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Ratzinger - Benedetto XVI. Il punto di partenza della fede nel Dio uno e trino



La dottrina trinitaria non è nata da una speculazione su Dio, da un tentativo del pensiero filosofico di appurare come si configura l’origine dell’essere, ma è scaturita dallo sforzo di elaborare delle esperienze storiche.
Nell’Antico Testamento la fede biblica aveva innanzitutto a che fare con Dio incontrato come padre d’Israele, come padre dei popoli, come creatore e signore del mondo. Nel tempo fondativo del Nuovo Testamento viene ad aggiungersi un evento completamente inatteso, grazie al quale Dio si mostra sotto un aspetto fino ad allora sconosciuto: in Gesù Cristo si incontra un uomo che sa di essere e si professa al contempo Figlio di Dio.
Si incontra Dio nella figura dell’inviato, il quale è veramente Dio e non un qualsiasi intermediario, eppure con noi dice a Dio ‘Padre’.
Ne consegue un autentico paradosso: da un lato quest’uomo chiama Dio suo Padre, a lui si rivolge come a un ‘tu’ che gli sta di fronte; ora, perché ciò non finisca per essere una mera finzione scenica, ma sia invece la verità, la sola degna di Dio, egli deve essere altro dal Padre, al quale egli si rivolge e al quale noi pure ci rivolgiamo.
Dall’altro lato però, egli stesso è la reale prossimità di Dio che noi incontriamo; la mediazione di Dio nei nostri confronti, e questo proprio in quanto è egli stesso Dio-Uomo, Dio nella forma e nella natura umana: il Dio con noi (Emmanuele). La sua mediazione si annullerebbe radicalmente, e diverrebbe una separazione anziché mediazione, qualora egli fosse altro da Dio, qualora fosse solo un essere intermedio. In tal caso egli non ci avvicinerebbe a Dio, ma ci allontanerebbe da lui. Ne viene che egli, in quanto mediatore, è insieme Dio e uomo, ambedue in maniera realmente ideale e totale. Ora, ciò significa che qui incontro Dio non come Padre, bensì come Figlio e mio fratello, con il risultato che – cosa inconcepibile e insieme totalmente concepibile - compare una dualità in Dio, Dio si manifesta al tempo stesso come Io e come Tu.

A questa nuova esperienza di Dio fa seguito, infine, come terza, l’esperienza dello Spirito, della presenza di Dio in noi, nel nostro intimo. E di nuovo ne consegue che questo ‘Spirito’ non si identifica né col Padre, né col Figlio, ma neppure forma un terzo fra Dio e noi; è invece la modalità in cui Dio stesso si dà a noi, in cui entra in noi, così da essere nell’uomo, pur restando sempre, anche nell’’inabitazione’, infinitamente al di sopra di lui.

Constatiamo quindi come la fede cristiana, nel corso della sua evoluzione storica, abbia a che fare, in primo luogo puramente di fatto, con Dio in questa triplice figura. E’ ovvio che essa dovesse subito incominciare a domandarsi come questi diversi dati si potessero conciliare fra loro. Dovette domandarsi come queste tre forme di incontro storico con Dio si rapportassero con la peculiarissima realtà di Dio stesso.
La triade delle forme di esperienza di Dio è forse solo una sua maschera storica, sotto la quale egli si avvicina all’uomo in ruoli diversi, ma restando pur sempre l’Unico?
Questa triade ci dice soltanto qualcosa sull’uomo e i suoi diversi modi di rapportarsi a Dio, oppure ci rivela qualcosa di come Dio è in se stesso? Quando noi oggi propendiamo sbrigativamente a ritenere pensabile soltanto la prima ipotesi, dando così per risolti tutti i problemi, prima di rifugiarci in questa scappatoia dovremmo invece renderci conto della portata della questione. Qui si tratta, infatti, di sapere se l’uomo, nel suo rapporto con Dio abbia a che fare solo con i riflessi della propria coscienza, o se invece gli è davvero dato di innalzarsi realmente al di sopra di sé sino ad incontrare Dio stesso. Le conseguenze sono in entrambe i casi di vasta portata: nella prima ipotesi, anche la preghiera diventa per l’uomo un puro occuparsi di se stesso, recidendo così la radice dell’autentica adorazione e, ugualmente, della preghiera di domanda – e questa è anche la conseguenza che viene tirata con maggior frequenza. Tanto più pressante è l’interrogativo se essa, in fondo, non si basi su un comodo atteggiamento del pensiero che, senza tanto arrovellarsi, prende la strada della minore resistenza. Se invece la risposta giusta è la seconda, adorazione e preghiera non sono soltanto possibili, ma addirittura obbligatorie, in quanto sono un postulato dell’essere ‘uomo’ aperto a Dio.
Chi sa vedere la profondità della questione comprenderà anche l’appassionata lotta che viene sostenuta nell’antica chiesa attorno a essa; capirà che la posta in gioco era qui tutt’altro che una semplice cavillosità concettuale e culto delle formule, come potrebbe a prima vista apparire ad un osservatore superficiale.
Si renderà anzi conto che la polemica di allora torna a riaccendersi anche oggi tale e quale – l’unica e perenne lotta dell’uomo attorno a Dio e a se stesso – e che noi non possiamo restare cristiani, se pensiamo di sbrigarcela oggi più facilmente di quanto avvenne allora.
Anticipiamo la risposta, grazie alla quale allora si è trovata la separazione fra la via della fede e una via che condurrebbe invece fatalmente ad una mera parvenza di fede: Dio è così come egli si mostra; Dio non si mostra come non è.
La relazione cristiana con Dio si fonda su questa affermazione, nella quale è posta la dottrina della Trinità, anzi, essa è tale dottrina
.

Da "Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico", Edizioni Queriniana 2005

SS. TRINITA', ANNO A

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Mio Dio, Trinità che adoro,
aiutami a dimenticarmi completamente,
per fissarmi in Te,
immobile e tranquilla,
come se la mia anima fosse già nell'eternità.

Elisabetta della Trinità




Giovanni Paolo II. Trinità in missione. Famiglia in missione

Sant'Agostino. De Trinitate. Testo completo


Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della Domenica della SS. Trinità, anno A



CATECHISMO

Catechismo della Chiesa Cattolica. SS. Trinità



COMMENTI

Ratzinger - Benedetto XVI. "Trinità: comunione di luce e di amore!"

Giovanni Paolo II. Angelus, catechesi e omelie sulla SS. Trinità

P. R. Cantalamessa: Un mistero vicino, Domenica della Trinità

Dom Prosper Guéranger. FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Don Divo Barsotti. La fede: pietra miliare del rapporto con Dio

Schlier. Fede, conoscenza e amore nel Vangelo di Giovanni

Schnackenburg. L'unione di Gesù con il Padre

Schnackenburg. Gesù l'inviato

Figlio, Figlio dell'uomo, Figlio di Dio nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento




COMMENTI PATRISTICI

SS TRINITA’. ANTOLOGIA PATRISTICA

Sant'Atanasio. Luce, splendore e grazia della Trinità

Gregorio Nazianzeno. Il mistero della Santissima Trinità

Sant'Agostino. De Trinitate. Testo completo

San Tommaso. La Trinità

Riccardo di San Vittore. Dal "Trattato sulla Trinità"

San Girolamo. Dal "Commento al salmo 14"

Dalla "Esposizione della predicazione apostolica" di sant'Ireneo di Lione

Autori Medioevali della SS Trinita



ARTE E LITURGIA

Splendide immagini della Trinità

La Trinità. Lettura del dipinto di Masaccio

L'icona della SS: Trinità

SS. TRINITA’ NELL'ARTE



TEOLOGIA


San Tommaso d'Aquino. La Trinità

Figlio, Figlio dell'uomo, Figlio di Dio nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

Schlier. L'uomo e il mondo nel Vangelo di Giovanni

Schlier. Gesù rivelatore e la sua opera nel Vangelo di Giovanni

Schlier. Fede, conoscenza e amore nel Vangelo di Giovanni

Schnackenburg. Gesù l'inviato

Schnackenburg. L'unione di Gesù con il Padre

ESSERE FINITO ED ETERNO: L'UOMO COME IMMAGINE DELLA TRINITA', NELLA CONCEZIONE DI EDITH STEIN



SANTI E TESTIMONI

B. Elisabetta della Trinità. ELEVAZIONE ALLA SANTISSIMA TRINITA’

Santa Faustina Kowalska; Sulla Trinità

S. Teresa di Gesù Bambino. Sulla Trinità

S. Giovanni della Croce. Sulla Trinità

S. Teresa d'Avila. Sulla Trinità


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Schlier. Fede, conoscenza e amore nel Vangelo di Giovanni

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Schlier. Gesù rivelatore e la sua opera nel Vangelo di Giovanni

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Schnackenburg. L'unione di Gesù con il Padre

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Schnackenburg. Gesù l'inviato

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Schlier. L'uomo e il mondo nel Vangelo di Giovanni

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Figlio, Figlio dell'uomo, Figlio di Dio nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

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Schlier. L'uomo e il mondo nel Vangelo di Giovanni

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Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della Domenica della SS. Trinità, anno A

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Don Fabio Rosini, Commento al Vangelo della Domenica della SS. Trinita, anno A.mp3

Don Divo Barsotti. La fede: pietra miliare del rapporto con Dio

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Esercizi di Muzzano
(Luglio 1999)

