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Don Umberto Neri. Le beatitudini

Beati i poveri, in spirito.

Innanzitutto i poveri, i realmente poveri in tutti i modi: perché non hanno un soldo in tasca, perché non hanno da mangiare, perché patiscono, sono disoccupati, non hanno casa.

Poveri anche perché sono malati, prigionieri, indifesi, in condizione di svantaggio, di indigenza, di debolezza, esposti a tutto: poveri. Il concetto è più vasto di quello che intendiamo di solito: non si tratta soltanto di censo.

“In spirito” non attenua, anzi rafforza. Poveri e per di più in spirito: poveri che si adeguano alla loro condizione con un sentire, un parlare, un agire da poveri. Non è la povertà sola, è la realtà della povertà intimamente accettata e vissuta. Ci possono essere poveri ribelli, orgogliosi, prepotenti: questi non sono i poveri del Signore.

Chi si contrappone a questo ritratto spirituale, chi è escluso dal Regno? Anzitutto i ricchi: finchè uno è ricco è escluso ( cf Mt 19,23-26 ). Ma poveri lo si può diventare, perché Dio è capace di dare grazia per far distaccare dalle ricchezze; o ancora dio può fare povero uno che è ricco: ci pensa lui a renderlo debole, fragile, tremante. E’ una condizione imprescindibile, realizzata da Dio attraverso la grazia o attraverso modi suoi di impoverire colui che è ricco, “rubandogli” la ricchezza.

Beati quelli che piangono, cioè quelli che sono nella sofferenza, ne lutto. Piangono e lo accettano, sono nel lutto e con umiltà si pongono davanti a Dio. E sono anche quelli che fanno lutto per la consapevolezza del peccato, anche se il senso del testo non si limita a questo: uno che è in lutto per la morte del figlio non è forse nel pianto? Eccome! Il Signore è venuto proprio per questi, è come se dicesse loro: “Sono venuto per te, non sei fatto per questo, sei fatto per la gioia. Tuo è il regno!”

Che cosa si oppone a questa beatitudine del pianto? La realtà mondana dei gaudenti, di quelli cioè che si istallano nel mondo e ci sguazzano 8 cf Am 6,4-6: quelli che vivono nella mondanità e neppure “si preoccupano della rovina di Giuseppe”.

Il regno è instaurato e il Signore conforta quelli che hanno partecipato al lutto per Gerusalemme.

“Beati i miti”.

Nell’ambito dell’Antico Testamento questa espressione ha il suo corrispondente più preciso nel Salmo 36 ( Non adirarti contro gli empi ): miti sono quelli che esprimono l’atteggiamento dei poveri del Signore; vivono nell’attesa del giudizio di Dio, senza farsi giustizia da sé, neppure quando sarebbe legittimo; sono coloro che attendono l’intervento di Dio, perché certo il Signore interviene in favore di chi si affida a lui. I salmi sono pieni di questa fiducia nella promessa di Dio.

Chi si contrappone ad essi? Quelli che contano sulla propria vita per farsi giustizia.

“beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”. Fame e sete, cioè desiderio ardente del bene, della giustizia di Dio.

La giustizia è la santità, la verità, la rettitudine, l’obbedienza alla volontà di Dio; la giustizia è il rispetto della grandezza e della dignità dell’uomo. Beati quelli che ne hanno fame per sé e per il mondo, che non si rassegnano alla sua mancanza, ma ne piangono, ne soffrono, invocano Dio e si sacrificano per questo. Chi si contrappone a ciò? Quelli che si adattano, rassegnandosi malamente, alla realtà cattiva del mondo.

“Beati i misericordiosi”: è il soccorrere, il fare misericordia; non soltanto l’aver compassione, ma il fare attivamente misericordia, come dice Luca del buon samaritano, “ Colui che gli fece misericordia “ 8 Cf lc 19,37, nell’originale greco ) . Non avrebbe senso dire: “Io ho pietà di te” quando, potendo fare qualcosa, non lo si fa.

Si contrappongono ai misericordiosi delle beatitudini quelli che non perdonano, che non soccorrono perché non hanno pietà del prossimo, che non concedono misericordia non rendendosi conto di averne loro stessi un bisogno infinito. Questi non entrano nel regno dei cieli. Il fariseo della parabola che giudicava il pubblicano non fa parte di questa categoria: per questo, se resta così, non entra nel regno dei cieli ( cf Lc 18,9-14 ).

Poi “i puri di cuore”: è la coscienza pura, la chiarezza e la pulizia del sentire come dell’agire. Si oppone alla compromissione, all’ambiguità, alla contraddizione interiore vissuta in modo da adattarsi a essa, tanto da farne un modo abituale e accettato del sentire.

La beatitudine corrispondente ( “perché vedranno Dio ) dimostra chiaramente che purezza, in questo caso, vuol dire pulizia: la limpidezza dell’intimo consente di vedere Dio, perché la vista non è appannata dall’ambiguità di una coscienza contradditoria.

Il Salmo 23 ( Del Signore è la terra e quanto contiene…” ) spiega che cosa sia questa rettitudine di cuore, che naturalmente comporta un agire conforme, coerentemente pio, obbediente a Dio, retto. La settima beatitudine è per “i facitori di pace”, non per i pacifici. La formula è classica nel Nuovo Testamento: ricorre quattro volte, due volte riferita a Gesù e altre due volte riferita al cristiano. E’ il diventare luogo e strumento di pacificazione ( come un mite, un povero, come uno che fa misericordia, come uno che piange: tutti luoghi e strumenti di pace).

