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P. R. Cantalamessa: IO SONO IL BUON PASTORE

Questa è la domenica del Buon Pastore, ma per una volta non è su di lui che vogliamo concentrare l'attenzione quanto piuttosto sul suo antagonista. Chi è il personaggio definito "ladro" ed "estraneo"? Gesù pensa, in primo luogo, ai falsi profeti e agli pseudo-messia del suo tempo che si spacciavano per inviati da Dio e liberatori del popolo, mentre in realtà non facevano altro che mandare la gente a morire per loro. Oggi questi "estranei" che non entrano per la porta, ma si introducono nell'ovile di soppiatto, che "rubano" le pecore e le "uccidono" sono visionari fanatici, o approfittatori astuti, che speculano sulla buona fede e la ingenuità della gente. Mi riferisco a fondatori o capi di sette religiose che pullulano nel mondo.

Quando parliamo di sette, dobbiamo però stare attenti a non mettere tutto sullo stesso piano. Gli Evangelici e i Pentecostali protestanti, per esempio, a parte gruppi isolati, non sono sette. La Chiesa cattolica da anni mantiene con essi un dialogo ecumenico a livello ufficiale, ciò che non farebbe mai con le sette.

Le vere sette si riconoscono da alcune caratteristiche. Anzitutto quanto al contenuto del loro credo, essi non condividono punti essenziali della fede cristiana, come la divinità di Cristo e la Trinità; oppure mescolano a dottrine cristiane elementi estranei incompatibili con esse, come la reincarnazione. Quanto ai metodi, sono, alla lettera "ladri di pecore", nel senso che tentano con tutti i mezzi di strappare i fedeli alla loro Chiesa di origine, per farne degli adepti della loro setta. Sono di solito anche aggressivi e polemici. Più che proporre dei contenuti propri, passano il tempo ad accusare, polemizzare, contro la Chiesa, la Madonna e in genere tutto ciò che è cattolico. Siamo, con ciò, agli antipodi del Vangelo di Gesù che è amore, dolcezza, rispetto per la libertà altrui. L'amore evangelico è il grande assente dalle sette.

Gesù ci ha dato un criterio sicuro di riconoscimento: "Guardatevi, ha detto, dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete" (Mt 7,16). E i frutti più comuni del passaggio delle sette sono famiglie spaccate, fanatismo, attese apocalittiche della fine della mondo, regolarmente smentite dai fatti.

C'è un altro tipo di sette religiose, nate fuori del mondo cristiano, in genere importate dall'oriente. A differenza delle prime, esse non sono aggressive, si presentano anzi "in vesti di agnello", predicando l'amore per tutti, per la natura, la ricerca dell'io profondo. Sono formazioni spesso sincretistiche, cioè che mettono insieme elementi di varie provenienze religiose, come è il caso di New Age.

L'immenso danno spirituale di chi si lascia convincere da questi nuovi messia, è che perde Gesù Cristo e con lui quella "vita in abbondanza" che egli è venuto a portare. Alcune di queste sette sono pericolose anche sul piano della sanità mentale e dell'ordine pubblico. Le vicende ricorrenti di plagio e di suicidi collettivi ci avvertono fin dove può portare il fanatismo di qualche capo settario.

Quando si parla delle sette dobbiamo però recitare anche un «mea culpa». Spesso le persone finiscono in qualche setta per il bisogno di sentire il calore e il supporto umano di una comunità, che non hanno trovato nella loro parrocchia.

Ratzinger - Benedetto XVI. Cristo è il pastore bello che depone la sua vita per ogni uomo

OMELIA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,

cari Ordinandi,

cari fratelli e sorelle!


L’odierna IV Domenica di Pasqua, tradizionalmente detta del "Buon Pastore", riveste per noi, che siamo raccolti in questa Basilica Vaticana, un particolare significato. E’ un giorno assolutamente singolare soprattutto per voi, cari Diaconi, ai quali, come Vescovo e Pastore di Roma, sono lieto di conferire l’Ordinazione sacerdotale. Entrerete così a far parte del nostro "presbyterium". Insieme con il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari ed i sacerdoti della Diocesi, ringrazio il Signore per il dono del vostro sacerdozio, che arricchisce la nostra Comunità di 22 nuovi Pastori.

La densità teologica del breve brano evangelico, che è stato poco fa proclamato, ci aiuta a meglio percepire il senso e il valore di questa solenne Celebrazione. Gesù parla di sé come del Buon Pastore che dà la vita eterna alle sue pecore (cfr Gv 10,28). Quella del pastore è un’immagine ben radicata nell'Antico Testamento e cara alla tradizione cristiana. Il titolo di "pastore d’Israele" viene attribuito dai Profeti al futuro discendente di Davide, e pertanto possiede un’indubbia rilevanza messianica (cfr Ez 34,23). Gesù è il vero Pastore d’Israele, in quanto è il Figlio dell’uomo che ha voluto condividere la condizione degli esseri umani per donare loro la vita nuova e condurli alla salvezza. Significativamente al termine "pastore" l’evangelista aggiunge l’aggettivo kalós "bello", che egli utilizza unicamente in riferimento Gesù e alla sua missione. Anche nel racconto delle nozze di Cana l’aggettivo kalós viene impiegato due volte per connotare il vino offerto da Gesù ed è facile vedere in esso il simbolo del vino buono dei tempi messianici (cfr Gv 2,10).


"Io do loro (alle mie pecore) la vita eterna e non andranno mai perdute" (Gv 10,28). Così afferma Gesù, che poco prima aveva detto: "Il buon pastore offre la vita per le pecore" (cfr Gv 10,11). Giovanni utilizza il verbo tithénai - offrire, che ripete nei versetti seguenti (15.17.18); lo stesso verbo troviamo nel racconto dell’Ultima Cena, quando Gesù "depose" le sue vesti per poi "riprenderle" (cfr Gv 13, 4.12). E’ chiaro che si vuole in questo modo affermare che il Redentore dispone con assoluta libertà della propria vita, così da poterla offrire e poi riprendere liberamente. Cristo è il vero Buon Pastore che ha dato la vita per le sue pecore -per noi- immolandosi sulla Croce. Egli conosce le sue pecore e le sue pecore lo conoscono, come il Padre conosce Lui ed Egli conosce il Padre (cfr Gv 10,14-15). Non si tratta di mera conoscenza intellettuale, ma di una relazione personale profonda; una conoscenza del cuore, propria di chi ama e di chi è amato; di chi è fedele e di chi sa di potersi a sua volta fidare; una conoscenza d’amore in virtù della quale il Pastore invita i suoi a seguirlo, e che si manifesta pienamente nel dono che fa loro della vita eterna (cfr Gv 10,27-28).

Cari Ordinandi, la certezza che Cristo non ci abbandona e che nessun ostacolo potrà impedire la realizzazione del suo universale disegno di salvezza sia per voi motivo di costante consolazione -anche nel giorno di difficoltà- e di incrollabile speranza. La bontà del Signore è sempre con voi ed è forte. Il Sacramento dell’Ordine che state per ricevere vi farà partecipi della stessa missione di Cristo; sarete chiamati a spargere il seme della sua Parola -il seme che porta in sé il Regno di Dio-, a dispensare la divina misericordia e a nutrire i fedeli alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Per essere suoi degni ministri dovrete alimentarvi incessantemente dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana. Accostandovi all’altare, vostra quotidiana scuola di santità, di comunione con Gesù, del modo di entrare nei Suoi sentimenti; accostandovi all’altare per rinnovare il sacrificio della Croce, scoprirete sempre più la ricchezza e tenerezza dell'amore del divino Maestro, che oggi vi chiama ad una più intima amicizia con Lui. Se lo ascolterete docilmente, se lo seguirete fedelmente, imparerete a tradurre nella vita e nel ministero pastorale il suo amore e la sua passione per la salvezza delle anime. Ciascuno di voi, cari Ordinandi, diventerà con l’aiuto di Gesù un buon pastore, pronto a dare, se necessario, anche la vita per Lui.

Così avvenne all’inizio del cristianesimo con i primi discepoli, mentre, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il Vangelo andava diffondendosi tra consolazioni e difficoltà. Vale la pena di sottolineare le ultime parole del brano degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato: "I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo" (13,52). Malgrado le incomprensioni e i contrasti, l’apostolo di Cristo non smarrisce la gioia, anzi è il testimone di quella gioia che scaturisce dall’essere con il Signore, dall’amore per Lui e per i fratelli. Nell’odierna Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che quest’anno ha come tema "La vocazione al servizio della Chiesa comunione", preghiamo perché quanti sono scelti a così alta missione siano accompagnati dall’orante comunione di tutti i fedeli.

Preghiamo perché cresca in ogni parrocchia e comunità cristiana l’attenzione per le vocazioni e per la formazione dei sacerdoti: essa inizia in famiglia, prosegue in seminario e coinvolge tutti coloro che hanno a cuore la salvezza delle anime. Cari fratelli e sorelle che partecipate a questa suggestiva celebrazione, e in primo luogo voi, parenti, familiari e amici di questi 22 Diaconi che tra poco saranno ordinati presbiteri! Attorniamoli, questi nostri fratelli nel Signore, con la nostra spirituale solidarietà. Preghiamo perché siano fedeli alla missione a cui oggi il Signore li chiama, e siano pronti a rinnovare ogni giorno a Dio il loro "sì", il loro "eccomi" senza riserve. E chiediamo al Padrone della messe, in questa Giornata per le Vocazioni, che continui a suscitare molti e santi presbiteri, totalmente dediti al servizio del popolo cristiano.