Avete invitato l'assemblea a pregare e parto proprio da una invocazione, da una preghiera che voi avete fatto, che Dio cioè aumenti in noi la fede, la speranza e la carità.
Parlando dell'esperienza di Dio noi dobbiamo dire con ferma e assoluta certezza che soltanto la fede può stabilire un rapporto tra noi e Dio, fra Dio e noi.
Come non abbiamo un rapporto con le stelle fisse, così non potremmo avere un rapporto con Dio senza avere ricevuto il dono della fede.
Se non ci fosse la fede, saremmo nella impossibilità assoluta di pregare!
Anche se noi dicessimo le preghiere, le preghiere rimarrebbero, non salirebbero al di là delle nubi perché la nostra forza non è tale da poter spingerei al di là di tutto quello che è creato fino a Dio; pertanto, dobbiamo renderei conto, che una esperienza di Dio se esige le virtù teologali, le esige perché senza queste virtù l'uomo si trova nell'impossibilità di stabilire un qualsiasi rapporto con la divinità e il primo dono, il primo strumento che il Signore ci dà per stabilire con Lui un rapporto è la fede.
Se noi viviamo la vita religiosa, viviamo un certo contatto con Dio attraverso la fede, la fede che ci fa conoscere Dio, ci fa conoscere le sue esigenze. Ma l'anima ne ha paura. Siamo così poveri uomini, siamo creature cosi deboli, che rapporto possiamo avere con Dio? Egli ci chiede una santità che è al di fuori delle possibilità dell'uomo di essere raggiunta e tuttavia, anche se noi sentiamo che siamo dei poveri uomini, incapaci di tutto, ma soprattutto incapaci di rispondere alle esigenze di Dio, tuttavia noi ci sentiamo attirati da Lui e non possiamo fare a meno di Lui e quanto più lo conosciamo, tanto più ci attrae la Sua bellezza ci attrae il Suo amore e ci sentiamo come portati via, come trascinati da una forza alla quale non possiamo resistere, andiamo verso il Signore.
L'esperienza di Dio è prima di tutto questo!
Nasce dalla fede ed è insieme il timore e l'attrazione del desiderio. Sono due sentimenti che non sono mai l'uno senza l'altro! C'è sempre una certa paura, voi l'avete sperimentata prima di fare la consacrazione: quante volte ci sono delle persone che hanno fatto l'aspirantato per più di un anno, anche due anni e non sanno decidersi perché hanno paura.
Dove è la loro forza? Come fanno ad avere la sicurezza che poi saranno fedeli? Non riescono ad essere fedeli nelle piccole cose! Mancare di fedeltà a Dio una volta che ci si sia consacrati a Lui sembra tale cosa peccaminosa da far rifuggire la consacrazione e, tuttavia s'insiste, si continua a venire, si riesce a partecipare un po' alla vita della Comunità, perché, lo dicevo prima, ci sono sempre gli stessi due sentimenti: la paura e l'attrazione.
Questo distingue l'esperienza di Dio nella vita del cristiano. Conoscete voi Dio? Se voi non conoscete Dio non c'è né paura né attrazione: vivete una vita religiosa, si, però solo apparentemente: non vivete nulla, vivete soltanto una vita così, vuota, perché quel Dio a cui dovreste accedere è un Dio di carta, è un Dio che non è un Dio vivente, è un Dio che non fa paura perché è a vostra immagine e somiglianza, è un Dio che non vi attrae perché anche la vita religiosa che uno vive nei confronti di Dio è soltanto un riempire il vuoto della vita. Ma non è riempirla di amore, di un desiderio vivo di unione; si vivacchia, così, e non si vive né una vita umana, né una vita religiosa.
È il pericolo tante volte anche di coloro che vogliono vivere una vita religiosa, cioè che non vivono né una vita umana, né una vita religiosa; si trascinano giorno per giorno, anno per anno in una vita mediocre, una vita senza luce, senza desideri, senza aspirazioni, senza nemmeno paura, si va avanti come per forza di inerzia.

Timore e ardore: sinonimi di vita nuova

Se c'è la fede, tutto nasce da lì: ecco, Dio non è più un Dio di carta, è il Dio vivente!
Lo conosci, ma lo conosci in quanto è una Persona, non lo conosci perché sai il catechismo, non lo conosci perché conosci la teologia, lo conosci perché l'hai veduto, perché Egli è entrato nella tua vita, perché Egli si è manifestato a te, e perché la manifestazione di Dio alla tua anima ha voluto dire per la tua anima un desiderio incoercibile di essere unita a Lui e, nello stesso tempo, una grande paura per il senso della tua debolezza, per il senso della tua impotenza, della tua povertà spirituale. Conoscenza di fede che è molto maggiore, molto più importante di una conoscenza teologica.

È soltanto così che nasce la vita religiosa, nasce da questa conoscenza di fede.

Un teologo può parlare della Santissima Trinità fumando una sigaretta, ed è una cosa spaventosa, se si pensa bene, ma lo può fare perché Dio è un Dio un po' di carta, un Dio con il quale si ragiona facilmente: è un Dio senza potenza, che non ha alcuna forza nella tua vita interiore. Perché? Perché la fede è poca, la fede è poca! Una persona, una donna, una semplice donna, magari analfabeta, che non conosce altro magari che un po' di catechismo può vivere una unione con Dio, può vivere una fede più viva, anche dei teologi.
Senza dubbio santa Teresa, o santa Gemma Galgani avevano più fede del vescovo della loro diocesi. Pensiamo santa Gemma Galgani e il vescovo di Lucca del tempo. È impressionante la differenza che vi è fra un vescovo buono ma mediocre, e questa anima che è totalmente presa dall'amore del Cristo, che non vede altro che Lui, che non pensa altro che a Lui, che vive una vita in cui veramente viene consumata dall'amore.
Certamente la fede di santa Gemma era molto più grande assai della fede del suo vescovo, anche se il vescovo era vescovo e Gemma Galgani era una povera scema, come lei si firmava.
Quello che conta nella vita religiosa, dunque, è la fede perché la fede è l'organo che ci mette in comunione con Dio. Vorrei sapere: è lo stesso guardare una fotografia della montagna o scalare la montagna?
Vi sembra la stessa cosa? Vediamo, vi sembra davvero la stessa cosa? Non credo davvero, ebbene quelli che vivono, che parlano anche di Dio possono essere come quelli che guardano una fotografia. Altro è guardare la fotografia, altro è scalare la montagna, altro è vivere un contatto vero con Dio.
Guardate bene che la fede vi deve mantenere in un contatto reale con una persona vivente. . Dio è, Dio esiste, Dio è qui!
Dio, con tutta la sua esigenza di amore, con tutta la pienezza della Sua santità: Egli è qui, e l'anima ha un trasalimento grande. Non riesce a vivere insieme a questo Dio così grande, ne ha quasi paura, eppure dicevo prima, questa paura di Dio si unisce nell'anima a una impossibilità di fuggire perché si sente, nello stesso tempo, attirata da Lui e tu senti che la tua vita è soltanto nella risposta a questa attrazione che provi e che il Signore esercita su di te.
È, direi, proprio questa l'esperienza fondamentale: quando si parla dell'esperienza di Dio dobbiamo pensare che quello che distingue questa esperienza sono questi due sentimenti, mai uno senza l'altro. Può essere che qualche volta prevalga non so l'attrazione alla paura, altre volte la paura o almeno il senso del rispetto invece dell'amore, ma questi due sentimenti sono sempre presenti. Se non c'è il timore dovete avere paura, se non avete paura dovete avere paura perché Dio non è proporzionato all'uomo.
Ti senti di vivere insieme a un gigante, ti senti di vivere una santità che ti brucia, che ti consuma: ti getteresti volentieri nel fuoco? Non credo! Non ti sei mai gettato nel fuoco, ecco, non ti senti anche di gettarti in questo Dio. Un senso di timore nasce sempre nell'anima. Che cosa mi chiederà il Signore? Che cosa vorrà da me? Come potrò vivere io un rapporto con Lui?
Ed ecco allora si cerca di vivere una vita anche buona, ma la vita buona che vogliamo vivere, le virtù, sono una difesa contro Dio: se Lui mi lascerà in pace cercherò di dire le mie preghierine, farò quest'altra cosa, quest'altra così e Dio sarà contento e io vivo la mia vita lo stesso. Quando io gli ho dato un po' di qualche cosa di mio, credo di averlo accontentato e posso così vivere la mia vita.
Non è così che possiamo vivere una vita religiosa: se conosci Dio non puoi fare patti con Lui, è Lui che fa i patti con te, ma tu non puoi fare i patti con Dio. Anche se siamo nella religione dell'alleanza non siamo sul medesimo piano. Da una parte c'è Dio, Dio che tutto può pretendere, tutto può volere perché Dio non è proporzionato all'uomo: dall'altra c'è l'uomo con la sua piccolezza, con la sua incapacità, con la sua povertà, con i suoi peccati.

Vivere con semplicità la vita cristiana nella fede e nella speranza

In questo rapporto così strano, perché veramente è strano se noi ci pensiamo bene, l'anima vive una vita del tutto nuova nei confronti della vita degli uomini che non hanno fede.
Per un'anima che ha fede è impossibile accantonare questo Dio. Anche se tu cerchi di allontanarti, per la paura che hai, non ce la fai perché nello stesso tempo Egli ti attira.
Ed allora che cosa avviene? Avviene che la tua vita è una vita drammatica: gli altri possono vivere nella pace, ma è la pace della morte. Noi non viviamo la pace!
Lui lo ha detto: "Io non sono venuto a portare la pace, ma la guerra"!
È un dramma quello che si vive, è una lotta terribile quella che l'uomo vive, non solo perché l'uomo è l'uomo e Dio è Dio, ma perché l'uomo non è mai autonomo: o è in dipendenza da Dio o è in dipendenza dal maligno, dal male, e la vita cristiana è un combattimento, il campo di battaglia è il tuo cuore!
Da una parte c'è Dio che però non combatte ma si fa presente e la sua presenza vince tutti gli orrori del male. Dall'altra parte però c'è il maligno che si insinua e ti combatte, vuole prendere possesso di te. Oltre dunque che essere sentimento di paura e di attrazione la vita religiosa cristiana, nella sua esperienza, è anche una esperienza di una lotta che si svolge nel tuo intimo. Altro che pace! La pace si avrà, ma sulla sommità, quando si è arrivati in cima ti puoi riposare, ma durante il cammino guarda di non fermarti perché è pericoloso, puoi sdrucciolare e precipiti giù.
Puoi guardare ed avere il senso della paura nel vedere i dirupi che da ogni parte ti circondano. Nella nostra vita religiosa viviamo un combattimento terribile.
È Dio che permette, ed è il maligno che in tutti i modi vuol prendere possesso di noi ma Dio ci protegge ad una condizione, però: che noi abbiamo fiducia.
Oltre dunque alla fede ci vuole la speranza, quello che ha detto quella nostra sorella nelle preghiere di questa sera: "aumenta in noi Signore la fede, la speranza e la carità".
La fede non può andare da sola perché la fede ci dice le esigenze di Dio, ma non ci dà la forza di compierle, noi abbiamo bisogno di aver fiducia nell'aiuto di Dio, vi è un bisogno di credere che Dio non ci abbandona, abbiamo bisogno di sapere che Egli sarà pronto ad aiutarci nei nostri bisogni, nei nostri pericoli: guai se perdiamo questa fiducia nel suo aiuto! Da noi soli non possiamo nulla.
Abbiamo bisogno oltre che della fede, di una speranza viva.
La fede senza la speranza è comunque la morte perché la fede non stabilisce una unità nell'amore.

