personalmente la loro vita al servizio della Chiesa — non si chiudevano in un convento: rimanevano nel mezzo della strada, tra i loro simili. Questo è il caso nostro, poiché non dobbiamo distinguerci in nulla dai nostri compagni e dai nostri concittadini» 60.

E poco oltre, nella stessa Istruzione, espone il motivo per cui alcuni membri dell'Opus Dei mantengono il celibato: «Abbiate sempre presente che è l'Amore — l'Amore degli amori — il motivo del nostro celibato: non siamo pertanto degli scapoloni, perché lo scapolone è una creatura disgraziata che non conosce l'amore» 61. Il celibato — ricorda in un'altra occasione — dà «maggiore libertà di cuore e di movimento, per dedicarsi stabilmente a dirigere e sostenere imprese apostoliche, anche nell'apostolato secolare» 62.

Se rivolgiamo lo sguardo ai primi cristiani, ci accorgiamo che il motivo per vivere il celibato o la verginità da parte dei comuni fedeli, è lo stesso di cui parla il Beato Josemaría 63.

b) Santificazione nella vita sociale

La struttura articolata della società serviva al Beato Josemaría per mostrare la ricchezza santificante offerta al cristiano di tutti i tempi, a cominciare dai primi. Così si esprimeva in una delle sue Lettere: «Come tra i primi seguaci di Cristo, così tra i nostri Soprannumerari è presente tutta la società attuale e lo sarà quella di ogni tempo: intellettuali e uomini d'affari; professionisti e artigiani; imprenditori e operai; diplomatici, commercianti, contadini, finanzieri, letterati; giornalisti, uomini di teatro, del cinema, del circo, dello sport. Giovani e anziani. Sani e ammalati. Una organizzazione disorganizzata, come lo è anche la vita, meravigliosa; specializzazione vera ed autentica dell'apostolato, perché tutte le vocazioni umane — pulite, oneste — diventano apostoliche, divine» 64.
Le parole che abbiamo riportato porranno coloro che conoscono il pensiero del Fondatore dell'Opus Dei di fronte a una realtà fondamentale fra quelle che devono essere santificate secondo lo spirito dell'Opus Dei: il lavoro ordinario 65. Da questo angolo di visuale, leggiamo la seguente riflessione di Solco: « Ti sta aiutando molto — mi dici — questo pensiero: dall'epoca dei primi cristiani, quanti commercianti si saranno fatti santi?

E vuoi dimostrare che anche adesso è possibile... — Il Signore non ti abbandonerà in questo impegno» 66.

Su questo punto — come su molti altri — dopo aver cercato la testimonianza dei primi fedeli, il Beato Josemaría passa subito a cercare gli elementi applicabili all'uomo dei nostri giorni. Si nota che la sua sintonia con i primi seguaci di Cristo non rimane sul piano teorico, perché il suo zelo apostolico si rivolge a tutte le persone che oggi possono ricevere il loro messaggio. Per il Beato Josemaría è chiaro il valore santificante del lavoro, a partire dalla chiamata alla santità presente in ogni cristiano: «L'atteggiamento dell'uomo di fede è di guardare alla vita, in tutte le sue dimensioni, con una prospettiva nuova: quella che ci è data da Dio. (...) Questo è il motivo per cui dovete santificarvi, collaborando al tempo stesso alla santificazione degli altri, dei vostri simili, santificando precisamente il vostro lavoro e il vostro ambiente» 67.

Anche se ne abbiamo già accennato, è conveniente ricordare le grandi difficoltà della vita culturale e politica, proprie della società romana dell'epoca imperiale, che i primi fedeli dovettero superare. Ne enumeriamo alcune: le persecuzioni dell'Impero Romano 68, con il loro seguito di martirii 69, lungo i primi tre secoli; gli attacchi dell'élite intellettuale, tra cui quelli di Frontone di Cirta, di Celso e di Porfirio 70; le derisioni di autori come Luciano 71; la condanna dell'opinione pubblica 72; le accuse di ateismo, di culti stranieri, di ciarlataneria e di magia, di antropofagia ecc. 73. La risposta cristiana, pur con varianti nella formulazione, è sempre unica: proclamare la verità, compiendo il comando di Gesù 74, anche a costo della vita.


3. Proiezione apostolica

Proclamare la verità di Cristo è dunque il grande compito dei primi cristiani e una delle grandi attrattive che ritrova in loro il Beato Josemaría. Per lui il loro modo apostolico di agire è valido anche per gli uomini del nostro tempo: «Per seguire le orme di Cristo, l'apostolo di oggi non viene a riformare nulla, né tanto meno a disinteressarsi della realtà storica che lo circonda... — Gli basta agire come i primi cristiani, vivificando l'ambiente» 75.

