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V Domenica di Quaresima (Anno C)

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Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.


IL COMMENTO

Una donna. Un peccato. L'umanità. I suoi peccati. Adulterio e idolatria. Una vita gettata nei letti degli amanti, e solitudine acre, tanta passione e niente amore. Solitudine. Come ora, lì nel mezzo, gli occhi e le mani puntati su di lei, le pietre pronte a colpire. E noi e i nostri giorni dissolti tra gli idoli muti incapaci d'amore, prestigio, denaro, affetto. E sempre più soli, un pugno di mosche tra le mani, sbattuti in mezzo alla strada, tremanti, aspettando solo la morte. La condanna già emessa, dev'essere solo eseguita. Si, così è la nostra vita, un battito di ciglia impaurito, rincorrere la gioia nella palude della solitudine. E invece siamo soli. Per quanto facciamo, pensiamo, desideriamo, siamo soli. Come questa donna. Nudi, come Adamo ed Eva. Il peccato appena consumato a piagare le spalle d'un peso insopportabile, ed una condanna sul capo, la morte in agguato. La fine d'ogni residua speranza. Quanti giorni così, quante ore. Alienazioni vuote, peggiori d'una lapidazione. Illusioni, a ferirci più d'una coltellata. In mezzo alla strada. In fondo alla vita. E Il Suo sguardo. Era lì. Ad aspettare. La storia che sembra stracciarci gli ultimi istanti, ci trascina da Lui. Dove tutto sembra perduto, dove le conseguenze dei nostri peccati sembrano gettarci senza speranza, dove la polvere secca d'una vita esanime sembra soffocare l'ultimo gemito, proprio lì ad insegnare. Il Suo trono di misericordia, la Sua cattedra d'amore. Il perdono, ad aspettare i nostri peccati. Il Suo sguardo, a sanare le nostre paure. Il Suo dito pigiato sulla terra, le Parole d'amore segnate con la potenza dello Spirito sui nostri poveri cuori. Di terra siam fatti, dalla terra veniamo, i nostri giorni come erba del campo, svaniscono in un baleno. Terra e carne, incapaci d'amare. La legge scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il cammino della vita tradito da cuori di pietra. E il Figlio, la Parola fatta carne perché a carne possa compiere la Parola, il dito di Dio nel dito del Figlio, lo Spirito Santo a cacciare il demonio, a riscattare le nostre vite, a scrivere la Legge nella nostre debolezze (L'inno "Veni, Creator Spiritus" invoca lo Spirito Santo come digitus paternae dexterae, dito della destra del Padre). Dov'è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Dove sono i nostri accusatori? Dove sono i nostri giustizieri? Dov'è il documento della nostra condanna? Tutto è svanito, ogni giudice si è dileguato all'apparire della verità. Siamo soli finalmente, di una benedetta solitudine. Quella che ci svela il volto di Dio nello sguardo di Cristo. Soli, per Lui. Senza speranza, per sperare solo in Lui. Senza gioia, per gioire solo di Lui. Senza nulla, per avere solo Lui. Noi e Lui, noi in mezzo e Lui con noi. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto ci condanna, e giustamente, e ragionevolmente, il Suo amore, l'ultima Parola. Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza.


« Tu certo devi averlo sentito / con « ferro e fuoco scavare la pietra, / perché mai più sulla terra qualcuno / solo scalfire potesse quei segni. / No, non poteva che essere lui, / che ti erompeva da dentro il cuore».

David M. Turoldo



APPROFONDIRE

V Domenica di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico


V Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici


S. Agostino. La donna adultera.

V Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici

S. Beda il Venerabile

Con tanto maggiore impegno dobbiamo considerare questa lettura del Vangelo, fratelli carissimi, e tenerla sempre a mente, quanto più grande ci presenta la grazia del nostro Creatore. Ecco infatti che quando gli empi accusatori gli portarono innanzi la donna peccatrice, egli non comandò di lapidarla secondo la Legge, ma disse che gli stessi accusatori prima esaminassero se stessi e poi esprimessero il giudizio sulla peccatrice, perché dalla considerazione della propria fragilità comprendessero di quanta misericordia dovessero avere degli altri. ... Ben a ragione dunque il testo dice che quando Gesù sedutosi insegnava, tutto il popolo venne a lui, perché dopo che con l’umiltà della sua incarnazione egli si avvicinò agli uomini, furono molti che accolsero volentieri le sue parole, ma furono di più a disprezzarle con empia superbia. Ascoltarono infatti i mansueti e si rallegrarono magnificando il Signore col salmista ed esaltando a gara il suo nome (cfr. Sal 33, 3-4). Ascoltarono gli invidiosi e furono confutati, ma non si pentirono, lo tentarono, lo derisero, stridettero contro di lui con i loro denti (cfr. Sal 34, 16). Infatti proprio per tentarlo portarono a lui la donna sorpresa in adulterio e gli chiesero che cosa comandasse di fare di lei, dato che Mosè aveva comandato di lapidare una tale: se anch’egli avesse detto di lapidarla, lo avrebbero deriso in quanto si dimenticava della misericordia che aveva sempre insegnato; se invece avesse vietato di lapidarla, si sarebbero scagliati contro di lui e lo avrebbero condannato giustamente, secondo loro, in quanto promotore di scelleratezza e avverso alla Legge. Ma non sia mai che la stoltezza terrena trovi che dire e la sapienza divina non abbia come rispondere; non sia mai che la cieca empietà impedisca al sole di giustizia di risplendere al mondo.
Gesù allora inchinatosi scriveva a terra col dito. L’inchinarsi di Gesù esprime l’umiltà; il dito, che è flessibile per le articolazioni, la sottigliezza del discernimento; la terra indica il cuore degli uomini che rende frutti sia di buone che di cattive azioni. Il Signore, richiesto di giudicare la peccatrice, non dà subito il giudizio, ma prima chinatosi scrive a terra col dito; finalmente, richiesto con insistenza, giudica proprio noi in quanto ci ammonisce simbolicamente che, quando vediamo qualcosa di sbagliato nel prossimo, non dobbiamo giudicarlo sfavorevolmente, se prima non abbiamo esaminato con umiltà e discolpato con accurata valutazione la nostra coscienza, se prima non abbiamo attentamente esaminato ciò che in essa piace o non piace al nostro Creatore, secondo le parole dell’apostolo: Fratelli, se l’uno viene sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, correggetelo con spirito di dolcezza, e bada bene a te stesso perché anche tu puoi essere tentato (Gal 6, 1).
... Vuoi apprendere la misura della pietà? Chi di voi è senza peccato. Vuoi apprendere la giustizia del giudizio? Scagli la prima pietra. Se Mosè vi ha ordinato di lapidare una donna di tal genere, lo ha comandato ai giusti e non ai peccatori. Perciò realizzate prima voi la giustizia della Legge e poi con mani innocenti e cuore puro correte a lapidare la colpevole. Realizzate prima le opere spirituali della Legge, fede, misericordia e carità, e poi volgetevi a giudicare le cose della carne.
Espresso il suo giudizio, il Signore chinatosi di nuovo scriveva sulla terra. ... Nel chinarsi a scrivere in terra prima e dopo la sentenza, egli ci fa capire che sia prima di punire uno che incorre nel peccato sia dopo averlo meritatamente punito, dobbiamo esaminare umilmente noi stessi se per avventura non fossimo incorsi nelle stesse malefatte che riprendiamo in quello o in altri. Accade più volte, per esempio, che quelli che giudicano un omicida colto in flagrante non hanno coscienza di essere essi stessi interiormente devastati dall’odio in modo ancora peggiore; quelli che accusano l’adultero non si accorgono della peste della superbia, per cui inorgogliscono della loro castità; quelli che condannano l’ubriaco non scorgono il veleno dell’invidia dal quale sono consunti. Ma allora per sfuggire a questi pericoli, che ci resta da fare se non, a vedere un altro che pecca, volgere lo sguardo in basso, cioè considerare umilmente quanto in basso siamo gettati dalla condizione della nostra fragilità, se non ci sorregge la divina pietà? ... Possiamo anche interpretare rettamente che il Signore, sul punto di concedere il perdono alla peccatrice, volle scrivere a terra, per far vedere che egli era colui che aveva scritto sulla pietra il decalogo della Legge col suo dito, cioè con l’opera dello Spirito Santo. E se a ragione era stata scritta sulla pietra la Legge, che era data per domare il cuore di un popolo duro e contumace, a ragione scrive in terra il Signore, sul punto di dare la grazia del perdono ai contriti e agli umili di cuore in modo che potessero portare frutto di salvezza. Ben a ragione chinatosi scrive a terra col dito egli che, apparso una volta in alto sul monte, aveva scritto sulla pietra, perché in virtù dell’umiliazione dell’umanità assunta infonde nel fertile cuore dei fedeli lo spirito della grazia egli che, apparendo in alto in figura di angelo, aveva dato duri precetti a quel popolo che allora era duro di cuore. Ben a ragione, dopo essersi chinato a scrivere in terra, pronuncia eretto parole di misericordia, egli che, per la partecipazione all’umana debolezza, ha promesso il dono della pietà agli uomini e lo ha elargito con l’efficacia della divina potenza.
Alzatosi Gesù le chiese: "Dove sono donna quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?". Ella rispose: "Nessuno, Signore". Nessuno osò condannare la peccatrice, poiché ognuno cominciò a riconoscere in sé ciò che meritava condanna anche maggiore. Ma colui che aveva messo in fuga la folla degli accusatori presentando il peso della giustizia, vediamo con quanta misericordia conforti l’accusata.
Segue: Gesù le disse: "Neppure io ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più". Si adempì così la parola del salmista, che a lode del Signore aveva cantato: Procedi con prosperità e regna con virtù, mansuetudine e giustizia e la tua destra ti guiderà mirabilmente (Sal 44, 5). Il Signore regna con verità perché, predicando alle folle dei credenti la gloria del suo regno, apre al mondo la via della verità. Regna con mansuetudine e giustizia perché molti si sottomettono al suo regno, conoscendolo mansueto nel liberare dai peccati quelli che si pentono e giusto nel condannare i contumaci nel peccato, mansueto nell’elargire la grazia della fede e delle virtù celesti, giusto nel rendere ricompensa perpetua per la lotta della fede e delle virtù celesti. Lo ha condotto mirabilmente la sua destra, perché Dio, abitando nell’uomo, lo ha fatto apparire mirabile in tutto quello che faceva e insegnava, tale che eludeva sempre le insidie che gli astuti nemici potevano escogitare.
Neppure io, disse, ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più. Poiché pio e misericordioso rimette i peccati passati, poiché è giusto e ha amato la giustizia, le vieta di peccare ancora.

