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dom Prosper Guéranger. 29 GIUGNO SAN PIETRO E SAN PAOLO, APOSTOLI

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La risposta dell'amore.

“Simone, figlio di Giona, mi ami tu?”. Ecco l'ora in cui si fa sentire la risposta che il Figlio dell'Uomo esigeva dal pescatore di Galilea. Pietro non teme la triplice domanda del Signore. Dalla notte in cui il gallo fu meno pronto a cantare che non il primo fra gli Apostoli a rinnegare il suo Maestro, lacrime senza fine hanno segnato due solchi sulle sue guance; ma è spuntato il giorno in cui cesseranno i pianti. Dal patibolo sul quale l'umile discepolo ha voluto essere inchiodato con il capo in giù, il suo cuore traboccante ripete infine senza timore la protesta che, dalla scena sulle rive del lago di Tiberiade, ha silenziosamente consumato la sua vita: “Sì, o Signore, tu sai che io ti amo!” (Gv 21,17).

L'amore, segno del nuovo sacerdozio.

L'amore è il segno che distingue dal ministero della legge di servitù il sacerdozio dei tempi nuovi. Impotente, immerso nel timore, il sacerdote ebreo non sapeva far altro che irrorare l'altare figurativo del sangue di vittime che sostituivano lui stesso. Sacerdote e vittima insieme, Gesù chiede di più a coloro che chiama a partecipare alla prerogativa che lo fa pontefice in eterno secondo l'ordine di Melchisedech (Sal 109,4). “Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quel che fa il padrone. Ma vi ho chiamati amici perché vi ho comunicato tutto quello che ho udito dal Padre mio (Gv 15,15). “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Perseverate nell'amor mio” (ivi, 9).

Ora, per il sacerdote ammesso in tal modo nella comunità del Pontefice eterno, l'amore è completo solo se si estende all'umanità riscattata nel grande Sacrificio. E, si noti bene: in ciò vi è per lui qualcosa di più dell'obbligo comune a tutti i cristiani di amarsi a vicenda come membra di uno stesso Capo; poiché, con il suo sacerdozio, egli fa parte del Capo, e per questo motivo la carità deve prendere in lui qualcosa del carattere e delle profondità dell'amore che questo Capo ha per le sue membra. Che cosa accadrebbe se, al potere che possiede di immolare Cristo stesso, al dovere di offrirsi insieme con lui nel segreto dei Misteri, la pienezza del pontificato venisse ad aggiungere la missione pubblica di dare alla Chiesa l'appoggio di cui ha bisogno, la fecondità che lo Sposo celeste si aspetta da essa? È allora che, secondo la dottrina espressa fin dalle più remote antichità dai Papi, dai Concili e dai Padri, lo Spirito Santo lo rende atto alla sua sublime missione identificando completamente il suo amore a quello dello Sposo di cui soddisfa gli obblighi e di cui esercita i diritti.

L'amore di san Pietro.

Affidando a Simone figlio di Giona l'umanità rigenerata, la prima cura dell'Uomo-Dio era stata quella di assicurarsi che egli sarebbe stato veramente il vicario del suo amore (Sant'Ambrogio, Comm. su san Luca, 10); che, avendo ricevuto più degli altri, avrebbe amato più di tutti (Lc 7,47; Gv 21,15); che, erede dell'amore di Gesù per i suoi che erano nel mondo li avrebbe amati al pari di lui sino alla fine (Gv 13,1). Per questo la costituzione di Pietro al vertice della sacra gerarchia, concorda nel Vangelo con l'annuncio del suo martirio (ivi 21,18): pontefice supremo, doveva seguire fino alla Croce il supremo gerarca (ivi 19,22).

Ora, la santità della creatura, e nello stesso tempo la gloria del Dio creatore e salvatore, non trovano la loro piena espressione che nel Sacrificio che abbraccia pastore e gregge in uno stesso olocausto.

Per questo fine supremo di ogni pontificato e di ogni gerarchia, dall'Ascensione di Gesù in poi Pietro aveva percorso la terra. A Joppe, quando era ancora agli inizi del suo itinerario apostolico, una misteriosa fame si era impadronita di lui: “Alzati, Pietro, uccidi e mangia”, aveva detto lo Spirito; e, nello stesso tempo, una visione simbolica presentava riuniti ai suoi occhi gli animali della terra e gli uccelli del cielo (At 10,9-16). Era la gentilità che egli doveva congiungere, alla tavola del divino banchetto, ai resti d'Israele. Vicario del Verbo, condivideva la sua immensa fame; la sua carità, come un fuoco divoratore, si sarebbe assimilati i popoli; realizzando il suo attributo di capo, sarebbe venuto il giorno i cui, vero capo del mondo, avrebbe fatto di quella umanità offerta in preda alla sua avidità il corpo di Cristo nella sua stessa persona. Allora, nuovo Isacco, o piuttosto vero Cristo, avrebbe visto anche lui innalzarsi davanti a sé il monte dove Dio guarda, aspettando l'offerta (Gen 22,14).

Il martirio di san Pietro.

Guardiamo anche noi, poiché quel futuro è divenuto presente, e, come nel grande Venerdì, prendiamo anche noi parte allo spogliamento che si annuncia. Parte beata, tutta di trionfo: qui almeno, il deicidio non unisce la sua lugubre nota all'omaggio del mondo e il profumo d'immolazione che già si eleva dalla terra riempie i cieli della sua soave letizia. Divinizzata dalla virtù dell'adorabile ostia del Calvario, si direbbe infatti che la terra oggi basti a se stessa. Semplice figlio di Adamo per natura, e tuttavia vero pontefice supremo, Pietro avanza portando il mondo: il suo sacrificio completerà quello dell'Uomo-Dio che lo investì della sua grandezza (Col 1,24); inseparabile dal suo capo visibile, anche la Chiesa lo riveste della sua gloria (1Cor 11,7). Per il potere di quella nuova croce che si eleva, Roma oggi diventa la città santa. Mentre Sion rimane maledetta per avere una volta crocifisso il suo Salvatore, Roma avrà un bel rigettare l'Uomo-Dio, versarne il sangue nella persona dei suoi martiri, nessun delitto di Roma potrà prevalere contro il grande fatto che si pone in quest'ora: la croce di Pietro le ha delegato tutti i diritti di quella di Gesù, lasciando ai Giudei la maledizione; essa ora diventa la Gerusalemme.

Il martirio di san Paolo.

Essendo dunque tale il significato di questo giorno, non ci si stupirà che l'eterna Sapienza abbia voluto renderlo ancora più sublime, unendo l'immolazione dell'apostolo Paolo al Sacrificio di Simon Pietro. Più di ogni altro, Paolo aveva portato avanti, con le sue predicazioni, l'edificazione del corpo di Cristo (Ef 4,12); se oggi la santa Chiesa è giunta a quel pieno sviluppo che le consente di offrirsi nel suo capo come un'ostia di soavissimo odore, chi meglio di lui potrebbe dunque meritare di completare l'offerta? (Col 1,24; 2Cor 12,15). Essendo giunta l'età perfetta della Sposa (Ef 4,13), anche la sua opera è terminata (2Cor 11,2). Inseparabile da Pietro nelle sue fatiche in ragione della fede e dell'amore, lo accompagna parimenti nella morte (Antifona dell'Ufficio); entrambi lasciano la terra nel gaudio delle nozze divine sigillate con il sangue, e salgono insieme all'eterna dimora dove l'unione è perfetta (2Cor 5).

VITA DI SAN PIETRO - Dopo la Pentecoste, san Pietro organizzò con gli altri Apostoli la chiesa di Gerusalemme, quindi le chiese di Giudea e di Samaria, e infine ricevette nella Chiesa il centurione Cornelio, il primo pagano convertito. Sfuggito miracolosamente alla morte che gli riservava il re Erode Agrippa, lasciò la Palestina e si recò a Roma dove fondò, forse fin dall'anno 42, la Chiesa che doveva essere il centro della Cattolicità. Da Roma intraprese parecchi viaggi apostolici. Verso il 50 è a Gerusalemme per il Concilio che decretò l'ammissione dei Gentili convertiti nella Chiesa, senza obbligarli alle osservanze della legge mosaica. Passò ad Antiochia, nel Ponto, in Galazia, in Cappadocia, in Bitinia e nella provincia dell'Asia. Avendo un incendio distrutto la città di Roma nel 64, si accusarono i cristiani di essere gli autori della catastrofe e Nerone li fece arrestare in massa. Parecchie centinaia, forse anche parecchie migliaia furono condannati a morte mediante vari supplizi: alcuni furono crocifissi, altri bruciati vivi, altri dati in pasto alle belve nell'anfiteatro, altri infine decapitati. San Pietro, dapprima incarcerato secondo una antica tradizione nel carcere Mamertino, fu crocifisso con la testa in giù, negli orti di Nerone, sul colle Vaticano. Qui fu seppellito. La data esatta del suo supplizio è il 29 giugno del 67.

La festa del 29 giugno.

Dopo le grandi solennità dell'Anno Liturgico e la festa di san Giovanni Battista, non ve n'è alcun'altra più antica o più universale nella Chiesa di quella dei due Principi degli Apostoli. Molto presto Roma celebrò il loro trionfo nella data stessa del 29 giugno che li vide elevarsi dalla terra al cielo. La sua usanza prevalse subito su quella di alcune regioni, dove si era dapprima deciso di fissare la festa degli Apostoli agli ultimi giorni di dicembre. Certamente, era un nobile pensiero quello di presentare i padri del popolo cristiano al seguito dell'Emmanuele nel suo ingresso nel mondo. Ma come abbiamo visto, gli insegnamenti di questo giorno hanno, per se stessi, una importanza preponderante nell'economia del dogma cristiano; essi formano il complemento dell'intera opera del Figlio di Dio; la croce di Pietro costituisce la Chiesa nella sua stabilità, e assegna al divino Spirito l'immutabile centro delle sue operazioni. Roma era dunque ben ispirata quando, riservando al discepolo prediletto l'onore di vegliare per i suoi fratelli presso la culla del Dio-Bambino, conservava la solenne commemorazione dei Principi dell'apostolato nel giorno scelto da Dio per porre termine alle loro fatiche e coronare, insieme con la loro vita, l'intero ciclo dei misteri.

Il ricordo dei dodici Apostoli.

Ma era giusto non dimenticare, in un giorno così solenne, quegli altri messaggeri del padre di famiglia che irrorarono anch'essi dei loro sudori e del loro sangue tutte le strade del mondo, per accelerare il trionfo e radunare gli invitati del banchetto nuziale (Mt 22,8-10). Grazie appunto ad essi, la legge di grazia è ora definitivamente promulgata in mezzo alle genti e la buona novella ha risuonato in tutte le lingue e su tutte le sponde (Sal 18,4-5). Cosicché la festa di san Pietro, particolarmente completata dal ricordo di Paolo che gli fu compagno nella morte, fu tuttavia considerata, fin dai tempi più remoti, come quella dell'intero Collegio Apostolico. Non si sarebbe potuto pensare, nei primi tempi di poter separare dal glorioso capo alcuno di quelli che il Signore aveva riavvicinati così intimamente, nella solidarietà della comune opera. In seguito tuttavia furono consacrate successivamente particolari solennità a ciascuno di essi, e la festa del 29 giugno rimase attribuita più esclusivamente ai due principi il cui martirio aveva reso illustre questo giorno. Avvenne anche presto che la Chiesa romana, non credendo di poterli onorare convenientemente entrambi in uno stesso giorno, rimandò all'indomani la lode più esplicita del Dottore delle genti.

MESSA

EPISTOLA (At 12,1-11). - In quei giorni, il re Erode mise mano a maltrattare alcuni della Chiesa. Fece morir di spada Giacomo, fratello di Giovanni; e, vedendo che ciò era accetto ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano i giorni degli azzimi. E, presolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, volendo dopo la Pasqua presentarlo al popolo. Pietro adunque era custodito nella prigione, ma dalla Chiesa si faceva continua orazione per lui. Or quando Erode stava per presentarlo al popolo, proprio la notte avanti, Pietro dormiva in mezzo a due soldati, stretto con doppia catena, e le sentinelle, alla porta, custodivano il carcere. Ed ecco presentarsi l'Angelo del Signore, e splendere una luce nella cella. E l'Angelo, percosso il fianco di Pietro, lo svegliò dicendo: Presto, levati. E le catene gli caddero dalle mani. L'Angelo gli disse: Cingiti e legati i sandali. E lo fece. E gli aggiunse: Buttati addosso il mantello e seguimi. E Pietro, uscendo, lo seguiva, e non sapeva essere realtà quel che era fatto dall'Angelo, ma credeva di vedere una visione. E passata la prima e la seconda sentinella, giunsero alla porta di ferro che mette in città, la quale si aprì loro da se medesima. E usciti fuori, si inoltrarono per una strada e d'improvviso l'Angelo sparì da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: Or veramente riconosco che il Signore ha mandato il suo Angelo e m'ha liberato dalle mani di Erode e dall'attesa del popolo dei Giudei.

