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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, anno A




















Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore


Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della X Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Commenti al Vangelo della X Domenica del Tempo Ordinario (A)

Concordanze di Matteo 9, 9-13

Benedetto XVI: la vera religione, “l’amore di Dio e del prossimo”

Ratzinger - Benedetto XVI. Catechesi su San Matteo

Giovanni Paolo II. Gesù a mensa con i peccatori

Giovanni Paolo II Messaggio ai giovani per la XX GMG

Gnilka. Esegesi e commento di Mt 9, 9-13

San Beda il Venerabile. Omelia sulla vocazione di San Matteo

S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma

P. R. Cantalamessa. Dio vuole dall'uomo il sacrificio richiesto dal suo amore

Raniero Cantalamessa. Meditazione sulla vocazione

I RACCONTI DI VOCAZIONE E SEQUELA IN MATTEO

Matteo. Il previsto e l’imprevisto

Benedetto XVI: la vera religione, “l’amore di Dio e del prossimo”

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Parole introduttive all'Angelus


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita della preghiera mariana dell'Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro in Vaticano.





* * *

Cari fratelli e sorelle!

Al centro della liturgia della Parola di questa Domenica sta un’espressione del profeta Osea che Gesù riprende nel Vangelo: "Voglio l’amore e non il sacrificio, / la conoscenza di Dio più degli olocausti" (Os 6,6). Si tratta di una parola-chiave, una di quelle che ci introducono nel cuore della Sacra Scrittura. Il contesto, in cui Gesù la fa propria, è la vocazione di Matteo, di professione "pubblicano", vale a dire esattore delle tasse per conto dell’autorità imperiale romana: per ciò stesso, egli veniva considerato dai Giudei un pubblico peccatore. Chiamatolo proprio mentre era seduto al banco delle imposte – illustra bene questa scena un celeberrimo dipinto del Caravaggio –, Gesù si recò a casa di lui con i discepoli e si pose a mensa insieme con altri pubblicani. Ai farisei scandalizzati rispose: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,12-13). L’evangelista Matteo, sempre attento al legame tra l’Antico e il Nuovo Testamento, a questo punto pone sulle labbra di Gesù la profezia di Osea: "Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio".

E’ tale l’importanza di questa espressione del profeta che il Signore la cita nuovamente in un altro contesto, a proposito dell’osservanza del sabato (cfr Mt 12,1-8). Anche in questo caso Egli si assume la responsabilità dell’interpretazione del precetto, rivelandosi quale "Signore" delle stesse istituzioni legali. Rivolto ai farisei aggiunge: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa" (Mt 12,7). Dunque, in questo oracolo di Osea Gesù, Verbo fatto uomo, si è, per così dire, "ritrovato" pienamente; l’ha fatto proprio con tutto il suo cuore e l’ha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo. Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i Vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti.

Rivolgendoci ora alla Vergine Maria, domandiamo per sua intercessione di vivere sempre nella gioia dell’esperienza cristiana. Madre di Misericordia, la Madonna susciti in noi sentimenti di filiale abbandono nei confronti di Dio, che è misericordia infinita; ci aiuti a fare nostra la preghiera che sant’Agostino formula in un noto passo delle sue Confessioni: "Abbi pietà di me, Signore! Ecco, io non nascondo le mie ferite: tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero… Ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia" (X, 28.39; 29.40).


X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, anno A




















Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore


P. R. Cantalamessa. Dio vuole dall'uomo il sacrificio richiesto dal suo amore

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Misericordia io voglio e non sacrificio


C'è qualcosa di commovente nel Vangelo odierno. Matteo non ci narra ciò che Gesù disse o fece un giorno a qualcuno, ma quello che disse e fece personalmente per lui. È una pagina autobiografica, la storia dell'incontro con Cristo che cambiò la sua vita. "Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: Seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì".

L'episodio, però, non è riportato nei Vangeli per l'importanza personale che rivestiva per Matteo. L'interesse è dovuto a quello che segue il momento della chiamata. Matteo volle offrire "un grande banchetto nella sua casa", per congedarsi dai suoi ex colleghi di lavoro, "pubblicani e peccatori". Immancabile reazione dei farisei e risposta di Gesù: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio". Che significa questa frase del profeta Osea, ripresa da Cristo? Forse che è inutile ogni sacrificio e mortificazione e che basta amare perché tutto sia a posto? Di questo passo si può arrivare a rigettare tutto l'aspetto ascetico del cristianesimo, come residuo di una mentalità afflittiva o manichea, oggi superata.

Anzitutto c'è da notare un profondo cambiamento di prospettiva nel passaggio da Osea a Cristo. In Osea, il detto si riferisce all'uomo, a ciò che Dio vuole da lui. Dio vuole dall'uomo amore e conoscenza, non sacrifici esteriori e olocausti di animali. Sulla bocca di Gesù, il detto si riferisce invece a Dio. L'amore di cui si parla non è quello che Dio esige dall'uomo, ma quello che dà all'uomo. "Misericordia io voglio e non sacrificio", vuol dire: voglio usare misericordia, non condannare. Il suo equivalente biblico è la parola che si legge in Ezechiele: "Non voglio la morte del peccatore, ma si converta e viva". Dio non vuole "sacrificare" la sua creatura, ma salvarla.

Con questa precisazione, si capisce meglio anche il detto di Osea. Dio non vuole il sacrificio "a tutti i costi", come se si dilettasse nel vederci soffrire; non vuole neppure il sacrificio fatto per accampare diritti e meriti davanti a lui, o per malinteso senso del dovere. Vuole però il sacrificio che è richiesto dal suo amore e dall'osservanza dei comandamenti. "Non si vive in amore senza dolore", dice la Imitazione di Cristo e la stessa esperienza quotidiana lo conferma. Non c'è amore senza sacrificio. In questo senso, Paolo ci esorta a fare dell'intera nostra vita "un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rom 12, 1).

