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VENERDI'' SANTO

A Elberti. E' la Pasqua del Signore. Venerdì Santo

Ratzinger - Benedetto XVI. Venerdì Santo: Gesù Crocifisso è la verità che ci rende liberi di amareJoseph Ratzinger. Meditazioni e preghiere per il Venerdì Santo

A.M. Sicari. VIA CRUCIS IN COMPAGNIA DEI SANTI

Meditazione di Chiara Lubich per il Venerdì Santo
Meditazioni di monsignor Ravasi per la “Via Crucis” al Colosseo
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
Don Divo Barsotti. Meditazioni per il Venerdì Santo
Vanhoye. La Croce
Accadde al Getsemani. Fare memoria del suo dolore
V. Messori. In coda lungo le autostrade nel giorno della Via Crucis
Venerdì Santo. Romano Guardini, Il Signore
Lo sconosciuto del Getsemani
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare
IL GIARDINO DEGLI OLIVI
Mons. Caffarra. LA CROCE E LA VERITA’ SULL’UOMO
Il Mistero nella dipinta croce

Cantalamessa: “La tunica era senza cuciture”. Omelia nella Passione del Signore
P. R. Cantalamessa: OMELIE SULLA PASSIONE DEL SIGNORE
P. R. Cantalamessa. UNO SGUARDO DA STORICI SULLA PASSIONE DI CRISTO
P. R. Cantalamessa. “Giuseppe d''Arimatea” per i crocifissi di oggi
P. Cantalamessa: “Cristo Imparò l’obbedienza dalle cose che patì”

Venerdì Santo. Hamon-Borla, Meditazioni
In Passione Domini. Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich
Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d''addio
Inos Biffi. Cristo ascende la Croce. Inizia il tempo nuovo. L''inno "All''ora terza" di sant''Ambrogio
S. Fausti. Commento esegetico alla Passione di Matteo
Sabourin. La Passione
M.J. Lagrange. La Passione

LA PASSIONE DI CRISTO di MEL GIBSON. VIDEO E LETTURA TEOLOGICO-SPIRITUALE DEL FILM
La passione di Gesu’ alla luce degli scritti di Santa Veronica Giuliani

La Passione secondo A.K. Emmerick
La Passione secondo Suor Maria d''Agreda. Dalla "Mistica Città di Dio"
Vittorio Messori. La sfida: la cronaca della passione e morte
LETTURE SULLA PASSIONE DI GESU'' CRISTO
Chi è costui? La Passione nella letteratura
Gli ultimi giorni di Gesù
Dalla via dolorosa al Golgota
Così è morto Gesù: check up della Passione
La Passione secondo Matteo di J.S.Bach. Lettura e Mp3
Tallo e l''oscuramento del sole
J. Jeremias. La Passione

La morte di Gesù come espiazione nella concezione paolina. Pino Pulcinelli
J. Ratzinger. Gesù tra la bellezza e il dolore
Giuda Iscariota. Ratzinger - Benedetto XVI, Tradizione, i Padri, esegesi
Santa Caterina da Siena. « Sapendo che era giunta la sua ora... Gesù li amò sino alla fine »

Ratzinger - Benedetto XVI. Venerdì Santo: Gesù Crocifisso è la verità che ci rende liberi di amare

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 21 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI al termine della Via Crucis al Colosseo, tenutasi la sera del Venerdì Santo.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

anche quest’anno abbiamo ripercorso il cammino della croce, la Via Crucis rievocando con fede le tappe della Passione di Cristo. I nostri occhi hanno rivisto la sofferenze e l’angoscia che il nostro Redentore ha dovuto sopportare nell’ora del grande dolore, che ha segnato il culmine della suo missione terrena. Gesù muore in croce e giace nel sepolcro. La giornata del Venerdì Santo così impregnata di umana mestizia e di religioso silenzio si chiude nel silenzio della meditazione e della preghiera. Tornando a casa, anche noi, come coloro che assistettero al sacrificio di Gesù, ci percuotiamo il petto, ripensando a quanto è accaduto. Si può forse restare indifferenti dinanzi alla morte del Signore, del Figlio di Dio? Per noi, per la nostra salvezza si è fatto uomo, per poter soffrire e morire.

Fratelli e sorelle, i nostri sguardi, spesso distratti da dispersivi ed effimeri interessi terreni, oggi volgiamoli verso Cristo. Fermiamoci a contemplare la sua croce. La croce, sorgente di vita, è scuola di giustizia e di pace, è patrimonio universale di perdono e di misericordia, è prova permanente di un amore oblativo e infinito che ha spinto Dio a farsi uomo vulnerabile come noi sino a morire crocifisso. Attraverso il cammino doloroso della croce gli uomini di ogni epoca, riconciliati e redenti dal sangue di Cristo, sono diventati amici di Dio, figli del Padre celeste. “Amico”, così Gesù chiama Giuda e gli rivolge l’ultimo drammatico appello alla conversione. “Amico”, chiama ognuno di noi perché è amico vero di tutti noi.

Purtroppo, non sempre riusciamo a percepire la profondità di questo amore sconfinato che Dio nutre per noi, le sue creature. Per lui non c’è differenza di razza e cultura. Gesù Cristo è morto per affrancare l’intera umanità dall’ignoranza di Dio, dal cerchio di odio e violenza, dalla schiavitù del peccato. La croce ci rende fratelli e sorelle. Ma ci domandiamo, in questo momento: che cosa abbiamo fatto di questo dono? Che abbiamo fatto della rivelazione del volto di Dio in Cristo, della rivelazione dell'amore di Dio che vince l'odio? Tanti, anche nella nostra epoca, non conoscono Dio e non possono trovarlo nel Cristo crocifisso. Tanti sono alla ricerca di un amore o di una libertà che escluda Dio. Tanti credono di non aver bisogno di Dio.

Cari amici, dopo aver vissuto insieme la Passione di Gesù lasciamo questa sera che il suo sacrifico sulla croce ci interpelli. Permettiamo a lui di porre in crisi le nostre umane certezze. Apriamogli il cuore. Gesù è la verità che ci rende liberi di amare. Non temiamo: morendo il Signore ha distrutto il peccato e salvato i peccatori, cioé tutti noi. Scrive l'apostolo Pietro: Gesù “portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia” (1 Pt 2, 24). Questa è la verità del Venerdì Santo: sulla croce il Redentore ci ha reso figli adottivi di Dio, che ci ha creato a sua immagine e somiglianza. Restiamo dunque in adorazione davanti alla croce.

O cristo, donaci la pace che cerchiamo, la gioia cui aneliamo, l'amore che colmi il nostro cuore assetato di infinito. Così ti preghiamo questa sera Gesù, Figlio di Dio, morto per noi in croce e risorto il terzo giorno. Amen.

[Dopo aver impartito la Benedizione Apostolica:]

Una buona notte a voi tutti. Grazie per la pazienza sotto la pioggia. Buona Pasqua a tutti voi!

[Trascrizione del discorso pronunciato a cura di ZENIT]

Joseph Ratzinger. Meditazioni e preghiere per il Venerdì Santo

VENERDI' SANTO – Meditazioni

Prima meditazione

«Essi guarderanno colui che hanno trafitto» (Zc 12,10; Gv 19,37). Con queste parole l'evangelista Giovanni chiude la sua narrazione della passione di Gesù; con tali parole introduce la visione di Cristo nello ultimo libro del Nuovo Testamento che noi chiamiamo 'Apocalisse'. Tra queste due citazioni della parola profetica dell' Antico Testamento è tesa tutta la storia: tra la crocifissione e il ritorno del Signore; in questa citazione si parla sia dell'abbassamento di colui che morì come un assassino sul patibolo, che della potenza di colui che verrà per giudicare il mondo, per essere quindi anche il nostro giudice.

«Essi guarderanno colui che hanno trafitto». Tutto il vangelo di Giovanni non è che la verifica di questa frase, il tentativo di concentrare il nostro sguardo e il nostro cuore nella contemplazione di lui. E tutta la liturgia della Chiesa non è altro che la contemplazione del trafitto, il cui volto nascosto viene scoperto dal sacerdote davanti agli occhi della Chiesa e del mondo, durante la celebrazione cultuale del Venerdì santo che costituisce il punto più alto dell'anno liturgico.

«Ecco l'albero della croce al quale è stata appesa la salvezza del mondo». «Essi guarderanno colui che hanno trafitto». O Signore concedici in quest'ora di poter guardar a te, nell'ora della tua oscurità e del tuo abbassamento ad opera di un mondo che vuole dimenticare la croce come si fa con un incidente spiacevole, che si sottrae al tuo sguardo, considerandolo un inutile sciupio di tempo e non si rende conto che è proprio qui che ci si fa incontro la tua ora decisiva, nella quale nessuno potrà sottrarsi al tuo sguardo.

Sul fatto della trafittura del crocifisso, Giovanni parla con una solennità stranamente circostanziata, che nello stesso tempo lascia riconoscere il peso che l'evangelista attribuisce a questo evento. Nella narrazione, che si chiude con una formula di testimonianza quasi scongiuratrice, vengono elaborati due testi del Vecchio Testamento, mediante i quali viene nello stesso tempo a risultare evidente il significato di questo avvenimento. «Nessun osso gli deve essere spezzato» (Gv 19,36; Cf. Es 12,46), dice Giovanni e adduce così un testo del rituale pasquale giudaico che contiene una prescrizione sull'agnello pasquale. Egli ci fa cosi comprendere che Gesù, il cui fianco veniva trafitto nello stesso momento in cui nel tempio avveniva lo sgozzamento rituale dell'agnello pasquale, è il vero agnello senza difetto nel quale si compie definitivamente il significato di qualsiasi culto e di qualsiasi rituale, nel quale soltanto anzi diventa manifesto cosa significa in realtà il culto. Ogni culto precristiano si basa in ultima analisi sull'idea della sostituzione: l'uomo è consapevole che fondamentalmente deve dare se stesso se vuole onorare Dio in maniera adeguata, ma sperimenta nello stesso tempo l'impossibilità di darsi e sorge quindi la sostituzione: ecatombe di olocausti divampano sugli altari degli antichi, viene sviluppato un sistema rituale possente, ma su tutto questo pesa il dramma di una inutilità impressionante, giacché non esiste nulla con cui l'uomo possa sostituire se stesso: qualsiasi cosa possa offrire, rimane sempre troppo poco.