Quindi si contrappone a questo l’essere litigiosi, violenti e provocatori di contese, magari per la coscienza o la pretesa dei propri diritti, o ancora per il volere fare giustizia da sé, o perché si condanna il prossimo, o anche perché si è ricchi e potenti e ci si avvale di questo.

L’ottava beatitudine è per i “perseguitati per la giustizia”. Cioè le vittime, proprio a motivo del loro essere vittime e per la loro rinuncia alla violenza e alla sopraffazione a motivo del Vangelo.

In opposizione a questa persecuzione per la giustizia vi è tutto quello che si è detto e, in particolare, l’accordo a ogni costo con il mondo o il venire meno a questa regola di vita per il dissenso del mondo, come quelli che quando sopravvengono le tentazioni vengono meno perché non hanno radici, prendono paura e ritornano di nuovo ai mezzi mondani di difesa e di affermazione: essi non entrano nel regno dei cieli ( cf Lc 8,13 e par ).

A questo punto è utile fare una piccola osservazione a margine: queste categorie, come quella del regno, sono tutte definite in base a una terminologia, a una tradizione che si rifanno alla grande tradizione biblica. Sono cioè termini che hanno una loro storia e c’è tutto un contesto nel quale vanno inseriti per essere compresi. Diversamente potrebbero essere intesi in modo equivoco.

Mite! Oggi non esiste un termine più confuso. Ma qui non si tratta della categoria dei non violenti come la intendiamo oggigiorno. La mitezza della terza beatitudine è diversa: è molto di più che non-violenza, perché contiene anche l’affidarsi a Dio, e questo nella non violenza può non esserci. C’è infatti una non violenza atea, che non è la non violenza del salmo 36 a cui la terza beatitudine si riferisce. I poveri sono poi in tutta la scrittura. Dei poveri che piangono parlano continuamente i profeti e i Salmi. Lo stesso vale per la pace e per quelli che fanno la pace; per la purezza di cuore, che non è semplicemente la rettitudine di coscienza: è puro di cuore chi fa la volontà di Dio, chi è integro nella propria coscienza obbedendo a Dio. Così per il termine giustizia: quale termine meno comprensibile al di fuori della scrittura! Chi intendesse i perseguitati per la giustizia semplicemente come buoni sindacalisti perseguitati, sarebbe del tutto fuori strada. L’affermazione del diritto, dei diritti fondamentali della persona umana è certo una cosa importante, ma rispetto alla totalità del concetto biblico di giustizia è una particella.

Dunque è evidente che non è possibile tradurre queste categorie bibliche in termini mondani: si deformerebbero completamente.

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

Che cosa comporta il regno dei cieli? La persecuzione.

La persecuzione ingiusta, perché mentiranno. La persecuzione “per causa mia”: “Come hanno odiato me odieranno voi” dice Gesù ( cf Gv 15,16 ); e poi, ancora: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, perché voi non siete del mondo come io non sono del mondo” ( Gv 15,20 e 17,14 ).

Un atteggiamento di questo genere è di assoluta rottura. Come già si è accennato, uno dei termini che meglio riassumono il tema delle beatitudini è la non-mondanità. Tutti danno addosso a uno così diverso, lo prendono di mira proprio perché diverso: è buono, non fa male a nessuno, è mite come un agnellino… Verrebbe da pensare che troverà pace, benevolenza. Invece lo prenderanno in odio e l’odio diventerà tanto più rabbioso quanto più sarà diverso. Gesù lo dice spesso, in particolare nel lungo discorso dei capitoli 14, 15 e 16 del Vangelo di Giovanni.

Quindi, voi che siete entrati nel regno, ebbene sarete odiati a causa mia, cioè per l’assimilazione a me che vi rende diversi, e a causa dell’annuncio, della testimonianza resa a me che il mondo non vuole. Le persecuzioni sono quindi una condizione normale del seguace di Cristo, l’essere parte le comporta.

Questa parola profetica è anche parola di consolazione, perché mostra la normalità della persecuzione: quindi non ci si può turbare né sgomentare quando insorge. E dice anche “beati!”, cioè che è bello ciò che succederà. Perché bello? Perché c’è un’altra vita, nulla è perduto e inutile: non è una perdita, non è una sconfitta, non è una smentita, anzi è la conferma di tutto quello in cui si crede e che si testimonia. E la ricompensa sarà in cielo, perché il regno di Dio è nostro e lo rimane fino alla fine dei tempi. Non ci si può ingannare quindi: la ricompensa per la perseveranza non sarà il cessare improvviso della persecuzione e l’iniziare di un plauso mondano. La condizione di persecuzione è condizione che non abbandona la chiesa e il seguace di Cristo, fino alla fine, come mostra anche l’Apocalisse.