La partenza verso Roma.

È difficile tornare con maggior insistenza di quanto faccia la Liturgia di questo giorno sull'episodio della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Parecchie Antifone e tutti i Capitoli dell'Ufficio sono tratti da esso; l'Introito lo cantava or ora; ed ecco che l'Epistola ci offre nella sua integrità il racconto che sembra interessare in modo tanto particolare oggi la Chiesa di Dio. Il segreto di tale preferenza è facile a scoprirsi. Questa festa è quella in cui la morte di Pietro conferma la Chiesa nelle sue auguste prerogative di Regina, di Madre e di Sposa; ma quale fu il punto di partenza di tali grandezze, se non il momento solenne fra tutti, in cui il Vicario dell'Uomo-Dio, scuotendo su Gerusalemme la polvere dei suoi calzari (Lc 10,11), volse la faccia verso l'Occidente, e trasferì in Roma i diritti della sinagoga ripudiata? Ora è appunto nell'uscire dalla prigione di Erode, che questo sublime episodio ebbe luogo. E uscendo dalla città se ne andò - dicono gli Atti - in un altro luogo (At 12,17). Questo altro luogo, secondo la testimonianza della storia e di tutta la tradizione, era la città chiamata a diventare la nuova Sion; era Roma, dove qualche settimana dopo giungeva Simon Pietro. Cosicché, riprendendo le parole dell'angelo in uno dei Responsori dell'Ufficio del Mattutino, la gentilità cantava questa notte: “Alzati, Pietro, e indossa i tuoi vestiti: cingiti di forza, per salvare le genti; poiché le catene sono cadute dalle tue mani”.

Il sonno di Pietro.

Come un giorno Gesù nella barca vicina ad affondare, Pietro dormiva tranquillamente alla vigilia del giorno in cui doveva morire. La tempesta, i pericoli d'ogni sorta, non saranno risparmiati nel corso dei secoli ai successori di Pietro. Ma non si vedrà più, sulla barca della Chiesa, il panico che si era impadronito dei compagni del Signore nel battello sollevato dall'uragano. Mancava allora ai discepoli la fede, ed era appunto la sua assenza a cagionare il loro spavento (Mc 4,40). Ma dalla discesa dello Spirito divino, quella fede preziosa da cui derivano tutti i doni non può far difetto alla Chiesa. Essa dà ai capi la serenità del Maestro; mantiene nel cuore del popolo fedele la preghiera ininterrotta, la cui umile fiducia vince silenziosamente il mondo, gli elementi e Dio stesso. Se accade che la barca di Pietro rasenti qualche abisso e il pilota sembri addormentato, la Chiesa non imiterà i discepoli nella tempesta del lago di Genezareth. Non si farà giudice del tempo e dei metodi della Provvidenza, né crederà lecito riprendere colui che deve vegliare per noi: ricordando che, per sciogliere senza tumulto le situazioni più difficili, possiede un mezzo migliore e più sicuro; non ignorando che, se non fa difetto l'intercessione, l'angelo del Signore verrà lui stesso a tempo opportuno a ridestare Pietro e a spezzare le sue catene.

Potere della preghiera.

Oh, come le poche anime che sanno pregare sono più potenti, nella loro ignorata semplicità, della politica e dei soldati di tutti gli Erodi del mondo! La piccola comunità raccolta nella casa di Maria, madre di Marco (At 12,12) era ben poco numerosa; ma da essa giorno e notte s'innalzava la preghiera. Fortunatamente, non vi si conosceva il fatale naturalismo che, sotto lo specioso pretesto di non tentare Dio, rifiuta di chiedergli l'impossibile quando sono in gioco gli interessi della sua Chiesa. Certo, le precauzioni di Erode Agrippa per non lasciar sfuggire il suo prigioniero facevano onore alla sua prudenza, e certo la Chiesa chiedeva l'impossibile esigendo la liberazione di Pietro: tanto è vero che quelli stessi che allora pregavano, una volta esauditi non riuscivano a credere ai propri occhi. Ma la loro forza era stata appunto quella di sperare contro ogni speranza (Rm 4,18) ciò che essi stessi consideravano come follia (At 12,14-15), di sottomettere nella loro preghiera il giudizio della ragione alle sole vedute della fede.

VANGELO (Mt 16,13-19). - In quei giorni: Venuto Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente che dice mai che sia il Figlio dell'uomo? Ed essi risposero: Chi Giovanni Battista; chi Elia; chi Geremia, od uno dei profeti. Dice loro Gesù: Ma voi chi dite ch'io sia? Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente. E Gesù gli replicò: Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l'ha rivelato; ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno mai prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.

Confessione di san Pietro.

La grata letizia porta Roma a ricordare l'istante beato in cui, per la prima volta, lo Sposo fu salutato col suo divino appellativo dall'umanità: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo! L'amore e la fede costituiscono in questo momento Pietro suprema e antichissima sommità dei teologi, come lo chiama san Dionigi nel libro dei Nomi divini. Per primo, infatti, nell'ordine del tempo come per la pienezza del dogma egli risolse il problema la cui formula senza soluzione era stato il supremo sforzo della teologia dei secoli profetici.

Dignità di san Pietro.

Sei tu dunque, o Pietro, più sapiente di Salomone? E quanto lo Spirito Santo dichiarava al di sopra di ogni scienza, potrà essere il segreto di un povero pescatore? È così. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Mt 11,27); ma il Padre stesso ha rivelato a Simone il mistero del Figlio, e le parole che ne fanno fede non sono soggette a critica. Esse infatti non sono una giunta menzognera ai dogmi divini: oracolo dei cieli che passa attraverso una bocca umana, elevano il loro beato interprete al disopra della carne e del sangue. Al pari di Cristo di cui per esse diviene Vicario, egli avrà come unica missione di essere un'eco fedele del cielo quaggiù (Gv 15,15), dando agli uomini ciò che riceve (ivi 17,18): le parole del padre (ivi 14). È tutto il mistero della Chiesa, della terra e del cielo insieme, contro la quale l'inferno non prevarrà.

Il fondamento della Chiesa.

O Pietro, noi salutiamo la gloriosa tomba in cui sei disceso! Soprattutto a noi, infatti, figli di quell'Occidente che tu hai voluto scegliere, spetta celebrare nell'amore e nella fede le glorie di questo giorno. È su te che dobbiamo costruire, poiché vogliamo essere gli abitanti della città santa. Seguiremo il consiglio del Signore (Mt 7,24-27), costruendo sulla roccia le nostre case di quaggiù, perché resistano alla tempesta e possano diventare una dimora eterna. O come più viva è la nostra riconoscenza per te, che ti degni di sostenerci così, in questo secolo insensato che, pretendendo di costruire nuovamente l'edificio sociale, volle stabilirlo sulla mobile sabbia delle opinioni umane, e che ha saputo moltiplicare soltanto i crolli e le rovine! La pietra che i moderni architetti hanno rigettata, è forse meno perciò la pietra angolare? E la sua virtù non appare forse appunto nel fatto che, rigettandola, è contro di essa che urtano e s'infrangono? (1Pt 2,6-8).

Devozione verso san Pietro.

Ora dunque che l'eterna Sapienza eleva su di te, o Pietro, la sua casa, dove potremmo trovarla altrove? Da parte di Gesù risalito al cielo, non sei forse tu che possiedi ormai le parole di vita eterna? (Gv 6,69). La nostra religione, il nostro amore verso l'Emmanuele sono quindi incompleti, se non arrivano fino a te. E avendo tu stesso raggiunto il Figlio dell'uomo alla destra del Padre, il culto che ti rendiamo per le tue divine prerogative si estende al Pontefice tuo successore, nel quale continui a vivere mediante esse: culto reale che si rivolge a Cristo nel suo Vicario e che, pertanto, non potrebbe accontentarsi della troppo sottile distinzione fra la Sede di Pietro e colui che la occupa. Nel Romano Pontefice tu sei sempre, o Pietro, l'unico pastore e il sostegno del mondo. Se il Signore ha detto: “Nessuno va al Padre se non per me” (ivi 14,6), sappiamo pure che nessuno arriva al Signore se non per tuo mezzo. Come potrebbero i diritti del Figlio di Dio, pastore e vescovo delle anime nostre (1Pt 2,25), subire un detrimento in questi omaggi della terra riconoscente? Non possiamo celebrare le tue grandezze senza che, subito facendoci fissare i pensieri in Colui del quale sei come il segno sensibile, come un augusto sacramento, tu non ci dica, come dicesti ai padri nostri, mediante l'iscrizione posta sulla tua antica statua: Contemplate il Dio Verbo, la pietra divinamente tagliata nell'oro, sulla quale stabilito, io non sono crollato.

PREGHIAMO

O Dio, che hai santificato questo giorno col martirio degli apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l'insegnamento di questi due fondatori della nostra religione.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 798-807

LA FESTIVITÀ DEL CORPUS DOMINI. Origini, significato, celebrazione e tradizioni locali

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Origini, significato, celebrazione e tradizioni locali (1)

di
Raffaele Tamiozzo

Premessa. - Per solennizzare l'istituzione della Santa Eucaristia la Chiesa all'origine scelse il primo giovedì dopo l'ottava di Pentecoste e chiamò detta festività «col dolcissimo nome di Corpo del Signore», come efficacemente si esprimeva nell'anno 1879 nella sua monografia sul Corpus Domini don Giacomo Scurati, sacerdote del Seminario di S. Calocero di Milano.
Attualmente la festa si celebra di domenica ma per molti secoli, a partire dalla sua istituzione, era una festività tipica del giovedì.
La festività deriva dalla antica messa in Coena Domini che si celebrava il giovedì santo ma che, nel tempo, aveva finito per perdere la sua originaria identità di rito religioso in ricordo dell'Ultima Cena in quanto vi erano confluiti altri momenti celebrativi, come la consacrazione dei santi olii e soprattutto la comprensibile, maggiore attenzione dei fedeli per la meditazione sulla Passione del Salvatore; insomma con il tempo si era venuto sempre più attenuando il significato connesso alla istituzione del sacramento dell'Eucarestia.

1. - Le origini. - La necessità di istituire detta festività era anche collegata alla esigenza, particolarmente avvertita nel secolo XII, di riaffermare, in chiave apologetica, il significato di fede e il valore religioso della transustanziazione contro gli errori di Berengario di Tours il quale nel 1088, seguendo una strada tutta personale nella dottrina dell'Eucarestia, giunse a negare la presenza reale del corpo di Cristo: vino e pane per Berengario erano solo dei simboli; essi non venivano trasformati nella consacrazione ma ricevevano esclusivamente una energia sovrannaturale; quando tuttavia la sua teoria venne condannata da Roma, Berengario si sottomise; il IV Concilio Lateranense nel 1215 decretò che la consacrazione nella Santa Messa causava una reale trasformazione delle sostanze del pane e del vino e coniò per ciò la già citata espressione di «Transustanziazione».
Nel cosiddetto Statuto sanguinoso dei «sei articoli della fede», emanato da Enrico VIII nel 1539 in Inghilterra (nella quale e come è noto - la conversione al protestantesimo ebbe inizio soltanto sotto Edoardo VI (1547-53)), la negazione della transustanziazione nella Santa Messa- come la negazione del celibato ecclesiastico, della messa dei defunti e délla validità dei voti ecclesiastici - era punita con la pena di morte.La presenza reale del Corpo di Cristo e la transustanziazione vennero definite chiaramente nel corso della XIII sessione del secondo periodo del Concilio di Trento, svoltasi negli anni 1551-1552, sessione nella quale si discusse espressamente proprio dell'Eucarestia.