La critica profetica al culto aveva sempre opposto all'autosufficienza dei ritualisti che Dio, a cui appartiene il mondo tutto, non aveva bisogno dei loro capri e dei loro tori; la facciata sfarzosa del rito nasconde soltanto la fuga da ciò che è autentico, dalla chiamata di Dio che vuole noi stessi e che può essere veracemente adorato solo nel gesto dell'amore senza riserva. Mentre nel tempio sanguinavano gli agnelli pasquali, fuori della città muore un uomo, il Figlio di Dio, ucciso proprio da coloro che credono di onorare Dio nel tempio. Dio muore come uomo - egli dà tutto se stesso agli uomini che non sono in grado di darsi a lui e pone quindi al posto dell'inutile sostituzione cultuale, la realtà del suo amore onnisufficiente. La lettera agli Ebrei ha sviluppato ulteriormente il piccolo accenno del vangelo di Giovanni interpretando la liturgia giudaica del giorno della riconciliazione come preludio figurato della liturgia reale della vita e della morte del Cristo Gesù. Ciò che agli occhi del mondo appariva come fatto assolutamente profano, come esecuzione di un uomo condannato a morte come agitatore politico, era in realtà l'unica vera liturgia della storia del mondo, liturgia cosmica attraverso la quale Gesù, non già nella sfera delimitata e cultuale del tempio, ma fuori, davanti al mondo tutto, penetrò attraverso la parete della morte nel tempio vero: alla presenza del Padre.

Ed egli non portò il sangue di animali in sostituzione, ma se stesso, com'è conforme all'amore autentico che non può donare che se stesso. La realtà dell'amore che dà se stesso ha eliminato il gioco della sostituzione, che ormai resta per sempre fuori causa, il velo del tempio è lacerato, ormai non c'è più culto se non nella partecipazione all'amore di Gesù Cristo che costituisce il perpetuo giorno di riconciliazione cosmica. E tuttavia l'idea della sostituzione ha ricevuto in Cristo un senso nuovo ed inaudito. Dio stesso in Gesù Cristo si è messo al nostro posto e noi tutti viviamo solo a partire dal mistero di questa sostituzione.

Nel secondo testo del Vecchio Testamento che viene inserito nella narrazione della trafittura rende ancora più evidente quanto abbiamo detto, per quanto permangano oscurità sui dettagli. Giovanni dice che un soldato aprì il fianco di Gesù con la lancia. Egli adopera la stessa parola che nel Vecchio Testamento viene usata per la descrizione della creazione di Eva dal fianco di Adamo dormiente. Qualsiasi cosa voglia indicare più da vicino questo accenno, in ogni caso è sufficientemente chiaro che nel vicendevole rapporto tra Cristo e l'umanità credente si ripete il mistero della creazione dell'origine e della donazione vicendevole dell'uomo e della donna. La Chiesa ha origine dal fianco aperto del Cristo morente o, se vogliamo esprimerci in termini diversi ed un po' metaforici: proprio la morte del Signore, la radicalità dell'amore ché perviene all'autodonazione, ha causato questa fecondità. Poiché egli non si è rinchiuso nell'egoismo di colui che vive solo per se stesso e mette la propria autoconservazione al di sopra di tutto, ma si è lasciato aprire per uscire fuori da se stesso ed esistere per gli altri, proprio per questo Egli raggiunge ormai tutti i tempi, al di là di se stesso. Il fianco aperto è quindi il simbolo di una nuova immagine dell'uomo, di un nuovo Adamo; esso sta a contrassegnare Cristo come l'uomo che esiste-per-gli altri. E forse a partire da qui soltanto possono essere intese le profondissime affermazioni della fede su Gesù Cristo, così come nello stesso tempo è a partire da qui che si fa manifestò il compito immediato affidato dal crocifisso alla nostra vita. La fede dice di Gesù Cristo che Egli è una sola persona in due nature; nel testo greco originale si dice in maniera più esatta e appropriata che egli è una sola ipostasi, un unico essere autonomo.

Nel corso della storia ciò è stato sempre nuovamente equivocato come se a Gesù mancasse qualcosa della sua umanità, come se per essere Dio dovesse in qualche modo essere meno uomo. È vero proprio il contrario: Gesù è l'uomo vero, dal quale è misurato ogni altro uomo, al quale deve andare ogni essere umano per pervenire alla propria autenticità. Ed egli è uomo perfetto proprio in quanto in questo non è ipostasi, essere che sta presso se stesso. Infatti più elevato ancora che il poter essere presso se stessi è il non-poter-stare-presso-se-stessi e il non volerlo, l'andare agli altri partendo dal Padre. Gesù è per così dire nient'altro che il movimento da sé al Padre e agli uomini. E proprio perciò, perché in lui è stato radicalmente spezzato l'anello del roteare attorno a se stessi, egli è nello stesso tempo figlio di Dio e figlio dell'uomo. Proprio perché egli esiste per gli altri totalmente, egli è totalmente se stesso, immagine finale della vera umanità. Diventar cristiani significa diventare uomini, pervenire alla umanità vera, all'essere-per-gli-altri e all'essere-da-Dio. Il fianco aperto del crocifisso, la ferita mortale del nuovo Adamo, è il punto di partenza del vero essere umano dell'uomo: essi guarderanno a colui che hanno trafitto.

Seconda meditazione

Volgiamo ancora una volta il nostro sguardo al lato aperto del Cristo crocifisso, giacché questo sguardo costituisce il senso intimo del Venerdì santo che vuole riportare i nostri occhi via da tutte le attrazioni del mondo, dalla fata Morgana delle sue promesse in vetrina, al vero punto direzionale che unico ci può garantire il cammino in mezzo al groviglio di viuzze che girano sempre attorno allo stesso posto.

Giovanni ha espresso in maniera ancora diversa, rispetto a quella precedentemente considerata, il pensiero che la Chiesa deve la sua origine più profonda al fianco trafitto di Cristo. Egli accenna al fatto che dalla ferita del fianco sono usciti sangue ed acqua. Sangue ed acqua stanno ad indicare per lui i due sacramenti fondamentali, battesimo ed eucaristia, che a loro volta costituiscono il contenuto autentico dell'esser-chiesa della Chiesa. Battesimo ed eucaristia sono i due modi in cui gli uomini possono essere inseriti nello spazio vitale di Gesù Cristo. Il battesimo sta a significare infatti che un uomo diventa cristiano e si pone sotto il nome di Gesù Cristo. E questo stare sotto un nome significa molto di più che un puro gioco di parole; ciò che sta a significare può essere visto un po' attraverso l'evento del matrimonio e la comunità di nome che si istituisce tra due persone come espressione dell'unione vicendevole del loro essere, che avviene appunto nel matrimonio. Il battesimo che, come attuazione sacramentale del divenire cristiani, ci unisce al nome di Cristo, sta a significare esattamente un evento simile al matrimonio: compenetrazione della nostra esistenza con la sua, inserimento della nostra vita nella sua, che diventa cosi criterio e spazio del mio essere umano. L'eucaristia è a sua volta comunione di mensa con il Signore che ci vuole trasformare in lui per condurci cosi l'uno verso l'altro, giacché tutti mangiamo lo stesso pane. Non siamo infatti noi ad assumere il corpo del Signore, ma è Lui che ci cava, per così dire, fuori da noi stessi e ci inserisce in Lui per farci Chiesa.

Giovanni riconduce i due sacramenti alla croce; egli li vede defluire dal fianco aperto del Signore e considera quindi compiuta la parola del discorso di congedo: io vado e torno a voi (Cf. Gv 14,18-19). Proprio mentre me ne vado vengo a voi; anzi la mia dipartita - la morte sulla croce - è essa stessa il mio ritorno. Fin quando vivremo il nostro corpo non è soltanto il ponte che ci unisce vicendevolmente, ma anche la barriera che ci separa, ci rinchiude nell'inaccostabilità del nostro io, dentro alla nostra forma spazio-temporale. Il fianco aperto diventa nuovamente il simbolo della nuova apertura che il Signore viene a costituire mediante la sua morte: ormai la barriera del corpo non lo lega più, sangue ed acqua scorrono attraverso la storia. In quanto risorto egli è lo spazio aperto che ci chiama tutti. Il suo ritorno non è soltanto un avvenimento lontano, alla fine dei tempi, ma è iniziato già nell'ora della sua morte, a partire dalla quale egli viene sempre nuovamente in mezzo a noi. Nella morte del Signore si è compiuto quindi il destino del seme di grano: nel pane di grano dell'eucaristia noi riceviamo l'inesauribile moltiplicazione di pane dell'amore di Gesù Cristo, sufficiente a saziare la fame di tutti i tempi e che proprio in questa maniera vuole assumere anche noi al servizio di questa moltiplicazione di pani. I due pani di orzo della nostra vita potranno apparire inutili, ma il Signore ha bisogno di essi e li esige.

I sacramenti della Chiesa sono frutto del seme di grano morente. Riceverli significa per noi donarci a quel movimento da cui essi provengono. Si esige cioè da noi di penetrare in quel perdersi, senza del quale non ci possiamo ritrovare: «Chi vuole conservare la sua vita la deve perdere; ma chi la perderà per il mio nome e per il vangelo, la conserverà» (Gv 12,25); questa parola del Signore è la formula fondamentale della vita cristiana. La fede in ultima analisi non è nient'altro che il dire sì a questa santa avventura del perdersi, e proprio qui, a partire dal suo nucleo profondo, non è altro che amore autentico. La fede cristiana riceve quindi la sua forma determinante dalla croce di Gesù Cristo e l'apertura del cristiano al mondo, della quale oggi si sente tanto parlare, non può reperire il proprio modello altrove che nel fianco aperto del Signore, espressione di quell'amore radicale che solo può redimere. Dal corpo trafitto del crocifisso sono usciti sangue ed acqua. Ciò che in primo luogo è segno della sua morte, espressione del sul fallimento nell'abisso della morte, è nello stesso tempo un nuovo inizio: il Crocifisso risorgerà e non morrà più. Dalla profondità della morte si innalza la promessa della vita eterna. Sulla croce di Gesù Cristo brilla già sempre lo splendore vittorioso del mattino di Pasqua. Vivere con lui a partire dalla croce significa quindi sempre vivere anche sotto la promessa della gioia pasquale.

