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Paolo: «Ama e fa ciò che vuoi»

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Paolo è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi «Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: “Abbiamo avuto il coraggio (con il noi ecclesiale della tradizione)… di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte… Mai infatti abbiamo pronunciato parole di adulazione, come sapete” (1 Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell’incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era uno capace di amare, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana - quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme a Lui. Questo amore è ora la “legge” della sua vita e proprio così è la libertà (compiuta) della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. In 1 Jo 7,7-8) - ama e fa quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo (e quindi libertà incompiuta), ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere (e quindi libertà compiuta)» [Benedetto XVI, Omelia durante i Vesperi per la solenne apertura dell’Anno Paolino, 28 giugno 2008].

Paolo nacque due mila anni fa a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Ma chi era questo Paolo, per cui è stato indetto questo speciale “Anno Paolino 28 giugno 2008 - 29 giugno 2009) per apprendere da lui, quale nostro maestro, “la fede e la verità”, in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: “Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto (fin da bambino) in questa città (Gerusalemme), formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, (fariseo) pieno di zelo per Dio…(At 22,3). Per Paolo, che non ha incontrato Gesù nella fase terrena come gli altri dodici apostoli, lo ha incontrato nel quadro storico - salvifico ormai maturo dei primi cristiani cioè la Persona del Crocifisso risorto per gli altri, anzi per tutti gli uomini. Tra Gesù in croce risorto, Signore e Paolo c’è la Chiesa, il vissuto fraterno di comunione ecclesiale guidata dagli Apostoli, guidati a loro volta da Pietro cioè l’inizio della Tradizione apostolica come quando dice ai Corinti: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture…” (1 Cor 15,3ss). Questo è il cuore del tramandare cioè lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa cioè la sua stessa continuità o primo credo, primo catechismo.

Chi era Paolo? Chi è Paolo? Che cosa dice a me, oggi, nell’“Anno Paolino”?
Dalla testimonianza del Nuovo Testamento appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere, la modalità di come vede Dio. Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. “Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte in croce non per qualcosa di anonimo, ma per amore di lui - di Paolo - e che come Risorto, come Signore, lo ama tutt’ora come Persona viva, presente, che cioè Cristo si è donato e si dona continuamente per lui. La sua fede è l’essere continuamente colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, tanto meno un’opinione, tra le tante, su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo e quindi dell’amore di Dio sul suo cuore: Via, Verità, Vita d’amore. E così questa stessa fede, questa speranza affidabile, questa meta così grande da giustificare la fatica del cammino è la risposta di amore per Gesù Cristo che per primo lo ama.
Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo occorre ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Alla domanda: “Ma chi sei, o Signore?” viene data la risposta: “Io sono Gesù che tu perseguiti” (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, i cristiani in comunione, Paolo perseguita lo stesso Gesù, perseguita il suo Jahvé. “Tu perseguiti me”. Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto: “come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a Lui indissolubilmente (ipostaticamente) unito, così in modo non dissimile (la Chiesa non deve essere né identificata né separata dal Signore risorto) l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del Corpo” (LG 8,1). In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo (Sacramento) di Cristo. Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti “la sua causa”. La Chiesa non è una associazione che vuole promuovere una certa causa, una certa idea di Dio e dell’uomo. In essa si tratta sacramentalmente della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto, da Signore è rimasto “carne”, “sacramenti”, soprattutto Eucaristia. Egli ha “carne e ossa” (Lc 24,39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma. Egli ha un corpo. E’ personalmente presente nella sua Chiesa., “Capo e Corpo” formano un unico soggetto, dirà Agostino. “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?” scrive Paolo ai Corinzi (1 Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (1 Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente realtà: C’è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone. “Perché mi perseguiti?”. Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù della quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me.

L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme
Paolo dalla prigione, di fronte alla morte, dice come testamento a Timoteo: “Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo” (2 Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trova cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinnanzi ai popoli e ai re. “Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome” (At 9,15. L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In 1 Cor 1,17 Paolo dichiara con precisione lo scopo fondamentale che intende perseguire: “Affinché non sia svuotata la croce di Cristo”. E’ scandaloso per Paolo che si allarghi lo spazio della risurrezione al punto tale da ridurre la croce a qualcosa di scolorito, sullo sfondo, in ogni caso senza senso in se stessa e del tutto superata: chi conta ora è il Cristo risorto, il Cristo Spirito, non Gesù crocifisso! O anche quando si riduce la croce a poco più di un simbolo del più completo dono di sé: ciò che conta e la logica della croce, cioè la carità! O, infine, quando si assorbe la storia di Gesù, e dunque l’evento atroce della croce nell’esperienza carismatica presente, attuale, comunitaria o personale. Può essere che la giovane comunità di Corinto abbia cercato di rompere con il Cristo crocifisso scandalo per i giudei e follia per i pagani, per affidarsi a esperienze spirituali entusiaste, dono del Risorto. Alla “sapienza di parola” (1 Cor 1,17) nelle sue diverse forme, Paolo oppone senza alcun tentennamento la “parola della croce” (1,18), cioè il “Cristo crocifisso” (1,23; 2,2) nella sua concretezza storica, nella sua paradossale forza salvifica e nella permanente attualità eucaristica ed ecclesiale. Non è certo casuale che in tutto il passo egli non accenni (se non forse molto implicitamente alla risurrezione, che sarebbe stata la prima cosa da opporre allo scandalo del Crocifisso. Così egli invita i corinzi a scoprire la “potenza” e la “sapienza” nell’evento stesso della croce e non soltanto nel suo superamento mediante la risurrezione. Paolo sa benissimo che Gesù è ora il Risorto cioè il Signore, ma ai corinzi vuole ricordare che il Risorto è pur sempre il Crocifisso.
In un mondo in cui oggi la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità del Crocifisso, Signore ma Crocifisso, e così servitore con fede, speranza, carità. Non c’è amore che anticipa l’eternità, la vita veramente vita, senza sofferenza - senza sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà, per la libertà compiuta. L’icona del dramma umano di ogni uomo, il dramma del percorso alla libertà compiuta, alla liberà vera è il Getzemani nell’opposizione della volontà umana di Gesù di non morire e la volontà divina che si offre liberamente alla morte cioè per amore, per la salvezza di tutto e di tutti. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia, anche con l’immagine del Crocifisso sull’altare, che rende attuale la Croce in ogni tempo e in ogni luogo - il centro del nostro essere cristiani - si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato e trova il suo culmine. Di questo amore che si dona a noi viviamo. Il suo regno non è un al di là immaginario, posto in futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore, in tutte le tribolazioni, ci fa scoppiare di gioia e ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio, la “corsa” verso la meta, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. Il suo amore ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta da Annania nell’ora della chiamata: “Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”. La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, al propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi. E il suo amore, allo steso tempo, è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita.

