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Zaccheo, scendi!. P. R. Cantalamessa

Il Vangelo ci presenta l’incantevole storia di Zaccheo. Gesù è giunto a Gerico. Non è la prima volta che vi si reca e, questa volta, nell’avvicinarsi, ha anche guarito un cieco (cfr. Lc 18, 35 ss). Questo spiega perché c’è tanta folla ad attenderlo. Zaccheo “capo dei pubblicani e ricco”, per vederlo meglio, sale su un albero, lungo il percorso del corteo. (All’entrata di Gerico mostrano ancora oggi un vecchio gelso che sarebbe stato quello di Zaccheo!). “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: E` andato ad alloggiare da un peccatore!”.

L’episodio serve a mettere in luce, ancora una volta, l’attenzione di Gesù per gli umili, i reietti e i disprezzati. I concittadini disprezzavano Zaccheo, perché compromesso con i soldi e con il potere e forse anche perché piccolo di statura; per essi, Zaccheo non è che “un peccatore”. Gesù invece lo va a trovare in casa sua; lascia la folla di ammiratori che lo ha accolto a Gerico e va dal solo Zaccheo. Fa come il buon pastore che lascia le novantanove pecorelle, per cercare la centesima che si è smarrita.

Anche l'agire e le parole di Zaccheo contengono un insegnamento. Riguarda l'atteggiamento verso la ricchezza e verso i poveri. Da questo punto di vista l'episodio di Zaccheo va letto sullo sfondo dei due brani che lo precedono, del ricco epulone e del giovane ricco. Il ricco epulone rifiutava al povero perfino le briciole che cadevano dalla sua mensa; Zaccheo dà la metà dei suoi beni ai poveri; l'uno usa dei suoi beni solo per sé e per i suoi amici ricchi che gli possono dare il contraccambio; l'altro usa dei suoi beni anche per gli altri, per i poveri. L'attenzione, come si vede, è sull'uso da fare delle ricchezze. Le ricchezze sono inique quando vengono accaparrate, sottraendole ai più deboli e vengono usate per il proprio lusso sfrenato; cessano di essere inique quando sono frutto del proprio lavoro e vengono fatte servire anche per gli altri e per la comunità.

Anche il confronto con l’episodio del giovane ricco è istruttivo. Al giovane ricco Gesú dice di vendere tutto quello che ha e darlo poveri (Lc 18, 22); con Zaccheo si accontenta della sua promessa di dare ai poveri la metà dei suoi beni. Zaccheo, in altre parole, rimane ricco. Il mestiere che fa (è capo dei doganieri della città di Gerico che ha il monopolio di alcuni prodotti in quel tempo ricercatissimi, perfino in Egitto da Cleopatra), gli consente di rimanere ricco anche dopo che ha rinunciato alla metà dei suoi averi.

Questo rettifica un'impressione falsa che si può avere da altri detti del Vangelo. Non è la ricchezza in sé che Gesù condanna senza appello, ma l'uso iniquo di essa. C'è salvezza anche per il ricco! Zaccheo è la riprova di questo. Dio può compiere il miracolo di convertire e salvare un ricco senza, necessariamente, ridurlo allo stato di povertà. Una speranza, questa, che Gesù non negò mai e che anzi alimentò, non disdegnando di frequentare, lui così il povero, anche alcuni ricchi e capi militari.

Certo, egli non blandì mai i ricchi e non cercò mai il loro favore smussando, quando era in loro compagnia, le esigenze del suo Vangelo. Tutt'altro! Zaccheo, prima di sentirsi dire: “Da oggi c'è salvezza per questa casa”, dovette prendere una decisione coraggiosa: dare ai poveri metà dei suoi soldi e dei beni accumulati, riparare le concussioni fatte nel suo lavoro, restituendo il quadruplo. La vicenda di Zaccheo appare, così, lo specchio della conversione evangelica che è sempre e nello stesso tempo conversione a Dio e ai fratelli.

Kiko Arguello a Sydney: Zaccheo scendi subito. Catechesi

Coraggio: a molti giovani oggi Cristo dirà: “Scendi, scendi subito, dalla tua vita, dal tuo sicomoro. Scendi! Scendi! Scendi, perché conviene che io entri in te”. Guarda che questa parola “conviene” – ascoltatemi bene – è impressionante; vuole dire: per il piano che Dio ha di evangelizzazione e di salvezza del mondo, è necessario che Cristo entri in casa tua. Conviene, è conveniente per il mondo intero. Cristo lo guarda, lo fissa e gli dice: “Scendi!”. Anche oggi dirà: “Scendi, dal tuo albero, dalle tue cose, dal tuo montare sopra gli altri, perché sei piccolo e non accetti la tua piccolezza: di statura, di carattere, di soldi, di quello che sia… D’intelligenza… Scendi perché vado ad abitare in casa tua. E la risposta di Zaccheo sapete qual è? Quando Cristo entra in casa sua, il Vangelo dice Zaccheo si alzò, si mise in piedi. Anche noi oggi diremo: “Che si mettano in piedi quelli che dicano con Zaccheo: Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri; lascio la metà della mia vita e con l’altra metà me ne vado con te, me ne vado a un seminario”. Guardate che è importantissimo; Dio ha voluto che aprissimo 70 seminari, ma è impossibile portarli avanti se non ci fossero vocazioni; morirebbero. Ma noi pensiamo che Dio vi chiamerà; è lui che vi chiama, non sono io, non sono le vostre idee. E’ Cristo che ti dice: “Zaccheo, scendi, che entro in casa tua”. E la gente è tutta scandalizzata e dice: “E’ entrato a vivere, si è lasciato ospitare nella casa di un peccatore!”. Perché Zaccheo era disprezzato da tutti per la sua avarizia di denaro, perché usava il suo essere un pubblicano per rubare; perché i pubblicani, che riscuotevano le tasse in Israele, usavano la loro prepotenza, la loro unione con Roma, col paganesimo, per rubare, per ingannare, ecc. E per questo tra gli ebrei, nel popolo di’Israele, i pubblicani erano disprezzati. Questo era il capo dei pubblicani! Il capo dei pubblicani, molto ricco. Ecco, per questo è importantissimo… Io non quanti di voi qua siete sul vostro sicomoro, innamorati dei soldi, attaccati al denaro e al mondo. E’ meraviglioso che in quest’incontro il Signore dirà a voi, ragazzi e ragazze… Noi abbiamo visto il bisogno immenso che abbiamo per la Missio ad Gentes di ragazze, si sorelle che danno la vita a Cristo; stiamo preparando 20 Missioni ad Gentes: in Colonia, il cardinal Meisner apre 3 Missioni ad Gentes; anche il cardinale Schönborn ha parlato della Missio ad Gentes. Abbiamo bisogno di famiglie, e abbiamo più di 3mila famiglie alzate… Abbiamo preparato: sapete che abbiamo inviato 200 nuove famiglie e cento cinquanta – nell’incontro che abbiamo avuto a Porto S. Giorgio – non sono partite in missione, perché l’abbiamo fatto a sorteggio e solo c’era bisogno di 220. Stanno aspettando. Però è fantastico: le Missio ad Gentes, anche le Missio sui iuris in Asia, con una implantatio Ecclesiea… Famiglie che lasciano tutto e partono per la Cina, per l’India, partono dovunque… In Tailandia… Adesso il Cammino si sta aprendo in Vietnam, con una situazione di paese comunista, ecc. E’ meravigliosa l’avventura alla quale ci chiama il Signore.