Se non fosse così, se non si fosse perseguitati, vorrebbe dire che si è falsi profeti, cioè che ci si adatta al mondo. Infatti che cosa è il proprium del falso profeta? Il plauso alla realtà mondana. Il falso profeta, che plaude al mondo e si adatta alle storture immense del mondo, è accolto. Se non si è perseguitati è segno chiaro che si è falsi profeti, mentre se si dicono queste cose tutti “diranno ogni male, mentendo, per causa mia”. O dice anche il Vangelo di Giovanni e, in particolare, il parallelo di Luca: “Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi – e quindi non vi perseguiteranno, che sciagura!- perché così hanno fatto con i falsi profeti”. ( cf Lc 6,26 )

Infine sottolineo il monito: “Esultate!”. Lo intenderei come un comando preciso: godete, esultate, ringraziate Dio, perché non farlo significherebbe la smentita della vostra fede, significherebbe che voi non siete entrati in questa prospettiva, che non avete capito queste cose e il grande beneficio di Dio del quale in questo modo vi rendete indegni. Questo comando è simile a quello dato da Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Non turbatevi!” ( cf Gv 14,27 ), quindi gioite!


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Meditazione di Umberto Neri su Nazareth al monte Tabor

Credo che del Tabor propriamente vi parlerò durante la messa, all’omelia. Adesso vorrei fare alcune premesse. Una premessa riguarda lo stesso tragitto che abbiamo percorso e le cose che questa mattina abbiamo visto, attraverso le quali siamo passati. Siamo venuti dunque da Nazareth al Tabor. Da là a qui, da un posto all’altro. E’ questa che credo sia, in fondo, la dimensione capitale che occorre assumere dal pellegrinaggio in Terra Santa. Il resto sono dettagli - di importanza talvolta straordinaria, decisivi per la nostra fede - ma ciò che un pellegrinaggio in questi luoghi, il percorrere queste strade, il vedere questi paesaggi, questa realtà, il visitare queste chiese deve darci è il senso dell’assoluta concretezza dell’evento salvifico. Un fatto, qualche cosa che è accaduto, che si è verificato. “Kai egeneto”. “E accadde che”. I racconti evangelici, d’altra parte, riletti soprattutto alla luce di questa esperienza che stiamo in queste ore già cominciando a fare, si rivelano a questo riguardo preoccupati di collocare i fatti nel loro contesto storico e geografico: “in quel tempo”, “in quel luogo”. Pensate soltanto all’inizio del racconto dell’Annunciazione, secondo Luca ovviamente: “Fu mandato un angelo ad una vergine di nome Maria, sposata ad un uomo di nome Giuseppe, in una città della Galilea di nome Nazareth”. I nomi! Tutto è preciso, tutto è determinato. Dicevo che il rapporto concreto, con la concretezza della terra che si calpesta, che si vede, dell’atmosfera che si respira, deve darci - molto più di quanto non lo abbiamo avuto in passato - il senso di questa concretezza. Quello che conta è che qualcosa sia accaduto. E quello che è tutta la nostra speranza, tutta la realtà della nostra fede, il motivo della nostra vita è l’effetto di questo fatto, ciò che questo fatto ha prodotto: una realtà, non un’idea. Non un’idea che troppo spesso, troppo facilmente, può degenerare in ideologia, cioè in un sistema umano, costruito al fine di rendere accettabili certe proposte, certe dottrine, certe prospettive, certi insegnamenti, certe realizzazioni e concretizzazioni storiche. Il cristianesimo non è un’idea, meno che mai un’ideologia. Non è un ideale, lo diventa, ma secondariamente. E’ un fatto che è successo - piaccia o non piaccia. Scusate la quasi brutalità di questa affermazione. Bello o non bello – “è così bello che sia così”, a me piace quando uno parla in questo modo, anche a me succede abitualmente, è ovvio, perché così lo sento. Ma, e se fosse brutto? E’ bello! Ma non è perché è bello che io lo credo, non è perché è bello che lo racconto. Non è la sua ragione di bellezza che mi convince. La cosa importante è che sia accaduto. E’ un fatto.

Si parla del significato del Cristo e del significato del cristianesimo, spesso impropriamente, comunque con gravi rischi di fraintendimento. Il Cristo non è rapportato ad un significato che gli sia ulteriore. “C’è il Cristo, e poi che cosa significa il Cristo? C’è l’evento della resurrezione e poi che cosa significa l’evento della resurrezione?” Che significa questo? A che cosa rimanda il Cristo? A nessuno, a se stesso. A che cosa rimanda l’evento della resurrezione? A nessuno, a se stesso, il Cristo non ha un’ulteriorità. E’ l’evento, è il fatto. Tutto ha significato in rapporto al Cristo. Non dobbiamo cercare il significato del Cristo in rapporto al resto, se non al Padre, se non al Padre, con il quale il Cristo è uno. Contro questo fatto non vale nessun “ma”. Rispetto a questo fatto appaiono estremamente tenui e insignificanti tutte le divagazioni dei nostri discorsi, delle nostre fantasie, delle nostre preoccupazioni, dell’accettabilità, dell’attualizzazione, del “veniamo con i piedi in terra”, “Allora che cosa vuol dire”. Che cosa vuol dire? Niente, non vuol dire niente. Dio è venuto in terra. Il Figlio di Dio è morto ed è risorto. Qui! In quel tempo! Questa concretezza! Mi piaccia o non mi piaccia! Perché in certi momenti può piacermi moltissimo, in certi altri momenti niente affatto e posso essere messo radicalmente in crisi rispetto alle mie concezioni, alle mie speranze, alle mie idee, alle immagini che mi faccio dell’umanità, della storia e della mia storia all’interno dell’umanità e della storia umana, da ciò che “debbo” credere, da ciò che “è” accaduto. Ma è accaduto! Io non posso farci niente. Geremia qualche volta era contentissimo del suo rapporto con il Signore, qualche volta da questo rapporto con il Signore era messo totalmente in crisi, radicalmente in questione e diceva: “O Signore, tu sei diventato per me come un torrente infido, appari e scompari e quello che mi metti sulla bocca è ciò che io non vorrei dire e che nessuno vuole ascoltare da me”. Ma c’è, ma c’è! “La tua parola è divenuta come un fuoco divorante”.

