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Ratzinger - Benedetto XVI. san Pietro, far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato.

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CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO, 29.06.2008

Nella Basilica Vaticana, alle ore 9.30 di oggi, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il Santo Padre Benedetto XVI celebra l’Eucaristia con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I. Concelebrano con il Santo Padre i nuovi Arcivescovi Metropoliti, ai quali il Pontefice imporrà il sacro Pallio.
Il Patriarca Ecumenico è accolto dal Santo Padre sul sagrato della Basilica. Quindi entrano insieme in San Pietro. Rivestiti i paramenti, processionalmente si avviano all’Altare, preceduti dal Diacono ortodosso e dal Diacono latino che portano il Libro dei Vangeli.
Nel corso della Santa Messa, dopo la lettura del Vangelo proclamato in latino e in greco, il Santo Padre presenta il Patriarca Ecumenico all’assemblea, quindi il Patriarca e poi il Santo Padre stesso tengono l’omelia.
Insieme il Papa e il Patriarca recitano poi la professione di fede, il Simbolo Niceno Costantinopolitano nella lingua originale greca, secondo l’uso liturgico delle Chiese bizantine.
Dopo la preghiera dei fedeli, il Santo Padre benedice e impone i Palli, presi dalla Confessione di San Pietro, a 40 Arcivescovi Metropoliti. Altri due Arcivescovi riceveranno il Pallio nella loro sede metropolitana.
Al termine della Celebrazione eucaristica, il Papa e il Patriarca benedicono insieme l’assemblea.
Riportiamo di seguito le parole di introduzione del Santo Padre all’omelia del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, il testo dell’omelia del Patriarca e quello dell’omelia di Papa Benedetto XVI
:

INTRODUZIONE DEL SANTO PADRE ALL’OMELIA DEL PATRIARCA

Fratelli e Sorelle,

la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest’anno, per la coincidenza con l’apertura dell’"Anno Paolino", è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’"unitatis redintegratio", il giorno della piena comunione tra noi.
Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con ciò un segno della volontà di intensificare il cammino verso la piena unità tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santità il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perché ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore.

OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Santità,

avendo ancora viva la gioia e l’emozione della personale e benedetta partecipazione di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi "con passo esultante", dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi "con la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo" (Rom. 15,29), restituendo l’onore e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente, "i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore", i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo - queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città, - hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della spada, santificandola.
Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santità, desiderato Fratello, augurando dal cuore "a quanti sono in Roma amati da Dio" (Rom. 1,7), di godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza "ferventi nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rom. 12, 11-12).
In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dall’anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente l’uguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l’Oriente li onora abitualmente anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo.
Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.
Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese "in fede, verità e amore", grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.

Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra Santità non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.

Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, "Anno dell’Apostolo Paolo", così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nell’ambito delle relative manifestazioni per l’anniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della attività evangelica dell’Apostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dell’Asia Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata "Buoni Porti". Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.
E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte Santo e lo supplichiamo, affinché per l’intercessione dei suoi Protocorifei Apostoli, doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù "l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo" nel "legame della pace" e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Santità e Delegati fraterni,
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!


Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea», secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità.

Per il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini.

In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio.

Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli.

Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato.

Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma.

Mediante la più importante delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dell’intero suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti: Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo allora noto. In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce un’eccezione. Lì egli trova una Chiesa della cui fede parla il mondo. L’andare a Roma fa parte dell’universalità della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti – di fondare la Chiesa cattolica, universale. L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dell’incontro nell’unica fede.

Ma perché Pietro è andato a Roma?

Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli Apostoli descrivono come tappa decisiva per l’ingresso del Vangelo nel mondo dei pagani l’episodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino, va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At 10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa un intercessore per la Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (Gal 2,8). Ma questa assegnazione poteva essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte all’ulteriore sviluppo, i Dodici riconobbero l’ora in cui anch’essi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo l’ordine di Dio, per primo aveva aperto la porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma sottolinea – come abbiamo visto – tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la parola «catholica».

Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli.

Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore.

Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.

Cari Confratelli nell’Episcopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro, mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge di Cristo, che voi presiedete.

Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nell’incarnazione Egli ha preso tutti noi – la pecorella «uomo» – sulle sue spalle.

Egli, la Parola eterna, il vero Pastore dell’umanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono? Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dell’invio di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega l’ordine: «Pasci le mie pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più d’amore che Egli si aspetta dal Pastore.

Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi.

Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli qualifica se stesso synpresbýteros – con-presbitero (5,1). Questa formula contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro.

Ma questo "con" ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il "noi" dei Pastori fa parte dell’essere Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo.

E infine, questo "con" rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una, catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua santità.

Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella.

Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo versetto Paolo usa le parole «leitourgós» - liturgo e «hierourgeō» – amministrare da sacerdote: egli parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo.

Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

IL PRIMATO DI PIETRO SULL'OCCIDENTE E IL PIANO DELLA PROVVIDENZA.

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Dopo Antiochia Pietro arriva a Corinto dove pare già ci fosse una comunità cristiana all'arrivo di San Paolo e dove incontrerà i coniugi Aquila e Priscilla provenienti da Roma con sulle spalle una formazione cristiana e scritturistiaca non indifferente dato che riescono a insegnare ad Apollo il retto modo di interpretare le scritture e ad essere dei validi collaboratori di Paolo in Asia.
Essi risentono della formazione della Chiesa romana con Pietro a capo, il quale ,secondo la tradizione si riuniva proprio nella casa dei due coniugi per le assemblee liturgiche a Roma e una delle 21 Chiese Titolari nasce ancora oggi sulla casa dei due coniugi (Santa Prisca).
Sono loro che informano Paolo dello stato delle cose in Italia e del grande successo dell'apostolato di Pietro a Roma per cui Paolo nella sua Lettera ai Romani si mostra molto informato.
Se a Roma la comunità giudaica cristiana sotto Claudio era in subbuglio ,ciò dipendeva dal conflitto che il messaggio di Pietro aveva provocato e la lotta tra gli israeliti che avevano accettato il vangelo e quelli che lo rifiutavano ritenendo che questo nuovo insegnamento fosse contrario alla legge di Mosè.
Proprio come succedeva nelle comunità dell'Acaia e a Filippi dove operava Paolo ,che fu arrestato sotto istigazione dei Giudei.
Gli Apostoli andavano a predicare innanzitutto nelle sinagoghe ,dove erano esistenti nelle città pagane , oppure si informavano dove fossero i luoghi di preghiera il sabato ,spesso nascenti fuori città e in prossimità di un fiume per la purificazione e lì parlavano agli israeliti che Gesù è il Cristo.
San Pietro fu il primo ad aprire la porta del battesimo ai pagani dopo l'episodio del centurione Cornelio ,episodio sul quale San Paolo che in quel perodo era in ritiro a Tarso e ancora non iniziava il ministero ,rifletterà profondamente .
Se un giudeo entrava nella casa di un pagano veniva contaminato e perciò aveva bisogno di lavarsi e purificarsi ,ecco che nelle città pagane i giudei preferiscono luoghi dove c'era l'acqua a portata di mano.
Quando Paolo inizia il primo viaggio, Pietro si trova ad Antiochia e non può più avvicinarsi a Gerusalemme ,ivi rimane Giacomo "fratello del Signore" alla guida di quella comunità formata quasi esclusivamente da ebreo-cristiani che non avevano problemi di rapporti sociali quotidiani con i pagani.
Successivamente in seguito a ispirazione Pietro si sposta attraverso alcune città greche tra cui Corinto in occidente e sbarca in Puglia anche se affronta sotto le coste pugliesi un naufragio che però non lo porta verso Malta come nel caso di Paolo.
Porta d'obbligo verso l'oriente, allora come oggi, era e rimane la Puglia, e Pietro in cammino verso Roma la percorre tappa dopo tappa predicando e fermandosi secondo le necessità delle varie comunità nascenti.
Egli ha percorso la via via Appia-Traiana discostandosi solo per raggiungere alcune località più consistenti della Puglia greco-romana.
Quindi la Puglia è stata la prima terra ad avere delle comunità cristiane formate da giudeo-cristiani con dei vescovi a capo e la tradizione dice che ne creò circa settanta solo in Puglia, ma questa regione in alcuni periodi , nominalmente si estendeva fino in Sicilia .
L'Italia non ha conosciuto nessun altro Apostolo come missionario e fondatore di comunità cristiane se non Pietro.
Non c'è alcuna traccia che San Paolo abbia mai fondato una sola comunità in occidente anche se lo abbia desiderato molto ,lui l'apostolo dei gentili!
Il suo desiderio apostolico di andare in Spagna non ha mai avuto attuazione in quanto non c'è alcuna traccia nelle tradizioni locali in Spagna , come invece ne ha a iosa Pietro in Puglia e in Italia.
Sarà la Provvidenza stessa a bloccare l'impazienza dell'apostolo che tante volte ha desiderato venire a Roma.
Egli avrebbe costruito sul fondamento di un'altro Apostolo e la sua missione si sarebbe confusa con quella , per questo ne sarà più volte impedito di venire , perchè se nell'Illiria il suo lavoro era ormai completato (Rom.15.), in Italia tutto era pure completato per opera di Pietro , perciò il viaggio di Paolo non ripercorrerà la stessa strada di Pietro attraverso la Puglia dove era diretta la nave se non ci fosse stato il naufragio senza la provvidenziale tempesta che l'ha sospinta verso Malta.
La Provvidenza ha voluto che l'opera e l'apostolato dei due testimoni prescelti non fosse confusa ,cosa che noi oggi abbiamo fatto tranquillamente.Infatti ancora oggi si legge di esperti biblisti che ancora parlano di Paolo fondatore di comunita'cristiane in occidente come in oriente, ma come prendere in seria considerazione questi tali che dimostrano di non avere mai letto personalmente una sola volta la Lettera ai Romani , ma soltanto studi di critica alla lettera ai Romani ? L'apostolato di Pietro in Italia ha avuto un successo superiore a quello di Paolo sia per l'autorita' riconosciuta dell'Apostolo e sia perché, al contrario che in Asia minore , le comunità ebraiche erano meno consistenti che in Italia e gli ebrei erano gli unici che con la legge potevano opporre un bagaglio culturale di tutto rispetto alla dottrina di Pietro.In seguito il paganesimo cercherà di reagire con lo stoicismo e con Plotino, ma senza successo perché era ormai troppo tardi.
Ma già sotto Claudio la nuova dottrina professata soprattutto da giudeo-cristiani si era allargata in Italia a macchie di leopardo a tal punto che Claudio avverte l'urgenza e la necessità di fare un editto di allontanamento contro i giudei riguardante l'Italia intera e non solo Roma . Egli ancora non conosceva la distinzione tra giudei e cristiani .Era un editto soprattutto rivolto contro ebreo-cristiani convertiti e a nulla servirà questa misura transitoria ; in seguito si farà ricorso alle persecuzioni per tentare di bloccare la diffusione del cristianesimo.
In tutta l'Italia meridionale tante piccole comunità cristiane per lo più fondate da Pietro o promosse dai suoi collaboratori e da San Marco, ormai non si contavano piu'.
Se si collegassero tante leggende e tradizioni locali, ancora esistenti ,ma ognuna indipendente dall'altra, che hanno al centro sempre Pietro ,a quest'ora sarebbero già diventate storia .
Collegando tra loro queste tradizioni e pie leggende di cui ognuna ignora l'altra ,ne verrebbe fuori una vera e proprio storia con basi scientifiche e testimonianze dimostrabili .
Era nei piani della Provvidenza la distinzione tra oriente ed occidente avvenuta fin dai tempi apostolici ,ma non la separazione che ne hanno fatto successivamente.
Il carattere del Primato di Pietro sull'Oriente era un pò diverso da quello sulle comunità da lui fondate in Occidente ; il primato di Pietro è e sarà in Oriente soprattutto dottrinale.
Basti pensare con quale autorità Papa Gelasio ( IV secolo)si rivolge alle diocesi e ai vescovi pugliesi che egli sa di sua giurisdizione , mentre un ' autorità pastorale ben diversa avrebbe avuto sulle comunità occidentali non risalenti alla sua diretta autorità e tradizione di fondazione.
Nel VII secolo un Imperatore bizantino tenterà di interrompere per sempre con la forza delle armi anche questo primato dottrinale di Pietro sull'Oriente che non fu mai messo in discussione prima.
Da allora e anche prima i Papi incominciarono a favorire e auspicare la politica dei Franchi che avrebbe loro permesso una maggiore autonomia e libertà nei confronti dell'Oriente e degli stessi Longobardi , in parte ariani ,che il Papa aveva in casa .Roma con piu' decisione si rivolgera' ai "barbari" d'Europa.
I Longobardi infatti si erano appropriati di molte diocesi in Italia stabilendo loro vescovi ,cosa che non poteva andare a genio a Roma,che reagì con una politica antiariana e filofrancese.



Mistero e ministero degli apostoli

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COMMENTO di don Romeo Maggioni - tratto dal sito Giubileo 2000

Parola del Signore Dai tempi di Gesù, è sempre stato difficile predicare il vangelo autentico. Fin dai tempi di Geremia è un rischio fare il profeta. Se spesso ricordiamo con ammirazione la Chiesa dei martiri, non si dimentichi che oggi più di ieri ci sono dei martiri…! La presenza dei cristiani dà fastidio perché la loro condotta è un giudizio severo sui prepotenti e la loro azione diviene dirompente contro ogni signoria che non sia quella di Cristo.
Oggi il vangelo ci ripete: “Non abbiate paura..!”, e ci esorta ad un’appassionata confessione di Cristo, senza vergognarci di Lui.