Stamattina, quando il Papa ci ha salutato qui su questo palco, io l’ho ringraziato per gli statuti e per come ha deciso a riguardo del seminario del Giappone, ecc. Ero molto contento e gli ho detto una cosa: che mi ha toccato profondamente, che penso che sia una sintesi con arte (perché la catechesi è un’arte)… Il Papa ha detto in questo incontro – vi ricordate? – che siamo cristiani non per quanto noi abbiamo fatto, ma per quanto abbiamo ricevuto! L’ha detto il Papa: “Voi siete qui – si riferiva al dono dello Spirito Santo – non per le nostre opere, non perché voi siete (siamo) stati bravi; ciò che ci fa cristiani è ciò che Dio ci dona; è perché Dio ci è venuto incontro e ci ha donato il suo amore: questo ci fa cristiani!”. Questa è una sintesi profondissima, anti-pelagiana, bellissima. Tutti voi siete stati benedetti dalla grazia del Signore, voi che – pur essendo stati nemici di Cristo – Cristo non ha avuto schifo di noi e ci ha donato tutto se stesso, a noi! E questo dono – che è il suo Spirito Santo in noi – ci fa cristiani. “Ciò che ci fa cristiani non è ciò che abbiamo fatto…” – l’ha detto il Papa! In due parole: è l’elezione. L’elezione che egli ha fatto su di noi è il dono più grande, la grazia della fede, un dono dello Spirito Santo. Anche oggi, questa sera, fratelli, la cosa più grande che posso fare per voi in questo momento sarebbe annunziarvi Gesù Cristo. In questo ministero, in questo servizio… In ogni giornata della gioventù, in questi incontri che facciamo… Normalmente io inizio leggendo una parola di S. Paolo (in questo anno di S. Paolo) che tutti conoscete e della quale ho fatto un canto. Non m’importa di ripeterla a voi, anche se l’avete già sentita, perché questa parola dice: “Oggi, adesso, ora è il momento della salvezza”. Oggi ha voluto entrare nella tua casa. Adesso! Non c’è cosa più grande. Anche molti di voi avete imparato il kerigma, questa sintesi kerigmatica l’avete imparata in inglese; altri mi dicevano che in molte comunità facevate le celebrazioni in inglese, preparandovi alla missione. Questo kerigma lo dovremmo annunciare al mondo intero, anche in Europa, in queste missioni che faremo in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid. Dice S. Paolo nella 2a Lettera ai Corinzi (Cf 2 Cor 5,14 – 6,2)

“Caritas Christi urget nos! L’amore di Cristo ci apremia, ci urge dentro al pensiero che se uno è morto per tutti, allora tutti sono morti. Ed è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma vivano per colui che è morto e risuscitato per loro. Così d’ora in avanti non conosciamo più nessuno secondo la carne, e se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ormai non lo conosciamo più così. Perché colui che è in Cristo è una nuova creazione: le cose vecchie sono passate, ne sono apparse di nuove. E tutto proviene da Dio che ci ha riconciliato con sé attraverso Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Perché in Cristo era presente Dio riconciliando il mondo con sé, non chiedendo conto delle trasgressioni degli uomini, ma mettendo in noi la parola della riconciliazione. Siamo allora ambasciatori di Cristo, come se Dio vi esortasse per mezzo nostro. In nome di Cristo vi supplichiamo: riconciliateci con Dio! Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato per noi perché potessimo essere giustizia di Dio in lui. E come cooperatori suoi, quali siamo, vi esortiamo a non ricevere in vano la grazia di Dio. Poiché egli ha detto: Nel tempo favorevole ti ho ascoltato e nel giorno della salvezza ti ho aiutato. Ecco, è ora il momento favorevole; ecco, è ora il giorno della salvezza”. Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio.

Ecco, è ora il momento… Non c’è cosa più grande fratelli che annunziare il momento – “Ora!” – il momento della salvezza. E perché “ora” è il momento della salvezza? Perché? Perché se io vi dico una parola, vi annunzio il kerigma, esso si realizza adesso: si realizza la vostra salvezza. E’ una parola non solamente profetica; è più che sacramentale; è la forza della predicazione! “Dio ha voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza della predicazione”. Sappiamo che quando S. Paolo ha scritto questo, in greco non c’era la parola “predicazione”, ma egli dice che “Dio ha voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza del kerigma. Ma perché la salvezza del mondo dipende dall’annuncio del kerigma? Perché faremo cento itinerari di missione in Europa? Perché siamo andati alle scuole e alle università? Perché andiamo nelle strade? Perché? Perché?

Ascoltatelo bene; ascoltatemi! E per favore, fermatevi… Sono solo venti minuti: fermatevi un momento perché è importantissimo.

Perché questo che io adesso faccio per voi, in questo incontro paraliturgico – se volete –, lo dovrete fare voi! Perché tutti noi, in virtù del nostro battesimo, siamo tutti inviati al mondo intero per annunciare il Vangelo. Nessuno ce lo può impedire. E’ così importante l’annuncio del Vangelo che io non ho potuto nemmeno sposarmi, né aver figlio, niente! Dio mi ha preso, ho dovuto lasciare anche la pittura, ho dovuto… Anche voi! Perché dice S. Paolo – S. Paolo con noi e noi con lui - :Guai a me se non annunzio il Vangelo! Guai a me!”. Ripetiamo, dietro di me: “Guai a Me se non annunzio il Vangelo!”.