2. - Le visioni mistiche di Santa Giuliana di Cornillon. - La prima a formulare una proposta di celebrazione specifica del Corpus Domini fu comunque una suora, Santa Giuliana di Cornillon o di Liegi (1191-1258).
La religione cristiana deve molto alle donne, sia che si tratti di giovinette semplici sia che si tratti di suore che si sacrificano per la fede e la cui personalità, spesso contenuta in strutture fisiche apparentemente fragili e delicate, si impone poi con una forza morale sorprendente, destinata a rimanere imperitura nei secoli: valgano, per tutti, gli esempi di Santa Caterina da Siena, Santa Chiara, e Suor Teresa di Calcutta.
Giuliana aveva dunque avuto ripetute e strane visioni: al momento della preghiera le appariva la luna, raggiante di candida luce, ma mancante sempre di un pezzetto, tagliata da una linea oscura che sembrava deformarla.
All'inizio la suora pensa ad un'illusione, un sogno e non vi presta molta attenzione, ma successivamente la luna torna spesso a mostrarsi, soprattutto nei momenti di più intensa fede e devozione, di estasi. La suora si confida con il suo padre spirituale, con le sorelle più anziane e con altre persone di fiducia, dotte e sante, che la invitano a non dare importanza alla cosa e a dedicarsi ad altro. Giuliana si sforza di agire come le era stato consigliato, ma invano; le visioni si ripetono.
Finalmente, due anni dopo la prima apparizione, un raggio di luce dissipa le sue ansie e Giuliana intuisce che la luna, tante volte veduta, è proprio la Chiesa Militante, per la quale Dio aveva stabilito che venisse istituita una festa da celebrarsi con somma religiosità da tutti i fedeli in onore della origine e della istituzione della Santa Eucarestia, considerato che il giorno in cui si celebrava l'Ultima Cena la Chiesa era intenta a celebrare anche altri misteri (la Passione e - come abbiamo visto - la
consacrazione dei sacri olii).
La competente commissione ecclesiastica, della quale faceva parte anche l'arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, valutò con molta attenzione le visioni e ritenne di condividerne l'interpretazione offerta dalla stessa Giuliana e di appoggiare la sua richiesta. Infatti, nel 1246 il vescovo di Liegi decretò la festività per l'intera sua diocesi e nel 1252 il nunzio apostolico délla Germania occidentale la estese a tutto il territorio di sua competenza.

3.- Il Papa Urbano IV e il Miracolo di Bolsena. - Nel 1261 saliva al soglio pontificio, con il nome di Urbano IV, proprio Jacques Pantaléon l'arcivescovo di Liegi e due anni più tardi - nel 1263 - un sacerdote boemo, Pietro da Praga, che da tempo nutriva perplessità e scetticismo sulla transustanziazione; mentre stava celebrando la messa nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena nuovamente assalito dal dubbio che lo perseguitava, vide dall'Ostia consacrata stillare copiosamente sangue, che bagnò il corporale, i lini liturgici e i marmi del pavimento.
Ecco come possiamo ricordare l'evento sintetizzando l'aulico linguaggio di antichi testi ottocenteschi. Il sacerdote celebrava il divino sacrifizio nella chiesa, all'altare chiamato, per la sua struttura, delle quattro colonne e, per la divozione che il luogo recava con sé, l'altare delle quattro pedate. L'edifizio infatti, già sacro agli idoli, sorgeva a mo' di spelonca nel cavo di una montagna: un piccolo tempio formato da quattro colonne isolate, conteneva e sormontava l'altare, il quale era un masso di durissimo porfido, le cui miracolose impronte ricordavano la fede suggellata con il sangue della vergine e martire Santa Cristina; era il macigno che il padre Urbano, ufficiale dell'imperatore in Bolsena, aveva fatto legare al collo della figlia, giovinetta di 12 anni, quando l'aveva gettata nel lago vicino. Il pesante marmo, per miracolo divino svincolatosi dalla innocente fedele e nuotando sopra le acque, riportò libera al lido la martire che vi era salita e lasciovvi impressa, come in molle cera, le proprie pedate. Quello ricordato è soltanto uno degli episodi che hanno caratterizzato la vita sofferta di Santa Cristina, imprigionata giovinetta in una torre per ordine del padre pagano, che voleva contrastare in tutti i modi la sua fede cristiana e che, prima di imprigionarla, la fece percuotere e flagellare: ma tre angeli vennero inviati dal Signore a consolarla della prigionia. La tradizione parla, infatti, di innumerevoli altri tormenti cui la santa venne sottoposta dai giudici ai quali il padre la aveva consegnata: oltre alla lastra di pietra legata al collo, essa subì la graticola arroventata, la fornace surriscaldata, il morso di serpi velenose, il taglio delle mammelle; ma ella sopravvisse a tutti questi supplizi finché non venne uccisa come una innocente cerbiatta, trafitta da una freccia scoccata dal Prefetto Giuliano
In tale luogo, dunque, la onnipotenza operatrice dei miracoli, come rese molle e galleggiante il porfido (o forse più propriamente la roccia basaltica, data la qualità del terreno tipica della zona di Bolsena), cosi ben poteva transustanziare il pane e il vino e celare sotto le loro apparenze la santa umanità di Cristo presente nel suo essere sacramentale.
Allo spezzare dell'Ostia da parte del prete boemo sopra il calice, questa, tranne un pezzetto (quello che si immerge nel calice stesso), gli si muta fra le mani, gli appare di carne e getta vivo sangue, che spruzza e bagna il corporale sottoposto; il sacerdote resta sbalordito e immobile, poi tremante e confuso adora il grande mistero di cui è stato protagonista e testimone e, piangendo per la pochezza e debolezza della sua fede, raccoglie quanto può di quel sangue e si affretta a terminare l'ufficio liturgico.
Contemporaneamente cerca di nascondere quanto è avvenuto piegando e ripiegando il corporale, ma senza successo: le macchie del sangue miracoloso vengono accresciute dalle pieghe moltiplicandosi con esse; anzi, nel ritornare in sagrestia, altre gocce del miracoloso sangue gli cadono su cinque diverse lastre di marmo bianco del pavimento. Le macchie di sangue presentano tutte una figura d’uomo, I'immagine del Salvatore flagellato e coronato di spine, come è stato possibile distintamente intravedere anche successivamente all'episodio; di queste cinque pietre una fu donata al parroco Porchiano nella diocesi di Amelia; le altre quattro furono collocate ab antiquo, due davanti all'altare delle quattro colonne e le altre due ai lati della lapide di marmo rosso posta dirimpetto a quell'altare poco tempo dopo il miracolo, a futura memoria per i posteri. Munite di un cristallo e serrate a chiave, rimasero nel posto indicato fino alla costruzione nel 1675 della chiesa di Orvieto contigua alla cripta di santa Cristina, dove vennero collocate tre nel muro dietro l'altare maggiore, detto perciò l'altare delle lapidi, sotto un quadro commemorativo del miracolo e la quarta dietro l'altare delle quattro colonne; questa veniva portata ogni anno nella processione del Corpus Domini munita di un particolare congegno per potervi inserire l'Ostia consacrata.
La fama del prodigio tosto si diffuse e il sacerdote testimone, Pietro da Praga, fortemente turbato, si recò a Orvieto, dove soggiornava temporaneamente il Santo Padre Urbano IV, allontanatosi da Roma per via di accesi tumulti popolari, anche a quei tempi piuttosto frequenti.
Urbano IV restò colpito grandemente dal racconto del sacerdote e inviò subito a Bolsena il vescovo di Orvieto, imponendogli di portagli ogni cosa relativa al miracolo. Lo stesso Papa con il suo seguito va poi incontro al Vescovo; i due si incontrano sul ponte di un torrente denominato Rivo chiaro dove il Papa Urbano IV, inginocchiatosi per terra, riceve nelle sue mani i pannilini intrisi del prodigioso sangue e con grande fervore di pietà li reca in processione fra la moltitudine dei fedeli orvietani, commossa e turbata in deposito nella cattedrale di Orvieto e con ogni cura li ripone nel sacrario. In memoria del miracolo gli abitanti di Orvieto edificarono in luogo eminente una superba basilica che sostituì l'antica cattedrale e che venne chiamata Duomo: a benedirla e a porre la prima pietra sarà nell'anno 1290 il Papa Nicolò IV. Attualmente in un gotico tabernacolo marmoreo è custodito il celebre reliquiario (opera del senese Ugolino di Vieri che lo eseguì nel 1338, autentico capolavoro dell'oreficeria italiana, in metalli preziosi e smalti con scene della vita di Cristo); il reliquiario, che viene esposto solo nelle festività della Pasqua e del Corpus Domini, racchiude il corporale macchiato di sangue stillato dall'Ostia durante la messa celebrata a Bolsena nel 1263 dal prete boemo Pietro da Praga.

4. - La Bolla «Transiturus» e San Tommaso d'Aquino. - Ma prima che si edificasse il Duomo di Orvieto e si pensasse così a questa magnifica custodia architettonica, il Pontefice Urbano IV aveva già eretto un monumento molto più solenne, di vastità pari al magistero della chiesa, emanando la Bolla Transiturus, con la quale per l'appunto istituì-la festa del Corpus Domini; prima di imporre la festa il Papa volle che fosse preparata una speciale officiatura ad essa destinata: divino uffizio e Santa Messa; I'incarico di comporla lo affidò a San Tommaso d'Aquino, che all'epoca, proprio per volere papale, era lettore di filosofia in Orvieto.
Dopo aver assolto il suo compito (fra l'altro, nel divino uffizio l'autore della Summa Teologica introdusse una seri di inni, ivi compreso il Pange lingua che comincia con il celebre verso «Tantum ergo sacramentum»), la tradizione vuole che San Tommaso si sia recato nella chiesa del suo convento a pregare davanti alla cappella del Santo Crocifisso, affinché il Signore si degnasse di fargli conoscere se, prima di presentarlo al Sommo Pontefice, ritenesse di suo gradimento quanto il Santo aveva scritto; il Crocifisso con la profonda semplicità che solo Dio sa usare (pensiamo per un momento ai memorabili colloqui tra Don Camillo e il Crocifisso) si limitò a dirgli: «Hai scritto bene di me. O Tommaso, e qual mercede desideri?»; e il Santo gli rispose: «Non altro fuorché Voi stesso, o Signore».
È inutile dire che il lavoro di San Tommaso piacque grandemente al Papa, il quale nell'arco dei giorni compresi fra 1'11 agosto e 1'8 settembre del 1264 scrisse ed emanò la Bolla predetta, con la quale estese la solennità del Corpus Domini a tutta la Chiesa latina.

5. - n sacrificio di Cristo nella Divina Commedia. - Nella primavera dell'anno seguente, e precisamente nel mese di maggio, nasceva Dante, il quale nel settimo canto del Paradiso così efficacemente e poeticamente sintetizza l'essenza del sacrificio del Cristo:

«....onde l'umana specie inferma giacque
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch'al Verbo di Dio discender piacque
u'la natura, che dal suo fattore
s’era allungata, unì a sé in persona
con l'atto sol del suo eterno amore.
....
Questa natura al fattore unita,
qual fu creata, fu sincera e buona;
ma per se stessa fu ella sbandita
di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua vita.
La pena dunque che la croce porse
s'a la natura assunta si misura
nulla già mai sì giustamente morse;
e così nulla fu di tanta ingiura,
guardando alla persona che sofferse,
in che era contratta tal natura....»

(w. 28-45)

Dopo il peccato originale la specie umana rimase privata dei doni soprannaturali e vulnerata in naturalibus, cioè corrotta nelle stesse facoltà inerenti alla natura umana, fini al momento in cui piacque alla Seconda Persona della Trinità di scendere sulla terra per redimere l'uomo e sulla terra incarnandosi per la sola virtù dello Spirito Santo, congiunse a sé in unità di persona la natura umana che per il peccato si era allontanata (allungata) dal suo Creatore; la natura umana, che nella persona di Gesù si unì a Dio, fu sincera e buona, senza macchia di peccato, pura perfetta,quale fu creata da Dio nel primo uomo; ma, in quanto natura umana e per sua colpa (per se stessa) fu scacciata dal Paradiso per aver deviato dalla strada della verità e da Dio che era la sua vita. Cristo anche in quanto uomo, era innocente e mondo della colpa di Adamo; ma la natura umana da lui assunta, come tale, era pur quella che aveva suscitato lo sdegno di Dio e doveva essere punita per riscattarsi; se pertanto la pena della croce viene valutata, misurata, con riferimento alla natura umana assunta dal Verbo nella persona di Gesù, nessuna pena fu mai più giusta e proporzionata alla gravità della colpa; ma nessuna d'altra parte fu mai più ingiusta (di tanta ingiura ) se si considera la persona di Cristo che la patì, nella quale persona la natura umana si era intimamente congiunta, unita (contratta) a quella divina.

