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V Domenica di Quaresima (Anno C)

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Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.


IL COMMENTO

Una donna. Un peccato. L'umanità. I suoi peccati. Adulterio e idolatria. Una vita gettata nei letti degli amanti, e solitudine acre, tanta passione e niente amore. Solitudine. Come ora, lì nel mezzo, gli occhi e le mani puntati su di lei, le pietre pronte a colpire. E noi e i nostri giorni dissolti tra gli idoli muti incapaci d'amore, prestigio, denaro, affetto. E sempre più soli, un pugno di mosche tra le mani, sbattuti in mezzo alla strada, tremanti, aspettando solo la morte. La condanna già emessa, dev'essere solo eseguita. Si, così è la nostra vita, un battito di ciglia impaurito, rincorrere la gioia nella palude della solitudine. E invece siamo soli. Per quanto facciamo, pensiamo, desideriamo, siamo soli. Come questa donna. Nudi, come Adamo ed Eva. Il peccato appena consumato a piagare le spalle d'un peso insopportabile, ed una condanna sul capo, la morte in agguato. La fine d'ogni residua speranza. Quanti giorni così, quante ore. Alienazioni vuote, peggiori d'una lapidazione. Illusioni, a ferirci più d'una coltellata. In mezzo alla strada. In fondo alla vita. E Il Suo sguardo. Era lì. Ad aspettare. La storia che sembra stracciarci gli ultimi istanti, ci trascina da Lui. Dove tutto sembra perduto, dove le conseguenze dei nostri peccati sembrano gettarci senza speranza, dove la polvere secca d'una vita esanime sembra soffocare l'ultimo gemito, proprio lì ad insegnare. Il Suo trono di misericordia, la Sua cattedra d'amore. Il perdono, ad aspettare i nostri peccati. Il Suo sguardo, a sanare le nostre paure. Il Suo dito pigiato sulla terra, le Parole d'amore segnate con la potenza dello Spirito sui nostri poveri cuori. Di terra siam fatti, dalla terra veniamo, i nostri giorni come erba del campo, svaniscono in un baleno. Terra e carne, incapaci d'amare. La legge scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il cammino della vita tradito da cuori di pietra. E il Figlio, la Parola fatta carne perché a carne possa compiere la Parola, il dito di Dio nel dito del Figlio, lo Spirito Santo a cacciare il demonio, a riscattare le nostre vite, a scrivere la Legge nella nostre debolezze (L'inno "Veni, Creator Spiritus" invoca lo Spirito Santo come digitus paternae dexterae, dito della destra del Padre). Dov'è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Dove sono i nostri accusatori? Dove sono i nostri giustizieri? Dov'è il documento della nostra condanna? Tutto è svanito, ogni giudice si è dileguato all'apparire della verità. Siamo soli finalmente, di una benedetta solitudine. Quella che ci svela il volto di Dio nello sguardo di Cristo. Soli, per Lui. Senza speranza, per sperare solo in Lui. Senza gioia, per gioire solo di Lui. Senza nulla, per avere solo Lui. Noi e Lui, noi in mezzo e Lui con noi. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto ci condanna, e giustamente, e ragionevolmente, il Suo amore, l'ultima Parola. Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza.


« Tu certo devi averlo sentito / con « ferro e fuoco scavare la pietra, / perché mai più sulla terra qualcuno / solo scalfire potesse quei segni. / No, non poteva che essere lui, / che ti erompeva da dentro il cuore».

David M. Turoldo



APPROFONDIRE

V Domenica di Quaresima (Anno C). Percorso esegetico


V Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C). Commenti patristici


S. Agostino. La donna adultera.

Ignace de la Potterie. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”.




Due aspetti ci preme mettere in rilievo: anche in questa versione riveduta, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota [1] spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). “Tu hai creduto perché hai visto” - dice Gesù a Tommaso - “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio al “vidit et credidit” riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. L’imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann,che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore” (Donatien Mollat). Mentre è esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un altro ricorrente errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento. Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere. Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte, e che per fortuna, come ha premesso monsignor Antonelli, non possiedono “alcun carattere di ufficialità”, sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale). Il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all'orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione e che non sono un di meno, una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie: “In manibus nostris codices, in oculis facta”, dice Agostino: “nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti”. Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nell’Incarnazione del Verbo: “Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa – solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini - veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede”. Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».