Bene, guai a me! Guai a noi! Però perché? E’ molto semplice. Perché Dio ha scelto di salvare il mondo attraverso questa cosa tanto sciocca, tanto povera di dire una notizia? Perché? Dio ce l’ha rivelato in Cristo. Che cosa ci ha rivelato? Dio nessuno l’ha mai visto; lui (indicando il Crocefisso) ce l’ha rivelato. E che cosa ci ha rivelato Cristo? Dice l’epistola agli Ebrei che Cristo è l’immagine della sostanza divina, impronta: è un’impronta della sostanza divina. Impronta… Cioè, noi possiamo vedere l’impronta divina in un albero, nella natura, ma abbiamo visto in Cristo crocefisso… Che cosa? Che cosa abbiamo visto in questa immagine che vedete qui in legno… In questa immagine o anche in questa (indicando la croce astile). Guardate! Perché vi faccio guardare a Cristo crocefisso? Perché per annunciare il kerigma bisogna mostrare Cristo crocefisso! Perché dice il profeta: “Guarderanno a colui che è stato trafitto”. Bisogna guardare a colui che è stato trafitto per te. Per questo ai missionari si da il crocefisso della missione quando li si invia nella cattedrale per la missione. Si da loro un crocefisso che devono usare per annunziare Cristo. Allora, ascoltatemi bene tutti, anche i preti che siete qui, anche i vescovi. Perché io sto facendo qui poveramente un servizio, come posso, balbettando; ma Dio mi accompagna con il suo Spirito e la sua Parola, cosicché non lascia cadere la mia parola come vuota… E nemmeno la tua! Al contrario: si realizza. E che cosa si realizza? Ciò che Dio ha mostrato in Cristo crocefisso. E’ crocefisso per te; ha dato la sua vita per te e per me quando eravamo peccatori, cioè suoi nemici; ci ha amati nonostante noi fossimo malvagi; non ci ha giudicato; ha dato la sua vita per noi. E perché ha dato la sua vita per noi? Lo dice S. Paolo: “Perché noi non viviamo più per noi stessi”. Perché nell’uomo, separatosi da Dio, abita il peccato, e il peccato abita nella sua carne. Che peccato? Il peccato di essersi separato da Dio, di aver deciso di essere lui il Dio di se stesso. Ma questo peccato, per cui l’uomo si fa Dio di se stesso… Dice un teologo ortodosso – Oliver Clemens – che il peccato originale in noi ci obbliga ad offrire tutto a noi stessi, in una forma che, separandosi l’uomo da Dio, il nostro io diventa l’axis, colonna della nostra esistenza; viviamo per la nostra felicità: nell’università, nel prenderci una fidanzata… In tutto cerchiamo noi stessi, la nostra realizzazione… Niente di grave apparentemente. Ma dice S. Paolo: “E’ morto perché l’uomo non viva più per se stesso”. Guardate: sapete quanti suicidi ci sono in Australia? Sapete che la prima causa di morte per i giovani non sono gli incidenti in moto, non sono gli incidenti stradali, ma è il suicidio? Sapete in quanti si sono suicidato in Giappone quest’anno? Cinquantamila! Hanno dato la statistica. Sapete perché si suicidano? Mi ricordo che quando sono venuto in Australia, in Perth, ho guardato la televisione e ho visto dei giovani che parlavano e così domando a Totò: “Che cos’è questo?”. E lui dice: “No, è il governo che è preoccupato della quantità di giovani che si suicidano e allora ha chiesto che giovani che hanno tentato il suicidio senza riuscire a realizzarlo, diano la loro testimonianza, perché non si suicidino in più numerosi”. Non solamente Australia: anche in Europa, anche in Spagna. E’ la prima causa il suicidio anche in Spagna della morte dei giovani. Perché si suicidano? Per questo, perché l’uomo è stato creato a immagine divina e noi abbiamo dentro l’eco del Paradiso, dell’amore, della santità, dell’essere santi! E siamo condannati a una vita du merd – come dicono i francesi. Siamo condannati a una vita sciatta, di droga, di stupidità, di sesso, di niente, di niente! E arriva un momento che quando la nausea di noi stessi ci arriva al naso ci buttiamo dal decimo piano. Per questo dobbiamo correre, dobbiamo portare il lieto annunzio. Perché è possibile per gli uomini essere santi! Cristo crocefisso è l’immagine della libertà. Perché l’uomo – che tutto vive per se stesso – anche se ha un yacht, anche se si è sposato tre volte, anche se ha una moglie bellissima, anche se ha molti soldi, ha una cosa che non è capace di fare a causa del peccato originale… Che cosa? Che cosa? Amare così (prendendo la croce in mano)! Non può amare così. Ma questo, questa forma di amore è la verità; non c’è altra verità che questa, che questo amore. Chi ama così è nella verità, perché Cristo crocefisso è Dio, è il Signore. Questa è la verità fratelli, guardatemi bene! Sentitelo dentro. Ah, se io potessi donarmi come Cristo, salire non sul sicomoro, ma sulla croce di Cristo! Ecco che in quel giorno io sarei completamente appagato dentro; la mia sete di felicità sarà colmata perché potrò donarmi, donarmi, potrò amare. Mi hanno detto l’altro giorno di un uomo che si è buttato dal decimo piano: era sposato, aveva molti soldi, e ha detto il perché, lo ha lasciato scritto: erano già anni che non amava più nessuno; non gli importava più della moglie, né dei figli, né del lavoro e non sopportava più una vita senza amore per nessuno. Quando un uomo diventa arido, arido dentro e i soldi non ti riempiono quel vuoto, e nemmeno il sesso, né il divertimento, né la droga… Arido! E come potrò amare, come potrò amare? Deve essere tolto il peccato originale. Dove si toglie? Nel Battesimo, nel Battesimo! Per questo il Cammino Neocatecumenale è un cammino di riscoperta del battesimo (ripone la croce), è una piscina. Cristo ha dato la vita per te perché tu non viva più per te stesso, perché tu possa vivere per lui e con lui. E’ lui che entrerà nella tua casa e tu parti con lui a evangelizzare il mondo. E sapete come si evangelizza il mondo? Salendo sulla croce. Per questo saremo perseguitati, tutti. In Spagna hanno fatto una rivista contro di me, con una fotografia come se fossi un mostro, dicendo blasfemie, calunnie, ecc. E faranno cose peggiori, come e con te. Però possiamo amare il nemico perché l’amore di Cristo è stato depositato nel nostro cuore. Dio lo vuole depositare! L’amore di Cristo! “Siamo cristiani non per quello che facciamo,ma per i doni che abbiamo ricevuto” – l’ha detto il Papa qui a Sydney. Questi doni che Cristo ci ha dati gratuiti ci fanno cristiani e lo Spirito Santa, la grazia dello Spirito Santo. Guai a me se non evangelizzo. Però adesso già finisco