In questo momento tanto solenne e importante della vostra esistenza, è ancora a voi, cari Ordinandi, che mi dirigo con affetto. A voi quest’oggi Gesù ripete: "Non vi chiamo più servi, ma amici". Accogliete e coltivate questa divina amicizia con "amore eucaristico"! Vi accompagni Maria, celeste Madre dei Sacerdoti; Lei, che sotto la Croce si è unita al Sacrificio del suo Figlio e, dopo la risurrezione, nel Cenacolo ha accolto insieme con gli Apostoli e con gli altri discepoli il dono dello Spirito, aiuti voi e ciascuno di noi, cari fratelli nel Sacerdozio, a lasciarci trasformare interiormente dalla grazia di Dio. Solo così è possibile essere immagini fedeli del Buon Pastore; solo così si può svolgere con gioia la missione di conoscere, guidare e amare il gregge che Gesù si è acquistato a prezzo del suo sangue. Amen!

I. De La Potterie. Io sono la porta delle pecore

La monografia di A.J. Simonis su Gv10,1-18 si apre con queste parole: “Nessuna immagine di Cristo nel corso dei secoli è mai stata più cara al cuore dei cristiani di quella di Gesù buon Pastore”. E’ certamente esatto per l'iconografia antica e per la preghiera della Chiesa nei primi secoli: il tema del Pastore ritorna con una frequenza straordinaria nell'arte funeraria antica; e la liturgia romana le riserva un posto privilegiato nel ciclo pasquale, la quarta domenica dopo Pasqua. L'idea fondamentale espressa in tutta questa tradizione è che Cristo, buon Pastore, è il salvatore delle pecore: Gesù conduce i suoi, al di là della morte, verso i pascoli celesti, nella casa del Padre.
L'immagine è in genere desunta dai vangeli. L'iconografia sembra collegarsi soprattutto con il tema sinottico della pecorella smarrita (Mt 18,12-14), di quella pecora che il pastore ritrova e riporta tutto felice sulle spalle (Lc15,3-7). Ma in parecchi casi, le rappresentazioni si ispirano più direttamente all'allegoria giovannea sul buon Pastore (Gvl0,1-18), il cui orientamento è molto più nettamente soteriologico e cristologico...
(Nell’analisi di Gv10) potremo constatare quanto fosse giusta l’intuizione degli antichi, per i quali questo passo costituiva una vera e propria sintesi dell’opera di salvezza...

Per cogliere meglio la portata del nostro passo, è necessario reinserirlo nella grande sezione alla quale appartiene, e che si estende da 7, 1 a l0, 42: questi quattro capitoli costituiscono il centro della vita pubblica di Gesù, il punto culminante della sua rivelazione al mondo, nel Tempio di Gerusalemme.
Si vede da più indizi che questi capitoli formano un tutto. C'è innanzi tutto l'unità di luogo: a partire da 7,14 tutto avviene a Gerusalemme, nel Tempio o nelle sue immediate vicinanze (cfr. 7,14.28; 8,20; 8,59-9,1; 10,23); e l'evangelista ripete con insistenza che Gesù vi insegnava. Anche l'unità di tempo è molto stretta: fino a 10,21, si resta sempre nello stesso contesto della festa dei Tabernacoli; tutta l'azione si concentra inoltre in due momenti precisi di questa solennità di otto giorni: «la metà della festa», per il discorso e le discussioni di 7,14-36; «l'ultimo giorno, il gran giorno della festa», per la sezione molto più lunga 7,37-10,21, che comprende la promessa dell'acqua viva, la rivelazione di Gesù luce del mondo, la guarigione del cieco nato, e il discorso sul buon Pastore. La parte restante del c. l0 (i vv. 22-42) si colloca in un altro contesto, quello della festa della Dedicazione, tre mesi dopo. Ma la brevità stessa di questa pericope invita a pensare che, per Giovanni, essa costituisse un tutto unico con la sezione dei Tabernacoli: in un caso come nell'altro, Gesù si trova al Tempio per farsi conoscere dai Giudei, nel quadro di una grande solennità giudaica; e soprattutto, questi venti versetti non fanno che riprendere e sviluppare i temi di cui si stava trattando dall'inizio del c.9. L'insieme della sezione 7,1-10,42 costituisce dunque una grande unità letteraria, incentrata sul Tempio.
L'unità tematica di questa sezione è evidente: Gesù vi si rivela al mondo (cfr. 7,4), ma è continuamente in controversia con «i Giudei». Bultmann intitola opportunamente questi capitoli: «Il Rivelatore in contrasto col mondo». E il grande tema del prologo che raggiunge qui il suo punto culminante (per la vita pubblica): «Egli è venuto a casa sua e i suoi non l'hanno accolto» (1,11)...

Il punto essenziale da mettere in chiaro, è quel che bisogna intendere qui per «recinto delle pecore». Quasi tutti i commentatori pensano spontaneamente a un ovile. Ma abbiamo già detto che il vocabolario di questi versetti è essenzialmente teologico. Anche in questo caso. La parola αυλή che abbiamo tradotto con «recinto», si incontra 177 volte nella Bibbia greca, ma non è mai riferita a un recinto di pecore. Nel maggior numero dei casi (circa 115 volte), indica il vestibolo davanti al tabernacolo o al Tempio (per es. Es27,9; 2Cr6,13;11,16; Ap11,2). Il termine ricompare anche in un altro punto del quarto vangelo (18,15), dove sta ad indicare il cortile del sommo sacerdote. Se non altro per questo uso biblico, si è già indotti a collocare il recinto di l0,1 nell'area stessa del Tempio. Aggiungiamo che, già nell'AT, il termine «pecore», viene usato molto spesso in un senso semplicemente metaforico, per designare il popolo di Israele (Ez34,31; Ger23,1; Sal 94 (95),7 ecc.; questo uso continua nel NT: Mt l0,6;25,32 ecc.). I vocaboli del nostro versetto evocano perciò irresistibilmente una situazione analoga a quella del Sal 100 (99),3-4 (LXX): «Sappiate che lui, JHWH, è Dio... noi siamo il suo popolo e le pecore del suo pascolo. Entrate nei suoi portici, rendendo grazie, entrate nei suoi recinti (εις τας αυλας αυτου con degli inni». In Gv l0,1, il recinto delle pecore sta ad indicare metaforicamente il luogo santo di Israele, il Tempio di Gerusalemme (o il suo vestibolo), che rappresenta e simboleggia il giudaismo teocratico. Il pastore delle pecore, colui che entra per la porta, è Gesù, nuovo Pastore di Israele, che, in effetti, si è presentato al Tempio di Gerusalemme, per rivelarsi ai Giudei durante la festa dei Tabernacoli (7,14).

Si vede che, in questa interpretazione, il «discorso segreto» (N.d.R. I.de la Potterie per Gv10,1-5 preferisce alla definizione di “parabola” quella di “discorso segreto”, volendo indicare in questi versetti una serie di “allusioni, velate, ma precise, al Cristo e alla sua missione” che saranno poi esplicitate più chiaramente con la prosecuzione in Gv10,1-18) prende il via non direttamente da una scena della vita pastorale in Palestina, ma da una situazione storica molto concreta della vita di Gesù, nella Città Santa. Questo vale anche per quanto ci viene raccontato dell'altro personaggio del quadro: il ladro e il brigante. Bisogna tener presente, infatti, che a quell'epoca il termine brigante (ληστής) nel mondo giudaico serviva molto spesso a designare dei partigiani ribelli, in particolare i membri del partito pseudomessianico degli Zeloti, che cercavano di liberarsi con la violenza dalla dominazione romana, per instaurare un potere giudaico nello stesso tempo politico e religioso. Molto probabilmente è appunto in questo senso che viene utilizzato il termine nei vangeli: Barabba era un «brigante», ci dice Giovanni (18,40); ma gli altri evangelisti ci forniscono informazioni più precise: Barabba era un prigioniero «famoso» (Mt27,16) ed era stato arrestato per «una sommossa verificatasi nella città» (Lc23,19). Diversi autori recenti ritengono che Barabba abbia avuto una parte importante nella ribellione degli Zeloti contro i Romani.

Nel nostro passo di l0,1, i termini «ladro» e «brigante» probabilmente devono riferirsi a personaggi dello stesso genere. Le parole «colui che non entra attraverso la porta..., ma penetra per un'altra via» costituiscono la solenne entrata in materia di tutto il discorso: si capiscono perfettamente come un'allusione di Gesù a un recente tentativo degli Zeloti di impadronirsi del potere entro il recinto stesso del Tempio; questa ribellione è un fatto storico certo. Ma si può generalizzare la portata del testo e vedervi un'allusione al complesso dei movimenti pseudo-messianici dell'epoca: su questo sfondo storico si staglia in un vivo contrasto la missione messianica di Gesù stesso. La prima parte del discorso segreto mescola perciò le allusioni storiche e il linguaggio figurato (il recinto delle pecore, il pastore delle pecore), ma il suo significato è abbastanza chiaro: contrariamente ai falsi messia del suo tempo (Zeloti o altri), Gesù è entrato per la via normale del Tempio, alla festa dei Tabernacoli; si è presentato legittimamente al popolo giudaico, per rivelarsi a lui come suo Pastore, come il vero Messia. Bisogna avere presenti qui i lunghi sviluppi che precedettero: la grande rivelazione di Gesù nel Tempio, poi la guarigione del cieco nato, che termina con la terribile sentenza di Gesù sulla cecità dei Giudei e il loro peccato che rimane (9,39-41). Al cap. l0, Gesù adotta allora un linguaggio figurato, enigmatico; ma l'insegnamento di questo capitolo rimane sostanzialmente lo stesso: ha ancora sempre come oggetto la missione messianica di Gesù.