Paolo non è un giudeo convertito ma un giudeo compiuto, un giudeo di Cristo
L’“Anno Paolino” è un’occasione per comprendere meglio i nostri fratelli ebrei nella loro identità e quindi dialogare con loro. Paolo mai usa la parola conversione. Paolo non è un convertito. Come Gesù che della Legge non ha tralasciato quasi nulla, ma l’ha portata a compimento in “Se stesso”: La perfezione, l’essere santi come Dio è santo (Lv 19,2) richiesta dalla Torah, adesso consiste nel seguire Gesù, nel lasciarsi assimilare a Lui, come la parola di Gesù al giovane ricco: “seguimi”, la legge di Dio è Lui al di sopra di tutti e di tutto. Paolo ebreo radicale, fariseo, divenne immediatamente un fiero persecutore verso chi si sostituiva alla Torah, a Dio, lo riconosce lui stesso per ben tre volte in altrettante lettere: “Ho perseguitato la Chiesa di Dio”, quasi a presentare questo suo comportamento come il peggiore crimine: perseguitare la Chiesa di Dio è perseguitare Jahvé stesso, è distruggersi in modo infernale. E Paolo continua, dopo l’incontro con il Risorto nella comunità di Gerusalemme a ritenersi un giudeo ma un giudeo di Cristo. Il giudeo non si converte dall’Antico Testamento di preparazione all’Incarnazione ma giunge a compimento. C’è una celebra frase del rabbino di Roma Eugenio Zolli, battezzato dopo la seconda guerra mondiale: “Io non sono un convertito, sono un giudeo arrivato”, perché il convertito è colui che gira le spalle al passato, invece il giudeo non gira le spalle al passato, poiché l’Antico Testamento è tutto proteso verso l’Incarnazione dell’Essere, del Verbo, della Parola di Dio, del Verbo risuonata in tanti modi nell’Antico Testamento, va solo avanti. Certo, Paolo ha conosciuto un passaggio. Lo mostra in Filippesi 3,7 “Tutto quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita (sterco) a motivo di Cristo”. Il guadagno in cosa sarebbe consistito? Nella tensione ideale senza riuscire, nella giustizia farisaica, alla Legge, nella tensione ideale alle dieci eterne parole di amore a Dio, alla Legge di Mosé, tanta da considerarla come condizione del proprio essere, del giungere giusti solo con le proprie forze davanti a Dio e quindi salvi e felici. Paolo questo l’ha superato: è Dio che ci rende giusti non a nostra insaputa e senza la nostra accoglienza, che vuole rendere giusti tutti, capaci quindi, per dono, di realizzare anche le dieci parole di amore. Però Israele, la Chiesa di Gesù nell’Antico Testamento resta sempre il percorso per il compimento in Lui. Nella Lettera ai Romani: i Gentili sono innestati su Israele, su Gerusalemme; la pianta è santa se la radice è santa cioè da Dio come i semina Verbi della ricerca della verità nella filosofia di Atene. Il cristianesimo di fede - ragione - amore, unisce Gerusalemme e Atene in Cristo.

SAN PAOLO - “IL PIU GRANDE MISSIONARIO DI TUTTI I TEMPI”

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Introduzione

Chi è Paolo?
La sua origine. Geografia e cronologia
L’ebreo Paolo

Conversione e missione
Una conversione?
Il missionario
Per le nazioni
Missione e Chiesa

La missione di Paolo
Guidato dallo Spirito
La sinagoga, la piazza pubblica
Le case private
Gli ascoltatori di Paolo
Durata delle missioni cittadine
Come comunica Paolo?
Tutto per il Vangelo e tramite il Vangelo
La predicazione
I carismi e i miracoli

Conclusione

Appendice
L’insegnamento di Papa Benedetto XVI sull'Apostolo San Paolo






Agenzia FIDES – 28 giugno 2008

DOSSIER FIDES

SAN PAOLO

“IL PIU GRANDE MISSIONARIO DI TUTTI I TEMPI”

(Papa Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata di preghiera per le Vocazioni 2008)

Introduzione

Chi è Paolo?

La sua origine. Geografia e cronologia

L’ebreo Paolo

Conversione e missione

Una conversione?

Il missionario

Per le nazioni

Missione e Chiesa

La missione di Paolo

Guidato dallo Spirito

La sinagoga, la piazza pubblica

Le case private

Gli ascoltatori di Paolo

Durata delle missioni cittadine

Come comunica Paolo?

Tutto per il Vangelo e tramite il Vangelo

La predicazione

I carismi e i miracoli

Conclusione

Appendice

L’insegnamento di Papa Benedetto XVI sull'Apostolo San Paolo

Introduzione

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - San Paolo “brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini” (Papa Benedetto XVI, Udienza del 25 ottobre 2006). Figura ricca e complessa, l'Apostolo delle nazioni, prima di essere l'autore di lettere della cui eredità godiamo oggi, è un missionario. Il suo incontro con Cristo sulla via di Damasco è la fonte di tutta la sua predicazione e della sua teologia. Ha percorso il bacino mediterraneo soffrendo la persecuzione, affrontando i pericoli dei viaggi, lavorando senza temere la stanchezza. Si faceva un vanto di annunciare il Vangelo là dove nessuno l'aveva fatto prima di lui.

In questo Anno giubilare dedicato all'Apostolo delle nazioni, contemplare questa figura emblematica e fondatrice permette di ricevere un nuovo slancio per la missione. Ciò implica innanzitutto di guardare la persona stessa di San Paolo. La conoscenza della sua origine in senso geografico e religioso permettono di cogliere meglio la natura dello sconvolgimento operato dall'incontro con Cristo, ma anche di comprendere come il suo essere abbia potuto essere trasformato e posto al servizio della missione. In un secondo tempo guarderemo a come Paolo abbia compreso e messo in opera la sua vocazione missionaria. Cos’è un Apostolo? Come lo si può identificare? Sarà anche interessante vedere molto concretamente a chi Paolo si è rivolto, in quali luoghi. Come annunciava il Vangelo? Quale posto occupavano la predicazione, i miracoli e i carismi nel suo ministero? Tutti questi aspetti dovrebbero aiutarci a percepire meglio i meccanismi fondamentali di ogni missione.

Chi è Paolo?

La sua origine. Geografia e cronologia

San Luca segnala che Paolo sarebbe nato a Tarso (At 22,3). I suoi genitori emigrarono in questa città, probabilmente deportati dai romani. Una volta affrancati, ricevettero in quel momento la cittadinanza romana che trasmisero a Paolo (At 25,11-12). Sappiamo anche che aveva una sorella e un nipote (At 23,16). Paolo cresce nella città di Tarso (At 9,11,30; 11,25; 21,39; 22,3), capitale della Cilicia, attualmente in Turchia.

Questa città era grande e ricca. Ubicata su una delle strade più frequentate del mondo antico, la porta verso est dell'Asia minore, era molto rinomata per la qualità dei suoi lini. Potrebbe essere questa una delle ragioni per cui Paolo apprese il mestiere di fabbricante di tende. Tarso aveva un'amministrazione propria, con i suoi magistrati eletti e la sua moneta. La presenza ebraica nel corso di tutto il primo secolo d.C. è ben attestata. La città si oppose a Cassio, omicida di Giulio Cesare, nel 66 a.C. Marcantonio la ricompenserà facendo di Tarso una città libera e non sottomessa alle imposte.

Questa città è anche molto conosciuta come un centro di eccellenza per l'educazione e la filosofia. Strabone, nella sua Geografia (14.5.14), sottolinea che, per l'educazione, Tarso supera Atene, Alessandria e ogni altro luogo. Sottolinea l'eccellenza delle sue scuole di retorica. I filosofi stoici ne avevano fatto la loro dimora di predilezione, e non era raro incrociare uno di loro che esponeva per strada la sua dottrina. San Paolo ricevette questa cultura nella sua educazione. Le sue lettere sono costruite spesso con l'aiuto di luoghi comuni, di argomenti tratti dalla cultura filosofica e drammatica del suo tempo.

Gli elementi più sicuri della biografia di Paolo sono il suo incontro con Cristo intorno all'anno 32 e la prigionia a Roma nel 60-62. Sarebbe stato martirizzato a Roma tra il 63 e il 67. Certi punti restano impossibili da determinare con precisione, per esempio il numero dei viaggi effettuati. Le ipotesi variano tra 2 e 4, ma 3 sembra l’ipotesi più verosimile. Le grandi tappe della sua vita sono la sua formazione a Gerusalemme presso Gamaliele (At 22,3), la persecuzione dei cristiani negli anni che seguirono, il suo incontro con Cristo sulla strada di Damasco all'inizio degli anni 30, l'incontro con gli apostoli a Gerusalemme e la missione verso i pagani, la sua morte a Roma.

