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SABATO SANTO, VEGLIA PASQUALE, DOMENICA DI PASQUA (anno A)




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Surrexit Dominus de sepulchro qui pro nobis pependit in ligno.
Christus Resurrexit sicut dixit. Alleluia!

Christos Anesti! Alithos Anesti!


Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

Una tomba. Un corpo esanime, colpito, deturpato, perdute anche le sembianze umane. Un corpo schiacciato da ogni peccato - proviamo a contarli... - di ogni uomo, dall'inizio alla fine del mondo. Un cadavere, trafitto, tradito. Una morte ingiusta, una sentenza iniqua, l'ingiustizia trionfante. Una tomba, simulacro d'ogni nostra tomba, d'ogni ingiustizia, quelle che abbiamo subito, quelle che abbiamo inferto. Una tomba, e una pietra dove s'infrangono speranze, desideri, progetti. Una pietra a spegnere la vita. E la domanda, il sibilo sinistro del dubbio, dell'angoscia, dello struggimento. Perchè? E' la parola che bussa, prepotente, alle soglie di questa Notte, la Notte delle Notti. Scartabelliamo i ricordi, frughiamo tra le possibilità, cerchiamo risposte umane e divine e ci ritroviamo al punto di partenza. Non v'è risposta. La morte, qualunque morte, non ha risposta. In quel corpo senza vita ci sembrano riunirsi tutte le angoscie, tutti i fallimenti, tutte le paure, tutte le morti di questo mondo. Soprattutto, come in uno specchio, incontriamo i nostri cuori aggrappati alla vita eppure gravidi di terrore. Gli errori, i peccati, le distrazioni, la superficialità, le fughe.

E' Sabato Santo oggi, e la Chiesa tace. Per l'unico giorno dell'anno. E' il silenzio del sepolcro. Il nostro silenzio, attonito e stordito. Siamo proni oggi, dinnanzi ad una lapide. Stanchi anche di cercar risposte, stanchi forse, anche di sperare. Siamo, oggi, sepolti anche noi nella terra, in questo mondo che ha voltato le spalle a Dio. Ne gustiamo l'amarezza, il vuoto terribile d'una tomba oscura, chiusa dietro ad una pietra.
Siamo qui, in ginocchio. Nulla possiamo fare, nulla possiamo dire, se non uno sguardo interrogante a fissare quella pietra. Pesante. Massiccia. Irremovibile.

Ma nel silenzio ecco risuonarci un'altra domanda, come un grido a spezzare le sbarre della disperazione. "Chi ci rotolerà la pietra?". Un briciolo di speranza, un granello sfuggito alla devastazione della morte. Siamo distrutti, provati, senza forza alcuna. Eppure quella pietra sembra fissarci, e sfidarci.

E' lungo questo sabato, per alcuni dura una vita. E' stretto e angusto, e ci accorgiamo, nel silenzio e nell'angoscia, che non è per questo sabato che siamo venuti al mondo. Per lo meno, non solo per questo sabato. Il "perchè?" ripetuto all'infinito ci sgorga da dentro, sbatte sulla pietra e ci rimbalza contro. Qualcosa non quadra.
L'amore, le nozze, lo studio, il lavoro, i giochi, le vacanze, gli amici, le gravidanze, i parti, le gioie e i dolori che percorrono le nostre vite non riescono proprio ad adeguarsi a questo sabato. No, non può essere definitivo.

Sì, ora sembra guardarci quella pietra, sembra chiamarci. Gli occhi umidi e stanchi di troppe lacrime non possono sbagliarsi.
Ci attira, ci seduce, ci desidera. E' una pietra, ma sembra viva, ora.
Albeggia, guardiamo in su, ed è apparsa la stella del mattino. Allora, sta scivolando via questo sabato! Allora era vero, non siamo nati per spegnerci in una notte.

C'è una luce strana ora, mai vista. Fissiamo meglio, e la pietra dov'è? Ma sì, certo che era viva, s'è mossa infatti, rotolata via. E la tomba è spalancata, luminosa. Ci accostiamo, è vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte son lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma lui, Lui, e tutti noi sepolti nella tristezza e nell'angoscia, dove siamo? Dov'è Lui? Dov'è la morte?

Una voce, qualcuno, qualcosa ci sussurra parole strane. "Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!". Che vuol dire tutto questo, che significa? Sorpresi, stonati come pugili al tappeto, una gioia straripante mista a dubbi ci tempestano il cuore, e quella domanda che ritorna prepotente, quel "perchè?" che neanche ora ci abbandona.

Ma quelle parole, "E' risorto! Non è qui!", ci hanno sconvolto, afferrato, e non ci lasciano. Che fare ora che il sabato è volato via, che questa luce infinita ci avvolge e ci sospinge. "In Galilea!". Ecco che fare, andare in Galilea. E dov'è la Galilea, e che cos'è la Galilea? Ma sì, certo, è lì dove Lui ci ha incontrati. E' lì dove è venuto a cercarci. Dove ci ha perdonati, chiamati, amati. E' la nostra vita, la nostra povera storia di tutti i giorni, di tutte le ore. E' esattamente il luogo dove ci ha sorpreso la morte, dove avevamo smarrito speranze e risposte.

La Galilea è lì dove il "perchè?" non ha smesso un secondo di risuonarci dentro. In Galilea è la risposta. La Galilea è dove Cristo, risuscitato e vittorioso sulla morte e sul peccato, ci ha dato appuntamento.

La risposta è Lui dunque, una persona viva. Un amore vivo. La risposta, l'unica, che non appartiene a nessun criterio, a nessuna intelligenza, la risposta nascosta perfino agli angeli, è uno sguardo d'amore e di compassione. Lo sguardo di Cristo risuscitato dai morti che colma ogni vuoto, lenisce ogni ferita, asciuga ogni lacrima. Lo sguardo di Cristo che attraversa spazio e tempo e incontra, in questa Pasqua, il nostro sguardo impaurito, proprio dove siamo.

La risposta non è una risposta, è Cristo. La risposta si guarda, molto prima di pensarla e capirla. E' in questa notte, è per gli occhi di chi, dopo averne tanto sentito parlare di Lui, finalmente lo guardano. Lo fissano. E ne restano trafitti. La risposta è sperimentare, oggi, e ogni istante, il suo amore infinito, l'unico capace di rotolare la pietra del dolore e cancellare, dal cuore, il "perchè?" che ci uccide. Il Suo amore, misterioso, eppure così vero, reale, concreto. Infinito, eterno. Il Suo amore, la Vita eterna per la quale siamo nati.

Che Dio ci conceda l'incontro con questo amore, in questa Notte Santa. Buona Pasqua.



GIOVEDI'' SANTO

VENERDI'' SANTO



SABATO SANTO


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A. Elberti. E' la Pasqua del Signore Sabato Santo

J. Ratzinger. L''angoscia di un'' assenza. Meditazioni sul Sabato santo
Don Divo Barsotti. Meditazioni sul Sabato Santo
V. Messori. Sgomento, il Sepolcro è chiuso. Ma resta la fede della Madre
Sabato Santo. Meditazioni di Hamon-Bertola



VEGLIA PASQUALE


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A .Elberti. E' la Pasqua del Signore. Veglia Pasquale

D. Fabio Rosini. Commento al Vangelo della Veglia Pasquale, anno A

Von Rad. L'Esodo
J Jeremias La Pasqua

S Fausti. Commento al Vangelo della Risurrezione di Matteo
Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo Matteo

Ratzinger - Benedetto XVI. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Omelia nella Veglia Pasquale
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
Il Mistero nella dipinta croce
Per contemplare la Veglia Pasquale. Gli Exultet di Bari e Troia
La Pasqua dell''ebreo Gesù
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
La pasqua dei primi secoli

I giorni della Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Don Giussani: Cristo contro il nulla



DOMENICA DI PASQUA


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Cantalamessa, Omelia Domenica di Pasqua, anno A. Non si è cristiani se non si crede che Gesù è risorto
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"

Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla



MISTERO PASQUALE


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Paolo VI. Il Mistero Pasquale

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare

I giorni della Pasqua



ESEGESI

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo MatteoIgnace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione



EUCARESTIA

Mons. Rino Fisichella. L''eucaristia memoria del mistero pasquale
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
La Pasqua dell''ebreo Gesù



RADICI NELL''EBRAISMO

La Pasqua ebraica 1
La Pasqua ebraica 2
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
La Pasqua dell''ebreo Gesù

Joseph Ratzinger. Meditazioni e preghiere per il Sabato Santo

SABATO SANTO – Meditazioni

Prima meditazione

Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell'al di là non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l'angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell'anima.

Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant'anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara ad una teologia dopo la morte di Dio, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato Santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato Santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel credo con le parole: «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì Santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po' titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione. Sabato Santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo ad essere un grande Sabato Santo, giorno dell'assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, per cui si preparano pieni di vergogna ed angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro? Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre via crucis abbiamo fatto risuonare qualcosa di simile senza svolgere la realtà straordinaria di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto e perduta nel giro delle frasi di devozione o delle preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l'ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di Lui, giacché cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell'amore dei credenti?

L'oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato Santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. Ed ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Sabato Santo, solo attraverso il silenzio di morte di questo giorno, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà.

Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L'immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del buio di Dio per sperimentare nuovamente l'abisso della sua grandezza e l'abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui.

C'è una scena nel vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato Santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti. del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa la esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fede, non assomigliano ad una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma Egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata ci accorgeremo di quanta stoltezza fosse carica la nostra poca fede. E tuttavia o Signore non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi e gridarti: Svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l'oscurità del Sabato Santo, lascia cadere un raggio di Pasqua, anche sui nostri giorni, accompagnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere alla fine uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. Amen.