La seconda parte del discorso enigmatico (vv. 3c-5) è teologicamente la più importante. «Le sue pecore, (il Pastore) le chiama ad una ad una e le fa uscire». Tutte le pecore del recinto (cioè tutti i Giudei) hanno potuto conoscere la dottrina di Gesù (cfr. 18,20), ma solo alcune di esse sono «le sue pecore», cioè quelle che gli sono state date dal Padre (v. 29; cfr. 6,37.39; 17,2.6.7.9.24). In virtù di questo dono, Gesù potrà dire che sono «nella sua mano» (v. 28); per la stessa ragione ancora, all'ultima Cena, potrà considerare i discepoli come «i suoi» (13,1). A questa predisposizione da parte del Padre corrisponde una chiamata da parte di Gesù: «Egli le chiama ad una ad una» (cfr. anche Rm8,38). È il primo atto della costituzione di un nuovo gregge ad opera di Gesù.

Le sue pecore, il Pastore le «fa uscire» (εξάγει) dal recinto. Il verbo qui utilizzato dall'evangelista è un termine tecnico del vocabolario dell'Esodo: Dio «fece uscire dall'Egitto» il suo popolo, i figli di Israele (Es3,l0; 6,27 ecc.; cfr. At7,36; 13,17; Ebr8,9); allo stesso modo più tardi, al momento del secondo Esodo, li «farà uscire» da in mezzo ai popoli (Ez34,13). L'idea evocata da questa parola è chiara: «far uscire», significa liberare dalla schiavitù. È considerevole, e nello stesso tempo tragico, che questo termine, un tempo utilizzato per indicare la fine della cattività di Israele, debba ora venir usato contro lo stesso Israele: dal popolo giudaico infatti, i cui occhi si sono accecati alla vera luce dei tempi messianici, Gesù-Messia deve ormai «far uscire» le sue pecore, come una volta dall'Egitto.

Ma per afferrare tutte le implicazioni di questa idea nell'economia generale della vita di Gesù, bisogna collegarla con il racconto precedente, quello del cieco nato, in cui era già stata formulata. Per quest'uomo del popolo, Gesù all'inizio non era che uno sconosciuto (9,11). Ma, dopo la guarigione, nel corso della controversia con i Giudei, scopre progressivamente in lui un profeta (v. 17), un inviato di Dio (v. 33), il Figlio dell'uomo (vv. 35-37), diventando così il tipo stesso del credente. I Giudei, invece, che si credevano cosi chiaroveggenti in materia religiosa, sono diventati totalmente ciechi di fronte alla luce del mondo (vv.39-4l; cfr. v.5). Ora, constatando l'attaccamento dell'ex-cieco a Gesù, «essi lo gettarono (εξέβαλον) fuori» (9,34). In questo momento si compie la discriminazione (κρίμα) di cui parlerà Gesù alla fine della controversia (9,39), discriminazione che prefigura e annuncia la rottura tra la Chiesa e la Sinagoga (αποσυνάγωγος, 9,22). E’ molto significativo che nei vv. 3-4, che analizzavamo in questo momento, l'evangelista abbia utilizzato due termini, diversi per esprimere la stessa idea: prima di tutto il verbo εξάγει che evoca il tema dell'Esodo; poi il verbo più forte εκβάλλειν, ripreso in 9,34, dove era stato usato a proposito del cieco nato: Gesù «fa uscire» le sue pecore, le «mette fuori»; così viene ripreso e sanzionato il comportamento degli stessi Giudei, i quali avevano escluso dalla sinagoga il cieco nato guarito da Gesù e divenuto suo discepolo. La chiamata del Pastore alle sue pecore nel recinto giudaico diventa così il primo atto di una separazione radicale, quella che contrapporrà l'antico gregge Israele e il nuovo, il giudaismo e la Chiesa.

I rapporti tra il Pastore e le sue pecore sono descritti in questi termini: «Egli cammina dinanzi ad esse e le pecore lo seguono». Come per il verbo precedente, l'evangelista utilizza di nuovo il vocabolario-tipo del ciclo dell'Esodo: «JHWH vostro Dio che cammina in testa a voi combatterà per voi» (Dt1,30; cfr. Sal68 [67],8; Mi2,13). Nel quarto vangelo, il verbo «camminare (πορεύεσθαι)» è quasi sempre riferito a Gesù in rapporto alla sua missione, che è un nuovo Esodo (cfr. 14,2.3.12.28; 16,7.28). Il Pastore, che cammina davanti alle sue pecore, si presenta perciò come il nuovo capo del popolo di Dio. Le pecore lo «seguono»: è la docilità essenziale del discepolo verso il Maestro (cfr. 1,37.38.41.43; 8,l2; 12,16; 21,19.22), fondata sul fatto che esse conoscono la sua voce. Questi temi verranno ripresi con maggior insistenza nella seconda parte del discorso (vv. 14-16) e nelle dichiarazioni conclusive di Gesù alla festa della Dedicazione (v. 27)...

Bisogna interpretare la formula «la porta delle pecore» nel senso che Gesù è la porta che dà accesso presso le pecore, oppure è la porta per le pecore stesse, per permettere loro di entrare ed uscire? La prima interpretazione si basa sui vv. 1-2, in cui effettivamente la porta consente di entrare dalle pecore, all'interno del recinto. Tuttavia, anche nel discorso segreto, il pastore era entrato nel recinto solo per farne uscire le pecore. Inoltre, dal v.1 al v. 7, il pensiero progredisce; al punto in cui siamo, le pecore sono già fuori; tutta l'attenzione si concentra ormai sull'opera del Cristo; «il recinto» (del giudaismo) ha terminato la sua funzione. Perciò si capisce come in questo v. 7 la parola αυλή non sia più ripetuta, si capisce come Gesù non dica: «lo sono la Porta del recinto» (il che a prima vista sembrerebbe più ovvio, ma ci rimanderebbe al v. 1). La «porta», qui, non ha più nulla a che vedere con il recinto, che le pecore hanno già abbandonato; deve essere interpretata di per sé: Gesù è la porta delle pecore.

Bisogna dunque scegliere la seconda interpretazione: Gesù è la porta per le pecore stesse. Tra Gesù e i suoi, sono ora abbozzati nuovi rapporti; una volta uscite dal recinto, le pecore devono ormai «entrare» attraverso la porta che è Gesù. Si passa qui dal piano storico al piano tipologico e spirituale. Non si tratta più del recinto del giudaismo: entrando per la «porta» che è Gesù, le pecore penetrano in un nuovo ambiente, di natura completamente diversa. È quanto dimostreranno i tre versetti seguenti.
Quali sono i precedenti letterari di questa metafora della porta? Nulla sta ad indicare che si debba pensare qui al tema gnostico della porta celeste, quella che consente di entrare nel regno della luce e della verità, perché il testo parla della porta delle pecore, non della porta del cielo. Giustamente, numerosi autori fanno appello piuttosto ai testi dell'AT, che parlano della porta del Tempio; per esempio il Sal118 (117),19-20: «Apritemi le porte di giustizia, io entrerò, renderò grazie a JHWH! Qui è la porta di JHWH, per la quale entreranno i giusti». Che lo sfondo del nostro versetto sia costituito da questo salmo è tanto più verosimile in quanto il Sal118 (117) veniva utilizzato nella liturgia della festa dei Tabernacoli; ci si rammenterà che tutto il discorso sul buon Pastore è stato pronunciato, secondo Giovanni, nelle vicinanze del Tempio, al momento conclusivo di quella grande solennità. Tutto il contesto favoriva perciò l'uso di questa metafora della porta. Ma l'insistenza con la quale Gesù ne fa l'applicazione a se stesso («Sono io la Porta delle pecore») dimostra chiaramente che qui non può più trattarsi del Tempio dell'antica economia; Gesù, ispirandosi alle realtà che lo circondano, vuol parlare del nuovo Tempio che lui stesso inaugura. Nel discorso segreto, la porta e il recinto designavano ancora delle realtà storiche: il Tempio di Gerusalemme e il giudaismo teocratico; ma a partire dal momento in cui queste realtà vengono riferite metaforicamente a Gesù, vengono trasposte sul piano tipologico.

Anche l'uso della terminologia del nostro versetto nella tradizione cristiana pregiovannea è molto illuminante. I sinottici parlano più volte della porta che dà accesso al Regno (Mt7,13-14; 25,10-12; Lc13,24-26); era una metafora del vocabolario escatologico. Lo stesso vale per il verbo «entrare», che si usava correntemente per designare l'ingresso nel Regno di Dio (Mt7,21; 18,3; At14,22 ecc.). Giovanni riprende quest'uso (Gv3,5). Ma nel contesto attuale, tutto si concentra su Gesù: è attraverso di lui che bisogna «entrare» per essere salvati.

Questa breve analisi del vocabolario del nostro passo mette in piena luce la portata teologica della frase di Gesù: «Io sono la Porta delle pecore». La prima idea che esprime è quella di mediazione, di possibilità di accesso alla salvezza. E’ detto esplicitamente nel testo parallelo del v. 9: «Io sono la Porta: chi entrerà soltanto attraverso di me sarà salvato». D'altra parte, Gesù non è solo mediatore. La porta non è soltanto un luogo di passaggio attraverso cui si «entra», appartiene già al recinto stesso. Infatti, nell'AT, la «porta» della città o del Tempio indica spesso metonimicamente l'insieme della città o il Tempio nella sua totalità: cfr. Sal122 (121),2; 87 (86),1-2; 118 (117),21. Riferita a Gesù, l'immagine della porta non significa perciò soltanto che attraverso di lui si accede alla salvezza e alla vita; indica inoltre che le pecore trovano questi beni in lui. In altre parole, Gesù non è soltanto la Porta, la via di accesso; è anche il nuovo recinto, il nuovo Tempio, in cui i suoi possono ottenere i beni messianici. Si ritrova qui il tema di Gesù nuovo Tempio, enunciato da S.Giovanni fin dall'inizio del suo vangelo (2,13-22).

