Festa di tutti i Santi, festa degli uomini riusciti secondo il progetto di Dio. Oggi ci viene detto che l'esperienza cristiana è realtà possibile: molti, moltissimi ce l'hanno fatta. Sant'Agostino andava ripetendosi spesso: "Se questi e queste, .. perché non anch'io?".
Contempliamo con soddisfazione l'opera riuscita di Dio e interessiamoci alle condizioni per poter appartenere anche noi a questa schiera di uomini "beati", fortunati e felici ormai del possesso pieno della VITA.
1) L'OPERA DI DIO, IL SUO REGNO
Un giorno il Signore chiamò Abramo fuori della tenda e gli disse: "Guarda il cielo e conta le stelle se riesci a contarle, e soggiunse: Tale sarà la tua discendenza" (Gen 15,5); "Sarai padre di una moltitudine di popoli" (17,4); "E si diranno benedette in te tutte le famiglie della terra" (12,13). E' l'inizio della Bibbia: Dio sogna di fare di tutti gli uomini un solo popolo, la sua famiglia. E Dio non fallisce. Ecco oggi la contemplazione di Giovanni nell'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia, di ciò che è l'esito finale dell'opera di Dio, la realizzazione piena di quel suo sogno: "Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il suo sigillo: 144 mila.
E dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolte in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello" (I lett.).
E' il risultato di una volontà precisa di Dio, "che vuole che tutti gli uomini siano salvati e che giungano alla conoscenza della verità" (1Tim 2,4). In questo consiste il progetto di Dio sul mondo, "che tutti gli uomini abbiano accesso al Padre e divengano partecipi della natura divina" (DV. 2). "Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (II lett.). San Paolo descrive le tappe di quest'opera di Dio in noi: "Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" (Rm 8,29-30).
Sono cinque verbi come cinque momenti: conosciuti, predestinati, chiamati, giustificati, glorificati. "Voglio, Padre, - prega Gesù - che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria" (Gv 17,24).
E' dal giorno del Battesimo che ci è dato di essere partecipi della vita divina, come anticipo, caparra e garanzia di una pienezza che ora appena intravediamo nella fede: "Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (II lett.). La nostra di oggi è la situazione di un parto difficile, in attesa della nascita alla vita definitiva: "Sappiamo bene infatti - scrive san Paolo - che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati" (Rm 8,22-24). Viviamo la situazione del "già" e "non ancora": abbiamo già la serenità della promessa e dell'anticipo, non ancora la pienezza del possesso.
2) LO STILE PER APPARTENERVI: LE BEATITUDINI
In questa situazione d'attesa e d'appropriazione del dono di Dio, sta a noi conoscere le condizioni per appartenere al Regno di Dio: sono le Beatitudini. Studiamole un po' perché rappresentano lo stile che qualifica la vita del discepolo di Gesù.
Le Beatitudini proclamano anzitutto un fatto: il Messia-re promesso che avrebbe difeso i deboli e fatto giustizia, ora è qui nella persona di Gesù che pone i segni del riscatto: Gesù sta in mezzo ai sofferenti per guarirli; mangia coi pubblicani e peccatori come medico per salvarli; ama i poveri per liberarli dal loro giogo. E' l'inizio di un capovolgimento: "Beati i poveri..., guai a voi ricchi" (cfr. Lc 6,20ss): Dio s'è stancato di questa ingiustizia, ha deciso di intervenire e cambiare le sorti stabilendo il suo Regno.
"Andate a dire a Giovanni ciò che sentite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e i sordi sentono, i morti risuscitano e la buona novella è annunciata ai poveri" (Mt 11,5). E' la sovranità definitiva di Dio sul male, si volta pagina nella storia: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi" (Lc 1,51-53).
Proprio nell'uomo Gesù si attua per primo il Regno, questo capovolgimento di situazione. Lui, Gesù, è il povero che tutto s'aspetta da Dio, il "mite e umile di cuore" perché non usa violenza, misericordioso persino sulla croce a perdonare i suoi nemici, coerente e puro di cuore, affamato e assetato di giustizia e per questo schiacciato e deriso dai prepotenti e perseguitato a causa del suo Dio; è colui cioè che vive secondo criteri che sembrerebbero perdenti stando allo stile del mondo, che è ricco e prepotente, violento e arrivista, gaudente ed egoista, irreligioso e straffotente con Dio...! Ma ciononostante in realtà è lui il VINCENTE, lui Dio riabilita con la risurrezione e la esaltazione: i suoi criteri allora sono quelli giusti che portano alla fine all'autentica riuscita, perché ormai è il Regno di Dio che domina e rende definitivi i suoi giudizi.
E' da qui che derivano i criteri e lo stile del discepolo di Gesù se vuol essere vincente come lui. Beati i poveri in ispirito..., beati i miti, quelli che sono capaci di perdonare, i costruttori di pace; gli afflitti che non si ribellano ma attendono consolazione da Dio; quelli "che cercano prima il regno di Dio e la sua giustizia perché il resto è un sovrappiù" (Mt 6,33); beati quelli che per la fedeltà al vangelo sono emarginati, derisi e perseguitati: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15,20). Di tutti questi è il regno dei cieli: "Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25).
I piccoli e i poveri sono quelli che non vantano pretese davanti a Dio: la povertà in ispirito è la FEDE evangelica che si apre - come un bambino verso la madre ("A chi è come loro appartiene il regno dei cieli", Mc 10,14) - ad accogliere con fiducia il dono di Dio. Come la fede di Maria, che s'è sentita grande da che il Signore ha guardato alla sua povertà.
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Il vangelo di Gesù è sintetizzato in una parola: Beati, felici! "Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia anche la vostra, e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11). Il Cristianesimo è religione di vita e di felicità, è il coronamento e il superamento d'ogni nostro sogno e aspirazione di bene. Anche nel corpo.
Guardando e invidiando i Santi in cielo oggi chiediamo anche il loro aiuto, principalmente per tener viva in noi la speranza di un destino così alto, in noi così bombardati da proposte di felicità più immediate, che poi ci deludono. Alimentiamo la visione di questo alto destino, imparando anche dalla vita dei santi a quali alti traguardi il Signore chiami anche noi. L'abbandonare quella mira, è causa di frustrazioni e noia. "Chiamati a guardare in alto - si lamenta il Signore in Osea - nessuno sa sollevare lo sguardo" (Os 11,7). Daremo così più alti orizzonti, più ampie motivazioni, più respiro e soddisfazione anche alla nostra quotidianità che a volte ci soffoca e delude!
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Questi torno' a casa sua giustificato. don Romeo Maggioni
Anche oggi Gesù ci spiazza e ci sconcerta, su un tema di cui si parla tanto, quello della "moralità": chi è veramente giusto davanti a Dio? cioè davanti al giudizio imparziale e definitivo? "Il Signore è giudice e non v'è presso di lui preferenze di persone; non è parziale con nessuno" (I lett.).
Uno dice: la mia coscienza non mi rimprovera nulla. Si, qualche sbaglio o errore, ma non cattiverie, né con Dio né con gli uomini. Non ho bisogno di confessarmi, non ho niente di cui chiedere perdono a Dio. E' il concetto di "moralità laica".
Un altro dice: vado a messa, prego, faccio il mio dovere, anche qualche carità..., cosa si vuole di più? non posso neanche! Del resto è quello che mi si chiede, mi pare di essere un buon cristiano praticante! E' il concetto di "moralità religiosa".
"Il pubblicano invece si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro".
Ma allora, cosa è essere giusti? Cosa è "moralità", secondo Gesù? Cosa è la "moralità cristiana"? L'unica ormai che salva davanti a Dio.
1) "ALLONTANATI DA ME CHE SONO PECCATORE"
Un giorno Pietro era a pescare; quella notte non prese nulla. Poi al comando di Gesù gettò le reti e fece grande pescagione. Allora si gettò ai suoi piedi e disse: "Allontanati da me, Signore, perché sono un uomo peccatore" (Lc 5,8). Percepì una grande distanza, intuì di essere davanti alla grandezza di Dio. Ecco: solo mettendoci davanti a Dio si può misurare la sua grandezza e la nostra pochezza. Solo in riferimento a Lui, intuendo il rapporto che ci lega, di creazione e d'amore, si può parlare di peccato in quanto atteggiamento che ci svelle dalla nostra radice e dal nostro destino. Il peccato come rifiuto della nostra verità, e quindi - direbbe sant'Agostino - menomazione di noi stessi, insufficienza e incapacità ad essere uomini.
Di una cosa si dice riuscita o meno, giusta o non giusta, quando è conforme al progetto per il quale è stata fatta. La misura dell'uomo è il suo destino di essere fatto a immagine di Dio, di essere stato "predestinato ad essere conforme all'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29): quella è la sua identità più profonda, il modello cui deve identificarsi. Ogni dissomiglianza dal "Primogenito" che è Gesù di Nazaret, è dissomiglianza dalla propria autentica verità, è "ingiustizia" e "peccato" per usare il linguaggio di Paolo, è l'essere fuori posto nei confronti di Dio e del suo sogno su di noi.
Non c'è allora da misurarsi sugli altri, di fronte ai quali troviamo sempre qualcosa di meglio da registrare in noi; da qui la facile tentazione del fariseo di sempre che dice: "Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano"; la tentazione odiosa del disprezzo! Non c'è da misurarsi neanche con un ipotetico nostro progetto di noi, che non esiste, che non può esistere, perché non ci siamo fatti noi. Ben più grande di noi, del nostro cuore e del nostro sogno, è il progetto iscritto in noi da Dio, solo attuando il quale l'uomo si trova riuscito e soddisfatto. Solo puntando su questo si danno le dimensioni giuste entro le quali misurare giustizia o meno dell'uomo. Dimensioni che ci sembrano certo sproporzionate al nostro breve orizzonte, quando ci viene detto: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48).
2) "TORNO' A CASA GIUSTIFICATO"
Ma chi ce la fa a vivere una tale giustizia? A realizzare un tale progetto? Nessuno, appunto! Il primo Adamo - che siamo ognuno di noi tentati di fare a meno di Dio - non ce la fa', necessariamente pecca, inesorabilmente è incapace - nonostante lo voglia - di realizzare quel bene cui il suo cuore aspira con nostalgia. E' scritto nella Lettera ai Romani: "Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3, 23). E in una pagina drammatica, molto personale, Paolo scrive: "Io sento che in me, cioè, nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di compierlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rm 7,17-19). Tutti siamo peccatori, e non è da noi la capacità di una salvezza di fronte al proprio destino ultimo. Non c'è opera che ci possa giustificare.