Preghiera

Signore Gesù Cristo concedici in questo Venerdì Santo di guardare a te, al tuo cuore trafitto. Concedici che i nostri occhi e il nostro spirito, che ogni giorno si bagnano nella vanità e nella banalità, possano una volta, al di là di tutti gli schermi di questo mondo, contemplare il vero Salvatore: te, seme di grano morto, dal quale è germogliato il frutto centuplo dell'amore di cui tutti viviamo. O Signore, noi esitiamo a venire a te, opponiamo resistenza quando ci vuoi prendere come semi di grano, quando vuoi tirarci fuori dalla meschina difesa del nostro spirito di autoconservazione nel quale ci siamo rincantucciati mascherando la nostra pusillanimità con parole grosse. Ah, tu conosci la nostra debolezza, la nostra incapacità a far fronte alla minima oscurità, l'angoscia nella quale rimaniamo prigionieri di noi stessi. Facci liberi; portaci per mano fuori di noi stessi, oltre la soglia della nostra paura, e ciò di cui non siamo capaci possa essere il dono della ricchezza invitta del tuo cuore aperto. Amen.

Preghiera comune di intercessione

Preghiamo per la Santa Chiesa di Dio. Perché tu o Signore voglia guidarla in questo tempo di confusione, ricerca e domanda. Perché tu voglia inviarle uomini santi che vivano in mezzo al nostro tempo con la pienezza della loro fede. Perché tu ci voglia donare la concordia, la pazienza vicendevole, la forza portante dell'amore ed il coraggio per la santa stoltezza della fede... Signore pietà!

Preghiamo per tutti coloro che sono alla ricerca, per tutti coloro che sono tentati o che sbagliano. Che in mezzo alla fuga seduttrice verso le parole fatte, in mezzo alla dittatura della via più facile, tu o Dio possa essere di aiuto a coloro che cercano, forza a coloro che sono tentati, sostegno nell'inutilità spaventosa che minaccia di opprimere coloro che si trovano consegnati fuori da se stessi; che tu possa essere luce nel dubbio che ci fa vacillare; che tu ti voglia mostrare agli erranti, ai persecutori che forse cercano ancora te in qualche maniera... Signore pietà!

Preghiamo per la pace del mondo, per gli affamati, i perseguitati e gli ammalati. Considera o Signore la miseria orribile e molteplice che tiene prigionieri gli uomini; essi sono tuoi figli, non dimenticarli. Concedi la pace là dove essa manca, perché tu solo la puoi dare in mezzo all'indurimento spaventoso degli uomini. Dai il cibo agli affamati, copri gli ignudi, consola gli afflitti, tu Dio di ogni consolazione. Signore pietà!

Cantalamessa: “La tunica era senza cuciture”. Omelia nella Passione del Signore

P. Raniero Cantalamessa, ofmcap.

Predica del Venerdì Santo 2008

nella Basilica di San Pietro


“La tunica era senza cuciture”


I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte” (Gv 19, 23-24).

Ci si è chiesti sempre che cosa abbia voluto dire l’evangelista con l’importanza che da a questo particolare della Passione. Una spiegazione recente è che la tunica ricorda il paramento del sommo sacerdote e che Giovanni, perciò, abbia voluto affermare che Gesú morì non soltanto come re, ma anche come sacerdote. Della tunica del sommo sacerdote non si dice, però, nella Bibbia, che doveva essere senza cuciture (cf. Es 28, 4; Lev 16,4); per questo i più autorevoli esegeti preferiscono attenersi alla spiegazione tradizionale secondo cui la tunica inconsutile simboleggia l’unità della Chiesa1.

Qualunque sia la spiegazione che si da del testo, una cosa è certa: l’unità dei discepoli è, per Giovanni, lo scopo per cui Cristo muore: “Gesù doveva morire… per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 51-52). Nell’ultima cena lui stesso aveva detto: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21).

La lieta notizia da proclamare il Venerdì Santo è che l’unità, prima che un traguardo da raggiungere, è un dono da accogliere. Che la tunica fosse tessuta “dall’alto in basso”, scrive san Cipriano, significa che “l’unità recata da Cristo proviene dall’alto, dal Padre celeste, e non può perciò essere scissa da chi la riceve, ma deve essere accolta integralmente” 2.

I soldati fecero in quattro pezzi “la veste”, o “il mantello” (ta imatia), cioè l’indumento esteriore di Gesú, non la tunica, il chiton, che era l’indumento intimo, portato a diretto contatto con il corpo. Un simbolo anche questo. Noi uomini possiamo dividere la Chiesa nel suo elemento umano e visibile, ma non la sua unità profonda che si identifica con lo Spirito Santo. La tunica di Cristo non è stata e non potrà mai essere divisa. È la fede che professiamo con le parole: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”.

* * *

Ma se l’unità deve servire da segno “perché il mondo creda”, essa deve essere una unità anche visibile, comunitaria. È questa unità che è andata perduta e che dobbiamo ritrovare. Essa è ben più che dei rapporti di buon vicinato; è la stessa unità mistica interiore, in quanto accolta, vissuta e manifestata, di fatto, dai credenti: “Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti” (Ef 4, 4-6). Una unità che non è compromessa dalla pluriformità, ma anzi si esprime in essa.

Dopo la Pasqua gli apostoli chiesero a Gesú: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Oggi rivolgiamo spesso a Dio la stessa domanda: È questo il tempo in cui ricostituirai l’unità visibile della tua Chiesa? Anche la risposta è la stessa di allora: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1, 6-8).

Lo ricordava il Santo Padre nell’omelia tenuta, il 25 Gennaio scorso, nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, a conclusione della settimana per l’unità dei cristiani: “L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle, diceva, è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come san Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia nella grazia di Dio che è con noi".

Anche oggi, sarà lo Spirito Santo, se ci lasciamo guidare, a condurci all’unità. Come fece lo Spirito Santo a realizzare la prima fondamentale unità della Chiesa: quella tra giudei e pagani? Venne su Cornelio e la sua casa nello stesso modo con cui a Pentecoste era venuto sugli apostoli. Sicché a Pietro non rimase che tirare la conclusione: "Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?" (At 11,17).

Ora, da un secolo a questa parte, noi abbiamo visto ripetersi sotto i nostri occhi questo stesso prodigio, su scala mondiale. Dio ha effuso il suo Spirito Santo, in modo nuovo e inconsueto, su milioni di credenti, appartenenti a quasi tutte le denominazioni cristiane e, affinché non ci fossero dubbi sulle sue intenzioni, lo ha effuso con le stesse identiche manifestazioni. Non è questo un segno che lo Spirito ci spinge a riconoscerci a vicenda come discepoli di Cristo e a tendere insieme all’unità?

Questa unità spirituale e carismatica da sola, è vero, non basta. Lo vediamo già all’inizio della Chiesa. L'unità tra giudei e gentili è appena fatta che è già minacciata dallo scisma. Nel cosiddetto concilio di Gerusalemme vi fu una "lunga discussione" e alla fine fu raggiunto un accordo, annunciato alle Chiesa con la formula: "Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi..."(Atti 15, 28).

Lo Spirito Santo opera, dunque, anche attraverso un'altra via che è il confronto paziente, il dialogo e perfino il compromesso tra le parti, quando non è in gioco l’essenziale della fede. Opera attraverso le "strutture" umane e i "ministeri" posti in atto da Gesú, soprattutto il ministero apostolico e petrino. È quello che chiamiamo oggi ecumenismo dottrinale e istituzionale.

* * *

Anche questo ecumenismo dottrinale, o di vertice, non è però sufficiente e non avanza, se non è accompagnato da un ecumenismo spirituale, di base. Ce lo ripetono con sempre maggiore insistenza proprio i massimi promotori dell’ecumenismo istituzionale. Nel centenario dell’istituzione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (1908-2008), ai piedi della croce, vogliamo meditare su questo ecumenismo spirituale: in che consiste e come possiamo avanzare in esso.

L’ecumenismo spirituale nasce dal pentimento e dal perdono e si alimenta con la preghiera. Nel 1977 partecipai a un congresso ecumenico carismatico a Kansas City, nel Missouri. C’erano quarantamila presenti, metà cattolici (tra cui il cardinal Suenens) e metà di altre denominazioni cristiane. Una sera, al microfono, uno degli animatori cominciò a parlare in un modo, per me, a quel tempo, strano: “Voi sacerdoti e pastori, piangete e fate lamento, perché il corpo del mio Figlio è spezzato… Voi laici, uomini e donne, piangete e fare lamento perché il corpo del mio Figlio è spezzato”.

Cominciai a vedere le persone cadere una dopo l’altra in ginocchio intorno a me e molte di esse singhiozzare di pentimento per le divisioni nel corpo di Cristo. E tutto questo mentre una scritta campeggiava da una parte all’altra dello stadio: “Jesus is Lord, Gesú è il Signore”. Io ero lì come un osservatore ancora assai critico e distaccato, ma ricordo che pensai tra me: Se un giorno tutti i credenti saranno riuniti a formare una sola Chiesa, sarà così: mentre saremo tutti in ginocchio, con il cuore contrito e umiliato, sotto la grande signoria di Cristo.

Se l’unità dei discepoli deve essere un riflesso dell’unità tra il Padre e il Figlio, essa deve essere anzitutto una unità d’amore, perché tale è l’unità che regna nella Trinità. La Scrittura ci esorta a "fare la verità nella carità" (veritatem facientes in caritate) (Ef 4, 15). E sant'Agostino afferma che "non si entra nella verità se non attraverso la carità": non intratur in veritatem nisi per caritatem 3.

La cosa straordinaria, circa questa via all’unità basata sull’amore, è che essa è già ora spalancata davanti a noi. Non possiamo "bruciare le tappe" circa la dottrina, perché le differenze ci sono e vanno risolte con pazienza nelle sedi appropriate. Possiamo invece bruciare le tappe nella carità, ed essere uniti, fin d'ora. Il vero, sicuro segno della venuta dello Spirito non è, scrive sant’Agostino, il parlare in lingue, ma è l'amore per l'unità: “Sappiate che avete lo Spirito Santo quando acconsentite a che il vostro cuore aderisca all’unità attraverso una sincera carità” 4.

