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Il Cuore di Cristo

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. La teologia del cuore di Cristo

SOLENNITA' DEL SACRO CUORE DI GESU'





Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. Introduzione

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. La sete di Gesù in Croce

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. Il simbolismo dell'acqua e del sangue pdf

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. La teologia del cuore di Cristo

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. Oblatività e sangue di Cristo

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto Obbedienza di Cristo e obbedienza del cristiano

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Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. L'alleanza dei cuori di Gesù e Maria




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Dai "Discorsi" di un ignoto oratore africano dei V secolo.

Cristo parla ai suoi con misericordia, esorta con affettuosa bontà quelli che sono consacrati al suo nome: Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non sei servo, ma amico quando compi quello che io ti prescrivo. Non sei un dipendente, ma mio congiunto in amore se ti dedichi a quanto io ordino. Allora da schiavo sarai trasformato in amico, da servo in familiare; dalla zona degli estranei potrai entrare nella cerchia degli intimi. Il peccato non. ti può più bollare con il marchio di schiavo perché la mia misericordia ti ha stretto a me in amicizia.
E' stata stroncata la colpa che ti aveva ridotto nella più abietta degradazione, perché con il perdono ti ho destinato a regnare accanto a me. Cerca solo di serbare intatta la fedeltà, e con essa l'amore che corre sullo stesso filo. Siamo, tu ed io, una sola cosa. Unico perciò sia il volere di entrambi, di me che comando e di te che attui, perché pure comune ci sia il regnare nel cielo. Nascendo ho assunto io stesso l'uomo e unito con lui sono apparso in quanto Dio; tu pure, che sei uomo e mi hai ricevuto attraverso la grazia, sei stato unito a me tuo redentore e mi sarai associato in cielo, come ora mi sei unito nel mondo.

Non i tuoi meriti, ma la mia tenerezza ti ha donato l'amicizia. La mia bontà ti ha reso amabile, non certo le tue prestazioni. Non hai meritato nulla e sei mio amico. Ma comincerai a meritarlo se compirai quello che ti comando. Anzi, non potrai essermi amico se non ti dedicherai con amore a realizzare miei precetti. Per redimerti scesi in terra e tu per restare con me dovrai trasferirti in cielo. Tra gli umani amicizia e amici formano un blocco dovunque ci si stringe in comunione, essa dura finché persiste la fedeltà agli impegni presi. Insomma, togli l'amore, l'amicizia naufragherà; togli la fedeltà e gli uomini non si associeranno più. Come dall'amore spunta l'amicizia, cosi la vita comunitaria è cementata dalla fedeltà. Il tipo sprezzante non ha amici e lo sleale è bandito da ogni comunità.
Perciò tutti i santi apostoli raggiunsero il vertice dell'amicizia divina. Anche i patriarchi pervennero all'amore di Dio. Pensiamo ad Abramo che obbedì ai comandi divini, osservò i suoi precetti per cui divenne il padre dei credenti del vecchio e poi del nuovo Testamento.

Chiunque sei che discendi dalla stirpe di Abramo e ti vanti d'esserne figlio, se davvero è così, imita tuo padre. Sei l'amico di Cristo? Segui i suoi comandi per gioire della sua familiarità, conquistata con un comportamento che gli rende onore. Se un potente della terra volesse stabilirti suo erede, farti suo amico, addirittura adottarti come figlio, al colmo dell'ammirazione e dello stupore non ti voteresti corpo ed anima al suo servizio? Escogiteresti ogni forma di onore, eseguiresti puntualmente i tuoi obblighi nella tema che quello offeso cambi parere e determinazione, trasferendo ad un altro magari migliore di te, il bene che voleva concederti. Ora Dio ti ha stabilito suo erede, Cristo ti ha abbracciato come amico e per lui sei divenuto il figlio del Padre suo. Se tu sei l'erede, conserva quanto il testatore ti ha affidato. Da autentico amico dimostra che nulla può spezzare il tuo rapporto. Se sei figlio, svela in te la fisionomia paterna. Il testamento manifesta l'erede, il servizio l'amico, l'amore il figlio. Sull'onda di questi simboli, è cristiano chi ne attua gli impegni, il compiacimento per essere l'amico di Cristo deve sbocciare da questa premessa: Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. "Tu sei mio caro amico se fai quel che ti dico" sentenzia il proverbio. Tralasciare se non addirittura disprezzare il volere dell'amico in realtà è seppellire l'amicizia.

Diciamo anzitutto che hai raggiunto le stelle, o cultore di Dio. Però da dove ti proviene la fortuna di stringere amicizia con Cristo, di accedere all'intimità con il Signore? Dal merito? Non il nostro, ma quello di Cristo, è ovvio. Dalla preghiera? Il suo frutto dipende soltanto dal fatto che il Maestro è lui a presentarla al Padre. Né merito, né preghiera, né altre prerogative affini sono il retroscena di quell'entusiasmante approdo. L'unica risposta spetta alla tenerezza di Dio che ce l'ha donata tramite Cristo. Per noi lui si rivesti di un corpo mortale, portò la croce, penetrò negli inferi, risorse vincitore, ascese al cielo e ci ha accolti nella sua amicizia per pura gratuità, dicendo: Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando. In altri termini: voglio stringerti in amicizia con me, prediligerti come mio intimo, spalancarti il cuore purché tu dia ascolto alle mie richieste, tu compia quanto io esigo e ti applichi con accurata premura a ciò che ti suggerisco. D'altronde non puoi essere amato, se disprezzi; ma non sarai schernito se servi, né sarai servo obbedendo. Anzi, rinsalderai l'amicizia col mandare ad effetto i miei comandi.

PAOLO VI. INVESTIGABILES DIVITIAS CHRISTI

LETTERA APOSTOLICA AI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI DELL'INTERO MONDO CATTOLICO, NEL SECONDO CENTENARIO DELLA ISTITUZIONE DELLA FESTA LITURGICA IN ONORE DEL SS. CUORE DI GESÙ.

Venerabili Fratelli, salute e apostolica benedizione.


L'imperscrutabile ricchezza di Cristo (Ef 3, 8), sgorgata dal fianco squarciato del Redentore divino nel momento in cui, morendo sulla croce, egli riconciliò col Padre celeste il genere umano, è stata posta in luce così fulgida in questi ultimi tempi dai progressi del culto al Ss. Cuore di Gesù, che lietissimi frutti ne sono derivati a beneficio della Chiesa.
Infatti, dopo che il nostro misericordioso Salvatore, apparendo, come si riferisce, alla eletta religiosa Margherita Maria Alacoque nella cittadina di Paray-le-Monial, ripetutamente domandò che tutti gli uomini, come in una pubblica gara di preghiere, onorassero il suo Cuore, ferito per amore nostro, e in tutti i modi riparassero le offese ad esso arrecate, il culto verso il S. Cuore - già in diversi luoghi prestato per opera e impulso di san Giovanni Eudes - meravigliosamente fiorì presso il clero e il popolo cristiano, e si diffuse in tutti i continenti. La Sede Apostolica aveva portato il coronamento a questa venerazione, quando, il 6 febbraio del 1765, Clemente XIII, Nostro Predecessore di v. m., accogliendo le richieste dei Vescovi di Polonia e della Arciconfraternita Romana intitolata al Cuore di Gesù, concesse alla nobile Nazione Polacca e al menzionato Sodalizio romano di celebrare la festa liturgica in onore del Sacro Cuore, con l'Ufficio e la Messa propria, e approvò così il relativo decreto, già emanato dalla S. Congregazione dei Riti il 26 gennaio di quell'anno (Cf Pio XII, Lett. enc. Haurietis aquas: AAS 48 (1956), p. 341; A. GARDELLINI, Decreta authentica S.R.C., T. II, 1856, n. 4324; T. III, n. 4579, 3).

In tal modo, avveniva che, dopo appena settantacinque anni dalla morte dell'umile Suora Visitandina, entrassero in uso la festa liturgica e particolari riti in onore del Ss. Cuore di Gesù: e tutto ciò era accolto non soltanto dal Re, dai Vescovi e dai fedeli della Polonia unitamente ai membri dell'Arciconfraternita Romana del S. Cuore, bensì anche dalle suore dell'Ordine della Visitazione, da tutta quest'alma Città, dai Vescovi e dalla Regina della Nazione Francese, dai superiori e dai religiosi della Compagnia di Gesù, sicché in breve tempo il culto del S. Cuore si estese a quasi tutta la Chiesa, suscitando nelle anime cospicui frutti di santità.
Abbiamo quindi appreso con vivo compiacimento che si stanno qua e là preparando solenni commemorazioni, ricorrendo il secondo centenario della fausta istituzione: e che soprattutto ciò avviene nella diocesi di Autun, nella quale si trova la cittadina di Paray-le-Monial, e specialmente nello splendido tempio, che colà sorge, ove confluiscono da ogni parte le pie folle dei pellegrini, che vengono a venerare il luogo dove, come si crede, i segreti del Cuore di Gesù furono sì meravigliosamente rivelati e si diffusero in tutto il mondo.

