Visualizzazione post con etichetta volto di Cristo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta volto di Cristo. Mostra tutti i post

L. Giussani. Riconoscere Cristo





Trascrizione di una meditazione di don Luigi Giussani tenuta durante gli Esercizi spirituali degli universitari di CL nel dicembre del 1994.

Finiva, la meditazione di questa mattina, con la frase icastica di Kafka: «Esiste un punto d’arrivo, ma nessuna via». È innegabile: c’è un ignoto (i geografi antichi tracciavano quasi un’analogia di questo ignoto con la famosa «terra incognita» con cui terminava il loro grande foglio; ai margini del foglio segnavano: «terra incognita»). Ai margini della realtà che l’occhio abbraccia, che il cuore sente, che la mente immagina c’è un ignoto. Tutti lo sentono. Tutti l’hanno sempre sentito. In tutti i tempi gli uomini l’hanno così sentito che l’hanno anche immaginato. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato, attraverso le loro elucubrazioni o le loro fantasie, di immaginare, di fissare il volto di questo ignoto. Tacito, nella Germania, descriveva così il sentimento religioso che qualificava gli antichi teutoni: «Secretum illud quod sola reverentia vident, hoc deum appellant» (quella cosa misteriosa che essi intuivano in timore e tremore, questo chiamavano Dio, questo chiamano Dio). Tutti gli uomini di tutti i tempi, qualunque sia l’immagine che se ne sono fatta, hoc deum appellant, chiamano Dio questo ignoto davanti al quale passano gli sguardi, dei tanti indifferenti, ma di molti appassionati. Indubbiamente, tra gli appassionati ci sono stati quei trecento, che col cardinal Martini sono sfilati per il tragitto da San Carlo al Duomo di Milano. Trecento rappresentanti di religioni diverse! E come si può chiamare, con denominatore comune, ciò che intendevano esprimere e onorare con la loro partecipazione alla grande iniziativa del Cardinale di Milano? Un secretum illud, qualcosa di misterioso, terra incognita, qualcosa di non conoscibile – non conoscibile! –.

Mi piace ricordare adesso un paragone che si trova nel secondo volume della Scuola di comunità (chi l’ha già letto lo conosce). Immaginatevi il mondo umano, la storia umana, come un’immensa pianura e, in questa immensa pianura, un immenso stuolo di ditte, di imprese edili, particolarmente allenate a far strade e ponti. Tutte nel loro angolo, dal loro angolo cercano di lanciare, fra il punto in cui sono, fra il momento effimero che vivono, e il cielo trapuntato di stelle, un ponte che colleghi i due termini, secondo l’immagine di Victor Hugo nella sua bella poesia di Les contemplations intitolata «Le Pont». Vi si immagina, seduto sulla spiaggia di notte, una notte stellata, un individuo, un uomo che guarda, fissa la stella più grossa, apparentemente più vicina, e pensa alle migliaia e migliaia di archi che occorrerebbe erigere per costruire questo ponte, un ponte mai definibile, mai completamente operabile. Immaginatevi, dunque, questa pianura immensa, tutta gremita di tentativi di gruppi grossi e piccoli, o anche solitari, come nell’immagine di Victor Hugo, ognuno attuando il suo disegno immaginato, fantasticato. Improvvisamente s’ode nell’immensa pianura una voce potente, che dice: «Fermatevi! Fermatevi tutti!». E tutti gli operai, gli ingegneri, gli architetti sospendono il lavoro e guardano dalla parte da cui è venuta la voce: è un uomo, che alzando il braccio continua: «Siete grandi, siete nobili nel vostro sforzo, ma questo vostro tentativo, pur grande e nobile, rimane triste, per cui tanti vi rinunciano e non ci pensano più, e indifferenti diventano; è grande, ma triste, perché non opera mai il termine, non riesce mai ad andare al fondo. Ne siete incapaci perché siete impotenti a questo scopo. C’è una sproporzione non colmabile tra voi e la stella ultima del cielo, tra voi e Dio. Non potete immaginarvi il mistero. Ora, lasciate il vostro lavoro così faticoso e ingrato, venite dietro di me: io vi costruirò questo ponte, anzi io sono questo ponte! Perché io sono la via, la verità, la vita!».

Queste cose non si capiscono nel loro valore intellettuale rigoroso, se non ci si immedesima, se non si cerca di immedesimarsi col cuore. Immaginatevi, dunque, voi che, sulle dune vicino al mare, vedete un crocchio di persone del villaggio vicino che stanno a sentire uno tra di loro che parla, che è là in mezzo al gruppo che parla; e voi passate via per andare alla spiaggia dove siete indirizzati; passate vicino e, mentre passate e guardate curiosi, sentite l’individuo, che sta in mezzo, che dice: «Io sono la via, la verità, la vita. Io sono la via, la verità…»: la via che non si può sapere, di cui parlava Kafka; «Io sono la via, la verità, la vita». Immaginatevi, fate uno sforzo di immaginazione, di fantasia: cosa fareste, cosa direste? Scettici quanto possiate esserlo, non potete non sentire il vostro orecchio attirato da quella parte, e almeno guardate con curiosità estrema quell’individuo che o è pazzo o è vero: tertium non datur, o è pazzo o è vero. Infatti, c’è stato un solo uomo, uno, a dire questa frase, uno in tutta la storia del mondo – del mondo! –, tanto è vero. Un uomo in mezzo a un gruppetto di gente, tante volte in mezzo a un gruppetto di gente, e tante volte in mezzo anche a una grande folla.

Dunque, nella grande pianura tutti sospendono il lavoro e stanno attenti a questa voce, e lui continuamente ripete le stesse parole. I primi seccati della questione, chi furono? Gli ingegneri, gli architetti, i padroni delle varie imprese edili, i quali hanno detto quasi subito: «Su, su, ragazzi, al lavoro, al lavoro. Operai, al lavoro! Quello è un fanfarone!». Era alternativa radicale, tranchant, al loro progetto, alla loro creatività, al loro guadagno, al loro potere, al loro nome, a sé. Era l’alternativa a sé. Dopo gli ingegneri, gli architetti e i capi, anche gli operai, incominciando un po’ a ridere, più a stento hanno trascinato via lo sguardo da quell’individuo, parlandone per un po’, prendendolo in giro, oppure dicendo: «Chissà, chissà chi è, sarà pazzo?». Ma alcuni, invece, no. Alcuni hanno sentito un accento che non avevano mai sentito, e all’ingegnere, all’architetto o al padrone dell’impresa che diceva loro: «Su, in fretta, cosa fate qui, cosa vi fermate ancora a guardar là?», loro non rispondevano; continuavano a guardare quell’uomo. E lui avanzava. Anzi, gli andarono vicino. Su centoventi milioni erano dodici. Ma avvenne: questo è un fatto storico.
Quello che Kafka dice («nessuna via») non è vero storicamente. È vero, paradossalmente, si potrebbe dire, teoricamente, non è vero storicamente. Il mistero non si può conoscere! Questo è vero teoricamente. Ma se il mistero bussa alla tua porta… «Chi mi apre io entrerò e verrò a cena con lui», sono parole che si leggono nella Bibbia, parole di Dio nella Bibbia. Ma è un fatto accaduto.

E il capitolo primo di san Giovanni, che è la prima pagina letteraria che ne parli, oltre all’annuncio generale – «Il Verbo si è fatto carne», ciò di cui tutta la realtà è fatta si è fatto uomo –, contiene la memoria di coloro che l’hanno seguito subito, che hanno resistito alla urgenza che era loro fatta da parte degli ingegneri, degli architetti. Su un foglio, qualcuno di loro ha annotato le prime impressioni e i tratti del primo momento in cui il fatto accadde. Il primo capitolo di san Giovanni, infatti, contiene un seguito di appunti che sono proprio appunti di memoria. Uno dei due, diventato vecchio, legge nella sua memoria gli appunti rimasti. Perché la memoria ha una sua legge. La memoria non ha come legge una continuità senza spazi, come è per esempio in una creazione fantastica, di fantasia; la memoria letteralmente «prende appunti», come facciamo noi ora: una nota, una riga, un punto, e questo punto copre tante cose, così che la seconda frase parte dopo le tante cose supposte dal primo punto. Le cose sono più supposte che dette, alcune soltanto sono dette come punti di riferimento. Per cui io dai miei settant’anni di età lo rileggo per la millesima volta, e senza alcun sintomo di stanchezza. Vi sfido a immaginarvi una cosa in sé più grave, più pesante, nel senso di pondus, più grande, più carica di sfida per l’esistenza dell’uomo nella sua fragilità apparente, più gravida di conseguenze, nella storia, di questo fatto accaduto.

«Quel giorno Giovanni stava ancora là con due discepoli. Fissando lo sguardo su Gesù che passava disse…». Immaginatevi la scena, dunque. Dopo 150 anni che lo aspettavano, finalmente il popolo ebraico, che sempre, per tutta la sua storia, per due millenni, aveva avuto qualche profeta, qualcheduno riconosciuto profeta da tutti, dopo 150 anni, finalmente il popolo ebraico, ebbe di nuovo il profeta: si chiamava Giovanni Battista. Ne parlano anche altri scritti dell’antichità, è documentato storicamente, quindi. Tutta la gente – ricchi e poveri, pubblicani e farisei, amici e contrari – andava a sentirlo e a vedere il modo con cui viveva, al di là del Giordano, in terra deserta, di locuste e di erbe selvatiche. Aveva sempre un crocchio di persone attorno. Tra queste persone quel giorno c’erano anche due che andavano per la prima volta e venivano, diciamo, dalla campagna – veramente venivano dal lago, che era abbastanza lontano ed era fuori del giro delle città evolute –. Erano là come due paesani che per la prima volta vengano in città, spaesati, e guardavano con gli occhi sbarrati tutto quel che stava attorno e soprattutto lui. Erano là con la bocca aperta e gli occhi spalancati a guardare lui, a sentire lui, attentissimi.

Improvvisamente uno del gruppo, un giovane uomo, se ne parte, prende il sentiero lungo il fiume per andare verso il nord. E Giovanni Battista immediatamente, fissandolo, grida: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!». Ma la gente non si mosse, erano abituati a sentire il profeta ogni tanto esprimersi in frasi strane, incomprensibili, senza nesso, senza contesto; perciò, la maggior parte dei presenti non ci fece caso. I due che venivano per la prima volta ed erano là che pendevano dalle sue labbra, che guardavano gli occhi suoi, seguivano i suoi occhi dovunque girasse lo sguardo, hanno visto che fissava quell’individuo che se ne andava, e si sono messi alle sue calcagna. Lo seguirono stando a distanza, per timore, per vergogna, ma stranamente, profondamente, oscuramente e suggestivamente incuriositi. «Quei due discepoli, sentendolo parlar così, seguirono Gesù. Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite a vedere”». È questa la formula, la formula cristiana. Il metodo cristiano è questo: «Venite a vedere». «E andarono, e videro dove abitava, e si fermarono presso di lui tutto quel giorno.

Erano circa le 4 del pomeriggio». Non specifica quando partirono, quando gli andarono dietro; tutto il brano, anche quello seguente, è fatto di appunti, come dicevo prima: le frasi finiscono in un punto che dà per scontato che si sappiano già tante cose. Per esempio: «Erano circa le 4 del pomeriggio»; ma quando andarono via, quando andarono là, chi lo sa? Comunque sia, erano le 4 del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni Battista e lo avevano seguito si chiamava Andrea, era il fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo proprio suo fratello Simone che tornava dalla spiaggia – tornava o dalla pescagione o dal rassettare le reti necessarie al pescatore – e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». Non narra nulla, non cita nulla, non documenta nulla, è risaputo, è chiaro, sono appunti di cose che tutti sanno! Poche pagine si possono leggere così realisticamente veritiere, così semplicemente veritiere, dove non una parola è aggiunta al puro ricordo.