L'unica "opera" che salva è stata compiuta da un uomo - il secondo Adamo - Cristo - Dio stesso cioè che si fa uomo per essere - come uomo - uno che ha finalmente la capacità di rimettersi nella posizione giusta davanti a Dio: il Giusto sofferente che si abbandona con estrema fiducia al Padre è l'atto di un uomo che finalmente riesce nella vita perché si fida totalmente di Dio, e ottiene una VITA non più come conquista propria ma come esclusivo dono gratuito da Dio. La "giustizia" dell'uomo è stata fatta da Dio, coll'assumersi Lui l'espiazione del peccato e ponendosi Lui come il Primogenito d'una nuova umanità di salvati, di uomini cioè capaci di realizzare in pieno quel progetto di umanità sognato da Dio per ognuno di noi.
La nostra personale giustizia allora non sarà che il trovarci, per mezzo della fede, partecipi di quell'atteggiamento interiore di Cristo, di lasciarci giustificare da Lui, riconciliare da Lui, per avere la forza poi di vivere come Lui da figli di Dio. Prosegue san Paolo: "Tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia" (Rm 3,24-25). La nostra fede, cioè il nostro legame con Cristo nei sacramenti, ci rende prima riconciliati e giusti davanti a Dio, e poi capaci finalmente di compiere le opere di bene che sono secondo il suo disegno. Le opere allora non sono causa di giustizia, ma frutto ed effetto della grazia che ci rende giusti. Nessuno ha quindi da vantarsi di una sua giustizia, perché tutto è regalo di Dio.
Se Dio ha una preferenza, evidentemente è per chi riconosce questi dati di fatto e si fa umile, senza presunzioni davanti a Lui o disprezzo di fronte agli uomini. Dio è giusto, cioè fedele alle sue promesse di salvezza, quindi Dio è misericordioso. E quando trova un uomo che sente tutto il bisogno di questa misericordia, non può non avere preferenze. "Il Signore - ci fa pregare oggi il Salmo responsoriale - è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi, chi in lui si rifugia non sarà condannato". Per questo Luca conclude, proprio in riferimento al giudizio finale: "Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato".
Facciamo nostra allora la preghiera del pubblicano: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo" (Salmo 50).
Uno dice: la mia coscienza non mi rimprovera nulla. Si, qualche sbaglio o errore, ma non cattiverie, né con Dio né con gli uomini. Non ho bisogno di confessarmi, non ho niente di cui chiedere perdono a Dio. E' il concetto di "moralità laica".
Un altro dice: vado a messa, prego, faccio il mio dovere, anche qualche carità..., cosa si vuole di più? non posso neanche! Del resto è quello che mi si chiede, mi pare di essere un buon cristiano praticante! E' il concetto di "moralità religiosa".
"Il pubblicano invece si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro".
Ma allora, cosa è essere giusti? Cosa è "moralità", secondo Gesù? Cosa è la "moralità cristiana"? L'unica ormai che salva davanti a Dio.
1) "ALLONTANATI DA ME CHE SONO PECCATORE"
Un giorno Pietro era a pescare; quella notte non prese nulla. Poi al comando di Gesù gettò le reti e fece grande pescagione. Allora si gettò ai suoi piedi e disse: "Allontanati da me, Signore, perché sono un uomo peccatore" (Lc 5,8). Percepì una grande distanza, intuì di essere davanti alla grandezza di Dio. Ecco: solo mettendoci davanti a Dio si può misurare la sua grandezza e la nostra pochezza. Solo in riferimento a Lui, intuendo il rapporto che ci lega, di creazione e d'amore, si può parlare di peccato in quanto atteggiamento che ci svelle dalla nostra radice e dal nostro destino. Il peccato come rifiuto della nostra verità, e quindi - direbbe sant'Agostino - menomazione di noi stessi, insufficienza e incapacità ad essere uomini.
Di una cosa si dice riuscita o meno, giusta o non giusta, quando è conforme al progetto per il quale è stata fatta. La misura dell'uomo è il suo destino di essere fatto a immagine di Dio, di essere stato "predestinato ad essere conforme all'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29): quella è la sua identità più profonda, il modello cui deve identificarsi. Ogni dissomiglianza dal "Primogenito" che è Gesù di Nazaret, è dissomiglianza dalla propria autentica verità, è "ingiustizia" e "peccato" per usare il linguaggio di Paolo, è l'essere fuori posto nei confronti di Dio e del suo sogno su di noi.
Non c'è allora da misurarsi sugli altri, di fronte ai quali troviamo sempre qualcosa di meglio da registrare in noi; da qui la facile tentazione del fariseo di sempre che dice: "Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano"; la tentazione odiosa del disprezzo! Non c'è da misurarsi neanche con un ipotetico nostro progetto di noi, che non esiste, che non può esistere, perché non ci siamo fatti noi. Ben più grande di noi, del nostro cuore e del nostro sogno, è il progetto iscritto in noi da Dio, solo attuando il quale l'uomo si trova riuscito e soddisfatto. Solo puntando su questo si danno le dimensioni giuste entro le quali misurare giustizia o meno dell'uomo. Dimensioni che ci sembrano certo sproporzionate al nostro breve orizzonte, quando ci viene detto: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48).
2) "TORNO' A CASA GIUSTIFICATO"
Ma chi ce la fa a vivere una tale giustizia? A realizzare un tale progetto? Nessuno, appunto! Il primo Adamo - che siamo ognuno di noi tentati di fare a meno di Dio - non ce la fa', necessariamente pecca, inesorabilmente è incapace - nonostante lo voglia - di realizzare quel bene cui il suo cuore aspira con nostalgia. E' scritto nella Lettera ai Romani: "Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3, 23). E in una pagina drammatica, molto personale, Paolo scrive: "Io sento che in me, cioè, nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di compierlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rm 7,17-19). Tutti siamo peccatori, e non è da noi la capacità di una salvezza di fronte al proprio destino ultimo. Non c'è opera che ci possa giustificare.
L'unica "opera" che salva è stata compiuta da un uomo - il secondo Adamo - Cristo - Dio stesso cioè che si fa uomo per essere - come uomo - uno che ha finalmente la capacità di rimettersi nella posizione giusta davanti a Dio: il Giusto sofferente che si abbandona con estrema fiducia al Padre è l'atto di un uomo che finalmente riesce nella vita perché si fida totalmente di Dio, e ottiene una VITA non più come conquista propria ma come esclusivo dono gratuito da Dio. La "giustizia" dell'uomo è stata fatta da Dio, coll'assumersi Lui l'espiazione del peccato e ponendosi Lui come il Primogenito d'una nuova umanità di salvati, di uomini cioè capaci di realizzare in pieno quel progetto di umanità sognato da Dio per ognuno di noi.
La nostra personale giustizia allora non sarà che il trovarci, per mezzo della fede, partecipi di quell'atteggiamento interiore di Cristo, di lasciarci giustificare da Lui, riconciliare da Lui, per avere la forza poi di vivere come Lui da figli di Dio. Prosegue san Paolo: "Tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia" (Rm 3,24-25). La nostra fede, cioè il nostro legame con Cristo nei sacramenti, ci rende prima riconciliati e giusti davanti a Dio, e poi capaci finalmente di compiere le opere di bene che sono secondo il suo disegno. Le opere allora non sono causa di giustizia, ma frutto ed effetto della grazia che ci rende giusti. Nessuno ha quindi da vantarsi di una sua giustizia, perché tutto è regalo di Dio.
Se Dio ha una preferenza, evidentemente è per chi riconosce questi dati di fatto e si fa umile, senza presunzioni davanti a Lui o disprezzo di fronte agli uomini. Dio è giusto, cioè fedele alle sue promesse di salvezza, quindi Dio è misericordioso. E quando trova un uomo che sente tutto il bisogno di questa misericordia, non può non avere preferenze. "Il Signore - ci fa pregare oggi il Salmo responsoriale - è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi, chi in lui si rifugia non sarà condannato". Per questo Luca conclude, proprio in riferimento al giudizio finale: "Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato".
Facciamo nostra allora la preghiera del pubblicano: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo" (Salmo 50).
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ANNO C,
Maggioni,
XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
Sull'esempio del pubblicano l'uomo sa di aver sempre bisogno del perdono di Dio. don Bruno Maggioni
La parabola parla della preghiera ma, in realtà, è in gioco il modo di concepire l'esistenza in rapporto con Dio: la preghiera è rivelatrice di qualcosa che va oltre la preghiera stessa. Di conseguenza, ciò che va raddrizzato non è anzitutto la preghiera (essa è semplicemente frutto di qualcosa che la precede), bensì il modo di concepire Dio e la sua salvezza, se stessi e il prossimo. La parabola del fariseo e del pubblicano (18,9-11) presenta due protagonisti, ciascuno dei quali incarna un modo diverso di porsi di fronte a Dio e al prossimo. Il fariseo osserva scrupolosamente le pratiche della sua religione, e ha molto spirito di sacrificio. Non si accontenta dello stretto necessario, ma fa di più. Non digiuna soltanto un giorno alla settimana, come prescriveva la legge, ma due. È vero, dunque, che egli osserva tutte le prescrizioni della legge, il suo torto non sta nell'ipocrisia. Il suo torto sta nella fiducia nella propria giustizia. Si ritiene in credito presso Dio: non attende la sua misericordia, non attende la salvezza come un dono, ma piuttosto come un premio doveroso per il dovere compiuto. Dice: «O Dio, ti ringrazio"», facendo in tal modo risaltare a Dio la propria giustizia, ma questa consapevolezza di una originaria dipendenza da Dio viene persa lungo la strada. Tanto è vero che egli " a parte quel «ti ringrazio» detto all'inizio " non prega: non guarda a Dio, non si confronta con Lui, non attende nulla da Lui, né gli chiede nulla. Si concentra su di sé e si confronta con gli altri, giudicandoli duramente. In questo suo atteggiamento non c'è nulla della preghiera. Non chiede nulla, e Dio non gli dà nulla. Anche un pubblicano sale al tempio a pregare, e il suo atteggiamento è esattamente l'opposto di quello del fariseo. Si ferma a distanza, si batte il petto e dice: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Dice la verità: è al soldo dei romani invasori ed è esoso nell'esigere i tributi: è certamente un peccatore. La sua umiltà non consiste nell'abbassarsi: la sua posizione è, infatti, certamente quella che egli descrive, come anche l'osservanza del fariseo era reale. Ma è consapevole di essere peccatore, si sente bisognoso di cambiamento e, soprattutto, sa di non poter pretendere nulla da Dio. Non ha nulla da vantare, non ha nulla da pretendere. Può solo chiedere. Conta su Dio, non su se stesso. La conclusione è chiara e semplice: l'unico modo corretto di mettersi di fronte a Dio " nella preghiera e, ancor prima, nella vita " è quello di sentirsi costantemente bisognosi del suo perdono e del suo amore. Le opere buone le dobbiamo fare, ma non è il caso di vantarle. Come pure non è il caso di fare confronti con gli altri.
