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JEAN DANIÉLOU. LA MISSIONE DELLO SPIRITO SANTO (Da "IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI")

La missione, cioè l'evangelizzazione di tutti i popoli, è il mistero attuale della Chiesa.

Tra l'Ascensione del Signore al Cielo da una parte e il suo ritorno alla fine dei tempi per prendere il definitivo possesso del suo regno, essa è la grande realtà che riempie la storia del mondo attraverso tutte le fluttuazioni esteriori. Quando l'evangelizzazione sarà terminata e l'opera degli Apostoli compiuta, Cristo ritornerà.

L'evangelizzazione del mondo comincia alla Pentecoste con la discesa dello Spirito Santo. « La salute, leggiamo nell'Epistola di S. Pietro, fu l'oggetto delle investigazioni e delle meditazioni dei profeti i quali predissero la grazia che è destinata a voi. Essi indagarono qual tempo e quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro e che prediceva i patimenti riservati a Cristo e le glorie susseguenti. Fu loro rivelato che non per sé ma per voi erano dispensatori di quelle cose che ora vi sono state annunciate da coloro i quali, per lo Spirito Santo mandato dal Cielo, vi hanno predicato il Vangelo. Profondo mistero nel quale gli Angeli bramano di penetrare con lo sguardo (1) ».

La scena della Pentecoste, che inaugura questo «profondo mistero », ce ne addita il significato missionario. E' degno di attenzione il fatto che la venuta dello Spirito Santo sugli Apostoli opera l'effetto di farli parlare «in altre lingue ». Difatti «si raduna la folla e ognuno li sentiva parlare nella sua propria lingua, e si meravigliavano dicendo: Come mai li sentiamo ciascuno di noi parlare nella nostra lingua materna? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, abitanti della Libia cirenaica (2) ». Di qualsivoglia natura sia stato questo miracolo delle lingue, è certo che ha un significato importantissimo: la venuta dello Spirito Santo coincide con l'inizio dell'evangelizzazione di tutte le genti; significa - ed è il significato essenziale della Pentecoste - che l'economia durata fino ad allora e che era stata riservata al popolo giudeo, viene distrutta dalla parola di Dio e che a partire da quel momento comincia l'universalismo della Chiesa.

Non possiamo fare a meno di avvicinare alla scena della Pentecoste una scena che ha un evidente rapporto con quella, ed è la scena della torre di Babele. L'accostamento è peraltro già stato fatto e s'impone. Vediamo alla torre di Babele gli uomini, che fino ad allora formavano una sola famiglia, in seguito alloro peccato separarsi per la confusione e la divisione delle lingue. Il peccato quindi porta alla divisione, e segno della divisione è l'incomprensione che si genera tra gli uomini. La Pentecoste restaura ciò ch'era stato infranto; uomini di tutte le nazioni comunicano di nuovo nell'unità dello Spirito, per la quale viene come restituito un linguaggio comune. Cosi il mistero della Pentecoste inaugura l'economia in cui viviamo attualmente, i cui due principali caratteri sono da una parte l'universalismo, cioè l'evangelizzazione di tutte le genti e la loro raccolta nell'unità della Chiesa, dall'altra la presenza dello Spirito Santo.

Detto questo, cerchiamo di vedere come la venuta dello Spirito Santo, che è il principio di ogni missione, si sia compiuta innanzitutto nella persona di Nostro Signore che per primo ha attuato in Sé la vocazione missionaria, e come in seguito alla Pentecoste, risalito il Signore nella gloria del Padre, comunichi lo Spirito alla sua Chiesa. Questo aspetto della persona di Nostro Signore è uno di quelli a cui si presta meno spesso attenzione (e perciò v'insisterò). Si parla molto delle relazioni di Cristo col Padre; si parla meno delle relazioni di Cristo con lo Spirito Santo. Tuttavia vediamo in tutto il Vangelo un legame strettissimo tra Nostro Signore e lo Spirito Santo, legame che si riallaccia a quell'aspetto particolare della sua persona, che io chiamerò il suo ministero profetico. Ci sono in Nostro Signore tre grandi ministeri i quali continuano le grandi realtà dell' Antico Testamento e si prolungano poi nella Chiesa. C'è un ministero regale, per il quale Egli è il Signore di tutti i popoli e che si manifesta specialmente nell' Ascensione, quando Egli prende possesso della sua sovranità elevandosi sopra tutti i cieli e regnando sull'intero universo.

C'è poi il ministero sacerdotale per il quale Egli offre al Padre il sacrificio perfetto della sua Passione. Infine c'è il ministero pro/etico per il quale Egli annuncia il mistero, cioè le realtà della vita divina e la nostra partecipazione a quella vita.

Possiamo osservare che il ministero profetico di Nostro Signore, che continua nella Chiesa, è prefigurato nell' Antico Testamento. In questo, come in molte altre cose, Nostro Signore continua quanto era stato cominciato nell' Antico Testamento e prepara ciò che sarà compiuto nella Chiesa. Dalle origini dell'alleanza vediamo infatti degli uomini che sono mossi dallo Spirito per compiere delle missioni. Sono coloro che vengono chiamati Messia, gli unti: «Spiritus unxit me - Lo Spirito mi ha unto per evangelizzare i poveri ». E' un detto di Isaia che Nostro Signore applicherà a se stesso. Il legame dello Spirito con la profezia è richiamato anche nel Credo.

Precisiamo che cosa s'intende qui per profezia. Quando si parla di ministero profetico di Cristo o quando S. Paolo parla del dono di profezia elargito dallo Spirito Santo, non si. tratta essenzialmènte della facoltà di annunciare gli avvenimenti futuri, si tratta del profeta che parla in nome di Dio per rivelare il mistero. E qual'è questo mistero? E' il piano divino, secondo il quale il Padre, per tappe progressive, ci adotta nel suo Figlio per introdurci definitivamente un giorno nel vero regno. Questo piano è l'oggetto della profezia. In questo senso esso riguarda sempre l'avvenire perchè è in via di compimento, perciò il profeta è sempre orientato verso un avvenimento futuro che è la piena attuazione del disegno di Dio; i profeti sono coloro che annunciano questo disegno, che lo descrivono in anticipo, che aiutano gli uomini a orientarsi nella sua direzione. Ecco la differenza tra un profeta e un saggio o un filosofo: questi due ultimi sono uomini che ci rivelano verità eterne, mentre il profeta è un uomo che annuncia un avvenimento futuro. Questo ci ricorda una volta ancora che il cristianesimo è essenzialmente una storia, quella dello Spirito Santo che opera nel mondo per trasformarlo.

Se osserviamo la vita di Nostro Signore, in qual momento lo vediamo ricevere quell'unzione profetica? In qual momento lo Spirito è Sceso su di Lui per impadronirsene e fare di Lui un profeta? E' nella scena straordinaria del battesimo, sulla soglia della vita pubblica, alla quale noi non annettiamo tutta l'importanza che veramente ha. Fino a quel momento, infatti, Nostro Signore aveva vissuto una vita nascosta durante la quale Dio lo preparava misteriosamente alla sua missione; e nel segno del Battesimo vediamo che viene, per cosi dire, unto dallo Spirito che scende su di Lui, inviato dal Padre, per inaugurare cosi il suo ministero pubblico (3).

In un libro sul Verbo incarnato nel quale studia i vari ministeri di Cristo, il teologo russo Bulghakov insiste sul fatto che all'inizio di ciascuno di quei ministeri appare una discesa dello Spirito e una manifestazione speciale di Dio. Anche lui riallaccia il ministero profetico di Cristo alla manifestazione della Trinità nel battesimo, e osserva che nel Vangelo c'è una seconda manifestazione chiarissima della Trinità intorno alla persona di Nostro Signore: è la Trasfigurazione. Ora, voi sapete che a partire da quel giorno il Signore arresta quasi il suo ministero profetico e tutta la sua attività si volge alla preparazione della Pasqua. E' una seconda manifestazione della Trinità che inaugura il ministero sacerdotale il cui culmine è la Passione. Esiste un parallelismo tra queste due teofanie trinitarie e i due ministeri, profetico e sacerdotale, veramente notevole.