Come ha fatto a dire: «Abbiamo trovato il Messia»? Gesù, parlando loro avrà detto questa parola, che era nel loro vocabolario; perché dire che quello fosse il Messia, “in quattro e quattro otto” così asseverato, sarebbe stato impossibile. Ma si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quell’uomo, vedendolo, guardandolo parlare – chi è che parlava così? Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? Mai sentite! Mai visto uno così! –, lentamente dentro il loro animo si faceva strada l’espressione: «Se non credo a quest’uomo non credo più a nessuno, neanche ai miei occhi». Non che l’abbiano detto, non che l’abbiano pensato, l’hanno sentito, non pensato. Avrà dunque detto, quell’uomo, tra l’altro, che era lui colui che doveva venire, il Messia che doveva venire. Ma era stato così ovvio nella eccezionalità dell’annuncio, che loro hanno portato via quella affermazione come se fosse una cosa semplice – era una cosa semplice! –, come se fosse una cosa facile da capire.

«E Andrea lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni. Ti chiamerai Cefa, che vuol dire pietra”». Gli ebrei usavano cambiare il nome o per indicare il carattere di uno, oppure per qualche fatto che accadeva. Dunque, immaginate Simone che va col fratello, pieno di curiosità e un po’ di timore, e guarda fisso l’uomo da cui il fratello lo conduce. Quell’uomo lo sta fissando anche lui da lontano. Pensate il modo con cui lo fissava, al punto che ha capito il suo carattere fin nel midollo delle ossa: «Ti chiamerai pietra». Pensate a uno che si sente guardare così da uno nuovo, assolutamente estraneo, che si sente colto così nel profondo di sé. «Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea…». Il resto lo leggerete voi da soli. È mezza pagina fatta così, di questi brevi accenni e di questi punti in cui tutto quello che è successo era dato per scontato che lo sapessero tutti, che fosse evidente a tutti.

«Esiste un punto di arrivo, ma nessuna via». No! Un uomo che ha detto: «Io sono la via» è un fatto storico accaduto, la cui prima descrizione è dentro questa mezza pagina che ho iniziato a leggere. E ognuno di noi sa che è accaduto. Nulla è accaduto al mondo di così impensato ed eccezionale come quell’uomo di cui stiamo parlando: Gesù di Nazareth.

Ma quei due, i primi due, Giovanni e Andrea – Andrea era molto probabilmente sposato con figli – come hanno fatto a essere così conquisi subito e a riconoscerlo (non c’è un’altra parola da dire, diversa da riconoscerlo)? Dirò che, se questo fatto è accaduto, riconoscere quell’uomo, chi era quell’uomo, non chi era fino in fondo e dettagliatamente, ma riconoscere che quell’uomo era qualcosa di eccezionale, di non comune – era assolutamente non comune –, irriducibile ad ogni analisi, riconoscere questo doveva essere facile. Se Dio diventasse uomo, venisse tra di noi, se venisse ora, se si fosse intrufolato nella nostra folla, fosse qui tra noi, riconoscerlo, a priori dico, dovrebbe essere facile: facile riconoscerlo nel suo valore divino. Perché è facile riconoscerlo? Per una eccezionalità, per una eccezionalità senza paragone. Io ho davanti una eccezionalità, un uomo eccezionale, senza paragone. Cosa vuol dire eccezionale? Cosa vorrà dire? Perché ti fa colpo l’eccezionale? Perché senti «eccezionale» una cosa eccezionale? Perché corrisponde alle attese del cuore tuo, per quanto confuse e nebulose possano essere. Corrisponde d’improvviso – d’improvviso! –, alle esigenze del tuo animo, del tuo cuore, alle esigenze irresistibili, innegabili del tuo cuore come mai avresti potuto immaginare, prevedere, perché non c’è nessuno come quell’uomo. L’eccezionale, cioè, è, paradossalmente, l’apparire di ciò che è più naturale per noi.

Che cos’è naturale per me? Che quello che desidero avvenga. Più naturale di questo! Che quello che più desidero più avvenga: questo è naturale. Scontrarsi con qualcosa di assolutamente e profondamente naturale, perché corrispondente alle esigenze del cuore che la natura ci ha dato, è una cosa assolutamente eccezionale. È come una strana contraddizione: ciò che accade non è mai eccezionale, veramente eccezionale, perché non riesce a rispondere adeguatamente alle esigenze del cuore. S’accenna alla eccezionalità quando qualcosa fa battere il cuore per una corrispondenza che si crede di un certo valore e che il giorno dopo sconfesserà, che l’anno dopo annullerà.
È l’eccezionalità con cui appare la figura di Cristo ciò che rende facile il riconoscerlo. Bisogna immaginarsi, l’ho detto, occorre immedesimarsi in questi avvenimenti. Se si pretende di giudicarli, se si vuole giudicarli, non dico capirli, ma giudicarli sostanzialmente, se veri o falsi, è la sincerità della tua immedesimazione che rende vero il vero e non falso, e non rende dubitoso il tuo cuore del vero. È facile riconoscerlo come ontologia divina perché è eccezionale: corrisponde al cuore, e uno ci sta e non andrebbe mai via – che è il segno della corrispondenza col cuore –. Non andrebbe mai via, e lo seguirebbe tutta la vita. E infatti lo seguirono gli altri tre anni che lui visse.

Ma immaginate quei due che lo stanno a sentire alcune ore e poi dopo devono andare a casa. Lui li congeda e se ne tornano zitti, zitti perché invasi dall’impressione avuta del mistero sentito, presentito, sentito. E poi si dividono. Ognuno dei due va a casa sua. Non si salutano, non perché non si salutino, ma si salutano in un altro modo, si salutano senza salutarsi, perché sono pieni della stessa cosa, sono una cosa sola loro due, tanto sono pieni della stessa cosa. E Andrea entra in casa sua e mette giù il mantello, e la moglie gli dice: «Ma, Andrea, che hai? Sei diverso, che ti è successo?». Immaginate lui che scoppiasse in pianto abbracciandola, e lei che, sconvolta da questo, continuasse a domandargli: «Ma che hai?». E lui a stringere sua moglie, che non si è mai sentita stretta così in vita sua: era un altro. Era un altro! Era lui, ma era un altro. Se gli avessero domandato: «Chi sei?», avrebbe detto: «Capisco che son diventato un altro… dopo aver sentito quell’individuo, quell’uomo, io sono diventato un altro». Ragazzi, questo, senza troppe sottigliezze, è accaduto.

Non solo è facile riconoscerlo, fu facile riconoscerlo nella sua eccezionalità – perché «se non credo a quest’uomo non credo più neanche ai miei occhi» –, ma fu facile anche comprendere che tipo di moralità, cioè che tipo di rapporto da Lui nascesse; perché la moralità è il rapporto con la realtà in quanto creata dal mistero che l’ha fatta, è il rapporto giusto, ordinato con la realtà. Fu facile, fu a loro facile comprendere quanto fosse facile il rapporto con Lui, il seguirlo, l’esser coerenti con Lui, l’esser coerenti alla sua presenza – coerenti alla sua presenza –.

C’è un’altra pagina di san Giovanni che dice queste cose in un modo spettacoloso: è nell’ultimo capitolo di san Giovanni, il ventunesimo. Quella mattina la barca stava arrivando alla riva e non avevano preso pesci. A qualche centinaio di metri dalla sponda si sono accorti di un uomo che era lì, diritto – aveva preparato un fuocherello, lo si vedeva da cento metri –, il quale interloquì con loro in un certo modo che adesso non dettaglio. Giovanni disse per primo: «Ma è il Signore!»; e san Pietro di botto si getta nel lago, e in quattro bracciate arriva alla sponda: ed è il Signore. Intanto arrivano gli altri e nessuno parla. Si mettono tutti in circolo, nessuno parla, tutti zitti, perché tutti sapevano che era il Signore risorto: era già morto, e si era già fatto vedere loro dopo che era risorto. Aveva preparato del pesce arrosto per loro. Tutti si siedono, mangiano. Nel quasi totale silenzio che gravava sulla spiaggia, Gesù, sdraiato, guardò al suo vicino, che era Simon Pietro: lo fissò, e Pietro si sentì, immaginiamoci come lo sentì, il peso di quello sguardo, perché si ricordava del tradimento di poche settimane prima, e di tutto quel che aveva fatto – si era fatto chiamare perfino Satana da Cristo: «Va’ lontano da me, Satana, scandalo per me, per il destino della mia vita» –, si ricordava di tutti i suoi difetti, perché, quando si sbaglia gravemente una volta, viene in mente anche tutto il resto, anche quello che è meno grave. Pietro si sentì come schiacciato sotto il peso della sua incapacità, della sua incapacità ad essere uomo.

E quell’uomo lì vicino apre la bocca e gli dice: «Simone [immaginatevi come Simone dovesse tremare], mi ami tu?». Ma, se voi cercate di immedesimarvi in questa situazione, tremate adesso pensandoci, soltanto pensandoci, pensando a questa scena così drammatica; drammatica, cioè così descrittiva dell’umano; espositiva dell’umano, esaltatrice dell’umano, perché il dramma è ciò che esalta i fattori dell’umano; è solo la tragedia che li annichila. Il nichilismo porta alla tragedia; l’incontro con Cristo porta nella vita il dramma, perché il dramma è il rapporto vissuto tra un io e un tu. Allora, come un respiro, come un respiro Pietro rispose. La sua risposta fu appena accennata come un respiro. Non osava, ma…: «Non so come, sì, Signore, io ti amo; non lo so come, ma è così». «Sì, Signore. Non so come, non posso dirti come, ma…».

Insomma, era facilissimo il trattenere, il vivere il rapporto con quell’uomo, bastava aderire alla simpatia che faceva nascere, una simpatia profonda, simile a quella vertiginosa e carnale del bambino con sua madre, che è simpatia nel senso intenso del termine. Bastava aderire alla simpatia che faceva nascere. Perché, dopo tutto quello che gli aveva fatto, e il tradimento, si è sentito dire: «Simone, mi ami tu?». Per tre volte. E lui dubitò la terza volta, forse, che vi fosse un dubbio nella domanda, e rispose più ampiamente: «Signore, Tu sai tutto, Tu lo sai che ti amo. La mia simpatia umana è per te; la mia simpatia umana è per te, Gesù di Nazareth».

Vedere Dio nei santi: S. Francesco, S. Teresina





VISITA PASTORALE AD ASSISI

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I SACERDOTI E I RELIGIOSI DI ASSISI

Venerdì, 12 marzo 1982



La figura di Francesco “pauper et humilis” domina tuttora, ben al di là dei limiti geografici di questa sua terra. Perché? È una domanda legittima, che tutti si possono porre; ma voi specialmente, voi che siete suoi concittadini e conterranei, dovete porvela. Ed essendo sacerdoti o, comunque, persone consacrate, procurate di cogliere, nelle pieghe della risposta, quegli elementi e aspetti che toccano propriamente l’“animus” di Francesco e, come tali, non solo sono veri e genuini, ma anche più validi ed indicativi per voi e per le opere del sacro ministero.

3. Ad otto secoli dalla nascita, il mondo - anche quello dei lontani e degli indifferenti ai valori religiosi - guarda ammirato a san Francesco, perché vede in lui una copia autentica, fedele e, perciò, credibile di Cristo Gesù. Eccolo il nocciolo della risposta! Egli è “alter Christus”, ma non già a parole, ma non soltanto “de iure” (come dovrebbe essere, in fondo, chiunque si professa cristiano): egli è tale anche e soprattutto nella realtà della propria vita.

Ad un certo punto - come voi ben sapete - quando era un giovane brillante nella vivace Assisi medievale, egli fece una scelta radicale e generosa: spogliandosi di tutto, rinunciando all’eredità paterna, nudo ormai ed emarginato, decise di seguire totalmente, irrevocabilmente il Signore Gesù dalla nascita nella grotta di Betlemme fino al Calvario. A questa “opzione fondamentale” egli tenne fede, attuando una sequela effettiva, passo passo, dietro le orme del Redentore fino alle stigmate della Verna, fino alla morte sulla nuda terra, laggiù nella piana sottostante a questa città . . .