Ci dà il senso della grandezza di Dio, il senso della pochezza dell'uomo, ma come unire questi due, l'uomo e Dio, se non hanno nulla in comune?

In comune è la fiducia, la comunione di vita è la fiducia che la crea, perché l'anima che ha veduto Dio, che ha sentito il bisogno di tendere a Lui, ora si affida alla sua provvidenza, si mette nelle mani di Dio, si lascia portare, ma a una condizione: deve avere in Lui una fiducia cieca!
Noi dobbiamo chiudere gli occhi, non aver paura: soltanto così si compiranno le opere di Dio.
Se voi leggete la vita dei santi voi potete capire come questa esperienza sia una esperienza comune nella vita spirituale.
Quale esperienza? L'esperienza che Dio ci soccorre nella misura che noi ci fidiamo di Lui.

La vita cristiana vissuta come vincolo di amore.

Da noi non possiamo far nulla, da noi siamo incapaci di fare anche il più piccolo passo, ma se ci mettiamo nelle mani di Dio possiamo attraversare anche il mare. Basta chiudere gli occhi ed ecco allora c'è lo Spirito Santo che, come dice il Libro dell'Esodo, apre le sue ali e così che noi possiamo salire sulla groppa dell'aquila e lasciarci portare dall'aquila stessa: ma questo è possibile se c'è la fiducia altrimenti non lo facciamo!
Noi riusciremo ad andare di là, cioè a salvarci nonostante la lotta, nonostante il pericolo se sapremo fidarci di Dio.
Da una parte dunque la fede, non la fede però senza la speranza, perché è sì la fede che ci fa vedere le cose, ma non ci dà la capacità di unirci a Dio; ci fa vedere Dio, ma non rende possibile per noi la nostra unione con Lui. È Dio che stabilirà quell'unione, ma la stabilirà nella misura che noi lasceremo che Egli possa operare in noi ed Egli opererà in noi nella misura che noi ci abbandoneremo alla sua forza.
Vedete come è semplice la vita cristiana?
È grande la vita cristiana, è grandissima, ma è anche estremamente semplice. Si tratta di conoscere Dio e rimanere conquistati dalla sua bellezza. E conoscendo Dio impariamo a conoscere anche noi stessi, ma scopriamo anche di non sapere come potranno unirsi questi due esseri talmente diversi: da una parte Dio l'Onnipotente, da una parte Dio la santità stessa, da una parte Dio l'Infinito e dall'altra parte questo omuncolo che siamo noi. Come unire i due esseri?
Li unirà la speranza, la fiducia, l'abbandono a Dio stesso che interviene nella nostra vita. La speranza non è atto dell'uomo, è un atto di Dio. Di un Dio che vive in te, di un Dio a cui devi abbandonarti, di un Dio dal quale devi lasciarti possedere. Allora se ti lasci possedere da Lui, tutto andrà bene, tutto si compirà secondo il tuo desiderio e secondo anche l'onnipotenza di Dio. Vedete come è chiara la vita religiosa nei suoi principi ed anche nelle sue forme? Non abbiamo bisogno di tante storie, di tanti discorsi, si tratta di conoscere, ma di conoscere Dio come un essere vero, non conoscerlo come da una cartolina, non conoscere Dio per sentito dire.
Ricordate come finisce il Libro di Giobbe? "Prima parlavo di Te per sentito dire, ma ora che ti ho conosciuto mi prostro nella polvere e nella cenere, in silenzio di fronte a Dio". Così anche per noi: avendolo conosciuto, sì, ora sappiamo che cosa voglia dire la vita religiosa, ma sappiamo anche che da noi non possiamo proprio fare nulla. È questo il passaggio dalla fede alla speranza, speranza che ci dona di poter essere portati a Lui e condotti dal Suo Spirito.
E poi la carità, che è il frutto di quello che la speranza avrà compiuto nella nostra anima, perché il desiderio e la speranza dell'anima non può essere che una sola cosa: che il rapporto che sembrava impossibile fra l'uomo e Dio si realizzi invece in una alleanza di amore. La vita cristiana è, dice San Tommaso D'Aquino: quaedam amicitia, è un legame di amore.
Di un amore che ha tutti i caratteri di ogni amore, di amore filiale da parte dell'uomo, di amore paterno da parte di Dio. È amore di sposo nei confronti di Dio che è lo sposo nei confronti dell'anima che è la sposa: è amore di amicizia perché Egli è un fratello nostro, Gesù si è fatto nostro fratello.
Tutti i rapporti che sono propri dell'uomo quaggiù e sono tantissimi, tutti sono realizzati nel nostro rapporto con Lui, talmente Dio ci prende totalmente, ci possiede e ci trasforma in Sé.

Accogliere l'amore per essere la gioia ed il fine di Dio

L' unione con Dio fa sì che noi siamo due in un solo corpo, siamo due in una sola vita.
Non si distrugge la distinzione personale di ciascuno di noi da Dio.
Io rimango Divo Barsotti anche dopo la morte; però non vivrò più la mia vita, vivrò la vita di Dio se avrò la fortuna, la gioia di poter andare in paradiso. Vivere la vita stessa di Dio!
Non avrò un mio essere particolare, il mio essere è Cristo perché sono inserito nel Cristo.
Il Cristo è glorioso, il Cristo è in Cielo, alla destra del Padre anche col suo corpo che è risorto. Allora se noi siamo nel Cristo voi capite che può continuare la vita anche corporale. In che senso possa avvenire questo è difficile capirlo, ma giustamente Rosmini aveva intuito che attraverso la morte l'uomo realizza il fatto di essere un solo corpo con Cristo Gesù.
Comunque quanto detto da Rosmini resta una affermazione che è sub judice, cioè non posso dire che sia la verità: si può studiare, può darsi che sia la verità, ma oggi come oggi la Chiesa non si pronunzia.
La cosa importante è però comunque un'altra: che attraverso la fede e la speranza l'uomo finalmente vive un rapporto di amore, di un amore che lo colma, di un amore che gli dona il senso di una pienezza, di una dolcezza ineffabile, il senso di una presenza viva di amore. L'anima si libera da ogni peso, non conosce più la propria povertà e i propri peccati, non conosce più che l'amore di Dio: tutta la sua vita è questa gioia di essere amata, tutta la sua vita è questa esperienza di essere il fine di Dio.
Sappiamo che Dio è il fine dell'uomo, che l'uomo non può trovare la sua pace e il suo fine che in Dio stesso ma una cosa molto più grande è vera: che noi siamo il fine di Dio perché se egli ci ama, l'amato per l'amante è il termine ultimo.
L'amante si ordina all'amato e Dio si ordina all'uomo e vive in tal modo che noi siamo, dobbiamo essere la sua ricchezza, e la sua gioia.
Dice sant'Ireneo, il più grande teologo dei primordi della Chiesa: Gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l'uomo vivente. Perché?, Ma perché Dio vede nell'uomo il suo bene! Se veramente Egli ci ama non può non vedere in noi la Sua ricchezza.
Molte di voi sono sposate, vostro marito vi deve amare altrimenti non lo avreste nemmeno sposato, vostro marito si è innamorato di voi. Che cosa vuol dire innamorato di voi? Ha sentito che doveva realizzare la sua vita nell'unione con voi, perché voi eravate per lui la sua ricchezza e la sua gioia, senza di voi non poteva vivere! Quando si ama è così! Così è anche Dio, Egli ci ama, non può stare senza di noi, per questo si è fatto uomo, per questo ha vissuto la nostra vita, per questo vive anche oggi qui con noi ed è questa la carità come la viviamo nel tempo presente.
In paradiso ancora non so, non ho ancora l'esperienza della vita beata, ma ho l'esperienza della vita cristiana nel mondo. E qual è questa esperienza? Questa presenza di Dio come un amico, questa presenza di Dio come uno che mi ama, che vuole stare con me, che mi chiede soltanto di fargli posto nella mia vita, nel mio cuore: non mi disturba, non rende più pesante la mia vita, l'alleggerisce piuttosto, la colma di pace, dona alla mia anima un senso vivo di gioia; mi sento conosciuto e amato.

Dio si è fatto uomo come noi per farci una sola cosa con Lui

Noi avremmo avuto paura se non avessimo fatto questo cammino della fede, della speranza, fino all'amore, avremmo avuto paura di Dio: ma invece il cammino che ci ha condotto dalla fede alla carità ci fa vivere in unione con un Dio che si è fatto uomo come noi perché nessuna distanza ci separi da Lui, perché nessuna distanza separi noi da Lui e Lui da noi. E questa distanza è vinta perfino se noi siamo peccatori perché ha preso su di Sé il nostro peccato così che noi potessimo vivere con Lui senza timore: Egli è l'agnello che ha tolto, che toglie i peccati del mondo.
Quando io dico la Messa, subito prima della comunione, quando alzo il Corpo del Signore e dico: "Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo", ho l'impressione che in quel momento non esistano più peccati, non solo i miei, ma anche quelli di tutti gli altri uomini, né degli assassini, né degli adulteri: tutto è perdonato da parte di Dio!
Naturalmente c'è l'uomo, bisogna che accetti di essere amato, ci vuole un consenso dell'uomo che è libero di accogliere o meno: però da parte di Dio, tutto è già dimenticato perché Dio non vive che il suo amore senza limiti e senza misura; a noi resta soltanto aprirci a questo amore gratuito ed immenso!
Vogliamo essere amati? Vuoi essere amata? Vogliamo essere amati! Questa è la vita cristiana: aprirci ad accogliere Dio!
Un Dio che si fa uguale a noi, che prende sopra di Sé i nostri pesi, perché ha tolto da noi il nostro peccato per prenderlo sopra di Sé perché non voleva che noi fossimo accasciati sotto il peso delle nostre colpe, È L'amore, l'amore!
Dio ci ama in tal modo da essersi fatto uguale a noi, uno con noi. Domani Egli ci farà una sola cosa con Sé: ora Lui si è fatto uomo con noi. È un povero uomo, che vive per trenta anni nella casa di Nazareth; un predicatore itinerante che predica a degli umili contadini e pescatori; un uomo che è condannato a morte e muore sopra la croce. Ma domani Egli farà sì che noi siamo come Lui, nella gloria del Cielo, saremo figli di Dio in questa meravigliosa grandezza che ci è promessa, di essere veramente suoi figli. Non sappiamo che cosa questo voglia dire, però ci insegna San Giovanni nella Prima Lettera, che "allora lo vedremo così come Egli è perché saremo simili a Lui."
Ora è Dio che si fa uguale a noi povero, nascosto, sofferente, morto. Domani farà noi simili a Sé: la gloria, la ricchezza del Cielo, la gioia infinita dell'amore, di un amore eterno! Ecco che cosa è, miei cari fratelli, l'esperienza di Dio nel Cristianesimo.