E’ questa realtà oggettiva che (conta). Ripeto: non dobbiamo illuderci, Ma d’altra parte, così, mediamente, siamo giovani, ecco qua, (ma) non tanto da non aver fatto a questo riguardo delle esperienze significative (di persone che vogliono solo) che ci appaia questo fatto stupendo, mirabile, che risolve tutto e che risponde a tutto - sempre ciò che corrisponde a quello che sarebbe il nostro pensiero e il nostro sentire umano! Ma è un fatto. Io l’ho visto, io ho toccato quelle pietre, io ho camminato su quei sentieri che Dio, in Gesù, ha percorso. Questo per me è stato il frutto più grande del rapporto con la Terra Santa. Questa oggettività percepita in modo violento, dalla quale si vorrebbe sfuggire in qualche modo, perché finché si parla di una cosa lontana… ma quando poi ci si è, quando poi ci si è di fronte, si dice “qui”! Ecco questo fatto c’è e occorre opporsi con tutte le forze a tutti i tentativi di - non tanto di ridurre la portata di questa storicità, anche, che sono molto malsani - tutti i tentativi di impostare il problema del cristianesimo in una luce diversa, in una prospettiva diversa, sotto una diversa angolatura. E’ o non è? Vero o non vero? Accaduto o non accaduto? Date - ho scritto qui nei miei appunti - e in gran parte non concesse, tutte le riduzioni critiche rispetto alla storicità dell’evento cristiano, quale è attestata negli evangeli descritti nel Nuovo Testamento, e anche in quelli dell’Antico, che fanno corpo con esso, date, e in gran parte non concesse, tutte le riduzioni, resta tuttavia più che a sufficienza, perché la nostra vita e la vita del mondo siano determinate per sempre dalla realtà oggettiva di questo evento, con il quale prendiamo contatto violentemente, direi fisicamente, di fatto, con questo pellegrinaggio. Da questo derivano tutti i “dunque”, tutti i “quindi”, tutte le conseguenze. Ma da questo! Ogni diversa impostazione del mistero cristiano è un’impostazione di tipo gnostico, tentata fin dall’inizio della storia del cristianesimo. Credo che don Giuseppe vi parlerà di alcuni di questi problemi e che è la tentazione costante alla quale è sottoposta la fede cristiana, la più insidiosa, quella della quale meno frequentemente ci si accorge, perché si presenta sempre come un nobile tentativo di astrarre dalla brutalità e dalla opacità, per così dire, dell’evento, il significato spirituale.

Ecco adesso qualche cosa solo in preparazione di quello che poi, a Dio piacendo, vi dirò brevemente all’omelia, su che cos’è il Tabor. Il Tabor rispetto a Nazareth! Secondo me non si può parlare del Tabor se non rispetto a questo. Il Tabor rappresenta rispetto a Nazareth una complementarietà speculare, tale che Nazareth e il Tabor comprendono, se ben intesi, tutta la polarità dell’evento cristiano ai due estremi, come la morte e la resurrezione del Signore, in modo che la morte rimanda sempre alla resurrezione - è morto, ma per risorgere! - e che la resurrezione rimanda sempre alla morte perché “risurrezione dai morti”, di chi é diventato, risorgendo, il primogenito dai morti. Analogamente come la morte e la resurrezione si implicano e si richiamano a vicenda, così si implicano e si richiamano a vicenda, io credo, se intesi bene ad un certo livello, Nazareth e il Tabor.