Sacrificio e misericordia sono tutti e due cose buone, ma possono diventare l'uno e l'altra cose cattive, se mal ripartite. Sono cose buone, se (come ha fatto Cristo) si sceglie il sacrificio per sé e la misericordia per gli altri; diventano tutte e due cose cattive se si fa il contrario e si sceglie la misericordia per sé e il sacrificio per gli altri. Se si è indulgenti con se stessi e rigorosi con gli altri, pronti sempre a scusare noi stessi e spietati nel giudicare gli altri. Non abbiamo proprio nulla da rivedere, a questo riguardo, della nostra condotta?

Non possiamo concludere il commento della chiamata di Matteo senza dedicare un pensiero affettuoso riconoscente a questo evangelista che ci accompagna, con il suo Vangelo, nel corso di tutto questo primo anno liturgico. Grazie, Matteo detto anche Levi. Senza di te, quanto sarebbe più povera la nostra conoscenza di Cristo!



X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, anno A





















Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore


X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, anno A























Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore




Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della X Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Commenti al Vangelo della X Domenica del Tempo Ordinario (A)

Concordanze di Matteo 9, 9-13

Ratzinger - Benedetto XVI. Catechesi su San Matteo

Giovanni Paolo II. Gesù a mensa con i peccatori

Giovanni Paolo II Messaggio ai giovani per la XX GMG

Gnilka. Esegesi e commento di Mt 9, 9-13

San Beda il Venerabile. Omelia sulla vocazione di San Matteo

S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma

Raniero Cantalamessa. Meditazione sulla vocazione

I RACCONTI DI VOCAZIONE E SEQUELA IN MATTEO

Matteo. Il previsto e l’imprevisto

Concordanze di Matteo 9, 9-13

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Chiamata di Matteo

[9] Andando via di , Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.
Pasto con i peccatori

[10] Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.

[11] Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".

[12] Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

[13] Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".
Discussione sul digiuno

Giovanni Paolo II. Gesù a mensa con i peccatori


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Gesù, uomo solidale con tutti gli uomini



1. Gesù Cristo, vero uomo, è "in tutto simile a noi fuorché nel peccato", ecco il tema della catechesi precedente. Il peccato è essenzialmente escluso in colui che essendo vero uomo, è anche vero Dio ("verus homo", ma non "merus homo").

Tutta la vita terrena di Cristo e tutto lo svolgimento della sua missione rendono testimonianza alla verità della sua assoluta impeccabilità. Lui stesso ha lanciato la sfida: "Chi di voi può convincermi di peccato?" (Jn 8,46).

Uomo "senza peccato", Gesù Cristo è durante tutta la sua vita in lotta con il peccato e con tutto ciò che genera il peccato, a cominciare da satana, che è "padre della menzogna" nella storia dell'uomo "fin da principio" (cfr. Jn 8,44).

Questa lotta si delinea già alla soglia della missione messianica di Gesù, nel momento della tentazione (cfr. Mc 1,13 Mt 4,1-11 Lc 4,1-13), e raggiunge il suo culmine nella croce e nella risurrezione. Lotta che dunque termina con la vittoria.


2. Questa lotta al peccato e alle sue stesse radici non rende Gesù estraneo all'uomo. Al contrario, lo avvicina agli uomini, a ogni uomo. Nella sua vita terrena Gesù era solito mostrarsi particolarmente vicino a quelli che agli occhi degli altri passavano come peccatori. Lo vediamo in molti testi del Vangelo. 3. Sotto questo aspetto è importante il "paragone" che Gesù fa tra se stesso e Giovanni Battista. Egli dice: "E' venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. E' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori" (Mt 11,18-19). E' evidente il carattere "polemico" di queste parole nei riguardi di coloro che prima hanno criticato Giovanni Battista, profeta solitario e asceta severo che viveva e battezzava nei pressi del Giordano, e poi criticano Gesù perché si muove e opera in mezzo alla gente. Ma è altrettanto trasparente da tali parole la verità del modo di essere, di sentire, di comportarsi di Gesù verso i peccatori.


4. Lo accusavano di essere "amico dei pubblicani (ossia degli esattori delle imposte, mal visti perché esosi e ritenuti inosservanti) (cfr. Mt 5,46;9,11.18.17), e dei peccatori". Gesù non rifiuta radicalmente questo giudizio, la cui verità, che pure esclude ogni connivenza, ogni reticenza, è confermata da molti episodi registrati nei Vangeli. così quello legato al nome del capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo, nella casa del quale Gesù si era, per così dire, autoinvitato: "Zaccheo, scendi subito (infatti Zaccheo essendo piccolo di statura, era salito su un albero per vedere meglio Gesù che passava), perché oggi devo fermarmi in casa tua". E quando il pubblicano scese pieno di gioia e offri a Gesù l'ospitalità nella propria casa, senti dire da lui: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche egli, Zaccheo, è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (cfr. Lc 19,1-10). Da questo testo appare non soltanto la familiarità di Gesù con pubblicani e peccatori ma anche il motivo della loro ricerca e frequentazione da parte sua: la loro salvezza.


5. Un avvenimento analogo è legato al nome di Levi, figlio di Alfeo. L'episodio è tanto più significativo in quanto questo uomo, che Gesù aveva visto "seduto al banco delle imposte", era stato da lui chiamato a diventare uno degli apostoli: "Seguimi", gli aveva detto. Egli, alzatosi, lo segui. E' elencato tra i Dodici sotto il nome di Matteo, e sappiamo che è l'autore di uno dei Vangeli.