6. - La celebrazione della festa del Corpus Domini. - La festa del Corpus Domini, che attualmente si celebra di domenica (nel 2001 cadrà il 17 del mese di giugno), è rimasta una delle più popolari, così come popolari sono le solenni processioni che l'hanno da sempre caratterizzata in tutte le città di fede cristiana: a Roma è il Papa che vi partecipa e la presiede, in antico si svolgeva nella piazza di San Pietro e attualmente essa percorre via Merulana da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore.
L'usanza più caratteristica del rito religioso, che risale al secolo XIV, è quella di portare I'Eucarestia in forma visibile nell'ostensorio sotto il baldacchino o su portantine adornate e sorrette da sacerdoti. In passato durante la processione si svolgevano vari riti, come la quadruplice benedizione del Santissimo Sacramento, preceduta dalla lettura dei quattro Vangeli.
In Spagna il rito è ancor oggi particolarmente sentito e in alcune regioni sopravvivono usanze particolari, come la Danza de los palos nel Nord della Spagna o i quadri simbolici, specialmente sul tema della Passione,che ispirarono molte rappresentazioni sacre, elaborate anche da scrittori famosi come Calderòn de la Barca; in Catalogna alla processione partecipa no i cosiddetti Giganti, altissime statue sotto cui si nascondono i portatori; con loro sfilano draghi fiammeggianti, diavoli e serpenti. A Siviglia, nell'Andalusia, la messa è accompagnata da danze e canti di bambini nella cattedrale della Giralda.

7. - Le tradizioni celebrative del Corpus Domini in Italia. - Ma delle varie usanze che caratterizzano la festività del Corpus Domini ci piace ricordar ne alcune prettamente italiane.La processione del Corpos Domini che si svolge a Orvieto risale all'anno 1337 e si è arricchita nel corso dei secoli sino a diventare una spettacolosa sfilata di oltre trecento personaggi che rappresentano il potere civile, la forza militare e l'autorità religiosa del libero Comune; i quartieri costituiti dai vari rioni, in cui era allora divisa la città, offrono alla processione variopinti figuranti con tamburini, trombettieri, portatori di ceri, sbandieratori vessilli e vessilliferi. Quella di Orvieto è senz'altro una delle più ricche é sfarzose grazie alla sua grandiosità, ai costumi che vengono sfoggiati, veri e propri pezzi da museo, e alla musica delle bande che la accompagna. A1 centro della processione campeggia la protagonista, la sacra reliquia del corporale insanguinato.
A Brindisi al centro della processione viene posto un cavallo bianco parato, cioè ricoperto di splendide coperte, in ricordo di un episodio che risale al XIII secolo quando San Luigi, re di Francia, tornando dalla crociata su una nave che portava l'Eucarestia, venne sorpreso dalla tempesta; scampato alla furia degli elementi, il re riuscì ad approdare nei pressi della spiaggia di Torre cavallo, in un luogo che dista circa tre chilometri da Brindisi. Preoccupato per l'Eucarestia, mandò a chiamare il vescovo che arrivò in sella ad un cavallo bianco. Istituita dopo qualche anno la festa del Corpus Domini, i brindisini decisero di celebrarla ricordando l'evento con la processione del cavallo bianco, che percorre l'itinerario tradizionale recando il Santo Tabernacolo sulla groppa; per l'occasione si drappeggiano i balconi e la folla lancia sul corteo una pioggia di fiori.
Una delle più originali feste del Corpus Domini è quella di Campobasso. La processione che ivi si svolge risale al XIII secolo, quando cominciarono a sfilare quadri viventi che trasportati a braccia su barelle di legno dagli stessi fedeli, rappresentavano scene della vita di Cristo o dei santi più venerati nella città. Attualmente sfilano in processione le cosiddette Macchine dei Misteri, straordinarie per eleganza e leggerezza, nate in epoca più tarda, nel XVIII secolo, ad opera dell'ingegno dello scultore Paolo di Zinno di Campobasso che, su commissione delle confraternite locali, aveva avuto l'incarico di eliminare un inconveniente che spesso si verificava durante la processione: infatti la eccessiva instabilità delle barelle finiva per provocare incidenti incresciosi. Di Zinno realizzò una armatura verticale, destinata a reggere dei bambini su sapienti diramazioni, mentre alla base si sarebbero collocati gli adulti; questa armatura, costruita in una lega particolarmente leggera di metallo fuso, era camuffata abilmente con un cero o con pesanti armature, a volte con un altare o addirittura con un vulcano; i Misteri progettati all'origine erano ventiquattro, ma sei non ressero alla prova e sei andarono perduti durante il terremoto del 1805. I dodici rimasti sfilano tutt'oggi e rappresentano: Sant'Isidoro, patrono dei contadini (il santo è rappresentato sotto una enorme face sorretta da un angelo e contornata da altri due); San Crispino, patrono dei calzolai (assorto a contemplare tre angeli che gli mostrano una spada, una palma e una corona); San Gennaro (sulle nuvole, attorniato da tre angeli mentre ai suoi piedi sono rappresentati il Vesuvio e il fiume Sebeto, impersonato da un vecchio dalla lunga barba che tiene una pala nella destra e un vaso rovesciato); Abramo (al quale un angelo librato in cielo trattiene la spada che sta per vibrare su Isacco); Maria Maddalena (sorretta da angeli davanti all'altare dove officia
San Massimo); Antonio Abate (che dall'alto di una nuvola resiste alla tentazione di una fanciulla, mentre un demonio fischia e la lusinga o cerca di farla ridere); 1'Immacolata Concezione (che si libra nel cielo con un volo di cinque angeli a farle da corona); San Leonardo (patrono della diocesi e dei carcerati, che dall'alto di una nube viene in soccorso di due prigionieri); San Rocco (che, sovrastato da un angelo, guarisce un appestato); l'Arcangelo Michele (che caccia i diavoli con la spada sguainata e li precipita nell'Inferno, rappresentato dalla bocca spalancata di un drago); la Vergine Assunta(che,accompagnata da due angeli, vola in alto); infine San Nicola di Bari (che restituisce ad una famiglia il figlioletto rapito dai corsari: le incursioni dal mare sono state sempre un grosso problema per la bellissima terra di Puglia); ai dodici misteri si è aggiunto in epoca recente un tredicesimo,dedicato alla Sacra Famiglia, che chiude la processione, la quale parte alle dieci di mattina, è aperta da due faci o torce ed è ammirata per le vie e le piazze da migliaia di persone che convengono da ogni parte d'Italia; i Misteri di Campobasso sono opere d'arte viventi e le faci di Campobasso hanno come sapete tutti - onorato di recente il Papa, sfilando a piazza San Pietro.

8. - Le «infiorate». - Ed ecco, in rapida sintesi, alcune delle feste del Corpus Domini caratterizzate dalle cosiddette infiorate.
L'lnfiorata di Genzano:
una via del paese viene interamente coperta da grandi quadri formati da petali di fiori e di polvere colorata, ottenuta anch'essa triturando fiori per delineare meglio i contorni e le riquadrature.Anche a Cetona (in provincia d Siena) c'è la festa della Fiorita.
A Spello, la splendidissima Colonia Julia, come è scritto sulla porta Romana di entrata alla città che si trova nella provincia di Perugia, ogni riunione sceglie segretamente il tema da rappresentare nel tappeto di poi.I1 tappeto di fiori di Spello costituisce indubbiamente il più impegnativo esempio di infiorata: infatti, rispetto ad altre analoghe iniziative, che hanno modalità esecutive relativamente più agevoli, la manifestazione di Spello si caratterizza anzitutto perché viene realizzata in una via in forte pendenza.
Chi conosce Spello sa bene come sia suggestiva, ma ardua, la salita verso la città antica, di autentico sapore francescano e purtroppo martoriata dal terremoto; inoltre i disegni relativi ai temi da rappresentare, rigorosamente tenuti segreti fino all'inizio della loro esecuzione, vengono realizzati diretta mente sul suolo stradale, tratteggiati con il gesso e non prefabbricati, per così dire, su cartoni poi distesi sulla strada; il diretto contatto del disegno e dei fiori con il suolo crea evidenti, maggiori difficoltà esecutive: l'opera quindi inizia verso l'imbrunire del giorno che precede la festività e vi partecipa sostanzialmente tutta la città, soprattutto la parte giovane; il lavoro, che consiste nel collocare i petali dei fiori, colti in precedenza nelle campagne vicine,su disegni tracciati direttamente sul selciato, indovinando i colori, le sfumature e le nuances più appropriate (molto utilizzate sono soprattutto le sfumature delle rose e dei fiordalisi, questi ultimi per l'intensità tutta particolare delle tonalità di azzurro) va avanti così per tutta la notte, fra la curiosità e l'ammirazione di connazionali e stranieri, che numerosi si affollano per ammirare l'opera degli esecutori. In un recente passato anche alcuni giapponesi tentarono di imitare l'abilità esecutiva dei cittadini di Spello, ma i risultati furono del tutto deludenti Alla fine deI lavoro in genere è già giorno ed è prossima la processione, dopo l'esame dei riquadri, compiuto da una apposita e qualificata giuria che dovrà scegliere il più bel disegno fiorito e premiare il rione al quale lo stesso disegno si riferisce, sarà il vescovo che porta l’Ostensorio con il suo seguito di prelati, l'unico a poter mettere piede sul tappeto fiorito, così sostanzialmente distruggendolo in proGressione e confondendo i petali dei fiori con l'alone di religiosità che emana dai paramenti e soprattutto dall'Eucarestia che l'alto prelato reca con sé, il popolo, commosso dalla suggestione e dal profondo significato di una cerimonia che si ripete unica nei secoli, seguirà un altro itinerario. Qualche settimana fa i giovani di Spello hanno riprodotto con grande successo l'infiorata della festa del Corpus Domini di Spello a Betlemme, fortunatamente prima dell'inizio della attuale,dolorosa fase di guerra: guerreggiata che speriamo tutti abbia presto fine.Raramente si riflette sul significato religioso delle infiorate: esse simboleggiano proprio la trasformazione del sangue di Cristo nella salvezza del l'umanità di cui la primavera è l'emblema; il Cristo Crocifisso rigenera gli uomini e la rosa è il simbolo più rappresentativo, insieme a tutti gli altri fiori che sbocciano in primavera, della fioritura spirituale del cosmo e degli uomini, di ciascun uomo fecondato dal sacrificio e dalla divina benedizione: nel che si risolve il significato, vero e profondo, della transustanziazione: la trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo che, a differenza del cibo materiale, presto assorbito e confuso nel corpo che lo riceve, produce l'effetto inverso e consente così all'uomo che lo assume attraverso la Grazia - di avvicinarsi e confondersi nella luce divina; la manna del deserto fu cibo temporale, I'Eucarestia è pane perenne.

9. - Sintesi del pensiero di San Tommaso suil'Eucarestia. - L'Eucarestia, nel pensiero di San Tommaso, che è poi il pensiero stesso della Chiesa, oltre che pane perenne è sacrificio (commemora infatti il sacrificio della passione e morte di Gesù); è comunione o sinassi (perché realizza l'unione dei fedeli con Cristo e fra di loro); è viatico (dal latino via, perché accompagna il cristiano nel suo viaggio su questa terra verso il Cielo); infine è Buona Grazia, nel suo più pregnante significato etimologico, perché contiene Gesù che è pieno di Grazia e che la istituì nell'Ultima Cena, come memoriale di sestesso: e tale infatti essa è rimasta fino ad oggi ed è destinata a rimanere anche nei secoli a venire, la principale testimonianza del Salvatore del Mondo, Albero della vita in contrapposizione all'albero della perdizione, che dall'Eden causò la cacciata del primo uomo. Riferimento e accostamento quest'ultimo che, se riveste forse oggi un sapore vagamente ambientalista ed ecologico (come del resto la stessa, ricordata tradizione delle infiorate), rappresenta comunque - e prima di tutto - per il cristiano il dogma più significativo della sua fede religiosa.


(1)Relazione svolta dall'autore il 26 ottobre 2000, in occasione della esposizione, in coincidenza con la ricorrenza giubilare, nella Biblioteca Casanatense di Roma, della preziosa stampa ottocentesca, incisa da Salvatore Busuttil (1798 - 1854), composta da 35 acqueforti acquarellate e ritoccate a mano, per una lunghezza di ben 14 metri, raffigurante la Solenne processione vaticana del Corpus Domini diretta da uno de' Cerimonieri di Sua Santità Gregorio XVI, importante acquisizione statale perfezionata nel 1999 presso la libreria Antiquaria Panini di Modena, destinata alle collezioni della predetta Biblioteca.


BIBLIOGRAFIA

1. - Alighieri D., La Divina Commedia - Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, ed. La Nuova Italia, Firenze, 1985.

2. - AA .VV., I Sacramentali e le Benedizioni, Anàmnesis, ed. Marietti, Genova, 1989.

3. - AA .VV , Enciclopedia Apologetica della Religione Cattolica, ed. Paoline, Alba, 1955.

4. - Bargellini P., Mille Santi del Giorno, ed. Valecchi, Firenze, 1980.

5. - Cattabiani A., Lunario: dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d'ltalia, ed. Mondadori, Milano 1994.

6. - Fagiolo M., La Festa a Roma dal Rinascimento al 1870, ed. Allemandi & C., Torino, 1997.

7. - Franzen A., Breve Storia della Chiesa, ed. Queriniana, Brescia, 1982.