Ecco pertanto i Nostri desideri, la Nostra volontà: che cioè, in questa occasione, l'istituzione della festa del S. Cuore, messa opportunamente in luce, sia celebrata con degno rilievo da voi tutti, Venerabili Fratelli, che siete i Vescovi della Chiesa di Dio, e dalle popolazioni a voi affidate. Desideriamo che a tutte le categorie dei fedeli siano spiegati nel modo più adatto e completo i profondi e reconditi fondamenti dottrinali, che illustrano gli infiniti tesori di carità del Sacro Cuore; e che si indìcano particolari funzioni sacre, che accendano sempre di più la devozione verso tale culto, degno della più alta considerazione, allo scopo di ottenere che tutti i cristiani, animati da nuove disposizioni di spirito, prestino il dovuto onore a quel Cuore divino, riparino gli innumerevoli peccati con attestazioni di ossequio sempre più fervorose, e conformino l'intera vita ai precetti della vera carità, che è il compimento della legge (Cf Rom 13,10).
Poiché infatti il Ss. Cuore di Gesù, fornace ardente di carità, è simbolo ed espressiva immagine di quell'eterno amore, nel quale Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figliuolo unigenito (Io. 3,16), siamo certi che dette commemorazioni contribuiranno moltissimo a far sì che le ricchezze dell'amore divino siano profondamente scrutate e bene comprese; e nutriamo altresì la fiducia che i fedeli tutti ne sappiano trarre ispirazione sempre più risoluta a configurare al Vangelo la propria vita, a emendare diligentemente i costumi, a mettere in pratica la legge del Signore.

Ma in primo luogo desideriamo che, per mezzo di una più intensa partecipazione al Sacramento dell'altare, sia onorato il Cuore di Gesù, il cui dono più grande è appunto l'Eucaristia. Nel sacrificio eucaristico, infatti, si immola e si riceve il nostro Salvatore, sempre vivo a intercedere per noi (Ebr. 7, 25), il cui Cuore fu aperto dalla lancia del soldato, e riversò sull'umano genere il fiotto del suo Sangue prezioso, commisto ad acqua; in questo eccelso sacramento, inoltre, che è vertice e centro degli altri Sacramenti, la dolcezza spirituale è gustata nella sua stessa sorgente, e si ricorda quell'insigne carità, che Cristo ha dimostrato nella sua passione (S. TOMMASO D'AQUINO, Opusculum 57). Bisogna dunque che - per usare le parole di san Giovanni Damasceno - ci accostiamo a lui con desiderio ardente... affinché il fuoco del nostro desiderio, ricevendo come l'ardore della brace, distrugga, bruciandoli, i nostri peccati e illumini i cuori, e in tal modo, nel contatto abituale col fuoco divino, diventiamo ardenti pure noi e simili a Dio (S. Giovanni Damasceno, De fide orthod., 4, 13: PG 94, 1150).
Questa ragione ci sembra quindi massimamente idonea a far sì che il culto al S. Cuore, che - lo diciamo con dolore - si è in alcuni un po' affievolito, rifiorisca ogni giorno di più, e sia da tutti considerato come una forma nobilissima e degna di quella vera pietà, che al nostro tempo, specialmente per opera del Concilio Vaticano II, viene insistentemente richiesta verso il Cristo Gesù, re e centro di tutti i cuori, capo del corpo, che è la Chiesa... il principio, il primogenito dei redivivi, affinché in tutto abbia lui il primato (Col 1,18).

E siccome il Sacrosanto Concilio Ecumenico raccomanda grandemente i pii esercizi del popolo cristiano... specialmente quando sono fatti per volontà della Sede Apostolica (CONC. VAT. II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 13), questa forma di devozione sembra doversi sommamente inculcare: di fatto, come abbiamo sopra ricordato, essa consiste essenzialmente nell'adorazione e nella riparazione, degnamente prestata al Cristo, ed è fondata soprattutto nell'augusto mistero dell'Eucaristia, da cui, come dalle altre azioni liturgiche, consegue quella santificazione degli uomini in Cristo, e quella glorificazione di Dio, a cui tendono tutte le altre opere della Chiesa, come al loro fine (CONC. VAT. II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 10).
Con l'augurio che le celebrazioni, che vorrete indire, possano contribuire nel modo più efficace a duraturi progressi della vita cristiana, invochiamo su di voi i doni abbondanti del divino Redentore, mentre, in pegno della Nostra benevolenza, impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, a tutti i sacerdoti, alle comunità religiose e ai fedeli, affidati alle vostre cure, la nostra Apostolica Benedizione.

Roma, presso la basilica di San Pietro, il 6 febbraio dell'anno 1965, secondo del nostro pontificato.

PAOLO PP. VI

dom Prosper Guéranger. LA FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ

dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 413-417

VENERDÌ DELLA SECONDA SETTIMANA DOPO PENTECOSTE

LA FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ


Oggi la Chiesa ci propone di onorare con un culto speciale il Cuore sacratissimo di Gesù di cui il sacramento ci ha già rivelato l'immensa tenerezza. E per stimolarci ad onorare quel Cuore divino con maggior rispetto e devozione, Pio XI ha elevato questa festa al rito di doppio di prima classe e messo la sua Ottava alla pari di quelle di Natale e dell'Ascensione [1]. Il culto del Sacro Cuore - scriveva egli ancora Cardinale - è la quintessenza stessa del cristianesimo, il compendio e il sommario di tutta la religione. Il cristianesimo, opera d'amore nel suo inizio, nei suoi progressi e nel suo compimento non potrebbe essere identificato assolutamente con nessuna altra devozione come con quella del Sacro Cuore [2].

Oggetto della devozione al Sacro Cuore.

L'oggetto della devozione al Sacro Cuore è lo stesso Cuore ardente d'amore per Dio e per gli uomini. Dall'Incarnazione infatti Nostro Signor Gesù Cristo è l'oggetto dell'adorazione e dell'amore di ogni creatura, non soltanto come Dio ma come Uomo-Dio. Essendo la divinità e l'umanità unite nell'unica persona del Verbo divino, Egli merita tanto come Uomo che come Dio tutti gli omaggi del nostro culto; e come in Dio tutte le perfezioni sono adorabili, così pure in Cristo tutto è adorabile: il suo corpo, il suo sangue, le sue piaghe, il suo cuore, e per questo la Chiesa ha voluto offrire alla nostra adorazione questi oggetti sacri.

Il cuore di carne dell'Uomo-Dio.

In questo giorno essa ci mostra soprattutto il Cuore del Salvatore e ci chiede di onorarlo sia che lo consideriamo in se stesso sia che lo consideriamo come il simbolo vivente della sua carità.

In se stesso, questo Cuore di Gesù, per quanto sia solo un poco di carne, è già degno del nostro culto. Nella vita naturale del corpo umano, non è forse il cuore l'organo più nobile e più necessario, quello che distribuisce a tutte le membra il sangue che vivifica, che nutre, che rigenera e purifica? Adorare il Cuore di Gesù significa adorare per così dire, nel suo principio, nel suo fulcro, la vita di sacrificio e d'immolazione del nostro Salvatore. Significa adorare il prezioso recettacolo in cui le ultime gocce del sangue divino hanno atteso, per effondersi, che venisse a colpirlo la lancia di Longino. Quel cuore squarciato rimane per sempre come la testimonianza d'una vita che si è data interamente per la salvezza del mondo.

Nell'ordine morale, il cuore di carne occupa un posto altrettanto importante. Da sempre esso è considerato come la sede della vita affettiva dell'uomo, perché è l'organo che ne risente nella maniera più sensibile tutte le fluttuazioni. Le sue pulsazioni battono al ritmo dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, delle nostre passioni. Il linguaggio ha consacrato questo modo di vedere: è il cuore che ama, che compatisce, che soffre, si sacrifica e si dona. E come la bassezza di cuore genera tutti i vizi, così pure il cuore nobile ed elevato è la sorgente da cui s'irradiano insieme con l'amore tutte le virtù. Gesù, vero uomo, ha parlato così di se stesso. Ha offerto il suo cuore umano alla nostra contemplazione, mostrandolo circondato di fiamme ardenti e dicendo: "Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini", che lo ha portato verso tutte le sofferenze e le miserie dell'umanità, che ha avuto pietà dell'immensa moltitudine delle anime, e che Gli ha ispirato non solo di moltiplicare i miracoli, ma di istituire la Santissima Eucaristia, di fondare la Chiesa, di soffrire e di morire per riscattarci.