[1]
Il padre de la Potterie si riferisce qui alla nota al testo preparata a margine della nuova traduzione CEI. L’intero apparato di note critiche ed esplicative non è ancora stato approvato definitivamente. Già allora – l’articolo è del 1997 – mons. Antonelli, a nome della CEI, esprimeva cautela su tali note

IGNACE DE LA POTTERIE Gesù e Tommaso




Se la fede pasquale dei discepoli ha veramente raggiunto questo punto culminante nell'episodio precedente, la descrizione della genesi della fede sembra essere arrivata a termine. Ma in questo caso, cosa può ancora significare l'apparizione di Gesù in presenza di Tommaso? Il problema che pone quest'ulti-ma pericope è stato presentato in termini eccellenti dagli autori dell'articolo di « Biblica »: « Ci si potrebbe in un certo senso domandare cosa aggiunge di nuovo l'episodio di Tommaso. Maria ha visto il Cristo salito e glorificato. I discepoli hanno visto Cristo salito al cielo e glorificato. Qui è raggiunto il punto più alto: l'equilibrio è perfetto, l'unione del Cristo storico e del Verbo eterno è pienamente manifestata. Cosa aggiungere di più? ».
Tuttavia, è certo che l'apparizione a Tommaso deve avere un senso teologico preciso, diverso da quello degli episodi precedenti, tanto più che, per i critici, la sua redazione è da attribuirsi prima di tutto all'evangelista stesso. Bultmann fa ricadere tutto il peso dell'episodio sul versetto di conclusione, la beatitudine di quelli che credono senza aver visto; essa sarebbe da interpretare « come una critica radicale dei "segni" e della apparizioni pasquali e come una apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore ». Ma è arbitrario interpretare la scena a partire dal solo v. 29. Si impone un'analisi dettagliata di tutto il passo. Lo stesso Bultmann ha visto molto bene il carattere paradossale di questi versetti: la beatitudine finale (credere senza avere visto) è rivolta a Tommaso, uno dei primi discepoli, uno di quelli che hanno pur visto il Signore; sembra dunque, pensa Bultmann, che il rimprovero che gli è rivolto debba estendersi agli altri discepoli e a Maria Maddalena, poiché essi, certamente, hanno creduto dopo aver visto. Ma come ammettere una conclusione del genere, che riduce praticamente a niente l'importanza di tutto il capitolo?

1. Attiriamo dunque l'attenzione su alcuni elementi importanti della strut-tura letteraria di tutta la sezione. Da un lato, ricordiamolo, questo episodio (A') è parallelo a quello dei due discepoli nel giardino (A); dall'altro, è innegabile che l'apparizione a Tommaso è come una ripetizione dell'apparizione ai discepoli (B'). Questo doppio parallelismo deve essere esaminato attentamente. E denso di insegnamento. La pericope dei due discepoli al sepolcro e quella di Tommaso sono costruite in maniera simile; esse si compongono l'una e l'altra di due movimenti:

a) (20, 1-10) I discepoli al sepolcro: « Egli vide e credette » (20,3-8).
b) Rimprovero ai discepoli (20,9-10).
a') Tommaso davanti a Gesù « ... tu vedi, tu credi » (20, 26-29a).
b') Rimprovero a Tommaso (20, 29b).