Ora insisteremo solamente sul battesimo, perché col battesimo s'inaugura il ministero profetico. Lo Spirito Santo discende su Nostro Signore. Lo vediamo poi condurre Cristo nel deserto; poi Cristo ritorna dal deserto mosso dallo Spirito e Va a predicare in Galilea. Nostro Signore stesso, nella prima riunione alla Sinagoga, fa allusione a quella effusione dello Spirito Santo sulla sua persona: «Venne a Nazareth, ove era stato allevato, ed entrò, secondo l'usanza, il sabato nella sinagoga e si alzò per fare la lettura. Gli fu dato il libro del profeta Isaia e, spiegato il libro, trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri. Mi ha mandato ad annunciare agli schiavi la liberazione, ai ciechi la vista, e a rimettere in libertà gli oppressi. Oggi questa scrittura s'è adempiuta davanti a voi (4)».

Possiamo meravigliarci di vedere applicato a Nostro Signore il titolo di Profeta, e infatti non ci è probabilmente famigliare. Tuttavia si deve osservare che nel Nuovo Testamento è uno dei titoli che gli si danno. Uno dei passi più notevoli a questo proposito è quello dei discepoli di Emmaus. I discepoli, non sapendo di parlare col Signore, raccontavano gli avvenimenti che erano accaduti: «Tu sei il solo a Gerusalemme che non sappia ciò che è successo in questi giorni. - E che cosa? - Intorno a Gesti di Nazareth, che fu un Profeta potente in opere e in parole dinanzi a Dio e a tutto il popolo (5) ».

Per precisare ulteriormente quanto si riallaccia al ministero profetico, bisogna notare ch'esso si manifesta in due facoltà: in primo luogo nella facoltà di parola. Il profeta è essenzialmente colui che annuncia il mistero e la cui parola ha un'efficacia che converte. E' la proprietà della parola profetica, cioè d'una parola il cui principio non è umano, ma lo Spirito Santo stesso. Qui sta la differenza tra la parola profetica, la parola del predicatore cristiano e la parola del conferenziere o di colui che esprime una sapienza umana. Essa è dotata d'una efficacia misteriosa che tocca i cuori e li trasforma. Il vero apostolo cristiano, il vero missionario, possiede la parola animata da una virtù divina che le dà quella misteriosa efficacia che la parola umana non può dare, e che non è, si noti bene, la potenza del ragionamento. S. Paolo insiste molto su questo negli Atti degli Apostoli: non in virtù d'una sapienza umana deve parlare l'apostolo; al contrario, egli deve liberarsi da tutti gli artifici umani.

S. Paolo aveva provato a servirsi della sapienza umana ad Atene dove, trovandosi in un ambiente intellettuale, aveva tentato di fare anche lui l'intellettuale. Ma comprese che non era quello il modo di portare la parola di Dio, la quale aveva la sua efficacia dalla virtù dello Spirito Santo, e che l'apostolo deve parlare nella virtù dello Spirito Santo. Questo non vuol dire però che l'apostolo non debba farsi tutto a tutti, che non debba presentare il messaggio di Cristo in modo da corrispondere alla mentalità, allo spirito degli uditori, che non debba specialmente tener conto, nei diversi paesi, di tutti gli elementi d'incarnazione; ma la sua parola deve essere essenzialmente appoggiata sulla forza di Dio. Ricordate quello che il Signore diceva ai discepoli: di non preoccuparsi di quello che dovranno dire quando saranno davanti ai tribunali, perchè lo Spirito Santo suggerirà loro che cosa rispondere. La parola di Dio è un evento. è un fatto che avviene. Non è una realtà puramente intellettuale. Carlo Barth ha detto sull'argomento delle cose bellissime (6). La condizione del predicatore cristiano è la condizione di un uomo il quale sa di non essere che un uomo, e insieme sa di dover parlare di Dio. Ora, come osserva acutamente Barth, nessuno parla di Dio. Dio solo parla di Dio, l'uomo è impotente a parlarne; ed è questa la condizione tragica del predicatore: dover parlare di Dio mentre sa che solo lo Spirito Santo lo può fare. Se non c'è lo Spirito Santo che tocca i cuori e li illumina, egli perde il tempo, è un cembalo risonante.

Cosa di capitale importanza per la missione. Lo vediamo al principio degli Atti degli Apostoli. Gli Apostoli parlavano nella forza dello Spirito e le loro parole avevano una meravigliosa efficacia per convertire i cuori. Perchè oggi la nostra parola non converte pili? Forse perchè non sappiamo presentare le cose? Ma se, dopo S. Pietro e 8. Paolo, abbiamo trovato degli ammirabili ragionamenti per spiegare e giustificare la religione! Non è per mancanza di buoni argomenti. Noi abbiamo molto migliori ragioni per credere di quel che n'avessero S. Pietro e S. Paolo. I teologi ne hanno trovate moltissime, e tuttavia la parola di Dio non è pili efficace. Non si tratta, quindi, di trovare buone ragioni, si tratta invece dell'efficacia dello Spirito; noi non abbiamo abbastanza fede, non confessiamo abbastanza Cristo e non ci appoggiamo alla forza dello Spirito.

In secondo luogo, il ministero profetico, a fianco dell'efficacia della parola, comprende l'efficacia delle opere. Questo è un aspetto fondamentale e, nel medesimo tempo, misteriosissimo del ministero profetico di Cristo, del ministero profetico dei Profeti e del ministero profetico dei primi Apostoli. Infatti il loro messaggio si appoggia ad opere straordinarie, a mirabilia, ai miracoli. C'è uno stretto legame tra il miracolo e la profezia.

Nostro Signore l'ha fatto notare spesso nel Vangelo: il miracolo è la testimonianza che gli rende il Padre. Le grandi opere che compie manifestano che il suo regno è giunto. Nell' Antico Testamento troviamo il profeta Eliseo il quale pure attesta l'autenticità del suo ministero per mezzo delle opere straordinarie che compie. Ma si ha l'impressione che stenti molto di più di Nostro Signore a compiere miracoli. Per resuscitare un morto Eliseo deve stendersi su di lui due volte prima che il morto si decida a risorgere, mentre Nostro Signore - e questo prova il divario esistente tra l'Antico e il Nuovo Testamento - dice alla fanciulla morta: «Fanciulla, alzati ». E la fanciulla si alza. La sua parola basta per compiere miracoli. Ma desta meraviglia vedere come già nell' Antico Testamento il miracolo fosse strettamente connesso col ministero pubblico; e nel Vangelo, quei miracoli di cui noi stentiamo talora a comprendere il profondo significato, sono uno degli aspetti del ministero profetico di Nostro Signore; ed attestano la presenza in Lui dello Spirito Santo, per la quale Egli compie opere straordinarie. Dopo la Pentecoste, anche gli Apostoli compiranno dei miracoli che attesteranno la presenza in loro dello Spirito Santo. Dobbiamo sempre tenerlo presente. Dopo gli Apostoli i miracoli diventano sempre più rari. Tuttavia ancora oggi il miracolo resta una realtà, e vediamo i grandi santi del secolo XIX, per esempio un curato d'Ars, un don Bosco, accompagnare la predicazione con fatti straordinari. La potenza dello Spirito Santo non è diminuita. Il Profeta è sempre qualcuno potente in parole ed in opere.

C'è un ultimo punto importante in cui vediamo Nostro Signore continuare e insieme superare il ministero profetico. E' questo: il ministero profetico è sempre accompagnato dalla persecuzione. Il Signore ritorna spesso nel Vangelo su quest'idea: «Come i vostri padri hanno perseguitato i Profeti, cosi voi perseguitate me ». Che Nostro Signore sia perseguitato non è quindi una cosa nuova. Sotto questo aspetto la sua Passione s'inserisce nella catena di persecuzioni dei Profeti cominciata alle origini dell' Antico Testamento e continuata in Lui. Nostro Signore afferma che l'Antico Testamento ha annunciato la sua Passione, e se noi non sappiamo dove trovare questa profezia, è perchè essa in realtà è semplicemente figurata nella persecuzione con cui i Giudei avevano sempre perseguitato i Profeti, che sono la figura di Cristo. La morte di Cristo, la quale, come sacrificio, si riallaccia al suo ministero sacerdotale, come martirio si riallaccia al suo ministero profetico.

Il martirio è essenzialmente testimonianza. Il martirio di Cristo continua quella testimonianza che avevano sempre reso i Profeti e di cui la sua Passione manifesta la realtà esemplare, che sarà a sua volta il modello per gli Apostoli, i quali pure dovranno rendere testimonianza e renderla fino al martirio, vale a dire fino al dono della vita, per render testimonianza alla verità delle loro parole.