Seconda meditazione

Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato Santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù è disceso all'inferno. Nello stesso tempo l'esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato Santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome – l'esperienza della impotenza di Dio che è tuttavia l'Onnipotente – questa è l'esperienza e la miseria del nostro tempo.

Ma anche se il Sabato Santo ci si è avvicinato profondamente, anche se noi comprendiamo il Dio del Sabato Santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e i lampi, di cui parla il Vecchio Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù 'è disceso all'inferno'. Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica sheol, che sta ad indicare semplicemente tutto il regno dei morti, per cui la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è disceso nella profondità della morte, è realmente morto ed ha partecipato all'abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: cos'è realmente la morte è cosa accade effettivamente quando si scende nelle profondità della morte? Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l'ha subita, dopo che Egli l'ha accettata e penetrata, così come la vita, l'essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté venire a contatto, e di fatto venne, con l'essere proprio di Dio. Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come 'inferno', rovescio dell'esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con Colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell'orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 26,46; Mc 15,34; Sal 22,1), è divenuto partecipe delle nostre solitudini. Se un bambino si dovesse avventurare solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non ci sarebbe alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l'insicurezza, l'essere-fuori-di-sé, il carattere sinistro dell'esistenza in sé. Solo una parola umana potrebbe consolarlo, solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l'angoscia. L'angoscia, annidata nella profondità delle nostre solitudini, non può essere cacciata via mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Quest'angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma solo l'estraneità della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell'amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell'avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all'ultima e vera profondità dell'altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l'inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo poeticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull'uomo. Una cosa è certa: si dà una notte nel cui abbandono buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l'angoscia di questo mondo è in ultima analisi l'angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l'inferno: sheol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall'amore, che è talmente profonda che l'amore non può più accedere ad essa, è l'inferno.

«Disceso all'inferno» - questa confessione del Sabato Santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile ed inaccostabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è penetrato in esso e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da Lui. Nella sua profondità. l'uomo non vive di pane, ma nell'autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e può amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell'amore, allora nella morte penetra la vita: "ai tuoi fedeli o Signore la vita non è tolta, ma trasformata", prega la Chiesa nella liturgia funebre.

Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso all'inferno». Ma se qualche volta ci è dato di avvicinarci all'ora della nostra solitudine ultima, potremo comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certezza sperante che in quell'ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso presagire qualcosa di quello che avverrà. Ed in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

Terza meditazione

Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto. Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del sabato santo, allora bisognerebbe parlare soprattutto dell'effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del Salmista: e anche se mi volessi nascondere nell'inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un'aurora del mattino le prime luci della Pasqua. Se il venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del sabato santo si rifà piuttosto all'immagine della Croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminoso, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.

Il sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L'origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La Croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un'insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell'immagine della Croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all'evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell'incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità costernante dell'amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell'amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell'impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall'interno.

Ma così non abbiamo dimenticato un po' troppo la connessione tra croce e speranza, l'unità tra Oriente e la direzione della croce , tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? l' Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacchè Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire. O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua Croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, nell'oscurità della morte tu hai fatto che sorgesse una luce; nell'abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del tuo amore; in mezzo al tuo nascondimento possiamo ormai cantare l'alleluia dei salvati. Concedici l'umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando tu ci chiami nelle ore del buio, dell'abbandono, quando tutto sembra: apparire problematico; concedici in questo tempo nel quale attorno a te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi ed oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci io cammino verso la tua gloria futura. Amen.

da "Piccoli Grandi Libri"

Una meditazione sul Sabato Santo del Card Ratzinger.

Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non ci sarebbe alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l'insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell'esistenza in sé. Solo una voce umana potrebbe consolarlo, solo la mano di una persona cara potrebbe
cacciare via come un brutto sogno l'angoscia. Si dà un'angoscia - quella vera, annidata nelle profondità delle nostre solitudini - che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama.

Quest'angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l'espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può
essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell'amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell'avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all'ultima e vera profondità dell'altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l'inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo praticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo
della sua dottrina sull'uomo. Una cosa è certa: si dà una notte nel cui buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l'angoscia di questo mondo è in ultima analisi l'angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l'inferno:
sheol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall'amore, che è talmente profonda che l'amore non può più accedere ad essa, è l'inferno.

"Disceso all'inferno" - questa confessione del Sabato santo sta a
significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile ed insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da Lui: nella sua profondità l'uomo non vive di pane, ma nell'autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare.

Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: "disceso all'inferno". Ma se qualche volta ci è dato di avvicinarci all'ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certezza sperante che in quell'ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso
presagire qualcosa di quello che avverrà. Ed in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

Joseph RATZINGER, «Sabato santo», in Karl RAHNER - Joseph RATZINGER, Settimana santa, Brescia, Queriniana, 1999 (V edizione), 78-79.

A. Elberti. E' la Pasqua del Signore Sabato Santo




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A Elberti E' la Pasqua del Signore Sabato Santo