dicendo questo… Guardatemi bene! Se l’impronta della sostanza divina è Cristo crocefisso, se questa immagine di bronzo, questo vessillo è impronta è cioè una forma per fare presente cos’è l’essenza, la sostanza, di che cosa è fatto Dio… Dio è – l’ha detto il Papa, Benedetto XVI – Deus caritas est, Dio è amore. Non qualunque tipo di amore, ma questo amore (indicando la croce). Non si può dimenticare che questo amore è Cristo crocefisso per te! Per questo vi dico: Non ricevete in vano la grazia, riconciliatevi con Dio, che significa: lascia che Cristo offra la sua vita per te, perdoni tutti i tuoi peccati perché prende su di sé il castigo di tutti i tuoi peccati perché tu possa ricevere il perdono dei peccati e ricevendo il perdono dei peccati lo Spirito Santo discenda in te. E questo Spirito condurrà la tua vita; già non vivrai più per te stesso, perché lo Spirito Santo che avrai ricevuto ti obbligherà. Mi impressionò una frase di Foucauld. Charles de Foucauld scrive una preghiera e dice: Ti offro la mia vita, Signore. E ti ringrazio per il dono che hai fatto a me della tua natura. E questa natura che tu mi hai donato mi obbliga a donarmi. Questo che mi hai donato è così forte che mi obbliga a darmi, a darmi tutto intero!”. Guardate che è fantastico: lo Spirito che Dio vi dona, anche se siete brutti, vecchi, poveri, grossi, grassi, poco intelligenti… Dio è morto per tutti, perché tutti gli uomini possano vivere in lui, per lui. E non siate più come Zaccheo obbligati ai soldi, alla schiavitù dei soldi, dei soldi, dei soldi… Soldi, piacere… Il peccato ti obbliga a darti piacere costantemente, a masturbarti, al sesso, alla droga, all’alcolismo. Schiavi! Il mondo è così prigioniero, ma noi portiamo la chiave della vita eterna, la croce gloriosa, la croce di Cristo. Abbiamo il potere di liberare il mondo, ma non per il nostro merito, perché è Dio che sceglie: “Non voi avete scelto me, io vi ho scelti!”. Dio si è preparato già un popolo per la nuova evangelizzazione in tutto il mondo. Sapete che cosa dice? “Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Io vi invio a mietere ciò che voi non avete seminato. Un altro ha seminato”. Chi ha seminato? Cristo ha seminato il suo sangue nel solco della vita dell’Australia, dei giovani dell’Australia. E lui ci manda a prendere i covoni, a prendere il frutto di ciò che lui ha seminato. “Uno semina e un altro miete, cosicché si realizza il detto che dice: si rallegrano insieme colui che miete e colui che semina”. Perché è vero che all’andare si va piangendo, ma al raccolto, alla vendemmia si vendemmia cantando. Ma noi siamo invitati a raccogliere cantando la gioia della gioventù… Ciò che Cristo ha seminato! Questa è la nostra fede, in questa speranza siamo venuti in Australia, in questa speranza percorreremo i cammini dell’Europa. Migliaia di giovani: noi porteremo a Madrid 250mila giovani del Cammino. 250mila, dico così! Abbiamo portato a Colonia – vi ricordate Colonia? – 150mila giovani del Cammino. Il Cammino è cresciuto in questi anni e percorreremo le strade dell’Europa e voi annunzierete ai giovani, con la gioia che vi da lo Spirito Santo, Cristo e Cristo Risorto, crocefisso per i peccati del mondo e risorto per la sua giustificazione. Per questo fratelli adesso finisco dicendovi che la sostanza divina è questo amore. Questo vuole dire che la natura divina è amarti. Vorrebbe adesso stare dentro di te. Manca questo al kerigma. La natura stessa divina è amarti: ti ama, ti ama, ti ha creato lui, ti ha pensato da tutta l’eternità in Cristo e sei – diciamo – coeterno con Cristo e in Dio per vivere eternamente in lui nella felicità della Trinità. Ascoltami bene! Allora Dio… Per questo dice l’Apocalisse: “Guarda, sono alla porta e busso”, sto bussando attraverso le parole di Kiko… “Se qualcuno mi apre…” oggi, adesso, adesso “se qualcuno mi apre, il Padre io e lo Spirito entreremo in lui, entreremo dentro di lui, faremo dimore in lui, faremo di lui la nostra casa”; la casa della Santissima Trinità: questo è quello che vuole Dio da te. Diceva Bernanoss che l’unica sofferenza dell’uomo è non essere santo. Ed era vero! Non essere santo… Sono i nostri peccati che ci sporcano. Però che peccati? Non solo peccati di debolezza, ma sono qualcosa di molto più profondo: l’egoismo, l’egoismo dentro; il non amare; l’amore a noi stessi soltanto; il non sapere come fare, perché io non amo nessuno, perché nel fondo sono sempre un egoista, sempre il mio ego, ego, ego, ego-ista! Il mio io, io, io, io! E in tutto cerco me stesso… Chi mi libererà? Chi mi farà essere come Cristo? Nudo, donato agli uomini e al mondo, fratello universale – come diceva Foucauld – di tutti gli uomini; senza soldi, senza niente. Tutto è nostro! Come S. Francesco che si è spogliato completamente nudo perché suo padre voleva che gli restituisse i soldi che gli aveva dato per comprare… Non so quanti soldi… E lui li aveva usati per ricostruire una cappella… E lo denunzia al vescovo: il padre di Francesco vuole i soldi, era un borghese, Pietro Bernardone, attaccato al denaro. E lo denunzia al vescovo e il vescovo deve convocarlo davanti a tutto il popolo nella cattedrale e Francesco si toglie tutti i vestiti perché dice: Ecco, non ho altro che i miei vestiti… Totalmente nudo! Così che il vescovo, scandalizzato, lo ha coperto con la sua cappa. E ha detto Francesco: “Da oggi Lui sarà mio Padre”. Ed è partito con un sacco e Dio gli ha dato tutto e ha sentito che gli uccelli erano suoi fratelli, gli animali, la natura, era tutto luminoso. Senza niente! Un carisma per la Chiesa, un dono per tutta la Chiesa, enorme! Quando la Chiesa sta cambiando epoca, quando appaiono le città, quando appaiono i borghi, i borghesi, quando iniziano tutti ad avere i quattrini, quando i vescovi erano ormai installati con soldi, carrozze, Dio manda Francesco. Francesco, che è stato una grazia, un dono per tutta la Chiesa. Ancora oggi i Francescani sono in mezzo a noi, ci sono vescovi francescani, c’è il vescovo di Guam che è cappuccino, c’è il cardinale di Boston, che ha aperto un Redemptoris Mater, francescano…
Ecco allora fratelli, io questo vi dicevo oggi: lasciatevi riconciliare, lasciate che Cristo entri nella vostra casa.
E dopo aver detto questo – se volete – come ammonizione, ascoltiamo il vangelo del Signore che ci viene a dire: “Zaccheo, scendi!”. In piedi.