Come negare, amati confratelli, che una tale linea di perfetta corrispondenza e coerenza tra Francesco e Cristo si riproponga netta e chiara a ciascuno di voi per l’analoga scelta che, sia pure in circostanze e in modi diversi, ha fatto in ordine alla sequela di Cristo? Non è forse anche il sacerdote “alter Christus”? Lo è e lo deve essere per il carattere sacramentale, impresso nella sua anima dall’Ordinazione presbiterale; lo è e lo deve essere per la funzione, alla quale è stato elevato, di legittimo rappresentante di Cristo; lo è e lo deve essere per gli ininterrotti, quotidiani rapporti che, in forza del suo ministero, egli intrattiene con Cristo presente e vivente nell’Eucaristia, nel tesoro della sua Parola, nella persona dei fratelli.

Vedete, dunque, come quella rapida ed essenziale risposta, che ci dà la misura della grandezza di Francesco, può essere proficuamente applicata, come alto richiamo ideale ed autorevole insegnamento di vita, a ciascuno di voi. “Sacerdos alter Christus: ut Franciscus, ita et tu”!

4. Se la limitatezza del tempo mi impedisce di sviluppare i numerosi e preziosi esempi di virtù che Francesco, rimasto sempre diacono, offre a chi ha raggiunto il grado e la dignità del presbiterato, non posso omettere tuttavia un altro dato di particolare rilevanza che, ben individuabile nella sua biografia, può anch’esso ispirare l’azione del sacerdote nel mondo d’oggi.

Un giorno, di ritorno da Roma, egli si mise a discutere con i compagni se dovesse ritirarsi in solitudine e in segregazione per contemplare e pregare, o dovesse piuttosto “passare la vita in mezzo alla gente” per predicare il Vangelo e salvare con un apostolato diretto i fratelli. Dopo aver pregato, trovò subito la risposta, e fu una nuova scelta perfettamente allineata a quella fondamentale della sequela di Cristo (cf. Legenda Maior, IV, 1-2). Come questi aveva percorso le contrade della Palestina invitando alla penitenza ed annunciando il Vangelo del Regno (cf. Mc 1,14-15), così avrebbero fatto Francesco e i suoi frati, svolgendo un ministero itinerante di contatto, di parola, di testimonianza nella società del loro tempo. In un’epoca di crisi diffusa per le grandi trasformazioni, che già dopo il Mille si erano verificate nelle diverse nazioni d’Europa e che non potevano non interessare la Chiesa, la meditata scelta del Poverello d’Assisi apportò un contributo determinante nell’auspicata ripresa religioso-morale. Egli ed i suoi discepoli operarono indefessamente per riportare Cristo nella società, e ciò fecero non già in opposizione o in polemica con la legittima autorità della Chiesa (come alcune sette ereticali del tempo), ma in perfetta obbedienza ed in adempimento di un mandato apostolico (cf. Regula non bullata, XVII; Regula bullata, IX).

La seconda lezione che desidero proporvi - come ben comprendete - è proprio qui: è nello sforzo che, sull’esempio di Francesco, deve fare il sacerdote nell’età presente, che si sta avvicinando all’anno Duemila. Tempo di crisi anche oggi, si dice; tempo di caduta di valori e di secolarizzazione generalizzata. Che cosa bisogna fare, dunque, per riportare Gesù Cristo e il suo Vangelo tra gli uomini? Alla fine del secolo scorso, quando con l’avvento della prima società industriale si cominciò ad avvertire qualche sintomo della crisi, fu detto che era ormai tempo per i sacerdoti di “uscire dalle sagrestie” e di andare incontro alla gente. Ed oggi? Oggi tutto ciò sembra imporsi con più grave urgenza, e trova già un significativo “precedente” ed un modello emblematico nella condotta di Francesco e dei suoi, i quali andavano per le vie del mondo secondo il mandato programmatico del Signore Gesù: “Andate: ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali . . . In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa . . . Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, . . . curate i malati e dite loro: È vicino a voi il Regno di Dio” (Lc 10, 4-8; cf. Lc 9, 1-6; Mt 10, 5.9-10; Mc 6, 7-13).

Ecco lo stile dell’operaio evangelico: è questo suo andare per le vie del mondo con coraggio, in totale distacco dalle cose della terra, come portatore di pace ed annunciatore dell’avvento del Regno. Oggi, ancor più che in passato, bisogna andare per proclamare agli uomini la buona novella dell’amore misericordioso di Dio e, con essa, il dovere di rispondere a questo amore anteriore e preveniente; andare per promuovere il bene integrale degli uomini; andare senza contrapporre l’impegno del servizio a Dio e quello del servizio ai fratelli; andare, e piuttosto coordinare in sintesi equilibrata la cosiddetta dimensione verticale verso l’alto, verso Dio, e quella orizzontale in direzione degli uomini.

Come i due bracci della Croce sono simbolo di questa duplice dimensione, così Francesco, che seguì Cristo fin sulla Croce e ben a ragione poté ripetere le parole di san Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2, 20; cf. 6, 17), ricorda a tutti noi sacerdoti il duplice orientamento, al quale dobbiamo riguardare tanto nell’impostazione quanto nell’esercizio del sacro ministero. “Uomo di Dio” è innanzitutto, essenzialmente, il sacerdote, ma nello stesso tempo, senza smentire tale qualifica, è costituito per il bene degli uomini (cf. 1 Tm 6, 11; Eb 5, 1).

SCRITTO AUTOBIOGRAFICO B

diretto a suor Maria del Sacro Cuore sorella Maria)

A.

RISPOSTA ALLA SORELLA MARIA (1896)

Difficoltà nel rivelare i divini segreti - Soltanto l'amore può renderci graditi al Signore - Non opere grandi, ma abbandono riconoscente di bam­bino tra le braccia paterne.

J.M.J.T. Gesù settembre 1896

240 - O mia sorella cara! Lei mi chiede un ricordo dei miei esercizi spirituali, esercizi che forse saranno gli ultimi. Poiché Nostra Madre lo permette, è una gioia per me d'intrattenermi con lei che è due volte mia sorella, con lei che mi ha prestato la sua voce promettendo in nome mio che io volevo servire soltan­to Gesù, quando non mi era possibile parlare. Cara madrina, questa sera le parla la bimba che lei offri al Signore, e che la ama come una figlia sa amare la propria madre. Soltanto in Cielo lei conoscerà tutta la gratitudine che trabocca dal cuore mio. O mia sorella cara, ella vorrebbe udire i segreti che Gesù confida alla sua figlioletta; questi segreti li confida anche a lei, lo so, perché è lei che mi ha insegnato a raccogliere gli insegnamenti divini, tuttavia cercherò di balbettare qualche parola, pur sentendo che è impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire.

241 - Non creda che io navighi nelle consolazioni, no! la mia consolazione è di non averne sulla terra. Senza mostrarsi, senza udir la sua voce, Gesù m'istruisce nell'intimo: non è per mezzo dei libri, perché non capisco quello che leggo, ma tal­volta una parola come questa che ho trovato alla fine dell'ora­zione (dopo essere rimasta nel silenzio e nell'aridità) viene a consolarmi: «Ecco il maestro che ti do, ti insegnerà tutto quel­lo che devi fare. Voglio farti leggere nel libro di vita, ov'è con­tenuta la scienza di Amore». La scienza d'Amore, oh, sì! la parola risuona dolce all'anima mia, desidero soltanto questa scienza. Per essa, avendo dato tutte le mie ricchezze, penso, come la sposa dei cantici, di non aver dato nulla. Capisco così bene che soltanto l'amore può renderci graditi al Signore, da costituire esso la mia unica ambizione.

242 - A Gesù piace mostrarmi il solo cammino che conduca alla fornace divina, cioè l'abbandono del bambino il quale si addormenta senza paura tra le braccia di suo Padre. «Se qualcuno è piccolo, venga a me», ha detto lo Spirito Santo per bocca di Salomone, e questo medesimo Spirito d'amore ha det­to ancora che «la misericordia è concessa ai piccoli». In nome suo il profeta Isaia ci rivela che nell'ultimo giorno «il Signore condurrà il suo gregge nelle pasture, raccoglierà gli agnellini e se li stringerà al cuore», e, come se tutte queste promesse non bastassero, lo stesso profeta, il cui sguardo s'immergeva già nelle profondità eterne, dice in nome del Signore: «Come una madre accarezza il figlio, così io vi consolerò, vi porterò in braccio e vi accarezzerò sulle mie ginocchia». Oh, Madrina cara! dopo un linguaggio simile non c'è che da tacere, piangere di riconoscenza e d'amore.

243 - Ah, se tutte le anime deboli e imperfette sentisse­ro ciò che sente la più piccola fra loro, l'anima della sua Tere­sa, non una dispererebbe d'arrivare alla vetta della montagna d'amore, poiché Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto l'abbandono e la riconoscenza. Egli infatti dice nel Salmo XLIX: «Non ho bisogno alcuno dei capri dei vostri greggi, perché tutte le bestie delle foreste mi appartengono e le migliaia di animali che pascolano sulle colline, conosco tutti gli uccelli dei monti... Se avessi fame, non a voi lo direi, perché la terra e tutto ciò che contiene è mio. Debbo forse mangiare la carne dei tori e bere il sangue dei montoni? Immolate a Dio sacri­fici di lode e di ringraziamento». Ecco ciò che Gesù esige da noi, non ha bisogno affatto delle nostre opere, ma soltanto del nostro amore, perché que­sto Dio stesso che dichiara di non aver bisogno di dirci se ha fame, non ha esitato a mendicare un po' d'acqua dalla Samari­tana. Aveva sete... Ma dicendo: «dammi da bere» era l'amo­re della sua povera creatura che il Creatore dell'universo recla­mava... Aveva sete d'amore... Ah! lo sento più che mai, Gesù è assetato, non incontra se non ingrati e indifferenti tra i disce­poli del mondo, e tra i suoi stessi discepoli trova pochi cuori i quali si abbandonino a lui senza riserve, e capiscano la tene­rezza del suo amore infinito. Intimi segreti del nostro Sposo! Ah, se lei volesse scriverne tut­to quello che ne sa, avremmo delle pagine belle da leggere, ma io lo capisco, lei preferisce custodire in fondo al cuore «i segreti del Re», e a me dice «che è onorevole pubblicare le opere dell'Altissimo». Trovo che lei ha ragione di mantenere il silenzio, e soltanto per farle piacere scrivo queste righe, per­ché sento la mia impotenza a ridire con parole terrestri i segre­ti del Cielo; e poi, dopo aver tracciato pagine e pagine, mi par­rebbe di non avere ancora cominciato. Ci sono tanti orizzonti diversi, tante sfumature variate all'infinito, che soltanto la tavo­lozza dell'Artista divino potrà, dopo la notte di questa vita, fornirmi i colori capaci di dipingere le meraviglie che egli stes­so rivela all'anima mia.

245 - Sorella mia cara, mi ha chiesto di scriverle il mio sogno e «la mia piccola dottrina», come la chiama lei. L'ho fat­to nelle pagine seguenti, ma così male, da sembrarmi impossi­bile che lei capisca! Forse, troverà esagerate le mie espressioni. Mi perdoni, ciò dipenderà dal mio stile poco gradevole, le assi­curo che non c'è esagerazione alcuna nella mia piccola anima, tutto in essa è calmo e riposato. Scrivendo, parlo a Gesù, così mi è più facile esprimere i miei pensieri. Ciò che, purtroppo, non impedisce che siano espressi molto male!


B.