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ANNO C,
Maggioni,
XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
Amare, l’unico comandamento don Bruno Maggioni
Il comandamento che Gesù dona alla sua comunità (Gv 13,34-35) si esprime al singolare («un comandamento»). I molti comandamenti non sono che la manifestazione dell'unico comandamento che è l'amore. Il comandamento dell'amore è chiamato da Giovanni un dono (il verbo dare è troppo debole, meglio tradurre donare). Che un comandamento sia un dono può sembrare paradossale, ma è conforme a tutta la tradizione biblica: la legge di Dio è un dono, perché il suo dettato corrisponde alla nostra vocazione più profonda. L'amore scambievole è per l'uomo movimento, vita, uscire dal chiuso, dall'odio, dall'egoismo e dall'indifferenza per respirare a pieni polmoni. Si legge nella prima lettera di Giovanni (3,14): «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli, chi non ama rimane nella morte». Amare i fratelli è la prova decisiva che si è vivi.
L'amore reciproco trova in Gesù il modello e la fonte: «Come io ho amato voi». Come dice la norma e la misura. Ma dice anche la ragione: se possiamo amarci fra noi è perché Lui per primo ci ha amati. «Come io ho amato voi», dice Gesù. Noi ci aspetteremmo: «Così anche voi amate me». Invece no: «Gli uni gli altri». C'è dunque nell'amore di Gesù una dimensione di gratuità che anche il nostro amore deve avere. L'amore di Gesù non accaparra il discepolo. Al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. È amando i fratelli che si ricambia quello di Gesù.
L'amore tra i discepoli è un amore che tende alla reciprocità «amatevi gli uni gli altri» è ripetuto più volte. Ma se vuole somigliare a quello di Cristo deve nascere da una gratuità. E deve trattarsi di una reciprocità che si apre all'universalità. «Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli». Un'affermazione, questa, che taglia corto su ogni eventuale tentazione della comunità di rinchiudersi in se stessa. L'amore cristiano – proprio quando se ne sottolinea la reciprocità – non cessa di essere aperto. Il comando dell'amore fraterno è da Gesù definito «nuovo». Non si tratta di una novità cronologica, ma di una novità qualitativa. Il comando dell'amore è nuovo come è nuovo Gesù. Nuovo perché dischiude un mondo che appare nuovo e rinnovato, che sempre sorprende: nuovo a tal punto da essere il segno prefiguratore dei «nuovi cieli e della nuova terra». Nuovo anche perché è il segno e il frutto del mondo nuovo che la venuta di Cristo ha instaurato. La svolta è avvenuta e l'amore che ora i cristiani possono vivere appartiene già al mondo rinnovato. L'amore fraterno è la novità della vita di Dio che irrompe nel nostro vecchio mondo, rigenerandolo. Ed è l'anticipo della vita futura a cui aspiriamo.
L'amore reciproco trova in Gesù il modello e la fonte: «Come io ho amato voi». Come dice la norma e la misura. Ma dice anche la ragione: se possiamo amarci fra noi è perché Lui per primo ci ha amati. «Come io ho amato voi», dice Gesù. Noi ci aspetteremmo: «Così anche voi amate me». Invece no: «Gli uni gli altri». C'è dunque nell'amore di Gesù una dimensione di gratuità che anche il nostro amore deve avere. L'amore di Gesù non accaparra il discepolo. Al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. È amando i fratelli che si ricambia quello di Gesù.
L'amore tra i discepoli è un amore che tende alla reciprocità «amatevi gli uni gli altri» è ripetuto più volte. Ma se vuole somigliare a quello di Cristo deve nascere da una gratuità. E deve trattarsi di una reciprocità che si apre all'universalità. «Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli». Un'affermazione, questa, che taglia corto su ogni eventuale tentazione della comunità di rinchiudersi in se stessa. L'amore cristiano – proprio quando se ne sottolinea la reciprocità – non cessa di essere aperto. Il comando dell'amore fraterno è da Gesù definito «nuovo». Non si tratta di una novità cronologica, ma di una novità qualitativa. Il comando dell'amore è nuovo come è nuovo Gesù. Nuovo perché dischiude un mondo che appare nuovo e rinnovato, che sempre sorprende: nuovo a tal punto da essere il segno prefiguratore dei «nuovi cieli e della nuova terra». Nuovo anche perché è il segno e il frutto del mondo nuovo che la venuta di Cristo ha instaurato. La svolta è avvenuta e l'amore che ora i cristiani possono vivere appartiene già al mondo rinnovato. L'amore fraterno è la novità della vita di Dio che irrompe nel nostro vecchio mondo, rigenerandolo. Ed è l'anticipo della vita futura a cui aspiriamo.
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Maggioni,
V Domenica del Tempo di Pasqua (Anno C)
Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita. don Romeo Maggioni
Oggi il vangelo si apre con lo scandalo di chi vede Gesù "contaminarsi" coi peccatori, cioè di chi giudica Iddio troppo buono, tollerante, misericordioso, che lascia correre troppo il male nel mondo, che lascia crescere assieme al buon grano la zizzania. "Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Non sarà questa troppa bontà - pensano i farisei di sempre - la causa del dilagare del male nel mondo? Perché non c'è più ordine, più severità, più divisione netta tra buon grano e zizzania?
La risposta di Gesù è completamente inattesa, e con questo capitolo 15, chiamato il "vangelo del vangelo", Luca ci dice: la gioia di Dio sta nel trovare di perdonare un cuore sincero. Mai come qui ci si rivela le profondità del cuore di Dio Padre.
1) DIO ACCOGLIE TUTTI COME UN PADRE
Anzitutto Dio è un instancabile cercatore di ogni uomo, come "quel pastore che ha cento pecore e ne perde una: subito lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrovi". O come la donna che "ha 10 monete e ne perde una: accende la lucerna, spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova". Non uno dei peccatori gli è indifferente. Non si accontenta e compiace dei giusti: si preoccupa di chi manca, perché gli appartiene, perché ci tiene! "Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13). "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché ciascuno che crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Dice sant'Agostino che Dio ama ciascuno come se fosse l'unico. Nessuno deve sentirsi mai abbandonato da Dio, mai perduto: è Lui che prende l'iniziativa di cercarci e di seminare il nostro cammino di stimoli per il nostro ritorno."Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva!" (Ez 18,32).
E ritrovata la pecora smarrita, la moneta persa o il figlio che era morto...si fa festa! Anzi: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Quando si vede ritornare il figlio...il padre non capisce più niente dalla gioia: "Presto, portate qui il vestito più bello, mettetegli l'anello al dito, i calzari ai piedi; portate il vitello più grasso ..e facciamo festa!". Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti. Noi a Dio - mi insegnava un anziano e saggio biblista francese - non possiamo regalare nulla che già non abbia: è il padrone di tutto! Tranne una cosa: dargli la gioia di poterci perdonare. Scrive sant'Ambrogio: "Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra; o quando creò il mare e le piante; leggo che si è riposato quando creò l'uomo, perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare" (Exam.).
Ma si fa festa...per un peccatore pentito. Questo è un punto da chiarire. Dio si propone a tutti, Dio sollecita tutti, Dio è misericordioso verso tutti, ma verso tutti quelli che lo vogliono, quelli cioè che si aprono a lui con sincerità di cuore. Gesù non ha mai sottovalutato la gravità del peccato; la distinzione tra peccatori e giusti non è soppressa; ha sempre esigito conversione ed è radicale nelle esigenze per il Regno condannando il male senza ambiguità. Se qui si parla della misericordia, si parla anche di conversione, di un figlio ritrovato perché pentito. Anzi il messaggio dell'amore del Padre è proprio per dar confidenza al ritorno del peccatore. Troppo Iddio è rispettoso della nostra libertà e dignità, e quindi della nostra parte da fare nel processo della salvezza!
2) ANCHE NOI DOBBIAMO ACCOGLIERE TUTTI COME FRATELLI
E' iniziata l'epoca del perdono: non è più lecito mormorare. Alla svolta del Dio misericordioso deve seguire la svolta del cuore tollerante. L'atteggiamento del figlio maggiore che non accoglie l'altro come fratello e giudica la troppa bontà del padre, è stigmatizzata da Gesù nella finale della parabola. E' l'arroganza del "giusto" che non capisce più la preziosità del perdono e la generosa larghezza del cuore di Dio. E' sempre la pretesa del fariseo di "meritare" qualcosa davanti a Dio, e quindi di vantare pretese più degli altri!
Ma Dio non fa torto a nessuno: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Dice san Paolo: "Che hai tu che non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1Cor 4,7). Un giorno Gesù ebbe a dire a chi si lamentava della sua generosità: "Sei tu invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,15). Ciò che spinge Dio al perdono non è il merito del peccatore, ma la sua assoluta gratuità e promessa di salvezza: "In questo sta l'amore: non noi abbiamo amato Dio, ma lui ha amato noi; egli ci ha amato per primo" (1Gv 4,10.19).
Il fratello maggiore osserva la legge, ma manca dell'amore fraterno.
Ma proprio questo è il cuore della legge: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste" (Lc 6,36). La rabbia e la paura del giusto è che così vada tutto a rotoli! Ma Gesù è stato molto preciso nell'insegnamento di oggi: di fronte al padre, se al secondo è richiesto l'amore fraterno, al primo, il figlio minore, è richiesta conversione. Conversione e amore del prossimo sono allora i due pilastri portanti dell'ordine morale, le forze basilari che devono animare la nostra convivenza umana.
******
In fondo la conversione è sull'idea che si ha di Dio: il figlio minore pensa di essere schiavo nella casa del padre, e parte alla ricerca di una felicità che poi si dimostrerà fasulla e deludente, ritornando al vecchio padre, unico portatore di vita autentica; il secondo ha del padre l'idea di un padrone da servire, cui avanzare le pretese per i propri atti di obbedienza e giustizia..! Ma Dio è altra cosa: è puro dono gratuito, è benevolenza anzitutto; e quando ha dato tutto e si vede anche rifiutato... diviene anche perdono, misericordia, è capace di un super-dono che ci sa rendere nuovi e ci fa incominciare da capo come se nulla fosse stato!
Appunto: GRAZIA E MISERICORDIA sono gli argini entro i quali scorre la vita del credente.