Anche se seguire Cristo è sempre il motivo di fondo di questo modo di procedere, il Fondatore dell'Opus Dei percepisce la mancanza di conoscenza della verità di Cristo nel mondo circostante 76 e pertanto il suo sguardo si volge ai primi fedeli che avevano avuto lo stesso problema: «Si torna a ripetere nella nostra vita, la vita dei primi cristiani. Anche noi ritroviamo attorno a noi, in tante occasioni, la più desolante ignoranza religiosa che esige, da parte nostra, un continuo apostolato della dottrina. E questo non solo tra i pagani del nostro tempo, ma anche tra molti che si offenderebbero se non li considerassimo cattolici» 77.

Altra importante caratteristica è il modo personalizzato di fare apostolato che troviamo fatto realtà nella condotta dei cristiani della prima ora 78.

«Così agirono i primi cristiani. Non avevano, a motivo della loro vocazione soprannaturale, programmi sociali o umani da compiere; ma erano compenetrati da uno spirito, in una concezione della vita e del mondo che non potevano non riflettersi nella società in cui si muovevano.

Con un apostolato personale simile al nostro, andavano facendo proseliti; durante la sua prigionia, Paolo inviava già alle chiese i saluti dei cristiani che vivevano nella casa di Cesare (Fil 4, 22). Non vi commuove la lettera inviata dall'Apostolo a Filemone, che è una viva testimonianza di come il fermento di Cristo — senza proporselo esplicitamente — aveva dato un nuovo senso, per l'influsso della carità, alle strutture della società pagana? (cfr Fm 8-12; Ef 6, 5 e ss.; Col 3, 22-25; 1 Tm 6, 1 e 2; 1 Pt 2, 18 e ss.).

Siamo di ieri e già riempiamo il mondo e tutte le vostre cose: le città, le isole, i villaggi, i municipi, i consigli, perfino gli accampamenti, le tribù, le decurie, il palazzo, il senato, il foro: vi abbiamo lasciato solo i vostri templi, scriveva Tertulliano, poco più di un secolo dopo (Apologeticus, 37)» 79.

Anche se bisogna prendere con una certa cautela le parole di Tertulliano, data la vehementia cordis dello scrittore africano, è indubbio che l'espansione del cristianesimo all'interno dei confini dell'Impero Romano, alla fine del II secolo e agli inizi del III, era considerevole 80. La citazione di Tertulliano serve al Beato Josemaría per mostrare l'efficacia dell'apostolato individuale svolto dai nostri primi fratelli nella fede.

Un aspetto dell'apostolato individuale è quello di testimoniare con la propria vita la fede che si professa. Il tema ha una profonda radice biblica 81 e patristica 82 e riguarda uno dei punti fondamentali del messaggio cristiano: la coerenza tra fede e la sua messa in pratica, nella vita del seguace di Cristo. Il Beato Josemaría lo ricorda così ai suoi figli: «In questo modo, con un apostolato individuale, silenzioso e quasi invisibile, portano in tutti i settori sociali, pubblici e privati, la testimonianza di una vita simile a quella dei primi fedeli cristiani» 83.

Ma non bisogna dimenticare che la testimonianza cristiana è alimentata e promossa dalla carità. Così si esprimeva il Beato Josemaría nell'omelia Con la forza dell'Amore del 1967: «I primi cristiani hanno saputo mettere in pratica molto bene l'ardore di questa carità, che superava di gran lunga le vette della semplice solidarietà umana, o della benignità di carattere. Si amavano tra di loro, dolcemente e con fortezza, a partire dal Cuore di Cristo. Scrivendo nel secondo secolo, Tertulliano ha riportato che i pagani, commossi nel vedere il comportamento dei cristiani di allora, pieno di attrattive soprannaturali ed umane, ripetevano: Guardate come si amano!» (Apologeticum, XXXIX) 84.

La testimonianza deve essere accompagnata dalla parola, che ha un'enorme forza comunicativa e, come sempre, il referente supremo è Cristo. Dalla sua capacità di dialogare, le prime generazioni cristiane impareranno a fare un apostolato personale dialogato 85. Così scriveva il Fondatore dell'Opus Dei ai suoi figli:

«Potremmo continuare a sfogliare il Vangelo e a contemplare tante conversazioni di Gesù con gli uomini: tutta la sua vita è stata un continuo dialogo alla ricerca delle anime; (...). I primi Dodici, per predicare il Vangelo, mantennero una conversazione meravigliosa con tutte le persone che incontravano, che cercavano nei loro viaggi e nelle loro peregrinazioni. Non ci sarebbe stata Chiesa se gli Apostoli non avessero mantenuto questo dialogo soprannaturale con tutte queste anime. L'apostolato cristiano non è che questo: ergo fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi (Rm 10, 17); la fede dipende dunque dall'udire e l'udire a sua volta dipende dalla predicazione della parola di Cristo.

Lo capirono bene le prime generazioni cristiane, di cui mi piace tanto parlare, perché sono quasi un modello della nostra vocazione» 86.