Tutte queste realtà sembrano più chiare quando si vede che non sono nuove, ma si riallacciano a quella continuità di cui sono soltanto il compimento. Ma c'è una frattura. Nel battesimo di Gesù c'è qualcosa di nuovo che comincia. Infatti, a partire da quel momento, tutta l'antica profezia resta come trascurata e lo Spirito Santo, che s'era distribuito sui diversi Profeti, si concentra ormai tutto nella persona di Nostro Signore. Avviene un fatto analogo a quello del Tempio. D'altronde Sono due temi vicinissimi. Come a partire dalla venuta del Signore e specialmente a partire dalla Passione, il tempio di Gerusalemme perde il suo valore e l'abitazione di Dio è nella persona di Nostro Signore, cosi a partire da quel momento i Profeti perdono la loro importanza e tutto lo spirito di profezia passa in Nostro Signore. La manifestazione visibile di tale decadenza è la vita di S. Giovanni Battista, il quale viene messo da parte essendo finita la sua missione. Quando comincia il ministero pubblico di Nostro Signore tutti i discepoli stanno per abbandonare il Battista e passare a Nostro Signore; lui stesso, d'altra parte, poiché era iniziato al mistero e lo Spirito Santo lo aveva interiormente illuminato, accoglie il piano di Dio e pronuncia le incomparabili parole: «E' necessario che Egli cresca e io diminuisca» - «L'amico dello Sposo gioisce quando sente la voce dello Sposo ».

E' importante inquadrare questo fatto nella prospettiva della profezia: S. Giovanni che battezza Cristo è l'ultimo dei grandi profeti dell'Antico Testamento; egli raccoglie in sé tutto lo spirito profetico che l'aveva preceduto, e attesta la fine della profezia dell'Antico Testamento ritirandosi per far posto a Colui che è l'erede di tutte quelle tradizioni, e che è Nostro Signore. S. Giustino, nel Dialogo con Trifone, ha questo passo notevole per indicare che lo Spirito Santo, che. era nei Profeti, è passato ora in Nostro Signore: «I vostri profeti, dice, ricevettero da Dio l'uno o l'altro di quei poteri; e agirono come sappiamo dalle Scritture. Salomone ebbe lo spirito di sapienza, Daniele quello di intelligenza e di consiglio, Mosè quello di fortezza e di pietà, Elia lo spirito di timore, Isaia quello di scienza. Ciascuno ebbe una potenza o, alternativamente, l'una e l'altra. Geremia ne ebbe dodici; cosi Davide e altri profeti. Lo Spirito Santo si riposò, cioè cessò quando venne Colui dopo il quale tutte quelle cose dovevano scomparire da voi, quando tra gli uomini cominciò la sua economia; ma dovevano di nuovo prodursi in Lui e ritornare, secondo la profezia, quei doni che, mediante la grazia della potenza di quello Spirito, Egli accorda a coloro che credono in Lui. Una profezia annunciava che questo sarebbe accaduto per opera di Lui dopo la sua ascensione al Cielo. L'ho già detto e lo ripeto: «Egli è salito in alto, Egli ha condotto con sé la turba degli schiavi... ». E' detto in un'altra profezia: «Avverrà poi che io spanderò il mio Spirito sui miei servi e sulle mie serve ». Giustino continua, ed è interessante per noi: « Si possono vedere in mezzo a noi uomini e donne che hanno ricevuto i carismi dello Spirito Santo; quindi non è perchè mancasse della potenza dello Spirito che fu profetizzato che le potenze sarebbero venute su di Lui, ma perchè esse non ci sarebbero più state in seguito (7) ». Dunque S. Giustino vide uomini e donne che avevano ricevuto i carismi dello Spirito, avverando cosi la profezia. Questo c'introduce nel tempo in cui siamo, cioè nella effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa. Questa effusione, che è come concentrata nella persona di Nostro Signore, Gesù la possiede per espanderla sulla sua Chiesa; ed è ciò che osserviamo nella Pentecoste.

Il giorno della Pentecoste s'avvera la profezia così bella a cui allude S. Giustino e che è pure citata al principio degli Atti degli Apostoli, la Profezia di Gioele: «Avverrà negli ultimi giorni... » Notate quel « ultimi giorni» che ancora una volta indica il carattere escatologico della realtà missionaria, vale a dire che noi siamo veramente nell'ultimo tempo. Tempo che può durare a lungo, ma che è l'ultimo, poiché è quello dopo il qual" verrà la fine, la parusia. «Avverrà, dice Gioele, che io spanderò il mio Spirito su ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno (8) ».

Per conseguenza, vedete che il ministero profetico degli antichi Profeti, che è il ministero di Cristo, è anche il ministero dei cristiani; che c'è un ministero profetico nella Chiesa nella misura in cui «lo Spirito Santo è diffuso sui vostri figli e sulle vostre figlie ». « E i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi dei sogni. Si, in quel tempo io diffonderò il mio Spirito sui miei servi e sulle mie serve ed essi profetizzeranno, e io farò apparire dei prodigi nell'alto dei cieli e dei segni sulla terra: sangue, fuoco e fumo di eruzioni; il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue prima che venga il Signore nel giorno grande e splendente ».

E' importantissimo osservare che in tutti questi passi troviamo sempre la successione: discesa dello Spirito Santo ed evangelizzazione di ogni carne, poi i segni precorritori: il sole che si cambia in tenebre, la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, cioè la parusia. lo vorrei far notare lo stretto nesso che corre tra quelle realtà nella prospettiva che è precisamente quella degli antichi cristiani. E' sempre l'idea del carattere escatologico del dovere missionario. Tutte le cose in quella prospettiva diventano d'una straordinaria semplicità; la successione degli avvenimenti, lo sviluppo del mistero, si fanno limpidi. Per tentare di comprenderli noi dobbiamo solamente penetrarvi con la preghiera e per mezzo dello Spirito.

Come si manifesta nella Chiesa quella effusione dello Spirito sugli Apostoli? Essa presenta due aspetti fondamentali già nell' Antico Testamento, ma sopratutto nel Nuovo.

Infatti ha un doppio fine: il primo, di cui non vogliamo ora trattare, è quello di santificarci producendo in noi la vita divina; è lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo e che a poco a poco ci trasforma, come principio di vita, sviluppando in noi l'intelligenza delle cose di Dio mediante la fede, sviluppando in noi l'amore di Dio e del prossimo mediante la carità, accrescendo in noi la speranza la quale ci fa aderire alle realtà divine, dandoci i suoi doni per i quali siamo come forniti di antenne che ci rendono vicine le cose divine cosi che noi diventiamo capaci di captare, per cosi dire, le pulsazioni divine, capaci di essere istruiti e guidati dallo Spirito. I frutti dello Spirito Santo sono allora quella delicatissima e meravigliosa psicologia dell'anima cristiana per la quale, sotto l'azione dello Spirito Santo, si sviluppano in noi tutte le virtù perfette di longanimità, di purezza, di santità, di bontà.

Questa è dunque una prima azione dello Spirito che agisce in Ciascuno di noi e ci trasforma. Ma c'è una seconda azione dello Spirito direttamente orientata alla missione, quella per la quale lo Spirito ci abilita, ci fa capaci di rendere testimonianza e, per conseguenza, di evangelizzazione, donandoci quelli che si dicono carismi e che i teologi definiscono: un dono di Dio fatto ad extra, cioè in vista di opere esteriori, dono, in certa misura, non legato alla santità personale, benché la sua pienezza e il suo sviluppo ne dipendano, ma legato invece alla sua stessa funzione.