Che cos’è Nazareth? Proprio a livello più elementare - non oso dire più profondo - ma proprio ridotto alla sua essenza ultima, Nazareth è l’emergere - con il quale ci si confronta, ripeto, brutalmente quando ci si mette in ginocchio davanti a quell’altare dove c’è scritto “Hic Verbum caro factum est” - è l’emergere dello scandalo del nascondimento. Lo scandalo del nascondimento che è una delle dimensioni fondamentali, non l’unica, come vedremo, dello scandalo cristiano che si può esprimere così: “Se è Dio - “hic Verbum” - se è Dio - “et Deus erat Verbum” - se è Dio perché non si manifesta?” Uno scandalo antico che risale, come sappiamo molto bene, al deserto e che ha il suo tipo proprio nella grande tentazione subita dal popolo di Israele nel deserto. “Dio è o non è in mezzo a noi?” Non dubitavano che Dio fosse, in mezzo a loro. Ma, se c’è, perché patiamo la sete? (…) perché? Se c’è, perché non si manifesta? Nazareth è il non manifestarsi, il nascondersi, anzi, programmatico di Dio. Programmatico, voluto, perché avrebbe potuto benissimo fare delle altre scelte. Ha fatto la scelta di apparire come uno nato a Nazareth, il che non è vero. Il che non è vero! Ma è apparso così, ricordate? Lo leggevamo noi nel nostro calendario particolare di letture in comunità proprio ieri. Giovanni 1, 45 e seguenti, l’incontro fra Filippo e Natanaele. Filippo che dice: “Abbiamo incontrato colui del quale parlano Mosé e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazareth”. E Natanaele un po’ più esperto nelle Scritture o ancora un po’ scettico, perché non aveva ancora incontrato direttamente il Signore dice: “Ma da Nazareth può venire qualche cosa di buono?” Che non significa come qualche volta è tradotto: “Eh, ma da Canicattì!”. No, no! Non è che Nazareth fosse un paese particolarmente disprezzato, ma da Nazareth non poteva venire il Messia, questo è sicuro. Ricordate anche la tradizione di Matteo, no? I Magi interpellano Erode: “Donde nasce il Messia?”. “A Betlemme di Giuda, così infatti sta scritto”. Ed erano tutti d’accordo che dovesse nascere lì. Interessarsene poi o meno, averne paura o desiderio, era altra questione, ma sul fatto che fosse di origine davidica e che la città donde doveva venire il Messia fosse Betlemme era, appariva ovvia. “Studia” - dicono a Nicodemo i membri del Sinedrio – “e vedi che dalla Galilea non può venire il profeta, un profeta”. E Gesù sceglie di nascondersi, incarnandosi a Nazareth e vivendo a Nazareth. Sceglie di nascondersi. Pensate già, prima ancora di questi testi che vi ho citato, il dramma di Giuseppe (…) e il mistero di questa concezione non testimoniabile: la Madonna era indifendibile. E ci si chiede qualche volta: ma perché non l’ha detto a Giuseppe? La risposta è ovvia: perché comunque non avrebbe potuto addurre nessuna prova e non avrebbe potuto sperare, se non per miracolo di Dio, nessuna fede alla sua testimonianza.

E’ chiaro. E’ lo scandalo della salvezza. Che Nazareth sia questo appare molto chiaramente anche nel testo più interessante riguardo a Nazareth che è Luca 4 sul quale avete meditato oggi. A Nazareth Gesù si nasconde. Gesù si nasconde essendo di Nazareth e Gesù a Nazareth si nasconde. “Quello che hai fatto altrove, fallo anche qui, nella tua patria”. Gesù non lo fa. Non lo fa! E non fu creduto. Non fu creduto e fu rifiutato. Un Dio nascosto. Nascosto! E’ una scelta chiara che Dio compie e che giunge al suo paradosso, proprio al suo vertice, nel fatto stesso di Nazareth scelta come sua città, luogo del nascondersi, luogo del celarsi, luogo del farsi incognito, luogo del mascherarsi. Perché? E’ lo scandalo, lo scandalo che bisogna superare. Ma è inevitabile lo scandalo dalla fede - perché poi fa sempre così. E perché è andato sulla Croce? Pietro glielo disse: “No, non sia mai, queste sono cose che non si devono nemmeno dire” disse Pietro a Gesù. E Gesù gli diede quella risposta così vigorosa: “Vattene via, Satana, perché non hai il sentire di Dio, ma il sentire degli uomini”. Però il sentire degli uomini sarebbe questo: “Se è Dio, si manifesti”. Se è Dio e vuole essere creduto tale, si manifesti. E invece si nasconde. Non del tutto. Ma molto, molto, molto. Ripeto: fino alla croce. E questo nascondimento dura per tutto il tempo della storia: è la scelta del nostro Dio incarnato. La manifestazione è dopo la storia, non nella storia. “Vedrete il Figlio dell’uomo ritornare sulle nubi del cielo”. Ecco la grande prova! “Credi perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico? Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”. Mai successo? Quando l’hanno visto? Il riferimento è, a mio parere, nettamente escatologico: “Allora vedranno” e allora lo vedranno tutte le tribù della terra, anche quelli che l’hanno crocifisso, come dice l’Apocalisse, si batteranno il petto. Allora lo vedranno. D’ora in poi vedrete, cioè non mi vedrete più così, fino al giorno in cui non mi vedrete ritornare nella gloria. Ma è dopo la storia!

