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Don Divo Barsotti. San Francesco e l'umiltà di Cristo

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Ad un certo punto del Vangelo Gesù così invita i suoi discepoli: «Diventate come bambini, ed entrerete nel Regno dei cieli!». E mette davanti ai nostri occhi la loro semplicità, il loro essere piccoli come un traguardo per noi, che magari abbiamo faticato tanto per “diventare grandi”.

Nell’imminenza del prossimo Natale vi proponiamo una riflessione di D.Barsotti a uno scritto forse poco conosciuto di san Francesco d’Assisi “Le lodi di Dio altissimo”. Non è esattamente, questa riflessione, immediata da intendere; forse vi richiederà di leggerla con pazienza. Però può diventare un buono spunto col quale fermarsi a meditare sull’inesauribile mistero dell’umiliazione di Gesù nel diventare piccolo e meschino come noi.

Il testo qui presentato è un leggermente modificato; chi lo vuole, lo può trovare per intero nel libro: D.Barsotti, Le lodi di Dio Altissimo, Ed. O.R.

TU SEI UMILTÀ

Dio è umiltà perché è amore

E’ proprio di Francesco vedere Dio come umiltà. Di fatto l’umiltà, come la povertà, appare piuttosto una condizione perché l’uomo possa vivere un rapporto con Dio; anzi è la condizione essenziale a viverlo. Non appare, almeno immediatamente, una caratteristica di Dio, come invece la vede san Francesco.

Vediamo allora come l’umiltà in san Francesco sia dapprima il fondamento della vita spirituale.

Dobbiamo infatti riconoscere che se Dio è creatore, la creatura — indipendentemente da Dio — è nulla, non è; e deve riconoscere questo suo nulla davanti a Dio. Là dove non è avvenuta una rivelazione di Dio come creatore, l’umiltà non può essere il fondamento della vita spirituale, perché l’uomo rimane «qualcosa » nei confronti di Dio. Allora si imporrà la modestia, non l’umiltà; si imporrà «la misura», come dicevano i greci, non l’umiltà. L'umiltà, invece, è essenziale a chi si riconosce creatura. Riconoscendosi creatura, Dio è tutto e la creatura in sé medesima è niente. La vita spirituale implica sempre il sentimento del proprio nulla nei confronti di Dio, un nulla che non esclude il fatto che la creatura esista. Esclude però ogni sentimento di opposizione, ogni sentimento di alterità, ogni sentimento che dia all’uomo la coscienza di essere qualche cosa indipendentemente da Lui e non in Lui e per Lui. La creatura per tutto quello che è, è da Dio ed è in Dio.

Col riconoscimento di Dio è implicato dunque un certo annientamento interiore del nostro io. Nella luce infinita di Dio, l’uomo scompare; come il sole, che non appena sale all'orizzonte, eclissa le stelle.

«Tutte le nazioni sono davanti a Lui come un nulla... contano come il pulviscolo sulla bilancia», dice il profeta Isaia nella Bibbia (cap. 40). Questo sentimento è all'origine della spiritualità islamica. L'uomo deve sentire il proprio nulla come creatura nell'essere e nell'operare. Se io sono, Dio non è; se Dio è, io non sono.

E’ quanto dicono anche i mistici cristiani, perché evidentemente «io sono », ma in Lui; perciò non posso dire «io sono » indipendentemente da Lui. «Io sono » è proprio di Dio, è il suo nome. Così Gesù medesimo nel quarto Vangelo proclama e si afferma: «Io sono ». Dandosi il nome che Dio si era dato nell'Antico Testamento, Gesù proclama la sua divinità.

Ma non è questa l’umiltà di Francesco. L'umiltà ha un altro fondamento. L'umiltà non è in Francesco solo dell’uomo, ma, prima ancora, è in Dio. Dio stesso è Umiltà.

Dio si rivela a noi attraverso la creazione, ma la sua rivelazione più perfetta è Gesù Cristo. E Cristo, per Francesco, è umiltà. Egli non sa riaversi dallo stupore provocato da una sua contemplazione del mistero cristiano come mistero di suprema umiltà: l’umiltà del Cristo nella sua nascita, nella sua passione, nell’Eucaristia.

Ma questa umiltà potrebbe essere ancora l’espressione della natura umana assunta dal Verbo che si è incarnato. In questo caso tornerebbe ad essere umiltà della crea­tura, perché anche la natura umana del Cristo è creata. E infatti Gesù la vive in quanto è creatura, nella dipendenza totale della sua volontà umana dalla Volontà divina: «Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato». Si può dunque pensare all'umiltà di Gesù in quanto come creatura Egli vive questa eclisse di sé nei confronti del Padre.

Ma san Francesco va ancora più in là. L'umiltà in Fran­cesco — ed ecco la grande novità, la meravigliosa scoperta di san Francesco — è la stessa rivelazione dell'amore. Dio è amore e l’amore non può essere che umiltà.

Dio è amore in se stesso: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella sua vita intima è l’infinita comunione di amore che passa da una Persona all'altra, perché ogni Persona divina è puro rapporto di sé all'altra Persona correlativa. Questo amore implica che ogni Persona divina in sé e per se non è: il Padre indipendentemente dal Figlio non è. Ci può essere un padre senza un figlio? Tuttavia fra gli uomini un padre non è mai padre soltanto, è anche sposo e può essere un medico, uno scrittore o qualche altra cosa. Ma il Padre celeste è esclusivamente Padre in rapporto al Figlio unigenito.

In sé e per sé ogni Persona divina non è; è totalmente, infinitamente per l’altra Persona correlativa: il Padre è tutto per il Figlio e nel Figlio; il Figlio è tutto nel Padre e per il Padre. Ogni Persona divina è pura relazione di amore; e proprio per questo è pura, assoluta umiltà. Dunque Dio è gia umiltà in se stesso, perché è amore. Così si è detto che l’umiltà di Gesù non è soltanto in Lui come uomo, ma è in Lui come Figlio che tutto riceve dal Padre e tutto al Padre riporta.

Ma Francesco contempla più stupende rivelazioni di amo­re. La sua anima sembra come smarrirsi in un'estasi dalla quale non riesce a riaversi: Gesù è umiltà nei confronti dell’uomo medesimo. L'ha detto Egli stesso: Egli è fra i suoi come colui che serve.

Se nella natura divina il Figlio unigenito è in relazione col Padre, nella natura umana assunta viene incontro all'uomo, si fa tutto per gli uomini, per i peccatori — è loro via, loro vita, loro salvezza; si fa «pane» per essere cibo.

Casella di testo:  E Francesco contempla l’umiltà del Cristo come espressione suprema di amore. La sua umiltà è rivelazione dell’amore di un Dio che si fa totalmente per l'uomo, per la sua salvezza. Si ordina all'uomo al punto che per sé sceglie il silenzio, la morte, sceglie l’ultimo posto. Si fa «nulla » perché l’uomo sia tutto.

Così avviene ogni volta che Egli si fa presente nella Messa sotto le specie del pane e del vino per donarsi, per essere mangiato: la Messa trova il suo compimento nella comunione eucaristica nella quale Egli totalmente si dà, cosi da sparire. E tutto per te e in te: “Per noi e per la nostra salvezza…”.

Il Verbo si sarebbe incarnato anche senza il peccato dell’uomo, ma sempre motivo dell'Incarnazione è la nostra sal­vezza! “Per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo…”.. Il Figlio di Dio si incarna per essere lo sposo che si dà tutto alla sposa. Il disegno divino si realizza nell’alleanza. Dio si fa uomo per donarsi a tutta l’umanità, anzi a ciascun uomo. Nell'atto stesso che Egli si incarna, Egli diviene rapporto a Maria. Alla grandezza del mistero per il quale il Padre dall'eternità dice: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato», risponde il mistero di una creatura, che può dire al suo Dio: «Tu sei mio figlio», e il mistero più grande ancora di un Dio che deve dire ad una creatura: «Tu sei la mia madre!».

Questo è Dio che a noi si è rivelato: un amore che si svuota di sé per donarsi, perché l’amore è dono. Dio si rivela all'uomo e si fa presente in quanto si dà così da perdersi in colui che Egli ama. Francesco conosce l’umiltà del Cristo nella natività, la contempla nella passione, ma soprattutto la vede nell'Eucaristia. Nell’Eucaristia è l’umiltà di un Dio che, amandoti, si nasconde, si annienta per essere la tua vita, per essere la tua ricchezza, e tutto si ordina a te e tutto si dona.

Quanto è bello quello che Francesco scrive nella Lettera al Capitolo Generate e a tutti i Frati; che è uno dei testi più belli degli scritti francescani:

« Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti, e siate santi perché Egli è santo. E come il Signore Dio onorò voi sopra tutti gli uomini, per questo mistero, cosi voi più di ogni altro uomo amate, riverite e onorate Lui.

Grande miseria sarebbe, e miserevole male se, avendo lui così presente, vi curaste di ogni altra cosa che fosse nell'universo intero!

L'umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo.

O ammirabile altezza, o degnazione stupenda! o umiltà su­blime! o sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane.

Guardate, frati, L’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto» (FF 220).

L'umiltà in san Francesco è veramente la rivelazione dell’amore; per questo è la rivelazione suprema di Dio. Fran­cesco non conosce una rivelazione più alta di Dio di questa umiltà. Il creato rivela la bellezza, ma solo l’umiltà di Cristo rivela l’amore di Dio. L'umiltà senza fondo, un'umiltà senza fine.

Don Divo Barsotti. La fede: pietra miliare del rapporto con Dio

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Esercizi di Muzzano
(Luglio 1999)

Avete invitato l'assemblea a pregare e parto proprio da una invocazione, da una preghiera che voi avete fatto, che Dio cioè aumenti in noi la fede, la speranza e la carità.
Parlando dell'esperienza di Dio noi dobbiamo dire con ferma e assoluta certezza che soltanto la fede può stabilire un rapporto tra noi e Dio, fra Dio e noi.
Come non abbiamo un rapporto con le stelle fisse, così non potremmo avere un rapporto con Dio senza avere ricevuto il dono della fede.
Se non ci fosse la fede, saremmo nella impossibilità assoluta di pregare!
Anche se noi dicessimo le preghiere, le preghiere rimarrebbero, non salirebbero al di là delle nubi perché la nostra forza non è tale da poter spingerei al di là di tutto quello che è creato fino a Dio; pertanto, dobbiamo renderei conto, che una esperienza di Dio se esige le virtù teologali, le esige perché senza queste virtù l'uomo si trova nell'impossibilità di stabilire un qualsiasi rapporto con la divinità e il primo dono, il primo strumento che il Signore ci dà per stabilire con Lui un rapporto è la fede.
Se noi viviamo la vita religiosa, viviamo un certo contatto con Dio attraverso la fede, la fede che ci fa conoscere Dio, ci fa conoscere le sue esigenze. Ma l'anima ne ha paura. Siamo così poveri uomini, siamo creature cosi deboli, che rapporto possiamo avere con Dio? Egli ci chiede una santità che è al di fuori delle possibilità dell'uomo di essere raggiunta e tuttavia, anche se noi sentiamo che siamo dei poveri uomini, incapaci di tutto, ma soprattutto incapaci di rispondere alle esigenze di Dio, tuttavia noi ci sentiamo attirati da Lui e non possiamo fare a meno di Lui e quanto più lo conosciamo, tanto più ci attrae la Sua bellezza ci attrae il Suo amore e ci sentiamo come portati via, come trascinati da una forza alla quale non possiamo resistere, andiamo verso il Signore.
L'esperienza di Dio è prima di tutto questo!
Nasce dalla fede ed è insieme il timore e l'attrazione del desiderio. Sono due sentimenti che non sono mai l'uno senza l'altro! C'è sempre una certa paura, voi l'avete sperimentata prima di fare la consacrazione: quante volte ci sono delle persone che hanno fatto l'aspirantato per più di un anno, anche due anni e non sanno decidersi perché hanno paura.
Dove è la loro forza? Come fanno ad avere la sicurezza che poi saranno fedeli? Non riescono ad essere fedeli nelle piccole cose! Mancare di fedeltà a Dio una volta che ci si sia consacrati a Lui sembra tale cosa peccaminosa da far rifuggire la consacrazione e, tuttavia s'insiste, si continua a venire, si riesce a partecipare un po' alla vita della Comunità, perché, lo dicevo prima, ci sono sempre gli stessi due sentimenti: la paura e l'attrazione.
Questo distingue l'esperienza di Dio nella vita del cristiano. Conoscete voi Dio? Se voi non conoscete Dio non c'è né paura né attrazione: vivete una vita religiosa, si, però solo apparentemente: non vivete nulla, vivete soltanto una vita così, vuota, perché quel Dio a cui dovreste accedere è un Dio di carta, è un Dio che non è un Dio vivente, è un Dio che non fa paura perché è a vostra immagine e somiglianza, è un Dio che non vi attrae perché anche la vita religiosa che uno vive nei confronti di Dio è soltanto un riempire il vuoto della vita. Ma non è riempirla di amore, di un desiderio vivo di unione; si vivacchia, così, e non si vive né una vita umana, né una vita religiosa.
È il pericolo tante volte anche di coloro che vogliono vivere una vita religiosa, cioè che non vivono né una vita umana, né una vita religiosa; si trascinano giorno per giorno, anno per anno in una vita mediocre, una vita senza luce, senza desideri, senza aspirazioni, senza nemmeno paura, si va avanti come per forza di inerzia.

Timore e ardore: sinonimi di vita nuova

Se c'è la fede, tutto nasce da lì: ecco, Dio non è più un Dio di carta, è il Dio vivente!
Lo conosci, ma lo conosci in quanto è una Persona, non lo conosci perché sai il catechismo, non lo conosci perché conosci la teologia, lo conosci perché l'hai veduto, perché Egli è entrato nella tua vita, perché Egli si è manifestato a te, e perché la manifestazione di Dio alla tua anima ha voluto dire per la tua anima un desiderio incoercibile di essere unita a Lui e, nello stesso tempo, una grande paura per il senso della tua debolezza, per il senso della tua impotenza, della tua povertà spirituale. Conoscenza di fede che è molto maggiore, molto più importante di una conoscenza teologica.

È soltanto così che nasce la vita religiosa, nasce da questa conoscenza di fede.