Se il cuore è per noi il centro in cui sono raccolte e il focolaio da cui s'irradiano le doti e le virtù, se sappiamo rendere omaggio al cuore delle persone particolarmente benefiche, quanto più non dobbiamo onorare il Cuore di Gesù come l'abisso, il santuario, il tabernacolo di tutte le virtù? Gli Inni dell'Ufficio e le Litanie le descrivono in numerose invocazioni che noi ripeteremo e mediteremo in questi giorni. E onde persuaderci ancor più dell'importanza e dell'utilità della devozione al Sacro Cuore, concludiamo ascoltando quanto scrive un certosino di Treviri morto nel 1461. Le sue parole saranno per noi un'indicazione di quello che dobbiamo fare per entrare nelle intenzioni della Chiesa che sono quelle stesse del suo celeste Sposo: "Se volete completamente e facilmente purificarvi dei vostri peccati, liberarvi delle vostre passioni e arricchirvi di tutti i beni… mettetevi alla scuola dell'eterna carità. Riponete, immergete spesso in ispirito... tutto il vostro cuore e la vostra mente nel Cuore dolcissimo di Nostro Signor Gesù Cristo in croce. Quel Cuore è pieno d'amore... Mediante lui noi abbiamo accesso al Padre nell'unità di spirito; egli abbraccia d'un immenso amore tutti gli eletti... In quel Cuore dolcissimo si trova ogni sorta di virtù, la fonte della vita, la consolazione perfetta, la vera luce che illumina ogni uomo, ma soprattutto chi ha fatto devotamente ricorso a Lui in ogni afflizione e necessità. Tutto il bene che si può desiderare lo si attinge abbondante in lui; ogni salvezza ed ogni grazia ci vengono da quel Cuore dolcissimo, e non da altrove. Esso è il focolare dell'amore divino che brucia sempre del fuoco dello Spirito Santo, che purifica, consuma e trasforma in sé tutti coloro che Gli sono uniti e che desiderano attaccarsi a Lui. Ora come ogni bene ci viene da questo Cuore dolcissimo di Gesù, così pure tutto dovete riferirvi... tutto restituirgli senza nulla attribuire a voi... In quello stesso Cuore confesserete i vostri peccati, domanderete perdono e grazia, loderete e ringrazierete... Per questo bacerete spesso con riconoscenza quel Cuore piissimo di Gesù inseparabilmente unito al Cuore divino, dove sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio, un'immagine, voglio dire, sia di quel Cuore, sia del Crocifisso. Aspirerete senza posa a contemplarlo faccia a faccia confidandogli le vostre pene; attirerete così nel vostro cuore il suo spirito e il suo amore, le sue grazie e le sue virtù; a Lui ricorrerete nei beni e nei mali, in Lui avrete fiducia, a Lui vi attaccherete, in Lui abiterete, affinché, in cambio, si degni di porre la sua dimora nel vostro cuore; e qui infine dormirete dolcemente e riposerete nella pace. Poiché anche se i cuori di tutti i mortali vi abbandonassero, quel Cuore fedelissimo non vi ingannerà e non vi abbandonerà mai. E non trascurerete di onorare devotamente e di invocare anche la gloriosa Madre di Dio e dolcissima Vergine Maria, perché si degni di impetrarvi dal Cuore dolcissimo del suo Figliolo tutto quanto vi sarà necessario. In cambio, voi offrirete tutto al Cuore di Gesù attraverso le sue mani benedette" [3].

MESSA

EPISTOLA (Ef 3, 8-19). - Fratelli: A me, il minimo dei santi, è stata concessa questa grazia di evangelizzare tra i Gentili le incomprensibili ricchezze di Cristo, e di illuminare tutti riguardo all'attuazione del mistero ascoso da secoli in Dio, il quale ha creato ogni cosa, affinché dai principati e dalle potestà sia conosciuta per mezzo della Chiesa la multiforme sapienza di Dio, secondo il disegno eterno che egli ha mandato ad effetto per mezzo di Cristo Gesù Signor nostro, in cui abbiamo la fiducia di poterci avvicinare con tutta confidenza a Dio per mezzo della fede in lui. Quindi vi chiedo di non perdervi d'animo a motivo delle tribolazioni ch'io soffro per voi e che sono la vostra gloria. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signor nostro Gesù Cristo, da cui ogni famiglia e nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere mediante lo Spirito di lui potentemente corroborati nell'uomo inferiore, in modo che Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, e voi, radicati nella fede, fondati nella carità, possiate, con tutti i santi, comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, anzi possiate conoscere ciò che supera ogni scienza, la stessa carità di Cristo, in modo che siate ripieni di tutta la pienezza di Dio.

Il "Mistero di Cristo".

È giusto ricordare questa pagina luminosa in cui san Paolo ci svela in termini sublimi l'amore infinito di Dio per la sua creatura. Da tutta l'eternità è stato concepito da Dio un disegno che è come la ragione, la spiegazione, il motivo della creazione, e tale disegno consiste nel chiamare tutta l'umanità a partecipare alla vita di Cristo. Dio ha tanto amato gli uomini che ha dato loro il suo Figliolo unigenito affinché per lui e in lui diventino a loro volta suoi figli per l'eternità. Cristo con i suoi tesori di sapienza e di scienza; Cristo nel quale sono benedette tutte le genti, nel quale gli uomini sono salvati e fatti simili a lui nell'unità del suo corpo mistico; Cristo che abita in noi e ci fa vivere mediante la fede e l'amore, ecco dunque il mistero appena intravisto dai Patriarchi e dai Profeti e che il Nuovo Testamento ci rivela con incomparabile chiarezza. Ma il mistero di Cristo non si completa veramente che in noi e con la nostra cooperazione. Tutte le ricchezze messe così generosamente da Dio a nostra disposizione e di cui Cristo è la fonte, la Chiesa, i sacramenti, l'Eucaristia, non hanno altro fine che la santificazione di ciascuna delle nostre anime individualmente. Per questo l'Apostolo innalza a Dio una preghiera insistente, chiedendogli che le sue intenzioni di misericordia e d'amore non vengano meno davanti alla nostra ostinazione e alla nostra ribellione e che non sia reso vano in noi lo sforzo compiuto sul Calvario. Solenne si fa la sua supplica perché regni completamente in noi quella vita interiore che ci è stata data nel battesimo, l'uomo nuovo, il cristiano, il figlio di Dio, e questo attraverso la fine dell'uomo vecchio, mediante una costante adesione a Dio, una reale comunione di vita che sottometta a lui tutta la nostra attività. Allora la carità crescerà sovrana in noi, e il piano di Dio pienamente realizzato si compirà per noi fino alla beatitudine eterna.

VANGELO (Gv 19,31-37). - In quel tempo: I Giudei, affinché non restassero in croce i corpi nel sabato (che era Parasceve ed era solenne quel sabato) chiesero a Pilato che fossero ad essi rotte le gambe e fossero tolti via. Andaron quindi i soldati e ruppero le gambe al primo e all'altro che eran con lui crocifissi; ma quando furono a Gesù, come videro che era già morto, non gli ruppero le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli aprì il costato; e subito ne uscì sangue ed acqua. E chi vide lo ha attestato; e la sua testimonianza è vera. Ed egli sa di dire il vero, affinché voi pure crediate. Certamente, questo è avvenuto, affinché s'adempisse la Scrittura: Non gli romperete alcun osso. E un'altra Scrittura dice pure: Volgeranno gli occhi a colui che han trafitto.

"Volgeranno gli occhi a colui che han trafitto"! Ascoltiamo questo testo misterioso con il commosso raccoglimento della nostra santa madre Chiesa. Osserviamo la via donde essa è uscita. È appunto dal Cuore dell'Uomo-Dio che è nata. Non poteva avere altra origine, poiché è l'opera per eccellenza del suo amore, ed è appunto per questa Sposa che egli ha fatto tutte le altre opere. Eva fu tratta dal fianco di Adamo in un modo figurativo; ma non ne doveva restare traccia, perché fosse chiaro che la donna era stata tratta dall'uomo solo per un sublime mistero, e non vi si vedesse per lei inferiorità di natura. Ma nel Signore era giusto che la gloriosa traccia di quella uscita rimanesse, perché è una realtà. Bisogna che la sua Sposa, fondandosi su tale origine, possa continuamente far ricorso al suo amore, e sia sempre aperto davanti a lei il cammino perché raggiunga con sicurezza e con prontezza il suo Cuore in ogni cosa.

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[1] L'ottava del Sacro Cuore è stata recentemente soppressa. Vedi nota per la Festa del Corpus Domini, p. 53.

[2] Opere, II, p. 48.

[3] Cfr. Etudes, CXXVII, p. 605.


Il Culto Al Sacro Cuore

Il culto al Sacro Cuore di Gesù si può dire che segni il suo inizio il giorno del Venerdì Santo. Gesù, in quel giorno solenne, manifesta il suo Cuore e l'offre come oggetto di culto alle anime buone.
E' vero che la Santa Chiesa, nei primi secoli, non ha avuto un culto diretto al Sacro Cuore di Gesù, un culto liturgico, ma essa ha ricordato sempre l'amore infinito del Salvatore che è, poi, l'oggetto principale del culto liturgico, sorto più tardi.
Di tanto in tanto vi furono anime sante che penetrarono nel mistero di amore del Salvatore, di cui il suo Cuore è simbolo. Primeggiano in questa devozione S. Geltrude, S. Bonaventura, S. Giovanni Eudes.
S. Cipriano scrisse: «Da questo Cuore aperto dalla lancia discende la sorgente di acqua viva che zampilla fino all'eterna vita». S. Giovanni Crisostomo, cantando al Sacro Cuore, lo invocava come «immenso mare di inesauribile clemenza». S. Agostino lo paragona all'Arca di Noè e afferma: «Come per la finestra dell'Arca entrarono gli animali che non dovevano perire nel diluvio, così nella ferita del Cuore di Gesù sono invitate ad entrare tutte le anime, affinché tutte si salvino».
S. Pier Damiani cantava: «Nell'adorabile Cuore di Gesù noi troviamo tutte 1e armi proprie per la nostra difesa, tutti i rimedi per la guarigione dei nostri mali».
E così, attraverso i secoli, la voce dei Santi ci convincerà che la devozione era viva nella Chiesa, nascosta, in attesa di essere solennemente annunziata al mondo.
Chi non ricorda la bella espressione di S. Bernardo: «O dolcissimo Gesù, quale tesoro di ricchezze voi adunate nel vostro Cuore; Oh! quanto è buono, e come è giocondo abitare in questo Cuore».
«Oh amabile piaga - esclamava S. Bonaventura -per te mi si aperse la via per giungere fino all'intimità del Cuore del mio Gesù e per stabilirvi la mia dimora».