(Dall’Omelia I, 25)

S. Agostino

Il Signore ha detto: Amate i vostri nemici. Vuoi essere saziato dei beni divini? Deve essere in te stesso saziata la misericordia. La misericordia veramente completa è la misericordia perfetta, quella che ama e vuol bene anche a chi nutre odio per essa. Che farò allora, tu dici? Se comincio ad amare il mio nemico, dovrò riceverne e sopportarne le ingiurie e rinuncerò a reclamare il mio diritto, anche ci sono le leggi? È giusto che tu abbia a reclamare, concedo che è giusto, ma bada che non ci sia qualcosa in te stesso che meriti di essere colpito, e poi reclama il tuo diritto. Tu infatti, nel chiederti: dovrò forse rinunciare al mio diritto? parli come se Dio condanni la giustizia del reclamo e non voglia piuttosto distruggere la superbia di chi lo promuove.
O forse la famosa adultera non meritava di essere lapidata? E se veniva lapidata sarebbe stata questa un’azione ingiusta? In questo caso sarebbe stato ingiusto il relativo comando. Ma era la legge, era Dio che aveva dato tale comando. Voi invece che volete vendicarvi, chiedetevi se non siate voi stessi peccatori! Fu condotta al Signore una donna adultera che secondo la legge doveva essere lapidata, fu condotta all’autore stesso della legge. E tu che l’hai condotta, infierisci contro di lei. Chiediti piuttosto chi sei tu che e contro chi infierisci; se peccatore ti avventi contro una peccatrice smetti di infierire e confessa prima il tuo peccato; se peccatore ti avventi contro una peccatrice, lasciala stare. Solo il Signore sa che pensare di lei, quale giudizio farne, come perdonarla, come risanarla! Tu infierisci appellandoti alla legge? Sa meglio di te cosa di lei debba fare l’autore di quella legge, alla quale ti appelli!
Il Signore, fin dal momento in cui gli fu presentata la donna, piegò il capo e si mise a scrivere per terra. Scrisse appunto per terra quando si piegò verso terra; ma prima di piegarsi verso terra, non scrisse sulla terra, bensì sulla pietra. E certo la terra avrebbe prodotto qualcosa di fruttuoso per le lettere in essa scritte dal Signore. Egli, come aveva scritto la legge sulla pietra per significare la durezza dei Giudei, così si mise a scrivere per terra per significare il buon frutto dei Cristiani. Vennero dunque gli accusatori da lui, portando l’adultera come flutti che si abbattono tempestosi contro la roccia, ma furono schiacciati dalla sua risposta. Egli infatti disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Poi di nuovo piegò il capo e riprese a scrivere per terra. E pian piano ognuno interrogando la propria coscienza, cominciò a sparire. Ad allontanare quegli uomini non fu la povera donna adultera, ma la loro adulterata coscienza. Essi volevano farne vendetta, ambivano di giudicarla: vennero alla Roccia e furono inghiottiti presso la roccia i loro giudizi.

(Dall’Esposizione sul Salmo 102, 10)

V Domenica di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico

Entrando nel tempio e sedendo ad insegnare,
Gesù si rivela come l’unico maestro
che conosce la volontà del Padre e l’unico giudice giusto.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 5, 19-47
Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. (v. 30)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 11, 25-30
Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. (v. 27b)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 23, 1-11
E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. (v. 10)

Dagli Atti degli Apostoli, cap. 10, 34-48
E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. (v. 42)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 14, 1-13
Tutti ... ci presenteremo al tribunale di Dio. (v. 10b)

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 4, 12-16
Tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto. (v. 13b)

Salmo 72 (71)
Dio, dà al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine. (vv. 1-2)

Dal libro del profeta Isaia, cap. 11, 1-9
Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento. (vv. 3b-4)

Dal libro del profeta Geremia, cap. 33, 14-26
In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. (v. 15)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 1, 9-18
Non temerete alcun uomo, perché il giudizio appartiene a Dio. (v. 17b)

La conoscenza letterale della legge,
non essendo illuminata dalla grazia dello Spirito Santo,
porta solo la durezza del giudizio e la morte del peccatore.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 7, 40-52
[Ma i farisei replicarono]: ... Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta! (v. 49)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 19, 1-11
Gli risposero i Giudei: "Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio". (v. 7)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 11, 37-53
Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! (v. 46)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 18, 9-14
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. (v. 11)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 2
Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose. (v. 1)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 7, 4-13
La legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte. (v. 10)

Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 3
La lettera uccide, lo Spirito dà vita. (v. 6b)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Galati, cap. 3, 6-14
Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge. (v. 13a)

Dalla lettera di S. Giacomo apostolo, cap. 2, 1-13
Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio. (v. 13)

Dal libro del Deuteronomio, cap. 17
Farai condurre alle porte della tua città quell’uomo o quella donna che avrà commesso quell’azione cattiva e lapiderai quell’uomo o quella donna, così che muoia. (v. 5)

La durezza del cuore dell’uomo e la sua presunzione
pongono sotto giudizio la misericordia di Dio per accusarlo.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 18, 28-40
Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: "Che accusa portate contro quest’uomo?". (v. 29)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 9, 10-13
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. (v. 13)

Dal vangelo secondo Matteo, cap. 20, 1-16
Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? (v. 15)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 11, 14-23
Ma alcuni dissero: "È in nome di Beelzebùl, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni". (v. 15)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 15, 11-32
Il servo rispose [al fratello maggiore]: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. (vv. 27-28a)

Dal libro della Sapienza, cap. 12, 11b-18
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. (v. 13)

Dal libro del profeta Ezechiele, cap. 18
Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? (v. 25)

Dal libro del profeta Osea, cap. 6, 1-6
Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti. (v. 6)

Dal libro del profeta Giona, cap. 3, 1-4, 11
Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. (vv. 3, 10b-4, 1)

Dal libro del profeta Malachia, cap. 3, 12-24
Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore. (v. 13)

Scrivendo per terra Gesù ricorda che l’uomo è polvere
e che solo a Dio, che è santo, spetta il compito di giudicare.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 5, 19-47
Come ... il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. (vv. 26-27)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 9
Gesù ... disse: Io sono venuto in questo mondo per giudicare. (v. 39a)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 6, 36-45
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati. (v. 37a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 14
Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. (v. 10)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 4, 1-13
Anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! (v. 4)

Dalla lettera di S.Giacomo apostolo, cap. 4, 7-17
Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo? (v. 12)

Dal libro dell’Apocalisse, cap. 20
Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. (v. 12)

Salmo 9
Sorgi, Signore, non prevalga l’uomo: davanti a te siano giudicate le genti. Riempile di spavento, Signore, sappiano le genti che sono mortali. (vv. 20-21)

Dal libro del profeta Geremia, cap. 17, 5, 13
Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore. (v. 13b)

Dal libro della Genesi, cap. 3
Tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai! (v. 19b)

Quando la durezza del giudizio degli uomini si allontana,
rimane solo il giudizio misericordioso di Gesù
e l’umanità adultera e peccatrice,
bisognosa del suo perdono.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 5, 10-18
Gesù ... gli disse: "Ecco che sei guarito: non peccare più." (v. 14a)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 7, 36-50
Poi [Gesù] disse a lei [la peccatrice]: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". (v. 48)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 10, 25-37
Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione. (vv. 32-33)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 13, 10-17
Questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato? (v. 16)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 18, 9-14
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. (v. 13)

Dal vangelo secondo Luca, cap. 23, 33-43
Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male. E aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". (vv. 41-42)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 8, 28-39
Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? (vv. 33-34)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Colossesi, cap. 2, 9-15
Con lui [Cristo] Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati. (v. 13)

Salmo 51 (50)
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. (v. 3)

Salmo 130 (129)
Presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. (v. 7b)

Salmo 103 (102)
Egli perdona tutte le tue colpe. (v. 3a)

L’esperienza della misericordia di Dio
e la conoscenza del suo perdono
sono l’inizio di una vita nuova
piena di grazia e senza peccato.

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 3, 1-21
Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio". (v. 3)

Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 15, 1-17
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. (vv. 3-4a)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 6
Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. (vv. 6-7)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 8, 1-27
Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (vv. 1-2)

Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 5, 1-6, 2
Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. (v. 17)

Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 4, 17-5, 20
Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. (v. 2)

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 3, 1-10
Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non lo ha visto né l’ha conosciuto. (v. 6)

Dal libro del profeta Ezechiele, cap. 36, 16-38
Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. (vv. 25-26)

Dal libro del profeta Ezechiele, cap. 47, 1-12
Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. (v. 9)

S. Agostino. La donna adultera.

OMELIA 33

La donna adultera.

Il Signore ha condannato il peccato, non l'uomo. Bisogna tenerne conto per non separare, nel Signore, la verità dalla bontà. Il Signore è buono e retto. Amalo perché è buono, temilo perché è retto.

