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Lo Spirito Santo: Le mani di Dio. F. G. Claudio Bottini

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F. G. Claudio Bottini

Se Dio è uno nella natura divina e trino nelle Persone, ne segue che tutta l’attività di Dio e il suo piano, che riguardano la creazione, la redenzione e il compimento della storia, sono opera comune delle Persone divine. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “Tutta l’Economia divina è l’opera comune delle tre Persone divine. Infatti, la Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione... «Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose»...” (n. 258).

La fede della Chiesa non esita ad affermare che le prime parole della Bibbia: “In principio, Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1), illuminate e spiegate da altre parole della Scrittura, devono essere riferite non solo a Dio, come Padre e Creatore unico di tutte le cose, ma anche al Figlio e allo Spirito Santo.

Dell’opera creatrice del Figlio il testo sublime del Prologo di S. Giovanni dice: “In principio era il Verbo... e il Verbo era Dio... Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto” (Gv 1,1). E in un bellissimo testo S. Paolo afferma: “Per mezzo di lui [il Figlio diletto] sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra... Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono” (Col 1,16-17).

Con altrettanta chiarezza la Chiesa professa l’azione creatrice dello Spirito Santo affermando che egli è “datore di Vita”, Signore e “sorgente di ogni bene”. In un un celebre inno, che accompagna i momenti importanti della sua vita, la Chiesa lo invoca: “Vieni, Spirito Creatore”.

Anche la rivelazione di questo mistero dell’azione creatrice del Figlio e dello Spirito Santo è avvenuta progressivamente. Ciò che nel Nuovo Testamento è chiaramente espresso e affermato, nell’Antico è lasciato intravvedere oppure preannunciato o prefigurato. Citando un bel testo di S. Ireneo, Padre della Chiesa, il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega: “«Non esiste che un solo Dio:... egli è il Padre, è Dio, il Creatore, l’Autore, l’Ordinatore. Egli ha fatto ogni cosa da se stesso, cioè con il suo Verbo e la sua Sapienza», «per mezzo del Figlio e dello Spirito», che sono come «le sue mani»” (n. 292).

Si tratta evidentemente di un simbolo adoperato per esprimere insieme l’apporto proprio e la collaborazione del Figlio e dello Spirito Santo nel piano della salvezza divina. E’ una suggestiva metafora o immagine che ha il suo fondamento nella Bibbia stessa.

La mano di Dio nella Bibbia

E’ noto che la Bibbia per farsi comprendere, quando parla di Dio, spesso usa un linguaggio che viene detto “antropomorfico” e che consiste nell’attribuire a Dio tratti e comportamenti umani. Tale linguaggio vuole sottolineare anche il carattere personale di Dio e la sua partecipazione alla storia del mondo e degli uomini. Così si parla di mano, braccio, dito di Dio. Questi sono organi dell’agire umano con i quali l’uomo può distruggere e uccidere, ma anche soccorrere e benedire. In non pochi passi della Bibbia mano, braccio, dito vengono adoperati per indicare che Dio crea, agisce, soccorre, salva, ma anche che egli giudica, condanna e punisce. Questo antropomorfismo, noto anche alla letteratura dell’Oriente antico extrabiblico, ricorre non meno di trecento volte nell’Antico Testamento. Sembra proprio che questo simbolo sia la più felice espressione di quel movimento che fa incontrare Dio e l’uomo.

Alcuni testi parlano della mano di Dio come simbolo della sua potenza nella creazione e provvidenza e nella liberazione di Israele: “Così dice il Signore: «Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi (...). Tutte queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie»” (Is 66,1-2); “Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte” (Gb 10,8); “Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la tua mano, si saziano di beni” (Sal 104,27-28); “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso” (Dt 5,15; vedi anche 4,34; Es 13,3-14).

Ma la mano è simbolo anche dell’amore di Dio per i buoni: “La mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza” (Sal 89,22); “Certo egli ama i popoli; tutti i santi sono nelle sue mani” (Dt 33,3; vedi anche Sap 3,1; Gb 5,18). La mano di Dio compare nei suoi interventi straordinari sui profeti: “La mano del Signore fu sopra Elia” (1Re 18,46); “La mano del Signore fu sopra Eliseo” (2Re 3,15); “Poiché così il Signore mi disse, quando mi aveva preso per mano” (Is 8,11); “Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo” (Ez 2,9). Altre volte però la mano è simbolo della giustizia punitiva di Dio: “Ebbene cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!” (2Sam 24,14; vedi anche 1Sam 5,9; Gb 1,11; 19,21); “Per questo è divampato lo sdegno del Signore contro il suo popolo, su di esso ha steso la sua mano per colpire” (Is 5,25; vedi anche Sal 21,9; 32,4). Durante il banchetto sacrilego di Baldassàr Dio mandò una “mano d’uomo” le cui “dita” scrissero le parole misteriose e terribili che solo Daniele seppe interpretare (Dn 5,5.24).

A questi e ad altri passi simili dell’Antico Testamento si possono aggiungere quelli in cui si parla della “destra” di Dio per indicare l’autorità, la potenza o la gloria stessa di Dio: “La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico” (Es 15,6; vedere anche v. 12); “Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,11). In un celebre salmo al messia re e sacerdote il Signore dice: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi” (110,1). Come per la mano, anche della destra di Dio si afferma che essa compie prodigi (Sal 118,15-16), libera gli oppressi (Sal 17,7), soccorre i credenti (Sal 44,4; 60,7; 63,9; 108,7; Is 41,10.13), punisce i nemici (Sal 21,9). Un testo del libro della Sapienza parlando del destino glorioso dei giusti sintetizza bellamente immagini e significato: “Per questo riceveranno una magnifica corona regale, un bel diadema dalla mano del Signore, perché li proteggerà con la sua destra, con il braccio farà loro da scudo” (5,17).

Vi sono infine nell’Antico Testamento alcuni testi molto suggestivi dove si parla del “dito di Dio”. Il Salmista, colto da stupore dinanzi all’opera dellla creazione, canta: “Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate...” (Sal 8,4). In due passi l’immagine del dito è riferita a Dio per indicare che egli ha scritto le tavole della Legge: “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul Monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio” (Es 31,18; vedi anche Dt 9,10). Secondo il racconto di Esodo al dito di Dio sono attribuiti i prodigi compiuti da Mosè: “Allora i maghi dissero al faraone: «E’ il dito di Dio!». Ma il cuore del faraone si ostinò e non diede ascolto, secondo quanto aveva predetto il Signore” (Es 8,15).

In sintesi si può dire che al braccio, alla mano e al dito di Dio sono attribuite tutte le azioni e perfezioni divine e che in fondo attraverso le immagini si vuole indicare tutta la persona di Dio, non per materializzarla, ma per renderla all’uomo più vicina e familiare. Questo antropomorfismo non solo è il più usato, ma è anche quello che ha ispirato l’interpretazione trinitaria di non pochi passi in cui esso ricorre.

Il Figlio e lo Spirito Santo “mani” di Dio

I Padri della Chiesa e gli antichi esegeti spiegando gli antropomorfismi biblici si preoccuparono anzitutto di inculcare nei fedeli che vivevano in ambiente pagano, la natura spirituale e la trascendenza di Dio. Tuttavia nella ricerca delle “tracce” del mistero della Trinità nell’Antico Testamento ben presto essi utilizzarono anche questa immagine. Nella mano divina essi videro l’azione della seconda Persona della Trinità, il Figlio di Dio come Verbo preesistente già prima dell’Incarnazione. S. Ireneo, seguito poi da tanti altri, affermava: “Il primo uomo fu fatto dalla mano di Dio, cioè dal Verbo di Dio”. S. Cipriano metteva insieme un grappolo di passi di Isaia per dimostrare che “Cristo è la mano o il braccio di Dio”.

Dinanzi poi ai testi biblici che parlano al plurale delle mani divine essi quasi naturalmente arrivavano a includere anche la terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo. Lo stesso S. Ireneo spiegava: “L’uomo è una mescolanza di anima e di carne modellata ad immagine di Dio e plasmata dalle mani di Dio, cioè dal Figlio e dallo Spirito, ai quali disse: «Facciamo l’uomo» [Gen 1,26]”. Dopo di lui questa interpretazione divenne comune. Basti citare S. Eucherio il quale sinteticamente diceva: “Per braccia di Dio Padre si intendono il Figlio e lo Spirito Santo”.

Lo Spirito Santo “dito” di Dio

Quanto all’identificazione del “dito di Dio” con lo Spirito Santo una parola di Gesù riferita da Matteo e da Luca è illuminante e fondamentale. Dove infatti il terzo evangelista porta: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, di conseguenza è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20), il primo dice: “Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12,28). Nel commentare l’immagine del “dito di Dio” i Padri illustrano il mistero della Trinità. Considerando infatti che le dita sono il compimento e la perfezione ultima della mano, essi scoprono nella mano divina insieme col dito un’immagine della vita e delle ineffabili relazioni tra le Persone divine. S. Eucherio diceva: “Per dito di Dio si comprende lo Spirito Santo (...). Come infatti [il dito] con la mano e il braccio e a loro volta la mano e il braccio sono uno con il corpo, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre Persone, ma una sola natura divina”.

La riflessione sulle molteplici attività possibili alle dita della mano conduce i Padri ad approfondire la spiegazione delle opere compiute dalla Trinità fuori di sé. Sono molti infatti i testi di Padri sia greci che latini - certamente anche per l’influsso del detto di Gesù sopra ricordato - nei quali il dito di Dio viene con tutta naturalezza identificato con lo Spirito Santo e visto all’opera nella creazione, nel dono della Legge, nei segni prodigiosi. S. Ireneo, per citare ancora una volta un esempio antico e autorevole, scrive: “E nel deserto Mosè riceve da Dio le leggi; le dieci sentenze su tavole di pietra, scritte col dito di Dio; e il dito di Dio è quello che è steso dal Padre allo Spirito Santo”. Al riguardo si può rileggere anche un testo molto bello di S. Ambrogio: “Quando infatti cielo e terra venivano creati, lo Spirito vi aleggiava sopra. A proposito dello Spirito, poi, lo stesso David dice in un altro salmo: «Manda il tuo Spirito e saranno creati» [Sal 103,30]; e ancora altrove: «Vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita» (Sal 8,4). Certo Dio non creò il cielo e la terra con dita corporee, ma con la grazia dello Spirito settiforme, con quel dito di cui trovi scritto nel Vangelo (...). Se allora lo Spirito è il dito di Dio, visto che il Figlio ne è il braccio, lo Spirito, cooperando col Padre e col Figlio nell’unità della loro azione, ha collaborato alla creazione del cielo e della terra. Il Figlio chiamò «dito» lo Spirito per indicare l’unità della divinità attraverso la metafora dell’unità delle membra del corpo”.

Così dal simbolo si passa naturalmente alla riflessione teologica. I Padri della Chiesa Orientale, per esempio, considerando le operazioni delle Persone divine parlano del Padre come del soggetto agente, del Figlio come della sua potenza operativa e dello Spirito come dell’azione che ne risulta. Nello Spirito infatti il Padre tocca il mondo. Lo Spirito Santo procede dalla natura del Padre, di cui è l’effetto agente. Procede anche dal Figlio perché l’azione risulta dalla potenza; procede inoltre dal Padre attraverso il Figlio, perché il Padre porta ad esecuzione l’azione attraverso la potenza. Lo Spirito rivela la Trinità in quanto è l’azione divina che comunica al mondo le grazie di Dio.

Questa tematica che può sembrare tutta teologica e sottile ha trovato vasta eco anche nell’arte. Chi non conosce il celebre inno “Veni Creator Spiritus” composto nel secolo nono ma nel quale sono condensate tanta sapienza teologica ed esperienza spirituale della Chiesa? In esso lo Spirito Santo è invocato tra l’altro come “Dextrae Dei tu digitus = Tu dito della destra di Dio”. Oppure chi non ha mai visto una riproduzione del celebre affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina dove il dito di Dio Padre si tende verso quello di Adamo e lo crea a sua immagine?

Ciò che la Bibbia dice con le immagini, la liturgia proclama nel canto e la teologia spiega con il linguaggio argomentativo, l’arte lo ha espresso con le figure e i colori. Non si contanto infatti le raffigurazioni in pittura e scultura che presentano la mano divina simbolo della presenza di Dio, per lo più il Padre, che agisce o parla. Non mancano però anche le raffigurazioni nelle quali la mano rappresenta il Figlio o lo Spirito Santo. Per quest’ultimo gli studiosi indicano in particolare alcune rappresentazioni della scena di Pentecoste dove da una mano escono raggi che si spandono sugli apostoli e due scene di battesimo dove invece della colomba, simbolo abitualmente adoperato per lo Spirito Santo, si trova una mano e la scritta “destra di Dio”.

Giustamente quindi il Catechismo della Chiesa Cattolica tra i numerosi simboli dello Spirito Santo accanto a l’acqua, l’unzione, il fuoco, la nube e la luce, il sigillo, la mano, la colomba ricorda anche il dito: “«Con il dito di Dio» Gesù scaccia i «demoni» (Lc 11,20). Se la Legge di Dio è stata scritta su tavole di pietra dal «dito di Dio» (Es 31,18), «la lettera di Cristo», affidata alle cure degli Apostoli, è «scritta con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne dei... cuori» (2Cor 3,3). L’inno «Veni Creator Spiritus» invoca lo Spirito Santo come «digitus paternae dexterae - dito della destra del Padre” (n. 700).