Ma se è cosi, ci si chiederà forse perché la metafora della porta sia stata preferita a quella di recinto o di tempio. Probabilmente, l'immagine della porta, con tutto quel che suggeriva il suo retroscena biblico, era più adatta ad esprimere simultaneamente due idee connesse: da una parte, quella di entrata, di mediazione; dall'altra, quella di ambiente vitale, di comunione. Sono le due idee che ricompariranno nel testo parallelo così suggestivo di 14,6: «Io sono la Via, la Verità e la Vita»; Gesù è la Via verso il Padre, il mediatore perfetto che ci fa accedere alla vita del Padre; ma è nello stesso tempo la Vita: in Gesù stesso troviamo la vita del Padre, perché lui, il Figlio Unigenito «tornato ormai nel seno del Padre» (1,18), la possiede in se stesso in pienezza.

La tradizione patristica metterà maggiormente in rilievo l'aspetto futuro, specificamente escatologico, del tema della porta: attraverso Gesù noi abbiamo accesso alla vita eterna, al regno dei cieli. Ma qui come altrove, Giovanni anticipa i temi escatologici nella persona stessa e nell'opera storica di Gesù: nello stesso tempo attraverso di lui e nella comunione con lui, fin d'ora, noi possiamo ottenere i beni della salvezza, la vita divina....

L'idea espressa qui è stata commentata magnificamente in un testo anonimo che è circolato sotto il nome di Agostino in diversi florilegi di citazioni patristiche: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est»...
Si veda anche... Ignazio di Antiochia: «Egli è la porta del Padre, attraverso la quale entrano Abramo, Isacco e Giacobbe e i profeti e gli apostoli e la Chiesa», Ad Philad.9,1; Erma: «La porta è il Figlio di Dio. E’ l'unica entrata che conduca al Signore. Nessuno ci introdurrà perciò presso di lui se non suo Figlio», Il Pastore, Sim.IX,12,6; S. Agostino: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam », Enarr. in ps. CIII, serm. 4, l0: PL 37, 1385-1386...

Il v. 9 riprende la metafora del v. 7, ma sotto una forma più breve; Gesù, questa volta, dice semplicemente: «Io sono la Porta» (senza aggiungere «delle pecore»): l'attenzione si concentra maggiormente sulla sua persona e sulla sua opera. Attraverso questa «porta», attraverso Cristo stesso («attraverso di me»), deve passare ogni uomo per ottenere la salvezza. Si noterà di nuovo un silenzio significativo del testo: Gesù non dice a quale luogo o a quale recinto egli, come Porta, dia accesso; la ragione, come abbiamo detto, è che l'ambiente in cui le pecore devono entrare è strettamente legato alla persona di Gesù stesso; questo «ambiente» non è altro che la comunione con lui.

La promessa fatta da Gesù a chiunque entrerà attraverso di lui, è espressa nei vv. 9-10 da diversi verbi che aprono una prospettiva sul futuro. L'espressione «entrerà e uscirà» è a prima vista incoerente, giacché si ritiene che le pecore siano già «entrate» attraverso la porta. Ma la formula doppia è parallela alla formula semplice: «entrare e uscire» riprende e spiega tutto il significato di «entrare», come «trovare il proprio pascolo» è parallelo a «essere salvato». Tutti sanno che «entrare e uscire» è un'espressione semitica per indicare la totalità mediante l'opposizione tra due termini contrari; serve a descrivere il complesso dell'attività esteriore di qualcuno, la totale libertà di tutti i suoi movimenti, di tutti i suoi passi. Nel nostro contesto, il significato della formula probabilmente è il seguente: chiunque «entrerà» attraverso la porta che è Gesù «entrerà e uscirà», godrà di una comunione senza intralci con Gesù.

«Chi entrerà attraverso di me sarà salvato». Di quale salvezza vuol parlare Gesù? Ci si stupisce che certi commentatori si limitino ad interpretare questo verbo in senso materiale: «essere salvato» significherebbe essere messo al riparo da ogni pericolo, non aver più nulla da temere. Ma queste considerazioni sono al di fuori della prospettiva dell'autore e non sono suggerite dalla sua abituale utilizzazione del verbo «salvare». In S.Giovanni, questo verbo, riferito all'opera di Gesù, è sempre utilizzato in un senso religioso, soteriologico ed escatologico; e si trova a volte in parallelo con «avere la vita eterna» (3,15.16.36). Lo stesso significato si impone qui: «essere salvato», significa ottenere la vita che Cristo ha dato in abbondanza alle sue pecore (v. l0). Questo significato è d'altronde confermato dall'espressione parallela «troverà il proprio pascolo». Nell'AT, in particolare tra i profeti, la metafora del pascolo designava già spesso la salvezza, in particolare la salvezza dei tempi messianici (cfr. Os13,5-6; Is 49,4-10; Ger 23,1-8; Ez 34,13; Sal 23,2).

L'ultima delle formule utilizzate da Gesù è la più esplicita e la più ricca di significato teologico: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza». Gesù descrive in queste parole tutto il senso della sua venuta, della sua Incarnazione. Qui, come negli altri casi in cui si serve ancora del verbo: «Io sono venuto» all'aoristo (ηλθον cfr. 12,27.47) indica il significato finale della sua opera, quello che vuole realizzare al termine della sua missione tra gli uomini, al momento della sua «ora»: questa meta finale è salvare il mondo (12,47), è dare agli uomini la «vita» in abbondanza. La vita che darà, è la vita divina, quella vita che, come Figlio di Dio, possiede già in se stesso (cfr. 1Gv5,11-12)...

Per la prima volta dopo il discorso segreto (cfr. v. 4), si viene a trattare di nuovo del recinto, ma questa volta in modo esclusivamente negativo: Gesù ha delle pecore «che non sono di questo recinto»; sono quelle che vengono invitate ad entrare nel gregge, senza provenire dal giudaismo, in altre parole, i credenti originari della gentilità. Abbiamo qui uno di quei testi fondamentali che dimostrano in modo non equivoco l'apertura universalistica dell'ecclesiologia giovannea. Lo stesso universalismo si ritroverà un po' più tardi nel racconto del martirio di un discepolo di Giovanni, Policarpo: «Nostro Signore Gesù Cristo, il Salvatore delle nostre anime, il Pastore della Chiesa universale sparsa su tutta la terra» (Mart. Polycarpi, 19,2).

Un attento confronto tra il discorso segreto (vv. 1-5) e il v. 16 fa apparire diverse differenze significative tra i due gruppi di pecore. Contrariamente a quelle del «recinto», Gesù non dovrà «far uscire» le altre sue pecore, giacché non sono tutte raggruppate in un posto unico, ma disperse ovunque (cfr.11,52): «Esse popolano il mondo intero». Altro particolare: ai vv.4-5, i verbi erano al presente, perché Gesù parlava ancora della sua immediata funzione nei confronti dei suoi venuti dal giudaismo. Al v. 16, i verbi sono al futuro, perché la prospettiva si apre sull'avvenire: l'ingresso dei gentili nella Chiesa avrà luogo solo dopo la morte e la risurrezione di Gesù.
Nei confronti dei due gruppi di pecore, il Pastore esercita tuttavia una funzione identica. Che cosa fa per quelle che ha condotto fuori del recinto? «Cammina davanti ad esse» (v. 4). Per le pecore che non sono del recinto, Gesù dice analogamente che deve «condurle» (v. 16). In un caso come nell'altro, il testo omette di dire dove Gesù conduca le sue pecore. Sarebbe un errore voler precisare troppo, dicendo per esempio che le conduce alla vita eterna. Tutto il peso cade essenzialmente sui rapporti personali tra Gesù-Pastore e i suoi: se questi sono realizzati, il gregge è costituito, la comunione esiste, il fine è raggiunto...

Dal momento che i verbi del v. 16 sono al futuro, è chiaro che l'unità del gregge potrà realizzarsi solo dopo la morte e la risurrezione di Gesù. Ma anche allora, si realizzerà solo gradualmente, come sta ad indicare il verbo γενήσονται, più dinamico di εσονται; le pecore dovranno progressivamente diventare un gregge unico. Non è indice che, per tutta la durata dei tempi escatologici, quest'unità dovrà perpetuamente crescere e approfondirsi, al ritmo stesso della loro sottomissione sempre più totale al Cristo-Pastore?.

È perciò proprio Cristo il principio ultimo dell'unità. Per questa ragione, tutto l'accento cade qui sulle due parole poste enfaticamente alla fine del versetto: «un solo Pastore». L'espressione sembra provenire da Ezechiele, che aveva annunciato per l'avvenire un nuovo David, un unico pastore (34,23; 37,24). Questa promessa era legata nel profeta alla speranza della restaurazione dell'unità di Israele (37,22) e del raggruppamento dei dispersi in un popolo unico (37,17-22.24). Ma in S.Giovanni, la prospettiva non è direttamente quella dell'unità dei Giudei e dei pagani nella Chiesa, come in S.Paolo (Ef2,11-12; 4,3-5); l'accento cade piuttosto sul fatto che tutti avranno lo stesso Pastore. La Chiesa viene descritta qui come la comunità dei credenti, raggruppati intorno ad un Pastore unico, Cristo, e in vivente comunione con lui. Anche qui, benché si tratti di un tema ecclesiologico, la visione di Giovanni è decisamente cristologica.

