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II domenica del Tempo Ordinario (Anno C)





Il Signore ha qui una sposa che egli ha redento col suo sangue,
e alla quale ha dato come pegno lo Spirito Santo.
L’ha strappata alla tirannia del diavolo,
è morto per le sue colpe,
è risuscitato per la sua giustificazione.
Chi può offrire tanto alla sua sposa?
Offrano pure gli uomini quanto c’è di meglio al mondo:
oro, argento, pietre preziose, cavalli, schiavi, ville, possedimenti:
ci sarà forse qualcuno che può offrire il suo sangue?
Se uno offrisse il suo sangue per la sposa, come potrebbe sposarla?
Il Signore invece affronta serenamente la morte,
dà il suo sangue per colei che sarà sua dopo la risurrezione,
colei che già aveva unito a sé nel seno della Vergine.

S. Agostino 






Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-11.

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. .

Il commento

C'è un luogo dove qualcuno spera e crede per me, anche quando ho smarrito la speranza, e di fede neanche l'ombra. E' la Chiesa. Il Vangelo di questa domenica presenta un aspetto molto singolare: Maria, di fronte allo scarseggiare del vino, fa presente a Gesù la situazione difficile degli sposi. Ma Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni, non aveva ancora compiuto nessun miracolo, nessun segno lo aveva manifestato quale Messia pubblicamente. Parimenti nel Vangelo giovanneo sino all'episodio di Cana non v'è traccia di Maria. Attraverso il segno compiuto da Gesù, ci viene svelata l'identità di sua Madre. E subito balza agli occhi come Maria mostra di sapere, laddove nessuno sa, chi è suo Figlio. Si rivolge a Lui, e non era certo per un consiglio o una semplice constatazione della situazione. Maria sa, Maria crede, Maria spera. Di fronte alla risposta apparentemente brusca di Gesù non si arrende, anzi, si rivolge agli inservienti suggerendo loro di avvicinarsi a Gesù e a “fare quello che Egli avrebbe detto”. Come a Cana anche “ tutta la terra d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane”. E il faraone, come Maria, “disse a tutti gli egiziani: Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà” (Gen 41,55). Il faraone, come Maria, conosceva Giuseppe: “Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio? Tu stesso sarai il mio governatore e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo” (Gen 41,38.40). L’ebraico recita, letteralmente: «sulla tua bocca ti bacerà tutto il mio popolo», mentre la versione greca della LXX traduce: «alla tua bocca obbedirà tutto quanto il mio popolo». Non a caso il Cantico dei Cantici inizia con parole nelle quali risuonano quelle del faraone, con un singolare riferimento all’episodio delle nozze di Cana: “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino… Attirami dietro a te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino” (Ct. 1, 2-3). Il bacio, che nella cultura egiziana esprimeva la sottomissione e significava “al tuo comando”, nell’ebraismo era il segno della comunione più intima, il sacramento della fedeltà fondata nell'amore: "Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo" (Rom 16,16). Un poeta ebreo russo, Zalman Schneur, scriveva: "Mia colomba, tu non sai come ci baciamo noi ebrei. Fino a che, petto contro petto, nessuno dei due sappia qual è il suo cuore né distingua il cuore dell'altro. Materia e corpo sono spariti. Non resta che un soffio e un'anima: non esistono più parole, solo esiste il parlare della pupilla degli occhi". Per questo, secondo la tradizione ebraica, "Dio ha parlato con noi faccia a faccia, come un uomo che bacia il proprio amico" (Targum Shir Ha-Shirim), mentre "le parole della legge furono date attraverso un bacio" (Cantico Rabba).. In filigrana, nelle parole che Maria dirige ai “servi”, possiamo raccogliere tutto quanto abbiamo appena abbozzato; Ella, con una fede incrollabile, desidera quello che desiderano gli sposi, essendo oltre che Madre anche la Sposa perfetta dello Sposo più bello: "Ti scongiuro - pare dire la sposa - perché finalmente tu lo mandi a me… venga proprio lui e mi baci con i baci della sua bocca, cioè infonda nella mia bocca le parole della sua bocca ed io lo ascolti parlare o lo veda insegnare - in che modo si compia la profezia di Isaia: Non un inviato né un angelo, ma il Signore stesso salva" (Origene, Commento al Cantico dei Cantici). La sua preghiera ha il potere di rendere contemporanea l’ora di Gesù, quel giorno a Cana, come nella nostra vita. Le sue parole ci consegnano, dischiuse e generose, le labbra di Gesù: attraverso di Lei possiamo avvicinarci senza timore alla fonte dell’obbedienza e della gioia; è Maria, infatti, che ci introduce nell’intimità fedele dove non esistono che “soffio e anima”, la stanza del Re nella quale abbeverarci e inebriarci del “vino” buono che è immagine della tenerezza e dell’amore di Cristo. Non si tratta di ostinazione, ma di conoscenza. Maria ha generato il Figlio di Dio nella stessa debolezza di ciascuno di noi, per questo è certa che può compatire le nostre sofferenze. Ma proprio sentendosi chiamare “Donna”, Ella rammenta e riconosce anche la natura divina di suo Figlio, e per questo crede che solo Lui potrà salvare le nozze di quei due sposi. Nonostante Gesù le abbia detto che la sua ora non era ancora giunta, Maria sembra quasi scavalcare la stessa volontà di Dio, o almeno ne accelera il compimento. Fin qui appare la preoccupazione materna di Maria per i due sposi a corto di vino. Ma quel che è ancor più singolare è che Gesù, senza opporre alcuna resistenza - e avrebbe potuto... - si piega alla volontà della Madre e fa esattamente come Lei aveva detto ai servi. Sembra quasi che Gesù avesse pronto una sorta di manuale di istruzioni per quel caso specifico, tanto dettagliate e pronte sono state le sue istruzioni impartite ai servi. E appare così il “vino nuovo”, la festa dove ci si stava intristendo, la vita dove incombeva la morte. Appare il primo segno di Gesù, e Maria ne è l'artefice nascosta, la regista di un'opera di salvezza capace di salvare ciò che sembrava irreparabile, anticipo della resurrezione del suo Figlio al “terzo giorno” dopo la Croce sotto la quale, fedele, sarebbe rimasta a nome di ciascuno di noi.