8. - Gratsch Edward J., Manuale introduttivo alla Summa Teologica di Tomnaso d'Aquino, ed. Piemme, Casale Monferrato, 1988.

9. - Lucentini M., La Grande Guida di Roma, ed. Newton & Compton, Roma, 1999.

10. - Sgarbossa M. e Giovannini L., Il Santo del Giorno, ed. Paoline, Milano, 1986.

11. - Scurati G., Il Corpus Domini, Monografia, tip. Pontificia ed Arcivescovile dell'Immacolata Concezione, Modena, 1879.

12. - Suarez F., Il Sacrificio dell'Altare, ed. Ares, Milano, 1990.



http://www.provincia.terni.it/cultura/bus/dossier/tamiozzo.htm

Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Niente e nessuno è estraneo alla vicenda pasquale
di Ermes Ronchi

Tratto da Avvenire del 16 aprile 2006

La storia va diritta per la sua strada, molte volte con passo di belva. La storia di Cristo, no; essa avanza sulla nostra strada, la strada di ciascuno, con il passo del pastore. Con il passo del sole. Infatti ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte - quella di Natale, piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi - e lo riprende in un'altra notte - quella di Pasqua, notte di naufragio, di silenzio terribile, di buio ostile, ove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati (S. Germain).

Notte dell'Incarnazione in cui il Verbo si fa carne, notte della Risurrezione in cui la carne si riveste di luce, in cui si apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba, e nel giardino è primavera. Nessun corpo, solo le bende giacevano al suolo. Nessun cadavere, ma un Uomo identico e insieme nuovo, più vivo che mai. Così respira la fede, da una Notte all'altra. Sul ritmo del sole.

E Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia con quell'immenso soffio che unisce incessantemente il visibile e l'invisibile, la terra e il cielo, il mondo dei morti e quello dei vivi, ci invita a respirare quell'ansia di luce che abita le notti, invitati a respirare sempre Cristo.

Ma il primo segno di Pasqua è il sepolcro vuoto. Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota. Manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita, la vincitrice è vinta. La risurrezione di Cristo solleva il nostro pianeta di tombe verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno; dove gli imperi fondati sulla violenza crollano; dove le piaghe della vita possono distillare non più sangue ma luce, come le ferite del Risorto

Risurrezione afferma che il male non è il vincitore: di fronte alla violenza che dilaga la Pasqua ci convoca a rifiutarci di accettare una storia in cui il carnefice abbia in eterno ragione della sua vittima (Max Horkheimer). Gesù, la vittima che risorge mostra che la ragione non è dei più forti o dei più violenti. Che il fine della storia sarà buono e giusto.

Ma Cristo va, con passo di sole, sulla strada di ciascuno. Pasqua è l'evangelo del corpo: è il corpo che risuscita, non solo l'anima: è il corpo di Lazzaro che viene fuori ed è sciolto e lasciato andare, è il corpo di Gesù che manca nel sepolcro vuoto.

Tutta la Settimana Santa è focalizzata attorno al corpo di Gesù: Maria di Betania unge di nardo i suoi piedi e li avvolge con i suoi capelli, inizia così la passione, con il corpo profumato, poi il corpo nel pane e nel vino, il corpo torturato, inchiodato, violato dalla morte. Poi il corpo assente, nel sepolcro vuoto. E infine il corpo di Cristo trasformato.

La Risurrezione di Cristo fu un evento talmente inaudito per i discepoli che per tentare di raccontarla non trovarono un'unica parola specifica, ma adottarono due gruppi di parole derivate dai verbi "svegliarsi" e "alzarsi". Ed è così bello pensare che si tratta dei verbi del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando ci svegliamo e ci alziamo e il primo passo è un passo nel mistero: le nostre piccole risurrezioni quotidiane. Il mattino dell'uomo ha prestato agli evangelisti un vocabolario limpido e concreto per dire l'indicibile.

E questo significa forse che ad ogni mattino mi è dato di percepire qualcosa del mistero, respirare Cristo risorto, incontrare qualcosa della risurrezione là, in ogni umile aurora, quando mi si rivela la sorprendente freschezza della vita, quando inizia qualcosa di nuovo, quando Lui mi aiuta ad avanzare senza disperare, a vivere una vita non addormentata. E mi precede su vie di pace.

A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.

Tratto dal sito Lo Straniero | Il sito web ufficiale di Antonio Socci il 15 aprile 2006

La risibile montatura del cosiddetto “Vangelo di Giuda”, un romanzetto gnostico e anticristiano del II secolo, ha entusiasmato i giornali sempre a caccia di pretesti per attaccare la Chiesa. Ma anch’esso – come il “Codice da Vinci”, un’altra grottesca bufala – in fondo dimostra una cosa sola: il fascino e la curiosità che la figura di Gesù continua a suscitare.

Fra noi così laicizzati che poi però – come dice il recente “Rapporto Italia 2006” dell’ Eurispes – ci diciamo cattolici (ben l’87 per cento degli italiani, l’8 per cento in più di 15 anni fa) e vogliamo che il crocifisso resti sulle pareti delle scuole (circa il 90 per cento).

Fascino che forse è ancora più forte dove meno te lo aspetti. Come nelle terre islamiche. Dove sta provocando un fenomeno nascosto di conversioni al cristianesimo. Fenomeno nascosto anche qua in Italia perché gli “apostati” e le loro famiglie sono addirittura a rischio della vita. “Noi musulmani convertiti al cristianesimo in Italia siamo in tanti” confidava uno di loro a Magdi Allam (Corriere della sera del 3 settembre 2003) “dobbiamo aprire le catacombe! Quando ci sarà la libertà di culto anche per noi, vedrete quanti ne usciranno fuori!”.

Il motivo di queste “pericolose” conversioni sta tutto nel titolo del libro di J.M. Gaudeul: “Vengono dall’Islam chiamati da Cristo”. Richiamati, affascinati da Cristo, che perfino nel Corano appare di gran lunga come il personaggio più suggestivo e commovente, come il più potente (può compiere miracoli) e come il più buono e misericordioso. Gesù esercita un’attrattiva sconfinata.

“Vogliamo vedere Gesù”, così dicono un giorno a Filippo un gruppo di Greci arrivati a Gerusalemme: avevano sentito parlare di lui e volevano incontrarlo, conoscerlo. In fondo sono le parole che descrivono gli uomini di tutti i tempi. Il nostro secolo è divorato dal desiderio di “saperne di più” su di lui. Ma spesso va a cercare questo “di più” fra i romanzeschi vangeli apocrifi (magari pompati per operazioni commerciali) , anziché nei Vangeli. L’unico vero “vangelo nascosto” storicamente attendibile, scritto da testimoni oculari a ridosso degli eventi, è proprio quello di Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Nascosto perché crediamo di conoscerlo e non lo conosciamo, forse neanche l’abbiamo mai letto.

LO SCOOP DEL VANGELO ARAMAICO

Oltretutto sotto il greco dei quattro racconti evangelici (ci sono pervenuti in questa lingua) da anni gli studiosi hanno scoperto la stesura originale in aramaico: la lingua parlata al tempo di Gesù. Un gruppo di esegeti da tempo lavora alla retroversione del testo greco dei Vangeli in aramaico. Hanno pubblicato già una decina di volumi. Recentemente la Rizzoli ha edito in italiano un libro che raccoglie – in maniera divulgativa, non specialistica – alcuni dei risultati di questo imponente lavoro. E’ firmato da uno degli studiosi della “Scuola di Madrid”, José Miguel Garcia e s’intitola “La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli”.

Inizialmente questa retroversione doveva servire a capire alcuni passi oscuri dei Vangeli per i quali certi studiosi avevano attaccato la Chiesa. Poi, tornando all’originale aramaico, si è scoperto non solo il senso chiaro e limpidamente ortodosso di quei passi, ma anche una immensa ricchezza nascosta di parole pronunciate da Gesù che illuminano ancora più clamorosamente la sua personalità e il mistero della sua identità.

E’ noto che certi critici hanno strologato a lungo teorizzando che “Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia”. Garcia smonta questa tesi e dimostra come dai Vangeli autentici emerga chiaramente che Gesù non solo sa di essere il Messia, ma si identifica addirittura con Dio. Una pretesa unica nella storia umana. Alla fine lo proclama apertamente davanti al Sinedrio. E’ questa infatti la bestemmia per cui fu arrestato e processato: perché, dicevano i suoi accusatori, “tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10, 33). Ed era proprio così, l’accusa era fondatissima: egli, unico uomo nella storia, si identificava con Dio.

Il dramma di questo annuncio – che cioè Dio si è fatto uomo, ma non viene riconosciuto e accolto – esplode negli ultimi giorni, col precipitare degli eventi. Ed è impressionante rileggere le pagine sulla Passione nel testo aramaico. Il momento dell’ultima cena è il più toccante, quello in cui Gesù manifesta la sua perfetta consapevolezza di ciò che stava per accadere e la sua volontà di prendere tutto il dolore del mondo su di sé. Nella traduzione attuale dei Vangeli egli dice: “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc 22, 15).

Ma l’originale aramaico che Garcia ritrova sotto la traduzione greca è ancora più impressionante: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale quando ero lontano da voi, lontano dalla mattina del mio venire incontro al patimento. Poiché vi dico: Quando io sarò mangiato come lui (= come questo agnello pasquale), il regno celeste di Dio giungerà alla sua pienezza”.

PER LA NOSTRA SALVEZZA?

Dunque Gesù designa la sua incarnazione come “la sua venuta incontro alla morte”. Cioè: egli sa di essere venuto sulla terra per patire e morire al posto nostro. E quello che sconvolge ancora di più è il suo ardente desiderio di venire a pagare per tutti noi. Il testo aramaico fa capire bene “il desiderio di Gesù, già nella sua esistenza celeste” di “andare incontro alla morte” per instaurare il Regno di Dio e “sconfiggere il regno di Satana”, il regno del male, della violenza, del dolore.

Da questi passi si capisce bene quanto siano destituite di fondamento le tesi di Bultmann e soci secondi i quali Gesù fu in grado di prevedere la propria morte, ma senza mai attribuire ad essa un potere salvifico. Illuminanti sono anche le parole che Gesù pronuncia dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro “la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevve sul Calvario” (è la santa Eucarestia dei cristiani). Questa determinazione di Gesù nel prendere su di sé tutto lo scatenarsi di violenze e insulti e umiliazioni dei suoi carnefici è evidente da tutto il racconto della passione, durante la quale Gesù subisce tutte le atrocità senza mai emettere un lamento, senza mai difendersi dai colpi brutali e dagli sputi e senza mai voler attenuare le sue sofferenze (infatti rifiuta la bevanda di aceto che doveva narcotizzarlo).

Uno strazio consapevolmente accettato e vissuto fino in fondo, con una forza sovrumana, anzi uno strazio desiderato per liberare gli uomini dal male. Garcia poi dimostra anche l’attendibile storicità delle parole attribuite alla moglie di Pilato e dei resoconti della resurrezione, anche in riferimento alla sua “prova fotografica”, la Sindone. Ma la prova vera della resurrezione alla fine è l’incontro con lui risorto (Tommaso può addirittura mettere le dita nelle antiche ferite).

E’ questo evento inaudito, la resurrezione (poi col dono dello Spirito, della forza di Gesù) che di colpo trasforma gli apostoli, terrorizzati, fuggitivi e nascosti, in un gruppo di temerari che annunciano a tutti la resurrezione, senza alcun timore, fino al martirio.

PROUDHON “PROVA” LA RESURREZIONE

Che Gesù, quel 9 aprile dell’anno 30, sia veramente risorto e da allora sia rimasto fra i suoi lo si può intuire anche con una realistica considerazione degli eventi. Perfino un mangiapreti come Proudhon, che però, da socialista, aveva una certa esperienza nell’organizzazione di movimenti umani, giunse alla conclusione che Gesù fosse veramente vivo fra i suoi, anche dopo l’esecuzione capitale. Non volendo accettare la notizia della resurrezione ipotizzò che fosse stato staccato dalla croce prima della morte e dalla clandestinità guidasse i suoi. Ma l’intuizione di Gesù vivo e presente è molto interessante. Ecco il suo ragionamento: “La rapidità della propaganda nazarena, dopo la morte apparente di Gesù, è un argomento di più in favore della sua presenza…. Meno di 40 anni dopo la morte di Gesù giungeva a Roma. Non appena queste comunità di credenti erano fondate egli diventava indistruttibile. Ora… sarebbe difficile spiegare la sua affermazione in sua assenza. Egli solo ha potuto salvare la sua opera… Egli solo ha potuto farla crescere dopo la dispersione del gregge… Pietro o Giovanni avrebbero saputo tener duro di fronte al dilagare di sette e di gnosi? Il pensiero fondamentale di Gesù ha trionfato su tutto… dunque dall’anno 29 all’anno 70 egli era presente”.