IV DOMENICA DI PASQUA, ANNO A

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Il Vangelo di questa domenica ci annuncia una splendida notizia. Ciascuno di noi è al centro dell'intimità e della perfetta unità tra il Padre e il Figlio. E' vero che tante volte anche noi mormoriamo e ci mettiamo davati al Signore con lo stesso atteggiamento dei Giudei. Esigiamo che il Signore si manifesti secondo i nostri desideri, secondo le voglie e i problemi del momento. Anzi, lo facciamo responsabile delle nostre sofferenze. In greco infatti invece di "fino a quando ci terrai con l'animo in sospeso" si può leggere anche "fino a quando ci toglierai la vita?". Confessiamo che è proprio quello che tante volte ci ritroviamo a pensare, quando ci sembra che il Signore resti muto di fronte alle nostre angosce. In fondo non è vero, come non era vero per i giudei, che siamo con l'animo in sospeso. La verità è che nel cuore abbiamo deciso ed è chiara ai nostri occhi l'immagine del salvatore di cui abbiamo bisogno. E non ci rendiamo conto che stiamo aspettando e desiderando un mercenario, un estraneo, uno cui di noi non importa nulla.
Aspettiamo Barabba. Aspettiamo un brigante, l'importante è che ci risolva le cose. Per questo, rieccheggiando le parole dei demoni rivolte a Gesù nei sinottici, ci scandalizziamo del Signore, temiamo che venga a distruggerci, a scompaginare i nostri progetti di vita. Soprattutto, i nostri criteri, il nostro sguardo sul mondo, sulla vita, sugli eventi, sulle persone. Il cristianesimo non è una religione come le altre, alla sua origine ripete il Papa vi è un incontro personale capace di sconvolgere, convertire, cambiare e colmare l'esistenza. Dove si dà questo incontro, e dove esso si approfondisce in una conoscenza che superi la buccia dell'apparenza, necessariamente si da un cambio radicale di mentalità.
Appare un nuovo discernimento. Per questo Gesù parla di sè come del buon pastore, del pastore bello, del pastore vero. E per questo il contesto è proprio quello della festa di Hanukkàh, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo tempio ad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane. È la hanukkàh (consacrazione), detta in greco enkainía (rinnovazione) (cfr 1 Macc 4, 54-59; 2 Macc 1,8; 2,16; 10,5). In questa festa, secondo i rabbini e la tradizione ebraica, tra i tanti, vi sono due elementi che crediamo essere fondamentali per l'intelligenza delle parole di Gesù:

"Il decreto promulgato dai Greci Siriani, era di far "dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà" agli Ebrei. I Greci adoravano la conoscenza. A loro non importava se gli Ebrei apprendevano la saggezza della Torà. Ciò che obiettavano violentemente era l'idea che la Torà provenisse da Dio - "la Tua Torà"... Per questa ragione i Greci contaminarono l'olio nel Beit Hamikdash". "La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche "educare".
La rivolta ebraica scoppiò quando il nemico greco tentò di colpire proprio le radici culturali e religiose del popolo e più precisamente, quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme. Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull'adesione all'educazione ebraica".

Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel tempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono per ciascuno un interrogativo: "dove sei?". E' lui che interroga, e denuda, per questo la reazione è scomposta, e sembra che le domande del Signore ci tolgano la vita. Gesù ci chiede conto della mentalità che guida la nostra vita.
Siamo sue pecore, oppure siamo sballottate qua e là da qualunque vento di dottrina, afferrate da uno dei tanti Barabba che attentano alle anime. Di fronte all'ingiustizia, alla malattia, all'umiliazione, alla solitudine, al disprezzo, al fallimento, quali sono le nostre reazioni? Con quali occhi, con quale mente, con quale cuore guardiamo oggi alla Croce? Chi ci sta educando? L'olio dello Spirito Santo, quello della sapienza della Croce, non è stato per caso profanato, e oggi giace inutilizzabile e ci troviamo come le vergini stolte, impossibilitate ad entrare al banchetto? Non abbiamo forse dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo? Non siamo per caso oggi immondi, inadatti al culto, schiavi di mercenari e ingannatori?
Se così fosse la parola del Vangelo è proprio per noi, ed è una buona notizia. E' la sua voce, quella per la quale siamo nati, per la quale siamo stati creati. E' il Pastore vero, bello, buono, che ci strappa dall'inganno, che distrugge nella sua morte, la menzogna e l'inganno. E' Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita. E' Lui che ci attira nella stessa intimità divina, nel Santo dei Santi, il cuore di Dio. E' Lui che si fa nostro condottiero, che torna a guidare le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della giustizia, della sapienza crocifissa. E' la sua voce che schiude i nostri occhi sulle sue opere, i segni dell'amore di Dio nella nostra vita. E' la sua voce colma delle sue parole che che ci dona la fede per credere ed ottenere la vita che non muore. E' la sua mano trapassata dai chiodi che ci tiene stretti per l'eternità. Sono stati i nostri peccati a scrivere, a tatuare con il sangue i nostri nomi nelle mani del Signore. E Lui, con il suo sangue, li ha scritti in Cielo, per l'eternità, ed è questa la verità che si fa unica fonte di vera gioia, il pascolo che ci sazia perchè ci dona il perdono eterno.
E' la conoscenza di Dio in questo amore sperimentato mille volte, la conoscenza della misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, è questa intimità che ci fa sue pecore, gregge del suo pascolo. La conoscenza crocifissa, che è la stessa sapienza con la quale guardare ogni istante della storia come una nota sullo spartito della sinfonia d'amore che Dio sta eseguendo per tutto il creato. E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo, quello della Chiesa, quello del Figlio: la lode di una vita perduta per amore. Seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perchè nessuno, nel mondo vada perduto.





CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 10, 1-10
Percorso esegetico per scrutare il Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A.



COMMENTI


Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della IV domenica di Pasqua, anno A

Ratzinger - Benedetto XVI. Il Pastore (da Gesù di Nazaret)

RATZINGER - Benedetto XVI: Omelie sul Buon Pastore

Giovanni Paolo II. Omelie sul Buon Pastore

P. R. Cantalamessa: IL BUON PASTORE
Josemaria Escrivà. IL BUON PASTORE

Pastore nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento

Daniel-Rops. La vita del buon pastore in Palestina ai tempi di Gesù



L'INIZIAZIONE CRISTIANA, IL BATTESIMO E IL BUON PASTORE


J Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana



ESEGESI


Pastore nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento
Schnackemburg. Gesù Buon Pastore
S. A. Panimolle. La porta delle pecore e il Buon Pastore
R. Fabris. Il pastore e le pecore
IL buon pastore... la porta... entrare.. uscire...
L'annuncio del buon pastore



COMMENTI PATRISTICI

Sant'Agostino. Il buon Pastore e i mercenari. (Giov. 10, 11-13)
Sant'Agostino. Omelia sul Buon Pastore
Sant'Agostino. Il buon Pastore dà la vita.
San Gregorio Magno. Cristo, il buon pastore
San Beda il Venerabile. Dall’Omelia II sul Buon Pastore
S. Cirillo di Gerusalemme. Dal Commento al Vangelo di Giovanni sul Buon Pastore



ARTE E LITURGIA


Immagini del Buon Pastore nell'arte
Io sono il buon pastore. Da "la Passione di Cristo" di Mel Gibson



RADICI NELL'EBRAISMO


Hanukkah, la festa che fa da sfondo al Vangelo del Buon Pastore
Daniel-Rops. La vita del buon pastore in Palestina ai tempi di Gesù



TERMINI NOTEVOLI

Pastore nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento



AMBIENTE BIBLICO

Daniel-Rops. La vita del buon pastore in Palestina ai tempi di Gesù



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia



MISTERO PASQUALE

Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.

Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)

Ratzinger - Benedetto XVI. Il Pastore (da Gesù di Nazaret)





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Schnackemburg. Gesù Buon Pastore





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R. Fabris. Il pastore e le pecore





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Daniel-Rops. La vita del buon pastore in Palestina ai tempi di Gesù

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S. A. Panimolle. La porta delle pecore e il Buon Pastore




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Concordanze di Gv. 10, 1-10

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Capitolo 10
Il buon pastore


[1] "In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante.

[2] Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore.

[3] Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori.

[4] E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce.

[5] Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei".

[6] Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

[7] Allora Gesù disse loro di nuovo: "In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore.

[8] Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.

[9] Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

[10] Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della IV domenica di Pasqua, anno A

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Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della IV domenica di Pasqua, anno A

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Sant'Agostino. Il buon Pastore dà la vita.

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OMELIA 47


Il buon Pastore dà la vita.

Siete pecore di Cristo, acquistate a prezzo del suo sangue. Riconoscete il vostro prezzo, che non è versato da me, ma da me è annunciato. Se altri hanno dato la vita per il gregge, non l'han potuto fare senza il buon Pastore, il quale solo ha potuto fare questo senza di loro.

1. Voi che avete ascoltato non solo di buon grado ma anche con attenzione la parola del nostro Dio, senza dubbio ricordate la nostra promessa. Come avete notato, oggi è stata letta quella medesima pagina del Vangelo che era stata letta domenica scorsa; perché, costretti a soffermarci su alcuni punti, abbiamo dovuto tralasciarne altri che pure meritavano la vostra attenzione. Oggi, pertanto, non torneremo sulle cose già dette e spiegate, perché tale ripetizione ci impedirebbe di arrivare a ciò che ancora rimane da dire. Ormai sapete, nel nome del Signore, chi è il buon pastore, e come tutti i buoni pastori siano sue membra, e perciò uno solo è il pastore; sapete chi è da tollerarsi come mercenario, chi è il lupo, chi sono i ladri e i briganti da cui ci si deve guardare; sapete chi sono le pecore, chi è la porta per la quale entrano sia le pecore che il pastore, e chi si deve intendere come portinaio. Sapete pure che chi non entra per la porta è un ladro e un brigante, che viene solo per rubare, uccidere e distruggere. Ritengo che tutte queste cose siano state sufficientemente spiegate. Oggi, con l'aiuto del Signore, dobbiamo dire in che modo egli entra attraverso se stesso, poiché il medesimo Gesù Cristo nostro Salvatore ha detto di essere sia il pastore che la porta, e ha aggiunto che il buon pastore entra per la porta. Se infatti nessuno è buon pastore se non quello che entra per la porta, ed egli è il buon pastore per eccellenza ed è insieme la porta, dobbiamo per forza concludere che egli entra attraverso se stesso dalle sue pecore, per dar loro la voce in modo che lo seguano, ed esse, entrando e uscendo, trovano i pascoli, cioè la vita eterna.