L'espressione « vedere e credere » appare nei due casi (a, a'). Ciò che viene rimproverato a Tommaso, non è di aver visto Gesù, poiché Gesù stesso ha voluto manifestarsi a lui. Il rimprovero cade sul fatto che Tommaso ha rifiutato, all'inizio, di credere, quando ha sentito l'annuncio dei discepoli. Ma bisogna anche tener conto delle somiglianze evidenti fra la nostra pericope e precedente, ovvero fra l'apparizione a Tommaso e quella ai disce-poli: nei due casi, si tratta di una visione sensibile, (20, 20; , 20, 25) che si dischiude in una visione di fede ( 20, 25; 20, 29). Il rimprovero di Gesù, qui ancora, non è legato dunque al fatto che lui, «uno dei Dodici » (20, 24) fa la stessa esperienza degli altri; al contrario questa esperienza l'ha portato a fare la più bella confessione di fede di tutto il quarto vangelo: « Mio Signore e mio Dio » (20, 28). Gesù lascia invece intendere che egli avrebbe già dovuto « credere senza vederlo » : la testimonianza di tutti gli altri del gruppo dei Dodici avrebbe dovuto bastargli.

2. Si coglie ora ciò che ha di specifico e polivalente il caso di Tommaso. Appartiene contemporaneamente, se così si può dire, a due gruppi: è uno dei Dodici, è stato gratificato come gli altri dalla visione del Signore (cfr. ciò che Paolo dirà più tardi, per rivendicare il suo titolo di Apostolo: « Io ho visto Gesù, nostro Signore », 1 Cor 9, 1); ma poiché era assente alla prima apparizione di Gesù ai discepoli, egli è per così dire il primo di tutti quelli che, in seguito, dovranno credere senza vedere. Questo doppio orientamento dell'episodio, all'indietro e in avanti, rende la sua analisi particolarmente delicata. Tenendo nel dovuto conto questi due aspetti, si può descrivere come segue il senso teologico dell'apparizione a Tommaso: essa ci fa comprendere innanzi tutto (è l'orientamento in avanti) l'importanza che prenderà d'ora in poi il «credere senza avere visto » (20, 29); è ciò che avrebbe già dovuto fare Tommaso, sulla base della testimonianza degli altri discepoli. Ma questa testimonianza dei disce-poli era essa stessa basata sulla vista sensibile e sulla visione di fede che avevano avuto del Cristo risuscitato (ecco l'orientamento del nostro episodio all'indietro); e Tommaso, anche lui, può rifare per suo conto la stessa esperienza dell'incontro con Gesù. La lezione teologica che scaturisce da questa scena è dunque doppia: ormai i credenti nella Chiesa dovranno credere senza aver visto; di ciò, Tommaso avrebbe già dovuto dare l'esempio; d'altra parte, resta il fatto che questa fede cristiana si collega sempre all'esperienza fondante dei primi testimoni, che ave-vano avuto la visione di fede del Cristo glorioso; la loro testimonianza avrebbe dovuto bastare a Tommaso; viene tuttavia concesso a Tommaso di rifare la stessa esperienza, poiché era « uno dei Dodici » (20, 24).

3. Cerchiamo di mettere ancora meglio in luce questi due aspetti dell'episodio.

a) Il parallelismo fra l'apparizione a Tommaso e l'apparizione ai discepoli mostra molto chiaramente in che senso è importante «vedere » Gesù. I discepoli avevano raccontato a Tommaso: « Abbiamo visto il Signore » (20, 25). Era, ricordiamo, una visione di fede, il frutto del dono dello Spirito. Il rifiuto di Tommaso è tuttavia categorico. Vuole verificare di persona: « Vuole sperimenta-re; vuole vedere; vuole toccare Gesù nella sua realtà fisica (...) . In altri termini, egli pone e definisce le condizioni della fede (...) . La risurrezione del Cristo non è conosciuto in tal modo da nessuno dei testimoni del vangelo ». Nondimeno, Gesù si manifesta di nuovo, questa volta in presenza di Tommaso: accede al suo desiderio e si lascia toccare. Ma l'invita formalmente a superare lo stadio equivoco e pericoloso in cui si è posto: « Smetti di essere incredulo e diventa un uomo di fede ». Nessun altro testo di questo capitolo esprime così chiaramente l'esigenza fondamentale della progressione nella fede. Il tema sarà ripreso nella conclusione generale del vangelo (20, 31). Per Tommaso, questa parola è un invito a un cambiamento radicale: il passaggio dalla vista (unicamente) sensibile di Gesù e delle piaghe della Passione alla visione di fede del Signore glorificato; è questa che ispirerà la sua confessione di fede: « Mio Signore e mio Dio » (20, 28).