L'evangelista Marco dice che Gesù "stava a mensa in casa di lui", e che "molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli" (cfr. Mc 2,13-15). Anche in questo caso "gli scribi della setta dei farisei" fecero le loro rimostranze ai discepoli; ma Gesù disse loro: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2,17).


6. Il sedere a mensa con altri - compresi "i pubblicani e i peccatori" - è un modo di essere umano, che in Gesù si nota fin dall'inizio della sua attività messianica. Infatti una delle prime occasioni in cui egli manifesto il suo potere messianico fu al banchetto nuziale di Cana di Galilea, al quale partecipava insieme a sua Madre e ai discepoli (cfr. Jn 2,1-12). Ma anche in seguito Gesù era solito accettare gli inviti a tavola e non soltanto da parte dei "pubblicani" ma anche dei "farisei", che erano i suoi più accaniti avversari. Lo leggiamo per esempio in Luca: "Uno dei farisei lo invito a mangiare da lui. Egli entro nella casa del fariseo e si mise a tavola" (Lc 7,36).


7. Durante questo pasto avviene un fatto che getta ancora nuova luce sul comportamento di Gesù verso la povera umanità composta di tanti "peccatori" che i presunti "giusti" disprezzano e condannano. Ecco, una donna nota nella città come peccatrice si trovava tra i presenti, e piangendo baciava i piedi di Gesù e li cospargeva di olio profumato. Nasce allora un colloquio tra Gesù e il padrone di casa, nel corso del quale Gesù stabilisce un essenziale legame tra la remissione dei peccati e l'amore ispirato dalla fede: "Le sono perdonati i molti peccati, poiché ha molto amato... Poi disse a lei: Ti sono perdonati i tuoi peccati... la tua fede ti ha salvata. Và in pace!" (cfr. Lc 7,36-50).


8. Questo non è l'unico caso del genere. Ve ne è un altro, che in qualche modo è drammatico: quello di "una donna sorpresa in adulterio" (cfr. Jn 8,1-11). Anche quest'avvenimento, come quello precedente, spiega in quale senso Gesù era "amico dei pubblicani e dei peccatori". Egli dice alla donna: "Và, e d'ora in poi non peccare più" (Jn 8,11). Colui che era "in tutto simile a noi fuorché nel peccato", si è dimostrato vicino ai peccatori e alle peccatrici, per allontanare da loro il peccato. Ma mirava a questo scopo messianico in un modo completamente "nuovo" rispetto al rigore che riservavano ai "peccatori" coloro che li giudicavano in base alla legge antica. Gesù operava nello spirito di un grande amore verso l'uomo, in base alla profonda solidarietà che nutriva in sè per chi era stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1,27;5,1).


9. In che cosa consiste questa solidarietà? Essa è la manifestazione dell'amore che ha la sua sorgente in Dio stesso. Il Figlio di Dio è venuto nel mondo per rivelare quest'amore. Lo rivela già per il fatto che lui stesso si è fatto uomo: uno di noi. Quest'unione con noi nell'umanità da parte di Gesù Cristo, vero uomo, è l'espressione fondamentale della sua solidarietà con ogni uomo, perché parla eloquentemente dell'amore con cui Dio stesso ha amato tutti e ciascuno. L'amore viene qui riconfermato in un modo tutto particolare: colui che ama, desidera condividere tutto con l'amato; proprio per questo il Figlio di Dio si fa uomo. Di lui aveva predetto Isaia: "Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie" (Mt 8,17 cfr. Is 53,4). Gesù condivide così con ogni figlio e figlia del genere umano la stessa condizione esistenziale. E in questo egli rivela anche l'essenziale dignità dell'uomo: di ciascuno e di tutti. Si può dire che l'incarnazione è una "rivalutazione" ineffabile dell'uomo e dell'umanità! 10. Questo "amore-solidarietà" spicca nell'intera vita e missione terrena del Figlio dell'uomo soprattutto nei riguardi di coloro che soffrono sotto il peso di qualsiasi miseria fisica o morale. Al vertice del suo cammino ci sarà il "dare la propria vita in riscatto per molti" (cfr. Mc 10,45): il sacrificio redentore della croce. Ma sulla via che porta a questo sacrificio supremo, l'intera vita terrena di Gesù è una multiforme manifestazione della sua solidarietà con l'uomo, sintetizzata in quelle sue parole: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire, e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mc 10,45). Era bambino come ogni bambino umano. Ha lavorato con le proprie mani accanto a Giuseppe di Nazaret, così come lavorano tutti gli uomini (cfr. LE 26). Era un figlio d'Israele, partecipava alla cultura, alla tradizione, alla speranza ed alla sofferenza del suo popolo. Ha conosciuto anche egli ciò che spesso avviene nella vita degli uomini chiamati a qualche missione: l'incomprensione e addirittura il tradimento di uno di coloro che lui stesso aveva scelto come suoi apostoli e continuatori: e anch'egli ha provato, per questo, un profondo dolore (cfr. Jn 13,21).

E quando si è avvicinato il momento in cui doveva "dare la propria vita in riscatto per molti" (Mt 20,28), ha offerto volontariamente se stesso (cfr. Jn 10,18), consumando così il mistero della sua solidarietà nel sacrificio. Il governatore romano non trovo altra parola per definirlo di fronte agli accusatori riuniti, se non questa: "Ecco l'uomo!" (Jn 19,5).