Giovanni Paolo II: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

«Plak Sapera» (Elk) - Martedì, 8 giugno 1999

1. "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5).

San Luca, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, ci mostra l’incontro di Gesù con un uomo chiamato Zaccheo, capo dei pubblicani, molto ricco. Dato che era basso di statura, salì su un albero per vedere Cristo. Udì allora le parole del Maestro: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Gesù aveva notato il gesto di Zaccheo: interpretò il suo desiderio e anticipò l’invito. Destò perfino la meraviglia di qualcuno il fatto che Gesù andasse a trovare un peccatore. Zaccheo, felice per la visita “accolse pieno di gioia Cristo” (cfr Lc 19, 6), cioè aprì generosamente la porta della sua casa e del suo cuore all’incontro con il Salvatore.

2. Cari fratelli e Sorelle, saluto di tutto cuore i presenti a questa S. Messa. In modo particolare saluto il vescovo Wojciech - Pastore della diocesi di Elk, e il Vescovo ausiliare Edward, ed anche il clero qui presente in gran numero, le persone consacrate e il Popolo di Dio. Saluto questa bella terra e i suoi abitanti. Mi è molto cara, poiché l’ho visitata tante volte, anche in cerca di riposo. Avevo allora la possibilità di ammirare la ricchezza della natura di quest’angolo della mia Patria e di godere la pace dei laghi e dei boschi. Voi stessi siete eredi del ricco passato di questa terra, formato lungo i secoli da varie tradizioni e culture. Lo mette in evidenza la presenza a questa celebrazione intorno all’altare di Dio, non solo dei vescovi polacchi, ma anche dei vescovi di altri paesi. Li ringrazio per essere venuti a Elk. Saluto anche gli studenti dei seminari maggiori, come pure i pellegrini giunti dalle diocesi limitrofe e dall’estero, in modo particolare dalla Bielorussia, dalla Russia e dalla Lituania. Vi prego, portate il mio saluto a tutti quei nostri fratelli e sorelle, che oggi non possono essere qui con noi.

Di tutto cuore saluto la comunità lituana, che abita nel territorio della diocesi di Elk, presente a questa S. Messa, ed anche i pellegrini giunti dalla Lituania. In modo particolare saluto il Signor Presidente della Repubblica di Lituania Signor Valdas Adamkus e coloro che lo accompagnano. Saluto i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ed anche gli studenti dei seminari maggiori. Per il tramite vostro voglio salutare tutti gli abitanti della terra lituana. Con il pensiero e con il cuore torno spesso alla visita che ho fatto nel vostro paese nel settembre del 1993. Tutti insieme rendemmo allora grazie a Dio e alla Madre della Misericordia nel Santuario della Porta dell’Aurora per l’incrollabile fedeltà al Vangelo in tempi difficili per la vostra nazione. Durante l’Eucaristia celebrata presso il Monte delle Croci vi ringraziai per “questa grande testimonianza data a Dio e all’uomo (. . .) data alla vostra storia e a tutti i popoli dell’Europa e della terra”. Dissi allora: “Che questo Monte rimanga una testimonianza alla fine del secondo millennio dopo Cristo e come annuncio del nuovo millennio, il terzo millennio, della redenzione e della salvezza, che non si trova se non nella Croce e nella Risurrezione del nostro Redentore. (. . .) Questo è il messaggio che lascio a tutti da questo luogo mistico della storia lituana. Lo lascio a tutti. Vi auguro che sia sempre contemplato e vissuto” (Giovanni Paolo II, Omelia, 7.09.1993: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVI, 2 (1993) 668 ss.).

Cari Fratelli e Sorelle Lituani, dopo sei anni vorrei ancora una volta ricordarvi e ripetervi queste parole. Oggi raccomando la vostra patria alla Madonna della Porta dell’Aurora e a San Casimiro, Patrono della Lituania. Presso la sua tomba, nella cattedrale di Vilnius, pregai allora ardentemente per tutta la vostra nazione e ringraziai Dio per esser potuto venire in essa e compiervi il ministero pastorale. Invoco l’intercessione anche di Sant’Edvige, regina, la cui memoria liturgica la Chiesa celebra oggi, ed anche del beato arcivescovo Jurgis Matulaitis, instancabile e intrepido pastore della Chiesa di Vilnius. La fede sia sempre la forza della vostra nazione, e la testimonianza dell’amore per Cristo porti frutti spirituali. Costruite sulla fede il futuro della vostra Patria, la vostra vita, la vostra identità lituana e cristiana per il bene della Chiesa, dell’Europa e dell’umanità.

3. “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri” ( Lc 19, 8). Desidero tornare alla lettura dal Vangelo di San Luca: Cristo “la luce del mondo” (cfr Gv 8, 12), ha portato la sua luce nella casa di Zaccheo, e in modo particolare nel suo cuore. Grazie alla vicinanza di Gesù, delle sue parole e del suo insegnamento comincia a compiersi la trasformazione del cuore di quest’uomo. Già sulla soglia della propria casa Zaccheo dichiara: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituirò quattro volte tanto” (Lc 19, 8). Sull’esempio di Zaccheo vediamo come Cristo rischiari le tenebre della coscienza umana. Alla sua luce si allargano gli orizzonti dell’esistenza: uno comincia a rendersi conto degli altri uomini e delle loro necessità. Nasce il senso del legame con l'altro, la consapevolezza della dimensione sociale dell’uomo e di conseguenza il senso della giustizia. “Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità - insegna San Paolo (Ef 5, 9). La svolta verso l’altro uomo, verso il prossimo, costituisce uno dei principali frutti di una conversione sincera. L’uomo esce fuori dal suo egoistico “essere per se stesso” e si volge verso gli altri, sente il bisogno di “essere per gli altri”, di essere per i fratelli.

Una tale dilatazione del cuore nell’incontro con Cristo è il pegno della salvezza, come mostra il seguito del colloquio con Zaccheo: “Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa (...) il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»” (Lc 19, 9-10).

Anche oggi, la descrizione che Luca fa dell’evento che ebbe luogo a Gerico, non ha perso di importanza. Porta con sé l’esortazione da parte di Cristo, che “è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30). E come una volta di fronte a Zaccheo, così in questo istante Cristo si presenta davanti all’uomo del nostro secolo. Sembra presentare a ciascuno separatamente la sua proposta: “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5).

