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Gesù Cristo: in questa persona consiste il cristianesimo (da Aleksandr Men')

Da Aleksandr Men’, Io credo. Il Simbolo della fede, Nova millennium editrice, Roma, 2007, pp.56-60.

Non ho paura di tornare a ripetere che ogni cultura al mondo possiede i propri templi, i canti, le campane, i rosari, i trattati, i conventi e molto altro, ma la differenza principale del cristianesimo rispetto alle altre religioni del mondo consiste nella persona di Gesù Cristo.
Questa Persona, questa Rivelazione, non esiste altrove. E per quanto sia stata grande la persona di Gautama il Budda che fondò il buddismo, i suoi orientamenti, i suoi insegnamenti, i suoi principii sono molto più essenziali per il buddismo della persona stessa del Budda. In fin dei conti, se Maometto non fosse comparso sulla terra, e se altri, ignoto, avesse proposto i dogmi importantissimi dell’unicità di Dio, dell'obbedienza a Dio, delle preghiere più volte al giorno, ecc. l'islam sarebbe comunque diventato tale qual è oggi.

Invece il cristianesimo, senza Cristo perde la sostanza, l'ultima e la più importante.
In una novella di Vladimir Solov'ëv, scritta poco prima di morire, e intitolata Breve novella sull’Anticristo, è presentata una scena ove il presidente dell'intero pianeta, il sovrano della Terra, raduna i rappresentanti delle principali Chiese cristiane. Ai cattolici promette la costruzione di templi particolarmente sfarzosi, agli ortodossi di creare musei straordinariamente preziosi dedicati all'arte ecclesiastica antica, ai protestanti di fondare nuovi istituti per lo studio della Sacra Scrittura e della teologia. Sembra che tutti siano contenti. Ma i tre capi della chiesa, il papa Pietro, lo starec Joann e il professor Pauli, gli rivolgono una domanda diretta: qual è il suo atteggiamento nei confronti di Gesù Cristo? «Tu ci proponi tutto, tranne Lui». Questo è cristianesimo senza Cristo. Estetica, scienza, tradizione, liturgia... ma manca la cosa principale! Manca il Figlio dell'Uomo, crocefisso e risorto! E grazie a questo indizio lo starec Joann, il papa Pietro e il dottor Pauli smascherano l'anticristo nel presidente del mondo. È questo un brano d'importanza primaria nel chiarire la visione di Vladimir Solov'ëv sul mistero del cristianesimo.

Va detto che da allora non è cambiato nulla; e anche dal tempo in cui fu scritto il Vangelo, in questo senso, non è cambiato niente. «Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine», dice il Signore Gesù Cristo. E quando noi leggiamo i testi più antichi - cronologicamente più antichi - del Nuovo Testamento, vi troviamo le parole dell'apostolo Paolo, il quale dice che l'uomo si salva, cioè si approssima a Dio, non attraverso la legge, non con le cose della legge, ma attraverso la fede in Gesù Cristo.

Questo che cosa significa? La legge è un certo ordine della vita. La legge è una religione appartenente alla cultura umana. Questa cultura, naturalmente, come si suol dire, ha "radici terrene". Tutto importante e indispensabile; ma questa eredità culturale non può compiere la svolta, perché in essa ci sono troppe cose umane, e solamente umane. E solo quando l’uomo scopre per sé Cristo, immortale, sempre vivo, allora si compie quello che in uno specifico linguaggio biblico si chiama salvezza, cioè comunione dell’uomo alla Vita vera, alla quale l’anima brama, alla quale aspira. Ecco perché il Signore Gesù Cristo chiamò la Sua predicazione besorà, che significa “lieta novella”, in greco evanghelion. Noi la chiamiamo Vangelo, la Lieta o Buona Novella. Di che cosa tratta questa Novella?

I beduini hanno questa usanza: quando nasce un maschio, la donna che ha assistito al parto va dal padre del bambino e gli dice: “Io ti annunzio una grande gioia: ti è nato un figlio”. E noi, quando apriamo il Vangelo secondo Luca, leggiamo queste parole: di notte i pastori sorvegliano le proprie greggi, e all’improvviso si apre loro la Gloria del Signore. In linguaggio biblico ciò significa l’apparizione del Mistero in questo mondo materiale. E loro odono: “Io vi annunzio una grande gioia (...), oggi nella città di Davide vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore”. [...] Il Re venne per regnare, ma nacque come un povero. Trent’anni dopo l’evento della Natività, sulla riva del fiume Giordano ebbe luogo un dialogo interessante: due pescatori incontrarono un amico comune che, come loro, si trovava in riva al fiume nel mezzo della folla, e gli dissero delle strane parole: “Abbiamo trovato il Messia”. Il pescatore disse: “Chi è costui?”. “È Gesù di Nazareth, il figlio di Giuseppe”. Egli certamente non credette. Allora, semplicemente, gli dissero: “Vieni e vedi”. Fu questa la prova principale, la quale ancora oggi il cristianesimo mondiale mostra a coloro che lo vogliono conoscere. Si dicono queste due parole: “Vieni e vedi”.

Ed ora cerchiamo di vedere meglio l’immagine di Colui il quale è raffigurato per noi nel Vangelo. Un’immagine che non si è sbiadita nel corso di venti secoli. Quale grande genio poté creare mai una tale immagine? Non senza ragione Jean Jacques Rousseau diceva che chi fosse stato in grado di inventare il Cristo sarebbe dovuto essere ancor più meraviglioso di Lui. Si è parlato anche di creazione artistica collettiva popolare. Io penso che una tale attività artistica non esiste. Esiste l’attività anonima. Ciò nondimeno è sintomatico che il Vangelo non sia stato scritto da una sola persona.

Se vi fosse stato un solo Vangelo secondo Giovanni, noi avremmo detto: “È esistito un grande genio di nome Giovanni che produsse una tale figura”. Ma gli evangelisti sono quattro, e ognuno di loro vede Cristo dal proprio punto di vista. Gli scrittori utilizzano procedimenti artistici particolari per poter dare ad un personaggio maggior volume, maggiore vitalità, e renderlo più verosimile. Per farlo bisogna accentuare dei difetti, mostrare i lati deboli del protagonista, coprire con ombre sfumate il suo ritratto. Gli evangelisti non coprono con nessuna ombra l'immagine del Cristo. Nonostante ciò Egli risulta sorprendentemente vivo, reale e "palpabile". Sono passati i tempi quando si riteneva che il Vangelo fosse stato redatto in epoche più recenti, molte generazioni dopo la vita di Gesù Cristo. Oggi sappiamo benissimo che tutti e quattro i vangeli vennero scritti nello stesso secolo in cui si erano svolti gli eventi evangelici.

Esistono manoscritti antichissimi del Vangelo, risalenti all'epoca paleocristiana. Il più recente è il Vangelo secondo Gio¬vanni, scritto intorno all'anno 90 d.C. Un frammento del manoscritto di questo Vangelo, datato circa al 130 d.C., venne trovato in Egitto, cioè qualcuno lo aveva già copiato e portato in Egitto. Ma a quei tempi non viaggiavano con gli aerei, tutto si svolgeva molto lentamente. Del fatto che il libro fosse molto ben noto e venisse diffuso sin dagli inizi, testimoniano migliaia di papiri antichi e di manoscritti su pergamena. Centinaia di essi risalgono al periodo paleocristiano. Non è rimasta un'altrettale quantità di opere degli scrittori antichi, né romani né greci (Omero, Tacito, Virgilio), non si sono conservati tanti manoscritti antichi. Il maggior numero di essi risalgono all'epoca rinascimentale.