Ecco. E durante la storia - come dice quel testo bellissimo, applicato all’Eucaristia, ma che è poi possibile estendere come interpretazione di tutto l’evento e il mistero della chiesa nel mondo, come dice San Tommaso: “In cruce latebat sola Deitas at hic latet simul et humanitas” - ancora di più! Nascosto! Ecco Nazareth. Che cosa chiede Nazareth a noi se lo capiamo? Chiede di scontrarsi in modo esplicito e lucido con questo scandalo che è scelta di Dio. Ha voluto così. Ha fatto così perché l’ha voluto. Non poteva manifestarsi? Certo che lo poteva! Non poteva con una parola distruggere quello che voleva distruggere e edificare quello che voleva edificare, mostrare i cieli aperti e rivelare la propria gloria? Poteva. Non lo ha fatto, perché non ha voluto farlo! Ma perché non l’ha fatto? Se lo avesse fatto avrebbero tutti creduto in lui! Era quello che gli diceva anche il diavolo – ricordate - che è sempre molto ragionevole, molto intelligente, molto razionale. Dice: “Ma, buttati dal pinnacolo del Tempio, buttati, allora gli angeli ti sosterranno, perché sta scritto così. E’ sicuro! Quindi stai tranquillo, e tutti crederanno”. Invece il Signore ci chiede di credere a questa sua scelta, come scelta volontaria, programmatica, e di accettarla, sino alla fine. Sino alla fine! Perché è una scelta fatta sino alla fine. Nazareth! E di vincere così nel nostro intimo - cosa che è molto meno facile che non smentirla nelle nostre conferenze, nei nostri discorsi, nelle nostre prediche - il trionfalismo. Siamo tutti antitrionfalisti noi oggi. Giustamente anche io mi schiero con gli altri antitrionfalisti! Ma quanto è facile parlare contro il trionfalismo e quanto è difficile vivere di fede nel Dio che si chiama e non risponde, che c’è e non si fa vedere, che è onnipotente, che si rivela in tutto - apparentemente - di una incredibile impotenza e debolezza. Vincere è superare il trionfalismo accettando: “Hic Verbum caro factum est”. Cosa è successo? Niente. La grotta è rimasta la grotta. La Madonna è rimasta la Madonna. E il suo sposo ha creduto che fosse accaduto qualche cosa di brutto. “Verbum caro factum est”. E’ questo che si presenta e la gente dice: “Ma un momento – scusate – ridimensioniamo! Ma non è costui il figlio di Giuseppe e di Maria? E le sue sorelle non sono fra di noi?” Ecco Nazareth. Vincere ogni tentazione di millenarismo - prospettiva della vita della chiesa, nel mondo, come realizzazione, in qualche modo, del tempo messianico, interpretato ancora in modo giudaizzante, prima della rivelazione che ne fa il Cristo, di queste parole, che devono essere intese in modo totalmente diverso, attuato nella storia degli uomini. Quanto è facile la tentazione del millenarismo. Vince in noi!. Allora soltanto la nostra fede sarà garantita, sarà fede cristiana, nel Cristo crocifisso. Ogni illusione! Finché non si sarà superato questa illusione e finché il sì - non il nonostante - il sì convinto, totale – “Sì o Padre, perché così è piaciuto davanti a te di nascondere”, l’ha detto in una circostanza simile il Signore, “queste cose ai sapienti, ai prudenti e di rivelarle ai piccoli” – (finché) il sì – “perché così gli è piaciuto” - non sgorghi forte dal nostro cuore. Questo è Nazareth.

Rispetto a Nazareth il Tabor è qualche cosa di polare, ma non meno scandaloso, perché lo scandalo ha due dimensioni - mi insegnò Kierkegaard fin dalla mia adolescenza o prima giovinezza, quando lessi per la prima volta un libro che determinò poi il corso della mia vita: “Scuola di cristianesimo”. Lo scandalo ha due dimensioni: Dio che non si manifesta, e l’uomo che viene proclamato Dio. Nazareth è lo scandalo di Dio che non si manifesta. “Verbum caro factum est”. “Caro”, “caro”!

Il Tabor è l’altro scandalo: quest’uomo che viene proclamato e deve essere creduto Dio. Ecco, ma dell’aspetto complementare, appunto, dello scandalo taborico rispetto allo scandalo di Nazareth, parleremo un pochino nell’omelia della messa.

Sono bruttissimo, meno mi fotografate, meglio è. Guasto tutto.

Umberto Neri. Omelia a Betania

Ieri sera abbiamo visto il primo dei segni di Gesù. Vediamo ora l’ultimo. Il primo che prometteva lo Spirito Santo che Gesù avrebbe dato nella sua ora, quando il Padre lo avesse glorificato.

L’ultimo segno, pure di importanza capitale, che prelude a tutto il mistero del Cristo e che ci fa comprendere fino in fondo il senso dell’opera di Dio, il suo scopo e il suo risultato. E’ un segno di importanza capitale e che Gesù compie nonostante il rischio, perché ritiene che sia decisivo vederlo e sapere di questo segno per comprendere la rivelazione che lui è venuto a portare sulla terra. Così mi pare debbano essere intesi i versetti 9 e 10 - voi avete sentito la lettura: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno non inciampa perché vede la luce di questo mondo, ma se uno cammina nella notte inciampa perché la luce non è in lui”. Cioè il mio tempo sta per concludersi, il tempo in cui io sono (nel mondo) – “Finché sono nel mondo sono la luce del mondo”, ricordate come dice anche nel luogo parallelo del capitolo 9, prima di compiere il segno della illuminazione. Occorre quindi che in questo tempo, che è solo di ore ben stabilite, (ci sia) il momento preciso nel quale scocca l’ora di Dio e il Cristo va alla sua morte e la sua rivelazione, la sua parola è chiusa.