LA PICCOLA DOTTRINA DI TERESA

Un sogno dolcissimo - Desideri immensi e contrastanti - Scoperta della propria vocazione nella Chiesa: l'Amore - Esso racchiude tutte le vocazioni ed è eterno - Vittima volontaria all'amore - Spargere fiori cantan­do - Come debole uccellino in fiduciosa attesa dell'Aquila adorata - Sup­plica per le «piccole» anime

J.M.J.T. 8 settembre 1896 13

ALLA MIA CARA SORELLA MARIA DEL SACRO CUORE

246 - O Gesù, mio Amato! chi potrà dire con quale tenerez­za, quale dolcezza, voi conducete la piccola anima mia! come vi piace far risplendere il raggio della vostra grazia in mezzo anche al temporale più cupo! Gesù, la bufera tuonava forte nell'anima mia fin dalla bella festa del vostro trionfo, la festa radiosa di Pasqua, quando un sabato di maggio, pensando ai sogni miste­riosi che talvolta vengono concessi a certe anime, mi dicevo che dovevano essere una consolazione molto dolce, tuttavia non la chiedevo. La sera, la mia piccola anima, considerando le nubi che coprivano il suo cielo, si diceva ancora che i sogni non erano per lei, e sotto la terripesta si addormentò... L’indomani era il 10 mag­gio, seconda domenica del mese di Maria, forse l'anniversario del giorno nel quale la Vergine Maria si degnò sorridermi.

247 - Alle prime luci dell'aurora, mi trovai (in sogno) in una specie di galleria, c'erano varie altre persone, ma lontane. Nostra Madre sola era accanto a me. A un tratto, senza aver visto com'erano entrate, vidi tre carmelitane vestite dei loro mantelli e grandi veli, mi parve che venissero per Nostra Madre, ma quello che capii chiaramente è che venivano dal Cielo. Nel profondo del cuore dissi: come sarei felice di vedere il volto di una di quelle carmelitane! Allora, come se la mia preghiera fosse stata intesa da lei, la più alta delle sante si mos­se verso me; subito caddi in ginocchio. Oh, felicità! la carmeli­tana alzò il suo velo o piuttosto lo sollevò e mi coprì con esso... senz'alcuna esitazione riconobbi la venerabile Madre Anna di Gesù, la fondatrice del Carmelo in Francia. il suo viso era bello d'immateriale bellezza, nessun raggio scaturiva da esso, e tuttavia, nonostante il velo che ci avviluppava ambedue, vede­vo quel volto celeste rischiarato da una luce ineffabilmente dolce, che proveniva da esso stesso. Non saprei dire l'allegrezza dell'anima mia, queste cose si sentono e non si possono esprtrnere... Parecchi mesi sono tra­scorsi da quel sogno dolce, tuttavia il ricordo che esso lascia nell'anima mia non ha perduto niente della sua freschezza, del suo fascino celeste. Vedo ancora lo sguardo e il sorriso pieni d'amore della venerabile Madre. Credo di sentire ancora le carezze che mi prodigò.

248 - Vedendomi così teneramente amata osai pronuncia­re queste parole: «O Madre mia, vi supplico, ditemi se il Signore mi lascerà a lungo sulla terra. Verrà presto a prender­mi?». Sorridendo con tenerezza la santa mormorò: «Sì, presto presto, te lo prometto». - «Madre - aggiunsi - ditemi ancora se il buon Dio non chiede qualche cosa di più che le mie pove­re piccole azioni e i miei desideri. E contento di me?». Il volto della santa prese una espressione incomparabilmente più tene­ra della prima volta che mi aveva parlato, il suo sguardo e le sue carezze erano la risposta più dolce. Tuttavia mi disse: «il buon Dio non chiede altro da te. E contento, molto conten­to! ». Dopo avermi ancora accarezzata con più amore di quan­to non abbia fatto per suo figlio la più tenera delle madri, la vidi allontanarsi. Il mio cuore era nella gioia, ma mi ricordai delle mie sorelle, volli domandare qualche grazia per esse, ahimè! mi svegliai.

249 - Gesù! La tempesta allora non ruggiva, il cielo era calmo e limpido... Credevo, sentivo che esiste un Cielo e che questo Cielo è popolato di anime che mi amano, che mi guar­dano come loro figlia. Una tale impressione mi resta nel cuore, tanto più che la venerabile Madre Anna di Gesù mi era stata fino allora assolutamente indifferente, non l'avevo invocata mai, e il suo ricordo mi veniva soltanto quando udivo parlare di lei, cioè raramente. Così, quando capii a quale punto mi amava e quanto poco le ero indifferente, il cuore mio si sentì intenerire d'amore e di riconoscenza, non solamente per la santa che mi aveva visitata, ma anche per tutti i beati abitanti del Cielo.

250 - O Amato! questa grazia era soltanto il preludio di grazie più grandi, delle quali mi volevi colmare; lascia, mio unico Amore, che te le ricordi oggi... oggi sesto anniversario della nostra unione. Perdonami Gesù se sragiono volendo ridire i miei desideri, le mie speranze che raggiungono l'infini­to, perdonami e guarisci l'anima mia dandole ciò che spera! Essere tua Sposa, Gesù, essere carmelitana, essere, per l'unio­ne con te, madre delle anime, tutto questo dovrebbe bastar­mi... Non è così. Senza dubbio, questi tre privilegi sono ben la mia vocazione, carmelitana, sposa e madre, tuttavia io sento in me altre vocazioni, sento la vocazione del guerriero, del sacer­dote, dell'apostolo, del dottore, del martire; finalmente sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nell'anima mia il coraggio di un crociato, di uno zuavo pontificio, vorrei morire sopra un campo di batta­glia per la difesa della Chiesa...

251 - Sento la vocazione del sacerdote. Con quale amore, Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discen­deresti dal Cielo! Con quale amore ti darei alle anime! Ma, pur desiderando di essere sacerdote, ammiro e invidio l'umiltà di san Francesco d'Assisi, e sento la vocazione d'imitarlo, rifiu­tando la dignità sublime del sacerdozio. Gesù! Amore mio, vita mia, come conciliare questi con­trasti? Come attuare i desideri della mia povera piccola anima? Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori, ho la vocazione di essere apostolo. Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa, ma, o Amato, una sola missione non mi basterebbe, vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo, e fino nelle isole più remote. Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, ed esserlo fino alla consumazione dei secoli. Ma vorrei soprattut­to, amato mio Salvatore, vorrei versare il mio sangue per te, fino all'ultima goccia...

252 - Il martirio, questo è il sogno della mia giovinezza, questo sogno è cresciuto con me nel chiostro del Carmelo. Ma anche qui, sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei limitarmi a desiderare un solo martirio. Per soddisfarmi li vorrei tutti... Come te, Sposo mio adorato, vorrei essere fla­gellata e crocifissa, vorrei morire scorticata come san Barto­lomeo, come san Giovanni vorrei essere immersa nell'olio bollente, vorrei subire tutti i supplizi inflitti ai martiri. Con sant'Agnese e santa Cecilia, vorrei presentare il collo alla spa­da, come Giovanna d'Arco, la mia cara sorella, vorrei mormo­rare sul rogo il tuo nome, Gesù... Pensando ai tormenti che verranno inflitti ai cristiani nel tempo dell'anticristo, trasalisco, e vorrei per me quei tormenti... Gesù, Gesù, se volessi scrivere tutti i miei desideri, dovrei prendere il tuo libro di vita, lì sono narrate le azioni di tutti i Santi, e quelle azioni vorrei averle compiute per te. Gesù mio, che cosa risponderai a tutte le mie follie? Esi­ste un'anima più piccola, più incapace della mia? Eppure, proprio per la mia debolezza, ti sei compiaciuto, Signore, di colmare i miei piccoli desideri infantili, e vuoi oggi colmare altri desideri più grandi che l'universo...

253 - Durante l'orazione, i miei desideri mi facevano soffrire un vero martirio: aprii le epistole di san Paolo per cercare una risposta. I capitoli XII e XIII della prima epistola ai Corinzi mi caddero sotto gli occhi. Lessi, nel primo, che tutti non possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc.; che la Chie­sa è composta di diverse membra, e che l'occhio non potrebbe essere al tempo stesso anche la mano. La risposta era chiara, ma non colmava il mio desiderio, non mi dava la pace. Come Maddalena chinandosi sempre sulla tomba vuota finì per tro­vare ciò che cercava, così, abbassandomi fino alle profondità del mio nulla, m'innalzai tanto in alto che riuscii a raggiungere il mio scopo. Senza scoraggiarmi, continuai la lettura, e trovai sollievo in questa frase: «Cercate con ardore i doni più perfetti, ma vi mostrerò una via ancor più perfetta». E l'Apostolo spiega come i doni più perfetti sono nulla senza l'Amore. La Carità è la via per eccellenza che conduce sicuramente a Dio.

254 - Finalmente avevo trovato il riposo. Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in alcuno dei membri descritti da san Paolo, o piuttosto volevo ricono­scermi in tutti. La Carità mi dette la chiave della mia vocazio­ne. Capii che, se la Chiesa ha un corpo composto da diverse membra, l'organo più necessario, più nobile di tutti non le manca, capii che la Chiesa ha un cuore, e che questo cuore arde d'amore. Capii che l'amore solo fa agire le membra della Chiesa, che, se l'amore si spegnesse, gli apostoli non annunce­rebbero più il Vangelo, i martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue... Capii che l'amore racchiude tutte le vocazioni, che l'amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola che è eterno. Allora, nell'eccesso della mia gioia delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l'ho trovata finalmente, la mia vocazione è l'amore! Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto, Dio mio, me l'avete dato voi! Nel cuore della Chiesa mia Madre, io sarò l'amore. Così, sarò tutto... e il mio sogno sara attuato!

255 - Perché parlare di gioia delirante? No, questa espressione non è giusta, è piuttosto la pace, la serenità del navigatore il quale scorge il faro del suo porto. Oh, faro lumi­noso dell'amore, so come arrivare a te, ho trovato il segreto per impadronirmi della tua fiamma! Sono soltanto una bimba, incapace, debole, eppure la mia debolezza stessa mi dà l'audacia di offrirmi come vittima al tuo amore, Gesù! In altri tempi le ostie senza macchia erano le sole gradi­te al Dio forte e potente. Per soddisfare la giustizia divina occorrevano vittime perfette, ma alla legge del timore è suc­ceduta la legge dell'amore, e l'Amore mi ha scelta per olo­causto, me, creatura debole e imperfetta. Questa scelta non è degna dell'amore?... Sì, affinché l'amore sia soddisfatto piena­mente, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente, per trasformare in fuoco questo niente...

256 - Gesù, lo so bene, l'amore si paga soltanto con l'amore, perciò ho cercato, ho trovato sollievo rendendoti amore per amore. «Usate le ricchezze che rendono ingiusti, per farvi degli amici i quali vi ricevano nei tabernacoli eterni». Ecco, Signore, il consiglio che tu dai ai tuoi discepoli dopo aver detto loro che «i figli delle tenebre sono più abili nelle loro faccende che i figli della luce». Figlia della luce, ho capito che i miei desideri di esser tutto, di far mie tutte le vocazioni, sono ricchezze che potrebbero rendermi ingiusta, allora le ho usate per farmi degli amici. Ricordando la preghie­ra di Eliseo al padre suo Elia quando osò chiedergli il suo duplice spirito, mi sono presentata dinanzi agli Angeli e ai Santi, e ho detto loro: «Sono la creatura più piccola, conosco la mia miseria e la mia debolezza, ma so anche quanto piaccia ai cuori nobili, generosi, far del bene, perciò, vi supplico, beati abitanti del cielo, vi supplico di adottarmi come frglia; tutta vostra sarà la gloria che mi farete acquistare, ma degnatevi di esaudire la mia preghiera, è temeraria, lo so, tuttavia oso chie­dervi di ottenermi il vostro duplice amore.

257 - Gesù, non posso approfondire la mia supplica, temerei di rimanere schiacciata sotto il peso dei miei desideri audaci. La mia scusa è che sono una bambina, i bimbi non riflettono alla portata delle loro parole, eppure i loro genitori, quando si trovano sopra un trono, se possiedono tesori immen­si, non esitano a contentare i desideri dei piccoli esseri che amano quanto se stessi. Per far loro piacere commettono follie, arrivano alla debolezza! Ebbene, io sono la figlia della Chiesa, e la Chiesa è Regina, poiché è tua Sposa, divino Re dei re. Non a ricchezze e a gloria (si trattasse anche della gloria del Cielo) ambisce il cuore del bambino. La gloria, capisce che è, per diritto, dei suoi fratelli, gli Angeli e i Santi. La gloria di lui sarà il riflesso di quella che si irradierà dalla fronte di sua Madre. Quello che chiede, è l'amore, sa una cosa sola, amarti, Gesù! Gli sono interdette le opere clamorose, non può predicare il Vangelo, non può versare il suo sangue; ma che importa, i suoi fratelli lavorano al suo posto, e lui, bimbo piccolo, sta li, pro­prio vicino al trono del Re e della Regina, ama per i suoi fratel­li i quali combattono. Ma in quale modo testimonierà il suo amore, poiché l'amore si prova con le opere? Ebbene, il fan­ciullo getterà fiori, profumerà il trono reale, canterà con la sua voce argentina il cantico dell'amore...