Merita molta attenzione il fatto che, se leggiamo il libro degli Atti degli Apostoli - .a cui si è potuto dare il titolo di Vangelo dello Spirito Santo - ci accorgiamo che tutta l'opera missionaria è attribuita allo Spirito Santo operante negli Apostoli. Bisognerebbe citare a questo proposito innumerevoli passi nei quali gli Atti ci presentano lo Spirito Santo che guida i primi Apostoli. Ne prendo qualcuno a caso. Subito dopo la Pentecoste, nei primi tempi di Gerusalemme, il tribunale dei Giudei cita a comparire Pietro, Giacomo e Giovanni; e il testo dice: « Allora Pietro, pieno di Spirito Santo... (9)» Poco dopo, negli Atti ancora: «Scegliete dunque tra voi, o fratelli, sette uomini di buona fama pieni di Spirito e di sapienza, a cui noi affideremo tali uffici (10) ». Ancora più caratteristica è la scena in cui vediamo Filippo battezzare l'Etiope, ministro della regina Candace: «Va avanti e accostati a quel cocchio, disse lo Spirito a Filippo. Accorso Filippo senti che egli leggeva il Profeta Isaia. Cammin facendo disse l'eunuco: Ecco dell'acqua, che cosa mi impedisce d'essere battezzato? Fermarono il cocchio e discesero nell'acqua e Filippo lo battezzò... (11) ». Ancora negli Atti degli Apostoli vediamo lo Spirito condurre S. Paolo, dirigendolo là dove deve compiere la sua missione.

Questa azione dello Spirito si manifesta per mezzo dei carismi. Ce ne parla sopratutto S. Paolo, per esempio nella prima Epistola ai Corinti: «Riguardo poi ai doni spirituali, non voglio che voi, o fratelli, siate nell'ignoranza... C'è distinzione di doni, ma un medesimo Spirito; diversità di ministero, ma un medesimo Signore; diversità di operazioni, ma è il medesimo Dio che fa in tutti tutte le cose. A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utilità comune. Infatti all'uno è dato, per mezzo dello Spirito, il linguaggio della sapienza, all'altro il linguaggio della scienza secondo il medesimo Spirito; a un altro la fede per il medesimo Spirito; a un altro il dono della guarigione per il medesimo Spirito; a un altro l'operazione dei miracoli; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro ogni genere di lingua; a un altro il dono di interpretarle (12) ». In questo passo troviamo descritti tutti gli aspetti che abbiamo successivamente indicati come caratteristici dello Spirito di profezia. Vi troviamo prima la profezia, poi il potere di far miracoli. Vi troviamo il linguaggio di scienza, la potenza in parole dopo la potenza in opere; e vi troviamo pure alla fine il dono delle lingue la cui relazione con la Pentecoste è così misteriosa.

Sarebbe necessario completare la descrizione dei diversi carismi che rendono in grado gli Apostoli di compiere il loro ministero profetico, e perciò di evangelizzare tutti i' popoli, con tutti quei passi nei quali S. Paolo descrive i doni interiori che fanno si che lo Spirito fortifichi gli Apostoli per renderli capaci di compiere la loro missione. Sembra di potervi distinguere innanzi tutto tre grandi linee: da una parte, la magnanimità, la fortezza, l'abitudine di trionfare delle difficoltà straordinarie con una certa facilità e di affrontarle con la potenza dello Spirito di Dio. In secondo luogo la sapienza e l'intelligenza delle .cose divine con le quali lo Spirito Santo, il quale solo, dice S. Paolo, scruta le profondità di Dio, illumina l'intelligenza degli Apostoli e li rende .capaci di conoscere le cose di Dio e di comunicarle. Infine l'unità assolutamente necessaria .agli Apostoli, poiché ,è un medesimo Spirito che opera in loro, la quale unità deve impedire che si desti tra di loro alcuna rivalità o contestazione, e raccogliere quasi in un fascio le diversità dei carismi in vista del compimento d'una medesima opera.

Quei carismi che S. Giustino diceva esser divisi nell'Antico Testamento, l'uno su Isaia, l'altro su Davide, l'altro su Daniele, che poi abbiamo visto adunati insieme nella persona di Cristo, sono di nuovo distribuiti tra diversi membri del Cristo, portando ciascuno la sua grazia particolare per assolvere il compito che gli è proprio, e si perpetuano nella Chiesa nella diversità delle famiglie spirituali e nella varietà delle vocazioni, di cui .ciascuna è l'erede di uno dei carismi. Ed è ciò che giustifica profondamente la varietà in seno alla Chiesa di Dio, non potendo l'apostolo dire al contemplativo o il contemplativo all'apostolo: «Io posseggo la parte migliore », ma ciascuno avendo un carisma speciale e cercando di usarlo nella carità.

Per finire con un ultimo accenno missionario, possiamo dire che se il nostro tempo è il tempo della rivelazione dello Spirito nel senso che è il tempo in cui lo Spirito ci suggerisce tutto ciò che ci ha detto Cristo, secondo la parola stessa del Signore, è anche il tempo della rivelazione dello Spirito, nel senso che è il tempo in cui noi stessi scopriamo lo Spirito. Conosciamo Cristo dal Vangelo per la sua venuta e conosciamo cosi tutto ciò che si deve conoscere di Cristo, poiché il mistero di Cristo s'è compiuto nell' Ascensione. Al contrario, il mistero dello Spirito Santo non è ancora compiuto interamente. Perciò dobbiamo ancora scoprire lo Spirito Santo. E non lo conosceremo completamente se non quando tutti i popoli saranno evangelizzati.

Possiamo riallacciare a quanto s'è detto l'idea che le razze orientali, e specialmente l'India che forse sarà l'ultimo dei popoli evangelizzati, hanno una specialissima relazione con lo Spirito Santo. Perchè? Precisamente perchè il fondo stesso della dottrina dell'India è Dio concepito come spirito immanente in ogni cosa. L'India interpreta falsamente tale immanenza, nel senso che vede in questo spirito la sostanza stessa delle cose. Questo non è vero, ma dispone l'India a comprendere l'affermazione: Spiritus Domini replevit orbem terrarum.

Di tutti i detti della Scrittura è questo che può toccare maggiormente l'anima dell'India: Spiritus Domini replevit orbem terrarum - Lo Spirito Santo riempie ogni cosa. Si tratterà di sostituire Spiritus a l'atman...; e in questo atman vedere non Dio immanente, ma la terza persona della Ss. Trinità, poiché infatti è proprio dello Spirito Santo l'essere ,in Dio il dono. Il Padre è colui che comunica, è la fonte di tutto, il Figlio è colui per mezzo del quale tutto è comunicato ed è in qualche modo l'esemplare e la formulazione e la definizione, ed è per questo che l'Occidente, il quale ama ciò che è definito, è stato particolarmente disposto a comprendere il mistero del Verbo; ma lo Spirito Santo, al contrario, che è essenzialmente Dio come pervadente l'universo, come santificatore del cosmo, è adattissimo alla mentalità indiana. Possiamo allora pensare che noi pure, secondo un'idea che ci è cara, avremo la definitiva teologia dello Spirito Santo precisamente il giorno. in cui questa teologia. sarà espressa nel pensiero dell'India, e che è la vocazione stessa del pensiero dell'India, cosi come la vocazione propria del pensiero greco è stata quella di esprimere il dogma dell'Uomo-Dio (13).

La teologia terminerà il giorno in cui sarà finita l'evangelizzazione, il giorno in cui tutte le nazioni conosceranno Cristo, il giorno in cui tutto il mondo avrà udita la parola, il giorno in cui Cristo potrà venire a prender possesso d'un dominio che gli sarà stato interamente preparato, e in cui tutti i popoli avranno cosi potuto rendere la loro testimonianza. lo credo che in questa direzione possiamo ritrovare sotto un ultimo aspetto quel particolarissimo legame che esiste tra questa dottrina dello Spirito Santo e la vocazione missionaria non solo in generale, ma specialmente la particolare vocazione dell'India. E sia questa un'occasione di più per desiderare la conversione dei popoli orientali. Noi sospiriamo non solo la pienezza della carità, ma anche la pienezza della luce.

Nota complementare

IL PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO

Lo si è interpretato secondo le successive economie della Rivelazione. Il peccato contro Cristo consisterebbe nel rigettare Nostro Signore prima della venuta dello Spirito Santo; il peccato contro lo Spirito Santo sarebbe invece il rifiuto di accettare lo Spirito dopo la Pentecoste. Il peccato dei Giudei che hanno rifiutato lo Spirito dopo la Pentecoste è più grave del peccato dei Giudei che mandarono Cristo alla morte.

Un'altra spiegazione si riconnette questa: in Cristo c'è insieme Dio e l'uomo, e il peccato contro Cristo non è necessariamente un peccato contro Dio. Sta il fatto di non aver riconosciuto Dio nell'Uomo Gesti, ma questo può riferirsi all'umanità di Nostro Signore e non essere direttamente un peccato contro Dio, mentre il peccato contro lo Spirito sarebbe direttamente il rifiuto di Dio, la bestemmia contro Dio.