La risposta di Gesù è completamente inattesa, e con questo capitolo 15, chiamato il "vangelo del vangelo", Luca ci dice: la gioia di Dio sta nel trovare di perdonare un cuore sincero. Mai come qui ci si rivela le profondità del cuore di Dio Padre.
1) DIO ACCOGLIE TUTTI COME UN PADRE
Anzitutto Dio è un instancabile cercatore di ogni uomo, come "quel pastore che ha cento pecore e ne perde una: subito lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrovi". O come la donna che "ha 10 monete e ne perde una: accende la lucerna, spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova". Non uno dei peccatori gli è indifferente. Non si accontenta e compiace dei giusti: si preoccupa di chi manca, perché gli appartiene, perché ci tiene! "Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13). "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché ciascuno che crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Dice sant'Agostino che Dio ama ciascuno come se fosse l'unico. Nessuno deve sentirsi mai abbandonato da Dio, mai perduto: è Lui che prende l'iniziativa di cercarci e di seminare il nostro cammino di stimoli per il nostro ritorno."Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva!" (Ez 18,32).
E ritrovata la pecora smarrita, la moneta persa o il figlio che era morto...si fa festa! Anzi: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Quando si vede ritornare il figlio...il padre non capisce più niente dalla gioia: "Presto, portate qui il vestito più bello, mettetegli l'anello al dito, i calzari ai piedi; portate il vitello più grasso ..e facciamo festa!". Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti. Noi a Dio - mi insegnava un anziano e saggio biblista francese - non possiamo regalare nulla che già non abbia: è il padrone di tutto! Tranne una cosa: dargli la gioia di poterci perdonare. Scrive sant'Ambrogio: "Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra; o quando creò il mare e le piante; leggo che si è riposato quando creò l'uomo, perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare" (Exam.).
Ma si fa festa...per un peccatore pentito. Questo è un punto da chiarire. Dio si propone a tutti, Dio sollecita tutti, Dio è misericordioso verso tutti, ma verso tutti quelli che lo vogliono, quelli cioè che si aprono a lui con sincerità di cuore. Gesù non ha mai sottovalutato la gravità del peccato; la distinzione tra peccatori e giusti non è soppressa; ha sempre esigito conversione ed è radicale nelle esigenze per il Regno condannando il male senza ambiguità. Se qui si parla della misericordia, si parla anche di conversione, di un figlio ritrovato perché pentito. Anzi il messaggio dell'amore del Padre è proprio per dar confidenza al ritorno del peccatore. Troppo Iddio è rispettoso della nostra libertà e dignità, e quindi della nostra parte da fare nel processo della salvezza!
2) ANCHE NOI DOBBIAMO ACCOGLIERE TUTTI COME FRATELLI
E' iniziata l'epoca del perdono: non è più lecito mormorare. Alla svolta del Dio misericordioso deve seguire la svolta del cuore tollerante. L'atteggiamento del figlio maggiore che non accoglie l'altro come fratello e giudica la troppa bontà del padre, è stigmatizzata da Gesù nella finale della parabola. E' l'arroganza del "giusto" che non capisce più la preziosità del perdono e la generosa larghezza del cuore di Dio. E' sempre la pretesa del fariseo di "meritare" qualcosa davanti a Dio, e quindi di vantare pretese più degli altri!
Ma Dio non fa torto a nessuno: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Dice san Paolo: "Che hai tu che non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1Cor 4,7). Un giorno Gesù ebbe a dire a chi si lamentava della sua generosità: "Sei tu invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,15). Ciò che spinge Dio al perdono non è il merito del peccatore, ma la sua assoluta gratuità e promessa di salvezza: "In questo sta l'amore: non noi abbiamo amato Dio, ma lui ha amato noi; egli ci ha amato per primo" (1Gv 4,10.19).
Il fratello maggiore osserva la legge, ma manca dell'amore fraterno.
Ma proprio questo è il cuore della legge: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste" (Lc 6,36). La rabbia e la paura del giusto è che così vada tutto a rotoli! Ma Gesù è stato molto preciso nell'insegnamento di oggi: di fronte al padre, se al secondo è richiesto l'amore fraterno, al primo, il figlio minore, è richiesta conversione. Conversione e amore del prossimo sono allora i due pilastri portanti dell'ordine morale, le forze basilari che devono animare la nostra convivenza umana.
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In fondo la conversione è sull'idea che si ha di Dio: il figlio minore pensa di essere schiavo nella casa del padre, e parte alla ricerca di una felicità che poi si dimostrerà fasulla e deludente, ritornando al vecchio padre, unico portatore di vita autentica; il secondo ha del padre l'idea di un padrone da servire, cui avanzare le pretese per i propri atti di obbedienza e giustizia..! Ma Dio è altra cosa: è puro dono gratuito, è benevolenza anzitutto; e quando ha dato tutto e si vede anche rifiutato... diviene anche perdono, misericordia, è capace di un super-dono che ci sa rendere nuovi e ci fa incominciare da capo come se nulla fosse stato!
Appunto: GRAZIA E MISERICORDIA sono gli argini entro i quali scorre la vita del credente.
Un Padre che ama, malgrado tutto. don Bruno Maggioni
Il tema centrale della parabola è l'amore del padre. A lui non interessa che il figlio gli abbia dissipato il patrimonio. Ciò che lo addolora è che il figlio sia lontano, a disagio. E quando ritorna non bada neppure alle sue parole («Trattami come uno dei tuoi servi»): l'importante è che il figlio abbia capito e sia tornato. Ecco il motivo della sua gioia: «Questo mio figlio era morto ed è tornano in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Questo è il volto del vero Dio, un volto molto diverso da come scribi e farisei supponevano, e come giusti e benpensanti alle volte continuano a supporre.
Se invece prendiamo in considerazione la figura del figlio minore, allora ci accorgiamo che il suo peccato non è semplicemente consistito nel fatto che abbia chiesto la sua parte di eredità e l'abbia poi dissipata, lontano da casa, in una vita libertina. Questo comportamento non è che la conseguenza di una convinzione che gli si era radicata nell'animo, e cioè la convinzione che la casa fosse una prigione, la presenza del padre ingombrante e mortificante, e l'allontanamento da casa una libertà. Questo è il vero peccato del figlio minore. Il suo ritorno a casa – motivato all'inizio dal disagio («io qui muoio di fame») – trova il suo culmine non nel proposito di lavorare come un salariato per riparare il danno (anzi questo mostra che il figlio non ha capito ancora né la profondità dell'amore del padre né la profondità del suo peccato), ma semplicemente nell'aver capito che in casa si sta meglio e che fuori si sta peggio. Questo infatti è quello che voleva il padre. Null'altro. La conversione è un ritorno. Non è un prezzo da pagare – non sta lì il nocciolo della questione – ma una mentalità da cambiare.
A questo punto dobbiamo rileggere una terza volta la parabola dal punto di vista del figlio maggiore. Anziché condividere la gioia del padre, ne prova invidia. Come gli scribi e i farisei che mormorano contro Gesù, anch'egli pensa che il peccato sia consistito nel dilapidare le sostanze, non invece nel fatto di essersi allontanato da casa. E si capisce che anch'egli ragiona come il figlio minore. Infatti è rimasto in casa, ma convinto che lo stare in casa sia faticoso, sia un sacrificio, convinto anch'egli che fuori si sta meglio. È un figlio fedele, ma con l'animo del servo, incapace nel profondo di condividere la gioia del padre, perché non vede nel fratello che si è allontanato un povero da salvare, ma semmai un fortunato da punire. Non si sente figlio, grato e gioioso di essere in casa, già premiato per il fatto di essere in casa.
Questo è il volto del vero Dio, un volto molto diverso da come scribi e farisei supponevano, e come giusti e benpensanti alle volte continuano a supporre.
Se invece prendiamo in considerazione la figura del figlio minore, allora ci accorgiamo che il suo peccato non è semplicemente consistito nel fatto che abbia chiesto la sua parte di eredità e l'abbia poi dissipata, lontano da casa, in una vita libertina. Questo comportamento non è che la conseguenza di una convinzione che gli si era radicata nell'animo, e cioè la convinzione che la casa fosse una prigione, la presenza del padre ingombrante e mortificante, e l'allontanamento da casa una libertà. Questo è il vero peccato del figlio minore. Il suo ritorno a casa – motivato all'inizio dal disagio («io qui muoio di fame») – trova il suo culmine non nel proposito di lavorare come un salariato per riparare il danno (anzi questo mostra che il figlio non ha capito ancora né la profondità dell'amore del padre né la profondità del suo peccato), ma semplicemente nell'aver capito che in casa si sta meglio e che fuori si sta peggio. Questo infatti è quello che voleva il padre. Null'altro. La conversione è un ritorno. Non è un prezzo da pagare – non sta lì il nocciolo della questione – ma una mentalità da cambiare.
A questo punto dobbiamo rileggere una terza volta la parabola dal punto di vista del figlio maggiore. Anziché condividere la gioia del padre, ne prova invidia. Come gli scribi e i farisei che mormorano contro Gesù, anch'egli pensa che il peccato sia consistito nel dilapidare le sostanze, non invece nel fatto di essersi allontanato da casa. E si capisce che anch'egli ragiona come il figlio minore. Infatti è rimasto in casa, ma convinto che lo stare in casa sia faticoso, sia un sacrificio, convinto anch'egli che fuori si sta meglio. È un figlio fedele, ma con l'animo del servo, incapace nel profondo di condividere la gioia del padre, perché non vede nel fratello che si è allontanato un povero da salvare, ma semmai un fortunato da punire. Non si sente figlio, grato e gioioso di essere in casa, già premiato per il fatto di essere in casa.
Nessun profeta è bene accetto in patria. don Romeo Maggioni
Gesù si è presentato ufficialmente come Messia a Nazaret, ed ecco le reazioni, dei suoi compaesani, ma in sostanza di tutto Israele, e forse di tanti uomini di sempre: ad un primo entusiasmo succede una contestazione e poi un rifiuto; fino al tentativo di ucciderlo. "Dio è morto" ha già gridato Nietzsche un po' di tempo fa!
Ma il vangelo non si ferma: in sostituzione di chi lo rifiuta, è dato spazio ad altri, capaci di accoglierlo e di divenirne credenti, appunto i pagani rispetto ai giudei.