Ripensiamo all'inno alla carità di san Paolo. Ogni sua frase acquista un significato attuale e nuovo, se applicata all'amore tra membri delle diverse Chiese cristiane, nei rapporti ecumenici:

"La carità è paziente….

La carità non è invidiosa…

Non cerca solo il suo interesse (o solo l’interesse della propria Chiesa).

Non tiene conto del male ricevuto (semmai, del male arrecato agli altri!).

Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità (non gode delle difficoltà delle altre Chiese, ma si rallegra dei loro successi spirituali).

Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" ( l Cor 13,4 ss).

Questa settimana abbiamo accompagnato alla sua dimora eterna una donna, Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei focolari. Ella è stata una pioniera e un modello di questo ecumenismo spirituale dell’amore. Ha dimostrato che la ricerca dell’unità tra i cristiani non porta alla chiusura verso il resto del mondo; è anzi il primo passo e la condizione per un dialogo più vasto con i credenti di altre religioni e con tutti gli uomini che hanno a cuore le sorti dell’umanità e della pace

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“Amarsi, è stato detto, non significa guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”. Anche tra cristiani, amarsi significa guardare insieme nella stessa direzione che è Cristo. “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14). Se ci convertiremo a Cristo e andremo insieme verso di lui, noi cristiani ci avvicineremo anche tra di noi, fino a essere, come lui ha chiesto, “una cosa sola con lui e con il Padre”. Succede come per i raggi di una ruota. Essi partono da punti distanti della circonferenza, ma a mano a mano che si avvicinano al centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a formare un punto solo.

Ciò che potrà riunire i cristiani divisi sarà solo il diffondersi tra di essi, per opera dello Spirito Santo, di un’ondata nuova di amore per Cristo. È ciò che sta avvenendo nella cristianità e che ci riempie di stupore e di speranza. “L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è molto per tutti” (2 Cor 5,14). Il fratello di un’altra Chiesa –anzi, ogni essere umano - è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,16), come è morto per me.

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Un motivo deve soprattutto spingerci avanti in questo cammino. La posta in gioco all’inizio del terzo millennio, non è più la stessa che all’inizio del secondo millennio, quando si produsse la separazione tra oriente e occidente; neppure è la stessa che a metà dello stesso millennio, quando si produsse la separazione tra cattolici e protestanti. Possiamo dire che la maniera esatta di procedere dello Spirito Santo dal Padre o il modo in cui avviene la giustificazione dell’empio siano i problemi che appassionano gli uomini di oggi e con cui sta o cade la fede cristiana? Il mondo è andato avanti e noi e siamo rimasti inchiodati a problemi e formule di cui il mondo non conosce più neppure il significato.

Nelle battaglie medievali c’era un momento in cui, superati i fanti, gli arcieri e la cavalleria, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva l’esito finale dello scontro. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Esistono edifici o strutture metalliche così fatti che se si tocca un certo punto nevralgico, o si leva una certa pietra, tutto crolla. Nell'edificio della fede cristiana questa pietra angolare è la divinità di Cristo. Tolta questa, tutto si sfalda e, prima di ogni altra cosa, la fede nella Trinità.

Da ciò si vede come ci siano oggi sono due ecumenismi possibili: un ecumenismo della fede e un ecumenismo dell'incredulità; uno che riunisce tutti quelli che credono che Gesù è il Figlio di Dio, che Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, e che Cristo è morto per salvare tutti gli uomini, e uno che riunisce tutti quelli che, in ossequio al simbolo di Nicea, continuano a proclamare queste formule, ma svuotandole del loro vero contenuto. Un ecumenismo in cui, al limite, tutti credono le stesse cose, perché nessuno crede più a niente, nel senso che la parola “credere“ ha nel Nuovo Testamento.

Chi è che vince il mondo, scrive Giovanni nella Prima Lettera, se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”, (1 Gv 5,5). Stando a questo criterio, la fondamentale distinzione tra i cristiani non è tra cattolici, ortodossi e protestanti, ma tra coloro che credono che Cristo è il Figlio di Dio e coloro che non lo credono.

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L'anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote…: Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre la mia casa è ancora in rovina?” (Ag 1, 1-4).

Questa parola del profeta Aggeo è rivolta oggi a noi. È questo il tempo di continuare a preoccuparci solo di quello che riguarda il nostro ordine religioso, il nostro movimento, o la nostra Chiesa? Non sarà proprio questa la ragione per cui anche noi “seminiamo molto, ma raccogliamo poco” (Ag 1, 6)? Predichiamo e ci diamo da fare in tutti i modi, ma il mondo si allontana, anziché convertirsi a Cristo.

Il popolo d’Israele ascoltò il richiamo del profeta; smisero di abbellire ognuno la propria casa per ricostruire insieme il tempio di Dio. Dio allora inviò di nuovo il suo profeta con un messaggio di consolazione e di incoraggiamento che è anche per noi: “Ora, coraggio, Zorobabele - oracolo del Signore - coraggio, Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro, perché io sono con voi” (Ag 2,4). Coraggio, voi tutti che avete a cuore la causa dell’unità dei cristiani, e al lavoro, perché io sono con voi, dice il Signore!



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1 Cf. R. E. Brown, The Death of the Messiah, vol. 2, Doubleday, New York 1994, pp. 955-958.

2 S. Cipriano, De unitate Ecclesiae, 7 (CSEL 3, p. 215).

3 S. Agostino, Contra Faustum, 32,18 (CCL 321, p. 779).

4 S. Agostino, Discorsi 269,3-4 (PL38, 1236 s.).

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna




PDF H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna








Ratzinger - Benedetto XVI. « Uno di voi mi tradirà »

Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 18/10/06 (© Libreria Editrice Vaticana)

« Uno di voi mi tradirà »


Perché Giuda tradì Gesù? La questione è oggetto di varie ipotesi. Alcuni ricorrono al fattore della sua cupidigia di danaro; altri sostengono una spiegazione di ordine messianico: Giuda sarebbe stato deluso nel vedere che Gesù non inseriva nel suo programma la liberazione politico-militare del proprio Paese. In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che “il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo” (Gv 13,2); analogamente scrive Luca: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno. Il tradimento di Giuda rimane, in ogni caso, un mistero. Gesù lo ha trattato da amico (cfr Mt 26,50), però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana...

Ricordiamoci che anche Pietro voleva opporsi a lui e a ciò che lo aspettava a Gerusalemme, ma ne ricevette un rimprovero fortissimo: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,32-33)! Pietro, dopo la sua caduta, si è pentito ed ha trovato perdono e grazia. Anche Giuda si è pentito, ma il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione... Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono.

Del resto, quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre (cfr Gal 2,20; Ef 5,2.25). Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi (cfr Rm 8,32). Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo.

Vanhoye. La Croce

Vanhoye. La Croce

Meditazione di Chiara Lubich per il Venerdì Santo

Venerdì santo: la morte di Gesù in croce è l'altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l'amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell'obbedienza.

Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo e facendo ogni sorte di miracoli d'amore. Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue, dopo averceli dati misticamente nell'Eucaristia.

Gli rimaneva la divinità.La sua unione col Padre, la dolcissima e ineffabile unione con Lui che l'aveva fatto tanto potente in terra, quale figlio di Dio, e tanto regale in croce, questo sentimento della presenza di Dio doveva scendere nel fondo della sua anima, non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: «Io e il Padre siamo uno» (Gv. 10,30). In Lui l'amore era annientato; la luce, spenta la sapienza, taceva. Si faceva dunque nulla per far noi partecipi al Tutto; verme (Salmo, 22,7) della terra, per far noi figli di Dio.Eravamo staccati dal Padre. Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavamo, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l'abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati.

Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi. Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell'amore.Il suo volto è nascosto in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non sono che Lui. Sì, perché Gesù che grida l'abbandono è la figura del muto: non sa più parlare. È la figura del cieco: non vede, del sordo: non sente.

È lo stanco che si lamenta. Rasenta la disperazione. È l'affamato... d'unione con Dio. È figura dell'illuso, del tradito, appare fallito. È pauroso, timido, disorientato. Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!... È il solo, il derelitto... Appare inutile, scartato, scioccato... Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente.Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato. A quanti si vedono simili a lui e accettano di condividere con Lui la sorte, ecco che egli risulta: per il muto la parola, a chi non sa, la risposta, al cieco la luce, al sordo la voce, allo stanco il riposo, al disperato la speranza, al separato l'unità, per l'inquieto, la pace. Con Lui l'uomo si trasforma e il non senso del dolore acquista senso.

Egli aveva gridato il perché al quale nessuno aveva risposto, perché noi avessimo la risposta ad ogni perché.Il problema della vita umana è il dolore. Qualsiasi forma abbia, per terribile che sia, sappiamo che Gesù l'ha preso su di sé e muta, per un'alchimia divina, il dolore in amore. Per esperienza posso dire che appena si gode di un qualsiasi dolore, per essere come Lui e poi si continua ad amare facendo la volontà di Dio, il dolore, se spirituale, sparisce; se fisico, diviene giogo leggero. Il nostro amore puro al contatto col dolore, lo tramuta in amore; in certo modo lo divinizza, quasi prosegue in noi - se lo possiamo dire - la divinizzazione che Gesù fece del dolore.

E, dopo ogni incontro con Gesù abbandonato, amato, trovo Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un'unità più piena. Tornano la luce e la gioia e, con la gioia, la pace che è frutto dello spirito.Quella luce, quella gioia, quella pace fiorite dal dolore amato colpiscono e sciolgono anche le persone più difficili. Inchiodati in croce si è madri e padri di anime. Effetto è la massima fecondità. Come scrive Olivier Clément: «L'abisso, aperto per un istante da quel grido, si riempie del grande soffio della resurrezione». Si annulla ogni disunità, traumi e spacchi sono colmati, risplende la fraternità universale, fioriscono miracoli di risurrezione, nasce una nuova primavera nella Chiesa e nell'umanità.