Un terribile secolo.

Così potremmo prendere di secolo in secolo fino al XVI che segna l'alba gloriosa del culto pubblico e liturgico al Sacro Cuore che si fonda sulle insigni rivelazioni concesse a S. Margherita Maria Alacoque, religiosa della Visitazione a Paray-le-Monial.
Era il freddo secolo della ribellione protestante e dell'eresia giansenistica.
Il terribile secolo che vedeva intere Nazioni ribellarsi all'autorità della Chiesa e staccarsi dal centro della cristianità. Il gelido secolo dell'eresia di Giansenio, che, sotto veste di falsa pietà, allontanava le anime dall'amore filiale verso Dio.
Gesù allora mostra all'anima eletta di S. Margherita Maria il suo Cuore, come potente magnete che doveva attirare a sé le anime, e ardente fiaccola che doveva accendere nel cuore degli uomini la carità.
«Ho salvato il mondo con la croce - le disse Gesù - nella mia passione. Ora lo voglio salvare mostrandogli il mio Cuore, oceano delle mie infinite misericordie».
Gesù le chiese un culto, non solo individuale, ma pubblico e sociale, un culto liturgico con l'istituzione della festa nel giorno dopo l'ottavario della solennità del Corpus Domini.
La Chiesa accettò, dopo maturo esame, le rivelazioni di S. Margherita Maria Alacoque e gradatamente approvò la festa in onore del S. Cuore, nel giorno desiderato dal Signore, con messa e ufficiatura propria.
Sul principio essa fu celebrata nelle diocesi di Francia dietro le opportune approvazioni dei vescovi, secondo i regolamenti allora vigenti.
Più tardi papa Clemente XIII la estese alla Colonia con rito doppio maggiore e a quelle Nazioni che l'avessero chiesto alla S. Sede.
Il S. Padre Pio IX nel 1856 l'estese a tutto il mondo cattolico. Lo
stesso Pontefice, con decreto del sei maggio 1873 approvò la pratica del Mese di giugno consacrato al S. Cuore, largendo speciali indulgenze e nello stesso anno il 24 luglio approvò il voto dell'Assemblea Nazionale di Francia di elevare un Tempio al Sacro Cuore sulla collina di Montmartre.
Il 12 settembre del medesimo anno pubblicò il voto dei cattolici di dedicare in Roma una stupenda basilica in onore del S. Cuore. Il pontefice Leone XIII nella Lettera Enciclica "Annum Sacrum" proclamò solennemente, il S. Cuore nuovo segno di salvezza e volle la consacrazione del genere umano al S. Cuore, con speciale formula.
Il S. Padre Pio X elargì la generosa indulgenza plenaria "toties quoties" alle chiese dove si tiene la pia pratica del mese di giugno e il privilegio dell'Altare Gregoriano ad instar al Predicatore e al Rettore della chiesa, nel giorno in cui si chiude il pio esercizio.
Finalmente il S. Padre Pio XI, nell'anno della Conciliazione, elevava la festa in onore del S. Cuore alla massima solennità consentita dalla liturgia.
Era il trionfo completo del S. Cuore, sulle contraddizioni ricevute nel passato.

LA GRANDE PROMESSA

"Io ti prometto"


Fra le promesse del Sacro Cuore di Gesù a S. Margherita Maria Alacoque, vi è una fatta alla Santa nel 1689, un anno prima della sua morte, che merita di essere da tutti conosciuta. E' la dodicesima di quelle che vengono ordinariamente elencate nei libri di devozione ed è espressa così:
«Io ti prometto nell'eccessiva misericordia del mio Cuore, che i1 mio amore onnipotente concederà a tutti coloro che si comunicheranno ai primi venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della penitenza finale: non moriranno nella mia disgrazia né senza ricevere i sacramenti, il mio cuore sarà per essi, di sicuro asilo in quell'ora estrema».
Questa è la "Grande Promessa" del Cuore misericordioso di Gesù, che ci proponiamo di riflettere affinché si desti in tutti il più vivo desiderio di accogliere l'invito di Gesù che ci offre un mezzo straordinario per salvare la nostra anima.

Autenticità della Promessa

Per chi avesse qualche dubbio sulla realtà di questa "Grande Promessa", diciamo che è realmente autentica, come appare dagli scritti della privilegiata confidente del SS. Cuore di Gesù.
Difatti la Chiesa, con tutta la diligenza che usa quando innalza all'onore degli altari i suoi Santi, ha fatto un attento esame di tutti gli scritti di Santa Margherita e li ha pienamente confermati con la sua autorità, permettendone la divulgazione.
Nel Decreto di Canonizzazione il Sommo Pontefice Benedetto XV, riporta testualmente la "Grande Promessa" facendo notare che «tali furono le parole che Gesù benedetto rivolse alla sua Serva fedele».
E per noi il giudizio della Chiesa, maestra infallibile di verità, è più che sufficiente, perché ne possiamo parlare liberamente con la più profonda convinzione di fede.
Questa divina Promessa si è tenuta quasi nascosta fino al 1869, anno in cui il P. Franciosi incominciò a farla conoscere e i tanti timori si mostrarono infondati, giacché i fedeli da questa pratica escono sempre più infervorati nel bene, mentre i teologi hanno dimostrato che è pienamente conforme alla dottrina della Chiesa, la quale ci addita nel Cuore di Gesù l'oceano infinito delle divine misericordie. Confortati dalla sua autenticità e divina efficacia, procuriamo ora di comprenderne bene il profondo significato.
In tal modo Gesù, manifestandosi a Santa Margherita, pronunziò quelle solenni parole: "Io ti prometto", per farci comprendere che, trattandosi di una grazia straordinaria, Egli intende impegnare la sua parola divina.
E subito aggiunse: «nell'eccessiva misericordia del mio Cuore», affinché riflettiamo bene che qui non si tratta di una promessa comune, frutto della sua misericordia ordinaria, ma di una promessa tanto grande, che poteva venire solo da una misericordia infinita.
Cristo per renderci sicuri che saprà ad ogni costo mantenere quanto promette, fa appello al suo amore onnipotente, a quell'amore che tutto può a favore di quelli che in lui confidano.
Quando il Signore ci ricorda che concederà la grazia della perseveranza finale, intende dire quell'ultima grazia, più preziosa di tutte, da cui dipende la salvezza eterna; come viene confermato dalle parole che seguono: «Essi non periranno nella mia disgrazia», cioè raggiungeranno la felicità del Paradiso.
Qualora il moribondo si trovasse in peccato mortale, gli concederà di poter ricevere il perdono per mezzo di una buona confessione, e se un malore improvviso non gli permettesse più di parlare, o in qualche modo non potesse ricevere i santi sacramenti, la sua onnipotenza divina saprà allora indurlo a fare un atto di contrizione perfetta, e così ridonargli la sua amicizia; giacché, senza eccezione alcuna, il suo «adorabile Cuore servirà per tutti di asilo sicuro, in quell'ora estrema».

San Bonaventura. Sul Sacro Cuore

Dalle «Opere» di san Bonaventura, vescovo

(Opusc. 3, Il legno della vita, 29-30. 47; Opera omnia 8, 79)

Considera anche tu, o uomo redento, chi, quanto grande e di qual natura sia colui che pende per te dalla croce. La sua morte dà la vita ai morti, al suo trapasso piangono cielo e terra, le dure pietre si spaccano.
Inoltre, perché dal fianco di Cristo morto in croce fosse formata la Chiesa e si adempisse la Scrittura che dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37), per divina disposizione é stato permesso che un soldato trafiggesse e aprisse quel sacro costato. Ne uscì sangue ed acqua, prezzo della nostra salvezza. Lo sgorgare da una simile sorgente, cioè dal segreto del cuore, dà ai sacramenti della Chiesa la capacità di conferire la vita eterna ed é, per coloro che già vivono in Cristo, bevanda di fonte viva «che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14).
Sorgi, dunque, o anima amica di Cristo. Sii come colomba «che pone il suo nido nelle pareti di una gola profonda» (Ger 48, 28). Come «il passero che ha trovato la sua dimora» (Sal 83, 4), non cessare di vegliare in questo santuario. Ivi, come tortora, nascondi i tuoi piccoli, nati da un casto amore. Ivi accosta la bocca per attingere le acque dalle sorgenti del Salvatore (cfr. Is 12, 3). Da qui infatti scaturisce la sorgente che scende dal centro del paradiso, la quale, divisa in quattro fiumi (cfr. Gn 2, 10) e, infine, diffusa nei cuori che ardono di amore, feconda ed irriga tutta la terra.
Corri a questa fonte di vita e di luce con vivo desiderio, chiunque tu sia, o anima consacrata a Dio, e con l'intima forza del cuore grida a lui: «O ineffabile bellezza del Dio eccelso, o splendore purissimo di luce eterna! Tu sei vita che vivifica ogni vita, luce che illumina ogni luce e che conserva nell'eterno splendore i multiformi luminari che brillano davanti al trono della tua divinità fin dalla prima aurora.
O eterno e inaccessibile, splendido e dolce fluire di fonte nascosta agli occhi di tutti i mortali! La tua profondità é senza fine, la tua altezza senza termine, la tua ampiezza è infinita, la tua purezza imperturbabile!
Da te scaturisce il fiume «che rallegra la città di Dio» (Sal 45, 5), perché «in mezzo ai canti di una moltitudine in festa» (Sal 41, 5) possiamo cantare cantici di lode, dimostrando, con la testimonianza, dell'esperienza, che «in te é la sorgente della vita e alla tua luce vediamo la luce» (Sal 35, 10).