Il tempo di questa grande illuminazione, della quale si raccoglierà il frutto lungo tutta la storia della Chiesa e durante tutta la storia del mondo sino alla fine dei secoli, sta per concludersi, finirà. Lo stesso Spirito Santo non aggiungerà nulla di nuovo, prenderà dal suo e farà ricordare e insegnerà le cose che Gesù stesso ha detto. E per questo sono dodici le ore del giorno, non si può allungare lo spazio della giornata. E finché è nel mondo Gesù deve rivelare tutta la luce che contiene, deve compiere il mistero della sua rivelazione. “Ho manifestato il tuo nome agli uomini, ho compiuto l’opera che tu mi hai dato”. Fa parte di quest’opera che Gesù, ormai allo scoccare dell’ora della fine della sua missione terrena, deve terminare di compiere la rivelazione contenuta in questo episodio e nelle parole con le quali Gesù lo esplica e lo insegna. Quindi di una importanza capitale, altrimenti si cammina nelle tenebre. Se non si sa questo, se non si conosce questo, la luce non entra nella nostra vita, è tutto ottenebrato il nostro cammino. Lo stesso cammino nostro nel mondo - di discepoli del Cristo - non può essere compiuto senza che noi inciampiamo e cadiamo. E’ essenziale quindi conoscere e comprendere questo, per capire ciò che è il mistero e il senso voluto da Dio e definito da Dio nella nostra vita. Questo mi pare che sia molto chiaramente espresso in questa formula solenne con la quale Gesù si difende rispetto al tentativo dei discepoli di trattenerlo ancora, fuori da Gerusalemme. “Io debbo”; questa è la rivelazione decisiva. E in che cosa consiste questa rivelazione decisiva? E’ data da alcune formule e alcune parole che voi conoscete, che io semplicemente vi ricordo. Sono molto in soggezione di parlare con delle persone che sanno tutto - so che non dico niente di nuovo. Ma in un certo senso (mi rallegro), perché appunto sapete già e quindi ricordiamo insieme. Attraverso (le espressioni evangeliche) che ci consentono unicamente, se bene facciamo attenzione, di capire con esattezza.

Prima di tutto Gesù dice quella cosa strana che sembra detta a perdi tempo - ma non è pensabile nel Vangelo di Giovanni che questo sia - “Lazzaro, il nostro amico, dorme”. Dorme! Poiché, siccome non è capito, come al solito - quando Gesù parla in senso spirituale, la gente lo capisce sempre a un senso più basso, nel suo significato più banale - ricordate tutti il dramma del discorso di Gesù con Nicodemo, di Gesù con la samaritana, di Gesù con i giudei di Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani, e così via, è continuo tutto questo - Gesù spiega: “No, è morto”. Ma non per rimangiarsi la parola che ha detto prima. “E’ morto sì, ma dorme”. E’ una delle parole più decisive di tutto il testo. Dorme, non è (morto), è morto e non è morto. E’ morto, perché il suo corpo si è addormentato, si è addormentato in una grande attesa, ma si è semplicemente addormentato, non è morto. Tanto è vero che basta un grido. L’ultima scena vuol dire proprio questo. Quando uno dorme, se si grida forte, si sveglia, se chi grida forte è il Signore, in questo caso. E il Signore grida forte: “Lazzaro, vieni fuori!” E Lazzaro sente. Dormiva. Ed esce, esce legato mani e piedi. Nessuna forza può più contenerlo. La vita che ha e che era semplicemente non manifestata e che era, per così dire, semplicemente sopita, di cui era impedito, l’emergere e il (...). Ma la vita c’è e il suo corpo stesso, avvolto con bende e legato, si muove, vola. Lazzaro esce, volando – “Uscì legato mani e piedi”. Fu sciolto dopo. Lazzaro dunque è morto, ma non è morto, in realtà e Gesù spiegherà subito dopo perché: “Dorme”.

E l’impotenza totale nella quale è un corpo morto è un’impotenza soltanto apparente, perché in realtà basta una parola, perché questo corpo di nuovo si muova e si muova con infinita leggerezza e con una, agilità, con una bellezza, che questo stesso corpo non aveva quando era ancora in quella che gli uomini, nel loro linguaggio così banale e così incapace di penetrare il mistero e la realtà profonda, chiamavano vita.

Il senso della resurrezione di Lazzaro è, credo, precisamente questo. Sarebbe molto male inteso se lo si intendesse come un segno che prelude alla resurrezione finale. Non vuol dire questo. Non è un segno che “un giorno” verrà la resurrezione. Non è di questo che si tratta. E’ il segno di un’altra cosa: che già adesso Lazzaro vive. Lo intendeva, lo avrebbe inteso, in questo modo la risposta data da Marta. Quando Gesù dice: “Risorgerà tuo fratello?” dice: “Sì, so che risorgerà nella resurrezione dell’ultimo giorno”. Ma Gesù contesta. E’ vero, non la smentisce, ma dice c’è anche qualche cos’altro, c’è ben di più. E le disse Gesù - questi sono i due versetti capitali, il versetto 25 e il versetto 26, il centro da tutti i punti di vista - “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me anche se muore, vivrà e chiunque – (di quelli) che sono qui presenti, adesso che (Gesù è) qua - vive e crede in me non muore in eterno”. Fosse l’unico luogo in cui questa cosa è detta, potremmo forse conservare dentro di noi qualche dubbio. Ma non è l’unico. Già ieri mi accadeva di richiamare il testo del cap. VI, nel quale Gesù contrappone la vita che dà il pane vivo, alla vita che si aveva prima della sua venuta. “I nostri padri mangiarono la manna e morirono. Chi mangia di questo pane non muore”. Ma come, noi ci accostiamo all’eucaristia e quante generazioni prima di noi si sono accostate al Cristo, pane di vita nell’eucaristia, e sono morti! “No”, dice Gesù. E’ questo il punto: “No”, perché noi non moriamo. Noi non moriamo! “Chi vive e crede in me non muore”. Non c’è, cioè, la rottura, nella nostra vita, che si realizzava allora e si continua nei santi e nei giusti anche dell’Antico Testamento. Perché la nostra morte è dietro le nostre storie e siamo già risorti. Quindi chi crede, essendo già risorto, chi aderisce al Cristo, essendo nato dallo Spirito ed essendo perciò spirito, essendo con il Cristo, (non può morire). “Maestro se fossi stato qui, il mio fratello, il nostro fratello non sarebbe morto” dicono con la medesima formula sia Marta che Maria. Ma noi siamo con il Cristo. Lo abbiamo visto anche stamattina - “Il Signore è con te” - in che modo noi siamo con il Cristo, uniti a lui, come un solo corpo. Non possiamo morire. Si addormenta il nostro corpo, in attesa della resurrezione, ma noi non moriamo, perché aderendo al Cristo siamo già passati dalla morte alla vita e la morte non è più davanti a noi come un futuro, un futuro d’angoscia, un futuro terribile. La vita è vita per la morte, come dice Heidegger? Questo, dal punto di vista fenomenologico, sembra del tutto incontestabile ed è incontestabile, ma non è la verità! La morte non è il nostro futuro. La morte è il nostro passato. Credendo in Cristo abbiamo già lasciato la morte e siamo in una vita che non finisce e non c’è soluzione di continuità. Fra il nostro vivere nella grazia in Cristo in questa vita e la vita che è la stessa e che continua nel Paradiso, semplicemente con l’addormentarsi del corpo, rivelandosi, manifestandosi e dandosi totalmente (non c’è interruzione).