A Elberti. E' la Pasqua del Signore. Venerdì Santo





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A Elberti E' la Pasqua del Signore Venerdì Santo




Meditazioni di monsignor Ravasi per la “Via Crucis” al Colosseo

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE VIA CRUCIS AL COLOSSEO PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI VENERDÌ SANTO 2007 MEDITAZIONI DI Mons. GIANFRANCO RAVASI Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano PRESENTAZIONEEra una tarda mattinata primaverile di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era. In una strada di Gerusalemme — che nei secoli successivi avrebbe portato il nome emblematico di «Via dolorosa» — procedeva un piccolo corteo: un condannato a morte, scortato da una pattuglia dell’esercito romano, avanzava reggendo il patibulum, cioè il braccio trasversale di quella croce il cui palo verticale era già piantato lassù , tra le pietre di un piccolo promontorio roccioso chiamato in aramaico Golgota e in latino Calvario, ossia «Cranio». Era questa l’ultima tappa di una storia a tutti nota, al cui centro campeggia la figura di Gesù Cristo, l’uomo crocifisso e umiliato e il Signore risorto e glorioso. Era una storia iniziata nell’oscurità cupa della notte precedente, sotto le fronde degli ulivi di un campo denominato Getsemani, cioè «frantoio per olive». Una storia che si era sviluppata in modo accelerato anche nei palazzi del potere religioso e politico e che era approdata a una condanna alla pena capitale. Eppure la tomba, offerta generosamente da un possidente di nome Giuseppe d’Arimatea, non avrebbe concluso la vicenda di quel condannato, come invece era avvenuto per tanti altri corpi martoriati nel crudele supplizio della crocifissione, destinato dai Romani al giudizio dei rivoluzionari e degli schiavi. Ci sarebbe stata, infatti, una tappa ulteriore, sorprendente e inattesa: quel condannato, Gesù di Nazaret, avrebbe svelato in modo sfolgorante un’altra sua natura celata sotto il profilo concreto del suo volto e del suo corpo di uomo, quella di essere il Figlio di Dio. La croce e il sepolcro non sono stati l’estuario ultimo di quella storia, bensì lo è stata la luce della sua risurrezione e della sua gloria. Come avrebbe cantato pochi anni dopo l’apostolo Paolo, colui che si era spogliato della sua potenza, divenendo impotente e debole come gli uomini e umiliandosi fino a quella morte infame per crocifissione, era stato esaltato dal Padre divino che l’aveva costituito Signore della terra e del cielo, della storia e dell’eternità (cf. Filippesi 2, 6-11). Per secoli i cristiani hanno voluto ripercorrere le tappe di questa Via Crucis, un itinerario proteso verso il colle della crocifissione ma con lo sguardo rivolto alla meta ultima, la luce pasquale. L’hanno fatto come pellegrini su quella stessa strada di Gerusalemme, ma anche nelle loro città, nelle loro chiese, nelle loro case. Per secoli scrittori e artisti, grandi o ignoti, hanno cercato di far rivivere davanti agli occhi stupiti e commossi dei fedeli quelle tappe o «stazioni», vere e proprie soste meditative nel cammino verso il Golgota. Sono sbocciate, così, immagini ora potenti ora semplici, alte e popolari, drammatiche e ingenue. Anche a Roma sotto la guida del suo Vescovo, il Papa Benedetto XVI, con tutta la cristianità sparsa nel mondo unita al suo pastore universale, in ogni Venerdì Santo si snoda quel viaggio dello spirito sulle orme di Gesù Cristo. A proporre quest’anno le riflessioni — di taglio narrativo-meditativo — destinate a scandire ogni sosta orante seguendo la trama del racconto della Passione secondo l’evangelista Luca, è un biblista, Mons. Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano, un'istituzione culturale fondata quattro secoli fa dal Cardinal Federico Borromeo, Arcivescovo di quella città e cugino di San Carlo, un’istituzione che ebbe tra i suoi Prefetti un secolo fa Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI. Procediamo, allora, insieme lungo questo itinerario orante non per una semplice memoria storica di un evento passato e di un defunto, ma per vivere la realtà aspra e cruda di una vicenda aperta però alla speranza, alla gioia, alla salvezza. Accanto a noi forse cammineranno anche coloro che ancora sono in ricerca, avanzando con l’inquietudine delle loro domande. E mentre procederemo, di tappa in tappa, lungo questa via di dolore e di luce, riecheggeranno le parole vibranti dell’apostolo Paolo: «La morte è stata inghiottita per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?... Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!» (1 Corinzi 15, 54-55.57).
PREGHIERA INIZIALEIl Santo Padre: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. C. Amen. Fratelli e sorelle, scesa l’ombra notturna su Roma così come in quella sera sulle case e sugli orti di Gerusalemme. Anche noi ora ci accosteremo agli ulivi del Getsemani e inizieremo a seguire i passi di Gesù di Nazaret nelle ultime ore della sua vita terrena. Sarà un viaggio nel dolore, nella solitudine, nella crudeltà, nel male e nella morte. Ma sarà anche un percorso nella fede, nella speranza e nell’amore, perché il sepolcro dell’ultima tappa del nostro cammino non rimarrà sigillato per sempre. Passata la tenebra, all’alba di Pasqua si alzerà la luce della gioia, al silenzio subentrerà la parola di vita, alla morte succederà la gloria della risurrezione. Preghiamo ora intrecciando le nostre parole a quelle di un’antica voce dell’Oriente cristiano. Signore Gesù, concedici le lacrime che ora non abbiamo, per lavare i nostri peccati. Donaci il coraggio di supplicare la tua misericordia. Nel giorno del tuo ultimo giudizio strappa le pagine che elencano i nostri peccati e fa’ che più non siano. (1) Signore Gesù, tu ripeti anche a noi, questa sera, le parole che un giorno hai detto a Pietro: «Mettiti al mio seguito». Obbedendo al tuo invito, vogliamo seguirti, passo per passo, nel cammino della tua Passione, per imparare noi pure a pensare secondo Dio e non secondo gli uomini. Amen. (1) Nil Sorskij (1433-1508), dall’Orazione penitenziale
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PRIMA STAZIONE Gesù nell'orto degli uliviV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 39-46 Gesù se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
MEDITAZIONEQuando scende su Gerusalemme il velo dell’oscurità, gli ulivi del Getsemani ancor oggi sembrano ricondurci, con lo stormire delle loro foglie, a quella notte di sofferenza e di preghiera vissuta da Gesù . Egli si staglia solitario, al centro della scena, inginocchiato sulle zolle di quell’orto. Come ogni persona quando è in faccia alla morte, anche Cristo è attanagliato dall’angoscia: anzi, la parola originaria che l’evangelista Luca usa è «agonia», cioè lotta. La preghiera di Gesù è, allora, drammatica, è tesa come in un combattimento, e il sudore striato di sangue che cola sul suo volto è segno di un tormento aspro e duro. Il grido è lanciato verso l’alto, verso quel Padre che sembra misterioso e muto: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice», il calice del dolore e della morte. Anche uno dei grandi padri di Israele, Giacobbe, in una notte cupa, alle sponde di un affluente del Giordano, aveva incontrato Dio come una persona misteriosa che «aveva lottato con lui fino allo spuntare dell’aurora».(2) Pregare nel tempo della prova è un’esperienza che sconvolge il corpo e l’anima e anche Gesù, nelle tenebre di quella sera, «offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che può liberarlo dalla morte».(3)
* * *Nel Cristo del Getsemani, in lotta con l’angoscia, ritroviamo noi stessi quando attraversiamo la notte del dolore lacerante, della solitudine degli amici, del silenzio di Dio. E' per questo che Gesù — come è stato detto—«sarà in agonia sino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento perché egli cerca compagnia e conforto»,(4) come ogni sofferente della terra. In lui noi scopriamo anche il nostro volto, quando è rigato dalle lacrime ed è segnato dalla desolazione. Ma la lotta di Gesù non approda alla tentazione della resa disperata, bensì alla professione di fiducia nel Padre e nel suo misterioso disegno. Sono le parole del «Padre nostro» che egli ripropone in quell’ora amara: «Pregate per non entrare in tentazione... Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!». Ed ecco, allora, apparire l’angelo della consolazione, del sostegno e del conforto che aiuta Gesù e noi a continuare sino alla fine il nostro cammino. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius. (2) Cf. Genesi 32, 23-32. (3) Cf. Ebrei 5, 7. (4) Blaise Pascal, Pensieri, n. 553 ed. Brunschvicg.
SECONDA STAZIONE Gesù, tradito da Giuda, è arrestato V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 47-53 Mentre Gesù ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a lui per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l’orecchio, lo guarì . Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre».
Tra gli ulivi del Getsemani, immersi nella tenebra, s’avanza ora una piccola folla: a guidarla è Giuda «uno dei Dodici», un discepolo di Gesù. Nel racconto di Luca egli non pronuncia neppure una parola, è solo una presenza gelida. Sembra quasi che non riesca del tutto ad accostarsi al viso di Gesù per baciarlo, fermato dall’unica voce che risuona, quella di Cristo: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Sono parole dolenti ma ferme che svelano il groviglio maligno che si annida nel cuore agitato e indurito del discepolo, forse illuso e deluso e tra poco disperato. Quel tradimento e quel bacio sono diventati nei secoli il simbolo di tutte le infedeltà, di tutte le apostasie, di tutti gli inganni. Cristo, dunque, incontra un’altra prova, quella del tradimento che genera abbandono e isolamento. Non è la solitudine a lui cara, quando si ritirava sui monti a pregare, non è la solitudine interiore sorgente di pace e di quiete perché con essa ci si affaccia sul mistero dell’anima e di Dio. E', invece, l’esperienza aspra di tante persone che anche in quest’ora che ci vede riuniti, come in altri momenti del giorno, sono sole in una stanza, davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei. Gesù beve con loro anche questo calice che contiene il veleno dell’abbandono, della solitudine, dell’ostilità.