P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia




2007-05-12- Un evento di Festival della filosofia Roma, Auditorium Parco della Musica

1. Gesú tra storia e storia

Io credo che prima dell’alternativa espressa nel titolo di questa tavola rotonda “Gesú tra storia e teologia”, ce ne sia un’altra di cui è necessario tener conto, e cioè “Gesú tra storia e storia”. L’idea di una ricerca storica su Gesú unitaria, rettilinea che procede inarrestabile verso una piena luce su di lui è un puro mito che oggi nessuno storico serio tenta più di avallare.

Lasciando da parte le variazioni diacroniche, cioè le ricostruzioni storiche della vicenda di Gesú succedutesi l’una all’altra negli ultimi due secoli, mi soffermo un istante sulle variazioni sincroniche, cioè esistenti su di lui in una stessa epoca, la nostra.

Cito una fonte insospettabile, la Professoressa Paula Fredriksen che abbiamo l’onore di avere tra noi in questa tavola rotonda. Nella nuova introduzione scritta per il suo libro: Da Gesú al Cristo. Le origini delle immagini di Gesú del Nuovo Testamento[1] ella scrive: “I libri si moltiplicano a misura che lo spettro dei ritratti di Gesù si dilata. Nella ricerca scientifica recente Gesú è stato presentato come una figura di sciamano del primo secolo, come un itinerante filosofo cinico, come un visionario radicale e un riformatore sociale che predica una etica egualitaria a favore degli ultimi, come un regionalista galileo che lotta contro le convenzioni religiose dell’elite della Giudea (il tempio e la Torah), come un campione della liberazione nazionale, o, al contrario, come suo oppositore e critico, e via di questo passo. Tutte queste figure sono state presentate con vigorosi argomenti e metodi accademici, tutte sono difese appellandosi a dati antichi. I dibattiti continuano briglia sciolta e il consenso –anche su punti essenziali quali i criteri in base ai quali procedere – appare una remota speranza”.

Spesso si fa appello ai nuovi dati e alle scoperte recenti che avrebbero finalmente messo la ricerca storica in una posizione di vantaggio rispetto al passato e cioè: la scoperta dei rotori di Qumran, della biblioteca di Nag Hammadi, gli scavi archeologici, le ricerche sociologiche. Ma quanto aperte siano le conseguenze da tirare da queste nuove fonti storiche, appare dal fatto che esse hanno dato luogo a due immagini di Cristo opposte e inconciliabili tra loro, tuttora presenti sul campo. Da una parte un Gesú “in tutto e per tutto ebreo”; dall’altra un Gesú figlio della Galilea ellenizzata del suo tempo, imbevuto di filosofia cinica.

Anche le ricerche sociologiche sono approdate a risultati diametralmente opposti, come fa notare il grande specialista su Gesú e il giudaismo E.P. Sanders: “Per alcuni, il mondo in cui visse Gesú viveva una profonda crisi sociale ed economica. La Palestina era sull’orlo del crollo, sotto il peso di una doppia tassazione, locale e romana, crescente indebitamento dei contadini, sfruttamento delle classi benestanti…Per altri, al contrario, la Galilea del tempo di Gesú era urbanizzata, cosmopolita e prospera, un concentrato di cultura ellenistica, in cui tutti, Gesú compreso, parlavano greco” [2].

Non stupisce perciò che nel campo del post-moderno si sia sviluppata una radicale sfiducia. Qui l’alternativa non è più né tra storia e teologia, né tra storia e storia, ma tra storia e interpretazione, o criticismo letterario. Non c’è nessun dato oggettivo previo alla lettura; tutto si gioca nel confronto diretto tra il lettore e il testo, con esisti radicalmente soggettivi e relativi.

L’ultima monumentale (e a mio parere veramente innovativa) monografia sul Gesú storico scritta dall’inglese James Dunn, dell’Università di Durham, conclude la rassegna delle opinioni con questo giudizio: “La perdita di fiducia nel metodo storico in ambienti postmoderni è completa. E per quel che riguarda la ricerca sul Gesú storico, i risultati di questa, in particolare se vi si annoverano i vari Gesú della ricerca neoliberale, semplicemente confermano il fallimento della metodologia storica tradizionale. Il fatto semplice e piuttosto sconvolgente è stato che gli studiosi dei vangeli e del Gesú storico non sono riusciti a produrre risultati sui quali vi sia accordo”[3].

Cosa concludere da tutto ciò? Che la ricerca storica su Gesú sia da abbandonare? No di certo. Lo stesso studioso appena citato ne da l’esempio, dedicando ad essa la sua monumentale fatica. Credo che si possa applicare alla ricerca storica quello che un proverbio dice di Dio e cioè che “scrive diritto su righe storte”. Nonostante il suo andamento da tela di Penelope, c’è in essa una conoscenza storica che avanza, nuovi orizzonti che vengono aperti, nuove ipotesi formulate, alcune delle quali si rivelano illuminanti e produttive.

Quello semmai che si impone alla ricerca storica su Gesú è una maggiore umiltà e consapevolezza dei propri limiti intrinseci. La critica storica ha reso più umile e problematica l’ortodossia teologica, ma forse deve anch’essa accettare i propri limiti, dovuti sia alla situazione delle fonti, sia all’oggetto della ricerca che - almeno come ipotesi - travalica i limiti della storia. La problematicità, il pro e il contro e il senso del limite, è ciò che distingue di fatto le grandi monografie scientifiche sul Gesú storico dagli autori in cerca di sensazionalismo, i cui libri sono una lunga marcia trionfale verso conclusioni già tutte chiare in partenza. Tra le monografie serie, la più recente e accreditata è quella di Gerd Theissen e Annette Merz, Il Gesú storico. Un manuale[4].

Un errore metodologico dal quale gli storici seri mettono in guardia è quello di ritenere come “storicamente non accaduto” quello che è semplicemente “storicamente non dimostrabile”. Su molti dati dei vangeli la storia arriva alla conclusione che non si possono sostenere in base ad argomenti storici, ma questo non giustifica la conclusione che dunque sono falsi.

In particolare è da abbandonare l’illusione che, nello scrivere su Gesú, i credenti abbiano una precomprensione e i non credenti invece siano esenti da ogni pregiudizio. Scrive giustamente John Meier, autore di un’altra monumentale monografia sul Gesú storico: “Lo si chiami pregiudizio, tendenza, visione del mondo o posizione di fede, chiunque scrive sul Gesú storico scrive da qualche punto di vista ideologico; nessun critico ne è esente. La soluzione a questo dilemma non è pretendere un’assoluta oggettività che non può avere, né vagare in un totale relativismo. La soluzione è ammettere onestamente il proprio punto di vista, tentare di escluderne l’influenza nell’esporre giudizi scientifici aderendo a criteri certi, comunemente sostenuti, e sollecitare la correzione di altri studiosi, se la proprio vigilanza inevitabilmente commette errori”[5].

2. Gesú, credente ebreo o filosofo cinico?

Parlando dei limiti della ricerca storica, vorrei metterne in luce uno che mi sembra decisivo. Riguarda la possibilità di una ricerca storica su Gesú che non solo prescinda, ma escluda in partenza, esplicitamente o tacitamente, la fede; in altre parole, la plausibilità storica di quello che è stato definito a volte “il Gesú degli atei”. Non parlo in questo momento della fede in Cristo, nella sua divinità, ma di fede in Dio, di fede nell’accezione più comune del termine.