Un teologo può parlare della Santissima Trinità fumando una sigaretta, ed è una cosa spaventosa, se si pensa bene, ma lo può fare perché Dio è un Dio un po' di carta, un Dio con il quale si ragiona facilmente: è un Dio senza potenza, che non ha alcuna forza nella tua vita interiore. Perché? Perché la fede è poca, la fede è poca! Una persona, una donna, una semplice donna, magari analfabeta, che non conosce altro magari che un po' di catechismo può vivere una unione con Dio, può vivere una fede più viva, anche dei teologi.
Senza dubbio santa Teresa, o santa Gemma Galgani avevano più fede del vescovo della loro diocesi. Pensiamo santa Gemma Galgani e il vescovo di Lucca del tempo. È impressionante la differenza che vi è fra un vescovo buono ma mediocre, e questa anima che è totalmente presa dall'amore del Cristo, che non vede altro che Lui, che non pensa altro che a Lui, che vive una vita in cui veramente viene consumata dall'amore.
Certamente la fede di santa Gemma era molto più grande assai della fede del suo vescovo, anche se il vescovo era vescovo e Gemma Galgani era una povera scema, come lei si firmava.
Quello che conta nella vita religiosa, dunque, è la fede perché la fede è l'organo che ci mette in comunione con Dio. Vorrei sapere: è lo stesso guardare una fotografia della montagna o scalare la montagna?
Vi sembra la stessa cosa? Vediamo, vi sembra davvero la stessa cosa? Non credo davvero, ebbene quelli che vivono, che parlano anche di Dio possono essere come quelli che guardano una fotografia. Altro è guardare la fotografia, altro è scalare la montagna, altro è vivere un contatto vero con Dio.
Guardate bene che la fede vi deve mantenere in un contatto reale con una persona vivente. . Dio è, Dio esiste, Dio è qui!
Dio, con tutta la sua esigenza di amore, con tutta la pienezza della Sua santità: Egli è qui, e l'anima ha un trasalimento grande. Non riesce a vivere insieme a questo Dio così grande, ne ha quasi paura, eppure dicevo prima, questa paura di Dio si unisce nell'anima a una impossibilità di fuggire perché si sente, nello stesso tempo, attirata da Lui e tu senti che la tua vita è soltanto nella risposta a questa attrazione che provi e che il Signore esercita su di te.
È, direi, proprio questa l'esperienza fondamentale: quando si parla dell'esperienza di Dio dobbiamo pensare che quello che distingue questa esperienza sono questi due sentimenti, mai uno senza l'altro. Può essere che qualche volta prevalga non so l'attrazione alla paura, altre volte la paura o almeno il senso del rispetto invece dell'amore, ma questi due sentimenti sono sempre presenti. Se non c'è il timore dovete avere paura, se non avete paura dovete avere paura perché Dio non è proporzionato all'uomo.
Ti senti di vivere insieme a un gigante, ti senti di vivere una santità che ti brucia, che ti consuma: ti getteresti volentieri nel fuoco? Non credo! Non ti sei mai gettato nel fuoco, ecco, non ti senti anche di gettarti in questo Dio. Un senso di timore nasce sempre nell'anima. Che cosa mi chiederà il Signore? Che cosa vorrà da me? Come potrò vivere io un rapporto con Lui?
Ed ecco allora si cerca di vivere una vita anche buona, ma la vita buona che vogliamo vivere, le virtù, sono una difesa contro Dio: se Lui mi lascerà in pace cercherò di dire le mie preghierine, farò quest'altra cosa, quest'altra così e Dio sarà contento e io vivo la mia vita lo stesso. Quando io gli ho dato un po' di qualche cosa di mio, credo di averlo accontentato e posso così vivere la mia vita.
Non è così che possiamo vivere una vita religiosa: se conosci Dio non puoi fare patti con Lui, è Lui che fa i patti con te, ma tu non puoi fare i patti con Dio. Anche se siamo nella religione dell'alleanza non siamo sul medesimo piano. Da una parte c'è Dio, Dio che tutto può pretendere, tutto può volere perché Dio non è proporzionato all'uomo: dall'altra c'è l'uomo con la sua piccolezza, con la sua incapacità, con la sua povertà, con i suoi peccati.

Vivere con semplicità la vita cristiana nella fede e nella speranza

In questo rapporto così strano, perché veramente è strano se noi ci pensiamo bene, l'anima vive una vita del tutto nuova nei confronti della vita degli uomini che non hanno fede.
Per un'anima che ha fede è impossibile accantonare questo Dio. Anche se tu cerchi di allontanarti, per la paura che hai, non ce la fai perché nello stesso tempo Egli ti attira.
Ed allora che cosa avviene? Avviene che la tua vita è una vita drammatica: gli altri possono vivere nella pace, ma è la pace della morte. Noi non viviamo la pace!
Lui lo ha detto: "Io non sono venuto a portare la pace, ma la guerra"!
È un dramma quello che si vive, è una lotta terribile quella che l'uomo vive, non solo perché l'uomo è l'uomo e Dio è Dio, ma perché l'uomo non è mai autonomo: o è in dipendenza da Dio o è in dipendenza dal maligno, dal male, e la vita cristiana è un combattimento, il campo di battaglia è il tuo cuore!
Da una parte c'è Dio che però non combatte ma si fa presente e la sua presenza vince tutti gli orrori del male. Dall'altra parte però c'è il maligno che si insinua e ti combatte, vuole prendere possesso di te. Oltre dunque che essere sentimento di paura e di attrazione la vita religiosa cristiana, nella sua esperienza, è anche una esperienza di una lotta che si svolge nel tuo intimo. Altro che pace! La pace si avrà, ma sulla sommità, quando si è arrivati in cima ti puoi riposare, ma durante il cammino guarda di non fermarti perché è pericoloso, puoi sdrucciolare e precipiti giù.
Puoi guardare ed avere il senso della paura nel vedere i dirupi che da ogni parte ti circondano. Nella nostra vita religiosa viviamo un combattimento terribile.
È Dio che permette, ed è il maligno che in tutti i modi vuol prendere possesso di noi ma Dio ci protegge ad una condizione, però: che noi abbiamo fiducia.
Oltre dunque alla fede ci vuole la speranza, quello che ha detto quella nostra sorella nelle preghiere di questa sera: "aumenta in noi Signore la fede, la speranza e la carità".
La fede non può andare da sola perché la fede ci dice le esigenze di Dio, ma non ci dà la forza di compierle, noi abbiamo bisogno di aver fiducia nell'aiuto di Dio, vi è un bisogno di credere che Dio non ci abbandona, abbiamo bisogno di sapere che Egli sarà pronto ad aiutarci nei nostri bisogni, nei nostri pericoli: guai se perdiamo questa fiducia nel suo aiuto! Da noi soli non possiamo nulla.
Abbiamo bisogno oltre che della fede, di una speranza viva.
La fede senza la speranza è comunque la morte perché la fede non stabilisce una unità nell'amore.

Ci dà il senso della grandezza di Dio, il senso della pochezza dell'uomo, ma come unire questi due, l'uomo e Dio, se non hanno nulla in comune?

In comune è la fiducia, la comunione di vita è la fiducia che la crea, perché l'anima che ha veduto Dio, che ha sentito il bisogno di tendere a Lui, ora si affida alla sua provvidenza, si mette nelle mani di Dio, si lascia portare, ma a una condizione: deve avere in Lui una fiducia cieca!
Noi dobbiamo chiudere gli occhi, non aver paura: soltanto così si compiranno le opere di Dio.
Se voi leggete la vita dei santi voi potete capire come questa esperienza sia una esperienza comune nella vita spirituale.
Quale esperienza? L'esperienza che Dio ci soccorre nella misura che noi ci fidiamo di Lui.

La vita cristiana vissuta come vincolo di amore.

Da noi non possiamo far nulla, da noi siamo incapaci di fare anche il più piccolo passo, ma se ci mettiamo nelle mani di Dio possiamo attraversare anche il mare. Basta chiudere gli occhi ed ecco allora c'è lo Spirito Santo che, come dice il Libro dell'Esodo, apre le sue ali e così che noi possiamo salire sulla groppa dell'aquila e lasciarci portare dall'aquila stessa: ma questo è possibile se c'è la fiducia altrimenti non lo facciamo!
Noi riusciremo ad andare di là, cioè a salvarci nonostante la lotta, nonostante il pericolo se sapremo fidarci di Dio.
Da una parte dunque la fede, non la fede però senza la speranza, perché è sì la fede che ci fa vedere le cose, ma non ci dà la capacità di unirci a Dio; ci fa vedere Dio, ma non rende possibile per noi la nostra unione con Lui. È Dio che stabilirà quell'unione, ma la stabilirà nella misura che noi lasceremo che Egli possa operare in noi ed Egli opererà in noi nella misura che noi ci abbandoneremo alla sua forza.
Vedete come è semplice la vita cristiana?
È grande la vita cristiana, è grandissima, ma è anche estremamente semplice. Si tratta di conoscere Dio e rimanere conquistati dalla sua bellezza. E conoscendo Dio impariamo a conoscere anche noi stessi, ma scopriamo anche di non sapere come potranno unirsi questi due esseri talmente diversi: da una parte Dio l'Onnipotente, da una parte Dio la santità stessa, da una parte Dio l'Infinito e dall'altra parte questo omuncolo che siamo noi. Come unire i due esseri?
Li unirà la speranza, la fiducia, l'abbandono a Dio stesso che interviene nella nostra vita. La speranza non è atto dell'uomo, è un atto di Dio. Di un Dio che vive in te, di un Dio a cui devi abbandonarti, di un Dio dal quale devi lasciarti possedere. Allora se ti lasci possedere da Lui, tutto andrà bene, tutto si compirà secondo il tuo desiderio e secondo anche l'onnipotenza di Dio. Vedete come è chiara la vita religiosa nei suoi principi ed anche nelle sue forme? Non abbiamo bisogno di tante storie, di tanti discorsi, si tratta di conoscere, ma di conoscere Dio come un essere vero, non conoscerlo come da una cartolina, non conoscere Dio per sentito dire.
Ricordate come finisce il Libro di Giobbe? "Prima parlavo di Te per sentito dire, ma ora che ti ho conosciuto mi prostro nella polvere e nella cenere, in silenzio di fronte a Dio". Così anche per noi: avendolo conosciuto, sì, ora sappiamo che cosa voglia dire la vita religiosa, ma sappiamo anche che da noi non possiamo proprio fare nulla. È questo il passaggio dalla fede alla speranza, speranza che ci dona di poter essere portati a Lui e condotti dal Suo Spirito.
E poi la carità, che è il frutto di quello che la speranza avrà compiuto nella nostra anima, perché il desiderio e la speranza dell'anima non può essere che una sola cosa: che il rapporto che sembrava impossibile fra l'uomo e Dio si realizzi invece in una alleanza di amore. La vita cristiana è, dice San Tommaso D'Aquino: quaedam amicitia, è un legame di amore.
Di un amore che ha tutti i caratteri di ogni amore, di amore filiale da parte dell'uomo, di amore paterno da parte di Dio. È amore di sposo nei confronti di Dio che è lo sposo nei confronti dell'anima che è la sposa: è amore di amicizia perché Egli è un fratello nostro, Gesù si è fatto nostro fratello.
Tutti i rapporti che sono propri dell'uomo quaggiù e sono tantissimi, tutti sono realizzati nel nostro rapporto con Lui, talmente Dio ci prende totalmente, ci possiede e ci trasforma in Sé.

Accogliere l'amore per essere la gioia ed il fine di Dio

L' unione con Dio fa sì che noi siamo due in un solo corpo, siamo due in una sola vita.
Non si distrugge la distinzione personale di ciascuno di noi da Dio.
Io rimango Divo Barsotti anche dopo la morte; però non vivrò più la mia vita, vivrò la vita di Dio se avrò la fortuna, la gioia di poter andare in paradiso. Vivere la vita stessa di Dio!
Non avrò un mio essere particolare, il mio essere è Cristo perché sono inserito nel Cristo.
Il Cristo è glorioso, il Cristo è in Cielo, alla destra del Padre anche col suo corpo che è risorto. Allora se noi siamo nel Cristo voi capite che può continuare la vita anche corporale. In che senso possa avvenire questo è difficile capirlo, ma giustamente Rosmini aveva intuito che attraverso la morte l'uomo realizza il fatto di essere un solo corpo con Cristo Gesù.
Comunque quanto detto da Rosmini resta una affermazione che è sub judice, cioè non posso dire che sia la verità: si può studiare, può darsi che sia la verità, ma oggi come oggi la Chiesa non si pronunzia.
La cosa importante è però comunque un'altra: che attraverso la fede e la speranza l'uomo finalmente vive un rapporto di amore, di un amore che lo colma, di un amore che gli dona il senso di una pienezza, di una dolcezza ineffabile, il senso di una presenza viva di amore. L'anima si libera da ogni peso, non conosce più la propria povertà e i propri peccati, non conosce più che l'amore di Dio: tutta la sua vita è questa gioia di essere amata, tutta la sua vita è questa esperienza di essere il fine di Dio.
Sappiamo che Dio è il fine dell'uomo, che l'uomo non può trovare la sua pace e il suo fine che in Dio stesso ma una cosa molto più grande è vera: che noi siamo il fine di Dio perché se egli ci ama, l'amato per l'amante è il termine ultimo.
L'amante si ordina all'amato e Dio si ordina all'uomo e vive in tal modo che noi siamo, dobbiamo essere la sua ricchezza, e la sua gioia.
Dice sant'Ireneo, il più grande teologo dei primordi della Chiesa: Gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l'uomo vivente. Perché?, Ma perché Dio vede nell'uomo il suo bene! Se veramente Egli ci ama non può non vedere in noi la Sua ricchezza.
Molte di voi sono sposate, vostro marito vi deve amare altrimenti non lo avreste nemmeno sposato, vostro marito si è innamorato di voi. Che cosa vuol dire innamorato di voi? Ha sentito che doveva realizzare la sua vita nell'unione con voi, perché voi eravate per lui la sua ricchezza e la sua gioia, senza di voi non poteva vivere! Quando si ama è così! Così è anche Dio, Egli ci ama, non può stare senza di noi, per questo si è fatto uomo, per questo ha vissuto la nostra vita, per questo vive anche oggi qui con noi ed è questa la carità come la viviamo nel tempo presente.
In paradiso ancora non so, non ho ancora l'esperienza della vita beata, ma ho l'esperienza della vita cristiana nel mondo. E qual è questa esperienza? Questa presenza di Dio come un amico, questa presenza di Dio come uno che mi ama, che vuole stare con me, che mi chiede soltanto di fargli posto nella mia vita, nel mio cuore: non mi disturba, non rende più pesante la mia vita, l'alleggerisce piuttosto, la colma di pace, dona alla mia anima un senso vivo di gioia; mi sento conosciuto e amato.

Dio si è fatto uomo come noi per farci una sola cosa con Lui

Noi avremmo avuto paura se non avessimo fatto questo cammino della fede, della speranza, fino all'amore, avremmo avuto paura di Dio: ma invece il cammino che ci ha condotto dalla fede alla carità ci fa vivere in unione con un Dio che si è fatto uomo come noi perché nessuna distanza ci separi da Lui, perché nessuna distanza separi noi da Lui e Lui da noi. E questa distanza è vinta perfino se noi siamo peccatori perché ha preso su di Sé il nostro peccato così che noi potessimo vivere con Lui senza timore: Egli è l'agnello che ha tolto, che toglie i peccati del mondo.
Quando io dico la Messa, subito prima della comunione, quando alzo il Corpo del Signore e dico: "Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo", ho l'impressione che in quel momento non esistano più peccati, non solo i miei, ma anche quelli di tutti gli altri uomini, né degli assassini, né degli adulteri: tutto è perdonato da parte di Dio!
Naturalmente c'è l'uomo, bisogna che accetti di essere amato, ci vuole un consenso dell'uomo che è libero di accogliere o meno: però da parte di Dio, tutto è già dimenticato perché Dio non vive che il suo amore senza limiti e senza misura; a noi resta soltanto aprirci a questo amore gratuito ed immenso!
Vogliamo essere amati? Vuoi essere amata? Vogliamo essere amati! Questa è la vita cristiana: aprirci ad accogliere Dio!
Un Dio che si fa uguale a noi, che prende sopra di Sé i nostri pesi, perché ha tolto da noi il nostro peccato per prenderlo sopra di Sé perché non voleva che noi fossimo accasciati sotto il peso delle nostre colpe, È L'amore, l'amore!
Dio ci ama in tal modo da essersi fatto uguale a noi, uno con noi. Domani Egli ci farà una sola cosa con Sé: ora Lui si è fatto uomo con noi. È un povero uomo, che vive per trenta anni nella casa di Nazareth; un predicatore itinerante che predica a degli umili contadini e pescatori; un uomo che è condannato a morte e muore sopra la croce. Ma domani Egli farà sì che noi siamo come Lui, nella gloria del Cielo, saremo figli di Dio in questa meravigliosa grandezza che ci è promessa, di essere veramente suoi figli. Non sappiamo che cosa questo voglia dire, però ci insegna San Giovanni nella Prima Lettera, che "allora lo vedremo così come Egli è perché saremo simili a Lui."
Ora è Dio che si fa uguale a noi povero, nascosto, sofferente, morto. Domani farà noi simili a Sé: la gloria, la ricchezza del Cielo, la gioia infinita dell'amore, di un amore eterno! Ecco che cosa è, miei cari fratelli, l'esperienza di Dio nel Cristianesimo.