Sant'Agostino. Omelia su Giovanni



Omelia dal Trattati di sant'Agostino sul vangelo di Giovanni.

In Io. tr. 82, 1‑3; 83,1.3. PL 35, 1843‑1845.1846.

Il Vangelo ci dice che Dio Padre è glorificato quando portiamo molto frutto e ci dimostriamo veri discepoli di Cristo; allora non facciamocene un titolo di gloria, quasi fosse da attribuire alla nostra capacita cio che abbiamo realizzato. Questa grazia viene da Dio; quindi non torna a gloria nostra, ma a gloria sua.

In un'altra circostanza il Signore dice: Cosi risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone, e subito dopo aggiunge: E rendano gloria al Padre vostro che e nei cieli (Mt 5,16). Non voleva infatti che i discepoli credessero di compiere da se tali opere.

La gloria del Padre è appunto che noi portiamo molto frutto e siamo veri discepoli di Cristo.

Ma chi ci fa cosi se non colui che ci ha prevenuti con la sua misericordia?

Noi infatti siamo opera sua. creati in Cristo Gesù per le opere buone (Ef 2, 10).

Come il Padre ha amato me. cosi anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Ecco il principio di tutte le nostre opere buone. Da dove potrebbero venire se non dalla fede che opera per mezzo della carità? E come potremmo noi amarlo, se egli non ci amasse per primo? Con estrema chiarezza sempre Giovanni ce lo insegna in una sua lettera: Noi amiamo, perché egli ci ha amato per primo (1 Gv 4,19).

Rimanete nel mio amore. In qual modo vi rimarremo? Ascolta ciò che segue: Se osserverete i miei comandamenti., rimarrete nel mio amore.

E' l'amore che ci mette in grado di osservare i comandamenti, oppure è la fedeltà ad osservarli che ci consente di amare? Ma chi dubita che l'amore non preceda l'osservanza? Chi non ama non ha un motivo per mettere in pratica i comandamenti. Quando Gesù ci dice: Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore., non indica ciò che fa nascere l'amore, ma quello che lo attesta. Come se dicesse: "Non crediate di rimanere nel mio amore se non osservate i miei comandamenti. Solo se li osservate, potrete rimanervi; cioè, apparirà chiaro che dimorate nel mio amore se osservate i miei comandamenti".

Questo perché nessuno s'inganni dicendo che ama Dio, mentre non fa quanto egli comanda. In altre parole, noi in tanto lo amiamo, in quanto osserviamo i suoi comandamenti; e quanto meno obbediamo ad essi, tanto meno lo amiamo.

Non è dunque per ottenere il suo amore che osserviamo quanto ci comanda: se egli non ci amasse per primo, non potremmo tradurre in atto i suoi precetti. Questa è la grazia rivelata agli umili, mentre ai superbi rimane nascosta.

Questo vi ho detto., perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Cos'è la gioia di Cristo in noi? La compiacenza ch'egli prova a rallegrarsi di noi. E cos'è la nostra gioia che egli vuole completa? Godere di stare insieme con lui. Tant'è che il Signore aveva detto a Pietro:Se non ti lavero, non avrai parte con me (Gv 13,8).

Insomma, la gioia di Cristo in noi è la grazia che ci dona, e questa grazia costituisce anche la nostra gioia.

Cristo ne fruiva fin dal principio, fin da quando in eterno ci ha eletto prima della costituzione del mondo.

Il gaudio della nostra salvezza, che da sempre lo rallegrò, perché da sempre egli lo ha conosciuto e da sempre ad esso ci ha predestinati, comincio ad abitare in noi quando egli ci ha chiamati.

Abbiamo ragione nel definire nostra questa gioia, perché un giorno ci rendera beati. Nel frattempo essa conosce una crescita e un avanzamento continuo, tesa com'è a perseverare verso il pieno compimento. Questa gioia comincia nella fede di chi rinasce nel battesimo e toccherà il vertice nel premio di chi risorgerà alla vita eterna.

Rimaniamo ancorati al precetto del Signore di amarci gli uni gli altri, e cosi osserveremo qualsiasi altro comandamento, perché questo li racchiude tutti.

Questo amore è diverso da quello che gli uomini, in quanto uomini, si portano l'un l'altro.

Per distinguere i due atteggiamenti, il Signore soggiunge: Come io vi ho amati.

Cristo ci ama per renderci capaci di regnare con lui. Sempre questo medesimo scopo deve guidare l'amore reciproco gli uni verso gli altri in modo che esso resti ben distinto dall'affetto che di solito gli uomini nutrono a vicenda e che in realtà non è vero amore.

Invece coloro che si amano per aderire a Dio, ci riescono davvero: essi prima amano Dio, per sapersi poi amare l'un l'altro. Una tale carità non brilla fra tutti gli uomini; anzi, sono pochi quelli che si amano affinché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15,28).

Giovanni Paolo II. Omelia sul Sacro Cuore

Varsavia, 11 giugno 1999

Solennità del Sacro Cuore di Gesù

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. La ricorrenza del centenario della Consacrazione del genere umano al Cuore divino di Gesù, stabilita per tutta la Chiesa dal mio Predecessore Leone XIII con la Lettera Enciclica Annum Sacrum (25 maggio 1899: Leonis XIII P.M. Acta, XIX [1899], 71-80) e avvenuta l'11 giugno 1899, ci spinge in primo luogo alla gratitudine verso "Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre" (Ap 1, 5).
La felice circostanza si rivela inoltre quanto mai opportuna per riflettere sul significato e sul valore di quell'importante atto ecclesiale. Con l'Enciclica Annum Sacrum, il Papa Leone XIII confermò quanto era stato compiuto dai suoi Predecessori per religiosamente custodire e mettere in più vivida luce il culto e la spiritualità del Sacro Cuore. Con la consacrazione, poi, egli intendeva conseguire "insigni frutti in primo luogo a vantaggio della cristianità, ma anche dell'intera umana società" (l.c., p. 71). Domandando che venissero consacrati non solo i credenti ma gli uomini tutti, imprimeva nuovo orientamento e senso alla consacrazione che, già da due secoli, era stata praticata da singoli, gruppi, diocesi, nazioni.
La consacrazione del genere umano al Cuore di Gesù fu pertanto presentata da Leone XIII come "culmine e coronamento di tutti gli onori, che era nella consuetudine tributare al Sacratissimo Cuore" (Annum Sacrum, cit., 72). Tale consacrazione, spiega l'Enciclica, si deve a Cristo, Redentore del genere umano, per ciò che è in sé e per quanto ha operato per tutti gli uomini. Poiché nel Sacro Cuore il credente incontra il simbolo e la viva immagine dell'infinita carità di Cristo, che per se stessa sprona ad amarci scambievolmente, egli non può non avvertire l'esigenza della personale partecipazione all'opera della salvezza. Per questo ogni membro della Chiesa è invitato a vedere nella consacrazione un donarsi e obbligarsi verso Gesù Cristo, Re "dei figli prodighi", Re che chiama tutti "al porto della verità e all'unità della fede", Re di tutti coloro che attendono di essere introdotti "nella luce di Dio e nel suo regno" (Formula di consacrazione). La consacrazione così intesa è da accostare all'azione missionaria della Chiesa stessa, perché risponde al desiderio del Cuore di Gesù di propagare nel mondo, attraverso le membra del suo Corpo, la sua dedizione totale al Regno, e di unire sempre più la Chiesa nell'offerta al Padre e nel suo essere per gli altri. La validità di quanto avvenne l'11 giugno 1899 ha trovato autorevole conferma in ciò che hanno scritto i miei Predecessori, offrendo approfondimenti dottrinali circa il culto del Sacro Cuore e disponendo la rinnovazione periodica dell'atto di consacrazione. Fra questi mi è grato ricordare: il santo successore di Leone XIII, il Papa Pio X, che dispose nel 1906 di rinnovarla ogni anno; il Papa Pio XI di venerata memoria, che ne fece richiamo nelle Encicliche Quas primas, nel contesto dell'Anno Santo 1925, e Miserentissimus Redemptor; il suo successore, il Servo di Dio Pio XII, che ne trattò nelle Encicliche Summi Pontificatus e Haurietis aquas. Il Servo di Dio Paolo VI, poi, alla luce del Concilio Vaticano II, volle in merito parlarne nell'Epistola apostolica Investigabiles divitias e nella Lettera Diserti interpretes, diretta il 25 maggio 1965 ai Superiori Maggiori degli Istituti che prendono il nome dal Cuore di Gesù.
Anch'io non ho mancato più volte di invitare i miei Fratelli nell'episcopato, i presbiteri, i religiosi ed i fedeli a coltivare nella propria vita le forme più genuine del culto al Cuore di Cristo. In quest'anno dedicato a Dio Padre, ricordo quanto scrissi nell'Enciclica Dives in misericordia: "La Chiesa sembra professare in modo particolare la misericordia di Dio e venerarla, rivolgendosi al Cuore di Cristo. Infatti proprio l'accostarci a Cristo nel mistero del suo Cuore ci consente di soffermarci su questo punto - in un certo senso centrale e nello stesso tempo più accessibile sul piano umano - della rivelazione dell'amore misericordioso del Padre, che ha costituito il contenuto centrale della missione messianica del Figlio dell'uomo" (n. 13). In occasione della solennità del Sacro Cuore e del mese di giugno, ho spesso esortato i fedeli a perseverare nella pratica di questo culto, che "contiene un messaggio che è ai nostri giorni di straordinaria attualità", perché "dal Cuore del Figlio di Dio, morto sulla croce, è scaturita la fonte perenne della vita che dona speranza ad ogni uomo. Dal Cuore di Cristo crocifisso nasce la nuova umanità, redenta dal peccato. L'uomo del Duemila ha bisogno del Cuore di Cristo per conoscere Dio e per conoscere se stesso; ne ha bisogno per costruire la civiltà dell'amore" (Insegnamenti, XVII, 1 [1994], 1152).
La consacrazione del genere umano del 1899 costituisce un passo di straordinario rilievo nel cammino della Chiesa ed è tuttora valido rinnovarla ogni anno nella festa del Sacro Cuore. Ciò va detto anche dell'Atto di riparazione che si è soliti recitare nella festa di Cristo Re. Ancora attuali risuonano le parole di Leone XIII: "Si deve pertanto ricorrere a chi è la Via, la Verità e la Vita. Ci siamo sviati: dobbiamo ritornare sulla Via; si sono oscurate le menti: si deve dissolvere l'oscurità con la luce della Verità; la morte ha preso il sopravvento: si deve far trionfare la Vita" (Annum Sacrum, cit., p. 78). Non è questo il programma del Concilio Vaticano II e del mio stesso pontificato?