Maria è immagine della Chiesa che, come Lei, conosce il Signore. Sa che Lui può davvero tutto. E conosce la realtà di ciascuno dei suoi figli, perché vede con occhi materni. E spera e crede per loro. La Chiesa sa che Gesù è Dio, e può, nella sua infinita misericordia, cambiare i suoi stessi piani, quando sono in gioco la salvezza e la gioia dei suoi figli. Colpisce l'obbedienza di Gesù a sua Madre, speculare alla fede incrollabile di Lei. Colpisce questa segreta alleanza che travalica le parole rudi di Gesù, e scioglie in una misericordia incomprensibile anche lo stesso piano di Dio. Maria forza il cuore di Gesù, e Gesù si lascia forzare. L'amore e l'urgenza della vita concreta delle persone inducono la Chiesa a sperare contro ogni speranza. Maria del resto aveva sperimentato che a Dio davvero nulla è impossibile. Maria sapeva che quel Figlio era il frutto impossibile che Dio aveva reso possibile. Per questo non si arrende, vibra in Lei la certezza che Dio non si smentisce mai, che solo Lui può amare senza misura, stravolgendo la tabella di marcia prevista. Perché se è vero che vi è un progetto per ciascuno, è altrettanto vero che tutti siamo liberi di frustrarlo e deviare verso cammini di morte. Siamo liberi di stracciare la volontà di Dio, e rifiutare il banchetto di nozze del Vangelo preparato per noi. La nostra vita è data per essere feconda e dare frutto. Ma possiamo dimenticare o rifiutare il vino, possiamo restarne sprovvisti, abbandonando la preghiera, vivendo superficialmente, peccando e seguendo i dettami della carne. Ma Maria e Gesù sono invitati al banchetto, “si trovano là” anche loro, con i discepoli, nella nostra vita. Non ci lasciano, e osservano, trepidano, e ci amano. Maria e la Chiesa sono preoccupati per noi. E nelle situazioni più difficili, spera e crede al posto nostro, anche quando ci prende la disperazione e non sappiamo credere. Quando ci blocchiamo sui nostri fallimenti e sui nostri peccati, la Chiesa non smette di sperare la nostra salvezza. Anche nei momenti più bui c'è chi riesce a vedere il segno del riscatto, “l'ora” di Gesù. Nella Chiesa ogni peccato, ogni fallimento, ogni debolezza, hanno l’aspetto dell'ora inaspettata, anticipata e compiuta, nella quale Gesù sconfigge la morte. Nella Chiesa la valle del pianto si cambia in sorgente di vita, l'acqua insapore dei giorni avvelenati dal peccato è tramutata in vino d'amore e servizio: “ Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida di Lui, l’acqua della vita quotidiana si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita “ (Benedetto XVI). La Chiesa è il nostro luogo, la nostra casa, dove possiamo sempre ricominciare e ripartire, ogni volta più ricchi, anche quando abbiamo perso tutto; nella comunità, infatti, possiamo conoscere il nostro autentico Sposo, Gesù che, Lui solo, può unirsi a noi al punto di trasformare la nostra acqua nel suo sangue, e “riempire le giare” delle nostre povere opere incapaci di purificarci, con il “vino buono” della sua vita offerta per perdonarci e renderci capaci di opera di vita eterna. Non a caso le giare sono “di pietra”, immagine della Toràh scolpita su tavole di