b) Un'altra dimensione dell'episodio ci porta ancora indietro (la testimonianza ricevuta), certo, ma ci orienta soprattutto verso l'avvenire: è l'importanza di « credere senza vedere ». Qui scatta il parallelismo di 20, 24-25 con 20, 1-2. I due discepoli avevano ricevuto da Maria Maddalena la notizia della rimozione della pietra del sepolcro, e corsero subito là; anche senza vedere Gesù, il discepo-lo prediletto « cominciò a credere » (20, 8). Tommaso, anche lui, ricevette una testimonianza formale da parte dei discepoli; essi avevano « visto il Signore » (20, 25). Senza vedere lui stesso Gesù, Tommaso avrebbe già dovuto credere. Nei due casi, il testo sottolinea l'importanza della trasmissione del messaggio, e dunque dell'attestazione dei primi testimoni (è il punto di partenza della Tradi-zione). E in questo senso che si deve comprendere la beatitudine finale, che proclama beati coloro che credono nel Signore senza averlo visto coi loro occhi. Quest'ultima frase del vangelo prepara la conclusione generale (20, 30-31) e apre una larga prospettiva sulla vita della Chiesa. Ma questa necessità di credere senza vedere non significa che le apparizioni pasquali e la visione di fede dei primi testimoni non abbiano più alcun peso per i credenti che seguiranno. Esse avevano avuto un'importanza decisiva per i discepoli: quelli che ormai crederanno nel Signore senza averlo conosciuto, dice molto bene il P. Mollat, lo faranno « sull'attestazione di coloro che l'hanno visto. C'è alla fine del vangelo, un appello tacito dell'evangelista al lettore. Lo invita a rimettersi (...) alla testimonianza contenuta nello scritto ». È ciò che sarà detto esplicitamente nella conclusione generale del vangelo. E si comprende ancora meglio ora perché Giovanni, nel prologo del vangelo (1, 14) e in quello della prima lettera (1 Gv 1, 1a), insista sul fatto che i discepoli e testimoni hanno visto e contemplato il Verbo incarnato: questa vista del Signore, questa esperienza fondante dei testimoni, è il punto di partenza (1 Gv 1, 1) per la fede di tutti i credenti nella Tradizione cristiana.

La lavanda dei piedi. L'interpretazione della lavanda dei piedi nel IV Vangelo




PDF La lavanda dei piedi. L'interpretazione della lavanda dei piedi nel IV Vangelo