258 - Sì, Amato, la mia vita si consumerà così. Non ho altri mezzi per provarti il mio amore, se non gettar dei fiori, cioè non lasciar sfuggire alcun piccolo sacrificio, alcuna pre­mura, alcuna parola, e profittare di tutte le cose piccole, e farlo per amore... Voglio soffrire per amore e perfino gioire per amore, così getterò fiori davanti al tuo trono; non ne incon­trerò uno senza sfogliarlo per te... poi, gettando fiori, canterò (sarebbe possibile piangere compiendo un'azione di tanta gioia?), canterò, anche quando dovrò cogliere i miei fiori in mezzo alle spine, e il canto sarà tanto più melodioso quanto più le spine saranno lunghe e pungenti. Gesù, a che ti serviranno i miei fiori e i miei canti? Lo so bene, questa pioggia profumata, questi petali fragili senz'alcun valore, questi canti d'amore del cuore piccolo tra i piccoli, ti saranno cari, questi nulla ti faranno piacere, faranno sorridere la Chiesa trionfante, ella raccoglierà i miei fiori sfogliati per amore, e facendoli passare per le tue mani divine, Gesù, que­sta Chiesa del Cielo vorrà giocare col suo bimbo piccolo, e get­terà anch'essa quei fiori i quali avranno acquisito, sotto il tuo tocco divino, un valore infinito, e li getterà sulla Chiesa dolo­rante per spegnere le fiamme di essa, li getterà sulla Chiesa militante per farle avere la vittoria!

259 - Gesù mio, ti amo, amo la Chiesa mia Madre, mi ricordo che «il minimo moto di amor puro le è più utile che non tutte le altre opere riunite insieme», ma l'amore puro esiste nel mio cuore? I miei desideri immensi non sono un sogno, una follia? Ah, se così fosse, Gesù, illuminami. Tu Io sai, io cerco la verità: se i miei desideri sono temerari, falli sparire, perché questi desideri sono per me il martirio più grande... Eppure lo sento, Gesù, dopo aver sospirato verso le regioni più alte dell'amore, se dovessi non raggiungerie un giorno, avrei gustato più dolcezze nel mio martirio, nella mia follia, di quan­ta non ne godrei in mezzo alle gioie della patria, a meno che, per mezzo di un miracolo, tu non mi tolga il ricordo delle mie speranze terrestri. Allora lasciami godere, durante il mio esilio, le delizie dell'amore! Lasciami assaporare le dolci amarezze del mio martirio! Gesù, Gesù, se è tanto delizioso il desiderio di amarti, che sarà possederti, godere del tuo amore?

260 - In qual modo può, un'anima imperfetta quanto la mia, aspirare a possedere la pienezza dell'Amore? Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che amo unicamente, dimmi, quale mistero è questo? Perché non riservi queste aspirazioni immen­se alle anime grandi, alle aquile che roteano altissime? Io mi considero come un uccellino debole, coperto di un po' di piu­ma lieve; non sono un'aquila, ho dell'aquila soltanto gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fis­sare il Sole divino, il Sole dell'Amore, e il mio cuore prova tut­te le aspirazioni dell'aquila... L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole che affascina gli occhi, vorrebbe imitare le aquile, sue sorelle che vede elevarsi fino alla divina dimora della san­tissima Trinità... Ahimè! Tutto quello che può fare, è sollevare le sue alucce, ma volar via, questo non è nelle sue piccole pos­sibilità. Che ne sarà di lui? Morirà di dolore vedendosi così impotente? No! L’uccellino non se ne affliggerà nemmeno. Con un abbandono audace vuol fissare ancora il suo Sole divi­no: niente gli fa paura, né vento, né pioggia, e se le nuvole pesanti nascondono l'Astro d'amore, l'uccellino non cambia posto, sa che di là dalle nubi il Sole splende sempre, che la sua luce non si offuscherà nemmeno per un attimo.

261 - In certi momenti il suo cuore si trova assalito dalla tempesta, gli pare che non esistano altre cose se non le nubi che lo circondano; e allora è il momento della gioia perfetta per il povero esserino debole. Che felicità per lui restare lì ugualmente, e fissare la luce invisibile la quale si nasconde alla sua fede! Gesù, fino da ora capisco il tuo amore per l'uccelli­no, perché non si allontana da te... Ma io lo so, e tu lo sai, spesso questo cosino minimo e imperfetto, pur rimanendo al suo posto (cioè sotto i raggi del Sole), si lascia distrarre un poco dalla sua occupazione unica, becca un granellino di qua o di là, corre dietro a un vermiciattolo... Poi, trovando una pozzanghera, si bagna le piume appena spuntate, vede un fiore che gli piace, allora la sua piccola testa si occupa di quel fio­re... e poi, non potendo planare come le aquile, il povero uccellino s'interessa ancora alle piccolezze della terra. Tuttavia, dopo questi malestri, invece di andare a nascondersi in un angolino per piangere la sua miseria e morir di pentimento, l'uccellino si volge verso il Sole amato, presenta ai raggi bene­fici le alucce bagnate, geme come la rondine, e con un canto dolce racconta tutti i particolari della sua infedeltà, pensando nel suo abbandono temerario di acquistare così maggior dirit­to, attirare più pienamente l'amore di Colui che non è venuto a chiamare i giusti, bensì i peccatori.

262 - Se l'Astro adorato rimane sordo al lamento cinguet­tato della sua creaturina, se rimane velato, ebbene, la creaturina resta bagnata, accetta di essere intirizzita di freddo, e si rallegra ancora di questa sofferenza che ha pur mentata... Gesù, com'è felice il tuo uccellino di essere debole e piccolo. Oh, che sareb­be di lui se fosse grande? Mai avrebbe l'audacia di comparire alla tua presenza, di sonnecchiare dinanzi a te... Si, ecco un'altra debolezza dell'uccellino: quando vuoi fissare il Sole divino e le nuvole gli impediscono di vedere anche un solo raggio, nono­stante la sua buona volontà gli occhi gli si chiudono, la testolina si nasconde sotto l'ala, e il povero esserino si addormenta, cre­dendo di fissar sempre il suo Astro amato. Quando si desta, non si cruccia; il suo cuoricino rimane in pace, ricomincia il suo uffi­cio d'amore, invoca gli Angeli e i Santi i quali s'innalzano come aquile verso il fuoco divorante oggetto della sua brama, e le aquile, impietosite, proteggono il fratellino, e mettono in fuga gli avvoltoi che vorrebbero divorarlo.

263 - Gli avvoltoi, immagini dei demoni, l'uccellino non li teme, non è destinato a diventar la loro preda, bensì sarà preda dell'Aquila che egli contempla nel centro del Sole d'amore. O Verbo divino, tu sei l'Aquila adorata, io ti amo. Tu mi attiri, sei tu che, slanciandoti verso la terra dell'esilio, hai voluto soffrire e morire per attirare le anime fino al seno dell'intimità eterna del­la Santissima Trimtà, sei tu che, risalendo verso la Luce inacces­sibile ove soggiornerai sempre, resti pur sempre nella valle delle lacrime, nascosto entro l'aspetto di un'Ostia bianca... Aquila eterna, tu vuoi nutrire della tua sostanza divina me, povero esse­rino che rientrerei nel nulla se il tuo sguardo divino non mi des­se la vita minuto per minuto. Oh, Gesù, lasciami dire, nell'ecces­so della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva fino alla follia... Come vuoi che, dinanzi a questa follia, il mio cuore non si slanci verso te? Come potrebbe aver limiti la mia fiducia? Per te, lo so, i Santi hanno fatto anch'essi delle follie, hanno fatto grandi cose perché erano aquile.

264 - Gesù, sono troppo piccola per fare cose grandi, e la follia mia è sperare che il tuo Amore mi accolga come vittima! La mia follia consiste nel supplicare le aquile, sorelle mie, per­ché mi ottengano la grazia di volare verso il Sole dell'Amore con le ali stesse dell'Aquila divina... Così, per quanto tempo tu lo vorrai, o mio Amato, il tuo uccellino rimarrà senza forza e senza ali; terrà sempre fissi in te gli occhi; vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuoi diventare preda del tuo Amore... Un giorno, oso sperano, Aquila adorata, verrai in cerca del tuo uccellino, e risalendo con lui al focolare dell'Amore, lo immergerai per l'eternità nell'abisso ardente di quell'Amore al qùale egli si è offerto come vlttrma...

Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni



IL VOLTO DI CRISTO NELLA SACRA SCRITTURA

"Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni


I discorsi dell'addio, tramandati nel Vangelo di Giovanni, oscillano in maniera tutta singolare tra tempo ed eternità, tra l'incombere della passione di Gesù e una sua nuova presenza, essendo la passione già di per sé anche "esaltazione" del Figlio. Da una parte grava su questi discorsi l'oscurità del tradimento e della diserzione, del consegnarsi di Gesù all'estrema umiliazione della croce; dall'altra, tutto questo sembra già vinto e trasfigurato nella gloria a venire. Gesù indica la sua passione come un andarsene, preludio di un nuovo e più intenso ritorno, come un cammino di cui i discepoli già sono a conoscenza. E la domanda di Tommaso non si fa attendere: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?». La ri-sposta di Gesù è divenuta una proposizione centrale della cristologia: «Io sono la Via e la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Questa rivelazione del Signore suscita una nuova domanda - o piuttosto una richiesta - questa volta presentata da Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù risponde con una nuova rivelazione, che sotto altro aspetto introduce nella profondità della sua coscienza, nel cuore della fede cristologica della Chiesa: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,2-9). L'ancestrale aspirazione dell'uomo alla visione di Dio si era espressa nell'Antico Testamento come "ricerca del volto di Dio". Anche i discepoli di Gesù sono dei cercatori del volto di Dio: per questo hanno seguito il Maestro. E ora, nella sorprendente risposta data a Filippo ecco condensata, come in un cristallo, tutta la novità del Nuovo Testamento che irrompe attraverso Cristo: Dio si può vedere, è visibile in Cristo. Questa rivelazione, che qualifica il cristianesimo come religione della compiutezza, ovvero della presenza divina, dà adito immediato ad una nuova domanda, volta a comprendere che cosa significhi il "già-e-non-ancora" come struttura fondamentale dell'esistenza cristiana. Un interrogativo che sentiamo risuonare in tutto il cristianesimo post-apostolico: com'è possibile vedere Cristo e contemporaneamente vedere il Padre? Il Vangelo di Giovanni affronta la questione non nei discorsi del cenacolo, ma il giorno del festoso ingresso in Gerusalemme, allorché alcuni greci, venuti per la Pasqua, si presentano a Filippo, il discepolo che nel cenacolo chiederà di poter vedere il Padre.Filippo è originario di Betsaida di Galilea, una regione fortemente ellenizzata della Terra Santa, e il desiderio espresso dai greci suona: «Signore, vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,20s). E la richiesta del mondo pagano, ma è anche quella dei cristiani di tutti i tempi, e pure la nostra: Vogliamo vedere Gesù! Ma com'è possibile questo? Filippo la trasmette al Signore, facendosi accompagnare da Andrea; ma non sappiamo se l'incontro dei greci con Gesù sia realmente avvenuto. Abbiamo però la risposta di Gesù, misteriosa come quasi tutte le risposte che nel quarto Vangelo il Maestro riserva ai grandi interrogativi dell'umanità. Con le sue parole egli dischiude un orizzonte del tutto inatteso in questo momento; vede infatti, in tale richiesta, l'approssimarsi della sua glorificazione, che esprime con queste parole: «... se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (12,24). La glorificazione avviene nella passione, e da essa deriva il frutto abbondante: cioè - possiamo noi completare - la Chiesa dei gentili, l'incontro di Cristo con i greci, rappresentanti di tutti i popoli della terra.
La risposta di Gesù, in questo modo, va oltre la situazione del momento per proiettarsi nel futuro: «Certamente i greci mi vedranno, e non solo questi venuti da Filippo, ma tutto il mondo dei greci. Mi vedranno non nella mia esistenza terrena e storica, "secondo la carne" (cfr. 2Cor 5,16), ma attraverso la mia passione. Attraverso di essa io vengo, e non più soltanto in un limitato spazio fisico ma oltre tutti i confini geografici, nella vastità del mondo che desidera vedere il Padre». Gesù annuncia la sua venuta con la risurrezione, nella potenza dello Spirito Santo, e quindi un nuovo modo di "vedere" nella fede. Perciò la passione non è accantonata come qualcosa di obsoleto, ma rimane il luogo dal quale e nel quale soltanto egli può essere visto. Gesù estende la parabola del chicco di grano, che soltanto morendo diventa fecondo, a norma basilare di un'esistenza umana autentica, di un'esistenza nella fede: «Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo» (Gv 12,25s). Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos'è accaduto? L'idea del "vedere" ha assunto una dinamica insospettata. Si vede mediante un modo di vita definito "sequela". Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. E lì che, in lui, si vede anche il Padre. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia riportata da Giovanni a conclusione del racconto della passione: «Guarderanno a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cfr. Zc 12,10)2. Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell'intera esistenza. Sotto l'aspetto terminologico occorre precisare che l'espressione "volto di Cristo" non compare nei testi giovannei, che tuttavia appaiono intimamente legati ad una tematica centrale dell'Antico Testamento, il cui contenuto religioso si esprime in tutta una serie di testi come "ricerca del volto di Dio". Esiste pertanto una stretta continuità tra il giovanneo "guardare a Cristo" e il tendere veterotestamentario alla visione del volto di Dio. Paolo dà risalto anche al legame terminologico quando, nella seconda lettera ai Corinzi, parla della gloria di Dio che risplende sul volto di Cristo (4,6). Su questo torneremo più avanti. I passi neotestamentari (Giovanni e Paolo) sul vedere Dio in Cristo sono profondamente ispirati dalla pietà d'Israele e mediante essa si collegano alla storia universale delle religioni; o meglio: essi orientano verso Cristo l'indistinta aspirazione della religiosità umana, portandola a incontrare la risposta. Se vogliamo comprendere, in tutta la sua profondità, la teologia neo-testamentaria del volto di Cristo, dobbiamo richiamarci all'Antico Testamento.