1. La vostra Carità ricorda che nel precedente discorso, prendendo spunto dal brano evangelico, vi abbiamo parlato dello Spirito Santo. Il Signore aveva invitato i credenti in lui a bere lo Spirito Santo, parlando in mezzo a coloro che avevano intenzione di prenderlo e volevano ucciderlo, ma non ci riuscivano perché egli ancora non voleva. Appena ebbe detto queste cose, nacque tra la folla un forte dissenso intorno a lui. Alcuni sostenevano che egli era il Cristo, mentre altri facevano osservare che il Cristo non poteva venire dalla Galilea. Coloro poi che erano stati mandati ad arrestarlo, ritornarono con le mani pulite e pieni di ammirazione per lui. Resero, anzi, testimonianza alla sua divina dottrina, quando alla domanda di quelli che li avevano mandati: Perché non lo avete condotto?, essi risposero: Nessun uomo ha mai parlato come parla costui. Egli infatti aveva parlato così perché era Dio e uomo. Tuttavia i farisei, rifiutando la testimonianza delle guardie, replicarono: Anche voi siete stati sedotti? Vediamo infatti che vi siete deliziati dei suoi discorsi. C'è forse alcuno dei capi o dei farisei che gli abbia creduto? Ma questa gentaglia, che non conosce la legge, è maledetta! (Gv 7, 45-49). Quelli che non conoscevano la legge, credevano in colui che aveva dato la legge; egli invece veniva disprezzato da quelli che insegnavano la legge, affinché si adempisse ciò che il Signore stesso aveva detto: Io sono venuto perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39). Ciechi infatti son diventati i dottori farisei, mentre sono stati illuminati i popoli che non conoscevano la legge, ma che hanno creduto nell'autore della legge.

2. Tuttavia uno dei farisei, Nicodemo - quello che si era recato da Gesù di notte, e che probabilmente non era incredulo ma soltanto timido, e perciò si era avvicinato alla luce di notte, perché voleva essere illuminato pur avendo paura di essere riconosciuto -, rispose ai Giudei: La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? Perversi com'erano, volevano condannarlo prima di conoscerlo. Nicodemo infatti sapeva, o almeno era persuaso, che se essi avessero avuto soltanto la pazienza di ascoltarlo, probabilmente avrebbero fatto come quelli che, mandati per arrestarlo, avevano preferito credere in lui. Gli risposero, seguendo i pregiudizi del loro animo: Saresti anche tu galileo? Cioè, anche tu sei stato sedotto dal Galileo? Il Signore infatti era chiamato Galileo, perché i suoi genitori erano di Nazaret. Ho detto genitori riferendomi a Maria, non al padre: Gesù ha cercato in terra solo una madre, poiché aveva già in cielo il Padre. La sua nascita infatti fu mirabile in ambedue i sensi: divina senza madre e umana senza padre. E cosa dissero quei sedicenti dottori della legge a Nicodemo? Studia le Scritture, e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea. Ma il Signore dei profeti era sorto proprio dalla Galilea. E ciascuno - nota l'evangelista - tornò a casa sua (Gv 7, 50-53).

3. Gesù, poi, se ne andò al monte degli Ulivi, al monte dei frutti, al monte dell'olio, al monte dell'unzione. Poteva trovare, il Cristo, per insegnare, luogo più adatto del monte degli Ulivi? Il nome Cristo infatti viene dalla parola greca chrisma, che tradotto significa "unzione". Egli infatti ci ha unti per fare di noi dei lottatori contro il diavolo. All'alba, però, era di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, seduto, insegnava ad essi (Gv 8, 1-2). E nessuno poteva prenderlo perché non era ancora giunta l'ora della sua passione.

[Verità, bontà e giustizia.]

4. Osservate ora fino a che punto i suoi nemici misero alla prova la mansuetudine del Signore. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidarle queste tali. Tu che cosa dici? Questo dicevano per metterlo alla prova, onde avere di che accusarlo (Gv 8, 3-6). Accusarlo di che? Forse che avevano sorpreso pure lui in qualche delitto, oppure si poteva dire che quella donna aveva avuto a che fare con lui? In che senso allora essi volevano metterlo alla prova, per avere di che accusarlo? Abbiamo modo di ammirare, o fratelli, la straordinaria mansuetudine del Signore. Anche i suoi avversari fecero esperienza della sua grande mitezza, della sua mirabile mansuetudine, secondo quanto di lui era stato predetto: Cingiti la spada al fianco, potentissimo; e maestoso t'avanza, cavalca, per la causa della verità e della mansuetudine e della giustizia (Sal 44, 4-5). Egli ci ha apportato la verità come dottore, la mansuetudine come liberatore, la giustizia come giudice. Per questo il profeta aveva predetto che il suo regno sarebbe stato totalmente sotto l'influsso dello Spirito Santo. Quando parlava, trionfava la verità; quando non reagiva agli attacchi dei nemici, risaltava la mansuetudine. E siccome i suoi nemici, per invidia e per rabbia, non riuscivano a perdonargli né la verità né la mansuetudine, inscenarono uno scandalo per la terza cosa, cioè per la giustizia. Che cosa fecero? Siccome la legge ordinava che gli adulteri fossero lapidati, e ovviamente la legge non poteva ordinare una cosa ingiusta, chiunque sostenesse una cosa diversa da ciò che la legge ordinava, si doveva considerare ingiusto. Si dissero dunque: Egli si è considerato amico della verità e passa per mansueto; dobbiamo imbastirgli uno scandalo sulla giustizia; presentiamogli una donna sorpresa in adulterio, ricordiamogli cosa stabilisce in simili casi la legge. Se egli ordinerà che venga lapidata, non darà prova di mansuetudine; se deciderà che venga rilasciata, non salverà la giustizia. Ma per non smentire la fama di mansuetudine che si è creata in mezzo al popolo, certamente - essi pensavano - dirà che dobbiamo lasciarla andare. Così noi avremo di che accusarlo, e, dichiarandolo colpevole di aver violato la legge, potremo dirgli: sei nemico della legge, devi rispondere di fronte a Mosè, anzi, di fronte a colui che per mezzo di Mosè ci ha dato la legge; sei reo di morte e devi essere lapidato anche tu assieme a quella. Con tali parole e proposito, s'infiammava l'invidia, ardeva il desiderio di accusarlo, si eccitava la voglia di condannarlo. Ma tutto questo contro chi? Era la perversità che tramava contro la rettitudine, la falsità contro la verità, il cuore corrotto contro il cuore retto, la stoltezza contro la sapienza. Ma come gli avrebbero potuto preparare dei lacci in cui non sarebbero essi stessi caduti per primi? Il Signore, infatti, risponde in modo tale da salvare la giustizia senza smentire la mansuetudine. Non cade nella trappola che gli è stata tesa, ci cadono invece quegli stessi che l'hanno tesa: gli è che non credevano in colui che li avrebbe potuti liberare da ogni laccio.

[La miseria e la misericordia.]

5. Cosa rispose dunque il Signore Gesù? Cosa rispose la verità? Cosa rispose la sapienza? Cosa rispose la stessa giustizia contro la quale era diretta la calunnia? Non disse: Non sia lapidata! Si sarebbe messo contro la legge. Ma si guarda bene anche dal dire: Sia lapidata! Egli era venuto, non a perdere ciò che aveva trovato, ma a cercare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). Cosa rispose dunque? Guardate che risposta piena di giustizia, e insieme piena di mansuetudine e di verità! Chi di voi è senza peccato - dice - scagli per primo una pietra contro di lei (Gv 8, 7). O risposta della Sapienza! Come li costrinse a rientrare subito in se stessi! Essi stavano fuori intenti a calunniare gli altri, invece di scrutare profondamente se stessi. Si interessavano dell'adultera, e intanto perdevano di vista se stessi. Prevaricatori della legge, esigevano l'osservanza della legge ricorrendo alla calunnia, non sinceramente, come fa chi condanna l'adulterio con l'esempio della castità. Avete sentito, o Giudei, avete sentito, farisei e voi, dottori della legge, avete sentito tutti la risposta del custode della legge, ma non avete ancora capito che egli è il legislatore. Che altro vuol farvi capire, scrivendo in terra col dito? La legge, infatti, fu scritta col dito di Dio, e fu scritta sulla pietra per significare la durezza dei loro cuori (cf. Es 31, 18). Ed ora il Signore scriveva in terra, perché cercava il frutto. Avete dunque sentito il verdetto? Ebbene, si applichi la legge, si lapidi l'adultera! E' giusto, però, che la legge della lapidazione venga eseguita da chi dev'essere a sua volta colpito? Ciascuno di voi esamini se stesso, rientri in se stesso, si presenti al tribunale della sua anima, si costituisca davanti alla propria coscienza, costringa se stesso alla confessione. Egli sa chi è, poiché nessun uomo conosce le cose proprie dell'uomo, fuorché lo spirito dell'uomo che è in lui (cf 1 Cor 2, 11). Ciascuno, rivolgendo in sé lo sguardo, si scopre peccatore. Proprio così. Quindi, o voi lasciate andare questa donna, o insieme con lei subite la pena della legge. Se dicesse: Non lapidate l'adultera! verrebbe accusato come ingiusto; se dicesse: Lapidatela! non si mostrerebbe mansueto. Ascoltiamo la sentenza di colui che è mansueto ed è giusto: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei. Questa è la voce della giustizia: Si punisca la peccatrice, ma non ad opera dei peccatori; si adempia la legge, ma non ad opera dei prevaricatori della legge. Decisamente, questa è la voce della giustizia. E quelli, colpiti da essa come da una freccia poderosa, guardandosi e trovandosi colpevoli, uno dopo l'altro, tutti si ritirarono (Gv 8, 9). Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia. E il Signore, dopo averli colpiti con la freccia della giustizia, non si fermò a vederli cadere, ma, distolto lo sguardo da essi, si rimise a scrivere in terra col dito (Gv 8, 8).