Il racconto della passione secondo Giovanni

Questa volta affrontiamo un testo particolarmente importante, quello che narra la passione e la morte di Gesù. Rimarremo nella cornice del vangelo di Giovanni, anche se sarà opportuno qua e là il supporto delle narrazioni degli altri tre vangeli, i cosiddetti sinottici, cioè Marco, Matteo e Luca. Certo, ogni racconto va letto nel quadro del vangelo a cui appartiene, perché è con esso coerente, ma noi, pur non tralasciando questo aspetto redazionale, citeremo talvolta anche gli altri vangeli, perché confermano l’assunto dei nostri interventi: il Nuovo Testamento legge l’evento storico riguardante Gesù Cristo con il codice culturale dell’Antico Testamento e del giudaismo contemporaneo.
Il racconto giovanneo della Passione rispetta sostanzialmente l’articolazione delle scene che si ha nei sinottici, anche se ne fa una presentazione originale, dovuta sia al materiale testuale proprio posseduto dall’autore del vangelo sia al progetto teologico che egli svolge e per il quale rimandiamo ai nostri contributi precedenti.
La prima scena (Gv 18,1-11) si svolge nel giardino che gli altri vangeli chiamano Getsemani (Mt 26,36; Mc 14,32). Gesù vi si reca con i suoi discepoli, “andando al di là del torrente Cedron” (Gv 18,1). Giovanni non dà altri riferimenti topografici se non quello di “giardino” dove Gesù usava riunirsi con i suoi. I tre sinottici dicono invece che il luogo era sul “Monte degli Ulivi”.
Sicuramente Giovanni pensa allo stesso luogo, ma la sua prospettiva è differente. I sinottici sottolineano l’identità del “Monte degli Ulivi”, perché sono fortemente immersi in un’ atmosfera apocalittica: la passione di Gesù comincia a verificarsi nel luogo in cui, secondo le profezie doveva iniziare l’avvento di Dio e del suo regno: “Ecco, viene un giorno per il Signore; allora le tue spoglie saranno spartite in mezzo a te. Il Signore radunerà tutte le genti contro Gerusalemme per la battaglia…Il Signore uscirà e combatterà contro quelle nazioni…In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul Monte degli Ulivi, che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente e il Monte degli Ulivi si fenderà in due, da oriente ad occidente, formando una valle molto profonda…Verrà allora il Signore mio Dio e con lui tutti i suoi santi…” (Zac 14,1-5).
Giovanni non ha invece questa prospettiva apocalittica, anche se pure lui è convinto che la morte di Gesù e la sua risurrezione o vittoria coincidano come realtà escatologica. Egli fa sì che Gesù si rechi in un “giardino”, da dove inizierà la sua passione, e in un “giardino” lo farà seppellire (Gv 19,41s), là cioè dove si verificherà la resurrezione. Sembra quasi voler dire che, come in un giardino, quello dell’Eden (Gen 2-3), il peccato fece nascere la morte, ora in un giardino la morte di Gesù si trasforma in resurrezione. Il Getsemani è per il momento il luogo dell’arresto di Gesù e contemporaneamente, come piace allo stile giovanneo, della sua rivelazione. Quando egli domanda alle guardie chi cerchino e quelle rispondono “Gesù il Nazareno”, Gesù dichiara: “Io sono!”, evocando la rivelazione che Dio fa del suo Nome a Mosè in Es 3,14.
La seconda scena (18,12-27) si svolge davanti ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, dai quali Gesù viene interrogato. Alla domanda di Anna circa i suoi discepoli e la sua dottrina, Gesù risponde con parole che riecheggiano quelle di Dio in Is 45,19: “Perché m’interroghi? Domanda a quelli che hanno sentito quello che ho loro insegnato; essi sanno quel che ho detto” e Isaia: “Io non ho parlato in segreto, in un angolo oscuro della terra. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: cercatemi in un’orrida regione! Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette!”. Nella scena riproposta da Matteo e Marco, invece, la risposta di Gesù alla domanda del sommo sacerdote circa la sua identità, è ancora di marca apocalittica: “Io lo sono (il Cristo, cioè il Messia) e vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (riferimento sia a Dan 7,13 che al Salmo messianico 110,1).
La terza scena (18,28-19,16), molto lunga ed elaborata, vede Gesù davanti a Pilato solo, prima, e, davanti a lui e alla folla, dopo. Il dialogo umano tra Gesù e il governatore si svolge nell’aura del mistero di quel che si sta verificando, la lotta tra le tenebre e la luce, motivo centrale del vangelo giovanneo e tema diffuso nel giudaismo del tempo. La “verità”, che in Giovanni s’identifica con Gesù, è preclusa a chi non sa comprendere (18,38), ma è ancor peggio per chi impedisce di farla comprendere (19,11). L’evangelista non fa un reportage di cronaca dei fatti, bensì una riflessione teologica; egli si serve delle immagini storiche per esprimere una verità di ordine teologico e non viceversa. In altre parole, egli vuole mettere a fuoco una verità che trascende i confini della storia, anche se in essa avviene. Il Verbo di Dio è una realtà che confligge con le leggi del mondo. Questa incompatibilità è dipinta magnificamente nella presentazione che Pilato fa di Gesù alla folla, dopo averlo fatto flagellare: “Ecco l’uomo!” (19,5). Gesù è un re: ha una corona e un mantello di porpora, emblemi regali, ma essi nella dimensione presente sono il segno dell’umiliazione (19,1-3). E il grido di esaltazione che sulla terra si fa per un re, per Gesù si trasforma in un “Crocifiggilo!” (v.15).
La quarta scena (19,16-30) ci propone la crocifissione e la morte di Gesù, espresse in vari quadri. Il Cristo crocifisso tra due altri condannati (da Giovanni non chiamati “ladri” come dagli altri vangeli) evoca il Servo di Dio descritto da Isaia: “Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,12). Lo stesso riferimento biblico è fatto anche dagli altri tre vangeli, tra i quali Luca in particolare fa intercedere Gesù per i suoi persecutori (Lc 23,33). La figura del Servo sofferente è particolarmente importante e densa di significato, perché ha una portata messianica (vedi Gv 19,23-24 e Sal 22,19). Tuttavia, i quadretti che articolano la quarta scena in Giovanni sono diversi rispetto ai sinottici, ancora una volta per motivi redazionali.
Mentre ai sinottici interessa sviluppare i tratti della figura del Servo o del Giusto perseguitato (vedi Mc 15,29-36 e Sap 2,10-20), a Giovanni premono altri interessi, soprattutto di tipo ecclesiologico e sacramentale: l’affidamento della Madre, Maria, al discepolo prediletto (19,25-27), la morte come emissione dello Spirito (19,30), la fuoriuscita del sangue e dell’acqua dal colpo di lancia nel costato (19,33-35), dato perché si realizzasse il testo rituale della Pasqua ebraica: “Non gli sarà spezzato un osso” (Es 12,46): Cristo, quindi, come vero agnello pasquale (vedi (Gv 1,29).Il racconto degli ultimi giorni di vita di Gesù, fatto da Giovanni culmina e termina naturalmente con la resurrezione, che merita tutto un discorso a parte. Noi ci fermiamo qui, perché abbiamo sufficientemente constatato ancora una volta come i Padri della nostra fede, cioè la comunità apostolica, fosse costituita da ebrei che hanno espresso la loro esperienza di fede in termini ebraici. La loro predicazione ha cercato di far capire al mondo il significato profondo dell’evento pasquale, un evento che non riguardava più semplicemente una nazione, bensì l’umanità intera alle prese col problema eterno del bene e del male, della vita e della morte.


