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Le città di Cristo [il significato reale del termine "Nazareno"] di David Donnini

Il termine nazareno è inteso comunemente con l’accezione abitante della città di Nazareth e l’espressione Gesù il nazareno significa, in modo automatico, Gesù proveniente dalla città di Nazareth o, in breve, Gesù di Nazareth. Purtroppo, ben pochi sono consapevoli dell’esistenza di un serio problema relativo a questa attribuzione, e del fatto che l’aggettivo aveva in origine, e dovrebbe avere tuttora, un significato completamente diverso.

Nelle versioni greche dei Vangeli canonici leggiamo IhsouV o NazoraioV (Iesous o Nazoraios), che è la traslitterazione in greco dell’ebraico antico Yehoshua ha notzrì, o dell’aramaico Yeshu nazorai. Il fatto è che, in passato, nessuna di queste espressioni aveva alcun legame con la città di Nazareth, e non voleva indicare in alcun modo la cittadinanza o la provenienza da quella località.

Ne abbiamo una prima antica testimonianza in uno scritto apocrifo, il Vangelo di Filippo, un testo gnostico, la cui redazione primitiva risale con tutta probabilità al II sec. d.C., che è stato rinvenuto nel secolo scorso a Naj Hammadi, in Egitto: "Gli apostoli che sono stati prima di noi l'hanno chiamato così: Gesù Nazareno Cristo... ‘Nazara’ è la ‘Verità’. Perciò ‘Nazareno’ è ‘Quello della verità’..." (Vang. di Filippo, capoverso 47). Ci sono state discussioni sul fatto che la radice NZR possa significare verità, ma è comunque un dato di fatto che la frase attribuisca al termine un senso che non ha nulla a che fare con la città di Nazareth.


Nazareth

Nel XVIII sec. Elia Benamozegh (1823/1900), filosofo ebreo, membro del collegio rabbinico di Livorno, scriveva: "Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato cominciava ad essere dimenticata" (Gli Esseni e la Cabbala, 1979). Questa interpretazione crea un collegamento fra l’aggettivo in questione e il termine nazireo, che nella Bibbia si riferisce ad una condizione in cui si assumono voti temporanei o permanenti: non bere bevande inebrianti, non tagliarsi i capelli, non avere contatto con impurità, fra cui il sangue, cibarsi di alimenti vegetariani. Celebri nazirei furono Sansone e il profeta Samuele che celebrò l’unzione regale di Davide.

Ovviamente i cristiani hanno ignorato nella maniera più assoluta questa osservazione, almeno fintantoché Alfred Loisy (1857/1940), sacerdote cattolico, professore di ebraico e di sacra scrittura dell'Istituto Cattolico di Parigi, ha osato scrivere: "La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazoreo, originariamente unito al nome di Gesù e che rimase il nome dei cristiani nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazoreo è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth..." (La Naissance du Christianisme). Esprimendo così idee che gli sono costate la rimozione dall’incarico. Ma quanto egli dice è vero, nazorei o nazareni sono termini con cui i cristiani erano chiamati anticamente dagli ebrei, considerati nomi di setta e non indicazioni geografiche.

All’incirca nello stesso periodo quelle opinioni furono espresse anche dallo studioso laico Charles Guignebert (1867/1939), professore di Storia del Cristianesimo presso l'Università Sorbona di Parigi, che scrisse: "La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui pellegrini possono visitare l'officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo..." (Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme).

Oggi questo concetto è diventato certezza, soprattutto per una folta schiera di studiosi laici, italiani e stranieri. Ne citiamo solo un paio: "É stato Matteo per primo a generare l'equivoco secondo cui l'espressione 'Gesù il Nazoreo' dovesse avere qualche relazione con Nazareth, citando la profezia "sarà chiamato Nazareno (Nazoraios)" che, a conclusione del suo racconto sulla natività, egli associa col passo "ritirandosi in Galilea e andando a vivere in una città chiamata Nazareth". Questa non può essere la derivazione del termine, poiché anche in greco le ortografie di Nazareth e nazoreo differiscono sostanzialmente" (R.H.Eisenman, Giacomo il fratello di Gesù, Casale Monferrato, 2007).

E ancora: "…nessun testo pagano o giudaico fa menzione di Nazareth: questo nome non compare né nella Bibbia, né nella vasta letteratura talmudica, né nelle opere dettagliate di Giuseppe Flavio; solo Eusebio ne parla citando Giulio Africano (tra il 170 e il 240), buon conoscitore dei luoghi. Le perplessità tuttavia restano e sono alimentate dalla difficoltà di collegare nella lingua aramaica Nazareno, Nazoreo, Nazoreno, tre forme considerate nei Vangeli intercambiabili, con Nazareth. Qualche studioso ha suggerito che l’originale significato aramaico dell’attributo Nazareno, di difficile comprensione per seguaci cristiani ellenizzanti, sia andato perduto e sostituito con una più semplice e immediata indicazione geografica. Considerazioni linguistiche e filologiche hanno spinto all’ipotesi che Nazareno potesse voler dire Santo di Dio, anche alla luce del fatto che i fedeli di Gesù, che continuarono nella terra d’origine a chiamarsi nazareni, in terra greca inizialmente furono chiamati i santi e solo successivamente prevalse il nome cristiani dato loro dai pagani di Antiochia. Nazarenos e Nazoraios sono dunque forse nomi legati a una radice linguistica ebraica natzìr (in aramaico natzirà) che li collegava ai nazirei "separati" o i "consacrati", un gruppo che aveva fatto a Dio uno speciale voto di consacrazione e che costituiva una setta a sé stante…" (R. Calimani, Gesù Ebreo, Milano, 1990).

Al di là delle molte altre citazioni che potremmo riportare, che cosa possiamo dire su questo argomento? Ci sono senz’altro da fare importanti considerazioni storiche, letterarie, archeologiche e geografiche. La prima riguarda il fatto che il nome della città di Nazareth, compare per la prima volta solamente nella letteratura neotestamentaria, dal momento che né il Vecchio Testamento, né gli storici ebrei contemporanei di Gesù (come Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio), né il Talmud, né gli storici romani hanno mai nominato questa città. Non la conoscono affatto! Eppure Giuseppe Flavio è stato comandante generale delle truppe ebraiche in Galilea, durante la drammatica guerra degli anni 66/70, e nei suoi scritti ha fornito dettagliati resoconti di ogni centro abitato di quella regione. Possiamo dunque parlare di una totale assenza letteraria, al di fuori delle fonti religiose che già fanno parte del Nuovo Testamento cristiano.

Per quanto riguarda l’aspetto archeologico, Nazareth appare come una città bizantina, non ci sono resti di mura, case, strade, sinagoghe, vasellame, monete… che possano essere fatte risalire al periodo del secondo tempio. Mi ha confermato personalmente il dott. Danny Syon (Israel Antiquities Authority): "...ci sono pochissimi resti giudei che risalgono al periodo del secondo tempio a Nazareth, soltanto qualche cripta [cavità tombale] scavata nella roccia, sebbene noi non possiamo sapere quale fosse il nome del sito a quel tempo...". Eppure oggi possiamo ammirare abbondanti resti, risalenti al periodo in questione, di altre città galilee: Sefforis, Iotapata, Cafarnao, Korazim, Beth Zayda, Gamala… Che cosa è successo a Nazareth? Perché la città sarebbe fisicamente scomparsa?

Leggendo i Vangeli canonici ci rendiamo conto che il nome Nazareth compare talvolta nei titoli dei paragrafi, che non esistono nei testi originali, ma che sono stati aggiunti successivamente. Il primo dei Vangeli, quello secondo Marco, conosce il nome di questa città solo nelle primissime righe: "In quei giorni Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni" (Mc I, 9). Altrove preferisce definirla in questo modo: "Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga" (Mc VI, 1-2). Per quattro volte Marco parla di "Gesù nazareno", ma abbiamo già detto che quell’aggettivo non si riferisce alla città.

Per quanto riguarda il Vangelo di Luca dobbiamo osservare che può essere diviso in due parti ben distinte, la natività e il ministero della vita adulta di Gesù. Si tratta di due parti assai incoerenti l’una con l’altra ed è facile mostrare che la natività appartiene ad una tradizione senz’altro posteriore a quella cui fanno riferimento i ministeri della vita adulta di tutti e quattro i Vangeli. La città di Nazareth è nominata ampiamente da Luca solo nella natività, sebbene egli vi faccia abitare Giuseppe e Maria sin dall’epoca del loro fidanzamento, mentre Matteo li fa abitare a Betlemme e li fa trasferire a Nazareth dopo il ritorno dall’esilio in Egitto.

Nel ministero di Luca viene usata più volte l’espressione anonima "sua patria" e una volta sola è nominata Nazareth, in un episodio che solleva numerosi problemi: "Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore.’ Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati […] All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò" (Lc IV, 16-30).

Innanzitutto viene ancora confermato che a Nazareth ci sarebbe stata una sinagoga, della quale oggi non esiste traccia, poi si fa capire chiaramente che Nazareth avrebbe dovuto trovarsi in cima ad un monte, in prossimità di un precipizio. Ma la città odierna non ha queste caratteristiche, è adagiata nell’avvallamento tra i morbidi colli della Galilea centrale e non c’è alcun precipizio nei suoi dintorni. In realtà leggendo questo brano non può non venire in mente la città di Gamala, che era situata sulla gobba sommitale di un’erta collina, con un baratro a fianco, e una sinagoga i cui bellissimi resti possono essere ammirati ancora oggi:


Sinagoga di Gamala

In effetti nei Vangeli si parla insistentemente di un monte e di una città sul monte: "non può restare nascosta una città collocata sopra un monte" (Mt V, 14). Si noti, a questo proposito, una passo del Vangelo copto di Tomaso: "...Gesù disse: "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti... una città costruita su un'alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta..."" (Vang. copto di Tomaso, 31-32). Qualcosa di simile lo possiamo trovare anche nei Vangeli canonici, per esempio in Matteo: "Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua"" (Mt XIII, 57), con la differenza che questa frase è stata allontanata dal passo in cui si dice che la città sul monte non può restare nascosta, quasi a non lasciar intendere che si trattava proprio della città di Gesù. Non solo, ma è anche stato tolto il dettaglio contenuto nell’aggettivo "fortificata". Ora, Gamala era "una città costruita su un'alta collina e fortificata", come ho avuto modo di constatare quando, nel 1997, la ho visitata sulle alture del Golan, a breve distanza dal lago di Tiberiade. Ai tempi di Gesù Gamala aveva un’economia fondata sulla produzione di olio di oliva, che veniva esportato ovunque. Senz’altro gli orci di terracotta venivano portati, attraverso una valle solcata da un torrente, lungo un precorso di circa 8 km, sino a Betsaida, che sorgeva sulle rive nord orientali del lago. Betsaida e Gamala erano strettamente legate dal fatto che una fungeva da scalo commerciale dell’altra. Il tempo necessario per spostarsi dall’una all’altra era molto breve e il dislivello modesto.


Gamala

Ora, dobbiamo notare che il villaggio di Betsaida, anche nella letteratura canonica, ha un’importanza per Gesù che troppo spesso è stata sottovalutata: "Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra" (Mc VI, 45-46); "Giunsero a Betsaida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo" (Mc VIII, 22); "Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere" (Mt XI, 20-21); "Allora li prese con sé e si ritirò verso una città chiamata Betsaida. Ma le folle lo seppero e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio" (Lc IX, 10-11); "Guai a te, Corazin, guai a te, Betasida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai innalzata fino al cielo?Fino agli inferi sarai precipitata!" (Lc X, 13-15); "Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e di Pietro" (Gv I, 44); "Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: "Signore, vogliamo vedere Gesù"" (Gv XII, 20-21).

Le tre città, Betsaida, Corazim e Cafarnao, che evidentemente rappresentano luoghi in cui Gesù si trovava spesso, mostrano un’assidua frequentazione del versante nord e nord orientale del lago di Tiberiade. Tanto più che i suoi apostoli (e, tra di loro, alcuni suoi fratelli) erano di Betsaida. È qui che Gesù aveva compiuto "il maggior numero di miracoli". È proprio contro queste città che si è scagliato quando, infervorato dall’ira, lanciava oscure maledizioni. Non ha inveito contro Nazareth, o Cana, Magdala, luoghi comuni della Galilea centrale. Non possiamo non capire che questa zona, a cavallo fra la Galilea settentrionale e il Golan, era l’area dei suoi spostamenti comuni. Invece, l’accesso naturale di Nazareth al lago, pur tenendo conto della distanza non indifferente, è sul versante sud occidentale. Betsaida era il porto di Gamala, e questo ci dimostra che Gesù doveva aver avuto a che fare con la fatidica città fortificata sul monte, che i romani ricordavano come uno dei luoghi maledetti della loro attività politica e militare in Palestina.

Naturalmente ci occorre un valido motivo per comprendere l’esigenza degli evangelisti di nascondere il legame tra Gesù e Gamala, e per localizzare la sua residenza in un luogo fittizio come Nazareth. A questa domanda otteniamo facilmente due risposte: la prima è che l’utilizzo di termini geografici per dissimulare significati indesiderati è comune nella redazione evangelica. Lo vediamo con gli aggettivi cananeo e galileo, che sono generalmente intesi come indicazioni geografiche, quando invece erano espressioni usate (rispettivamente in ebraico e in latino) per indicare gli zeloti, i guerriglieri yahwisti che combattevano contro i romani per ristabilire un degno messia sul trono di Israele e un degno sacerdote alla guida del tempio. La seconda risposta riguarda il fatto che Gamala era ben nota ai romani come la patria degli zeloti, nella quale erano nati personaggi importanti della lotta messianica, come Ezechia (ucciso da Erode in persona), e suo figlio Giuda, detto Giuda il galileo, fondatore della setta zelotica. Durante la guerra degli anni 66/70 Gamala era stata assediata dalle legioni di Vespasiano e, dopo lunghi e difficili mesi, durante i quali lo stesso futuro imperatore aveva partecipato ai combattimenti, era stata espugnata. A questo fatto era seguito il drammatico episodio del suicidio di massa degli abitanti della città (un tipico comportamento zelotico), che si passarono a fil di spada o si gettarono dal precipizio, pur di non finire prigionieri nelle mani degli invasori. I redattori dei Vangeli erano intenzionati a nascondere ogni possibile legame tra Gesù e la setta zelotica, tenendolo rigorosamente estraneo ad ogni ideologia di natura messianica.

La ricerca sulle origini primitive del cristianesimo non può prescindere da considerazioni di questo genere e non può fare a meno, a rischio di continuare a scambiare la storia con la leggenda, di aprirsi all’idea che le due città importanti nella vita di Gesù, quella di nascita e quella di residenza, Betlemme e Nazareth, siano state introdotte artificialmente dagli evangelisti, nel loro proposito di dipingere un Gesù Cristo teologico, molto lontano dal personaggio che, sotto l’impero di Tiberio, passò realmente i suoi giorni nella martoriata terra di Palestina.

David Donnini

S. Agostino. L'unzione di Betania.



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Col caso di Giuda che lo tradì pur essendo uno dei dodici, il Signore c'insegna la tolleranza onde evitare di dividere il corpo di Cristo.

1. Alla lettura evangelica di ieri, intorno alla quale abbiamo detto quello che il Signore ci ha suggerito, segue quella di oggi, sulla quale diremo ciò che il Signore ci vorrà suggerire. Alcune cose nella Scrittura sono chiare e non hanno bisogno di spiegazione, ma di attenzione; in quelle non bisogna indugiare, perché ci rimanga tempo di soffermarci dove è necessario spiegare.

[Cristo nostra Pasqua.]

2. Era vicina la Pasqua dei Giudei (Gv 11, 55). I Giudei vollero insanguinare quel giorno festivo con il sangue del Signore. In quel giorno di festa fu immolato l'Agnello, che con il suo sangue consacrò anche per noi tale giorno. I Giudei avevano deliberato di uccidere Gesù; egli intanto, che era venuto dal cielo per patire, decise di avvicinarsi al luogo della sua passione, essendo l'ora ormai vicina. Molti salirono a Gerusalemme dai dintorni per santificarsi. I Giudei facevano questo in ossequio al precetto del Signore, che era stato dato loro per mezzo del santo Mosè nella legge: esso stabiliva che per la festa di Pasqua da ogni parte tutti si dessero convegno a Gerusalemme per santificarsi mediante la celebrazione di quel giorno. Ma tale celebrazione era ombra di colui che doveva venire. Che significa: era ombra di colui che doveva venire? Significa che era profezia del Cristo venturo, profezia di colui che avrebbe patito per noi in quel giorno: in quel giorno l'ombra avrebbe ceduto il passo alla luce, e la figura sarebbe stata sostituita dalla realtà. I Giudei, dunque, possedevano la Pasqua come ombra, noi come realtà. Perché infatti il Signore aveva prescritto ai Giudei di uccidere l'agnello in quel giorno, se non perché egli stesso era colui del quale era stato vaticinato: Come pecora è stato condotto al macello (Is 53, 7)? Le porte dei Giudei furono segnate col sangue di un animale sacrificato, e le nostre fronti vengono segnate col sangue di Cristo. Di quel rito, che era un simbolo, si dice che era destinato a tener lontano l'angelo sterminatore dalle case le cui porte erano state segnate col sangue (cf. Es 12, 22-23); così il segno di Cristo allontana da noi lo sterminatore, se però il nostro cuore accoglie il Salvatore. Perché dico questo? Perché molti hanno le porte segnate, ma dentro non c'è l'ospite divino. E' facile avere sulla fronte il segno di Cristo, senza accogliere nel cuore la parola di Cristo. Perciò vi ho detto, o fratelli, e vi ripeto che il segno di Cristo allontana da noi lo sterminatore, solo se il nostro cuore accoglie Cristo come ospite. Ho detto questo affinché sia chiaro a tutti il significato di queste feste dei Giudei. E' venuto dunque il Signore per essere immolato, affinché noi avessimo la vera Pasqua, celebrando la sua passione come immolazione dell'Agnello.

3. Cercavano Gesù, ma con cattive intenzioni. Beati coloro che cercano Gesù con retta intenzione. Essi cercavano Gesù in modo tale da restarne privi loro e noi: ma quando si allontanò da loro, noi lo abbiamo accolto. Ci son di quelli che cercano Cristo e vengono biasimati; ce ne sono altri che vengono elogiati. La lode o la riprovazione corrispondono all'intenzione con cui lo si cerca. Anche nei salmi sta scritto: Siano delusi e svergognati coloro che cercano la mia anima (Sal 39, 15): si tratta di quelli che cercano con cattive intenzioni. Ma in un altro salmo si legge: Non c'è scampo per me, nessuno si dà pensiero della mia vita (Sal 141, 5). Sono considerati colpevoli coloro che lo cercano e coloro che non lo cercano. Noi dobbiamo cercare Cristo per averlo: cerchiamolo per possederlo, non per ucciderlo. Sì, è vero, anche quelli lo cercavano per prenderlo, ma per disfarsene al più presto. Lo cercavano e dicevano tra loro: Che ve ne pare, non verrà alla festa?

[Dove si trova Cristo.]

4. Ora, i gran sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che se qualcuno sapeva dove si trovava, lo denunziasse per arrestarlo (Gv 11, 56). Noi vorremmo indicare adesso ai Giudei dove si trova il Cristo. Volesse il cielo che i discendenti di coloro che dettero l'ordine di denunziare dove si trovava Cristo, ascoltino e s'impadroniscano di lui. Vengano alla Chiesa, ascoltino dove è Cristo, e lo prendano. Lo ascoltino dalla nostra voce, lo apprendano dal Vangelo. E' stato ucciso dai loro antenati, è stato sepolto, è risuscitato, è stato riconosciuto dai discepoli, davanti ai loro occhi è asceso al cielo dove siede alla destra del Padre. Colui che è stato giudicato, verrà per giudicare: ascoltino e lo prendano. Ma diranno: Come posso prenderlo se è assente? Come posso arrivare in cielo con le mie mani per prenderlo, se siede lassù? Arriva fin lassù con la tua fede, e lo avrai. I tuoi padri lo presero fisicamente, tu puoi averlo spiritualmente, poiché Cristo è presente anche se è assente. Se non fosse presente, neppure noi potremmo averlo. Ma siccome è vera la sua parola: Ecco, io sono con voi fino alla consumazione dei secoli (Mt 28, 20), se ne è andato ed è qui; è ritornato in cielo e non ci ha lasciati: ha portato in cielo il suo corpo, ma con la sua maestà è rimasto nel mondo.

5. Sei giorni prima della festa di Pasqua Gesù venne a Betania, dov'era Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Là gli fecero una cena; Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali (Gv 12, 1-2). Affinché nessuno prendesse il morto risuscitato per un fantasma, ecco che Lazzaro si era messo a tavola con gli altri: viveva, parlava, banchettava. La verità era davanti agli occhi di tutti e l'incredulità dei Giudei era confusa. Il Signore dunque era a tavola con Lazzaro e gli altri, mentre Marta, una delle sorelle, serviva.

[Il fatto e il mistero.]

6. Maria invece - l'altra sorella di Lazzaro - prese una libbra di un profumo di nardo autentico, di molto valore, e unse i piedi di Gesù, asciugandoli con i suoi capelli, e la casa si riempì del profumo dell'unguento (Gv 12, 3). Abbiamo ascoltato il fatto, cerchiamone ora il significato spirituale. Ogni anima che voglia essere fedele, si unisce a Maria per ungere con prezioso profumo i piedi del Signore. Quel profumo simboleggiava la giustizia; ecco perché pesava una libbra; ed era un profumo di nardo autentico, prezioso. La parola pistici dobbiamo ritenerla come un'indicazione del luogo da cui proveniva quell'unguento prezioso; né tuttavia questo c'impedisce di considerarla atta ad esprimere magnificamente qualcosa di misterioso. In greco infatti significa fede. Ti sforzavi di compiere le opere della giustizia; ebbene, sappi che il giusto vive della fede (Rm 1, 17). Ungi i piedi di Gesù: segui le orme del Signore conducendo una vita degna. Asciugagli i piedi con i capelli: se hai del superfluo dàllo ai poveri, e avrai asciugato i piedi del Signore con i capelli che, appunto, sono considerati come una parte superflua del corpo. Ecco come devi impiegare il superfluo: per te è superfluo, ma per i piedi del Signore è necessario. Accade che sulla terra i piedi del Signore siano bisognosi. A chi, se non alle sue membra, si riferisce la parola che egli pronuncerà alla fine del mondo: Ogni volta che l'avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me (Mt 25, 40)? Avete erogato ciò che per voi era superfluo, ma avete soccorso i miei piedi.

7. La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama. Il buon odore infatti è la buona fama Coloro che vivono male e si dicono cristiani, fanno ingiuria a Cristo; è di questi che l'Apostolo dice che per colpa loro il nome del Signore viene bestemmiato (Rm 2, 24). Se per colpa loro il nome del Signore è bestemmiato, per merito dei buoni cristiani il nome del Signore viene lodato. Ascoltalo ancora: Noi siamo - egli dice - il buon odore di Cristo in ogni luogo. Anche nel Cantico dei cantici si dice: Un profumo che si espande è il tuo nome (Ct 1, 2). Ma ritorniamo all'Apostolo: In ogni luogo - egli dice - noi siamo il buon odore di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono: per gli uni odore di morte per la morte, e per gli altri odore di vita per la vita. E chi è all'altezza di questo compito? (2 Cor 2, 14-16). La presente lettura del santo Vangelo ci offre l'occasione di parlare di questo buon odore, dandovene una spiegazione sufficiente, che voi vorrete attentamente ascoltare. Ma, avendo detto l'Apostolo: E chi è all'altezza di questo compito?, solo per il fatto che noi ci sforziamo di parlarvene, ci potremo considerare all'altezza di farlo e voi all'altezza di capire queste cose? Noi, certamente non siamo all'altezza; ma lo è colui che si serve di noi per dirvi quanto a voi è utile. L'Apostolo, come egli stesso dice, è il buon odore; ma questo buon odore per alcuni è odore di vita per la vita, mentre per altri è odore di morte per la morte. Tuttavia è sempre un buon odore. Dice forse che per gli uni è buon odore per la vita, mentre per gli altri è cattivo odore per la morte? No, egli dice di essere il buon odore, non il cattivo odore, e questo medesimo buon odore è vita per alcuni, morte per altri. Fortunati coloro che nel buon odore trovano la vita; ma chi è più sventurato di chi nel buon odore trova la morte?

8. E come è possibile, si dirà, che uno muoia ucciso dal buon odore? E' quello che si chiede l'Apostolo dicendo: E chi è capace di tanto? E' davvero misteriosa l'azione di Dio per cui il buon odore è vita per i buoni e morte per i cattivi. (C'è forse qui un senso troppo profondo perché io possa penetrarlo); tuttavia, nella misura che il Signore si degna ispirarmi, non posso negarvi quanto sono riuscito a scoprire come ciò avvenga. Ovunque si diffondeva la fama di Paolo apostolo che operava bene, viveva bene, predicava con la parola e confermava con l'esempio la giustizia, dottore mirabile, amministratore fedele. E alcuni lo amavano, mentre altri lo detestavano. Egli stesso nella lettera ai Filippesi parla di certuni che non lealmente, ma per invidia, annunciavano Cristo con l'intenzione - dice - di aggiungere dolore alle mie catene. Ma come reagisce? Quello che importa è che, per pretesto o con sincerità, Cristo venga annunziato (Fil 1, 17-18). Lo annunziano quelli che mi amano, lo annunziano quelli che mi vogliono male: per gli uni il buon odore di Cristo è vita, per gli altri è morte. Ma tuttavia per la predicazione degli uni e degli altri il nome di Cristo viene annunziato, e il mondo si riempie di questo ottimo odore. Se tu hai amato chi agiva bene, nel buon odore hai trovato la vita; se invece ti sei messo contro chi agiva bene, col buon odore ti sei procurato la morte. Forse che tu, procurandoti la morte, hai fatto diventar cattivo il buon odore? No di certo. Non essere malevolo, e il buon odore non ti farà morire.

9. Ascolta infine come anche in questo caso il buon odore sia stato per alcuni fonte di vita, per altri cagione di morte. Dopo che Maria con tanta devozione ebbe compiuto quell'atto di omaggio al Signore, subito uno dei discepoli, Giuda l'Iscariota, quello che stava per tradirlo, disse: Perché non s'è venduto questo unguento per trecento denari e non s'è dato ai poveri? (Gv 12, 4-5). Guai a te, miserabile! Il buon odore ti ha ucciso. Il santo evangelista ci rivela per qual motivo egli parlò così. Se il Vangelo non ci avesse manifestato la vera intenzione di Giuda, anche noi avremmo creduto che egli fosse mosso da amore per i poveri. Invece non era così. E allora per quale motivo aveva parlato? Ascolta il testimone verace: Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, portava ciò che vi si metteva dentro (Gv 12, 6). Portava, o asportava? Per ufficio portava, ma rubando asportava.

[Tolleranza per evitare le divisioni.]

10. Ma ascoltate: Giuda non diventò perverso soltanto allorché, corrotto dai Giudei, tradì il Signore. Molti che conoscono il Vangelo superficialmente, credono che Giuda si pervertì solo quando ricevette dai Giudei il denaro per tradire il Signore. Non fu allora che si pervertì; già da prima era ladro, e pervertito seguiva il Signore, perché lo seguiva col corpo, non col cuore. Egli completava il numero dei dodici Apostoli, ma non possedeva la beatitudine apostolica; soltanto come figura occupava il posto del dodicesimo: quando egli cadde, un altro subentrò al suo posto; questo vero apostolo rimpiazzò l'intruso, conservando così il numero apostolico (cf Act 1, 26). Cosa ha voluto insegnare alla sua Chiesa nostro Signore Gesù Cristo conservando un traditore tra i dodici? Cosa ha voluto insegnarci, fratelli miei, se non a tollerare anche i malvagi pur di non dividere il corpo di Cristo? Ecco, tra i santi c'è Giuda, e Giuda è un ladro, e per giunta - non disprezzarlo! - un ladro sacrilego, non un ladro qualsiasi: egli ruba, e ruba la borsa del Signore; ruba denaro, e denaro sacro. Se in tribunale si fa distinzione tra i vari crimini, tra un furto comune e il peculato (cioè il furto del denaro pubblico) e questo furto non si giudica allo stesso modo dell'altro, quanto più severamente si dovrà allora giudicare il ladro sacrilego, cioè colui che ha osato rubare alla Chiesa? Chi ruba alla Chiesa è paragonabile all'iniquo Giuda. Tale era Giuda, e tuttavia andava e veniva con gli undici santi discepoli. Assieme a loro partecipò alla medesima cena del Signore; visse con loro senza tuttavia riuscire a contaminarli. Pietro e Giuda ricevettero il medesimo pane, e tuttavia che parte poteva avere in comune il fedele con l'infedele? Pietro infatti ricevette il pane per la vita, Giuda per la morte. Era di questo pane come di quel buon odore: dà la vita ai buoni e la morte ai cattivi. Infatti chi mangerà indegnamente, si mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11, 29); la sua condanna, non la tua. Se la condanna è per lui non per te, sopporta il cattivo tu che sei buono, e giungerai alla ricompensa riservata ai buoni, non sarai condannato alla pena destinata ai cattivi.

11. Tenete conto dell'esempio che il Signore ci ha dato mentre era in terra. Perché volle avere la borsa lui che aveva gli angeli al suo servizio, se non perché l'avrebbe dovuta avere anche la sua Chiesa? Perché accolse un ladro tra i suoi, se non per insegnare alla sua Chiesa a sopportare pazientemente i ladri? E colui che era solito sottrarre il denaro dalla borsa, non esitò a vendere per denaro il Signore stesso. Vediamo come reagisce il Signore. State attenti, fratelli. Non gli dice: Tu parli così perché sei un ladro. Sapeva che era un ladro, ma non lo rivelò; tollerò anzi la sua presenza insegnandoci così, con l'esempio, a tollerare i malvagi in seno alla Chiesa. Gli disse dunque Gesù: Lasciala! essa ha riservato questo unguento al giorno della mia sepoltura (Gv 12, 7). Così annunciò la sua morte.

[Pietro e la Chiesa.]