Don Divo Barsotti. Meditazioni sul Sabato Santo

La discesa di Dio fin negli abissi del nulla ("spogliò se stesso") e poi l'ascesa nel Cristo di tutta la creazione fino alla gloria del Padre celeste. La trascendenza infinita di Dio è stata violata, perché nell'abisso infinito di Dio è asceso anche l'uomo e l'uomo vive alla destra del Padre: Cristo Gesù, ma Cristo Gesù che si è fatto uno con tutti noi nella sua morte.
Sabato SantoPrima meditazione
La vita intima di Maria Santissima dopo la Morte e dopo la Resurrezione di Gesù
L'altro anno nella meditazione delle 11 del Sabato Santo si parlò della condizione propria del cristiano che sembra continuare - almeno in gran parte - la condizione propria dei discepoli dopo la morte e sepoltura di Gesù: il silenzio di Dio, l'apparente assenza di Dio. Quest'anno vorrei meditare con voi non tanto la nostra condizione in questo silenzio del Signore, ma la reazione di Maria Santissima a questo silenzio, a questo mistero dell'apparente morte di Dio (morto è Gesù ed è morto nella sua natura umana, ma non certamente Dio).Ieri la Bona nella penultima stazione della "Via Crucis" ci fece meditare sulla passione di Maria ai piedi della Croce e poi nella deposizione. Ci diceva come questa sua sofferenza era tutta illuminata dalla Fede, perciò la sofferenza fu terribile, sì, ma pur tuttavia non tragica; uno strazio certamente grandissimo e tuttavia vissuto in una certa pace, perché mentre in tutti i discepoli tranne forse in San Giovanni, è venuta meno la Fede durante la Passione del Cristo, in Maria Santissima la Fede è rimasta. In Lei, che era senza peccato, non venne mai meno né le Fede, né la Speranza, né la Carità.E ora, una volta che Gesù è sepolto, come vive Maria? Quale è stata la sua esperienza di donna, di madre, di cristiana? perché anche Maria Santissima è cristiana, appartiene all'economia cristiana. Quale è stata, dicevo, come donna e come madre? Certo Ella ha dovuto sentire il vuoto, il senso di solitudine. Sul piano psicologico è inevitabile. Non avrebbe vissuto pienamente come donna e come madre, se non l'avesse provato. E tuttavia dobbiamo anche renderci conto che Ella aveva una Fede, una Speranza, che nella morte di Cristo trovavano il loro compimento. Nella sua speranza Ella doveva sapere che con quella morte tutto era compiuto, come aveva detto Gesù sulla Croce; nella sua Fede ella doveva riconoscere che quella morte era stato il trionfo dell'Amore divino.Come si concilia nell'anima di Maria il senso profondo e vivissimo di una Fede vittoriosa, di una Speranza che trova finalmente il suo compimento, con il senso di vuoto e di solitudine, sul piano umano di lei come Madre, di lei come donna?Come in Gesù si unisce la Passione più dolorosa alla certezza assoluta del compimento della sua missione, così qualche cosa di analogo vive la Vergine. Non dobbiamo togliere nulla alla sua natura di donna, e alla sua condizione di Madre; ma non dobbiamo, per questo, togliere nulla nemmeno alla pienezza della sua Fede, alla perfezione della sua Speranza, alla purezza del suo Amore.Come Maria ha vissuto i giorni che separarono la morte del Cristo dalla sua Resurrezione? e che differenza vi fu in Lei, fra l'esperienza che Ella ha vissuto prima della morte del Cristo e la esperienza che Ella visse dopo la Resurrezione?Mi ricordo di avere detto e anche di avere scritto che io non posso credere all'apparizione di Gesù a Maria: mi sembrerebbe di far torto alla Fede della Vergine. Le apparizioni del Risorto hanno un carattere particolare nei Vangeli, quella di ridonare la Fede a chi l'aveva perduta. Di fatto le apparizioni non sono altro che degli avvenimenti di carattere apologetico, ma non dicono espressamente la gloria del Risorto, non possono dirla. La gloria del Risorto implica che l'umanità del Cristo diviene invisibile come invisibile è Dio. Di fatto le apparizioni avvengono soltanto dopo del tempo e tante quante sono necessarie, perché i discepoli siano confermati nella fede e perché siano garantiti che la morte non è stata un fallimento, ma è stata invece il compimento della missione del Cristo. Ne avevano bisogno i discepoli di queste apparizioni, ma noi non ne abbiamo bisogno perché sono sufficienti le apparizioni date agli Apostoli e tanto meno ne aveva bisogno Maria. Noi abbiamo Fede, nonostante il silenzio ora di Dio, nonostante l'invisibilità di Dio, perché ci conforta, come dice l'Epistola agli Ebrei, la testimonianza di coloro che hanno veduto.Per esempio, ieri Matteo ci parlava delle apparizioni della Madonna in Iugoslavia e lui ci credeva, senza averla vista. Altri hanno visto e su quello che gli altri hanno visto, lui fonda la sua fede che non è fede cattolica, si noti bene, perché la fede cattolica si fonda soltanto sull'esperienza degli Apostoli. La fede che si poggia sulle apparizioni è una fede sempre di carattere umano. Uno può benissimo negare le apparizioni di Lourdes senza per questo cessare di essere cattolico. Nessuno è obbligato a credere a nessuna apparizione. La rivelazione divina finisce con la morte dell'ultimo Apostolo e la Chiesa non può impormi di credere a delle apparizioni dopo la morte dell'ultimo Apostolo, perché la rivelazione è conclusa. Però c'è una fede umana che è giustificata: nelle apparizioni di Lourdes ci sono i miracoli e c'è la santità di Bernadette, così qui c'è una fede umana giustificata dalla semplicità di quei ragazzi. Per me una delle conferme più belle di queste apparizioni è proprio il fatto della semplicità con cui avvengono. Il bambino di otto anni, dopo avere visto la Madonna, è tornato a giocare, perché a otto anni non si può mica star in estasi tutto il tempo! Ed è una cosa bellissima questa, più bella forse delle altre apparizioni... perché mantiene questi veggenti nella loro condizione normale.Ritorniamo a noi. Le apparizioni perché doveva averle Maria? Non era offendere la sua Fede, se il Cristo le appariva? Perché le apparizioni non dicono quello che Gesù era, una volta risorto dalla morte. Risorto da morte, Egli partecipa della Gloria di Dio. Vedete voi Dio? No. Vedete Gesù Risorto? No. Eppure è qui! Noi lo sappiamo con assoluta certezza, perché la nostra Fede verrebbe meno se non credessimo che "là dove due o più son riuniti nel suo Nome Egli è in mezzo a loro". Egli è qui! e pur tuttavia non lo sperimentiamo, perché questa è la condizione della gloria: investe l'umanità del Cristo risorto e lo rende invisibile come invisibile è Dio. Come Dio è in ogni luogo, così il Risorto può essere presente ovunque Egli ama; Egli è là dove opera nell'economia per questo è qui; ma quando tu andrai a Bologna, lo troverai anche lì. Egli è con colui che ama. Invece questo non è vero per noi perché lo spazio e il tempo ci separano. Ma una volta che il Cristo è risorto, Egli partecipa in qualche modo delle prerogative divine. Non è immenso, si noti bene, l'umanità del Cristo non ha l'immensità di Dio, solo ne partecipa, perché l'umanità non può trasformarsi in divinità. C'è una partecipazione agli attributi divini e questa partecipazione implica che Nostro. Signore vive una partecipazione all'immensità secondo la missione che ha ricevuto. La missione sua è quella di essere capo di tutti gli uomini e di tatti gli angeli, di essere il cuore di tutto l'universo, di essere "la Presenza" si diceva nei giorni passati, cioè l'universo nuovo. Egli è là dove vi è una qualunque creatura. Non per nulla vi è un "agrafon" che dice addirittura che "è sotto la pietra" e che se intagli il legno "lo trovi lì". Egli è ovunque. Tanto è grande la creazione e tanto si fa presente il Signore.Ora, la Vergine dopo la Resurrezione certamente ha vissuto un'esperienza nuova del Figlio suo, ma non le apparizioni. Ella ha vissuto in una Fede che è certamente molto più grande della nostra, il contatto, la comunione perfetta con un Dio che, durante la sua vita, rimaneva a Lei vicino, ma non presente. Quando Maria e Gesù vivevano la loro vita mortale, quando Gesù era a Gerusalemme e Lei stava a Nazareth, poteva amarlo, poteva sapere che era vivo, ma non viveva con Lui e Lui non viveva con Lei. Gesù, avanti la morte, ha vissuto la nostra condizione mortale e passibile, era condizionato anche Lui dal tempo e dallo spazzo. Quando aveva due mesi, non sapeva camminare non sapeva parlare, non poteva avere l'intelligenza d'un bambino di sei anni. Altrimenti l'umanità del Cristo non sarebbe stata un'umanità vera che crescendo nell'età cresceva anche nella sapienza e col crescere degli anni, cresceva in santità. La santità del Cristo è relativamente trascendente sempre la santità creata, ma la santità di Lui a dieci anni, non è la santità di Lui a trentacinque. Perché Gesù Cristo è morto a trentacinque anni? (è probabilissimo che avesse trentacinque e non trent'anni). Perché è morto a trentacinque anni? Perché trentacinque anni è il colmo della vita umana. Tutte le potenze umane del Cristo, tutta la natura umana che Egli aveva assunta, trova in questa età la sua perfezione ultima: il culmine. Dopo, anche per Lui ci sarebbe stata la decadenza, a meno di un miracolo: ma per Sé Egli non ha mai compiuto nessun miracolo. Ha voluto sentir la fame e il freddo, ha voluto sentir gli oltraggi; tutto come noi. È una natura passibile.Ora durante la sua vita mortale Maria Santissima certo godeva del suo Figlio; ma sentiva anche la pena quando era lontano. Doveva conoscere le strazio di saperlo odiato, di sapere che gli altri ne volevano la morte. Poteva, sì, godere che Egli era vivo. Certamente non soffriva come soffrì ai piedi della Croce, ma nemmeno la sua gioia era perfetta. Perché? perché lo sapeva soggetto non solo alla fame, al freddo ai disagi dei viaggi, ma anche alla cattiveria degli uomini. Era una Madre, anche se Madre di un Figlio, che era Dio, ma che aveva voluto assumere la nostra natura umana con tutti i suoi condizionamenti; perché in tutto è simile a noi tranne che nel peccato. Simile a