1) NON ABBIATE PAURA

Tre sono i motivi che rendono il cristiano missionario coraggioso e fiducioso del vangelo. Il primo sta nella certezza sicura del successo finale del messaggio di Cristo e del suo Regno: quello che oggi appare nascosto e povero, dovrà essere manifestato e si imporrà alla fine a tutti come realtà unica e vincente. “Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. “Il Regno dei cieli è simile a un granello di senape. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami” (Mt 13,31-32). Coraggio! Anche se si vuol chiudere i cristiani in sacrestia (“vi dico nelle tenebre”), non scoraggiamoci, non mimetizziamoci, predichiamo il vangelo apertamente (“dalle terrazze”), davanti a tutti. Diceva Carlo de Foucauld: “gridiamo il vangelo con tutta la vita”!
Il secondo motivo di coraggio sta nel fatto che gli uomini possono accanirsi contro la vita del corpo, ma non hanno alcun potere sulla vera vita, quella che si fonda su Dio e avrà in Lui il suo compimento. “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo”. L’unica paura da avere è di perdere l’anima, di perdere la fede, di perdere la vita eterna. Quanti genitori oggi sono preoccupati della salute fisica o della scuola, ... e non hanno trepidazione e paura per la perdita della fede dei loro figli...! Quante campagne televisive si fanno sul degrado dell’ambiente, ma nessuna sul degrado morale, l’indifferenza e l’ateismo che invadono sempre più la nostra cultura!
Terzo motivo di fiducia: Dio non può abbandonare chi si spende per Lui, Lui che si cura persino delle cose più semplici. “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. La Provvidenza di Dio sa e guida ogni cosa; e non in un modo generico, ma personalizzato, perché “perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”. Geremia ne era persuaso: “Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere. Signore degli eserciti, a te ho affidato la mia causa!” (I lett.). E’ questa la fiducia del discepolo. L’apostolo così prega: “Per te io sopporto l’insulto e la vergogna. Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me. Rivolgo a te la mia preghiera, Signore; volgiti a me nella tua grande tenerezza, poiché tu, Signore, ascolti i miseri e non disprezzi i tuoi che sono prigionieri” (Salmo responsoriale).

2) ANCH’IO LO RICONOSCERO’

Allontanata la paura degli uomini, si è liberi di confessare tutta la nostra adesione a Cristo e a Dio. L’impegno è di riconoscere Gesù davanti agli uomini, apertamente: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Non è solo questione di superare “il rispetto umano”. Una missione attende il cristiano: proclamare quell’unica verità che salva il mondo e gli uomini. Non è un lusso il vangelo, ma una necessità. Tanto più grave quindi la responsabilità di chi col battesimo è stato caricato della sua trasmissione e della testimonianza. Chi si tira indietro, chi si vergogna di Cristo e della propria fede.. in famiglia, in ufficio, al club degli amici, “..anch’io - dice Gesù - lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”!
Sono parole che devono scuotere il nostro anonimato, il nostro stare nelle quinte senza troppo rischiare di esporsi. Viviamo un cristianesimo troppo intimistico e borghese, che spesso combacia col buon senso comune, con quella pura razionalità che taglia tutte le punte provocatorie e specifiche dello stile evangelico. Prima forse che per pigrizia, per l'ignoranza stessa dei più precisi contenuti della fede, sia dottrinali sia morali. Anche l’esaltazione che oggi si fa del “ruolo morale” della Chiesa nel mondo, lo è per semplici valori umani (pace, diritti umani, giustizia...) - importanti certo, e parte del vangelo -, ma ben lontani dallo specifico riferimento a Dio, alla salvezza unica portataci da Cristo, all’opera di riconciliazione e santificazione dello Spirito santo! Ogni umanesimo non fondato sull’opera di Cristo (cioè risanato ed elevato), è un umanesimo parziale, distorto e controproducente!
Impegniamoci ad annunciare e a testimoniare Cristo: oggi più di ieri è necessario! Molta gente - libera da condizionamenti economici e culturalmente più preparata - sente forte il bisogno di spiritualità, è alla ricerca del senso della vita ed è come più toccata dalla nostalgia di Dio. Quando questa ricerca è allo sbando sfocia in forme ed esperienze religiose irrazionali e antiumane: sette, magia, teosofie orientali, .. o sentimentali devozioni alla ricerca del sensazionale e del miracolistico. C’è bisogno urgente di porre con forza e chiarezza i FATTI di Dio alla conoscenza di tutti, segnalandoli attraverso i fatti dell’amore umano gratuito che sono ancora capaci di richiamo anche per l’uomo più distratto e lontano. Missionarietà che passa dalla carità, o, se si vuole, come diceva san Paolo: “Veritatem facientes in caritate” (Ef 4,15).

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L’invito odierno di Gesù è a non scoraggiarci; ma non per presunzione nostra. Il nostro coraggio viene da Cristo che ha vinto il mondo! Al molto male, Dio in Cristo ha contrapposto un più grande bene. Ce lo dice san Paolo oggi nella densa pagina della Lettera ai Romani: “Il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo (Adamo) tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti” (II lett.). Abbiamo a disposizione più risorse per il bene che per il male. Sta solo a noi crederci e utilizzarle. Questa è la ragione e la forza della speranza dei cristiani: essere capaci di andare anche controcorrente, nella certezza della loro vittoria finale!

«Un altro ti condurrà dove tu non vuoi». E Pietro andò a Roma

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Il primato dell'apostolo nell'epilogo al vangelo di san Giovanni

