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IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)




E' sabato a Nazaret, un sabato bellissimo, di goia e stupore. La parte di Isaia che Gesù ha appena proclamato è, secondo il calendario della liturgia sinagogale, quella di un sabato prossimo allo Yom Kippur, il Grande Giorno dell'Espiazione. Sarà un Kippur speciale quest'anno, le parole di Gesù hanno spezzato il cuore, è inaugurato un anno di Grazia, il Giubileo che tutti aspettavano: colpe, peccati, debiti, tutto azzerato, e una vita nuova, piena, libera che si schiude all'orizzonte. Quell'oggi ne è il compimento definitivo, e Gesù, il loro Gesù, il figlio di Giuseppe, in quella sinagoga, in quel sabato, ne incarna la pienezza. E' il Messia? E' l'Atteso d'ogni uomo? Gli occhi fissi su di Lui, e parole che sono come razzi sulla rampa di lancio, i motori accesi e già si stan compiendo, son compiute, e basta coglierle, accoglierle, semplicemente, e sarà il miracolo. Quante volte, durante i secoli, da quel giorno nell'Eden di fronte all'albero, e da quello alle pendici del Sinai, e poi nella piana di Sichem, quante volte l'ascolto e l'obbedienza, che in ebraico son rese da una stessa parola, si son fatte promessa, e alleanza, e poi smentite dai fatti, dalla carne pesante, dalla radice velenosa; quante volte a Nazaret e in ogni villaggio d'Isarele, in ogni generazione, quell'esperienza dura e frustrante di sventurati descritta da Paolo nella lettera ai Romani: "Non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio... Il male incombe su di me. Acconsento alla Legge di Dio nel mio intimo, ma vedo una legge diversa che osteggia la Legge nella mia mente, e mi rende schiavo della lege del peccato che è nelle mie membra". E quel grido dal profondo dell'esistenza, comune ad ogni uomo, come una lama anche in quel sabato a Nazaret: "Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?". Una ferità mai rimarginata, ogni bene lì a portata di mano, l'Alleanza, le promesse, l'elezione, e sempre, tutto svanito, e decenni di esilio, e oppressioni senza fine, attimi di pace tra guerre che grondano lacrime e sangue. E' a storia del Popolo di Israele, di quegli uomini a Nazaret, di ciascuno di noi. La schiavitò ad una lege più forte ch impedisce di compiere il bene, agognato e approvato.... Chi di noi vorrebbe compiere il male, chi vorrebbe odiare, giudicare, divorziare, abortire, offendere; chi vorrebbe vedere la sua vita spalmata su concupiscenze inconfessabili; chi vorrebbe versare lacrime amare dopo aver spezzato un'amicizia, e poi tribunali, e cause, e rancori, e menzogne; chi vorrebbe cancellare il fratello per un'eredità; chi vorrebbe vedrsi scappare di mano la libido e innamorarsi della segretaria e infilarsi in un mondo di menzogne, e distruggere un matrimonio, e rubare il futuro di gioia e speranza ai propri figli; chi vorrebbe compiere il male, sapendo che il frutto è sempre pià male del male compiuto? Eppure è qui, tra noi, il male che ci uccide. Ed è morte ancor più atroce, perchè nel cuore la Verità si dibatte, si divincola, non vuol soccombere. E soccombe, e i frutti velenosi li abbiamo davanti agli occhi, tra le mani, nel fondo delle nostre esistenze.
Ma quel giorno a Nazaret la liberazione era ad un passo, aveva il volto di quel loro amico, e il desiderio stringente di una vita nuova, dell'avvento del Messia liberatore, di quella novità di vita tante volte sfuggita ma sempre di nuovo promessa dal Cielo, quel desiderio inesausto aveva acceso lo stupore e la gioia, e il cuore stava acconsentendo, affermando che sì, era Lui, era il Messia, quell'oggi era la svolta, il compimento d'ogni speranza. Si stava schiudendo il definitivo Yom Kippur, il perdono d'ogni peccato, la libertà non era mai stata così vicina.
Troppo vicina. Era nella sua Patria, ed era impossibile. Era carne in uno di loro, ed era come se fosse stato possibile che chiunque di loro fosse il Messia, la promessa compiuta. Era Gesù il figlio di Giuseppe, e poteva essere Levi figlio di Zaccaria. No, questo era davero troppo. Troppo semplice, e inaudito, per esser vero. Proprio a Nazaret, in quella sinagoga, in quell'oggi. Ma se v'erano peccati ovunque, mormorazioni, pettegolezzi, giuduzi. Pregavano sì, ascoltavano certo, ma non obbedivano. E anche Lui in fondo, aveva fatto segni e prodigi nei dintorni, ma fuori non era così conosciuto, solo qualche notizia, e si sa, le rivalità tra villaggi li chiudono in un campanilismo incapace di guardare oltre il proprio naso. Miracoli? Mah, forse, oppure solo coincidenze, e voci gonfiate ad arte ad accendere invidie e gelosie. Che faccia qui qualcosa del genere, qualche segno che mostri l'eccezionalità dell'annuncio, che è davvero quel che dice di essere. Ma no, il medico non cura mai se stesso, è bravo solo con gli altri, perchè in fondo è sempre e solo un uomo, niente pozioni magiche a ribaltare situazioni irreversibili. E, qui a Nazaret, di queste ce n'è molte. Anche la sua in fondo, nato chissà da chi, a ben pensarci, anche Gesù dentro ai peccati, come tutti noi. Così lo scandalo prende il posto dello stupore e dell'acconsentimento, e abortisce ogni accoglienza. La piccolezza, la debolezza, la carne, tutto s'erge come un muro invalicabile. E lo stupore si cambia in sdegno, ira, inaccettazione. Lo sdegno di chi si sente amato così com'è, laddove si trova, ed è impossibile, troppo amore ubriaca. L'amore che fa luce, che smaschera ipocrisie e menzogne, che mette a nudo i cuori per risanarli, è, paradossalmente, il boccone più indigesto per un orgoglioso. Gesù lo aveva capito, aveva letto i loro cuori, e li aveva presi per mano. Ricordando loro fatti ben conosciuti, caduti forse nell'oblio, rimossi come qualcosa d'incomprensibile, una vedova e un lebbroso, pagani, incirconcisi, bagnati dalla Grazia. Forse, a Nazaret, erano anche loro pagani? Forse era quella la verità scandalosa che avevano sempre rimosso, intestardendosi su orgogli di popolo, blandendo a se stessi elezione e storia, come un mantello a celare i fallimenti, come doping per ripromettere promesse mai mantenute? Era troppo davvero. Smascherati e amati proprio perchè smascherati. Dio e il suo perdono, la sua misericordia in quel grumo di case e storienella carne di uno di loro. Tutto questo era troppo. E allora sdegno, e rabbia, e violenza su quel loro fratello e amico. Lo sdegno che non vuol più vedere, che non può accettare, e deve cancellare alla vistaogni traccia di quella follia così vera da schiantare. Non era giunto il tempo. Quell'oggi che compie la storia d'amore è l'oggi di Gesù, non ancora il loro. Non c'è ancora la Croce, il capro espiatorio del Kippur, pronto per essere buttato giù dal monte, non ha ancora compiuto la sua opera. Sarà il Golgota ed il sangue della Croce a lavare ogni peccato; sarà la resurrezione ad introdurre nell'anno eterno di Grazia e libertà. Gesù passa in mezzo al loro sdegno, ne prende i peccati, le schiavitù, e le porterà sino alla Croce.
Così per noi oggi, conosciuti da sempre, la Buona Notizia risuona dlle labbra di Gesù. La Croce ha segnato la storia, piantata nella sua Patria, che è la nostra. Le nostre case, le nostre famiglie, la nostra cultura impastata di precarietà, effimera e balorda, le nostre lingue, saette a ferire, i nostri costumi macchiati di mille peccati. Ecco oggi il Profeta venire nella sua Patria, la nostra vita. Ecolo vittorioso su ogni peccato, deporre la misericordia nelle pieghe d'ogni nostra debolezza. Ecco la Grazia che spegne lo scandalo, come in Maria, Immacolata, stupita ma non sdegnata, dinnanzi all'inverosimile. Ecco Gesù venire a compiere in ciascuno di noi l'impossibile che per Dio è possibile, la nostra conversione, la nostra libertà, l'amore cantato da Paolo, la Carità che non avrà mai fine.