noi, dunque bambino, bambino, adolescente, adolescente, giovane; giovane; uomo, uomo, ma non vecchio perché è morto a trentacinque anni.Ed è l'insegnamento che ci dà il più grande teologo della chiesa antica, Sant'Ireneo che dice: "Egli ha voluto ricapitolare in Sé tutte le età dell'uomo, tutti i sentimenti dell'uomo, tutte le passioni dell'uomo, tutta la vita umana". Ci sarebbe da dir tante cose riguardo a questo, perché nulla gli è stato estraneo, nemmeno, si noti bene, l'amore anche umano.Evidentemente ci vuole una estrema delicatezza nel trattar questo argomento, ma certamente ha conosciuto l'amore per Maria di Magdala. Il fatto che Egli abbia accettato di essere abbracciato ai piedi, e di averle permesso di asciugarglieli coi capelli sta ad indicare un rapporto che io non avrei con nessuno di voi. Così quando incontra Maria di Betania (che è Maria di Magdala, secondo me) dopo la morte di Lazzaro, allora soltanto piange? Secondo il Vangelo di Giovanni (Cap. X) in quella circostanza con Marta comincia a discutere, parla ecc..., alla presenza di Maria rimane muto; e anche Maria non sa parlare. Non è forse vero, che quando c'è un amore profondo rimaniamo come paralizzati? Certe cose si sentono e non si dicono. E Gesù piange .mentre prima non aveva mai pianto. Certo piange per la morte di Lazzaro (ed è una cosa immensa studiare questo pianto di Gesù di fronte alla morte); però Gesù scoppia nel pianto quando vede Maria di Betania, quando Maria di Betania si fa presente davanti a Lui.E tutta la vita umana che Gesù ha vissuto, tutta l'ha vissuta in una estrema purezza. Tutto tranne il peccato, dice la Sacra Scrittura.Maria Santissima dunque ha vissuto un rapporto con Gesù durante la sua vita mortale. Il rapporto che Maria Santissima ha vissuto con Gesù durante la sua vita passibile, è il rapporto con il suo Figlio che era Figlio di Dio, ma ha vissuto questo rapporto in un modo pienamente umano, cioè vivendo Lei i condizionamenti propri della nostra natura passibile, vivendo Gesù i condizionamenti propri di una natura passibile. Una gioia immensa Ella certamente ebbe, quando ebbe suo figlio e lo vide e lo contemplò e "lo adorò beata", come dice Manzoni e lo portò nelle sue braccia. Poi questo amore divenne un amore più oblativo, perché Gesù doveva compiere la sua missione e Gesù già a dodici anni si distacca in qualche modo da Lei. L'amore oblativo: Maria sente che Gesù non appartiene soltanto a Lei. L'amore vero è un amore che cresce e diviene un amore sempre meno egoistico, se è un vero amore.Ed ecco Maria conosce già la prima sofferenza: Gesù si separa, rimane nel Tempio e Lei lo cerca e non lo trova. Deve imparare fino da quando ha dodici anni che il suo Figlio non le appartiene, ma appartiene al Padre, appartiene alla sua missione. Sicché Ella può coltivarlo ancora, covarlo con gli occhi - se volete - fintanto che Egli rimane nella sua casa di Nazareth, ma sa già in precedenza che questi giorni passeranno, che questi anni avranno fine, e un giorno hanno fine. Gesù lascia la casa ed entra nella vita pubblica, non vive più a Nazareth. Ritorna a Nazareth, ma non ci sta a Nazareth, sta a Cafarnao. Ha già abbandonato la Madre; la Madre si trova sola. Gode lo stesso del Figlio, certo; vede ora finalmente come ha sempre creduto, quello che il suo Figlio è, il Figlio di Dio; è tutta la sapienza dell'Antico Testamento che in Lui si riassume e viene trascesa. Ella contempla, Ella adora, Ella vive il suo rapporto col Figlio in un'adorazione ancora più grande, se si vuole, perché più si manifesta la sua divinità nella sua vita pubblica. Ma se la sua adorazione diviene più pura, se più grande è anche il suo amore, comincia a essere anche più grande la sua pena. Il suo amore per il Cristo esige da Lei una separazione sempre più grande: apparterrà sempre più che a Lei, ai suoi discepoli, a tutte le folle; e Lei durante tutta la sua vita, non potrà averlo più con se. Quando Ella va, trascinata dai fratelli, perché da sola non sarebbe andata...Notate che i Padri della Chiesa vedono in questo episodio dei Vangeli un peccato della Madonna. Noi non possiamo accettare una tale interpretazione, però il fatto, così come si presenta nei Vangeli, è conturbante: anche Maria va per ritrarre Gesù dal suo apostolato. No! Lei obbedisce. La Donna nell'antichità non aveva una sua indipendenza; doveva fare quello che voleva il capo di famiglia. Ora, morto Giuseppe - è quasi sicura la morte di Giuseppe prima della vita pubblica di Gesù -...Allora che cosa avviene? avviene che entra come capo della famiglia il più grande di quelli che sono detti i fratelli di Gesù. Sono detti fratelli o perché erano cugini, o perché erano nati da un precedente matrimonio di Giuseppe. Non sappiamo nulla; certamente sappiamo una cosa, che non sono fratelli di sangue del Cristo, perché Maria ha avuto un solo Figlio. Rimane Vergine anche dopo il parto; questo è di fede. Però, se si dicono fratelli, vuol dire che fan parte di quel clan che forma la famiglia di Maria. Può essere benissimo che due fratelli di Giuseppe stessero insieme, oppure che Giuseppe sia unito alla sua antica famiglia, a un fratello o a una sorella; oppure che Maria stesse insieme di Maria di Cleofa, che è la sorella di Maria, secondo il Vangelo di Giovanni. Della parentela di Gesù, in modo chiaro, non sappiamo granché; sappiamo che ci sono questi fratelli. Se sono chiamati fratelli vuol dire che fanno parte di quel nucleo, non della famiglia come ci si intende oggi (marito, moglie e figli), ma di quella famiglia che comportava anche più famiglie insieme legate fra loro da un vincolo di sangue.In questa, famiglia vi è un capo. Chi è questo capo? Giacomo. Giacomo non crede in Gesù; i fratelli di Gesù non credono in Gesù. Parlo di Giacomo, il fratello di Gesù. Il fratello di Gesù avrà Fede soltanto al momento della Resurrezione. Ci dice il vangelo degli Ebrei, - e questo lo riportano anche i Padri della Chiesa - che la prima apparizione è avvenuta a Giacomo. Giacomo che amava il suo fratello, non voleva che Gesù facesse una brutta fine e per questo voleva ritrarlo dalla vita pubblica, perché già vedeva quale odio si attirava con la sua predicazione. Ma una volta morto, ecco risorge tutto il suo amore per il fratello e allora, secondo il vangelo degli Ebrei, Giacomo fa il voto di non mangiare, né bere fintanto che Egli non risorge. La Fede, in Giacomo, nasce dopo la morte di Gesù. Gesù la prima apparizione la fa al fratello e gli dice: "Fratello Giacomo, mangia, bevi. Io sono con te". E Giacomo entra a far parte del piccolo gruppo dei discepoli. Nel Cenacolo si troverà anche Giacomo, ma non è Giacomo l'Apostolo. Vi sono tre Giacomi: vi è Giacomo, fratello di Giovanni, figlio di Zebedeo, vi è Giacomo Minore e vi è Giacomo, il Vescovo di Gerusalemme, il fratello di Gesù. La liturgia confonde il fratello di Gesù con Giacomo Apostolo, ma sono diversi. È invece il fratello che si unisce ora ai Dodici, senza essere un apostolo e come avviene nei semiti, il primato nella Comunità passa di padre in figlio e qui di fratello in fratello. Giacomo diviene il capo naturale del gruppo dei discepoli che sono a Gerusalemme. Non Pietro, ma Giacomo.Paolo sarà il capo di quelli che si convertiranno dal paganesimo; Pietro sarà il capo tanto dei giudei cristiani come dei pagani convertiti. Paolo su questo punto non è nel giusto, perché dice che è Pietro capo dei circoncisi. Non è vero nulla; Pietro è capo anche degli incirconcisi che si sono convertiti al Cristianesimo. Questo ce lo insegna il Libro gli Atti degli Apostoli che ci narra come San Pietro abbia convertito e battezzato il primo pagano, Cornelio. Il primo pagano non è stato Paolo a convertirlo, ma Pietro dopo la visione della tovaglia che scende dal cielo piena di tutti i volatili. Pietro è dunque capo degli uni e degli altri; ma là a Gerusalemme sarà Giacomo, il fratello di Gesù.Ora ecco, durante la sua vita Maria ha vissuto questa esperienza, un'esperienza certamente di grande gioia, ma anche di una pena crescente; perché non solo Gesù le apparteneva sempre meno; non solo Gesù si era sottratto alla sua tenerezza di Madre; non solo Gesù aveva lasciato la famiglia; ma era entrato in un mondo sempre a Lui più ostile, che non prometteva nulla di buono; anzi, che minacciava, come di fatto avvenne, la sua vita.Poi c'è stata la Passione. Prima, nonostante tutti i dolori, Ella lo vedeva, Ella poteva sapere che era vivo. Ora era morto. Quale è l'esperienza di Maria in questo Triduo Pasquale? e dopo la morte del Cristo? Quale sarà l'esperienza di Maria invece dopo la Resurrezione? Per Lei c'è stato quello scoppio nuovo di gioia con la Resurrezione? Penso di no. Come non penso che ci siano state delle apparizioni del Cristo alla Madonna, così non penso che ci sia stato questo scoppio di gioia. Questo ci fu per gli Apostoli, ma per il fatto che avevano riacquistato la Fede, mentre in Lei la Fede non era venuto mai meno.Dopo la Resurrezione c'è qualche cosa di nuovo in Maria: Maria vive ora al di là della sofferenza del Figlio. Fintanto che Gesù soffriva, Lei non poteva non soffrire. Ma ora Gesù non soffriva più. Anche se era morto nella sua natura umana, e perciò anche se la sua anima era separata dal corpo, quando Egli discende gli inferi, non subisce una umiliazione, ma è il primo segno della vittoria. La vittoria sull'inferno avviene quando Gesù discende negli inferi, cioè il Sabato Santo. La Resurrezione implica la glorificazione piena dell'umanità del Cristo; ma già il Cristo vince la morte con la sua morte, perché nella sua morte Egli ottiene che il limbo si apra.Ed è quello che si è letto stamane. Quello che si è letto stamane implica forse l'umiliazione del Cristo? Implica forse un fallimento dell'opera del Cristo? No, anzi è il primo atto del trionfo di Gesù. Tutti gli antichi Padri ora salgono con Lui nella gloria. Lo aveva promesso proprio al ladrone pentito che in quel medesimo