* * *La scena del Getsemani si è, quindi, animata: al precedente quadro solenne, intimo e silenzioso della preghiera, si oppone ora, sotto gli ulivi, il frastuono, il tumulto e persino la violenza. Gesù si erge, però, sempre al centro come un punto fermo. Egli è consapevole che il male avvolge la storia umana col suo sudario di prepotenza, di aggressione, di brutalità: «Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre». Cristo non vuole che i discepoli, pronti a metter mano alla spada, reagiscano al male col male, alla violenza con altra violenza. Egli è certo che il potere delle tenebre — apparentemente invincibile e mai sazio di trionfi — è destinato a essere piegato. Alla notte, infatti, succederà l’alba, all’oscurità la luce, al tradimento il pentimento, anche per Giuda. E' per questo che, nonostante tutto, bisogna continuare a sperare e ad amare. Come lo stesso Gesù aveva insegnato sul monte delle Beatitudini, per avere un mondo nuovo e diverso, è necessario «amare i nostri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano».(5) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Cuius animam gementem, contristatam et dolentem pertransivit gladius. (5) Matteo 5, 44
TERZA STAZIONE Gesù è condannato dal Sinedrio V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 66-71 Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
MEDITAZIONEIl sole del venerdì santo si sta affacciando dietro il monte degli Ulivi, dopo aver rischiarato le valli del deserto di Giuda. I settantuno membri del Sinedrio, la massima istituzione ebraica, sono riuniti a semicerchio attorno a Gesù. Si sta per aprire l’udienza che comprende la consueta procedura delle assisi giudiziarie: il controllo dell’identità, i capi di imputazione, le testimonianze. Il giudizio è di natura religiosa secondo le competenze di quel tribunale, come appare anche nelle due domande capitali: «Sei tu il Cristo?... Sei tu il Figlio di Dio?». La risposta di Gesù parte da una premessa quasi scoraggiata: «Anche se lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete». Egli sa, dunque, che in agguato c’è l’incomprensione, il sospetto, l’equivoco. Egli sente attorno a sé una fredda cortina di diffidenza e di ostilità, ancor più opprimente perché essa è eretta contro di lui dalla sua stessa comunità religiosa e nazionale. Già il Salmista aveva provato questa delusione: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa».(6)
* * *Eppure, nonostante quell’incomprensione, Gesù non esita a proclamare il mistero che è in lui e che da quel momento sta per essere svelato come in un’epifania. Ricorrendo al linguaggio delle Scritture Sacre, egli si presenta come «il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». E' la gloria messianica, attesa da Israele, che ora si manifesta in questo condannato. Anzi, è il Figlio di Dio che paradossalmente si presenta rivestito ora delle spoglie di un imputato. La risposta di Gesù — «Io lo sono» —, a prima vista simile alla confessione di un condannato, diventa in realtà una professione solenne di divinità. Per la Bibbia, infatti, «Io sono» è il nome e l’appellativo di Dio stesso.(7) L’imputazione, che produrrà una sentenza di morte, diventa così una rivelazione e diviene anche la nostra professione di fede nel Cristo, Figlio di Dio. Quell’imputato, umiliato dalla corte impettita, dall’aula sontuosa, da un giudizio ormai siglato, ricorda a tutti il dovere della testimonianza alla verità. Una testimonianza da far risuonare anche quando forte è la tentazione di celarsi, di rassegnarsi, di lasciarsi condurre alla deriva dall’opinione dominante. Come dichiarava una giovane donna ebrea destinata ad essere uccisa in un lager,(8)«a ogni nuovo orrore o crimine dobbiamo opporre un nuovo frammento di verità e di bontà che abbiamo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere ». Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. O quam tristis et afflicta fuit illa benedica mater Unigeniti! (6) Salmo 55 (54), 13-15. (7) Cf. Esodo 3, 14. (8) Etty Hillesum, Diario 1941-1943 (3 luglio 1943).
QUARTA STAZIONE Gesù è rinnegato da Pietro V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 54-62 Dopo averlo preso, condussero via Gesù e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente.
MEDITAZIONERitorniamo di nuovo nella notte che avevamo lasciato alle spalle entrando nell’aula del primo processo subito da Gesù. L’oscurità e il freddo sono squarciati dalle fiamme di un braciere collocato nel cortile del palazzo del Sinedrio. Il personale di servizio e di custodia tende le mani verso quel tepore; i visi sono illuminati. Ed ecco levarsi tre voci in successione, tre mani puntarsi verso un volto riconosciuto, quello di Pietro. La prima è una voce femminile. E' una domestica del palazzo che fissa negli occhi il discepolo ed esclama: «Eri anche tu con Gesù!». Subentra poi una voce maschile: «Sei dei loro!». E' ancora un uomo a ribadire più tardi la stessa accusa, notando l’accento settentrionale di Pietro: «Eri con lui!». A queste denunce, quasi in un crescendo disperato di autodifesa, l’apostolo non esita per tre volte a spergiurare: «Non conosco Gesù! Non sono un suo discepolo! Non so quello che dite!». La luce di quel braciere penetra, dunque, ben oltre il volto di Pietro, svela un’anima meschina, la sua fragilità, l’egoismo, la paura. Eppure poche ore prima egli aveva proclamato: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!... Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò!». (9)
* * *Il sipario, però, non cala su questo tradimento, come invece era accaduto a Giuda. C’è, infatti, in quella notte uno squillo che lacera il silenzio di Gerusalemme ma soprattutto la coscienza di Pietro: è il canto di un gallo. Proprio in quel momento Gesù sta uscendo dall’assise giudiziaria che l’ha condannato. Luca descrive l’incrocio degli sguardi tra Cristo e Pietro e lo fa usando un verbo greco che indica il fissare in profondità un viso. Ma, come nota l’evangelista, non è un uomo qualsiasi che ora guarda l’altro, è «il Signore», i cui occhi scrutano cuore e reni, cioè il segreto intimo di un’anima. E dagli occhi dell’apostolo scendono le lacrime del pentimento. Nella sua vicenda si condensano tante storie di infedeltà e di conversione, di debolezza e di liberazione. «Ho pianto e ho creduto!»: così, con questi due soli verbi, secoli dopo, un convertito (10) accosterà la sua esperienza a quella di Pietro, dando voce anche a tutti noi che ogni giorno consumiamo piccoli tradimenti, proteggendoci dietro giustificazioni meschine, lasciandoci possedere da paure vili. Ma, come per l’apostolo, anche per noi è aperta la strada dell’incontro con lo sguardo di Cristo che ci affida lo stesso impegno: anche tu, «una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli!».(11) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Quæ mærebat et dolebat pia mater, cum videbat Nati pœnas incliti. (9) Marco 14, 29.31. (10) François-René de Chateaubriand, Il genio del Cristianesimo (1802). (11) Luca 22, 32.
QUINTA STAZIONE Gesù è giudicato da Pilato V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 13-25 Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.
MEDITAZIONE Gesù è ora tra le insegne imperiali, i vessilli, le aquile e i labari dell’autorità romana, all’interno di un altro palazzo del potere, quello del governatore Ponzio Pilato, un nome marginale e dimenticato nella storia dell’impero di Roma. Eppure è un nome che risuona ogni domenica in tutto il mondo, proprio a causa di quel processo che ora si sta celebrando: i cristiani, infatti, nel Credo proclamano che Cristo «fu crocifisso sotto Ponzio Pilato». Da un lato, egli incarna a prima vista la brutalità repressiva, tant’è vero che Luca rievoca, in una pagina del suo Vangelo, quel giorno in cui non aveva esitato a mescolare nel tempio il sangue ebreo con quello degli animali sacrificali.(12) A lui si accosta anche un altro potere oscuro e impalpabile: è la forza feroce delle masse, manipolate dalle strategie dei poteri occulti che tramano nell’ombra. Il risultato è nella scelta di graziare un ribelle omicida, Barabba. D’altro lato, però, affiora un diverso profilo di Pilato: egli sembra rappresentare la tradizionale equità e imparzialità del diritto romano. Per ben tre volte, infatti, Pilato tenta di proporre l’assoluzione di Gesù per insufficienza di prove, comminando al massimo la sanzione disciplinare della flagellazione. L’accusa, infatti, non reggeva a un serio vaglio processuale. Come ribadiscono tutti gli evangelisti, Pilato rivela, quindi, una certa apertura d’animo, una disponibilità che però progressivamente si scolora e si spegne.
* * *Sotto la pressione dell’opinione pubblica Pilato incarna, allora, un atteggiamento che sembra dominare nei nostri giorni, quello dell’indifferenza, del disinteresse, della convenienza personale. Per quieto vivere e per proprio vantaggio, non si esita a calpestare verità e giustizia. L’immoralità esplicita genera almeno un sussulto o una reazione; questa è, invece, pura amoralità che paralizza la coscienza, estingue il rimorso e ottunde la mente. L’indifferenza è la morte lenta della vera umanità. L’esito è nella scelta finale di Pilato. Come dicevano gli antichi latini, una giustizia ipocrita e apatica diventa simile a una ragnatela nella quale incappano e muoiono i moscerini ma che gli uccelli squarciano con la forza del loro volo. Gesù, che è uno dei piccoli della terra, senza poter emettere una parola, è soffocato da questa rete. E come spesso facciamo anche noi, Pilato guarda dall’altra parte, se ne lava le mani e come alibi lancia — secondo l’evangelista Giovanni (13) — l’eterna domanda tipica di ogni scetticismo e di ogni relativismo etico: «Che cos’è mai la verità?». Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Quis est homo qui non fleret, matrem Christi si videret in tanto supplicio? (12) Cf. Luca 13, 1. (13) Giovanni 18, 38.
SESTA STAZIONE Gesù è flagellato e coronato di spineV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 63-65 Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». E molti altri insulti dicevano contro di lui. Dal Vangelo secondo Giovanni. 19, 2-3 I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
MEDITAZIONEUn giorno, mentre camminava nella valle del Giordano non lontano da Gerico, Gesù s’era fermato e ai Dodici aveva detto parole roventi e ai loro orecchi indecifrabili: «Ecco noi andiamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno.. ».(14) Ora quelle parole sciolgono il loro enigma: nel cortile del pretorio, la sede gerosolimitana del governatore romano, inizia il lugubre rituale della tortura, accompagnato all’esterno del palazzo dal rumoreggiare della folla che attende lo spettacolo del corteo dell’esecuzione capitale. In quello spazio vietato al pubblico si consuma un gesto che sarà ripetuto nei secoli in mille forme sadiche e perverse, nelle oscurità di tante celle. Gesù non è solo percosso ma è anche umiliato. Anzi, l’evangelista Luca per definire quegli insulti usa il verbo «bestemmiare», svelando in modo allusivo il significato profondo di quello sfogo delle guardie che si accaniscono sulla vittima. Ma allo strazio della carne di Cristo si associa anche uno sfregio alla sua dignità personale attraverso una farsa macabra.