1) IL RIFIUTO
Quello del rifiuto è un dramma permanente, e pur sempre inspiegabile. Adamo aveva tutto - tranne un alberello! -, non gli mancava niente, e non si è fidato di Dio. Qui a Nazaret la gente accoglie con entusiasmo "le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca", sente cioè che sono verità, intuisce che è qualcosa di grande e bello questo mistero di un Dio che si china sull'uomo per salvarlo; eppure dubita, contesta, rifiuta, lo vuole morto. Anche oggi basta vedere un telegiornale: la Chiesa parla a nome di Dio, si sente sinceramente che dice cose vere, giuste, che esprimono i valori più profondamente umani, e la si contesta, la si fa tacere, la si vuole morta! "Verrà giorno - scrive san Paolo - in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole" (2Tm 4,3-4).
Allora, perché il rifiuto? "Non è il figlio di Giuseppe?", dicevano quelli di Nazaret. Non è uno di noi, uno qualunque? Chi pretende di essere! Certo, la mediazione umana fa problema, il fatto che Dio s'incarni in un uomo, in una Chiesa, entro una storia fatta anche di debolezze e tradimenti sconcerta, suscita difficoltà e reazioni. Ma è scelta di Dio quella dell'incarnazione. A ben pensarci però si trovano alla fine molte più ragioni positive di questo farsi vicino di Dio che non pericoli. Oppure il rifiuto è di un Dio che non è proprio secondo sempre nostri schemi e voglie. "Quanto abbiamo udito accadere a Cafarnao, fallo anche qui". Cercano miracoli quelli di Nazaret, cercano un Dio a proprio immediato comodo e interesse.
Ma Dio non si può catturare, Dio non lo si può piegare alle proprie misure; come non si può piegare la Chiesa al mondo, alle sue vedute, che segua i sondaggi d'opinione, che divenga più accomodante. Troppo più grande è il sogno di Dio sull'uomo, troppo più che umano, troppo più esaltante ed esigente perché l'uomo non vi arricci il naso e dica.. mi accontento di meno! E' tutto qui il dissapore nei confronti di Dio, nel "troppo" che Egli ci offre fino a volerci "simili a Lui". "Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci propone le eterne praterie del cielo".
Alla fine però in sostanza è rifiuto di un Dio che sta sopra di noi. E' inutile cercare altrove: il cuore del peccato è solo qui, nel rifiuto di Dio semplicemente, nel rifiuto di una verità superiore, nel rifiuto di accettare una dipendenza comunque da un Altro. Il peccato di Adamo è quello di voler fare da sé, di voler essere da sé, di farsi lui Dio, conoscitore del bene e del male, cioè unico arbitro di sé e del mondo. La tentazione è sempre quella: di autosufficienza, di soggettivismo, di autodeificazione. Oggi si usano tante parole inutili e bugiarde come pluralismo, libertà d'opinione, tolleranza, rispetto della coscienza..., ma in sostanza è rifiuto di una ricerca e di un confronto con una verità che ci precede, ci determina, ci giudica.
2) IL DONO DATO AD ALTRI
Ma Dio non si ferma. Né qui a Nazaret, dove Gesù "passando in mezzo a loro, se ne andò"; né a Gerusalemme, quando fu messo in croce, perché dopo tre giorni risuscitò iniziando tra noi una presenza e una azione ben più efficace e universale. "La pietra che i costruttori hanno scartato, è diventata testata d'angolo" (Lc 20,17): Dio non è fermato dall'uomo, prosegue la sua opera con chi ci sta. "Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare" (Mt 21,43). Così del resto, conclude Gesù, era già capitato ad Elia e ad Eliseo di trovare fuori più accoglienza e fede al loro operare che non in Israele.
Ecco il punto: la fede. Nel passo parallelo di Marco è scritto che Gesù "si meravigliava della loro incredulità". Gesù ha contrapposto spesso l'incredulità dei Giudei alla fede genuina di alcuni pagani: è il caso del centurione di Cafarnao, della donna cananea di Tiro, dell'unico lebbroso tornato a ringraziare per la guarigione, ed era samaritano. Non conta essere del giro, non serve avere il nome scritto nel registro di battesimo, o anche avere qualche abitudine di preghiera: ci vuole la fede, cioè l'accoglienza di Gesù come Signore e Salvatore, e saperci fidare di Lui anche quando ci si presenta con un volto e una esigenza diversa da quello che immediatamente vogliamo noi. Anche quando la fedeltà a lui implica prove, persecuzioni e un dover andare controcorrente.
Geremia - richiamatoci dalla prima lettura - è uno che ha resistito andando controcorrente.
Ma proprio qui è messo in evidenza che tale fedeltà non è opera sua ma forza che gli deriva da Dio: "Non spaventarti: ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo; ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti". La nostra capacità di fede e resistenza viene da Dio. Dio si dona, e dona anche di saper accettare il suo dono. La fede è dono, non nostro merito e conquista. Per questo ci rende umili dinanzi a Dio, senza pretese, con la costante preoccupazione della preghiera per ottenere tale dono e perseveranza; e ci rende umili anche davanti agli uomini, impedendoci di giudicare alcuno essendo noi credenti per puro regalo di Dio.
******
Ecco, proprio una fede rispettosa di tutti è la fede giusta, che oggi Paolo ci richiama nella seconda lettura. "Se anche possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla". Solo una fede umile, che s'arrende a Dio, è poi capace di non prevaricare sull'uomo.
L'atteggiamento opposto è quello dell'uomo che pretende di farsi lui un Dio, che rifiuta Dio con l'incredulità supponente e autosufficiente: questa sfocia immediatamente nella prevaricazione, nella violenza, nell'oppressione dell'uomo. Solo la fede fonda l'autentica fraternità. S'è ormai da tempo costatato che "la morte di Dio" genera inesorabilmente "la morte dell'uomo"!
Ma il vangelo non si ferma: in sostituzione di chi lo rifiuta, è dato spazio ad altri, capaci di accoglierlo e di divenirne credenti, appunto i pagani rispetto ai giudei.
1) IL RIFIUTO
Quello del rifiuto è un dramma permanente, e pur sempre inspiegabile. Adamo aveva tutto - tranne un alberello! -, non gli mancava niente, e non si è fidato di Dio. Qui a Nazaret la gente accoglie con entusiasmo "le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca", sente cioè che sono verità, intuisce che è qualcosa di grande e bello questo mistero di un Dio che si china sull'uomo per salvarlo; eppure dubita, contesta, rifiuta, lo vuole morto. Anche oggi basta vedere un telegiornale: la Chiesa parla a nome di Dio, si sente sinceramente che dice cose vere, giuste, che esprimono i valori più profondamente umani, e la si contesta, la si fa tacere, la si vuole morta! "Verrà giorno - scrive san Paolo - in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole" (2Tm 4,3-4).
Allora, perché il rifiuto? "Non è il figlio di Giuseppe?", dicevano quelli di Nazaret. Non è uno di noi, uno qualunque? Chi pretende di essere! Certo, la mediazione umana fa problema, il fatto che Dio s'incarni in un uomo, in una Chiesa, entro una storia fatta anche di debolezze e tradimenti sconcerta, suscita difficoltà e reazioni. Ma è scelta di Dio quella dell'incarnazione. A ben pensarci però si trovano alla fine molte più ragioni positive di questo farsi vicino di Dio che non pericoli. Oppure il rifiuto è di un Dio che non è proprio secondo sempre nostri schemi e voglie. "Quanto abbiamo udito accadere a Cafarnao, fallo anche qui". Cercano miracoli quelli di Nazaret, cercano un Dio a proprio immediato comodo e interesse.
Ma Dio non si può catturare, Dio non lo si può piegare alle proprie misure; come non si può piegare la Chiesa al mondo, alle sue vedute, che segua i sondaggi d'opinione, che divenga più accomodante. Troppo più grande è il sogno di Dio sull'uomo, troppo più che umano, troppo più esaltante ed esigente perché l'uomo non vi arricci il naso e dica.. mi accontento di meno! E' tutto qui il dissapore nei confronti di Dio, nel "troppo" che Egli ci offre fino a volerci "simili a Lui". "Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci propone le eterne praterie del cielo".
Alla fine però in sostanza è rifiuto di un Dio che sta sopra di noi. E' inutile cercare altrove: il cuore del peccato è solo qui, nel rifiuto di Dio semplicemente, nel rifiuto di una verità superiore, nel rifiuto di accettare una dipendenza comunque da un Altro. Il peccato di Adamo è quello di voler fare da sé, di voler essere da sé, di farsi lui Dio, conoscitore del bene e del male, cioè unico arbitro di sé e del mondo. La tentazione è sempre quella: di autosufficienza, di soggettivismo, di autodeificazione. Oggi si usano tante parole inutili e bugiarde come pluralismo, libertà d'opinione, tolleranza, rispetto della coscienza..., ma in sostanza è rifiuto di una ricerca e di un confronto con una verità che ci precede, ci determina, ci giudica.
2) IL DONO DATO AD ALTRI
Ma Dio non si ferma. Né qui a Nazaret, dove Gesù "passando in mezzo a loro, se ne andò"; né a Gerusalemme, quando fu messo in croce, perché dopo tre giorni risuscitò iniziando tra noi una presenza e una azione ben più efficace e universale. "La pietra che i costruttori hanno scartato, è diventata testata d'angolo" (Lc 20,17): Dio non è fermato dall'uomo, prosegue la sua opera con chi ci sta. "Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare" (Mt 21,43). Così del resto, conclude Gesù, era già capitato ad Elia e ad Eliseo di trovare fuori più accoglienza e fede al loro operare che non in Israele.
Ecco il punto: la fede. Nel passo parallelo di Marco è scritto che Gesù "si meravigliava della loro incredulità". Gesù ha contrapposto spesso l'incredulità dei Giudei alla fede genuina di alcuni pagani: è il caso del centurione di Cafarnao, della donna cananea di Tiro, dell'unico lebbroso tornato a ringraziare per la guarigione, ed era samaritano. Non conta essere del giro, non serve avere il nome scritto nel registro di battesimo, o anche avere qualche abitudine di preghiera: ci vuole la fede, cioè l'accoglienza di Gesù come Signore e Salvatore, e saperci fidare di Lui anche quando ci si presenta con un volto e una esigenza diversa da quello che immediatamente vogliamo noi. Anche quando la fedeltà a lui implica prove, persecuzioni e un dover andare controcorrente.
Geremia - richiamatoci dalla prima lettura - è uno che ha resistito andando controcorrente.
Ma proprio qui è messo in evidenza che tale fedeltà non è opera sua ma forza che gli deriva da Dio: "Non spaventarti: ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo; ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti". La nostra capacità di fede e resistenza viene da Dio. Dio si dona, e dona anche di saper accettare il suo dono. La fede è dono, non nostro merito e conquista. Per questo ci rende umili dinanzi a Dio, senza pretese, con la costante preoccupazione della preghiera per ottenere tale dono e perseveranza; e ci rende umili anche davanti agli uomini, impedendoci di giudicare alcuno essendo noi credenti per puro regalo di Dio.