pietra; nel midràsh ebraico leggiamo: “Il Sinai è la cantina dove fin dalla creazione del mondo è stato tenuto in serbo per Israele il vino delizioso della Toràh. Disse l’Assemblea d’Israele: Il Santo - benedetto egli sia - mi ha condotto alla grande cantina del vino, cioè al Sinai” (Ct R 2,12; cf Nm R 2,3; Pr 9,5). Nella Chiesa possiamo rifugiarsi allorché abbiamo smarrito speranza e gioia, schiavi dei nostri cuori “di pietra”, tanto induriti da rendere come sterile anche la Parola di Dio. Quando sul Sinai il Signore aveva sposato il suo Popolo, prima di donargli il vino della Toràh, Egli chiese a Mosè se accettavano la sua Legge. Mosè rispose: “Tutto quello che dice il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. Sappiamo poi come sia andata, non diversamente dalla nostra vita, eletta per la gioia nel battesimo che ha sancito l’Alleanza del Padre con i suoi figli, stracciata mille volte dalla disobbedienza e dall’ostinazione. Come il Popolo di Israele e come gli sposi di Cana, anche noi abbiamo visto la nostra vita precipitare nel grigiore e nell’angoscia che aggrediscono quando la Parola non ci dice più nulla, e sembra acqua fresca che non può curare le ferite. Ma Maria, la “donna” immagine a un tempo del Popolo dell’Antica e della Nuova Alleanza, la Chiesa con i suoi discepoli e i suoi diaconi - i “servi” del vangelo – obbedisce al Signore compiendo così l’Alleanza, e ci accoglie nella sua umiltà perché possiamo appoggiarci alla sua fede. In Maria e Gesù si compiono finalmente le nozze messianiche, e, in Lei, anche noi possiamo averne parte. La Chiesa infatti, attraverso la predicazione e i sacramenti, cerca in noi ogni goccia della nostra umanità, ogni stilla della storia vissuta sino ad oggi, perché Cristo, misteriosamente, obbedendo alla volontà d'amore di sua Madre e di suo Padre, le trasformi in “vino buono”: il “sangue della vigna”, come gli ebrei chiamavano il vino, penetrando nel nostro cuore, lo purifica corrodendo la malizia del peccato, e lo trasforma nel cuore stesso di Cristo. Irrorata dal vino della Toràh - la Parola divenuta carne e sangue offerti per amore – la nostra carne è ormai libera per compiere la Volontà di Dio che scorre viva nelle vene per muovere mente e cuore nell’amore. Entriamo allora con lo Sposo nella “cella del vino”, la cantina sotto il Trono di Dio, dove ogni istante della nostra vita ci è svelato come le sei giare - sei come i giorni della creazione aperti verso il riposo – preparate per il vino nuovo che profetizzava la nuova ed eterna Alleanza, in attesa dell’ora di Gesù, l’ora di oggi, che inaugura per noi il riposo nella pienezza del suo amore: “Sia lui a baciarmi con il bacio della sua bocca, la sua presenza misericordiosa e la ricchezza della sua eccelsa dottrina creino dentro di me "una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna". Non presterò più attenzione a sogni o visioni, non mi attraggono più simboli ed enigmi; persino gli angeli mi lasciano indifferente. Il mio Gesù è infinitamente più bello di loro. Non voglio nessun altro, né angelo né uomo. Voglio che soltanto lui mi baci con il bacio della sua bocca»” (San Bernardo).