Questa parola di un pagano ignaro del mistero ma non insensibile al fascino che promanava da Gesù anche in quel momento, dice tutto sulla realtà umana di Cristo: Gesù è l'uomo; un vero uomo che, in tutto simile a noi fuorché nel peccato, si è fatto vittima per il peccato ed è diventato solidale con tutti fino alla morte di croce.


[Omissis. Seguono saluti nelle varie lingue]


Data: 1988-02-10 Data estesa: Mercoledi 10 Febbraio 1988

Gnilka. Esegesi e commento di Mt 9, 9-13



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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, anno A


















Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore



Commenti al Vangelo della X Domenica del Tempo Ordinario (A)

Ratzinger - Benedetto XVI. Catechesi su San Matteo

Giovanni Paolo II Messaggio ai giovani per la XX GMG

San Beda il Venerabile. Omelia sulla vocazione di San Matteo

S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma

Raniero Cantalamessa. Meditazione sulla vocazione

I RACCONTI DI VOCAZIONE E SEQUELA IN MATTEO

Matteo. Il previsto e l’imprevisto

I RACCONTI DI VOCAZIONE E SEQUELA IN MATTEO

di Annalisa Guida

In Matteo la prima chiamata di discepoli avviene piuttosto tardi nel racconto. Nei primi quattro capitoli la scena, infatti, è tutta concentrata su Gesù: si dipinge il quadro della storia di salvezza nella quale egli è introdotto come suo compimento, si profila l’essenza della sua missione nel suo stesso nome, si configura il suo modo di essere figlio attraverso il brano delle tentazioni e del battesimo.

Al capitolo 4, dopo il cosiddetto inizio del ministero pubblico, ecco invece il primo racconto di vocazione ed è, come in Marco, una chiamata al quadrato: due chiamate di due coppie di fratelli. È importante analizzare gli elementi strutturanti del brano, perché da essi emergerà la teologia della vera sequela secondo Matteo, che sarà confermata anche da episodi seguenti.

Sequela immediata per un programma ambiguo

Il brano è scarno e, come in Marco, è costruito proprio come un doppione:

18 Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. 19 E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». 20 Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. 21 Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. 22 Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono (4,18-22).

La simmetria è evidente e giustifica l’omissione, nella seconda sequenza, di alcuni particolari che sono implicitamente trasferiti al lettore dalla corrispondenza (tipo: le parole pronunciate da Gesù), mentre la seconda scena offre altre presenze.

In primo luogo notiamo che lo schema letterario soggiacente è quello del racconto di vocazione secondo il modello veterotestamentario e la tradizione profetica, di solito costituito dalle seguenti tappe:

– c’è l’indicazione della situazione del chiamato: colui che è chiamato viene incontrato nell’esercizio della sua professione;

– segue la vocazione, effettuata mediante una vera chiamata oppure attraverso un’azione simbolica;

– viene riportata, talvolta, l’obiezione del chiamato (per impreparazione, senso di inadeguatezza, ecc.) alla quale risponde una rassicurazione del chiamante;

– infine, inizia la sequela vera e propria, con conseguente abbandono della situazione precedente, dei genitori, ecc.

Il racconto evangelico delle prime chiamate dei discepoli nella versione sinottica rispetta fedelmente lo schema, con l’omissione (vedremo quanto narrativamente efficace in apertura di un racconto) dell’obiezione dei chiamati. L’ambientazione, qui, è il mare/lago di Galilea: lo schema ripreso in entrambe le scene vede, in primo luogo, la centralità dell’azione di Gesù e l’assoluta priorità della sua iniziativa. Gesù è il soggetto di quasi tutte le azioni del brano: è Gesù che cammina (4,18.21), che vede (18.21), che dice/chiama (19.21).

E ognuna di queste sue azioni è efficace nel racconto:

– il suo camminare mette in moto altri che stavano fermi: Gesù, in movimento, associa altri al suo cammino;

– il suo vedere (eiden) è un vedere non casuale, ma intenzionale; porta con sé una progettualità e prepara a una risposta;

– nel suo dire/chiamare, lo sguardo si fa parola e si fa comando (e comanda solo chi ha un’autorità, indizio di una coscienza implicita di Gesù della propria identità); nel comando è come se al discepolo venisse data anche la forza di rispondere. È un imperativo creativo, come quelli di Gn 1: in un certo modo esso pone in essere, crea il discepolo.

I chiamati, invece, sono dapprima soggetto di un’istantanea, che partecipa al lettore lo stesso vedere di Gesù: con due participi («gettanti» e «riparanti» le reti) o con un predicato nominale («erano infatti pescatori»), il narratore fotografa per noi con gli occhi di Gesù lo stato, la condizione, l’esistenza stessa di questi nuovi personaggi. Ogni volta sono due, sono fratelli, hanno un’individualità, un nome, stanno lavorando (i primi stanno gettando le reti, i secondi le stanno riparando: è l’inizio e la fine di una normale giornata di lavoro). Essi «sono», si identificano con la loro professione, certamente umile ma decorosa e diffusa, e la narrazione nella prima scena lo ripete quasi pleonasticamente: «erano infatti pescatori», probabilmente per offrire un gancio alle successive parole di Gesù. Della seconda coppia di fratelli non solo si aggiunge il nome del padre (si allude alle altre relazioni, alla famiglia), ma quel padre è in scena insieme a loro, nella barca, luogo quotidiano di occupazione, di amicizia, di fatica, di familiarità.