«Un altro ti condurrà dove tu non vuoi»
E Pietro andò a Roma


di vittorio Lanzani

Riguardo agli ultimi eventi della vita di Cristo, i ricordi personali di Giovanni l'evangelista, "il discepolo che Gesù amava" (Giovanni, 13, 23), si fanno più intensi e richiamano diverse volte in parallelo la figura di Pietro, quasi a voler stabilire un confronto dei due nei riguardi del Maestro. Il "Prediletto", l'apostolo superstite, amato e venerato dalle comunità dell'Asia Minore, attesta apertamente la sua privilegiata vicinanza e il suo spirituale intuito verso la persona di Cristo, come un dono speciale che il Maestro gli aveva riservato.
Tutto ciò è messo in luce in alcuni momenti particolari. Nell'ultima cena, Giovanni si fa interprete di Pietro e si rivolge al Signore "reclinandosi così sul petto di Gesù" per domandargli chi fosse il traditore (Giovanni, 13, 35). È ancora Giovanni a far entrare Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Giovanni, 18, 16), dove poi il primo degli apostoli negherà di conoscere Gesù. È lui, il discepolo prediletto, che sta con Maria sotto la croce di Gesù e lo vede spirare e osserva il soldato trafiggere il suo cuore, mentre Pietro è distante dall'evento (Giovanni, 19, 24-25 e 34-35). Inoltre il mattino di Pasqua, Pietro e Giovanni "tutti e due correvano insieme" al sepolcro (Giovanni, 20, 4). Il discepolo prediletto corre più veloce e arriva primo, ma lascia entrare Pietro. Tuttavia è sempre lui "che vide e credette" (Giovanni, 20, 9).
Nell'ultimo tratto di vangelo, il capitolo 21, ritenuto dai più come completamento maturo dell'evangelista o della sua cerchia, ormai sul finire del primo secolo, viene presentato un raffronto decisivo tra Pietro e Giovanni, alla luce della presenza gloriosa del Risorto, che sta per lasciare questa terra e guarda al futuro del suo "piccolo gregge".
Dopo la risurrezione di Gesù, durante la pesca notturna e infruttuosa sul lago di Galilea, è ancora il discepolo prediletto a intuire nella luce dell'alba la presenza del Signore sulla riva: "È il Signore!". A questa voce Pietro si getta in acqua per andare verso Gesù (Giovanni, 21, 7).
Nell'incontro che segue Cristo chiede a Pietro per ben tre volte un amore incondizionato e l'apostolo risponde altrettante volte: "amo te". Dopo ogni dichiarazione, Cristo affida a Pietro la missione di pascere il "suo" gregge (Giovanni, 21, 25-17). viene dunque espressa nei confronti di Pietro una parola unica e decisiva. A Pietro è donato un "primato" e un carisma singolare dal Cristo stesso: quello di "pascere il suo gregge, le sue pecorelle". Tutta la comunità giovannea riconosce e manifesta chiaramente il dono conferito unicamente a Pietro, la missione particolare verso tutto il gregge. Non solo, ma la pagina evangelica attesta anche la sequela perfetta dei due apostoli fino alla morte. A Pietro viene detto: "Con quale morte egli avrebbe glorificato Dio" (Giovanni, 21, 19). E anche di Giovanni si attesta implicitamente la fine: "Gesù non gli disse che non sarebbe morto" (Giovanni, 21, 23).
È significativo che l'evangelista Giovanni ricordi da parte di Gesù non solo la predizione del tradimento di Pietro, ma anche la promessa che l'apostolo lo avrebbe seguito più tardi, dicendogli: "Dove io vado, per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi" (Giovanni, 13, 36). Questo tema della sequela finale di Pietro viene sviluppato e chiarito proprio nel capitolo finale del quarto vangelo.
Già sant'Agostino, dal punto di vista della comprensione teologica di quest'ultimo capitolo giovanneo, introduceva il suo commento, proprio a partire dal racconto della pesca prodigiosa, sottolineando l'importanza dei misteri ancora da scoprire e riservati dall'apostolo alla pagina finale: "È un grande mistero questo (magnum sacramentum) nel grande vangelo di Giovanni e per metterlo maggiormente in risalto, l'evangelista lo ha collocato alla conclusione" (In Ioannem, Omelia 122, 6).
Le parole dell'evangelista Giovanni riguardanti il martirio dell'apostolo Pietro, che vogliamo direttamente rileggere, hanno la freschezza e la purezza dell'acqua che si beve alla fonte, che è quella del Vangelo. Parole che, riascoltate nel territorio Vaticano dove l'apostolo morì e ancor più nella Basilica che ne custodisce la venerata tomba, hanno la capacità di annullare la distanza dei secoli e di farci sentire viva e reale la voce di Cristo che parla al suo apostolo. Questo testo costituisce in assoluto la prioritaria testimonianza del martirio di Pietro a circa trent'anni dall'avvenimento stesso. Diciamo "prioritaria", in quanto sono radicate nella predizione stessa del Cristo.
Infatti, se consideriamo la tipologia delle parole di Gesù sulle rive del lago di Galilea, dopo la risurrezione, esse suonano anzitutto come una predizione o profezia nei confronti di Pietro, ed è generalmente in questa linea che vengono citate e ricordate. Ma esse diventano anche, nel tempo in cui vengono fissate per iscritto nella pagina evangelica, la prima attestazione post factum, forse il primo ricordo a noi pervenuto e una anamnesi della immolazione di Pietro per Cristo, perché questo martirio era divenuto ormai un fatto acquisito dalle primitive comunità cristiane, sia di Oriente che di Occidente. La notizia può essere all'incirca coeva con il ricordo di Pietro e Paolo nella Lettera ai Corinzi di Clemente Romano.
Si noti anzitutto la modalità delle parole di Cristo. Egli si rivolge a Pietro con il tono di un solenne ed importante enunciato, che viene a concludere la triplice affermazione di amore dell'apostolo nei suoi confronti. L'oracolo o lògos di Cristo, è introdotto dalla singolare formula dichiarativa rivolta personalmente all'Apostolo: "In verità, in verità ti dico"; formula che si riscontra sulle labbra di Gesù per affermare alcuni particolari messaggi di rivelazione. Si tratta dunque per Pietro di un annuncio veritiero e di capitale importanza per la sua vita e per la sua futura missione nei riguardi del gregge che Cristo stesso gli affidava da quel momento.
A questa predizione di Gesù fa riferimento anche l'autore della seconda Lettera di Pietro, tramandando parole specifiche dell'apostolo, oppure, se considerata di redazione più tarda, appoggiandosi forse direttamente a questo passo giovanneo. Dice Pietro: "Io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo" (2 Pietro, 1, 13-14). Parole che hanno un parallelo e una sorprendente analogia con quelle scritte in precedenza da Paolo al discepolo Timoteo, proprio da Roma, poco tempo prima del suo martirio: "Quanto a me, il mio sangue sta ormai per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele (...). Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno" (2 Timoteo, 4, 6. 8).
Quanto alla testimonianza dell'apostolo Giovanni nei riguardi di Pietro, si può in particolare affermare che quando venne redatto il testo, a tutti erano noti i tre dati enunciati in modo quasi lapidario nel passo evangelico e che divennero, con l'apporto di altre successive notizie di altre fonti, patrimonio della tradizione cristiana.
La predizione allude ad una scena di coercizione, quasi in contrasto con il gesto sereno e vigoroso di Pietro sulla barca, che appena udì da Giovanni: "È il Signore!", prontamente "si cinse ai fianchi l'indumento e si gettò in mare" (Giovanni, 21, 7) per andare incontro a Gesù. Ed è forse da questo gesto immediato e rispettoso nei riguardi del Signore, che Gesù stesso passa per allegoria ad una immagine capovolta, mediante un verbo che indica cingere, legare attorno alla vita e quindi dire a Pietro: "Quando eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio un altro ti cingerà i fianchi e ti porterà dove tu non vuoi" (Giovanni, 21, 18). L'allegoria di Cristo non allude semplicemente al vestirsi di un giovane e all'essere vestito di un anziano, ma tutto si gioca sul rapporto di significato tra "cingersi" ed "essere cinto", ovvero legato da un altro.
Questo "altro", che rimane un personaggio indefinito, manifesta subito la fisionomia non di un amico, ma di un avversario, di un persecutore che agisce contro Pietro con mezzi coercitivi. Dietro questo misterioso "altro" della predizione di Gesù, l'evangelista e le primitive comunità cristiane sanno in realtà chi era nascosto: si tratta di un uomo di potere, che ha dato ordine di "cingere", cioè di catturare e mandare a morte Pietro. L'avversario per antonomasia delle comunità cristiane delle origini è uno solo e i primi scritti apocalittici o apologetici coevi lo ricordano spesso. Se leggiamo innanzitutto questo brano nel contesto e nel solco coevo dell'Apocalisse giovannea, non è difficile ravvisare o trovare un accostamento con la figura nefasta di una persona, con funzione collettiva, che viene stigmatizzata per aver perseguitato i testimoni di Gesù: persona simboleggiata dalla immagine della "bestia che sale dalla terra" (Apocalisse, 13, 11), la bestia che porta la donna meretrice (Roma) "ebbra del sangue dei santi e dei martiri di Gesù" (Giovanni, 17, 6) e che porta un nome o un numero che la identifica (Apocalisse, 13, 17), per cui il veggente ammonisce: "Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei" (Apocalisse, 13, 18).
Già i commentatori antichi, tra i quali sant'Ireneo di Lione, che a sua volta si richiama ad altri precedenti, non tardarono a decifrare in essa un nome iniquo, un nefasto anticristo. Il tentativo di decifrazione appassionata dell'enigma del numero 666 è continuato ed altri ricercatori più recenti sono sfociati nella suggestiva ipotesi del nome di Nerone imperatore. vi sarebbe dunque criptato da lettere dell'alfabeto ebraico Neron Qesar (njrwn qjsr), colui che per primo perseguitò in modo grandioso e ufficiale i cristiani. D'altra parte la valutazione e il giudizio espressi dall'Apocalisse nei confronti del potere imperiale romano sono di condanna e visti in chiave anticristiana.
Clemente Romano, attorno al 96-97, pur non nominando l'autore della persecuzione, testimonia con un ricordo forse personale, che Pietro e Paolo furono "generosi atleti a noi più vicini e della nostra generazione". Perciò invita: "Teniamo davanti ai nostri occhi i valorosi apostoli". Essi furono "le colonne più grandi e più sante della Chiesa, che hanno sofferto la persecuzione e hanno combattuto sino alla morte". E ciò - egli dice - è "avvenuto tra noi", cioè a Roma. "A questi uomini, maestri di santità, fu aggregata una moltitudine grandissima di eletti" (Lettera ai Corinzi, capitoli 5 e 6, 1).
La testimonianza di Clemente è comprovata e completata, per altro verso, dallo storico romano Tacito che parla pure di una stragrande moltitudine (multitudo ingens) di cristiani torturati e mandati a morte e ne contestualizza i fatti: persecutore è l'imperatore Nerone; la comunità cristiana diventa il capro espiatorio per l'incendio di Roma del 19 luglio 64: "Per questo motivo Nerone presentò dei responsabili e diede ai supplizi più raffinati uomini odiosi per i loro crimini, che il volgo denominava "cristiani". Colui dal quale prendevano il nome, un certo Cristo, era stato giustiziato sotto Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato. Dapprima repressa, questa esecrabile superstizione di nuovo irrompeva non soltanto in Giudea, culla di questo flagello, ma anche a Roma, dove confluisce e rigurgita quanto c'è altrove di più atroce e vergognoso. Furono arrestati dapprima quelli che confessavano d'essere cristiani, poi, sulla loro deposizione, un'ingente moltitudine, accusata non più per il crimine dell'incendio quanto per il loro odio del genere umano". Pertanto la sincronia delle primissime fonti cristiane e pagane tra primo e secondo secolo attesta, anche a memoria d'uomo, il martirio degli apostoli Pietro e Paolo durante la grande persecuzione di Nerone e riguardo a Pietro in particolare viene ricordato il genere di morte detto da Gesù: "tenderai le tue mani". E Tertulliano, alla fine del secondo secolo, sintetizza in questo modo la tradizione precedente: "Leggiamo le vite dei Cesari: per primo Nerone perseguitò la fede nascente a Roma. Fu proprio allora che Pietro viene legato da un altro, quando viene fissato alla croce" (Scorpiace, xv, 4).
"Ti condurrà dove tu non vuoi". viene qui accennato a Pietro un luogo misterioso e indefinito. A Cristo che proferiva queste parole era già palese questo "dove", come il luogo culmine della missione di Pietro. E viene spontaneo il raffronto con la profezia più esplicita rivolta da Gesù a Paolo nella notte, indicandogli il traguardo della sua missione: "Coraggio! (...) È necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma" (Atti, 23, 11).
Che non si tratti per Pietro di un semplice riferimento allegorico alla morte, è confermato dallo stesso avverbio di luogo "dove" e dal verbo "condurre". Nella divina preveggenza di Cristo era già presente questa Roma e in particolare questo agro Vaticano verso il quale Pietro doveva essere condotto. D'altra parte ai lettori dell'ultimo vangelo questo "dove" era conosciuto e in particolare il luogo in cui l'apostolo "roccia della Chiesa" offrì la sua vita e venne sepolto fu certamente custodito con venerazione fin dalla prima generazione cristiana.
Si aggiunga che la memoria degli horti Vaticani e del circo, come luoghi di esecuzione e di tortura di numerosi cristiani della prima generazione romana, era nel ricordo collettivo e lo storico Tacito la conferma con la narrazione scritta: "Nerone aveva offerto i suoi giardini (hortos suos) per lo spettacolo e vi aveva organizzato giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito di auriga o guidando un carro da corsa" (Annales, xv, 44). A questi dati topografici segue ben presto il ricordo sicuro della tomba di Pietro in questo luogo, nella famosa notizia del presbitero Gaio: "Io posso mostrarti i sepolcri degli apostoli. Se vorrai recarti al Vaticano o sulla via Ostiense troverai i trofei dei fondatori di questa Chiesa" (in Eusebio, Storia Ecclesiatica, l. II, c. 25, 7). Al riguardo, persino l'imperatore Giuliano l'Apostata, volendo negare in modo subdolo, nella sua opera Contro i Galilei, la divinità di Gesù a partire dagli stessi Vangeli, accenna anche alla primitiva venerazione delle tombe di Pietro e di Paolo, in questo modo: "Quel Gesù non osarono chiamarlo Dio, né Paolo, né Matteo, né Luca e neanche Marco. Ma quel buon Giovanni fu il primo a osare una simile attribuzione, perché aveva sentito che una moltitudine nella maggior parte delle città della Grecia e dell'Italia era già stata contagiata da questo morbo [la fede], e perché gli era giunta voce, come credo, che anche i sepolcri di Pietro e di Paolo, seppure in modo clandestino, erano però venerati" (in Cirillo di Alessandria, Adversus Iulianum, Patrologia Graeca, 76, 1003-1004). L'affermazione teologica priva di ogni fondamento viene confutata da san Cirillo, ma il ricordo continuo della venerazione delle tombe dei due apostoli mostra quanto profonde fossero le radici del loro culto tra i cristiani di Roma e delle altre Chiese, come lascia supporre la testimonianza stessa che l'evangelista Giovanni rende alla morte di Pietro.
Ma cos'era questo luogo, quando Cristo disse a Pietro: "Dove tu non vuoi" e quando Pietro "stese le mani" sulla croce? Il paesaggio Vaticano di allora può essere tratteggiato da reminiscenze degli autori pagani, come una zona rurale oltre Tevere, fuori dall'Urbe, con le sue alture o colli - montes Vaticani -, un poco selvaggia e inadatta alle coltivazioni e anche malsana nella zona digradante verso il fiume. Tito Livio cita una zona ubi sunt navalia (Historiae, IIi, 26, 8), dove si allagava con l'acqua del Tevere per i giochi navali, forse il luogo detto in seguito per lungo tempo Naumachia - dove sono gli odierni Borghi. Cicerone riferisce che Giulio Cesare aveva in animo l'ambizioso progetto di deviare il corso del Tevere all'altezza di Ponte Milvio, per poter così unire l'agro Vaticano al Campo Marzio dell'Urbe: Vaticanum fieri quasi Martium campum (Cicerone, Ad Atticum, xIIi, 33, 4). Per quanto riguarda la modesta coltura della vite ironizza Marziale: "Se bevi il vino del Vaticano, bevi aceto" (Epigrammata, x, 45, 5). Dai colli veniva cavata invece abbondante argilla per il vasellame, fin dai tempi antichi, come ricorda Giovenale: "le fragili ciotole di creta del monte Vaticano: Vaticano de monte" (Satirae, vi, 344). Tacito inoltre, per l'anno 69 fa riferimento "ai luoghi malfamati del Vaticano: infamibus Vaticani locis" (Historiae, II, 93).
Ma proprio verso gli anni trenta del primo secolo una donna potente e intraprendente, Agrippina, detta Maggiore, madre di Caligola, futuro imperatore e nonna del futuro Nerone, stava trasformando il luogo infelice e degradato della bassura vaticana, bonificando il terreno in horti, i famosi giardini, e costruendo una sontuosa villa sulle pendici digradanti del Gianicolo - dove oggi è la Curia dei Gesuiti e la Chiesa di Santo Spirito in Sassia - con porticati e ampio terrazzamento prospiciente il Tevere. Il figlio Caligola imperatore farà trasportare nel 37-38 il celebre obelisco egizio dedicato al Sole, come ornamento per un circo ad uso privato, facente parte della grande tenuta imperiale e che ebbe successivamente una risistemazione anche da parte di Nerone, ma dopo non molto tempo andato in rovina. L'obelisco rimane ancora oggi, pur trasferito dalla sua sede originaria, l'unico muto testimone del martirio di Pietro e della "multitudo ingens" di cristiani.
Se il Vaticano è il luogo particolare del martirio e della tomba di Pietro, la città di Roma, capitale del grande impero, è in senso più largo il "dove" l'apostolo era giunto ed aveva dato fondamento alla primitiva comunità cristiana. Roma in quel tempo, coronata dei suoi idoli, mostrava ostilità alla novità dei cristiani, che interpretava invece, al dire di Tacito, come "odium humani generis", cioè una concezione dell'uomo talmente distante dalla cultura dell'impero romano da essere ritenuta avversa. Roma figurava come Babilonia, una potenza ostile a Dio. Anche la tradizione giovannea dell'Apocalisse sembra vedere in Roma, secondo la medesima similitudine allora ricorrente, una nuova Babilonia, "madre degli abomini della terra", sotto sembianze di una donna "ebbra del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù" (Apocalisse, 17, 5-6).
Ricordando tale contesto ostile san Leone Magno, in una sua omelia, si rivolgerà in modo familiare all'apostolo Pietro, esaltando il suo coraggio e il suo zelo: "Quali uomini di varie nazioni non abitavano allora nell'Urbe? O quali genti erano estranee in qualcosa a ciò che Roma aveva fatto suo? Qui c'erano da vincere le mode filosofiche, qui c'erano da dissolvere le vanità della sapienza terrena, qui c'era da reprimere il culto dei demoni, qui c'era da distruggere l'empietà di tutti i sacrifici, proprio dove si era raccolto con sottilissima superstizione tutto quanto in diversi luoghi era stato istituito con molteplici errori. Dunque, a questa città tu, beatissimo apostolo Pietro, non hai temuto di arrivare(...) O Pietro, non temere Roma, dominatrice del mondo, tu che nella casa di Caifa fosti impaurito dalla serva del sommo sacerdote. Forse era cosa da meno il potere dell'imperatore Claudio o la crudeltà di Nerone, che non il giudizio di Pilato o la perfidia dei Giudei? Tu vincevi tutti i motivi di timore con la forza dell'amore; né ritenevi di avere paura di coloro che avevi accolto per amare" (Sermone 82, per il giorno natalizio degli apostoli Pietro e Paolo, capitoli IIi e v).
"Stenderai le tue mani". Questa affermazione si trova al primo posto nella profezia di Gesù come azione dominante, che viene però a seguire nella logica dei fatti: sarai cinto, sarai condotto, stenderai le mani.
Che non si tratti semplicemente di un porgere le mani per essere legato e neppure di un generico allargare le mani per la preghiera, il che non avrebbe alcun nesso con la profezia di Gesù, lo esprime molto bene il confronto terminologico: il linguaggio è certo allegorico, ma in contesto di supplizio e di morte alludeva senza dubbio ad un modo di crocifissione. Basti ricordare un passo del contemporaneo Seneca, quando parla del supplizio della crocifissione riservato agli schiavi: "Vedo là delle croci, non solo di un tipo, ma costruite in diversi modi: alcune hanno le loro vittime con il capo rivolto in basso verso il suolo; in altre le loro viscere vengono impalate; in altre le braccia vengono distese sull'asse orizzontale" (De consolatione ad Marciam, xx, 3). Sempre in ambito pagano il filosofo Epitteto (fine primo secolo dopo Cristo), ragionando circa i timori della povertà, paragona ad un crocifisso chi è disteso con le braccia allargate per farsi ungere il corpo: "Hai paura di non avere(...) altri che ti seguano, perché nel bagno, spogliato e tutto disteso come chi è crocifisso, sia massaggiato di qua e di là" (Le Diatribe, IIi, c. 26, 22). Anche il poeta latino Marco Manilio - inizio primo secolo - reinterpretando in versi il mito di Andromeda, scrive: "vengono distese le braccia (...) e la fanciulla è appesa per morire su una croce verginale" (Astronomica, v, vv. 550 e 552).
Pure in ambito cristiano, l'Epistola di Barnaba, redatta attorno al 130, legge la profezia di Isaia: "Tutto il giorno ho steso le mie mani verso un popolo disobbediente" come un "presagio circa la croce e il futuro Crocifisso" (c. 12).
Ma se ciò non bastasse, qui è lo stesso Giovanni evangelista a dichiarare esplicitamente questo significato e a voler intenzionalmente affermare con un chiarimento personale alle parole del Cristo questo tipo di supplizio, che mostra in tal modo di conoscere: "Questo (Gesù) gli disse per indicare con quale (genere di) morte egli avrebbe glorificato Dio" (Giovanni, 21, 19).
È questo il primo ricordo in assoluto del genere di immolazione di Pietro a imitazione del suo Maestro. L'evangelista scrive sì a conferma della predizione del Signore, ma anche già con parole cariche di venerazione per il sacrificio con cui l'apostolo "aveva reso gloria di Dio". viene da pensare agli apostoli Pietro e Giovanni che corrono ambedue verso il sepolcro di Cristo il mattino di Pasqua. Corrono verso la gloria del Risorto, ma è Pietro il primo ad entrarvi.
Indirettamente lo storico latino Tacito viene a confermare la reale possibilità di un tale supplizio negli horti Vaticani, quando descrive la persecuzione dei cristiani: "Fu aggiunto lo scherno al supplizio, quale avviluppare gli uomini con pelli di fiere, perché fossero dilaniati dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli al rogo come fiaccole che illuminassero l'oscurità al termine del giorno" (Annales, xv, 44).
Secondo la testimonianza di Seneca, sopra citata, a Roma non era neppure inusuale il genere di crocifissione a testa in giù, che Pietro da parte sua avrebbe richiesto per essere sottomesso al Maestro anche nella morte. Questo ricordo è assai antico e ritorna già negli apocrifi Atti di Pietro, databili verso la fine del II secolo: "vi prego, o carnefici - dice l'apostolo - crocifiggetemi con la testa in giù e non diversamente. Il perché lo dirò a quanti mi ascoltarono" (c. 37).
Sant'Agostino commenta in modo molto efficace: ""Stenderai le tue mani", dice il Signore, cioè sarai crocifisso. ... Prima gli predice il fatto, poi il modo" (In Ioannem, omelia 123, 5).
Perché l'evangelista Giovanni pone, per così dire, una memoria Petri come un'ultima parola importante del Cristo? Quale mistero l'Apostolo prediletto ebbe ispirazione di manifestare e di tramandare a conclusione del suo Vangelo? Questo apice del ricordo petrino, proposto unicamente dall'evangelista Giovanni, può avere tre connotazioni interpretative: una ecclesiale, una sacrificale e una storica.
Si coglie anzitutto una connotazione ecclesiale: la cura e la tenerezza di Cristo per "le sue pecorelle"; Cristo guarda alla futura stabilità del gregge e crea un rapporto unico Pietro-gregge. L'evangelista riprende e completa quanto i sinottici avevano lasciato quasi in sospeso sulla figura di Pietro e sul suo rapporto con Gesù. I sinottici ricordano sostanzialmente un Pietro che "pianse amaramente" (Matteo, 26, 75) per il tradimento, anche se Marco mostra l'attenzione del Cristo risorto per Pietro: "Dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea" (Marco, 16, 7) e solo Luca accenna ad una apparizione del risorto a Simone (cfr Luca, 24, 34), senza nulla commentare. E tutto ciò fa comprendere come il Cristo, nonostante tutto, non ha mutato la sua divina volontà e la sua scelta nei confronti di Pietro.
È Giovanni però a mettere in piena e completa luce la figura di Pietro, una luce che annulla le ombre del tradimento, perché Gesù ha confermato grandemente a lui la sua fedeltà, dopo che l'apostolo per ben tre volte ha rinnovato il suo amore incondizionato verso il Maestro. Cristo chiede a Pietro: "Mi ami tu più di costoro?" Giovanni non teme di proporre l'apostolo Pietro con un amore che supera quello degli altri apostoli: "Più di costoro". L'affidamento del gregge è unico e totale: è la Chiesa di Cristo.
Dalle parole di Gesù cogliamo con evidenza un aspetto sacrificale, che è incentrato sulla morte di Pietro. La sequela di Pietro continua generosa fino ad una morte che lo fa rassomigliare anche fisicamente al suo Maestro. Per Giovanni, l'apostolo Pietro si è immedesimato con Cristo "il buon Pastore, che offre la vita per le sue pecore" (Giovanni, 10, 11). L'immolazione di Pietro è in sintonia perfetta con quella di Gesù ed è il frutto e la conseguenza del suo profondo amore per Lui. Nell'ora buia di quella sera dell'ultima cena, Gesù aveva detto a Pietro: "Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi" (Giovanni, 13, 36): ed è proprio quanto è avvenuto qui a Roma. È in questa linea e secondo questa parola d'ordine il congedo di Gesù all'apostolo e la predizione del suo martirio, cioè l'invito: "Seguimi!" (Giovanni, 21, 19). A Roma Pietro ha portato a compimento sino alla fine la sequela di Gesù, iniziata dal giorno in cui fu presentato al Signore dal fratello Andrea e da quando con gli altri compagni abbandonò le reti e la barca sul lago di Galilea. Il sacrificio di Pietro per il gregge affidatogli è visto nella logica del pascere non come avere, ma come donare.
Non si può infine trascurare una dimensione storica che percorre all'interno tutto il brano evangelico. La trasmissione della parola e della volontà di Cristo nei riguardi di Pietro, diversi anni dopo il suo martirio, manifesta certamente che l'evangelista non ha voluto solo tramandare un ricordo passato dell'apostolo, ma anche riaffermare la continuità e l'attualità di tale missione nel presente della Chiesa. Se in nessun modo si trova, nella narrazione, un qualsiasi riferimento alla successione di Pietro, nondimeno, quando venne redatta la pagina evangelica, si era già "post Petrum" e la missione e la guida di Pietro erano già state affidate ad altri, come eredità unica nella Chiesa e nel luogo in cui l'apostolo offrì la sua vita.
In questa prospettiva si comprende come l'evangelista Giovanni faccia rientrare a pieno titolo il martirio di Pietro, epilogo di tutta la vita dell'apostolo, nella trama e nell'annuncio kerigmatico del Vangelo di Gesù.