http://web.tiscalinet.it/nostreradici/passione_Giovanni.htm

Vangelo di Giovanni. Lettura continua con notazioni di esegesi. Gv 18-21

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Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 20, la risurrezione

Il discepolo amato, Pietro e gli altri discepoli, Tommaso e Maria Maddalena: f...igure diverse che illustrano modalità diverse di venire alla ...all fede, dono del Risorto. Il discepolo amato crede vedendo i segni nel sepolcro. Pietro e gli altri credono vedendo Gesù che appare loro la sera e dona loro lo Spirito. Tommaso riceve la fede e attinge lo Spirito alla sua stessa fonte, le piaghe del Signore. Maria Maddalena è figura di Israele, che si pone alla ricerca del Signore, come Eva che cerca il nuovo Adamo nel giardino del sepolcro, custodito dai cherubini, che rimanda al giardino di Eden e al Santo dei Santi. La storia di Israele e dell’umanità intera riparte dalle origini, in fedeltà piena al Signore, liberata dall’insidia del legame con gli idoli.


Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 20, la risurrezione

Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d'addio

Esegesi di don . Il discorso di Gesù dei capitoli 13 e 16, con... la preghiera del capitolo 17, prepara la comprensione del ...all racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Ascolto, fede, obbedienza ai comandamenti e amore sono configurati come un tutt’uno – conformemente alla mentalità biblica – in cui la comunità dei discepoli diventa profondamente solidale con Gesù nella sua unione al Padre. Il camminare nella giustizia sulle orme del Giusto e la fedeltà incondizionata a Dio portano alla vera vita e alla pace, come esuberanza di vita data da Dio e non dal mondo.


Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d'addio