Le due coppie di fratelli diventano attive e proseguono l’azione di Gesù solo dopo le sue parole (riferite esplicitamente nella prima scena, omesse nella seconda), che hanno il potere narrativo, come si diceva prima, di metterli in moto perché essi, da una condizione certamente non passiva ma spazialmente statica (stanno lavorando ma sono fermi, stanno in un luogo), lasciano qualcosa o qualcuno (i complementi oggetto di questo lasciare sono accuratamente distinti dal narratore) e seguono Gesù, cominciando quel cammino, reale e metaforico, che li vedrà impegnati fino alla fine del racconto e, implicitamente, anche oltre il Vangelo stesso[1].

Che cosa dice loro Gesù, qual è il suo programma formativo che essi abbracciano con tanta immediatezza? Al lettore non può non sembrare scarno, quasi insufficiente per giustificare gli atti seguenti, tanto eclatanti: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». La prima sorpresa è la richiesta stessa di una sequela: che razza di maestro è questo, che va a cercarsi i suoi discepoli? Non era affatto questa la prassi abituale nel mondo ebraico, dove era l’allievo a scegliere un maestro e a chiedergli di poterlo seguire[2] per compiere un itinerario di formazione, umana, intellettuale, religiosa. E poi, quale itinerario offre loro? Diventare «pescatori di uomini». Ma che titolo è? Cosa può significare per questi uomini? Da un lato è evidente la vicinanza all’esperienza dei chiamati, a qualcosa di cui ben conoscono le leggi, il mestiere, l’arte. Dall’altro, però, sembra esserci il rinvio a una dimensione più profonda, forse un richiamo escatologico a un evento definitivo di passaggio dal male alla salvezza[3]. L’espressione ha chiaramente i contorni di una metafora “opaca”, che volutamente lascia nel dubbio il lettore. I chiamati da Gesù sembrano coglierne implicitamente il senso o comunque accettare l’incertezza del programma, perché la parola basta a dare la forza stessa della sequela. Quando la tensione drammatica raggiunge il culmine e siamo a chiederci cosa faranno i chiamati, ecco un euthéos («subito») a dirci che immediatamente, lasciando le reti, i primi due cominciarono a seguire Gesù. Dovremo chiarire il valore programmatico ed escatologico di questa immediatezza.

Ma torniamo al senso di quella proposta formativa, l’essere pescatori di uomini, anzi, il “farsi fare”, il farsi rendere da questo misterioso Gesù pescatori di uomini. Il lettore, che resta con questo enigma, si aspetta un chiarimento dal seguito del racconto. Ma neanche la scena successiva della chiamata dei figli di Zebedeo può offrirla. In questa seconda scena, infatti, come dicevamo, alcuni elementi della prima vengono omessi, veicolando implicitamente la loro ripetizione. In questa nuova chiamata, piuttosto, si sottolinea un aspetto della condizione dei chiamati – lo stare con il padre sulla barca – che richiede quindi una nuova esplicitazione all’atto della sequela: essi, infatti, non lasciano solo un oggetto (le reti), particolare di una professione, di un saper fare, ma anche una persona (il padre) e un luogo (la barca) che rappresentano le relazioni, l’essere con, e la familiarità di un luogo, l’essere dove. La sequela abbraccia e implica la totalità dell’esperienza personale, sembrano dirci le due scene, coinvolgendo e trasformando ogni ambito dell’esistenza: sarà importante tenerne conto nella lettura di due episodi successivi.

La sequela immediata ha chiaramente valore programmatico a inizio di questa vita pubblica e serve a sottolineare soprattutto l’autorevolezza irresistibile del chiamante, al quale si può solo scegliere di «andare dietro»[4], conservando nel cuore l’enigmaticità del percorso che ti attende. In Matteo questa opacità della finalità della sequela sembra durare a lungo, perché la risposta sul senso dell’essere pescatori di uomini si farà attendere[5].

Un lungo apprendistato e due discepoli in sospeso

Cosa fa Gesù dopo aver chiamato le due coppie di fratelli? Annuncia, guarisce tanti tipi di malattie, insegna, ecc.: i discepoli cominciano, insomma, ad ascoltare e a vedere dal vivo, ad apprendere dal loro maestro cosa essi stessi dovranno fare.

Il discorso della montagna, per esempio, che si frappone tra Mt 4 e Mt 9 (vocazione di Matteo), è un insegnamento decisivo per i discepoli affinché riscoprano il vero volto di Dio che in Gesù si manifesta e comincino a entrare nella sua logica, nella sua prospettiva. Quindi il racconto ci presenta delle guarigioni (il lebbroso e il servo del centurione, la suocera di Pietro e varie guarigioni, che adempiono la profezia di Mt 8). Segue un decisivo insegnamento sulla sequela, narrativizzato attraverso la doppia domanda di uno scriba e di un discepolo:

Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti» (8,18-22).

In senso stretto non siamo di fronte a due racconti di chiamata, ed emergerà forse con chiarezza al lettore che non viene rispettato lo schema letterario proprio del genere. Ma mi sembra opportuno riflettere su questi due colloqui perché emerga, per differenza, lo specifico della vocazione e della sequela secondo Matteo. In primo luogo nell’uno come nell’altro caso l’iniziativa non è affatto di Gesù. Nel primo caso è evidente: lo scriba è uomo del suo tempo e, come qualsiasi allievo di un rabbi, chiede al maestro che lo ha affascinato di poterlo seguire; nel secondo caso potremmo ipotizzare che Gesù abbia fatto una richiesta, ripresa poi dal v. 22; ma quello che il narratore mette in evidenza è l’obiezione del discepolo, che chiede una procrastinazione per poter provvedere alla sepoltura del padre: un dovere, tra l’altro, imprescindibile per un pio giudeo.