II MEDITAZIONE

Il mistero trinitario

Se noi pensiamo a Dio, uno, noi allora dobbiamo di che Dio non può essere rapporto con le cose. E nemmeno in sé stesso è diviso, non può conoscere nemmeno sé stesso, perché il Dio uno è un Dio immutabile, ma fermo, si direbbe senza vita.
Di qui la necessità e l'importanza per noi di capire che se entriamo in rapporto con Dio, se Dio entra in rapporto con noi, è perché Egli è trino nelle persone, senza una moltiplicazione di rapporti dentro la Divinità che rimane come muta, rimane senza vita, senza conoscenza, senza amore.
Dante era cristiano, però, se voi leggete con attenzione alcuni passaggi della Divina Commedia, vedrete che Dante riconosce che il Dio uno è sì un Dio che è amato, ma che non ama. "L'amor che muove il sole e le altre stelle" è Dio in quanto muove le creature, le creature tendono a Lui perché in Lui trovano la loro perfezione, ma Dio non ha alcun rapporto con la creazione, nessun rapporto con queste anime che lo cercano perché è un Dio si direbbe morto.
Per vivere abbiamo bisogno di comunicare e la vita in Dio è la trinità delle persone.
Infatti Dio è Padre, ma se è Padre c'è il Figlio altrimenti non sarebbe Padre!
Avete mai visto voi qualcuno che fosse padre senza avere figli? Se uno è padre avrà un figlio, sarà un figlio adottivo, ma bisogna che sia un figlio senno dire padre è sbagliato.
Se voi mi chiamate padre vuol dire che vi sentite figli di questo stupido che sono io, se non vi sentite figli usate un linguaggio che non ha senso.
Ora Dio invece è Padre, Figlio e Spirito Santo e nel rapporto che si stabilisce fra ogni Persona divina e l'altra Persona correlativa è il principio e la pienezza di ogni vita perché ogni vita non può essere altro che una lontanissima partecipazione alla vita immensa di un Dio che è amore infinito, che si dona all'altra Persona e l'altra Persona che diviene amore ugualmente infinito che ritorna alla sua sorgente.

Vivere per partecipazione l'immensità divina

Noi tutto questo lo diciamo e lo viviamo, ma senza accorgercene: forse anche il sacerdote tante volte dice male l'oremus. Che cosa avete detto alla fine l'Ora media? "Per il nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna nello Spirito Santo..." Sempre la preghiera nel cristiano implica un entrare per noi in questo mirabile infinito, in questa corrente infinita di amore che passa dal Padre al Figlio e dal Figlio ritorna al Padre nell'unità dello Spirito Santo. Senza di questo la nostra preghiera non vale nulla! Per noi sarebbe impossibile stabilire un rapporto con Dio se non vivessimo una certa partecipazione alla vita di Dio, alla vita trinitaria.
Una mistica cristiana è sempre una mistica trinitaria, non è la mistica del Dio uno, perché la mistica dei Dio uno è impossibile: se Dio è uno e non è personale rimane bellezza, rimane tutto quello che volete: grandezza, immensità, onnipotenza. Ma è un'immensità muta, una immensità come morta perché non entra in comunione con nulla, né nulla entra in comunione con essa.
Voi sapete infatti che stando alla creazione, senza che noi possiamo parlare di quella economia divina per la quale Dio è entrato in comunione con il mondo, con la creazione Dio non entra in rapporto con le cose, rimane nella sua solitudine infinita ed eterna. Magari sono gli uomini, secondo quello che diceva Plotino, che aspirano a Lui, ma Lui non aspira a nulla, Lui non vede nulla, Lui non ama nulla. L'amore di Dio implica l'amore del Padre al Figlio, l'amore del Figlio ai Padre nell'unità dello Spirito Santo.
Vivere dunque l'esperienza di Dio vuoi dire vivere questo nostro entrare misteriosamente nel mistero stesso di Dio, la nostra vita non può essere altro che una partecipazione lontanissima ma reale, alla vita stessa di Dio: e Dio è vivente ! È vivente proprio perché è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Dio per mezzo del Figlio si comunica al mondo nello Spirito Santo

Voi vedete l'importanza che hanno certi misteri, che sembrano lontani dalla nostra vita e, invece, senza di questi, non si capisce nulla.
Se Dio non fosse Trinità sarebbe un Dio morto: d'altra parte ogni persona divina è tutto Dio ed è un unico Dio.
Parlare dell'esperienza di Dio vuoi dire parlare di questa esperienza dell'uomo che conosce Dio come trino, lo ama partecipando all'amore infinito che passa da una Persona divina all'altra Persona correlativa.
Di fatto chi è Dio per noi?
La preghiera cristiana come si esprime? Precisamente si esprime in tal modo che noi comprendiamo che nessun rapporto è possibile nell'uomo verso Dio se non in quanto Egli è il nostro Padre.
Lo sapete il Padre nostro? Lo conoscete? La preghiera cristiana già ci mette di fronte al Padre: non di fronte alla immensità, perché davanti all'infinità si rimane muti. Ma se questa infinità, ma se questa immensità è il Padre tuo, tu vivi una certa partecipazione a questa immensità divina, tu vivi una certa partecipazione a questa sua santità infinita.
La cosa importante è questa: la vita implica un rapporto. Dio è rapporto infinito di amore nelle tre Persone divine. Dio si partecipa e in Sé medesimo Dio partecipa Sé stesso. Piuttosto che partecipare, dona Sé stesso, travasa Sé stesso dal Padre nel Figlio e fa sì che il Figlio poi totalmente ritorni al Padre nell'unità dell'amore, ma di un amore che di per sé non esiste: è una comunione di vita!
L'amore è unione!
Parlare di esperienza di Dio vuol dire dunque parlare dell'esperienza che noi dobbiamo avere di questa nostra partecipazione alla vita divina. Come avviene questa partecipazione alla vita divina? Come è possibile che avvenga questa partecipazione alla vita divina? Se la vita divina si esprime e si fa presente nella trinità delle persone, come noi viviamo la vita di Dio? È semplice! Tutto il mistero della vita soprannaturale nasce da questa verità: dal Padre, per mezzo del Figlio, Dio si comunica al mondo nello Spirito Santo.

Nello Spirito Santo, per mezzo del Figlio, tutta la creazione ritorna in Dio

Il Padre dunque è all'inizio della vita spirituale ed è al termine: all'inizio perché tutto procede da Lui, alla fine perché tutto a Lui ritorna ed in Lui tutto trova riposo.
Tutto dal Padre procede, infatti dal Padre è generato il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio non sarebbe Figlio se non ci fosse il Padre.
È il Padre che si travasa in qualche modo nel Figlio unigenito, ma il Figlio unigenito non vive in sé. È Figlio e pertanto, vive in rapporto col Padre; perciò tutto il Figlio vive ora nella contemplazione del Padre, vive nel donarsi al Padre. E tutto questo come avviene?
Nell'unità dell'amore, non dell'amore del Dio uno, ma nell'amore che è proprio della vita delle Persone divine in quanto vivono e in quanto sono questa comunione immensa di amore, questo braciere infinito, questo incendio di amore che è la vita intima di Dio. Allora, vedete, che cosa è la vita spirituale cristiana? Se vogliamo conoscere l'esperienza di Dio dobbiamo dire chi è il Padre? Come vive il Padre per me? Come il Padre si comunica a me?
Di fatto, voi lo vedete, la preghiera della Chiesa e sempre rivolta a Dio Padre, pochissime volte è rivolta al Figlio e quasi mai allo Spirito Santo, almeno nell'Oremus. Non c'è nemmeno un'Oremus che abbia come termine lo Spirito Santo, come Persona della Trinità alla quale mi rivolgo.
Ci sono le Sequenze, ci sono i Responsori che possono dire: "Vieni o Spirito creatore, vieni Santo Spirito" ma non è la preghiera ufficiale, la preghiera della Colletta.
Nell'Oremus è sempre il Padre perché non posso entrare in rapporto con Dio che in quanto sono figlio. Ecco l'importanza della nostra divina adozione filiale! Se non fossimo figli, noi saremmo totalmente sconosciuti a Dio e Dio sarebbe totalmente sconosciuto a noi, non ci sarebbe nessuna, nessuna possibilità di stabilire un qualunque rapporto con Dio. Perché capite, se noi fossimo rapporto con Dio, indipendentemente dal Padre che cosa succederebbe? Succederebbe che la Trinità sarebbe Padre, Figlio, Spirito Santo e Divo Barsotti. Ma non è così! La teologia non vede questa possibilità. Rimane la Trinità delle Persone divine, non si aggiunge nessuno ma le persone create possono partecipare della vita della Trinità.
Come fanno a partecipare della vita della Trinità? Vi ho detto sempre che vi è un abisso infinito fra la creatura ed il Creatore: se ora dico che l'uomo non può entrare in rapporto con Dio se non vive in Dio, questo vivere in Dio come è possibile, dal momento che l'uomo non potrebbe mai superare l'infinita distanza che lo separa da Dio? È semplice! Perché Dio si è fatto uomo!