(©L'Osservatore Romano - 28 giugno 2008)

Antonio SOCCI. «Pietro è qui»

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tratto da: Tracce. Litterae Communionis, anno XXVI, dicembre 1999, p. 67.

Le più grandi scoperte archeologiche che documentano la verità storica del cristianesimo e che sbaragliano secoli di polemiche, sono spesso piccoli oggetti fragili esposti alle offese del tempo e degli uomini: il papiro 7Q5, il più antico frammento del Vangelo di Marco, è grande come cento lire. La scritta «Pietro è qui», tracciata su un muro della necropoli vaticana, dove sono state trovate le ossa -avvolte in un panno prezioso- di un uomo robusto di 60-70 anni, il pescatore di Betsaida, è un graffito piccolo come la mano di un bambino.
È facile dunque distruggere e spazzare via per sempre questi segni di una storia vera. Ed è una perdita irreparabile. Contro cui sta lavorando Lorenzo Bianchi, che dà ora alle stampe «Ad limina Petri. Spazio e memoria della Roma cristiana» (pp. 142, L. 60.000, Donzelli).

Il bel libro di Bianchi ricostruisce la storia bimillenaria di quel piccolo fazzoletto di terra, di là dal Tevere, prima proprietà di Nerone e della sua famiglia, poi dominato -anche urbanisticamente- dalla presenza della tomba di Pietro che proprio qui fu crocifisso.

Il lavoro di Bianchi si presenta nella forma fredda e impeccabile della ricerca scientifica. Ma diventa di scottante attualità perché è in corso un'enorme opera di sbancamento proprio nell'area del Gianicolo, per la costruzione di un megaparcheggio.

Si tratta di un'area eccezionalmente ricca di memorie archeologiche. Bianchi -con una serie di articoli apparsi su «30 Giorni» e poi con i suoi libri- ha posto tutti di fronte alla miriade di documenti che lo provano e quando le ruspe, questa estate, hanno fatalmente portato alla luce delle mura finemente affrescate, non è stato più possibile far finta di nulla.

A farne le spese non sono solo memorie archeologiche della Roma imperiale, ma anche un groviglio di catacombe cristiane inesplorate, quelle che Dante chiamava "...Vaticano e l'altre parti elette/ di Roma che son state cimitero/ alla milizia che Pietro seguette" (Paradiso IX, 139-142).

Sotto le grotte vaticane, tempo fa, fu rinvenuta un'iscrizione, in un sepolcro originariamente pagano della famiglia dei Valeri. Vi si leggeva: "Pietro, prega Gesù Cristo per i santi uomini Cristiani sepolti presso il tuo corpo". Accanto a queste parole erano disegnate due teste: la prima rappresentava Pietro, la seconda Gesù, vicino al quale c'era il monogramma del suo nome e la parola "vibus", cioè "vivus" (vivo). Un piccolo commovente reperto che dice del cristianesimo più di decine di libri di teologia oggi in circolazione: i cristiani annunciavano il fatto che Gesù Cristo, crocifisso sotto Ponzio Pilato a Gerusalemme venerdì 7 aprile dell'anno 30, è vivo, realmente presente fra i suoi e operante.

Oggi questa iscrizione e quei disegni pare siano svaniti a causa dell'umidità. Ma tutto rischia di essere spazzato via dal tempo o dagli uomini.

Bianchi fa una rassegna implacabile. Forti timori si nutrono per esempio per i luoghi dove furono sepolti "addirittura i martiri Frisoni difensori di Pietro, uccisi dai Saraceni durante l'incursione e il saccheggio dell'anno 846". Bianchi racconta la loro bella storia come pure quella dei primi martiri cristiani.

Nell'estate del 64, dopo l'incendio di Roma, "Nerone inventò i colpevoli -racconta Tacito- e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava Cristiani... e a quanti morivano s'aggiunse lo scherno, sicché, rivestiti di pelli ferine, perivano sbranati dai cani, o appesi alle croci e dati alle fiamme venivano bruciati vivi, al calar del sole, come torce per la notte".

Infine Bianchi scrive: "Qui, dove era una delle antiche dimore dell'imperatore Nerone, simbolo dell'Anticristo nei primi secoli della Cristianità, riposa il corpo di Pietro, segno della vittoria di Cristo; qui intere generazioni di pellegrini sono giunte, attratte e sospinte dalla Grazia di Cristo; con volti stupiti hanno sostato presso la tomba dell'apostolo, hanno pregato in ginocchio; qui hanno voluto morire ed essere sepolti re e semplici fedeli, barbari e romani. Qui martiri da ogni luogo hanno dato la vita in difesa di Pietro e per la gloria di Cristo.

Carsten Peter THIEDE. Simon Pietro dalla Galilea a Roma

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tratto da: Carsten Peter THIEDE, Simon Pietro dalla Galilea a Roma (presentazione di Marta Sordi), Massimo, Milano 1999, p. 291-293.

La tomba di Pietro fu scoperta sul colle Vaticano



Intorno all'anno 200 un romano di nome Gaio scrisse attaccando Proclo, il capo dei cosiddetti montanisti. Egli afferma di potere indicare «i trofei [tropaia] degli apostoli», poiché «se tu vai al Vaticano o sulla strada Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono la Chiesa» (Eusebio, HE 2,25,7). Sebbene il significato preciso del termine «trofeo»/«tropaion» abbia generato alcune discussioni (14), in questo caso significa chiaramente luogo di sepoltura. Gaio sta dimostrando a Proclo di sapere dove sono sepolti gli apostoli, come argomento decisivo contro il montanista che in precedenza aveva fatto riferimento alle tombe di Filippo e delle sue figlie come base della rivendicazione dell'autorità dei montanisti (Eusebio, HE 3,31,4-5 e 14-18). Mentre gli scavi sotto la basilica di San Paolo fuori le Mura sulla Via Ostiense non sono ancora stati completati (15), il colle Vaticano è stato scavato in lungo e in largo, ed è stato ritrovato il luogo di sepoltura di Pietro menzionato da Gaio (16). I dati esatti della lapide e dei suoi dintorni sono ancora oggetto di discussione, più o meno appassionata. Tuttavia, noi abbiamo alcuni indizi.

Vicino ai Giardini di Nerone del Vaticano, dove Nerone aveva in un primo momento ospitato le vittime dell'incendio e dove in seguito aveva iniziato a giustiziare i cristiani (Tacito, Annales 15,44), c'era una necropoli pagana del primo secolo (sono state identificate e datate tombe di quel periodo) (17). Era un cimitero pagano, ma alcuni scavi, che ci hanno portato al terzo e al quarto secolo, hanno dimostrato che occasionalmente vennero sepolti lì anche dei cristiani, forse perché avevano dei parenti pagani o forse per altre ragioni particolari. Nei primi tempi della creazione della necropoli, erano rare le tombe abbellite con mosaici, affreschi e sculture. L'area non era ben definita (ancora oggi non si conoscono i confini esatti dei giardini del Vaticano e del cimitero). Pietro, considerato dalle autorità romane un criminale giustiziato, sarebbe sottostato alle disposizioni legali secondo le quali il suo corpo poteva essere consegnato ad amici o parenti per la sepoltura (18).

E' stato chiamato in causa più di una volta un parallelismo con il Nuovo Testamento: Giuseppe di Arimatea dovette chiedere ufficialmente a Pilato il corpo di Gesù prima di poterlo seppellire. Poiché questa era una prerogativa legale, la persona (o le persone) che lo richiedeva, chiunque fosse, non avrebbe necessariamente messo in pericolo la propria vita uscendo allo scoperto. Il corpo di Pietro, dunque, fu portato (19) in un luogo appena al di fuori dei giardini e in una zona riservata alle sepolture. Nessuno in quel momento avrebbe avuto l'idea di erigere un monumento funebre imponente (la glorificazione ufficiale da parte dei cristiani dei martiri e dei loro corpi iniziò solo nella metà del secondo secolo, con la morte di Policarpo come nostra prima fonte letteraria dettagliata) (20). Pietro, è vero, era il capo della Chiesa romana e la sepoltura era il minimo (e probabilmente anche il massimo) che i suoi seguaci potevano fare per lui in quelle circostanze terribili e pericolose. Essi quindi semplicemente seppellirono il corpo di Pietro in una tomba poco profonda (un tipo di tomba ritrovato anche in una necropoli all'Isola Sacra vicino a Ostia Antica), su un pendio rivolto verso sud sulla collina del Vaticano. Sarebbe stato poi coperto con mattoni e terra (21).