APPROFONDIMENTI

 

 

Benedetto XVI. Le nozze di Cana. Catechesi per i fidanzati

Frédéric Manns. Maria, una donna ebrea

Angelo del Favero. Il segno di Cana. La vita è abbondanza

Giovanni Paolo II. aria alle nozze di Cana
Raniero Cantalamessa. I rapporti e i valori familiari secondo la Bibbia
Le nozze di Cana e la fiducia in Maria. S. Alfonso Maria de’ Liguori

Cana: Il senso del terzo giorno

Aristide Serra. Senza Maria non si è veri discepoli del Signore

Aristide Serra. Cana e la creazione di un popolo

A. Serra e F. Breynaert. Cana e la creazione del mondo

Aristide Serra. Gv 2,4 : Quando bisogna crescere nella fede

Aristide Serra. L'acqua, il vino e la Torah del Messia

Aristide Serra. Gv 2, 6 : Le sei giare e la pienezza dei tempi

Aristide Serra. La presenza e la funzione della Madre del Messia nell'Antico Testamento




Frédéric Manns. Maria, una donna ebrea

La gloria di Maria viene dalla sua fede, e non dal fatto di appartenere al popolo ebraico. «Beata colei che ha creduto», dice Elisabetta a Maria. Però la nostra fede nell'incarnazione ci costringe a reinserire Maria e Gesù nel loro contesto sociale e religioso della Galilea del primo secolo. 

Ogni mattina Maria, come tutte le donne ebree, recitava una benedizione quando si svegliava: «Benedetto sei tu Signore che mi ha creato secondo la tua volontà». Gli uomini invece recitavano tre benedizioni diverse. In altre parole ogni giorno Maria accettava la sua condizione di donna, che in Oriente era inferiore a quella dell'uomo. Faceva memoria che era una creatura di Dio e che Dio aveva coronato la sua creatura di gloria e di onore come dice il Salmo 8.

Maria sapeva come tutti gli ebrei che il corpo dell'uomo e della donna è un tempio dello Spirito. Filone di Alessandria e Paolo di Tarso avevano sviluppato questa teologia. Come Tempio ciascuno porta in se la sua Menorah sul suo viso dove ci sono sette aperture. Quindi accendere la Menorah del volto significa fare un sorriso all'altro, riguardarlo con simpatia e trasmettere la luce dello Spirito. 