[Riconoscete il vostro prezzo.]

2. Vi dirò subito: Io vi predico Cristo con l'intento di entrare in voi, cioè nel vostro cuore. Se altro vi predicassi, tenterei di entrare in voi per altra via. E' Cristo la porta per cui io entro in voi; entro per Cristo non nelle vostre pareti domestiche, ma nei vostri cuori: entro per Cristo, e volentieri voi ascoltate Cristo in me. Perché ascoltate volentieri Cristo in me? Perché siete sue pecore, perché siete stati redenti col suo sangue. Voi riconoscete il prezzo della vostra redenzione, che non ho dato io, ma che per mezzo mio vi viene annunziato. Egli vi ha redenti, egli che ha versato il suo sangue prezioso: prezioso è il sangue di colui che è senza peccato. Egli stesso tuttavia ha reso prezioso anche il sangue dei suoi, per i quali ha pagato il prezzo del suo sangue. Se non avesse reso prezioso il sangue dei suoi, il salmista non direbbe: E' preziosa al cospetto del Signore la morte dei suoi santi (Sal 115, 15). Egli ci dice: Il buon pastore dà la sua vita per le pecore (Gv 10, 11). E' vero, non è stato lui solo a far questo: e tuttavia, se quelli che lo hanno fatto sono sue membra, è sempre lui solo che lo ha fatto. Egli infatti poté far questo senza di loro; ma loro non avrebbero potuto senza di lui, dal momento che egli stesso ha detto: Senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). Abbiamo qui esposto ciò che anche altri hanno affermato, come lo stesso apostolo Giovanni, che annunciò questo Vangelo che state ascoltando; nella sua lettera ci dice: Come Cristo ha offerto la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo per i fratelli offrire le nostre vite (1 Io 3, 16). Dobbiamo, dice; ce n'ha creato l'obbligo colui che per primo si è offerto. E così, in altro luogo sta scritto: Se ti capiterà di sedere alla mensa di un potente, bada bene a ciò che ti viene messo davanti; metti un freno alla tua voracità, sapendo che dovrai ricambiare (Prv 23, 1-2 sec. LXX). Voi sapete qual è la mensa del Potente; su quella mensa c'è il corpo e il sangue di Cristo; chi si accosta a tale mensa, si appresti a ricambiare il dono che riceve; e cioè, come Cristo ha offerto la sua vita per noi, noi dobbiamo fare altrettanto: per edificare il popolo e confermare la fede dobbiamo offrire le nostre vite per i fratelli. Così a Pietro, di cui voleva fare un buon pastore, non a vantaggio di lui ma del suo corpo, il Signore disse: Pietro, mi ami? Pasci le mie pecore (Gv 21, 15). E questa domanda gliela fa una, due, tre volte, fino a contristarlo. E dopo averlo interrogato quante volte ritenne opportuno, affinché la sua triplice confessione riscattasse la sua triplice negazione, e dopo avergli per tre volte affidato le sue pecore da pascere, il Signore gli disse: Quando eri giovane ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio stenderai le braccia e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai. E l'evangelista spiega ciò che il Signore aveva inteso dire: Disse questo per indicare con qual genere di morte avrebbe glorificato Dio (Gv 21, 18-19). La consegna pasci le mie pecore, non significa dunque altro che questo: offri la tua vita per le mie pecore.

[Cristo predica Cristo.]

3. C'è ancora qualcuno che ignora il significato delle parole: Come il Padre conosce me e io conosco il Padre? Egli conosce il Padre per se stesso, noi lo conosciamo per mezzo suo. Sappiamo che egli lo conosce per se stesso, e sappiamo pure che noi lo conosciamo a nostra volta per mezzo di lui. E' per mezzo di lui che conosciamo tutto ciò. Egli stesso ce lo ha detto: Dio nessuno l'ha mai visto se non l'unigenito Figlio che è nel seno del Padre, il quale ce lo ha rivelato (Gv 1, 18). Quindi anche noi, ai quali lo ha rivelato, abbiamo conosciuto Dio per mezzo di lui. E altrove il Signore dice: Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo (Mt 11, 27). Allo stesso modo che conosce il Padre per se stesso mentre noi lo conosciamo per mezzo di lui, così egli entra nell'ovile per se stesso e noi vi entriamo per mezzo di lui. Dicevamo che Cristo è la porta per cui possiamo entrare in voi; perché? perché predichiamo Cristo. Noi predichiamo Cristo, e perciò entriamo per la porta. Cristo predica Cristo, in quanto predica se stesso; e perciò il pastore entra attraverso se stesso. Quando la luce manifesta le cose da essa illuminate, ha forse bisogno di essere rischiarata da un'altra luce? La luce rischiara le altre cose e se stessa. Tutto ciò che intendiamo, lo intendiamo mediante l'intelligenza; ma l'intelligenza medesima, in che modo la intendiamo se non con l'intelligenza stessa? Forse si può dire altrettanto per l'occhio del corpo: che vede le altre cose e vede se stesso? No: l'uomo vede con i suoi occhi, ma non vede i suoi occhi. L'occhio del corpo può vedere le altre cose, ma non se stesso; l'intelletto, invece, intende le altre cose e anche se stesso. Nello stesso modo in cui l'intelletto vede se stesso, Cristo predica se stesso. Se predica se stesso, e predicando se stesso entra in te, vuol dire che entra in te passando attraverso se stesso. Egli è anche la porta per andare al Padre; perché, fuori di lui, nessuno può giungere al Padre. Uno solo infatti è Dio, e uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù (cf. 1 Tim 2, 5). Con la parola si possono dire molte cose; tutto ciò che vi ho detto, ve l'ho detto appunto mediante la parola. Tanto che se voglio dire "parola", devo usare una parola. Così per mezzo della parola si possono esprimere altre cose che non sono la parola, e la parola stessa non si può esprimere se non ricorrendo alla parola. Con l'aiuto del Signore abbiamo abbondato in esempi. Tenete dunque bene a mente che il Signore Gesù Cristo è la porta ed è il pastore: è la porta in quanto si apre, cioè si rivela, ed è il pastore in quanto entra attraverso se stesso. Per la verità, o fratelli, la prerogativa di pastore l'ha comunicata anche alle sue membra; e così sono pastori Pietro, Paolo, tutti gli altri apostoli e tutti i buoni vescovi. Nessuno di noi, però, osa dire di essere la porta: per sé solo Cristo si è riservato di essere la porta per la quale devono entrare le pecore. Certamente l'apostolo Paolo adempiva l'ufficio di buon pastore quando predicava Cristo, perché entrava per la porta. Ma quando pecore indocili cominciarono a dividersi e a crearsi altre porte, non per entrare e raccogliersi, ma per sbandarsi e dividersi, dicendo gli uni io sono di Paolo, altri io sono di Cefa, altri ancora io sono di Apollo, altri infine io sono di Cristo; allora l'Apostolo, scagliandosi contro coloro che dicevano io sono di Paolo, gridò, quasi parlasse a delle pecore: Sciagurate, dove andate? Non sono io la porta. Forse che Paolo è stato crocifisso per voi? O nel nome di Paolo siete stati battezzati? (1 Cor 1, 12-13). Quelli che invece dicevano: io sono di Cristo, essi avevano trovato la porta.

[Un solo ovile e un solo pastore.]

4. Continuamente avete sentito parlare dell'unico ovile e dell'unico pastore; con insistenza vi abbiamo ricordato che esiste un unico ovile, predicandovi l'unità, in modo che tutte le pecore vi si raccolgano passando per Cristo e nessuna di esse segua Donato. Del resto, è chiaro il motivo che indusse il Signore a tenere questo discorso. Egli si rivolgeva ai Giudei, era stato inviato anzitutto ai Giudei, non a quelli che si accanivano nel loro odio e si ostinavano a rimanere nelle tenebre, ma a coloro tra essi che egli chiamò sue pecore e dei quali dice: Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'lsraele (Mt 15, 24). Li riconosceva in mezzo alla folla inferocita, e li vedeva già nella pace dei credenti. Che significa: non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele? Significa che soltanto al popolo d'Israele si presentò personalmente in carne ed ossa. Non si recò personalmente presso i popoli pagani, ma inviò altri; al popolo d'Israele, invece, inviò altri e andò egli stesso, in modo che quanti lo disprezzavano fossero più severamente giudicati, poiché si era presentato loro anche personalmente. In quella terra abitò, lì si scelse la madre, lì volle essere concepito, volle nascere e versare il suo sangue; in quella terra anche adesso si venerano le orme che egli vi lasciò impresse prima di ascendere al cielo. Ai gentili, invece, mandò gli Apostoli.

5. Ma forse qualcuno pensa che non essendo egli venuto a noi di persona ma avendo mandato altri, noi non abbiamo ascoltato la sua voce ma quella di coloro che ci ha mandato. Per carità, allontanate dai vostri cuori un simile pensiero: era lui che parlava in coloro che ci mandò. Ascolta Paolo che egli inviò come apostolo precipuamente al mondo pagano; e Paolo, sfidando non in nome proprio, ma in nome di Cristo, dice: Volete una prova del Cristo che parla in me? (2 Cor 13, 3). Ascoltate cosa dice il Signore stesso: Ed ho altre pecore, cioè i gentili, che non sono di quest'ovile, che cioè non appartengono al popolo d'Israele; anche quelle io devo radunare. Dunque è lui, non altri, che le raduna, anche se lo fa per mezzo dei suoi. E aggiunge: E ascolteranno la mia voce. Ecco, anche per mezzo dei suoi è lui che parla, e per mezzo di coloro che egli manda è la sua voce che si ascolta. E si farà un solo ovile e un solo pastore (Gv 10, 16). Di questi due greggi, come di due muri, egli è diventato la pietra angolare. Oltre che la porta, dunque, egli è anche la pietra angolare; sempre come similitudine, non in senso proprio.