Ciò che vale per Cristo vale in un certo senso anche per la Chiesa. Molti uomini non vedono che il lato umano della Chiesa e la respingono per questo: il loro peccato non è il peccato contro lo Spirito e possiamo credere che sarà perdonato. Peccato contro lo Spirito sarà quello di coloro i quali conoscendo la natura divina della Chiesa per orgoglio rifiutano di riconoscerla.

[1] 1 Petr., I, 10-12.
[2] Atti Ap., II, 5-8.
[3] Si noti esattamente il significato di questa unzione profetica al battesimo di Cristo. I Padri parlano d'una duplice unzione di Cristo: la prima avvenne all'incarnazione, allorché lo Spirito Santo prese possesso dell'umanità di Cristo e la santificò unendola alla divinità nella persona del Verbo. Questa unzione sostanziale ha accompagnato l'umanità di Cristo dal principio della sua vita, rendendola strumento perfetto della divinità: capace di parlare di Dio e a nome di Dio (profeta), capace di operare opere divine (taumaturgo), capace di vivere e di manifestare la santità di Dio (santo). Ma le singole funzioni dovevano essere attuate da Gesù Cristo ciascuna alla «sua ora », e qualcuna di esse è stata preceduta come da una specie di investitura solenne da parte del Padre: questo è il significato dell'unzione profetica ricevuta da Cristo al Battesimo. E' stata la manifestazione visibile della consacrazione alla sua missione di rivelatore del Padre (N. d. T.).
[4] Luc. IV, 16-21.
[5] Luc. XXIV, 19.
[6] K. Barth. Parole de Dieu parole humaine, trad. francese (Ed. Je sers).
[7] Giustino, Dialogo con Trifone, LXXXVII, 4 - 8; LXXXIII, 1.
[8] Gioele, III, 1-5, citato in Atti Ap., II, 17-21.
[9] Atti, IV, 6-8.
[10] Atti, VI, 3.
[11] Atti, VIII. 29-36.
[12] I Cor. XII, 4-8.
[13] Si veda Monchanin, Le Saint-Esprit et l'Inde, Cahiers Dieu vivant, III (Ed. du Seuil).

J Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana





Si è colpiti, scorrendo le catechesi antiche, dalle numerose allusioni che vi si incontrano a proposito del "Salmo 22 ". Nella "Quarta Catechesi mistagogica ", san Cirillo di Gerusalemme scrive: "Il santissimo David ti fa conoscere la virtù del Sacramento dell'Eucarestia, dicendo: hai preparato per me una tavola imbandita di fronte ai miei nemici. A che cosa allude se non alla tavola sacramentale e spirituale che Dio ci ha preparato? Hai unto la mia testa di olio. Egli ti ha segnato sulla fronte con la "sphragis" di Dio in modo che con questa tu venga consacrato a Dio. E come puoi notare si fa anche questione del calice, del quale Gesù, dopo aver reso grazie, ha detto: questo è il calice del mio sangue" (XXXIII, 1101 D- 1104 A). Da quanto sopra esposto, per Cirillo, dunque, il Salmo costituisce una profezia dell'iniziazione cristiana: nell'unzione di olio, vede la "sphragis" postbattesimale, impressa con l'olio consacrato; nella mensa e nel calice ("e il mio calice inebriante, come è meraviglioso!"), egli ci mostra la figura delle due specie del Sacramento. 

Ritorneremo su questi simbolismi. Ma quel che ora vogliamo sottolineare, è come Cirillo si rifaccia al testo di David che, evidentemente, doveva essere ben conosciuto dal neofita. Ciò lascia supporre che quest'ultimo abbia conosciuto il Salmo prima del conferimento dei Sacramenti nella notte di Pasqua; prova ne sia che Cirillo si limita a spiegarne il solo significato profetico. Quanto sopra è esplicitamente affermato da sant'Ambrogio nel commento al Salmo contenuto nelle sue due catechesi: "Ascolta dalla bocca di David quale Sacramento hai ricevuto. Anche lui, nella previsione in spirito di questi misteri, esultava e dichiarava: "non manco di nulla" (Vers. 1). Perché? Perché colui che ha ricevuto il corpo di Cristo non avrà più fame. Quante volte hai ascoltato il "Salmo 22 " senza comprenderlo? Vedi ora in che misura si riferisca ai Sacramenti celesti!" (De Sacr., V, 12 - 13; Botte, 91). L'informazione si fa qui più precisa: il nuovo battezzato "ha spesso ascoltato il Salmo senza comprenderlo"; ciò significa che esso aveva un ruolo preciso nella liturgia battesimale. Tale ruolo ci è precisato da altri testi. Didimo di Alessandria scrive nel "De Trinitate ": "A coloro ai quali, causa l'età, non vengono da-ti i beni terreni, la ricchezza divina è comunicata interamente, in mo-do che essi possano cantare gioiosamente: il Signore mi conduce e nulla mi mancherà!" (XXXIX, 708 C). Il Salmo era dunque cantato dai nuovi battezzati. 

Sant'Ambrogio ci mostra in un suo passo in quale momento esso fosse cantato: " Deposte le spoglie dell'antico errore, rinnovata la giovinezza come quella dell'aquila, si affretta verso il banchetto celeste e, non appena scorge l'altare preparato, egli esclama: "Hai preparato davanti a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121). Da qui si deduce che il Salmo 22 doveva essere can-tato nella notte pasquale nel corso della processione che conduceva il nuovo battezzato in chiesa dove avrebbe ricevuto la sua prima comunione. Si comprende anche come il Salmo fosse adattissimo ad essere cantato in quel contesto: costituiva, infatti, un riassunto di tutta l'iniziazione battesimale. Tutto ciò lo leggiamo in un breve commentario sacramentale di Gregorio di Nissa: "Con questo Salmo, Cristo insegna alla Chiesa quanto sia necessario che tu divenga una pecora del Buon Pastore: è, in pratica, la catechesi che ti conduce verso i pascoli e le sorgenti della Sapienza. Occorre poi che tu sia sepolto con Lui nella morte attraverso il Battesimo. Ma questa non è morte: ma immagine di morte. Dopo di ciò, Egli imbandisce la mensa sacramentale; unge con olio dello Spirito e, finalmente, reca il vino che rallegra il cuore dell'uomo e produce la sobria ebbrezza" (XLVI, 692 A-B)'. Grazie a Gregorio di Nissa che completa il contenuto della "Catechesi mistagogica" di Cirillo di Gerusalemme, possediamo l'interpretazione autentica del Salmo 22 nella catechesi battesimale. 

Sappiamo dunque che il Salmo, a parte altri momenti, era cantato nella notte di Pasqua e come fosse già stato spiegato esaurientemente nel corso della settimana pasquale. Il commento del Salmo è, infatti, associato a due altri che avevano luogo in questo periodo: quello del "Cantico dei Cantici" e quello del "Pater". Questi tre testi, infatti, contengono tre dottrine arcane, il cui senso non poteva essere comunicato che ai battezzati. Si pone un ultimo problema: era necessario, per poter cantare il Salmo durante la notte di Pasqua, che i battezzati lo avessero imparato a memoria. Su questo punto si sofferma Eusebio: "Quando abbiamo imparato a celebrare sulla mensa il sacrificio con i segni sacramentali del corpo e del sangue, secondo le prescrizioni neotestamentarie, abbiamo anche imparato a proclamare, con la voce del profeta David: hai preparato per me una mensa in faccia ai miei nemici e hai unto il mio capo di olio. Chiaramente, in questi versetti, il Verbo indica l'unzione sacramentale e i santi sacrifici della mensa di Cristo" (Dém. Ev. I, 10). Il testo, quindi, conferma anzitutto che le parole del Salmo erano cantate nel momento in cui il nuovo battezzato assisteva per la prima volta all'Eucarestia e precisa, altresì, come queste parole dovessero essere imparate a memoria. 