6. Quella donna era dunque rimasta sola, poiché tutti se ne erano andati. Gesù levò gli occhi verso di lei. Abbiamo sentito la voce della giustizia, sentiamo ora la voce della mansuetudine. Credo che più degli altri fosse rimasta colpita e atterrita da quelle parole che aveva sentito dal Signore: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei. Quelli, badando ai fatti loro e con la loro stessa partenza confessandosi rei, avevano abbandonato la donna col suo grande peccato a colui che era senza peccato. E poiché essa aveva sentito quelle parole: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei, si aspettava di essere colpita da colui nel quale non si poteva trovar peccato. Ma egli, che aveva respinto gli avversari di lei con la voce della giustizia, alzando verso di lei gli occhi della mansuetudine, le chiese: Nessuno ti ha condannato? Ella rispose: Nessuno, Signore. Ed egli: Neppure io ti condanno, neppure io, dal quale forse hai temuto di esser condannata, non avendo trovato in me alcun peccato. Neppure io ti condanno. Come, Signore? Tu favorisci dunque il peccato? Assolutamente no. Ascoltate ciò che segue: Va' e d'ora innanzi non peccare più (Gv 8, 10-11). Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l'uomo. Poiché se egli fosse fautore del peccato, direbbe: neppure io ti condanno; va', vivi come ti pare, sulla mia assoluzione potrai sempre contare; qualunque sia il tuo peccato, io ti libererò da ogni pena della geenna e dalle torture dell'inferno. Ma non disse così.

7. Ne tengano conto coloro che amano nel Signore la mansuetudine, e temano la verità. Infatti dolce e retto è il Signore (Sal 24, 8). Se lo ami perché è dolce, devi temerlo perché è retto. In quanto è mansueto dice: Ho taciuto; ma in quanto è giusto aggiunge: Forse che sempre tacerò? (Is 42, 14 sec. LXX). Il Signore è misericordioso e benigno. Certamente. Aggiungi: longanime, e ancora: molto misericordioso, ma tieni conto anche di ciò che è detto alla fine del testo scritturale, cioè verace (Sal 85, 15). Allora infatti giudicherà quanti l'avranno disprezzato, egli che adesso sopporta i peccatori. Forse che disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza, della sua longanimità, non comprendendo che questa bontà di Dio ti spinge solo al pentimento? Con la tua ostinatezza e con il tuo cuore impenitente accumuli sul tuo capo l'ira per il giorno dell'ira, quando si manifesterà il giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere (Rm 2, 4-6). Il Signore è mansueto, il Signore è longanime, è misericordioso; ma è anche giusto, è anche verace. Ti dà il tempo di correggerti; ma tu fai assegnamento su questa dilazione, senza impegnarti a correggerti. Ieri sei stato cattivo? oggi sii buono. Anche oggi sei caduto nel male? almeno domani cambia. Tu invece rimandi sempre e ti riprometti moltissimo dalla misericordia di Dio, come se colui che ti ha promesso il perdono in cambio del pentimento, ti avesse anche promesso una vita molto lunga. Che ne sai cosa ti porterà il domani? Giustamente dici in cuor tuo: quando mi correggerò, Dio mi perdonerà tutti i peccati. Non possiamo certo negare che Dio ha promesso il perdono a chi si corregge e si converte; è vero, puoi citarmi una profezia secondo cui Dio ha promesso il perdono a chi si corregge; non puoi, però, citarmi una profezia secondo cui Dio ti ha promesso una vita lunga.

[Tra la speranza e la disperazione.]

8. Gli uomini corrono due pericoli contrari, ai quali corrispondono due opposti sentimenti: quello della speranza e quello della disperazione. Chi è che s'inganna sperando? chi dice: Dio è buono e misericordioso, perciò posso fare ciò che mi pare e piace, posso lasciare le briglie sciolte alle mie cupidigie, posso soddisfare tutti i miei desideri; e questo perché? perché Dio è misericordioso, buono e mansueto. Costoro sono in pericolo per abuso di speranza. Per disperazione, invece, sono in pericolo quelli che essendo caduti in gravi peccati, pensano che non potranno più essere perdonati anche se pentiti, e, considerandosi ormai destinati alla dannazione, dicono tra sé: ormai siamo dannati, perché non facciamo quel che ci pare? E' la psicologia dei gladiatori destinati alla morte. Ecco perché i disperati sono pericolosi: non hanno più niente da perdere, e perciò debbono essere vigilati. La disperazione li uccide, così come la presunzione uccide gli altri. L'animo fluttua tra la presunzione e la disperazione. Devi temere di essere ucciso dalla presunzione: devi temere, cioè, che contando unicamente sulla misericordia di Dio, tu non abbia ad incorrere nella condanna; altrettanto devi temere che non ti uccida la disperazione; che temendo, cioè, di non poter ottenere il perdono delle gravi colpe commesse, non ti penti e così incorri nel giudizio della Sapienza che dice: anch'io, a mia volta, godrò della vostra sventura (Prv 1, 26). Come si comporta il Signore con quelli che sono minacciati dall'uno o dall'altro male? A quanti rischiano di cadere nella falsa speranza dice: Non tardare a convertirti al Signore, né differire di giorno in giorno; perché d'un tratto scoppia la collera di lui, e nel giorno del castigo tu sei spacciato (Sir 5, 8-9). A quanti sono tentati di cadere nella disperazione cosa dice? In qualunque momento l'iniquo si convertirà, dimenticherò tutte le sue iniquità (cf. Ez 18, 21-22 27). A coloro dunque che sono in pericolo per disperazione, egli offre il porto del perdono; per coloro che sono insidiati dalla falsa speranza e si illudono con i rinvii, rende incerto il giorno della morte. Tu non sai quale sarà l'ultimo giorno; sei un ingrato; perché non utilizzi il giorno che oggi Dio ti dà per convertirti? E' in questo senso che il Signore dice alla donna: Neppure io ti condanno: non preoccuparti del passato, pensa al futuro. Neppure io ti condanno: ho distrutto ciò che hai fatto, osserva quanto ti ho comandato, così da ottenere quanto ti ho promesso.

Giovanni Paolo II, Omelia nella V domenica di quaresima anno C

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA
DI NOSTRA SIGNORA DEL SUFFRAGIO
E SANT’AGOSTINO DI CANTERBURY

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 1° aprile 2001

1. "Grandi cose ha fatto il Signore per noi" (cfr Sal 125 [126], 3). Queste parole, che abbiamo ripetuto come ritornello al Salmo responsoriale, costituiscono una bella sintesi dei temi biblici proposti dall'odierna quinta Domenica di Quaresima. Già nella prima Lettura, tratta dal cosiddetto "Secondo Isaia", l'anonimo Profeta dell'esilio babilonese annuncia la salvezza da Dio preparata per il suo popolo. L'uscita da Babilonia e il ritorno in patria saranno come un nuovo e più grande Esodo.

Allora Dio aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù d'Egitto, superando l'ostacolo del mare; ora Egli riporta il suo popolo nella terra promessa, tracciando nel deserto una strada sicura. "Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa" (Is 43,18-19).

«Una cosa nuova»: noi cristiani sappiamo che, quando nell'Antico Testamento si parla di «realtà nuove», il riferimento ultimo è alla vera grande «novità» della storia: Cristo, venuto nel mondo a liberare l'umanità dalla schiavitù del peccato, del male e della morte.

2. "Donna... nessuno ti ha condannato? ... neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,10-11). Gesù è novità di vita per chi gli apre il cuore e, riconoscendo il proprio peccato, accoglie la sua misericordia che salva. Nell'odierna pagina evangelica, il Signore offre questo suo dono d'amore all'adultera, perdonata e ricondotta alla sua piena dignità umana e spirituale. Lo offre anche ai suoi accusatori, ma il loro spirito resta chiuso e impermeabile.

C'è qui un invito a meditare sul paradossale rifiuto del suo amore misericordioso. E' come se già iniziasse il processo contro Gesù, che rivivremo tra pochi giorni negli eventi della Passione: esso sfocerà nella sua ingiusta condanna a morte sulla croce. Da una parte, l'amore redentore di Cristo, gratuitamente offerto a tutti; dall'altra, la chiusura di chi, mosso dall'invidia, cerca una ragione per ucciderlo. Accusato addirittura di porsi contro la Legge, Gesù è «messo alla prova»: se assolve la donna sorpresa in flagrante adulterio, si dirà che ha trasgredito i precetti di Mosè; se la condanna, si dirà che è stato incoerente col messaggio di misericordia verso i peccatori.

Ma Gesù non cade nel tranello. Col suo silenzio, invita ciascuno a riflettere su se stesso. Da una parte, invita la donna a riconoscere la colpa commessa; dall'altra, invita i suoi accusatori a non sottrarsi all'esame di coscienza: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv 8,7).

Grave è certo la situazione della donna. Ma proprio da questo scaturisce il messaggio: qualunque sia la condizione in cui uno può venirsi a trovare, gli è sempre possibile aprirsi alla conversione e ricevere il perdono dei peccati. "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,10-11). Sul Calvario, con il sacrificio supremo della vita, il Messia suggellerà per ogni uomo e ogni donna il dono infinito del perdono e della misericordia di Dio.