Cari Fratelli e Sorelle, importante è questo «oggi». Costituisce come un sollecito. Nella vita ci sono delle questioni talmente importanti e talmente urgenti che non possono essere posticipate e non possono essere lasciate per il domani. Devono essere affrontate già oggi. Esclama il Salmista: “Ascoltate oggi la sua voce: «Non indurite il cuore»” (Sal 94[95], 8). “Il lamento dei poveri” (Gb 34, 28) di tutto il mondo si alza incessantemente da questa terra e giunge a Dio. E’ il grido dei bambini, delle donne, degli anziani, dei profughi, di chi ha subito torto, delle vittime di guerra, dei disoccupati. I poveri sono anche in mezzo a noi: i senza casa, i mendicanti, gli affamati, i disprezzati, i dimenticati dalle perone più care e dalla società, i degradati e gli umiliati, le vittime di vari vizi. Molti di essi tentano perfino di nascondere la loro miseria umana, ma bisogna saperli riconoscere. Ci sono anche persone sofferenti negli ospedali, i bambini orfani oppure i giovani che sperimentano le difficoltà e i problemi della loro età.

“Vi sono perduranti situazioni di miseria che non possono non scuotere la coscienza del cristiano, e richiamargli il dovere di farvi fronte con urgenza sia personalmente che in modo comunitario. Ancora oggi si dischiudono davanti a noi spazi enormi nei quali la carità di Dio deve farsi presente attraverso l’opera dei cristiani” - come ho scritto nell’ultimo Messaggio per la Quaresima (15.10.1998). L’«oggi» di Cristo dovrebbe dunque risuonare con tutta la forza in ogni cuore e renderlo sensibile alle opere di misericordia. “Il lamento e il grido dei poveri” esige da noi una risposta concreta e generosa. Esige la disponibilità a servire il prossimo. Siamo invitati da Cristo. Siamo costantemente chiamati. Ognuno in un modo diverso. In vari luoghi infatti l’uomo soffre e chiama l’uomo. Ha bisogno della sua presenza, del suo aiuto. Come è importante questa presenza del cuore umano e dell’umana solidarietà!

Non induriamo i nostri cuori quando udiamo “il lamento dei poveri”. Cerchiamo di ascoltare questo grido. Cerchiamo di agire e di vivere in modo che nella nostra Patria a nessuno manchi il tetto sopra la testa e il pane sulla tavola; che nessuno si senta solo, lasciato senza cura. Con questo appello mi rivolgo a tutti i miei connazionali. So quanto viene fatto in Polonia per prevenire la miseria e l’indigenza che dilagano. A questo punto desidero sottolineare l’attività delle sezioni della Caritasdella Chiesa - diocesane e parrocchiali. Esse intraprendono infatti varie iniziative, tra le altre durante l’Avvento e nella Quaresima, concedendo in tal modo l’aiuto alle singole persone e ad interi gruppi sociali. Svolgono anche attività formativa e educativa. Tale aiuto più volte oltrepassa i confini della Polonia. Come sono numerosi i centri di assistenza sociale, gli ospizi, le mense, i centri caritativi, le case per le madri sole, gli istituti infantili, i doposcuola, le stazioni di protezione o i centri per i disabili sorti ultimamente. Sono soltanto alcuni esempi di questa enorme opera samaritana. Desidero anche sottolineare lo sforzo da parte dello Stato e delle istituzioni private e quello di singole persone, o dei cosiddetti volontari che vi si impegnano. Occorre nominare qui anche le iniziative miranti a rimediare al preoccupante fenomeno della crescita dell’indigenza in vari ambienti e in varie regioni. E’ un concreto, reale e visibile contributo allo sviluppo della civiltà dell’amore in terra polacca.

Dobbiamo sempre ricordare che lo sviluppo economico del paese deve tenere in considerazione la grandezza, della dignità e della vocazione dell’uomo, che “è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio” (cfr Gn 1, 26). Lo sviluppo e il progresso economico non può attuarsi a spese dell’uomo, limitandone le fondamentali esigenze. Deve essere uno sviluppo nel quale l’uomo è il soggetto, cioè il più importante punto di riferimento. Lo sviluppo e il progresso economico non possono essere perseguiti ad ogni costo! Non sarebbero degni dell’uomo, (cfr Sollecitudo rei socialis, 27). La Chiesa di oggi annunzia e cerca di attuare l’opzione preferenziale a favore dei poveri. Non si tratta qui solo di un sentimento fugace, o di un’azione immediata, ma di una reale e perseverante volontà di agire a favore del bene di coloro che si trovano in necessità e che spesso sono privi di speranza per un futuro migliore.

4. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3).

Sin dall’inizio della sua attività messianica, parlando nella sinagoga di Nazaret, Gesù disse: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18). Riteneva i poveri i più privilegiati eredi del regno. Ciò significa che soltanto “i poveri in spirito” sono in grado di ricevere il regno di Dio con tutto il cuore. L’incontro di Zaccheo con Gesù mostra che anche un uomo ricco può diventare partecipe della beatitudine di Cristo per i poveri in spirito.

Povero in spirito è colui che è disposto ad usare con generosità la propria ricchezza a favore di chi è nel bisogno. In tal caso si vede che non è attaccato a quelle ricchezze. Si vede che comprende bene l’essenziale finalità di esse. I beni materiali infatti sono per servire gli altri, specialmente chi si trova nella necessità. La Chiesa ammette la proprietà personale di questi beni, se vengono usati a questo fine.

Oggi ricordiamo Sant’Edvige regina. E’ conosciuta la sua generosità verso i poveri. Benché fosse ricca, non dimenticava gli indigenti. E’ per noi esempio e modello, come bisogna vivere e mettere in pratica l’insegnamento di Cristo sull’amore e sulla misericordia e rendersi simili a colui che, come dice San Paolo “essendo ricco si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (cfr 2 Cor 8, 9).

“Beati i poveri in spirito”. E’ il grido di Cristo che oggi dovrebbe ascoltare ogni cristiano, ogni uomo credente. C’è tanto bisogno di uomini poveri in spirito, cioè aperti ad accogliere la verità e la grazia, aperti alle grandi cose di Dio; di uomini dal cuore grande che non si lasciano incantare dallo splendore delle ricchezze di questo mondo e non permettono che esse abbiano il dominio sui loro cuori. Sono veramente forti, perché colmi della ricchezza della grazia di Dio. Vivono nella consapevolezza di ricevere da Dio incessantemente e senza fine.

“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (At 3, 6) - con queste parole gli Apostoli Pietro e Giovanni rispondono alla richiesta dello zoppo dello storpio. Gli donarono il sommo bene che egli avrebbe potuto desiderare. Poveri trasmisero al povero la più grande ricchezza: nel nome di Cristo gli restituirono la salute. Mediante ciò confessarono la verità che attraverso le generazioni è la parte dei confessori di Cristo.

Ecco i poveri in spirito, senza possedere essi stessi né argento né oro, grazie a Cristo hanno un potere maggiore di quello che possono dare tutte le ricchezze del mondo.

Davvero, sono felici e beati questi uomini, perché ad essi appartiene il regno dei cieli. Amen.

© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana

L'incontro tra Gesù e Zaccheo

Autore: Pagani, Roberto Curatore: Scalfi, P. Romano
Fonte: CulturaCattolica.it
In preparazione alla Grande Quaresima, la Chiesa bizantina ne richiama l'approssimarsi un mese abbondante prima del suo inizio
Il diciannovesimo capitolo del vangelo di Luca inizia con l’incontro tra Gesù e Zaccheo.
Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. [Lc 19,1-10]
Pochi versetti prima, ma vale la pena ricordare che la suddivisione in versetti e capitoli è avvenuta nel medioevo, Gesù aveva detto: “Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che è stato scritto dai profeti sul Figlio dell’uomo si compirà”. (Lc. 18, 31): è l’inizio della salita Gerusalemme, in cui Gesù sta per entrare in quanto Messia per celebrarvi la Cena, istruire ulteriormente i suoi discepoli, consegnarsi volontariamente ai suoi persecutori per trionfare sulla morte.
Così, in preparazione alla Grande Quaresima, la Chiesa bizantina ne richiama l’approssimarsi un mese abbondante prima del suo inizio. Questo periodo, che fino alla riforma liturgica seguita al Vaticano II ha avuto un equivalente anche nella Chiesa latina, è chiamato pre-quaresima e dura quattro settimane. È una prassi liturgica attestata in manoscritti palestinesi e costantinopolitani risalenti all’XI° secolo: mentre possiamo dire che le quattro domeniche di pre-quaresima (Fariseo e Pubblicano, Figliol prodigo, Carnevale e Latticini) sono celebrate da almeno un millennio, non sappiamo quando è stata introdotta, la domenica precedente l’inizio della pre-quaresima, la lettura del vangelo di Zaccheo. Un manoscritto del X° secolo del Typikon della Grande Chiesa (Santa Sofia di Costantinopoli), pubblicato dal gesuita Juan Mateos nella metà del secolo scorso, riporta l’episodio di Zaccheo la trentunesima domenica dopo Pentecoste (il modo in cui nel rito bizantino si identifica il tempo ordinario), e non include la domenica in cui si legge la parabola del Fariseo e del Pubblicano tra le domeniche di pre-quaresima.
Anche in assenza di una ufficiatura specifica, vale ugualmente la pena soffermarsi su questa pericope perché quanto da essa ricavabile ci consente di definire il punto di partenza per tutto il cammino che ci condurrà alla Pasqua di Risurrezione: il desiderio!
Spinto dal desiderio, Zaccheo desidera vedere Gesù, ma è impedito da un motivo fisico, essendo piccolo di statura: ricorre quindi a un mezzo, fisico anch’esso ma non solo tale, per crescere, ed innalzarsi al di sopra della folla. Un mezzo fisico scelto per innalzarsi, per svincolarsi dalla folla esterna ma anche da quella interna (siamo ingombrati da tante cose che ci soffocano), aiuta a vedere Cristo.
Come è difficile per una persona capire che, accanto alle innumerevoli preoccupazioni della vita, ci debba essere spazio anche per ascoltare il nostro io più profondo, il nostro cuore. Ma ci avviciniamo al momento dell’anno in cui la Chiesa ci chiama a ricordare l’esistenza dell’uomo interiore, a renderci conto dell’orrore della nostra dimenticanza, del non senso in cui siamo immersi, dello spreco di quel poco tempo prezioso che ci è dato, della misera confusione in cui viviamo.
La Quaresima è il tempo della metànoia: essa viene generalmente tradotta con conversione, ma è un insieme di dinamiche quali la riflessione sulla propria imperfezione (peccato), la reazione positiva contraria ad essa (contrizione) e un rinnovamento etico (penitenza e cambiamento di mentalità). Tale metànoia sarà il tema dominante degli uffici che ci accompagneranno verso la Pasqua.
Zaccheo voleva vedere Gesù: lo voleva così tanto che questo desiderio attirò l’attenzione di Gesù. Il desiderio è l’inizio di tutto: là dove è il tuo tesoro, là c’è anche il tuo cuore (Mt. 6, 21). Ogni cosa nella nostra vita inizia con il desiderio, dal momento che desideriamo ciò che amiamo, ciò che ci definisce. Sappiamo che Zaccheo amava il denaro, e per sua stessa ammissione sappiamo che non ha avuto scrupoli nel rubarne agli altri. Zaccheo era ricco e amava le ricchezze, ma dentro di sé scoprì un altro desiderio, voleva qualcosa d’altro, e questo desiderio divenne il perno di tutta la sua vita.
L’invito della Chiesa, del vangelo e di Cristo ci provoca a desiderare altro, a non accontentarci, a cercare dentro di noi ciò a cui teniamo di più. Desiderio: e tutto ritorna senza confini, nuovo, pieno di significato. Il piccolo uomo, basso di statura e con lo sguardo rivolto ai desideri terreni, cessa di essere piccolo. È il primo passo verso quella misteriosa casa che ogni essere umano, consapevolmente o meno, attende e desidera.
Racconta un apoftegma dei Padri del deserto: “Un uomo alla ricerca di Dio chiese a un cristiano: “Come posso trovare Dio?”. Il cristiano replicò: “Ora te lo mostro”. Lo portò sulla riva del mare e immerse la faccia dell’altro nell’acqua per tre volte. Poi gli chiese: “Cosa desideravi più di ogni altra cosa quando la tua faccia era nell’acqua?”. “L’aria”, replicò l’uomo che cercava Dio. “Quando desidererai Dio come hai desiderato l’aria, lo troverai”, disse il cristiano”.
Non fu la curiosità che fece salire Zaccheo sull’albero, ma il forte desiderio di trovare Dio in Gesù. Zaccheo era inquieto, e riempiva se stesso con la vita che conduceva. L’inquietudine è sempre stata uno dei sintomi della ricerca umana di Dio, come sant’Agostino conosceva bene: “Hai fatto il nostro cuore inquieto, finché non riposa in Te”.
La folla era un ostacolo per Zaccheo: stava tra lui e Gesù, e se fosse restato tra la folla non avrebbe mai potuto vedere Gesù. Zaccheo non era sull’albero solo fisicamente, ma anche moralmente: nella sua disonestà si era isolato da Dio e anche dagli uomini, che lo odiavano “cordialmente”. Gesù lo chiama dal basso, e lo invita a scendere, a ritornare nel mondo. Gesù lo guarda negli occhi: mai e poi mai Zaccheo pensava che sarebbe stato notato. Con ogni probabilità si aspettava di sentire un rimprovero, una condanna, invece si sente chiamare per nome. Colui che tiene nelle sue mani l’universo si preoccupa di parlare con una persona!