L’ebreo Paolo

Paolo parla di sé in varie occasioni, permettendoci così di comprendere chi fosse. Ci fornisce notizie importanti in Fil 3,5-6: “circonciso l'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla Legge”. È stato circonciso l'ottavo giorno. Questo attesta l'eccellenza della sua origine: Paolo è stato circonciso entro i limiti fissati dalla legge di Mosé in Lv 12,3. "Israelita" è un'espressione tecnica che sottolinea l'appartenenza religiosa. "Della tribù di Beniamino". Questa appartenenza è fonte di onore nel giudaismo per differenti ragioni. Beniamino è il figlio di Rachele, la moglie preferita di Giacobbe, l’unico nato nella Terra Promessa (Gen 35,16-18). Questa tribù ha dato il primo re a Israele (1 Sam 9,1-2) ed è restata fedele alla dinastia di Davide (1 Re 12,21). Insieme alla tribù di Giuda, è il primo gruppo a ricostruire il tempio dopo l'esilio (Esd 4,1). Era dunque un onore appartenere a questa tribù. “Ebreo da ebrei", vale a dire di una famiglia che oggi chiameremmo "praticante", che osserva la legge di Mosé e parla aramaico. Questi versetti ci presentano dunque un ebreo perfetto.

Paolo si presenta anche come fariseo. Questi erano conosciuti per il loro attaccamento alla legge di Mosé, ma anche alla legge orale. Questa legge orale sarà messa per iscritto a partire dal secondo secolo e sarà conosciuta come Talmud. Flavio Giuseppe, uno storico ebreo al servizio dei Romani, scrisse: “I farisei hanno imposto al popolo molte leggi della tradizione dei padri che non sono scritti nella legge di Mosé” (Antiquités Juives, 13.297). Ritroviamo quest’idea nelle epistole dell’Apostolo quando afferma di essere fanatico “nel difendere le tradizioni dei padri” (Gal 1,14). Le leggi concernenti l'alimentazione, la cashroute, avevano per loro un senso importante. Definiscono simbolicamente il popolo eletto come separato dal resto dell'umanità. La nuova fede, all’interno stesso del giudaismo, rimetteva completamente in causa questa distinzione. Ciò era inammissibile per un fariseo convinto come Paolo. Negare questa legge e affermare che la salvezza era aperta a tutti voleva dire mettere Israele in pericolo di morte.

Tuttavia, questa descrizione non deve farci immaginare un uomo chiuso nella sua cultura religiosa. Abbiamo visto in che contesto Paolo sia cresciuto a Tarso. La lettura delle epistole di Paolo ci conferma che egli si è formato non solo nella sinagoga, ma anche in un ambiente greco. La sua conoscenza della retorica greca e le citazioni o i riferimenti agli autori classici mostrano che ha studiato questi argomenti almeno fino all'età di 14-15 anni. È andato poi a Gerusalemme a studiare la tradizione dei suoi padri presso Gamaliele. Gli stessi rabbini, in quell’epoca, non esitavano a far leggere ai loro studenti gli autori greci. L'universo culturale e intellettuale di Paolo è dunque molto ampio.

Conversione e missione

Una conversione?

Vocazione missionaria e “conversione” sono strettamente collegate in San Paolo. Per questa ragione, è interessante studiare la natura di questa trasformazione spirituale per comprendere meglio la sua vocazione missionaria.

Paolo parla poco di questo avvenimento nelle sue epistole. I principali testi sono 1 Cor 15,1-11, Gal 1,13-17 e Fil 3,2-14, ma sono avari di dettagli storici. L'Apostolo ne sviluppa soprattutto il senso profondo. Parla di un'esperienza che ha trasformato completamente la sua esistenza, ma non la concepisce come un evento isolato, al contrario, è stato chiamato a questo sin dal seno materno (Gal 1,15). Dunque non si può leggere quell’incontro con Cristo senza prendere in considerazione l'insieme della sua esistenza.

Qual è allora il senso di quell’avvenimento? Quando si parla di conversione, sarebbe inesatto interpretare questo termine come il passaggio da una religione a un’altra. Di fatto, Paolo non ritiene di essere mai passato da una religione a un'altra. Occorre notare anche che la rottura tra giudaismo e cristianesimo non era ancora effettiva in quell’epoca. Si tratta di una conversione nel senso profondo del termine, un'apertura del cuore a Dio, l'irruzione della grazia e la trasformazione della persona.

Paolo commenta così il suo incontro con Cristo: “Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani” (Gal 1,15-16). L'Apostolo percepisce questo sconvolgimento interiore come il frutto di una lunga maturazione cominciata fin dall'inizio della sua esistenza: dalla sua nascita è stato condotto da Dio, lentamente e con pazienza, fino a quel momento decisivo in cui Cristo l'ha preso e l'ha fatto suo per sempre (Fil 3,12). Paolo insiste, nelle sue epistole, sull'iniziativa divina. Tutto cambia in quel momento.

Quella conversione equivale a una nuova nascita. Quell’avvenimento è portatore di una novità radicale. Paolo è accecato dalla rivelazione di Cristo. Il battesimo gli restituisce la vista (At 9,18), un simbolo molto forte. L’uomo vecchio non può vedere molto quando non è nato alla nuova vita. È un mondo nuovo che si rivela all'Apostolo. Tutto il pensiero di Paolo si basa su questa esperienza. Non è una semplice visione di Cristo. È la rivelazione della trasformazione profonda del mondo operato dal Cristo risorto. Paolo insiste nei suoi scritti sulla distinzione tra il vecchio mondo e il mondo nuovo. Ha vissuto questa distinzione nella sua carne.

Egli utilizza due espressioni per descrivere ciò che è accaduto: l'Apostolo “ha veduto” Cristo (1 Cor 9,1; 15,8) e ha conosciuto una “rivelazione” (Gal 1,16; 2,2; Ef 3,3), un termine che utilizza a più riprese (Rm 16,25; 1 Cor 1,7; 2 Cor 12,1,7, benché questo elenco non sia esauriente). Ciascuno di questi due termini descrive un'azione divina. Cristo si fa vedere più di quanto sia visto. I verbi impiegati quando Paolo parla di questa visione sono nella forma passiva. Dio si rivela all'uomo; è una comunicazione del mistero divino. Non è senza ragione che in Ef 1,17 Paolo parla dello “spirito di sapienza e di rivelazione”, fonte della conoscenza del mistero di Dio per i cristiani.

Il missionario

Questa rivelazione non trova la sua ragion d’essere in se stessa. Paolo commenta che tale rivelazione gli è stata donata “perché lo annunziassi (il mistero di Cristo) in mezzo ai pagani”. La rivelazione lo destina ad essere missionario, ma questa missione è interpretata sul modello della vocazione del profeta. Gal 1,15-16 è costruito con due riferimenti alle vocazioni dei profeti Isaia (Is 49,1) e Geremia (Ger 1,5). Paolo comprende la sua vocazione missionaria per le nazioni come una continuazione della missione dei profeti e, più specificamente, del servo del Signore come viene descritto in Isaia. Il missionario è il messaggero che compie la missione del servo del Signore espressa in Is 40-55. Allo stesso modo, a Corinto Paolo ha una visione in cui gli viene detto: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città”. (At 18,9-10). Leggiamo in Is 41,10: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa”. Paolo deve compiere a Corinto l'opera del servo di Dio.

La maggior parte di questi testi riguardano Isaia, e più particolarmente la figura del servo di Yahvé. La prima catechesi cristiana ha riconosciuto in questo personaggio misterioso una profezia di Cristo. Basterà ricordare il dialogo tra l'eunuco etiope e Filippo sulla strada di Gaza (At 8,30-35). Di conseguenza Paolo, applicando a sé le profezie del servo, concepisce la sua missione come un prolungamento della missione di Cristo. Questa identificazione del predicatore col suo Signore deve essere compresa in un senso dinamico e non statico. Incontriamo qui un punto fondamentale della teologia di Paolo: l'identificazione con Cristo comincia nel battesimo e si realizza nel corso di tutta l'esistenza cristiana. Essere “conquistato” da Cristo (Fil 3,12), condotto a questa trasformazione intima della persona. Ciò si verifica in un modo particolare nel caso dell'Apostolo.