2. Mentre ci stiamo preparando a celebrare il Grande Giubileo del 2000, questo centenario ci aiuta a contemplare con speranza la nostra umanità e ad intravedere il terzo millennio illuminato dalla luce del mistero di Cristo, "Via, Verità e Vita" (Gv 14, 6). Nel constatare che "gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo" (Cost. past. Gaudium et spes, 10), la fede scopre felicemente che "nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" (ivi, 22), poiché "con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo" (ibid.). Dio ha disposto che il battezzato, "associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo", potesse andare "incontro alla risurrezione confortato dalla speranza", ma ciò vale "anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia" (ibid.). "Tutti gli uomini _ come ricorda ancora il Concilio Vaticano II _ sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per lui viviamo, a lui siamo diretti" (Cost. dogm. Lumen gentium, 3). Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa è magistralmente detto che "per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di Colui che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr 1 Pt 2, 4-10). I discepoli di Cristo, quindi, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr At 2, 42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr Rm 12, 1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna (1 Pt 3, 15)" (ivi, 10). Di fronte al compito della nuova evangelizzazione, il cristiano che, guardando al Cuore di Cristo, Signore del tempo e della storia, a Lui si consacra e insieme consacra i propri fratelli, si riscopre portatore della sua luce. Animato dal suo spirito di servizio, egli coopera ad aprire a tutti gli esseri umani la prospettiva di essere elevati verso la propria pienezza personale e comunitaria. "Dal Cuore di Cristo infatti il cuore dell'uomo impara a conoscere il vero e unico senso della sua vita e del suo destino, a comprendere il valore di una vita autenticamente cristiana, a guardarsi da certe perversioni del cuore umano, a unire l'amore filiale verso Dio con l'amore del prossimo" (Messaggio alla Compagnia di Gesù, 5 ottobre 1986: Insegnamenti, IX, 2 [1986], 843).
Desidero esprimere la mia approvazione e il mio incoraggiamento a quanti, a qualunque titolo, nella Chiesa continuano a coltivare, approfondire e promuovere il culto al Cuore di Cristo, con linguaggio e forme adatte al nostro tempo, in modo da poterlo trasmettere alle generazioni future nello spirito che sempre lo ha animato. Si tratta ancora oggi di condurre i fedeli a fissare lo sguardo adorante sul mistero di Cristo, Uomo-Dio, per divenire uomini e donne di vita interiore, persone che sentono e vivono la chiamata alla vita nuova, alla santità, alla riparazione, che è cooperazione apostolica alla salvezza del mondo. Persone che si preparano alla nuova evangelizzazione, riconoscendo il Cuore di Cristo come cuore della Chiesa: è urgente per il mondo comprendere che il cristianesimo è la religione dell'amore. Il Cuore del Salvatore invita a risalire all'amore del Padre, che è la sorgente di ogni autentico amore: "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 4, 10).
Gesù riceve incessantemente dal Padre, ricco di misericordia e compassione, l'amore che Egli prodiga agli uomini (cfr Ef 2, 4; Gc 5, 11). Il suo Cuore rivela particolarmente la generosità di Dio verso il peccatore. Dio, reagendo al peccato, non diminuisce il suo amore, ma l'allarga in un movimento di misericordia che diventa iniziativa di redenzione. La contemplazione del Cuore di Gesù nell'Eucaristia spingerà i fedeli a cercare in quel Cuore l'inesauribile mistero del sacerdozio di Cristo e di quello della Chiesa. Farà gustare loro, in comunione con i fratelli, la soavità spirituale della carità alla sua stessa fonte. Aiutando ognuno a riscoprire il proprio Battesimo, li renderà più consapevoli della loro dimensione apostolica da vivere nella diffusione della carità e nella missione evangelizzatrice. Ciascuno si impegnerà maggiormente nel pregare il Padrone della messe (cfr Mt 9, 38) perché conceda alla Chiesa "pastori secondo il suo cuore" (Ger 3, 15) che, innamorati di Cristo Buon Pastore, modellino il proprio cuore ad immagine del suo e siano disposti ad andare per le vie del mondo per proclamare a tutti che Egli è Via, Verità e Vita (cfr Esort. ap. post-sinod. Pastores dabo vobis, 82). A ciò si aggiungerà l'azione fattiva, perché anche molti giovani di oggi, docili alla voce dello Spirito Santo, siano formati a lasciar risuonare nell'intimità del loro cuore le grandi attese della Chiesa e dell'umanità e a rispondere all'invito di Cristo per consacrarsi con Lui, entusiasti e gioiosi, "per la vita del mondo" (Gv 6, 51).

3. La coincidenza di questo centenario con l'ultimo anno di preparazione al Grande Giubileo del 2000, che ha la "funzione di dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva del "Padre che è nei cieli" (cfr Mt 5, 45)" (Lett. ap. Tertio Millennio adveniente, 49) costituisce un'opportuna occasione per presentare il Cuore di Gesù, "fornace ardente di amore, ... simbolo ed espressiva immagine di quell'amore eterno col quale "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16)" (Paolo VI, Epist. ap. Investigabiles divitias, 5: AAS 57 [1965], 268). Il Padre "è Amore" (1 Gv 4, 8.16), ed il Figlio unigenito, Cristo, ne manifesta il mistero, mentre svela pienamente l'uomo all'uomo. Nel culto al Cuore di Gesù ha preso forma la parola profetica richiamata da san Giovanni: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Gv 19, 37; cfr Zc 12, 10).
È uno sguardo contemplativo, che si sforza di penetrare nell'intimo dei sentimenti di Cristo, vero Dio e vero uomo. In questo culto il credente conferma ed approfondisce l'accoglienza del mistero dell'Incarnazione, che ha reso il Verbo solidale con gli uomini, testimone della ricerca nei loro confronti da parte del Padre. Questa ricerca nasce nell'intimo di Dio, il quale "ama" l'uomo "eternamente nel Verbo e in Cristo lo vuole elevare alla dignità di figlio adottivo" (Tertio Millennio adveniente, 7). Contemporaneamente la devozione al Cuore di Gesù scruta il mistero della Redenzione, per scoprirvi la dimensione di amore che ha animato il suo sacrificio di salvezza.
Nel Cuore di Cristo è viva l'azione dello Spirito Santo, a cui Gesù ha attribuito l'ispirazione della sua missione (Lc 4, 18; cfr Is 61, 1) e di cui aveva nell'Ultima Cena promesso l'invio. È lo Spirito che aiuta a cogliere la ricchezza del segno del costato trafitto di Cristo, dal quale è scaturita la Chiesa (cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 5). "La Chiesa, infatti - come ebbe a scrivere Paolo VI - è nata dal Cuore aperto del Redentore e da quel Cuore riceve alimento, giacché Cristo "ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola"(Ef 5, 25-26)" (Lettera Diserti interpretes, cit.). Per mezzo poi dello Spirito Santo, l'amore che pervade il Cuore di Gesù si diffonde nel cuore degli uomini (cfr Rm 5, 5) e li muove all'adorazione delle sue "imperscrutabili ricchezze" (Ef 3, 8) e alla supplica filiale e fidente verso il Padre (cfr Rm 8, 15-16), attraverso il Risorto, "sempre vivo per intercedere per noi" (Eb 7, 25).