E bello pensare che le meraviglie della creazione e della redenzione del mondo sono opere che il Padre ha compiuto e incessantemente mantiene in vita con le mani del Figlio e dello Spirito Santo. E’ ancora più bello e soprattutto consolante pensare che le “mani sante e venerabili” del Figlio e dello Spirito Santo conducono per mano ogni creatura docile nella fede, e ci porteranno un giorno in braccio al Padre.

© copyright 1998

Catechismo: Credo nello Spirito Santo

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PARTE PRIMA
LA PROFESSIONE DELLA FEDE

SEZIONE SECONDA:
LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

CAPITOLO TERZO
CREDO NELLO SPIRITO SANTO

683 « Nessuno può dire: "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo » (1 Cor 12,3). « Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! » (Gal 4,6). Questa conoscenza di fede è possibile solo nello Spirito Santo. Per essere in contatto con Cristo, bisogna dapprima essere stati toccati dallo Spirito Santo. È lui che ci precede e suscita in noi la fede. In forza del nostro Battesimo, primo sacramento della fede, la vita, che ha la sua sorgente nel Padre e ci è offerta nel Figlio, ci viene comunicata intimamente e personalmente dallo Spirito Santo nella Chiesa:

Il Battesimo « ci accorda la grazia della nuova nascita in Dio Padre per mezzo del Figlio suo nello Spirito Santo. Infatti coloro che hanno lo Spirito di Dio sono condotti al Verbo, ossia al Figlio; ma il Figlio li presenta al Padre, e il Padre procura loro l'incorruttibilità. Dunque, senza lo Spirito, non è possibile vedere il Figlio di Dio, e, senza il Figlio, nessuno può avvicinarsi al Padre, perché la conoscenza del Padre è il Figlio, e la conoscenza del Figlio di Dio avviene per mezzo dello Spirito Santo ».1

684 Lo Spirito Santo con la sua grazia è il primo nel destare la nostra fede e nel suscitare la vita nuova che consiste nel conoscere il Padre e colui che ha mandato, Gesù Cristo.2 Tuttavia è l'ultimo nella rivelazione delle Persone della Santa Trinità. San Gregorio Nazianzeno, « il Teologo », spiega questa progressione con la pedagogia della « condiscendenza » divina:

« L'Antico Testamento proclamava chiaramente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo ha manifestato il Figlio, ha fatto intravvedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza in mezzo a noi e ci accorda una visione più chiara di se stesso. Infatti non era prudente, quando non si professava ancora la divinità del Padre, proclamare apertamente il Figlio e, quando non era ancora ammessa la divinità del Figlio, aggiungere lo Spirito Santo come un fardello supplementare, per usare un'espressione un po' ardita. [...] Solo attraverso un cammino di avanzamento e di progresso "di gloria in gloria", la luce della Trinità sfolgorerà in più brillante trasparenza ».3

685 Credere nello Spirito Santo significa dunque professare che lo Spirito Santo è una delle Persone della Santa Trinità, consostanziale al Padre e al Figlio, « con il Padre e il Figlio adorato e glorificato ».4 Per questo motivo si è trattato del mistero divino dello Spirito Santo nella « teologia » trinitaria. Qui, dunque, si considererà lo Spirito Santo solo nell'« economia » divina.

686 Lo Spirito Santo è all'opera con il Padre e il Figlio dall'inizio al compimento del disegno della nostra salvezza. Tuttavia è solo negli « ultimi tempi », inaugurati con l'incarnazione redentrice del Figlio, che egli viene rivelato e donato, riconosciuto e accolto come Persona. Allora questo disegno divino, compiuto in Cristo, « Primogenito » e Capo della nuova creazione, potrà realizzarsi nell'umanità con l'effusione dello Spirito: la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna.


(1) Sant'Ireneo di Lione, Demonstratio praedicationis apostolicae, 7: SC 62, 41-42.

(2) Cf Gv 17,3.

(3) San Gregorio Nazianzeno, Oratio 31 (Theologica 5), 26: SC 250, 326 (PG 36, 161-164).

(4) Simbolo niceno-costantinopolitano: DS 150.

don Franco Cagnasso: “Avrete forza dallo Spirito Santo”

Riproponiamo on-line la trascrizione delle meditazioni proposte da don Franco Cagnasso ai preti della diocesi di Roma negli esercizi spirituali del 13-17 novembre 2000. Ogni settimana sarà messa a disposizione sul nostro sito una meditazione perché possa accompagnare la preghiera personale. La trascrizione dei testi è stata curata dal Servizio diocesano di formazione permanente del clero, guidato da mons.Luciano Pascucci. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line del testo.

Il Centro culturale Gli scritti (1/7/2007)


Il breve passo che propongo alla vostra riflessione è uno di quelli che presentano il “mandato missionario” di Gesù. E’ At1,6-11 e poi 2,1-13. Il primo ha i suoi paralleli in Mt28,16-20 e Mc16,14-20. Ci sono ambientazioni diverse e anche sottolineature diverse. Scelgo Atti perché forse è il meno ricordato, anche se - a mio parere - è quello che più facilmente incontra la mentalità ecclesiale di oggi, quello di più immediata comprensione, ed è direttamente collegato con il racconto della Pentecoste (At2,1ss).

Si parte dalla domanda formulata dagli apostoli: “E’ questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Nella risposta si rimanda al Padre la questione dei “tempi e momenti” di questa ricostituzione. In questo gli Apostoli non hanno nulla da dire né da fare, il discorso è chiuso. C’è però ben altro che li aspetta, e su questo ci soffermiamo.

Gesù li manda, e che questo invio sia una cosa seria è evidente poco più avanti, quando “due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,10-11). Gesù tornerà, ma il tempo fra oggi e questo ritorno è tempo di missione, non di attesa passiva.

La missione non è intesa, finalizzata a restaurare il Regno, ma ad altro. Gesù lo spiega brevemente unendo alla spiegazione una promessa: lo Spirito Santo scenderà e darà forza, e allora voi sarete testimoni “fino ai confini estremi della terra”. Il fulcro che propongo sta nella promessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”, e lo Spirito Santo sta in strettissima relazione sia con l’essere testimoni sia con i confini del mondo.

Lo Spirito Santo - dice la Redemptoris Missio - “è il protagonista della missione”. Più volte in questi giorni siamo tornati sulla sua missione di “spiegare” parole ed eventi di Gesù per condurre alla verità tutta intera e per consolare. Qui è visto come una “forza”, forza che entra nel Cenacolo, trasforma il gruppo che è lì in preghiera, li fa uscire a parlare con franchezza, rendendo testimonianza.

“Fa uscire”. La missione che Gesù affida ai suoi è una forza dinamica. Attrae (cfr. At 2,48), e mette in movimento, non lascia fermi a guardare il cielo. Gesù non si ferma mai troppo in un villaggio perché altri attendono, così Paolo nelle sue comunità. Ci offre l’immagine del pastore che “va in cerca” dando attenzione a chi è smarrito, anche se uno solo. Mangia con i peccatori, anche scandalizzando i benpensanti, perché è venuto per salvare loro, e quindi li cerca. Manda i suoi ad annunciare e guarire, perché si moltiplichi attraverso di loro il suo annuncio e la sua opera.

E’ però un andare guidato dallo Spirito, non da strategie umane. Gli Atti sono percorsi da questa fiducia viva nella guida dello Spirito che chiude certe porte per aprirne altre, che trasforma le persecuzioni in occasioni per spargere la semente in altri posti, che illumina la comunità di Antiochia a mandare Paolo e Barnaba, che prepara Pietro a entrare nelle case dei pagani e prepara Cornelio a invitare Pietro e poi a ricevere il Battesimo...

Una cosa è certa in Atti: lo Spirito opera dentro i missionari, ma anche prima di loro. E’ prorompente, va oltre i loro progetti. Lo stesso Paolo, apostolo delle genti, capisce che questa è la sua missione, grazie alle sue difficoltà con le sinagoghe: lo Spirito lo orienta altrove. Nella Pentecoste lo Spirito Santo opera allo stesso tempo in chi parla e in chi ascolta. Sono certo che questo avviene anche oggi. Ad esempio: l’indebolirsi della chiesa in occidente ci costringe a percorrere nuove vie, nuove occasioni...

Abbiamo bisogno di una fede che abbia questa freschezza, che creda nella fantasia dello Spirito. Esso opera efficacemente nei sacramenti, ma essi non lo racchiudono e non lo esauriscono. Anzi, la loro azione deve essere come il momento forte di un’opera che noi sappiamo diffusa, costante e anche imprevedibile.

La missione come è presentata qui in Atti, consiste nell’essere testimoni. Anche questo è opera dello Spirito Santo. Troppo spesso noi confondiamo la testimonianza con il buon esempio e pretendiamo di calcolarne l’efficacia in base a criteri di efficacia umana. Sbagliamo! Chi ha un buon carattere e non s’arrabbia, non dà alcuna testimonianza, semplicemente ha un punto in più per farsi accettare come uomo e per tenere buoni rapporti.

La testimonianza si dà quando emerge che ciò che si dice, si fa e si è, lo si dice, fa ed è nel nome del Signore e con la forza dello Spirito. Gli apostoli credono grazie allo Spirito Santo e parlano con franchezza - loro che sono ignoranti - con la stessa forza, per questo le loro parole non sono un’opinione, ma un atto di fede che testimonia. Pietro e Giovanni dicono allo storpio: “Nel nome di Gesù, cammina”, per questo testimoniano attraverso quella guarigione. Stefano parla e poi perdona nel nome di Gesù e con la forza dello Spirito Santo, per questo la sua morte è testimonianza come la morte in croce di Gesù.

Paradossalmente, là dove ci sono più difficoltà e più fragilità - e quindi una minore efficacia o una totale inefficacia umana - la testimonianza è più forte e limpida, perché emerge con chiarezza che lì opera lo Spirito, che ciò che si fa è solo nel nome di Gesù. Pensate alla riscoperta dei martiri nel nostro tempo.

Dunque, credere nello Spirito che guida e precede, testimoniare senza preoccuparsi dei risultati, ma piuttosto della “qualità evangelica”, del nostro essere, parlare, operare. I risultati della testimonianza non si calcolano e non si prevedono. I martiri sono sì “seme di cristiani”, ma quando, dove e come spesso non si può dire né prevedere. Gesù in Atti cap. 1 sembra dire: non preoccuparti di questo, tu sii testimone.

Preòccupati piuttosto di giungere “ai confini della terra”. Nei primi anni era chiaro che si trattava di dare segni, testimonianza fino ai confini, non di conquistare tutti. I confini poi hanno un significato ampio: l’orlo estremo del grande disco che è la terra, ma anche il luogo dell’esilio (salmo 61,3: dai confini della terra io t’invoco), i luoghi della diaspora ebraica e pure Roma, capitale dell’impero e quindi del paganesimo, dove Paolo giunge proprio offrendo un segno di quella diffusione della Parola.

Io credo poi che questa espressione vada ulteriormente approfondita ed estesa, specie oggi, quando si fa il giro del mondo in poche ore. “Confine dell’umano” si potrebbe dire, là dove il nostro essere uomini perde le sue connotazioni fondamentali, non può esprimersi né crescere, pone interrogativi radicali, là dove non giunge alcun segno di salvezza intesa nel suo significato più ampio, e dove Dio sembra del tutto assente, muto, distorto, sostituito dal demonio muto, dagli idoli, dal vuoto, dal divisore che genera odio, dal menzognero che lo scimmiotta, dandogli un volto demoniaco oppressivo: luoghi di sofferenza di alienazione, di totale insofferenza, di schiavitù a forme religiose oppressive e idolatre... Sono confini esterni ma anche interiori: le profondità insondabili della follia, della solitudine, della disperazione.

Lì dobbiamo essere testimoni, e lo stesso andare lì nel nome del Signore è testimonianza. Andare come seminatori, proponendo a tutti, sapendo che ovunque c’è qualcuno che il Signore ha chiamato. “Paolo è apostolo per chiamare alla fede gli eletti” (così inizia la lettera a Tito) e Atti 2,39 dice: “Per voi è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”. Quanti sono? Dove sono? Tanti, ovunque, ma lo sapremo dopo: ora è tempo di andare, cercare, seminare, testimoniando l’annuncio.

Tutto ciò dovrebbe essere l’orizzonte della nostra missione. I confini del mondo, e quindi “le genti” sono il contesto in cui immergerci, se vogliamo dare alla nostra fede e al nostro ministero l’ampiezza di respiro che devono avere, e tutta la prospettiva di mistero e gratuità che merita. Se vogliamo operare nello Spirito; spesso invece ho l’impressione che siamo troppo presi dai nostri programmi e dalle nostre preoccupazioni (anche giuste) per accorgerci di ciò che lo Spirito opera.

Avere per orizzonti i confini del mondo ci fa meglio percepire che la chiesa è immersa in una realtà più ampia. Non c’è la chiesa e poi, là fuori, il mondo. C’è il mondo in cui, fra tante altre comunità e religioni, vive e opera la chiesa. Questo orizzonte conferisce alla nostra fede la giusta percezione della sua originalità, il senso di una missione come popolo fra i popoli, lo stupore di sapersi scelti e privilegiati senza merito e per servire.