II MEDITAZIONE

Il mistero trinitario

Se noi pensiamo a Dio, uno, noi allora dobbiamo di che Dio non può essere rapporto con le cose. E nemmeno in sé stesso è diviso, non può conoscere nemmeno sé stesso, perché il Dio uno è un Dio immutabile, ma fermo, si direbbe senza vita.
Di qui la necessità e l'importanza per noi di capire che se entriamo in rapporto con Dio, se Dio entra in rapporto con noi, è perché Egli è trino nelle persone, senza una moltiplicazione di rapporti dentro la Divinità che rimane come muta, rimane senza vita, senza conoscenza, senza amore.
Dante era cristiano, però, se voi leggete con attenzione alcuni passaggi della Divina Commedia, vedrete che Dante riconosce che il Dio uno è sì un Dio che è amato, ma che non ama. "L'amor che muove il sole e le altre stelle" è Dio in quanto muove le creature, le creature tendono a Lui perché in Lui trovano la loro perfezione, ma Dio non ha alcun rapporto con la creazione, nessun rapporto con queste anime che lo cercano perché è un Dio si direbbe morto.
Per vivere abbiamo bisogno di comunicare e la vita in Dio è la trinità delle persone.
Infatti Dio è Padre, ma se è Padre c'è il Figlio altrimenti non sarebbe Padre!
Avete mai visto voi qualcuno che fosse padre senza avere figli? Se uno è padre avrà un figlio, sarà un figlio adottivo, ma bisogna che sia un figlio senno dire padre è sbagliato.
Se voi mi chiamate padre vuol dire che vi sentite figli di questo stupido che sono io, se non vi sentite figli usate un linguaggio che non ha senso.
Ora Dio invece è Padre, Figlio e Spirito Santo e nel rapporto che si stabilisce fra ogni Persona divina e l'altra Persona correlativa è il principio e la pienezza di ogni vita perché ogni vita non può essere altro che una lontanissima partecipazione alla vita immensa di un Dio che è amore infinito, che si dona all'altra Persona e l'altra Persona che diviene amore ugualmente infinito che ritorna alla sua sorgente.

Vivere per partecipazione l'immensità divina

Noi tutto questo lo diciamo e lo viviamo, ma senza accorgercene: forse anche il sacerdote tante volte dice male l'oremus. Che cosa avete detto alla fine l'Ora media? "Per il nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna nello Spirito Santo..." Sempre la preghiera nel cristiano implica un entrare per noi in questo mirabile infinito, in questa corrente infinita di amore che passa dal Padre al Figlio e dal Figlio ritorna al Padre nell'unità dello Spirito Santo. Senza di questo la nostra preghiera non vale nulla! Per noi sarebbe impossibile stabilire un rapporto con Dio se non vivessimo una certa partecipazione alla vita di Dio, alla vita trinitaria.
Una mistica cristiana è sempre una mistica trinitaria, non è la mistica del Dio uno, perché la mistica dei Dio uno è impossibile: se Dio è uno e non è personale rimane bellezza, rimane tutto quello che volete: grandezza, immensità, onnipotenza. Ma è un'immensità muta, una immensità come morta perché non entra in comunione con nulla, né nulla entra in comunione con essa.
Voi sapete infatti che stando alla creazione, senza che noi possiamo parlare di quella economia divina per la quale Dio è entrato in comunione con il mondo, con la creazione Dio non entra in rapporto con le cose, rimane nella sua solitudine infinita ed eterna. Magari sono gli uomini, secondo quello che diceva Plotino, che aspirano a Lui, ma Lui non aspira a nulla, Lui non vede nulla, Lui non ama nulla. L'amore di Dio implica l'amore del Padre al Figlio, l'amore del Figlio ai Padre nell'unità dello Spirito Santo.
Vivere dunque l'esperienza di Dio vuoi dire vivere questo nostro entrare misteriosamente nel mistero stesso di Dio, la nostra vita non può essere altro che una partecipazione lontanissima ma reale, alla vita stessa di Dio: e Dio è vivente ! È vivente proprio perché è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Dio per mezzo del Figlio si comunica al mondo nello Spirito Santo

Voi vedete l'importanza che hanno certi misteri, che sembrano lontani dalla nostra vita e, invece, senza di questi, non si capisce nulla.
Se Dio non fosse Trinità sarebbe un Dio morto: d'altra parte ogni persona divina è tutto Dio ed è un unico Dio.
Parlare dell'esperienza di Dio vuoi dire parlare di questa esperienza dell'uomo che conosce Dio come trino, lo ama partecipando all'amore infinito che passa da una Persona divina all'altra Persona correlativa.
Di fatto chi è Dio per noi?
La preghiera cristiana come si esprime? Precisamente si esprime in tal modo che noi comprendiamo che nessun rapporto è possibile nell'uomo verso Dio se non in quanto Egli è il nostro Padre.
Lo sapete il Padre nostro? Lo conoscete? La preghiera cristiana già ci mette di fronte al Padre: non di fronte alla immensità, perché davanti all'infinità si rimane muti. Ma se questa infinità, ma se questa immensità è il Padre tuo, tu vivi una certa partecipazione a questa immensità divina, tu vivi una certa partecipazione a questa sua santità infinita.
La cosa importante è questa: la vita implica un rapporto. Dio è rapporto infinito di amore nelle tre Persone divine. Dio si partecipa e in Sé medesimo Dio partecipa Sé stesso. Piuttosto che partecipare, dona Sé stesso, travasa Sé stesso dal Padre nel Figlio e fa sì che il Figlio poi totalmente ritorni al Padre nell'unità dell'amore, ma di un amore che di per sé non esiste: è una comunione di vita!
L'amore è unione!
Parlare di esperienza di Dio vuol dire dunque parlare dell'esperienza che noi dobbiamo avere di questa nostra partecipazione alla vita divina. Come avviene questa partecipazione alla vita divina? Come è possibile che avvenga questa partecipazione alla vita divina? Se la vita divina si esprime e si fa presente nella trinità delle persone, come noi viviamo la vita di Dio? È semplice! Tutto il mistero della vita soprannaturale nasce da questa verità: dal Padre, per mezzo del Figlio, Dio si comunica al mondo nello Spirito Santo.

Nello Spirito Santo, per mezzo del Figlio, tutta la creazione ritorna in Dio

Il Padre dunque è all'inizio della vita spirituale ed è al termine: all'inizio perché tutto procede da Lui, alla fine perché tutto a Lui ritorna ed in Lui tutto trova riposo.
Tutto dal Padre procede, infatti dal Padre è generato il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio non sarebbe Figlio se non ci fosse il Padre.
È il Padre che si travasa in qualche modo nel Figlio unigenito, ma il Figlio unigenito non vive in sé. È Figlio e pertanto, vive in rapporto col Padre; perciò tutto il Figlio vive ora nella contemplazione del Padre, vive nel donarsi al Padre. E tutto questo come avviene?
Nell'unità dell'amore, non dell'amore del Dio uno, ma nell'amore che è proprio della vita delle Persone divine in quanto vivono e in quanto sono questa comunione immensa di amore, questo braciere infinito, questo incendio di amore che è la vita intima di Dio. Allora, vedete, che cosa è la vita spirituale cristiana? Se vogliamo conoscere l'esperienza di Dio dobbiamo dire chi è il Padre? Come vive il Padre per me? Come il Padre si comunica a me?
Di fatto, voi lo vedete, la preghiera della Chiesa e sempre rivolta a Dio Padre, pochissime volte è rivolta al Figlio e quasi mai allo Spirito Santo, almeno nell'Oremus. Non c'è nemmeno un'Oremus che abbia come termine lo Spirito Santo, come Persona della Trinità alla quale mi rivolgo.
Ci sono le Sequenze, ci sono i Responsori che possono dire: "Vieni o Spirito creatore, vieni Santo Spirito" ma non è la preghiera ufficiale, la preghiera della Colletta.
Nell'Oremus è sempre il Padre perché non posso entrare in rapporto con Dio che in quanto sono figlio. Ecco l'importanza della nostra divina adozione filiale! Se non fossimo figli, noi saremmo totalmente sconosciuti a Dio e Dio sarebbe totalmente sconosciuto a noi, non ci sarebbe nessuna, nessuna possibilità di stabilire un qualunque rapporto con Dio. Perché capite, se noi fossimo rapporto con Dio, indipendentemente dal Padre che cosa succederebbe? Succederebbe che la Trinità sarebbe Padre, Figlio, Spirito Santo e Divo Barsotti. Ma non è così! La teologia non vede questa possibilità. Rimane la Trinità delle Persone divine, non si aggiunge nessuno ma le persone create possono partecipare della vita della Trinità.
Come fanno a partecipare della vita della Trinità? Vi ho detto sempre che vi è un abisso infinito fra la creatura ed il Creatore: se ora dico che l'uomo non può entrare in rapporto con Dio se non vive in Dio, questo vivere in Dio come è possibile, dal momento che l'uomo non potrebbe mai superare l'infinita distanza che lo separa da Dio? È semplice! Perché Dio si è fatto uomo!

Il Creatore si è fatto creatura

Voi capite, e per me è assolutamente certo, ma se togliete l'Incarnazione del Verbo e la Trinità di Dio, non esiste religione, non può esistere nulla, nulla, nulla!
Ma se esiste l'Incarnazione, se veramente l'Incarnazione è un fatto reale, allora essa diviene il fondamento di ogni vita religiosa.
Cosa implica infatti l'Incarnazione? Una cosa meravigliosa, la cosa più bella e stupenda che si possa pensare. Una bambina, qui ci sono anche delle persone abbastanza giovani, ma la Madonna è la più giovane di tutti voi: non c'è nessuno qui che abbia 14 anni, Maria Santissima aveva 14 anni. Non aveva studiato: voi avete studiato o almeno siete andati alle elementari, Maria Santissima no.
Ebbene questa bambina può dire ora a Dio: "Tu sei mio Figlio", perché era Figlio di Maria ed era Dio; cioè l'Incarnazione ha reso possibile un rapporto. Facendosi uomo, Dio si fa Figlio di Maria.
È un rapporto essere figli. Dio diviene Figlio dell'uomo, Figlio della Vergine.
La Vergine diviene la Madre di Dio.
L'Incarnazione è il fondamento di ogni vita religiosa perché è per mezzo dell'Incarnazione che noi ora possiamo entrare in rapporto con una Persona divina, con la Persona del Figlio.
Noi entriamo in rapporto con la Persona del Figlio perché nel Figlio noi siamo generati dal Padre, dal Padre dunque per la sua volontà, per suo decreto Egli genera il Figlio non più nell'eternità, ma nel ventre di una bambina.
La vita cristiana è questo. Dio che entra dentro di noi, ci fa partecipi della filiazione del Figlio di Dio. Voi capite allora che la nostra vita è una partecipazione, anche se infinitamente lontana, alla vita stessa di Dio.
Il Padre è Padre mio perché sono figlio adottivo, ma non come nel mondo. L'adozione filiale ci fa partecipi della natura divina, siamo in qualche modo trasformati. Il Padre ci genera nell'atto stesso in cui genera il Figlio suo. Dice infatti la sacra scrittura: "Ci generò nella Parola, nel Verbo della verità, cioè nel Figlio." Generando il Figlio di Dio, il Padre genera anche noi, ma capite che cosa vuol dire questo? E come è possibile che non impazziamo? C'è davvero da impazzire! Vuol dire che Dio, nella sua infinita grandezza, Dio, il Padre, tutto si travasa in me: io non posso riceverlo perché sono una creatura, ma da parte di Dio non c'è una partecipazione, da parte di Dio, in quanto Dio è ed è infinitamente semplice, egli si dona tutto o non si dona. È l'uomo che dà una misura al dono di Dio, nella sua fede, ma se l'uomo fosse capace di una fede che lo rendesse capace di accogliere l'infinito, accoglierebbe l'infinito, perché Dio quando si dona non si può dare per parte: se si potesse dare per parte non sarebbe più Dio perché non sarebbe l'Essere semplicissimo che non si divide, l'Essere semplicissimo che non si moltiplica, l'Essere semplicissimo che è Uno e che è infinito.
Ora, la vita spirituale: prima di tutto è questo essere generati. Ecco una delle cose più grandi!
Vivere la vita cristiana vuoi dire questo: accogliere Dio in sé, Dio che si comunica a te.
Si è detto qualche volta che la vita cristiana ha una analogia con la vita umana, anche con la vita sessuale: ma è vero questo perché di fatto il primo atto della vita cristiana implica che il Padre celeste, comunicando a me la sua parola che è seme, concepisce questa parola in me e il Cristo nasce da me. Non è più il Figlio di Dio nella sua natura divina, ma è il Figlio di Dio stesso nella natura umana che ha assunto. È una natura dunque che dice non più l'infinità di Dio, ma una partecipazione reale da parte dell'uomo alla vita intima divina.
Il Padre ci genera nel Figlio suo!

