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L'accoglienza samaritana del Logos-Messia

Tracce delle lezioni 7 – 8

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Gv 4,1-42 – L’accoglienza dei Samaritani:

un primo pieno successo del Rivelatore

Bibliografia utile:

Ignace de la Potterie, «Gesù e i samaritani», in: Studi di cristologia giovannea (“Dabar” Studi biblici e giudaici, 4), Marietti, Genova 31992, pp. 67-81.

Albert Vanhoye, Se conoscessi il dono di Dio. Saggi sul Quarto vangelo, Piemme, Casale Monferrato 1999.

Roberto Vignolo, Personaggi del Quarto Vangelo. Figure della fede in san Giovanni, Glossa, Milano 2004, pp. 129-176.

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In queste tracce si fa uso maggiore del testo di:

Alain Marchadour, «La donna di Samaria di fronte a Gesù: Gv 4,1-42», in: I personaggi del Vangelo di Giovanni. Specchio per una cristologia narrativa, EDB, Bologna 2007, pp. 75-87.

1. Progressivo fallimento della missione di Gesù verso il giudaismo

L’episodio al pozzo si pone in un contesto di insuccesso: giudaismo esaurito (2,1-12), tempio vuoto (2,13-22), incredulità della gente (2,23-25), incontro infruttuoso con Nicodemo (3,1-21), reticenze dei farisei (4,1). È in questo contesto pessimista che avvengono due incontri fecondi: quello della donna di Samaria (4,1-42) e quello del funzionario del re (4,46-53). Mentre il fallimento della predica­zione di Gesù presso i giudei è già evidente, all’autore piace soffermarsi a lungo su questo primo successo senza contaminazioni della rivelazione di Gesù.

1.1. La simbologia biblica del pozzo

Nell’ambiente ostile del deserto, il pozzo è il luogo verdeggiante che simbolizza la vita[1]; è anche lo spazio privilegiato degli incontri amorosi; è là che Isacco, Giacobbe e Mosè incontrano la donna amata (cf. Gen 24 e 29; Es 2,15-22). Il Cantico dei cantici paragona la donna a un pozzo:

«Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melograni. Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano» (Ct 4,15).

Lo stesso libro dei Proverbi parlando della donna dice: «Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo» (Pr 5,15). Uno schema biblico sottostante è dunque chiarissimo per molti interpreti:

Un viaggiatore in terra straniera incontra vicino a un pozzo una donna, che gli offre dell’acqua. La donna corre a casa per raccontarlo. L’uomo è invitato a fermarsi, e il tutto si conclude con un fidanzamento. Molti di questi elementi sono stati cambiati nell’incontro di Gesù con la donna. Il più importante: Gesù non riceve l’acqua da bere, malgrado la sua richiesta, e non è descritto alcun fidanzamento. Ciò porta Brodie (un commentario di Giovanni in inglese) a vedere qui “un non fidanzamento - la liberazione di una donna che è stata fisicamente troppo spesso fidanzata, e, in modo positivo, il fidanzamento della fede”[2].

1.2. Una “necessità” che solo Gesù conosce

«Doveva perciò attraversare la Samaria» sottolinea una necessità misteriosa: il cammino (più faticoso a causa del caldo) attraverso la valle del Giordano era sempre possibile, tanto più che il passaggio attraverso la Samaria impura non era raccomandato ai giudei preoccupati di conservare la loro purità rituale. La precisazione lascia capire che Gesù ha un obiettivo particolare e importante. Da una parte, dalla sua parte, una particolare necessità, dall’altra, il caso (abitualmente le donne non vanno ad attingere acqua nell’ora del mezzogiorno quando il caldo è maggiore). Ecco due personaggi separati da tutto (l’origine geografica, il sesso, la religione) e che stanno per fare un incontro determinante sia per la trasformazione dell’una che per la rivelazione dell’altro. Di Gesù, il viaggiatore, l’introduzione precisa che era stanco, sottolineandone in questo modo l’aspetto umano.

2. L’acqua viva: 4,7-15 – il dono di legge nuova

Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (v. 10).

L’incontro mette di fronte un viaggiatore che attraversa una regione ostile e una donna che vive nel suo ambiente naturale, con questo radicamento nella sua storia santa: la terra data da Giacobbe a Giuseppe, il pozzo dato da Giacobbe. Il versetto 14 del prologo «il Verbo si fece carne» (1,14) segna la cancellazione visibile della gloria del Verbo. Ormai, nella storia di Gesù si rende visibile agli occhi della carne soltanto l’umanità in tutti i suoi aspetti: i pianti e il turbamento presso la tomba di Lazzaro, l’umiliazione durante la passione, la sua esposizione derisoria alla folla: «Ecco l’uomo», qui la fatica e la sete. Di fronte alla donna venuta ad attingere acqua, Gesù appare in uno stato di fragilità, e chiede eccezionalmente un favore per se stesso: «Dammi da bere» (4,7). In questo luogo simbolico, si trovano di fronte un uomo e una donna ed è colui che mendica che subito fa capovolgere il racconto. La prima resistenza della donna (come, tu, un giudeo...) può significare nello stesso tempo rispetto (tu, giudeo, ti contaminerai se berrai la mia acqua), civetteria davanti al bello straniero (la simbolica sessuale del pozzo è nota in diverse culture) o presa di distanza (noi siamo nemici).

La risposta di Gesù, nelle sue parole e nella ricostruzione testuale, è già carica di insegnamento. Si osserva la presenza forte del vocabolo dare / dono:

«Se tu conoscessi il dono di Dio

e chi è colui che ti dice

dammi da bere

tu stessa gliene avresti chiesto

ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Questa frase introduce la donna in un universo strano che non ha più nulla a che vedere con la situazione concreta. La costruzione della frase suggerisce un rapporto stretto tra il dono di Dio e Gesù che parla, lui che può dare l’acqua viva. L’interesse si sposta dal pozzo materiale verso quest’uomo, ebreo stanco e assetato, che nel suo bisogno si presenta come colui che può dare. E il dono proposto non ha più alcun rapporto con l’acqua del pozzo: è un’acqua viva. Così, Gesù si immobilizza presso il pozzo e diventa nella sua persona una sorgente nuova che supera in possibilità ciò che può dare il pozzo materiale. Gesù introduce nel dialogo una dimensione misteriosa: dal pozzo materiale dato da Giacobbe, di cui mendicava acqua alla donna, egli centra il colloquio su se stesso, dono di Dio, capace di dare acqua viva.

3. La sorgente interiore: 4,11-15

Gesù rispose: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete, anzi l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (vv. 13-14).

La donna destabilizzata, a differenza di Nicodemo, accetta di lasciarsi coinvolgere da quest’uomo: il suo sguardo su di lui si è modificato, come dimostra il cambiamento nel modo di chiamarlo. Vi è un rapido crescendo: prima era «un giudeo» (v. 9); diventa «Signore» (v. 11), un essere misterioso («Da dove hai quest’acqua viva?»), forse più grande di Giacobbe (v. 12). Come aveva fatto con Nicodemo, Gesù introduce un malinteso riguardo a quest’acqua. Al di là della donna, al di là del tempo e della situazione presente, il discorso di Gesù si fa universale («Chiunque beve di quest’acqua...»), aperto sul futuro («l’acqua che io gli darò»), staccato da questo luogo particolare: «Diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».

La donna ha percorso un lungo cammino. All’inizio era in posizione favorevole, radicata nella sua tradizione religiosa («il pozzo di Giacobbe»), diffidente di fronte a quest’uomo giudeo. Ha appena fatto un’esperienza che la sconvolge. La sua risposta assomiglia a un equivoco molto frequente in Giovanni. Ma è anche riconoscimento di colui che è là e appaga, oltre le sue attese, le sue aspirazioni più segrete. Prima di spiritualizzare questo scambio tra il Signore e la samaritana, bisogna risistemare il quadro nel suo contesto culturale: un uomo e una donna vicino a un pozzo, luogo favorito per gli incontri amorosi.

Il discorso di Gesù è allora passibile di più letture: si può leggere come l’annuncio di fecondazione di questa donna: «Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». La donna accoglie questa affermazione ed è lei che ora domanda: «Dammi di quest’acqua». L’ambiguità è percepita dal narratore che commenta: «I suoi discepoli si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna» (4,16-27).

4. La donna e i suoi mariti: 4,16-19 – alleanza e profezia

Le disse: «Va’ a chiamare tuo marito e poi torna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta...».

La tematica «uomo-donna» soggiacente a tutta la prima parte del dialogo si fa esplicita: «Va’ a chiamare tuo marito». Ai commentatori fa difficoltà la cesura introdotta da Gesù: perché Gesù le chiede di andare a cercare suo marito? Che logica c’è nell’introduzione di questo nuovo tema? Sembrano possibili due interpretazioni non alternative.