Abbiamo la possibilità di conoscere, almeno per un contesto liturgico, in quali circostanze il Salmo veniva imparato. In un discorso, erroneamente attribuito a sant' Agostino, abbiamo infatti una spiegazione del Salmo destinata ad accompagnare la "Traditio": "Vi consegnamo questo Salmo, o beneamati che vi affrettate verso il Battesimo di Cristo, affiché lo impariate a memoria; è, tuttavia, necessario, a causa del suo arcano significato ("mysterium "), una spiegazione da parte nostra, alla luce della grazia divina" (P.L., XXXIX, 1646). Si sa che, durante la preparazione quaresimale, aveva luogo una "Traditio" del Credo ed a volte del "Pater", che dovevano essere imparati per poi essere proclamati, nel corso della "redditio". Il testo ora citato ci consente di desumere che doveva avvenire la stessa cosa anche per il Salmo 22. Del resto in una serie di discorsi sui salmi, studiati da dom Germain Morin, si trova una spiegazione del Salmo 22 che offre analoghe indicazioni e che dunque fa comprendere come essa fosse stata pro-nunciata davanti ai battezzandi, in occasione della "traditio ". "Imparate a memoria i versetti di questo Salmo", dice l'autore, "e recitateli". E più avanti: "Imparate il Salmo che vi è stato consegnato ("traditum ") in modo che, sapendolo proclamare, lo realizziate nella vostra vita, nelle vostre parole e nei vostri comportamenti". Ed il testo continua con una spiegazione sacramentaria del Salmo: la "mensa imbandita" è l'altare eucaristico sul quale sono esposti ogni giorno il pane ed il vino "in similitudinem corporis et sanguinis Christi "; il profumo versato sul capo è l'olio del crisma, da dove i cristiani derivano il loro appellativo. Questi due brevi passi ci attestano quindi l'esistenza di una "traditio" del Salmo 22. Sappiamo che almeno nella liturgia di Napoli, in occasione della quarta domenica di Quaresima, esisteva una "traditio psalmorum". Abbiamo detto come il Salmo 22 fosse stato considerato dai Padri come una sintesi arcana della successione dei Sacramenti. 

Possiamo a questo punto vedere come la stessa tradizione patristica abbia concepito l'interpretazione tipologica dei diversi versetti, riservandosi successivamente di analizzare su che cosa si basi tale interpretazione. Il versetto 2 menziona i pascoli in cui il Pastore ha condotto le sue pecore. San Gregorio di Nissa vede nei pascoli la catechesi preparatoria al Battesimo, in cui l'anima è nutrita della Parola di Dio; questa interpretazione si trova parimenti già in Origene che vede nel fatto "di essere condotto attraverso la verde prateria", l'istruzione impartita dal Pastore'; san Cirillo di Alessandria è, a sua volta, più preciso ancora: "Il pascolo verdeggiante è figura delle parole sempre verdi della Sacra Scrittura, che nutre i cuori dei credenti, donando loro la forza spirituale`. Quest'ultima interpretazione allude chiaramente alla Parola di Dio, senza tuttavia riferirsi alla catechesi. Teodoreto. infine, scrive che, per "pascoli", la Scrittura intende "la santa dottrina della Parola di Dio, di cui l'anima deve essere nutrita, prima di comunicare al cibo sacramentale". Il versetto 3 indica in generale il Battesimo: "Egli mi conduce alle acque tranquille del mio riposo". Ed in Atanasio leggiamo: "L' acqua del riposo rappresenta senza dubbio il santo Battesimo attraverso il quale è tolto il peso del peccato" (XXVII, 140 B); Cirillo di Alessandria si rifà al verde pascolo per ricondurlo all'acqua del riposo: "Il verde pascolo simboleggia il Paradiso da dove noi siamo precipitati e dove il Cristo ci riconduce definitivamente attraverso l'acqua del riposo, cioè con il Battesimo" (op. cit., 841 A); Teodoreto dà la stessa interpretazione: "L'acqua del riposo è simbolo di quella nella quale, colui che cerca la grazia, è battezzato: si spoglia della vecchiaia del peccato e si riveste di giovinezza" (op. cit., 1025 D). È interessante notare come quelli su riportati, siano commenti non mistagogici; ciò dimostra, dunque, che il Salmo era interpretato generalmente in senso sacramentario. 

C'è anche un'altra tradizione che, oltre che nel versetto 3, vede chiari riferimenti al Battesimo nel versetto 4: "Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male". Questa è l'interpretazione di Gregorio di Nissa: "Occorre che tu sia seppellito nella morte con Lui per mezzo del Battesimo. Ma questa non è tuttavia vera e propria morte, quanto piuttosto ombra e figura di essa" (XLVI, 692 B); da notare come Cirillo di Alessandria parli della stessa cosa: "Poiché siamo battezzati nella morte di Cristo, il Battesimo è chiamato ombra e figura della morte, che non bisogna temere" (op. cit., 841 B). Noi riconosciamo la tipologia sacramentaria del Battesimo: imitazione rituale della morte di Cristo, realizzata con l'immersione nell'acqua, che ne produce l'effetto reale. Il versetto seguente è interpretato in relazione all'effusione dello Spirito: "Il tuo vìncastro ed il tuo bastone sono la mia guida". Con la parola "guida" si è tradotta quella greca e ciò spiega il perché in questo versetto si sia vista un'allusione al Paraclito. Così in Gregorio di Nissa: "Egli lo guida con il bastone dello Spirito; infatti il Paraclito (colui che guida) è lo Spirito" (op. cit., 692 B)9. Ma più generalmente l'effusione dello Spirito si riallaccia al versetto successivo che recita: "Cospargi di olio il mio capo". Così per Cirillo di Gerusalemme: "Egli ha unto la tua testa di olio, sulla fronte, con il sigillo ricevuto da Dio, perché tu abbia l'impronta del sigillo" (XXXIII, 1102 B); allo stesso modo Atanasio: "Questo versetto designa il crisma sacramentale" (op. cit., 140 C); Teodoreto è ancora più esplicito: "Queste cose sono chiare per coloro che sono stati iniziati e non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Essi riconoscono l'olio spirituale di cui le loro teste sono state cosparse" (op. cit., 1028 C). 

Ai Padri, dunque, è piaciuto vedere i Sacramenti del Battesimo e della Cresima nei primi versetti del Salmo in discorso; ma prima ancora scorgevano, negli ultimi, un'immagine del banchetto eucaristico. Anzitutto nel versetto: "Davanti a me hai apparecchiato una mensa". Il riferimento all'Eucarestia si trova dappertutto, tanto da costituirne una tra le allusioni più frequenti. Lo si trova nelle catechesi sacramentane: così in Cirillo di Gerusalemme: "Se vuoi conoscere l'effetto del Sacramento, interroga il beato Davide, che dice: Tu hai imbandito una mensa di fronte ai miei nemici. Ecco che cosa intende: prima della tua venuta i demoni preparavano per gli uomini delle tavole sordide, piene di potenze diaboliche. Ma da quando sei venuto tu, Signore, hai approntato una mensa sontuosa, che altro non è che quella sacramentale e spirituale che Dio ha preparato" (XXXIII, 1102 B)10 Si ricorderà che sant' Ambrogio pone questo versetto sulle labbra dei neofiti quando giungono davanti all'altare per assistere alla loro prima messa: "Essi arrivano e, vedendo il santo altare addobbato, gridano: tu hai preparato davanti a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121); similmente, Gregorio di Nissa: "Egli apparecchia la tavola sacramentale" (op. cit., 692 B); la stessa immagine è rinvenibile in Atanasio (op. cit., 140 D); san Cirillo ne precisa l'effetto: "La mensa sacramentale è la carne del Signore che ci fortifica contro le passioni ed i demoni. Infatti Satana teme coloro che partecipano con devozione ai misteri" (op. cit., 841 C); per Teodoro di Mopsuestia, infine, si tratta "del cibo spirituale che ci propone Colui che è stato stabilito come pastore" (op. cit., 1028 C). Se la tavola apparecchiata dal Pastore è considerata dai Padri figura del banchetto eucaristico, altrettanto dicasi, a maggior ragione, della "coppa traboccante" o, secondo la traduzione dei LXX, del "calice inebriante", che Egli offre ai suoi. Il riferimento dell'ultima parte del versetto 5: "il mio calice trabocca" all'Eucarestia è molto antico tanto da trovarlo in san Cipriano" tra le immagini più significative dell'Eucarestia: "L'Eucarestia appare nei Salmi per opera dello Spirito Santo con la menzione del calice del Signore: il vostro calice inebriante, è meraviglioso. Ma l'ebbrezza che dà il calice del Signore non è paragonabile a quella della vita profana: è per questo, infatti, che aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare la ragione" (Epi-st., LXIII, 11).