In effetti quegli undici poveretti ebrei, senza cultura, denaro, mezzi e potere, non avrebbero mai potuto scatenare un simile incendio nell’impero romano. Proudhon ipotizza che Gesù, in quegli anni dal 29 al 70, “condannato a non farsi più vedere in pubblico e non potendo seguire i discepoli divenuti suoi successori” deve aver dato loro altre istruzioni per “sottrarsi in seguito ai loro sguardi, comunicare con essi solo di tanto in tanto e sparire poi del tutto”.

L’intuizione di Proudhon – che Gesù dal 29 al 70 doveva per forza essere vivo e guidava la “conquista” cristiana del mondo – è del tutto razionale. Ma se fosse rimasto solo fino al 70 la sua opera sarebbe crollata subito dopo. Invece proprio dopo il 70 quella “conquista” è stata ancora più strepitosa e impressionante e dopo duemila anni abbraccia il mondo, con una forza e una sapienza di cui nessuno dei cristiani, dei vescovi o dei papi sarebbe mai stato capace. Dunque l’ipotesi più razionale – stando all’analisi di Proudhon – è che quell’Uomo sia ancora vivo e presente fra i suoi e ancora operi potentemente. L’ipotesi più ragionevole è che Gesù quel 9 aprile dell’anno 30 sia veramente risorto e sia con i suoi “fino alla fine dei tempi” non permettendo che le forze del Male prevalgano sulla Chiesa.

Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane

La liturgia cristiana della Parola non ha dimenticato fino ad oggi le sue origini, tanto che possiamo ancor oggi ritrovare in essa alcune tracce dell'antica liturgia sinagogale, che è essenzialmente liturgia della Parola. Non possiamo dire altrettanto per quel che riguarda la seconda parte della Messa, il Sacrificio, che - almeno nel rito romano, sul quale si sono venuti stratificando elementi diversi durante i secoli - non presenta assomiglianze con il rito ebraico, che ha servito di sfondo all'Ultima Cena.
Tuttavia se risaliamo nei secoli, o se allarghiamo lo sguardo oltre la liturgia romana, prendendo in esame le preghiere cristiane che inquadrano il momento centrale della Messa, la Consacrazione (preghiere dette anafore), vi possiamo riscontrare uno schema comune, che possiamo sintetizzare come segue :
la lode a Dio per la creazione;
e per la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, e che culmina nella sua passione e morte;
il racconto dell'istituzione dell'Eucarestia, che riproduce la passione, morte e risurrezione di Gesù;
frequentemente l'attesa del ritorno finale di Cristo;
una dossologia finale.
Le anafore quindi si presentavano formate essenzialmente di due parti, la prima a carattere rimemorativo di avvenimenti passati, la seconda costituita dalla riattualizzazione di essi in un avvenimento, che li porta a compimento, e che a sua volta si proietta verso il futuro.
Se consideriamo questo schema alla luce di quello del banchetto pasquale ebraico, non possiamo non riscontrare tra di essi delle assomiglianze strutturali e teologiche che colpiscono.
Prendiamo in esame l'anafora di Ippolito, dottore della Chiesa di Roma del III sec., dove i temi sono trattati con la sobrietà propria della liturgia romana e appaiono quindi in tutta la loro chiarezza:« Noi ti rendiamo grazie, o Dio, per il prediletto Tuo Servo, Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai mandato per salvarci, redimerci ed evangelizzarci la Tua volontà, lui che è il Tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale hai fatto ogni cosa e l'hai trovata buona;che hai inviato dal cielo nel seno della Vergine; che nel suo seno si è incarnato, e si rivelò come Tuo Figlio nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine;che adempiendo la Tua volontà e acquistandoti un popolo santo, stese le sue mani nella passione, per liberare dal castigo coloro che hanno creduto in Te.
Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione,per distruggere la morte,per spezzare le catene del diavolo,per calpestare l'inferno,per illuminare i giusti,per stringere la (nuova) alleanza,e manifestare la risurrezione,
prese del pane e rendendo grazie, disse: 'Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo che per voi sarà spezzato'; similmente (disse) sul calice: 'Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso. Quando fate questo, fatelo in mia memoria'.…Per il Quale sale a Te e al Figlio, nell'unità dello Spirito Santo, gloria e onore nella Tua santa Chiesa, ora e per tutti i secoli dei secoli. Amen » (1).
La preghiera presenta all'inizio una breve sintesi della storia della salvezza, nella quale tuttavia riscontriamo una differenza di prospettiva di fronte a quella narrata nel banchetto ebraico: se nel testo cristiano, la storia della salvezza comincia con la creazione del mondo, considerato come primo atto salvifico di Dio, il testo ebraico inizia con la « creazione » del popolo eletto, chiamato dal Signore nella persona del suo capostipite, il patriarca Abramo, quando ancora non era che « un arameo errante ». La liturgia ebraica resta fedele alla formulazione delle più antiche sintesi della storia della salvezza che si trovano nella Bibbia, mentre quella cristiana si dimostra qui erede dello spirito profetico; è presso i profeti - in particolare presso Isaia, che la storia della salvezza subisce un cambiamento di prospettiva e, rotto il cerchio della storia d'Israele, comprende in sé anche la creazione, la creazione che è la prima manifestazione della potenza di Dio e della Sua bontà che vuole gli uomini salvi. Il cerchio della storia d'Israele più che rotto viene allargato e assume proporzioni cosmiche, per cui la creazione alle origini non è che il primo atto di un lungo sviluppo, che condurrà alla vocazione di Abramo e arriverà alla liberazione d'Israele e alla conquista della Terra, e infine all'avvento del Messia.
La concezione cristiana vede nella redenzione per opera di Cristo quel compimento che la creazione primigenia attendeva e di cui essa quasi portava in se l'esigenza. Quel compimento si attualizza nel banchetto eucaristico, che riproduce il Sacrificio di Cristo, e ripetendo l'atto centrale della storia della salvezza, la sintetizza in se stesso. La redenzione è già qui, la redenzione messianica, attesa per la fine dei tempi.
Nelle stringate parole della dossologia finale ritroviamo, in forma essenziale e teologicamente perfetta, quella lode a Dio che l'ebreo, con ridondanza prettamente orientale, esprimeva con i salmi di lode e con la « benedizione del canto ».
Uno schema simile si ritrova nella liturgia siro-caldaica o persiana, quella conosciuta sotto il nome di Addeo e Maris, che si ritengono essere stati discepoli di Tommaso apostolo ed evangelizzatori della regione di Edessa; si tratta di una liturgia assai antica, anche se redatta non prima degli inizi del VII seco, diffusa nella Siria nord-orientale e ancora viva presso alcuni piccoli gruppi cattolici. La mentalità orientale, diversa da quella occidentale, si rivela qui nella forma dossologica più ampia e ridondante, al disotto della quale tuttavia ritroviamo lo stesso schema della storia della salvezza:
« Degno di essere lodato da ogni bocca e di essere glorificato da ogni lingua, degno di essere adorato e glorificato da ogni creatura è l'adorabile e glorioso Nome, poiché Tu creasti il mondo con la Tua grazia e i suoi abitanti con la Tua bontà, e salvasti il mondo con la Tua misericordia, concedendo la Tua grazia ai mortali »...
Esposti così i due momenti essenziali della storia della salvezza, segue il Sanctus, che si ritiene essere qui un’interpolazione, e si continua:
« Noi Ti ringraziamo, o Signore, anche noi Tuoi servi, deboli, fragili e miserabili, perché ci hai elargito un aiuto grande oltre ogni dire, vivificando la nostra umanità con la Tua divinità, esaltando il nostro basso stato e restaurandolo caduto, e innalzando la nostra umanità dimenticando le nostre colpe, giustificando i nostri trascorsi, illuminando le nostre menti »...
Ma il più grande atto che Dio ha compiuto per gli uomini è stato il Sacrificio di Cristo, attualizzato nella celebrazione eucaristica:
« E noi pure, o mio Signore, noi Tuoi deboli, fragili e miserabili servi, i quali si sono radunati insieme nel Tuo Nome e stanno dinanzi a Te, e hanno ricevuto per tradizione l'esempio che ci hai dato »... La « riunione nel Nome di Dio » è la sinassi eucaristica, che anche se solo accennata con scarne parole costituisce il centro di tutta l'anafora, dopo della quale si passa a una preghiera, con cui si implorano i benefici effetti della Comunione:
«Venga, o mio Signore, il Tuo Santo Spirito e si posi su questa offerta dei Tuoi servi, la benedica e la consacri perché serva a noi, o mio Signore, per il perdono delle offese e per la remissione dei peccati e per la grande speranza della risurrezione dai morti e per la nuova vita nel Regno dei Cieli con coloro che sono stati accetti al Tuo cospetto »; e si conclude come d'abitudine con una dossologia:
...« Per tutta questa meravigliosa dispensazione (di doni fatta) a noi, Ti ringraziamo e Ti lodiamo incessantemente nella Tua Chiesa, redenta dal prezioso sangue del Tuo Cristo, con aperta bocca e faccia elevata, innalzando lode, onore, adorazione, confessione al Tuo vivente e vivificante Nome, ora e sempre e per tutti i secoli ».
Se passiamo a considerare un altro filone della stessa liturgia orientale, quella siriaca di Giacomo, che rispecchia l'antico rito gerosolomitano, diffuso anch'esso nella Siria nord-occidentale, vediamo che le linee generali non cambiano: si parte dalla lode di Dio creatore, si ricorda la caduta dell'uomo, in occasione della quale il Signore si mostrò Padre misericordioso, aiutando l'umanità peccatrice per mezzo della Legge e dei profeti prima e mandando poi il Figlio, perché rinnovasse negli uomini la Sua immagine; il Figlio poi « quando stette per accettare volontariamente la sua morte vivificante per mezzo della Croce, senza peccato, a vantaggio di noi peccatori, nella notte in cui fu tradito, o piuttosto consegnò se stesso per la vita e la salvezza del mondo, prese il pane »...
Mentre però nelle anafore di Ippolito e di Addeo e Maris, l'attesa del ritorno glorioso di Cristo non è espressa chiaramente, qui, nella preghiera che segue immediatamente la consacrazione, leggiamo:« E noi peccatori ricordando le sue sofferenze vivificatrici, la sua Croce salvatrice, la sua morte e sepoltura e la risurrezione il terzo giorno dalla morte, la sua sessione alla destra Tua, suo Dio e Padre, e il suo secondo e glorioso e terribile avvento, quando egli verrà a giudicare i vivi e i morti, quando rinnoverà ogni uomo secondo le sue opere, offriamo a Te, o Signore »...
L'attesa del ritorno di Cristo, quando « Dio sarà tutto in tutti » è qui esplicita e, insieme con gli atti salvifìci compiuti da Gesù durante la sua prima venuta, costituisce l'oggetto per cui l'uomo offre al Padre il sacrificio di lode.
Le cose non sono molto diverse nella tradizione siro-antiochena documentata nelle Costituzioni Apostoliche (IV sec.), in cui, come abbiamo detto, tutti gli studiosi sono d'accordo nel riconoscere un evidente carattere ebraico. La storia della salvezza parte anche qui dalla creazione e viene presentata in forma ampia e dettagliata, menzionandone i personaggi più rappresentativi; essa arriva a un momento cruciale, che si riattualizza nel banchetto eucaristico, e a sua volta il momento presente si proietta verso il futuro: « Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annuncerete la mia morte, fino a che io venga. Perciò ricordando la sua passione e morte, la risurrezione dai morti e il ritorno in cielo, così pure il suo futuro secondo avvento, nel quale con gloria e potenza verrà a giudicare i vivi e i morti e a dare a ciascuno secondo le proprie opere, offriamo a Te, re e Dio, questo pane e questo calice »... La storia della salvezza, anche se arrivata al suo momento culminante, è tuttora storia in cammino, fino a che « egli venga ».
Se abbiamo riportato per lo più brani di antichi rituali, non dobbiamo per questo pensare che lo schema che siamo venuti tracciando sia un bel pezzo da museo, relegato in alcune liturgie, cadute da lungo tempo in disuso. Se la liturgia di Addeo e Maris - come abbiamo detto - è tuttora in uso, anche se presso gruppi ristretti, anche la liturgia siriaca di Giacomo ad es., è viva ancor oggi, e i siro-maroniti che in parte si ricollegano ad essa, dopo la Consacrazione, esprimono ancor oggi la loro attesa del ritorno di Cristo: « Ricordiamo, o Signore, la tua morte, confessiamo la tua risurrezione e aspettiamo la tua se- conda venuta; da te imploriamo misericordia e pietà e domandiamo il perdono dei peccati. Abbracci noi tutti la tua misericordia » ( trad. P. Sfair) .
A differenza del banchetto ebraico, che attende per « quel giorno » -secondo l'espressione profetica - l'avvento del Messia, quello cristiano, di ieri e di oggi, si volge verso l'attesa di un avvenimento che ha già avuto inizio e che deve soltanto arrivare al suo momento conclusivo. Ambedue messianici, ambedue dinamicamente volti verso l'avvenire, banchetto ebraico e cristiano si differenziano però per quel che riguarda l'oggetto della loro attesa e della loro speranza; l'uno attende il realizzarsi di un avvenimento, l'altro ne ricorda l'inizio nel passato e attende che si compia: il Messia è già venuto e se ne attende il glorioso ritorno.
Potremmo così sintetizzare le assomiglianze e le differenze che siamo venuti osservando nella struttura del banchetto pasquale e delle anafore:
banchetto pasquale ebraico
anafore cristiane
1) lode a Dio per la « creazione » del popolo d'Israele al tempo di. Abramo;
1) lode a Dio per la creazione del mondo;
2) lode a Dio per la redenzione d'Israele, per mezzo di Mosè;
2) lode a Dio per la redenzione dell'umanità mezzo di Cristo;
3) riattualizzazione della salvezza d'Israele in ciascun ebreo che partecipa al banchetto;
3) riattualizzazione della salvezza nell'Eucarestia;
4) attesa della venuta del Messia;
4) attesa del ritorno del Messia;
5) salmi di lode.
5) dossologia finale.
Se le analogie tra banchetto pasquale e anafore cristiane fossero dovute solo a cause accidentali, sarebbero limitate ad alcuni casi particolari, ma il fatto che esse si ritrovino in ambienti diversi non può non indurci a pensare che le due istituzioni siano legate tra loro da concezioni teologiche simili, anche se viste in prospettive diverse: la concezione cioè di un Dio attivo artefice della storia del Suo popolo, nel corso della quale interviene continuamente e in modo particolare in alcuni momenti decisivi, di un Dio che guida la storia verso una meta precisa, verso il giorno in cui la conoscenza del Signore riempirà tutta la terra « come le acque riempiono il mare », il giorno in cui nel mondo ci sarà il « Signore unico e il Suo Nome unico ».
Una simile concezione teologica, fondamentale presso i cristiani e presso gli ebrei, non poteva mancare di imprimere la sua impronta anche sulla prassi cultuale. E a noi interessa qui sottolineare come, anche nel momento essenziale della sua vita di fedele, il cristiano possa sentire che le radici di essa affondano nella vita religiosa ebraica, costituendo un legame che è determinato certamente dall'eredità comune dell'Antico Testamento, ma anche da una affinità di prassi liturgica, che persiste attraverso i secoli.