Lungi da me l’idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di Gesú. Sono convinto, come scrivevo in un articolo del 26 Gennaio scorso su “Avvenire”, che Gesú è “patrimonio dell’umanità” e che nessuno, neppure la Chiesa naturalmente, ha il monopolio su di lui. Quello che voglio mettere in luce sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza e come la “precomprensione” di chi non crede incida sulla ricerca non meno che quella del credente.

La mia convinzione è che, se si nega o si prescinde dalla fede in Dio non si elimina solo la divinità, o il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico tout court, non si salva neppure l’uomo Gesú. Nessuno può contestare storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo in riferimento al Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede in Dio. Se si elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente niente.

Ma se Dio non esiste, Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la propria ombra o la proiezione della propria essenza, per dirla con Feuerbach. E come si spiega allora che la vita di quest’uomo “ha cambiato il mondo”? Sarebbe come dire che non la verità e la ragione hanno cambiato il mondo, ma l’illusione e l’irrazionalità. Come si spiega che quest’uomo continua, a distanza di duemila anni, a interpellare gli spiriti come nessun altro?

Non c’è che una via d’uscita a questo dilemma e bisogna riconoscere la coerenza di coloro che negli ultimi anni l’hanno imboccata. La via d’uscita è quella che si è fatta strada nell’ambito del “Jesus Seminar” di Berkeley negli Stati Uniti. Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo nello stile dei cinici[6]; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un maestro Zen. Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché loro stessi portavano in sé una scintilla divina[7]. Sono –guarda caso- le cose che va predicando da decenni New Age!

Come viene giustificata storicamente questa nuova immagine di Gesú? Semplice: si assolutizza la fonte “Q” (la raccolta di detti di Gesú ricostruita dall’uso che ne fanno Marco e Matteo) come l’unico documento attendibile sul Gesú realmente esistito. Ma questo non basta perché tra i detti di Gesú presenti in tale raccolta ce ne sono diversi incompatibili con tale immagine. Allora si distingue in tale fonte (essa stessa ipotetica!) tre strati successivi, di cui il più antico, detto “Q3”, l’unico autentico, consisterebbe in un nucleo di detti esoterici, vicino a quello che troviamo nel Vangelo copto di Tommaso. Io ho studiato un po’ di filologia classica e di critica testuale nei miei anni di università e ho imparato che le possibilità di cogliere nel segno con tali procedenti sono praticamente nulle. I fatti sono aperti, in tal modo, a ogni manipolazione.

Prima di costoro Nietzsche aveva chiaramente visto il dilemma e lo aveva risolto in maniera molto più coerente di oggi: facendo di Gesú non un filosofo rappresentante della razionalità greca, ma il suo irriducibile contrario.

3. Continuità o rottura? Il “Gesú di Nazareth" di Benedetto XVI

Ora vorrei passare alla pars construens del mio intervento che corrisponde al secondo termine del titolo di questa tavola rotonda: Gesú di Nazareth tra storia e teologia. Dopo tutto l’immenso impegno profuso da Reimarus ad oggi per liberare il Gesú della storia dal Cristo del dogma ecclesiastico, forse è utile a tutti riprendere in considerazione il punto di vista della tradizione e della dommatica ecclesiastica, fattasi più umile e più cosciente dei propri limiti, grazie proprio alla critica storica.




È quello che, credo, ha inteso fare il papa Benedetto XVI con il suo libro “Gesú di Nazaret”. Qualcuno gli ha mosso il rimprovero di baipassare, in tal modo, tutti i problemi e i dubbi sollevati dalla moderna critica storica. Ma io mi domando: cosa avrebbe dovuto fare il papa: scrivere un’ennesima ricostruzione storica in cui discutere e controbattere tutte le obiezioni? Abbiamo sentito sopra quanto è lunga la lista di coloro che l’hanno fatto, da credenti o da non credenti, e non credo proprio che una ricostruzione in più, anche se scritta da un papa, avrebbe fatto una grande differenza.

Quello che il papa ha scelto di fare è stato di presentare in positivo la figura e l’insegnamento di Gesú come inteso dalla Chiesa, partendo dalla convinzione che il Cristo della fede è anche rigorosamente il Gesú della storia. Poiché il papa ha lasciato a tutti, in questo caso, la libertà di criticarlo, mi permetto anch’io una piccola riserva. Penso che la continuità tra il Gesú della storia e il Cristo del kerygma, come pure quella tra il Cristo del kerygma e il Cristo del dogma, per quanto reale, sia meno rettilinea e scontata di quanto appaia dalla sua, necessariamente sommaria, introduzione iniziale.

Su questo punto penso si possa condividere l’opinione di Theissen e Merz: “I cristiani dopo la Pasqua hanno formulato su Gesú più affermazioni (vale a dire , hanno detto cose più grandi e più importanti) di quanto abbia detto di sé lo stesso Gesú storico. Questo ‘plusvalore’ della cristologia post-pasquale rispetto all’autocoscienza di Gesú prima di Pasqua è basato, sia sul piano storico che su quello oggettivo, sull’evento della pasqua”[8].

Il contrasto tra le conclusioni degli esegeti e degli storici (anche cattolici) e quelle del papa si relativizzano, tuttavia, se si tien conto che il papa, da teologo, non si pone tanto sul piano soggettivo della coscienza che Gesú aveva di sé o gli altri avevano di lui, quanto sul piano oggettivo e ontologico. Da questo punto di vista egli ha perfettamente ragione di affermare l’identità del Gesú storico (il Crocifisso) con il Cristo risorto. È la certezza che sta alla base di tutto il kerygma apostolico.

Theissen e Merz vedono tra le due fasi un rapporto come tra cristologia implicita e cristologia esplicita. Tra gli elementi di cristologia implicita che essi riscontrano nei vangeli non pochi corrispondono a quelli sui quali fa leva anche Benedetto XVI nel suo libro: la formula ‘Amen’, nel particolare uso che ne fa Gesú, la consapevolezza con la quale Gesú contrappone alla Torah e all’autorità di Mosè il suo “Ma io vi dico…”, il particolare modo di rapportarsi al Padre, soprattutto la distinzione tra “Padre mio” e “Padre vostro”, il perdono dei peccati, la superiorità rivendicata con forza da Gesú sul Battista che pure viene definito “il più grande dei profeti” [9]

Sarebbe ingeneroso misconoscere la ricchezza teologica e spirituale del libro di Benedetto XVI su Gesú, misurandolo unicamente con il metro del Gesú storico. Certo, è un libro scritto da credente per credenti e per persone interessate a conoscere il Cristo della tradizione e della Chiesa. Egli stesso dichiara di non volere entrare nella disputa che è propria della ricerca storico-critica, ma di presuppurla e di andare oltre “mirando a una interpretazione propriamente teologica”[10]. Io vedo il suo libro più sulla linea di Il Signore. Riflessioni sulla persona e la vita di Gesù Cristo di Romano Guardini e prevedo per esso una tenuta molto più duratura nel tempo di quanto avrebbe potuto avere un’ennesima discussione, di carattere necessariamente apologetico, sul Gesú storico.

Il papa si richiama esplicitamente all’esegesi canonica, cioè a quel tipo di esegesi credente che parte dalla convinzione di fede che Dio non ha un solo modo di rivelarsi al mondo, quello della storia; ne ha molti altri, tra cui il più importante è l’ispirazione biblica. Su questa convinzione che permette di leggere non solo “il frammento nel tutto” (cioè un testo nel contesto), come fanno i moderni, ma anche “il tutto nel frammento”, come facevano i Padri (cioè l’intera Bibbia riflessa in ogni sua parte) si basa la lettura spirituale della Scrittura fatta dalla Chiesa lungo i secoli e di cui H. de Lubac, in una magistrale opera, ha messo in luce la coerenza e la fecondità[11].