Ritorneremo tra poco sul tema dell'ebbrezza prodotta dal vino eucaristico; per il momento osserviamo solo che l'espressione "Calix praeclarus" è, a tal punto, entrata nella liturgia eucaristica, da essere introdotta nel canone romano: "Accipiens et hunc praeclarum calicem". Cirillo di Gerusalemme, nella sua catechesi, opera esplicitamente l'accostamento tra questo ed il calice dell'ultima cena: "Il tuo calice inebriante è meraviglioso: come vedi si tratta del calice che Gesù prese nelle sue mani e sul quale rese grazie prima di dire: questo è il mio sangue sparso per molti in remissione dei peccati" (XXXIII, 1104 A). Allo stesso modo sant'Atanasio interpreta il versetto della "gioia sacramentale" (loc. cit., 140 D). A questo punto, ci conviene ritornare, come promesso, su un punto importante, la locuzione "inebriante", riferita al calice. Questo costituisce, infatti, la fonte di numerose prese di posizione che sottolineano un aspetto dell'Eucarestia: quello del vino. Il Sacramento, dal punto di vista spirituale, produce effetti analoghi a quelli del vino: cioè la gioia spirituale, l'oblio delle cose terrene, l'estasi. Ma esso, tuttavia, non produce questi effetti spirituali come li determina il vino profano: l'ebbrezza che produce il vino eucaristico, infatti, è una "sobria ebbrezza". Orbene sappiamo che questa locuzione era usata tradizionalmente per designare gli stati mistici e che appariva per la prima volta in Filone"; è interessante ricordarla a questo punto per il fatto che è inserita in un contesto sacramentale: evidenzia un aspetto della teologia patristica sacramentaria, la sua relazione con la vita mistica. Abbiamo appena lasciato da parte la fine del testo di san Cipriano. Dopo aver affermato che il versetto, "il mio calice trabocca", raffigura l'Eucarestia, egli continua: "Ma l'ebbrezza che deriva dal calice del Signore non è paragonabile a quella che è prodotta dal vino profano. E per questo che il testo aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare alle anime la ragione umana per condurle alla saggezza spirituale; con lui ciascun uomo passa dal gusto delle cose profane all'intelligenza delle cose di Dio; e, infine, come il vino ordinario libera lo spirito, mette l'anima a suo agio e cancella ogni tristezza, allo stesso modo il Sangue salutare e il calice del Signore allontana il ricordo dell'uomo vecchio, fa dimenticare la vita profana e introduce il cuore, triste, perché fino ad allora sopraffatto dal peso del peccato, nella gioia della divina bontà." (Epist., LXIII, 2). 

Nelle catechesi sacramentarie di sant' Ambrogio viene sviluppato il tema della "sobria ebbrezza", senza, tuttavia, alcun riferimento al Salmo che pure altrove viene interpretato in senso sacramentario. Ma nell'"Esposizione del Salmo 8", l'autore, a proposito del nostro versetto, riprende lo stesso tema usando le stesse espressioni, tanto che il senso sacramentario del passo appare in tutta evidenza: "Il calice del Signore che ha raccolto il sangue attraverso il quale sono stati riscattati i peccati di tutto il mondo, dona la remissione dei peccati. Questo calice ha inebriato le nazioni, affinché esse non ricordino più il loro dolore e dimentichino l'antico errore. In questo sta la bontà dell'ebbrezza spirituale: non produce nel corpo un passo barcollante, ma solleva lo slancio dello spirito; cancella la tristezza della coscienza peccatrice e dona la gioia della vita eterna. È per questo che la Scrittura afferma: "il tuo calice inebriante è meraviglioso!" (Exp. Ps., 118, 21, 4; CSEL, 62, 47514). Quasten sottolinea a ragione che sono rinvenibili qui gli stessi elementi di un'altra opera di sant' Ambrogio, il "De Sacramentis ": il riferimento alla coppa dell'Ultima Cena, la remissione dei peccati. Si noterà che l'accento è posto non tanto sull'aspetto mistico, quanto sulla conversione propriamente detta operata dall'iniziazione cristiana. L'Eucarestia fa dimenticare gli errori passati e trasporta nel mondo nuovo della gioia spirituale. Tema caro ad Ambrogio, è rinvenibile, relazionato al Salmo 22, in un altro punto della sua opera. Nel commento al "Salmo 1", l'autore afferma: "Coloro che bevvero in figura furono dissetati, coloro che bevono in realtà sono inebriati. Buona è l'ebbrezza che dona la vita eterna: bevi perciò da questa coppa di cui il profeta dice: come è meraviglioso il suo calice inebriante!" (CSEL, 64, 8. Vedi anche De Helia et Jejunio, 10, 33; CSEL, 32, 429). Il tema della sobria ebbrezza è posto, da parte di san Gregorio di Nissa, in una posizione di preminenza!'. 

Nella catechesi sacramentaria del Salmo 22, già citata, egli commenta in questo senso il "calix inebriante": "Versandovi il vino che rallegra il cuore dell'uomo, Cristo provoca nell'anima questa sobria ebbrezza, che distoglie il cuore dell'uomo dalle cose caduche per elevarlo a quelle eterne: e il mio calice inebriante, come è meraviglioso! Colui infatti che ha gustato questa ebbrezza cambia l'effimero per l'eterno e abita nella ca-sa del Signore per l'eternità dei suoi giorni" (XLVI, 692 B). In questo passo di san Gregorio di Nissa, la relazione tra l'Eucarestia e la mistica ebbrezza appare in piena luce: come, a questo proposito, ha ben notato H. Lewy, la "sobria ebrietas" designa per lui l'esperienza mistica, ma questa esperienza mistica è calata, a sua volta, nella vita eucaristica. Finora nella nostra trattazione il salmo 22 ha occupato un posto particolarmente importante per ciò che riguarda la liturgia dell'iniziazione: non abbiamo però ancora precisato le caratteristiche peculiari della sua tipologia. È questo ciò che ci accingiamo a fare. 

Abbiamo spesso incontrato un aspetto sul quale, tuttavia, non ci siamo soffermati più di tanto: quello pastorale; i verdi pascoli, figura dei nutrimenti celesti, in cui il Messia, sotto forma di un Pastore, conduce le pecore che costituiscono il suo gregge. E un tema particolarmente caro al Cristianesimo primitivo. Ricordiamoci, infatti, per averla già riportata, come la concezione dei battezzati, quali pecore marcate con il marchio di Cristo, fosse diffusa''. Origene puntualizza tutto ciò. I pagani sono preda dei cattivi pastori, che sono gli dei dei popoli: questi ultimi sono "greggi costituite sotto la guida di pastori che sono degli angeli" (Co. Cant., 2; P.G., XIII, 120 A). È un'antica concezione, già presente nel "libro di Enoch ", in cui i settanta pastori sono le divinità delle nazioni pagane per cui Cristo, Buon Pastore (Gv. 10, 11) viene "a separare le sue pecore dalle altre e a farle pascolare a parte affinché possano gioire dei suoi Sacramenti ineffabili" (119 D). Il Salmo ci mostra il Pastore che istruisce le pecore con la sua dottrina, conducendole nei suoi pascoli e, successivamente, le guida "dai prati dei pascoli all'acqua del riposo ed, in seguito, ai nutrimenti spirituali ed ai Sacramenti misteriosi" (121 A). 