3. Carissimi Fratelli e Sorelle! Sono lieto di essere oggi qui con voi, in questa vostra Parrocchia di recente fondazione. Sorta dalla fusione delle Parrocchie di "Nostra Signora del Suffragio" e di "Sant'Agostino di Canterbury", essa è stata consacrata un anno fa dal Cardinale Vicario, che saluto con affetto. Saluto insieme a lui Mons. Vicegerente, il vostro caro Parroco, Don Giulio Ramiccia, e i sacerdoti collaboratori. Un grazie cordiale esprimo a quanti mi hanno dato il benvenuto a nome vostro, all'inizio della Santa Messa.

Un pensiero riconoscente va alle Religiose che vivono e operano in questo territorio: le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, le Suore Figlie del Sacro Cuore, le Suore della Congregazione della Madre del Carmelo, le Suore Ospedaliere della Misericordia e la Comunità Adsis. Abbraccio con affetto quanti sono ospitati nei luoghi di cura presenti nell'ambito parrocchiale e chi è al loro quotidiano servizio. Saluto i membri del Consiglio Pastorale e di quello per gli Affari Economici, come pure i componenti dei vari gruppi e associazioni della vostra comunità. Saluto voi, bambini, ragazzi, ragazze e tutti i presenti, estendendo il mio ricordo agli abitanti dell'intero quartiere di Torre Maura.

4. Vengo tra voi nella Domenica che la nostra Diocesi dedica in modo particolare alla testimonianza della carità. Anche nella vostra Parrocchia, come in altre zone periferiche della Città, non mancano situazioni di disagio: dal fenomeno della tossicodipendenza all'usura, dalla prostituzione al disagio giovanile, dalla disoccupazione alla non sempre facile integrazione degli immigrati.

Su questi fronti la vostra comunità è assai attiva e cerca di dare risposte concrete a chi vive in gravi difficoltà. Intensificate, carissimi, in questo tempo di Quaresima, l'attenzione per chi è nel bisogno. Insieme al digiuno e alla preghiera, la carità è uno degli elementi caratteristici dell'itinerario quaresimale. Diffondete, pertanto, sempre più il bene e fate dell'attenzione per gli «ultimi» uno dei cardini della vostra azione pastorale.

Con ogni mezzo aiutate, poi, gli abitanti della vostra zona a scoprire che Cristo e il suo Vangelo rispondono ai reali bisogni dell'uomo e della famiglia. Da questo spirito sia animata l'iniziativa delle visite alle famiglie, cominciata in occasione della Missione cittadina e che ora state opportunamente proseguendo.

Penso adesso con speciale affetto a voi, cari giovani, che siete stati protagonisti della passata Giornata Mondiale della Gioventù, nel cuore del Grande Giubileo. So che avete accolto, nell'ambito della parrocchia, circa 1500 giovani provenienti da varie parti del mondo. Mi congratulo con voi per quanto avete compiuto con spirito di abnegazione, dando anche agli adulti una testimonianza di buona volontà. Continuate a incidere nella comunità con la vostra fedeltà evangelica, perché molti vostri coetanei, grazie a voi, possano incontrare Gesù. Vi aspetto giovedì prossimo, insieme a tutti i giovani di Roma, in Piazza San Pietro, per prepararci a celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù che, come voi sapete, sarà domenica prossima, Domenica delle Palme.

5. "Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore" (Fil 3,8). Conoscere Cristo! In questo ultimo tratto dell'itinerario quaresimale siamo ancor più stimolati dalla liturgia ad approfondire la nostra conoscenza di Gesù, a contemplare il suo volto dolente e misericordioso, preparandoci a sperimentare il fulgore della sua risurrezione. Non possiamo restare in superficie. E' necessario fare esperienza personale e profonda della ricchezza dell'amore di Cristo. Solo così, come afferma l'Apostolo, arriveremo a "conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conformi nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,10).

Come Paolo, ogni cristiano è in cammino; la Chiesa è in cammino. Non fermiamoci, Fratelli e Sorelle, né rallentiamo il passo. Al contrario, protendiamoci con tutte le forze verso la meta a cui Dio ci chiama. Corriamo verso la Pasqua ormai vicina. Ci guidi e ci accompagni, con la sua protezione, Maria, la Vergine del Cammino. Sia Lei, la Madonna che qui venerate come "Nostra Signora del Suffragio", a intercedere per noi, ora e nell'ora del nostro incontro supremo con Cristo. Amen!

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

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Benedetto XVI: La relazione con Dio si costruisce attraverso una storia di libertà, cadute e misericordia.







IL COMMENTO


La famosa parabola di questa domenica è, nel contesto proprio della quaresima, una chiamata a conversione. Non è un caso che sia proclamata nella domenica Laetare, dove la gioia è protagonista. Il frutto della conversione infatti è la gioia del ritrovamento. Quella del Padre che ritrova suo figlio, la stessa della donna che ritrova la sua dramma perduta, e quella del pastore che ritrova la pecora smarrita. La gioia del Signore risorto che riverbera in quella dei discepoli al ritrovarsi dopo le angosce e i dolori della Croce.

La conversione è legata al
ritrovare. Presuppone dunque una ricerca, che in questo Vangelo, a differenza di altri, è meno evidente. Il Padre cerca il figlio con il cuore vigile alla finestra di casa. Ma la vera ricerca è quella che riguarda il figlio. Innanzi tutto egli cerca la pienezza della vita e parte tagliando con suo padre e allontandosi dalla sua casa. Si avvia però su un cammino di morte e la ricerca si risolve nel completo fallimento, nella solitudine e nella fame che, dopo averlo mosso, si fa ancor più stringente perchè inappagata.

Ma quel che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità, del compimento si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. E rientra in se stesso.
Ritrova se stesso. S'era perduto progressivamente tagliando i legami con suo padre e la sua casa, e, avendone esaurito l'eredità ricevuta, aveva perduto la sua stessa identità. Non si riconosce più neanche come figlio.

Ma ritrova qualcosa, quel se stesso che s'era sbriciolato nella stessa misura in cui aveva dilapidato le sostanze, che sono molto più dei beni materiali. In casa era figlio, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l'essere e il ruolo,
era ed ora non è più. Ma ritrova un brandello di quella dignità, qualcosa di confuso vibra al fondo di se stesso e lo muove al ritorno, una consapevolezza misteriosa che lo fa sperare d'essere riaccolto, almeno come un servo. E' l'immagine dell'uomo ferito dal peccato. Per quanto possa essere infangata l'immagine di Dio, per quanto un uomo possa cadere nell'abisso e la distanza dal suo Creatore possa dilatarsi, il seme di vita eterna deposto in lui, la dignità di figlio di Dio non può esser cancellata. Scive il Catechismo: "la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata «concupiscenza») (N. 405).

Il figlio minore, stretto dai morsi della fame, nudo e ridotto a nulla, macchiato e impuro dal contatto con i porci, lontano dal Padre, dalla sua casa, dalla stessa religione e dal Popolo eletto, ai margini della vita, come l'uomo incappato nei briganti e gettato sul ciglio della strada mezzo morto, incontra un misterioso samaritano, qualcuno che, rompendo gli schemi della giustizia umana e religiosa, proprio lì nel fango immondo, ha compassione di lui, e gli versa sulle ferite olio e vino. No, non appare nulla di tutto questo nella parabola odierna, ma è tutto nascosto come in filigrana nelle pieghe dell'animo di quel giovane. La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato. Lo sguardo del Padre era andato ben oltre l'orizzonte dove giunge l'occhio umano. Quello sguardo d'amore e gravido di misericordia lo aveva accompagnato con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio non ha misura, è ben oltre quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi. La lettera non giunge agli abissi del cuore. La carne ed il sangue non rivelano quello che solo lo Spirito può testimoniare. Il buon samaritano piegato sul figlio prodigo è lo stesso sguardo di Dio che ha atteso, con la pazienza che rivela la sua infinita misericordia, l'esito della libertà. Gli occhi del Padre erano ora posati su quel suo figlio perduto, e si facevano memoria e nostalgia in quel letamaio in cui era precipitata la sua vita.

Quel ragazzo aveva percorso un cammino di discesa verso la verità. Ed ora essa si disvela, ma non si risolve in disperazione. Olio e vino, lo Spirito Santo e lo stesso sangue di Cristo sono lì ad accarezzare le ferite, ed è dolcezza e dolore, un'eco di quell'amore geloso e indistruttibile che non lo aveva mai lasciato. Rientrando in se stesso aveva ritrovato la traccia di quell'amore, un'ombra forse di quello sguardo paterno che lo riattirava a sè. Confuso nel deserto della sua anima il ragazzo percepisce la voce che parla al suo cuore, la carne straziata dal peccato diventava il pertugio da dove la misericordia aveva cominciato a riappropriarsi di quel che il demonio le aveva sottratto.

Il bruciore del vino e la dolcezza dell'olio lo fanno
levare, risuscitare secondo l'originale greco, per tornare da suo padre. Non si riconosce più figlio, ma riconosce il Padre. La conversione è ormai innescata, ha ritrovato quel che aveva perduto, la fonte della vita, suo Padre. Di se stesso ha ritrovato solo quell'ultimo brandello di dignità che lo lega alla vita, ma tanto basta. Non è più importante chi egli sia quanto chi sia il Padre, la radice dalla quale aveva reciso la sua esistenza.

E così può incominciare il suo esodo, il passaggio da una vita incentrata su se stesso ad una vita fondata su suo Padre. S'è levato, è risorto ed ora può tornare a casa sua. Il ritrovamento, la conversione, si fanno immediatamente cammino di ritorno,
Teshuvà secondo la spiritualità ebraica.