La prima sequenza parlava del pozzo, figura della Legge nella letteratura ebraica. In effetti, per chi conosce la Bibbia, il pozzo evoca anche l’Esodo e in particolare la Legge. A proposito di Nm 21,17: «Allora Israele cantò questo canto: “Sgorga, o pozzo: cantatelo!”», un commentario di Qumran afferma: «Il pozzo è la Legge». Nel racconto, anche le numerose presenze della radice «dono» orientano la lettura degli ebrei verso la Legge, che, secondo i rabbini, è il dono di Dio per eccellenza. Così, attraverso le scene del pozzo della Bibbia e la simbolica relativa a questi luoghi, il lettore è orientato verso una lettura ricca che lega storia di amore e storia di alleanza.

La Legge chiama i profeti. La Legge dice alleanza nella sua generalità e la sua universale esigenza. Il profeta denuncia le violazioni particolari contro la Legge. La Legge parla del generale: «Amerai il Signore tuo Dio», il profeta parla del particolare: «Ti sei voltato verso gli idoli». È precisamente ciò che avviene qui. Gesù, vicino al pozzo, si è appena rivelato come colui che fa vivere, che è la funzione della Legge (Dt 30,15). Qui, senza fare della morale, egli rivela ciò che è nascosto: questa donna non è in consonanza con la Legge. La donna lo capisce così bene che ne trae le conseguenze: «Vedo che tu sei un profeta». È possibile che i cinque mariti siano simbolo delle cinque divinità dei samaritani (2Re 17,29-41). In questo caso, la logica viene rispettata: dopo la rivelazione della nuova legge interiore, il profeta Gesù passa allo svelamento del peccato del popolo samaritano.

La seconda interpretazione si appoggia sulla forza antropologica del racconto: un uomo e una donna vicino a un pozzo. Dapprima civetta e seduttrice, la donna riconosce progressivamente in Gesù qualcuno la cui forza, dolcezza e ricchezza superano ciò che sono stati per lei i successivi mariti. Il numero «cinque» vuole sottolineare l’instabilità e la frustrazione della donna che cerca invano l’uomo che la faccia esistere veramente. Questa donna che passava da un uomo a un altro si ferma nel suo vagabondare, perché ha trovato il suo ba’al (il suo signore). Con la sua parola, Gesù le fa scoprire che ella esiste per qualcosa d’altro della sua bellezza effimera e che la sua dignità di donna sta oltre la sua potenza di seduzione.

Le due interpretazioni possono combinarsi senza difficoltà: nella Bibbia è consueto il paragone tra le relazioni umane e le relazioni con Dio. «Doveva perciò attraversare la Samaria» (4,4). Questa piccola frase che apre il racconto ne orienta fin dall’inizio il significato. Ciò che può sembrare frutto del caso – l’incontro imprevedibile e fortuito di uno straniero di passaggio e di una donna irrequieta del paese – è programmato da parte del Signore. La rivelazione di Gesù, dono di Dio, viene incontro a una donna e succede qualcosa. Due personaggi di fronte: uno, apparentemente in posizione di forza, a casa sua, nel suo mondo familiare, che dispone di un pozzo, erede della tradizione, poi di una brocca per attingere, e l’altro, privo di tutto, povero, viaggiatore stanco, alla ricerca di qualcosa per dissetarsi e nutrirsi.

5. Gesù, la donna e il culto: 4,20-26 – tempo/tempio nuovo

«Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (vv. 23-24).

È il terzo momento della rivelazione di Gesù. Gesù si è rivelato come dono di Dio, colui attraverso il quale viene proposta una nuova legge. Questa legge non è esterna all’uomo: essa svela la sua verità interiore. La donna vuole andare più lontano nel suo cammino interiore: poiché Gesù si è rivelato superiore a suo padre Giacobbe, colui che i samaritani riconoscono tra i padri nella fede, che ne è della sua religione? I tre momenti dell’incontro della samaritana segnano una progressiva drammatizzazione che impone un rapporto nuovo nei confronti della Legge, di se stessi e della propria religione. Il filo comune che attraversa queste tre tappe è l’interiorizzazione. Alla sorgente esteriore si è sostituita una sorgente interiore a ciascuno, rivelatrice della verità interiore di ogni credente, che sfocia in un culto interiore.

In quel giorno, ella passa dalla religione alla fede. La sua religione è il culto samaritano nel quale è stata educata, che non ha scelto, anche se vi attribuisce una certa importanza come dimostra la domanda posta a Gesù sulla vera religione: «I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare» (4,20). La sua fede è ormai l’adesione libera a qualcuno che la fa esistere diversamente.

Tra Gesù e la samaritana si svolge un incontro che ricorda come l’alleanza tra Dio e il suo popolo assomiglia sempre all’amore tra l’uomo e la donna. Questa esperienza fondamentale dell’uomo serve addirittura il più delle volte a esprimere l’alleanza con Dio.

5.1. L’ora: 4,20-24

La rivelazione di Gesù è presentata solennemente da una duplice menzione dell’ora che giunge (vv. 21 e 23) e che inquadra un ricordo storico sui rapporti tra giudei e samaritani:

«Viene l’ora

in cui né su questo monte, né in Gerusalemme

adorerete il Padre»

«Viene l’ora

in cui i veri adoratori adoreranno il Padre

in spirito e verità»

Il ricordo delle relazioni tra giudei e samaritani e la priorità affermata dei giudei («la salvezza viene dai giudei»: v. 22) sembrano rompere una frase costruita in modo strettamente parallelo. E possibile che questa frase voglia mettere le cose in chiaro sulla movimentata storia tra giudei e samaritani, e sottolineare che la fedeltà deve essere cercata non nella tradizione samaritana (anche se molti samaritani si sono convertiti), ma nella tradizione giudaica nella quale Gesù stesso si colloca: «Noi adoriamo». Questa verità doveva essere detta, ed essa vale ancora oggi quando si pensa alle interpretazioni che questo versetto ha fatto nascere.

Questa prospettiva tuttavia è superata da un’ora che sconvolgerà l’ordine antico. I veri adoratori ormai non si trovano né a Gerusalemme né sul Garizim dei samaritani; sono coloro che adorano in spirito e in verità. Quest’ora futura per Gesù è già arrivata secondo il narratore, che lo sottolinea: è questa. Ricordiamo il filo logico: la legge interiore (vv. 7-15) svela la verità interiore (vv. 16-19), sfocia in un culto interiore (vv. 20-24). Questo culto spirituale deriva dalla natura stessa di Dio (Dio è Spirito). Qual è il senso di questa formula?

Il culto in spirito e verità è quello che ogni credente abitato dallo Spirito rende al Padre. E interiore, non perché sarebbe localizzato nella parte più intima di ognuno, ma perché è opera dello Spirito: è l’adorazione vera che lo Spirito Santo che è verità, cioè rivelazione, suscita in noi, che proviene dalla sua presenza e dalla sua permanenza in noi. L’ora che viene, è l’ora dello Spirito. Al tempo storico della samaritana, deve venire; al tempo dell’evangelista, adesso, l’ora è giunta.

Tale nascita di un culto spirituale interiorizzato poggia sulla rivelazione del mistero di Dio: «Dio è Spirito» (v. 24). Questa affermazione prende le distanze da tutte le rappresentazioni, le immagini, i santuari. Dio è oltre il lignaggio stesso dell’uomo. E all’opposto di ciò che è «carnale». In una tale rivelazione, il rapporto con i luoghi, la terra stessa viene relativizzato. Ormai Dio non è più legato a una terra, per quanto santa sia, ma abita nel cuore di ogni uomo, in cui lo Spirito stabilisce la sua dimora.

5.2. Il culmine – la rivelazione: 4,25-26

La donna è giunta alla fine della sua esperienza spirituale. Ha seguito Gesù quando le annunciava il dono dello Spirito, quando le ha rivelato la sua verità interiore, quando le ha chiarito il suo rapporto con la religione. Fino a quel momento Gesù era il rivelatore di un tempo nuovo. Rimane da superare l’ultima soglia in questa immersione nel mondo della rivelazione. Si potrebbe parafrasare in questo modo l’ultima affermazione della donna: «E tu che mi hai detto ciò che ho fatto, sei tu il messia che ci annuncerà tutte le cose?». Allora, Gesù si rivela come non lo fa in nessun altro passo di Giovanni: «Sono io che ti parlo» (v. 26). La formula greca è volontariamente ambigua perché riprende il titolo stesso del Signore al Sinai: Io sono, come il profeta Isaia la trascrive ani hou, tradotto in greco egô eimi: «io sono». La donna può allora andar via lasciando la sua brocca (v. 28). Questa notazione poteva significare la fretta di informare i suoi concitta­dini. Alcuni vogliono vedervi qualcosa di più, in quanto questo dettaglio materiale non è indispensabile. In senso simbolico si può allora considerare che “la ricerca dell’acqua materiale è abbandonata in favore della sua ricerca fruttuosa dell’acqua della vita”[3]. Ella, che non arrivava a saziare la sua sete di vivere e di esistere, ha incontrato qualcuno che le ha messo dentro una sorgente di vita che dà senso e sapore alla vita, e mette fine alla dipendenza nella quale ha vissuto lungamente.