La ricerca del volto di Dio nell'AT

Il termine panîm ("volto") ricorre circa 400 volte nell'Antico Testamento; quasi la metà dei passi riguarda una persona umana o qualche misterioso essere intermedio come cherubini e serafini; a Dio stesso si riferisce oltre un quarto dei passi, quindi un buon centinaio'. Questa frequenza del termine in tutta la letteratura veterotestamentaria ci suggerisce l'importanza del concetto di cui esso è tramite. Dovremo anche chiarire alcune espressioni caratteristiche, quali "cercare il volto di Dio", "splendore del volto di Dio", ecc. Come va interpretata questa nostalgia della visione in una religione che, proibendo del tutto le immagini, sembra escludere assolutamente il "vedere" dal culto e dalla pietà? A che cosa mira l'israelita quando cerca il volto di Dio, pur sapendo che non può esistere alcuna immagi-ne di lui? Si è cercato di far risalire tutto questo complesso lessicale, nelle sue svariate forme, ai culti pagani: la "visione del volto" richiamerebbe la contemplazione di un'immagine; la "luce del volto" fa pensare a divinità astrali, e così via. Si tratta di ipotesi indimostrabili, che nell'insieme hanno trovato scarso credito presso gli studiosi. Si può comunque aderire al presupposto che la terminologia della ricerca del volto di Dio provenga in qualche modo dal culto delle immagini. Ciò aiuta a comprendere meglio la radicalità del passo compiuto dall'Antico Testamento: l'immagine è abbandonata, mentre la ricerca del volto rimane. Viene meno la forma concretizzata, la riduzione della divinità ad oggetto, ma Dio conserva il suo volto. Proprio perché non riproducibile in immagini, egli rimane Colui che ha un volto, che può vedere e può essere veduto. L'antica forma cultuale, che aveva materializzato Dio riducendolo ad un "particolare", è stata dissolta, lasciando così emergere il suo significato più profondo: questo Dio ha un volto, è una "persona". Simian-Yofre nel suo art. cit. «Pànim», assai dettagliato sotto il profilo filologico, ha così riassunto la questione: «Per la sua idoneità a esprimere sentimenti e reazioni, pànîm designa il soggetto in quanto si rivolge ad altri... cioè quale soggetto di relazioni. Pànîm è un concetto che esprime relazioni». Possiamo dire che, nel venir meno del culto delle immagini, proprio col vocabolo pànîm ha preso forma il concetto di persona, e precisamente come dimensione relazionale. Accanto a pànîm occorre menzionare, quale ulteriore forma della medesima intuizione, il termine sem ("nome"): il Dio dell'Antico Testamento rivela il suo nome, col quale può essere invocato. Anche il nome è un concetto relazionale: chi ha un nome può ascoltare e rivolgere a sua volta la parola ad altri; attraverso il suo nome può essere invocato. La filosofia greca ha identificato l'idea di natura, ma non ha conosciuto il concetto e la natura della persona. Per essa la persona non esiste; c'è soltanto l'individuo, ma come una delle molteplici espressioni della natura, l'unica realtà che conta. Quella peculiarità che noi definiamo persona è invece venuta alla luce nel quadro della fede biblica, quando dal rifiuto dell'immagine emerse ciò che vi è di più autentico: quell'essenza che può vedere ed essere vista, che può ascoltare, parlare ed essere interpellata. Fu dunque secondo logica che pànîm venisse reso prevalentemente col greco prósópon ("volto/faccia"), una parola assente dalla filosofia greca come termine tecnico. E giustamente prósopon divenne in latino persona, una parola che poco alla volta vide riconosciuto il suo pieno significato anche in ambito filosofico. Inoltre, non fu un caso se l'approfondimento della nuova nozione, l'evidenziarsi del mistero della persona, avvenne proprio nella disputa sulla dottrina della Trinità. Si può ritenere questo: il termine ebraico pànîm esprime Dio come persona, come un essere che si rivolge a noi e ci ascolta, vede, parla, è capace di amare e di adirarsi; un Dio che è al di sopra d'ogni cosa e tuttavia ha davvero un volto. Esattamente in questo l'uomo è simile a Dio, è sua immagine; dal volto egli può riconoscere chi è Dio, che cos'è e com'è. Verso questo volto si orienta, lo cerca con tutto il suo cuore. Mi sembra importante che a entrambi i concetti - "nome" e "volto" -, da un lato sia soggiacente una profonda intuizione spirituale, divenuta possibile soltanto col rifiuto dell'immagine esteriore; e dall'altro che non si alimenti una nozione puramente concettuale: il guardare sensibile e l'idea del volto restano essenziali. Cerchiamo ora, attraverso un paio d'esempi, di cogliere più da vicino come concretamente, nella fede e nella pietà d'Israele, si presenti la relazione evocata dal termine papam. Risalta in primo luogo l'atteggiamento fondamentale della ricerca del volto di Dio. Recita il salmo 105,3s: «Gioisca il cuore di chi cerca.il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre il suo volto». Il salmo 24 enumera le condizioni richieste per chi desidera entrare nella santa dimora del Signore: mani pure e cuore puro. Tutto è poi condensato nelle parole: «Questa è la generazione di coloro che lo cercano, di quanti desiderano il tuo volto, o Dio di Giacobbe» (Sal 24,6). Ambedue i salmi si richiamano all'ingresso nel santuario, al corteo che introduce l'arca santa nel tempio. Non si può dun-que negare un contesto cultuale: il volto di Dio lo si può incontrare nel tempio, lo si cerca ponendosi in cammino verso il luogo santo. Tuttavia il significato di panîm va oltre il puro dato del culto. Ciò è evidente in Os 5,15, dove Dio, riferendosi a Israele, dice: «Me ne tornerò alla mia dimora, finché non si saranno pentiti e cercheranno il mio volto, e si volgeranno di nuovo a me nella loro angoscia». Questo "cercare" e "volgersi" deve abbracciare tutto l'uomo; soltanto quando egli è "giusto" con tutto il suo cuore, essendo secondo Dio, può sperare nell'incontro con il volto del Signore. Giustamente scrive Simian-Yofre: «Cercare il volto del Signore è un comando di valore universale e permanente». Ciò risulta con chiarezza dal salmo 17: la preghiera del giusto che non si lascia distogliere dalla via di Dio, anche se deve subire le aspre minacce dei suoi persecutori. Nell'insieme si delineano due forme d'esistenza. Da una parte, coloro che si affidano totalmente alle realtà materiali e se ne saziano. Senza provare invidia, il giusto sofferente dice al Signore: «Ricolma pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli e ne avanzi per la loro prole». L'orante, invece, vede il proprio destino diversamente: «Nella giustizia io contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza». Egli vuole un appagamento che non è quello del ventre; desidera saziarsi alla vista del suo Dio; sa che la sua ricerca troverà compimento nella visione. Due aspetti sono importanti in quest'ultimo testo. Innanzitutto, ciò che conferisce all' orante la capacità di vedere Dio è la giustizia. Una parola che compendia l'atteggiamento basilare della pietà veterotestamentaria, ed è l'esatto corrispondente di ciò che il Nuovo Testamento e la Chiesa chiameranno fede. La giustizia è un modo di vita conformato sulla parola di Dio, è un dimorare in questa parola mettendola in pratica. Possiamo dire: giustizia è vita secondo Dio. Il salmo 17 è in consonanza col salmo 24: la ricerca del volto di Dio è un atteggiamento che coinvolge tutta la vita; per poter alla fine contemplare il volto di Dio, l'uomo dev'essere da Dio totalmente illuminato. Va inoltre osservato che il giusto si attende il dono della visione -della beatitudine che darà compimento a tutti i suoi desideri -per il momento del "risveglio". Il salmo, in questo modo, si proietta chiaramente oltre l'esistenza storica dell'uomo; è l'attesa di un risveglio che segnerà l'inizio della vera vita. Proprio per questo il giusto si distingue dai suoi avversari senza Dio, i quali ripongono tutta la loro felicità, e quindi il fine dell'esi-stenza umana, unicamente nella soddisfazione del momento, nel successo e nella sazietà materiale. Essi restano nell'ambito del mondano, imbrigliati nei limiti temporali della vita terrena. Di conseguenza, non può valere per loro il criterio della "giustizia"; si deve allungare la mano là dove sono disponibili successo e soddisfazioni. La giustizia, come "vita secondo Dio", rinvia oltre la nuda materialità e temporalità dell'esistenza terrena. In questa luce, l'osservanza dei precetti di Dio e la prospettiva escatologica appaiono intimamente connesse. Anche se l'idea della vita nuova è qui semplicemente accennata, senza ulteriore sviluppo, l'orientamento escatologico dell'esistenza è di fatto ben evidente per chi cerca il volto di Dio con tutta la sua vita, nella certezza di poterlo contemplare "al risveglio". La ricerca del volto di Dio comporta il superamento del tempo e la speranza escatologica. L'Antico Testamento offre tuttavia anche un anticipo di "ciò che sarà". Nel salmo 24 abbiamo osservato la connessione tra la ricerca del volto di Dio e il culto, rilevando peraltro la necessità di andare oltre il culto. Nel salmo 17 l'elemento cultuale è del tutto assente, ma nella maggioranza dei testi veterotestamentari l'espressione "cercare il volto di Dio" ha un significato cultuale, anzi è addirittura un termine tecnico dell'incontro con Dio nel culto. I tre calendari liturgici (Es 23,14-19; 34,18-26; Dt 16,1-17) menzionano due volte ciascuno l'espressione. Con formulazione quasi identica si stabilisce l'obbligo per gli uomini, tre volte l'anno, di visitare il santuario ("contemplare il volto di JHwH"). «Dt 31,11 prevede, ogni sette anni, la proclamazione della legge davanti a tutto il popolo convenuto per la festa delle capanne nel santuario (di Gerusalemme) a "contemplare il volto di JHwH"». Così, l'evento cultuale diviene un incontro con Dio, una forma di contemplazione del divino; ma alla luce dell'insieme dei testi si rivela più che altro come una sorta di anticipazione, che rinvia oltre se stessa.
Quest'orizzonte complessivo si ripropone quando consideriamo le espressioni riferite alla luce del volto di Dio o all'occultarsi della sua faccia. Luce e vita sono, per l'uomo dell'Antico Testamento, concetti intimamente connessi. Quando si parla dello splendore del volto divino, s'indica Dio come fonte della vita. Sal 4,7b supplica: «Risplenda su di noi, o Signore, la luce del tuo volto», e questo per ottenere vita e salvezza. Altrove la richiesta ha come oggetto la fecondità della terra, la liberazione e la prosperità del popolo: "Rialzaci, Signore nostro Dio, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi"» (Sal 80,4.8.20). Entra in tema anche l'illuminazione del cuore, affinché l'uomo possa riconoscere i suoi peccati (Sal 90,8). Viceversa, quando Dio nasconde la sua faccia, tutto fa ritorno alla polvere. Per questo, la preghiera affinché Dio non nasconda il suo volto è supplica per la vita stessa, per la capacità di vedere, senza di che nulla può esserci di buono. Il silenzio di Dio, l'occultamento della sua faccia significano punizione. Purtroppo, il nascondersi di Dio può suscitare nel peccatore una sicurezza ingannevole, quasi che Dio non esista. Sembra possibile vivere tranquillamente senza di lui, contro di lui, voltandogli le spalle. Questa sicurezza dell'uomo senza Dio è davvero la sua più profonda rovina. Proprio in questo nostro tem-po del silenzio di Dio, quando il suo volto sembra divenuto ir-riconoscibile, non dovremmo riflettere con un po' di timore sul significato del suo nascondimento? Non dovremmo vedere in ciò la vera sciagura del mondo, e quindi con maggior forza e insistenza gridare a Dio affinché mostri il suo volto? Non si è fatta ancora più urgente, in tale situazione, la ricerca del volto di Dio?