* * *E' l’evangelista Giovanni a rievocare quell’atto sarcastico, ritmato su un gioco popolare, quello del re da burla. Ecco, infatti, una corona i cui raggi sono fatti di rametti spinosi; ecco la porpora regale sostituita da un mantello rosso; ecco il saluto imperiale dell’«Ave, Cesare!». Eppure, in dissolvenza a questa beffa si può intravedere un segno glorioso: sì, Gesù è umiliato come re da scherzo; ma in realtà egli è il vero sovrano della storia. Quando alla fine si svelerà la sua regalità —come ci ricorda un altro evangelista, Matteo (15) — egli condannerà tutti i torturatori e gli oppressori e introdurrà nella gloria non solo le vittime ma anche tutti coloro che avranno visitato chi era in carcere, curato i feriti e i sofferenti, sostenuto gli affamati, gli assetati e i perseguitati. Ora, però, il volto trasfigurato apparso sul Tabor (16) è sfigurato; colui che è «l’irradiazione della gloria divina» (17) è oscurato e umiliato; come aveva annunziato Isaia, il Servo messianico del Signore ha il dorso solcato dai flagelli, la barba strappata dalle guance, il viso rigato di sputi. (18) In lui, che è il Dio della gloria, è presente anche la nostra umanità dolente; in lui, che è il Signore della storia, si rivela la vulnerabilità delle creature; in lui che è il Creatore del mondo, si condensa il respiro di dolore di tutti gli esseri viventi. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Pro peccatis suae gentis vidit Iesum in tormentis et flagellis subditum. (14) Luca 18, 31-32. (15) Cf. Matteo 25, 31-46. (16) Cf. Luca 9, 29. (17) Ebrei 1, 3. (18) Cf. Isaia 50, 6.
SETTIMA STAZIONE Gesù è caricato della CroceV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Marco. 15, 20 Dopo averlo schernito, spogliarono Gesù della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
MEDITAZIONENei cortili del palazzo imperiale è finita la festa macabra; cadono le spoglie di quel ridicolo abbigliamento regale, si spalanca il portale. Ecco avanzare Gesù coi suoi vestiti abituali, con la sua tunica «senza cuciture, tessuta d’un pezzo da cima a fondo».(19) Sulle sue spalle poggia la trave orizzontale, destinata ad accogliere le sue braccia, quando essa sarà stata fissata sul palo della crocifissione. La sua è una presenza muta, le sue orme sanguinano su quella strada che ancor oggi a Gerusalemme reca il nome di «Via dolorosa». Ha ora inizio in senso stretto la Via Crucis, quel percorso che anche stasera si ripete e che tende verso il colle delle esecuzioni capitali, fuori le mura della città santa. Gesù avanza e vacilla sotto quel peso e per la debolezza del suo corpo ferito. La tradizione ha voluto simbolicamente costellare quell’itinerario di tre cadute. In esse si ha la vicenda infinita di tante donne e uomini prostrati nella miseria o nella fame: sono bambini gracili, vecchi sfiniti, poveri debilitati dalle cui vene è stata succhiata ogni energia. In quelle cadute c’è anche la storia di tutte le persone desolate nell’anima e infelici, ignorate dalla frenesia e dalla distrazione di chi passa accanto. In Cristo piegato sotto la croce c’è l’umanità malata e debole che, come affermava il profeta Isaia,(20) «prostrata parla da terra e dalla polvere salgono fioche le sue parole; sembra di un fantasma la sua voce dalla terra, e dalla polvere la sua parola risuona come un bisbiglio».
* * *Anche oggi, come allora, attorno a Gesù che si alza e avanza reggendo il legno della croce, si svolge la vita quotidiana della strada, segnata dagli affari, dalle vetrine scintillanti, dalla ricerca del piacere. Eppure attorno a lui non c’è solo ostilità o indifferenza. Sui suoi passi si muovono oggi anche coloro che hanno scelto di seguirlo. Essi hanno ascoltato l’appello che un giorno egli aveva lanciato passando tra i campi della Galilea: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua».(21) «Usciamo, allora, anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui portando il suo obbrobrio».(22) Al termine della Via dolorosa non c’è solo il colle della morte o il baratro del sepolcro ma anche il monte dell’ascensione gloriosa e della luce. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Quis non posset contristari, piam matrem contemplari dolentem cum Filio? (19) Giovanni 19, 23. (20) Isaia 29, 4. (21) Luca 9, 23. (22) Ebrei 13, 13.
OTTAVA STAZIONE Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 26 Mentre conducevano via Gesù, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù.
MEDITAZIONETornava dalla campagna, forse dopo alcune ore di lavoro. L’attendevano a casa i preparativi del giorno festivo: al tramonto, infatti, si sarebbe aperta la frontiera sacrale del sabato, scandita dall’accendersi delle prime stelle in cielo. Simone era il suo nome; egli era un ebreo oriundo dell’Africa, di Cirene, città che s’affacciava sul litorale libico e che ospitava una folta comunità della Diaspora giudaica.(23) Un ordine secco della pattuglia romana che scorta Gesù lo ferma e lo costringe a reggere per un tratto di strada il patibolo di quel condannato sfinito. Simone era passato di là per caso; non sapeva che quell’incontro sarebbe stato straordinario. Come è stato scritto,(24) «quanti uomini nei secoli avrebbero voluto essere lì, al suo posto, essere passati di lì giusto in quel momento. Ma ormai era troppo tardi, era lui che era passato ed egli nei secoli non avrebbe mai ceduto il suo posto ad altri». E' il mistero dell’incontro con Dio che attraversa all’improvviso tante vite. Paolo, l’apostolo, era stato intercettato, «afferrato e conquistato» (25) da Cristo sulla via di Damasco. E' per questo che aveva poi ripreso da Isaia quelle sorprendenti parole di Dio: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non si rivolgevano a me».(26)
* * *Dio è in agguato sui sentieri della nostra esistenza quotidiana. E' lui che talora bussa alle nostre porte chiedendo un posto alle nostre mense per cenare con noi.(27) Persino un imprevisto, come quello che aveva incrociato la vita di Simone di Cirene, può diventare un dono di conversione, tant’è vero che l’evangelista Marco citerà i nomi dei figli di quell’uomo divenuti cristiani, Alessandro e Rufo.(28) Il Cireneo è, così, l’emblema del misterioso abbraccio tra la grazia divina e l’opera umana. Alla fine, infatti, l’evangelista lo rappresenta come il discepolo che «porta la croce dietro a Gesù», seguendone le orme.(29) Il suo gesto, da esecuzione forzata, si trasforma idealmente in un simbolo di tutti gli atti di solidarietà per i sofferenti, gli oppressi e gli affaticati. Il Cireneo rappresenta, così, l’immensa schiera delle persone generose, dei missionari, dei Samaritani che non «passano oltre dall’altra parte» della strada,(30) ma si chinano sui miseri caricandoli su di sé per sostenerli. Sul capo e sulle spalle di Simone, curve sotto il peso della croce, echeggiano, allora, le parole di san Paolo: «Portate i pesi gli uni degli altri perché così adempirete la legge di Cristo».(31) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Tui Nati vulnerati, tam dignati pro me pati, pœnas mecum divide. (23) Cf. Atti 2, 10; 6, 9; 13, 1. (24) Charles Péguy, Il Mistero della carità di santa Giovanna d’Arco (1910). (25) Filippesi 3, 12. (26) Romani 10, 20. (27) Cf. Apocalisse 3, 20. (28) Cf. Marco 15, 21. (29) Cf. Luca 9, 23. (30) Cf. Luca 10, 30-37. (31) Galati 6, 2.
NONA STAZIONE Gesù incontra le donne di Gerusalemme V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 27-31 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
MEDITAZIONEIn quel venerdì di primavera, sulla via che conduceva al Golgota, non si assiepavano solo gli sfaccendati, i curiosi e la gente ostile a Gesù. Ecco, infatti, anche un gruppo di donne, forse appartenenti a una confraternita dedita al conforto e al lamento rituale per i moribondi e i condannati a morte. Cristo, durante la sua vita terrena, superando convenzioni e pregiudizi, si era spesso circondato di donne e aveva dialogato con loro, ascoltando i loro drammi piccoli e grandi: dalla febbre della suocera di Pietro alla tragedia della vedova di Nain, dalla prostituta in lacrime al tormento interiore di Maria di Magdala, dall’affetto di Marta e Maria alle sofferenze della donna colpita da emorragia, dalla giovane figlia di Giairo all’anziana curva, dalla nobildonna Giovanna di Cusa alla vedova indigente e alle figure femminili della folla che lo seguiva. Attorno a Gesù, fino all’ultima sua ora, si stringe dunque un mondo di madri, di figlie e di sorelle. Accanto a lui noi ora immaginiamo anche tutte le donne umiliate e violentate, quelle emarginate e sottoposte a pratiche tribali indegne, le donne in crisi e sole di fronte alla loro maternità, le madri ebree e palestinesi e quelle di tutte le terre in guerra, le vedove o le anziane dimenticate dai loro figli... E' una lunga teoria di donne che testimoniano a un mondo arido e impietoso il dono della tenerezza e della commozione, come fecero per il figlio di Maria in quella tarda mattinata gerosolimitana. Esse ci insegnano la bellezza dei sentimenti: non ci si deve vergognare se il cuore accelera i battiti nella compassione, se talora affiorano sulle ciglia le lacrime, se si sente il bisogno di una carezza e di una consolazione.
* * *Gesù non ignora le attenzioni caritatevoli di quelle donne, come un tempo aveva accolto altri gesti delicati. Ma paradossalmente ora è lui a interessarsi delle sofferenze che incombono su quelle «figlie di Gerusalemme»: «Non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli!». C’è, infatti, all’orizzonte un incendio che sta per abbattersi sul popolo e sulla città santa, «un legno secco» pronto ad attizzare il fuoco. Lo sguardo di Gesù corre verso il futuro giudizio divino sul male, sull’ingiustizia, sull’odio che stanno alimentando quella fiamma. Cristo si commuove per il dolore che sta piombando su quelle madri quando irromperà nella storia l’intervento giusto di Dio. Ma le sue parole frementi non suggellano un esito disperato perché la sua è la voce dei profeti, una voce che genera non agonia e morte ma conversione e vita: «Cercate il Signore e vivrete... Allora si allieterà la vergine alla danza, giovani e vecchi gioiranno insieme. Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici».(32) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Eia mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeam. (32) Amos 5, 6; Geremia 31, 13.