6. Gesù e i discepoli: 4,27-38

La donna e i discepoli svolgono dei ruoli paralleli. D’altronde si succedono vicino a Gesù, l’arrivo dell’una coincide con la partenza degli altri e viceversa. Tra le due scene si colgono molti punti in comune:

- Ogni volta si tratta di un cibo misterioso: l’acqua per la donna, il pane per i discepoli.

- Gesù non mangia e non beve.

- La non comprensione sul cibo (vv. 31-33) richiama la non comprensione sull’acqua (vv. 7-21).

- Il secondo testo permette di capire meglio il rapporto allusivo del primo con la Legge: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (v. 34). Colui che si presentava davanti alla donna come l’acqua nuova, la nuova legge, afferma qui che ha cominciato col metterla in pratica egli stesso. Prima di essere Legge nuova, egli si è fatto figlio della Legge.

- Come la prima sequenza, la seconda dà molta importanza al tempo: ancora quattro mesi... ma io vi dico: levate gli occhi. Il tempo dell’attesa è finito. «Uno semina, l’altro miete»... L’ora si compie quando arriva la mietitura. La scena, tuttavia, sembra sbiadita in confronto alla prima. I discepoli evitano di intavolare un dialogo con Gesù, come aveva fatto la donna. Si interrogano fra di loro: «E i discepoli si domandavano l’un l’altro: “Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”» (4,33). E. Cuviller scorge nella domanda una forma di ironia giovannea: «L’ironia consiste nel sottolineare che i discepoli parlano fra di loro e non parlano a Gesù: si chiudono in se stessi, per evitare che il Rivelatore li interroghi e li conduca dove non vorrebbero andare»[4].

7. Conclusione: 4,39-42

... e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (v. 42).

La conclusione reintroduce la donna, che non cerca di tenere per sé gelosamente colui che le si è rivelato e l’ha fatta giungere a una certa autonomia. Mentre i discepoli dalla città dove erano andati hanno portato soltanto del cibo materiale, ella attira tutto un popolo a Gesù; i samaritani credono in gran numero: «Sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (4,42). Il cammino di fede è giunto alla sua conclusione: nell’uomo stanco, giudeo, assetato, seduto al bordo del pozzo, i samaritani riconoscono il salvatore del mondo. Tra la fede imperfetta dei giudei fondata sulla vista dei segni (2,23-25), quella dell’intellettuale Nicodemo, pronto a riconoscere in Gesù un inviato di Dio ma incapace di aderire alla fede totale in lui, e il cammino perfetto della samaritana e dei samaritani vi è un fossato: il racconto spiega l’adesione progressiva al mistero di Gesù di una donna (e attraverso di essa di una comunità): giudei (v. 9), Signore (v. 11), più grande del nostro padre Giacobbe (v. 12), profeta (v. 19), Cristo (vv. 26.29), salvatore del mondo (v. 42).

La samaritana è stata intermediaria tra i samaritani e Gesù. Certo, essi affermano la loro adesione personale a Gesù, ma la mediazione della donna è stata determinante per condurli a lui. Lei, che cosa diventa? Ancora una volta l’incompiuto del racconto è pieno di aperture. Se ne va lasciando la sua brocca (4,28). Se si vuol vedere nella brocca una metafora delle sue seti mai appagate, allora il gesto è significativo. Ella parte trasformata. A differenza degli altri discepoli che vorrebbero rimanere con Gesù, la donna si allontana dal maestro, avendo ricevuto in sé la sorgente inesauribile che mantiene la sete e nello stesso la soddisfa. Scompare improvvisamente come improvvisamente era apparsa sulla strada di Gesù. Ma nella sequenza unica che le è dedicata, rappresenta una figura indimenticabile di donna, trasformata, nello spazio di un solo incontro, dal Signore del desiderio.

8. Una lettura complementare:

J. Ratzinger, «Appendice. Un esempio biblico», in: Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia 1986, 20052, pp. 92-95.

In una breve appendice vorrei cercare di illustrare ciò che precede con un testo biblico: la storia dell’incontro di Gesù con la Samaritana //p.93// al pozzo di Giacobbe (Gv 4). Mi sembra che questa pericope apporti un chiarimento molto bello a tutto il cammino concreto che abbiamo descritto.

Innanzitutto l’incontro tra Gesù e questa donna si presenta sotto il segno di una esperienza normale nella vita umana quotidiana, quella della sete, che certo si può annoverare tra le esperienze umane elementari. Poi, nella conversazione, che così si dipana, si passa alla sete del vivere; la realtà che entra in gioco è quella della necessità di bere, del bisogno continuo della fonte. Così questa donna diventa cosciente di quello che essa sa già come ogni essere umano senza averlo presente nello spirito e durante lo svolgimento della vita quotidiana: essa ha sete della vita in generale e propriamente tutti gli appagamenti che essa cerca e trova non possono estinguere questa sete vitale originaria. L’esperienza «empirica» superficiale supera se stessa.

Tuttavia ciò che viene in luce qui, resta ancora all’interno del mondo: si giunge così, secondo una tecnica del dialogo tipica, a un discorso in due livelli, al fraintendimento giovanneo, com’è chiamato dall’esegesi. Gesù e la Samaritana condividono le stesse parole, ma mirano a due livelli differenti e così, separati dal significato molteplice del linguaggio umano, essi parlano senza incontrarsi; questo mette in evidenza l’incommensurabilità che resta ancora tra fede ed esperienza umana anche quando è allargata. Infatti la donna intende per acqua ciò di cui parlano le fiabe: l’elisir di lunga vita, in virtù del quale non si sarebbe più condannati a morire e tutta la sete di vivere sarebbe totalmente soddisfatta. Essa resta al livello del bios, della vita come si presenta empiricamente, mentre Gesù vorrebbe aprirle la zoē, la vita autentica.

La seconda tappa si raggiunge quando la donna, a partire dalla questione della sete di vivere vien messa in gioco nella totalità della persona. Essa non pone più una questione che porta a qualcosa, come l’acqua o una realtà singola in genere, ma che riguarda la vita e dunque che la concerne personalmente. Si comprende allora l’interruzione di Gesù che altrimenti sembrerebbe priva di motivazioni: «Chiama tuo marito» (4,16). Ciò è voluto ed è necessario, perché è la sua vita in quanto totalità, con tutta la sua sete, che è in questione. Appare così il dilemma essenziale, il profondo impasse della sua esistenza: ella viene posta di fronte a se stessa. In generale, potremmo ridurre ciò di cui si tratta alla formula: l’uomo deve necessariamente conoscere ciò che gli è proprio, che lo autentica, per poter conoscere Dio. L’ambiente proprio, l’esperienza originaria in cui si //p. 94// situano tutte le esperienze, è quella per cui l’uomo è lui stesso il luogo nel quale e mediante il quale fa esperienza di Dio. Beninteso, il cerchio potrà poi chiudersi in senso inverso, nel senso cioè che solo conoscendo Dio si può conoscere correttamente il proprio essere.

Questa però è solo un’anticipazione. Bisogna prima che la donna si conosca, anzi bisogna che riconosca (confessi)[5]. È una specie di confessione, che essa pronuncia: un riconoscimento in cui ella si trova finalmente messa allo scoperto senza alcun riguardo. Ciò costituisce un nuovo passo: dall’empirico e dallo sperimentale all’«esperienziale» o alla esperienza esistenziale, per restare nella nostra terminologia precedente. La donna è posta davanti a se stessa, non si tratta più di qualche cosa, ma del più profondo di lei stessa e quindi dell’indigenza radicale, che è l’«io stesso» dell’uomo, là dove finalmente lo si scopre dietro le superficialità del «qualcosa». Perciò noi possiamo considerare questo dialogo universalmente come il tipo originario di catechesi; ciò a cui si deve tendere in ultima analisi nella catechesi: essa deve assolutamente condurre dal «qualcosa» all’io. Al di là di ogni «qualcosa» essa deve mettere in gioco la persona medesima, questa persona del tutto determinata. Essa deve provocare una conoscenza e un riconoscimento o confessione di se stessi che metta in evidenza la povertà e la deficienza d’essere.