Mosè e Cristo

A completamento di questi accenni sui presupposti veterotestamentari della ricerca del volto di Cristo e di Dio come ce la propone il NT, desidero ancora prendere in esame un testo basilare dell'AT, che lo stesso Paolo - come già è stato accennato - ha ripreso in 2Cor 3,4 - 4,6 leggendolo alla luce di Cristo. Diventa così ancor più palese tutta la novità del cristianesimo, come l'intima unità dei due Testamenti. Intendo il complesso di Es 32-34, dove si racconta il peccato d'Israele, l'adorazione del vitello d'oro, la punizione dei peccatori e infine la contesa di Mosè con Dio, per indurlo ad accogliere di nuovo il suo popolo, dal quale minacciad'allontanarsi. L'intercessione di Mosè raggiunge il suo culmine nell'offerta che fa di se stesso: «Ecco, questo popolo ha com-messo un grande peccato... Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... Se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (32,31s). Nel cap. 33 dell'Esodo il nostro tema compare in due passi che sembrano quasi contraddirsi, ma che si sono rivelati di somma importanza per la ricerca cristiana del volto di Dio. Dapprima si descrive il confidenziale rapporto tra Mosè e Dio: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con il suo vicino» (33,11). In seguito Mosè chiede a Dio: «Fammi vedere la tua gloria!». Questa è la risposta: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. [...] Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sulla rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e tu vedrai le mie spalle. Ma il mio volto non si può vedere» (33,18.20-23). Da una parte, dunque, c'è il colloquiare faccia a faccia come tra amici, dall'altra l'impossibilità di vedere in questa vita il volto di Dio: l'uomo può conoscerlo soltanto di spalle. Ovvia-mente, nella rilettura cristiana dell'Antico Testamento, questo passo doveva assumere un nuovo significato. Dalle parole di Stefano davanti al sinedrio (At 7,37) deduciamo che la promessa contenuta nel Deuteronomio restava ben presente ai cristiani: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto» (Dt 18,15). Ma in seguito Israele dovette prendere atto della malinconica considerazione con cui si chiude il Deuteronomio: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, col quale il Signore s'intratteneva faccia a faccia» (34,10). Stefano vuol di-re che la promessa, fino allora rimasta aperta, si è finalmente avverata in Gesù di Nazaret, il quale, come Mosè sul monte, ha offerto se stesso quale vittima d'espiazione. L'offerta di Mosè non era stata accolta; Cristo invece è divenuto realmente per noi peccato, ha preso su di sé la maledizione (Gal 3,13) e ora è nostro intercessore presso il Padre (1 Gv 2,1). Egli stava ininterrottamente faccia a faccia con il Padre - assai più che un profeta, assai più che un amico, ma come Figlio -, e sul suo volto rifulge per noi la gloria di Dio (2Cor 4,6). Da allora, per gli uomini, la ricerca del volto di Dio si è fatta più concreta: consiste nell'incontro con Cristo, nell'amicizia con lui, che non ci chiama più servi, ma amici (Gv 15,10). Se il conversare di Mosè faccia a faccia con Dio era per il lettore cristiano dell'Esodo un evidente richiamo a Cristo, l'impossibilità della visione piena, limitata alle "spalle di Dio", non poteva però riguardare allo stesso modo Gesù. Nella figura di Mosè era quindi significato sia il mistero di Cristo, sia il cammino dei suoi discepoli, ai quali - perciò a tutti noi, seguaci di Cristo - andava riferito il secondo testo. E questa, fondamentalmente, l'interpretazione di Es 33 presso i Padri; varia tuttavia nei particolari, in specie per il difficile riferimento alla visione delle "spalle di Dio", allo stare nella fenditura della roccia, alle mani di Dio che ci ricoprono. Personalmente, sono sempre attratto dall'interpretazione che ne dà Gregorio di Nissa. Che cosa significa poter vedere Dio soltanto di spalle - scrive il Nisseno - se non che ci è possibile incontrare Dio esclusivamente camminando dietro a Gesù; perciò solamente attraverso la sequela, che è un procedere sulle orme di Gesù, quindi alle spalle di Dio?. Vedere Dio, in questo mondo, significa fare di tutta la nostra esistenza un cammino verso il Dio vivente, nella sequela di Gesù Cristo, il quale ci addita la sua strada, che è l'itinerario del mistero pasquale di passione e morte, di risurrezione e ascensione.

Contemplare Cristo nell'esistenza cristiana

La testimonianza centrale dell'AT sulla visione del volto di Dio ci ha introdotti al NT. In che cosa consiste la vera novità nel Nuovo Testamento? Non si tratta certo di un'idea. La novità è un fatto, o meglio una persona: Gesù Cristo. Nella sua luce numerosi aspetti della religiosità veterotestamentaria si riorganizzano e assumono, soprattutto dopo la distruzione del tempio, una nuova concretezza. Adesso è lui il volto di Dio per noi. Sulla base di questa coscienza ha preso vita la grande arte delle icone, che tuttavia non possono pretendere di rappresentare la meta finale della nostra ricerca del volto di Cristo. Questo vale naturalmente anche per le cosiddette achiropite, ovvero immagini "non fatte da mano d'uomo" che secondo la tradizione avrebbero ispirato le icone di Cristo. Nella disputa tra culto delle immagini e iconoclastia era questo il punto discriminante: l'icona non può diventare un'immagine di Dio a sé stante, quasi a voler rendere la divinità materialmente afferrabile. Deve invece esprimere il dinamismo del superamento, cioè rinviare oltre se stessa, farsi invito a intraprendere la ricerca del volto del Signore: un richiamo a oltrepassare la dimensione materiale e a mantenersi sull'itinerario della sequela, che non potrà mai concludersi in questa vita. Per esprimerci ad un livello teologicamente più rigoroso: l'icona reca in sé una tensione escatologica, e soltanto in questa prospettiva è possibile contemplarla correttamente. Nel secolo XIX da questi impulsi rinasce, collegandosi a forme di pietà tardomedievale, la devozione al Sacro Volto, che giunge ad espressione somma con Teresa di Lisieux, la quale non esita a definirsi "del Bambino Gesù e del Volto Santo". Entrambi questi titoli fanno riferimento alla kénosis di Dio, al suo farsi piccolo in Cristo, al suo discendere nella povertà dell' esistenza umana. E mentre il primo sottolinea preferibilmente l'amabilità di questa discesa, il secondo mette l'accento sull'aspetto della passione, poiché in questo mondo Cristo si presenta col "capo coperto di sangue e ferite" (O caput cruentatum!). In tal modo egli rivela tutto il mistero dell'amore di Dio e il suo vero volto. Volendo approfondire ulteriormente, possiamo distinguere tre momenti basilari nella pietà cristiana - fondata sul Nuovo Testamento - della ricerca del volto di Cristo e del volto di Dio. In primo luogo la sequela, ovvero l'intera esistenza orientata all'incontro con Gesù. In essa il posto centrale spetta all'amore del prossimo; quell'amore che alla luce del crocifisso ci fa riconoscere il volto di Gesù in chi è povero, debole e sofferente. Mettendoci al servizio dei bisognosi, è lui che amiamo, a lui ci accostiamo, lo vediamo e lo tocchiamo (cfr. Mt 25,31-46). Nella realtà, ci è possibile riconoscere Gesù nei poveri soltanto se il suo vero volto già ci è divenuto familiare e prossimo, e questo soprattutto nel mistero dell'Eucaristia, dove continuamente si ripropone per noi la contesa di Mosè sul monte: ora sul monte c'è il Signore Gesù, che per noi "si fa peccato". Egli è il chicco di grano che muore, per potersi donare a tutti noi nell'Eucaristia, vero pane di vita nelle nostre mani. L'Eucaristia, come già per i discepoli di Emmaus, diventa un "vedere": lo riconosciamo allo spezzare del pane, ci cadono dagli occhi le scaglie, guardiamo a colui che abbiamo trafitto, contempliamo il suo capo insanguinato. Così, imparando a conoscere lui, possiamo riconoscerlo nei poveri. In questo senso, appartengono alla pietà liturgica la personale devozione alla passione, l'incontro intimo con Gesù e la stessa pietà popolare. La vera icona nasce da quest'incontro con Gesù e conduce a lui, e di conseguenza, irresistibilmente, anche al prossimo.
Oltre a questi due momenti, tra loro inseparabili, della contemplazione del volto di Cristo, ne riconosciamo un terzo: quello escatologico. Come l'icona è destinata a rinviare sempre oltre se stessa, così la celebrazione eucaristica esprime una ten-sione dinamica verso il Cristo che viene, verso quel "risveglio" in cui egli ci sazierà con il suo volto, con il volto del Dio trinitario. La stessa attenzione al prossimo, le varie forme dell'impegno sociale, devono mirare oltre il momento presente. L'amore, certamente, interviene dove adesso è necessario, soccorre i sofferenti e i bisognosi al presente. La teologia politica voleva posporre quest'aiuto, da offrire subito, al compito primario della costruzione di un mondo migliore. Ma si trattava, e si tratta, d'un intento presuntuoso, col quale si riducono gli individui a strumenti di sogni politici futuri, destinati per lo più a rimanere irrealizzabili. Nemmeno qui, però, manca il solito "granello di verità": in effetti, l'offerta d'aiuto al singolo fa parte della grande lotta dell'amore, della lotta della fede per il compimento del regno di Dio. Il Regno non è una realtà politica realizzabile dall'uomo, ma è dono di Dio, che a noi non è concesso di forzare. E tuttavia sta in rapporto col nostro impegno di sequela nel servizio, poiché l'amore che attraverso l'aiuto materiale non offrisse anche Dio, che non conducesse anche a Dio, che non orientasse al suo volto, darebbe sempre troppo poco. Amore del prossimo e culto sono anticipazioni di ciò che in questo mondo sopravvive come speranza; sono energie della speranza che conducono a ciò che di più grande sta per venire, cioè alla vera salvezza e al vero compimento: la contemplazione del volto di Dio.