Quando Costantino iniziò, nell'anno 315 circa, a costruire la chiesa che doveva nei secoli diventare quella che oggi conosciamo come la Basilica di San Pietro, la tradizione della tomba di Pietro e della sua memoria era così certa che egli non solo costruì la chiesa sulla sua lapide (che era ormai diventata un «tropaion» semplice ma appositamente costruito) ma risistemò anche parti del Colle Vaticano, sul pendio verso sud dove sorgeva il «trofeo», in modo che lì potesse sorgervi una chiesa. Costantino aveva deciso di attenersi fermamente al sito storico.

Così avevano fatto anche delle generazioni precedenti di cristiani che erano stati costretti a costruire il «tropaion» di Gaio, nel 160 (datazione archeologica), asimmetricamente sopra la tomba originale, poiché una costruzione pagana dello stesso periodo, il cosiddetto «muro rosso», aveva già invaso lo spazio richiesto per una costruzione simmetrica (22). La loro determinazione a costruire in quel luogo e non altrove testimonia la convinzione di questi cristiani del secondo secolo che questo era il sito autentico della tomba di Pietro. Il muro rosso impediva ai cristiani di raggiungere il luogo sepolcrale da sud, l'approccio più conveniente. Ma essi usarono comunque il muro rosso per i graffiti: il simbolo di un pesce (risalente alla metà del secondo secolo) e (forse) la parola greca «Petros eni», «Pietro è qui» (23), dimostrano questo uso fra il 160 e il 315.

Così il sito del sepolcro di Pietro era conosciuto e fu conservato fin dall'inizio. Qualunque cosa ne sia stata delle sue ossa (24) e degli sviluppi architettonici del luogo (che oggi è di nuovo accessibile in parte anche ai non archeologi), si può affermare che ci sono testimonianze costanti, dalla data della sepoltura al giorno in cui Costantino decise di costruire una basilica su questo luogo, dell'esistenza della tomba di Pietro in questo pendio meridionale del Vaticano.

Margherita GUARDUCCI. La verità della tomba di san Pietro

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tratto da: Tracce. Litterae Communionis, anno XXVI, ottobre 1999, p. 72-77

Intervento al Centro culturale di Milano, 1990


Che cosa dice da secoli la tradizione della Chiesa? Dice che Pietro, il pescatore di Galilea, quello che Cristo stesso considerava «protos», il primo dei suoi discepoli, il principe degli apostoli fino ad allora, venne a Roma a predicare la buona novella; che a Roma morì martire sotto Nerone nel 64, nel Circo Vaticano, fu sepolto a breve distanza dal luogo del suo martirio, e sulla sua tomba, all'inizio del IV secolo, l'imperatore Costantino fece costruire la grande basilica vaticana.

Questa tradizione secolare della Chiesa cominciò, a un certo momento, a suscitare dissensi da parte degli avversari della Chiesa, e i dissensi giunsero al punto che qualcuno si credette in obbligo di dire, contro ogni verità storica, che Pietro non era mai venuto a Roma, tanto per poter negare la presenza della tomba di Pietro in Vaticano; che è di suprema importanza, in quanto dire tomba di san Pietro a Roma, in Vaticano, significa in un certo senso dire primato della Chiesa di Roma.

Bisognò arrivare a Pio XII, uomo di altissimo ingegno, di grande cultura, di grandissima umanità e dotato di uno spirito veramente lungimirante. Appena eletto Papa, nel 1939, volle aprire alla scienza i sotterranei della basilica vaticana e cercare una risposta alla secolare domanda.

Gli scavi cominciarono e durarono fino al 1949. Furono scavi anormali, in cui molto si distrusse e furono commesse cose quasi inaudite.


Altari come «matrioske»

Trovarono una necropoli, un antico e vasto cimitero, che andava da est a ovest ed era parallelo al Circo di Nerone, quello stesso circo in cui Pietro aveva subìto il martirio. Questa vasta necropoli era stata riempita di terra. Perché Costantino, o chi per lui (il papa Silvestro fu il grande consigliere di Costantino), voleva fare il piano su cui la prima basilica in onore di Pietro doveva essere fondata.

Cosa si trovò sotto l'altare papale? Una successione di monumenti e di altari: uno sotto l'altro, uno dentro l'altro. Ciò significava che quel luogo, il luogo della confessione, era stato da tempo, da secoli oggetto del culto di Pietro. Sotto l'altare papale, che è l'altare attuale, di Clemente VIII (1594), se ne trovò un altro precedente, di Callisto II (1123); dentro l'altare di Callisto II si trovò l'altare di Gregorio Magno (590-604); l'altare di Gregorio Magno, a sua volta, poggiava sopra il monumento che Costantino ancora prima di costruire la basilica, aveva fatto erigere sul luogo della tomba di Pietro, e questo monumento costantiniano può essere datato fra il 321 e il 326. Questo monumento di Costantino comprendeva un monumento più antico, che risaliva al II secolo, il primo monumento di Pietro. Poi che cosa fu incluso? Ci fu incluso una parte di un piccolo edificio che si trovava addossato a un certo muro rosso che faceva da sfondo al primo monumento di Pietro. In questo piccolo edificio, c'era un muro coperto di graffiti, di antiche iscrizioni (naturalmente anteriori al monumento di Costantino, perché furono incluse dentro il monumento di Costantino), coperte di epigrafi che indicavano col loro affollamento l'immensa devozione dei fedeli. Poi, oltre questo, si vide che il primo monumento di san Pietro aveva nel pavimento un chiusino, il quale indicava la presenza di un'antica tomba in terra, sulla quale tutti questi monumenti si erano sovrapposti. Sotto questo chiusino, purtroppo, non c'era nulla. Si trovò la terra sconvolta e vuota.


Radiomessaggio rivoluzionario

Questo era lo stato delle cose quando si chiusero gli scavi del 1940-49. Pio XII nel radiomessaggio del Natale 1950 dette notizia al mondo degli avvenuti scavi e disse che la tomba di Pietro era stata ritrovata.
Cominciai a occuparmi degli scavi di San Pietro, a scavi terminati e a relazione già pubblicata, nel 1952.
Uno degli scavatori aveva pubblicato, seppure inesattamente, un certo graffito che sarebbe stato trovato proprio sul luogo dove c'era il muro coperto di graffiti del quale ho parlato. Avevo già avuto occasione di conoscere un certo graffito, dove avevo intuito la lettura «Petrus eni» («eni» nel senso di «enesti»: Pietro è dentro). Fu allora che chiesi a Pio XII di visitare gli scavi, ma nessuno poteva accedervi. Pio XII mi concesse il permesso. Allora cominciai a cercare il graffito, questo «Petrus eni», e non c'era, perché uno degli scavatori l'aveva portato a casa sua.

Entrata nel 1952, ho lavorato fino al 1965, sono stati anni di intensissimo lavoro.

Cominciai a studiare il muro dei graffiti, che era stato incluso nel monumento costantiniano. Ora, questo muro era una selva selvaggia, e io disperavo veramente di levarne le gambe -come si suol dire- però, con pazienza, mi misi e cercai di decifrare. Durò mesi la mia decifrazione, fu una delle decifrazioni più difficili che mi occorse di fare. Poi, a un certo momento, afferrai il bandolo della matassa e riuscii a capire. Lì si era usata una crittografia mistica, cioè si giocava, in un certo senso, sulle lettere dell'alfabeto. Lì c'era a esuberanza il nome di Pietro, espresso con le lettere P, PE, PET, e unito di solito col nome di Cristo, col simbolo di Cristo, con la sigla di Cristo e col nome di Maria, e soprattutto dominavano, su questo muro, le acclamazioni alla vittoria di Cristo, Pietro e Maria. Poi c'era il ricordo della Trinità, il ricordo di Cristo seconda persona della Trinità, e via di seguito. Insomma, tutta la teologia del tempo era lì, squadernata su questo muro.


A colpi di cartoccia

Poi fu la volta delle ossa di Pietro. In un primo momento ero lontana mille miglia dall'idea che avrei potuto un giorno mettere le mani sulle ossa di Pietro.

Però, mentre ancora stavo decifrando i graffiti (ancora nel 1953), cominciai ad avere in mano le ossa di Pietro. Le ossa di Pietro stavano nella tomba in terra sotto il chiusino, come la tradizione della Chiesa aveva sempre dichiarato. Poi, quando Costantino volle fare il monumento in onore dell'Apostolo, le ossa furono prelevate dalla terra e ravvolte in un prezioso drappo di porpora e d'oro e deposte in questo loculo, e poi questo loculo chiuso per sempre.

Era avvenuto che, durante gli scavi, gli scavatori, volendo indagare in questo luogo che la tradizione indicava come il luogo della sepoltura di Pietro, andavano un pò per le spicce. A colpi di cartoccia (la cartoccia è quello strumento per piantare i pali nel terreno duro) sfondarono l'altare di Callisto II per arrivare il più presto possibile al luogo stesso. E che cosa avvenne? Sotto i forti colpi della cartoccia cadde, dall'interno del muro, una quantità di calcinacci, dall'interno e dall'esterno, voglio dire dall'antico muro coperto di intonaco rosso, e tutti si riversarono in questo loculo, sopra le disgraziate ossa che erano state deposte da Costantino nel loculo del monumento. Così si presentò come un ammasso di detriti, non si riconobbero le ossa.

In quel momento era capo della Fabbrica di San Pietro un uomo intelligente, molto pio, molto sensibile al non lasciare allo scoperto le ossa di chiunque, cristiani o pagani che fossero. Monsignor Ksas (uomo di fiducia di Pio XII) notò che fra questi detriti del loculo c'erano delle ossa. Fece buttar via i detriti, raccogliere le ossa dentro una cassetta e la mise in un ripostiglio delle grotte vaticane, dove rimasero ignorate per dieci anni.

C'erano delle ossa con fili d'oro e pezzetti minuscoli di tessuto color porpora.
Un antropologo di mia fiducia, il professor Correnti, prese in esame il gruppo di ossa della cassetta, e mi disse: "Mah, è una cosa strana, perché gli altri gruppi che mi hanno fatto esaminare erano tutti di diversi individui, questo è di uno solo". Domandai: "Di che sesso?". Disse: "Maschile". "Età?". "Senile". "Corporatura?". "Robusta".


Non per «puro caso»

Nel ‘64 gli esami erano compiuti. Nel ‘65 uscì il mio libro «Le reliquie di san Pietro sotto la confessione della basilica vaticana», e lì cominciò a scatenarsi la tempesta, perché alcuni, anzi molti, erano felici del risultato; altri no.

Dopo la mia messa a punto che uscì nel ‘67, Paolo VI si trovò obbligato ad annunciare che le ossa di Pietro erano state ritrovate.

Noi sappiamo che Cristo fondò la sua Chiesa sulla roccia di Pietro e le promise la vittoria sulle forze del male. Ora, mi sembra che non sia un puro caso che le ossa del principe degli apostoli, di Pietro, si siano -per miracolosa eccezione- conservate e che siano, per l'appunto, dentro la basilica vaticana, cioè al centro di quella chiesa che -per definizione- è universale. Loro sanno che «catholicos» vuol dire, in greco, universale.

Marta SORDI. A Roma c'è la tomba di Pietro

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tratto da: Il Timone, anno 6 (2004) gennaio, n. 29, p. 28s.

Le fonti cristiane dei primi secoli, l'archeologia e l'epigrafia, confermano un dato che non può ancora essere ignorato o messo in discussione: le ossa sotto la Basilica Vaticana appartengono all'Apostolo.


Pietro venne due volte a Roma: all'inizio del regno di Claudio, nel 42, quando, sfuggendo all'arresto di Agrippa I, "se ne andò e si mise in viaggio per un altro luogo" (At 12,17); e al tempo di Nerone, intorno al 62, quando scrisse da Roma a sua prima lettera e subì poi il supplizio della croce in seguito all'incendio neroniano.

Nella prima occasione, che autorevoli fonti cristiane del II secolo, Papia di Gerapoli (Eusebio, «H.E.» II, 15 e III, 39. 15) e Clemente di Alessandria (Eusebio, «H.E.» VI, 4. 6 e fr. 9 Stahelin), collegano con la predicazione del Vangelo che Marco, su invito dei Romani, mise per iscritto dopo la partenza di Pietro, è evidente la menzione di Roma, definita Babilonia (Ezechiele 12,3 e 13,13), come destinazione dell'Apostolo. Il nome di Babilonia è usato qui allo stesso modo che in 1Petri 5,13, come crittogramma per Roma: il ricorso ad un crittogramma rivela, come è stato giustamente sostenuto, l'antichità degli Atti e l'autenticità della 1Petri, scritti certamente, gli uni e l'altra, mentre Pietro era ancora vivo e presente a Roma. Il 62 è il momento della svolta neroniana: la lettera petrina risente del clima ormai mutato nell'impero e prevede l'imminenza di una persecuzione; di qui il ricorso a un crittogramma mirante a nascondere alla polizia dell'imperatore la presenza a Roma dell'Apostolo.

Ma gli eventi precipitarono: Nerone decise di applicare, forse già nel 63, il vecchio senatoconsuito che stabiliva l'illiceità del cristianesimo, e recepì in Giudea, con il cosiddetto editto di Nazareth, le accuse ai discepoli di aver sottratto dal sepolcro il corpo di Cristo, accuse che Matteo dice ancora vive al suo tempo fra i Giudei. Nel 64 infine, per allontanare da sé l'accusa dell'incendio di Roma, Nerone incrimina di esso i Cristiani e ne mise a morte una «multitudo ingens», fra atroci sofferenze, negli «horti Neroniani» in Vaticano (Tacito, «Annali» XV, 44).

Il confronto fra Tacito e Clemente Romano (1Cor 5: poly plethos) mostra che Pietro fu messo a morte con gli altri cristiani, il cui supplizio Nerone trasformò in spettacolo con un «circense ludicrum»: nel 64, non nel 67, come si è voluto ricavare attribuendo all'episcopato romano di Pietro i 25 anni che la tradizione più antica attribuiva al periodo fra la crocifissione e Nerone, "durante il quale i discepoli di Cristo posero i fondamenti della Chiesa in tutte le province e città" (Lattanzio, «De mortibus persecutorum» II, 4).