È molto significativo che la scelta del papa di attenersi al Gesú dei vangeli trovi, per certi versi, una conferma autorevolissima nella recente monumentale monografia di James Dunn ricordata sopra. In essa, dopo una serrata analisi dei risultati degli ultimi tre secoli di ricerche, lo studioso giunge alla conclusione che non c’è stata nessuna cesura tra il Gesú predicante e il Gesú predicato e quindi tra il Gesú della storia e quello della fede. Questa non è nata dopo la Pasqua, ma con i primi incontri dei discepoli, i quali sono divenuti discepoli proprio perché hanno creduto nel Rabbi di Nazareth.

La difficoltà di risalire dai vangeli sinottici al Gesú reale è nata in buona parte dal fatto che non si è tenuto conto delle leggi che regolano la trasmissione delle tradizioni fondatrici di una comunità presso gruppi umani dalla cultura non scritta, come erano quelli tra cui si formarono e circolarono i racconti su Gesù. Lo studio di tali leggi (tuttora verificabili presso gruppi umani di cultura pre-letteraria) mostra che un fatto o un discorso ritenuto importante per la storia e la vita della comunità può trasmettersi con singolare accuratezza nei suoi elementi centrali, pur variando nei particolari a ogni ri-narrazione, per rispondere alle esigenze del momento.

La critica storica (compresa la Formgeschichte, o storia delle forme) ha tacitamente proiettato all’epoca del Nuovo Testamento le leggi che portano oggi all’edizione definitiva di un libro: riedizioni successive, ognuna basata sulla precedente, che modifica, aggiungendo o togliendo qualcosa. Questo ha creato l’illusione di poter risalire da uno strato al precedente, fino a isolare un ipotetico nucleo originario, che finisce quasi sempre per riflettere da vicino l’opzione di partenza dello studioso di turno.

Cosa giungiamo a conoscere per questa via? Non - almeno direttamente - l’”interiorità segreta” di Cristo, cosa egli pensava di se stesso, ma il “Gesú come era ricordato”; “ricordato” però – e qui sta la differenza - non a distanza di tempo, dopo la Pasqua, da discepoli e comunità che reinterpretavano i fatti e gli insegnamenti mossi da interessi estranei, ma da coloro che per primi avevano visto e udito e avevano cominciato da subito a dare forma ai racconti.

Letti in questo modo, afferma lo studioso, “i vangeli sinottici attestano un modello e una tecnica di trasmissione orale che hanno garantito una stabilità e una continuità nella tradizione di Gesú maggiori di quelle che si sono sin qui generalmente immaginate”.

4. Lo spartiacque della Pasqua

Per molti storici la Pasqua non rappresenta un salto di qualità nella cristologia, ma un inizio assoluto. Ma più la ricerca storica accentua questo fossato più aumenta le proprie difficoltà. Abbandonata da tutti la tesi di Reimarus della truffa cosciente dei discepoli, come si spiega un tale inizio? Tutto il futuro sviluppo della fede in Cristo riposerebbe sulla risurrezione, ma poi quando si va a guardare si vede che riposa sul nulla perché la risurrezione stessa è spiegata con la fede, come fatto soggettivo e non reale. Il cristianesimo appare una immensa piramide rovesciata il cui vertice poggia nel vuoto.

Non è qui il luogo di intavolare un ennesimo dibattito sulla risurrezione. Mi limito solo a citare un’affermazione dello studioso inglese H. Dodd che condivido in pieno: “L’idea che l’imponente edificio della storia del cristianesimo sia come un’enorme piramide posta in bilico su un fatto insignificante è certamente meno credibile dell’affermazione che l’intero evento – e cioè il dato di fatto più il significato a esso inerente – abbia realmente occupato un posto nella storia paragonabile a quello che gli attribuisce il Nuovo Testamento”[12].

La risurrezione, si dice, è una metafora; è vero, ma il senso della metafora, come ha messo in luce P. Ricoeur, non è di dire una cosa diversa dalla realtà, ma di dire, della realtà, quello che non si può dire in modo diverso. La risurrezione in se stessa si colloca al limitare o addirittura fuori del tempo e dello spazio e quindi della storia, ma c’è qualcosa che avviene nel tempo e nello spazio e che lo storico è tenuto a spiegare.

Quello che si offre alla considerazione dello storico e gli permette di parlare della risurrezione, sono due fatti: primo, l’improvvisa e inspiegabile fede dei discepoli, una fede così tenace da resistere perfino alla prova del martirio; secondo, la spiegazione che di tale fede gli interessati, cioè i discepoli, ci hanno lasciato. Resta sempre pertinente l’osservazione di Martin Dibelius: “Nel momento decisivo, quando Gesù fu catturato e giustiziato, i discepoli non nutrivano alcuna attesa di una risurrezione. Essi fuggirono e dettero per finito il caso di Gesù. Dovette quindi intervenire qualcosa che in poco tempo non solo provocò il cambiamento radicale del loro stato d’animo, ma li portò anche a un’attività del tutto nuova e alla fondazione della Chiesa. Questo “qualcosa” è il nucleo storico della fede di Pasqua”[13]. Di questo “qualcosa” si sono tentate infinite spiegazioni alternative, ma finora nessuna ha resistito più a lungo del proprio autore.

5. La venerazione di Gesù Cristo

Dove e quando inizia dunque quello che chiamiamo ‘cristianesimo’? Se per cristianesimo si intende correttamente la venerazione di Gesú di Nazareth come Signore e essere divino, esso inizia con la Pasqua e la Pentecoste. Larry W. Hurtado, professore di lingua, letteratura e teologia del Nuovo Testamento all’università di Edimburgo, ha ripreso recentemente su basi nuove, alla luce cioè della riconosciuta matrice giudaica e non ellenistica del cristianesimo primitivo, lo studio sull’origine del culto di Gesú condotto da W. Bousset all’inizio del secolo scorso. Ed ecco la conclusione a cui giunge dopo una ricerca che si estende per 750 pagine:

“La venerazione di Gesú come figura divina, esplose all’improvviso e presto, non poco alla volta e tardi, tra cerchie di seguaci del I secolo. Più in particolare, le origini stanno nelle cerchie cristiane giudaiche dei primissimi anni. Solo un modo di pensare idealistico continua ad attribuire la venerazione per Gesú come figura divina all’influenza decisiva della religione pagana e all’influsso dei convertiti gentili, presentandola come recente e graduale. La venerazione di Gesú come ‘signore’, che trovava espressione adeguata nella venerazione cultuale e nell’obbedienza totale, era inoltre generale, non era confinata e attribuibile a cerchie particolari, ad esempio gli ‘ellenisti’ o i cristiani gentili di un ipotetico ‘culto di Cristo siriaco’. Con tutta la diversità del primo cristianesimo, la fede nella condizione divina di Gesú era incredibilmente comune. Le ‘eresie’ del primo cristianesimo postulavano largamente l’idea della divinità di Gesú. Non è questo in discussione. Il punto problematico, piuttosto, era se vi fosse spazio per un Gesú autenticamente umano”[14].