4. Il culto al Cuore di Cristo, "sede universale della comunione con Dio Padre ... , sede dello Spirito Santo" (Insegnamenti, XVII, 1 [1994], 1152), tende a rafforzare i nostri legami con la Santa Trinità. Pertanto, la celebrazione del centenario della consacrazione del genere umano al Sacro Cuore prepara i fedeli al Grande Giubileo, sia per ciò che attiene al suo obiettivo di "glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia" (Tertio Millennio adveniente, 55), sia per il suo orientamento all'Eucaristia (cfr ibid.), in cui la vita che il Cristo è venuto a portare in abbondanza (cfr Gv 10, 10) è comunicata a coloro che mangeranno di Lui per vivere di Lui (cfr Gv 6, 57). Tutta la devozione al Cuore di Gesù in ogni sua manifestazione è profondamente eucaristica: si esprime in pii esercizi che stimolano i fedeli a vivere in sintonia con Cristo, "mite e umile di cuore" (Mt 11, 29) e si approfondisce nell'adorazione. Essa si radica e trova il suo culmine nella partecipazione alla Santa Messa, soprattutto a quella domenicale, dove i cuori dei credenti, riuniti fraternamente nella gioia, ascoltano la parola di Dio, apprendono a compiere con Cristo offerta di sé e di tutta la propria vita (Sacrosanctum Concilium, 48), si nutrono del pasquale convito del Corpo e Sangue del Redentore e, condividendo pienamente l'amore che pulsa nel suo Cuore, si sforzano di essere sempre più evangelizzatori e testimoni di solidarietà e di speranza. Rendiamo grazie a Dio, nostro Padre, che ci ha rivelato il suo amore nel Cuore di Cristo e ci ha consacrato con l'unzione dello Spirito Santo (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 10) in modo che, uniti a Cristo, adorandoLo in ogni luogo e operando santamente, consacriamo a Lui il mondo stesso (ivi, 34) e il nuovo Millennio. Consapevoli della grande sfida che ci sta dinanzi, invochiamo l'aiuto della Vergine Santissima, Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Sia Lei a guidare il Popolo di Dio oltre la soglia del Millennio che sta per iniziare. Lo illumini sulle vie della fede, della speranza, della carità! Aiuti, in particolare, ogni cristiano a vivere con generosa coerenza la consacrazione a Cristo che ha il suo fondamento nel sacramento del Battesimo e che opportunamente trova conferma nella consacrazione personale al Sacratissimo Cuore di Gesù, nel quale soltanto l'umanità può trovare perdono e salvezza.

Tratto da L'OSSERVATORE ROMANO, Sabato 12 Giugno 1999.

. M. Martini. La devozione al Sacro Cuore di Gesù

Lo scorso 15 maggio papa Benedetto XVI ha inviato al generale della Compagnia di Gesù una lettera in occasione dei cinquant’anni dell’enciclica Haurietis aquas. Pio XII a sua volta aveva scritto quell’enciclica per celebrare e ricordare a tutti il primo centenario dell’estensione all’intera Chiesa della festa del Sacro Cuore di Gesù. In questo modo, approfittando della concatenazione degli anniversari, il Papa ha voluto riallacciarsi al filo ininterrotto di quella devozione che da secoli accompagna e conforta tanti cristiani nel loro cammino. In questa occasione abbiamo chiesto alcune riflessioni al cardinale Martini, ed egli ci ha inviato il testo che segue.

del cardinale Carlo Maria Martini sj


Ricordo molto bene il tempo in cui uscì l’enciclica Haurietis aquas in gaudio. Io ero allora studente di Sacra Scrittura e membro della comunità del Pontificio Istituto Biblico, dov’era professore l’illustre biblista padre Agostino Bea, poi fatto cardinale da papa Giovanni XXIII. Padre Bea era uno stretto collaboratore di papa Pio XII, e si diceva nella comunità, penso con buone ragioni, che egli avesse contribuito a preparare questo documento. Certamente colpiva l’impostazione biblica di tutto il testo, a partire dal titolo, che è una citazione dal libro di Isaia (12, 3). Perciò l’enciclica (che portava la data del 15 maggio 1956) fu letta con molta attenzione dalla comunità dell’Istituto Biblico, che ne apprezzava in particolare il fondamento sui testi della Scrittura. Nel passato invece tale devozione, che di per sé ha una lunga storia nella Chiesa, si era sviluppata tra il popolo a partire soprattutto da cosiddette “rivelazioni” di tipo privato, come quelle a santa Margherita Maria nel secolo XVII. La percezione di come in essa venisse sintetizzato concretamente il messaggio biblico dell’amore di Dio era qualcosa che ci riavvicinava a questa devozione tradizionale, che nel passato recente era stata molto sentita soprattutto nella Compagnia di Gesù, in particolare nella sua lotta contro il rigorismo giansenista.
Il fatto che papa Benedetto abbia voluto scrivere una lettera per ricordare questa enciclica proprio al superiore generale della Compagnia di Gesù si deve certamente anche al fatto che i Gesuiti si consideravano particolarmente responsabili della diffusione di questa devozione nella Chiesa. Ciò veniva anche affermato da santa Margherita Maria, secondo la quale questo incarico era stato voluto dallo stesso Signore che si manifestava a lei.
Fu così che la devozione al Sacro Cuore mi fu presentata nel noviziato dei Gesuiti, negli anni Quaranta del secolo passato. Ciò mi portava a riflettere sul modo con cui fosse possibile vivere questa devozione e d’altra parte lasciarsi ispirare nella propria vita spirituale dalla ricchezza e dalla meravigliosa varietà della parola di Dio contenuta nelle Scritture.

E questa domanda si poneva con tanta più insistenza in quanto anche il mio personale cammino cristiano si era imbattuto in qualche modo fin dalla fanciullezza con questa devozione. Essa mi era stata instillata da mia madre con la pratica dei primi venerdì del mese.<

Ratzinger - Benedetto XVI. Angelus sul Sacro Cuore

Cari fratelli e sorelle!

L’odierna domenica, la dodicesima del Tempo Ordinario, si trova come "circondata" da solennità liturgiche significative. Venerdì scorso abbiamo celebrato il Sacro Cuore di Gesù, ricorrenza che unisce felicemente la devozione popolare alla profondità teologica. Era tradizionale – e in alcuni Paesi lo è ancora – la consacrazione al Sacro Cuore delle famiglie, che ne conservavano un’immagine nella loro casa. Le radici di questa devozione affondano nel mistero dell’Incarnazione; è proprio attraverso il Cuore di Gesù che in modo sublime si è manifestato l’Amore di Dio verso l’umanità. Per questo l’autentico culto del Sacro Cuore conserva tutta la sua validità e attrae specialmente le anime assetate della misericordia di Dio, che vi trovano la fonte inesauribile da cui attingere l’acqua della Vita, capace di irrigare i deserti dell’anima e di far rifiorire la speranza. La solennità del Sacro Cuore di Gesù è anche la Giornata Mondiale di Preghiera per la Santificazione dei Sacerdoti: colgo l’occasione per invitare tutti voi, cari fratelli e sorelle, a pregare sempre per i sacerdoti, affinché possano essere validi testimoni dell’amore di Cristo.

Ieri la liturgia ci ha fatto celebrare la Natività di San Giovanni Battista, l’unico Santo di cui si commemora la nascita, perché segnò l’inizio del compimento delle promesse divine: Giovanni è quel "profeta", identificato con Elia, che era destinato a precedere immediatamente il Messia per preparare il popolo d’Israele alla sua venuta (cfr Mt 11,14; 17,10-13). La sua festa ci ricorda che la nostra vita è tutta e sempre "relativa" a Cristo e si realizza accogliendo Lui, Parola, Luce e Sposo, di cui noi siamo voci, lucerne e amici (cfr Gv 1,1.23; 1,7-8; 3,29). "Egli deve crescere e io invece diminuire" (Gv 3,30): questa espressione del Battista è programmatica per ogni cristiano.

Lasciare che l’"io" di Cristo prenda il posto del nostro "io" è stato in modo esemplare l’anelito degli Apostoli Pietro e Paolo, che la Chiesa venera con solennità il prossimo 29 giugno. San Paolo ha scritto di sé: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Prima di loro e prima di ogni altro Santo, a vivere questa realtà è stata Maria Santissima, che ha conservato le parole del suo Figlio Gesù nel suo cuore. Ieri abbiamo contemplato questo suo Cuore immacolato, Cuore di Madre, che continua a vegliare con tenera sollecitudine su tutti noi. La sua intercessione ci ottenga di essere sempre fedeli alla vocazione cristiana.

Giovanni Paolo II MESSA DEDICATA AL SACRO CUORE DI GESÙ

VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

MESSA DEDICATA AL SACRO CUORE DI GESÙ

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto di Abbotsford (Vancouver)
Martedì, 18 settembre 1984

Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome” (Sal 103,1).

1. Con queste parole dell’odierna liturgia, carissimi fratelli e sorelle, voglio rivolgermi, insieme a tutti voi, al Dio dell’amore. E voglio farlo attraverso il mistero del cuore di Cristo.

Ho scelto queste parole perché parlano del nostro cuore umano, quello che il salmo chiama “quanto è in me”. È precisamente questo che abbiamo in mente quando parliamo del “cuore”: tutto il nostro essere, tutto quanto è in ognuno di noi. Tutto ciò che costituisce la nostra intera umanità, tutta la nostra persona nella sua dimensione spirituale e fisica. Tutto ciò che si esprime come persona unica e irripetibile nel suo “io interiore”, e nello stesso tempo nella sua “trascendenza”.

Le parole del salmo: “Benedici il Signore, anima mia” affermano che il nostro “cuore” umano si rivolge a Dio in tutta la maestà inimmaginabile della sua divinità e santità, nella sua meravigliosa “apertura” all’uomo: nella sua “condiscendenza”.