Aprendo le finestre si vedono errori, ingiustizie, idolatrie, ma si scoprono anche Giobbe, Naaman, la Cananea, il Centurione. Ci si accorge che Dio si preoccupa di quella Ninive che a me è antipatica, che vorrei distruggere. Perché lo stesso Spirito che opera in me, è all’opera ovunque. Non è un altro, non ha altri piani. Opera mandato da Cristo e per ricondurre tutto a Cristo in tempi e modi che non sta a noi conoscere. Noi possiamo e dobbiamo cercare, scoprire, obbedire (Pietro battezza Cornelio quasi controvoglia!), lodare Dio.

La chiesa è missione e fa molto per obbedire al mandato di Gesù, ma si pensa ancora poco come missione ampia, totale. Verso i confini del mondo siamo ancora poco attenti, li consideriamo poco più di un’appendice, un luogo dove lo Spirito opera e ci chiama.

Tuttavia non è nei termini di ripartizioni matematiche o di affannoso senso del dovere che dobbiamo impostare il discorso, bensì in quelli di una più gioiosa e serena fiducia nell’opera di Dio.

La nostra responsabilità non è quella di convertire tutti, è quella di liberare il messaggio, di riproporlo continuamente come giudizio e insieme come misericordia che risana e dà vita; è quella di non soffocare lo Spirito effuso dopo l’avvenimento della Pasqua, di seminare a piene mani perché i frutti possano venire da tutti i terreni, anche quelli finora mai coltivati.

E, seminando, accorgerci che Dio era già là, contemplarlo in ciò che ha già compiuto, scoprirlo sempre oltre, sempre più grande, sempre più imprevedibile delle nostre attese e dei nostri schemi.
Le genti, se sappiamo vederle, ci interpellano in tanti modi:

  • con le loro domande sulla vitalità della nostra fede, sul significato dei nostri riti e delle nostre parole, sull'autenticità della nostra carità;
  • con il loro stesso esistere come miriadi di esseri umani a cui Cristo non è stato annunciato - perché? - con la loro muta domanda sul mistero della chiamata divina all’incontro con Cristo;
  • con le loro fedi spesso autentiche, impegnate, profonde, che ci fanno arrossire della superficialità con cui ci poniamo di fronte al mistero di Dio e dell’uomo; e che possono, se vogliamo, farci scoprire sempre meglio quella Verità che in Cristo già ci è data come vita;
  • con le molte deformazioni della religiosità: fanatismi, magie, orgoglio di salvarsi, strumentalizzazioni di Dio e della religione. Deformazioni che chiedono liberazione e allo stesso tempo ci invitano a vedere in noi stessi e nelle nostre chiese i rischi (e non solo i rischi) di essere allo stesso modo, riducendo Cristo Salvatore ad un idolo.

Concepire così la missione vuol dire anche riscoprire in termini più intensi, più ampi, più vibranti il senso di coloro che celebrano l’Eucaristia. L’offerta del sacrificio che è unico e non ha confini di nazioni, razze, lingue deve essere per il presbitero il punto di forza della sua missionarietà in mezzo alle genti.

Offrire il sacrificio con la comunità è il compito che può e deve compiere a nome di tutti, in una chiesa sontuosa e con una liturgia ben curata, come in un carcere della Cina o in un villaggio polveroso del Sahel. E’ di lì che parte la missione ed è lì che essa arriva, sempre: non può esserci una “messa missionaria”, distinta da una messa che resti una faccenda fra noi e per noi credenti.

L’Eucaristia deve essere ciò che nutre e ciò che raccoglie la nostra spiritualità di preti per il mondo. Un segno di vita, di riconciliazione, di speranza posto consapevolmente e gioiosamente in mezzo ai mille segni contraddittori della storia; un’offerta di ogni cosa buona, perché certo viene da Dio, anche se non è nostra; un flusso di misericordia che scende sul nostro piccolo gregge sì, ma per inondare il mondo.

Anche il sacramento della riconciliazione è missionario, è per il mondo. Questo perdono che scende su di me quando io mi confesso è un perdono che deve ridondare sugli altri. Dio non perdona me perché sono più bello, ma come segno della sua misericordia su tutti e io devo viverlo come qualcosa che accolgo perché sugli altri scenda la sua misericordia, perché anche gli altri la capiscano.

Credo che questi confini del mondo che sono i confini dell’umanità debbano farci credere che la missione è molto stare accanto al mistero della sofferenza. La RM dice che la missione conduce ai piedi della croce. Noi celebriamo il nostro Profeta scomunicato e ucciso fuori delle mura della città, nudo, impotente e solo davanti agli uomini e davanti a Dio.

E’ il mistero dei confini dell’umanità, Gesù ha raggiunto i confini dell’umano. Che confine di disumanizzazione è la sua morte da scomunicato sulla croce! E questa è la più radicale, concreta proposta di comunione che Dio potesse fare agli uomini. Sulla croce Gesù non ha più nessuna divisa ed è rifiutato dal suo sistema politico, dalla sua cultura, dal suo sistema religioso. Resta muto nella sofferenza e così ci mostra che Dio si mette a disposizione di ogni uomo, senza chiedergli nessun passaporto per lasciarsi incontrare. Incontrare l’uomo nella sofferenza significa incontrarlo nella sua maggiore verità, nella sua nudità.

Cristo crocifisso è “spettacolo” per le genti, che se ne stupiscono, si scandalizzano, lo rifiutano - così come anche noi, quando lo incontriamo nella concretezza della nostra esperienza umana, continuamente siamo tentati di stupirci, scandalizzarci e rifiutarlo. Noi che lo celebriamo ogni giorno non possiamo ignorare che egli è oggi in milioni di crocifissi, non possiamo rivestirlo e renderlo immaginetta devota di una religione fra le altre. Dobbiamo avere alta e insieme profonda in noi, direi scolpita a fuoco nella nostra fede la persuasione che egli spalanca le braccia per tutti, non è di nessuno perché deve attirare tutti a sé, che davanti a lui dobbiamo batterci il petto e proclamare - come il centurione - “Veramente quest’uomo è figlio di Dio!” ( Mc 15,39).

Noi accogliamo la croce, non la possediamo. Cristo sul Calvario, fuori della città, è là per dire a tutti che è per tutti e noi siamo quelli che seguono la croce, quelli che ci credono. Ma siamo anche quelli che dobbiamo dire: la croce è anche per te; non è soltanto per me che ci credo!

Il crocifisso è il segno del nostro essere cristiani, ma guai se diventasse discriminazione, demarcazione preconcetta; al contrario, è accoglienza fino all’ultimo respiro, è occasione di salvezza aperta a tutti, al centurione che guida il manipolo dei crocifissori come al ladro crocifisso, che sperimenta l’amarezza del dolore e della morte per le sue colpe.

Le genti hanno diritto di incontrare dei presbiteri che siano là sul Golgota, ai piedi della Croce, con Maria e Giovanni - non chiusi nelle stanze del tempio; hanno diritto a incontrarci fuori del Cenacolo, non radunati per paura fra le sue mura.

Chiedo al Signore di farci così ogni giorno, e sempre di più. E’ veramente il dono più grande che sempre possiamo avere noi, è il dono di una profonda libertà interiore che Dio ci fa, di una profonda fiducia, di una profonda serenità. E, nello stesso tempo, è il dono più grande che possiamo fare agli altri di noi stessi e della vocazione che abbiamo.

P. R. Cantalamessa: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita”

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Quarta predica

“LA LETTERA UCCIDE,

LO SPIRITO DA' VITA”

La lettura spirituale della Bibbia



1. La Scrittura divinamente ispirata

Nella seconda lettera a Timoteo è contenuta la celebre affermazione: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Tm 3, 16). L'espressione che viene tradotta con “ispirata da Dio”, o “divinamente ispirata”, nella lingua originale, è una parola unica, theopneustos, che contiene insieme i due vocaboli di Dio (Theos) e di Spirito (Pneuma). Tale parola ha due significati fondamentali: uno molto noto e un altro invece abitualmente trascurato, sebbene non meno importante del primo.

Il significato più noto è quello passivo, messo in luce in tutte le traduzioni moderne: la Scrittura è “ispirata da Dio”. Un altro passo del Nuovo Testamento spiega così questo significato: “Mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini (i profeti) da parte di Dio” (2 Pt 1, 21). È, insomma, la dottrina classica dell'ispirazione divina della Scrittura, quella che proclamiamo come articolo di fede nel Credo, quando diciamo che lo Spirito Santo “ha parlato per mezzo dei profeti”.

Possiamo rappresentarci con immagini umane questo evento in sé misterioso dell'ispirazione: Dio “tocca” con il suo dito divino - cioè con la sua vivente energia che è lo Spirito Santo - quel punto recondito, dove lo spirito umano si apre all'infinito e da lì quel tocco - in sé semplicissimo e istantaneo come è Dio che lo produce - si diffonde come una vibrazione sonora in tutte le facoltà dell'uomo -volontà, intelligenza, fantasia, cuore -, traducendosi in concetti, immagini, parole.

Il risultato che, in tal modo, si ottiene è una realtà teandrica, cioè pienamente divina e pienamente umana: le due cose intimamente fuse, anche se non “confuse”. Il magistero della Chiesa - encicliche “Providentissimus Deus” di Leone XIII e “Divino afflante Spiritu” di Pio XII - ci dice che i due dati, divino e umano, si sono mantenuti intatti. Dio è l'autore principale perché assume la responsabilità di ciò che è scritto, determinandone il contenuto con l'azione del suo Spirito; tuttavia lo scrittore sacro è anch'esso autore, nel senso pieno della parola, perché ha collaborato intrinsecamente a questa azione, mediante una normale attività umana, di cui Dio si è servito come di uno strumento. Dio - dicevano i Padri - è come il musicista che, toccandole, fa vibrare le corde della lira; il suono è tutto opera del musicista, ma esso non esisterebbe senza le corde della lira.

Di quest'opera meravigliosa di Dio è messo in luce, di solito, quasi solo un effetto: l'inerranza biblica, cioè il fatto che la Bibbia non contiene nessun errore, se intendiamo correttamente l’“errore” come assenza di una verità possibile umanamente, in un determinato contesto culturale, tenendo conto del genere letterario impiegato, e, quindi, esigibile da parte di chi scrive. Ma l'ispirazione biblica fonda molto di più che la semplice inerranza della parola di Dio (che è qualcosa di negativo); fonda, positivamente, la sua inesauribilità, la sua forza e vitalità divina e quella che Agostino chiamava la mira profunditas, la meravigliosa profondità 1.

Così siamo preparati a scoprire ormai l'altro significato dell'ispirazione biblica. Per sé, grammaticalmente, il participio theopneustos è attivo, non passivo. La stessa tradizione ha saputo cogliere in certi momenti questo significato attivo. La Scrittura, diceva S. Ambrogio, è theopneustos non solo perché è “ispirata da Dio”, ma anche perché è “spirante Dio”, perché spira Dio! 2

Parlando della creazione, sant’Agostino dice che Dio non fece le cose e poi se ne andò, ma che esse “venute da lui, restano in lui” 3. Così è delle parole di Dio: venute da Dio, esse restano in lui e lui in esse. Dopo aver dettato la Scrittura, lo Spirito Santo si è come racchiuso in essa, la abita e la anima senza posa con il suo soffio divino. Heidegger ha detto che “la parola è la casa dell’Essere”, noi possiamo dire che la Parola (con la lettera maiuscola) è la casa dello Spirito.

La costituzione conciliare “Dei Verbum” raccoglie anch'essa questo filone della tradizione quando dice che “le sacre Scritture ispirate da Dio (ispirazione passiva!) e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo” (ispirazione attiva!) 4.

2. Docetismo ed ebionismo biblico

Ma ora dobbiamo toccare il problema più delicato: come accostare le Scritture in modo che esse “liberino” davvero per noi lo Spirito che contengono? Ho detto che la Scrittura è una realtà teandrica, cioè divino-umana. Ora la legge di ogni realtà teandrica (come sono, per esempio, Cristo e la Chiesa) è che non si può scoprire in essa il divino, se non passando attraverso l'umano. Non si può scoprire in Cristo la divinità, se non attraverso la sua concreta umanità.

Quelli che, nell'antichità, pretesero fare diversamente caddero nel docetismo. Disprezzando, di Cristo, il corpo e i contrassegni umani come semplici “apparenze” (dokein), smarrirono anche la sua realtà profonda e, al posto di un Dio vivente fatto uomo, si ritrovarono in mano una loro distorta idea di Dio. Allo stesso modo, non si può, nella Scrittura, scoprire lo Spirito, se non passando attraverso la lettera, cioè attraverso il concreto rivestimento umano che la parola di Dio ha assunto nei diversi libri e autori ispirati. Non si può scoprire in esse il significato divino, se non partendo dal significato umano, quello inteso dall'autore umano, Isaia, Geremia, Luca, Paolo ecc. In ciò trova la sua piena giustificazione l'immenso sforzo di studio e di ricerca che circonda il libro della Scrittura.

Ma questo non è il solo pericolo che corre l’esegesi biblica. Di fronte alla persona di Gesù non c'era solo il pericolo del docetismo, cioè di trascurare l'umano; c'era anche il pericolo di fermarsi ad esso, di non vedere in lui che l'umano e di non scoprire la dimensione divina di Figlio di Dio. C'era, insomma, il pericolo dell'ebionismo. Per gli ebioniti (che erano dei giudeo-cristiani), Gesù era, sì, un grande profeta, il più grande profeta, se si vuole, ma non di più. I Padri li chiamarono “ebioniti” (da ebionim, i poveri) per dire che erano poveri di fede.

Così avviene anche per la Scrittura. Esiste un ebionismo biblico, cioè la tendenza a fermarsi alla lettera, considerando la Bibbia un libro eccellente, il più eccellente dei libri umani, se si vuole, ma un libro solo umano. Purtroppo, noi viviamo il rischio di ridurre la Scrittura a una sola dimensione. La rottura dell'equilibrio, oggi, non è verso il docetismo, ma è verso 1'ebionismo.

La Bibbia viene spiegata da molti studiosi volutamente con il solo metodo storico-critico. Non parlo degli studiosi non credenti, per i quali ciò è normale, ma di studiosi che si professano credenti. La secolarizzazione del sacro in nessun caso si è rivelata tanto acuta, come nella secolarizzazione del Libro sacro. Ora, pretendere di comprendere esaurientemente la Scrittura, studiandola con il solo strumento dell'analisi storico-filologica è come pretendere di scoprire il mistero della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, basandosi su un'analisi chimica dell'ostia consacrata! L'analisi storico-critica, anche quando dovesse essere spinta al massimo della perfezione, non rappresenta, in realtà, che il primo gradino della conoscenza della Bibbia, quello riguardante la lettera.

Gesù afferma solennemente nel Vangelo che Abramo “vide il suo giorno” (cf. Gv 8, 56), che Mosè aveva “scritto di lui” (cf. Gv 5, 46), che Isaia “vide la sua gloria e parlò di lui” (cf. Gv 12, 41), che i profeti e i salmi e tutte le Scritture parlano di lui (cf. Lc 24, 27.44; Gv 5, 39), ma oggigiorno una certa esegesi scientifica esita a parlare di Cristo, non lo scorge praticamente più in nessun passo dell'Antico Testamento, o, almeno, ha paura di dire che ve lo scorge, per tema di squalificarsi “scientificamente”.

L'inconveniente più serio di una certa esegesi esclusivamente scientifica è che essa cambia completamente il rapporto tra l'esegeta e la parola di Dio. La Bibbia diventa un oggetto di studio che il professore deve “padroneggiare” e davanti al quale, come si addice a ogni uomo di scienza, deve rimanere “neutrale”. Ma in questo caso unico non è permesso rimanere “neutrali” e non è dato di “dominare” la materia; bisogna piuttosto lasciarsi dominare da essa. Dire di uno studioso della Scrittura che egli “padroneggia” la parola di Dio, a pensarci bene, è dire quasi una bestemmia.

La conseguenza di tutto ciò è il chiudersi e il “ripiegarsi” della Scrittura su se stessa; essa torna ad essere il libro “sigillato”, il libro “velato”, perché - dice S. Paolo - quel velo viene “eliminato in Cristo”, quando c'è “la conversione al Signore”, cioè quando si riconosce, nelle pagine della Scrittura, Cristo (cf. 2 Cor 3, 15-16). Avviene, della Bibbia, come di certe piante sensibilissime che serrano le loro foglie, appena sono toccate da corpi estranei, o come di certe conchiglie che serrano le loro valve per proteggere la perla che hanno dentro. La perla della Scrittura è Cristo.

Non si spiegano altrimenti le tante crisi di fede di studiosi della Bibbia. Quando ci si chiede il perché della povertà e aridità spirituale che regnano in alcuni seminari e luoghi di formazione, non si tarda a scoprire che una delle cause principali è il modo con cui è insegnata in essi la Scrittura. La Chiesa è vissuta e vive di lettura spirituale della Bibbia; troncato questo canale che alimenta la vita di pietà, lo zelo, la fede, allora tutto inaridisce e langue. Non si capisce più la liturgia che è tutta costruita su un uso spirituale della Scrittura, oppure la si vive come un momento staccato dalla vera formazione personale e smentito da quello che si è imparato il giorno prima in classe.

3. Lo Spirito dà la vita

Un segno di grande speranza è che l’esigenza di una lettura spirituale e di fede della Scrittura comincia ormai ad essere avvertita proprio da alcuni eminenti esegeti. Uno di essi ha scritto: “È urgente che quanti studiano e interpretano la Scrittura si interessino di nuovo all'esegesi dei Padri, per riscoprire, al di là dei loro metodi, lo spirito che li animava, l'anima profonda che ispirava la loro esegesi; alla loro scuola dobbiamo imparare a interpretare la Scrittura, non solo dal punto di vista storico e critico, ma parimenti nella Chiesa e per la Chiesa” (I. de la Potterie). Il P.H. de Lubac, nella sua monumentale storia dell'esegesi medievale, ha messo in luce la coerenza, la solidità e la straordinaria fecondità dell'esegesi spirituale praticata dai Padri antichi e medievali.

Ma bisogna dire che i Padri non fanno, in questo campo, che applicare (con gli strumenti imperfetti che avevano a disposizione) il puro e semplice insegnamento del Nuovo Testamento; non sono, in altre parole, gli iniziatori, ma i continuatori di una tradizione che ha avuto tra i fondatori Giovanni, Paolo e lo stesso Gesù. Costoro, non solo hanno praticato tutto il tempo una lettura spirituale delle Scritture, cioè una lettura in riferimento a Cristo, ma hanno anche dato la giustificazione di tale lettura, dichiarando che tutte le Scritture parlano di Cristo (cf. Gv 5, 39), che in esse era già “lo Spirito di Cristo” che era all'opera e si esprimeva attraverso i profeti (cf. 1 Pt 1, 11), che tutto, nell'Antico Testamento, è detto “per allegoria”, cioè in riferimento alla Chiesa (cf. Gal 4, 24), o “per ammonimento nostro” (1 Cor 10, 11).

Dire, perciò, lettura “spirituale” della Bibbia non significa dire lettura edificante, mistica, soggettiva, o, peggio ancora, fantasiosa, in opposizione alla lettura scientifica che sarebbe, invece, oggettiva. Essa, al contrario, è la lettura più oggettiva che ci sia perché si basa sullo Spirito di Dio, non sullo spirito dell'uomo. La lettura soggettiva della Scrittura (quella basata sul libero esame) ha dilagato proprio quando si è abbandonato la lettura spirituale e là dove tale lettura è stata più chiaramente abbandonata.

La lettura spirituale è dunque qualcosa di ben preciso e oggettivo; è la lettura fatta sotto la guida, o alla luce, dello Spirito Santo che ha ispirato la Scrittura. Essa si basa su un evento storico e cioè sull'atto redentore di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, compie il disegno di salvezza, realizza tutte le figure e le profezie, svela tutti i misteri nascosti e offre la vera chiave di lettura dell'intera Bibbia. L’Apocalisse esprime tutto ciò con l’immagine dell’Agnello immolato che prende in mano il libro e ne rompe i sette sigilli (cf. Ap. 5, 1ss.)

Chi volesse, dopo di lui, continuare a leggere la Scrittura prescindendo da questo atto, somiglierebbe a uno che continuasse a leggere uno spartito musicale in chiave di “fa”, dopo che il compositore ha introdotto nel brano la chiave di “sol”: ogni singola nota darebbe, a quel punto, un suono falso e stonato. Ora, il Nuovo Testamento chiama la chiave nuova “lo Spirito”, mentre definisce la chiave vecchia “la lettera”, dicendo che la lettera uccide, ma lo Spirito dà la vita (2 Cor 3, 6).

Contrapporre tra di loro “lettera” e “Spirito” non significa contrapporre tra di loro Antico e Nuovo Testamento, quasi che il primo rappresenti solo la lettera e il secondo solo lo Spirito. Significa piuttosto contrapporre tra di loro due modi diversi di leggere sia l'Antico che il Nuovo Testamento: il modo che prescinde da Cristo e il modo che giudica, invece, tutto alla luce di Cristo. Per questo, la Chiesa può valorizzare l'uno e l'altro Testamento, perché entrambi le parlano di Cristo.

4. Ciò che lo Spirito dice alla Chiesa

La lettura spirituale non riguarda soltanto l'Antico Testamento; in un senso diverso riguarda anche il Nuovo Testamento; anch'esso dev'essere letto spiritualmente. Leggere spiritualmente il Nuovo Testamento significa leggerlo alla luce dello Spirito Santo donato a Pentecoste alla Chiesa per condurla a tutta quanta la verità, cioè alla piena comprensione e attuazione del Vangelo.

Gesù ha spiegato egli stesso, in anticipo, il rapporto tra la sua parola e lo Spirito che egli avrebbe inviato (anche se non dobbiamo pensare che lo abbia fatto necessariamente nei termini precisi che usa, a questo riguardo, il vangelo di Giovanni). Lo Spirito - si legge in Giovanni - “insegnerà e farà ricordare” tutto ciò che Gesù ha detto (cf. Gv 14, 25 s.), cioè lo farà comprendere a fondo, in tutte le sue implicazioni. Egli “non parlerà da se stesso”, cioè non dirà cose nuove rispetto a quelle dette da Gesù, ma - come dice Gesù stesso - prenderà del mio e ve lo rivelerà (Gv 16, 13-15).

In ciò è dato vedere come la lettura spirituale integra e oltrepassa la lettura scientifica. La lettura scientifica conosce una sola direzione che è quella della storia; spiega infatti ciò che viene dopo, alla luce di ciò che viene prima; spiega il Nuovo Testamento alla luce dell'Antico che lo precede, e spiega la Chiesa alla luce del Nuovo Testamento. Buona parte dello sforzo critico intorno alla Scrittura consiste nell'illustrare le dottrine del Vangelo alla luce delle tradizioni veterotestamentarie, dell'esegesi rabbinica ecc.; consiste, insomma, nella ricerca delle fonti (Su questo principio è basato il Kittel e tanti altri sussidi biblici).

La lettura spirituale riconosce in pieno la validità di questa direzione di ricerca, ma ad essa ne aggiunge un'altra inversa. Essa consiste nello spiegare ciò che viene prima alla luce di ciò che viene dopo, la profezia alla luce della realizzazione, l'Antico Testamento alla luce del Nuovo e il Nuovo Testamento alla luce della Tradizione della Chiesa. In ciò la lettura spirituale della Bibbia trova una singolare conferma nel principio ermeneutico di Gadamer della “storia degli effetti” (Wirkungsgeschichte), secondo cui per capire un testo bisogna tener conto degli effetti che esso ha prodotto nella storia, inserendosi in questa storia e dialogando con essa 5.

Solo dopo che Dio ha realizzato il suo piano, si capisce pienamente il senso di ciò che lo ha preparato e prefigurato. Se ogni albero, come dice Gesù, si riconosce dai suoi frutti, anche la parola di Dio non si può conoscere appieno, prima di aver visto i frutti che ha prodotto. Studiare la Scrittura alla luce della Tradizione è un po' come conoscere l'albero dai suoi frutti. Per questo Origene diceva che “il senso spirituale è quello che lo Spirito dà alla Chiesa”6. Esso si identifica con la lettura ecclesiale o addirittura con la Tradizione stessa, se intendiamo per Tradizione non solo le dichiarazioni solenni del magistero (che riguardano, del resto, pochissimi testi biblici), ma anche l'esperienza di dottrina e di santità in cui la parola di Dio si è come nuovamente incarnata e “spiegata” nel corso dei secoli, per opera dello Spirito Santo.

Quello che occorre non è dunque una lettura spirituale che prenda il posto dell'attuale esegesi scientifica, con un ritorno meccanico all'esegesi dei Padri; è piuttosto una nuova lettura spirituale corrispondente all'enorme progresso registrato dallo studio della “lettera”. Una lettura, insomma, che abbia l'afflato e la fede dei Padri e, nello stesso tempo, la consistenza e la serietà dell'attuale scienza biblica.

5. Lo Spirito che soffia dai quattro venti

Davanti alla distesa di ossa aride, il profeta Ezechiele udì la domanda: “Potranno queste ossa rivivere?” (Ez 37, 3). La stessa domanda ci poniamo noi oggi: potrà 1'esegesi, inaridita dal lungo eccesso di filologismo, ritrovare lo slancio e la vita che ebbe in altri momenti della storia della Chiesa? Il Padre de Lubac, dopo aver studiato la lunga storia dell'esegesi cristiana, conclude piuttosto mestamente, dicendo che mancano a noi moderni le condizioni per poter risuscitare una lettura spirituale come quella dei Padri; ci manca quella fede piena di slancio, quel senso della pienezza e dell'unità che avevano essi, per cui voler imitare oggi la loro audacia sarebbe un esporsi quasi alla profanazione, mancandoci lo spirito da cui procedevano quelle cose 7.

Tuttavia, egli non chiude del tutto la porta alla speranza e dice che “se si vuole ritrovare qualcosa di quel che fu nei primi secoli della Chiesa l'interpretazione spirituale delle Scritture, bisogna riprodurre anzitutto un movimento spirituale”8. A distanza di qualche decennio, e con il Concilio Vaticano II di mezzo, a me sembra di riscontrare, in queste ultime parole, una profezia. Quel “movimento spirituale” e quello “slancio” hanno cominciato a riprodursi, ma non perché degli uomini l'avessero programmato o previsto, ma perché lo Spirito si è messo a soffiare di nuovo, inaspettatamente, dai quattro venti sulle ossa aride. Contemporaneamente alla ricomparsa dei carismi, si assiste al ricomparire anche della lettura spirituale della Bibbia ed è, anche questo, un frutto, dei più squisiti, dello Spirito.

Partecipando a incontri biblici e di preghiera, resto stupito nell'ascoltare, a volte, riflessioni sulla parola di Dio del tutto analoghe a quelle che facevano a loro tempo Origene, Agostino o Gregorio Magno, anche se in un linguaggio più semplice. Le parole sul tempio, sulla “tenda di David”, su Gerusalemme distrutta e riedificata dopo l'esilio, vengono applicate, con tutta semplicità e pertinenza, alla Chiesa, a Maria, alla propria comunità o alla propria vita personale. Ciò che si narra dei personaggi dell'Antico Testamento induce a pensare, per analogia o per antitesi, a Gesù e ciò che si narra di Gesù viene applicato e attualizzato in riferimento alla Chiesa e al singolo credente.

Molte perplessità nei confronti della lettura spirituale della Bibbia nascono dal non tener conto della distinzione tra spiegazione e applicazione. Nella lettura spirituale, più che pretendere di spiegare il testo, attribuendogli un senso estraneo all’intenzione dell’autore sacro, si tratta, in genere, di applicare o attualizzare il testo. È ciò che vediamo in atto già nel Nuovo Testamento nei confronti delle parole di Gesú. A volte si nota che, di una stessa parabola di Cristo, vengono fatte applicazioni diverse nei sinottici, a seconda dei bisogni e dei problemi della comunità per cui ognuno scrive.

Le applicazioni dei Padri e quelle di oggi non hanno evidentemente il carattere canonico di queste applicazioni originarie, ma il processo che porta ad esse è lo stesso e si basa sul fatto che le parole di Dio non sono parole morte, “da conservare sott’olio”, direbbe Péguy; sono parole “vive” e “attive”, capaci di sprigionare sensi e virtualità nascosti, in risposta a domande e situazioni nuove. È una conseguenza di quella che ho chiamato la “ispirazione attiva” della Scrittura, cioè del fatto che essa non è solo “ispirata dallo Spirito”, ma “spira” anche lo Spirito e lo spira in continuazione, se letta con fede. “La Scrittura, ha detto san Gregorio Magno, cum legentibus crescit, cresce con coloro che la leggono”9. Cresce, rimanendo intatta.

Termino con una preghiera che ho sentito fare una volta da una donna, dopo che era stato letto l'episodio di Elia che, salendo al cielo, lascia a Eliseo due terzi del suo spirito. È un esempio di lettura spirituale nel senso che ho appena spiegato: “Grazie, Gesù, che salendo al cielo non ci hai lasciato soltanto due terzi del tuo Spirito, ma tutto il tuo Spirito! Grazie che non l'hai lasciato a un unico discepolo, ma a tutti gli uomini! “.

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1 Testi in H. de Lubac, Histoire de l’exégése médiévale, I,1, Paris,Aubier 1959, pp. 119 ss.

2 S. Ambrogio, De Spiritu Sancto, III, 112.

3 S. Agostino, Conf . IV, 12, 18.

4 Dei Verbum, 21.

5 cf. H.G. Gadamer, Wahrheit und Methode, Tbingen 1960.

6 Origene, In Lev. hom. V, 5.

7 H. de Lubac, Exégèse médiévale, II, 2, p. 79.

8 H. de Lubac, Storia e spirito, Roma 1971, p. 587.

9 S. Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, 20,1 (CC 143A, p. 1003).

Cardinale Newman. PRESENZA DI CRISTO IN COLORO CHE POSSEGGONO IL SUO SPIRITO

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John-Henry Newman (1801-1890) nacque a Londra e frequentò brillantemente gli studi ad Oxford. Pastore anglicano, divenne cappellano della parrocchia universitaria. E' in quel periodo che pronuncia, tra il 1829 ed il 1843, le sue mirabili omelie parrocchiali "Parochial and Plain Sermons». La loro austerità si esplica attraverso la gravità religiosa di Newman che considerava sempre attuale il sentimento della presenza di Dio e del mondo invisibile, per lui il più reale.
Newman fu l'anima del Movimento di Oxford. Ma i suoi studi patristici gli fecero prendere coscienza dello sviluppo della dottrina cristiana, e le sue ricerche lo portarono a riconoscere che solo nella Chiesa romana esisteva una continuità organica. Nel 1845 egli passò al cattolicesimo. Da allora fu esposto ai sospetti sia dei cattolici che degli anglicani, e conobbe anni di sofferenza. Papa Leone XIII, riconoscendo quanto la Chiesa fosse debitrice nei confronti di questo pensatore audace e fedele, lo nominò cardinale nel 1879.

Il ritorno di Cristo al Padre è al tempo stesso fonte di sofferenza, in quanto esso implica la sua assenza, e fonte di gioia, in quanto ne implica la presenza. Dalla dottrina della sua Resurrezione e della sua Ascensione scaturiscono quei paradossi cristiani che spesso vengono menzionati nella Sacra Scrittura: sapere che noi ci affliggiamo senza cessare di rallegrarci. come gente che non ha nulla, noi che possediamo tutto (2 Cor. 6, 10).
Tale, in verità, è la nostra presente condizione: noi abbiamo perduto Cristo e l'abbiamo trovato; non lo vediamo affatto e tuttavia lo percepiamo... Come mai? Tutto ciò è dovuto al fatto che abbiamo perduto la percezione sensibile e cosciente della sua presenza. Non possiamo vederlo, udirlo, conversare con lui, seguirlo da un posto ad un altro; ma godiamo spiritualmente, immaterialmente, interiormente. mentalmente e realmente della sua vista e del suo possesso. Un possesso che sviluppa più realtà e più presenza di quanto ne godessero gli apostoli nei giorni della vita terrena, in quanto è un possesso spirituale, un possesso invisibile.
Quando dice che se ne andrà e ritornerà per sempre, Gesù non parla semplicemente della sua natura divina onnipresente, ma della sua natura umana. Essendo il Cristo, egli dichiara che lui, il Mediatore incarnato, sarà sempre con la sua Chiesa.
Tuttavia, si potrebbe essere tentati di spiegare la sua dichiarazione in questo modo: «E' ritornato, ma in spirito; è il suo Spirito che è ritornato in sua vece. E quando viene detto che egli è con noi, si vuoi significare che solo il suo Spirito è con noi». Nessuno, certamente, può negare che lo Spirito Santo sia venuto; ma perché è venuto? Per supplire l'assenza di Cristo o per realizzare la sua presenza? Sicuramente, per renderlo presente. Non si deve supporre neppure per un istante che la venuta di Dio-Spirito Santo implichi la lontananza di Dio-Figlio. No, lo Spirito non è venuto al posto di Cristo, ma piuttosto è venuto insieme con Cristo. Mediante lo Spirito Santo noi entriamo in comunione con il Padre ed il Figlio ...Potentemente corroborati nell'uomo interiore per mezzo dello Spirito del Padre - dice a noi San Paolo - affinché Cristo, per la fede, abiti nei nostri cuori (Ef. 3, 16-17). Lo Spirito Santo suscita, la fede accoglie la dimora di Cristo nel cuore. Così, dunque, lo Spirito non prende il posto di Cristo nell'anima, ma assicura questo posto a Cristo.
San Paolo insiste su questa presenza di Cristo in coloro che posseggono il suo Spirito. Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? (1 Cor. 6, 15). Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un corpo solo... Voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ognuno secondo la propria parte (1 Cor. 12, 13, 27). ...Lo Spirito Santo dunque si degna di venire a noi, affinché tramite la sua venuta Cristo stesso possa venire a noi, non materialmente o in modo visibile, ma penetrando in noi. Ed è così che è al tempo stesso presente ed assente; assente, in quanto ha lasciato la terra; presente, in quanto non ha abbandonato l'anima fedele; o come egli stesso diceva: /I mondo non mi vedrà, ma voi mi vedrete (Gv. 14, 19).

* 12 Sermons sur le Christ, Egloff, Parigi 1943 - pp. 214 e 218-220. Traduzione di Pierre Leyris.

Sant'Ireneo. IL DONO DELLO SPIRITO SANTO

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Sant'Ireneo di Lione (seconda metà del II secolo), originario dell'Asia Minore, è il primo grande teologo dell'età patristica. Il suo pensiero, d'ispirazione profondamente biblica, è nello stesso tempo semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione d'unità: la ricapitolazione universale nel Cristo.
Nel brano che presentiamo, sant'Ireneo descrive con efficacia l'azione dello Spirito Santo, che ci «adatta» a Dio.

Gli apostoli hanno attestato che lo Spirito di Dio scese su Cristo, come una colomba. E' lo Spirito di cui Isaia ha parlato in questi termini: Sopra di lui riposerà lo Spirito di Dio (Is. 11, 2); e ancora: Lo Spirito del Signore è su di me, perché egli mi ha unto (Is. 61, 1). E' lo Spirito di cui il Signore ha detto: Non siete infatti voi che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi (Mt. 10,20). E così anche, dando ai suoi discepoli il potere di far rinascere gli uomini in Dio, diceva loro: Andate e insegnate a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt. 28, 19). E' infatti questo lo Spirito che per mezzo dei profeti aveva promesso di effondere negli ultimi tempi perfino sui servi e sulle schiave, per dar loro il dono della profezia (cfr. Gioe. 2,28-29). Ecco perché lo stesso Spirito è sceso anche sul Figlio di Dio, diventato Figlio dell'uomo: si abituava con lui ad abitare nel genere umano, a «riposare» tra gli uomini, a vivere nell'opera plasmata da Dio; realizzava in essi la volontà del Padre, li rinnovava facendoli passare dalla loro antica condizione di peccato alla novità di Cristo.
E' questo lo Spirito 'che Davide aveva ,chiesto per il genere umano, dicendo:
Rendimi forte col tuo Spirito che tutto guida (Sal. 50,14). Luca ci dice ancora che, dopo l'Ascensione del Signore, esso scese sui discepoli a Pentecoste: lo Spirito infatti ha potere su tutte le nazioni per introdurle nella vita e aprire loro il testamento nuovo. Per questo, nell'armonia di tutte le lingue, essi cantavano a Dio un inno, mentre lo Spirito riconduceva all'unità le tribù separate e offriva al Padre le primizie di tutte le nazioni.
Questa è dunque la ragione per cui anche il Signore ha promesso di inviare il Paraclito: per «adattarci» a Dio. Infatti, come senz'acqua la farina non può diventare una sola pasta, un solo pane, così noi, che eravamo una moltitudine, non potevamo diventare uno nel Cristo Gesù senza l'Acqua che viene dal cielo. E come la terra arida, se non riceve acqua, non può fruttificare, così noi, che prima eravamo soltanto legno secco (cfr. Lc. 23,31), non avremmo mai portato frutti di vita senza la pioggia che ci è stata data liberamente dall'alto (cfr. Sal. 67,10). L'unità che li rende incorruttibili, i nostri corpi infatti l'hanno ricevuta col bagno del Battesimo, mentre alle nostre anime è stata data in virtù dello Spirito. Per questo sono necessari l'uno e l'altra, per,ché l'uno e l'altra ci danno la vita di Dio.
Nostro Signore ha avuto compassione della Samaritana peccatrice, che non era rimasta unita a un solo uomo ma aveva peccato moltiplicando i mariti; le ha mostrato, le ha promesso un'acqua viva, perché ella non abbia più sete e non si preoccupi più di attingere faticosamente la sua acqua. Ormai, la donna avrà in sé un'acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv. 4,14): il dono che il Signore ha ricevuto dal Padre e che ha dato a sua volta a quelli che partecipano di lui, inviando lo Spirito Santo su tutta la terra.

* Adversus haereses, III, 17, 1-2 - Sources chrétiennes», 34, Le Cerf, Parigi 1952 - pp. 302-306.

Guglielmo di Saint-Thierry. LO SPIRITO SANTO DÀ L'INTELLIGENZA DELLA FEDE

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Guglielmo di Saint-Thierry nacque a Liegi verso il 1085 e morì nel 1148. Educato nelle scuole del Nord della Francia, fu allievo di Anselmo contemporaneamente ad Abelardo. Monaco a Reims, diverrà nel 1119 abate del monastero benedettino di Saint-Thierry. Da allora si moltiplicano le opere letterarie che lo rivelano teologo e mistico. Amico intimo di San Bernardo, lavorò alla riforma dei monasteri benedettini. Dopo esser passato al monastero di Signy, per vivere sotto l'osservanza cistercense, si dedicò attivamente a mettere in luce e a confutare gli errori teologici di Abelardo. L'opera di Guglielmo è anzitutto quella di uno spirituale, di un direttore d'anime. La sua teologia è legata alla sua contemplazione.