Certo, se uno mette a confronto il Gesú dei vangeli con il Cristo di Nicea e di Calcedonia, a prima vista sembra esserci un abisso di mezzo. Anche se uno mette a confronto un embrione fotografato nel grembo materno con l’uomo adulto che ne è nato sembra esserci un abisso di mezzo, eppure tutto quello che l’uomo è diventato era in germe nell’embrione. Gesú aveva paragonato il regno da lui predicato al più piccolo dei semi, destinato a crescere e diventare albero grande (Mt 13,32).

Secondo la fede della Chiesa, questo sviluppo, a parte tutti gli innegabili fattori storici, ha avuto un motore segreto: lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il grande assente dalla ricerca storica su Gesú. A sentire pronunciare questo nome lo storico farà un soprassalto, gridando che si passa ad altro genere, che si fa teologia. Ma può la ricerca storica su Gesú ignorare quello a cui Gesú stesso, in testi di innegabile autenticità, attribuisce il suo potere di scacciare i demoni e di operare miracoli? Oggi è di moda parlare di Gesú e dei primi discepoli come di “carismatici itineranti”, ma cosa rimane ai carismatici, se si prescinde dall’esperienza dello Spirito Santo?

Paolo e gli Atti degli apostoli attestano che dopo la Pasqua la comunità fa ad ogni passo l’esperienza di essere guidata dallo Spirito di Cristo. Giovanni esplicita questa coscienza facendola risalire a una promessa formale di Gesú: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 12-13). Una profezia post eventum? Sia pure, ma resta comunque da spiegare l’evento!

Lo Spirito Santo esula dal campo della storia, ma i suoi effetti sono nella storia e meritano pure di essere presi in considerazione. Questo sarebbe uno dei campi dove storia e teologia, anziché contrapporsi, dovrebbero lavorare insieme. È quello che James Dunn, l’autore di Christianity in the Making, ha fatto egregiamente nell’altra sua opera Gesú e lo Spirito. Uno studio dell’esperienza religiosa e carismatica di Gesú e dei primi cristiani[15].

6. Uno o tanti cristianesimi?

Mi resta da dire qualcosa a proposito della tesi secondo cui all’origine non ci sarebbe un cristianesimo, ma molti cristianesimi, cioè interpretazioni diverse del messaggio di Cristo, eliminate via via dalla crescente pressione dell’ortodossia sotto la regia della chiesa di Roma. È possibile, perché no?, parlare di diversi cristianesimi, anziché di tendenze diverse all’interno di una stessa realtà in formazione, ma allora bisogna dire la stessa cosa di quasi tutte le istituzioni e le grandi novità della storia: non parlare di una religione ebraica ma di più religioni ebraiche, non di un rinascimento ma di più rinascimenti, di più rivoluzioni francesi e così via, perché tutte queste realtà sono il risultato di processi di scontro e di decantazione di tendenze e fattori diversi. I sociologi ci insegnano che è ciò che avviene di solito nel passaggio da un movimento “statu nascenti” all’istituzione cui esso da luogo.

L’idea avanzata da qualche parte di ripartire da capo, rimettendo tutte le tessere nel sacco, cioè tutti i cristianesimi sepolti di nuovo in lizza, per dar vita a una forma nuova e inedita di esso, mi fa pensare al progetto di un nuovo Esperanto e al suo esito.

Bisogna semmai riconoscere all’ortodossia delle origini il merito di aver condotto questa battaglia con i libri e i decreti, senza mandare al rogo nessuno, né Marcione, né Valentino, né Montano. Si dirà, non avrebbe potuto farlo; verissimo, ma sta di fatto che non l’ha fatto e almeno nei primi secoli della sua storia l’ortodossia non si è imposta con la forza e la conquista ma con gli argomenti e la vita. Le origini sono pure e ad esse possiamo guardare e ispirarci.

La tesi di una ortodossia che trionfa eliminando le concorrenze sotto la guida potente di Roma è una leggenda storiografica. L’ortodossia non si afferma all’origine con un movimento che va dal centro verso la periferia, ma al contrario con un movimento che va dalla periferia verso il centro. Le lotte contro l’ebionismo, il docetismo, l’encratismo non partirono da Roma, ma giunsero a Roma, da Antiochia di Siria, Asia Minore, Alessandria d’Egitto, Cartagine, Lione in Francia. Roma nei primi due secoli e mezzo di storia cristiana è più arbitro tra le parti che parte attiva nella lotta contro le eresie. A Nicea stessa l’influenza di Roma e dell’occidente in genere fu minima. Il giudizio sul ruolo di Roma nel trionfo dell’ortodossia è in buona parte frutto di una proiezione all’indietro di situazioni posteriori (se non addirittura contemporanee!).

Sarebbe interessante, se lo spazio lo permettesse, passare in rassegna le diverse forme, cosiddette di cristianesimo alternativo, per vedere quale di esse, se esistesse ancora, sarebbe accettata o accettabile da quegli stessi che ne lamentano la scomparsa. Non certo l’encratismo con il rifiuto di matrimonio e di possesso di beni; di sicuro non il marcionismo con il suo radicale antigiudaismo; neppure credo le varie forme di gnosticismo e di docetismo con il loro rifiuto del mondo materiale e la loro negazione dell’umanità reale di Gesù. Quanto ai famosi profeti e carismatici itineranti, tanto cari alla moderna ricerca sul Gesú storico, è curioso notare una cosa: oggi tale movimento è riapparso, per molti aspetti e in maniera spettacolare nelle chiese cristiane, ma alcuni studiosi del Gesú storico, lo guardano con ironia come frutto in blocco di fondamentalismo, irrazionalismo ed entusiasmo religioso. (Ne so qualcosa perché ne faccio, a volte, le spese anch’io!).

C’è, è vero, una corrente che oggi incontrerebbe il favore di molti studiosi, l’ebionismo, cioè quella forma di cristianesimo che resta praticamente nella matrice ebraica, ritenendo Gesú un uomo e mantenendo l’osservanza della Torah. Si trattò, pare di comunità isolate vissute ad est del Giordano, di cui sappiamo pochissimo. Esse si esaurirono da sole di fronte all’imporsi del cristianesimo di marca giudeo-ellenistico ed ellenistico. Non ci fu nessuna guerra contro di loro, nessun rogo di libri. Paradossalmente la loro memoria non è stata cancellata dall’ortodossia, come si afferma, ma conservata da essa. Se non fosse per la citazione di qualche loro scritto e idea da parte degli autori ortodossi, non sapremmo assolutamente nulla su di essi. Impegnati a combattere la corrente molto più agguerrita dello gnosticismo che, all’opposto degli ebioniti, faceva di Gesú solo un Dio e non un uomo, gli autori ortodossi dedicarono ad essi scarsa attenzione.

L’ortodossia del resto non ha annientato molte di queste forme alternative di cristianesimo, ma le ha fatte proprie liberandole dall’elemento “settario” e unilaterale che le rendeva ‘eretiche’. L’istanza dell’encratismo sopravvive nella Chiesa nello stato di verginità e nel monachesimo; l’istanza della gnosi è assunta, nel suo elemento valido, dagli alessandrini Clemente e Origene. Il profetismo itinerante, dopo la crisi iniziale dovuta agli eccessi montanisti, rispunterà nella Chiesa con i movimenti mendicanti del Medio evo.

7. Conclusione

Non posso terminare questa mia analisi senza far notare una contraddizione. Tutta la spasmodica ricerca del Gesú della storia, quando è condotta per distanziarlo dal Cristo della Chiesa, si risolve in definitiva in un radicale rifiuto della storia. La storia a cui Gesú ha dato luogo, che ha creato con la sua vita, non solo non è presa in considerazione, ma ogni forzo è fatto da alcuni per annullarla, alla ricerca di un punto di partenza staccato da essa, in antitesi con essa.