Ma torniamo al testo biblico. Nel caso della Samaritana questo confronto radicale con se stessa è raggiunto. Nel momento in cui si realizza, sorge sempre e necessariamente la questione delle questioni: il problema dell’io diventa il problema di Dio. La domanda che la donna pone ora non è immotivata che in apparenza; in realtà essa è inevitabile: che cosa pensare propriamente dell’adorazione, cioè di Dio e del mio rapporto con lui (4,20)? È così che appare la questione del fondamento e della finalità; solo a questo momento è possibile l’offerta del vero dono di Gesù. Il «dono di Dio» è in verità Dio stesso, Dio in quanto dono, cioè lo Spirito Santo (vv. 10,24). All’inizio del dialogo non si vede assolutamente nessun mezzo per il quale questa donna, che vive in maniera evidentemente molto superficiale, si possa interessare, poniamo, dello Spirito Santo, ma ora, che è stata condotta fino al fondo di se stessa, ecco sorgere la domanda che l’uomo deve necessariamente porre perché infine sia posta la questione essenziale che arde al fondo dell’anima. Ora la donna riconosce //p. 95// la sete essenziale, che le brucia nell’anima. E così essa può finalmente percepire, attraverso ciò, per che cosa brucia questa sua sete. Condurre a questa sete, tale è il senso e l’orientamento di ogni catechesi; essa non può fare altrimenti che partire dalla parte sensoriale dell’uomo, che non sa che esista lo Spirito Santo, né che si possa aver sete di Lui. La catechesi deve condurre alla conoscenza di sé, alla messa allo scoperto di se stessi, facendo cadere le maschere, e deve far passare dal regno del «qualcosa» a quello dell’essere. Il suo fine è la conversio, il rivoltarsi dell’uomo, la cui conseguenza è che egli sta davanti a se stesso. La conversione è identica alla conoscenza di sé e questo è il nucleo di ogni vera conoscenza. La conversione è la maniera attraverso cui l’uomo ritrova se stesso e riconosce allora la questione delle questioni: come posso io adorare Dio? È la questione della salvezza ed è per essa che esiste una catechesi.



[1] Lo sfondo veterotestamentario di questo passo è ben delineato da J.-L. Ska, «Jésus et la Samaritaine (Jn 4). Utilité de l’Ancien Testament», in NRTh 118 (1996) 5, 641-652 (tr. it. La strada e la casa. Itinerari biblici, EDB, Bologna 2001,195-208).

[2] D.R. Beck, The Discipleship Paradigm. Readers and Anonymous Characters in the Fourth Gospel, Brill, Leiden 1997, 72.

[3] D.R. Beck, The Discipleship Paradigm. Readers and Anonymous Characters in the Fourth Gospel, Brill, Leiden 1997, p. 75.

[4] E. Cuvillier, «La figure des disciples en Jean 4», in NTS 4(1966), 245-259. Nella sua conclusione, riabilita un po’ i discepoli, impegnati, a differenza della donna, in una formazione di lunga durata.

[5] Qui l’Autore usa i due verbi erkennen «conoscere» (che può significare anche «riconoscere») e bekennen (con il ‘be’ evidenziato), nel senso di «ammettere», «confessare» (n.d.r.).

Antonio PINNA, «Gv 4. Gesù, la Samaria, la samaritana, i discepoli, i samaritani, il mondo

Benedetto XVI. Come la samaritana, catecumeni illuminati nel "primo scrutinio"

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA SANTA MARIA LIBERATRICE A TESTACCIO

Alle ore 9 di questa mattina - III Domenica di Quaresima - il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita pastorale alla parrocchia di Santa Maria Liberatrice a Testaccio, nel settore centro della diocesi di Roma, per la celebrazione della Santa Messa.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia.

Al termine della Santa Messa, il Santo Padre incontra i Membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale, i Religiosi e le Religiose nel Salone Teatro della parrocchia.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Celebrazione Eucaristica:

  • OMELIA DEL SANTO PADRE

    Cari fratelli e sorelle,

    seguendo l'esempio dei miei venerati Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, che hanno fatto visita alla vostra parrocchia rispettivamente il 20 marzo 1966 e il 14 gennaio 1979, anch'io quest’oggi sono venuto tra voi per incontrare la vostra comunità e presiedere la Celebrazione eucaristica in questa vostra bella chiesa dedicata a Santa Maria Liberatrice. Sono venuto in una circostanza quanto mai singolare, il centenario della consacrazione dell’attuale chiesa e il trasferimento del titolo della parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, che già esisteva in questo vostro quartiere di Testaccio, in Santa Maria Liberatrice. Fu San Pio X ad affidare ai Figli spirituali di Don Bosco la parrocchia, ed essi, sotto la guida infaticabile del primo discepolo di San Giovanni Bosco, il beato Don Michele Rua, costruirono la chiesa nella quale ora ci troviamo. In verità, i Salesiani svolgevano già la loro attività sociale ed apostolica qui a Testaccio, quartiere che ha conservato una sua specifica identità territoriale e culturale. Pur trovandoci, infatti, nel cuore della metropoli romana, persistono tra la persone rapporti molto familiari e, sebbene negli ultimi vent'anni la situazione sia un po' cambiata, rimangono forti il radicamento della gente nel proprio territorio, l'identità di quartiere e di attaccamento alle tradizioni religiose. So, ad esempio, che la vostra festa patronale di Santa Maria Liberatrice riunisce ogni anno tanti concittadini e famiglie che per vari motivi si sono trasferiti altrove.

    Cari amici, sono venuto volentieri a condividere la vostra gioia per l’evento giubilare che state celebrando, e che ho voluto arricchire con la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria durante l’intero anno centenario. Con affetto vi saluto tutti. Anzitutto saluto il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore Centro, Mons. Ernesto Mandara, e il vostro Parroco, Don Manfredo Leone. Ringrazio di cuore lui e i confratelli salesiani per il servizio pastorale che insieme rendono alla vostra parrocchia, e gli sono grato anche per le gentili parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Saluto inoltre gli ospiti dello Studentato Salesiano per sacerdoti, che ha sede negli edifici parrocchiali, e le diverse comunità religiose presenti sul territorio: le Figlie di Maria Ausiliatrice, le Figlie della Divina Provvidenza e le Suore del Buon Pastore. Saluto i Cooperatori, le Cooperatrici e gli Ex-allievi Salesiani, le Associazioni parrocchiali, i vari gruppi impegnati per l'animazione della catechesi, della liturgia, della carità e della lettura ed approfondimento della Parola di Dio, la Confraternita di Santa Maria Liberatrice, i gruppi che riuniscono i giovani e quelli che favoriscono l'incontro e la formazione delle coppie di fidanzati e di sposi e delle famiglie più mature. Un saluto affettuoso indirizzo ai ragazzi del catechismo e a quanti frequentano l’Oratorio della parrocchia e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Vorrei poi estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà. Tutti e ciascuno ricordo in questa Santa Messa.

    Cari fratelli e sorelle, mi domando ora assieme a voi: che cosa ci dice il Signore in un anniversario così importante per la vostra parrocchia? Nei testi biblici dell’odierna terza Domenica di Quaresima, ci sono utili spunti di meditazione quanto mai indicati per questa significativa circostanza. Attraverso il simbolo dell’acqua, che ritroviamo nella prima lettura e nel brano evangelico della Samaritana, la parola di Dio ci trasmette un messaggio sempre vivo e sempre attuale: Dio ha sete della nostra fede e vuole che troviamo in Lui la fonte della nostra autentica felicità. Il rischio di ogni credente è quello di praticare una religiosità non autentica, di cercare la risposta alle attese più intime del cuore non in Dio, di utilizzare anzi Iddio come se fosse al servizio dei nostri desideri e progetti.

    Nella prima lettura vediamo il popolo ebreo che soffre nel deserto per mancanza di acqua, e, preso dallo scoraggiamento, come in altre circostanze, si lamenta e reagisce in modo violento. Arriva a ribellarsi contro Mosè, arriva quasi a ribellarsi contro Dio. Narra l’autore sacro: «Misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no"?» (Es 17,7). Il popolo esige da Dio che venga incontro alle proprie attese ed esigenze, piuttosto che abbandonarsi fiducioso nelle sue mani, e nella prova perde la fiducia in Lui. Quante volte questo avviene anche nella nostra vita; in quante circostanze, piuttosto che conformarci docilmente alla volontà divina, vorremmo che Iddio realizzasse i nostri disegni ed esaudisse ogni nostra attesa; in quante occasioni la nostra fede si manifesta fragile, la nostra fiducia debole, la nostra religiosità contaminata da elementi magici e meramente terreni. In questo tempo quaresimale, mentre la Chiesa ci invita a percorrere un itinerario di vera conversione, accogliamo con umile docilità l’ammonimento del Salmo responsoriale: «Ascoltate oggi la sua voce: "Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova, pur avendo visto le mie opere"» (Sal 94,7-9).