_______________(1) Trad. Righetti, o.c.

[*] Fonte: Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.XI, Editrice Studium - Roma, 1966

La Pasqua dell'ebreo Gesù

La città in cui Gesù e i suoi sono arrivati al termine dei loro viaggio, e dove, per la prima volta, Gesù ha assistito a un sacrificio sacro, è ingombra di fedeli giunti da ogni comunità ebraica, anche dall'estero. Scrive Jules Isaac: " ... Vi si ascoltano tutte le lingue; la folla invade tutto, sommerge tutto... ". Un mezzo secolo dopo Cristo, lo storico Flavio Giuseppe parlerà di due o tre milioni di pellegrini. Cifra, anche in questo caso, da non prendersi alla lettera, ma indicante soltanto una folla ingente. Dato che la popolazione di Gerusalemme ammontava allora a 270.000 anime, si può ipotizzare al massimo un numero raddoppiato.
Il che, del resto, rappresentava già un'affluenza enorme. I pellegrini che non avevano potuto trovar posto in case private s'accampavano per le strade o nei dintorni della città. " Cosi, scrive sempre J. Isaac, alla città di pietra se ne affiancava una di tende ".
In un'atmosfera di festa, religiosa e nazionale insieme, gli ebrei riuniti nella loro capitale celebravano un avvenimento decisivo nella loro storia: l'esodo dall'Egitto, e un momento particolarmente importante per il loro culto. La Pasqua celebrata a Gerusalemme rappresenta forse il momento culminante della vita ebraica in Palestina, in cui un'antichissima tradizione veniva ripresa e vivificata dalla fusione di due diverse feste.
" Mio padre era un arameo errante. Egli scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa ... ".
Questo passo del Deuteronomio (26,5) assilla ancora lo spirito di quanti, all'epoca del secondo Tempio, sono riuniti a Gerusalemme per la Pasqua, come quello di certi ebrei contemporanei.
Ciò sta ad indicare che la Pasqua esisteva già, in forma più pastorale, anche prima della schiavitù in Egitto. In origine si trattava della festa della prima- vera che, al momento dell'equinozio, evocava i giorni della creazione.
Dice Filone l'Ebreo: " In quei giorni, gli elementi della natura furono sceverati per ordinarsi armoniosamente fra di loro. Il cielo fu rivestito di splendore dal sole, dalla luna e dalla traiettoria di tutti gli astri, pianeti e stelle fisse. La terra si è abbellita delle diverse specie di piante, del verde che ricopriva valli e monti; ovunque un suolo fertile e ricco faceva germogliare i fiori. Per ricordare la creazione, ogni anno Dio fa tornare la primavera, e germogliare piante e fiori ".
Nel calendario normale, il mese di Nissan è il settimo dell'anno. Ma a causa del risveglio della natura che vi si produce e del richiamo alla creazione, all'epoca di Gesù, religiosamente parlando, veniva considerato il primo. Mentre quello di Tishri segna il capodanno civile, Nissan marca l'inizio dell'anno religioso. La stessa Bibbia, del resto, lo designa come primo.
La Pasqua, al pari delle altre feste giudaiche, richiama così il ritmo naturale delle stagioni e della vita pastorale condotta da quegli Aramèi nomadi divenuti, dopo la schiavitù d'Egitto e dopo il Sinai, il popolo del monoteismo.
In seguito, la tradizione riuniva le due feste. Da una parte pesah, o la Pasqua propriamente detta, vale a dire la festa del passaggio, evocante la liberazione e la partenza degli Ebrei verso il monte Sion ed il paese di Canaan; dall'altra, hag ha-massot, la festa degli Azzimi, e cioè di quel pane senza lievito di cui si sono nutriti gli Ebrei nella loro precipitosa fuga dall'Egitto. La fusione tra la più remota tradizione pastorale e due avvenimenti memorabili della storia ebraica, permea l'atmosfera festosa che avvolge Gesù e la sua famiglia.
Egli ha dunque assistito ai preparativi della festa. Ha visto l'enorme fiera di bestiame condotto a Gerusalemme dalle colline circostanti e delle spezie portate dalle carovane fin dalla Mesopotamia. Ma, dal mezzogiorno in poi, ogni lavoro è cessato.
La folla si riversa al mercato per far acquisto delle bestie destinate ai sacrifici o al consumo domestico, insieme alle erbe e alle spezie necessarie per il pasto del seder. All'ora terza, la tromba dei leviti annuncia alla città che è venuto il momento d'iniziare i sacrifici.
Come tutti i primogeniti d'Israele, anche Gesù digiuna, per riscattare, con questa astinenza, la morte dei primogeniti d'Egitto, decretata da Dio per costringere il Faraone a lasciar partire il suo popolo.
Fra breve, dopo il sacrificio, anch'egli parteciperà al pranzo pasquale, chiamato in Europa seder, ma che le comunità mediterranee chiamavano della haggadah, dal titolo del racconto fatto dal capo-famiglia durante il suo svolgimento.
In linea di massima, questo pasto rituale si fa in casa. I pellegrini che hanno potuto essere ospitati da famiglie del luogo lo consumano con i loro ospiti; gli altri per strada, nelle piazze o in campagna. " Quando scende la sera, dice Haïm Schauss, migliaia di agnelli vengono arrostiti nei cortili delle case, nelle vie, intorno alle tende. Nessuno è solo a quest'ora, neppure il più povero e derelitto. Padroni e servi, uomini e donne, giovani e vecchi, tutti vestiti a festa, sono oggi eguali e fratelli, adagiati sui cuscini mentre si mesce acqua e vino e circola il piatto con la carne, il pane azzimo e l'erba amara ".
È cosi che Gesù partecipa al suo primo pranzo pasquale a Gerusalemme, cui molti altri faranno seguito.
La cerimonia pasquale sarà infatti evocata sette volte dai Vangeli.
Due volte in quello di Luca: la prima, in occasione appunto del viaggio a Gerusalemme (2,41), la seconda per l'ultima Pasqua ebraica celebrata da Gesù prima della Passione (22,14):
" I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo, secondo l'usanza... ecc. ".
" ... Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione... ".
Matteo parla pure due volte della Pasqua, ma solo dell'ultima celebrata da Gesù. Al c. 26,17, descrive la preparazione della cena pasquale, e cioè del seder, fatta dai discepoli il giorno degli azzimi:
" Il primo giorno degli azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la Pasqua?"... ecc. ".
Al c. 26,30 si parla invece del " canto dei salmi ", l'insieme dei quali forma lo hallel, uno dei momenti salienti della liturgia pasquale.
Marco, all'inizio del c. 14, evoca pure la Pasqua e la festa degli azzimi celebrata insieme: " ... Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi... ".
E finalmente anche il Vangelo di Giovanni segnala due volte l'avvicinarsi della festa di Pasqua, chiamandola " la festa degli ebrei ", celebrata da Gesù al suo arrivo in Galilea: " Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei... " (6,4); e ancora, dopo la risurrezione di Lazzaro: " ... E molti della regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi... " (11,55).
La festa del risveglio e della liberazione dall'Egitto scandisce dunque la vita di Gesù adolescente, e poi di Gesù missionario, come quella di ogni ebreo.
Le feste pasquali durano sette giorni. I primi due sono interamente festivi, comportando l'interdizione da qualsiasi lavoro o spostamento, autorizzati invece nei quattro seguenti; l'ultimo invece è ancora interamente festivo. Questa suddivisione della settimana pasquale in tre momenti distinti ci fa meglio comprendere l'itinerario del viaggio a Gerusalemme, com'è raccontato nel Vangelo di Luca.
I tre giorni preliminari di cammino terminano proprio la vigilia di Pasqua, nel preciso momento in cui il sacrificio rituale dà inizio alla festa. I due seguenti, e cioè il primo e il secondo del soggiorno a Gerusalemme, corrispondono alle due prime ferie, durante le quali Gesù e i suoi seguono gli uffici sacri nel tempio, e il fanciullo, che si prepara al suo bar-miswah, viene interrogato dai dottori. Nei quattro seguenti, quelli di mezza festa, sempre secondo Luca, avrebbe dovuto aver luogo il ritorno a Nazareth.
In realtà, dopo il primo giorno di cammino, accorgendosi dell'assenza di Gesù, Maria e Giuseppe erano tornati a Gerusalemme, ritrovandolo "dopo tre giorni " nel tempio: il che significa che i quattro di mezza festa previsti per il ritorno li avevano invece trascorsi in città. E trovandovisi, benché Luca non precisi nulla, si può ragionevolmente supporre che vi restassero ormai sino alla fine della settimana.
La liturgia di Pasqua ha inizio la vigilia con il seder che, vent'anni dopo, diverrà per Gesù l'Ultima Cena.
Questo pasto rimane sempre uno dei momenti più caratteristici della religiosità ebraica, uno dei più rivelatori della vocazione di Israele. Apparentemente si tratta di un pasto normale, e i discorsi che vi si fanno, per quanto rituali, non differiscono molto dalle semplici conversazioni familiari.
Tuttavia, nella sua autenticità e nel suo realismo, e mentre sembra considerare Dio stesso come ospite, il seder evoca il carattere sacro del mondo e della vita e la vocazione storica del popolo di Dio.
Prima di servire al loro uso normale, di sostentamento della vita, gli alimenti sono consacrati da benedizioni che ne rilevano la sacralità. Alcuni anzi, in virtù di un simbolismo quanto mai diretto, evocano addirittura le vicissitudini che attendono un popolo destinato a una missione che lo isolerà dal resto del genere umano. Certi momenti della cena, certi gesti, certe parole, richiamano finalmente il grande evento storico: la liberazione dall'Egitto, la traversata del deserto, di cui pesah fa memoria, o meglio che riattualizza di volta in volta.
Tutto questo crea un'atmosfera semplice e coinvolgente insieme, caratteristica della religiosità ebraica, e che, al tempo di Gesù, la distingueva indubbiamente da quella degli occupanti pagani. L'intervento di Dio nella storia si compie sempre con mezzi naturali. I miracoli, se ve ne sono, si verificano senza sconvolgere le leggi di natura, solo inserendovisi nel punto preciso in cui queste leggi parrebbero esitare sul corso da prendere. Il miracolo, segno di Dio, può influenzare l'ordine del suo universo, ma non contraddirlo.
La cena pasquale inizia normalmente. Prendendo posto a tavola, il capo-famiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono un primo sorso. Altre tre coppe circoleranno durante la cena: ognuno di questi gesti ha un senso particolare ed è preceduto da una speciale benedizione.
La prima coppa si riferisce al qiddush (santificazione della festa); la seconda alla haggadah (la liberazione dall'Egitto); la terza accompagna l'azione di grazie al termine del pasto; la quarta, finalmente, è quella dello hallel, i salmi di lode che concludono la cerimonia domestica di questa sera predestinata, significativa per tanti aspetti del nostro destino...
"... leverò la coppa della liberazione e invocherò il Nome dell'Eterno ... " (Sal 116).