In questa maniera il “cuore” incontra il “cuore”, il “cuore” parla al “cuore”.

2. In questo spirito desidero salutare anche tutti i partecipanti alla nostra assemblea eucaristica in questa messa votiva del Sacro Cuore e con essi tutti coloro che sono venuti ad esprimere la loro buona volontà e la loro solidarietà rispettosa con questa comunità in preghiera.

Sono molto lieto che la mia visita al Canada mi abbia portato alla città di Vancouver e a questo luogo di raccolta del popolo di Dio. La posizione della città è veramente meravigliosa, situata come è tra le montagne e l’oceano, massima città della vostra provincia, tutto un susseguirsi di bellezze naturali incomparabili. “Splendor sine occasu”!

Danno testimonianza dell’importanza della vostra provincia le sue foreste, le risorse minerarie, l’acqua, la frutta, la pesca e le bellezze naturali che attraggono tanti turisti. Ancora più importanti siete voi, popolo della regione. È qui che vivete e lavorate, impegnati a costruire un habitat a misura d’uomo e una società giusta. È qui che lottate per risolvere i problemi sociali che sono diventati tanta parte del tessuto di vita in queste parti. È qui che portate avanti la vostra ricerca di Dio e del pieno senso della vita dell’uomo, nella contrapposizione tra il bene e il male. A tutti voi voglio esprimere oggi il mio profondo rispetto e il mio fraterno amore.

Desidero salutare in particolar modo tutti i fedeli cattolici dell’arcidiocesi di Vancouver, guidati dall’arcivescovo Carney. Sono profondamente grato a tutti quelli che si sono sobbarcati un lungo viaggio da altre diocesi della Columbia Britannica, Victoria, Kamploos, Nelson, Prince George, dell’eparchia di New Westminster sotto la guida del vescovo Chimy e dei territori di Nord-Ovest del Pacifico. E probabilmente anche degli Stati Uniti. Nell’unità dell’Eucaristia voglio esprimere il mio profondo affetto per tutti i miei confratelli vescovi e per l’intero clero, i religiosi e i laici della Chiesa cattolica.

Nella carità di Cristo, abbraccio tutti i miei fratelli cristiani che oggi mi onorano della loro presenza. Ricordo con sincero apprezzamento e rispetto lo zelo con cui, lo scorso anno, il consiglio mondiale delle Chiese proclamava in questa città Gesù Cristo al mondo.

Con stima fraterna voglio salutare calorosamente anche i membri di religioni non cristiane e tutti i cittadini di questo Paese che non hanno affiliazioni religiose. Affermo davanti a tutti voi il profondo interesse della Chiesa cattolica e la sua preoccupazione per l’incomparabile dignità di ogni uomo, donna e bambino su questa terra.

Sono profondamente grato dell’ospitalità estesami e dell’invito a celebrare questa Eucaristia. È in questo spirito di pubblico culto che sono venuto a voi per proclamare Gesù Cristo, l’eterno Figlio di Dio: per proclamare il Dio invisibile che egli rivela; e per proclamare l’amore divino che egli comunica al mondo nel mistero del suo Sacro Cuore.

3. Quando diciamo “cuore di Gesù Cristo”, ci rivolgiamo nella fede all’intero mistero cristologico: il mistero del Dio-uomo.

Questo mistero è espresso in maniera profonda e ricca dai testi della liturgia odierna. Queste sono le parole dell’apostolo Paolo nella sua lettera ai Colossesi:

“Egli è immagine del Dio invisibile, / generato per mezzo di lui / sono state create tutte le cose, / quelle nei cieli e quelle sulla terra, / quelle visibili e quelle invisibili: / troni, dominazioni, / principati e potestà” (Col 1, 15-16).

Le ultime parole si riferiscono precisamente agli esseri “invisibili”: le creature che hanno una natura puramente spirituale.

“Tutte le cose sono state create / per mezzo di lui e in vista di lui. / Egli è prima di tutte le cose / e tutte sussistono in lui” (Col 1, 16-17).

4. Queste frasi meravigliose della lettera di san Paolo si ricollegano a quanto viene proclamato oggi nel prologo del Vangelo di san Giovanni.

“In principio era il Verbo, / e il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio. / Egli era in principio presso Dio: / tutto è stato fatto per mezzo di lui, / e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. / E il mondo fu fatto per mezzo di lui” (Gv 1, 1-3.10).

Sia nel testo di Giovanni che in quello di Paolo è contenuta la dottrina rivelata del Figlio – il Verbo di Dio – che è della stessa sostanza divina del Padre. È questa la fede che professiamo quando recitiamo il Credo, la professione di fede che ci viene dai due Concili più antichi della Chiesa universale, quello di Nicea e quello di Costantinopoli:

“Credo in un solo Dio / Padre onnipotente, / creatore del cielo e della terra, / di tutte le cose visibili e invisibili. / Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, / Figlio unigenito di Dio, / generato eternamente dal Padre: / Dio da Dio, luce da luce, / Dio vero da Dio vero, / generato, non creato, / della stessa sostanza del Padre. / Attraverso di lui tutte le cose sono state fatte”.

Il Figlio è della stessa sostanza del Padre. Egli è Dio da Dio.

Nello stesso tempo, tutto ciò che è stato creato ha il suo divino principio in lui, come il Verbo eterno. In lui tutte le cose sono state create e in lui hanno la loro esistenza.

5. È questa la nostra fede. Questo è l’insegnamento della Chiesa sulla divinità del Figlio. E questo eterno Figlio, vero Dio, Verbo del Padre, si è fatto uomo. Sono le parole del Vangelo: “E il Verbo si è fatto carne, e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

Nel Credo noi professiamo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli: per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo”.

Qui tocchiamo più direttamente la realtà del cuore di Gesù. Il cuore, infatti, è un organo umano, che appartiene al corpo, che appartiene all’intera struttura, alla dimensione spirituale e a quella fisica dell’uomo: “E il Verbo si è fatto carne”.

In questa duplice dimensione, il cuore trova il suo posto come organo. Ha nello stesso tempo un significato come centro simbolico dell’io interiore, e questo io interiore è, per la sua stessa natura, spirituale.

Il cuore di Gesù fu concepito sotto il cuore della Madre Vergine, e la sua vita terrena cessò nel momento in cui Gesù morì sulla croce. Lo testimoniò il soldato romano che forò il costato di Gesù con la lancia.

Per tutta la sua vita terrena il cuore di Gesù fu il centro in cui si manifestò, in maniera umana, l’amore di Dio: l’amore di Dio Figlio, e attraverso il Figlio, l’amore di Dio Padre.

Qual è il frutto più grande di questo amore nella creazione?

Lo leggiamo nel Vangelo: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio... (Gv 1, 11-12).

È questo il dono più splendido, più profondo del cuore di Gesù, che troviamo nella creazione: l’uomo nato da Dio, l’uomo adottato come figlio nell’eterno Figlio, l’umanità alla quale viene dato potere di diventare figlia di Dio.

6. Così, il nostro cuore umano “trasformato” in questo modo, è capace di dire, e dice realmente al cuore divino le parole che ascoltiamo nella liturgia odierna:

“Benedici il Signore, anima mia, / non dimenticare tanti suoi benefici. / Egli perdona tutte le tue colpe, / guarisce tutte le tue malattie; / salva dalla fossa la tua vita, / ti corona di grazia e di misericordia. / Buono e pietoso è il Signore, / lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 103, 2-4.8).

Sono queste le parole del salmo in cui l’Antico Testamento parla del mistero dell’amore di Dio. Quanto più ci parlano i Vangeli del cuore divino del Figlio e indirettamente del cuore del Padre:

Cuore di Gesù, sede di giustizia e d’amore!

Cuore di Gesù, paziente e misericordioso!

Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità!

Possiamo infine ripetere con Isaia che coloro che sperano nel cuore divino “riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

7. Il cuore di Gesù Cristo è una chiamata di Dio forte e costante, rivolta all’umanità, ad ogni cuore umano. Ascoltiamo ancora le parole di Paolo nella liturgia odierna:

“Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; / il principio, il primogenito di coloro / che risuscitano dai morti, / per ottenere il primato su tutte le cose. / Perché piacque a Dio / di fare abitare in lui ogni pienezza / e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, / rappacificando con il sangue della sua croce, / le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 18-20).

È quella la prospettiva ultima che ci viene aperta dal cuore di Gesù Cristo attraverso la fede. È il principio e la fine di tutto ciò che è stato creato da Dio stesso. È la pienezza.

Tutta la creazione visibile e invisibile cammina verso questa pienezza in lui. In lui è la pienezza alla quale tutta l’umanità è chiamata, riconciliata con Dio dal sangue di Gesù Cristo sparso sulla croce.

Signore Gesù Cristo, eterno Figlio dell’eterno Padre, nato dalla Vergine Maria, noi ti chiediamo di continuare a rivelarci il mistero di Dio: affinché possiamo riconoscere in te “l’immagine del Dio visibile”; affinché possiamo trovarlo in te, nella tua divina persona, nel calore della tua umanità, nell’amore del tuo cuore.

Cuore di Gesù, in cui risiede la pienezza della divinità!

Cuore di Gesù, della cui pienezza abbiamo tutti partecipato!

Cuore di Gesù, re e centro di tutti i cuori, per tutta l’eternità. Amen!

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana