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Sant’Ilario. Il Timore di Dio



dai "Trattati sui salmi" di sant’Ilario, vescovo (Sal 127, 1-3; CSEL 22, 628-630)


"Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie" (Sal127,1). Ogni volta che nella Scrittura si parla del timore del Signore, bisogna tener presente che non si trova mai da solo, come se per noi bastasse alla completezza della fede, ma gli vengono aggiunti o anteposti molti altri valori. Da questi si comprende l’essenza e la perfezione del timor di Dio come sappiamo da quanto è detto nei Proverbi di Salomone: "Se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore" (Pro2,3-5). Vediamo da ciò per quanti gradi si arriva al timore di Dio. Anzitutto, chiesto il dono della sapienza si deve affidare tutto il compito dell’approfondimento al dono dell’intelletto, con il quale ricercare e investigare la sapienza. Solo allora si potrà comprendere il timore del Signore. Certamente il modo comune di ragionare degli uomini non procede così circa il timore. Infatti il timore è considerato come la paura che ha l’umana debolezza quando teme di soffrire ciò che non vorrebbe gli accadesse. Tale genere di timore si desta in noi con il rimorso della colpa, di fronte al diritto del più potente, o all’attacco del più forte, a causa di una malattia, per l’incontro con una bestia feroce o, infine, per la sofferenza di qualsiasi male. Non è questo il timore che qui si insegna, perché esso deriva dalla debolezza naturale. In questa linea di timore, infatti, ciò che si deve temere non è per nulla oggetto e materia di apprendimento, poiché le cose temibili si incaricano da se stesse a incutere terrore. Del timore del Signore invece così sta scritto: "Venite, figli, ascoltatemi; v’insegnerò il timore del Signore" (Sal33,12). Dunque si impara il timore del Signore, perché viene insegnato. Questo genere di timore non sta nello spavento naturale e spontaneo, ma in una realtà che viene comunicata come una dottrina. Non promana dalla trepidazione della natura, ma lo si comincia ad apprendere con l’osservanza dei comandamenti, con le opere di una vita innocente, e con la conoscenza della verità. Per conto nostro il timore di Dio è tutto nell’amore, e l’amore perfetto perfeziona questo timore. Il compito proprio del nostro amore verso Dio è di ascoltarne gli ammonimenti, obbedire ai suoi comandamenti, fidarsi delle sue promesse. Ascoltiamo dunque la Scrittura che dice: "Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene?" (Dt10,12). Molte poi sono le vie del Signore, benché egli stesso sia la via. Ma quando parla di se stesso si chiama via, dando anche la ragione per cui si chiami così: "Nessuno", dice, "viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv14,6). Bisogna dunque porsi il problema delle molte vie possibili e ponderare molti elementi perché, edotti da molte ragioni, possiamo trovare quell’unica via della vita eterna che fa per noi. Vi sono infatti vie nella legge, vie nei profeti, vie nei vangeli, vie negli apostoli, vie anche nelle diverse opere dei maestri. Beati coloro che camminano in esse col timore di Dio.

Il Timore di Dio. Lettera da Taizè




Quale relazione con Dio esprimono le parole temere Dio?

Parole diverse esprimono la nostra relazione con Dio, possiamo credere in lui, amarlo, servirlo. Talvolta si dice anche temere Dio. Questa espressione è difficile da capire, ma essa non è rara nella Bibbia, vale la pena fare lo sforzo di una lettura attenta di qualche testo per cercare di coglierne meglio il senso.

C’è dapprima il timore come sottofondo di tutte le religioni. Le manifestazioni del divino producono emozioni forti, giungendo fino al panico e al terrore. La divinità affascina e spaventa allo stesso tempo. Nessun incontro con lo sconosciuto e l’inatteso di Dio passa senza un momento di brivido. È così dall’apparizione di Dio al Sinai fino al mattino di Pasqua: le donne giunte al sepolcro vuoto «avevano paura» (Marco 16,8). Ma, nella Bibbia, non c’è quasi mai un’emozione suscitata da una manifestazione divina senza che subito risuoni la parola: «Non temere». Il timore religioso non è di per sé un valore. Non deve durare, ma lasciar posto alla fiducia.