L'esperienza del figlio minore, abbiamo visto, è l'esperienza di Adamo ed Eva. Vive nella casa del Padre, possiede tutto come poi questi dirà al figlio maggiore. Eppure dal cuore scaturisce un'esigenza, una rivendicazione che, avendo davanti il quadro completo della parabola con il suo compimento, appaiono irrazionali. Ma come, aveva tutto e reclama solo una parte? Adamo ed Eva avevano il Paradiso completo a loro disposizione e si intestardiscono sull'unico albero che gli era vietato? Il dramma dell'uomo è tutto qui, in questo mistero che alberga nel suo cuore, quella porta socchiusa che si chiama libertà e che può volgersi tragicamente in un baratro oscuro di morte.

Il limite di un figlio è ontologico, non può che essere dipendente da suo padre. Nella stessa natura la crescita dell'uomo passa attraverso il difficile snodo del passaggio dalla dipendenza all'autonomia. Ma proprio al bivio decisivo dell'esistenza il grande mistero della libertà afferra e obbliga ad una scelta. Per questo uno dei mali più perniciosi e devastanti di quest'epoca è l'abbandono dei giovani a se stessi proprio in questo momento, che, tra l'altro, viene ogni volta più anticipato al fine di lasciare ancor più soli e disarmati gli adolescenti. Pensiamo alle esperienze di sesso indotte tra adolescenti sempre più giovani. Ma non solo.

Torniamo alla parabola. Il figlio minore non conosce suo padre, al pari del maggiore. Covano entrambi un sentimento di insoddisfazione che si traduce nell'uno in una concupiscenza manifesta, nell'altro in un sentimento d'ingiustizia che nasconde lo stesso appetito malsano. Per entrambi la carne ha il sopravvento. Il rapporto con il Padre, con la casa è profondamente malato, acerbo, immaturo. Non si è dato il passaggio trasfigurante capace di orientare lo sguardo oltre i limiti imposti dalle esigenze carnali. E' il dramma del mondo che vive di impulsi e istinti, dove la carne governa il pensiero e gli affetti. San Paolo insiste su questo in tutte le sue lettere. E' l'antropologia cristiana che evidenzia la verità sull'uomo, ferito intrinsecamente dal peccato originale. I suoi effetti sono quelli che appaiono nei due fratelli della parabola. Il graffio del demonio che penetra nell'intimo dell'uomo insinuando la menzogna primordiale. Dio non ti ama, ti limita, vuol fare di te una marionetta nelle sue mani.

Cedendo a questa menzogna il gioco per il demonio è fatto. Ogni pretesto sarà buono per irretire il malcapitato. Un fatto della propria vita, una tentazione, la famiglia, i genitori, i fratelli, il lavoro. In ogni evento si cela l'albero della conoscenza del bene e del male, inevitabilmente ogni uomo, come Adamo ed Eva, come i fratelli della parabola odierna, vi sbatteranno contro. Ed il serpente è lì, accovacciato, astuto, pronto con parole suadenti ed avvelenate. Dio è un padre che stringe d'assedio l'esistenza dei suoi figli, occorre tagliare, e prendere in mano la propria vita. Ma son mani bucate, incerte, orgogliose, incapaci di trattenere il bene e la Grazia. Reclamano autonomia, si ritrovano vuote, nude, capaci solo di male e peccato. Come Adamo ed Eva si sono accorti d'essere nudi, il figlio prodigo s'accorge del fallimento e della sua nudità interiore. Esattamente come il figlio maggiore, ancora cieco ma inesorabilmente solo e rinchiuso nell'egoismo ipocrita di chi mai ha gustato la dolcezza dell'amore di suo Padre.

Su entrambi brilla però la misericordia celeste. Il Padre che accorre ad abbracciare e accogliere il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita. Il Padre che si piega sulla durezza del figlio maggiore sciogliendosi in una preghiera mite e tesa ad aprire il suo cuore all'amore e alla misericordia. La misericordia è l'unica e reale origine della festa, della gioia che non passa, che nessuno può rapire. La misericordia di Dio è il segno del Cielo dischiuso sul mondo ingannato e preda della morte. La misericordia è il mistero che attira e muove il cuore alla conversione, creata da Dio, secondo i Maestri rabbini, ancor prima del mondo, in vista del pentimento dell'uomo. La misericordia che conduce e accompagna l'uomo nella sua discesa all'acqua battesimale, dove, nudo d'ogni ipocrisia e schiavitù della carne, seppellisce l'uomo vecchio e ritrova la dignità perduta; risorto a vita nuova può rivestirsi della veste più bella, la veste bianca battesimale, il candore sfogorante di Cristo risorto; e rinnovare, per pura Grazia, l'alleanza spezzata nel tradimento orgoglioso, e ricevere l'anello della nuova ed eterna alleanza nel sangue preziosissimo di Cristo; è la Pasqua compiuta, il vitello grasso, il banchetto celeste che può gustare solo chi ritorna nella casa del Padre. Tutto questo è opera della misericordia divina, il cuore stesso di Dio lacerato dal peccato ma invincibile nel suo amore geloso ed infinito.

Resta la durezza del fratello maggiore. E' una parola per ciascuno di noi, invitati a far festa per l'amore sconvolgente di Dio. La conversione passa anche per abbandonare atteggiamenti pseudo-religiosi, legalistici, moralistici e giustizialisti. Abbandonarsi alla misericordia di Dio, implorare da Dio la conoscenza profonda del proprio intimo, dell'estrema indigenza che ci caratterizza e del bisogno quotidiano del suo perdono. L'umiltà che è innanzi tutto verità. Per incontrare l'unica verità capace di salvarci e donarci una vita piena: l'amore infinito e misericordioso di Dio nostro Padre fattosi carne e vita in Cristo Gesù morto e risorto per noi.







IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)


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Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita. don Romeo Maggioni

Oggi il vangelo si apre con lo scandalo di chi vede Gesù "contaminarsi" coi peccatori, cioè di chi giudica Iddio troppo buono, tollerante, misericordioso, che lascia correre troppo il male nel mondo, che lascia crescere assieme al buon grano la zizzania. "Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Non sarà questa troppa bontà - pensano i farisei di sempre - la causa del dilagare del male nel mondo? Perché non c'è più ordine, più severità, più divisione netta tra buon grano e zizzania?
La risposta di Gesù è completamente inattesa, e con questo capitolo 15, chiamato il "vangelo del vangelo", Luca ci dice: la gioia di Dio sta nel trovare di perdonare un cuore sincero. Mai come qui ci si rivela le profondità del cuore di Dio Padre.

1) DIO ACCOGLIE TUTTI COME UN PADRE

Anzitutto Dio è un instancabile cercatore di ogni uomo, come "quel pastore che ha cento pecore e ne perde una: subito lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrovi". O come la donna che "ha 10 monete e ne perde una: accende la lucerna, spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova". Non uno dei peccatori gli è indifferente. Non si accontenta e compiace dei giusti: si preoccupa di chi manca, perché gli appartiene, perché ci tiene! "Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13). "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché ciascuno che crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Dice sant'Agostino che Dio ama ciascuno come se fosse l'unico. Nessuno deve sentirsi mai abbandonato da Dio, mai perduto: è Lui che prende l'iniziativa di cercarci e di seminare il nostro cammino di stimoli per il nostro ritorno."Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva!" (Ez 18,32).

E ritrovata la pecora smarrita, la moneta persa o il figlio che era morto...si fa festa! Anzi: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Quando si vede ritornare il figlio...il padre non capisce più niente dalla gioia: "Presto, portate qui il vestito più bello, mettetegli l'anello al dito, i calzari ai piedi; portate il vitello più grasso ..e facciamo festa!". Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti. Noi a Dio - mi insegnava un anziano e saggio biblista francese - non possiamo regalare nulla che già non abbia: è il padrone di tutto! Tranne una cosa: dargli la gioia di poterci perdonare. Scrive sant'Ambrogio: "Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra; o quando creò il mare e le piante; leggo che si è riposato quando creò l'uomo, perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare" (Exam.).

Ma si fa festa...per un peccatore pentito. Questo è un punto da chiarire. Dio si propone a tutti, Dio sollecita tutti, Dio è misericordioso verso tutti, ma verso tutti quelli che lo vogliono, quelli cioè che si aprono a lui con sincerità di cuore. Gesù non ha mai sottovalutato la gravità del peccato; la distinzione tra peccatori e giusti non è soppressa; ha sempre esigito conversione ed è radicale nelle esigenze per il Regno condannando il male senza ambiguità. Se qui si parla della misericordia, si parla anche di conversione, di un figlio ritrovato perché pentito. Anzi il messaggio dell'amore del Padre è proprio per dar confidenza al ritorno del peccatore. Troppo Iddio è rispettoso della nostra libertà e dignità, e quindi della nostra parte da fare nel processo della salvezza!

2) ANCHE NOI DOBBIAMO ACCOGLIERE TUTTI COME FRATELLI

E' iniziata l'epoca del perdono: non è più lecito mormorare. Alla svolta del Dio misericordioso deve seguire la svolta del cuore tollerante. L'atteggiamento del figlio maggiore che non accoglie l'altro come fratello e giudica la troppa bontà del padre, è stigmatizzata da Gesù nella finale della parabola. E' l'arroganza del "giusto" che non capisce più la preziosità del perdono e la generosa larghezza del cuore di Dio. E' sempre la pretesa del fariseo di "meritare" qualcosa davanti a Dio, e quindi di vantare pretese più degli altri!
Ma Dio non fa torto a nessuno: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Dice san Paolo: "Che hai tu che non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1Cor 4,7). Un giorno Gesù ebbe a dire a chi si lamentava della sua generosità: "Sei tu invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,15). Ciò che spinge Dio al perdono non è il merito del peccatore, ma la sua assoluta gratuità e promessa di salvezza: "In questo sta l'amore: non noi abbiamo amato Dio, ma lui ha amato noi; egli ci ha amato per primo" (1Gv 4,10.19).
Il fratello maggiore osserva la legge, ma manca dell'amore fraterno.