    Il simbolismo dell’acqua ritorna con grande eloquenza nella celebre pagina evangelica che narra l’incontro di Gesù con la Samaritana a Sicar, presso il pozzo di Giacobbe. Cogliamo subito un legame tra il pozzo costruito dal grande patriarca di Israele per assicurare l’acqua alla sua famiglia e la storia della salvezza in cui Dio dona all’umanità l’acqua zampillante per la vita eterna. Se c’è una sete fisica dell’acqua indispensabile per vivere su questa terra, vi è nell’uomo anche una sete spirituale che solo Dio può colmare. Questo traspare chiaramente dal dialogo tra Gesù e la donna venuta ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe. Tutto inizia dalla domanda di Gesù: "Dammi da bere" (cfr Gv 4,5-7). Sembra a prima vista una semplice richiesta di un po’ d’acqua, in un mezzogiorno assolato. In realtà, con questa domanda rivolta per di più a una donna samaritana - tra ebrei e samaritani non correva buon sangue - Gesù avvia nella sua interlocutrice un cammino interiore che fa emergere in lei il desiderio di qualcosa di più profondo. Sant’Agostino commenta: "Colui che domandava da bere, aveva sete della fede di quella donna" (In Io ev. Tract. XV,11: PL 35,1514). Infatti, a un certo punto, è la donna stessa a chiedere dell’acqua a Gesù (cfr Gv 4,15), manifestando così che in ogni persona c’è un innato bisogno di Dio e della salvezza che solo Lui può colmare. Una sete d’infinito che può essere saziata solamente dall’acqua che Gesù offre, l’acqua viva dello Spirito. Tra poco ascolteremo nel prefazio queste parole: Gesù "chiese alla donna di Samaria l’acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma dell’amore di Dio".

    Cari fratelli e sorelle, nel dialogo tra Gesù e la Samaritana vediamo delineato l’itinerario spirituale che ognuno di noi, che ogni comunità cristiana è chiamata a riscoprire e a percorrere costantemente. Proclamata in questo tempo quaresimale, questa pagina evangelica assume un valore particolarmente importante per i catecumeni già prossimi al Battesimo. Questa domenica è infatti legata al cosiddetto "primo scrutinio", che è un rito sacramentale di purificazione e di grazia. La Samaritana diviene così figura del catecumeno illuminato e convertito dalla fede, che aspira all’acqua viva ed è purificato dalla parola e dall’azione del Signore. Ma anche noi, già battezzati, troviamo in quest’episodio evangelico uno stimolo a riscoprire l’importanza e il senso della nostra vita cristiana. Gesù vuole portarci, come la Samaritana, a professare la nostra fede in Lui con forza perché possiamo poi annunciare e testimoniare ai nostri fratelli la gioia dell’incontro con Lui e le meraviglie che il suo amore compie nella nostra esistenza. La fede nasce dall’incontro con Gesù, riconosciuto e accolto come il Rivelatore definitivo e il Salvatore. Una volta che il Signore ha conquistato il cuore della Samaritana, la sua esistenza è trasformata e lei corre senza indugio a comunicare la buona notizia alla sua gente (cfr Gv 4,29).

    Cari fratelli e sorelle della Parrocchia di Santa Maria Liberatrice! L’invito di Cristo a lasciarci coinvolgere dalla sua esigente proposta evangelica risuona con forza questa mattina per ogni membro della vostra comunità parrocchiale. Diceva sant’Agostino che Dio ha sete della nostra sete di Lui, desidera cioè di essere desiderato. Più l’essere umano si allontana da Dio più Egli lo insegue con il suo amore misericordioso. La liturgia ci stimola quest’oggi, tenendo conto anche del tempo quaresimale che stiamo vivendo, a rivedere il nostro rapporto con Gesù, a cercare il suo volto senza stancarci. E questo è indispensabile perché voi, cari amici, possiate continuare, nel nuovo contesto culturale e sociale, l'opera di evangelizzazione e di educazione umana e cristiana svolta da più di un secolo da questa parrocchia, che annovera nella serie dei suoi parroci anche il Venerabile Luigi Maria Olivares. Aprite sempre più il cuore ad una azione pastorale missionaria, che spinga ogni cristiano ad incontrare le persone - in particolare i giovani e le famiglie - là dove vivono, lavorano, trascorrono il tempo libero, per annunciare loro l'amore misericordioso di Dio. Analoga attenzione e sollecitudine so che state dedicando alla cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, proponendo ai ragazzi, ai giovani e alle famiglie il tema vocazionale, che è di primaria importanza per il futuro della Chiesa. Vi incoraggio poi a perseverare nell'impegno educativo, che costituisce il carisma tipico di ogni parrocchia salesiana. L'Oratorio, la scuola, i momenti di catechesi e preghiera siano animati da autentici educatori, cioè da testimoni vicini con il loro cuore specialmente ai fanciulli, agli adolescenti e ai giovani. Santa Maria Liberatrice, da voi tanto amata e venerata, che insieme al suo sposo Giuseppe ha educato Gesù bambino ed adolescente, protegga le famiglie, i religiosi e le religiose nel loro compito di formatori e doni loro la gioia, come auspicava Don Bosco, di veder crescere in questo quartiere "buoni cristiani ed onesti cittadini". Amen!

  • III Domenica di Quaresima anno A


    Concordanze di Gv. 4


    COMMENTI - OMELIE


    Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo della III domenica di Quaresima anno A
    Paolo VI. Stupenda omelia sulla Samaritana
    Giovanni Paolo II. Omelia nella III domenica di Quaresima anno A
    P. Cantalamessa: LA SAMARITANA, OVVERO DELLA VITA ETERNA
    C. Caffarra: Omelie sulla III domenica di Quaresima anno A


    ESEGESI

    F. Manns. La Samaritana
    Ignace De La Potterie. GESÙ E I SAMARITANI
    S. A. Panimolle. Lettura pastorale del vangelo di Giovanni. Cap. 4
    Oscar Cullmann. Il colloquio con la Samaritana al pozzo di Giacobbe


    PADRI DELLA CHIESA


    S. Giovanni Damasceno.E' salutare leggere le sacre Scritture
    S. Agostino. La stanchezza di Cristo
    S. Efrem. La Samaritana


    RADICI NELL'EBRAISMO


    Marie Vidal. Chi ci rotolerà la Pietra. Gesù, il pozzo di Giacobbe, l’acqua, la pietra
    Le acque che salgono. Gesù e il pozzo di Giacobbe


    GEOGRAFIA E ARCHEOLOGIA


    Visita in Samaria. Pozzo di Giacobbe - Pozzo della Samaritana
    The Geographical, Historical, & Spiritual Significance of Shechem

    F. Manns. La Samaritana

    Le symbole de l'eau vive en ln 4 fournit la clé d'interprétation de tout le chapitre. Un désaccord subsiste toujours sur sa signification: pour les uns l'eau vive est la révélation du Christ, tandis que d'autres y voient le symbole de l'Esprit saint. Une herméneutique du symbole devrait dé­passer cette antinomie qui divise les exégètes en deux camps. C'est ce problème méthodologique que nous voudrions examiner après avoir étudié la structure littéraire et considéré quelques problèmes d'analyse littéraire de Jn 4.

    Il n'est pas inutile de rappeler que, contrairement au signe qui prétend à une adaptation parfaite du signifiant au signifié, le symbole se caractérise par l'inadéquation radicale des deux pôles de signification. Le symbole n'est pas non plus une image. Il réunit dans une expression synthétique ce qui se trouve de plus intime dans un être, l'inconscient et le personnel, le social et le cosmique, le religieux et le divin. Il crée un lien entre les profondeurs humaines et les hauteurs divines, entre les créatures visibles et le ciel invisible. "J'appelle symbole, écrit Ricoeur!, toute structure de signification où un sens direct, primaire, littéral, désigne par surcroît un autre sens indirect, secondaire, figuré, qui ne peut être appréhendé qu'à travers le premier".

    La méthode de l'herméneutique du symbole est avant tout une méthode de convergence. C'est par un jeu de redondances icono­graphiques que se corrige et se complète l'inadéquation de chaque symbole. L'ensemble des symboles sur un thème éclaire les symboles les uns par rapport aux autres et leur ajoute une puissance supplémentaire. En d'autres termes, il ne suffira pas d'étudier le symbole de l'eau vive indépendamment de son contexte. Il faudra l'affronter aux autres symboles contenus dans le chapitre 4, en particulier à celui de la nourriture, puis à celui du Temple. De plus, ce symbole trouve sa portée et sa signification à l'intérieur de l'Evangile. En effet, il apparaît dans d'autres passages que le chapitre 4 qui sont susceptibles d'éclairer le symbole.

    Le vocabulaire et les thèmes de cette unité présentent plusieurs contacts avec ceux de la Passion: le verbe kathizô (s'asseoir) se retrouve en 4, 6 et 19, 13. La soif de Jésus est mentionnée en 4, 7 et en 19, 28. Le thème de l'achèvement (teleioô) de l'oeuvre de Dieu est signalé en 4, 34 et 19, 30. La sixième heure constitue le cadre temporel en 4, 6 et en 19, 14. De même le thème de l'heure eschatologique évoquée en 4, 21 et 23 renvoie à 17, 1. Le thème de l'Esprit présent en 4, 23-24 est repris en 19, 30. Peut-être la dramatisation du motif de quitter Jérusalem en Jn 4, l’ annonce-t-elle déjà le thème de la Passion. Si la référence à la condamnation des Pharisiens est sous-jacente au texte, il faut donner au verbe dei (il faut) du verset 4 un sens fort. C'est la volonté du Père de sauver le monde. Enfin, le thème de l'eau qui est fondamental au chapitre 4 réapparaît en 19, 34.