La trasformazione del supplizio in spettacolo, con l'accenno di Tacito a uomini dilaniati dai cani «ferarum tergis contecti» e di altri «crucibus adfixi atque flammati», e l'accenno alle donne cristiane camuffate da Dirci e da Danaidi, di cui parla Clemente, fanno pensare, assieme a un «circense ludicrum», a giochi dati dall'imperatore approfittando di una festività particolare, non certamente posteriore di anni all'incendio. La Guarducci ha pensato alle feste del 13 ottobre del 64, alcuni mesi dopo l'incendio, quando il permanere dei malumori popolari contro Nerone poté consigliare all'imperatore di cercare capri espiatori. Si tenga conto che, nel 66, Nerone andò in Grecia, e che già nel 65, con la repressione della congiura di Pisone, ebbe altro a cui pensare. Clemente associa alle molte vittime Pietro e Paolo, e questo rivela che il loro rispettivo martirio, anche se Paolo fu ucciso poco prima e per motivi indipendenti dall'incendio, deve essere avvenuto in epoche molto ravvicinate fra loro.

La Chiesa Romana ha sempre associato, del resto, nel martirio e nella venerazione, Pietro e Paolo come suoi cofondatori: infatti, pressoché contemporanea della lettera di Clemente (che io credo di età domiziana) è un'iscrizione certamente cristiana di Ostia (C.XIV, 566), dedicata da un membro della «gens Annea», M. Anneus Paulus, al figlio carissimo M. Anneo Paulo Petro. E nel II secolo, al tempo di papa Zefirino, un presbitero della Chiesa di Roma, Gaio, parlando, in polemica con un montanista, dei luoghi dove erano stati sepolti gli Apostoli, osserva: «Io potrò mostrare i trofei degli Apostoli: se andrai in Vaticano e sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che hanno fondato questa chiesa» («apud Eus., H.E.» II, 25,7). Il luogo di sepoltura di Pietro è stato ritrovato sotto la Basilica Vaticana, in prossimità di quegli «Horti», che erano stati di Druso, di Agrippina, di Caligola e di Nerone, dove il suo martirio era avvenuto e dove i pellegrini lasciarono con graffiti il segno della loro devozione.

È merito soprattutto di Margherita Guarducci (la più grande, forse, epigrafista del nostri tempi, scomparsa da pochi anni) avere individuato, con un'indagine condotta per molti anni in mezzo a difficoltà e a polemiche, e attenta sempre ai dati risultanti dalle fonti e alle conferme emergenti da un lavoro interdisciplinare, la tomba e le reliquie di Pietro.

I punti fondamentali della dimostrazione della Guarducci sono i seguenti:
1) Sotto la Basilica costantiniana e nelle sue immediate vicinanze esisteva un sepolcreto le cui tombe più antiche risalgono al I secolo d.C., all'epoca cioè del martirio dell'Apostolo.
2) Sotto il luogo nel quale, nell'attuale basilica, sorge l'altare papale, c'è un'edicola funeraria risalente al 160 circa d.C. e da identificare con il "trofeo" di cui parla Gaio.
3) Sul "muro rosso", a cui l'edicola è addossata, c'è un graffito in greco databile alla stessa epoca dell'edicola, con le parole «Petros eni», "Pietro è qui dentro".
4) Il cosiddetto "muro g", vicinissimo all'edicola, é pieno di graffiti, risalenti al III e IV secolo, che invocano, con un singolare sistema di crittografia mistica (applicando valori simbolici ad alcune lettere, congiungendo due o più lettere per esprimere concetti religiosi, trasfigurando lettere in simboli cristiani) i nomi di Cristo, Maria e Pietro, e rivelano la devozione dei pellegrini.

Le ossa di Pietro si trovavano originariamente sotto l'edicola del II secolo, e furono poste, al tempo di Costantino, nel loculo marmoreo apprestato nello spessore del "muro g", avvolte in un drappo di porpora intessuto d'oro di cui sono stati ritrovati, con le ossa, alcuni frammenti: esami merceologici e chimici hanno dimostrato che essi appartengono a una stoffa finissima, tinta di autentica porpora di murice, intessuta di oro purissimo. In quanto alle ossa, esse hanno rivelato un individuo adulto, di sesso maschile, di età senile fra i 60e i 70anni.

Il 26 giugno 1968 Paolo VI annunziò pubblicamente l'avvenuto riconoscimento delle reliquie di Pietro.

Paolo BREZZI. Sollicitudo et potestas. Le prime manifestazioni della superiorità della sede romana

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tratto da BREZZI Paolo, Il Papato, Studium, Roma 1967, p. 32-52.

Scomparso Pietro, la chiesa romana rientrò nell'ombra per qualche decennio; non intendendo dare un elenco dei vescovi di Roma, con qualche notizia biografica ad essi relativa, ma tentando di seguire lo svolgimento dell'istituto papale, tralasciamo senz'altro quell'intervallo di tempo e passiamo a considerare il primo significativo documento della preminente posizione goduta dalla comunità romana e dal suo capo nel corpo della cristianità primitiva: la lettera di Clemente ai Corinti.

La lettera di Clemente ai Corinti

Già al tempo di S. Paolo la chiesa di Corinto era stata dilaniata da gravi discordie interne, aspramente rimproverate dall'apostolo nelle sue epistole. Tali contrasti continuarono, od altri ne sorsero verso la fine del primo secolo, e portarono anche all'esclusione dei presbiteri dalla comunità. Ci sfuggono le ragioni che provocarono questi urti (dualismi tra carismatici e gerarchia; insofferenze razziali tra greci e latini), né ai nostri fini importa indagarle; invece quello che interessa è l'intervento romano nella vertenza. Fu esso provocato da una richiesta dei Corinti o fu attuato per iniziativa dei fedeli di Roma? La domanda è un po' oziosa perché sta il fatto che, invocata od accolta, la voce di Roma era ascoltata anche da chiese autorevoli per fondazione apostolica ed importanti per la loro posizione geografica quale era quella di Corinto: «La chiesa di Dio che è pellegrina in Roma alla chiesa di Dio che è pellegrina in Corinto, ai chiamati e santificati dalla volontà di Dio per il Signore nostro Gesù Cristo. Grazia a voi e pace dall'onnipotente Iddio per Gesù Cristo si accresca».

La lettera continua riferendo varie notizie storiche e dando un preciso ricordo del martirio che i SS. Pietro e Paolo avevano subito in Roma; a giustificazione del ritardo nell'intervento per far cessare la «scissione aliena ed estranea agli eletti di Dio, scellerata ed empia che poche persone temerarie e presuntuose accesero» vengono addotte dall'estensore della lettera «le improvvise e susseguenti contro di noi disgrazie ed avversità», ossia la persecuzione di Domiziano che durò fino al 96 d. C.

Autore della lettera ai Corinti fu il vescovo Clemente, che nella serie dei pontefici viene dopo Lino e Anacleto; qualche studioso ha ridotto la funzione di Clemente a quella di semplice estensore del documento, di segretario della comunità, incaricato di mettere per scritto i sentimenti e le decisioni di questa. Al contrario, tutta la tradizione antica gli ha riconosciuto un posto più eminente ed ha visto in lui una personalità notevole, conscia delle responsabilità della sua carica e desiderosa di restare fedele alla tradizione trasmessa a lui dai Fondatori della chiesa romana. Risulta, infatti, da vari passi della lettera che Clemente concepisce le comunità cristiane come gruppi di fedeli guidati dai propri pastori, i quali hanno una duplice funzione, di comando e di assistenza caritatevole; tali società religiose hanno una loro regola (kanon) alla quale tutti debbono aderire mentre le autorità debbono assolvere il loro ufficio (leiturgia) e trasmetterlo agli altri; queste autorità sono indicate coi nomi di vescovi e di presbiteri senza distinzione; fuori della società cristiana non c'è possibilità di salvezza.

La «I Clementis» (così è passato alla storia questo importante documento) non è, come lo ha definito il Sohn, la prima manifestazione del diritto ecclesiastico, non è, cioè, il sintomo che l'ordinamento burocratico ha soppiantato la spiritualità delle origini cristiane; non è neppure, a rigor di termini, una prova del primato romano perché di esso non vi è traccia in alcuna dichiarazione del testo; il suo valore consiste nel fatto stesso di esser stata scritta, in quanto dimostra che in un tempo in cui esistevano tante comunità di indubbia origine apostolica, soltanto quella romana sentì l'opportunità - o per richiesta degli interessati o per sua iniziativa - di occuparsi della vita interna di una chiesa; vi era in essa un senso «cattolico» della vita cristiana, che conteneva, almeno embrionalmente, l'affermazione di un compito di sorveglianza e di magistero: «Ci darete grande gioia se obbedirete a quanto vi abbiamo scritto per lo Spirito Santo, se toglierete di mezzo la peccaminosa gelosia assecondando l'ammonimento di pace e di concordia che vi abbiamo rivolto in questa lettera» (LXIII, 2). Poiché tale coscienza non poteva essere frutto di arroganza, come ci fa fede lo stesso sviluppo storico della chiesa primitiva, essa doveva procedere da qualche fonte, essere la conseguenza di un deposito affidato secondo un disegno divino alla comunità romana ed al suo capo; in base ad esso Roma agì con prudenza ma con energia facendo vibrare sempre la nota disciplinare ed insistendo sulla necessità che fosse rispettata la gerarchia se si voleva che l'ordine fosse mantenuto.

La Chiesa di Corinto accolse con venerazione la lettera di Clemente e la pose tra i testi sacri che venivano letti durante la funzione domenicale; c'è, anche se non espresso, il «Roma locuta est» che Agostino pronunzierà trecentoventi anni più tardi. Ma la comunità romana non sapeva soltanto comandare, sapeva pur essere generosa perché anche attraverso la beneficenza potevano esser tenuti stretti i legami della comunione ecclesiastica. Consideriamo una testimonianza relativa a questo secondo aspetto della posizione di Roma nella cristianità antica.

Da Ignazio di Antiochia ad Abercio

Se alla fine del I secolo dell'era cristiana s'incontrano i segni di un intervento romano nelle faccende delle altre chiese, per i primi decenni del secolo successivo restano le prove di devote invocazioni rivolte a Roma dai membri più illustri di cristianità lontane. Così Ignazio d'Antiochia, mentre era condotto al martirio, dopo avere indirizzato varie lettere ai fedeli di tutto il mondo, ne inviò una anche ai Romani, ma tenne a precisare subito che egli non aveva ordini da imporre a questa comunità bensì soltanto desiderava richiedere da essa preghiere: «Ignazio detto Teoforo, alla chiesa che ha ottenuto misericordia nella magnificenza del Padre Altissimo e di Gesù Cristo unico Figlio di lui; amata e illuminata per volontà di colui che vuole tutte le cose che sono la carità di Gesù Cristo nostro Dio; la quale anche presiede nel luogo della regione dei Romani, degna di Dio, degna di onore, meritamente beata, degna di lode, degna di felice successo, degnamente casta, che presiede alla carità, che custodisce la legge di Cristo, Figlio del Padre; a quelli che secondo la carne e lo spirito sono uniti nell'obbedienza a ogni comandamento di lui, ripieni di grazia di Dio, saluti cordiali in Gesù Cristo».

Queste dichiarazioni indicano che Ignazio riconosceva a Roma una speciale posizione e, come diceva l'Harnack, attribuiva alla comunità romana una precedenza nel gruppo delle comunità sorelle, essendogli nota l'energica e costante attività di essa capace di trasmettere forza ed insegnamenti alle altre. Non entriamo in discussioni sulle varie espressioni usate da Ignazio nell'intestazione riportata; in particolare ha dato da pensare l'inciso che potrebbe anche esser tradotto «che sta a capo della comunità», intendendo non tanto come carità materiale quanto come legame d'amore che unisce i membri della chiesa. Ad ogni modo è certo che nel corso della lettera Ignazio insiste ancora sul primato di Roma e fonda tale prerogativa sulla tradizione apostolica; nel capitolo IV ricorda il soggiorno di Pietro e Paolo a Roma e ne parla come di cosa a tutti nota ed accettata pacificamente. Conforme alla sua concezione ecclesiologica, Ignazio dà grande importanza al vescovo, unico capo di ogni chiesa e fulcro della vita di essa; in tal modo i vari elementi costitutivi della comunità vengono componendosi davanti ai nostri occhi in modo organico dandoci la possibilità di raffigurare in concreto l'ordinamento e le attività di essa. Anche le altre varie testimonianze del II secolo concordano nel mostrare il fervore e la complessità della vita della comunità cristiana di Roma.

Alla metà del secolo s'incontra un nuovo esempio del rispetto da cui era circondata la sede romana e dell'influenza da essa esercitata su tutta la cristianità: il venerando ed autorevole vescovo di Smirne, Policarpo, decise di compiere il viaggio fino a Roma per dirimere una questione, che teneva agitati gli animi dei fedeli, relativa alla data della celebrazione della Pasqua, fissata da alcuni al 14 del mese di nisan (giorno della morte di Gesù), da altri spostata alla domenica successiva al plenilunio di quel mese (come avviene ancor oggi). Il vescovo Aniceto, che reggeva allora la comunità, non volle derogare dagli usi locali, o, come disse S. Ireneo pochi decenni più tardi, «non poté mutare la costumanza dei presbiteri che lo avevano preceduto», mentre Policarpo, forte della tradizione giovannea, non volle a sua volta transigere; tuttavia i due vescovi mantennero la buona pace tra loro e, in segno di amicizia, Aniceto fece celebrare una volta la funzione eucaristica dal suo confratello in sua vece. La personalità del vescovo incomincia con Aniceto a prendere rilievo, anche se esagera l'Harnack a considerare il suo governo come l'inizio dell'episcopato monarchico locale; la sua attività fu rivolta principalmente ad affermare l'unità nella comunità minacciata da eresie e da divergenze; se anche non riuscì pienamente nell'intento, rimane un fatto indiscutibile la chiarezza dei suoi propositi e lo zelo dimostrato.