Maria aveva possibilità di recarsi alla sinagoga, perché nel primo secolo le sinagoghe erano molto semplici: una stanza rettangolare con una porta. Le sinagoghe antiche di Gamla, Gerico e Massada sono conosciute. I testi del Talmud dicono espressamente che le donne potevano recarsi nella sinagoga. Anche se per le donne non c'era nessun obbligo di pregare alla sinagoga, c'è un fatto da ricordare: le più belle preghiere della Bibbia sono preghiere di donne (il canto di Myriam, sorella di Mosè, il canto di Debora, il canto di Anna, le preghiere di Ester).

Maria alla sinagoga poteva memorizzare facilmente le preghiere delle donne di cui parla la Bibbia. E ascoltava la recita quotidiana da parte degli uomini della preghiera dello Shema Israel. Ascoltava i poemi del Servo di Dio che ricordavano che la missione di Israele è di portare la luce nel mondo. Anche Maria entrerà in questa prospettiva accettando di essere la serva del Signore.

Quando visiterà Elisabetta si ricorderà di tanti passi della Scrittura nel suo Magnificat, il che testimonia la sua conoscenza delle Scritture.

Il giudaismo non è una ortodossia, ma una ortoprassi. L'albero si riconosce dai frutti. Sappiamo che il giudeo si distingue quando pratica le opere di carità. Il Targum di Gen 35, 9 offre la lista delle opere di carità: partecipare ai matrimoni, perché Dio ha unito Adama ed Eva; rallegrarsi con chi è nella gioia e piangere con chi piange. Visitare i malati, consolare quelli che piangono, seppellire i morti, dividere il pane con l'affamato e vestire gli ignudi.

Maria, donna ebrea, mette in pratica queste opere di carità. Assiste al matrimonio di Cana, perché era la prima opera di carità da fare per un ebreo. È chiaro che il Vangelo di Giovanni non limita il segno di Cana a questo senso letterale. Aggiunge un senso spirituale molto più ricco. Maria pratica anche un'altra opera di carità: va a trovare Elisabetta, sua cugina, che è incinta. Di nuovo Luca non riduce la scena a questo senso letterale. Ma non si può eliminare questo senso letterale. 

Nell'apocrifo conosciuto sotto il titolo di Dormizione di Maria, prima di morire, Maria chiede a una sua serva di dare i suoi vestiti dopo la sua morte ai poveri. Di nuovo l'apocrifo presenta Maria come una donna che mette in pratica le opere di carità.

Il giudaismo insiste molto sulle regole di purità, specialmente per la donna. Maria ha osservato queste regole. A Nazaret furono trovati tre miqwaot, bagni per le purificazioni delle donne. Sappiamo che 40 giorni dopo la nascita di Gesù Maria si reca a presentare il figlio al tempio e offre secondo la legge di Mosè il sacrificio per i poveri: «Quando venne il tempo della loro purificazione, portarono il bambino a Gerusalemme». Lev 12, 2-4 dice che quando una donna darà alla luce un maschio sarà immonda per sette giorni. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi rimarrà 33 giorni a purificarsi dal suo sangue: non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Maria ha osservato queste norme senza pretendere nessun privilegio.

Ogni sabato Maria preparava la candela sulla mensa di famiglia ed aveva il privilegio di recitare la benedizione quando accendeva la candela: «Benedetto sei tu Signore che ci hai chiesto di accendere la luce». La donna trasmette la luce divenendo madre. Il fariseo Paolo lo ripeterà: la donna si salva divenendo madre (1Tim 2,15). Dopo questa cerimonia seguiva il pranzo, e generalmente dopo la cena venivano eseguiti alcuni canti. Il sabato doveva essere un oneg, un piacere, perché ricordava la creazione. Dio stesso si era riposato dopo aver creato il cielo e la terra. 