Non si applica in questo caso il principio ermeneutico della Wirkungsgeschichte, della storia degli effetti, che tiene conto non solo degli influssi subiti, ma anche degli effetti prodotti e degli influssi esercitati. L’interprete, afferma H.- G. Gadamer, non può porsi al di sopra della tradizione che lo lega al passato che sta studiando, ma può cominciare a capire adeguatamente soltanto in quanto parte di questa tradizione e grazie ad essa[16]. Non credo che ciò debba intendersi nel senso che solo chi aderisce interiormente al cristianesimo può capire qualcosa di esso, ma certo dovrebbe mettere in guardia dal credere che solo ponendosi al di fuori di esso si possa dire qualcosa di oggettivo su di esso.

È attraverso la Chiesa e per la Chiesa che Gesú ha cambiato il mondo. Senza “quello sbaglio chiamato cristianesimo”, come lo definisce qualcuno[17], non saremmo qui a parlare di lui. Gesú sarebbe oggi un oscuro rabbi della Galilea, il cui nome a malapena si leggerebbe in una nota a Tacito o a Giuseppe Flavio. Non ci sarebbero stati un Agostino, un Francesco d’Assisi, un Tommaso d’Aquino, Lutero, Pascal; non ci sarebbero state le cattedrali gotiche e le chiese romaniche, Dante, la pittura rinascimentale, Michelangelo e la Cappella Sistina, Bach e le sue Passioni, Mozart e le sue Messe. Non ci sarebbero stati, soprattutto, le innumerevoli schiere di uomini e donne che, in nome del Cristo conosciuto nella Chiesa, si sono chinati su tutte le sofferenze e le solitudini umane.

Siamo sicuri che il nostro mondo sarebbe migliore senza tutto questo? Il cristianesimo storico non è stato solo crociate, inquisizione o guerre di religione, anche se, ahimè, è stato anche questo.





[1] P. Fredriksen , From Jesus to Christ. The Origins of the New Testament Images of Jesus, 2nd edition,Yale University Press, 2000.

[2] Cf. E. P. Sanders, Jesus in Historical Context [http://theologytoday.ptsem.edu/oct1993/v50-3-article8.htm].

[3] J. Dunn, Christianity in the Making, I, Grand Rapids, Mich. 2003, cit. dall’edizione italiana: Gli albori del cristianesimo, I, 1, Paideia, Brescia 2006, p. 113.

[4] G. Theissen e Annette Merz, Der historische Jesus: ein Lehrbuch, Vandenhoeck & Ruprecht, G`ttingen 19992.Trad. ital. Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia 20032.

[5] J. Meier, A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus, Doubleday, New York 1991, cit. nell’edizione italiana Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Quesriniana, Brescia 20022.

[6] Sulla teoria di Gesú cinico cf. B. Griffin, Was Jesus a Philosophical Cynic? [http://www-oxford.op.org/allen/html/acts.htm].

[7] Cf. il saggio di Harold Bloom, “Whoever discovers the interpretation of these sayings…”, pubblicato in appendice all’edizione del Vangelo copto di Tommaso curata da Marvin Meyer: The Gospel of Thomas. The Hidden Sayings of Jesus, Harper Collins Publishers, San Francisco 1992.

[8] Op. cit. p. 624.

[9] Ib. pp. 636-646.

[10] Joseph Ratzinger –Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p. 409.

[11] Cf. H. de Lubac, Exégèse médiévale. Les quatre sens de l’Ecriture, 4 voll., Aubier, Paris 1959-1964.

[12] C.H. Dodd, Storia ed Evangelo, Brescia 1976, p. 87.

[13] M. Dibelius, Iesus, Berlino 1966, p. 117.

[14] L. Hurtado, Lord Jesus Christ. Devotion to Jesus in Earliest Christianity, Grand Rapids, Mich. 2003, cit. nell’ediz. italiana Signore Gesù Cristo, 2 voll. Paideia, Brescia 2007, p. 643.

[15] J. Dunn, Jesus and the Spirit. A Study of the religious and Charismatic Experience of Jesus and the First Christians as Reflected in the New Testament, SCM Press, London 1975.

[16] Cit. da Dunn, op, cit., I, p. 112.

[17] P. Hollenbach, The Historical Jesus Question, in BTB 19 (1989), p. 20.

Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Resurrezione di Cristo




IL TERZO GIORNO RISUSCITO' DAI MORTI

638 “Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù” (⇒ At 13,32-33). La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce:

Cristo è risuscitato dai morti.

Con la sua morte ha vinto la morte,

Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].

I. L'avvenimento storico e trascendente

639 Il mistero della Risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l'anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (⇒ 1Cor 15,3-4). L'Apostolo parla qui della tradizione viva della Risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [Cf ⇒ At 9,3-18 ].

Il sepolcro vuoto

640 “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (⇒ Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di Pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L'assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Cf ⇒ Gv 20,13; 640 ⇒ Mt 28,11-15 ]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell'evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, [Cf ⇒ Lc 24,3; ⇒ Lc 24,22-23 ] poi di Pietro [Cf ⇒ Lc 24,12 ]. “Il discepolo... che Gesù amava” (⇒ Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo “le bende per terra” (⇒ Gv 20,6), “vide e credette” (⇒ Gv 20,8). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, [Cf ⇒ Gv 20,5-7 ] che l'assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Cf ⇒ Gv 11,44 ].

Le apparizioni del Risorto

641 Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l'imbalsamazione del Corpo di Gesù, [Cf ⇒ Mc 16,1; ⇒ Lc 24,1 ] sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Cf ⇒ Gv 19,31; ⇒ Gv 19,42 ] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Cf ⇒ Mt 28,9-10; 641 ⇒ Gv 20,11-18 ]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Cf ⇒ Lc 24,9-10 ]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [Cf ⇒ 1Cor 15,5 ]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, [Cf ⇒ Lc 22,31-32 ] vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (⇒ Lc 24,34).

642 Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli - e Pietro in modo del tutto particolare - nella costruzione dell'era nuova che ha inizio con il mattino di Pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi testimoni della Risurrezione di Cristo [Cf ⇒ At 1,22 ] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [Cf ⇒ 1Cor 15,4-8 ].

643 Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la Risurrezione di Cristo al di fuori dell'ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Cf ⇒ Lc 22,31-32 ]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti [Avevano il “volto triste”: ⇒ Lc 24,17 ] e spaventati, [Cf ⇒ Gv 20,19 ] perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento” (⇒ Lc 24,11) [ Cf ⇒ Mc 16,11; ⇒ Mc 16,13 ]. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera “per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (⇒ Mc 16,14).

644 Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Cf ⇒ Lc 24,38 ] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Cf ⇒ Lc 24,39 ]. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” (⇒ Lc 24,41). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Cf ⇒ Gv 20,24-27 ] e, quando vi fu l'ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, “alcuni. . . dubitavano” (⇒ Mt 28,17). Per questo l'ipotesi secondo cui la Risurrezione sarebbe stata un “prodotto” della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata - sotto l'azione della grazia divina - dall'esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto.