Ma proprio questo è il cuore della legge: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste" (Lc 6,36). La rabbia e la paura del giusto è che così vada tutto a rotoli! Ma Gesù è stato molto preciso nell'insegnamento di oggi: di fronte al padre, se al secondo è richiesto l'amore fraterno, al primo, il figlio minore, è richiesta conversione. Conversione e amore del prossimo sono allora i due pilastri portanti dell'ordine morale, le forze basilari che devono animare la nostra convivenza umana.

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In fondo la conversione è sull'idea che si ha di Dio: il figlio minore pensa di essere schiavo nella casa del padre, e parte alla ricerca di una felicità che poi si dimostrerà fasulla e deludente, ritornando al vecchio padre, unico portatore di vita autentica; il secondo ha del padre l'idea di un padrone da servire, cui avanzare le pretese per i propri atti di obbedienza e giustizia..! Ma Dio è altra cosa: è puro dono gratuito, è benevolenza anzitutto; e quando ha dato tutto e si vede anche rifiutato... diviene anche perdono, misericordia, è capace di un super-dono che ci sa rendere nuovi e ci fa incominciare da capo come se nulla fosse stato!
Appunto: GRAZIA E MISERICORDIA sono gli argini entro i quali scorre la vita del credente.

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

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L’abbraccio del Padre converte il cuore

Gli occhi si fissano su un quadro: un padre che abbraccia il figlio. Inizia il cammino di conversione di un uomo, di ognuno di noi, riflettendo sulla parabola del Figliol Prodigo: perdonare e accettare il perdono…

Henri J. M. Nouwen, L’abbraccio benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana, Brescia 1998, pp. 210

Il particolare del quadro “Ritorno del figlio prodigo” di Rembrandt, su sfondo rosso, cattura l’attenzione del lettore che si avventura tra le pagine del libro di Nouwen. Due mani che abbracciano: una maschile e una dalle fattezze femminili. Ecco così preannunciato il tema che l’autore propone: l’abbraccio di Dio, abbraccio di Padre e di Madre. Il testo non nasce da pure riflessioni teologiche o da una lettura solamente esegetica della parabola del figliol prodigo a cui è accostata quella artistica del quadro, ma scaturisce dall’esperienza di crescita e di quotidiana conversione di Nouwen; egli, dapprima totalmente dedito all’insegnamento presso le università di Notre Dame, Harvard e Yale, scopre, in seguito all’incontro con il “Ritorno del figlio prodigo”, il bisogno di mettersi a servizio degli altri e l’esigenza di tornare all’autenticità della fede: diventa pastore della comunità per disabili dell’Arche Daybreak di Toronto.

Quando i suoi occhi nel 1983 puntarono l’attenzione sul quadro fu amore a prima vista: “Mi sentivo attratto dall’intimità delle due figure”. Iniziò allora un viaggio alla ricerca del suo significato e passo a passo vennero alla luce piccoli particolari che lo aiutarono a interrogarsi e a cercare risposte sul rapporto io – Dio, una relazione che non deve mai considerarsi arrivata. La sorpresa dell’autore fu grande e, inizialmente quasi sconvolgente: le tre figure chiavi della parabola, le stesse rappresentate da Rembrandt, coesistono a diversi livelli in ognuno di noi: padre, figlio prodigo e figlio maggiore. Ciascuna di queste è ed ha una vocazione in noi.

Il libro, scandito in tre parti che di volta in volta analizzano una delle tre figure, termina con l’epilogo “Vivere il quadro” in cui Nouwen spiega che “l’abbraccio del Padre è diventato molto reale negli abbracci dei mentalmente poveri” che egli ha accompagnato nella comunità di Daybreak. Racconta della sua vita con i giovani handicappati mentali e di come sia stato accolto da loro, di come l’aver riflettuto sulla tensione che ha portato Rembrandt a dipingere il quadro lo abbia avvicinato alla consapevolezza di aver trovato la casa in quel luogo. Durante questo lungo viaggio è rientrato nel silenzio del proprio cuore, l’unico che permette di avvicinarsi a Dio e di comprendere il suo volere,, la nostra vocazione.

“Gli handicappati… mi si mostrano come sono. Esprimono apertamente il loro amore e la loro paura… Il loro handicap svela il mio… E mi costringono a confrontarmi con il figlio maggiore che è in me. L’Arche ha dischiuso la via per ricondurlo a casa…”. Nel quadro il figlio maggiore osserva la scena con occhio critico, forse amareggiato, ma di sicuro con dentro l’esigenza di essere perdonato anche lui; il Padre vuole entrambi i figli ma li lascia liberi di fare le proprie scelte; Dio non ama il figlio maggiore più del minore; il Padre non giudica ma ama semplicemente: “Figlio, tu sei sempre con me” (Lc 15,31). Quante volte ci ostiniamo nelle nostre posizioni e non accettiamo l’amore e il perdono di chi ci è accanto?

Il segreto per tornare a casa è amare e lasciarsi amare senza condizioni; l’abbraccio del Padre è disarmante per i figli proprio perché incondizionato. “Osservando le fattezze con cui Rembrandt ritrae il padre, ho compreso all’improvviso, in modo del tutto nuovo, il significato della tenerezza, della misericordia e del perdono”. Il tocco delle Sue mani nell’abbraccio cerca solo di guarire le ferite e di trasmettere amore puro. Il figliol prodigo fa difficoltà ad accettare il perdono, condizione di tutti noi uomini, perché ciò comporta “rivendicare la mia piena dignità e prepararmi a diventare io stesso il padre”. Occorre tornare bambini (Mt 18,3).

“Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Sono le parole del Padre, di Colui che ci chiama per nome e ci fa sentire al sicuro, a casa, in un abbraccio con gioia e pace interiore… Ascoltiamole!

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

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IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico


IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici


Ma l’altro figliol fu «prodigo»? È motivato il rancore del fratello «virtuoso» per le feste del padre dopo il ritorno di quello smarrito

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici

S. Pier Crisologo

Levandosi s’incamminò verso suo padre. Costui si levò dalla caduta dello spirito e del corpo, si levò dal profondo degli inferi toccando le elevate regioni del cielo. Presso il Padre celeste il figlio si innalza in seguito al perdono più di quanto era precipitato a causa della colpa: Levandosi s’incamminò verso suo padre. Si incamminò non col passo dei piedi, ma con l’incedere della mente. Non ebbe bisogno di un lungo viaggio terreno, perché aveva trovato la scorciatoia della via della salvezza. Non ha bisogno di cercare il Padre divino percorrendo le strade chi, cercando con la fede, scopre che gli è sempre presente dappertutto. Levandosi s’incamminò verso suo padre.
Mentre era lontano
. In che senso è lontano colui che viene? Perché colui che viene non è ancora giunto alla meta. Viene al pentimento, ma non è ancora giunto alla grazia; viene alla casa del Padre, ma non è ancora giunto alla gloria della condizione dell’onore di un tempo. E, mentre era lontano, lo vide suo padre. Lo vide quel Padre che abita in alto e vede ciò che sta in basso e riconosce da lontano ciò che sta in alto (Sal 112, 5). Lo vide suo padre. II padre lo vide, perché egli potesse accorgersi di lui. La vista del padre illuminò lo sguardo del figlio che avanzava così che fu dissolta tutta l’oscurità che l’aveva avvolto in seguito alla colpa. Le tenebre della notte non sono come quelle che provengono dallo sconvolgimento dei peccati. Ascolta il profeta che dice: Le mie colpe mi hanno oppresso e non ho più potuto vedere (Sal 39, 13). E in un altro passo: Le mie colpe hanno pesato sopra di me (Sal 37, 5). E successivamente: E la luce dei miei occhi non è con me (Sal 37, 11). La notte seppellisce la luce del giorno precedente: i peccati sconvolgono l’intelletto, l’animo le sembianze. Se dunque, il Padre celeste non avesse colpito col suo raggio il volto del figlio che ritornava e non avesse eliminato tutta la nebbia del turbamento con la luce del suo sguardo, questo figlio non avrebbe mai visto la luminosità del volto divino.
Lo vide da lontano, e fu mosso a compassione. È mosso a compassione colui che non può muoversi dal suo posto. Gli andò incontro non con l’avanzare del corpo, ma con l’affetto paterno. Gli si gettò al collo col peso dell’amore, non con la gravezza delle membra. Gli si gettò al collo non con l’abbandono ma con la sofferenza delle viscere. Gli si gettò al collo per sollevare così chi giaceva. Gli si gettò al collo per togliere col peso dell’amore il peso dei peccati. Venite a me, dice, voi tutti che siete affaticati e oppressi; prendete su di voi il mio carico, perché è leggero (Mt 11, 28-30). Vedete che il figlio è aiutato non oppresso dal carico di questo padre. Gli si gettò al collo e lo baciò.
Così il padre giudica, così corregge, così al figlio peccatore dà baci, non flagelli. La potenza dell’amore non vede le colpe; e perciò il padre riscattò i peccati del figlio con un bacio, lo chiuse in un abbraccio per non scoprire, lui, il padre, le colpe del figlio, per non disonorare, lui, il padre, il proprio figlio. II padre cura in tal modo le ferite del figlio, per non lasciare al figlio una cicatrice, per non lasciare al figlio una macchia. Beati, dice, quelli di cui sono rimesse le iniquità e di cui sono coperti i peccati (Sal 31, 1).
Se l’azione di questo giovane è spiacevole, se la sua partenza desta orrore, noi non allontaniamoci a nessun costo da un tale padre. Lo sguardo del padre mette in fuga le colpe, caccia la pena, respinge ogni malvagità e tentazione. Certamente, se ce ne siamo andati, se abbiamo dissipato tutto il patrimonio paterno con una vita dissoluta, se abbiamo commesso qualsiasi scelleratezza e delitto possibili in cielo e in terra, se ci siamo spinti fino ad ogni precipizio, ad ogni abisso di empietà, solleviamoci una buona volta e, invitati da tale esempio, ritorniamo da un tale padre. E quando lo vide fu mosso a compassione e gli corse incontro e gli si gettò al collo e lo baciò. Ti chiedo, quale motivo c’è qui per disperare? Quale occasione c’è qui per scusarsi? Quale pretesto c’è per essere timoroso? A meno che, per caso tema l’incontro, il bacio spaventi, l’abbraccio sconvolga, e si creda che il padre accolga per vendicarsi, non che riceva per perdonare quando afferra il figlio con le mani, lo chiude in seno, lo serra tra le sue braccia. Ma questo pensiero, che sconfigge la vita ed è nemico della salvezza, è vinto ed eliminato da ciò che segue.
Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate la veste migliore e fategliela indossare, mettetegli in dito l’anello d’oro e i calzari ai piedi; e conducete il vitello grasso e uccidetelo e mangiamo e facciamo festa; perché questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita, era perduto, ed è stato ritrovato. Dopo aver ascoltato queste parole ancora esitiamo, ancora non torniamo al padre? Presto portate la veste migliore e fategliela indossare. Sopportò le colpe del figlio colui che non ne sopportò la nudità. Perciò volle che il figlio fosse vestito dai servi prima di essere veduto, affinché al solo padre ne fosse nota la nudità, perché solo il padre riesce a non rimarcare la nudità del figlio. Presto, portate la veste migliore. Questo padre che nei momenti felici non tollerò il peccato del figlio, adesso vuole godere più del perdono che della giustizia. Presto, portate la veste migliore. Non disse: Donde vieni? Dove sei stato? Dove sono i beni che ti sei preso? Perché hai scambiato una gloria così grande con una così grande vergogna? Ma: Presto, portate la veste migliore e fategliela indossare. Vedete che la potenza dell’amore non scorge le colpe; il padre è incapace di una misericordia che indugia; chi discute le colpe, le rivela.
E mettetegli in dito l’anello
. L’affetto paterno non si accontenta di ripristinare la sola innocenza, se non restituisce anche l’antico onore. Ponetegli ai piedi i calzari. Come ritornò povero quello che era partito ricco! Dell’intera sostanza non riporta i calzari ai piedi. Ponetegli i calzari ai piedi. Perché nemmeno nel piede sussistesse la vergogna della nudità del figlio; senza dubbio perché calzato ritornasse al corso della vita precedente. E conducete il vitello grasso. Non basta un vitello qualsiasi, ma il migliore, ben ingrassato. Il vitello grasso attesta lo spessore dell’amore paterno. Conducete il vitello grasso e uccidetelo e mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto, ed è ritornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato.