L'eterna generazione del Figlio al Padre: essenza della nostra vita spirituale

La generazione del Verbo nell'eternità, è una generazione nella quale io sono coinvolto. È come un fiume che trascina con sé tutti gli arbusti, tutti i sassi, ed anch'io sono quei sassi. Ma questa corrente infinita di amore non può non trascinare con sé, portare con sé tutto l'universo nel seno del Padre, perché il Padre si comunica a tutto l'universo nel dono della parola, del seme. E col seme, con la parola, il Verbo viene concepito. Non vive più soltanto nel seno del Padre, vive nel seno di Maria, nel ventre di Maria. Pensate: dal seno del Padre, per nove mesi, vive nel seno della Vergine! Eppure è il Figlio di Dio ed è più dell'infinito, è Dio stesso.
Egli vive nel ventre di una donna e così noi dobbiamo vivere la vita spirituale. Ci basti pensare questa cosa: siccome Dio è eterno, e Dio non può compiere un atto che finisce perché l'atto suo è un atto di eternità, ne viene che il Padre ci comunica in questo momento il suo Figlio. Vivere la vita spirituale vuol dire dunque accogliere in noi il Verbo di Dio, vuol dire accogliere in noi il Padre celeste che si comunica a noi nel Figlio suo. Io non posso sentirmi separato, dipende da me se voglio accettare o meno il Figlio di Dio, ma il Padre mi dona costantemente, in un atto unico, eterno, suo Figlio che diviene mio Figlio. Egli vive in me.
La prima cosa della vita spirituale è questa: è un atto del Padre che comunicandoci il Figlio suo, vive in noi e ci fa suoi figli. Questo atto è tutta la vita. Io lo posso vivere mentre faccio la prima colazione, lo vivo in questo momento che vi parlo, lo posso vivere quando prego più attentamente, sottraendomi ad ogni altro pensiero o ad ogni altro atto.
Ed è questo che dice la vita cristiana: siccome l'atto divino è un atto unico che dura eternamente, è necessario che la vita cristiana tenda sempre più all'unità e diventi sempre più una sola cosa, e non invece molteplicità di fatti, di devozioni, di preghiere. Noi abbiamo bisogno di una certa molteplicità perché abbiamo bisogno di risvegliarci ogni volta, però in una visione non nuova nel senso, ma nuova nella forma; allora ci risvegliamo un po', altrimenti l'abitudine fa sì che perdiamo il contatto con questa verità così grande.
Però, di fatto se l'atto del Padre è unico ed eterno, l'atto nel quale Egli genera il Figlio genera anche noi nel Figlio suo. Se questo atto è eterno, vuole dire che in ogni momento io posso accogliere Dio. Non si tratta di accogliere qualsiasi grazia, di essere più buoni, ma di accogliere Dio, Dio stesso che si comunica a noi in questo momento... domani, oggi, in ogni istante della mia vita, se cammino, se dormo, se cammino, se sto fermo, se mangio, se bevo. Sempre e comunque vivere questo atto.
È forse anche l'atto di una madre che genera il suo bambino? No, è qualche cosa di più e di molto più grande ancora, perché quello che viene generato in Maria è il Figlio di Dio che diviene sì, suo Figlio, ma rimane anche Figlio di Dio. Maria santissima è la genitrice di Dio, e la Madre di Dio. Questo Figlio di Dio che è anche Figlio di Maria, lo è pienamente, perché la Vergine santa ha vissuto una fede che supera la perfezione di fede di tutte le altre creature.
La santità di Maria dipende dalla sua fede, perché tanta è la fede dell'uomo, tanta è la capacità dell'uomo di accogliere Dio. Si tratta di accogliere Dio in ogni istante, di accogliere Dio che è l'infinito. Non avremo mai una fede così grande da poterci aprire ad accogliere in noi l'infinito, così da poter vivere pienamente la vita di Dio. Ma comunque non vivremo mai come ha vissuto Maria, perché la fede della Vergine è quello che maggiormente fa di Lei la creatura più santa di tutte le creature.
La nostra santità non è nostra, sarebbe un errore dire che la nostra santità è qualcosa di nostro, perché la prima cosa che fa Dio è togliere la proprietà: tutto è Lui, tutto deve essere Suo.
Non si tratta dunque di volere una nostra santità, si tratta di accogliere la santità di Dio, ed è quello che noi viviamo: se noi viviamo la Santa Messa, non riceviamo forse il Corpo, il Sangue, l'anima e la divinità di Cristo Signore? L'esperienza, dunque, di Dio, esige che noi in qualche modo entriamo nel mistero della vita intima di Lui, entriamo nel mistero della vita di Dio per la volontà positiva, ma infinitamente libera, di Dio che vuole comunicarsi al mondo. E Dio si comunica al mondo precisamente nel medesimo mistero nel quale il Padre si comunica al Figlio e il Figlio ritorna al Padre nell'unità dello Spirito Santo. Non c'è altro!
Tutto qui. Se poi, nell'Incarnazione, noi vogliamo capire il perché della morte di croce, la cosa è semplice, perché divenendo un solo uomo con tutti noi, Gesù deve assumere non solo la nostra natura, ma i nostri peccati, deve assumere la nostra responsabilità di peccato. Tutti i peccati del mondo si rovesciano su di Lui, non in quanto Egli pecca, ma in quanto subisce il peso di tutta la responsabilità umana che lo fa schiavo, condannato alla peggiore delle sentenze, perché la crocifissione era propria degli schiavi (san Paolo, pure condannato, non viene crocifisso, perché era cittadino romano).
Gesù è lo schiavo che si addossa tutto il peso dei peccati, ma è sempre lo stesso Figlio di Dio che, facendosi uomo, si fa uno con tutti noi ed uno con noi non può farsi che assumendo la responsabilità universale.
Però prima di parlare di Gesù parliamo appunto di questo primo atto, del primo aspetto di questa vita spirituale: è il Padre che genera il Figlio, è il Padre da cui procede lo Spirito Santo, insieme al Figlio. Ecco, la prima cosa è questa.
La vita spirituale ci riporta a vivere la generazione eterna del Figlio al Padre. La nostra vita spirituale non può essere una generazione dall'eternità perché non c'eravamo. Non può essere dunque eterna da prima, cioè non è eterna in noi perché non siamo nati all'origine, ma è eterna per il futuro... la morte non esiste! Veramente questo atto per il quale Dio si dona rimane in eterno. La morte non tocca quell'atto di Dio: noi viviamo.
Si tratta di vivere questo accogliere Dio in noi. Pensate: è Dio che dobbiamo accogliere ed in ogni istante, anche ora Egli è qui! Ogni istante può essere una comunione spirituale nella quale il Padre si comunica a noi, si dona a noi, come dice il Vangelo di Giovanni e come tante volte ripete la liturgia nella Messa: il Padre genera il Salvatore e lo Spirito Santo, dice la liturgia. Tutto qui: il Padre che ci dona il suo Figlio.

Il dono dei Figlio per la nostra vita eterna

Ci dona suo Figlio perché ci fa una cosa sola con Lui, ci dona suo Figlio perché fa sì che il Figlio che è generato da Lui venga in noi, venga in noi ad essere concepito come uomo. Ed ecco allora qui, Maria, che è una donna in carne ed ossa.
Però se anche si comunica ad una creatura già esistente, la comunicazione che fa Dio di Sé a questa creatura è la comunicazione del Figlio di Dio: ne fa una sola cosa con il Figlio di Dio, generando il figlio di Dio in Lei, per Lei. Si tratta dunque di accettare questo dono di Dio.
Ecco, vedete come è semplice la vita cristiana: è la Trinità santa che in qualche modo si riflette, non so, come uno specchio: qua c'è la realtà del Dio uno e trino, ma la realtà del Dio uno e trino si riflette nella sua luce sullo specchio della creazione, e la creazione sono io nella misura in cui la mia anima è tersa e la mia anima vive nella fede la riflessione di questa luce che viene dal Padre. Ed essa si riflette in questo specchio che è la mia anima e io divengo uno come ciò che è stato Gesù, ma in modo diverso. Divengo come il sacramento della sua presenza, perché Dio in Sé non lo conosco, Dio in Sé non lo posso vedere, ma lui si riflette in me e in me lo riconosco.
Ed è per questo, vedete, che noi se conosciamo Dio, non lo conosciamo in Sé stesso, ma lo conosciamo in Cristo Gesù. Ve lo ricordate quello che dice il prologo nel Vangelo di Giovanni?
"Iddio, nessuno lo ha mai visto, l'unigenito Figlio che è nel seno del Padre Egli ce lo ha rivelato".
Perché Lui che è infinito mistero nell'azione del Figlio incarnato nel ventre di Maria, si rende presente, perché chi è vissuto al tempo di Gesù lo ha visto e vedendo Lui ha veduto il Figlio di Dio.
La rivelazione che noi abbiamo di Dio è questa rivelazione riflessa. È Dio che in qualche modo si riflette nello specchio della creazione.
Perciò noi diveniamo, e questa è la missione del cristianesimo, la prima missione del cristianesimo, diveniamo testimoni di questa presenza, diveniamo sacramento che rivela al mondo Dio medesimo. Dio in Sé rimane puro mistero, ma Dio comunicandosi all'uomo, fa ora dell'uomo lo specchio in cui si riflette la divinità perché Dio, generandoci come figli, non distrugge la nostra natura umana, ma si manifesta nel nostro corpo mortale, si manifesta nella nostra vita umana semplice e povera, ma è sempre Lui ed è soltanto Lui.
Ecco la prima cosa che vorrei che voi meditaste: l'esperienza di Dio è l'esperienza della vita trinitaria in quanto si riflette e si comunica misteriosamente, in un certo modo, al mondo. Dobbiamo allora capire una cosa: che la vita spirituale ha principio in Dio e non in noi, nella nostra volontà, ma nella onnipotenza del Padre che, solo, agisce. È Lui che inizia la nostra vita, è per Lui che la nostra vita può proseguire, sempre in dipendenza da Dio.
È stolto pensare che noi possiamo camminare verso Dio: è Lui che ci porta, è Lui che discende fino a noi e ci unisce a Sé ed è Lui che traendoci a Sé ci solleva poi al Padre nel Cristo. Ma la cosa che vorrei che vi rimanesse è proprio questa: rendetevi conto della nostra dipendenza da Dio fin dall'inizio. Non c'è principio nell'uomo alla sua vita spirituale: il principio, l'arché, la sorgente, è il Padre celeste. Dal Padre, ricordatevi la formula che è molto semplice ed è facile da ricordare, dal Padre, per il Figlio nello Spirito Santo, Dio si comunica al mondo. Dal Padre: ecco la sorgente di tutto l'archè, ma il Padre non si può comunicare che per mezzo del Figlio e nel Figlio medesimo, nel Figlio che si fa uomo, nel Figlio che, non cessando di essere Figlio di Dio, diviene anche Figlio dell'uomo, diviene nostro fratello, diviene nostro sposo pur rimanendo Figlio di Dio. Ma il fatto che noi siamo un solo figlio c perciò riceviamo il Padre in noi e viviamo in questa unione col Padre la nostra filiazione divina, tutto questo non può avvenire che per opera dello Spirito Santo.
Perché, chi è lo Spirito Santo?
Ecco un'altra cosa che dovremmo dire: ha un nome lo Spirito Santo o non ha nome? Noi diciamo: Spirito Santo; dunque ha un nome!
Eh no, perché anche il Padre è Spirito e anche il Padre è Santo, anche il Figlio di Dio è come il Figlio e come il Padre, cioè è Spirito anche il Figlio di Dio ed è Santo anche il Figlio di Dio.
Il termine Spirito Santo è un termine generico di per sé, ormai si usa questa espressione per parlare dello Spirito Santo perché l'ha usata anche nostro Signore, però nostro Signore ha detto anche che Egli è il Paraclito, il consolatore. Il nome vero, secondo San Basilio, dello Spirito Santo sarebbe il dono. È Dio infatti che per mezzo dello Spirito Santo si dona, si riversa verso di noi. Noi non abbiamo alcun diritto di possedere Dio, ma Dio si comunica a noi nello Spirito Santo, nel dono che Egli fa di Sé stesso: questo sarebbe il dono!
Vorrei che voi vi fermaste soltanto a questa considerazione che è totalmente, come dire, comprensiva di tutto il mistero, di tutta la vita spirituale. Cioè di come nella Trinità divina il Padre è l'archè è la sorgente perché è dal Padre che è generato il Figlio ed è dal Padre per il Figlio che procede lo Spirito Santo, ma sempre dal Padre. Così anche nella vita spirituale tutto nasce dal Padre che per mezzo del Figlio che Egli ci dona, ci unisce a Sé nello Spirito Santo.

Vivere per riportare a Dio tutti i suoi doni

Perciò ritorna l'espressione che dicevo prima: dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, Dio si comunica al mondo. Si comunica a me, si comunica a voi, sempre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, ma sempre il Padre. Però, se Dio si comunica a noi, ora noi diveniamo capaci di comunicarci al Padre. Il Padre ha bisogno poiché ha donato Sé stesso nella generazione del Figlio in noi e dunque sarebbe senza il Figlio. Ma ecco ora, invece, il Padre riceve il Figlio attraverso di noi. La vita spirituale ora diventa una risposta a Dio che esige da noi Sé medesimo.
È Dio che ora esige da noi il suo Figlio ed è questo che fa la Chiesa. Ma che cosa fa realmente la Chiesa? Dona il Figlio al Padre! Senza il dono della Chiesa il Padre sarebbe senza il Figlio, cioè Dio esige da me Sé medesimo, Sé medesimo infinito!
Da te, Dio medesimo, Sé infinito reclama, da te, da ciascuno di noi! Dio infinito, Dio medesimo Sé infinito reclama! Ed ecco allora tutta la vita spirituale, Dio aspetta da noi la sua vita, aspetta da noi Sé medesimo infinito, perché avendo donato Sé stesso nella generazione del Figlio non può fare senza. E quale sarà l'atto della Chiesa? Il resto sono tutte cose importanti ma non risolvono nulla. La vita della Chiesa tutta si raccoglie nel fatto che io celebro la Messa.
Cosa è la Messa? È il dono del Figlio al Padre. È una offerta!
Se leggete il canone romano, la prima preghiera eucaristica, tante volte si parla di offrire, offrire, ma che cosa offri? Il pane e il vino? Ma che cosa se ne fa nostro Signore? Scusatemi tanto!
No, da te Dio vuole Sé stesso, non può volere che Sé stesso. Dio, d'altra parte, non è che questa volontà di essere Lui, perciò tutta la volontà di Dio di essere Sé medesimo ora, diviene esigenza con la quale Egli chiede a te il suo Figlio. "Tutti i doni che mi hai donato, ecco io li riporto a Te, li dono a Te". E i doni sono uno solo, il Figlio di Dio! È per questo che noi dobbiamo essere il Figlio perché se non siamo il Figlio, Dio non sa di che farsene di noi! Ma se noi siamo una sola cosa col Figlio, un solo corpo, un solo spirito con Lui, il Padre non può fare a meno del nostro dono perché è quasi attraverso di noi che il Padre riceve sé Stesso.

U.S.F.P.V.

© Divo Barsotti

Don Divo Barsotti. L'azione dello Spirito Santo nella nostra vita

http://www.biblia.org/pentecostin.JPG


(5 luglio 1956)

Tutto l'Antico Testamento parla dell'era messianica come di un'era che sarebbe venuta nell'effusione dello Spirito su ogni carne, ma per rendersi conto dell'importanza del dono dello Spirito nella vita cristiana basta vedere la Lettera ai Romani e il IV Vangelo che hanno un solo fine: presentare una dottrina dello Spirito Santo.
Nei primi sette capitoli della Lettera ai Romani S. Paolo, dopo aver detto che tanto i giudei quanto i pagani hanno bisogno del Sangue di Cristo, dimostra quali nemici ha vinto Cristo morendo sulla croce: la morte, il peccato, la legge. Ma come si manifesta questa vittoria? Nel dono dello Spirito.
Oggi l'uomo, nel possesso dello Spirito, vive nella libertà dei figli di Dio. La legge del cristiano è lo Spirito Santo che vive nel cuore dell'uomo; non c'è una legge che costringa dall'esterno, soltanto lo Spirito che vive dentro di te e al quale devi abbandonarti è la tua vita e la tua legge.
Sant'Ireneo dice che il Verbo e lo Spirito sono le due mani con cui l'uomo fu plasmato all'inizio e con cui viene plasmato oggi secondo l'immagine di Dio. L'uomo, vivendo come figlio di Dio, supera la morte; l'immortalità è propria di Dio, è il dono della vita divina; e l'immortalità che comporta la resurrezione della carne, è legata al dono dello Spirito. Dio, vivendo nei nostri cuori, cancella il peccato e dà la vita divina.
Il IV Vangelo è tutto ordinato alla promessa del Paraclito che Gesù fa dopo la cena nel suo grande discorso.
S. Giovanni ci vuol dare la storia di Gesù come promessa di quello che sarà la vita sacramentale del cristiano dopo la morte di Lui. Gli uomini sono entrati ormai nell'era escatologica, in cui domina Dio; ma Dio domina per opera dello Spirito Santo, il quale ricorderà agli uomini tutto quello che Gesù ha detto e li farà vivere come Gesù. I discepoli da poveri uomini sono trasformati in Cristo. Tutta la vita di Gesù è ordinata a questo dono, in cui termina il disegno della salvezza.
Secondo alcuni, il dono dello Spirito avviene nel momento in cui Gesù muore, secondo altri nel momento dell'Ascensione. Ma non si può legarlo ad avvenimenti concreti: l'effusione dello Spirito avviene continuamente. Lo Spirito dimora nel mondo, non è intermittente come nel Vecchio Testamento. L'inizio clamoroso e visibile di questa effusione è la Pentecoste, ma in modo invisibile essa s'inizia con la morte di Cristo. S. Giovanni, per dire che Gesù morì, dice che "dette lo Spirito". L'ultimo suo respiro fu l'atto con cui gli uomini entrano in possesso dello Spirito Santo.
Che cos'è il dono dello Spirito? Per rendersene conto bisogna cercare di penetrare la vita intima di Dio. Ci sono due concezioni del Mistero trinitario. La concezione occidentale vede lo svolgersi della vita divina come un circolo chiuso; la concezione orientale, invece, come una linea retta. Il Padre genera il Figlio e attraverso il Figlio spira lo Spirito Santo. Secondo Sant'Ireneo, la vita divina in quanto vuol comunicarsi all'uomo si manifesta in un processo onde nel Padre vi è il disegno e la volontà, nel Verbo lo strumento, e nello Spirito Santo il termine nel quale quella volontà si compie. Nello Spirito Santo la creazione entra nella vita di Dio. Nell'unità dello Spirito Santo, che ci fa tutti una sola cosa, per Cristo, la Creazione tende al Padre.
Nel Padre vi è il disegno e la volontà, nel Figlio lo strumento della nostra salvezza, e questa salvezza si applica a noi nel dono dello Spirito, che ci applica i meriti di Cristo. Nello Spirito è l'esecuzione del Disegno.
L'unità chiesta da Gesù -ut unum sint - è unità con Dio che l'uomo può realizzare soltanto nel dono dello Spirito. Nel dono dello Spirito tutta la creazione viene assorbita in Dio. Lo Spirito Santo nuovamente ci crea e ci fa uno, ma allora siamo Cristo, e in Cristo torniamo al Padre.
Il cammino dell'anima è il cammino di Dio che ha preso e portato anche te là dove è il principio e il termine di tutto: nel seno del Padre.
Che cos'è dunque il dono dello Spirito? È Dio stesso che in Sé ti accoglie e in cui tu vivi.