Il Creatore si è fatto creatura

Voi capite, e per me è assolutamente certo, ma se togliete l'Incarnazione del Verbo e la Trinità di Dio, non esiste religione, non può esistere nulla, nulla, nulla!
Ma se esiste l'Incarnazione, se veramente l'Incarnazione è un fatto reale, allora essa diviene il fondamento di ogni vita religiosa.
Cosa implica infatti l'Incarnazione? Una cosa meravigliosa, la cosa più bella e stupenda che si possa pensare. Una bambina, qui ci sono anche delle persone abbastanza giovani, ma la Madonna è la più giovane di tutti voi: non c'è nessuno qui che abbia 14 anni, Maria Santissima aveva 14 anni. Non aveva studiato: voi avete studiato o almeno siete andati alle elementari, Maria Santissima no.
Ebbene questa bambina può dire ora a Dio: "Tu sei mio Figlio", perché era Figlio di Maria ed era Dio; cioè l'Incarnazione ha reso possibile un rapporto. Facendosi uomo, Dio si fa Figlio di Maria.
È un rapporto essere figli. Dio diviene Figlio dell'uomo, Figlio della Vergine.
La Vergine diviene la Madre di Dio.
L'Incarnazione è il fondamento di ogni vita religiosa perché è per mezzo dell'Incarnazione che noi ora possiamo entrare in rapporto con una Persona divina, con la Persona del Figlio.
Noi entriamo in rapporto con la Persona del Figlio perché nel Figlio noi siamo generati dal Padre, dal Padre dunque per la sua volontà, per suo decreto Egli genera il Figlio non più nell'eternità, ma nel ventre di una bambina.
La vita cristiana è questo. Dio che entra dentro di noi, ci fa partecipi della filiazione del Figlio di Dio. Voi capite allora che la nostra vita è una partecipazione, anche se infinitamente lontana, alla vita stessa di Dio.
Il Padre è Padre mio perché sono figlio adottivo, ma non come nel mondo. L'adozione filiale ci fa partecipi della natura divina, siamo in qualche modo trasformati. Il Padre ci genera nell'atto stesso in cui genera il Figlio suo. Dice infatti la sacra scrittura: "Ci generò nella Parola, nel Verbo della verità, cioè nel Figlio." Generando il Figlio di Dio, il Padre genera anche noi, ma capite che cosa vuol dire questo? E come è possibile che non impazziamo? C'è davvero da impazzire! Vuol dire che Dio, nella sua infinita grandezza, Dio, il Padre, tutto si travasa in me: io non posso riceverlo perché sono una creatura, ma da parte di Dio non c'è una partecipazione, da parte di Dio, in quanto Dio è ed è infinitamente semplice, egli si dona tutto o non si dona. È l'uomo che dà una misura al dono di Dio, nella sua fede, ma se l'uomo fosse capace di una fede che lo rendesse capace di accogliere l'infinito, accoglierebbe l'infinito, perché Dio quando si dona non si può dare per parte: se si potesse dare per parte non sarebbe più Dio perché non sarebbe l'Essere semplicissimo che non si divide, l'Essere semplicissimo che non si moltiplica, l'Essere semplicissimo che è Uno e che è infinito.
Ora, la vita spirituale: prima di tutto è questo essere generati. Ecco una delle cose più grandi!
Vivere la vita cristiana vuoi dire questo: accogliere Dio in sé, Dio che si comunica a te.
Si è detto qualche volta che la vita cristiana ha una analogia con la vita umana, anche con la vita sessuale: ma è vero questo perché di fatto il primo atto della vita cristiana implica che il Padre celeste, comunicando a me la sua parola che è seme, concepisce questa parola in me e il Cristo nasce da me. Non è più il Figlio di Dio nella sua natura divina, ma è il Figlio di Dio stesso nella natura umana che ha assunto. È una natura dunque che dice non più l'infinità di Dio, ma una partecipazione reale da parte dell'uomo alla vita intima divina.
Il Padre ci genera nel Figlio suo!

L'eterna generazione del Figlio al Padre: essenza della nostra vita spirituale

La generazione del Verbo nell'eternità, è una generazione nella quale io sono coinvolto. È come un fiume che trascina con sé tutti gli arbusti, tutti i sassi, ed anch'io sono quei sassi. Ma questa corrente infinita di amore non può non trascinare con sé, portare con sé tutto l'universo nel seno del Padre, perché il Padre si comunica a tutto l'universo nel dono della parola, del seme. E col seme, con la parola, il Verbo viene concepito. Non vive più soltanto nel seno del Padre, vive nel seno di Maria, nel ventre di Maria. Pensate: dal seno del Padre, per nove mesi, vive nel seno della Vergine! Eppure è il Figlio di Dio ed è più dell'infinito, è Dio stesso.
Egli vive nel ventre di una donna e così noi dobbiamo vivere la vita spirituale. Ci basti pensare questa cosa: siccome Dio è eterno, e Dio non può compiere un atto che finisce perché l'atto suo è un atto di eternità, ne viene che il Padre ci comunica in questo momento il suo Figlio. Vivere la vita spirituale vuol dire dunque accogliere in noi il Verbo di Dio, vuol dire accogliere in noi il Padre celeste che si comunica a noi nel Figlio suo. Io non posso sentirmi separato, dipende da me se voglio accettare o meno il Figlio di Dio, ma il Padre mi dona costantemente, in un atto unico, eterno, suo Figlio che diviene mio Figlio. Egli vive in me.
La prima cosa della vita spirituale è questa: è un atto del Padre che comunicandoci il Figlio suo, vive in noi e ci fa suoi figli. Questo atto è tutta la vita. Io lo posso vivere mentre faccio la prima colazione, lo vivo in questo momento che vi parlo, lo posso vivere quando prego più attentamente, sottraendomi ad ogni altro pensiero o ad ogni altro atto.
Ed è questo che dice la vita cristiana: siccome l'atto divino è un atto unico che dura eternamente, è necessario che la vita cristiana tenda sempre più all'unità e diventi sempre più una sola cosa, e non invece molteplicità di fatti, di devozioni, di preghiere. Noi abbiamo bisogno di una certa molteplicità perché abbiamo bisogno di risvegliarci ogni volta, però in una visione non nuova nel senso, ma nuova nella forma; allora ci risvegliamo un po', altrimenti l'abitudine fa sì che perdiamo il contatto con questa verità così grande.
Però, di fatto se l'atto del Padre è unico ed eterno, l'atto nel quale Egli genera il Figlio genera anche noi nel Figlio suo. Se questo atto è eterno, vuole dire che in ogni momento io posso accogliere Dio. Non si tratta di accogliere qualsiasi grazia, di essere più buoni, ma di accogliere Dio, Dio stesso che si comunica a noi in questo momento... domani, oggi, in ogni istante della mia vita, se cammino, se dormo, se cammino, se sto fermo, se mangio, se bevo. Sempre e comunque vivere questo atto.
È forse anche l'atto di una madre che genera il suo bambino? No, è qualche cosa di più e di molto più grande ancora, perché quello che viene generato in Maria è il Figlio di Dio che diviene sì, suo Figlio, ma rimane anche Figlio di Dio. Maria santissima è la genitrice di Dio, e la Madre di Dio. Questo Figlio di Dio che è anche Figlio di Maria, lo è pienamente, perché la Vergine santa ha vissuto una fede che supera la perfezione di fede di tutte le altre creature.
La santità di Maria dipende dalla sua fede, perché tanta è la fede dell'uomo, tanta è la capacità dell'uomo di accogliere Dio. Si tratta di accogliere Dio in ogni istante, di accogliere Dio che è l'infinito. Non avremo mai una fede così grande da poterci aprire ad accogliere in noi l'infinito, così da poter vivere pienamente la vita di Dio. Ma comunque non vivremo mai come ha vissuto Maria, perché la fede della Vergine è quello che maggiormente fa di Lei la creatura più santa di tutte le creature.
La nostra santità non è nostra, sarebbe un errore dire che la nostra santità è qualcosa di nostro, perché la prima cosa che fa Dio è togliere la proprietà: tutto è Lui, tutto deve essere Suo.
Non si tratta dunque di volere una nostra santità, si tratta di accogliere la santità di Dio, ed è quello che noi viviamo: se noi viviamo la Santa Messa, non riceviamo forse il Corpo, il Sangue, l'anima e la divinità di Cristo Signore? L'esperienza, dunque, di Dio, esige che noi in qualche modo entriamo nel mistero della vita intima di Lui, entriamo nel mistero della vita di Dio per la volontà positiva, ma infinitamente libera, di Dio che vuole comunicarsi al mondo. E Dio si comunica al mondo precisamente nel medesimo mistero nel quale il Padre si comunica al Figlio e il Figlio ritorna al Padre nell'unità dello Spirito Santo. Non c'è altro!
Tutto qui. Se poi, nell'Incarnazione, noi vogliamo capire il perché della morte di croce, la cosa è semplice, perché divenendo un solo uomo con tutti noi, Gesù deve assumere non solo la nostra natura, ma i nostri peccati, deve assumere la nostra responsabilità di peccato. Tutti i peccati del mondo si rovesciano su di Lui, non in quanto Egli pecca, ma in quanto subisce il peso di tutta la responsabilità umana che lo fa schiavo, condannato alla peggiore delle sentenze, perché la crocifissione era propria degli schiavi (san Paolo, pure condannato, non viene crocifisso, perché era cittadino romano).
Gesù è lo schiavo che si addossa tutto il peso dei peccati, ma è sempre lo stesso Figlio di Dio che, facendosi uomo, si fa uno con tutti noi ed uno con noi non può farsi che assumendo la responsabilità universale.
Però prima di parlare di Gesù parliamo appunto di questo primo atto, del primo aspetto di questa vita spirituale: è il Padre che genera il Figlio, è il Padre da cui procede lo Spirito Santo, insieme al Figlio. Ecco, la prima cosa è questa.
La vita spirituale ci riporta a vivere la generazione eterna del Figlio al Padre. La nostra vita spirituale non può essere una generazione dall'eternità perché non c'eravamo. Non può essere dunque eterna da prima, cioè non è eterna in noi perché non siamo nati all'origine, ma è eterna per il futuro... la morte non esiste! Veramente questo atto per il quale Dio si dona rimane in eterno. La morte non tocca quell'atto di Dio: noi viviamo.
Si tratta di vivere questo accogliere Dio in noi. Pensate: è Dio che dobbiamo accogliere ed in ogni istante, anche ora Egli è qui! Ogni istante può essere una comunione spirituale nella quale il Padre si comunica a noi, si dona a noi, come dice il Vangelo di Giovanni e come tante volte ripete la liturgia nella Messa: il Padre genera il Salvatore e lo Spirito Santo, dice la liturgia. Tutto qui: il Padre che ci dona il suo Figlio.

Il dono dei Figlio per la nostra vita eterna

Ci dona suo Figlio perché ci fa una cosa sola con Lui, ci dona suo Figlio perché fa sì che il Figlio che è generato da Lui venga in noi, venga in noi ad essere concepito come uomo. Ed ecco allora qui, Maria, che è una donna in carne ed ossa.
Però se anche si comunica ad una creatura già esistente, la comunicazione che fa Dio di Sé a questa creatura è la comunicazione del Figlio di Dio: ne fa una sola cosa con il Figlio di Dio, generando il figlio di Dio in Lei, per Lei. Si tratta dunque di accettare questo dono di Dio.
Ecco, vedete come è semplice la vita cristiana: è la Trinità santa che in qualche modo si riflette, non so, come uno specchio: qua c'è la realtà del Dio uno e trino, ma la realtà del Dio uno e trino si riflette nella sua luce sullo specchio della creazione, e la creazione sono io nella misura in cui la mia anima è tersa e la mia anima vive nella fede la riflessione di questa luce che viene dal Padre. Ed essa si riflette in questo specchio che è la mia anima e io divengo uno come ciò che è stato Gesù, ma in modo diverso. Divengo come il sacramento della sua presenza, perché Dio in Sé non lo conosco, Dio in Sé non lo posso vedere, ma lui si riflette in me e in me lo riconosco.
Ed è per questo, vedete, che noi se conosciamo Dio, non lo conosciamo in Sé stesso, ma lo conosciamo in Cristo Gesù. Ve lo ricordate quello che dice il prologo nel Vangelo di Giovanni?
"Iddio, nessuno lo ha mai visto, l'unigenito Figlio che è nel seno del Padre Egli ce lo ha rivelato".
Perché Lui che è infinito mistero nell'azione del Figlio incarnato nel ventre di Maria, si rende presente, perché chi è vissuto al tempo di Gesù lo ha visto e vedendo Lui ha veduto il Figlio di Dio.
La rivelazione che noi abbiamo di Dio è questa rivelazione riflessa. È Dio che in qualche modo si riflette nello specchio della creazione.
Perciò noi diveniamo, e questa è la missione del cristianesimo, la prima missione del cristianesimo, diveniamo testimoni di questa presenza, diveniamo sacramento che rivela al mondo Dio medesimo. Dio in Sé rimane puro mistero, ma Dio comunicandosi all'uomo, fa ora dell'uomo lo specchio in cui si riflette la divinità perché Dio, generandoci come figli, non distrugge la nostra natura umana, ma si manifesta nel nostro corpo mortale, si manifesta nella nostra vita umana semplice e povera, ma è sempre Lui ed è soltanto Lui.
Ecco la prima cosa che vorrei che voi meditaste: l'esperienza di Dio è l'esperienza della vita trinitaria in quanto si riflette e si comunica misteriosamente, in un certo modo, al mondo. Dobbiamo allora capire una cosa: che la vita spirituale ha principio in Dio e non in noi, nella nostra volontà, ma nella onnipotenza del Padre che, solo, agisce. È Lui che inizia la nostra vita, è per Lui che la nostra vita può proseguire, sempre in dipendenza da Dio.
È stolto pensare che noi possiamo camminare verso Dio: è Lui che ci porta, è Lui che discende fino a noi e ci unisce a Sé ed è Lui che traendoci a Sé ci solleva poi al Padre nel Cristo. Ma la cosa che vorrei che vi rimanesse è proprio questa: rendetevi conto della nostra dipendenza da Dio fin dall'inizio. Non c'è principio nell'uomo alla sua vita spirituale: il principio, l'arché, la sorgente, è il Padre celeste. Dal Padre, ricordatevi la formula che è molto semplice ed è facile da ricordare, dal Padre, per il Figlio nello Spirito Santo, Dio si comunica al mondo. Dal Padre: ecco la sorgente di tutto l'archè, ma il Padre non si può comunicare che per mezzo del Figlio e nel Figlio medesimo, nel Figlio che si fa uomo, nel Figlio che, non cessando di essere Figlio di Dio, diviene anche Figlio dell'uomo, diviene nostro fratello, diviene nostro sposo pur rimanendo Figlio di Dio. Ma il fatto che noi siamo un solo figlio c perciò riceviamo il Padre in noi e viviamo in questa unione col Padre la nostra filiazione divina, tutto questo non può avvenire che per opera dello Spirito Santo.
Perché, chi è lo Spirito Santo?
Ecco un'altra cosa che dovremmo dire: ha un nome lo Spirito Santo o non ha nome? Noi diciamo: Spirito Santo; dunque ha un nome!
Eh no, perché anche il Padre è Spirito e anche il Padre è Santo, anche il Figlio di Dio è come il Figlio e come il Padre, cioè è Spirito anche il Figlio di Dio ed è Santo anche il Figlio di Dio.
Il termine Spirito Santo è un termine generico di per sé, ormai si usa questa espressione per parlare dello Spirito Santo perché l'ha usata anche nostro Signore, però nostro Signore ha detto anche che Egli è il Paraclito, il consolatore. Il nome vero, secondo San Basilio, dello Spirito Santo sarebbe il dono. È Dio infatti che per mezzo dello Spirito Santo si dona, si riversa verso di noi. Noi non abbiamo alcun diritto di possedere Dio, ma Dio si comunica a noi nello Spirito Santo, nel dono che Egli fa di Sé stesso: questo sarebbe il dono!
Vorrei che voi vi fermaste soltanto a questa considerazione che è totalmente, come dire, comprensiva di tutto il mistero, di tutta la vita spirituale. Cioè di come nella Trinità divina il Padre è l'archè è la sorgente perché è dal Padre che è generato il Figlio ed è dal Padre per il Figlio che procede lo Spirito Santo, ma sempre dal Padre. Così anche nella vita spirituale tutto nasce dal Padre che per mezzo del Figlio che Egli ci dona, ci unisce a Sé nello Spirito Santo.

Vivere per riportare a Dio tutti i suoi doni

Perciò ritorna l'espressione che dicevo prima: dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, Dio si comunica al mondo. Si comunica a me, si comunica a voi, sempre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, ma sempre il Padre. Però, se Dio si comunica a noi, ora noi diveniamo capaci di comunicarci al Padre. Il Padre ha bisogno poiché ha donato Sé stesso nella generazione del Figlio in noi e dunque sarebbe senza il Figlio. Ma ecco ora, invece, il Padre riceve il Figlio attraverso di noi. La vita spirituale ora diventa una risposta a Dio che esige da noi Sé medesimo.
È Dio che ora esige da noi il suo Figlio ed è questo che fa la Chiesa. Ma che cosa fa realmente la Chiesa? Dona il Figlio al Padre! Senza il dono della Chiesa il Padre sarebbe senza il Figlio, cioè Dio esige da me Sé medesimo, Sé medesimo infinito!
Da te, Dio medesimo, Sé infinito reclama, da te, da ciascuno di noi! Dio infinito, Dio medesimo Sé infinito reclama! Ed ecco allora tutta la vita spirituale, Dio aspetta da noi la sua vita, aspetta da noi Sé medesimo infinito, perché avendo donato Sé stesso nella generazione del Figlio non può fare senza. E quale sarà l'atto della Chiesa? Il resto sono tutte cose importanti ma non risolvono nulla. La vita della Chiesa tutta si raccoglie nel fatto che io celebro la Messa.
Cosa è la Messa? È il dono del Figlio al Padre. È una offerta!
Se leggete il canone romano, la prima preghiera eucaristica, tante volte si parla di offrire, offrire, ma che cosa offri? Il pane e il vino? Ma che cosa se ne fa nostro Signore? Scusatemi tanto!
No, da te Dio vuole Sé stesso, non può volere che Sé stesso. Dio, d'altra parte, non è che questa volontà di essere Lui, perciò tutta la volontà di Dio di essere Sé medesimo ora, diviene esigenza con la quale Egli chiede a te il suo Figlio. "Tutti i doni che mi hai donato, ecco io li riporto a Te, li dono a Te". E i doni sono uno solo, il Figlio di Dio! È per questo che noi dobbiamo essere il Figlio perché se non siamo il Figlio, Dio non sa di che farsene di noi! Ma se noi siamo una sola cosa col Figlio, un solo corpo, un solo spirito con Lui, il Padre non può fare a meno del nostro dono perché è quasi attraverso di noi che il Padre riceve sé Stesso.

U.S.F.P.V.

© Divo Barsotti

sant'Atanasio. Luce, splendore e grazia della Trinità

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Dalle «Lettere» di sant'Atanasio, vescovo (Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26, 594-595. 599)

Non sarebbe cosa inutile ricercare l'antica tradizione, la dottrina e la fede della Chiesa cattolica, quella s'intende che il Signore ci ha insegnato, che gli apostoli hanno predicato, che i padri hanno conservato. Su di essa infatti si fonda la Chiesa, dalla quale, se qualcuno si sarà allontanato, per nessuna ragione potrà essere cristiano, né venir chiamato tale.
La nostra fede é questa: la Trinità santa e perfetta é quella che é distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma é tutta potenza creatrice e forza operativa. Una é la sua natura, identica a se stessa. Uno é il principio attivo e una l'operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, é mantenuta intatta l'unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio che é al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed é in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). E' al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.
L'apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo é lo Spirito; e vi sono diversità di ministeri, ma uno solo é il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo é Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6).
Quelle cose infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli, sono date dal Padre per mezzo del Verbo. In verità tutte le cose che sono del Padre sono pure del Figlio. Onde quelle cose che sono concesse dal Figlio nello Spirito sono veri doni del Padre. Parimenti quando lo Spirito é in noi, é anche in noi il Verbo dal quale lo riceviamo, e nel Verbo vi é anche il Padre, e così si realizza quanto é detto: «Verremo io e il Padre e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Dove infatti vi é la luce, là vi é anche lo splendore; e dove vi é lo splendore, ivi c'è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia.
Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia é il dono che viene dato nella Trinità, é concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.

SS. TRINITA’, ANNO A

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Mio Dio, Trinità che adoro,
aiutami a dimenticarmi completamente,
per fissarmi in Te,
immobile e tranquilla,
come se la mia anima fosse già nell'eternità.

Elisabetta della Trinità




Giovanni Paolo II. Trinità in missione. Famiglia in missione

Sant'Agostino. De Trinitate. Testo completo



CATECHISMO

Catechismo della Chiesa Cattolica. SS. Trinità



COMMENTI

Ratzinger - Benedetto XVI. "Trinità: comunione di luce e di amore!"

Giovanni Paolo II. Angelus, catechesi e omelie sulla SS. Trinità

P. R. Cantalamessa: Un mistero vicino, Domenica della Trinità

Dom Prosper Guéranger. FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ



COMMENTI PATRISTICI

SS TRINITA’. ANTOLOGIA PATRISTICA

Gregorio Nazianzeno. Il mistero della Santissima Trinità

Sant'Agostino. De Trinitate. Testo completo

San Tommaso. La Trinità

Riccardo di San Vittore. Dal "Trattato sulla Trinità"

San Girolamo. Dal "Commento al salmo 14"

Dalla "Esposizione della predicazione apostolica" di sant'Ireneo di Lione

Autori Medioevali della SS Trinita



ARTE E LITURGIA

Splendide immagini della Trinità

La Trinità. Lettura del dipinto di Masaccio

L'icona della SS: Trinità

SS. TRINITA’ NELL'ARTE



TEOLOGIA


San Tommaso. La Trinità

ESSERE FINITO ED ETERNO: L'UOMO COME IMMAGINE DELLA TRINITA', NELLA CONCEZIONE DI EDITH STEIN



SANTI E TESTIMONI

B. Elisabetta della Trinità. ELEVAZIONE ALLA SANTISSIMA TRINITA’

Santa Faustina Kowalska; Sulla Trinità

S. Teresa di Gesù Bambino. Sulla Trinità

S. Giovanni della Croce. Sulla Trinità

S. Teresa d'Avila. Sulla Trinità


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Ratzinger - Benedetto XVI. "Trinità: comunione di luce e di amore!"

http://www.restaurofilippolippi.it/images_archivio/pesellinoTrinita.jpg


ANGELUS

Piazza San Pietro
Solennità della Santissima Trinità
Domenica, 11 giugno 2006

"Trinità: comunione di luce e di amore!"

Cari fratelli e sorelle!

In questa domenica che segue la Pentecoste celebriamo la solennità della Santissima Trinità. Grazie allo Spirito Santo, che aiuta a comprendere le parole di Gesù e guida alla verità tutta intera (cfr Gv 14,26; 16,13), i credenti possono conoscere, per così dire, l’intimità di Dio stesso, scoprendo che Egli non è solitudine infinita, ma comunione di luce e di amore, vita donata e ricevuta in un eterno dialogo tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo – Amante, Amato e Amore, per riecheggiare sant’Agostino. In questo mondo nessuno può vedere Dio, ma Egli stesso si è fatto conoscere così che, con l’apostolo Giovanni, possiamo affermare: "Dio è amore" (1 Gv 4,8.16), "noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto" (Enc. Deus caritas est, 1; cfr 1 Gv 4,16). Chi incontra il Cristo ed entra con Lui in un rapporto di amicizia, accoglie la stessa Comunione trinitaria nella propria anima, secondo la promessa di Gesù ai discepoli: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).

Tutto l’universo, per chi ha fede, parla di Dio Uno e Trino. Dagli spazi interstellari fino alle particelle microscopiche, tutto ciò che esiste rimanda ad un Essere che si comunica nella molteplicità e varietà degli elementi, come in un’immensa sinfonia. Tutti gli esseri sono ordinati secondo un dinamismo armonico che possiamo analogicamente chiamare "amore". Ma solo nella persona umana, libera e ragionevole, questo dinamismo diventa spirituale, diventa amore responsabile, come risposta a Dio e al prossimo in un dono sincero di sé. In questo amore l’essere umano trova la sua verità e la sua felicità. Tra le diverse analogie dell’ineffabile mistero di Dio Uno e Trino che i credenti sono in grado di intravedere, vorrei citare quella della famiglia. Essa è chiamata ad essere una comunità di amore e di vita, nella quale le diversità devono concorrere a formare una "parabola di comunione".

Capolavoro della Santissima Trinità, tra tutte le creature, è la Vergine Maria: nel suo cuore umile e pieno di fede Dio si è preparato una degna dimora, per portare a compimento il mistero della salvezza. L’Amore divino ha trovato in Lei corrispondenza perfetta e nel suo grembo il Figlio Unigenito si è fatto uomo. Con fiducia filiale rivolgiamoci a Maria, perché, con il suo aiuto, possiamo progredire nell’amore e fare della nostra vita un canto di lode al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.

La Trinità. Lettura del dipinto di Masaccio




Come ormai siamo soliti fare, ci accostiamo a questo grande mistero della fede cristiana passando per la porta delle arti figurative, in specifico attraverso l'opera di Masaccio.
Nato nel 1401 a San Giovanni Valdarno, muore prima di compiere i ventisette anni a Roma, nell'autunno del 1428.
Lavora per un periodo di circa dieci anni "compiendo, - come afferma Carlo Argan -, nella storia della pittura una rivoluzione che non ha precedenti se non in Giotto".
Secondo la tradizione è discepolo di Masolino, col quale a più riprese collabora ("Madonna con S. Anna", Cappella Brancacci, ecc.), ma alla sua formazione contribuiscono in maniera determinante Donatello e il Brunelleschi.
L'influenza di quest'ultimo è evidente proprio nell'opera che ci accingiamo a considerare, cioè la "Trinità" di S. Maria Novella. Guardando questo capolavoro infatti una cosa che balza immediatamente agli occhi è il fatto che i personaggi sono tutti inseriti in un complesso architettonico assai pronunciato, di chiara matrice brunelleschiana. Alcuni critici sostengono vi sia stato l'intervento diretto dell'architetto nel misurare, trascrivere, segnare, incidere sull'intonaco fresco le linee che compongono il saggio strutturale; non è possibile affermare con certezza che sia stato proprio così, tuttavia il rifarsi di Masaccio al criterio architettonico del Brunelleschi è innegabile. Questo poi per precisa scelta, per una sorta di coerenza al significato concettuale dell'affresco. La composizione infatti è rigorosamente inscritta in un triangolo che parte dal Padre, passa da un lato per Maria Addolorata e per S. Giovanni Evangelista dall'altra, e va a terminare sui due personaggi più esterni, da molti ritenuti i commissionanti dell'opera. La Trinità è notoriamente simboleggiata dalla figura geometrica del triangolo. Restare nel campo del simbolo, cosa quanto mai cara ai pittori trecenteschi, a Masaccio non è però sufficiente. Per questo artista infatti la Trinità è un dogma, ma non esiste dogma senza rivelazione; ancora, non c'è rivelazione senza storia e non c'è storia senza forma. Dunque il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono figure reali, storiche, che proprio per la loro concretezza di necessità debbono occupare uno spazio; tale spazio non può non essere anch'esso vero, concreto, in un certo qual modo "storico", esattamente come il dogma: per Masaccio nulla realizza in maniera migliore questa idea dell'architettura brunelleschiana con il suo straordinario spazio prospettico.
Quale il volto della Trinità?

All'interno di questo spazio sono collocate le tre persone divine, rappresentate anch'esse con realismo, con estrema concretezza storica. A essere resa in maniera plastica infatti non è un'"idea", ma un fatto, un accadimento molto preciso che della Trinità ha rivelato l'essenza, il vero volto: la crocifissione di Gesù di Nazaret, vero uomo e vero Dio, seconda persona della SS. Trinità.
Afferma il teologo J. Moltmann che se vogliamo sapere chi è Dio dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce.
La Croce infatti è il criterio e la prova suprema, il luogo dove apprendiamo la verità di Dio immersa nel silenzio: "Dio è amore", dice S. Giovanni (1Gv 4,8), è donare la vita: "Non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13) afferma sempre l'Apostolo.
Ebbene, il messaggio che Masaccio ha voluto trasmetterci rappresentando la Trinità mediante l'immagine del legno della Croce dal quale pende, abbandonato nell'infinito dolore e nell'infinita solitudine del silenzio della morte, il Figlio, tenuto fra le braccia dal Padre, mentre la colomba dello Spirito unisce e separa l'Abbandonante e l'Abbandonato, è quello della storia dell'amore che Dio ha scritto per noi nella Croce del Figlio. Il Crocifisso che muore abbandonato non è l'ennesimo povero che rantola nell'agonia del dolore umano: egli è uno che muore fra le braccia di Dio. La sua è una vera "morte in Dio" ("Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito", dice Gesù in croce).
La Trinità divina qui è profondamente coinvolta nel suo mistero di Padre, di Figlio e di Spirito.
Sulla Croce infatti si offre innanzitutto il Figlio: la Croce è la "follia" dell'amore del Figlio che si compromette con noi, con la nostra storia, fin nelle pieghe più intime, vivendo, partecipando, condividendo, assumendo tutti i dolori, finanche al più radicale, quello della morte. La Croce è la storia del Figlio che, soffrendo, ci ha rivelato il suo infinito amore, come bene dice S. Paolo: "Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,20).
Il Figlio però viene consegnato alla morte da Dio, suo Padre. E' il Padre infatti che tiene fra le braccia il legno della vergogna, l'albero dell'abbandono. Dice S. Paolo: "Dio non ha risparmiato suo Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi" (Rm 8,32). Gli fa eco S. Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi il suo Figlio unigenito" (1Gv 3,16). Il Padre non è impassibile: soffre anch'egli per amore nostro. Come afferma il S. Padre nella sua Enciclica "Dominum et vivificantem", il Padre è capace di infinito amore proprio perché è capace di infinito dolore. D'altro canto già S. Giovanni scriveva: "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati". (1Gv 4,9-10).
Infine anche lo Spirito è presente nell'ora della Croce: dice S. Giovanni di Gesù in croce: "Chinato il capo, consegnò lo Spirito" (Gv 19,30). Meglio si comprende questo passo se lo si legge tenendo come sfondo l'Antico testamento. Quando Israele va in esilio, Dio ritira il suo Spirito dal popolo eletto; esilio dunque equivale ad assenza dello Spirito. Quando Israele torna nella terra della promessa di Dio, che è la sua patria, Dio effonde il suo spirito su ogni carne e tutti profetizzano. Le profezie di Ezechiele 36, di Geremia 31 e di Gioele 3 si realizzano nel giorno di Pentecoste. Se l'esilio perciò è la dolorosa assenza dello Spirito, la patria è l'effusione di Lui che entra nel nostro cuore, nella nostra vita. Sulla Croce, consegnando lo Spirito, Gesù entra perciò nell'esilio dei "senza Dio", dei "maledetti da Dio", ma per noi, come afferma S. Paolo: "Dio lo trattò da peccato in nostro favore" (2Cor 5,21) e "Cristo è diventato maledizione per noi" (Gal 3,13). Ciò significa che ormai non c'è più situazione umana di dolore, di miseria, di morte in cui la creatura umana può sentirsi abbandonata da Dio. Se il Padre infatti ha tenuto tra le braccia l'Abbandonato, terrà tra le braccia ogni uomo, qualunque sia la storia di peccato, di dolore e di morte dalla quale proviene, come dice il salmista: "Ti ho preso fra le mie braccia" (Ps 131,2).
Lo Spirito consegnato da Gesù il Venerdì Santo raggiunge l'uomo il giorno di Pasqua: è in virtù di questo dono che noi possiamo entrare nel cuore di Dio e il mondo intero è chiamato a diventare "Patria di Dio", fino a quando il Figlio consegnerà ogni cosa al Padre e Dio, come dice S. Paolo, sarà "tutto in tutti" (1Cor 15,28).