    Autre caractéristique de l'unité: sept titres christologiques sont énumérés au chapitre 4: Seigneur (Kyrios: 11.15), Prophète (19), Messie appelé Christ (25.29), Homme (29), Rabbi (31), Le Sauveur du monde (42). C'est dire que la scène est centrée sur la révélation de Jésus aux Samaritains TI exige d'eux la foi (39-42), comme il l'avait exigée des Juifs. Le point de vue de -l'auteur est d'abord christologique. L'Evangile veut répondre à la question: "Qui est Jésus?".

    L'interprétation du symbole de l'eau

    Les exégètes ont reconnu deux principales valences au symbole de l'eau en Jn 4. Certains ont exigé qu'on fasse une distinction entre l'eau et l'eau vive. D'autres ont noté que Jean appelle le puits pêgê, terme qui signifie source (v. 6), et phrear (v. 11). Or ces deux termes sont parallèles dans la Lxx et dans le judaïsme hellénisti. L'eau est tout d'abord symbole de la révélation, de la connaissance et de la sagesse. Les textes de Pr 13, 14; 16,22; 18,4; Bar 3, 12; Sir 15, 1; 24, 21; Sag 7, 25; Is 55, 1; 1 Hen 48, 1; 49; 96,6; CD 19,34; 3, 16; 6,4; Abot 6, 1; Sifre Dl II 22; Tg Is 12, 3 et 55, 1 sont généralement cités à l'appui de cette interprétationl3. L'expression "eau vive" est elle aussi connue dans l'Ancien Testamentl4. Elle signifie au sens matériel une eau courante. Chez les prophètes elle devient le symbole des biens messianiques. Dans la littérature sapientiale elle désigne les flots de sagesse ou l'enseignement qu'on tire de la loils. A Qumran le puits d'eau vive de CD 19, 34 symbolise la loi interprétée à la lumière de la nouvelle alliance conclue par ceux qui ont émigré à Damas. L'aspect eschatologique du puits est ainsi mis en valeurl6. La tradition patristique n'ignore pas cette interprétation du symbole de l'eau. Le représentant le plus ancien de cette ligne d'interprétation est Origène. Dans son Commentaire de l'Evangile il écrit:

    "L'introduction, ce sont les Ecritures et c'est de leur compréhension exacte, appelée ici "source de Jacob" qu'il faut remonter jusqu'à Jésus, afin qu'il nous accorde la source d'eau qui rebondit jusque dans la vie du siècle à venir ... Ceux qui sont sages selon les Ecritures boivent comme Jacob et ses fils, ceux qui sont relativement simples et naïfs et qu'on appelle "brebis du Christ" boivent comme les bêtes de Jacob; quant à ceux qui interprètent les Ecritures de travers et qui, sous prétexte de les comprendre, inventent des blasphèmes, ils boivent comme buvait la Samaritaine avant d'avoir la foi en Jésus ... La source formée et révélée par le Verbe même est la Sagesse mêmel".

    Parmi les modernes qui proposent cette exégèse il faut mentionner Bultmannl8, Olssonl9, Braun20 et PanimolIe2l. Etant donné que pour les Juifs le don de Dieu par excellence, c'est la loi22, Jean n'hésitera pas à présenter le Fils de Dieu comme le nouveau don de Dieu23. Un des arguments qui revient fréquemment pour baser cette interprétation est le fait qu'en 4, 10 l'eau vive désigne une réalité présente2A.

    D'autres, par contre, exploitant les textes d 'Is 32, 15; 44,3; JI 2, 28; Ez 36, 25-27, rappellent que le symbole de l'eau signifie l'Esprit dans l'Ancien Testament déjà2S. Au verset 10 Jean a recours au terme dôrea (don) qui désigne l'Esprit dans la communauté primitive26. Le verbe donne! dans l'Evangile de Jean a pour objer l'Esprit en 3, 3427 et le Paraclet dans un discours d'adieu de Jésus28. De plus, le verbe hallomai que Jean utilise pour désigner le jaillissement de cette eau signifie sauter et bondir. Ce verbe est réservé dans l'Ancien Testament aux venues de l'Esprit de Dieu29. C'est de cette façon que de nombreux Pères de l'Eglise l'ont expliqué. Maldonat cite dans son commentaire de Jean30, les témoignages d' Augustin3l, de Rupert, de Béda et de Strabus. D'autres Pères voient dans l'eau le symbole de la grâce de l'Esprit. Maldonat cite Cyrille d'Alexandrie, Irénée, Chrysostome, Théodoret, Basile, Théophylacte et Euthyme32. Parmi les modernes il faut mentionner Loisy33 qui n'hésite pas à écrire; "Si l'on tient compte de tout ce qui précède et de la signification symbolique de l'eau dans les écrits johanniques, l'eau vive signifie l'Esprit saint avec une allusion directe au baptême. C'est toujours la nouvelle naissance par l'eau et l'Esprit, dont le Sauveur a entretenu Nicodème. On est d'autant moins fondé à mettre à la place du don de l'Esprit la parole de Dieu que l'évangéliste prend soin de dire ailleurs que l'eau vive est l'Esprit saint reçu par les croyants". Schnackenburg ajoute un nouvel argument en faveur de cette interprétation: la structure chiastique du texte permet d'identifier l'eau vive avec le don de Dieu qu'est l'Esprit34 ;

    "Si tu savais le don de Dieu et qui est celui qui te parle

    TI t'aurait donné de l'eau vive" (v.lO).

    Le don de Dieu n'est autre que l'eau vive que Jésus donne. Il ne faut donc pas donner une valeur epéxégétique au kai qui se trouve au centre de la structure.

    Mussner3S admet l'interprétation de l'eau comme symbole de l'Es­prit. C'est Jésus qui possède l'Esprit parce qu'il a été baptisé dans l'Esprit36 et c'est lui qui donne l'EspriP7.

    Parmi les réprésentants de l'exégèse américaine à partager ce point de vue, signalons R. E. Brown. A ces auteurs il faut ajouter les espagnols Sabugal et Mateos-Barreto.

    Le problème qui se pose est d'ordre méthodologique ; lorsque nous sommes en présence d'un symbole devons-nous choisir une seule valence comme étant la seule valable ou bien la richesse du symbole nous permet-elle d'exploiter simultanément les nombreuses valences du même symbole? Un sémite rôdé aux interprétations rabbiniques qui exploitent toutes les significations possibles des mots ne pourrait-il pas avoir conscience de deux lectures à la fois42? En fait, nous assistons en Jn 4 à un approfondissement remarquable du symbole de l'eau. Au début l'eau symbolise à la fois la révélation et le don de l'Esprit. Mais cette vérité ne peut rester extérieure à l'homme: elle doit être assimilée par le croyant pour qu'elle puisse devenir en lui une source jaillissante.

    TI faut répondre cependant à une objection. J. Daniélou43 a prétendu que Jean est le premier auteur qui a associé le rite du baptême dans l'eau vive et le symbolisme de l'eau vive comme désignant l'Esprit saint. Nous avons démontré que la liturgie juive de Sukkot connaissait bien avant l'Evangile de Jean cette valence du symbole de l'eau44. Bien plus, l'Ancien Testament avait déjà mis en relation l'Esprit et l'eau dans de nombreux textes45.

    A. Jaubert46 a consacré une étude importante au symbole de l'eau vive. Elle passe en revue progressivement le mythe du puits-rocher dans la tradition juive, la tradition du grand abîme lié à la source du Temple, enfin elle étudie la métaphore "la pluie de la Parole". G. Reim47 a détecté de son côté des traditions midrashiques sous-jacentes au chapitre 4 de Jean. TI voit en Jn 4, 32 une allusion à Gen 2, 2, en Jn 4, 5 une relecture de Gen 48, 22 et en Jn 4,34 un renvoi à Dt 8, 3. L'ensemble de l'unité 4, 1­40 pourrait être un midrash sur Gen 24 ou Ex 2, 15-21. Enfin, B. Olsson48 a étudié les traditions targumiques et midrashiques du puits de Miryam qui sont susceptibles d'éclairer le "milieu" de Jn 4. Ainsi des auteurs toujours plus nombreux acceptent une lecture midrashique de l'Evangile de Jean.

    Puisqu'un symbole s'éclaire au contact d'autres symboles présents dans le même contexte, il n'est pas inutile d'évoquer les traditions juives qui décrivent la rencontre auprès d'un puits entre un voyageur fatigué et une femme qui vient puiser de l'eau dans la Bible, puis les traditions du Temple en dessous duquel jaillit une source. Enfin, puisque trois scènes johanniques ont recours à la symbolique de l'eau vive: le puits de Jacob, la proclamation de Jésus au Temple de Jérusalem que des fleuves d'eau vive jailliront du Christ49 et la scène de l'eau qui sort du côté ouvert de Jésus en croixso, il nous faudra les confronter rapidement.