Come si vede Origene insiste sull'aspetto spirituale più che sul rito; è tuttavia chiara l'allusione all'iniziazione cristiana dei pagani. Questo legame tra i Sacramenti e il tema pastorale si ritrova in seguito. Scrive, ad esempio, Gregorio di Nissa: "Nel Salmo, Davide ti invita ad essere una pecora con Cristo per Pastore e che non manca di nulla, perché il Buon Pastore diventa per te, contemporaneamente, pascolo, acqua di riposo, nutrimento, dimora, cammino e guida, distribuendo la Sua grazia secondo i tuoi bisogni. Da ciò deriva l'insegnamento alla Chiesa: devi diventare anzitutto pecora del Buon Pastore, che ti conduce, attraverso la catechesi salutare, alle praterie ed alle fonti delle sacre dottrine" (XLVI, 692 A). Parimenti Cirillo di Alessandria vede nel Salmo "il canto dei pagani convertiti, divenuti discepoli di Cristo, nutriti e rafforzati spiritualmente, che proclamano la loro riconoscenza nei Suoi confronti per il cibo salutare ricevuto, chiamandolo Pastore e Nutritore; e questo perché alla loro guida non c'era, come per Israele, un solo santo, Mosè, ma il Principe dei pastori ed il Maestro delle dottrine, in cui sono raccolti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (LXIX, 840 C). Ma, attenzione ad un punto su cui non ci siamo ancora soffermati. Quanto il Salmo 22 abbia influenzato il culto cristiano primitivo appare non soltanto nei testi liturgici, ma anche nelle raffigurazioni artistiche: molti battisteri antichi recano, infatti, una rappresentazione del Buon Pastore. Il perché di ciò molti autori lo spiegano con l'influenza del Salmo 22: è proprio grazie all'intermediazione di questo Salmo, già apprezzato nella liturgia battesimale, che il tema sacramentario si congiunge a quello pastorale; è per questo che il Cristo è presentato di preferenza ai nuovi battezzati come Pastore; in tal modo essi vedevano sotto i loro occhi, raffigurato nel battistero, il mistero stesso che celebravano nel Salmo.

Nel Battistero di Dura, "il fondo dell'abside, dove si trova la vasca battesimale, è occupato dall'immagine del Buon Pastore che conduce il suo gregge. Ai suoi piedi, a sinistra, è riprodotta, in dimensione ridotta, la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Il tema del Pastore sembra derivare dal nostro Salmo. Tuttavia, osserva bene Monsignor De Bruyne, l'accostamento ad Adamo suggerisce soprattutto il tema del Cristo che dà la sua vita per le pecore, secondo quanto ci mostra san Giovanni; altrove l'allusione al nostro Salmo è di maggiore evidenza: così nel battistero di Napoli, "non si trova il Pastore che, come quello di Dura, porta le sue pecore sopra le spalle, ma il Pastore che riposa in un contesto paradisiaco, con le pecore, i fiori, le fonti. Pace e frescura: tale è l'atmosfera che regna intorno al Buon Pastore". Ora - e credo che l'osservazione non sia mai stata fatta - proprio a Napoli la "traditio" del Salmo 22 era inserita nell'iniziazione battesimale. D'altra parte, quanto rappresentato nell'affresco del battistero corrisponde più al Salmo 22 che a Giovanni 10; di qui la buona probabilità che il pittore si sia ispirato per la sua opera allo stesso Salmo. Le descrizioni che possediamo dei battistero del Laterano e del Vaticano, ci mostrano come queste rappresentazioni, in Occidente, fossero comuni. Ma abbiamo una testimonianza ancora più precisa e, di fatto, decisiva: infatti ancora oggi, sotto il battistero di Neone, a Ravenna, si può leggere l'iscrizione:"in locum pascuae, ibi me collocavit per aquam refectonis educavit me ". Sono i versetti 1 e 2 del Salmo 22. La relazione tra la decorazione pastorale del battistero e il Salmo è dunque evidente.

È possibile, perciò, ricostruire la genesi nonché stabilire il fondamento dell'interpretazione del Salmo 22. L'Antico Testamento tratteggia la figura di un Pastore che verrà alla fine dei tempi per radunare le pecore disperse di Israele e condurle in pascoli meravigliosi dove zampillano le fonti e cresce l'erba; una descrizione che ricorda gli alberi del Paradiso e le sorgenti dell' Esodo23. Orbene, il Nuovo Testamento ci mostra che questa figura escatologica di Pastore si compie in Cristo: è Lui il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore e le conduce nei pascoli (Gv. 10, 10 - 11); è Lui il Buon Pastore di cui parlano i Profeti, affermano esplicitamente i Padri della Chiesa (Cipriano, Test., 1, 14; CSEL, 14). È questo il principio fondamentale della tipologia del Nuovo Testamento: affermare che le realtà escatologiche sono compiute in Cristo. Il Salmo 22 è in pratica una liturgia il cui svolgimento è in relazione con il tema dei Profeti: ha per oggetto, infatti, l'annuncio del Pastore escatologico. 

Ma questo tema si unirà a quello del banchetto messianico, di cui al capitolo precedente, che assumerà dunque una colorazione pastorale. Il tema del banchetto, i Padri della Chiesa ce lo mostrano realizzato in due modi ben differenti, anche se paralleli. Da una parte, il Buon Pastore che combatte contro le potenze del male, trionfa su di esse ed introduce le pecore nei pascoli paradisiaci, appare, dall'altra, nel quadro della teologia della morte e del martirio. M. Quasten ha notato, infatti, che il Buon Pastore, al di fuori dei battisteri, appariva soprattutto sui sarcofagi. Questa duplicità di raffigurazione appariva anche nelle preghiere della liturgia dei morti. Cristo è il Pastore che strappa la pecora ai lupi che cercano di divorarla, lupi che sono i demoni che tentano di impedirne l'ingresso al cielo. Notevole, a questo proposito, particolarmente per il suo carattere antico, è il testo della "Passione di Perpetua e Felicita". Nella sua prima visione, Perpetua vede una scala che sale fino al cielo e sulla quale è sdraiato un drago. Ella riesce tuttavia ad arrivare alla sommità della scala: "Vidi un immenso giardino con in mezzo un uomo imponente, seduto, con i capelli bianchi, vestito da pastore, che munge le pecore, circondato da altri uomini biancovestiti. Egli mi chiamò e mi diede un pezzo di formaggio, fatto con le sue mani. Io lo ricevetti a mani giunte e lo mangiai" (IV, 8 - 10). Il Paradiso celeste è presentato sulla falsariga del Salmo 22, sotto forma di un ridente giardino dove un Pastore è circondato dalle sue pecore e da uomini rivestiti con le bianche vesti battesimali, che ricevono l'Eucarestia celeste. A riprova dell'antichità di questa rappresentazione del Pastore celeste che raduna i santi nei pascoli eterni, basterebbe rifarsi all'Apocalisse" di san Giovanni e, precisamente, al primo passo dedicato al martirio: si incontra, infatti, una scena che rassomiglia stranamente a quella di Perpetua e che costituisce una traccia dell'influenza del Salmo 22 sulle rappresentazioni escatologiche. Leggiamo infatti al capitolo 7: "Coloro che indossano vesti bianche, sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello. E colui che è assiso sul trono li accoglierà sotto la sua tenda; essi non avranno più fame, non avranno più sete. Perché l'Agnello che è in mezzo ad essi sarà il loro Pastore e li condurrà alle fonti delle acque della vita" (7, 13 - 17). 

Ma il messaggio cristiano non è solo un annuncio di salute eterna nei cieli, ma anche proclamazione di salvezza acquistata con il Battesimo e l'Eucarestia. Vediamo così come la tipologia escatologica del Salmo 22 presenti anche una forma sacramentaria: proprio quella che ha costituito oggetto del nostro studio e di cui era importante rintracciare l'origine. Il festino celeste a cui il Pastore convoca le pecore nei pascoli eterni si compie anticipatamente nei Sacramenti: è dunque pienamente legittimo che i Padri della Chiesa ci mostrino nelle acque del riposo, di cui al Salmo 22, la figura del Battesimo, nella tavola imbandita, quella della cena eucaristica, nel calice inebriante, quella del sangue prezioso. Una delle conclusioni che possiamo trarre da questo studio è l'influenza esercitata dall'Antico Testamento sulle rappresentazioni del Cristianesimo primitivo. M. Cerfaux ha dimostrato come il "theologumenon " della redenzione, nel senso dell'annientamento e dell'esaltazione del servo, derivi da Isaia 53 e come la teologia dell'Ascensione e della "sessio" alla destra provenga dal Salmo 109. E ancora: è di tutta evidenza come il Salmo 22 abbia influito sulle rappresentazioni escatologiche e sacramentarie del Cristianesimo antico; abbia determinato le rappresentazioni degli affreschi delle catacombe e le visioni dei martiri; abbia fornito la tematica secondo la quale i primi cristiani hanno rappresentato la loro iniziazione e di cui le pitture delle catacombe recano testimonianze; abbia, infine, ancora oggi, un'eco nella messa romana al momento dell'esaltazione del calice meraviglioso che contiene il sangue di Cristo e produce la sobria ebbrezza.