Lo stato dell'umanità di Cristo risuscitata

645 Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Cf ⇒ Lc 24,39; 645 ⇒ Gv 20,27 ] e la condivisione del pasto [Cf ⇒ Lc 24,30; 645 ⇒ Lc 24,41-43; ⇒ Gv 21,9; ⇒ Gv 21,13-15 ]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, [Cf ⇒ Lc 24,39 ] ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Cf ⇒ Lc 24,40; 645 ⇒ Gv 20,20; ⇒ Gv 20,27 ]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, [Cf ⇒ Mt 28,9; ⇒ Mt 28,16-17; ⇒ Lc 24,15; 645 ⇒ Lc 24,36; ⇒ Gv 20,14; ⇒ Gv 20,19; ⇒ Gv 20,26; ⇒ Gv 21,4 ] poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Cf ⇒ Gv 20,17 ]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l'aspetto di un giardiniere [Cf ⇒ Gv 20,14-15 ] o sotto altre sembianze, [Cf ⇒ Mc 16,12 ] che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Cf ⇒ Gv 20,14; ⇒ Gv 20,16; 645 ⇒ Gv 21,4; ⇒ Gv 20,7 ].

646 La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è “l'uomo celeste” [Cf ⇒ 1Cor 15,35-50 ].

La Risurrezione come evento trascendente

647 “O notte - canta l'“Exultet” di Pasqua - tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell'avvenimento stesso della Risurrezione e nessun evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un'altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la Risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, al cuore del Mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, [Cf ⇒ Gv 14,22 ] “a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme”, i quali “ora sono i suoi testimoni davanti al popolo” (⇒ At 13,31).

II. La Risurrezione - opera della Santissima Trinità

648 La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che “ha risuscitato” (⇒ At 2,24) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti” (⇒ Rm 1,3-4). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Cf ⇒ Rm 6,4; ⇒ 2Cor 13,4; ⇒ Fil 3,10; ⇒ Ef 1,19-22; 648 ⇒ Eb 7,16 ] per l'opera dello Spirito che ha vivificato l'umanità morta di Gesù e l'ha chiamata allo stato glorioso di Signore.

649 Quanto al Figlio, egli opera la sua propria Risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell'uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Cf ⇒ Mc 8,31; ⇒ Mc 9,9-31; 649 ⇒ Mc 10,34 ]. Altrove afferma esplicitamente: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla. . . ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla” (⇒ Gv 10,17-18). “Noi crediamo. . . che Gesù è morto e risuscitato” (⇒ 1Ts 4,14).

650 I Padri contemplano la Risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: “Per l'unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell'uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la Risurrezione per l'unione delle due parti separate” [San Gregorio di Nissa, In Christi resurrectionem, 1: PG 46, 617B; cf anche “Statuta Ecclesiae Antiqua”: Denz. -Schönm., 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistolae: ibid. , 359; Ormisda, Lettera Inter ea quae: ibid. , 369; Concilio di Toledo XI: ibid., 539].

III. Senso e portata salvifica della Risurrezione

651 “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede” (⇒ 1Cor 15,14). La Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

652 La Risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell'Antico Testamento [Cf ⇒ Lc 24,26-27; ⇒ Lc 24,44-48 ] e di Gesù stesso durante la sua vita terrena [Cf ⇒ Mt 28,6; ⇒ Mc 16,7; ⇒ Lc 24,6-7 ]. L'espressione “secondo le Scritture” (⇒ 1Cor 15,3-4 e Simbolo di Nicea-Costantinopoli) indica che la Risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.

653 La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua Risurrezione. Egli aveva detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono” (⇒ Gv 8,28). La Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente “Io Sono”, il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: “La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi. . . risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: "Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato"” (⇒ At 13,32-33) [Cf ⇒ Sal 2,7 ]. La Risurrezione di Cristo è strettamente legata al Mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.

654 Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio [Cf ⇒ Rm 4,25 ] “perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (⇒ Rm 6,4). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia [Cf ⇒ Ef 2,4-5; ⇒ 1Pt 1,3 ]. Essa compie l'adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: “Andate ad annunziare ai miei fratelli” (⇒ Mt 28,10; ⇒ Gv 20,17). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione.

655 Infine, la Risurrezione di Cristo - e lo stesso Cristo risorto - è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. . . ; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (⇒ 1Cor 15,20-22). Nell'attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano “le meraviglie del mondo futuro” (⇒ Eb 6,5) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: [Cf ⇒ Col 3,1-3 ] “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (⇒ 2Cor 5,15).

IN SINTESI

656 La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell'umanità di Cristo nella gloria di Dio.

657 La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all'incontro con il Risorto.

658 Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (⇒ Col 1,18), è il principio della nostra Risurrezione, fin d'ora per la giustificazione della nostra anima , [Cf ⇒ Rm 6,4 ] più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Cf ⇒ Rm 8,11 ].




Don Giussani: Cristo contro il nulla

L’uomo davanti al Mistero, la sua fragilità abbracciata e redenta Il desiderio e la preghiera Una meditazione tenuta nel 1992 dal fondatore di Cl
«Il cristianesimo è l'esaltazione della realtà concreta. Senza la resurrezione c'è una sola alternativa: il niente, tutto è illusione, siamo ingannati. Ma nella luce di Pasqua che irradia il nostro vivere il reale si rigenera» «Mai la parola chiedere, pregare, supplicare diventa così decisiva come di fronte al Risorto Domandare, questa è la ricchezza più grande»

di Luigi Giussani

Tratto da Avvenire del 15 aprile 2006

Pubblichiamo alcuni passaggi di una conversazione svolta da don Luigi Giussani a un ritiro ell'associazione «Memores Domini» a Riva del Garda, il 16 maggio 1992. Il testo integrale è contenuto nel numero di aprile del mensile «Tracce».

Il Mistero non è l'ignoto; è l'ignoto in quanto diventa contenuto di esperienza sensibile. È un concetto molto importante: per questo si parla del mistero dell'Incarnazione, del mistero dell'Ascensione, del mistero della Risurrezione. Dio come Mistero sarebbe un'immagine intellettuale se ci si arrestasse alla frase così come è detta: "Dio è Mistero". Il Dio vivente è il Dio che si è rivelato nell'Incarnazione: nella morte e nella Risurrezione di Cristo. Il Dio vero è Colui che è venuto tra noi, reso sensibile, toccabile, visibile, udibile.
Comunque, è ben vero che il Mistero non può essere posseduto: è oggetto di esperienza ma non può essere posseduto, cioè misurato, esaurito, abbracciato nella sua totalità. Ma è altrettanto vero che è posseduto. Il Verbo di Dio, fatto seme nel seno della Madonna, la Madonna lo possedeva; fatto bambino, giovane, uomo, la Madonna come madre lo possedeva, come donna che era sua madre lo possedeva. È un possesso inesauribile e, perciò, non può che essere vissuto nell'umiltà. Quell'umiltà che dovrebbe riverberarsi poi ed è l'unica sorgente da cui si può riverberare tra l'"io" e il "tu" umano: tra una persona e un'altra persona, perché l'altro sorge da Dio. (…)
Il Mistero si è reso sperimentabile, si è reso presenza nella storia dell'uomo. Proviamo a pensare a quello che abbiamo detto nelle Lodi: "Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti". La resurrezione è il culmine del mistero cristiano. Tutto è stato fatto per questo, perché questo è l'inizio della gloria eterna di Cristo: "Padre, è venuta l'ora, glorifica il Figlio tuo". Tutto e tutti abbiamo un senso in questo avvenimento: Cristo risorto. La gloria di Cristo risorto è la luce, il colorito, l'energia, la forma del nostro esistere, dell'esistere di tutte le cose.
La centralità della resurrezione di Cristo è direttamente proporzionale alla nostra fuga, come da un incognito, alla nostra smemoratezza di essa, alla timidezza con cui pensiamo alla parola e ne siamo come rimbalzati via: a ciò è direttamente proporzionale la decisività della resurrezione, come proposizione del fatto di Cristo, come contenuto supremo del messaggio cristiano, nel quale contenuto si avvera quella salvezza, quella purificazione dal male, quella rinascita dell'uomo, per cui Egli è venuto.