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Ecco, proprio una fede rispettosa di tutti è la fede giusta, che oggi Paolo ci richiama nella seconda lettura. "Se anche possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla". Solo una fede umile, che s'arrende a Dio, è poi capace di non prevaricare sull'uomo.
L'atteggiamento opposto è quello dell'uomo che pretende di farsi lui un Dio, che rifiuta Dio con l'incredulità supponente e autosufficiente: questa sfocia immediatamente nella prevaricazione, nella violenza, nell'oppressione dell'uomo. Solo la fede fonda l'autentica fraternità. S'è ormai da tempo costatato che "la morte di Dio" genera inesorabilmente "la morte dell'uomo"!
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ANNO C,
IV Domenica del Tempo Ordinario,
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Tempo Ordinario
La divinità di Gesù è universale. don Bruno Maggioni
Luca apre il suo racconto del ministero pubblico di Gesù registrando un rifiuto.
Intelligentemente, però, non si limita a porre subito il lettore di fronte al nodo cruciale della vita di Gesù, ma si premura di offrirgli nel contempo due indicazioni che avviano a una sua corretta interpretazione. La prima: «Nessun profeta è ben accolto in patria». Il rifiuto che ora Gesù incontra a Nazareth, e che più tardi incontrerà nel suo popolo, non deve essere visto come un fatto isolato: è già accaduto prima e continuerà ad accadere dopo. Né un fatto isolato né puramente un fatto del passato, ma un fatto contemporaneo a ogni generazione. La constatazione storica che il popolo ebraico ha rifiutato il suo Messia dopo averlo a lungo atteso suscita in molti imbarazzo e scandalo. Ma non è il caso, sembra dire il Vangelo: è la sorte normale dei profeti, alla quale il Cristo stesso – il più grande di tutti i profeti – non ha voluto sottrarsi. La Croce non è da imputare alla particolare malvagità di quella generazione o di quei giudei, ma piuttosto a quella comune durezza di cuore, che si incontra dappertutto: proprio quella cecità, o indifferenza, di cui noi siamo spesso i primi rappresentanti.
E la seconda indicazione: «Gesù, però, passando in mezzo a loro, se ne andò». Gesù non fugge, ma si allontana con sovrana libertà («passando in mezzo a loro»). È come un simbolo, quasi un anticipo della futura risurrezione. Non è l'opposizione degli uomini la carta vincente. L'opposizione degli abitanti di Nazareth non è riuscita ad arrestare la storia di Gesù, come non riusciranno – più tardi – i suoi crocifissori. I profeti uccisi sono più vivi che mai, e il Messia crocifisso è risorto.
Dopo la meraviglia iniziale («Tutti erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca»), un netto rifiuto. Come si spiega questo brusco passaggio dall'ammirazione al rifiuto?
Per Luca la ragione è detta nelle parole dei nazaretani: «Quanto abbiamo udito che accade a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria». Gesù delude il suo paese, perché ha compiuto i miracoli altrove. I suoi compaesani avrebbero voluto che Egli facesse i miracoli lì, nella sua patria. Ma Gesù è universale e la sua patria è il mondo. Non permette che il divino presente in lui diventi un fatto locale, una storia di parte, e non intende rendersi disponibile per il vantaggio di alcuni.
Intelligentemente, però, non si limita a porre subito il lettore di fronte al nodo cruciale della vita di Gesù, ma si premura di offrirgli nel contempo due indicazioni che avviano a una sua corretta interpretazione. La prima: «Nessun profeta è ben accolto in patria». Il rifiuto che ora Gesù incontra a Nazareth, e che più tardi incontrerà nel suo popolo, non deve essere visto come un fatto isolato: è già accaduto prima e continuerà ad accadere dopo. Né un fatto isolato né puramente un fatto del passato, ma un fatto contemporaneo a ogni generazione. La constatazione storica che il popolo ebraico ha rifiutato il suo Messia dopo averlo a lungo atteso suscita in molti imbarazzo e scandalo. Ma non è il caso, sembra dire il Vangelo: è la sorte normale dei profeti, alla quale il Cristo stesso – il più grande di tutti i profeti – non ha voluto sottrarsi. La Croce non è da imputare alla particolare malvagità di quella generazione o di quei giudei, ma piuttosto a quella comune durezza di cuore, che si incontra dappertutto: proprio quella cecità, o indifferenza, di cui noi siamo spesso i primi rappresentanti.
E la seconda indicazione: «Gesù, però, passando in mezzo a loro, se ne andò». Gesù non fugge, ma si allontana con sovrana libertà («passando in mezzo a loro»). È come un simbolo, quasi un anticipo della futura risurrezione. Non è l'opposizione degli uomini la carta vincente. L'opposizione degli abitanti di Nazareth non è riuscita ad arrestare la storia di Gesù, come non riusciranno – più tardi – i suoi crocifissori. I profeti uccisi sono più vivi che mai, e il Messia crocifisso è risorto.
Dopo la meraviglia iniziale («Tutti erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca»), un netto rifiuto. Come si spiega questo brusco passaggio dall'ammirazione al rifiuto?
Per Luca la ragione è detta nelle parole dei nazaretani: «Quanto abbiamo udito che accade a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria». Gesù delude il suo paese, perché ha compiuto i miracoli altrove. I suoi compaesani avrebbero voluto che Egli facesse i miracoli lì, nella sua patria. Ma Gesù è universale e la sua patria è il mondo. Non permette che il divino presente in lui diventi un fatto locale, una storia di parte, e non intende rendersi disponibile per il vantaggio di alcuni.
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Un evento che stravolge l’oggi. don Bruno Maggioni
A differenza di Matteo e Marco, Luca colloca l'episodio di Nazareth e il discorso nella sinagoga all'inizio dell'attività di Gesù: ne fa un discorso inaugurale e programmatico, e lo utilizza come sommario che fa da apertura all'attività pubblica del Messia.
Gesù legge il passo di Isaia 61,1-2, ma lo modifica in parte, evidentemente in vista dei propri interessi. Tralascia «guarire i cuori contriti» (presente in Is 61,1) e introduce (citando Is 58,6) l'espressione «dare la libertà agli oppressi»; a proposito di Is 61,2 tralascia l'espressione «un giorno di vendetta per il nostro Dio» (espressione che limiterebbe il significato universale del brano). Con questi ritocchi Gesù fa del testo profetico un testo in cui si accentua l'opera di liberazione e l'universalità di questa liberazione.
La chiave del brano è il commento che Gesù fa al testo di Isaia: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi». Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano gli abituali predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l'attenzione sull'evento che lo compie: la sua venuta, appunto. L'attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore. È questo il punto centrale: la venuta di Gesù. Con la sua venuta l'attesa del profeta è compiuta. In tal modo Gesù si proclama Messia ed esprime la propria missione ricorrendo alle parole del profeta: si identifica con la sua attesa, ma si distacca quando dichiara che è compiuta oggi. L'oggi è la novità di Gesù. L'oggi è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26; 13,22-23; 19,5; 23,43): indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L'oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della Chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento, e il nostro tempo è l'oggi di Dio. Gli ebrei attendevano nel futuro il tempo adatto alla trasformazione: per il cristiano il Messia, che rende possibile il mondo nuovo, è già venuto.
La missione di Gesù è particolarmente in direzione dei poveri e degli oppressi. La citazione di Isaia è in proposito chiarissima. Gesù rivolge la «lieta notizia» agli oppressi, agli sfortunati, a tutti quegli uomini che, in altre parole, ne hanno bisogno, più sfortunati degli altri, emarginati. Potremmo riformulare la lieta notizia di Gesù in questi termini: Dio ama ogni uomo, senza differenze, dunque ogni uomo conta, ogni uomo è prezioso. Non ci sono di fronte a Dio emarginati, anzi gli ultimi sono per lui i primi. Una notizia, questa, che rende di colpo ingiustificate tutte le emarginazioni che noi costruiamo di continuo, e che dà ai poveri e agli esclusi una dignità capace di scuoterli, capace di infondere dignità e speranza.
Gesù legge il passo di Isaia 61,1-2, ma lo modifica in parte, evidentemente in vista dei propri interessi. Tralascia «guarire i cuori contriti» (presente in Is 61,1) e introduce (citando Is 58,6) l'espressione «dare la libertà agli oppressi»; a proposito di Is 61,2 tralascia l'espressione «un giorno di vendetta per il nostro Dio» (espressione che limiterebbe il significato universale del brano). Con questi ritocchi Gesù fa del testo profetico un testo in cui si accentua l'opera di liberazione e l'universalità di questa liberazione.
La chiave del brano è il commento che Gesù fa al testo di Isaia: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi». Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano gli abituali predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l'attenzione sull'evento che lo compie: la sua venuta, appunto. L'attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore. È questo il punto centrale: la venuta di Gesù. Con la sua venuta l'attesa del profeta è compiuta. In tal modo Gesù si proclama Messia ed esprime la propria missione ricorrendo alle parole del profeta: si identifica con la sua attesa, ma si distacca quando dichiara che è compiuta oggi. L'oggi è la novità di Gesù. L'oggi è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26; 13,22-23; 19,5; 23,43): indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L'oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della Chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento, e il nostro tempo è l'oggi di Dio. Gli ebrei attendevano nel futuro il tempo adatto alla trasformazione: per il cristiano il Messia, che rende possibile il mondo nuovo, è già venuto.
La missione di Gesù è particolarmente in direzione dei poveri e degli oppressi. La citazione di Isaia è in proposito chiarissima. Gesù rivolge la «lieta notizia» agli oppressi, agli sfortunati, a tutti quegli uomini che, in altre parole, ne hanno bisogno, più sfortunati degli altri, emarginati. Potremmo riformulare la lieta notizia di Gesù in questi termini: Dio ama ogni uomo, senza differenze, dunque ogni uomo conta, ogni uomo è prezioso. Non ci sono di fronte a Dio emarginati, anzi gli ultimi sono per lui i primi. Una notizia, questa, che rende di colpo ingiustificate tutte le emarginazioni che noi costruiamo di continuo, e che dà ai poveri e agli esclusi una dignità capace di scuoterli, capace di infondere dignità e speranza.