L'autogiustificazione di Paolo di fronte alle critiche è molto ricca di insegnamenti (2 Cor 4,7-15). Paolo si vede costretto a giustificare la sua qualità di Apostolo di fronte ai missionari giudeo-cristiani, poco preoccupati di rispettarla: “ Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi ”. Questo versetto enuncia la tesi che poi dimostra nei versetti seguenti: la fragilità dell’Apostolo nel suo apostolato, vissuto nelle persecuzioni, non è un segno di debolezza, ma la condizione necessaria affinché il tesoro che porta, la conoscenza di Cristo, possa essere manifestato e la comunità cristiana possa ricevere la vita del Risorto. I versetti 10 e 11 illustrano l'identificazione delle sue sofferenze con quelle di Cristo. Paolo afferma: siamo “ esposti alla morte ”. Ora, l'espressione “essere esposti” è utilizzata abitualmente tanto da Paolo che dagli evangelisti per designare la Passione di Cristo. Egli prosegue in questa identificazione al versetto 14, quando afferma che risusciterà con Gesù. La sua missione consiste dunque nel dare la sua vita come Cristo. “ Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo ” (2 Cor 4,10). Questo versetto suggerisce che la morte che opera nel predicatore è fonte di vita per la comunità, proprio come la morte di Cristo è la sorgente della nostra vita. Per il suo ministero di Apostolo, egli rende presente il sacrificio redentore di Cristo. “ Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo ” (Col 1,24). Ecco l’essenza eucaristica di ogni vita missionaria.

Per le nazioni

L'universalità è una delle caratteristiche essenziali della missione di Paolo. È la conseguenza diretta della natura della nuova fede. Egli deve annunciare il Vangelo ai pagani. Questa affermazione di Gal 1,16 è confermata ampiamente dalla promessa di assistenza che troviamo in At 26,17: « Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ». Paolo sarà davanti agli ebrei e ai pagani un testimone del Risorto, inviato dal Signore dell’Esaltazione, che, al pari dei dodici, ha visto personalmente. Un altro racconto della visione costituisce il fondamento di questa missione presso i pagani. At 22,17-21 riferisce di una visione ambientata nel tempio. Paolo deve andare incontro alle «nazioni». Ciò può riferirsi tanto ai non ebrei quanto ai popoli che risiedono fuori da Gerusalemme. Abbiamo qui uno dei punti centrali della novità della fede cristiana e della teologia di Paolo: l'universalità della Salvezza. Cristo ha dato la sua vita per molti e vuole che ogni uomo sia salvato. La sua carità, che arde in un cuore di Apostolo, lo condurrà fino in Spagna (Rm 15,24), l’estremità conosciuta del mondo di quel tempo.

Missione e Chiesa

Paolo si dice «Apostolo», anche se non fa parte dei dodici. Questo sostantivo viene da un verbo greco che significa «inviare lontano o fuori». Il diritto di Paolo a portare questo titolo, che rivendica frequentemente, riposa sul fatto che è stato mandato dal Cristo risorto per predicare (1 Cor 1,17), per rivelare ai Gentili il mistero di Cristo (Gal 1,16, Ef 3,8), ed è molto cosciente dell'onore che gli viene fatto: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio » (1 Cor 15,9). Per essere Apostolo, bisognava assolutamente essere inviati; il solo fatto di aver visto il Cristo risorto non bastava. In 1 Cor 15,5-7, Paolo oppone i «cinquecento fratelli» a «tutti gli apostoli» (questi ultimi, a loro volta, distinti dai dodici). La differenza tra questi due gruppi risiede nel fatto che i primi non sono stati incaricati di una missione.

Questa precisione semantica introduce la questione della Chiesa. Essendo Paolo stato mandato direttamente da Cristo, secondo la sua affermazione, può esistere una missione all'infuori della Chiesa? Notiamo nei differenti racconti della sua vocazione, tanto nelle epistole che negli Atti, che la Chiesa non è mai assente. Così Paolo ripete spesso che la sua missione non è un incarico ecclesiastico, ma un vero carisma divino. Constatiamo anche che è la mediazione della Chiesa che certifica l’autenticità della sua vocazione. Paolo va ad incontrare Pietro per non cadere nell'illusione di aver corso invano (Gal 2,2). In At 9,10-18, vediamo che l'invio in missione gli è manifestato da Anania e non direttamente da Cristo. La mediazione di Anania non aveva per scopo di presentargli una dottrina nuova, ma di aiutare Paolo a comprendere la sua investitura apostolica alla luce della tradizione ecclesiale. Ciò è confermato dai differenti rinvii alla tradizione ecclesiale nelle epistole di Paolo (1 Cor 11,2; 11,23; 15,1). Peraltro, Paolo avrà la costante preoccupazione di essere inviato da una comunità. Ciò si verifica all'inizio della sua opera missionaria, alla partenza da Antiochia (At 13,1-3), ma anche fino alla fine della sua vita. Paolo scriverà alla comunità di Roma, fra l’altro per chiedere il sostegno e il riconoscimento della sua missione (Rm 15,24). Non c'è nessuna contraddizione tra la sua missione e la tradizione ecclesiale.

La missione di Paolo

Abbiamo visto l'origine della missione e il suo senso per Paolo. Sviluppiamo adesso gli aspetti concreti di questa missione. Aveva una strategia? Come si muoveva? Come comunicava? Si tratta di domande che interessano direttamente ogni persona impegnata nell'annuncio del Vangelo.

Guidato dallo Spirito

Paolo si rivolge in prima istanza agli ebrei e poi ai pagani, ma sa che deve rivolgersi anche ai non ebrei. Paolo era missionario per entrambi i popoli (Rm 1,16). Il piano strategico di Paolo era semplice: voleva, in vista del compimento del suo incarico, annunciare ai pagani il Vangelo, particolarmente nei luoghi dove non era mai stato annunciato (Gal 2,7; Rm 15,14-21). Paolo andava di città in città passando per le principali strade romane, in Arabia, in Siria e Cilicia, a Cipro, in Asia Minore, in Macedonia e in Acaia e, come aveva previsto lui stesso, in Spagna. Paolo si rimette alla volontà di Dio per il suo percorso missionario. Anche se stabilisce dei progetti per i suoi viaggi, resta sensibile all'azione dello Spirito Santo e si lascia condurre da Lui (At 16,9), che spesso lo guida attraverso le persecuzioni. Queste sono la causa di numerosi spostamenti di Paolo, dal momento che lo spingono a fuggire: Antiochia (At 13,50-51); Iconio (14,5-6); Listra (14,19-20); Filippi (16,19-40); Tessalonica (17,5-9), Berea (17,13-14) ed Efeso (20,1).

La sinagoga, la piazza pubblica

La strategia di Paolo si è concentrata sui centri urbani, sui centri dell’amministrazione romana, di cultura greca e di presenza ebraica, affinché il Vangelo si diffondesse, partendo dalle comunità fondate in quei luoghi, nel resto del paese.

Quando l'Apostolo arriva in una città, il primo luogo dove si reca è la sinagoga, nel giorno dello shabbat, per partecipare al culto. Straniero, è invitato dalle autorità religiose a dare la sua interpretazione della Torah. È l'opportunità per lui di prendere la parola e annunciare Cristo risorto. Da un punto di vista strategico, i pagani che aderivano al Dio d'Israele, i «timorati di Dio», erano i migliori bersagli per un annuncio ai pagani. Annunciando il Vangelo nelle sinagoghe, queste persone rimanevano colpite da Paolo. Il riferimento alla sinagoga resta una costante nella vita di Paolo. Anche alla fine della sua vita, arrivando a Roma, invita gli ebrei a venire ad ascoltarlo (At 28).

Per quanto riguarda l’ambiente pagano, il racconto della predicazione sull'Agora di Atene (At 17,16-34) ci permette di ipotizzare che Paolo andasse abitualmente in quei luoghi della vita pubblica per predicare. Non esitava ad approfittare di tutte le opportunità possibili per annunciare il Vangelo di Cristo, persino in prigione (At 16,25-34), ciò che ci varrà un bellissimo racconto della conversione di un’intera famiglia.