È nel Mistero della resurrezione il culmine e il colmo dell'intensità della nostra autocoscienza cristiana, perciò dell'autocoscienza nuova di me stesso, del modo con cui guardo tutte le persone e tutte le cose: è nella resurrezione la chiave di volta della novità del rapporto tra me e me stesso, tra me e gli uomini, tra me e le cose. Ma questa è la cosa da cui noi rifuggiamo di più. È come la cosa più, se volete, anche rispettosamente, lasciata da parte, rispettosamente lasciata nella sua aridità di parola intellettualmente percepita, percepita come idea, proprio perché è il culmine della sfida del Mistero alla nostra misura. (…)
Il cristianesimo è l'esaltazione della realtà concreta, l'affermazione del carnale, tanto che Romano Guardini dice che non c'è nessuna religione più materialista del cristianesimo; è l'affermazione delle circostanze concrete e sensibili, per cui uno non ha nostalgia di grandezza quando si vede limitato in quel che deve fare: quel che deve fare, anche se piccolo, è grande, perché dentro lì vibra la Risurrezione di Cristo. "Immersi nel grande Mistero". È sperperare qualche cosa dell'Essere, dilapidare l'Essere della sua grandezza, della sua potenza e della sua signoria; è lentamente svuotare di contenuto e far appassire l'Essere, Dio, il Mistero, l'Origine e il Destino, se noi non ci sentiamo immersi in questo Mistero, nel grande Mistero: la Risurrezione di Cristo. Immersi come l'io è immerso nel "tu" pronunciato con tutto il proprio cuore, come il bambino quando guarda la madre, come il bambino sente la madre. L'intelligenza del bambino bisogna che sia recuperata in noi. Si chiama "fede" l'intelligenza umana quando, rimanendo nella povertà della sua natura originale, è tutta riempita da altro, poiché in sé è vuota, come braccia spalancate che hanno ancora da afferrare la persona che attendono. Non mi posso concepire se non immerso nel Tuo grande Mistero: la pietra scartata dai costruttori di questo mondo, o da ogni uomo che immagina e progetta la sua vita, si è fatta pietra d'angolo su cui solo si possa costruire. Questo Mistero, Cristo risorto, è il giudice della nostra vita; Egli, che la giudicherà tutta alla fine, la giudica di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, senza soluzione di continuità. Voglio sottolineare che questo "vederLo" come il Risorto, questo riconoscere ciò che è accaduto di Lui, di Lui morto, è un giudizio: sei risorto, o Cristo. "Cristo è risorto" è un giudizio, perciò è un gesto, un atto dell'intelletto che sfonda l'orizzonte normale della razionalità e afferra e testimonia una Presenza che da tutte le parti oltrepassa l'orizzonte del gesto umano, dell'esistenza umana e della storia. (…)

È per grazia che noi possiamo riconoscerlo risorto e che noi possiamo immergerci nel suo grande Mistero; è per grazia che noi possiamo riconoscere che, se Cristo non fosse risorto, vano è tutto, vana è la nostra fede, cioè, diceva san Paolo, vana è la nostra affermazione positiva, sicura, gioiosa, vano è il nostro messaggio di felicità e di salvezza, e "voi siete ancora nei vostri peccati", cioè nella menzogna, nel non-essere, nel non riuscire ad essere.
Senza la resurrezione di Cristo c'è una sola alternativa: il niente. Noi non pensiamo mai a questo. Perciò passiamo le giornate con quella viltà, con quella meschinità, con quella storditezza, con quell'istintività ottusa, con quella distrazione ripugnante in cui l'io si disperde. Così che, quando diciamo "io", lo diciamo per affermare un nostro pensiero, una nostra misura (chiamata anche "coscienza") o un nostro istinto, una nostra voglia di avere, un nostro preteso, illusorio possesso.

Al di fuori della resurrezione di Cristo, tutto è illusione: ci gioca. Illusione è una parola latina che ha come ultima sua radice la parola "gioco": siamo giocati, giocati dentro, illusi. Ci è facile guardare tutto lo sterminato gregge degli uomini nella nostra società: è la grande, sterminata presenza della gente che vive nella nostra città, della gente che vive vicino a noi nella parrocchia, nella Chiesa, della gente più strettamente vicina a noi nella casa. E noi non possiamo negare di sperimentare questa meschinità, questa grettezza, questa storditezza, questa distrazione, questo smarrirsi totale dell'io, questo ricondursi dell'io ad affermazione accanita e presuntuosa del pensiero che viene (chiamandolo "voce" o "verità della mia coscienza") o dell'istinto che pretende afferrare e possedere una cosa che lui decide essergli piacevole, soddisfacente, utile. (…)
Mai la parola chiedere, pregare, domandare diventa così decisiva come di fronte al Mistero di Cristo risorto. Per immergerci nel grande Mistero dobbiamo supplicare, domandare: domandare, questa è la ricchezza più grande. Come l'intelligenza più grande è affermarlo, così l'affettività più ricca è domandarlo, il realismo più intenso e più drammatico è domandarlo. (…)
Se il tuo desiderio è davanti a lui [il Mistero], lui che vede nel segreto lo esaudirà. Il tuo desiderio è la tua preghiera [la tua domanda]; se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera. L'Apostolo infatti non a caso afferma: "Pregate incessantemente" (1Ts 5,17). S'intende forse che dobbiamo stare continuamente in ginocchio o prostrati o con le mani levate per obbedire al comando di pregare incessantemente? Se intendiamo così il pregare, ritengo che non possiamo farlo senza lunghe interruzioni. Ma v'è un'altra preghiera [un'altra domanda], quella interiore; e questa è senza interruzione ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato [che è il grande giorno di Cristo], non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare. (…)

Che cosa accade di fronte alla grazia che rende la nostra intelligenza e la nostra affettività capaci di sperimentare l'immergersi nel Mistero di Cristo risorto? Che cosa accade immergendoci nel grande Mistero di Cristo risorto? Che cosa accade, fondamentalmente, quando la grazia ci è data come intelligenza e come affettività, quando la grazia ci rende credenti? Quello che accade "fondamentalmente" perché è la pietra angolare, su cui si costruisce tutto, quella che ci viene data per questa grazia credo ci sia una parola che lo esprime: è la parola "luce". Immaginiamoci, dunque, la notte; una notte fonda, senza luna e con le stelle oscurate dalle nuvole, una notte oscura. Immaginiamoci, improvvisamente, il sole. Paragoniamo le due cose: è sorto il mondo, non c'era ed è sorto, definito nei suoi particolari, nei fili d'erba, nel fiorellino del campo, nell'uccellino che cade come nel Benedicite alle Lodi: il cielo e la terra, il vento e la pioggia, il sole e il calore. Nasce il mondo in questa luce gettata sulla nostra esperienza della realtà, in questa luce che si irradia, che irradia tutto il nostro vivere, cioè tutto il nostro rapporto con il reale: il reale si rigenera, il reale rinasce, è generato, si rigenera. Non per nulla il Battesimo era dato a Pasqua, e il Battesimo è "nascere di nuovo", un nascere diverso, una "nuova creatura", la vera protagonista della storia, anche se fosse sola e uccisa: Cristo.