    Le puits de Jacob

    Le puits auprès duquel Jésus s'assit lors de son passage en Samarie est identifié par l'évangéliste comme étant le puits que Jacob donna à Joseph. Ce puits avait été l'objet de nombreuses relectures dans la liturgie synagogale. Par un procédé familier au midrash il avait été associé aux différents puits de la tradition biblique de manière à former un cycle du puits. De nombreuses aggadot se sont greffées sur ce puits pour en souligner l'importance. Le puits aurait fourni à Jacob lors de son arrivée à Haran des eaux surabondantes qui montaient ét jaillissaient devant le Patriarche. Il aurait débordé durant les vingt années que Jacob passa à Haran. Le Targum de Gen 28, 1 relate les cinq signes dont le puits fut l'objet. Le puits se dessécha lorsque Jacob s'enfuitSl• Curieusement le même prodige se répète devant Moïse au pays de Madian et devant Israël au désertS2• La scène la plus célèbre est celle du puits de Beer relatée en Nb 21, 16-18. Le peuple assemblé par Moïse chanta le chant du puits exhortant le puits à faire monter son eau pour les Israélites. Ce puits sera défini comme un dons3• Il recevra le nom de puits de Miryam, puisqu'il était dû à ses mérites et avait disparu à sa mortS4• Dieu l'avait rendu cependant à Israël à cause des mérites de Moïse et d' Aaronss• Il est possible de dater ces traditions aggadiques grâce aux textes du Liber Antiquitatum Biblicarum du Pseudo-Philons6, de l'Ecrit de Damass7 et de Philon d' Alexandries8•

    La question qui intéresse Jean n'est pas d'abord celle de l'eau vive, c'est d'abord celle de l'identité de Jésus: Es-tu plus grand que notre père Jacob?59 Cette question revient plusieurs fois dans l'Evangile sous des fonnes variées60. Jean veut montrer que Jésus supplante Jacob61. Or Jacob était un sage62 et un parfait63• C'est près d'un puits que Jacob rencontra Rachel64. La scène eut lieu après le songe où Jacob vit une échelle plantée en terre qui atteignait le ciel65 : "En vérité, s'exc1ame-t-il après sa vision, Yahve est en ce lieu et je ne le savais pas"66. La version synagogale du Targum mettra cette vision en rapport avec le sanctuaire de Jérusalem qui est orienté en face de la porte des cieux:

    "Ce n'est pas un lieu profane, mais un sanctuaire pour le nom de Yahve, et c'est un lieu propre à la prière, orienté juste en face de la porte des cieux, établi sous le trône de la gloire"67. Le livre des Jubilés 32, 21-24 associe à ce contexte le don fait à Jacob par un ange de sept tables célestes qui contiennent toute l'histoire du monde. C'est également là qu'eut lieu le changement du nom de Jacob en Israël68.

    Généralement les eaux du puits figuraient la loi dans le judaïsme ainsi que l'effusion de la sagesse69. La loi avait été donnée pour vivre.

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    D'après la tradition elle fut observée déjà par les Patriarches70. Le

    Targum, en parlant des Patriarches qui avaient marché devant Dieu, exprimait leur fidélité en disant qu'ils avaient rendu un culte en vérité71. Le puits de Jacob symbolisait ainsi la tradition juive avec toutes ses richesses de connaissance.

    Dans d'autres textes rabbiniques le symbole de l'eau vive était appliqué à l'effusion de l'EspriF2. Comme l'eau purifie, l'Esprit purifie le peuple selon la prophétie d'Ez 36, 25. Les textes de Qumran73 connaissaient cette interprétation. L'Evangile de Jean dévoile plus loin quelle est cette eau: c'est l'Esprit que Jésus donnera quand il sera glorifié74. Dans les Actes des Apôtres cet Esprit sera appelé "don de Dieu"7s. Le midrash Qoh R 1,9,1 déclarait que le dernier rédempteur ferait jaillir l'eau comme le premier rédempteur, Moïse, avait fait jaillir le puits. Le Messie devait donc donner l'eau vive.

    La femme près du puits

    Le dialogue de Jésus avec la femme s'insère dans la longue lignée des scènes bibliques où l'on voit les Patriarches donner à leur future épouse l'eau qui jaillissait du puits. n faudrait évoquer ici la rencontre de Jacob et de Rachel, ainsi que celle de Moïse et Séphora. Le symbolisme nuptial s'impose d'autant plus que la suite du dialogue l'explicite: "Va, appelle ton mari, dit Jésus à la femme. Je n'ai pas de mari, reprit-elle. Tu as eu cinq maris". Les exégètes ont vu dans cette femme la figure de la Samarie syncrétiste qui avait accepté cinq divinités étrangères76• On sait que le symbolisme nuptial avait été appliqué à la théologie de l'alliance. Cette dernière était présentée sous l'image de noces de Dieu avec son peuple. Ezéchiel avait eu recours à cette métaphore pour présenter l'alliance qui devait permettre une réunification de Juda et d'Ephraim". Jean, dans l'épisode des noces de Cana, avait exploité le même symbolisme nuptial et Jn 3, 29 avait défini Jésus comme l'époux. Dans l'épisode de la Samaritaine c'est l'alliance avec Dieu qui est reprise : la Samarie et la Judée, puisque le salut vient des Juifs, retrouvent leur unité dans une foi commune au Sauveur du monde78• Jésus leur propose l'eau vive qui les purifiera et qui symbolise l'Esprit qu'ils recevront. La femme abandonne sa cru che 79 et va appeler les habitants de la ville. Les Samaritains qui se mettent en marche vers Jésus sont ceux qui blanchissent pour la moissonso.

    La source du Temple

    C'est dans le contexte du dialogue avec la Samaritaine auprès du puits de Jacob que Jean situe la révélation de Jésus concernant les lieux sacrés et le culte nouveau: "Ce n'est ni sur cette montagne, ni à Jérusalem que vous adorerez le Père".

    Pour comprendre l'association entre l'eau vive et le lieu du culte, il faut se rappeler plusieurs traditions juives concernant le Temple de Jérusalem. Une ancienne croyance situe l'autel de Noé à l'emplacement du Temple. En effet, après le déluge, Noé construisit un autel pour offrir des sacrifices à Dieu. Dieu fit un pacte avec Noé: il bouchait les eaux de l'abîme qui avaient menacé de détruire le monde en y plaçant une grosse pierre que la tradition désignera sous le nom de eben shetyah, la pierre de fondation. C'est cette pierre qui se trouvait dans le Saint des Saints et l'arche d'alliance y était posée. Les eaux versées en libation Sur l'autel pendant la fête des Tentes rejoignaient par un canal spécial les eaux de l'abîme. De l'union des eaux d'en haut et d'en bas dépendait la fertilité de la terre. Les eaux hostiles étaient ainsi domestiquées et Dieu avait placé son arc dans le ciel en signe d'alliance avec tous les hommes81.

    La prophétie d'Is 2, 3 affinne que le peuple puisera les eaux avec joie aux sources du salut, à Jérusalem considérée comme centre du monde. Ezéchiel décrit une source miraculeuse qui sonira du Temple à la fin des temps. Cette source grossit au point de devenir semblable à un torrent. Elle assainit le pays. Sur ses rives poussent des arbres dont les feuilles sont des remèdes. Cette source qui sort du sanctuaire est salvifique. Za 13, 1 la présente comme une source qui lave le péché et la souillure82. On se rappelle que la purification était la première étape de l'alliance nouvelle en Ez 36.

    La liturgie juive de la fête des Tentes avait associé à cette source du Temple toutes les eaux salvifiques de la Bible: l'eau de la création, le puits du désert et les eaux eschatologiques83. De plus le midrash Gen R 70, 8-9 ajoutait à ce symbolisme un -nouvel élément. Commentant Gen 29, 2 : "Jacob vit qu'il y avait un puits et auprès de lui trois troupeaux", l'auteur s'exprime ainsi: "Le puits symbolise Sion, les trois troupeaux représentent les trois fêtes. Comme du puits on abreuvait les troupeaux, du Temple on s'imprégnait de l'Esprit saint". On sait que Jn 7, 37-39 est inséré dans le cadre de la fête des Tentes. Un des moments principaux de la liturgie du Temple consistait dans la procession quotidienne à Siloé. On descendait à la piscine de Siloé pour puiser l'eau de libation que la tradition assimilait à l'Esprit saint84. Selon le Targum de Gen 35, 13-14 Jacob, lors de son passage à Béthel, y aurait érigé une stèle de pierre et y aurait versé une libation de vin et d'eau, car c'est ainsi que ses fils devaient faire à la fête des Tentes. Davies n'hésite pas à présenter Jésus assis sur la margelle du puits comme le nouveau Temple situé sur les eaux de l'abîme8s. Ainsi le Christ est le nouveau Temple qui fait jaillir l'eau vive de l'Esprit. Nous verrons que le texte de Jn 19, 34­35 relate que du côté de Jésus en croix il sortit du sang et de l'eau. La portée symbolique de ce récit est généralement admise. Si l'auteur ajoute la mention de l'eau à celle du sang, ce doit être pour rappeler le thème évangélique de l'eau, source de vie.