L'argomento della nostra meditazione è il dono dello Spirito Santo; ma è troppo vasto e noi dobbiamo cercare di circoscriverlo. E in questo ci aiuterà un brano della Lettera ai Romani (8, 12-17):
"Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!". Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo".
L'Epistola ci descrive la spiritualità che è centrata sul mistero dell'adozione filiale.
Prima di tutto S. Paolo distingue una duplice dipendenza dell'anima umana. Quello che S. Paolo qui sottolinea è dottrina comune di tutto l'antico giudaismo: l'uomo è soggetto a due spiriti e può camminare secondo due vie: la via della vita e la via della morte. La dipendenza dell'anima umana dai due spiriti è già chiaramente insegnata nei libri che sono stati scoperti sulle rive del Mar Morto e che appartenevano agli Esseni. Ma questa dottrina si ritrova anche negli scritti delle prime origini cristiane, in particolare nella Didachè e nella lettera dello Pseudo-Barnaba. Non soltanto però in queste lettere si accenna alle due vie che l'uomo può seguire - questo era proprio di tutte le tradizioni religiose e filosofiche dell'umanità: uno può esser buono o può essere cattivo - è una cosa semplice! La peculiarità di questa dottrina è che, nell'un caso come nell'altro, l'uomo dipende sempre da uno spirito che lo muove.
L'uomo non è mai autonomo, autosufficiente, pienamente indipendente: o è servo di Dio è servo del Maligno. In S. Paolo questa duplice dipendenza dell'uomo si trasforma e divine la dipendenza dalla carne e la dipendenza dallo Spirito. Ma per dipendenza dalla carne non dobbiamo intendere soltanto una dipendenza dagli istinti della nostra carne, si deve intendere invece tutti gli istinti che non sono gli istinti di Dio.
Per carne S. Paolo intende l'uomo in quanto dopo il peccato è divenuto debolezza, è stato vulnerato nel peccato, fatto schiavo del Maligno, è divenuto servo del male.
La libertà dell'uomo di fronte a questa schiavitù, che è la schiavitù al peccato, al demonio, la si ottiene soltanto nel dono dello Spirito: e lo Spirito ci è stato già dato. Ci è stato dato coi Sacramenti - dice S. Paolo. All'uomo rimane però, anche dopo aver ricevuto il dono dello Spirito, una duplice possibilità: di vivere cioè guidato dagli istinti della carne o di vivere guidato dagli istinti nuovi dello Spirito che gli è stato dato.
È questa intanto la condizione dell'uomo quaggiù: mai egli è pienamente redento e mai, d'altra parte, è così estraneo allo Spirito Santo che non possa e non deva sperare nella sua salvezza. Siamo sempre in bilico: la nostra anima è il campo dove si scontrano le due opposte potenze; e non soltanto il campo dove si scontrano, ma anche la posta del gioco, e ognuno dei due cerca di impadronirsi e di possedere interamente quest'anima.
La carne e lo Spirito. Da qui deriva quel carattere drammatico che ha tante volte la vita cristiana - è sempre un combattimento quello che si svolge in noi. E non siamo noi soli a combattere, ma noi piuttosto o da una parte o dall'altra di un esercito che in noi stessi si scontra: il demonio e Dio. Noi dobbiamo sottrarci alle opere della carne, non dobbiamo ascoltare la carne nelle sue suggestioni, quanto cioè l'uomo vecchio, l'uomo non redento, schiavo del male, ci può suggerire. Dobbiamo sottrarci a queste suggestioni. Dobbiamo liberarci da questa schiavitù. E in che modo? Non per una nostra propria forza - l'uomo non è mai autonomo, si diceva. E questo lo comprendeva qualche decennio fa Dostojevskij: l'uomo non può mai essere uomo, per essere uomo bisogna che sia o demonio o Dio.
Per liberarsi da questa schiavitù l'uomo ha bisogno di una forza estranea, perché non potrebbe mai farcela contro un nemico a sé superiore. E qual è questa forza? Lo Spirito Santo. Di qui deriva che la vita cristiana è tutta in dipendenza da questo Spirito che Dio ci ha donato e che agisce in noi e si fa sensibile al nostro cuore per gli effetti della sua grazia.
In un primo tempo, di fronte agli assalti del demonio e agli istinti che dipendono dalla nostra schiavitù al peccato, si oppongono gli angeli custodi.
Ogni anima fin dalla nascita è disputata da due angeli: quello buono e quello cattivo: ma l'angelo buono in questa sua azione nell'anima nostra di cura, di provvidenza, di custodia, di difesa, non oltrepassa mai quelle che sono le possibilità della nostra natura. Bisogna rendersi conto che gli spiriti, secondo anche S. Tommaso d'Aquino, non sono altro che coloro cui è affidata la natura perché essi la facciano agire secondo le proprie leggi. Per questo, l'azione degli spiriti noi non l'avvertiamo mai: noi siamo sempre difesi, custoditi dall'angelo custode, ma questa custodia e questa difesa non l'avvertiamo perché in definitiva si confonde con lo stesso nostro modo naturale di agire; però l'angelo porta la natura ad agire in modo sano, retto. L'angelo cattivo porta ad agire in modo non buono, non retto - è la natura decaduta che diviene complice dello spirito cattivo, mentre invece la natura sana diviene sempre strumento delle operazioni angeliche.
Sicché, praticamente, queste ispirazioni buone, che derivano da una custodia angelica, non le avvertiamo, ma abbiamo motivo di crederci. Quest'azione non si distingue dall'azione della natura sorretta e guidata che oggi certi teologi (che sono stati condannati dall'Enciclica Humani generis) hanno posto in dubbio, come hanno fatto per l'esistenza del diavolo e degli angeli: gli angeli e il diavolo non sarebbero altro che le passioni o le virtù degli uomini. No, veramente le passioni sono il segno, le stigmate del peccato - come dice Clemente Alessandrino - e indubbiamente servono al Maligno, mentre la natura, risanandosi, diviene lo strumento dell'angelo, l'angelo si serve di questa natura e la conduce.
Non si tratta ancora di una direzione dello Spirito di Dio. Intendiamoci, lo Spirito Santo ci è stato donato già con i Sacramenti, ma ancora non vive in noi, o almeno noi non abbiamo questa testimonianza dello Spirito. La testimonianza dello Spirito suppone che l'anima viva già ultra humanum modum. Fintanto che gli angeli ci guidano noi siamo dei bambini, dei bambini che ancora non agiscono nel pieno uso delle loro potenze.
Dice la filosofia scolastica che l'operare segue la natura di ogni essere - operari seguitur esse. Ora, noi già col Battesimo abbiamo ricevuto una partecipazione alla vita divina. Ma il nostro operare risponde veramente a questa natura divina che abbiamo ricevuto? Certo, il nostro operare, nel suo principio, è reso soprannaturale da una grazia che riceviamo - nel suo principio però, non nella sua espressione, nel suo modo. Ora invece, per essere l'operare conforme a natura, bisogna che anche il modo sia conforme alla natura. Un bambino ancora non agisce da uomo pur essendo per natura uomo - bisogna che raggiunga una sua perfezione naturale perché abbia l'uso pieno di questa sua natura e il suo operare sia conforme alla natura ricevuta. Il cristiano ha ricevuto col Battesimo una partecipazione alla Natura divina: è vero che il suo operare risponde, è conforme a questa natura di cui è venuto in possesso?
Fintanto che il nostro operare è umano, non è conforme alla natura che abbiamo ricevuto, perché la natura che abbiamo ricevuto è una partecipazione alla natura di Dio. Bisogna che il nostro agire, il nostro operare sia divino, non umano soltanto. Bisogna che l'uomo agisca non soltanto nel modo umano, ma ultra humanum modum, come dice S. Tommaso d'Aquino.
È qui che interviene lo Spirito Santo. Finora noi lo possedevamo, ma il possesso di questo Spirito era come una potenza che non aveva ancora la capacità di tradursi in atto. Lo Spirito Santo interviene nella vita dell'uomo quando il cristiano diviene maturo, adulto, perfetto. Perché riceviamo il Sacramento della Cresima e lo riceviamo giunti all'uso di ragione? Perché è il Sacramento della perfezione cristiana - dice S. Tommaso d'Aquino. È il Sacramento infatti che ci fa perfetti cristiani, nel senso che ci dà il potere prossimo di agire non più come uomini soltanto, ma come figli di Dio.
Mediante i doni dello Spirito Santo, con la Cresima, se fossimo veramente puri, se fossimo giunti veramente a quella pienezza di grazia (non ancora perfezione) che il Battesimo comporta, immediatamente in noi si metterebbero in atto i doni dello Spirito Santo e saremmo perfetti anche come cristiani. Praticamente, invece, la maggior parte degli uomini rimangono dei bambini, degli infanti nella vita spirituale. Si muore anche a ottant'anni e non si lascia l'età dell'infanzia - si agisce ancora umanamente. Non che si faccia del male, si vive anche una vita di grazia, non si commettono mai peccati mortali, si evitano magari i peccati veniali e abitualmente non vi cadiamo nemmeno - e tuttavia il nostro è uno stato di infanzia. Non quello stato di infanzia che è la perfezione del cristiano, ma uno stato che indica precisamente una immaturità del cristiano, nel senso che, pur avendo dei poteri, delle potenze, l'anima cristiana non ha la capacità di tradurli in atto.
In questo passaggio interviene lo Spirito Santo che tu hai ricevuto nella Cresima, ma che è legato ancora in te da una tua mancanza di fede interiore.
Quando interviene lo Spirito, ordinariamente, attraverso i suoi doni? Quando l'uomo agisce in un modo che è sovrumano, che supera il modo proprio della natura umana. E allora l'anima dà una testimonianza di questa vita di Dio in sé; e allora l'anima ha un suo criterio per riconoscere l'azione di Dio in sé; ha la testimonianza che lo Spirito vive in lei - come dice S. Paolo. Perché? Perché tutto il suo agire dimostra la presenza di Uno più grande di noi nell'anima nostra; dimostra che un Altro ci ha invaso - noi diveniamo lo strumento di un Altro. Dipendiamo anche, nella nostra natura umana, dagli angeli, ma non ci accorgiamo della loro presenza, non possiamo avere testimonianza, certezza, l'esperienza anzi di quest'azione angelica nella nostra vita. Dell'azione dello Spirito in noi dobbiamo invece averla. Se è lo Spirito che agisce, naturalmente l'azione dello Spirito importa sempre in noi questo superamento dei modi umani onde l'anima può avere una certa testimonianza di questa presenza.
Il cristiano perfetto, dunque, è colui la cui vita già trasparisce Dio, già rende testimonianza di Dio: la rende agli altri, la rende anche a sé medesimo, nel senso che il cristiano acquista una certezza, una certa assicurazione di questa presenza di Dio in sé. Per questo, nella vita cristiana dei perfetti sempre abbondano espressioni che indicano una esperienza di questo Dio che in loro vive. Se voi prendete S. Ignazio di Lojola (e non per nulla molto spesso è stato sottoposto all'Inquisizione, avanti di essere fondatore dei Gesuiti, ma già aveva scritto il libretto degli Esercizi e faceva fare gli Esercizi a molti) il termine "sentire" ricorre frequentissimamente; e non solo questo termine, ma la parte più nuova e originale degli Esercizi è precisamente la parte dedicata al discernimento degli spiriti, alla discretio spirituum.
E non è soltanto d'Ignazio, questo, è proprio di tutti i maestri della spiritualità e di tutti i santi. Del discernimento degli spiriti ha trattato il primo grande santo monaco eremita: S. Antonio. Il discorso riportato da S. Atanasio nella sua Vita è un discorso sul discernimento degli spiriti. E non soltanto S. Antonio: è il tema centrale della spiritualità monastica di Cassiano e, nell'Oriente, di di Diadoco di Fotica; nell'Occidente, oltre Sant'Ignazio, se vogliamo avere un testo che ci è sempre fra mano, per riconoscere questo tema basterebbe aprire il libro dell'Imitazione di Cristo, al cap. 54 del Libro II.
Lo Spirito Santo agisce in noi e noi lo sentiamo, lo gustiamo. Le espressioni della vita spirituale sono tali che spesso invocano tutti i sensi dell'uomo a significare e tradurre una esperienza indicibile in sé. Sentire, vedere, gustare, toccare, ascoltare. Tutte queste espressioni ricorrono sempre: si ascolta Dio, si vede Dio, lo si gusta, lo si sente, siamo toccati... - quante volte ricorrono! Che cosa indicano? Indicano chiaramente un'esperienza; non siamo soltanto sul piano della fede, di una fede che viene ricevuta soltanto ex auditu. All'inizio della vita spirituale, di fatto, l'uomo è di fronte a Dio come un estraneo: Dio è estraneo a lui e lui è estraneo a Dio; se Dio parla, gli parla attraverso la Chiesa, ex auditu gli viene la fede e, se Dio comanda, la legge gli viene dall'esterno, attraverso la Chiesa, e l'anima si costringe a una legge esteriore e non sente Dio come legge della sua stessa vita, della sua stessa crescita, del suo stesso essere cristiano che sale, che cresce. Fintanto siamo bambini è così; quando il cristiano comincia ad entrare nell'età adulta, l'età della perfezione, la legge di Dio non è più esteriore, l'uomo non si costringe più ad una legge esteriore, ma si abbandona ad un impulso interiore, ed essendo docile a quello che sente, a quello che vive, egli vive anche la volontà del Signore, perché la volontà di Dio si distingue, sì, dalla sua volontà, ma non è separata, divisa, dalla volontà sua, è sempre più conforme alla divina volontà.
Così ancora per quel che riguarda l'ascoltare la parola di Dio. Prima L'uomo l'ascoltava soltanto ex audito, ora la sente interiormente e tanto la sente che può dar ragione a S. Giovanni l'Apostolo il quale dice: "E voi non avete bisogno che alcuno v'insegni, ma come l'unzione di Dio rimane in voi, così voi rimanete in questa unzione che non è menzognera". L'unzione, nella I Lettera di S. Giovanni, è precisamente l'azione segreta dello Spirito nel cuore cristiano onde il cristiano ha un suo fiuto, un suo gusto della verità. Non c'è una infallibilità soltanto nel magistero, propria dei Vescovi e del Papa, c'è una infallibilità anche in voi, in tutta la Chiesa: infallibilità discente. Voi non dovete insegnare, ma c'è una infallibilità nel fiutare, nel sentire che quella è la verità. Prima che il Papa avesse definito il dogma dell'Assunzione, questa assunzione di Maria era un dogma per il popolo cristiano. Era una verità sentita e abbracciata e vissuta da tutto il popolo credente che aveva imposto la festa; non la teologia aveva imposto la festa, ma il popolo, piano piano, alla Chiesa. Così per l'Immacolata i teologi eran contro, e non i teologi di piccola taglia, ma i più grandi. S. Bernardo, il dottore mariano per eccellenza, il più grande devoto di Maria, diceva ai canonici di Lione: "Guardatevi bene dall'ammettere questa festa, voi compromettete l'unicità del Mediatore, di Cristo - non potete parlare, altrimenti andate contro la santità di Gesù. Lui solo è il Mediatore, il Redentore... Siete degli eretici se mettete questa festa nel vostro Capitolo". Questo diceva S. Bernardo.
E dopo S. Bernardo, uno ancor più grande è stato contrario all'immacolato concepimento di Maria: S. Tommaso d'Aquino. Nonostante ciò, la festa dell'Immacolata si è imposta alla Chiesa. Perché? perché la Chiesa, certo, ha una sua infallibilità, infallibilità che non è mai soffocata e compromessa dai teologi, perché questa infallibilità, come l'infallibilità del Magistero è sempre conservata per l'assistenza dello Spirito Santo. Però questa infallibilità dice che la fede non è soltanto una parola che ascolto dal predicatore, è anche una verità che sento interiormente, che magari non so tradurre in un modo preciso, ma la sento; e se gli altri dicono qualche verità che a questa verità non risponde, immediatamente mi metto sulle difese. C'è una pronta difesa dell'anima cristiana di fronte a dagli errori che non sappiamo ribattere, in che modo vincere; ma se uno mi dice che nel Vangelo c'è scritto questo e questo, e quello che mi dice è contrario alla verità, io, anche se non ho letto il Vangelo, anche se non so fare un'esegesi precisa di quel passo, tuttavia sento che non è vero. Si ha un gusto della verità, della verità interiore, perché la legge è divenuta interiore. Tu hai una certa connaturalità con l'Essere divino; lo Spirito Santo, appunto, immergendoti in Dio fa sempre più connaturale la tua anima a Dio stesso - onde Dio non è più un estraneo a te né la sua vita ti rimane estranea, in modo che tu debba piegarti, costringerti, per riceverla, per possederla. No, è invece nella docilità, nell'abbandono a una certa mozione interiore, a un certo gusto interiore che tu invece vieni a possederla sempre di più. Lo Spirito Santo ora vive in te, ma non vive in te come totalmente Altro da te, ma come principio della tua medesima vita, come la tua guida, come Colui che ti dirige, ti domina, ti possiede, e tu divieni strumento nelle sue mani onde Egli - come dicono le Odi di Salomone - suona su te come su di una cetra il suo cantico di amore, sale da te la sua lode a Dio, attraverso di te come da un'arpa - come dicono le Odi di Salomone.
Così è lo Spirito. E allora viene che non tanto sei tu che ami, ti sforzi, che tendi a Dio, che lo vuoi, quanto invece è lo Spirito, che è il Soggetto primo delle tue operazioni. Dio agisce, vive, attraverso di te - tu sei lo strumento, l'organo attraverso il quale Egli medesimo vive. Certo, tu costringi sempre questa vita divina, sempre tu la soffochi un poco, nella misura della tua poca fede, del tuo poco abbandono. Perciò la cooperazione dell'uomo consisterà nell'aprirsi, nell'abbandonarsi docilmente a quest'azione divina, sicché i tuoi concetti, i tuoi poveri ragionamenti umani, i tuoi piccoli affetti umani non debbano costringere, limitare, soffocare questa vita immensa che vuole aprirsi un varco attraverso di te, che vuol trovarsi un vaso sempre più proporzionato alla sua ampiezza divina, alla sua immensità, alla sua divina grandezza. Tutto il tuo atto consisterà non tanto nel fare quanto nel patire, non tanto nel muoverti quanto nel lasciarti portare. Tutta la cooperazione dell'anima è una pura passività di fronte al Signore. Quella passività che si esprime magnificamente nella parola di Maria Santissima: "Ecco la serva del Signore: si faccia di me secondo la tua parola"...
Lo Spirito Santo dunque entra in azione quando l'anima è giunta a una certa sua perfezione morale, quando la natura è risanata, quando noi ci siano già sottratti alle suggestioni del male, almeno in modo abituale, perché mai siamo totalmente redenti, intendiamoci bene, siamo sempre più o meno soggetti a delle suggestioni, e degli istinti che non soltanto sono della nostra natura, ma anche della nostra natura decaduta. Però, quando l'anima è giunta a una certa perfezione, interviene, come si diceva, lo Spirito; e allora l'anima vive già la vita di Dio, la esperimenta in sé. E noi dobbiamo abbandonarci alle mozioni dello Spirito, aprirci alla sua luce, affidarci al suo magistero. Non più la nostra intelligenza, ma il dono del Consiglio; non più la nostra volontà, ma il dono della Sapienza; non più i nostri modi di agire, ma invece quello che il dono della Forza, della Pietà o il dono del Timor di Dio ci suggeriscono volta per volta; e in quello che questi doni ci suggeriscono noi non abbiamo mai una piena spiegazione sul piano naturale ed umano - supera quello che è il nostro modo di pensare e di agire, di giudicare. Tu sei portato, ma non sai dove, eppure devi abbandonarti a Colui che ti guida.
Come riconoscere gl'istinti divini? Specialmente all'inizio di questa nuova vita più alta, più spirituale, in cui l'anima non ha altro dovere che la docilità all'azione dello Spirito, come riconoscere l'azione dello Spirito Santo? Mi sembra che si possa riconoscerla da due criteri fondamentali. Bisognerebbe rendersi conto che lo Spirito Santo e il Verbo sono le mani di Dio, onde Egli plasma l'uomo secondo l'Immagine. Lo Spirito Santo dunque ci crea secondo un disegno divino, conforme a un modello divino e il modello divino è Cristo, perché è Lui l'Uomo secondo l'Immagine. Conformes fieri imagini Filii sui dice S. Paolo. Questo è il termine: farci conformi all'Immagine del Figlio suo.
Ma se lo Spirito deve operare questa nova creazione secondo il divino Modello, qual è il criterio per riconoscerlo? La continuità. Dio ti conduce in una sola direzione, e ti muove continuamente: c'è continuità nella direzione e nel tempo. L'uomo è mutevole, successivo nei pensieri e nel volere: Dio è immutabile nel suo disegno. Tu non sai dove vai e puoi anche cambiar mèta, ma quando cambiamo c'è sempre da temere che subentri la passione umana. Può darsi che lo Spirito operi un cambiamento nella nostra vita, ma non è detto che abbia cangiato il Signore; siete voi che siete cangiati nei confronti di Dio, non che Dio sia cangiato nei vostri confronti. La continuità di questa mozione divina rimane: rimane come criterio fondamentale del nostro vivere. E intendiamoci bene: non saremo mai santi che nella misura che ci abbandoneremo a questa mozione che ci porterà in un certo senso. Voi potete magari cercare di contrattare con Dio una vostra libertà, una vostra indipendenza da Lui cercando di compensare con qualche altra cosa quello che vi chiede. Ma anche in questo caso non sarete mai santi. Voi potete moltiplicare le vostre mortificazioni, digiunare tutti i giorni, mettervi il cilicio... non sarete mai santi se non vi abbandonerete a quella che è l'azione del Signore, dello Spirito Santo. Non sarete mai santi!
Bisogna abbandonarsi a questa azione. Non ci facciamo santi secondo il nostro disegno, ma soltanto incarnando, realizzando un piano di Dio, ma soltanto conformando sempre più la nostra volontà alla Volontà del Signore. Docilità allo Spirito: non intralciamo l'opera sua! Anche le virtù possono essere d'intralcio: si cerca di far tanto bene per non fare quello che il Signore vuole, che può essere anche meno, ma ci costa di più perché importa una nostra rinuncia. Ci iscriviamo all'Azione Cattolica, diventiamo dirigenti di Azione Cattolica, poi facciamo tanto bene intorno a noi, carità... poi moltiplichiamo i nostri atti di virtù, le nostre devozioni, novene, meditazioni... però non vogliamo, no, lasciare la famiglia, certi impegni di vita mondana, certe amicizie... E il Signore magari vuole proprio questo, e tutto quello che gli dai in cambio non vale nulla, sentirai sempre nel tuo cuore questa chiamata, Dio non è soddisfatto, tu non rispondi alla tua vocazione, quello che fai è perduto. Facessi anche miracoli, quello che fai è perduto, non ti crea, tu non aumenti nella tua vita, perché l'aumento della tua vita deriva solo dall'azione della grazia. Fintanto che non eri condotto dallo Spirito potevi giungere ad una certa perfezione, perfezione della natura umana risanata in cui tu sei chiamato ad agire, ma in questo caso tu non avverti lo Spirito. Giunti però ad una certa perfezione cristiana, a uno stato abituale di grazia, a una certa purificazione interiore anche riguardo ai peccati veniali... ecco, tu avverti lo Spirito Santo. Ora non puoi più essere tu a comandare il cammino. Cosa disse Gesù a S. Pietro? Anche S. Pietro voleva fuggire: "Un altro ti condurrà".
E siamo veramente condotti da un Altro. E se ci lasceremo condurre da quest'Altro noi cresceremo, altrimenti rimarremo sempre allo stesso livello. La moltiplicazione dei nostri atti non ci farà superare lo stato di natura, di natura redenta, ma di natura; non ci porterà mai a vivere ultra humanum modum, cioè in questo aumento progressivo continuo di assimilazione a Dio che lo Spirito opera.
È nella pura docilità all'azione di Dio che l'anima cresce. Non sono le moltiplicazioni delle preghiere, non sono le mortificazioni che noi facciamo, non è nulla di tutto questo che ci fa crescere: è la docilità allo Spirito Santo. Docilità che ci può chiedere anche la mortificazione, ma può anche non chiederla, almeno quella che noi intendiamo, ce ne chiede altre che noi non siamo disposti ad offrire. Il Signore ti potrà chiedere anche meno preghiera o una preghiera diversa da quella che tu fai e, anche in questo, quante volte l'anima resiste! L'anima è chiamata ad una preghiera più semplice, di puro sguardo, e l'anima ha paura di abbandonarsi alle attrattive divine e rimane legata alle sue devozioni, ai suoi modi di preghiera cui era rimasta fino ad allora fedele, fedele a certi libri, a certe letture, a certi metodi, a certe preghiere. Non ci si lascia, non ci si abbandona all'azione dello Spirito.
Il primo criterio è la continuità. Ascoltate interiormente, ma fate silenzio nell'intimo vostro; guardate di mantenere l'anima vostra in una pura quiete. Redi anima mea ad tranquillitatem tuam dice il Salmo: ricomporre l'anima nostra in una grande pace interiore. Allora noi ascolteremo quello che Dio ci dice, noi sentiremo che quello che ci dice oggi ce l'ha detto dieci anni fa, cinquant'anni fa, e ancora noi non l'abbiamo compiuto e, forse, sempre abbiamo resistito. Oggi dobbiamo abbandonarci.
Nulla cambia in Dio. Egli rimane, Lui che è l'amore. Abbandonati a Lui. La continuità è il primo segno.
Ma un altro segno noi possediamo, ed è la pace. Abbandonandoti a Dio non vi può esser contrasto tra Dio e te, non puoi sentire alcuna resistenza, l'anima tua si ricompone sempre di più. C'è un'inquietudine, naturalmente, propria dell'uomo: l'uomo non può mai essere soddisfatto di sé: se fosse così non sarebbe più cristiano, perché appunto il cammino del cristiano non conosce mai meta, dal momento che noi siamo chiamati ad assomigliare a Dio, ad essere come Dio. Eppure l'anima possiede la pace, possiede la pace in Dio a cui si abbandona.
Volta per volta l'anima è portata più su, ma è nell'esser portata che trova la pace; non tanto in quello che l'anima possiede, in quello che ha raggiunto, ma nel fatto che si è abbandonata a questo istinto che, continuo, le fa superare volta per volta dei limiti nuovi per portarla più su, per innalzarla al Signore.