Un commosso omaggio a Roma rivolse Abercio, un cristiano, forse prete, di Jeropoli nella Frigia; non si può pensare che gli elogi profusi «al regno e alla regina che ha d'oro la stola e i calzari» ed al popolo «che fulgido porta un sigillo» siano rivolti alla Roma pagana, alla persecutrice dei cristiani; si tratta invece della descrizione della chiesa, che era imponente non tanto per le ricchezze esteriori quanto per la sostanziale importanza delle sue funzioni e per la nobiltà della sua origine. Le frasi ora riferite fanno parte di un epitaffio, conservato nel Museo Lateranense e giudicato la più preziosa delle iscrizioni cristiane per l'abbondanza di notizie contenute; Abercio visse nella seconda metà del II secolo, viaggiò molto e venne di persona a Roma.

Ireneo di Lione e Vittore

Tutte le testimonianze finora addotte sull'importanza e la funzione della chiesa di Roma sono superate da quella di Ireneo, che fu vescovo di Lione in Gallia pur essendo di origine orientale, perché la sua parola è autorevole ed esplicita, fondata su prove e precisa nei riferimenti. Infatti Ireneo era separato dagli Apostoli da una sola generazione ed aveva conosciuto molti discepoli diretti di essi; per questo la sua dottrina era tutta derivante da tradizioni fresche e dalle istruzioni di persone autorevoli e competenti; inoltre i suoi viaggi da un'estremità all'altra del bacino mediterraneo lo avevano messo in grado di essere al corrente delle condizioni delle varie cristianità. Di fronte al grave pericolo rappresentato dalle insorgenti eresie, Ireneo non soltanto mosse in polemica contro gli erranti ma si appellò al rimedio più sicuro, quello rappresentato dal ritorno alle pure tradizioni apostoliche; in tal modo egli è per noi (ed anche gli studiosi protestanti e razionalisti convengono in questo) il garante dello spirito conservatore della chiesa primitiva, il testimonio dell'unità ed immutabilità della fede cristiana nel II secolo.

Per quanto sia indubbio che il testo di Ireneo è giunto a noi corrotto, risulta tuttavia ben chiaro in esso il concetto che la chiesa di Roma possiede un'autorità superiore a qualunque altra in ciò che concerne la fede, e tale autorità non le deriva dall'essere la chiesa più antica (né infatti lo è) o di fondazione apostolica (anche altre lo erano), ma da un qualcosa che essa sola possiede o che almeno ha in grado più eminente delle altre; di conseguenza è un obbligo morale accordarsi con essa nelle questioni di fede se si vuole mantenere la verità e non fare come gli eretici che per vanagloria od accecamento «raccolgono là dove non debbono», ossia introducono novità contrarie alla tradizione; la chiesa romana, che è ben nota a tutti, confonderà con la purezza del suo insegnamento, conforme all'autorità della Scrittura, gli erranti e manterrà l'autenticità della dottrina apostolica.

Si è parlato finora di chiesa, ma Ireneo ha ben chiara davanti alla mente una persona, non un ente, in quanto sa che è soltanto per la successione dei vescovi che si realizza la continuità della tradizione; il riconoscimento di un'autorità dottrinale del vescovo di Roma forma, pertanto, il nucleo del pensiero di Ireneo e permette a noi di parlare di una credenza nell'infallibilità in materia di fede già viva nel secondo secolo ed universalmente accolta, tanto da divenire l'arma più sicura per confondere gli eretici, il mezzo più certo per stabilire la verità religiosa tra i cristiani.

Due applicazioni di tal principio s'incontrano in quel tempo e denotano sempre meglio il peso rappresentato dalla comunità romana nella evoluzione storica del messaggio evangelico; si tratta della determinazione del canone ufficiale dei libri del Nuovo Testamento e della formulazione dei primi Simboli o professioni di fede. E' stato l'Harnack ad osservare che non solo la distinzione tra i libri biblici - canonici o non - compare per la prima volta nella chiesa di Roma, ma anche che i manoscritti orientali ci offrono lezioni del testo usato costì, il che si spiega agevolmente supponendo che ogni comunità ricevesse un modello da Roma e correggesse su di esso i propri lezionari; d'altronde è cosa notissima, sempre secondo l'autore citato, che le varie chiese comunicavano tra loro non direttamente ma attraverso quella romana ed anche la datazione degli atti era segnata ovunque non secondo gli anni di governo dei propri vescovi ma secondo quelli del vescovo di Roma. Nell'elaborazione del simbolo, che attraverso successive aggiunte assunse la sua forma attuale soltanto al tempo del concilio di Nicea, la parte avuta dalla chiesa romana fu ancora una volta decisiva sia per la sorveglianza esercitata al fine di non lasciare introdurre nuovi passi sia nella cura dimostrata a diffondere le formule ormai fissate; e poiché l'accettazione o meno del simbolo era «conditio sine qua non» per l'appartenenza alla chiesa e la sua interpretazione era una funzione importante e delicata nell'andamento della vita della comunità, ognun vede quale notevole coefficiente abbia rappresentato, per gli sviluppi del prestigio e dei poteri della chiesa romana, la sua azione in tal campo.

L'avvento di Vittore, l'«episcopus afer» eletto nel 189, segnò un nuovo orientamento nella storia del pontificato ed un buon passo avanti sulla via dell'affermazione del primato romano. Anzitutto si constata un cambiamento nella lingua dei documenti ufficiali, che è indice di uno spostamento nelle influenze predominanti nella comunità (dal greco, in cui erano finora scritti i testi cristiani di Roma, si passa al latino); in secondo luogo fu accentuato il carattere organizzativo, fu irrigidita la disciplina ed accresciuta la severità. Le questioni più importanti sorte nel decennio di episcopato di Vittore furono due, una disciplinare ed una dottrinale, ed in entrambe la presa di posizione di Vittore fu netta e la sua linea di condotta inflessibile. Per definire una volta per sempre la vecchia questione della data della Pasqua, Vittore fece convocare vari concili provinciali e regionali, poi ordinò all'unico che aveva dato un parere diverso da quello romano (era quello dell'Asia Minore, erede della tradizione giovannea e di Policarpo) di uniformarsi senz'altro alla maggioranza minacciando le più gravi sanzioni ai renitenti; dovette interporsi il già ricordato Ireneo di Lione e, col tempo, il dissidio fu appianato, ma il gesto d'autorità compiuto dal vescovo di Roma rimane significativo. Lo stesso avvenne a proposito dell'errore dottrinale di un certo Teodoto, che andava predicando che Cristo non era Dio ma soltanto un uomo adottato da Dio; con stile lapidario Ippolito - di cui dovremo trattare a lungo tra breve - ricorda che «Vittore ha scomunicato Teodoto conciatore di pelli capo di quella apostasia»; l'eresia era infatti gravissima, mettendo in forse i fondamenti stessi di tutta la rivelazione, ma la reazione fu pure immediata e severa.

Così facendo, il pontefice non suscitava scandali, anzi soddisfaceva un'esigenza universalmente sentita; se, infatti, qualcuno osservò, a proposito della minaccia di separare gli Asiatici dalla comunione romana e dall'unità comune, che Vittore era stato troppo severo, nessuno mise in dubbio il suo diritto di esercitare quel potere, e circa la punizione degli eretici, Tertulliano ricordò - la citazione concerne Valentino e non Teodoto, ma il concetto è applicabile ad entrambi - che colui che «ab ecclesia authenticae regulae abrupit» non può più sperare di essere discepolo di Cristo. Dagli scritti del bollente apologista africano ora ricordato possiamo ancor trarre questa citazione che va ad onore della chiesa di Roma e conferma il soggiorno di Pietro nell'Urbe: «Se ti piace indagare più addentro nell'interesse della tua salvezza, percorri le chiese apostoliche dove tuttora le cattedre stesse degli Apostoli estendono sui vicini la loro autorità... Se abiti vicino all'Acaia, eccoti Corinto;... se poi sei dalle parti d'Italia, quivi è Roma, da cui viene anche a noi (Africani) l'autorità. Fortunata veramente è quella chiesa nella quale gli Apostoli diffusero ogni dottrina e versarono tutto il loro sangue! Quivi Pietro è fatto degno d'una morte simile a quella del Signore, quivi Paolo e Giovanni ottengono la palma del martirio...» («De praescriptione», XXXVI; lo scritto fu composto intorno al 200).

La ecelesiologia di Cipriano di Cartagine

Davanti a questo complesso di testimonianze è difficile persistere nella negazione del primato romano ed, infatti, ormai la sana critica storica non ripete le vecchie accuse di usurpazione di poteri, di diritti infondati e simili. Tuttavia gli errori non scompaiono e, ad esempio, il Koch presenta le cose in questo modo: il vescovo di Roma passò dal rango di fratello a quello di maestro prendendo l'iniziativa di assicurare alla chiesa un'autorità centrale e compiendo con questo un prezioso servizio alla cristianità perché ne centuplicò le forze; egli solo ebbe l'energia ed il coraggio di compiere tal colpo di genio e ciò in virtù delle qualità native della razza latina: il premio che ne ebbe fu la giusta ricompensa della sua forza morale e della fedeltà al dovere. Un simile atteggiamento, se non è volgarmente ostile, è pur sempre radicalmente incapace di comprendere il fondamento del primato e la caratteristica della funzione del vescovo di Roma.

Del discusso e discutibile editto di Callisto non importa in questa sede esaminare il contenuto e le applicazioni, ma è sufficiente ricordare che anche quei vari provvedimenti relativi ai matrimoni misti, al perdono dei peccati più gravi e ad altre misure disciplinari mostrano un fervore d'attività, una complessità di problemi in gioco, una sicurezza nelle proprie attribuzioni, che ci fanno certi dell'importanza della sede romana all'inizio del III secolo (Callisto pontificò dal 218 al 222); anche l'acre dissidio tra Callisto ed Ippolito - nominato antipapa dal gruppo orientale della comunità romana e rimasto a lungo sulla breccia - prova «ex contrario» che la dignità vescovile era ambìta e che riuscire a mettere il proprio candidato a quel posto significava trarne vantaggi notevoli. Né i cristiani di Roma erano ormai sconosciuti ai pagani ed alle autorità, né i rapporti che si stabilivano con questi erano sempre ostili; Callisto era in relazioni d'affari con gli ambienti bancari di Roma, e Vittore ottenne per intercessione di Marcia (che pur essendo cristiana era la concubina dell'imperatore Commodo) la liberazione dei fedeli condannati ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna.

I tempi brutti non tardarono però a venire, e vari vescovi di Roma coronarono col martirio la loro vita; così fu di Callisto, del suo successore Ponziano e dello stesso Ippolito, che, deportato in Sardegna «ad metalla», si riconciliò col papa; più tardi furono condannati Antero, Fabiano, Sisto, mentre Cornelio ed altri vennero esiliati. Siamo al tempo delle grandi persecuzioni della metà del III secolo; l'imperatore Decio, per primo, volle sistematicamente stroncare l'insidiosa minaccia rappresentata dal cristianesimo per la compagine statale, naturalmente giudicando le cose dal suo punto di vista, ossia stimando che il mantenimento dell'antico ordine statale fosse un vantaggio per tutti e rappresentasse la salvezza di Roma. A proposito di Decio, un suo biografo riferisce che egli riteneva più pericoloso un vescovo di Roma del più potente dei suoi avversari politici; e vi sono stati degli studiosi che hanno osato affermare che fu il potere imperiale a conferire ai pontefici la forza ed il prestigio di cui godettero! Quando i favori vennero, dal IV secolo in poi, i vescovi di Roma avevano già una posizione consolidata ed erano riusciti a superare secolari lotte, all'ultimo sangue, contro la «grande meretrice» e gli anticristi impersonificati dai diversi titolari della suprema carica mondana.

Le persecuzioni provocarono dissensi anche nell'interno delle comunità cristiane perché i rigoristi non volevano riammettere i lapsi, ossia coloro che non avevano saputo resistere alla prova ma che, passato il pericolo, si mostravano pentiti e chiedevano perdono; a Roma scoppiò uno scisma in proposito, tra Novaziano e papa Cornelio (253-55), aggravato da divergenze di dottrine sulla Trinità e da rancori personali per la mancata scelta di Novaziano a capo della chiesa dopo una sua lunga reggenza durante la sedevacanza. Qualcosa del genere si verificò pure a Cartagine, ma con le posizioni invertite; Novato e Felicissimo, che si contrapposero al vescovo Cipriano, erano infatti dei lapsi, ma non ebbero difficoltà ad allearsi per convenienza con Novaziano.

Tra Cipriano e papa Cornelio, invece, non vi era piena intesa e mutua comprensione per divergenze su vari punti e per una certa suscettibilità personale, ma il peggio fu quando sulla cattedra romana salì Stefano (254); gli incidenti avvennero allora con frequenza e furono di una certa gravità, primo tra tutti quello sulla validità del battesimo amministrato dagli eretici, che a Roma era riconosciuta ed a Cartagine no, in conformità di tutto l'atteggiamento di maggior rigidezza proprio della chiesa africana. Una serie di concili confermò la piena adesione di tutti i suffraganei intorno a Cipriano, ma i delegati africani non furono neppure ammessi alla presenza del vescovo di Roma, il quale per contro inviò lettere severissime a Cartagine minacciando scomuniche; la triste vicenda ebbe termine per la sopravvenuta morte dei protagonisti, entrambi martirizzati nella ripresa della persecuzione sotto l'imperatore Valeriano, ed una decisione in merito fu rimandata ad altra epoca.