12. Cerchiamo di comprendere le parole seguenti: I poveri li avrete sempre con voi, me invece non mi avrete sempre (Gv 12, 8). Comprendiamo senza dubbio la prima parte: I poveri li avrete sempre. Ciò che ha detto Gesù è vero. Quando mai la Chiesa è stata senza poveri? Ma che significa: non avrete sempre me? Come bisogna intendere queste parole? Non vi spaventate; erano rivolte a Giuda. E perché allora non ha detto: non avrai, ma ha detto: non avrete, al plurale? Perché Giuda non è uno solo. Quest'unico malvagio rappresenta la società dei malvagi; allo stesso modo che Pietro rappresenta la società dei buoni, anzi il corpo della Chiesa, in quanto però composta di buoni. Poiché se in Pietro non fosse stato presente il sacramento della Chiesa, il Signore non gli avrebbe detto: A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra resterà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra resterà sciolto nei cieli (Mt 16, 19). Se questo fosse stato detto soltanto a Pietro, la Chiesa non potrebbe farlo. Ma dal momento che, nella Chiesa, avviene la stessa cosa: che quanto è legato in terra resta legato in cielo, e che tutto ciò che è sciolto in terra resta sciolto in cielo; quando infatti scomunica la Chiesa, la scomunica è ratificata in cielo, e chi è riconciliato dalla Chiesa è riconciliato in cielo; se dunque questo avviene nella Chiesa, vuol dire che Pietro, quando ricevette le chiavi, rappresentava la Chiesa. Se nella persona di Pietro erano rappresentati i buoni che esistono nella Chiesa, nella persona di Giuda erano rappresentati i malvagi che esistono nella Chiesa: ad essi è stato detto: non sempre avrete me. Perché dice: non sempre? E perché sempre? Se tu sei buono, se appartieni al corpo della Chiesa, rappresentato da Pietro, hai Cristo ora e nel futuro: ora mediante la fede, mediante il segno della croce, mediante il sacramento del battesimo, mediante il cibo e la bevanda dell'altare. Hai Cristo ora e lo avrai sempre nel futuro; perché quando uscirai da questa vita, raggiungerai colui che disse al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23, 43). Se invece ti comporti male, ti illudi di avere Cristo oggi perché entri in chiesa, ti fai il segno della croce, sei battezzato col battesimo di Cristo, ti mescoli alle membra di Cristo, ti accosti all'altare di Cristo: al presente hai Cristo, ma, vivendo male, non lo avrai sempre.

13. La frase i poveri li avrete sempre con voi, non sempre avrete me, può avere anche un altro senso. Anche i buoni possono intenderla rivolta a loro: senza però alcun timore: egli parlava soltanto della sua presenza corporale. Infatti quanto alla sua maestà, alla sua provvidenza, all'ineffabile e invisibile sua grazia, si realizza quanto egli ha detto: Ecco, io sono con voi fino alla consumazione dei secoli (Mt 28, 20). Ma in quanto alla carne che il Verbo ha assunto, in quanto al fatto che è nato dalla Vergine, catturato dai Giudei, crocifisso, deposto dalla croce, avvolto nella sindone, chiuso nel sepolcro e si è manifestato nella risurrezione, non sempre mi avrete con voi. Perché? Perché, dopo essersi intrattenuto con la sua presenza corporale per quaranta giorni con i suoi discepoli, mentre essi lo seguivano con gli occhi senza poterlo seguire, è asceso al cielo (cf. At 1, 3 9-10) e non è più qui. Egli è in cielo dove siede alla destra del Padre, ed è anche qui, dato che con la sua maestà non si è allontanato dalla terra. In altre parole: secondo la sua maestà sempre abbiamo Cristo con noi, mentre secondo la sua presenza corporale giustamente egli ha detto ai discepoli: Me non sempre mi avrete. La Chiesa ha goduto della sua presenza fisica solo per pochi giorni: ora lo possiede mediante la fede, ma non può vederlo con gli occhi della carne. Pertanto la difficoltà che sorgeva dalle parole: Me non sempre mi avrete, credo possa considerarsi risolta in questi due modi.

14. Ascoltiamo le poche parole che rimangono: Una grande folla di Giudei seppe che Gesù era là e vennero non solamente per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti (Gv 12, 9). Li attirò la curiosità, non la carità; vennero e videro. Ma ascoltate ora la geniale idea dei piccoli uomini impotenti. Di fronte alla risurrezione di Lazzaro, siccome il miracolo si era così rapidamente divulgato suscitando tanto scalpore che era impossibile occultare o negare in alcun modo il fatto, sentite cosa escogitarono. Decisero, i gran sacerdoti, di far morire anche Lazzaro, perché molti Giudei li abbandonavano a causa di lui e credevano in Gesù (Gv 12, 10-11). O stolta deliberazione e cieca crudeltà! Cristo Signore che aveva risuscitato un morto, non avrebbe potuto risuscitare un ucciso? Pensavate forse, col dare la morte a Lazzaro di poter togliere la potenza al Signore? E se per voi c'è differenza tra risuscitare un morto e risuscitare un ucciso, ecco che il Signore ha compiuto l'una e l'altra cosa: ha risuscitato Lazzaro morto e ha risuscitato se stesso ucciso.