APPROFONDIRE E PREPARARE



Nessun profeta è bene accetto in patria. don Romeo Maggioni

Gesù si è presentato ufficialmente come Messia a Nazaret, ed ecco le reazioni, dei suoi compaesani, ma in sostanza di tutto Israele, e forse di tanti uomini di sempre: ad un primo entusiasmo succede una contestazione e poi un rifiuto; fino al tentativo di ucciderlo. "Dio è morto" ha già gridato Nietzsche un po' di tempo fa!
Ma il vangelo non si ferma: in sostituzione di chi lo rifiuta, è dato spazio ad altri, capaci di accoglierlo e di divenirne credenti, appunto i pagani rispetto ai giudei.

1) IL RIFIUTO

Quello del rifiuto è un dramma permanente, e pur sempre inspiegabile. Adamo aveva tutto - tranne un alberello! -, non gli mancava niente, e non si è fidato di Dio. Qui a Nazaret la gente accoglie con entusiasmo "le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca", sente cioè che sono verità, intuisce che è qualcosa di grande e bello questo mistero di un Dio che si china sull'uomo per salvarlo; eppure dubita, contesta, rifiuta, lo vuole morto. Anche oggi basta vedere un telegiornale: la Chiesa parla a nome di Dio, si sente sinceramente che dice cose vere, giuste, che esprimono i valori più profondamente umani, e la si contesta, la si fa tacere, la si vuole morta! "Verrà giorno - scrive san Paolo - in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole" (2Tm 4,3-4).