Matteo lascia volutamente aperti i due micro racconti: lo scriba e il discepolo entreranno nel gruppo di Gesù? La risposta allo scriba è un esplicito rifiuto? Il discepolo rinuncerà alla sepoltura del padre? Riflettiamo, dunque, sul senso di questi personaggi mono-dimensionali che compaiono in questo singolare punto del racconto (singolare, vedremo, per ciò che seguirà). Perché Matteo li lascia sospesi? Credo che la risposta sia provocatoriamente rinviata alla riflessione del lettore, chiamato a fare un confronto con i precedenti (e il successivo) racconti di chiamata. Il lettore non può non notare, rispetto agli elementi ben ribaditi dal racconto doppione di Mt 4, che qui, in entrambe le situazioni, c’è qualcosa che non torna: nel primo caso, dicevamo, non è Gesù a chiamare. Nel secondo, pur ammettendo che Gesù abbia fatto un’iniziale chiamata, viene sollevata un’obiezione e la risposta non è né immediata né scontata.

Due rischi del discepolato vengono così sottolineati:

– a un discepolato ingenuo o presuntuoso, che vuole darsi da sé i presupposti per la chiamata, Gesù prospetta subito le difficoltà da venire;

– a un discepolato con riserve, esitante, Gesù ribadisce la priorità assoluta della sequela, con quell’imperativo al quale i primi quattro non hanno mosso nessuna obiezione e non hanno frapposto nessun intermezzo o riserva, lasciando tutto quello che caratterizzava la loro vita precedente, padre compreso.

Il lettore attento valuta bene la differenza marcata tra quelli, questi e colui il quale seguirà questi due, e non per arrivare a una facile approvazione degli uni a scapito degli altri, bensì perché quella chiamata iniziale, avendo valore programmatico, ha anche una portata esemplare riguardo alla vera sequela. Il lettore, che rischia di percepire una frustrazione rispetto a quella idealità e vede invece qui messi in scena due atteggiamenti che probabilmente sente molto più vicini alle proprie riserve, è così spronato a riflettere su di esse e a conformarsi a quel primo modello, in maniera tuttavia non ingenua né superficiale, ma in una consapevolezza matura dei possibili rischi e ostacoli che, lungo il cammino e non sempre nell’entusiasmo degli inizi, possono presentarsi a qualsiasi discepolo.

A questo doppio episodio seguono altre manifestazioni della potenza di Gesù: l’acquietarsi della bufera sul lago, l’esorcismo degli indemoniati geraseni e la guarigione del paralitico, occasione narrativa per aprire la disputa sul potere di rimettere i peccati. È in questo contesto narrativo che, in un solo versetto, Matteo (o chi per lui) si mette in scena.

La chiamata di Matteo: senso di un autoritratto in un racconto

Andando via di là, Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì (9,9).

Una prima, immediata osservazione. Si possono versare (e, in verità, sono stati versati) fiumi di inchiostro per dimostrare la plausibilità di questa doppia identità del pubblicano evangelico: il personaggio aveva un doppio nome, Levi - Matteo (l’uno sarebbe stato nome di famiglia, l’altro nome personale), oppure i nostri autori avevano fonti diverse, ecc. Credo che, a meno di nuove scoperte, questo resti un quesito irrisolvibile e addirittura superfluo e posto male. La domanda seria da farsi, a mio parere, non è come combinare l’identità riportata da Marco con quella riferita da Matteo, ma proprio interrogarsi sul perché di questa volontaria ridenominazione e proprio con il personaggio che, nella tradizione, ha composto il primo Vangelo – indubbiamente il più autorevole nella storia della Chiesa, che nel canone gli ha riservato il posto d’onore tra i quattro.

Qual è, cioè, il senso di questo “autoritratto” nel racconto? Siamo soliti a questo tipo di operazioni nella pittura o nel cinema; pensiamo, ad esempio, ai pittori fiamminghi, che si ritraevano riflessi in uno specchio del loro dipinto, o a Caravaggio che modella su di sé molti protagonisti delle sue opere, o ancora, più recentemente, nel cinema, alle comparse di Fellini o Hitchcock nei loro film. Perché al Levi marciano si dà il nome di uno che poi ritornerà nell’elenco dei Dodici e al quale la tradizione attribuisce tutto il Vangelo?

Forse è proprio da questo ritorno del personaggio che possiamo trarre una prima indicazione. In Marco, Levi diventa discepolo anche se non apostolo, ovvero il fatto di non ritrovare il suo nome nella lista dei Dodici ci fa capire che ci sono modi diversi di partecipare alla sequela del Signore ma la dignità dei chiamati, che ti viene non dai tuoi meriti ma dal gesto e dall’amore di chi ti chiama, è la stessa. In Matteo, si può pensare, lo specifico del personaggio del pubblicano, che è la sua peccaminosità, la sua impurità, entra dentro la storia del gruppo dei Dodici. Non a caso Matteo inserisce il versetto proprio all’interno di una micro sezione dedicata al tema della remissione dei peccati, mentre in Marco la pericope era molto più vicina alla chiamata dei primi quattro. Quando il lettore ritroverà il suo nome nel capitolo seguente, solo il primo Vangelo[6] specificherà «Matteo, il pubblicano», a voler sottolineare: «Sì, proprio lui, quello che stava al banco delle imposte, quello che nessun rabbi avrebbe accolto alla propria sequela, quello al quale dobbiamo questo racconto, quello lì è diventato uno dei Dodici, uno di quelli più vicini al Maestro!». E si noti che Matteo non scrive: quello che era un pubblicano, bensì il pubblicano.