Il Beato Josemaría annota con grande espressività nell'omelia Perché tutti siano salvati, un altro esempio di come la prima generazione avvalorasse la parola per comunicare il messaggio di Cristo:

«Viene a proposito riportare alla nostra memoria un episodio che manifesta lo stupendo vigore apostolico dei primi cristiani. Non era passato un quarto di secolo da quando Gesù era salito in cielo, che già in molte città e villaggi si era propagata la sua fama. Ad Efeso giunge un uomo chiamato Apollo, uomo colto, versato nelle Scritture. Questi era stato ammaestrato nelle vie del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il Battesimo di Giovanni ( At 18, 24-25).

Nella mente di quest'uomo era già penetrata la luce di Cristo: aveva sentito parlare di Lui e lo annunziava agli altri. Ma gli restava ancora del cammino da fare; doveva informarsi di più, comprendere pienamente la fede e amare davvero Cristo. Aquila e Priscilla, due sposi cristiani, ascoltano la sua conversazione e non rimangono inattivi, inerti. Non hanno pensato: ne sa già abbastanza, nessuno ci chiama a dargli lezioni. Poiché erano animati da autentico zelo apostolico, si avvicinarono ad Apollo e lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio (At 18, 26)» 87.

Il commento del Fondatore dell'Opus Dei a questo passo degli Atti degli Apostoli dimostra la sua ammirazione per il vigore di zelo apostolico di cui è impregnato tutto l'episodio, ma sottolinea anche la rapida determinazione di Priscilla ed Aquila di istruire Apollo. È la stessa determinazione che avranno, nei momenti supremi del martirio, per avvicinare a Cristo, in un’occasione così eccezionale, i loro persecutori e ottenerne la conversione 88.
L'apostolato personale, basato sull'amore, avrà anche la caratteristica dell'entusiasmo, propria di chi scopre le immense ricchezze del messaggio cristiano. Scrive a questo proposito il Beato Josemaría: «Mi sembra così buona la tua devozione per i primi cristiani, che farò il possibile per accrescerla, in modo che tu svolga — come loro — con sempre maggiore entusiasmo, questo Apostolato efficace di discrezione e di confidenza» 89.

Un'ultima questione che riguarda il fine di ogni azione apostolica è quella dei risultati. Mons. Josemaría Escrivá risponde con grande realismo, senza cadere in utopie e con l'avallo della sua esperienza, che essi verranno dalla risposta alla chiamata alla santità: «L'efficacia del nostro apostolato dipenderà sempre dal nostro impegno per essere santi. E la santità ha oggi gli stessi mezzi dei tempi dei primi cristiani: non ce ne sono altri» 90.


Riassunto conclusivo

Una prima impressione che sorge dalla lettura dei testi del Beato Josemaría che abbiamo selezionati è quella della sua vicinanza, per non dire contiguità, con i primi seguaci di Cristo. Si ha l'impressione che vengano cancellate le barriere del tempo. D'altra parte questi scritti sono impregnati di freschezza e calore umano; i primi cristiani non sono un referente a cui si allude in forma "teorica", ma hanno il vigore di coloro che hanno incarnato pienamente la dottrina di Cristo. Si nota che il Fondatore sintonizza le proprie vicende spirituali sul modello che essi rappresentano. Su questa stessa linea bisogna iscrivere i suoi commenti ai brani della Scrittura — soprattutto del libro degli Atti degli Apostoli — che raccontano le attività apostoliche dei primi seguaci di Cristo.

La testimonianza dei primi fedeli, riguardo alla santificazione della vita quotidiana, rappresenta un modo di vivere il cristianesimo che ha l'attrattiva di ciò che è appena nato e insieme la pienezza di chi ha seguito Cristo con tutte le esigenze da Lui indicate. È ben chiaro che la chiamata alla santità è oggi la stessa di quella del primo secolo, non solo in quanto alla sua natura intrinseca, ma anche riguardo ai mezzi per raggiungerla. Lo stesso succede con le esigenze della vita cristiana: la santità vissuta dai nostri primi fratelli nella fede era basata sul battesimo, con una caratteristica di radicalità che guida il discepolo di Cristo, se necessario fino al martirio. Questa chiamata aveva luogo in mezzo al mondo, cioè nella vita quotidiana e tra persone di tutte le classi sociali e talvolta in mezzo a notevoli difficoltà politiche e sociali. Questa pienezza di vita cristiana è quella che Mons. Escrivá vedrà riflessa nei fedeli dell'Opus Dei.

Considerando la dimensione apostolica dei primi cristiani, il Beato Josemaría scopre alcuni modi di agire personalizzati che sono regole di condotta applicabili ai nostri giorni, avallate dai risultati positivi raggiunti nei primi tre secoli. Così, in splendida unità, si legano la testimonianza di persone che vivono il messaggio di Gesù e la parola di questo messaggio che si comunica, da persona a persona, proprio nell'ambiente familiare e sociale.