[Senso proprio e senso figurato.]

6. Ve l'ho detto e ve l'ho raccomandato vivamente: chi comprende è in grado di gustare, o meglio chi gusta comprende; e chi non è ancora arrivato a gustare con l'intelligenza, custodisca mediante la fede ciò che ancora non riesce a comprendere. Per similitudine si riferiscono a Cristo molte cose che lui propriamente non è. Per similitudine Cristo è la pietra, la porta, la pietra angolare, il pastore, l'agnello, ed anche il leone, e molte altre cose che sarebbe lungo enumerare. Se poi esamini la proprietà delle cose che sei solito vedere, egli non è pietra, poiché non è duro né insensibile; non è porta, poiché non è stato fatto da un artigiano; non è pietra angolare, poiché non è stato squadrato dal muratore; non è pastore, poiché non è custode di quadrupedi; non è leone perché non è una belva; non è agnello perché non è un animale. Egli è tutte queste cose per similitudine. Che cosa è egli in senso proprio? In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). E allora, l'uomo che è apparso in terra? E il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14).

7. Ascolta ancora. Per questo il Padre mi ama - dice - perché io do la mia vita, per riprenderla di nuovo (Gv 10, 17). Che vuol dire per questo il Padre mi ama? che io muoio per risorgere. Dice Io con grande solennità. Perché - dice - io do la mia vita. Che significa io do? Sono io che la do. Non si vantino i Giudei: essi possono infierire, ma sopra di me non hanno alcun potere. Infieriscano quanto vogliono: se io non volessi dare la mia vita, cosa potrebbero fare con tutta la loro crudeltà? E' bastata una risposta per atterrarli. Quando fu chiesto loro: Chi cercate?, essi risposero: Gesù; egli disse: Sono io! ed essi allora indietreggiarono e caddero a terra (Gv 18, 4-6). Coloro che alla sola voce di Cristo che stava per morire caddero a terra, che faranno alla voce di lui quando verrà per giudicare? Io, dice, io do la mia vita, per riprenderla di nuovo. Non si glorino i Giudei, come se avessero riportato vittoria su di lui; è lui che ha offerto la sua vita. Io mi sono coricato - dice un salmo a voi ben noto - io mi sono coricato e ho preso sonno; poi mi sono alzato, perché il Signore mi sorregge (Sal 3, 6). Questo salmo è stato letto adesso, lo abbiamo appena ascoltato: Io mi sono coricato e ho preso sonno, poi mi sono alzato, perché il Signore mi sorregge. Che significa io mi sono coricato? Significa che mi sono coricato perché ho voluto io. Che significa mi sono coricato? Che sono morto. Non si è forse coricato per dormire colui che quando volle si alzò dal sepolcro come da un letto? Però egli ama riferire la gloria al Padre, per educare noi a dare gloria al Creatore. Pensate che avendo aggiunto mi sono alzato perché il Signore mi sorregge, pensate, dico, che qui sia come venuta meno la sua potenza, tanto che poté morire, ma poi non poté risorgere? Così infatti potrebbero suonare queste parole a chi le consideri con poca attenzione. Io mi sono coricato, cioè mi sono coricato perché ho voluto io; e mi sono alzato, perché? perché il Signore mi sorregge. Vorrebbe dire allora che tu, da te stesso, non eri capace di alzarti? Se tu non ne fossi stato capace, non avresti detto: Ho il potere di dare la mia vita e il potere di riprenderla (Gv 10, 18). In altro passo del Vangelo si dice che non è soltanto il Padre a risuscitare il Figlio, ma è anche il Figlio a risuscitare se stesso: Distruggete questo tempio , - disse - e in tre giorni lo farò risorgere. E l'evangelista osserva: Egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2, 19 21). Doveva infatti risuscitare ciò che moriva; ora, il Verbo non è morto, e neppure la sua anima. Poteva morire l'anima del Signore, dal momento che nemmeno la tua muore?

8. Come faccio a sapere - domandi - che la mia anima non muore? Se tu non la uccidi, non muore. In che senso - domandi - io posso uccidere la mia anima? La bocca menzognera uccide l'anima (Sap 1, 11); per non parlare d'altri peccati. Come posso essere sicuro - tu insisti - che non muore? Ascolta il Signore che dà questa sicurezza al suo servo: Non dovete temere coloro che uccidono il corpo, e, oltre a ciò, non possono fare di più. E più precisamente che cosa ha detto? Temete, piuttosto, colui che può far perire anima e corpo nella geenna (Mt 10, 28; Lc 12, 4-5). Ecco la dimostrazione che l'anima muore, e non muore. Ma quand'è che muore l'anima, e quand'è che muore il corpo? Il corpo muore quando perde la sua vita; l'anima muore quando perde la sua vita. Ora, la vita del tuo corpo è la tua anima; la vita della tua anima è il tuo Dio. Nello stesso modo che il corpo muore quando perde l'anima che è la sua vita, così l'anima muore quando perde Dio che è la sua vita. Certamente l'anima è immortale, e talmente immortale che vive anche quando è morta. Si può dire dell'anima che ha abbandonato il suo Dio ciò che l'Apostolo dice della vedova che si abbandona ai piaceri: Anche se viva, è già morta (1 Tim 5, 6).

[Gli apollinaristi.]

9. In che modo, dunque, il Signore dà la sua anima? Fratelli, cerchiamo un po' più attentamente. Non siamo sotto l'urgenza del tempo come alla domenica. Il tempo c'è, e coloro che anche oggi sono convenuti per ascoltare la parola di Dio, ne approfittino. Io do - dice il Signore - la mia vita. Chi dà? e che cosa dà? Che è Cristo? Verbo e uomo. Non è uomo sì da essere solo corpo: in quanto uomo, è composto di corpo e di anima; in Cristo c'è l'uomo completo. Non ha assunto la parte meno nobile tralasciando quella migliore; e la parte migliore dell'uomo, rispetto al corpo, è l'anima. Poiché dunque in Cristo c'è l'uomo tutto intero, cosa è Cristo? Ho detto che è Verbo e uomo. Che significa Verbo e uomo? Significa Verbo, e anima e corpo. Tenetelo fermamente, perché anche a questo riguardo non sono mancati gli eretici, che a suo tempo furono allontanati dalla verità cattolica, i quali, tuttavia, come ladri e briganti che non entrano per la porta, non hanno cessato d'insidiare l'ovile. Gli apollinaristi sono considerati eretici perché hanno osato affermare che Cristo è soltanto Verbo e carne: essi sostengono che egli non ha assunto l'anima umana; però qualcuno di loro ha dovuto ammettere che in Cristo vi è anche l'anima. Vedete che assurdità, e che insipienza davvero insopportabile! Concedono a Cristo un'anima irrazionale, ma gli rifiutano l'anima razionale; gli concedono un'anima belluina, ma gli tolgono quella umana. Tolgono a Cristo la ragione perché essi ne sono privi. Lungi da noi tale demenza, da noi che siamo cresciuti e consolidati nella fede cattolica. Colgo l'occasione per ricordare alla vostra Carità che nelle precedenti letture vi abbiamo sufficientemente preparati contro i sabelliani e gli ariani. I sabelliani dicono che il Padre e il Figlio sono la medesima persona, mentre gli ariani affermano che il Padre e il Figlio non sono della medesima sostanza. Vi abbiamo anche istruiti, come certamente ricordate, contro i fotiniani, i quali dicevano che Cristo è solo uomo e non Dio; contro i manichei che affermano essere Cristo solo Dio e non uomo. Prendendo ora occasione dal tema dell'anima, vogliamo mettervi in guardia contro gli apollinaristi, secondo i quali nostro Signore Gesù Cristo non aveva un'anima umana, cioè un'anima razionale e intelligente, quell'anima, insomma, per cui ci distinguiamo dalle bestie e siamo uomini.

10. In che senso dunque qui il Signore disse: Ho il potere di dare la mia vita? Chi la dà in modo da poterla riprendere? E' Cristo che dà la sua anima e la riprende, per il fatto che è il Verbo? Oppure è la sua anima, in quanto è anima umana, che ha il potere di darsi e di riprendersi? Oppure è la sua carne come tale che dà l'anima e la riprende di nuovo? Ho prospettato tre ipotesi, discutiamole tutte e tre, e scegliamo quella che è più conforme alla verità. Se diciamo che il Verbo di Dio ha dato la sua anima e poi l'ha ripresa di nuovo, c'è da temere che subentri un pensiero inesatto, e ci si obietti: Allora per un certo tempo quell'anima è stata separata dal Verbo, e il Verbo, anche dopo assunta l'anima umana è rimasto privo dell'anima. E' chiaro che quando in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, il Verbo non aveva un'anima umana; ma dacché il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (cf. Gv 1, 1 14), da quando il Verbo assunse la natura umana tutta intera, corpo e anima, che altro potevano fare la passione e la morte, se non separare il corpo dall'anima? Non potevano certo separare l'anima dal Verbo. Se infatti il Signore è morto, anzi per il fatto che il Signore è morto, morto per noi sulla croce, senza dubbio è stata la sua carne a esalare l'anima: per breve tempo l'anima si separò dalla carne, che, con il ritorno dell'anima, sarebbe risorta. Ma non dirò mai che l'anima si è separata dal Verbo. All'anima del buon ladrone ha detto: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23, 43). Egli che non abbandonò l'anima fedele del ladrone, poteva forse abbandonare la sua? No di certo. Egli ha custodito, come Signore, l'anima del ladrone, ed è rimasto inseparabilmente unito alla sua. Se diciamo poi che fu l'anima stessa a darsi e poi a riprendersi, diremmo la cosa più assurda; quell'anima, infatti, che non si era separata dal Verbo, tanto meno poteva separarsi da se medesima.