Le case private

Un altro luogo essenziale per la missione è rappresentato dalle case private. La vita delle prime comunità cristiane è strettamente legata alla casa. Questa comprende al tempo stesso la famiglia e i suoi intimi (servitori, schiavi). Questo luogo è contemporaneamente il punto di riferimento, il luogo in cui la comunità si riunisce per l'assemblea domenicale, ma anche la base d’appoggio del missionario. Niente di nuovo per i credenti cresciuti nel giudaismo, dal momento che costoro hanno da sempre l'abitudine di riunirsi nei luoghi privati. La casa privata ha anche altri vantaggi. La celebrazione dell'Eucarestia era seguita o preceduta da un pasto comune. Questo luogo assicurava anche una certa discrezione, che sarebbe diventata presto necessaria per sfuggire alla persecuzione romana o all'odio della sinagoga.

È interessante notare che Paolo invita la sposa di un pagano a non lasciare il marito (1 Cor 7,13-14). Questo è tanto più interessante in quanto è noto che la casa era il luogo del culto familiare. Gli dei pagani avevano il loro altare. Il pater familias era assolutamente libero di recarsi nei templi pagani per pregare o esercitare una funzione sacerdotale. Era anche libero di frequentare regolarmente le case di prostituzione, un comportamento molto frequente allora. In numerose occasioni si assiste alla conversione di un’intera famiglia: le famiglie di Lidia e della guardia carceraria a Filippi (At 16,14-15.32-34), le famiglie di Crispo e di Stefana a Corinto (At 18,8; 1 Cor 1,16; 16,15). Gli studi architettonici mostrano che si poteva, secondo le dimensioni della casa, accogliere tra 20 e 100 persone.

Gli ascoltatori di Paolo

Paolo si rivolgeva a tutti gli strati della società. Se i corinzi erano persone di condizione sociale molto bassa, e se i nomi indicati in Rm 16 rinviano anch’essi a una condizione sociale semplice, Luca riporta a più riprese che Paolo è stato in contatto con persone che appartengono agli strati superiori della società: Lidia, la commerciante di porpora, ma anche alcune donne della buona società a Tessalonica e in Berea (At 17,4.12), così come molti asiarchi (At 19,31). Questi ultimi sono descritti come amici di Paolo. È probabile dunque che siano il frutto della sua predicazione. At 13,7 ci riporta l'esempio di Sergio Paolo, proconsole a Pafo.

L'incontro con il proconsole Festo e con il re Agrippa è interessante, perché ci mostra Paolo che si rivolge a dei personaggi in cima alla scala sociale. Di fronte a Festo che lo accusa di essere pazzo, Paolo risponde facendo appello al re Agrippa che crede ai profeti (At 26,27), e conclude esprimendo il desiderio che, presto o tardi, tutti gli ascoltatori diventino simili a lui, ovvero credenti (At 26,29). Questo passaggio da un'arringa a un discorso missionario mostra non solo il coraggio di Paolo, ma anche che la missione è sempre possibile tra gli ebrei.

Secondo 2 Tm 4,16-17, Paolo ha proclamato il Vangelo anche durante il suo processo romano: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone».

Questi contatti e le conversioni in questi ambienti permettono di ottenere appoggi politici, ma anche di avere accesso a luoghi sufficientemente vasti dove ritrovarsi, e costituisce una prova del fatto che il Vangelo tocca tutti gli strati della società. Tuttavia, in questi testi niente indica che Paolo avesse una strategia specifica per questi ambienti.

Durata delle missioni cittadine

Una lettura un po’ rapida degli Atti degli Apostoli o delle lettere paoline potrebbe dare l'impressione che Paolo passasse di città in città senza attardarsi molto. Al contrario. Le sue missioni si prolungavano per parecchi mesi o parecchi anni. Per la missione in Siria (Antiochia) At 11,26 parla di un anno. La missione in Macedonia e Acaia dura tre anni, dal 49 al 51. Paolo fonda allora almeno quattro comunità: Filippi, Tessalonica, Berea e Corinto. Paolo passa un anno e mezzo (At 18,11) a Corinto (da febbraio-marzo 50 al settembre 52). La missione dell'Asia, tra il 52 e il 55, si concentra ad Efeso, dove Paolo lavora per tre anni (At 20,31): insegna tre mesi nella sinagoga (At 19,8), due anni nella scuola di Tiranno, e ancora un tempo supplementare non precisato (At 19,22). Il missionario sa di dover passare del tempo con le persone per trasmettere loro la fede.

Come comunica Paolo?

La fecondità dell’Apostolo potrebbe renderci invidiosi! Una lettura approfondita delle sue epistole e degli Atti degli Apostoli ci rivela la ragione di questo straordinario destino. L'Apostolo, l'abbiamo visto, è un vaso di argilla, fragile e debole. Ma è abitato dalla potenza di Dio, dallo Spirito Santo. Questa azione dello Spirito, Paolo cerca con tutti i mezzi di facilitarla. Sarà il primo punto che presenteremo. Paolo fa tutto per il Vangelo e per mezzo del Vangelo. Questo annuncio del Vangelo viene fatto essenzialmente attraverso due mezzi: la predicazione e l'esercizio dei carismi.

Tutto per il Vangelo e tramite il Vangelo

La condizione primaria per l'esercizio della missione, secondo l'Apostolo, è la coerenza di vita. La sua stessa vita deve essere una proclamazione del Vangelo. Egli non deve in nessun modo costituire un ostacolo a questa proclamazione. Paolo esprime questo concetto attraverso un aspetto particolare. Non vuole essere a carico delle comunità che visita e alle quali annuncia il Vangelo, ma allo stesso tempo riconosce al predicatore il diritto di vivere della sua predicazione. 1 Cor 9 ci presenta una riflessione molto bella dell’Apostolo su questo punto. Questi infatti rifiuta, pur avendo diritto a godere del frutto del suo lavoro, di approfittare della sua responsabilità. La ragione fondamentale è questa: «tutto sopportiamo per non recare intralcio al vangelo di Cristo» (1 Cor 9,12). Questa scelta di Paolo è presentata in effetti come una necessità. Egli è consapevole che annunciare il Vangelo è un incarico che gli è stato affidato: «Guai a me se non predicassi il vangelo! » (1 Cor 9,16). L'iniziativa non spetta a lui. La sua ricompensa risiede nel fatto stesso di annunciare gratuitamente il Vangelo. Per questo si fa tutto a tutti!

La sola comunità da cui accetterà un sostegno finanziario diretto è quella di Filippi. Mentre Paolo era in prigione, questa comunità gli fa avere un dono molto necessario in quel periodo di sconforto in cui il lavoro gli era impossibile. I prigionieri spesso non mangiavano che quello che le loro famiglie e gli amici portavano loro! Incarcerato, Paolo non poteva continuare a fabbricare tende.

La predicazione

Paolo è un maestro di predicazione. Una lettura veloce delle sue lettere potrebbe farci pensare che parlasse direttamente, senza una preparazione particolare, «ispirato» dallo Spirito, dunque in contrasto con i retori sofisti dell'epoca, dai discorsi ampollosi e spesso molto vuoti. Proprio al contrario. 1 Cor 2,1-5 ci rivela i meccanismi fondamentali della sua predicazione. Certo, Paolo si oppone a questa retorica vuota, in cerca di una brillante visibilità, molto in voga in quell’epoca, ma viene da una buona scuola e sa bene quale efficacia dà a un discorso una buona applicazione delle regole fondamentali della retorica greca. Egli colloca queste conoscenze al servizio del Vangelo. Questo passaggio di 1 Cor 2 ci dà un insegnamento prezioso che conviene esaminare con attenzione.