Ascolta, anima fedele: quando alla tua fede si presenteranno misteri profondi per la debole natura, domanda senza paura, non per spirito di contraddizione, ma per obbedire con amore: Come può succedere una tal cosa? (Le. 1, 34). E la tua domanda sia la tua preghiera; sia amore, sia pietà e umile desiderio: non scruti con alterigia la maestà di Dio, ma cerchi la salvezza nei mezzi offerti ci da Dio, nostro salvatore. Ti risponderà l'Angelo del gran consiglio: «Quando verrà il Consolatore che io vi invierò dal Padre, darà testimonianza di me e vi suggerirà tutte le cose: lo Spirito di verità vi insegnerà la verità tutta intera» (cfr. Gv. 15, 26; 14, 26; 16, 13). Nessuno infatti conosce i segreti dell'uomo, se non lo spirito dell'uomo che è in lui. Così nessuno conosce i segreti di Dio, se non lo Spirito di Dio (I Cor. 2, 11). Sii dunque sollecito nell'unirti allo Spirito Santo. Egli viene appena è invocato e lo si può invocare solo perché è già presente. Quando lo si invoca, viene nell'abbondanza delle benedizioni di Dio. E' lui il fiume impetuoso che dà gioia alla città di Dio (cfr. sl. 45, 5) e quando viene, se ti trova umile e tranquillo, seppur tremante davanti alla parola di Dio, si riposerà su di te e ti rivelerà ciò che il Padre nasconde ai sapienti e ai prudenti di questo mondo. Cominceranno a risplendere per te quelle cose che la Sapienza poté rivelare in terra ai discepoli, ma che essi non poterono sostenere fino alla venuta dello Spirito di verità, che avrebbe insegnato loro la verità tutta intera.
Invano si attende di ricevere e d'imparare dalla bocca di un qualsiasi uomo, ciò che non si può ricevere e imparare dalla lingua stessa della Verità. Infatti, come dice la Verità stessa: Dio è Spirito (Gv. 4, 24). Come è necessario che i suoi adoratori l'adorino in Spirito e verità, così quelli che desiderano conoscerlo e sperimentarlo, solo nello Spirito Santo devono cercare l'intelligenza della fede e il senso puro e semplice di quella verità. Nelle tenebre e nella ignoranza di questa vita, egli è - per i poveri di spirito la luce illuminante, la carità che attira, la dolcezza piùbenefica, l'accesso dell'uomo a Dio, l'amore amante, la devozione, la pietà. E' lui che rivela ai credenti che progrediscono nella fede, la giustizia di Dio. E' lui che dà grazia su grazia. E' lui che - dalla fede che nasce dall'ascolto della Parola - dona una fede più illuminata.

* Speculum Fidei - Bibliothèque de spiritualité Médiévale. Bruges 1946, pp. 124-128.

San Fulgenzio. LA CHIESA, UNIFICATA DALLO SPIRITO PARLA TUTTE LE LINGUE

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Nato nel 467 e morto nel 532, san Fulgenzio, vescovo di Ruspe (nell'Africa settentrionale), è il migliore teologo della sua epoca. Si ispira costantemente al pensiero agostiniano, come testimonia il bel sermone che stiamo per leggere. Sant'Agostino aveva detto: «Sì, certamente: io parlo il greco, il siriaco, l'ebraico. Sono nel cuore dell'unità di tutte le nazioni» (Serm. sul salmo 147, 19) e altrove: «Ogni lingua è la mia, poiché è parlata da questo corpo di cui io sono un membro» (Trattato su san Giovanni 32, 7).

Dio ha voluto che la presenza dello Spirito Santo fosse testimoniata da questo prodigio: chi lo aveva ricevuto parlava tutte le lingue... Fratelli carissimi, dobbiamo sapere che, grazie allo Spirito Santo, l'amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori (Rom. 5,5). E poiché l'amore doveva unificare la Chiesa di Dio in tutto il mondo, il dono di parlare tutte le lingue, che un tempo era dato anche a un solo uomo che avesse ricevuto lo Spirito Santo, ora è dato a tutta la Chiesa, una in se stessa, unificata dallo Spirito. Allora, se qualcuno 'Ci viene a dire: «Hai ricevuto 'lo Spirito Santo: perché non parli tutte le lingue?» dobbiamo rispondere: «Ma è appunto quel che sto facendo, dato che appartengo al corpo stesso di Cristo che è la Chiesa, e che par,la tutte le lingue». Che cosa dunque Dio ha voluto significare, con la presenza dello Spirito Santo, se non che la sua Chiesa avrebbe parlato tutte le lingue?
Si è compiuto così quello che il Signore aveva promesso: Nessuno mette... del vino nuovo in otri vecchi..., ma vino nuovo in otri nuovi così che l'uno e gli altri si conservino (Mì. 9, 17). Per questo, sentendo parlare tutte le lingue, alcuni dicevano: Costoro sono pieni di vino (Atti 2,13). Infatti essi erano ormai diventati degli otri nuovi, rinnovati dalla grazia santificante. Pieni del vino nuovo che è lo Spirito Santo parlavano con ardore tutte le lingue, per essere segno, mediante quel miracolo così evidente, della Chiesa, futura, che sarebbe stata cattolica per l'universalità dei popoli e delle lingue...
Fratelli, celebrate allora questa giorno, consapevoli di essere le membra dell'unico corpo di Cristo. E non lo celebrerete invano, se siete ciò che celebrate: strettamente congiunti con quella Chiesa che il Signore ha riempito di Spirito Santo e fatto crescere in tutto il mondo, riconoscendola come sua e facendosi riconoscere da lei; così lo sposo non si separa dalla propria sposa, e nessuno può sostituirgliela con un'altra. A voi infatti che, sparsi nelle diverse nazioni, siete la Chiesa di Cristo, a voi, membra di Cristo, a voi, corpo di Cristo, sposa di Cristo, l'apostolo dice: Sopportatevi a vicenda con amore, sforzandavi di conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace (Ef. 4,2-3). Notate: ha comandato di soppartarci a vicenda, e in questo ha fatto consistere la carità fraterna; ha parlato di speranza di unità, e in questa ha indicata il vincolo della pace. Questa è la casa di Dia, fabbricata con pietre vive, dove ama abitare questa incomparabile padre di famiglia, il cui sguardo non deve essere offeso dalla rovina della divisione.

* Sermo VIII, 2-3: PL 65, 743-744.

JEAN DANIÉLOU. LA MISSIONE DELLO SPIRITO SANTO (Da "IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI")

La missione, cioè l'evangelizzazione di tutti i popoli, è il mistero attuale della Chiesa.

Tra l'Ascensione del Signore al Cielo da una parte e il suo ritorno alla fine dei tempi per prendere il definitivo possesso del suo regno, essa è la grande realtà che riempie la storia del mondo attraverso tutte le fluttuazioni esteriori. Quando l'evangelizzazione sarà terminata e l'opera degli Apostoli compiuta, Cristo ritornerà.

L'evangelizzazione del mondo comincia alla Pentecoste con la discesa dello Spirito Santo. « La salute, leggiamo nell'Epistola di S. Pietro, fu l'oggetto delle investigazioni e delle meditazioni dei profeti i quali predissero la grazia che è destinata a voi. Essi indagarono qual tempo e quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro e che prediceva i patimenti riservati a Cristo e le glorie susseguenti. Fu loro rivelato che non per sé ma per voi erano dispensatori di quelle cose che ora vi sono state annunciate da coloro i quali, per lo Spirito Santo mandato dal Cielo, vi hanno predicato il Vangelo. Profondo mistero nel quale gli Angeli bramano di penetrare con lo sguardo (1) ».

La scena della Pentecoste, che inaugura questo «profondo mistero », ce ne addita il significato missionario. E' degno di attenzione il fatto che la venuta dello Spirito Santo sugli Apostoli opera l'effetto di farli parlare «in altre lingue ». Difatti «si raduna la folla e ognuno li sentiva parlare nella sua propria lingua, e si meravigliavano dicendo: Come mai li sentiamo ciascuno di noi parlare nella nostra lingua materna? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, abitanti della Libia cirenaica (2) ». Di qualsivoglia natura sia stato questo miracolo delle lingue, è certo che ha un significato importantissimo: la venuta dello Spirito Santo coincide con l'inizio dell'evangelizzazione di tutte le genti; significa - ed è il significato essenziale della Pentecoste - che l'economia durata fino ad allora e che era stata riservata al popolo giudeo, viene distrutta dalla parola di Dio e che a partire da quel momento comincia l'universalismo della Chiesa.

Non possiamo fare a meno di avvicinare alla scena della Pentecoste una scena che ha un evidente rapporto con quella, ed è la scena della torre di Babele. L'accostamento è peraltro già stato fatto e s'impone. Vediamo alla torre di Babele gli uomini, che fino ad allora formavano una sola famiglia, in seguito alloro peccato separarsi per la confusione e la divisione delle lingue. Il peccato quindi porta alla divisione, e segno della divisione è l'incomprensione che si genera tra gli uomini. La Pentecoste restaura ciò ch'era stato infranto; uomini di tutte le nazioni comunicano di nuovo nell'unità dello Spirito, per la quale viene come restituito un linguaggio comune. Cosi il mistero della Pentecoste inaugura l'economia in cui viviamo attualmente, i cui due principali caratteri sono da una parte l'universalismo, cioè l'evangelizzazione di tutte le genti e la loro raccolta nell'unità della Chiesa, dall'altra la presenza dello Spirito Santo.

Detto questo, cerchiamo di vedere come la venuta dello Spirito Santo, che è il principio di ogni missione, si sia compiuta innanzitutto nella persona di Nostro Signore che per primo ha attuato in Sé la vocazione missionaria, e come in seguito alla Pentecoste, risalito il Signore nella gloria del Padre, comunichi lo Spirito alla sua Chiesa. Questo aspetto della persona di Nostro Signore è uno di quelli a cui si presta meno spesso attenzione (e perciò v'insisterò). Si parla molto delle relazioni di Cristo col Padre; si parla meno delle relazioni di Cristo con lo Spirito Santo. Tuttavia vediamo in tutto il Vangelo un legame strettissimo tra Nostro Signore e lo Spirito Santo, legame che si riallaccia a quell'aspetto particolare della sua persona, che io chiamerò il suo ministero profetico. Ci sono in Nostro Signore tre grandi ministeri i quali continuano le grandi realtà dell' Antico Testamento e si prolungano poi nella Chiesa. C'è un ministero regale, per il quale Egli è il Signore di tutti i popoli e che si manifesta specialmente nell' Ascensione, quando Egli prende possesso della sua sovranità elevandosi sopra tutti i cieli e regnando sull'intero universo.

C'è poi il ministero sacerdotale per il quale Egli offre al Padre il sacrificio perfetto della sua Passione. Infine c'è il ministero pro/etico per il quale Egli annuncia il mistero, cioè le realtà della vita divina e la nostra partecipazione a quella vita.

Possiamo osservare che il ministero profetico di Nostro Signore, che continua nella Chiesa, è prefigurato nell' Antico Testamento. In questo, come in molte altre cose, Nostro Signore continua quanto era stato cominciato nell' Antico Testamento e prepara ciò che sarà compiuto nella Chiesa. Dalle origini dell'alleanza vediamo infatti degli uomini che sono mossi dallo Spirito per compiere delle missioni. Sono coloro che vengono chiamati Messia, gli unti: «Spiritus unxit me - Lo Spirito mi ha unto per evangelizzare i poveri ». E' un detto di Isaia che Nostro Signore applicherà a se stesso. Il legame dello Spirito con la profezia è richiamato anche nel Credo.

Precisiamo che cosa s'intende qui per profezia. Quando si parla di ministero profetico di Cristo o quando S. Paolo parla del dono di profezia elargito dallo Spirito Santo, non si. tratta essenzialmènte della facoltà di annunciare gli avvenimenti futuri, si tratta del profeta che parla in nome di Dio per rivelare il mistero. E qual'è questo mistero? E' il piano divino, secondo il quale il Padre, per tappe progressive, ci adotta nel suo Figlio per introdurci definitivamente un giorno nel vero regno. Questo piano è l'oggetto della profezia. In questo senso esso riguarda sempre l'avvenire perchè è in via di compimento, perciò il profeta è sempre orientato verso un avvenimento futuro che è la piena attuazione del disegno di Dio; i profeti sono coloro che annunciano questo disegno, che lo descrivono in anticipo, che aiutano gli uomini a orientarsi nella sua direzione. Ecco la differenza tra un profeta e un saggio o un filosofo: questi due ultimi sono uomini che ci rivelano verità eterne, mentre il profeta è un uomo che annuncia un avvenimento futuro. Questo ci ricorda una volta ancora che il cristianesimo è essenzialmente una storia, quella dello Spirito Santo che opera nel mondo per trasformarlo.

Se osserviamo la vita di Nostro Signore, in qual momento lo vediamo ricevere quell'unzione profetica? In qual momento lo Spirito è Sceso su di Lui per impadronirsene e fare di Lui un profeta? E' nella scena straordinaria del battesimo, sulla soglia della vita pubblica, alla quale noi non annettiamo tutta l'importanza che veramente ha. Fino a quel momento, infatti, Nostro Signore aveva vissuto una vita nascosta durante la quale Dio lo preparava misteriosamente alla sua missione; e nel segno del Battesimo vediamo che viene, per cosi dire, unto dallo Spirito che scende su di Lui, inviato dal Padre, per inaugurare cosi il suo ministero pubblico (3).

In un libro sul Verbo incarnato nel quale studia i vari ministeri di Cristo, il teologo russo Bulghakov insiste sul fatto che all'inizio di ciascuno di quei ministeri appare una discesa dello Spirito e una manifestazione speciale di Dio. Anche lui riallaccia il ministero profetico di Cristo alla manifestazione della Trinità nel battesimo, e osserva che nel Vangelo c'è una seconda manifestazione chiarissima della Trinità intorno alla persona di Nostro Signore: è la Trasfigurazione. Ora, voi sapete che a partire da quel giorno il Signore arresta quasi il suo ministero profetico e tutta la sua attività si volge alla preparazione della Pasqua. E' una seconda manifestazione della Trinità che inaugura il ministero sacerdotale il cui culmine è la Passione. Esiste un parallelismo tra queste due teofanie trinitarie e i due ministeri, profetico e sacerdotale, veramente notevole.