L’effetto sul lettore, in particolare sull’uditorio di Matteo, deve essere per forza di cose dirompente. Colui che sta raccontando questa storia, un giorno era seduto a un banco delle imposte, era un peccatore, e qualcosa – o qualcuno – lo ha “rimesso in moto”… fino a oggi e fino a queste pagine.

Diventa chiaro, allora che questo Gesù non è un maestro come gli altri. Ha un modo di fare tutto suo. Come con i primi discepoli, anche qui Gesù passa, vede, chiama. E anche qui il chiamato, seduto, statico, si mette in moto, senza esitazione. A Matteo Gesù non esplicita neanche un programma, del tipo: «Ti farò pescatore di uomini». A Matteo Gesù dice solo un «Seguimi», assoluto, senza aggiunte. Forse perché in fondo è la stessa chiamata del pubblicano a esemplificare cosa significhi diventare pescatori di uomini. La citazione da Os 6,6: «Misericordia voglio, e non sacrificio», che risuonerà nell’episodio seguente[7], trova qui la sua anticipazione narrativa. E Gesù spiegherà a chi contesta i suoi discepoli:

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (9,12-13).

C’è un’altra citazione con un potente effetto di riepilogo e di collegamento che torna alla mente al lettore attento, ed è quella tratta da Is 9 che aveva preceduto la vocazione dei primi quattro discepoli:

Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata (4,16).

Letteralmente, il popolo immerso è il popolo «seduto» nelle tenebre (kathémenos); e come sta il pubblicano quando Gesù lo vede? Kathémenon, seduto al banco delle imposte! Quella di Matteo è la stessa condizione d’Israele! Anche Matteo è seduto, giacente, nelle tenebre della sua condizione. E anche per lui si leva una luce. Come lo ha compreso ed espresso bene Caravaggio nella sua Chiamata di Levi, con il fascio di luce in diagonale che congiunge idealmente Gesù e il pubblicano, l’incrocio degli sguardi, l’emergere plastico dall’oscurità[8]!

L’alzarsi e il mettersi in movimento di Matteo è chiaramente l’abbandono del suo tavolo, della sua professione, quindi della sua condizione professionale che era anche occasione e condizione della sua impurità. Ma il racconto non ci dice che Matteo viene chiamato perché sceglie di lasciare il suo bancone. Matteo non verrà ricordato come un ex-pubblicano, nell’elenco dei Dodici. Il racconto ci dice, come chiarirà anche la risposta di Gesù a quanti contestano il suo mangiare con pubblicani e peccatori, che egli non è venuto a chiamare i giusti, bensì i peccatori.

Il tempo della verifica e della prova

Dopo quello di Matteo, non ci saranno più racconti di chiamata in senso stretto nel seguito del racconto. Al capitolo 10 quella ai Dodici è piuttosto una convocazione in vista non di una sequela, bensì di una costituzione come gruppo con una particolare missione e di un invio. Ai Dodici saranno conferiti i poteri di fare esorcismi e di guarire, ma soprattutto seguirà un lungo discorso, proprio di Matteo, sullo specifico della loro missione. Come a dire: è giunta l’ora di mettere in pratica ciò che avete appreso; vediamo cosa avete imparato in tutto l’intenso apprendistato che avete fatto fino a questo punto.

Si prepara il tempo della verifica e della prova; cominciano a profilarsi, all’orizzonte, le prime difficoltà. In quel tempo, come non mai, la memoria esistenziale e narrativa di un giorno di luce, lungo il mare di Galilea o in un chiassoso mercato, sarà un viatico prezioso.



[1] L’invio di Mt 28,19-20: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», è anticipazione di un andare che prosegue anche oltre la storia narrata.

[2] Ne abbiamo traccia nello stesso Matteo in 8,19 e in Gv 1,35-42.

[3] L’intertestualità veterotestamentaria più probabile è Ger 16,16: «Ecco, io invierò numerosi pescatori – dice il Signore – che li pescheranno…», sebbene qui – dato il contesto dell’oracolo, pure di carattere escatologico – la figura dei pescatori sia strumento di un giudizio punitivo e non salvifico.

[4] Verbo tecnico dei racconti di chiamata, insieme a «seguire».

[5] Nel Vangelo di Marco, al contrario, c’è una contiguità narrativa molto stretta tra la chiamata dei primi discepoli e quella di Levi, che funziona efficacemente da eco e da risonanza della precedente e comincia a esplicitare come Gesù stesso diventi «pescatore di uomini», chiamando un peccatore alla sua sequela. In Matteo, invece, dopo il racconto delle prime vocazioni, inizia un lungo percorso di apprendistato.

[6] Contro Marco e Luca che si limitano a citare soltanto il nome di Matteo: cf. Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13.

[7] Sarà ripresa anche in Mt 12,7, chiarendo il senso di tutte le guarigioni raggruppate in questa sezione.

[8] Si veda l’immagine riprodotta in copertina di Parole di vita 1 (2008) e il commento di N. Maffioli, La vocazione di Matteo, p. 64.