Si è detto che S. Ireneo paragona il Verbo e lo Spirito alle mani stesse di Dio, onde Dio plasmò il primo Adamo; egli dice che Dio mai lasciò Adamo, mai: l'ha tenuto sempre nelle sue mani, perché una volta caduto egli potesse essere riplasmato secondo l'Immagine, secondo il disegno che Dio aveva progettato. Di questo noi dobbiamo renderci conto.
Dio non ha mai lasciato Adamo. Siamo nelle mani di Dio. L'azione dello Spirito Santo non è soltanto continua nel senso che Egli ci conduce in una direzione sola, che Egli ci muove secondo un suo disegno preciso, ma nel senso che Egli mai lascia di condurci, mai Egli interrompe questa sua guida divina.
Non solo noi dobbiamo adorare Dio che è presente nell'anima nostra, non soltanto dobbiamo renderci conto che siamo tempio vivente di Dio. Dobbiamo anche renderci conto che tutto quello che abbiamo ricevuto da Lui deve essere istante per istante da Lui mosso, da Lui usato, adoperato.
Dobbiamo essere non soltanto il tempio di Dio, ma lo strumento della sua azione, perché Dio non abita in noi statico, fermo; non abita in noi perché lo adoriamo. Egli abita in noi per agire, soprattutto per trasformarci e renderci simili a Lui.
Quale responsabilità è la nostra di sottrarci alla sua azione! Conviene per noi ascoltarlo, è necessario rimanere docili alla sua azione, ma dobbiamo anche renderci conto che questa docilità non può interrompersi mai. Se in un istante noi compiamo una nostra volontà, un nostro desiderio, noi ci separiamo dal Signore: Egli tutto vuole da noi. Istante per istante Egli esige questa dedizione totale dell'anima, questa docilità piena dello spirito.
Come vivere questa docilità continua e perfetta? Certo, la prima cosa che si esige dall'anima perché tutto questo sia possibile, è che noi manteniamo un grande raccoglimento, un grande silenzio interiore e una interiore e perfetta libertà. La mozione dello Spirito è una parola che ci illumina, una parola che Egli ci dice, un comando che Egli ci dà - comando però che porta insieme una forza, un impulso che ci muove. E se l'azione di Dio è parola, Egli aspetta da noi l'attenzione, una vigilanza umile e pura onde noi l'ascoltiamo, onde noi non lasciamo perdere nessuna sua parola. In perfetta calma interiore, in perfetta pace dello spirito, l'anima deve riposare per accogliere questa divina parola, come un giorno l'accoglieva Maria Maddalena, ai piedi di Gesù: Sedendo ai piedi di Gesù, ella ascoltava le sue parole.
Non soltanto si impone questo raccoglimento interiore continuo. Non possiamo mai allontanarci da Dio, mai fare vacanza: siamo con Lui, con Lui dobbiamo rimanere, in ogni istante, ovunque andiamo, qualunque cosa facciamo. Non siamo con Lui soltanto quando siamo in chiesa: siamo con Lui anche al mercato; non soltanto Egli ci parla nell'orazione, ma anche quando stiamo spazzando la casa, anche quando camminiamo per le strade. La nostra anima deve mantenersi in attenzione a Lui che ci parla.
Ma perché la sua parola abbia la capacità di muoverci e veramente ci spinga, ci porti, ci sollevi, bisogna che l'anima, oltre che l'attenzione pura a questa divina parola, conservi una sua interiore libertà: bisogna non essere attaccati a nulla. Nella misura che noi siamo attaccati a qualcosa, lo Spirito di Dio non ha potere di muoverci, e noi rimaniamo fermi, nonostante che Egli ci inviti.
Quante volte abbiamo lasciato perdere la grazia proprio per questa mancanza di libertà interiore! Certo, Dio può vincere le resistenze delle nostre anime: Egli è il Creatore, è onnipotente. Ma Dio si adatta alla nostra debolezza e povertà; Egli ci muove delicatamente, in segreto, con una dolcezza, una pace interiore che esige da parte dell'anima la più perfetta libertà. Bisogna essere totalmente disponibili a Lui. Ad Elia, Dio non parla attraverso l'uragano o il terremoto, parla attraverso il leggero soffio dell'aria. Soltanto se l'anima sarà libera e leggera questo soffio la potrà portare.
Diceva S. Vincenzo de' Paoli: "Mai io ho avuto grandi illuminazioni da parte di Dio, grandi grazie che mi abbiano sconvolto fino nell'intimo: Dio mi ha sempre parlato con un linguaggio che sembrava il mio medesimo, mi ha sempre illuminato con una luce che era appena un raggio, un raggio però che bastava al mio cammino, a illuminare quel passo che io dovevo fare, nel momento che Egli credeva".
Non possiamo pretendere che Egli ci illumini sull'avvenire, che Egli ci muova con una forza straordinaria a compiere un atto comune. Siccome noi progrediamo nelle vie del Signore con una continuità mirabile, che ripete nell'ordine soprannaturale le leggi dell'ordine naturale, cioè si progredisce lentamente, si matura lentamente, così l'azione di Dio si adatta alla nostra povertà. Egli potrebbe spezzare le nostre resistenze, ma invece preferisce sciogliere lentamente tutti i legami, muoverci secondo il nostro passo.
Mantenerci liberi. Non deve esserci nulla che ci faccia opporre resistenza a Lui.
Quante volte facciamo delle riserve! quante volte, credendo di obbedire a Dio, obbediamo al subcosciente! La psicanalisi ha illuminato molto in questo campo. La paura della responsabilità fa sì che tanti non si sposino e credano magari di avere una vocazione religiosa; molti entrano nel sacerdozio perché obbediscono a un senso di infantilismo; molti credono di amare Dio e invece obbediscono a motivi di interesse, entrano nello stato religioso per destare ammirazione e affetto... Non possiamo liberarci da questo complesso di istinti che non conosciamo bene neanche noi, dalle insidie del nostro temperamento; bisogna darci a Dio così come siamo, ma bisogna che l'azione dello Spirito ci penetri fino in fondo. Noi non possiamo pretendere di conoscerci, ma lo Spirito Santo ci conosce. Non sappiamo qual è la via del Signore, ma quel che importa è che crediamo alla saggezza dello Spirito, che ci rendiamo conto che la nostra vita è nelle mani di un Altro che solo può condurci alla perfezione.
Abbiamo detto che uno dei criteri per riconoscere l'azione dello Spirito Santo è la continuità. Dio ha su di te un disegno fin dall'eternità. Ti ha chiamato a un ideale perché, cooperando con Lui, tu potessi raggiungerlo. Non ti resta che seguire questo cammino. Se tu, che ti sei consacrato in questa famiglia religiosa, ti credessi ora chiamato al Carmelo, questo desiderio sarebbe un'ispirazione diabolica, del Maligno, fino a prova contraria. Credere di dover entrare in un'altra congregazione religiosa più perfetta, che ha più santi... sono tutte illusioni diaboliche. Egli già vi ha chiamato qua: com'è che ci siete venuti? Se riandate un poco al passato, voi vedete che tutto si è fatto quasi senza di noi; nessuno di noi sapeva dove Dio ci avrebbe condotto, né ora lo sappiamo. Ora abbiamo imparato precisamente questo: che siamo nelle mani di Uno che sa, e ci possiamo affidare a Lui, sentiamo di poterci affidare a Lui, ed è precisamente nel lasciarci portare da Lui che la nostra vita si costruisce, che noi siamo veramente edificati come tempio di Dio.
Continuità. Certo, se voi foste venuti qui per sfuggire a un'altra chiamata di Dio, questa chiamata vi avrebbe lasciato sempre un'inquietudine interna e mai la pace. Voi invece avete sentito il contrario, che solo quando l'anima vostra si abbandonava senza difese alle esigenze di Dio, che si esprimevano per voi nella spiritualità della Comunità e in ciò che la Comunità richiedeva, voi avete sentito allora che la vostra anima si quietava e riceveva la luce.
Continuità nel cammino di Dio. Non cercate altra cosa, non chiedete altra via, non guardate altra luce. Continuità nel seguire la voce: una voce che per voi tutti è uguale e che per ciascuno di voi è diversa. È uguale per tutti voi che vivete nella Comunità, ma ciascuno di voi raggiungerà la santità solo realizzando quanto la Comunità vuole da lui. Una voce che per ognuno è diversa perché, pur essendo uguale la perfezione che viene proposta, ognuno di voi la realizzerà in un suo modo, con un suo timbro personale. I santi, pur essendo di una sola famiglia religiosa, sono anche fra loro diversi. Così voi. E voi dovete mantenervi docili all'azione dello Spirito che si esercita in tutta la Comunità, e dovete essere docili all'azione di Dio che si esprime e vi muove anche nell'intimo vostro. Non potete pretendere che lo Spirito Santo agisca in voi indipendentemente dalla Comunità. E via via che matura la Comunità, matura anche la vostra anima, che acquista luce, acquista forza e certezza. E proprio vivendo intensamente la vita di questo progresso, di questa vitalità che è propria di tutta la famiglia religiosa, la vostra vocazione particolare e personale si chiarirà, e voi l'adempirete. Non sarà nulla di nuovo, sarà tutto quello che voi sapevate all'inizio, ma che sapevate in modo vago e confuso, e che invece giorno per giorno si chiarisce, si delinea più preciso.
Che cosa sapevate all'inizio? Forse era soltanto poesia, ma una poesia che in fondo vi chiedeva tutto e praticamente vi chiedeva così poco: vi chiedeva soltanto l'entusiasmo dei vostri anni giovanili. Ora invece c'è forse meno poesia, ma quanto più chiaro l'ideale! Come veramente si fa più concreto il vostro dono al Signore!
Vivete in un'umile docilità all'azione continua dello Spirito che vi porta sempre avanti, sempre a una luce maggiore, a una dedizione più piena, a una immolazione sempre più pura di tutti voi stessi. Questo voi dovete vivere, questo!
Lo Spirito Santo è all'opera. Quello che si compie nell'intimo di ciascun uomo è più grande di quello che si compie nell'universo intero sul piano della natura. "Il grado di bene di una sola anima è più grande di tutto il bene dell'universo", dice S. Tommaso d'Aquino. Pensate alla grandezza dell'opera di Dio nella creazione! La creazione oggi esce dalle mani di Dio: la creazione non è un atto onde Dio intervenne milioni di secoli fa per suscitare le cose dal nulla; questo atto continua. Se Dio sospendesse per un istante il suo atto creatore, tutto l'universo franerebbe nel nulla! E come Dio è continuamente al lavoro (e lo dice Gesù nel Vangelo di S. Giovanni: Come il Padre continuamente opera, così anch'io), come Dio è continuamente al lavoro nella creazione del mondo, così è continuamente al lavoro nell'anima tua. E questo lavoro è più importante, più sacro, più grande, e impegna di più l'onnipotenza, la sapienza, l'amore di Dio, di tutto il lavoro dell'universo. Pensa dunque con quale delicatezza tu devi abbandonarti al Signore e con quale senso di responsabilità.
D'altra parte, mentre la creazione non resiste all'opera di Dio, tu puoi resistergli. Ecco tutto il potere dell'uomo: quello di intralciare questa onnipotenza, di rendere in qualche modo inefficace la volontà stessa dell'Onnipotente.
Con quale delicatezza noi dobbiamo abbandonarci al Signore! Con quale umiltà dobbiamo accogliere la parola di Dio, con quale docilità dobbiamo affidarci all'azione della grazia, giorno per giorno... Perché giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto Dio lavora; non c'è mai un istante in cui Dio cessi di lavorare in te: se Dio cessasse di lavorare in te, cesserebbe di essere in te, perché l'essere di Dio è il suo operare. Egli è in te per operare, non è in te per essere soltanto, ma per crearti, per rinnovarti, per farti simile a Sé e riempirti di Sé.
Diceva Suor Elisabetta della Trinità: "Com'è serio ogni minuto! Costa il Sangue di Cristo!".
Ogni minuto costa Dio stesso, perché il prezzo del tempo è Dio: in ogni istante tu lo ricevi, tu devi riceverlo; in ogni istante tu puoi anche chiuderti e rifiutarti, e lo rifiuti nella misura che a questa grazia non ti abbandoni, e lo rifiuti e ti chiudi nella misura che tu non sei docile a Dio, non lo ascolti o non lo accogli in te.
Dobbiamo aprirci, dunque, con umiltà e con amore, a questo Dio che ci chiede soltanto di lasciarci amare da Lui, che vuole darci Se stesso e farci come Egli ci vuole.