Sotto una critica apparente dell'arte del discorso, Paolo sviluppa una teologia della predicazione. L'Apostolo ricorda innanzitutto che la sua missione è la proclamazione di Gesù come messia, ma un messia crocifisso. Questa proclamazione della morte del Signore è centrale. Coloro che partecipano alla mensa del Signore proclamano la sua morte (1 Cor 11,26), la parola di Dio è proclamata nelle sinagoghe (At 13,5). Egli dice alla Chiesa di Roma che la fama della loro fede si espande in tutto il mondo (Rm 1,8). L’aspetto che viene sottolineato è la presentazione nel campo pubblico. Non la si deve comprendere necessariamente come una proclamazione in pubblico, in ambienti o in edifici pubblici. Questo avrebbe costretto Paolo ad assumere lo statuto di oratore pubblico, il che avrebbe danneggiato la sua posizione a Corinto. Ma la proclamazione resta pubblica, vale a dire che non comunica un insegnamento esoterico ad un gruppo di iniziati, bensì racconta avvenimenti a tutti quelli che lo vogliono ascoltare.

Paolo rifiuta di adoperare, come fanno i retori dell'epoca, ciò che piace all'uditorio ma che impedirebbe loro di comprendere il Vangelo. Rinuncia a predicare al fine di ottenere un effetto, nel senso di fare una sorta di sfilata davanti a un uditorio che è stato sedotto. Questa proclamazione è l'annuncio del mistero della Croce. Non vuole conoscere altro che il Cristo crocifisso. È qui tutto il contenuto del suo messaggio, il resto è solamente commento. Egli stesso incarna questa realtà. Il Cristo crocifisso vive in lui (Gal 2,20).

Afferma di aver predicato tutto timoroso e tremante, la qual cosa non manca di sorprenderci, tanto la sua forza di carattere traspare nelle sue lettere. In effetti, questi due termini formano un'espressione particolare che viene dall’Antico Testamento. È adoperata abitualmente per designare l'atteggiamento di colui che si trova ad affrontare un nemico ostile o un assalto mortale (Es 15,16; Dt 2,25; Gdt 2,28; Sal 54,6; Is 19,16). La predicazione è un combattimento. Questa debolezza in mezzo ai corinzi non era dunque una malattia qualsiasi. È il contesto in cui si rivela la potenza di Dio. Questo si verifica in 1 Cor 1,27-29 e in 2 Cor 12,9 (« ti basta la mia grazia»). Questo atteggiamento contrasta totalmente con l'atteggiamento molto fiducioso dei sofisti. Paolo non è precisamente un oratore che viene a divertire le folle.

Questa coscienza del carattere particolare della predicazione viene esplicitata nei versetti 4 e 5 attraverso un insieme di giochi di parole molto fini. Molti dei termini adoperati da Paolo hanno un doppio senso che le nostre traduzioni sono incapaci di rendere. Utilizza parole che hanno un senso nel vocabolario religioso, ma anche un senso tecnico nella retorica. Lo Spirito Santo è presentato come colui che persuade i cuori. Questa frase attribuisce allo Spirito Santo il potere di persuasione. È Lui il retore! Il risultato di questa "dimostrazione" (termine tecnico della retorica) non è una semplice prova, una convinzione, bensì la fede, e tutti questi concetti vengono espressi attraverso la stessa parola greca che viene tradotta con "fede" nelle nostre bibbie! L'ironia è grande. La potenza dello Spirito contrasta con la debolezza di Paolo e il potere dimostrativo dello Spirito contrasta con il potere persuasivo di parole che appartengono alla saggezza umana.

Al di là del contesto storico che determina in parte il discorso dell’Apostolo, possiamo mettere in rilievo alcuni elementi importanti per l'annuncio del Vangelo. Il messaggio è centrato sul mistero della Croce, vale a dire sulla salvezza. Il mezzo deve essere subordinato al suo contenuto, o meglio, deve favorirne la visibilità. Il frutto dell'annuncio è la fede, non una forma di persuasione. La fede in Paolo è caratterizzata dall'ubbidienza (cf. Rm 1,18). È adesione alla persona e alla parola di Cristo. Questa è il frutto dell'azione dello Spirito Santo che si rivela come il vero locutore, al di là della persona del missionario. Questi ha il dovere di agire con “timore e tremore”. Questo significa, al tempo stesso, che si tratta di una situazione precaria, di un combattimento, ma anche che deve essere cosciente che si tratta di un'azione divina. Si tiene in presenza di Dio. L’opera missionaria, dunque, è un’opera eminentemente teologale. La finezza della composizione del passaggio che sa utilizzare tutti gli artifici della retorica mostra che ciò non vuol dire povertà di linguaggio o ingenuità, bensì il contrario. Tutti i mezzi offerti dal linguaggio per trasmettere questo messaggio vengono utilizzati.

I carismi e i miracoli

La questione dei carismi e dei miracoli non deve essere né sottovalutata né sopravvalutata. Gli Atti degli Apostoli ci permettono di prendere coscienza che i miracoli non sono la principale causa dell'evangelizzazione, anche se talvolta vi contribuiscono attivamente. Quando le folle si convertono, ciò non è dovuto ai miracoli, ma in primo luogo alla parola della predicazione. Capita anche che certi miracoli non siano compresi e diventino fonte di confusione. Basti ricordare la guarigione di un paralitico a Listra in At 14. Gli abitanti della città avevano pensato, in un primo momento, che Paolo e Barnaba fossero gli dei Zeus ed Ermes! Subito dopo questo avvenimento, ci viene riferito che Paolo viene lapidato, in seguito al fatto che la folla era stata aizzata da un gruppo di ebrei provenienti da Iconio e da Antiochia (At 14,19). In At 16,18, la liberazione dello schiavo posseduto da uno spirito di divinazione causa la collera dei suoi padroni, che vivevano di questo suo “dono". Infine, in At 28, Paolo, morso da una vipera, non muore. I testimoni non si convertono, ma si guardano l’un l’altro come per dire che Paolo era un dio (anche loro!).

Tuttavia, i miracoli e i carismi non devono essere sottovalutati e considerati come inesistenti o inutili. Tutta la storia dell'annuncio del Vangelo è costellata di questi doni dello Spirito Santo che, in una forma ordinaria o straordinaria, portano i non credenti alla fede. Per convincersene, basterà leggere il discorso sui carismi in 1 Cor 12-14. La parola profetica, la parola ispirata pronunziata nell'assemblea riunita in preghiera, è causa diretta della conversione del non credente.

Paolo, nelle sue lettere, parla poco dei miracoli, con l’eccezione di questo discorso sui carismi in 1 Cor 12-14 e probabilmente in 1 Cor 2,4, dove rievoca una dimostrazione della potenza dello Spirito, una possibile allusione ai miracoli. Sono unicamente gli Atti degli Apostoli che attestano la loro realtà. Ora, bisogna riconoscere che questi, anche se sono talvolta mal compresi dai testimoni, sono molto spesso la fonte di conversioni. La guarigione del paralitico di Lidda e la risurrezione di Tabità a Giaffa (At 9,32-43), la liberazione miracolosa di Paolo e Sila (At 16,25-34). At 14,3 risulta particolarmente interessante. Paolo e Barnaba evangelizzano Iconio. Viene detto che essi «parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi».

Conclusione

Paolo è stato considerato, a torto, come il fondatore del cristianesimo, in quanto la sua opera missionaria ha fortemente caratterizzato il primo sviluppo della fede. Non è senza ragione, dunque, che può essere presentato come il modello per eccellenza di ogni missionario. La caratteristica principale da imitare in lui è certamente il suo legame con Cristo: «ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola» (Benedetto XVI, Udienza del 25 ottobre 2006).

La seconda caratteristica è la sua visione della missione come opera dello Spirito Santo, in concomitanza con la coscienza della sua povertà personale. L'Apostolo deve essere unito a Cristo, ma a Cristo crocifisso. La forza dell’Apostolo è la sua debolezza, che permette allo Spirito Santo di dispiegare tutta la sua potenza. Questa disponibilità nei confronti dello Spirito è la condizione della fecondità apostolica.

La terza caratteristica importante è la sua percezione del carattere universale della salvezza. Paolo è l'uomo dell'universalità. In un mondo segnato dalle divisioni e dalle barriere tra i popoli e le culture, ha compreso che il messaggio di Cristo era destinato ad ogni uomo indipendentemente dalla sua appartenenza culturale o religiosa, dalla sua nazionalità, dalla sua condizione sociale. Ha compreso che « Dio è il Dio di tutti » (Benedetto XVI, Udienza del 25 ottobre 2006).