Matteo. Il previsto e l’imprevisto

Alessanfro Zangrando

Matteo, il vecchio usuraio che lasciò tutto per Gesù. Un pubblicano e odiato esattore. Nessuno lo avrebbe mai immaginato al fianco del Messia. Invece finì tra i Dodici, per un’attrazione

«Il vento soffia dove vuole», dice Gesù durante il colloquio con l’insigne fariseo Nicodemo (Gv 3,8). Così come il soffio dello Spirito Santo, che manda all’aria i prevedibili disegni e le aspettative degli uomini. E il vento raggiunse anche Matteo. Era un pubblicano, cioè un imprenditore che riceveva in appalto dal procuratore romano la riscossione delle gabelle, il portorium, una forma di diritto di dogana e pedaggio che dovevano pagare i viandanti ai confini fra le tetrarchie di Erode Antipa e di Erode Filippo. Matteo, insomma, faceva come mestiere l’esattore delle tasse, una figura professionale, allora come adesso, che non godeva certo di grandi simpatie fra gli abitanti della Galilea. Come esattore aveva il diritto di frugare nelle tasche e nei bagagli della gente. Sul suo tavolino, pieno di carte e documenti, faceva conti, contava le monete. Proprio su di lui Gesù posa lo sguardo. Siamo a Cafarnao. Il Messia ha appena guarito il paralitico, poi «uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì» (Lc 5, 27-28). Anche per Matteo la vita cambia in un attimo. Dopo l’incontro lascia subito la sua attività e prepara un grande banchetto nella sua casa. «C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”. Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”» (Lc 5,29-32). Di Matteo non si sa molto di più. Il suo nome deriva dal greco Mathaios, traduzione dall’ebraico Mattai che significa “dono di Dio”. Negli altri Sinottici, l’evangelista è citato come “Levi di Alfeo” in Marco (Mc 2,14) e in Luca è «un pubblicano chiamato Levi» (Lc 5,27): la spiegazione è che i giudei abbinavano al nome semitico un altro nome greco o latino. Poi Matteo viene ricordato negli Atti (1,14), quando Luca fa l’elenco degli apostoli reduci dall’Ascensione. Dati incerti
Secondo alcune tradizioni, nella sua opera di evangelizzazione ha raggiunto l’Etiopia, la Persia, la Siria, la Macedonia e persino l’Irlanda. Non ci sono certezze neppure sulla sua morte: c’è chi afferma che sia morto di vecchiaia oppure martire, trafitto da una spada, mentre celebrava messa. Matteo aveva convertito Ifigenia, figlia del re Egipo d’Etiopia, dopo averla resuscitata. La ragazza si rifiutò di andare in sposa al re Itarco e Matteo difese la sua virtù, un gesto che pagò con la vita. Alla fine del IV secolo i marinai che provenivano dall’Etiopia portarono a Velia il corpo del Santo. Successivamente le popolazioni, sotto la minaccia dei Visigoti, trasportarono le spoglie in Lucania. Nel 954, infine, il corpo dell’evangelista raggiunge Salerno, per volere del re longobardo Gisulfo I, che le nascose nella cattedrale. Le ossa furono ritrovate nel 1080 e, da allora, riposano nella cripta. Matteo apostolo è lo stesso che firma il primo Vangelo? Gli storici sono divisi. Per alcuni il Vangelo è da attribuire a un altro Matteo, perché c’è un richiamo alla distruzione di Gerusalemme (il versetto 22,7 «... e il re diede fiamme alla loro città») che fa pensare a una stesura posteriore al 70. Altri esegeti, tra cui l’autorevole Oscar Cullmann, pensano che il Vangelo si basi su una fonte in aramaico redatta dall’Apostolo (una raccolta di detti di Gesù, i cosiddetti “logia”). Secondo Apollonio, vescovo asiatico citato da Eusebio, la stesura risalirebbe al 42 circa, prima che l’Apostolo lasciasse la Palestina per andare a predicare in altri Paesi. Per sant’Ireneo di Lione il libro sarebbe stato pubblicato «mentre Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano la Chiesa di Roma», quindi la datazione slitterebbe al 60. Tracce del mestiere
È molto probabile che il Vangelo di Matteo sia stato redatto inizialmente in aramaico, successivamente in greco. Il gabelliere era abituato a scrivere «perché senza la quotidiana scrittura non avrebbe potuto nel passato tenere in bell’ordine nel suo tavolo da gabelliere le note dei pagamenti», come spiega l’abate Giuseppe Ricciotti nel suo Vita di Gesù Cristo. E del mestiere resta traccia nella narrazione: nel suo Vangelo il denaro è descritto in maniera minuziosa, ogni moneta è citata con il proprio nome e il proprio valore. Persino in materia di norme fiscali dimostra una certa minuziosità. «Fra i Vangeli sinottici - continua l’abate - Matteo è quello che concede il più ampio spazio alle parole di Gesù, le quali occupano circa tre quinti dell’intero scritto». Anche la struttura del racconto, raccolta attorno a cinque grandi discorsi, corrisponde a un intento didattico: il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso in parabole, il discorso ecclesiale e quello escatologico. Di fronte a sé Matteo ha un destinatario ben definito. Sono i cristiani provenienti dall’ebraismo: il suo Vangelo contiene molti elementi lessicali e stilistici di origine semitica, trasmessi dal testo originale alla versione greca. Il più noto è l’espressione «Regno dei Cieli», che troviamo solo qui, una formula nata in seguito alla preoccupazione dei rabbini di non usare il nome di Dio. La preoccupazione di Matteo è riportare un avvenimento efficace per i lettori che hanno la fede in Mosé, come spiega il Ricciotti: nel suo Vangelo, più che in ogni altro, Gesù appare come il Messia promesso dall’Antico Testamento, che ha adempiuto in se stesso le profezie. Come ha notato Oscar Cullmann, Matteo ha una particolare insistenza nel mostrare le corrispondenze tra le profezie dell’Antico Testamento e la figura di Gesù: «Forse tra tutti i documenti scritti precedentemente, egli utilizza già delle specie di florilegi di testi dell’Antico Testamento applicati a Cristo», scrive Cullmann.