In altri contesti, il timore di Dio è una realtà duratura e non passeggera. «Il timore del Signore è puro, dura sempre» (Salmo 19,10). La spiegazione di questo timore duraturo non è da cercarsi nell’emozione religiosa, ma nel linguaggio politico dell’epoca. I trattati di protezione stipulavano che i protetti avrebbero temuto e servito fedelmente il loro protettore. Nell’alleanza di Dio con Israele, le stesse parole esprimono l’impegno di fedeltà verso Dio: «Che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima?» (Deuteronomio 10,12). Temere, amare e servire Dio qui sono sinonimi. Il timore di Dio non è più una emozione, ma un atteggiamento stabile della fedeltà nell’alleanza.

Nei salmi, temere il Signore, è «custodire la sua alleanza e ricordarsi di osservare i suoi precetti» (Salmo 103,18). «Coloro che temono il Signore» formano « la grande assemblea» dei fedeli riuniti nel Tempio per pregare e adorare Dio (Salmo 22,26). In questo contesto, il timore del Signore corrisponde pressappoco a quella che chiamiamo pratica religiosa. Per questo esso viene insegnato: «Venite, figli, ascoltatemi; v’insegnerò il timore del Signore» (Salmo 34,12). «Insegnare il timore del Signore», non è assolutamente suscitare la paura, ma è insegnare le preghiere e i comandamenti, introdurre a una vita di fiducia in Dio. «Voi che temete il Signore, confidate in lui» (Siracide 2,8).

Tenendo conto dell’uso che la Bibbia fa della parola temere, si può, in molti casi, tradurla con adorare o amare, e tradurre timore di Dio con fedeltà.

Il timore di Dio può avere ancora qualcosa da dirci?

La reticenza attuale di parlare del timore di Dio è senza dubbio giustificata, tanto il linguaggio della paura ha potuto rendere irriconoscibile il fatto che Dio è amore. Per evitare questo pericolo, ci si serve, ovunque è possibile, di un altro vocabolario. Ma rimangono nei due Testamenti dei passi dove il timore di Dio è la parola chiave difficilmente sostituibile.

Secondo il profeta Isaia, il timore di Dio guarisce le paure degli uomini: «Poiché così il Signore mi disse, quando mi aveva preso per mano e mi aveva proibito di incamminarmi nella via di questo popolo: “Non chiamate congiura ciò che questo popolo chiama congiura, non temete ciò che esso teme e non abbiate paura”. Il Signore, lui solo ritenete santo. Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura» (8,11-13). Con ogni evidenza, Isaia invita al coraggio e alla fiducia, ma questa fiducia, la chiama timore e paura! È un’espressione retorica, anzi di più. Isaia sa che la paura è incontrollabile. Allora è come se dicesse: «Voi non potete non temere: allora temete Dio! Dirigete dunque verso Dio tutta quella energia che anima la vostra paura». Questo timore di Dio che ingloba gli altri timori non è facile da definire, ma è certamente la sorgente di una grande libertà interiore.

Un po’ oltre nel libro di Isaia, il timore di Dio è un carisma del Messia: « Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Isaia 11,2). Come la sapienza e la fortezza, il timore del Signore è un dono dello Spirito santo! Questo stesso dono si chiama anche umiltà. Temere il Signore, è riconoscere in lui la sorgente di ogni bene. Questa trasparenza era al cuore della vita di Gesù: «Non faccio nulla da me stesso… ma il Padre che è in me compie le sue opere» (Giovanni 8,28 e 14,10).

L’apostolo Paolo scrive: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare» (Filippesi 2,12-13). Poiché Paolo afferma che la salvezza viene dalla fede, «attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» deve qui esprimere un aspetto della fede. La fede non è una certezza leggera, ma una fiducia tutta tremante: fiducia viva, stupita, vigilante. La nostra salvezza è un miracolo che Dio «opera in noi», è per questo che richiede tutta la nostra attenzione. «Attendete con timore e tremore» è prendere coscienza che ogni istante è un incontro con Dio, poiché in ogni momento Dio è all’opera in noi.

«Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele» (Salmo 22,24). Progressione stupefacente dei verbi: «lodate, glorificate, temete il Signore!». Qui il timore è la lode, che è giunta al punto in cui essa non sa più cosa dire: e la lode diventa stupore, silenzio e amore.

Lettera da Taizé: 2004/4