giorno sarebbe entrato in Paradiso: "Hodie mecum eris in Paradiso", "Oggi stesso tu sarai con me in Paradiso".Ora Maria, che cosa vive nel Triduo? Vive la certezza di questa vittoria. È, in fondo, proprio quello che noi dovremmo vivere. Noi dobbiamo vivere questo Sabato Santo, che dura per tutto il tempo fino al secondo ritorno del Cristo, dobbiamo viverlo con i sentimenti stessi di Maria. Noi non abbiamo più bisogno delle apparizioni. Ne abbiamo avuto bisogno perché in noi la Fede non è come in Maria; per Maria la Fede non ha avuto altro fondamento che la Parola di Dio, mentre per noi ha avuto fondamento nella storia stesa della rivelazione. La nostra Fede ha la sua conferma e il suo fondamento nella Fede degli Apostoli, non nella Fede della Vergine. Ma noi ora viviamo quello che ha vissuto Maria: l'assoluta certezza del trionfo. Ella vive già una Comunione col Cristo al di là dell'esperienza sensibile.Voi potete pensare che Maria Santissima dovesse continuare il suo martirio nella sua vita mortale? Certo non aveva la pienezza di quella comunione che ebbe dopo, una volta che anche col corpo e con l'anima è entrata in Cielo; ma già vivendo quaggiù sulla terra, pensate voi che non vivesse nel Cielo? Che cosa dice San Paolo dei cristiani? "Che noi siamo resuscitati col Cristo". E ancora: "che noi sediamo alla destra del Padre col Cristo". Che cosa dobbiamo pensare di noi cristiani in due dimensioni: nella nostra esperienza psicologica e sensibile viviamo nel mondo di quaggiù e, come tutti, possiamo avere il dolore di testa, come tutti possiamo avere fame, freddo, sete, come tutti possiamo avere anche sentimenti interiori di angoscia, di tristezza, di pena. Come tutti. Non c'è nessuna differenza fra me e uno che non crede o pochissima differenza. Perché certo, la fede influisce anche sull'esperienza psicologica, ma fino a un certo punto perché anche i santi conoscono l'angoscia, anche i santi conoscono le desolazioni interiori; anche i santi possono conoscere ogni pena, sia esterna che interna.Però il cristiano vive anche un'altra dimensione e se non vivesse questa dimensione il Cristianesimo sarebbe tutto una fandonia; perché che sia venuto o che non sia venuto il Cristo ci avrebbe lasciati gli stessi. No, non ci ha lasciati gli stessi: noi viviamo in comunione con Dio. La comunione con Dio è una comunione reale. Una comunione reale che non ha un corrispettivo nell'esperienza psicologica, ma è un'esperienza spirituale: la Fede, la Speranza, e la Carità.Siamo più chiari. Come vive l'uomo la sua comunione con Dio quaggiù nella vita presente? Come l'uomo vive queste due vite? una vita per la quale egli appartiene al mondo di quaggiù e un'altra per la quale egli e compagno dei Santi e fratello degli Angeli? Dato che la nostra vita cristiana è così povera, così misera, questo dobbiamo chiederlo ai Santi. Essi hanno vissuto un'esperienza di Dio. Come? Nella cima dell'anima, come dicono i mistici (apex mentis), oppure, come dicono Santa Teresa di Gesù e San Giovanni della Croce "nel centro dell'anima", in quel centro in cui non entra nemmeno il demonio, secondo San Tommaso, in quel centro dell'anima in cui nemmeno noi possiamo entrare, se lo Spirito Santo non ci apre le porte; (noi siamo sconosciuti a noi stessi) in questo centro dell'anima Dio dimora; nell'"Apex mentis", nel vertice del suo spirito, l'uomo tocca Dio. Quando i nostri teologi ci parlano della Fede, parlano degli occhi della Fede; e quando si parla della vita cristiana, si parla di un ascolto della Parola di Dio, di Dio che parla. Ma Dio non ha voce, eppur Egli ha una Parola e la sento. Egli ci appare: la Luce! L'esperienza suprema della mistica bizantina è la luce. Non la luce che vedono i nostri occhi mortali, non la luce intelligibile, ma una luce che è al di là dell'intelligenza e tanto più della luce sensibile; è la luce nella quale entra il nostro Spirito. Una luce senza forma, ci dirà San Simeone il nuovo teologo; una luce senza limite, una luce che è l'immensità stessa di Dio, nella quale ti senti naufragare e tuttavia ti senti vivo. Perché non è il naufragio dell'esperienza mistica delle religioni asiatiche, che è come un perdere la nostra identità nell'impersonale unità dello spirito. È invece un sentirci amati, è il sentimento della divina presenza, se volete usare un termine molto equivoco, perché, se è un sentimento, sarebbe legato alla nostra psiche umana; invece è qualche cosa che trascende la psiche umana. Noi viviamo queste due vite. Maria Santissima vive però in questa dimensione spirituale in un modo infinitamente più profondo, più vivo di noi; in tal modo che, sì, Ella può soffrire ancora nel suo corpo, Ella può ancora aver fame e mangia, Ella può ancora aver sonno e dorme, Ella può conoscere, anche dopo la Resurrezione tutte le passività della natura umana; ma vive una vita spirituale di una pienezza che a noi è appena concepibile. Vive in Dio, vive di Dio; e vive in Dio e di Dio nella comunione col Cristo. Come s'è detto nei giorni passati, noi non viviamo con Dio se non in quanto siamo nel Cristo. Ora quel Cristo dal quale Ella partorendolo si era divisa, e tanto si era divisa via via che cresceva il suo Figlio... perché è questa la condizione propria della madre fintanto che lo tenete in seno, egli vive del vostro sangue, una volta partorito è già diviso da voi e quanto più cresce, tanto più si divide. Arrivato a vent'anni, se ne va via, sposa, lascia anche la vostra casa. Ed è così che deve crescere l' uomo. La madre non vive altro che un amore che tende, di per sé a una divisione sempre più grande, perché il figlio deve crescere e, crescendo, deve acquistare una propria autonomia.Ora invece che cosa avviene? Maria Santissima che aveva vissuto questo continuo processo di separazione che aveva trovato il suo compimento nella morte, dalla morte invece riottiene di ritornare in comunione con Lui. Ella è in Lui. Lui in Lei. La comunione diviene sempre più profonda, sempre più viva, anticipando la stessa vita del cielo che è pura immanenza di Cristo in noi e di noi in Cristo: "Rimanete in me ed io in voi". Ma in senso pieno!Il Cristo non dovete cercarlo nel Tabernacolo, perché è nel Tabernacolo per essere in me. Si è fatto presente sotto le specie del pane per donarsi a noi e vive lì soltanto per donarsi, per comunicarsi a me. Se io ci penso, nello stesso momento io lo ricevo, perché è lì per donarsi. In questo momento può donarsi a me! Non si donerà a me sacramentalmente, perché non lo ricevo sotto le specie del pane, ma spiritualmente sì, perché è lì per donarsi. La sua ragione è soltanto di donarsi a me, di comunicarsi a me.Ora Maria dopo la morte del suo Figlio vive questa comunione col Cristo che diverrà ogni giorno più perfetta, ma che comincia ad essere più vera proprio nell'atto stesso della sua morte. È quello che ci dice in qualche modo lo stesso Vangelo di San Giovanni; perché il Vangelo di San Giovanni dice che l'atto del morire del Cristo è il dono che Egli fa del suo Spirito. E se il Cristo ci dona il suo Spirito, noi diveniamo membra del Cristo, viviamo la sua Presenza.Dunque Gesù dona il suo Spirito e in quel momento lo riceve solo Maria, perché c'è soltanto Maria ai piedi della Croce; poi, lo riceveranno i dodici, il giorno della sua Resurrezione, la domenica, quando Egli entrerà nel Cenacolo a porte chiuse: "Ricevete lo Spirito Santo" "Accipite Spiritum Sanctum". Poi lo riceverà la Chiesa il giorno di Pentecoste: "si effonderà su tutti" come dice San Pietro! È un crescere continuo di questo dono che oggi è stato fatto anche a noi. Ma Maria l'ha ricevuto per prima: nell'atto stesso della morte, Gesù diviene intimo a Lei.Prima erano divisi, come siamo divisi noi. Notate bene, la lontananza fra me e ciascuno di voi è più grande della lontananza che c'è fra una stella e un'altra perché questa è una lontananza soltanto fisica, mentre la lontananza fra me e ciascuno di voi è una lontananza di carattere spirituale; tanto che il mondo di ciascuno di noi è sconosciuto all'altro, è aperto soltanto a Dio solo. Nemmeno a me stesso è conosciuto il mio mondo più intimo; è conosciuto soltanto da Dio. Io non mi conosco; Dio solo ci conosce.Il corpo, da una parte, è il mezzo per il quale si stabiliscono i rapporti,nella vita presente, dall'altra è nello stesso tempo un ostacolo alla penetrazione totale, all'immanenza reciproca. È dopo la morte che quest'immanenza può divenire perfetta. La morte porta a compimento l'amore. Nella morte il Cristo si dona a noi; noi possiamo donarci a Lui ed Egli ci riceve; ma soprattutto Egli vive in noi.E Gesù vive in Maria "O Jesu vivens in Maria" è la preghiera di tutta la scuola francese di spiritualità. Maria fa presente Cristo quaggiù sulla terra più di qualsiasi altra creatura perché a Lei il Cristo tutto può donarsi ed Ella tutto lo riceve. Invece noi lo riceviamo secondo la nostra fede ed è così poca la nostra fede!...Maria Santissima vive la presenza reale del Cristo risorto, non vive che questa presenza. Pur vivendo una vita umana quaggiù, Ella vive in Cristo, il Cristo vive in Lei, come dice l'Apostolo Paolo.Ecco la vita di Maria. Questa vita comincia proprio con la sua morte e si perfezionerà sempre più. Dice San Francesco di Sales nel "Teotimo" che la vita cristiana cresce in modo geometrico. Dice San Francesco di Sales: "Se la santità di Maria è più grande della santità di tutti i santi all'inizio della sua vita, quale non sarà mai stata la sua santità dopo la morte del Cristo?" Ogni minuto che passa di quale immensità di santità la riempie! Ma tutto questo in che modo? Vivendo la sua comunione col Cristo. La santità di Maria non può trascendere la santità di Gesù; Ella la riceve, ma la riceve tutta, però in quanto Gesù è il Capo della Chiesa, per questo Ella è Madre della Chiesa. In quanto Gesù è il Capo della Chiesa, la misura del Cristo è la santità di Maria.Ma in Gesù ci sono altre due santità: la "gratia