Zaccheo cerca di vedere chi è Gesù, e in risposta a questo suo sforzo di volontà, non solo vede, ma viene visto da Gesù. Il movimento processionale di Cristo che attraversa la città, e quello ascensionale del cercatore che tende verso la visione, si incontrano in un luogo preciso. Gesù distingue l’uomo dalla folla, lo riconosce, e lo chiama per nome. Il cercare ha come primo risultato l’identificazione dello stesso cercatore da parte di Dio che ne afferma l’essere in quanto persona.
Lo studioso ebraico Claude Montefiore (morto nel 1938) identificava la peculiarità del cristianesimo nei confronti del giudaismo proprio da questo aspetto: “Mentre le altre religioni descrivono l’uomo alla ricerca di Dio, il cristianesimo annuncia un Dio che cerca l’uomo. Gli ebrei credono che Dio è un Dio di amore e di perdono, e che accoglie liberamente un peccatore pentito, ma Gesù ha insegnato che Dio non aspetta il pentimento del peccatore, va a cercarlo per chiamarlo a sé”.
“Oggi devo venire a casa tua!”. Gli abitanti di Gerico erano sconcertati e mormorava: un fariseo non si sarebbe mai sognato di entrare in casa di una persona come quella, tanto meno di mangiare con lui. I farisei, per disprezzare Gesù, lo ridicolizzavano chiamandolo amico dei pubblicani e dei peccatori. Fortunatamente, per noi queste parole sono quanto di più confortante possiamo ascoltare. “Non sono venuto a salvare i giusti, ma i peccatori”. Ciò che importa per accedere alla salvezza non è lo stato originario di una persona, ma la sua conversione. Gesù non è l’amico dei ladri e delle prostitute, ma di coloro che si convertono, ladri o prostitute che siano.
La dimora di Dio fra gli uomini si effettua non appena gli uomini cercano di vedere Dio. La condiscendenza divina e l’elevazione umana coincidono nel tempo: oggi stesso. Il principio di questa necessità è la volontà del Padre, che il Figlio ha accettato di compiere dall’eternità. La Scrittura e l’esperienza stessa della Chiesa ci dicono quindi che il cercare Dio (preghiera e conversione sono da questo punto di vista la stessa cosa) costringe Dio a rispondere subito, oggi stesso. Questa azione di Dio nei riguardi di una persona dipende da una azione libera di questa persona: basti pensare al sì di Maria. Non si tratta di una costrizione deterministica ma di una relazione d’amore, contemporaneamente divina e umana, implicante entrambe le libertà. È impressionante come la libertà di Dio accetti di relazionarsi alla libertà umana in modo da doverne quasi dipendere. Zaccheo non è stato costretto a salire sul sicomoro, ma ha scelto volontariamente di salirvi. L’incontro non avviene per caso: è una coincidenza provvidenziale di due persone in movimento, è una occasione, una possibilità offerta all’uomo di afferrare l’amore di Dio. La convergenza di queste due libere volontà (o energie, per usare una espressione teologica cara ai padri orientali) supera tempo e spazio: l’oggi si dilata verso l’eternità dando origine alla salvezza. La condizione è che l’uomo non venga meno in questo suo desiderio di riconoscere il Signore e di vivere conseguentemente. Spetterà al Cristo di pronunciare il giudizio alla fine.
Una volta accaduti l’incontro e il riconoscimento reciproco, non c’ è più tempo da perdere, perché questo è il tempo favorevole per la nostra salvezza, come ci ricorda Paolo. Zaccheo si alza, è nella gioia, si erge liberandosi del peso del peccato, e alla sua fede intende aggiungere le opere. Questa progressione sarà sottolineata innumerevoli volte negli uffici quaresimali. “Do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho rubato qualcosa a qualcuno restituisco quattro volte tanto”. Gesù deve aver sorriso dicendo: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”: non solo perché ci entrava Lui, (Gesù in aramaico significa “Dio salva”), ma anche perché l’ospitante si era dato da fare per accogliere l’ospite facendo del suo meglio. La giustizia non è un vago sentimento, ma è una scelta quotidiana che può anche comportare sacrifici; la salvezza non è un appannaggio pauperistico, ma è alla portata di ogni uomo, ricco compreso. Dopo aver incontrato Gesù, Zaccheo appare distaccato dai suoi beni materiali, fino a condividerli senza esitazione (Gesù non gli aveva chiesto nulla).
Su questo tema delicato ci viene in aiuto sant’Ambrogio che, nel suo commento al Vangelo di Luca, giunto all’episodio di Zaccheo, sembra quasi ironizzare: “Ritorniamo ora nelle grazie dei ricchi: non vogliamo offenderli, in quanto desideriamo, se possibile, guarirli tutti. Altrimenti, impressionati dalla parabola del cammello, e lasciati da parte nella persona di Zaccheo, essi avrebbero un giusto motivo per ritenersi ingiuriati!”. E prosegue con tono più confacente al contenuto: “ Essi debbono apprendere che non c’è colpa nell’essere ricchi, ma nel non saper usare delle ricchezze: le ricchezze, che nei malvagi ostacolano la bontà, nei buoni devono costituire un incentivo alla virtù. Ecco, qui il ricco Zaccheo è scelto da Cristo: dona la metà dei suoi beni ai poveri, e restituisce fino a quattro volte quanto aveva fraudolentemente rubato. Fare solo la prima di queste due cose non sarebbe stato sufficiente, poiché la generosità non conta niente, se permane l’ingiustizia!”.
Come Zaccheo, anche noi oggi non vedremo mai Gesù se restiamo al livello in cui siamo. Ci sono troppe persone o cose che stanno sulla nostra strada. Dobbiamo salire più in alto. Per nostra fortuna, ciascuno di noi ha un albero su cui salire per vedere Gesù: è l’albero della preghiera. Attraverso la preghiera possiamo realmente parlare con Gesù così come fece Zaccheo. Ci sono altri alberi: la Parola di Dio, che illumina la vita e guida i nostri passi; la Chiesa, la compagnia di amici che Dio ci ha dato per accompagnarci nel continuo richiamo alla memoria di Lui; la liturgia della Chiesa, nella quale Gesù si fa presente in modo reale per ciascuno di noi; i Sacramenti, quello della Penitenza (il nostro modo di pulire la nostra casa per ospitare Gesù attraverso il pentimento e il servizio ai fratelli) e l’Eucaristia (il pane e il vino che gustiamo nel pranzo con Gesu e con i fratelli). Non serve salire sul sicomoro: sono altri gli alberi salendo i quali possiamo vedere Gesù, essere visti da Gesù, parlare con lui e farlo entrare nel nostro cuore per l’anticipo del banchetto eterno.