Ma cosa dice a noi questa sia pur breve contemplazione dell'amore trinitario, fatta ai piedi della Croce nella luce pasquale?
Certamente dice che l'amore nasce sempre dall'alto, da Dio, perché è Lui che per primo ci ha amati, come afferma S. Giovanni. Noi perciò impariamo ad amare soltanto lasciandoci amare, facendo spazio, nel silenzio, alla vita, ascoltando in profondo il dono di Dio, vivendo la lode di Dio, che è l'accoglienza del Suo Amore, in rendimento di grazie.
La dimensione contemplativa ed eucaristica della vita è la prima vera scuola dell'amore, il fondamento di ogni vero incontro con la Trinità d'amore.
L'amore viene da Dio e, come dice S. Giovanni, solo chi ama è nato da Dio e conosce Dio; ma chi incontra Dio Amore e fa esperienza di Lui non può non cominciare ad amare a sua volta, nell'umile concretezza dei piccoli gesti quotidiani. Nei silenziosi gesti dell'amore perciò si riflette l'eterna storia dell'amore divino e si anticipa la parola senza parole della gioia della Patria, come scrive S. Agostino nel "De Trinitate": "Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole, che diciamo senza giungere a te; tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un unico slancio, divenuti anche noi una sola cosa in te".

Per concludere… in preghiera…

C'è chi della contemplazione del mistero della Trinità e dell'esperienza dell'inabitazione di essa nella propria anima ha fatto il fulcro di tutta la sua esistenza. Una di esse è la Beata Elisabetta della Trinità, Carmelitana Scalza nel monastero di Digione, in Francia, nata nel 1880 e morta nel 1906.
Dopo un momento di intensa preghiera, il 21 novembre 1904, scrive di getto una preghiera, nota come "Elevazione", sintesi di tutta la sua spiritualità. E' il dono-augurio che ci scambiamo in questa festa così bella, ma forse, almeno in Occidente, ancora così trascurata.

"O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per dimorare in Te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell'eternità! Che niente possa turbare la mia pace o farmi uscire da Te, mio Immutabile, ma che ogni istante mi conduca più addentro nella profondità del Tuo mistero.
Pacifica la mia anima, fa' di lei il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo; che io non Ti lasci lì solo, mai, ma che sia là tutta intera, completamente risvegliata nella mia fede, tutta adorante, tutta abbandonata alla tua azione creatrice.
O Cristo mio amato, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo Cuore; vorrei coprirti di gloria; vorrei amarti... fino a morirne! Ma sento la mia impotenza e ti chiedo di rivestirmi di Te stesso, di identificare la mia anima a tutti i movimenti della Tua Anima, di sommergermi, di invadermi, di sostituire Te a me, affinché la mia vita non sia più che una irradiazione della Tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Redentore, come Salvatore.
O Verbo eterno. Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarTi; voglio farmi del tutto docile per imparare tutto da Te; poi, attraverso tutte le notti e ogni forma di vuoto o di impotenza, voglio fissare sempre Te e dimorare sotto la tua grande luce. O mio Astro amato, incantami, così che io non possa più uscire dal tuo vivo splendore.
O Fuoco che "consumi", Spirito d'amore, vieni sopra di me affinché si realizzi in me come una incarnazione del Verbo; che io Gli sia una umanità aggiunta, nella quale Egli possa rinnovare tutto il suo Mistero.
E tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, coprila con la tua ombra e non vedere in lei che il Figlio amato nel quale hai posto tutta la tua compiacenza.
O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Infinita solitudine, Immensità in cui mi perdo, io m'abbandono a voi come una preda. Seppellitevi in me, affinché io mi seppellisca in Voi, nell'attesa di poter contemplare, nella vostra stessa luce l'abissale vostra grandezza".

Santa Faustina Kowalska; Sulla Trinità

Un certo momento la presenza di Dio penetrò in tutto il mio essere. La mia mente venne singolarmente illuminata in modo da conoscere la Sua Essenza; Dio mi fece conoscere la Sua vita interiore. Vidi in ispirito le Tre Persone Divine, ma la loro Essenza è unica. Egli è Solo, Uno, Unico, ma in Tre Persone, ognuna delle quali non è più piccola né più grande; non c'è fra Loro differenza né in bellezza né in santità, poiché sono Uno. Uno, sono assolutamente Uno. il Suo amore mi ha portato a questa conoscenza e mi ha unito a Sé. Quando ero unita con una, ero unita anche con la seconda e con la terza, poiché quando ci uniamo con una, per ciò stesso ci uniamo anche con le altre due Persone, così come lo siamo con una. Una è la Loro volontà, Uno Dio, benché Trino nelle Persone. Quando Una delle Tre Persone si dona ad un'anima, in forza dell'unica volontà, è unita con le Tre Persone ed è inondata di felicità, che proviene dalla Santissima Trinità. Di tale felicità si nutrono i Santi. La felicità che scaturisce dalla SS.ma Trinità rende felice tutto il creato, fa sgorgare la vita, che vivifica ed anima ogni essere che ha inizio da Lui. In quei momenti la mia anima ha provato delizie divine così intense, che mi è difficile esprimere.

Dalla "Esposizione della predicazione apostolica" di sant'Ireneo di Lione

Démonstration de la prédication apostolique, 6-8.41. SC 62, 38-43.96-97.

Ecco l'ordine della nostra fede, il fondamento dell'edificio e la base della nostra condotta. Dio Padre, increato, incircoscritto, invisibile, unico Dio, creatore dell'universo. Tale è il primo e principale articolo della nostra fede. Il secondo è: il Verbo di Dio, Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro Signore, è apparso ai profeti secondo il disegno della loro profezia e secondo il modo disposto dal Padre; per suo mezzo è stato creato l'universo. Inoltre alla fine dei tempi per ricapitolare tutte le cose si è fatto uomo tra gli uomini, visibile e tangibile, per debellare la morte, far risplendere la vita e ristabilire la comunione di Dio e dell'uomo.

Il terzo articolo della nostra fede è lo Spirito Santo. Per virtù dello Spirito i profeti hanno pronunciato le loro profezie, i padri hanno appreso ciò che riguarda Dio e i giusti sono stati condotti per la via della giustizia; alla fine dei tempi lo Spirito è stato diffuso in modo nuovo sull'umanità per tutta la terra rinnovando l'uomo per Dio.

Il battesimo, che ci fa nascere di nuovo, passa attraverso questi tre articoli e ci consente di rinascere a Dio Padre tramite suo Figlio e nello Spirito Santo. Perciò coloro che portano lo Spirito di Dio sono condotti al Verbo, cioè al Figlio, che li accoglie e li presenta al Padre e il Padre dona loro l'incorruttibilità. Senza lo Spirito Santo non si può vedere il Verbo di Dio e senza il Figlio nessuno può accostarsi al Padre, perché il Figlio è la conoscenza del Padre e la conoscenza del Figlio avviene tramite lo Spirito Santo. Ma il Figlio, secondo la benevolenza del Padre, dispensa come ministro lo Spirito a chi vuole e come il Padre vuole.

Lo Spirito chiama il Padre Altissimo, Onnipotente, e Signore degli eserciti per insegnarci che tale è Dio, cioè creatore del cielo della terra e di tutto l'universo, creatore degli angeli e degli uomini, Signore di tutti. Per mezzo di lui tutto esiste ed è mantenuto in vita; egli è misericordioso, compassionevole, pieno di tenerezza, buono, giusto, Dio di tutti, dei Giudei, dei pagani e dei credenti.

Di questi è Padre, perché alla fine dei tempi ha aperto il testamento dell'adozione filiale; dei Giudei invece è Signore e legislatore, perché quando nei tempi intermedi quegli uomini dimenticarono Dio allontanandosi e ribellandosi a lui, li ricondusse all'obbedienza mediante la legge, affinché imparassero che avevano un Signore che è creatore; a lui che dona il soffio vitale dobbiamo prestare culto giorno e notte; dei pagani poi è creatore e signore onnipotente.

Gli apostoli, con la potenza dello Spirito Santo mandati per tutta la terra, realizzarono la chiamata dei pagani additando agli uomini la via di Dio per stornarli dagli idoli, dalla fornicazione e dall'avarizia. Purificarono le loro anime e i loro corpi col battesimo d'acqua e di Spirito Santo, distribuendo e somministrando ai credenti questo Spirito Santo, che avevano ricevuto dal Signore. Così istituirono e fondarono le chiese.

Con la fede, la carità e la speranza gli apostoli attuarono la chiamata dei pagani, che già i profeti avevano preannunziata come loro rivolta secondo la misericordia di Dio; e gli apostoli manifestarono questa chiamata con il loro ministero, accogliendoli nella promessa fatta ai patriarchi.

A coloro che crederanno e ameranno Dio, in cambio della santità, della giustizia e della pazienza, il Dio di tutti accorderà, mediante la risurrezione dei morti, la vita eterna per merito di colui che è morto e risuscitato, Gesù Cristo. A lui Dio ha dato il dominio su tutti gli esseri della terra, l'autorità sui vivi e sui morti, e il giudizio finale.