Quindi il pensare e il parlare e il sentire come se noi dovessimo morire, è un sentire inadeguato rispetto a quella luce di rivelazione che il Cristo vuol darci con questo testo, con il quale vuole dimostrare non che Lazzaro risorgerà alla risurrezione dell’ultimo giorno, in forza del Cristo, ma che Lazzaro non è morto. Il senso del cap. 11 è questo. Qui c’è da chiedersi se veramente noi abbiamo accolto la luce di questa rivelazione, se pensiamo così. Io mi accorgo di non pensare abbastanza a questo, e di non sentire abbastanza così. Bisogna che senta più “nel Signore”. E’ strano come provvidenzialmente, ad esempio, oggi me l’abbia fatto capire in due momenti diversi, questa mattina alla Basilica della Vergine annunciata a Nazareth e ora mi costringa a riflettere (ancora su questo). Io non penso così, non sento così. Non ho sensibilmente paura della morte mia, ma non sentivo ancora così. Io spero che oggi sia una giornata di grazia. Succede che in un istante uno capisce quello che prima non ha capito in tutta la vita. Qualche volta succede. E’ il mio pensiero: “Non è morto, dorme, dorme, perché ha creduto in Cristo”. Come è bello questo. Il discorso della speranza cristiana, dunque, non è soltanto un rimando alla verifica ultima di questa grande speranza della nostra resurrezione che c’è e ci sarà, perché anche questo corpo addormentato si sveglierà e questa sarà quell’ultima vittoria, sull’ultimo possesso della morte, della quale Paolo parla nel cap. 15 della prima lettera ai Corinti. Ma già adesso la morte è stata vinta. La morte e la vita hanno combattuto un duello mirabile, non soltanto nel Cristo, ma in coloro che sono le sue membra. Essendo con il Cristo già sono risorte con il Cristo, come ci dice San Paolo: “Siete nei cieli con lui”. Ma già essendo con il Cristo sono in una vita che non può cessare, perché sono uniti al Cristo risorto, e quindi la loro vita è una vita immortale. Voi siete risorti. Già. Ecco il grande significato di questo capitolo, di questo segno, un segno supremo, perché non c’è redenzione se non è dalla morte. Non c’è vittoria, non c’è liberazione se non è dalla morte. E’ quello il nemico da vincere. “Nel giorno in cui mangerete questo frutto morirete”. E’ questo quindi che era l’unico grande risultato dell’intervento di Dio e della storia salvifica. E questa vittoria sulla morte va intesa nel modo integrale con cui il Signore qui rivela che si è compiuta e che si compie in noi. E’ semplicemente il cadere del velo: la nostra vita, quella che noi abbiamo, è già la vita divina e quindi non c’è tolta per esserci restituita. Non c’è tolta più. Dorme! Tanto è vero basta la voce: “Lazzaro vieni qui” e Lazzaro uscì legato mani e piedi. Ma come si compie questa vittoria? Il testo dell’evangelo che ormai ci presenta la vita del Cristo così vicina al suo compimento supremo di lotta, di martirio - sa di morte sulla croce - ce lo fa comprendere. Quando Gesù - come traduce il testo un po’ fantasiosamente – “scoppia a piangere, vedendo piangere Maria, Marta e i giudei”. Vedendoli piangere, piange. Assume su di sé il loro pianto. E’ lui che assume su di sé la nostra morte ed è questo il prezzo che fa sì che la nostra morte sia vinta. Ed è lui che combatte, fremendo nello Spirito. E’ il fremito del combattente (…) contro il nemico e che vince la morte.

Quindi il nostro dire: “La morte non c’è più”, non è (…) come si dice in India: “La morte non c’è”. No, la morte c’è, ma è stata vinta. Non c’è più perché c’è stato uno che a un certo punto l’ha vinta. Come l’ha vinta? Morendo. E com’è vinto il dolore? No, non è vero che non ci sia. C’è, ma è stato vinto. E le lacrime sono state asperse. Come? Perché c’è uno che ha preso su di sé tutto il nostro pianto. “Vedendo il pianto di Maria, Marta e i giudei che erano con lui, scoppiò in pianto. E dissero - giustamente - guarda quanto lo amava”.