Infine, la centralità della Chiesa, Corpo di Cristo, è indubbiamente l'ultima lezione da trarre da questo esempio. Paolo ha sempre considerato di dover compiere la sua missione nella Chiesa e attraverso la Chiesa. Si tratta di lavorare all’edificazione del corpo di Cristo. Quindi, è inconcepibile per lui andare a predicare senza essere inviato dalla Chiesa. Che si tratti del suo incontro con Pietro, per essere certo di non aver corso invano, o della sua richiesta di sostegno alla comunità di Roma, Paolo sa che ogni opera missionaria deve essere il frutto di un legame vivo con la Chiesa.

Appendice

L’insegnamento di Papa Benedetto XVI sull'Apostolo San Paolo

Papa Benedetto XVI ha richiamato o presentato a più riprese la figura dell'Apostolo delle Nazioni durante il suo Pontificato. Fin dall'inizio, il 25 aprile 2005, il Santo Padre ha voluto recarsi sul sepolcro di San Paolo per « ravvivare nella fede questa “grazia dell’apostolato”».

L' Apostolo è compreso innanzitutto come colui che, per eccellenza, ha lavorato nell'annunciare il Vangelo alle nazioni. Se il primo compito della Chiesa è la missione, il successore di Pietro voleva cominciare il suo ministero con un pellegrinaggio« alle radici della missione» . (Visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura, 25 aprile 2005)

Il Papa farà spesso riferimento alla figura di Paolo in occasione della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e in occasione della celebrazione dei vespri nella solennità della Conversione dell'Apostolo Paolo a San Paolo fuori le Mura, a conclusione della Settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani. Svilupperà più particolarmente la figura e la teologia dell'Apostolo durante le udienza pubbliche del mercoledì, nei giorni 25 ottobre, 8, 15 e 22 novembre 2006, ed infine, all'epoca dell'annuncio dell'Anno Paolino, lo presenterà come modello da contemplare ed imitare.

La persona di Paolo è al cuore della contemplazione del Santo Padre. Egli sottolinea la radicalità dell'incontro con Cristo e come la rivelazione sulla via di Damasco costituisca la fonte di tutta la teologia dell'Apostolo. « Paolo comprese in un istante ciò che avrebbe espresso poi nei suoi scritti, che la Chiesa forma un corpo unico di cui Cristo è il Capo. Così, da persecutore dei cristiani diventò l'Apostolo delle genti» (Celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo, 25 gennaio 2006).

Papa Benedetto XVI sottolinea la coscienza apostolica di Paolo. Egli sa di essere stato inviato in seguito ad una scelta divina. Questa scelta divina, manifestazione del suo amore misericordioso per l'Apostolo, è la ragione del coinvolgimento personale di Paolo nella sua missione. Questo dono di sé è la principale causa della fecondità del suo apostolato (Celebrazione dei primi Vespri, 28 giugno 2007). La vita dell'Apostolo Paolo, di cui il Santo Padre descrive le grandi tappe nell’udienza pubblica del 25 ottobre 2006, si distingue per la centralità della persona di Cristo in essa e per il respiro universale che caratterizza l'apostolato di Paolo. Così egli ha potuto affrontare le numerose difficoltà dei suoi viaggi, perché ardeva d’amore da Cristo e per Cristo (2 Cor 5,14-15). Il martirio appare allora come una conseguenza logica, l’espressione estrema di un amore totale che conduce all'identificazione con il Divino Maestro, anche nella morte.

Il messaggio di Paolo, secondo il Santo Padre, si distingue per il suo cristocentrismo (udienza dell’8 novembre), per l'azione dello Spirito Santo (udienza del 15 novembre), nel cuore del battezzato e attraverso la teologia della Chiesa (udienza del 22 novembre 2006).

Cristo giustifica l'uomo accogliendolo « dalla giustizia misericordiosa di Dio» ed entrando in una comunione profonda con lui grazie al perdono dei peccati. È l'esperienza fondamentale vissuta all'epoca della conversione dell'Apostolo. L'uomo è dunque giustificato dalla fede. La seconda componente che illustra questo cristocentrismo è l'identità cristiana definita come « questo non cercarsi da sé, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso».6

La vita dell'Apostolo diventa una manifestazione della vita di Cristo. Ciò si realizza in noi per la vita dello Spirito Santo, che Paolo descrive come Spirito di Cristo. San Paolo analizza l'azione dello Spirito nella vita del cristiano: sul suo agire e sul suo essere (Udienza generale, 15 novembre 2006). La filiazione divina, frutto della presenza dello Spirito nel battezzato, appare, secondo Papa Benedetto XVI, come il primo e principale frutto dello Spirito: ci permette di rivolgerci a Dio chiamandolo Padre. È la presenza dell'amore divino in noi. Costituisce il pegno dell'eredità futura.

La Chiesa è dunque l'ultimo capitolo della meditazione del Santo Padre sulla figura dell'Apostolo Paolo. Questa « si convertì, nel contempo, a Cristo e alla Chiesa» (Udienza generale, 22 novembre 2006). Con ragione, dunque, la Chiesa si ritrova poi in tutta la vita dell'Apostolo. Le differenti comunità ecclesiali sono per lui fonti di gioie e di pene. Egli è come un padre o una madre nei loro confronti. È il corpo di Cristo, realtà ricevuta nel corpo eucaristico (1 Cor 10,17). Le esortazioni di San Paolo a favore dell'unità e della carità sono il frutto immediato della sua visione teologica. La Chiesa è il luogo della comunione con Dio e tra gli uomini. È l'assemblea di coloro che invocano il nome del Signore Gesù Cristo.

L'insegnamento del Santo Padre Benedetto XVI sulla figura dell'Apostolo realizza dunque una sintesi che permette a chi vuole entrare nell'insegnamento di San Paolo di ritrovarsi faccia con un autore del quale lo stesso San Pietro dirà che non è facile da comprendere. Potrebbe quindi essere un'eccellente porta di entrata per poi analizzare le lettere dell'Apostolo.

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Dossier a cura di P. Jean Baptiste Edart - Agenzia Fides 28/6/2008; Direttore Luca de Mata


Il Papa all'Angelus: L’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo dei "lontani"

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LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 29.06.2008

Al termine della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e con l’imposizione dei Palli agli Arcivescovi Metropoliti, il Papa guida la recita dell’Angelus con i fedeli presenti in San Pietro e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Santo Padre Benedetto XVI nell’introdurre la preghiera mariana
:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

quest’anno la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo ricorre di domenica, così che tutta la Chiesa, e non solo quella di Roma, la celebra in forma solenne. Tale coincidenza è propizia anche per dare maggiore risalto ad un evento straordinario: l’Anno Paolino, che ho aperto ufficialmente ieri sera, presso la tomba dell’Apostolo delle genti, e che durerà fino al 29 giugno 2009. Gli storici collocano infatti la nascita di Saulo, diventato poi Paolo, tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Perciò, al compiersi di circa duemila anni, ho voluto indire questo speciale giubileo, che naturalmente avrà come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell’attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell’Isola di Malta, dove l’Apostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo. In realtà, l’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano "i lontani" e che "grazie al sangue di Cristo" sono diventati "i vicini" (cfr Ef 2,13). Per questo anche oggi, in un mondo diventato più "piccolo", ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.

Questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell’unità, rappresentata da san Pietro, la "roccia" su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Come sottolinea la liturgia, i carismi dei due grandi Apostoli sono complementari per l’edificazione dell’unico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro. Il tema dell’unità oggi è messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa Messa ho imposto agli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno. Sono 40, e altri due lo riceveranno nelle loro sedi. Anche ad essi va nuovamente il mio saluto cordiale. Inoltre, nell’odierna solennità è motivo di speciale gioia per il Vescovo di Roma accogliere il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, nella cara persona di Sua Santità Bartolomeo I, al quale rinnovo il mio fraterno saluto estendendolo all’intera Delegazione della Chiesa Ortodossa da lui guidata.

Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unità di tutti i cristiani: preghiamo ora per queste grandi intenzioni affidandole alla celeste intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli.

DOPO L’ANGELUS

Chers pèlerins francophones, en cette fête des saints Apôtres Pierre et Paul, vous avez voulu entourer le Pape et les Archevêques qui ont reçu le pallium. C’est une occasion pour affermir la communion dans l’Église et pour fortifier votre engagement chrétien. Que le Seigneur soutienne votre foi pour que, à l’exemple des saints que nous célébrons aujourd’hui, vous deveniez de vrais apôtres de la Parole de Dieu. Au début de l’année jubilaire consacrée à saint Paul, que l’enseignement de l’Apôtre des Nations vous indique le chemin à suivre. Avec ma Bénédiction apostolique.

I am happy to welcome all the English-speaking pilgrims and visitors. In a special way I greet the Metropolitan Archbishops who have received the pallium, accompanied by their relatives and friends on this Solemnity of Saints Peter and Paul. May the courageous example of these Holy Patrons inspire the Archbishops as they preach the saving word of God. I am also pleased to extend warm greetings to the Ecumenical Patriarch of Constantinople, His Holiness Bartholomew I, and to the members of his delegation. Through the intercession of the Apostles Peter and Paul, may all Christians bear clear witness to the truth and the love that sets us free. God bless you all!

Ganz herzlich heiße ich die Brüder und Schwestern aus den Ländern deutscher Sprache und aus den Niederlanden willkommen. Besonders begrüße ich die Gläubigen, die zur Überreichung des Palliums an den Erzbischof von München und Freising und an den Erzbischof von Utrecht nach Rom gepilgert sind. Bitten wir um den Beistand des Heiligen Geistes für die neuen Erzbischöfe, auf daß sie stets Zeugen der Einheit und der mutigen Hingabe an das Evangelium Christi sind. Heute wird auch in Tegelen in den Niederlanden die Mitgründerin der Steyler Missionsschwestern Josefa Hendrina Stenmanns selig gesprochen. Das Beispiel dieser Seligen leite uns an, mit aller Kraft am Sendungsauftrag der Kirche mitzuwirken. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Festtag!

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los Arzobispos que hoy han recibido el Palio y a quienes los acompañan, venidos de Argentina, Colombia, Ecuador, España y Venezuela, así como a los grupos parroquiales de Málaga y Granada. En la solemnidad de San Pedro y San Pablo, invito a todos a imitar su firmeza en la fe en Cristo, que ellos transmitieron fielmente hasta dar la vida por ella. Feliz domingo.

S láskou pozdravujem slovenských pútnikov z arcidiecézy Bratislava a z arcieparchie Prešov. Bratia a sestry, podporujte nových Metropolitov svojimi modlitbami a aktívnou účasťou na živote Cirkvi. Zo srdca vás žehnám. Pochválený buď Ježiš Kristus – Sláva Isusu Christu!

[Saluto con affetto i pellegrini slovacchi provenienti dall’arcidiocesi di Bratislava e dall’arcieparchia di Prešov. Fratelli e sorelle, sostenete i nuovi Metropoliti con le vostre preghiere e con la partecipazione attiva alla vita della Chiesa. Di cuore vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków, szczególnie tych, którzy towarzyszą nowemu arcybiskupowi Gdańska. Rozpoczęliśmy rok św. Pawła. Bóg wybrał go, aby z zapałem i mądrością zaniósł przesłanie Ewangelii do pogan. Potwierdził je męczeństwem. Jesteśmy spadkobiercami tego wielkiego dzieła. Studium jego myśli niech ubogaca naszą wiarę, a jego wstawiennictwo niech nas wspiera w naśladowaniu Chrystusa. Niech Bóg wam błogosławi.

[Saluto cordialmente i polacchi, soprattutto quelli che accompagnano il nuovo Arcivescovo di Danzica. Abbiamo iniziato l’anno di San Paolo. Dio lo ha scelto, affinché con zelo e saggezza portasse il messaggio del Vangelo ai pagani. Lo ha confermato con il martirio. Siamo eredi di questa grande opera. Lo studio del suo pensiero arricchisca la nostra fede e la sua intercessione ci sostenga nella sequela di Cristo. Dio vi benedica.]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli di Poncarale, Torino, Ivrea, Empoli e Carmignano. Un saluto speciale rivolgo alla città di Roma e a quanti vi abitano: i santi Patroni Pietro e Paolo ottengano all'intera comunità cittadina e diocesana di custodire e valorizzare la ricchezza dei suoi tesori di fede, di storia e di arte. Buona festa a tutti!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

benedetto XVI apre l'Anno Paolino: "In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza"

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OMELIA DEL SANTO PADRE

Santità e Delegati fraterni,
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle
,

siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia.

Chi era questo Paolo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio…» (At 22,3).
Alla fine del suo cammino dirà di sé: «Sono stato fatto… maestro delle genti nella fede e nella verità» (1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo retrospettivo al percorso della sua vita.

Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato. «Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi.

Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale “Anno Paolino”: per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo.

In questa prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo, una speciale “Fiamma Paolina”, che resterà accesa durante tutto l’anno in uno speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta “Porta Paolina”, attraverso la quale sono entrato nella Basilica accompagnato dal Patriarca di Costantinopoli, dal Cardinale Arciprete e da altre Autorità religiose.

È per me motivo di intima gioia che l’apertura dell’“Anno Paolino” assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con cuore aperto. Saluto in primo luogo Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e i membri della Delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con Lui e con tutti noi questi momenti di preghiera e di riflessione. Saluto i Delegati Fraterni delle Chiese che hanno un vincolo particolare con l’apostolo Paolo - Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia - e che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a Roma. Saluto cordialmente i Fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solemne inizio dell’“Anno” dedicato all’Apostolo delle Genti.

Siamo dunque qui raccolti per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In questa ora, all’inizio dell’“Anno Paolino” che stiamo inaugurando, vorrei scegliere dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere.

Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di FEDE molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro.

La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo.

Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio … di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte…

Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza.

Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era uno capace di ama, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso.

Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge» della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo.

Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. in 1Jo 7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi.

Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere.

Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco.

Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo.

Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti «la sua causa». La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» (Lc 24,39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma.

Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,16s).

Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuevamente realtà: C'è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come Corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone.

«Perché mi perseguiti?» Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Vorrei concludere con una parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte. «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo discepolo (2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione.

In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà.

Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi.

In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi!
Amen.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Santità, amato Fratello in Cristo,
e voi tutti, i fedeli nel Signore
,

Animati da una gioia colma di solennità, ci troviamo, per la preghiera dei Vespri, in questo antico e splendido tempio di San Paolo fuori le Mura, in presenza di numerosi e devoti pellegrini venuti da tutto il mondo, per la lieta inaugurazione formale dell’Anno di San Paolo, Apostolo dei Gentili.
La radicale conversione ed il kerygma apostolico di Saulo di Tarso hanno “scosso” la storia nel senso letterale del termine ed hanno scolpito l’identità stessa della cristianità. Questo grande uomo ha esercitato un influsso profondo sui Padri classici della Chiesa, come San Giovanni Crisostomo, in Oriente, e Sant’Agostino di Ippona, in Occidente. Sebbene non avesse mai incontrato Gesù di Nazaret, San Paolo ricevette direttamente il Vangelo «per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1, 11S12).
Questo sacro luogo fuori le Mura è senza dubbio quanto mai appropriato per commemorare e celebrare un uomo che stabilì un connubio tra lingua greca e mentalità romana del suo tempo, spogliando la cristianità, una volta per tutte, da ogni ristrettezza mentale, e forgiando per sempre il fondamento cattolico della Chiesa ecumenica.
Auspichiamo che la vita e le Lettere di San Paolo continuino ad essere per noi fonte di ispirazione «affinché tutte le genti obbediscano alla fede in Cristo» (cfr. Rom 16,27).