    Nous avons rappelé l'exclamation de Jacob en Gen 28, 16 après sa vision de l'échelle: "En vérité Yahve est en ce lieu et je ne le savais pas". Si le lieu de la vision est associé à l'emplacement du Temple, Jésus supplante Jacob ici encore. L'ironie johannique est à son comble. En Jn 4, 22 Jésus affirme: "Vous adorez ce que vous ne connaissez pas, mais nous nous adorons ce que nous connaissons". La supériorité de Jésus par rapport à Jacob ressort immédiatement86. Les Samaritains avaient localisé sur le Garizim de nombreux événements bibliques: le sacrifice d'Abraham et sa rencontre avec Melchisédek. Jacob y avait dressé un autel87. Le Pentateuque samaritain y situe le premier sacrifice des Hébreux en Terre sainte, après le passage du Jourdain. C'était la montagne des bénédictions88. Pour Jean, avec la venue de Jésus une époque s'achève et une autre commence: l'heure vient et pour qui sait discerner dans le prophète la gloire de Dieu habitant en Jésus, elle est là. La déclaration de Jésus sur le culte en Esprit et en vérité achève l'enseignement des scènes précédentes: déjà le vin des noces de Cana préfigurait le vin nouveau, le vin de l'Esprit versé dans les jarres du judaïsme; la purification du Temple annonçait le Temple spirituel, édifié sur les ruines du Temple de pierre. A Nicodème Jésus enseignait la régénération spirituelle requise pour entrer dans le Royaume. A la Samaritaine Jésus révèle ce à quoi préludaient ces scènes: la religion suscitée par Dieu au coeur de ceux qui sont renés de l'eau et de l'Esprit. La Samaritaine reçoit cette révélation: "Je sais que le Messie doit venir ... - Je le suis". L'effusion de l'Esprit était selon les prophètes le grand don messianique; avec elle on attendait le renouveau du culte et situé sur les eaux de l'abîme8s. Ainsi le Christ est le nouveau Temple qui fait jaillir l'eau vive de l'Esprit. Nous verrons que le texte de Jn 19, 34­35 relate que du côté de Jésus en croix il sortit du sang et de l'eau. La portée symbolique de ce récit est généralement admise. Si l'auteur ajoute la mention de l'eau à celle du sang, ce doit être pour rappeler le thème évangélique de l'eau, source de vie.

    Nous avons rappelé l'exclamation de Jacob en Gen 28, 16 après sa vision de l'échelle: "En vérité Yahve est en ce lieu et je ne le savais pas". Si le lieu de la vision est associé à l'emplacement du Temple, Jésus supplante Jacob ici encore. L'ironie johannique est à son comble. En Jn 4, 22 Jésus affirme: "Vous adorez ce que vous ne connaissez pas, mais nous nous adorons ce que nous connaissons". La supériorité de Jésus par rapport à Jacob ressort immédiatement86. Les Samaritains avaient localisé sur le Garizim de nombreux événements bibliques: le sacrifice d'Abraham et sa rencontre avec Melchisédek. Jacob y avait dressé un autel87. Le Pentateuque samaritain y situe le premier sacrifice des Hébreux en Terre sainte, après le passage du Jourdain. C'était la montagne des bénédictions88. Pour Jean, avec la venue de Jésus une époque s'achève et une autre commence: l'heure vient et pour qui sait discerner dans le prophète la gloire de Dieu habitant en Jésus, elle est là. La déclaration de Jésus sur le culte en Esprit et en vérité achève l'enseignement des scènes précédentes: déjà le vin des noces de Cana préfigurait le vin nouveau, le vin de l'Esprit versé dans les jarres du judaïsme; la purification du Temple annonçait le Temple spirituel, édifié sur les ruines du Temple de pierre. A Nicodème Jésus enseignait la régénération spirituelle requise pour entrer dans le Royaume. A la Samaritaine Jésus révèle ce à quoi préludaient ces scènes: la religion suscitée par Dieu au coeur de ceux qui sont renés de l'eau et de l'Esprit. La Samaritaine reçoit cette révélation: "Je sais que le Messie doit venir ... - Je le suis". L'effusion de l'Esprit était selon les prophètes le grand don messianique; avec elle on attendait le renouveau du culte et l'offrande du vrai sacrifice89. Jésus qui se révèle à la Samaritaine annonce que les oracles sont accomplis.

    Adorer en esprit ne signifie pas seulement adorer de manière spirituelle. L'Esprit ne désigne pas davantage l'esprit de l'homme. Le pneuma dont parle Jésus est l'Esprit de Dieu, celui que Dieu communique à l'homme. Le culte en esprit est suscité dans le coeur des croyants par l'Esprit saint90. Le culte des temps messianiques s'inspire de la révélation du Christ qui est la vérité 91 sous l'action de l'Esprit. Il contie9-t donc une dimension trinitaire, puisqu'il s'adresse au Père 92. Jésus est le nouveau Temple qui remplace le sanctuaire du Garizim et celui de Jérusalem.

    Aux deux eaux du dialogue avec la Samaritaine correspondent les deux nourritures en Jn 4, 34. Aux disciples qui le pressent de manger, Jésus répond: "J'ai à manger une nourriture que vous ne connaissez pas"93. Dans la tradition sapientiale le pain est un symbole de la sagesse et de la loi. La Sagesse invite les hommes à son festin:

    "Venez, mangez de mon pain"94. On se rappelle que la sagesse n'était pas seulement une doctrine; elle était orientée avant tout vers l'action. On comprend alors que Jésus applique le symbole de la nourriture à l'accomplissement de sa mission. La volonté de Dieu qu'il doit accomplir est le salut de l'humanité, le don de la vie. C'est là l'oeuvre confiée au Fils par le Père9S. Tandis que ses disciples s'occupent du pain matériel, Jésus accomplissait cette oeuvre96. Jésus est descendu du ciel pour faire la volonté de celui qui l'a envoyé. Il cherche cette volonté9'. Derrière cette femme Jésus aperçoit tout le village en route vers lui et plus loin encore la moisson spirituelle déjà mûre, dont les gens de Sycar ne sont que les premiers épis. L'heure de la récolte messianique a sonné. Les semailles sont finies98. Le temps de l'Eglise commence. Jésus a recours à la formule biblique: "Levez les yeux et voyez" qui évoque l'uni­versalité des promesses faites à Abraham 99 et le rassemblement des nations à la fin des tempslOO. Il invite ses disciples au travail dans la conscience de l'unité de l'oeuvre et de la peine prise par les devanciers. C'est donc au monde que Jésus adresse la parole de vie et prêche la religion en esprit que ne mesure pas l'enceinte d'un temple, mais la puissance régénératrice de l'Esprit. Dans la bénédiction de Jacob à Juda, après l'annonce de la venue du Messie, le Patriarche conclut: "Ses collines blanchiront par les récoltes et les parcs de petit bétail"IOI. Cette bénédiction de Jacob est réalisée maintenant. Bref, le discours missionnaire qui conclut le chapitre n'est pas étranger au thème de l'eau vive. Certains Pères de l'Eglise ont vu dans la promesse de l'eau vive un symbole du baptême 102. Paul déjà en 1 Co 12, 13 affirme que les baptisés ont été abreuvés d'un unique Esprit. Enfin il faut souligner que le contexte suggère une interprétation baptismale. Au chapitre précédent, Jésus exerçait une activité de baptiste103, ou plutôt ses

    disciples4• Jean-Baptiste lui rend témoignage; il proclame que l'envoyé de Dieu reçoit et donne l'Esprit sans mesure10s• Jésus se retire en Galilée et en traversant la Samarie, il promet le don de l'eau vi ve. Dans ce contexte la promesse se relie à l'activité baptismale qui précède et traduit en un symbole expressif les déclarations de Jésus sur le don de l'Esprit.

    On le voit donc, la scène du puits de Jacob ne peut pas être détachée de son contexte. Elle se rattache à la section inaugurale de l'Evangile, dont elle constitue le sommet. Jésus est d'abord révélé à Jean-Baptiste, puis il manifeste sa gloire à ses disciples (2, 1-11); il apparaît alors dans le Temple et annonce aux Juifs qu'il rebâtira en trois jours un Temple nouveau (2, 18-22). Dans l'entretien avec Nicodème il confie le secret de la nouvelle naissance qui va ouvrir aux hommes le Royaume de Dieu (3, 1-8). Maintenant il enseigne à une femme de Samarie 106 la religion en esprit et en vérité et se fait reconnaître comme le Sauveur du monde. C'est seulement dans cette perspective qu'apparaissent le véritable sens et les vraies dime?sions de la scène.