Nel frattempo Cipriano aveva modo di esporre alcune sue idee sull'ordinamento della chiesa e sulle facoltà del vescovo di Roma, che meritano un attento esame anche perché sono state interpretate variamente e tendenziosamente. Per Cipriano il fulcro della chiesa è il vescovo e la forza del vescovo sta nella sua legittima discendenza dagli Apostoli attraverso una regolare successione; ma dicendo chiesa, non si deve pensare ad un'universalità che abbracci tutte le sedi vescovili bensì alle singole comunità, che formano ciascuna un'unità organica e sono governate con pieni poteri dal vescovo locale. In questo senso, Cipriano afferma che ogni vescovo è vicario di Cristo e successore degli Apostoli, perché sostituisce e rappresenta quello ed esercita la stessa autorità di questi. Sorge allora il problema delle relazioni delle varie chiese tra loro, e soprattutto con quella di Roma, e della posizione preminente di questa nel corpo ecclesiastico; in proposito il vescovo di Cartagine non ebbe un parere costante e sarebbe esagerato voler trovare in lui una sola opinione ed un perfetto accordo tra le varie fasi dei suoi scritti; troppo diverse furono, d'altronde, le questioni da lui affrontate in quegli anni turbinosi.

Quello che è certo è il suo rispetto per la «cathedra Petri», il riconoscimento che egli fece in modo esplicito e caloroso di una «principalità» della chiesa di Roma in base alla quale egli ritenne che essa fosse la fonte della unità sacerdotale, cioè che costituisse l'archetipo, il modello di tutte le chiese, benché, di fatto, non tutte avessero avuto origine da lei. Con questo, Cipriano non intendeva ancora riconoscere un diritto d'intervento romano negli affari interni delle altre comunità, cioè, per usare altre parole, non ammetteva un primato d'ordine giurisdizionale e legislativo, pur ritenendo che Roma fosse la chiesa primaria in linea di principio ed affidando ad essa il compito di tenere le fila di tutte le chiese, di essere il punto di riferimento; a suo giudizio, il vescovo di Roma svolgeva un'azione positiva e concreta come fattore dell'unità cattolica, di conseguenza era necessario che tutte le altre chiese si conformassero al suo modo d'agire.

Ma, con tutto ciò, resta il fatto che Cipriano, a causa della sua tarda conversione e della troppo rapida formazione religiosa, non comprese mai bene il valore dei privilegi di Pietro, anche se ebbe per la chiesa un amore fervente e devoto (è sua la frase: «non avrà Dio per padre chi non ha la chiesa per madre»). Inoltre egli tenne con papa Stefano un tono che non è certo quello del subordinato che chiede ordini, ma di un collega che non esita ad unire alla deferenza una certa arditezza (d'Alès); Cipriano rimproverava a Stefano di essersi attribuito un'autorità indebita, d'essersi arbitrariamente costituito superiore, d'aver fatto il tiranno, ma non per questo dimenticava che la «cathedra Petri» non è soltanto un ricordo ed un simbolo, ma è una realtà presente ed operante, un'istituzione permanente alla quale occorre riferirsi dato che si concreta nella persona del vivente successore dell'Apostolo.

A sua volta Stefano si mostrò all'altezza del compito quando con testarda perseveranza ripeté: «nihil innovetur nisi quod traditum est»; era suo dovere mantenersi ligio alla tradizione e tutto quanto pareva attentare alla purezza di essa veniva giudicato da lui come un pericolo ed un'indegnità.

La posizione del Vescovo di Roma nella federazione delle chiese antiche

Dopo la grave controversia ora narrata, la storia del pontificato romano rientra nell'ombra per un lungo periodo e non richiede un approfondito esame; due soli episodi meritano un ricordo per il restante del secolo III: la lettera di Dionigi (261-272) all'omonimo vescovo di Alessandria d'Egitto in cui vengono mosse delle critiche ad alcuni punti del suo insegnamento a proposito della Trinità. Benché il secondo Dionigi fosse un personaggio autorevolissimo e rappresentasse la tradizione dell'illustre scuola alessandrina decorata dei nomi di Clemente ed Origene, il primo non esitò a compiere il suo dovere, pur usando la maggior delicatezza possibile e cercando di non sminuire il prestigio del collega di fronte ai suoi diocesani; Dionigi alessandrino si sottomise volenterosamente ai richiami. L'esercizio del magistero ecclesiastico da parte di Roma continuava dunque inalterato ed era rispettato anche da uomini e da chiese di grande importanza.

Di tutt'altro genere è l'altro episodio: si tratta di una decisione dell'imperatore Aureliano in una controversia tra il vescovo di Antiochia, Paolo, e Demetriano, che era stato destinato a sostituirlo essendo l'altro caduto in errori dogmatici; non volendo il primo sloggiare dall'episcopio, si dovette richiedere l'intervento dei pubblici poteri, ed Aureliano decretò che la casa fosse occupata da coloro «ai quali venivano scritte lettere dai vescovi d'Italia e di Roma». Dunque anche un estraneo, come l'imperatore, sapeva che la comunione con Roma costituiva la essenza della vita cristiana, il segno di riconoscimento della validità delle cariche e dell'ortodossia delle dottrine. E siamo ad Antiochia, che pure era stata una sede di Pietro, né a noi consta che il vescovo di Roma fosse stato precedentemente interessato alla questione di Paolo o che in qualche modo sia intervenuto presso Aureliano per far sentire la sua voce.

La persecuzione di Diocleziano provocò larghi vuoti nella Chiesa romana, e nella stessa serie dei vescovi vi sono lunghi intervalli di sedevacanza; per di più le difficoltà esterne ebbero riflessi nell'interno della comunità e, come spesso avveniva in quei casi, si crearono diversi partiti che si accusavano a vicenda di defezione. Anche i vescovi furono coinvolti in tali critiche e ne uscirono assai male; di Marcellino è persino dubbio che abbia saputo resistere alla prova e pare che abbia consegnato i libri santi in un momento di debolezza, riscattato poi dal martirio subito nel 304; di Marcello si sa che venne mandato in esilio da Massenzio perché l'opposizione di un gruppo di fedeli creava turbamenti e disordini in città; lo stesso fu di Eusebio e del suo antagonista Eraclio, entrambi espulsi da Roma per ordine dello stesso Massenzio. Invece Milziade ottenne nel 311, ancora da Massenzio, la restituzione degli edifici di culto che erano stati confiscati durante la persecuzione. Siamo, ormai, alla vigilia del riconoscimento ufficiale del cristianesimo da parte dell'impero ed è superfluo soffermarsi sulle conseguenze che quel gesto produsse in tutto l'organismo ecclesiastico, e quindi anche nell'attività e nella posizione del vescovo di Roma. Conviene piuttosto, avendo terminata l'esposizione abbastanza dettagliata, quale era richiesta dall'importanza dell'argomento, delle vicende della Chiesa romana nei primi secoli della storia del cristianesimo, tentare di ricavare qualche conclusione, cosa che d'altronde non presenta difficoltà.

La concezione che si aveva allora della «Chiesa» era quella di una grande federazione di «chiese» locali, ciascuna delle quali formava una società perfetta ed autonoma, retta da un'autorità centrale, il vescovo, che conservava il deposito della fede ed impersonava la tradizione; ma non per questo le varie chiese cessavano di appartenere alla comunione dell'unità cattolica anzi tendevano a moltiplicare le relazioni reciproche, ad avere la stessa struttura, gli stessi riti e lo stesso simbolo. La Chiesa visibile veniva, in tal modo, a coincidere con la Chiesa mistica in una cattolicità che indicava sia la concentrazione di ogni comunità in se stessa sia la coesione perfetta nell'unica fede e nelle istituzioni fondamentali. Quale era il posto occupato dal vescovo di Roma in una situazione siffatta od, in altre parole, esistono le condizioni per poter parlare con verosimiglianza di un primato? Naturalmente non bisogna prendere come modelli la prassi pontificia di altre epoche o le dichiarazioni di dottrinari posteriori, ma occorre tener presente che allora varie chiese erano di fondazione apostolica. Tuttavia vi era una funzione specifica del vescovo di Roma, che implicava l'esercizio di un'autorità su tutti, ed era il controllo della conformità all'autentica fede, la sorveglianza sulla fedeltà alla tradizione, il mantenimento della comunione tra i vari membri del corpo cristiano. L'intervento nella vita interna delle chiese locali, la minaccia di sanzioni, l'esclusione dall'unità della Chiesa universale sono conseguenze di tale privilegio e sono prerogative esclusive di Roma, dato che nessun'altra ha mai rivendicato poteri di tale genere e nessuna ha mai scomunicato la Chiesa romana od anche solo agitato lo spauracchio di una simile punizione, mentre, come si è visto, qualche vescovo di Roma ha persino esagerato in proposito e soltanto la morte lo ha trattenuto dal compiere gesti eccessivi.

Per inciso, si può anche far notare che non erano le qualità personali dei singoli vescovi di Roma ad imporre il rispetto e ad ottenere l'assenso; era il seggio come tale che era venerato ed ubbidito, ed anche mutando il titolare, lo svolgimento delle pratiche proseguiva senza interruzione. I cristiani non si stupivano se, avendo scritto ad un vescovo, ricevevano risposta da un altro che nel frattempo gli era succeduto nella carica, la persona che veramente parlava e che guidava la Chiesa era unica, Pietro. Però è anche doveroso riconoscere che durante i primi tre secoli il ricorso a Roma aveva luogo soltanto a titolo eccezionale, in casi particolarmente gravi, cioè quando era in gioco la fede o veniva fortemente turbata la disciplina; nella pratica quotidiana, nel disbrigo degli affari ordinari i vescovi non pensavano mai di interessare il papa e sarà soltanto alla fine del IV secolo che si verificherà un'importante innovazione, mutando radicalmente il sistema dei rapporti tra Roma e la periferia.

Ma, in occasione degli interventi, che cosa permetteva a Roma d'agire in tal modo senza incontrare opposizioni e senza ricevere smentite? Già si disse: il privilegio, che era veramente un unicum, di essere l'erede di Pietro, la continuatrice della sua posizione di «princeps Apostolorum». Solo in lei - ossia nel suo vescovo - si effettuava il punto d'incontro delle diverse parti della cristianità disperse nello spazio ma incentrate in Roma per la «principalitas» ad essa connaturata, per la caratteristica che le era propria di essere guardiana della fede e modello di condotta e d'organizzazione. La circostanza che la città di Roma fosse la capitale politica del mondo, il centro di un impero allorché ebbe inizio il cristianesimo, non è un fattore decisivo nella giustificazione del posto occupato dalla comunità cristiana di essa nella totalità delle chiese; può essere stato un buon punto d'appoggio, un vantaggio per le comunicazioni scambievoli, così come le virtù proprie dell'indole romana (il senso pratico, la disciplina, lo spirito di sopportazione delle fatiche) possono avere agevolato l'esercizio delle funzioni ecclesiastiche, ma nessun membro delle diverse chiese allora esistenti, che erano autorevoli e potenti, si sarebbe mai sottomesso per motivi così banali ed estrinseci, mentre accettava tutto quanto derivava dalla «ecclesia Petri» sapendo che i privilegi conferiti da Cristo all'apostolo erano rimasti attaccati alla Chiesa a lui confidata e divenuta, per questo stesso, la «principalis» in perpetuo.

Postscriptum - Sul tema della collegialità vescovile e del primato pontificio nei primi secoli della storia della Chiesa, Jean Colson - specialista di tali studi - ha scritto recentemente: «Quando Harnack scrive che Roma è passata dal rango di sorella a quello di madre si deve riconoscere che ciò è avvenuto non per un aumento della potenza della chiesa della capitale imperiale (anche se questo fatto ha avuto la sua parte) ma perchè Pietro aveva ivi trasferita nel 63 la chiesa madre di Gerusalemme. Tuttavia sarebbe più esatto dire che nè Roma nè Gerusalemme erano madri, bensì sorelle maggiori delle altre chiese essendo state generate per prime e a parte dal Cristo in Pietro, centro del collegio apostolico, facendone il riassunto, il prototipo, il simbolo dell'unità di tutte quelle che sarebbero sorte in seguito ma che coesistevano di già con esse collegialmente, indivisibilmente, nel pensiero di Cristo allorquando Egli stabiliva su «Pietro e quelli che erano con lui» l'unica chiesa di cui «Pietro insieme con gli Undici» convocò la prima riunione nel giorno della Pentecoste. Lo ha affermato anche il Concilio Vaticano I......

«Il vescovo di Roma appare dunque nel corso dei primi secoli come il legame della fraternità, il vescovo della collegialità realizzante l'unanimità delle fede e della carità delle chiese nella Chiesa. In quanto egli è tale legame della collegialità apostolica, segno efficace dell'unione dei guardiani della Tradizione nella verità della stessa Fede, egli parla in certi casi con una personale infallibilità dottrinale, essendo la bocca mediante la quale si esprime la Tradizione, contenuta e continuata da tutto il collegio apostolico. Non è il vescovo di Roma come tale «il» guardiano della Tradizione, perchè lo sono tutti i vescovi collegialmente con gli altri, ma ciascuno nella sua chiesa, un «sacramento-persona» dell'unità cattolica; tuttavia il suo ruolo è quello di essere al centro di quella collegialità dei successori degli Apostoli, il «sacramento-persona » dell'unità di tale collegialità dispersa tra tutti i popoli della terra.

«Nell'epoca feudale, essendosi ciascun vescovo chiuso nella sua diocesi, andò smarrita tale coscienza della collegialità episcopale nell'opera solidale di evangelizzazione del mondo (...) e dal XII secolo in avanti le formule liturgiche sottolineeranno la nuova situazione tendente a ridurre i vescovi al semplice posto di prefetti che hanno ricevuto da Roma l'amministrazione di un territorio circoscritto e non aventi autorità e funzione se non in quanto essi sono un riflesso di Roma (...). Nell'antichità cristiana Pietro è centro e capo del corpo, ma non si sostituisce a questo né lo assorbe, ed egli interviene sempre per il bene comune, per la salute del popolo cristiano: il senso collegiale dell'episcopalità è profondamente radicato nella Chiesa antica» (I. Colson, "L'épiscopat catholique", Paris, 1963).