Ora insisteremo solamente sul battesimo, perché col battesimo s'inaugura il ministero profetico. Lo Spirito Santo discende su Nostro Signore. Lo vediamo poi condurre Cristo nel deserto; poi Cristo ritorna dal deserto mosso dallo Spirito e Va a predicare in Galilea. Nostro Signore stesso, nella prima riunione alla Sinagoga, fa allusione a quella effusione dello Spirito Santo sulla sua persona: «Venne a Nazareth, ove era stato allevato, ed entrò, secondo l'usanza, il sabato nella sinagoga e si alzò per fare la lettura. Gli fu dato il libro del profeta Isaia e, spiegato il libro, trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri. Mi ha mandato ad annunciare agli schiavi la liberazione, ai ciechi la vista, e a rimettere in libertà gli oppressi. Oggi questa scrittura s'è adempiuta davanti a voi (4)».

Possiamo meravigliarci di vedere applicato a Nostro Signore il titolo di Profeta, e infatti non ci è probabilmente famigliare. Tuttavia si deve osservare che nel Nuovo Testamento è uno dei titoli che gli si danno. Uno dei passi più notevoli a questo proposito è quello dei discepoli di Emmaus. I discepoli, non sapendo di parlare col Signore, raccontavano gli avvenimenti che erano accaduti: «Tu sei il solo a Gerusalemme che non sappia ciò che è successo in questi giorni. - E che cosa? - Intorno a Gesti di Nazareth, che fu un Profeta potente in opere e in parole dinanzi a Dio e a tutto il popolo (5) ».

Per precisare ulteriormente quanto si riallaccia al ministero profetico, bisogna notare ch'esso si manifesta in due facoltà: in primo luogo nella facoltà di parola. Il profeta è essenzialmente colui che annuncia il mistero e la cui parola ha un'efficacia che converte. E' la proprietà della parola profetica, cioè d'una parola il cui principio non è umano, ma lo Spirito Santo stesso. Qui sta la differenza tra la parola profetica, la parola del predicatore cristiano e la parola del conferenziere o di colui che esprime una sapienza umana. Essa è dotata d'una efficacia misteriosa che tocca i cuori e li trasforma. Il vero apostolo cristiano, il vero missionario, possiede la parola animata da una virtù divina che le dà quella misteriosa efficacia che la parola umana non può dare, e che non è, si noti bene, la potenza del ragionamento. S. Paolo insiste molto su questo negli Atti degli Apostoli: non in virtù d'una sapienza umana deve parlare l'apostolo; al contrario, egli deve liberarsi da tutti gli artifici umani.

S. Paolo aveva provato a servirsi della sapienza umana ad Atene dove, trovandosi in un ambiente intellettuale, aveva tentato di fare anche lui l'intellettuale. Ma comprese che non era quello il modo di portare la parola di Dio, la quale aveva la sua efficacia dalla virtù dello Spirito Santo, e che l'apostolo deve parlare nella virtù dello Spirito Santo. Questo non vuol dire però che l'apostolo non debba farsi tutto a tutti, che non debba presentare il messaggio di Cristo in modo da corrispondere alla mentalità, allo spirito degli uditori, che non debba specialmente tener conto, nei diversi paesi, di tutti gli elementi d'incarnazione; ma la sua parola deve essere essenzialmente appoggiata sulla forza di Dio. Ricordate quello che il Signore diceva ai discepoli: di non preoccuparsi di quello che dovranno dire quando saranno davanti ai tribunali, perchè lo Spirito Santo suggerirà loro che cosa rispondere. La parola di Dio è un evento. è un fatto che avviene. Non è una realtà puramente intellettuale. Carlo Barth ha detto sull'argomento delle cose bellissime (6). La condizione del predicatore cristiano è la condizione di un uomo il quale sa di non essere che un uomo, e insieme sa di dover parlare di Dio. Ora, come osserva acutamente Barth, nessuno parla di Dio. Dio solo parla di Dio, l'uomo è impotente a parlarne; ed è questa la condizione tragica del predicatore: dover parlare di Dio mentre sa che solo lo Spirito Santo lo può fare. Se non c'è lo Spirito Santo che tocca i cuori e li illumina, egli perde il tempo, è un cembalo risonante.

Cosa di capitale importanza per la missione. Lo vediamo al principio degli Atti degli Apostoli. Gli Apostoli parlavano nella forza dello Spirito e le loro parole avevano una meravigliosa efficacia per convertire i cuori. Perchè oggi la nostra parola non converte pili? Forse perchè non sappiamo presentare le cose? Ma se, dopo S. Pietro e 8. Paolo, abbiamo trovato degli ammirabili ragionamenti per spiegare e giustificare la religione! Non è per mancanza di buoni argomenti. Noi abbiamo molto migliori ragioni per credere di quel che n'avessero S. Pietro e S. Paolo. I teologi ne hanno trovate moltissime, e tuttavia la parola di Dio non è pili efficace. Non si tratta, quindi, di trovare buone ragioni, si tratta invece dell'efficacia dello Spirito; noi non abbiamo abbastanza fede, non confessiamo abbastanza Cristo e non ci appoggiamo alla forza dello Spirito.

In secondo luogo, il ministero profetico, a fianco dell'efficacia della parola, comprende l'efficacia delle opere. Questo è un aspetto fondamentale e, nel medesimo tempo, misteriosissimo del ministero profetico di Cristo, del ministero profetico dei Profeti e del ministero profetico dei primi Apostoli. Infatti il loro messaggio si appoggia ad opere straordinarie, a mirabilia, ai miracoli. C'è uno stretto legame tra il miracolo e la profezia.

Nostro Signore l'ha fatto notare spesso nel Vangelo: il miracolo è la testimonianza che gli rende il Padre. Le grandi opere che compie manifestano che il suo regno è giunto. Nell' Antico Testamento troviamo il profeta Eliseo il quale pure attesta l'autenticità del suo ministero per mezzo delle opere straordinarie che compie. Ma si ha l'impressione che stenti molto di più di Nostro Signore a compiere miracoli. Per resuscitare un morto Eliseo deve stendersi su di lui due volte prima che il morto si decida a risorgere, mentre Nostro Signore - e questo prova il divario esistente tra l'Antico e il Nuovo Testamento - dice alla fanciulla morta: «Fanciulla, alzati ». E la fanciulla si alza. La sua parola basta per compiere miracoli. Ma desta meraviglia vedere come già nell' Antico Testamento il miracolo fosse strettamente connesso col ministero pubblico; e nel Vangelo, quei miracoli di cui noi stentiamo talora a comprendere il profondo significato, sono uno degli aspetti del ministero profetico di Nostro Signore; ed attestano la presenza in Lui dello Spirito Santo, per la quale Egli compie opere straordinarie. Dopo la Pentecoste, anche gli Apostoli compiranno dei miracoli che attesteranno la presenza in loro dello Spirito Santo. Dobbiamo sempre tenerlo presente. Dopo gli Apostoli i miracoli diventano sempre più rari. Tuttavia ancora oggi il miracolo resta una realtà, e vediamo i grandi santi del secolo XIX, per esempio un curato d'Ars, un don Bosco, accompagnare la predicazione con fatti straordinari. La potenza dello Spirito Santo non è diminuita. Il Profeta è sempre qualcuno potente in parole ed in opere.

C'è un ultimo punto importante in cui vediamo Nostro Signore continuare e insieme superare il ministero profetico. E' questo: il ministero profetico è sempre accompagnato dalla persecuzione. Il Signore ritorna spesso nel Vangelo su quest'idea: «Come i vostri padri hanno perseguitato i Profeti, cosi voi perseguitate me ». Che Nostro Signore sia perseguitato non è quindi una cosa nuova. Sotto questo aspetto la sua Passione s'inserisce nella catena di persecuzioni dei Profeti cominciata alle origini dell' Antico Testamento e continuata in Lui. Nostro Signore afferma che l'Antico Testamento ha annunciato la sua Passione, e se noi non sappiamo dove trovare questa profezia, è perchè essa in realtà è semplicemente figurata nella persecuzione con cui i Giudei avevano sempre perseguitato i Profeti, che sono la figura di Cristo. La morte di Cristo, la quale, come sacrificio, si riallaccia al suo ministero sacerdotale, come martirio si riallaccia al suo ministero profetico.

Il martirio è essenzialmente testimonianza. Il martirio di Cristo continua quella testimonianza che avevano sempre reso i Profeti e di cui la sua Passione manifesta la realtà esemplare, che sarà a sua volta il modello per gli Apostoli, i quali pure dovranno rendere testimonianza e renderla fino al martirio, vale a dire fino al dono della vita, per render testimonianza alla verità delle loro parole.

Tutte queste realtà sembrano più chiare quando si vede che non sono nuove, ma si riallacciano a quella continuità di cui sono soltanto il compimento. Ma c'è una frattura. Nel battesimo di Gesù c'è qualcosa di nuovo che comincia. Infatti, a partire da quel momento, tutta l'antica profezia resta come trascurata e lo Spirito Santo, che s'era distribuito sui diversi Profeti, si concentra ormai tutto nella persona di Nostro Signore. Avviene un fatto analogo a quello del Tempio. D'altronde Sono due temi vicinissimi. Come a partire dalla venuta del Signore e specialmente a partire dalla Passione, il tempio di Gerusalemme perde il suo valore e l'abitazione di Dio è nella persona di Nostro Signore, cosi a partire da quel momento i Profeti perdono la loro importanza e tutto lo spirito di profezia passa in Nostro Signore. La manifestazione visibile di tale decadenza è la vita di S. Giovanni Battista, il quale viene messo da parte essendo finita la sua missione. Quando comincia il ministero pubblico di Nostro Signore tutti i discepoli stanno per abbandonare il Battista e passare a Nostro Signore; lui stesso, d'altra parte, poiché era iniziato al mistero e lo Spirito Santo lo aveva interiormente illuminato, accoglie il piano di Dio e pronuncia le incomparabili parole: «E' necessario che Egli cresca e io diminuisca» - «L'amico dello Sposo gioisce quando sente la voce dello Sposo ».

E' importante inquadrare questo fatto nella prospettiva della profezia: S. Giovanni che battezza Cristo è l'ultimo dei grandi profeti dell'Antico Testamento; egli raccoglie in sé tutto lo spirito profetico che l'aveva preceduto, e attesta la fine della profezia dell'Antico Testamento ritirandosi per far posto a Colui che è l'erede di tutte quelle tradizioni, e che è Nostro Signore. S. Giustino, nel Dialogo con Trifone, ha questo passo notevole per indicare che lo Spirito Santo, che. era nei Profeti, è passato ora in Nostro Signore: «I vostri profeti, dice, ricevettero da Dio l'uno o l'altro di quei poteri; e agirono come sappiamo dalle Scritture. Salomone ebbe lo spirito di sapienza, Daniele quello di intelligenza e di consiglio, Mosè quello di fortezza e di pietà, Elia lo spirito di timore, Isaia quello di scienza. Ciascuno ebbe una potenza o, alternativamente, l'una e l'altra. Geremia ne ebbe dodici; cosi Davide e altri profeti. Lo Spirito Santo si riposò, cioè cessò quando venne Colui dopo il quale tutte quelle cose dovevano scomparire da voi, quando tra gli uomini cominciò la sua economia; ma dovevano di nuovo prodursi in Lui e ritornare, secondo la profezia, quei doni che, mediante la grazia della potenza di quello Spirito, Egli accorda a coloro che credono in Lui. Una profezia annunciava che questo sarebbe accaduto per opera di Lui dopo la sua ascensione al Cielo. L'ho già detto e lo ripeto: «Egli è salito in alto, Egli ha condotto con sé la turba degli schiavi... ». E' detto in un'altra profezia: «Avverrà poi che io spanderò il mio Spirito sui miei servi e sulle mie serve ». Giustino continua, ed è interessante per noi: « Si possono vedere in mezzo a noi uomini e donne che hanno ricevuto i carismi dello Spirito Santo; quindi non è perchè mancasse della potenza dello Spirito che fu profetizzato che le potenze sarebbero venute su di Lui, ma perchè esse non ci sarebbero più state in seguito (7) ». Dunque S. Giustino vide uomini e donne che avevano ricevuto i carismi dello Spirito, avverando cosi la profezia. Questo c'introduce nel tempo in cui siamo, cioè nella effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa. Questa effusione, che è come concentrata nella persona di Nostro Signore, Gesù la possiede per espanderla sulla sua Chiesa; ed è ciò che osserviamo nella Pentecoste.

Il giorno della Pentecoste s'avvera la profezia così bella a cui allude S. Giustino e che è pure citata al principio degli Atti degli Apostoli, la Profezia di Gioele: «Avverrà negli ultimi giorni... » Notate quel « ultimi giorni» che ancora una volta indica il carattere escatologico della realtà missionaria, vale a dire che noi siamo veramente nell'ultimo tempo. Tempo che può durare a lungo, ma che è l'ultimo, poiché è quello dopo il qual" verrà la fine, la parusia. «Avverrà, dice Gioele, che io spanderò il mio Spirito su ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno (8) ».

Per conseguenza, vedete che il ministero profetico degli antichi Profeti, che è il ministero di Cristo, è anche il ministero dei cristiani; che c'è un ministero profetico nella Chiesa nella misura in cui «lo Spirito Santo è diffuso sui vostri figli e sulle vostre figlie ». « E i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi dei sogni. Si, in quel tempo io diffonderò il mio Spirito sui miei servi e sulle mie serve ed essi profetizzeranno, e io farò apparire dei prodigi nell'alto dei cieli e dei segni sulla terra: sangue, fuoco e fumo di eruzioni; il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue prima che venga il Signore nel giorno grande e splendente ».