La tradizione mette infatti in rapporto l'uso delle quattro coppe alle quattro espressioni adoperate dalla Torah al momento della promessa fatta da Dio a Mosé, di liberare Israele dalla schiavitù (Es 6,6-7):
" lo vi farò uscire dal paese d'Egitto, vi libererò dalla schiavitù, vi salverò con il braccio teso, vi prenderò come mio popolo ".
Poi, cerfoglio e prezzemolo vengono intinti nell'acqua salata o nell'aceto dicendo: " Benedetto Colui che ha creato i frutti della terra ": è un primo richiamo alle amarezze della vita, tanto spesso sperimentate da Israele.
Viene quindi diviso tra i commensali il pane azzimo, riservandone una piccola porzione che, avvolta in un panno, sarà consumata alla fine del pasto, insieme alla frutta.
Se questi semplici gesti preliminari non hanno nulla che evidenzi la singolare solennità di quel pasto preso in comune, la conversazione rituale che vi fa seguito - la haggadah - evocherà il grande evento storico di cui la Pasqua fa memoria. Il capo-famiglia assume allora il ruolo di cronista, mentre al più giovane dei presenti - il " fanciullo saggio " - spetta rivolgere le domande che dovrebbero esprimere il suo stupore giovanile. Così, la cena pasquale diventa una cerimonia domestica intesa alla formazione religiosa dei giovani. Con i mezzi più semplici, e senz'ombra di enfasi, la haggadah raggiunge spesso il sublime.
Il padre di famiglia inizia il dialogo rituale mostrando ai commensali un Pezzo di pane azzimo e dicendo:
" Ecco il pane di miseria che i nostri padri hanno mangiato nel paese d'Egitto. Chi ha fame venga e mangi: chi ha bisogno venga e faccia pasqua. Quest'anno da schiavi, l'anno venturo da uomini liberi ".
A questo punto il più giovane della famiglia domanda:
" Perché questa notte è diversa dalle altre? perché gli altri giorni Possiamo mangiare pane azzimo o pane lievitato, come vogliamo, e stanotte invece solo pane azzimo? perché le altre sere mangiamo ogni specie di verdure, e stanotte soltanto erbe amare? perché le altre sere non intingiamo nulla nel vino, e stanotte invece lo facciamo due volte? perché le altre sere man- giamo seduti o appoggiati, e stasera invece solo appoggiati?
Il Padre risponde allora evocando la liberazione dall’Egitto, secondo il racconto dell'Esodo (12,1 ss.): " Noi siamo stati schiavi del Faraone d'Egitto, e l'Eterno nostro Padre ci ha liberati da quella servitù con mano Potente e braccio teso ... ecc; ".
Al termine della narrazione, il padre alza la coppa e conclude.
" ... Ed è questa promessa che ci ha sostenuto, noi e i nostri padri! Poiché non un solo nemico ha tentato di sterminarci, ma molti l’hanno fatto. Il Santo però - benedetto sia! - ci salva dalle loro mani ".
Qui, ai giorni nostri, viene dialogato tra i commensali un canto dall'incerta origine, detto il Dayenu (" Ci sarebbe bastato "). L'ufficiante enumera, di strofa in strofa, le gesta di Dio in favore del suo popolo, e i commensali rispondono ogni volta " dayenu ", " ci sarebbe bastato ":
Di quanti prodigi ci ha ricolmati Iddio!
Se ci avesse tratti dall'Egitto senza giudicare gli egiziani ...
dayenu!
Se avesse colpito a morte i loro primogeniti senza consegnarci i loro beni ...
dayenu!
Se ci avesse consegnato i loro beni senza aprire il mare dinanzi a noi ...
dayenu!
Se avesse aperto il mare dinanzi a noi senza farcelo attraversare a piede secco ...
dayenu!
Se avesse sommerso i nostri nemici senza provvedere per quarant'anni al nostro sostentamento nel deserto ...
dayenu!
Se avesse provveduto al nostro sostentamento nel deserto senza nutrirci di manna ...
dayenu!
Se ci avesse nutriti di manna senza concederci il riposo del sabato ...
dayenu!
Se ci avesse concesso il riposo del sabato senza condurci ai piedi del monte Sion ...
dayenu!
Se ci avesse condotto ai piedi del monte Sion senza darci la Legge ...
dayenu!
Se ci avesse dato la Legge senza introdurci nel paese d'Israele ...
dayenu!
Se ci avesse introdotto nel paese d'Israele senza erigere per noi la Casa d'elezione Tempio) ...
dayenu!
Come dobbiamo dunque rendere grazie a Dio per i tanti favori che ci ha elargiti!
Dopo varie spiegazioni e commenti biblici intorno all'agnello pasquale, al pane azzimo e alle erbe amare, il capo-famiglia pronunzia l'affermazione solenne, uno dei momenti culminanti del seder
" Di generazione in generazione, ognuno di noi ha il dovere di considerarsi come se fosse stato personalmente liberato dalla schiavitù d'Egitto. È scritto infatti: Tu darai questa spiegazione a tuo figlio: è a questo fine che l'Eterno ha agito in mio favore quando mi fece uscire dall'Egitto (Es 13,8). Non i nostri padri soltanto sono stati liberati, ma anche noi lo fummo. il Santo - benedetto sia! - ci ha liberati con loro, com'è scritto: Egli ci fece uscire dall'Egitto Per condurci qui e darci il paese promesso ai padri nostri (Dt 6,23).
Noi abbiamo dunque il dovere di ringraziare, cantare, lodare, glorificare, esaltare, celebrare, benedire, magnificare e onorare Colui che per noi e per i padri nostri ha compiuto tutti questi prodigi. Ci ha condotti dalla schiavitù alla libertà, dalla desolazione alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla servitù alla salvezza. Cantiamo a Lui un cantico nuovo, alleluja! " -
Termina cosi la prima parte del seder. Viene Poi servito il pranzo. accompagnato dalle solite benedizioni sul vino e sulle abluzioni delle mani, più quelle sul pane azzimo e sulle erbe amare. Si beve quindi la terza coppa di vino, appoggiati sul gomito sinistro (atteggiamento padronale rispetto a quello degli schiavi). Viene riempita di vino anche la coppa destinata al profeta Elia, e aperta la porta per permettere sia all'inviato di Dio, sia al povero che passa, di entrare e condividere la mensa.
Finalmente, dopo la recitazione dei salmi di lode, viene letta la preghiera di adorazione già ricordata (nishmat kol haj).
La cerimonia si conclude bevendo la quarta coppa. Al seder propriamente detto fanno seguito la lettura di alcuni passi biblici e qualche canto, il più popolare dei quali è il Chad Gadyà, o Canto del capretto. Composto in aramaico, lingua usata in Palestina al tempo di Gesù, questa filastrocca popolare è stata redatta molto tempo dopo l’epoca del secondo Tempio.
Questo canto popolare è anche un'esaltazione della vita, dimostrando che chiunque l’insidia finisce per essere distrutto. Ed è inoltre un'allegoria della storia universale: i vari impèri che si sono contesi il dominio del mondo attraverso i secoli, e che tanto spesso hanno tentato di asservire o distruggere Israele, finiscono per essere essi stessi annientati: mentre il più debole - raffigurato dal capretto - sussisterà sempre.
" Il capretto comprato da mio padre per due denari..." simboleggia infatti il popolo di Israele, che Dio si è aggiudicato con le due Tavole della Legge.
L'indomani, Maria, Giuseppe e Gesù partecipano all'ufficio del primo giorno di Pasqua.
Al pari di ogni festa ebraica, quest'ufficio riprende le preghiere sinagogali di ogni sabato, con l'aggiunta di testi speciali.
In questo primo rito cui assiste nel Tempio, durante una cerimonia che indubbiamente lo esalta e lo turba insieme, Gesù è forse particolarmente colpito da certe frasi che, come attestano i vangeli, affioriranno poi nella sua predicazione.
Nella 'amidah, ad esempio, potrebbe ritenere in particolare l'annuncio della liberazione messianica: " Tu manderai alla tua posterità un redentore, in nome del tuo amore e della tua gloria ". ad esempio, potrebbe ritenere in particolare l'annuncio della liberazione messianica:
Altre benedizioni presentano temi che egli ripeterà pure un giorno, come quello che esalta l'umiltà: " Benedetto sii tu che domini gli arroganti ", o quello che canta la misericordia di Dio verso i diseredati: " Benedetto Iddio che riveste gli ignudi! ".
Nella preghiera di Mosé, uomo di Dio, vi sono parole applicate agli idolatri, che Gesù riprenderà in senso metaforico per designare gli increduli: "Hanno bocche e non parlano, occhi e non vedono, orecchi e non odono... " Ascolta inoltre un salmo (1 15) che più tardi ispirerà l'inizio del Padre nostro: " Non a noi, Signore, ma a te solo sia gloria! ".
Nell'inno di Davide, finalmente, ricorre un'espressione, del resto abituale nei testi profetici, specie in Ezechiele, che, esaltata e trasfigurata, echeggerà spesso nella predicazione di Gesù: " Il Figlio dell'Uomo ". Indicante inizialmente la comune condizione umana, nei vangeli diverrà sinonimo del Messia, o addirittura di Dio medesimo.
Nel corso di questo primo ufficio pasquale, vanno dunque delineandosi certi temi d'ispirazione, certi termini di vocabolario, che saranno domani quelli di Gesù.
Lo svolgimento del rito conduce all'evocazione storica della libertà riconquistata e dell'intervento di Dio nella liberazione di Israele. Dopo le prime benedizioni, l'ufficio si orienta dunque verso il suo particolare oggetto, celebrato da Mosé nel Cantico del Mar Rosso (Es 1 5): " lo canterò all'Eterno, che si è mostrato grande e misericordioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere... " ecc.
Segue, come in ogni ufficio ebraico, la lettura della torah. La parashah del primo giorno di Pasqua è tratta dai capitoli dell'Esodo che ricordano l'uscita dall'Egitto (c. 12). La lettura seguente, la haftarah, è presa dal profeta Giosué (3,5 ss). Eccone il punto culminante:
" Giosué disse al popolo: "Santificatevi, perché domani il Signore compirà meraviglie in mezzo a voi". Poi disse ai sacerdoti: "Portate l'Arca dell'Alleanza e passate davanti al popolo... ". E l'Eterno disse a Giosué: "Oggi stesso comincerò a glorificarti agli occhi di tutto Israele: perché sappiano che, come sono stato con Mosé, così sarò ora con te" ". ... ".
La storia è dunque sempre presente e viva in questo ufficio di Pasqua, come in tutte le feste di Israele: la storia, il cui flusso è perenne, ma che per un ebreo del tempo di Gesù - e per Gesù stesso - costituisce il fondamento di ogni azione sacra.
Durante la settimana pasquale, un'altra haftarah evoca uno dei tempi più impressionanti del messaggio profetico: la visione di Ezechiele (Ez 31,1-14): " La mano del Signore fu sopra di me, e il Signore mi portò fuori in spirito, e mi depose nella pianura che era piena di ossa aride... " ecc.
Malgrado la pompa, che indubbiamente lo stupisce, la cerimonia di Pasqua dà a Gesù l'impressione di un equilibrio raggiunto fra cielo e terra: l'annuncio della vita avvenire e l'esaltazione di quella terrena. Al momento della lettura della Legge si proclama:
"Comunicaci la tua santità, perché possiamo ottenere, oltre a una vita felice quaggiù. La beatitudine eterna in quella futura…".
Quasi contemporaneamente vengono recitati gli ultimi versetti del Salmo 115: "Non sono i morti che lodano il Signore, né coloro che discendono nella fossa: ma noi, i vivi, diamo lode al Signore, ora e sempre. Alleluia!"


1 Tratto da: R. Aron, Così pregava l'ebreo Gesù, Marietti, 1992