unionis", la grazia dell'unione ipostatica e la santità sostanziale che è la santità di Dio stesso, del Verbo. Queste due ultime santità sono incomunicabili; appartengono a Cristo in proprio e soltanto a Lui. Ma la santità di Lui come Capo della Chiesa è la santità che è partecipata a tutti noi ed è per prima partecipata a Maria, in modo però che Maria non oppone nessuna misura al dono di Sé che Gesù le fa.Ora questo crescere di Maria nella santità avviene precisamente dopo la morte ed è per questo che Maria Santissima diviene per noi la causa esemplare della nostra santità. E la nostra santità non consiste tanto nelle virtù - le virtù sono una conseguenza - ma consiste nell'accogliere il Cristo che solo è santo, nel vivere in comunione con Lui che solo è santo, nel vivere questo rapporto con la Presenza reale del Cristo Risorto, che è Colui che ci dona il suo Spirito.Noi dobbiamo vivere questa Presenza del Cristo come l'ha vissuta Maria. Noi non possiamo vivere la Presenza del Cristo come l'hanno vissuta gli Apostoli quando lo hanno veduto; perché io non l'ho veduto mai. Notate bene, che nella storia della Chiesa si dice che appare la Madonna: non si sa se sia apparso mai Gesù, dopo Damasco. Le apparizioni di Gesù sono estremamente singolari, quasi del tutto assenti nella storia della Chiesa; è Maria che appare. Perché? perché dobbiamo vivere precisamente quello che ha vissuto Maria. Vergine dopo la Resurrezione. Dobbiamo vivere la nostra comunione col Cristo presente, vivo come l'ha vissuta Maria nella pura Fede, in una Fede che è l'organo mediante il quale noi entriamo in rapporto con l'altra realtà, che è la realtà, di Dio comunicata al mondo: Cristo Risorto.Allora se vogliamo capire cosa è stata la vita di Maria Santissima dopo la morte del Cristo fino al giorno in cui morì e fu assunta nel Cielo, noi dobbiamo, per capirlo, vivere la nostra vita cristiana, perché la nostra vita cristiana. è analoga alla sua; non è analoga alla vita. degli Apostoli. Gli Apostoli l'hanno veduto cogli occhi: era una visione apologetica perché se Egli fosse apparso loro così come era non l'avrebbero visto. Infatti quando appare prende diverse sembianze e loro non lo riconoscono. Sembra un viandante dapprima, oppure si presenta come uno che vuole comprare del pesce o appare come il giardiniere nell'orto... È lentamente che entrano, quando sono veramente entrati in comunione col Cristo, il Cristo sparisce: l'Ascensione. La quale Ascensione, voi lo sapete bene, non è un'ascensione fisica, ma il passaggio da una condizione a un'altra di ordine metafisico, che è la condizione di Dio. Egli vive ora, anche nella sua umanità, nella condizione di Dio.Noi non viviamo dunque un rapporto col Cristo come l'hanno vissuto gli Apostoli, quando l'hanno veduto dopo la Resurrezione; ma lo viviamo, come l'ha vissuto la Vergine. In questo la Vergine è molto più vicina a noi di quanto non siano vicini a noi gli Apostoli; perché mentre noi non abbiamo l'esperienza degli Apostoli, noi viviamo l'esperienza di Maria. Certo, in un modo, molto, molto povero; però proprio per questo Maria è la causa della santità cristiana. Gli Apostoli rimangono unici; nessuno può ripetere più l'esperienza degli Apostoli; tutti noi ripetiamo, molto lontanamente, l'esperienza religiosa della Vergine. Per questo la Vergine è nostra Madre, perché veramente ci comunica la Vita, ci comunica il Cristo: quel Cristo che Ella conosce, che Ella ama quel Cristo che Ella porta in Sé.Questo Sabato Santo noi dovremmo meditare questa vita interiore della Vergine, che ha vissuto un'unione col Cristo molto più profonda di quella che vive una madre col figlio che porta nel seno; perché anche il portare il bambino nel seno è sempre una presenza di ordine fisico; qui è una presenza di ordine spirituale, non meno reale, anzi più reale della presenza fisica; perché la presenza spirituale di uno come il Figlio di Dio non è certamente paragonabile alla presenza del bambino che vive nel seno della madre, perché il bambino nel seno del la madre ha una vita - per ora - puramente biologica; non può avere una vita spirituale come può averla Gesù dopo la Resurrezione. La presenza del bambino nel seno della mamma è molto inferiore alla presenza del Cristo in Maria dopo la Resurrezione, alla presenza del Cristo in noi ora, mediante la Fede; perché il Cristo che vive in noi porta con Sé tutti i suoi doni: la sua santità, la conoscenza che Egli ha del Padre, la sua purezza ineffabile, la sua obbedienza alla volontà di Dio. Porta con Sé tutto questo: è il dono di questa presenza. Come sarebbe presente in te, se non fosse Lui con la sua vita spirituale, più che con la vita fisica? Ma anche con la sua vita fisica, perché in fondo in noi si fa presente la vita passibile di Gesù, più che la sua vita gloriosa.Ma si fa presente in noi soprattutto il Cristo Risorto con la sua santità. Egli ci comunica questa santità che appartiene allo Spirito; non ci comunica invece ancora la sua glorificazione corporale. Così fu anche per Maria. Fino al giorno in cui fu assunta nel Cielo, visse anche Lei la comunione col Cristo in un corpo mortale, ma visse la comunione con la vita spirituale del Cristo. La comunione col Cristo è tutta vissuta su questo piano di comunione intima, profonda al suo rapporto col Padre, alla sua santità. Questo noi dobbiamo vivere. Noi avremmo bisogno delle apparizioni del Risorto, mentre queste apparizioni non le abbiamo; perché la nostra Fede è così povera.... così povera... così povera che ci fa anche pena. Tante volte ho detto a nostro Signore: "Spezzami, struggimi, ma fa' in modo che questo muro del mio corpo non mi impedisca di vederti", perché vedo voi e non vedo Lui. Vedo l'Irma e non vedo Gesù come vedo l'Irma. Certo, non lo posso vedere come vedo l'Irma; ma la realtà del Cristo presente è molto più vera di quanto non sia reale la vostra presenza. Perché tutto mi distrae? Perché la mia vita sensibile, la mia vita biologica, la mia esperienza psicologica rende così la mia comunione con la presenza del Cristo? Oh, che si faccia da parte tutto questo! O almeno che tutto questo non impedisca alla mia anima di vivere la mia comunione col Cristo Risorto! Sì, io fintanto che vivrò quaggiù non potrò non vivere una mia comunione col mondo fisico: ma vorrei che tutto questo non mi impedisse di vivere ogni giorno di più la mia comunione con la Presenza reale di Lui che è Risorto.La comunione di Maria con Gesù è stata sempre perfetta; ma raggiunse la sua perfezione proprio dopo la morte e la resurrezione del Cristo. Questo dobbiamo capire. Noi tante volte desidereremmo di vivere l'esperienza che ebbero gli Apostoli, quando Gesù viveva quaggiù sulla terra, desidereremmo di vivere il rapporto che ebbe Maria Santissima con Gesù, fintanto che Gesù viveva su questa terra; ma non è perfetta quella comunione. Quella Comunione diviene perfetta quando Gesù passò dalla morte. Allora fu intimo a Lei, non soltanto fu intimo a Lei fisicamente come un bambino quando è nel senso della madre, mai fu intimo a Lei in tutta la sua santità. Tutta la santità di Gesù fu sua ed Ella tutta l'accolse per vivere un'unica vita insieme al suo Figlio. Anche noi possiamo vivere un'unica vita con Cristo Gesù. Egli è in me e io in Lui.Ecco, questa è la vera vita e la vera comunione di amore.
Seconda meditazione
In questi giorni del Triduo abbiamo cantato più volte il responsorio: "Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem antem crucis; propter nos et Deus exaltavit et dedit illi nomen quod est super omne nomen". È la seconda parte dell'inno cristologico che si trova al capitolo II della Lettera di Paolo ai Filippesi. È il testo più solenne, più ricco di tutto il Nuovo Testamento che celebra il Mistero Pasquale, il mistero del Cristo, che - si può dire - è il mistero dell'economia; il mistero cioè di quel disegno divino di redenzione e di salvezza in forza del quale Dio, fin dall'eternità, aveva voluto l'Incarnazione del Figlio suo e, dopo il peccato di Adamo, la morte redentrice. Credo che convenga, prima di iniziare la Veglia Pasquale, meditare brevemente queste parole che sembrano semplici a una prima lettura e invece sono di una grande profondità. Ma prima di meditare queste parole che non sono altro che la fine dell'Inno del Cantico paolino, conviene fermarci brevemente sulla prima parte: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio".Intanto questa lezione non rende bene il testo greco che parla di "morte" e non di "fusis" perché Dio non potrebbe mai spogliarsi della sua natura. Dio rimane Dio, ma può spogliarsi (il termine che usa qui è proprio spogliarsi) della sua condizione, cioè può sospendere la manifestazione della sua potenza, la manifestazione della sua gloria, la manifestazione della sua grandezza; e rivestirsi, come ha fatto nella Incarnazione, della nostra debolezza, della nostra condizione di creatura povera, indigente, bisognosa.Perché Dio fa tutto questo? Ecco, già nei primi versetti, troviamo la rivelazione dell'amore infinito di Dio per l'uomo. L'amore è dono di sé, l'amore, come dice qui il testo "non considera un tesoro geloso" quello che ciascuno possiede perché chi ama si ordina all'altro, perché chi ama è per l'altro che ama. Nulla egli riserva per sé. Ma non soltanto l'amare implica il dono di sé all'altro, cosa questa che avverrà mediante la sua morte di Croce; prima ancora l'amore esige o che l'amato sia portato alla stessa uguaglianza con l' amante o che l'amante, al contrario, si faccia uguale all'amato. Ora siccome l'iniziativa è sempre di chi ama, è soprattutto l'amante che deve ridursi alla situazione dell'amato; perché fintanto che la condizione è diversa, sarebbe paternalismo quello di Dio il dire di amarci sei rimane nella sua grandezza. L'amore di Dio implica per Iddio di divenire uguale a noi e divenire uguale a noi vuol dire per Lui spogliarsi di questa sua gloria infinita.Dunque nei primi tre