Allora, perché il rifiuto? "Non è il figlio di Giuseppe?", dicevano quelli di Nazaret. Non è uno di noi, uno qualunque? Chi pretende di essere! Certo, la mediazione umana fa problema, il fatto che Dio s'incarni in un uomo, in una Chiesa, entro una storia fatta anche di debolezze e tradimenti sconcerta, suscita difficoltà e reazioni. Ma è scelta di Dio quella dell'incarnazione. A ben pensarci però si trovano alla fine molte più ragioni positive di questo farsi vicino di Dio che non pericoli. Oppure il rifiuto è di un Dio che non è proprio secondo sempre nostri schemi e voglie. "Quanto abbiamo udito accadere a Cafarnao, fallo anche qui". Cercano miracoli quelli di Nazaret, cercano un Dio a proprio immediato comodo e interesse.

Ma Dio non si può catturare, Dio non lo si può piegare alle proprie misure; come non si può piegare la Chiesa al mondo, alle sue vedute, che segua i sondaggi d'opinione, che divenga più accomodante. Troppo più grande è il sogno di Dio sull'uomo, troppo più che umano, troppo più esaltante ed esigente perché l'uomo non vi arricci il naso e dica.. mi accontento di meno! E' tutto qui il dissapore nei confronti di Dio, nel "troppo" che Egli ci offre fino a volerci "simili a Lui". "Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci propone le eterne praterie del cielo".

Alla fine però in sostanza è rifiuto di un Dio che sta sopra di noi. E' inutile cercare altrove: il cuore del peccato è solo qui, nel rifiuto di Dio semplicemente, nel rifiuto di una verità superiore, nel rifiuto di accettare una dipendenza comunque da un Altro. Il peccato di Adamo è quello di voler fare da sé, di voler essere da sé, di farsi lui Dio, conoscitore del bene e del male, cioè unico arbitro di sé e del mondo. La tentazione è sempre quella: di autosufficienza, di soggettivismo, di autodeificazione. Oggi si usano tante parole inutili e bugiarde come pluralismo, libertà d'opinione, tolleranza, rispetto della coscienza..., ma in sostanza è rifiuto di una ricerca e di un confronto con una verità che ci precede, ci determina, ci giudica.

2) IL DONO DATO AD ALTRI

Ma Dio non si ferma. Né qui a Nazaret, dove Gesù "passando in mezzo a loro, se ne andò"; né a Gerusalemme, quando fu messo in croce, perché dopo tre giorni risuscitò iniziando tra noi una presenza e una azione ben più efficace e universale. "La pietra che i costruttori hanno scartato, è diventata testata d'angolo" (Lc 20,17): Dio non è fermato dall'uomo, prosegue la sua opera con chi ci sta. "Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare" (Mt 21,43). Così del resto, conclude Gesù, era già capitato ad Elia e ad Eliseo di trovare fuori più accoglienza e fede al loro operare che non in Israele.

Ecco il punto: la fede. Nel passo parallelo di Marco è scritto che Gesù "si meravigliava della loro incredulità". Gesù ha contrapposto spesso l'incredulità dei Giudei alla fede genuina di alcuni pagani: è il caso del centurione di Cafarnao, della donna cananea di Tiro, dell'unico lebbroso tornato a ringraziare per la guarigione, ed era samaritano. Non conta essere del giro, non serve avere il nome scritto nel registro di battesimo, o anche avere qualche abitudine di preghiera: ci vuole la fede, cioè l'accoglienza di Gesù come Signore e Salvatore, e saperci fidare di Lui anche quando ci si presenta con un volto e una esigenza diversa da quello che immediatamente vogliamo noi. Anche quando la fedeltà a lui implica prove, persecuzioni e un dover andare controcorrente.
Geremia - richiamatoci dalla prima lettura - è uno che ha resistito andando controcorrente.

Ma proprio qui è messo in evidenza che tale fedeltà non è opera sua ma forza che gli deriva da Dio: "Non spaventarti: ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo; ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti". La nostra capacità di fede e resistenza viene da Dio. Dio si dona, e dona anche di saper accettare il suo dono. La fede è dono, non nostro merito e conquista. Per questo ci rende umili dinanzi a Dio, senza pretese, con la costante preoccupazione della preghiera per ottenere tale dono e perseveranza; e ci rende umili anche davanti agli uomini, impedendoci di giudicare alcuno essendo noi credenti per puro regalo di Dio.

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Ecco, proprio una fede rispettosa di tutti è la fede giusta, che oggi Paolo ci richiama nella seconda lettura. "Se anche possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla". Solo una fede umile, che s'arrende a Dio, è poi capace di non prevaricare sull'uomo.
L'atteggiamento opposto è quello dell'uomo che pretende di farsi lui un Dio, che rifiuta Dio con l'incredulità supponente e autosufficiente: questa sfocia immediatamente nella prevaricazione, nella violenza, nell'oppressione dell'uomo. Solo la fede fonda l'autentica fraternità. S'è ormai da tempo costatato che "la morte di Dio" genera inesorabilmente "la morte dell'uomo"!