Le religioni mondiali e la fede

A conclusione della nostra riflessione vogliamo tornare sul problema della connessione di questa tematica con la storia delle religioni nel suo insieme. Avevamo osservato come l'abolizione delle immagini cultuali - che peraltro avevano mantenuto viva la ricerca del volto di Dio - conducesse al riconoscimento di un Dio personale, e in seguito al concetto di per-sona. E a questo punto che si dividono le vie della storia religiosa. Le grandi costruzioni religiose che non conoscono un Dio personale (ad es. il neoplatonismo e il buddismo, o importanti correnti dell'induismo) enumerano comunque numerose divinità alle quali vengono rivolte preghiere, essendo in grado di aiutare o di nuocere. Queste sono raffigurabili con immagini, hanno un volto, in qualche modo sono anche persone. Sono "dèi", ma non sono Dio. Rappresentano delle potenze operanti in quello spazio intermedio, oltre il quale molti non riescono ad andare. Non appartengono al regno del "definitivo", del "totalmente altro", del vero "autentico". La realtà autentica - che Plotino chiama l'Uno, al di sopra d' ogni essere e d' ogni nome, e che nella concezione buddistica è il Nulla assoluto - non ha nome e non ha volto. Il fine ultimo di ogni purificazione e di ogni forma di salvezza sta nell'uscire dalla cerchia dei nomi e dei volti, delle distinzioni e delle contrapposizioni, per entrare nell'anonimato dell'Uno o del Nulla. La novità della religione biblica era e consiste nel fatto che quest'essere originario, il Dio vero di cui non può darsi alcuna immagine, ha nondimeno un volto e un nome, è persona. La salvezza non sta più nel cadere nell'anonimato, ma in quel "saziarsi del suo volto", che al nostro "risveglio" ci verrà concesso. A questo risveglio, a questo saziarsi il cristiano va incontro, tenendo fisso lo sguardo sul Trafitto, cercando il volto di Gesù Cristo.

In J. Ratzinger, In cammino verso Gesù, Milano 2004

Ratzinger - Benedetto XVI. Chi ha visto me ha visto il Padre





VISITA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AL SANTUARIO DEL VOLTO SANTO A MANOPPELLO (1° SETTEMBRE 2006) , 01.09.2006

Questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI, lascia in elicottero la residenza estiva di Castel Gandolfo e arriva alle ore 9.45 nel piazzale antistante il Santuario del Volto Santo a Manoppello (Chieti).
Ad accogliere il Papa al suo arrivo sono S.E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto; l’On. Ottaviano Del Turco, Presidente della Regione Abruzzo; il Presidente del Consiglio Regionale, Dott. Marino Roselli, ed altre autorità civili e militari.
Alle ore 10.00, raggiunto a piedi il sagrato del Santuario, il Santo Padre Benedetto XVI, dopo una breve adorazione al Santissimo Sacramento e una preghiera davanti la Reliquia del Volto Santo, risponde al saluto dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, S.E. Mons. Bruno Forte, con un discorso.
Al termine, il Papa, dopo una breve sosta nel Convento dei Cappuccini per salutare la Comunità religiosa, raggiunge (alle ore 11.30) il piazzale antistante il Santuario per far rientro in elicottero a Castel Gandolfo.
Pubblichiamo di seguito le parole che il Santo Padre rivolge ai fedeli presenti:



  • DISCORSO DEL SANTO PADRE

    Venerato Fratello nell’Episcopato,
    cari fratelli e sorelle!

    Desidero in primo luogo ringraziare il Signore per l’odierno incontro, semplice e familiare, in un luogo dove possiamo meditare sul mistero dell’amore divino contemplando un’icona del Volto Santo. A voi tutti qui presenti va il mio grazie più sentito per la vostra cordiale accoglienza e per l’impegno e la discrezione con cui avete favorito questo mio privato pellegrinaggio. Saluto e ringrazio in particolare il vostro Arcivescovo che si è fatto interprete dei comuni sentimenti. Grazie per i doni che mi avete offerto e che apprezzo molto proprio nella loro qualità di "segni", come li ha chiamati Mons. Forte. Sono segni, infatti, della comunione affettiva ed effettiva che lega il popolo di questa cara terra d’Abruzzo al Successore di Pietro. Un saluto speciale rivolgo a voi, sacerdoti, religiosi e religiose e seminaristi qui convenuti. Non essendo possibile incontrare l’intera Comunità diocesana, sono contento che a rappresentarla ci siate voi, persone già dedite al ministero presbiterale e alla vita consacrata o incamminate verso il sacerdozio. Persone che mi piace considerare innamorate di Cristo, attratte da Lui e impegnate a fare della propria esistenza una continua ricerca del suo Santo Volto. Un grato pensiero rivolgo infine alla comunità dei Padri Cappuccini, che ci ospita, e che da secoli si prende cura di questo santuario, meta di tanti pellegrini.

    Mentre poc’anzi sostavo in preghiera, pensavo ai primi due Apostoli, che, sollecitati da Giovanni Battista, seguirono Gesù presso il fiume Giordano – come leggiamo all’inizio del Vangelo di Giovanni (cfr Gv 1,35-37). L’evangelista narra che Gesù si voltò e domandò loro: "Che cercate?". Essi risposero: "Rabbi, dove abiti?". Ed egli: "Venite e vedrete" (cfr Gv 1,38-39). Quel giorno stesso i due che Lo seguirono fecero un’esperienza indimenticabile, che li portò a dire: "Abbiamo trovato il Messia" (Gv 1,41). Colui che poche ore prima consideravano un semplice "rabbi", aveva acquistato una identità ben precisa, quella del Cristo atteso da secoli. Ma, in realtà, quanta strada avevano ancora davanti a loro quei discepoli! Non potevano nemmeno immaginare quanto il mistero di Gesù di Nazaret potesse essere profondo; quanto il suo "volto" potesse rivelarsi insondabile, imperscrutabile. Tanto che, dopo aver vissuto insieme tre anni, Filippo, uno di loro, si sentirà dire nell’Ultima Cena: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?". E poi quelle parole che esprimono tutta la novità della rivelazione di Gesù: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9). Solo dopo la sua passione, quando lo incontreranno risorto, quando lo Spirito illuminerà le loro menti e i loro cuori, gli Apostoli comprenderanno il significato delle parole che Gesù aveva detto, e Lo riconosceranno come il Figlio di Dio, il Messia promesso per la redenzione del mondo. Diventeranno allora suoi messaggeri infaticabili, testimoni coraggiosi sino al martirio.

    "Chi ha visto me ha visto il Padre". Sì, cari fratelli e sorelle, per "vedere Dio" bisogna conoscere Cristo e lasciarsi plasmare dal suo Spirito che guida i credenti "alla verità tutta intera" (cfr Gv 16, 13). Chi incontra Gesù, chi si lascia da Lui attrarre ed è disposto a seguirlo sino al sacrificio della vita, sperimenta personalmente, come Egli ha fatto sulla croce, che solo il "chicco di grano" che cade nella terra e muore porta "molto frutto" (cfr Gv 12,24). Questa è la via di Cristo, la via dell’amore totale che vince la morte: chi la percorre e "odia la sua vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna" (Gv 12, 25). Vive cioè in Dio già su questa terra, attratto e trasformato dal fulgore del suo volto. Questa è l’esperienza dei veri amici di Dio, i santi, che hanno riconosciuto e amato nei fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi, il volto di quel Dio a lungo contemplato con amore nella preghiera. Essi sono per noi incoraggianti esempi da imitare; ci assicurano che se percorriamo con fedeltà questa via, la via dell’amore, anche noi – come canta il Salmista – ci sazieremo della presenza di Dio (cfr Sal 16[17],15).

    "Jesu... quam bonus te quaerentibus! - Quanto sei buono, Gesù, per chi ti cerca!": così avete cantato poco fa eseguendo l’antico inno "Jesu, dulcis memoria", che qualcuno attribuisce a San Bernardo. E’ un inno che acquista singolare eloquenza in questo santuario dedicato al Volto Santo e che richiama alla mente il Salmo 23(24): "Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe" (v. 6). Ma quale è "la generazione" che cerca il volto di Dio, quale generazione è degna di "salire il monte del Signore", di "stare nel suo luogo santo"? Spiega il salmista: sono coloro che hanno "mani innocenti e cuore puro", che non pronunciano menzogna, che non giurano a danno del loro prossimo (cfr vv. 3-4). Dunque, per entrare in comunione con Cristo e contemplarne il volto, per riconoscere il volto del Signore in quello dei fratelli e nelle vicende di ogni giorno, sono necessarie "mani innocenti e cuori puri". Mani innocenti, cioè esistenze illuminate dalla verità dell’amore che vince l’indifferenza, il dubbio, la menzogna e l’egoismo; ed inoltre sono necessari cuori puri, cuori rapiti dalla bellezza divina, come dice la piccola Teresa di Lisieux nella sua preghiera al Volto Santo, cuori che portano impresso il volto di Cristo.

    Cari sacerdoti, se resta impressa in voi, pastori del gregge di Cristo, la santità del suo Volto, non abbiate timore, anche i fedeli affidati alle vostre cure ne saranno contagiati e trasformati. E voi, seminaristi, che vi preparate ad essere guide responsabili del popolo cristiano, non lasciatevi attrarre da null’altro che da Gesù e dal desiderio di servire la sua Chiesa. Altrettanto vorrei dire a voi, religiosi e religiose, perché ogni vostra attività sia un visibile riflesso della bontà e della misericordia divina. "Il tuo volto, Signore, io cerco": ricercare il volto di Gesù deve essere l’anelito di tutti noi cristiani; siamo infatti noi "la generazione" che in questo tempo cerca il suo volto, il volto del "Dio di Giacobbe". Se perseveriamo nel cercare il volto del Signore, al termine del nostro pellegrinaggio terreno sarà Lui, Gesù, il nostro eterno gaudio, la nostra ricompensa e gloria per sempre: "Sis Jesu nostrum gaudium, / qui es futurus praemium: / sit nostra in te gloria, / per cuncta semper saecula".

    Questa è la certezza che ha animato i santi della vostra regione, tra i quali mi piace citare particolarmente Gabriele dell’Addolorata e Camillo de Lellis; a loro va il nostro ricordo riverente e la nostra preghiera. Ma un pensiero di speciale devozione rivolgiamo ora alla "Regina di tutti i santi", la Vergine Maria, che voi venerate in diversi santuari e cappelle sparsi nelle valli e sui monti abruzzesi. La Madonna, nel cui volto più che in ogni altra creatura si scorgono i lineamenti del Verbo incarnato, vegli sulle famiglie e sulle parrocchie, sulle città e sulle nazioni del mondo intero. Ci aiuti la Madre del Creatore a rispettare anche la natura, grande dono di Dio che qui possiamo ammirare guardando le stupende montagne che ci circondano. Questo dono, però, è sempre più esposto a seri rischi di degrado ambientale e va pertanto difeso e tutelato. Si tratta di un’urgenza che, come notava il vostro Arcivescovo, è opportunamente posta in evidenza dalla Giornata di riflessione e di preghiera per la salvaguardia del creato, che proprio oggi viene celebrata dalla Chiesa in Italia.

    Cari fratelli e sorelle, mentre ancora una volta vi ringrazio per la vostra presenza, su tutti voi e sui vostri cari invoco la benedizione di Dio con l’antica formula biblica: "Vi benedica il Signore e vi protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di voi e vi sia propizio. Il Signore rivolga su di voi il suo volto e vi conceda pace" (cfr Nm 6, 24-26). Amen!