[Verbo, anima e corpo.]

11. Diciamo allora ciò che è vero, e facilmente comprensibile. Ecco un uomo qualsiasi, non risultante di Verbo e di anima e di corpo, ma soltanto di anima e di corpo: domandiamogli come può questo qualsiasi uomo dare la sua anima. Non si troverà forse nessuno che dà la sua anima? Tu mi dirai che nessun uomo ha il potere di dare la sua anima e poi riprenderla. Ma se l'uomo non potesse dare la sua anima, l'apostolo Giovanni non direbbe: Come Cristo ha offerto per noi la sua anima, così anche noi dobbiamo offrire le nostre anime per i fratelli (1 Io 3, 16). E' quindi possibile anche a noi (se veniamo riempiti della sua forza, dato che senza di lui non possiamo far nulla) offrire le nostre anime per i fratelli. Quando un santo martire offre la sua anima per i fratelli, chi la offre e quale anima offre? Se teniamo conto di questo, capiremo in che senso Cristo dice: Ho il potere di dare la mia anima. O uomo, sei pronto a morire per Cristo? Egli risponde che è pronto. Uso un'altra espressione: Sei pronto a dare la tua anima per Cristo? Egli mi darà la stessa risposta che mi ha dato quando gli ho chiesto se era pronto a morire: Sì, sono pronto. Dare la propria anima significa dunque morire. Ma per chi si dà l'anima? Tutti gli uomini infatti, quando muoiono, danno l'anima; però non tutti la danno per Cristo. E nessuno ha il potere di riprenderla; Cristo invece ha dato l'anima per noi e l'ha data quando ha voluto, e quando ha voluto l'ha ripresa. Dare l'anima significa dunque morire. In questo senso l'apostolo Pietro disse al Signore: Io darò la mia anima per te (Gv 13, 37); cioè morirò per te. E' questa una facoltà che possiede la carne: la carne dà la sua anima, e la carne di nuovo la riprende; tuttavia non per decisione sua ma di chi abita la carne. La carne infatti dà la sua anima spirando. Guarda il Signore sulla croce. Egli dice: Ho sete. I presenti allora intinsero una spugna nell'aceto, la legarono ad una canna e l'accostarono alla sua bocca. Dopo che egli ebbe preso l'aceto, disse: E' compiuto. Che significa E' compiuto? Che si sono compiute tutte le profezie che si riferivano a me, prima della morte. E, siccome egli aveva il potere di dare la sua anima quando voleva, dopo aver detto: E' compiuto, l'evangelista dice: E, chinato il capo, rese lo spirito (Gv 19, 28-30). Questo significa dare l'anima. E' un punto che merita tutta l'attenzione della vostra Carità. E, chinato il capo, rese lo spirito. Chi rese? E cosa rese? Rese lo spirito e fu la carne a renderlo. Che significa: la carne rese lo spirito? Che la carne lo emise, lo emise come un respiro. Si dice spirare per dire che si mette fuori lo spirito. Come si dice esiliare per dire che si mette uno fuori del proprio suolo, ed esorbitare per dire che uno esce fuori della sua orbita, così si dice spirare per dire che si mette fuori lo spirito; il quale spirito è poi l'anima. Quando dunque l'anima esce dalla carne, e la carne rimane senza anima, allora si dice che l'uomo ha dato l'anima. Quando Cristo diede l'anima? Quando il Verbo volle. La potestà infatti l'aveva il Verbo: in lui risiedeva il potere per decidere quando la carne dovesse dare l'anima, e quando dovesse riprenderla.

12. Ora, se la carne diede l'anima, in che senso la diede Cristo? Non è forse Cristo la carne? Certamente: la carne è Cristo, l'anima è Cristo, il Verbo è Cristo; e tuttavia queste tre cose non sono tre Cristi, ma un solo Cristo. Considera l'uomo, e, partendo da te, sali gradatamente a ciò che sta sopra di te, se non ancora per comprenderlo, almeno per crederlo. Allo stesso modo, infatti, che l'anima e il corpo sono un solo uomo, così il Verbo e l'uomo sono un solo Cristo. Badate a ciò che vi dico, e cercate di comprendere. L'anima e il corpo sono due realtà, ma un solo uomo; il Verbo e l'uomo sono due realtà, ma un solo Cristo. Prendiamo ad esempio un uomo. Dov'è ora l'apostolo Paolo? Se uno mi risponde che riposa in Cristo, dice la verità. Ma altrettanto dice la verità se uno risponde che è a Roma nel suo sepolcro. Il primo si riferisce all'anima, il secondo al corpo. Con ciò non si vuol dire che vi sono due apostoli Paolo: uno che riposa in Cristo, l'altro che giace nel sepolcro; e quantunque diciamo che l'apostolo Paolo vive in Cristo, diciamo che il medesimo apostolo giace nel sepolcro. Quando uno muore, diciamo: Era buono, era fedele; ora è in pace col Signore; e subito dopo diciamo: Andiamo al suo funerale, e seppelliamolo. Vai a seppellire colui che prima avevi detto essere con Dio nella pace. Poiché una cosa è l'anima che vive immortale, altra cosa è il corpo che giace nella corruzione; dal momento in cui l'unione del corpo e dell'anima ha preso nome di uomo, l'uno e l'altra, anche dopo la separazione, mantengono il nome di uomo.

[Chi dà la vita è la carne, chi decide è il Verbo.]

13. Nessuno dunque sia titubante, quando sente dire da parte del Signore: Io do la mia anima, per riprenderla di nuovo (Gv 10, 17). E' la carne che la dà, ma il potere appartiene al Verbo; ed è la carne che la riprende, ma sempre in virtù del Verbo. E' stata chiamata col nome di Cristo Signore anche solamente la carne. Che prova ne hai? mi si domanda. Sì, oso affermare che col nome di Cristo è stata designata anche solamente la carne di Cristo. Certamente noi crediamo non soltanto in Dio Padre, ma anche in Gesù Cristo, suo unico Figlio e nostro Signore. Ora ho detto tutto: Gesù Cristo, suo unico Figlio e nostro Signore. Qui c'è tutto: il Verbo, l'anima, la carne. Ma certamente tu confessi anche ciò che dice la medesima fede: Credo in quel Cristo che fu crocifisso e sepolto. Quindi non neghi che Cristo sia stato anche sepolto; e tuttavia soltanto la sua carne è stata sepolta. Se infatti fosse stata presente l'anima, non si potrebbe dire che morì; se però la sua morte è stata vera, così da essere altrettanto vera la sua risurrezione, egli restò nel sepolcro senza anima; e tuttavia fu sepolto Cristo. Poiché dunque non fu sepolta se non la sua carne, anche la carne senza l'anima era Cristo. Ne hai la conferma nelle parole dell'Apostolo, quando dice: Abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: lui di natura divina, non tenne per sé gelosamente l'essere pari con Dio. Di chi parla l'Apostolo se non di Cristo Gesù in quanto Verbo, Dio presso Dio? Guarda però quello che segue: anzi annientò se stesso col prendere forma di servo, diventando simile agli uomini, ed è stato trovato come un uomo qualsiasi nell'aspetto esterno. Di chi parla ora se non del medesimo Cristo Gesù? Ma qui ormai c'è tutto: c'è il Verbo, nella forma di Dio che prese la forma di servo; c'è l'anima e il corpo, nella forma di servo che fu assunta dalla forma di Dio. Si umiliò facendosi obbediente fino alla morte (Fil 2, 6-8). E nella morte soltanto il corpo fu ucciso dai Giudei. Se infatti egli disse ai discepoli: Non dovete temere coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l'anima (Mt 10, 28), forse che in lui i Giudei poterono uccidere qualcosa di più del corpo? E tuttavia, essendo stato ucciso il corpo, fu ucciso Cristo. Così, quando il corpo rese l'anima, Cristo diede l'anima; e quando il corpo per risorgere riprese l'anima, Cristo stesso riprese l'anima. E tuttavia ciò non avvenne per il potere del corpo, ma per il potere di colui che prese l'anima e il corpo, in cui si potessero compiere tutte queste cose.

14. Questo - dice - è il comandamento che ho ricevuto dal Padre mio. Il Verbo non ha ricevuto il comandamento per mezzo di una parola, poiché nel Verbo unico del Padre è ogni comandamento. Quando infatti si dice che il Figlio riceve dal Padre ciò che sostanzialmente possiede - con le parole: Come il Padre ha in se stesso la vita, così ha dato al Figlio d'aver la vita in se stesso (Gv 5, 26), essendo il Figlio stesso la vita -, non viene diminuito il suo potere, ma viene resa manifesta la sua generazione. Infatti il Padre non aggiunse nulla al Figlio, come se fosse nato imperfetto, ma generandolo perfetto, tutto gli diede nell'atto stesso della generazione: siccome non lo generò disuguale, gli comunicò l'uguaglianza con sé. Ma quando il Signore disse queste cose, siccome egli era la luce che splendeva nelle tenebre, le tenebre non lo compresero (cf. Gv 1, 5). Ci fu di nuovo discordia fra i Giudei per queste parole. Molti poi di essi dicevano: E' un indemoniato, delira! perché lo ascoltate? Queste erano le tenebre più dense. Altri dicevano: Queste parole non sono da indemoniato. Un demonio può forse aprire gli occhi ai ciechi? (Gv 10, 19-21). Questi cominciavano ad aprire gli occhi.