Tutto il nostro progresso sta nel vivere come figli dinanzi al Volto del Padre. E ci dice S. Paolo: "Sono figli di Dio coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio". Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filli Dei.
Esser mossi dallo Spirito vuol dire per noi essere figli. Siamo figli solo nella misura in cui siamo docili alla sua azione divina. L'opera dello Spirito è precisamente il farci a immagine di Gesù, il trasformarci nel Cristo.
L'azione dunque dello Spirito Santo ci mette in rapporto col Figlio Unigenito, con Cristo Signore. E come ci mette in rapporto con Cristo? Prima di tutto ci fa incontrare Gesù. È lo Spirito Santo che ravviva in noi ciò che la fede ci aveva insegnato. Quello che noi finora avevamo imparato attraverso l'insegnamento della Chiesa ora acquista una vita, una luce nuova, diventa vivo ogni mistero. Non che noi ne abbiamo una comprensione piena: il mistero rimane mistero, eppure diviene più luminoso e più vivo, come se la prima volta non l'avessimo conosciuto.
Ora, l'azione dello Spirito Santo per prima cosa ci fa incontrare Gesù. Come ce lo fa incontrare? Per incontrarci con Lui bisogna che Egli a noi divenga presente. Si potrebbe dire che vi sono quattro modi in cui può avvenire l'incontro tra l'anima e Cristo:
1) Gesù è presente in noi perché per la fede abita nell'anima di ciascuno di noi.
2) Vi è una presenza di Cristo che è propria di ogni uomo: Hai veduto un fratello, hai veduto il Signore. Ogni uomo non soltanto ci rappresenta il Signore, ma veramente lo rende per noi presente, in un modo certo molto misterioso, che non sappiamo nemmeno definire, ma reale.
3) C'è un modo di incontrare Gesù nella Chiesa, perché: Chi ascolta voi ascolta me. Nella Chiesa è presente il Mistero di Cristo; l'anima può incontrarsi con Gesù precisamente attraverso il suo rapporto con la Chiesa.
4) L'uomo poi incontra Gesù nel Mistero eucaristico, perché nel Mistero eucaristico Gesù è presente.
In quanti modi l'anima può incontrare il Signore! Lo Spirito Santo vuole che noi incontriamo Gesù in questo quadruplice modo.

Prima di tutto dobbiamo riconoscerlo in noi. Che cos'è la vita spirituale, secondo gli insegnamenti degli antichi, se non la nascita del Logos, del Verbo, nell'anima nostra? se non il vivere di Cristo in noi? Non è questo l'insegnamento di Paolo? Se mediante la fede Gesù abita nel cuore dell'uomo, la vita cristiana che altro sarà se non il crescere di Cristo nell'anima nostra fino alla sua perfetta età? Proprio così l'uomo si incontra prima di tutto con Dio. All'uomo si sostituisce un Altro e l'anima sente che un Altro la invade, la domina, la penetra tutta. Un Altro l'assume e fa dell'uomo il suo corpo onde Egli vive; e tutta la vita dell'anima tende precisamente a realizzare quanto S. Paolo diceva di sé: Vivo io e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Non siamo più soli, non soltanto perché Dio abita in noi come in un tempio, ma perché il Verbo di Dio in qualche modo ci assume e noi diveniamo il suo medesimo corpo; e attraverso di noi Egli vive, e via via che noi cresciamo nella vita spirituale, sempre più Egli ci invade, ci penetra tutti; sempre più la sua anima, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, la sua volontà, si sostituiscono alla nostra volontà, ai nostri pensieri, ai nostri affetti, ai nostri modi di vedere, ai nostri sentimenti. Hoc sentite in vobis quod est in Cristo Jesu.
È un crescere di Cristo in noi per una imitazione che non moltiplica l'esemplare - tanti Gesù - ma piuttosto ci assimila sempre più al Signore, ci fa sempre più una sola cosa con Lui, tanto che all'estremo noi siamo trasformati nel Cristo. Ed è questo il primo incontro che l'anima fa col Signore: non più come un estraneo, ma come un amico, uno sposo, l'anima dell'anima sua, come un altro se stesso o, piuttosto, come il vero se stesso.