E' importantissimo osservare che in tutti questi passi troviamo sempre la successione: discesa dello Spirito Santo ed evangelizzazione di ogni carne, poi i segni precorritori: il sole che si cambia in tenebre, la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, cioè la parusia. lo vorrei far notare lo stretto nesso che corre tra quelle realtà nella prospettiva che è precisamente quella degli antichi cristiani. E' sempre l'idea del carattere escatologico del dovere missionario. Tutte le cose in quella prospettiva diventano d'una straordinaria semplicità; la successione degli avvenimenti, lo sviluppo del mistero, si fanno limpidi. Per tentare di comprenderli noi dobbiamo solamente penetrarvi con la preghiera e per mezzo dello Spirito.

Come si manifesta nella Chiesa quella effusione dello Spirito sugli Apostoli? Essa presenta due aspetti fondamentali già nell' Antico Testamento, ma sopratutto nel Nuovo.

Infatti ha un doppio fine: il primo, di cui non vogliamo ora trattare, è quello di santificarci producendo in noi la vita divina; è lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo e che a poco a poco ci trasforma, come principio di vita, sviluppando in noi l'intelligenza delle cose di Dio mediante la fede, sviluppando in noi l'amore di Dio e del prossimo mediante la carità, accrescendo in noi la speranza la quale ci fa aderire alle realtà divine, dandoci i suoi doni per i quali siamo come forniti di antenne che ci rendono vicine le cose divine cosi che noi diventiamo capaci di captare, per cosi dire, le pulsazioni divine, capaci di essere istruiti e guidati dallo Spirito. I frutti dello Spirito Santo sono allora quella delicatissima e meravigliosa psicologia dell'anima cristiana per la quale, sotto l'azione dello Spirito Santo, si sviluppano in noi tutte le virtù perfette di longanimità, di purezza, di santità, di bontà.

Questa è dunque una prima azione dello Spirito che agisce in Ciascuno di noi e ci trasforma. Ma c'è una seconda azione dello Spirito direttamente orientata alla missione, quella per la quale lo Spirito ci abilita, ci fa capaci di rendere testimonianza e, per conseguenza, di evangelizzazione, donandoci quelli che si dicono carismi e che i teologi definiscono: un dono di Dio fatto ad extra, cioè in vista di opere esteriori, dono, in certa misura, non legato alla santità personale, benché la sua pienezza e il suo sviluppo ne dipendano, ma legato invece alla sua stessa funzione.

Merita molta attenzione il fatto che, se leggiamo il libro degli Atti degli Apostoli - .a cui si è potuto dare il titolo di Vangelo dello Spirito Santo - ci accorgiamo che tutta l'opera missionaria è attribuita allo Spirito Santo operante negli Apostoli. Bisognerebbe citare a questo proposito innumerevoli passi nei quali gli Atti ci presentano lo Spirito Santo che guida i primi Apostoli. Ne prendo qualcuno a caso. Subito dopo la Pentecoste, nei primi tempi di Gerusalemme, il tribunale dei Giudei cita a comparire Pietro, Giacomo e Giovanni; e il testo dice: « Allora Pietro, pieno di Spirito Santo... (9)» Poco dopo, negli Atti ancora: «Scegliete dunque tra voi, o fratelli, sette uomini di buona fama pieni di Spirito e di sapienza, a cui noi affideremo tali uffici (10) ». Ancora più caratteristica è la scena in cui vediamo Filippo battezzare l'Etiope, ministro della regina Candace: «Va avanti e accostati a quel cocchio, disse lo Spirito a Filippo. Accorso Filippo senti che egli leggeva il Profeta Isaia. Cammin facendo disse l'eunuco: Ecco dell'acqua, che cosa mi impedisce d'essere battezzato? Fermarono il cocchio e discesero nell'acqua e Filippo lo battezzò... (11) ». Ancora negli Atti degli Apostoli vediamo lo Spirito condurre S. Paolo, dirigendolo là dove deve compiere la sua missione.

Questa azione dello Spirito si manifesta per mezzo dei carismi. Ce ne parla sopratutto S. Paolo, per esempio nella prima Epistola ai Corinti: «Riguardo poi ai doni spirituali, non voglio che voi, o fratelli, siate nell'ignoranza... C'è distinzione di doni, ma un medesimo Spirito; diversità di ministero, ma un medesimo Signore; diversità di operazioni, ma è il medesimo Dio che fa in tutti tutte le cose. A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utilità comune. Infatti all'uno è dato, per mezzo dello Spirito, il linguaggio della sapienza, all'altro il linguaggio della scienza secondo il medesimo Spirito; a un altro la fede per il medesimo Spirito; a un altro il dono della guarigione per il medesimo Spirito; a un altro l'operazione dei miracoli; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro ogni genere di lingua; a un altro il dono di interpretarle (12) ». In questo passo troviamo descritti tutti gli aspetti che abbiamo successivamente indicati come caratteristici dello Spirito di profezia. Vi troviamo prima la profezia, poi il potere di far miracoli. Vi troviamo il linguaggio di scienza, la potenza in parole dopo la potenza in opere; e vi troviamo pure alla fine il dono delle lingue la cui relazione con la Pentecoste è così misteriosa.

Sarebbe necessario completare la descrizione dei diversi carismi che rendono in grado gli Apostoli di compiere il loro ministero profetico, e perciò di evangelizzare tutti i' popoli, con tutti quei passi nei quali S. Paolo descrive i doni interiori che fanno si che lo Spirito fortifichi gli Apostoli per renderli capaci di compiere la loro missione. Sembra di potervi distinguere innanzi tutto tre grandi linee: da una parte, la magnanimità, la fortezza, l'abitudine di trionfare delle difficoltà straordinarie con una certa facilità e di affrontarle con la potenza dello Spirito di Dio. In secondo luogo la sapienza e l'intelligenza delle .cose divine con le quali lo Spirito Santo, il quale solo, dice S. Paolo, scruta le profondità di Dio, illumina l'intelligenza degli Apostoli e li rende .capaci di conoscere le cose di Dio e di comunicarle. Infine l'unità assolutamente necessaria .agli Apostoli, poiché ,è un medesimo Spirito che opera in loro, la quale unità deve impedire che si desti tra di loro alcuna rivalità o contestazione, e raccogliere quasi in un fascio le diversità dei carismi in vista del compimento d'una medesima opera.

Quei carismi che S. Giustino diceva esser divisi nell'Antico Testamento, l'uno su Isaia, l'altro su Davide, l'altro su Daniele, che poi abbiamo visto adunati insieme nella persona di Cristo, sono di nuovo distribuiti tra diversi membri del Cristo, portando ciascuno la sua grazia particolare per assolvere il compito che gli è proprio, e si perpetuano nella Chiesa nella diversità delle famiglie spirituali e nella varietà delle vocazioni, di cui .ciascuna è l'erede di uno dei carismi. Ed è ciò che giustifica profondamente la varietà in seno alla Chiesa di Dio, non potendo l'apostolo dire al contemplativo o il contemplativo all'apostolo: «Io posseggo la parte migliore », ma ciascuno avendo un carisma speciale e cercando di usarlo nella carità.

Per finire con un ultimo accenno missionario, possiamo dire che se il nostro tempo è il tempo della rivelazione dello Spirito nel senso che è il tempo in cui lo Spirito ci suggerisce tutto ciò che ci ha detto Cristo, secondo la parola stessa del Signore, è anche il tempo della rivelazione dello Spirito, nel senso che è il tempo in cui noi stessi scopriamo lo Spirito. Conosciamo Cristo dal Vangelo per la sua venuta e conosciamo cosi tutto ciò che si deve conoscere di Cristo, poiché il mistero di Cristo s'è compiuto nell' Ascensione. Al contrario, il mistero dello Spirito Santo non è ancora compiuto interamente. Perciò dobbiamo ancora scoprire lo Spirito Santo. E non lo conosceremo completamente se non quando tutti i popoli saranno evangelizzati.

Possiamo riallacciare a quanto s'è detto l'idea che le razze orientali, e specialmente l'India che forse sarà l'ultimo dei popoli evangelizzati, hanno una specialissima relazione con lo Spirito Santo. Perchè? Precisamente perchè il fondo stesso della dottrina dell'India è Dio concepito come spirito immanente in ogni cosa. L'India interpreta falsamente tale immanenza, nel senso che vede in questo spirito la sostanza stessa delle cose. Questo non è vero, ma dispone l'India a comprendere l'affermazione: Spiritus Domini replevit orbem terrarum.

Di tutti i detti della Scrittura è questo che può toccare maggiormente l'anima dell'India: Spiritus Domini replevit orbem terrarum - Lo Spirito Santo riempie ogni cosa. Si tratterà di sostituire Spiritus a l'atman...; e in questo atman vedere non Dio immanente, ma la terza persona della Ss. Trinità, poiché infatti è proprio dello Spirito Santo l'essere ,in Dio il dono. Il Padre è colui che comunica, è la fonte di tutto, il Figlio è colui per mezzo del quale tutto è comunicato ed è in qualche modo l'esemplare e la formulazione e la definizione, ed è per questo che l'Occidente, il quale ama ciò che è definito, è stato particolarmente disposto a comprendere il mistero del Verbo; ma lo Spirito Santo, al contrario, che è essenzialmente Dio come pervadente l'universo, come santificatore del cosmo, è adattissimo alla mentalità indiana. Possiamo allora pensare che noi pure, secondo un'idea che ci è cara, avremo la definitiva teologia dello Spirito Santo precisamente il giorno. in cui questa teologia. sarà espressa nel pensiero dell'India, e che è la vocazione stessa del pensiero dell'India, cosi come la vocazione propria del pensiero greco è stata quella di esprimere il dogma dell'Uomo-Dio (13).

La teologia terminerà il giorno in cui sarà finita l'evangelizzazione, il giorno in cui tutte le nazioni conosceranno Cristo, il giorno in cui tutto il mondo avrà udita la parola, il giorno in cui Cristo potrà venire a prender possesso d'un dominio che gli sarà stato interamente preparato, e in cui tutti i popoli avranno cosi potuto rendere la loro testimonianza. lo credo che in questa direzione possiamo ritrovare sotto un ultimo aspetto quel particolarissimo legame che esiste tra questa dottrina dello Spirito Santo e la vocazione missionaria non solo in generale, ma specialmente la particolare vocazione dell'India. E sia questa un'occasione di più per desiderare la conversione dei popoli orientali. Noi sospiriamo non solo la pienezza della carità, ma anche la pienezza della luce.

Nota complementare

IL PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO

Lo si è interpretato secondo le successive economie della Rivelazione. Il peccato contro Cristo consisterebbe nel rigettare Nostro Signore prima della venuta dello Spirito Santo; il peccato contro lo Spirito Santo sarebbe invece il rifiuto di accettare lo Spirito dopo la Pentecoste. Il peccato dei Giudei che hanno rifiutato lo Spirito dopo la Pentecoste è più grave del peccato dei Giudei che mandarono Cristo alla morte.

Un'altra spiegazione si riconnette questa: in Cristo c'è insieme Dio e l'uomo, e il peccato contro Cristo non è necessariamente un peccato contro Dio. Sta il fatto di non aver riconosciuto Dio nell'Uomo Gesti, ma questo può riferirsi all'umanità di Nostro Signore e non essere direttamente un peccato contro Dio, mentre il peccato contro lo Spirito sarebbe direttamente il rifiuto di Dio, la bestemmia contro Dio.

Ciò che vale per Cristo vale in un certo senso anche per la Chiesa. Molti uomini non vedono che il lato umano della Chiesa e la respingono per questo: il loro peccato non è il peccato contro lo Spirito e possiamo credere che sarà perdonato. Peccato contro lo Spirito sarà quello di coloro i quali conoscendo la natura divina della Chiesa per orgoglio rifiutano di riconoscerla.

[1] 1 Petr., I, 10-12.
[2] Atti Ap., II, 5-8.
[3] Si noti esattamente il significato di questa unzione profetica al battesimo di Cristo. I Padri parlano d'una duplice unzione di Cristo: la prima avvenne all'incarnazione, allorché lo Spirito Santo prese possesso dell'umanità di Cristo e la santificò unendola alla divinità nella persona del Verbo. Questa unzione sostanziale ha accompagnato l'umanità di Cristo dal principio della sua vita, rendendola strumento perfetto della divinità: capace di parlare di Dio e a nome di Dio (profeta), capace di operare opere divine (taumaturgo), capace di vivere e di manifestare la santità di Dio (santo). Ma le singole funzioni dovevano essere attuate da Gesù Cristo ciascuna alla «sua ora », e qualcuna di esse è stata preceduta come da una specie di investitura solenne da parte del Padre: questo è il significato dell'unzione profetica ricevuta da Cristo al Battesimo. E' stata la manifestazione visibile della consacrazione alla sua missione di rivelatore del Padre (N. d. T.).
[4] Luc. IV, 16-21.
[5] Luc. XXIV, 19.
[6] K. Barth. Parole de Dieu parole humaine, trad. francese (Ed. Je sers).
[7] Giustino, Dialogo con Trifone, LXXXVII, 4 - 8; LXXXIII, 1.
[8] Gioele, III, 1-5, citato in Atti Ap., II, 17-21.
[9] Atti, IV, 6-8.
[10] Atti, VI, 3.
[11] Atti, VIII. 29-36.
[12] I Cor. XII, 4-8.
[13] Si veda Monchanin, Le Saint-Esprit et l'Inde, Cahiers Dieu vivant, III (Ed. du Seuil).