stichi si esprime prima di tutto l'uguaglianza del Verbo con Dio. Il Verbo è Dio, dice anche San Giovanni nel Prologo e questo Dio non considerando un tesero geloso, non volendo conservare gelosamente per Sé la sua grandezza, nell'amore si spoglia di questa sua condizione divina, di questa sua "morfé", di questa sua manifestazione di quello che Egli è. Si spoglia di tutto, si riduce ad essere un semplice uomo come noi. Ecco la prima visione: questo abbassamento infinito di Dio che si riveste della nostra mortalità, che si riveste della nostra debolezza, che si riveste della nostra impotenza e lo fa unicamente perché non può sopportare di esser diverso da te che egli ama. "L'amore o trova uguali - diceva già Cicerone nel "De amicitia" - o uguale ci fa". Questa è la prova dell'amore di Dio; perché fintanto che Dio non si incarna, noi non si ha la percezione di un vero amore. Egli potrebbe darci tutto, ma come un padrone da un osso al cane. La differenza fra noi e Dio è infinita; anche se ci donasse tutta la creazione, sarebbe come se ci donasse un osso qualunque. L'amore invece si dimostra nel fatto che Egli rinunzia a tutto quello che è per essere uguale a te, per mettersi sul tuo medesimo piano, perché non ci sia nessuna differenza fra Lui e te. L'amore esige questa uguaglianza; l'uguaglianza con te che sei povero, con te che sei nulla, con te che sei mortale. E Dio, assume la nostra condizione mortale.Guardate che il primo grande miracolo dell'Incarnazione è precisa mente questo. Dio poteva certo incarnarsi e di fatto si è Incarnato; ma l'Incarnazione per sé voleva dire immediatamente la glorificazione della natura umana. Come è possibile che tu ti getti nel fuoco e non ti senti bruciare? Come è possibile che la natura umana sia assunta da un Dio e questa natura umana non risplenda di tutta la gloria divina? E questa natura umana non divenga lo strumento di una onnipotenza creatrice? Invece no; lo vedete: si incarna, è un bambino che ha bisogno di tutto. Lui che viene per salvare, dev'essere salvato! Di notte l'angelo appare a Giuseppe gli dice: "Prendi il tuo bambino e vai in Egitto perché Erode vuole ucciderlo". Gesù è impotente! È Giuseppe che lo salva. Lui che viene per salvare, dev'essere salvato! È ridotto. all'impotenza come un bambino appena nato! Non cammina, non parla; ed è un uomo che salva Dio. Se poi sarà Dio che salva l'uomo, prima è stato l'uomo a salvare Dio: ha salvato Dio dall'ira di Erode, ha salvato Dio dall'odio di chi lo voleva morto fin dalla sua nascita.Ecco l'amore di Dio: un amore che si spoglia totalmente di tutto per rendersi simile a te. Non vuole che tu senta che egli è più grande di te, vuole anzi essere più piccolo di te, perché è l'uomo che salva Dio: Maria e Giuseppe non solo ne hanno cura; ma sono coloro ai quali Egli dovrà obbedire e ai quali obbedirà fintanto che non entra nella vita pubblica. "Et erat subditus illis".La contemplazione di questo mistero getta nello stupore più grande San Bernardo Abate. Le sue parole le troviamo nell'Ufficio delle Letture quando c'è il Vangelo dello smarrimento di Gesù nel Tempio: "Oh stupore! oh meraviglia! un Dio che ubbidisce alla creatura!" egli scrive. È tale l'amore di Dio che si fa inferiore a te stesso, vuole che sia tu a dargli qualche cosa. L'immensità dell'amore divino si manifesta proprio in questo che l'uomo diviene più grande di Dio. La sua natura divina rimane, ma sul piano della visibilità, sul piano della manifestazione esteriore Egli sembra avere bisogno di tutto, anche di te. Ti permette di amarlo, ma di amarlo non tanto come qualche cosa di gratuito; il tuo amore lo salva, il tuo amore deve dargli la vita. Ecco quello che è l'amore di Dio!Io non accetterei di essere soltanto amato, perché non siamo veramente amati, se siamo amati soltanto. Il fatto più grande di esser amati è di dare a noi la possibilità di amare, di aver noi la possibilità di essere sul medesimo piano e come l'altro ci dà la vita, così donargliela anche noi. E noi gli abbiamo dato la vita: gliel'ha data Maria, perché è dalla Vergine che Egli ha voluto ottenere di essere uomo; perché è da Giuseppe che Egli ha ottenuto di poter essere difeso e salvato dall'ira di Erode.Ecco lo spogliamento di Dio che è atto di amore già prima della morte di Croce. Prima della morte di Croce c'è un infinito abisso di Carità da parte di Dio: questa debolezza del Figlio di Dio, questa impotenza del Cristo appena nato.Ecco quello che ci dice qui: "Spogliò sé stesso". Si spoglia di tutto quello che è manifestazione esteriore della divinità, e si riduce ad essere quello che; secondo San Giovanni, nella I Lettera, è l'essenza più intima dell'essere divino: l'amore. Dio è amore e si manifesta come amore in questa debolezza suprema del Cristo per la quale Egli, amando, non vuole nulla per Sé e tutto si ordina all'amato. Non solo, ma vuole l'amato più grande di Sé; dall'amato si lascia salvare!"Ma spogliò sé stesso": il termine "spoglio" dice qualche cosa che sarebbe opportuno studiare, commentate e meditare profondamente; lo spiega poi in fondo negli altri stichi.''Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo": non di uomo, ma di servo" "doulos" è lo schiavo; quindi assumendo la forma di schiavo, non di servo, cioè di uno che non ha più nessun diritto perché a quei tempi gli schiavi non avevano alcun diritto riconosciuto.Non riserba nulla per Sé; si rimette totalmente agli uomini ai quali si dona; possono fare di Lui infatti qualunque cosa. Spoglia talmente Se stesso di ogni potere, che un giorno potranno dargli la morte, potranno flagellarlo, potranno sputargli in faccia, potranno calpestarlo come vogliono, tradirlo, offenderlo in tutti i modi. Si dona senza riserva, senza difesa."Spoglio Se stesso, assumendo la condizione di schiavo": lo schiavo non aveva diritti, lo schiavo era alla mercé del padrone e così Dio è alla mercé dell'uomo. Tante volte ci siamo domandati quale fosse stato il peccato degli angeli. La risposta è semplice: non può essere stato altro che il non accettare il Cristo. Anche il peccato dell'uomo non può essere altro che contro Cristo, non è mai una offesa diretta a Dio, perché non si può offendere Dio in Sé. Provate un pochino con una boccia d'inchiostro a insudiciare il Cielo, si vi riesce! È mai possibile che l'atto dell'uomo raggiunga Dio sia nell'amore, sia nell'odio? E chi sei tu? Ma nemmeno tutto l'universo raggiunge Dio! Figuriamoci l'uomo! Che cosa può fare l'uomo nei confronti di Dio? Dio è inaccessibile. Eppure c'è il peccato. Perché c'è il peccato? perché c'è l'offesa di Dio? Perché Dio si è reso passibile, si è reso accessibile, si è fatto uomo, si è fatto bambino. E con un bambino tu puoi infierire quanto vuoi; s'è fatto schiavo, ha rinunziato ad ogni diritto, ha rinunziato ad ogni difesa, ha rinunziato ad ogni potere, s'è messo nelle tue mani."Spogliò sé stesso assumendo la condizione di schiavo": non di uomo, si noti bene. L'uomo poteva avere dei diritti. Ma prima invece di uomo, si è fatto un semplice bambino, bisognoso di ogni aiuto, di ogni difesa, poi come schiavo, si è lasciato incatenare, flagellare, coronare di spine, oltraggiare. Tutti i vilipendi, tutti i tradimenti, tutto Egli ha conosciuto, come se non avesse più nulla di umano."Apparso in forma umana, umiliò sé stesso". Ora si passa a descrivere la suprema umiliazione del Cristo, che è anche la manifestazione suprema del suo amore per noi."Umiliò sé stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce". Anche qui la morte di Croce , in rapporto a quello che aveva detto prima: "la condizione di schiavo"'. Se noi, come fa qui il testo, si mette "la condizione di servo", non si capisce poi questo richiamo alla schiavitù che si esprime invece nelle parole "fino alla morte di Croce". La Croce era la condanna che era riservata agli schiavi. Infatti se gli Ebrei volevano ucciderlo, potevano, ma soltanto con la lapidazione. Era questo il modo di uccidere proprio degli Ebrei; ma gli Ebrei vogliono che Lui sia crocifisso. La crocifissione è la condanna degli schiavi, la condanna di un uomo che non ha diritto a nessun rispetto tanto che può essere flagellato prima, e crocifisso dopo, senza che vi sia alcun motivo di condanna."Apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce". È la discesa fino negli abissi più fondi dell'annientamento, come dice sia il termine greco che la versione latina: "exinanivit" annientò Se stesso, si ridusse quasi a nulla! Lui che è Dio, Lui che è tutto, Lui che è l'immenso, Lui che è l'Assoluto, si riduce a nulla per te. Umiliazione suprema. È questo che manifesta l'amore di Dio."Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce; per questo Dio lo ha esaltato". Ora riprendiamo il commento del responsorio perché è di qui che il responsorio riparte. "Cristo per noi si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di Croce". Quello che va sottolineato in questo testo è una parolina, che il Cantico suppone e qui invece viene messa esplicitamente; perché è quella che dice il senso di questa umiliazione di Dio "Per noi"... "per noi"... "Per noi"."Cristo per noi si è fatto obbediente". Questo "per noi" dice la libertà del Cristo, dice perciò la volontarietà nell'accogliere questa morte la più tormentosa, ma soprattutto la più ignominiosa che poteva Egli soffrire. "Per noi si è fatto obbediente fino alla morte". Che cos'è questa obbedienza? Che cosa il Padre gli chiede, quando gli chiede la morte? E perché il Padre gli chiede la morte? E perché il Figlio di Dio deve obbedienza?Intanto: il Figlio di Dio deve obbedienza al Padre? No. L'obbedienza suppone un inferiore nei confronti del superiore. Ora le tre persone divine sono uguali: in potenza, in dignità e in gloria. C'è comunione di amore tra una persona e l'altra, non obbedienza. Perché il Figlio di Dio obbedisce? Obbedisce perché si fa creatura. Nella sua natura umana Egli ora vive il suo rapporto col Padre nell'obbedienza: questo è vero. Ma perché questa obbedienza sarà un'obbedienza fino alla morte? Perché non è un'obbedienza gioiosa? Perché non è un'obbedienza che unendolo a Dio (l'obbedienza ci unisce a colui al quale obbediamo) unendolo a Dio non lo glorifica già? Perché Cristo con la sua obbedienza assume il peso di tutto il peccate umano. Nell'obbedienza al Padre è l'uomo peccatore, e non semplicemente l'uomo nella sua debolezza, non semplicemente l'uomo nella sua povertà; è l'uomo che assume la forma di schiavo perché assume la responsabilità dell'universale peccato, e perciò non obbedisce a Dio che in quanto rinnega se stesso con la morte.Perché tu possa unirti a Dio nell'obbedienza che cosa s'impone per te peccatore? Che tu rinneghi te stesso. È questo che esige la nostra vita cristiana. "Abneget semetipeum, tollat crucem suam et sequatur me". Per tutti noi s'impone sempre il rinnegamento di noi stessi in quanto siamo peccatori, perché fintanto che non rinneghiamo il nostro peccato, non ci può essere unione con Dio.Sapete che cosa dice Sant'Agostino a questo proposito? Dio ti condanna; se tu ti condanni, se già ti trovi d'accordo con Lui, ma bisogna che tu ti condanni: "Deus te accusat, si et tu accusas te, coniungeris Deo". Dio ti accusa come peccatore, Dio ti respinge, perché sei peccatore. Se tu respingi te stesso, se tu rifiuti te stesso, se rinneghi te stesso, ti trovi d'accordo con Lui. Il primo accordo con Dio è nella morte dell'uomo. L'uomo non potrà mai unirsi a Dio che rinnegando se stesso in quanto peccatore. E, notate bene, questo rinnegamento di noi stessi, se studiamo gli antichi Padri della Chiesa, non consiste soltanto nel rinnegare il nostro peccato, ma nel rinnegare la nostra natura peccaminosa; perché dopo il peccato originale nella nostra natura c'è sempre una complicità col peccato. Non nella nostra volontà; per questo nell'"apex mentis" c'è la comunione con Dio. Ci può essere un'unione con Dio anche sul piano psicologico; ma fondamentalmente rimane sempre, non nella nostra volontà, ma nella nostra natura più fonda una complicità, col peccato. Per questo siamo soggetti alla morte.Perché siamo soggetti alla morte? Siamo soggetti alla morte in quanto Dio non può accettare questa tua natura peccaminosa; e se tu non ti unisci a Dio nel condannarti tu vivrai la tua morte e basta; se invece ti unisci a Dio nel condannarti, allora ecco la salvezza. Salvezza che ora sarà la salvezza della tua anima, non ancora quella del tuo corpo; poi ci sarà anche la resurrezione del corpo.Voi capite il processo della nostra giustificazione, della nostra glorificazione? Perché subito dopo morti, non risorgiamo nel corpo? perché, per ora, è solo la nostra volontà, è il nostro spirito soltanto che aderisce a Dio. Domani anche il nostro corpo; ma per ora il nostro corpo rimane soggetto a tutte le conseguenze del peccato. Infatti possiamo ammalarci e tutti dovremo morire. Questo significa che nella nostra natura come tale noi ancora non siamo uniti a Dio. Continuano in noi gli effetti del peccato; viviamo ancora in una natura soggetta al peccato. Di qui ne deriva che l'unione con Dio implica il nostro morire a questa natura, a questa nostra condizione peccaminosa. Anche se non c'è il peccato attuale, ci sono come conseguenza le stigmate del peccato in una natura che è soggetta ai suoi effetti.Ed è per questo che Gesù, dato che non soltanto assume la nostra natura, ma assume anche l'universale responsabilità del peccato, è per questo che nell'obbedienza a Dio deve morire, deve distruggere questa natura che, solidale con tutti noi peccatori, deve essere come riformata attraverso il fuoco della morte. La stessa natura di Gesù deve passare attraverso la morte per conoscere la glorificazione. Egli poteva essere glorificato immediatamente, appena incarnato, se non si fosse fatto solidale con noi peccatori. Divenendo solidale con noi peccatori, l'obbedienza al Padre esige da Lui il passaggio attraverso la morte. Accetta il passaggio attraverso la morte nonostante - perché anche Lui è creatura come noi - tutta la ripugnanza che la natura umana oppone nei confronti della morte. Perché, sì, è bella la morte, ma non la morte in sé; è bello quello che viene dopo la morte. La morte di per sé ha creato anche in Gesù il senso dello sgomento, della paura; perché di suo la morte è qualche cosa che va contro la nostra natura. Infatti è la separazione dell'anima dal corpo cioè è una distruzione, anche se parziale, dell'essere umano.Gesù ha obbedito fino alla morte e alla morte ai Croce: ha voluto scendere così in basso diceva Charles de Foucould che noi non potremmo umiliarci quanto Lui si è umiliato anche se lo volessimo. Gesù di per Sé non avrebbe mai assolutamente dovuto subire nessuna, umiliazione, mentre è sceso talmente in fondo che nessuno può scendere più in fondo di Lui.Il cammino infatti dei santi sapete quale è? Si parla sempre d una ascesa del monte Calvario, o del monte Carmelo... Ma che ascesa! si tratta di scendere! La santità consiste nel discendere nel proprio fondo, perché è lì che ci si incontra col Verbo il quale ci solleva al Padre. Ma è Lui che ci solleva. Noi non riusciamo nemmeno a salir fino al soffitto; figuriamoci se si può salir fino al Cielo!Noi possiamo e dobbiamo discendere nel fondo della nostra povertà, nel fondo del nostro peccato, nel fondo della nostra impotenza e tuttavia Gesù è disceso più fondo ancora di qualsiasi santo "facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce".Ora se tutto questo cammino del Cristo è rivelazione di amore, che cosa ne viene? che la morte stessa diviene manifestazione di quello che è Dio. Questo non lo dice qui il cantico; lo dice San Giovanni: morte e resurrezione sono un unico mistero, perché, di fatto, Dio non potrebbe rivelare Se stesso, né nella sua potenza, né nella sua gloria che in questa impotenza a cui lo riduce l'amore; perché in questa impotenza si rivela un amore infinito, un amore senza limiti, un amore inconcepibile, un amore che ha veramente la misura stessa di Dio. E in San Giovanni è così e così è anche in noi. Nella misura che, come Cristo, accetteremo la volontà di Dio che esige che rinneghiamo noi stessi, noi vivremo nell'atto del nostro morire una adesione a Dio che, non nel nostro corpo ancora (la resurrezione dei corpi avverrà dopo) ma nel nostro spirito, già implica la resurrezione. Ecco l'immortalità dell'anima, che non è immortalità, ma partecipazione alla resurrezione. Il nostro spirito cioè vive già la vita divina. Che cosa è la vita, divina? È amare. Ecco quello che distingue la morte di un cristiano dalla morte di uno che non è cristiano. La morte di uno che non è cristiano, è la morte semplice. E l'uomo non vivrà che la morte per tutta l'eternità. Io invece se sono cristiano, nella mia morte vivo la mia vita, vivo l'espressione suprema del mio amore; perché non c'è un amore più grande di quello che rinnega totalmente sé per aderire alla volontà dell'altro che ama e che esige la tua morte. Cosicché la morte, nel Cristianesimo è divenuta l'espressione suprema dell'amore di Dio; ma anche l'espressione suprema dell'amore dell'uomo.Infatti perché i santi possano essere canonizzati, bisogna che si sappia come sono morti; perché è la morte che determina tutto. Nell'atto della morte noi rimaniamo eternamente, perché con la morte il tempo finisce. Perciò nell'atto della morte noi rimaniamo.Se l'atto della morte è un atto di amore, un atto di adesione a Dio, in questo atto noi viviamo e viviamo la vita stessa di Dio. Moriamo alla nostra condizione mortale, moriamo alla vita presente e Dio vive in noi.Ora noi viviamo, sì, la resurrezione, cioè viviamo la partecipazione alla vita divina, ma la viviamo nel nostro spirito e non ancora nel nostro corpo. Ma viviamo già la vita di Dio, viviamo già la vita beata. È l'amore. Quell'amore che ci unisce a Dio, quell'amore che ci unisce a tutti i fratelli, perché ci unisce a Cristo e il Cristo è tutta l'umanità redenta e il Cristo è il Figlio di Dio e perciò è uno col Padre. Viviamo questa comunione immensa di amore.Il nostro morire è quello che determina tutto. Non c'è un atto più grande, un atto più decisivo, un atto più ricco di conseguenze per tutta l'eternità. Ed è questo atto che ha determinato la glorificazione del Cristo come uomo.Che cosa vuol dire San Paolo quando parla della glorificazione del Cristo? Quando dice che a Lui si piegherà ogni ginocchio vuol forse intendere che, dato che si è tanto abbassato, ora si innalza tanto da lasciarci soli? No; la glorificazione del Cristo implica come Egli con Sé porta tutto l'universo fino al Padre, perché è il Cristo-uomo che è glorificato, quel Cristo-uomo uno con tutta la creazione visibile e invisibile. E tutta la creazione visibile e invisibile, per la morte di Cristo, ora finalmente viene glorificata ed innalzata.La glorificazione del Cristo non è la glorificazione del Figlio di Dio (Dio non ha perduto mai la sua gloria), ma la glorificazione di Colui che, facendosi uomo, si è fatto uno con tutti, uno soprattutto con gli uomini.Di qui ne viene che si può cantare, come scrive Sant'Ambrogio: "Nella resurrezione del Cristo - resurrexit in eo coelum, resurrexit in eo terra, resurrexit in eo omnis orbis terrarum". Col Cristo viene glorificato il cielo e la terra. In Cristo è tutto l'universo che sale.La morte di croce è l'atto supremo dell'amore del Cristo che si è fatto uno con tutti; in questo atto Dio si è manifestato e si è presentato come amore e in questo amore tutta quanta la creazione ora si solleva e viene glorificata; e il Cristo diviene Colui mediante il quale tutto si salva, tutto acquista la gloria finale. Dio discende fin negli abissi del nulla e il nulla ascende fino agli abissi di Dio.Ecco quello che ci dice il Cantico di San Paolo. La discesa di Dio fin negli abissi del nulla ("spogliò se stesso") e poi l'ascesa nel Cristo di tutta la creazione fino