L'anima deve incontrarsi con Gesù anche nel rapporto con tutti gli uomini. Com'è più misterioso questo incontro con Cristo! eppure, come più concreto e reale!
Io non posso sottrarmi mai a questo incontro con Cristo nei miei fratelli; ma fintanto che lo Spirito Santo non agisce, non illumina, non muove il cuore, è soltanto per la fede che io riconosco in ogni fratello il Signore. Quando lo Spirito Santo invece vive in me, mi trascina, mi illumina, mi porta, mi dirige, non è più soltanto perché la fede me lo insegna che io riconosco negli altri il Signore, ma veramente gli altri divengono il segno della Sua presenza, traspariscono Dio, traspariscono veramente la Sua presenza, e divengono agli occhi miei veramente trasparenti. E io vedo e amo in tutti il Signore. Ogni mio rapporto con gli altri diviene un mio rapporto con Gesù, diviene in me un modo di vivere la mia comunione con Cristo. Il rapporto dell'inferiore con il superiore è il rapporto di Maria con il suo Salvatore; il rapporto fra amici è il rapporto di Gesù coi discepoli; il rapporto fra gli sposi è il rapporto fra Cristo e la Chiesa. Come concreta è questa comunione con Gesù, ma come misteriosa! La mia parola, prima di giungere agli altri giunge a Dio; quel che faccio agli altri, lo faccio a Lui: Quel che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l'avete fatto a me.
Questo rapporto con tutti gli uomini deve anch'esso portarmi a una intimità col Signore così grande che non potrei pensarla maggiore. Per portarmi poi a vivere nel mio rapporto con gli altri l'amore stesso di Gesù per gli uomini tutti, deve portarmi a vedere negli altri Gesù, sicché, come diceva Agostino, nel mio rapporto con gli altri si realizza il mistero di Cristo che ama Se stesso. Dal momento che nel mio amore per gli altri è Gesù che ama, nel mio amore, nel mio rapporto con gli uomini praticamente si realizza in qualche modo l'unità del Corpo Mistico: tutti non siamo più che uno, siamo Gesù.
Comunione la più grande, la più mirabile, forse, se non ce ne fosse una maggiore; comunione che, comunque, noi difficilmente potremmo pensarla più grande. L'unità del Corpo Mistico si realizza in questo rapporto; ognuno di voi è uno solo: è Gesù. Ed io che vi amo sono Lui. In tutti noi non vive più che Uno, tutti noi non siamo più che Uno: non ci si può dividere, non ci si può distinguere senza in qualche modo essere noi sottratti a questa unità. Possono gli altri sottrarsi appunto perché non amano, ma tu che sei cristiano devi tutti amare, e di un solo amore: del Suo.
Si è detto altre volte che noi dobbiamo amare tutti di un medesimo amore: sì, dell'amore di Dio. Io non posso far distinzioni, differenze, dal momento che devo vedere in tutti il Signore. Se vedessi negli altri soltanto degli uomini, li amerei soltanto per i meriti loro; ma poiché in ognuno io debbo amare Cristo, poiché in ognuno devo ritrovare e amare Gesù, il mio amore per gli altri non può essere che uno solo, uguale per tutti.
E non soltanto questo mio amore deve essere uguale per tutti, ma deve anche essere tale che io in ogni istante totalmente mi dono. Perché, se posso amare limitatamente, di un amore più o meno grande, ciascuno di voi, secondo il merito più o meno grande che ciascuno di voi può possedere, di fronte a Dio ogni misura cade: l'unico modo di amare Dio è di amarlo senza misura, dice S. Bernardo. Se in voi tutti io debbo amare Gesù, il mio amore per voi non deve conoscere confine, non solo per voi tutti insieme, ma per ciascuno in particolare. Io devo amare anche il cattivo con tutto il mio amore, essere disposto anche a morire per lui, così come debbo amare il brutto e il bello, il virtuoso e il vizioso, l'ignorante e il sapiente, anche se il modo di amarli sarà diverso. Non diverso nell'intensità, perché ad ognuno tu devi dare tutto te stesso, ma diverso nel modo. Io non posso dare al Papa un tozzo di pane, e non sa che farsene di una mia riverenza il povero che ha fame. Amare dunque diversamente nel modo, ma non nell'intensità, perché sia all'uno che all'altro tu devi dare nulla di meno che te stesso. Devi morire per ciascuno, perché l'amore con cui devi amare gli altri, ha detto Gesù, è il Suo medesimo amore: Amatevi come io vi ho amato. È il Suo amore medesimo, e non solo l'esempio: è l'amore onde anche noi in Cristo si ama.
È Gesù dunque che attraverso di noi ama, e non ama in ciascuno di noi che Sé. Ed è in questo amore, dunque, che noi non siamo che uno, una sola unità: Cristo, il Cristo totale.
Attraverso questo amore, come noi totalmente ci portiamo negli altri, così gli altri, amandoci, si portano totalmente in noi e avviene quella immanenza reciproca che in qualche modo rinnova il mistero della cointimità divina, della "circuminsessione", per dire un termine teologico, onde il Padre è tutto nel Figlio e il Figlio tutto nel Padre. Voi dovete vivere tutti, ciascuno, l'uno nell'altro - è questa l'unità che deve prodursi , l'amore cristiano.

Lo Spirito Santo non porta soltanto a riconoscere Gesù nei propri fratelli e ad amarli con l'amore stesso di Cristo in tal modo da compiere questa mirabile unità, ma ci fa riconoscere Cristo nella Chiesa. Cristo vive nella Chiesa, dobbiamo rendercene conto. Per chi non ha fede, gli uomini di Chiesa sono uomini, e quanto uomini! tante volte più miseri degli altri, tante volte mediocri, deboli, incapaci. Eppure, se lo Spirito Santo ti illumina , ti muove, ecco tu lo vedi: nella Chiesa è presente il Signore: tu lo vedi nel Vescovo, lo veneri nel Papa.
E il nostro rapporto con gli uomini e con la Chiesa è un rapporto che in qualche modo è più concreto e più libero da illusioni di ogni altro rapporto, da ogni altra comunione con Lui. Una comunione con Gesù nel Sacramento eucaristico si presta a molte maggiori illusioni di una comunione con Cristo attraverso questo rapporto d'amore con i fratelli e nella Chiesa.
C'è un rapporto con Cristo nei fratelli e nella Chiesa che è assolutamente di necessità per la salute: se io non amo sono nella morte, dice S. Giovanni l'Apostolo. Anche se vivo fuori dalla Chiesa sono nella morte, non posso essere salvo. Ma una cosa è vivere nella Chiesa e avere un certo rapporto d'amore coi fratelli, altra cosa è riconoscere nei fratelli il Signore, per illuminazione divina: non saperlo soltanto per fede, e per fede non avere verso nessuno né odio, né risentimento, né rancore, né amarezza, ma veramente amarli come si ama Gesù. Per arrivare a questo, solo lo Spirito Santo ci può aiutare; vivendo in noi ce ne può dare il potere, perché è solo lo Spirito santo che, vivendo in noi, fa sì che anche in noi ci siano gli stessi sentimenti di Gesù.
Questo rapporto con Cristo è più concreto e più libero da illusioni. Bisogna saper riconoscere Gesù anche nella Chiesa, amarlo, onorarlo, adorarlo: nella Chiesa Egli continua la sua missione, continua a lavorare per la salvezza del mondo; attraverso gli uomini della Chiesa Egli rende presente la sua Redenzione, la sua Morte di Croce, la sua autorità, la sua predicazione, la sua parola. Nella parola del Papa tu ascolti la parola divina, nell'azione del Papa e del sacerdote vedi presente l'azione stessa di Cristo. Il sacerdote che consacra fa presente il Mistero della Croce, il Papa che parla fa presente nel suo Magistero, in qualche modo, la Parola stessa di Dio in quanto è infallibile e veritiera. In questa tua visione e consapevolezza tu vivi una tua comunione con Cristo ancora presente e operante nel mondo, e ti unisci a Lui operante nel mondo, e vivi con Lui questo suo atto, questa sua Redenzione, questo suo lavoro immenso di salvezza del mondo.
Questa è, in fondo, la mistica di S. Ignazio di Lojola. Nella sua visione di Cardonnet egli ha visto precisamente questo: Gesù non è soltanto Colui che sotto Ponzio Pilato morì per la salvezza degli uomini, ma è anche Colui che, risorto da morte, vive ancora in mezzo a noi il suo mistero di amore, la sua missione di salvezza, predicando, soffrendo, morendo per gli uomini; e tutto questo non solo nel Mistero eucaristico, ma anche nel Mistero della Chiesa che giorno per giorno insegna, soffre e muore nei suoi martiri.
Questo ha veduto S. Ignazio. E per lui la visione della Chiesa, il sentire cum Ecclesia, si identifica alla sua unione con Cristo. È qui che egli è giunto veramente alla più alta santità, perché l'unione nostra con Cristo deve realizzarsi sempre in questo quadruplice rapporto. Certo, ognuno di noi vive in modo particolare uno di questi rapporti, anche se non esclude gli altri. Escludere gli altri vuol dire non essere cristiani, perché non si può escludere il nostro rapporto con Cristo nell'amore del prossimo. Ma chi di noi realizza veramente nel prossimo la presenza di Cristo in modo da vivere questo amore totale in ogni fratello? Un S. Camillo de Lellis, che va in estasi davanti a un malato. Non certamente noi, che tante volte siamo sgarbati o indifferenti, superficiali o leggeri, nei nostri rapporti fraterni. Eppure, anche qui quanto ci sarebbe da fare! Com'è lungo il cammino a cui ci sforza lo Spirito! È un cammino di unità. È lo Spirito Santo che, vivendo e operando in noi questa unione con Cristo, mostrandoci Cristo in ogni fratello e facendoci amare Cristo in ogni fratello, compie questa unità, Lui che è l'anima del Corpo Mistico.

Il cristiano vive ancora un altro rapporto: il rapporto con Cristo nel Mistero eucaristico. E anche questo, per precetto divino, è di necessità per la salvezza: Chi non mangerà la mia carne e non berrà il mio sangue non avrà la vita in sé, dice Gesù. Non avrà la vita eterna.
Noi dobbiamo incontrarci con Lui, dunque, anche nel Mistero eucaristico. E anche in questo caso, chi è se non lo Spirito Santo che veramente ci conduce? Lo sappiamo che nell'Eucarestia è presente Gesù, ma una cosa è saperlo per fede, ex auditu, dal Magistero della Chiesa, e altra cosa è realizzare questa Presenza, realizzarla e sentire la fame di Cristo Eucarestia, realizzarla e sentire il bisogno di vivere sempre alla Sua Presenza, realizzarla e sentire la necessità di una partecipazione sempre più intima al Mistero della Croce, alla Messa, al Sacrificio redentore. Realizzare questa Presenza, vivere questo incontro, questa comunione d'amore, onde la tua partecipazione a Cristo che muore e che risorge divenga lentamente tutta la tua vita, e tu veramente sia trasformato in Lui per trasformazione di amore: questo è opera dello Spirito Santo.

Ecco l'opera dello Spirito. È lo Spirito che ti conduce. Tu non sai attraverso quali modalità e per quali vie giungerai, ma sai che la meta è una sola: essere figli del Padre nello sguardo stesso di Cristo. E non possiamo essere davanti al Volto del Padre se non trasformati in Gesù. E la nostra trasformazione nel Cristo avviene attraverso questo incontro con Lui: incontro con Lui che abita il mondo, che è presente in ogni fratello, che è presente nella Chiesa, che è presente nell'Eucarestia. Incontro che è soltanto l'inizio di un rapporto di amore, di una trasformazione di amore onde al termine, attraverso questi rapporti, l'uomo non soltanto vive una comunione con Cristo, ma si trasforma realmente in Lui. Vive una comunione con Cristo nel rapporto coi fratelli, nel rapporto con la Chiesa, nella Comunione eucaristica, e attraverso questa comunione con gli uomini può giungere alla medesima trasformazione in Cristo quando il suo amore sarà così pieno e così uguale verso gli uomini tutti da essere Gesù che ama attraverso di lui e ama Gesù in tutti, operando così davvero la sua trasformazione in Cristo e la sua unità con tutta la Chiesa, l'unità del Corpo Mistico.
E questa comunione con Cristo realizzata nella Chiesa deve arrivare a tal punto da trasformarci ugualmente in Cristo: nel sacerdote, in Cristo che insegna, che dirige la Chiesa, che lavora, che continua la stessa sua missione. Ma in qualche modo così anche in voi, perché anche in voi continua la missione di Cristo. Voi vi incontrate nella Chiesa nella misura che vi sentite investiti da Essa anche davanti agli uomini, e cooperate a questa missione che è la sua, e vivete questa missione che è la sua, che è anzi la missione stessa di Gesù.
E così la vostra comunione con Gesù Eucarestia realizza al termine una vostra unità col Signore, perché attraverso l'Eucarestia voi dovete giungere a una vostra trasformazione in Gesù.
Così, davvero, noi siamo figli di Dio, perché mossi dallo Spirito giungiamo a questa pienezza. Anche i Padri dicevano che lo Spirito santo imprime in noi il suo suggello, e il suggello dello Spirito è l'immagine stessa del Figlio.
Divenire un solo Cristo; divenire, tutti noi, Gesù: ecco la nostra vocazione. È vero che la nostra vita cristiana ci impone di vivere come figli dinanzi al Padre Celeste, ma è anche vero che il Padre Celeste non ha che un Figlio: l'Unigenito. Gesù non è il Primogenito, ma il Figlio Unigenito del Padre. Si chiama anche "Primogenito fra molti fratelli", ma questi altri fratelli non sono sul suo medesimo piano; sono fratelli suoi e figli di Dio soltanto se sono in Lui, se sono trasformati in Lui.
Il Padre Celeste non ha che un solo Figlio. Noi dunque, se vogliamo vivere la vita dei figli, la vivremo soltanto se saremo trasformati in Lui, nel Cristo. A questa trasformazione d'amore che ci rende "uno solo" con Gesù, può portarci solo lo Spirito Santo, solo lo Spirito Santo la compie, e noi potremo giungervi soltanto nella misura della nostra docilità alla sua azione divina.
Ecco quello che il Signore ci insegna. Non si può separare lo Spirito dal Figlio, come non si può separare il Figlio dal Padre.
La vita cristiana è docilità allo Spirito, affinché si compia il disegno divino di assumere tutti nel Cristo onde, divenuti un solo Corpo in Cristo, divenuti in qualche modo un solo Figlio, noi viviamo dinanzi al Volto del Padre.
Cristo! Ecco la nostra vita. Per me vivere è Cristo. Cristo: ecco quello che dobbiamo essere. Dobbiamo perdere ogni nome, ogni nostra indipendenza e autonomia, per non essere più nostri, per essere in qualche modo una umanità che Egli assume e nella quale Egli vive il suo stesso Mistero.
E questa comunione con Cristo, appunto per questa presenza molteplice e misteriosa di Gesù, deve essere compiuta in ogni momento, perché in ogni momento noi dobbiamo vivere nella Chiesa, in ogni momento siamo in rapporto con gli uomini, in ogni momento possiamo vivere con Cristo Eucarestia, perché in ogni modo e in ogni momento noi portiamo Gesù nel nostro cuore.
Tutto il cammino dell'anima sta in questo essere trasformata dallo Spirito a immagine del Figlio, per vivere davanti al Volto del Padre. Ma quanto è lungo il cammino e quanta la nostra pochezza! Occorre la nostra docilità all'azione dello Spirito, e invece siamo attaccati a tante cose, e la nostra anima è così distratta!

Dio stesso ci offre l'esempio della nostra risposta in Maria. Quale virtù possiamo imparare da Lei se non la docilità, l'abbandono a Dio? S. Giovanni della Croce dice che "nessun movimento vi fu in Nostra Signora che non fosse di Spirito Santo".
Maria non fu mai distratta: tutta l'anima sua era attenta alla Parola di Dio. La sua cooperazione all'azione della grazia fu la sua passività, che si esprime nelle sue parole: "Ecco l'ancella del Signore, si faccia di me secondo la sua parola". Non "farò", ma "si faccia": non posso fare altro che offrirmi a Dio perché operi in me.
Che cosa imparare da Maria se non questo abbandono? Mettiamoci nelle mani di Dio, lasciamoci guidare da Lui; ci conduca per la tenebra o per la luce, per la gioia o per la sofferenza, faccia di noi quello che vuole: dobbiamo essere indifferenti, accettare tutto con la stessa pace, con lo stesso amore. Tutto deve essere uguale per noi, perché tutto porta il segno della sua volontà. Questo ci insegna Maria.
"Non pongo condizioni alla tua volontà, non mi sottraggo ai pesi di cui vuoi caricarmi". Ecco l'esempio da tenere sempre davanti: più che la verginità di Maria e la sua umiltà, questa docilità, questo raccoglimento senza fondo, questo ascoltare la Parola di Dio.
Non scoraggiamoci! L'esempio è altissimo, ma Maria non è soltanto un esempio, è anche Madre, Madre di Gesù e di tutti coloro che devono somigliargli. Se dobbiamo essere figli di Dio, lo saremo soltanto se ci assimiliamo a Lei.
È Maria che ci genera nel suo Figlio. Diamoci a Lei, entriamo nel suo cuore.
Rivogliamoci a Lei come figli deboli e impotenti: ci ottenga Lei quel che da soli non possiamo ottenere. Le mamme amano di più i figli malati. Che Ella ci prenda e ci renda come ci vuole il Signore, ci ottenga Lei questa trasformazione.
Siamo tuoi figli, Maria, e poiché siamo tuoi figli vogliamo diventare Gesù. Per opera dello Spirito Santo concepisti Gesù, per opera dello Spirito Santo rendici simili a Cristo. La tua maternità deve continuare generandoci. Trasformati in Cristo, saremo un'anima sola con Lui.

U.S.F.P.V.

© Divo Barsotti