DECIMA STAZIONE Gesù è crocifisso V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 33-38 Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
MEDITAZIONEEra solo uno sperone roccioso denominato in aramaico Golgota, in latino Calvario, cioè «Cranio», forse per la sua configurazione fisica. Su quel picco si levano tre croci di condannati a morte, due «malfattori», probabilmente rivoluzionari antiromani, e Gesù. Iniziano a scorrere le ultime ore della vita terrena di Cristo, ore segnate dalla lacerazione delle carni, dalla slogatura delle ossa, dall’asfissia progressiva, dalla desolazione interiore. Sono le ore che attestano la piena fraternità del Figlio di Dio con l’uomo che patisce, agonizza e muore. Cantava un poeta: (33) «Il ladrone di sinistra e il ladrone di destra / non sentivano che i chiodi nel cavo della mano. / Cristo, invece, sentiva il dolore dato per la salvezza, / il fianco trafitto, il cuore trapassato. / E' il cuore che gli bruciava. / Il cuore divorato d’amore». Sì, perché attorno a quel patibolo sembra risuonare la voce di Isaia: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui: per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Egli offrirà se stesso in espiazione». (34) Le braccia allargate di quel corpo martoriato vogliono stringere a sé l’intero orizzonte, abbracciando l’umanità, quasi «come una chioccia che raccoglie la sua covata sotto le ali». (35) Era questa, infatti, la sua missione: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».(36)
* * *Sotto quel corpo agonizzante sfila la folla che vuole «vedere» uno spettacolo macabro. E' il ritratto della superficialità, della curiosità banale, della ricerca di emozioni forti. Un ritratto nel quale si può identificare anche una società come la nostra che sceglie la provocazione e l’eccesso quasi come una droga per eccitare un’anima ormai intorpidita, un cuore insensibile, una mente offuscata. Sotto quella croce c’è anche la crudeltà pura e dura, quella dei capi e dei soldati che non conoscono pietà e riescono a profanare persino la sofferenza e la morte con lo scherno: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Essi non sanno che proprio le loro parole sarcastiche e la scritta ufficiale eretta sulla croce — «Questi è il re dei Giudei» — dicono una verità. Certo, Gesù non scende dalla croce con un colpo di scena: egli non vuole adesioni servili e fondate sul prodigioso ma una fede libera e un amore autentico. Eppure, proprio attraverso la sconfitta della sua umiliazione e l’impotenza della morte, egli apre la porta della gloria e della vita, rivelandosi il vero Signore e Re della storia e del mondo. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam. (33) Charles Péguy, Il mistero della carità di santa Giovanna d’Arco (1910). (34) Isaia 53, 5.10. (35) Luca 13, 34. (36) Giovanni 12, 32.
UNDICESIMA STAZIONE Gesù promette il suo Regno al buon ladrone V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 39-43 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: « In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
MEDITAZIONEScorrono i minuti dell’agonia e l’energia vitale di Gesù crocifisso si sta lentamente attenuando. Eppure egli ha ancora la forza per un ultimo atto d’amore nei confronti di uno dei due condannati alla pena capitale che gli stanno accanto in quegli istanti tragici, mentre il sole è ancora alto in cielo. Tra Cristo e quell’uomo scorre un esile dialogo, affidato a due frasi essenziali. Da un lato, c’è l’appello del malfattore, divenuto nella tradizione «il buon ladrone», il convertito nell’ora estrema della sua vita: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno!». In un certo senso è come se quell’uomo recitasse una personale versione del «Padre nostro» e dell’invocazione: «Venga il tuo Regno!». Egli, però, la indirizza direttamente a Gesù, chiamandolo per nome, un nome dal significato illuminante in quell’istante: «Il Signore salva». C’è, poi, quell’imperativo: «Ricordati di me!». Nel linguaggio della Bibbia questo verbo ha una forza particolare che non corrisponde al nostro pallido «ricordo». E' una parola di certezza e di fiducia, quasi a dire: «Prenditi cura di me, non abbandonarmi, sii come l’amico che sostiene e sorregge!».
* * *D’altro lato, ecco la risposta di Gesù, brevissima, simile a un soffio: «Oggi sarai con me nel paradiso». Questa parola «paradiso», così rara nelle Scritture tanto da risuonare solo due altre volte nel Nuovo Testamento,(37) nel suo significato originario evoca un giardino fertile e fiorito. E' un’immagine fragrante di quel Regno di luce e di pace che Gesù aveva annunziato nella sua predicazione, che aveva inaugurato coi suoi miracoli e che avrà tra poco un’epifania gloriosa nella Pasqua. E' la meta del nostro cammino faticoso nella storia, è la pienezza della vita, è l’intimità dell’abbraccio con Dio. E' l’ultimo dono che Cristo ci fa, proprio attraverso il sacrificio della sua morte che si apre alla gloria della risurrezione. Null’altro si dissero in quel giorno di angoscia e di dolore i due crocifissi, ma quelle poche parole pronunziate con fatica dalle loro gole riarse risuonano ancora oggi e riecheggiano sempre come un segno di fiducia e di salvezza per chi ha peccato ma ha anche creduto e sperato, sia pure alla frontiera estrema della vita. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Sancta mater, istud agas, Crucifixi fige plagas cordi meo valide. (37) Cf. 2 Corinzi 12, 4; Apocalisse 2, 7.
DODICESIMA STAZIONE Gesù in Croce, la Madre e il discepolo V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Giovanni. 19, 25-27 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
MEDITAZIONEAveva cominciato a distaccarsi da quel Figlio fin dal giorno in cui, a dodici anni, egli le aveva detto di avere un’altra casa e un’altra missione da compiere, in nome del suo Padre celeste. Ora, però, per Maria è giunto il momento del distacco supremo. In quell’ora c’è lo strazio di ogni madre che vede ribaltata la logica stessa della natura per la quale sono le mamme a morire per prime rispetto alle loro creature. Ma l’evangelista Giovanni cancella ogni lacrima da quel volto addolorato, spegne ogni urlo su quelle labbra, non fa prostrare a terra Maria nella disperazione. Anzi, c’è un alone di silenzio che è infranto da una voce che scende dalla croce e dal viso torturato del Figlio morente. E' ben più di un testamento familiare: è una rivelazione che segna una svolta nella vita della Madre. Quel distacco estremo nella morte non è sterile ma ha una fecondità inattesa simile al parto di una mamma. Proprio come aveva annunziato lo stesso Gesù poche ore prima, nell’ultima sera della sua esistenza terrena: «La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più del dolore per la gioia che è venuto al mondo un uomo».(38)
* * *Maria torna ad essere madre: non per nulla nelle poche righe di questo racconto evangelico per ben cinque volte echeggia la parola «madre». Maria torna, dunque, ad essere madre e i suoi figli saranno tutti coloro che sono come «il discepolo amato», cioè tutti coloro che si pongono sotto il manto della grazia salvatrice divina e che seguono Cristo nella fede e nell’amore. Da quell’istante Maria non sarà più sola, diverrà la madre della Chiesa, un popolo immenso di ogni lingua, popolo e stirpe che nei secoli si stringerà con lei attorno alla croce di Cristo, il suo primogenito. Da quel momento anche noi camminiamo con lei sulle strade della fede, ci troviamo con lei nella casa ove soffia lo Spirito della Pentecoste, ci sediamo alla mensa ove si spezza il pane dell’Eucaristia e attendiamo il giorno in cui il suo Figlio tornerà per condurci come lei nell’eternità della sua gloria. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Fac me tecum pie flere, Crucifixo condolere, donec ego vixero. (38) Giovanni 16, 21.
TREDICESIMA STAZIONE Gesù muore sulla Croce V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 44-47 Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest’uomo era giusto».
MEDITAZIONEAll’inizio del nostro itinerario era il velo della notte ad avvolgere il Getsemani; ora è il buio di un’eclisse a stendersi come un sudario sul Golgota. L’«impero delle tenebre» (39) sembra, dunque, sovrastare la terra ove Dio muore. Sì, il Figlio di Dio, per essere veramente uomo e nostro fratello, deve bere anche il calice della morte, quella morte che è la reale carta d’identità di tutti i figli di Adamo. E' così che Cristo «si rende in tutto simile ai fratelli»,(40) diventa pienamente uno di noi, presente con noi anche in quell’estrema agonia tra vita e morte. Un’agonia che si ripete forse anche in questi minuti per un uomo o una donna qui a Roma e in tante altre città e villaggi del mondo. Non è più il Dio greco-romano impassibile e remoto come un imperatore relegato nei cieli dorati del suo Olimpo. In Cristo che muore si rivela ora il Dio appassionato, innamorato delle sue creature fino al punto di imprigionarsi liberamente nella loro frontiera di dolore e di morte. E' per questo che il Crocifisso è un segno umano universale della solitudine della morte e anche dell’ingiustizia e del male. Ma è anche un segno divino universale di speranza per le attese di ogni centurione, cioè di ogni persona inquieta e in ricerca.
* * *Infatti, anche quando è lassù, morente su quella forca, mentre il suo respiro si spegne, Gesù non cessa di essere il Figlio di Dio. In quel momento tutte le sofferenze e le morti sono attraversate e possedute dalla divinità, sono irradiate di eternità, in esse è deposto un seme di vita immortale, brilla una scintilla di luce divina. La morte, allora, pur non perdendo la sua tragicità, rivela un volto inatteso, ha gli occhi stessi del Padre celeste. E' per questo che Gesù in quell’ora estrema prega con tenerezza: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». A quell’invocazione ci associamo anche noi attraverso la voce poetica e orante di una donna scrittrice: (41) «Padre, anche a me le tue dita chiudano le palpebre. / Tu che mi sei Padre, volgiti a me anche come tenera Madre, / al capezzale del suo bimbo che sogna. / Padre, volgiti a me e accoglimi nelle tue braccia». Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Vidit suum dulcem Natum morientem desolatum, cum emisit spiritum. (39) Luca 22, 53. (40) Ebrei 2, 17. (41) Marie Noël, Le canzoni e le ore (1930).
QUATTORDICESIMA STAZIONE Gesù è deposto nel sepolcroV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 50-54 C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato.
MEDITAZIONEAvvolto nel lenzuolo funerario, la «sindone», il corpo crocifisso e martoriato di Gesù scivola lentamente dalle mani pietose e amorose di Giuseppe d’Ar