(Dal Sermone 3)

S. Agostino

L’uomo che ha due figli è Dio che ha due popoli: il figlio maggiore è il popolo dei giudei; il minore il popolo dei pagani. Le sostanze ricevute da parte del Padre sono l’anima, l’intelligenza, la memoria, l’ingegno e tutte le facoltà che Dio ci ha dato per conoscerlo ed adorarlo. Ricevuto questo patrimonio, il figlio minore se ne andò in un paese lontano, cioè arrivò fino alla dimenticanza del suo Creatore. Consumò tutto il suo patrimonio vivendo da scialacquatore; pagando senza acquistare, spendendo ciò che aveva senza ricevere ciò che non aveva, vale a dire consumando tutto il proprio ingegno nelle dissolutezze, negli idoli, in tutte le passioni disoneste, che la Verità chiama meretrici.
Nulla di strano che a quella dissolutezza tenne dietro la fame. Ora in quel paese ci fu una grande carestia, non la carestia del pane visibile, ma la mancanza dell’invisibile verità ...
Capì alla fine in qual condizione era ridotto, che cosa aveva perduto, chi aveva oltraggiato e in potere di chi era corso a gettarsi e tornò in se stesso; prima tornò in se stesso, poi tornò dal padre. Tornato in se stesso si trovò miserabile: Ho trovato – disse – tribolazione e dolore, e ho invocato il nome del Signore (Sal 114, 3-4). Quanti salariati di mio padre – disse – hanno cibo in abbondanza! Io invece sto qui a morir di fame. ...
Si alza e torna; difatti si era fermato dov’era rimasto a giacere dopo la sua caduta. Lo vede il padre da lontano e gli va incontro, poiché la voce di lui si trova nel salmo: Tu hai conosciuto i miei pensieri da lontano (Sal 138, 3). Quali pensieri? I pensieri fatti dicendo tra sé: Dirò a mio padre: Ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno d’essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi mercenari. Non diceva già così, ma pensava di dirlo; il padre tuttavia lo sentiva già come se lo dicesse. ... In un altro salmo è detto: Ho detto: confesserò al Signore contro di me il mio peccato (Sal 31, 5). Vedete come ancora tra se stesso disse, propose, e subito soggiunse: E tu hai perdonato l’empietà del mio cuore. Quanto è vicino il perdono di Dio a chi confessa i propri peccati! Dio infatti non è lontano da coloro che hanno il cuore contrito; poiché così trovi nella Scrittura: Il Signore è vicino a coloro che hanno il cuore contrito (Sal 33, 19). ...
Mentre ancora il figlio si disponeva a dire al padre ciò che andava ripetendosi: Mi alzerò, andrò da lui e gli dirò, poiché il padre conosceva da lontano la risoluzione del figlio, gli corse incontro. Che vuol dire: "correre incontro" se non accordare il perdono in anticipo? Essendo ancora lontano – dice il vangelo – gli corse incontro il padre, mosso da misericordia. Perché fu mosso da misericordia? Perché il figlio era sfinito per la miseria. Gli corse incontro e gli si gettò al collo, gli gettò cioè il braccio al collo. Il braccio del Padre è il Figlio; gli diede la possibilità di portare Cristo: questo peso non opprime, ma solleva. ...
Il padre poi ordina di portare il vestito migliore che Adamo aveva perduto peccando. Dopo aver ormai accolto il figlio col perdono e dopo averlo baciato, ordina di portargli il vestito, cioè la speranza dell’immortalità mediante il battesimo. Ordina di mettergli l’anello, cioè il pegno dello Spirito Santo e i sandali ai piedi per la prontezza ad annunciare il messaggio evangelico della pace, affinché fossero belli i piedi di colui che reca il buon annuncio del bene. Ciò Dio lo fa mediante i suoi servi, cioè mediante i ministri della Chiesa. Forse che danno la veste, l’anello e i sandali di loro proprietà? Essi devono solo rendere un servizio, compiono un dovere; quei beni li dà Colui dal cui seno misterioso e dal cui tesoro sono portati fuori. Il padre ordinò di uccidere anche il vitello che aveva ingrassato perché fosse ammesso alla tavola in cui si mangia Cristo ucciso, poiché per chi arriva da lontano e si rifugia nella Chiesa, Cristo viene ucciso quando gli si annuncia ch’è stato ucciso e viene ammesso a nutrirsi del suo corpo. Si uccide il vitello ingrassato perché chi era perduto è stato ritrovato.

(Dal Discorso 112/A, 3-7 passim)


San Romano il Melode (?-circa 560), compositore d’inni greco
Inno 28, Il Figlio prodigo, str 17-21; SC 114, 257

« Bisognava far festa, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita »


Il figlio maggiore, arrabbiato, disse a suo padre: “Da tanti anni io ti ho obbedito senza mai trasgredire un tuo comando!... e del prodigo che torna da te, ti fai maggior caso di me!”
Appena sentito suo Figlio parlare così, il padre gli rispose con mitezza: “Ascolta tuo padre. Tu, sei con me, perché mai ti sei allontanato da me; non ti sei, tu separato dalla Chiesa; tu, sei sempre presente accanto a me, insieme a tutti i miei angeli. Ma questi è venuto, coperto di vergogna, nudo e senza bellezza, gridando: “Abbi pietà! Ho peccato, padre, e ti supplico perché sono colpevole davanti a te. Accettami come salariato e nutrimi, perché ami gli uomini, Signore e maestro dei secoli.”
“Tuo fratello ha gridato: “Salvami, padre santo!”... Come avrei potuto non avere compassione, non salvare mio figlio che gemeva, che singhiozzava?... Guidicami, tu che mi biasimi... La mia gioia, in ogni tempo, è amare gli uomini... Essi sono la mia creatura: come potrei non averne pietà? Come potrei non avere compassione del suo pentimento? Le mie viscere hanno generato quel figlio di cui ho avuto pietà, io, il Signore e maestro dei secoli.
“Tutto ciò che è mio è tuo, figlio mio... La fortuna che hai non è diminuita, perché non prendendo in essa faccio dei regali a tuo fratello... Di ambedue sono l’unico Creatore, l’unico padre, buono, amante e misericordioso. Onoro te, figlio mio, perché sempre mi hai servito e obbedito; di questi, ho compassione, perché si abbandona interamente al pentimento. Dovevi dunque condivedere la gioia di tutti coloro che ho invitato, io, il Signore e maestro dei secoli.
Perciò, figlio mio, rallègrati con tutti gli invitati al banchetto e unisci i tuoi canti a quelli degli angeli, perché questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto e, contro ogni aspettativa, è risorto.” Sentite queste parole, il figlio maggiore si è lasciato convincere e ha cantato: “Gridate di gioia, voi tutti! ‘Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato’ (Sal 31,1). Ti lodo, o amico degli uomini, tu che hai salvato anche mio fratello, tu, il Signore e maestro dei secoli.”