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III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C),
Maggioni
Chiamò a sé i dodici

COMMENTO di don Romeo Maggioni - tratto dal sito Giubileo 2000
Dopo l’annuncio del Regno, dopo i primi segni che attestano la premura di Dio verso anche i più lontani, ecco ora il primo strutturarsi di questo Regno, con la scelta dei Dodici e la loro missione.Non è un inizio, ma una ripresa. Il popolo di Dio era nato al Sinai, dove il Signore aveva sognato di fare di Israele “una sua proprietà particolare tra tutti i popoli, un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Ma questo era venuto meno, e ora Gesù si trova davanti un popolo disperso: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore”, senza Dio.
“Allora disse: la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”. Perciò costituisce il nuovo Israele su dodici nuovi fondamenti: i dodici apostoli con a capo Pietro; continuazione e superamento del popolo delle dodici antiche tribù. Fonda la sua Chiesa.
1) L’INIZIATIVA DI DIO
Nell’antico Israele si dice che l’iniziativa è tutta di Dio: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me” (I lett.). Nel nuovo Israele è “il Signore della messe che manda operai nella sua messe”. Gesù ora chiama e dà ai Dodici “il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e di guarire ogni malattia e ogni infermità”. Comunica loro gli stessi suoi poteri messianici e ne fa come il suo prolungamento: “Predicate, dicendo che il Regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demoni”. Agiscono non per loro capacità, ma per dono e delega divina: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Del resto, san Paolo afferma che la salvezza ci è data nel segno di una gratuità che sorpassa ogni nostro merito e persino attesa. “Fratelli, quando eravamo ancora deboli, Cristo morì per gli empi”. Se è fuori della nostra logica voler bene a dei nemici, “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”; “quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo”. La Chiesa, la comunità dei salvati, si fonda proprio su quel gesto di Cristo che, attualizzato nel segno sacramentale dell’Eucaristia, viene rinnovato dagli Apostoli: “Fate questo in memoria di me”. E’ il contenuto e la forza della missione apostolica.
Il risultato sarà di poter realizzare finalmente quel popolo di Dio sognato da lontano (appunto fin dal tempo di Mosè). Dopo un po’ di anni di ministero, Pietro potrà dire dei suoi: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia” (1Pt 2,9-10). Tra loro c’erano già dei pagani venuti alla fede, ma anche molti di quei primi ai quali i Dodici erano stati inviati come primizia: “alle pecore perdute della casa di Israele”.
2) LA MEDIAZIONE APOSTOLICA
All’iniziativa di Dio, attuata da Cristo, segue oggi la mediazione degli Apostoli. La Chiesa è questo edificio che ci raccoglie tutti come famiglia di Dio: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). Nel “Credo” professiamo la Chiesa “apostolica”, perché per tramite loro e dei loro successori (il Papa e i Vescovi), noi abbiamo accesso diretto al fondamento che è Cristo. E per mezzo suo abbiamo accesso al Padre: "Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato" (Mt 10,40). Dirà san Cipriano: “Nessuno può avere Dio per Padre se non ha la Chiesa per madre”.
Agli apostoli, è stato detto: “Predicate...”. A loro è stato conferito il dono dello Spirito, per il quale vengono rimessi i peccati. A Pietro e a tutti i Dodici è stato dato il potere delle chiavi per guidare e difendere la Chiesa contro ogni assalto nemico. A loro Gesù disse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino a quando questo tempo sarà compiuto” (Mt 28,20). Il pacchetto del “Sacro” che santifica gli uomini, è stato affidato alle loro mani. Tramite il loro servizio s’incarna e si prolunga nel tempo l’opera di Cristo. “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10,16). Non c’è soggettivismo religioso che tenga di fronte ad una storicizzazione e oggettivazione dell’opera di Cristo che passa attraverso uomini e istituzioni. Non è serio e logico dire: "Cristo sì, la Chiesa no"!
Scelta, quella di Gesù, anche discutibile. “I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, ...”. In quest’elenco non c’è gente che brilli per prestigio umano, anzi. La loro origine è modesta, modestissima anche moralmente per alcuni, se Matteo era un pubblicano, cioè uno strozzino delle tasse; Simone uno zelota, cioè un 'terrorista' politico. Modesti anche per fedeltà ed esemplarità: Pietro lo rinnegò, Giuda lo tradì, gli altri fuggirono al momento della prova. “Ma ciò che nel mondo è debole, Dio lo ha scelto per confondere i forti; ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato, e ciò che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-29). Non per creare ostacoli, ma perché nella debolezza di questi si riveli la potenza di Dio, perché si comprenda che la Chiesa e la salvezza sono solo opera di Dio.
******
Ritorniamo a Gesù che si gettò nella sua missione perché “vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore”.
La situazione dell’uomo di oggi non suscita minor compassione. Chi sa guardare con l’occhio dell’eterno, ha compassione del trionfo dell’effimero. Chi esige la verità, non sopporta più lo stordimento delle opinioni. Chi crede alla libertà, ha orrore dell’impero della manipolazione televisiva. L’uomo più attento invoca un aiuto e una salvezza. Attorno alla Chiesa si va raccogliendo più udienza e attesa; oggi forse soltanto di valori umani (che sono però già parte del vangelo!), e domani certamente anche dello specifico soprannaturale, quando gli uomini maturano di più in umanità.
Le prospettive del futuro sono ottimistiche. La messe è molta. Preghiamo il Signore della messe che mandi sempre più operai nella sua messe!
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XI Tempo Ordinario A
don Romeo Maggioni. Si staccò da loro e fu portato verso il cielo
Un giorno Gesù ebbe a dire: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre" (Gv 16,28). Questo è il senso del fatto descrittoci da Luca in termini spaziali: Gesù con la sua risurrezione entra in un modo pieno nella sfera di Dio; e, proprio da lì, con la sua umanità entra in nuovi rapporti di presenza e di azione con noi e la nostra storia.
L'ascensione segna il punto conclusivo della missione terrena di Gesù e quello iniziale della Chiesa.
Vediamo più specificamente cosa avviene per Lui e, di riflesso, che cosa rappresenta per noi questo passaggio importante di Gesù al Padre.
1) PER LUI
"Salì al cielo, siede alla destra del Padre", professiamo nel Credo. Quell'atto - attuato dal Padre che lo assume al cielo - costituisce la glorificazione di Gesù nell'istante stesso della sua risurrezione; la sua umanità è come rapita dentro la divinità e congiunta ad essa strettamente. Il Cristo risorto come uomo gode in modo infinito di tutta la capacità di relazioni che ormai come Dio può avere con tutti e ovunque. Esiste allora oggi un uomo, uno di noi, che per primo dispone, a nostro favore, della sua umanità secondo misure e possibilità totalmente "spirituali", cioè divine, così che ormai c'è coincidenza perfetta tra la signoria del Padre e quella di Cristo. Anzi, più propriamente, ora il Padre esercita la sua signoria sul mondo mediante Gesù Cristo; per questo è proclamato: Signore!
Entrato nel cielo, che cosa fa Gesù per noi? Ce ne parla oggi la seconda lettura: là Gesù esercita la sua funzione di Sacerdote in nostro favore.
Anzitutto col presentare al Padre il sacrificio di riconciliazione offerto sulla croce "una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti". E' per questa strada che noi abbiamo accesso al Padre ora: "per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso la sua carne", anche noi "abbiamo fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù". E poi, davanti a Dio intercede in nostro favore come sommo sacerdote ascoltato: "avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero in pienezza di fede". Siamo così sicuri della nostra salvezza: "Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso".
Ed è da lì, dal cielo, che ora Gesù manda il suo Spirito, come il suo modo nuovo di operare in mezzo a noi."Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, di essere cioè battezzati in Spirito santo, fra non molti giorni". "Avrete così forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni". E' il tempo della Chiesa, della testimonianza "fino agli estremi confini della terra" di quel Gesù che un giorno "tornerà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo". La Chiesa è nata appunto come comunità di Gesù raccolta a far memoria di lui salito al cielo, rafforzata dalla discesa del Spirito santo, e che vive nella speranza del ritorno glorioso di Lui come giudice.
2) PER NOI
Per noi oggi è giorno di grande speranza: un uomo, con il suo corpo, non solo è ritornato in vita, ma ha raggiunto quella pienezza di vita divina ed eterna che Dio aveva promesso fin dalla creazione del mondo per ogni uomo, di farlo cioè "simile a Lui". Così ci fa dire oggi il prefazio: "Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell'universo, non ci ha abbandonato nella povertà della nostra condizione umana, ma ci ha preceduto nella dimora eterna per darci la sicura speranza che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria". La promessa di Gesù è esplicita: "Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono" (Ap 3,21).
Dobbiamo tenere viva questa certezza dell'aldilà: è il tesoro più prezioso che abbiamo. Diceva san Paolo:"Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1Cor 15,19). Non si tratta di una idea generica di sopravvivenza qualunque, o solo dell'anima, ma di uno stato ben preciso di glorificazione, anche col corpo. Questo è il nostro paradiso. All'anelito dell'uomo alla sopravvivenza - oggi ricercato persino nell'idea di reincarnazione - Dio risponde con un fatto preciso, con un uomo che ha già raggiunto un traguardo preciso, primizia e immagine di quel che Dio attuerà per noi; di quello che, per secondo, ha già attuato in Maria con l'assunzione al cielo anche col suo corpo.
Il mandato di Gesù è: "mi sarete testimoni!". Ecco il nostro compito di oggi. Se siamo cristiani prima degli altri, se abbiamo avuto la fortuna di conoscere con chiarezza e certezza il nostro destino ultimo, non è perché siamo più belli degli altri o più bravi; il privilegio è per una missione. Il mondo aspetta questo annuncio, e noi credenti dobbiamo gridarlo con la vita. Come fa pena incontrare gente che viene in chiesa e che al momento d'una morte in casa si dispera "come coloro che non hanno speranza"! (1Tess 4,13). Il futuro, il domani non è più ignoto, non incute più paura; Cristo ci ha detto: "Io vado a preparavi un posto" (Gv 14,2).
Questo sguardo al cielo, non ci aliena dal mondo, ma ce ne dà il criterio giusto di valutazione. Quel bene che faccio, lo so iscritto per l'eternità; quello stesso mondo materiale che ordino al bene, è già parte di quel mondo definitivo cui il corpo stesso del Signore Gesù risorto appartiene. Guardare al cielo significa prendere ragione e forza per amare il mondo e gli uomini, destinati a divenire "cieli nuovi e terra nuova".
Anche le sofferenze sono riscattate, sapendo che "le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi" (Rm 8,18).
Raccogliamoci allora nel cenacolo anche noi questa settimana, con Maria, ad attendere il Dono dello Spirito perché sia lui a rendere viva la speranza di raggiungere quel posto che il Signore Gesù è andato a prepararci in cielo.
L'ascensione segna il punto conclusivo della missione terrena di Gesù e quello iniziale della Chiesa.
Vediamo più specificamente cosa avviene per Lui e, di riflesso, che cosa rappresenta per noi questo passaggio importante di Gesù al Padre.
1) PER LUI
"Salì al cielo, siede alla destra del Padre", professiamo nel Credo. Quell'atto - attuato dal Padre che lo assume al cielo - costituisce la glorificazione di Gesù nell'istante stesso della sua risurrezione; la sua umanità è come rapita dentro la divinità e congiunta ad essa strettamente. Il Cristo risorto come uomo gode in modo infinito di tutta la capacità di relazioni che ormai come Dio può avere con tutti e ovunque. Esiste allora oggi un uomo, uno di noi, che per primo dispone, a nostro favore, della sua umanità secondo misure e possibilità totalmente "spirituali", cioè divine, così che ormai c'è coincidenza perfetta tra la signoria del Padre e quella di Cristo. Anzi, più propriamente, ora il Padre esercita la sua signoria sul mondo mediante Gesù Cristo; per questo è proclamato: Signore!
Entrato nel cielo, che cosa fa Gesù per noi? Ce ne parla oggi la seconda lettura: là Gesù esercita la sua funzione di Sacerdote in nostro favore.
Anzitutto col presentare al Padre il sacrificio di riconciliazione offerto sulla croce "una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti". E' per questa strada che noi abbiamo accesso al Padre ora: "per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso la sua carne", anche noi "abbiamo fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù". E poi, davanti a Dio intercede in nostro favore come sommo sacerdote ascoltato: "avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero in pienezza di fede". Siamo così sicuri della nostra salvezza: "Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso".
Ed è da lì, dal cielo, che ora Gesù manda il suo Spirito, come il suo modo nuovo di operare in mezzo a noi."Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, di essere cioè battezzati in Spirito santo, fra non molti giorni". "Avrete così forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni". E' il tempo della Chiesa, della testimonianza "fino agli estremi confini della terra" di quel Gesù che un giorno "tornerà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo". La Chiesa è nata appunto come comunità di Gesù raccolta a far memoria di lui salito al cielo, rafforzata dalla discesa del Spirito santo, e che vive nella speranza del ritorno glorioso di Lui come giudice.
2) PER NOI
Per noi oggi è giorno di grande speranza: un uomo, con il suo corpo, non solo è ritornato in vita, ma ha raggiunto quella pienezza di vita divina ed eterna che Dio aveva promesso fin dalla creazione del mondo per ogni uomo, di farlo cioè "simile a Lui". Così ci fa dire oggi il prefazio: "Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell'universo, non ci ha abbandonato nella povertà della nostra condizione umana, ma ci ha preceduto nella dimora eterna per darci la sicura speranza che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria". La promessa di Gesù è esplicita: "Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono" (Ap 3,21).
Dobbiamo tenere viva questa certezza dell'aldilà: è il tesoro più prezioso che abbiamo. Diceva san Paolo:"Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1Cor 15,19). Non si tratta di una idea generica di sopravvivenza qualunque, o solo dell'anima, ma di uno stato ben preciso di glorificazione, anche col corpo. Questo è il nostro paradiso. All'anelito dell'uomo alla sopravvivenza - oggi ricercato persino nell'idea di reincarnazione - Dio risponde con un fatto preciso, con un uomo che ha già raggiunto un traguardo preciso, primizia e immagine di quel che Dio attuerà per noi; di quello che, per secondo, ha già attuato in Maria con l'assunzione al cielo anche col suo corpo.
Il mandato di Gesù è: "mi sarete testimoni!". Ecco il nostro compito di oggi. Se siamo cristiani prima degli altri, se abbiamo avuto la fortuna di conoscere con chiarezza e certezza il nostro destino ultimo, non è perché siamo più belli degli altri o più bravi; il privilegio è per una missione. Il mondo aspetta questo annuncio, e noi credenti dobbiamo gridarlo con la vita. Come fa pena incontrare gente che viene in chiesa e che al momento d'una morte in casa si dispera "come coloro che non hanno speranza"! (1Tess 4,13). Il futuro, il domani non è più ignoto, non incute più paura; Cristo ci ha detto: "Io vado a preparavi un posto" (Gv 14,2).
Questo sguardo al cielo, non ci aliena dal mondo, ma ce ne dà il criterio giusto di valutazione. Quel bene che faccio, lo so iscritto per l'eternità; quello stesso mondo materiale che ordino al bene, è già parte di quel mondo definitivo cui il corpo stesso del Signore Gesù risorto appartiene. Guardare al cielo significa prendere ragione e forza per amare il mondo e gli uomini, destinati a divenire "cieli nuovi e terra nuova".
Anche le sofferenze sono riscattate, sapendo che "le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi" (Rm 8,18).
Raccogliamoci allora nel cenacolo anche noi questa settimana, con Maria, ad attendere il Dono dello Spirito perché sia lui a rendere viva la speranza di raggiungere quel posto che il Signore Gesù è andato a prepararci in cielo.
don Romeo Maggioni. Lo riconobbero nello spezzare il pane

COMMENTO di don Romeo Maggioni - tratto dal sito Giubileo 2000
Il cammino dei discepoli di Emmaus è il nostro stesso cammino di fede, che trova difficoltà soprattutto quando arriva al nocciolo, cioè alla Croce.Quali sono le tappe da seguire per superare le difficoltà (o le delusioni) di fronte alla fede, per poter così giungere alla gioia dell'incontro con Cristo e quindi all'entusiasmo della missione?
1) IL NOCCIOLO DELLA CROCE
Certo la croce ha sconcertato i discepoli: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”. Avevano visto Gesù “profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo”, si erano fatti di Lui l’idea dell’inviato di un Dio finalmente vincitore sul male e sui malvagi, e magari liberatore anche politico... Invece “i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso”. Una vera delusione, questo Gesù! Capita sovente anche a noi, quando ci scontriamo con la Croce: col mistero della croce di Cristo, che sembra un gran fallimento; col mistero della nostra croce, che ci appare una prova, una disgrazia! Che cosa è la fede, a che serve, visto che i guai ci sono lo stesso? Non cambia nulla, né la vita né la storia! "Noi speravamo".
Tuttavia la croce non è l'ultima parola su Gesù. Dio lo ha risuscitato dai morti, come oggi testimonia Pietro: "Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte" (I lett. ), e con lui gli altri Apostoli: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Se è risorto è vivo, e quindi è tra noi, nostro contemporaneo, cammina sulla nostra stessa strada. “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro". - "Io sono con voi tutti i giorni, fino a quando questo tempo sarà compiuto" (Mt 28, 20) - Non vi lascerò orfani" (Gv 14, 18). Irriconoscibile all'occhio fisico, ma non a quello della fede: "Beati quelli che credono, pur senza aver visto! " (Gv 20, 29). Dei cristiani si dice: "Voi lo amate, pur senza averlo visto, e ora, senza vederlo, credete in lui" (1Pt 1, 8).
La risurrezione ha accreditato Gesù come Signore, ha svelato pienamente il senso della croce, che non è un incidente di percorso ("secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio" - I lett. ), ma il vertice, il cuore del Mistero del Dio con noi, appunto come nostro Salvatore. Dopo la risurrezione Gesù appare con la preoccupazione di far vedere i segni della sua passione e morte, quasi a dirci: Sono riapparso vivo per farvi capire il valore della mia morte; questo mi preme che voi riconosciate di me, e ne facciate memoria per sempre. Dio ha proprio scelto la croce per mostrare il suo Volto e il suo fare tra noi, perché non è un Dio che si impone con potenza, ma con l'amore, proprio di chi dà la vita in riscatto per noi: "Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati.., ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia" (II lett. ).
2) LE TAPPE PER INCONTRARLO
L'itinerario dei discepoli di Emmaus per incontrare e riconoscere Gesù vivo è segnato da tre tappe precise. Anzitutto Gesù "cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Egli disse loro: ‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’”. Questa "lectio biblica" scalda il cuore ai discepoli e illumina pienamente il disegno di Dio, incentrato appunto sulla Croce. E’ la Parola di Dio la lente d'ingrandimento che fa vedere fino in fondo il valore dell’evento pasquale e della morte di Gesù. I fatti della vita di Cristo non sono percepiti nel loro pieno valore se non quando sono letti sullo schermo più vasto di tutta la Rivelazione. Senza la Bibbia non si conosce il vero volto di Dio e il suo disegno. Al massimo si fanno chiacchiere umane, o informazioni culturali su di Lui; ma non portano alla fede.
"L'avevano riconosciuto nello spezzare il pane". Sta qui il luogo scelto da Cristo perché lo possiamo incontrare e riconoscere: il segno dell'Eucaristia. Nel segno della Croce si fa memoria della sua immolazione per noi e ce ne comunica il frutto salvifico. "Colui che mangia me vivrà per mezzo di me" (Gv 6, 57). Solo qui avviene - accade oggi e sempre - l’incontro salvifico di Cristo con noi: nella MESSA. Solo qui riusciamo a riconoscere Gesù come nostro salvatore e a incontrarlo vivo ed efficace per il nostro riscatto e rinnovamento.
Alla fine i due ritornano a Gerusalemme. Lì la loro esperienza di fede riceve la conferma di tutta la comunità cristiana. E' la Chiesa il luogo legittimo e pieno dove ricevere e alimentare la fede. Nella celebrazione comunitaria la piccola esperienza personale di fede trova conferma, verifica e rafforzamento. Solo chi sta legato alla Chiesa può avere la fede giusta per incontrare il Cristo che salva. Solo lì ci sono appunto la Parola, il Sacramento e la testimonianza dei fratelli che sostengono e fanno crescere la nostra consapevolezza di essere figli ed eredi di Dio e fratelli tra di noi. Con essa ne diventiamo testimoni di fronte al mondo.
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"Resta con noi, Signore, perché si fa sera". Sembra anche a noi a volte che la fede venga meno nel nostro mondo e nel nostro cuore. Una invocazione ci deve essere. Dio ci cerca, Dio si accompagna a noi, ma vuole che esprimiamo almeno il desiderio e la nostalgia di lui.
Ripetiamo anche noi nei momenti bui: Resta con noi che si fa sera, entra in casa nostra, nel nostro mondo. Donaci il tuo pane di vita e la gioia di sentirci chiamati alla risurrezione come tuoi amici e compagni. Ne diventeremo allora testimoni entusiasti.
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