Maria compiva il pellegrinaggio a Gerusalemme. Sappiamo dalla Bibbia che solo i maschi avevano l'obbligo di recarsi tre volte all'anno a Gerusalemme «per essere visti dal Signore». Ma le fonti giudaiche ci dicono che nel primo secolo, probabilmente sotto l'influsso dei greci e dei romani, le donne volevano venire anch'esse in pellegrinaggio. Anche il Nuovo Testamento lo conferma: famiglie intere salivano a Gerusalemme. Per la festa di Succot, si dava un posto speciale alle donne. La cerimonia veniva chiamata: la gioia dell'attingimento dell'acqua (simhat bet ha shoeva).

Quando all'età di 12 anni Gesù fa la sua Bar Mitswa (anche se il termine è tardivo la realtà esisteva già come risulta dalla Mishna Abot) Maria è presente con lui. Giuseppe recita la benedizione: «Benedetto sei tu Signore che mi hai tolto la responsabilità di questo ragazzo». A Nazaret Giuseppe e Gesù recitavano ogni mattino e ogni sera lo Shema Israel (Deut 6,4). Maria ascoltava, si univa in silenzio alla loro preghiera, come ogni donna educata fa. Giuseppe e Gesù recitavano la preghiera del Qaddish quando avevano letto un brano della Scrittura. Anche in questa occasione Maria ascoltava: «Che sia esaltato, glorificato, celebrato il suo Nome santo. Che venga il suo regno nei nostri giorni». Maria sapeva che la santificazione del nome veniva fatta non in parole, ma nella vita. Negli apocrifi, in modo speciale nel Protovangelo di Giacomo, Maria viene presentata come nuova Sara, nuova Rebecca e nuova Rachele. Già Luca presenta Maria come nuova Sara. «Niente è impossibile a Dio», la frase dell'angelo si trova già nel racconto della promessa fatta a Sara la donna sterile: «Niente è impossibile a Dio». 

L'apocrifo della Dormizione di Maria presenta gli ultimi giorni di Maria sotto forma di testamento. Sappiamo che il genere letterario del testamento era molto usato. Maria dà le ultime volontà a Giovanni e a Pietro. Poi celebra la sua ultima Festa delle tende, perché questa festa era presentata come anticipazione della celebrazione della risurrezione dei corpi. Maria prende la palma, si reca sul Monte degli Ulivi, il monte della Risurrezione. La cerimonia della sepoltura viene celebrata come nel mondo ebraico. Gli apostoli cantano il salmo di Pasqua: «Quando Israele usci dall'Egitto». L'iconografia bizantina sfrutta molto questo testo apocrifo per evocare gli ultimi momenti terrestri di Maria. Siccome la tradizione giudaica aveva riconosciuto che Myriam, la sorella di Mosé, era morta con un bacio di Dio (al pi Adonai) e che non aveva conosciuto la corruzione della tomba, la comunità giudeo-cristiana dirà che Maria è la nuova Myriam. Come nuova Myriam muore in un bacio del figlio: Gesù si avvicinò a sua madre, la baciò e prese la sua anima, che consegnò nelle mani dell'arcangelo Michele. Maria non ebbe la visita dell'angelo della morte. 

Fermiamoci un istante sul Magnificat che non è opera della teologia di Luca, ma espressione della fede biblica di Maria. È importante correggere lo sbaglio di traduzione: «Ha guardato l'umiltà della sua serva». Tapeinosis non significa umiltà, ma condizione umile e povera. Luca è l'evangelista dei poveri. Se Maria vantasse la sua umiltà, che tipo di umiltà sarebbe? 

I due versetti che manifestano l'intenzione della lode (Lc 1,46b-47: «L'anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l'umiltà della sua serva» ) trovano molti riscontri puntuali nei Salmi: «Benedici, anima mia, il Signore e quanto è in me il suo santo nome (...) Benedici, anima mia, il Signore» (Sal 102,1.22; cfr. 103,1.35). Nel riferirsi alla sua esperienza religiosa, Maria riprende atteggiamenti di donne del passato, in particolare di Anna, per il motivo della gioia della salvezza e per l'espressione «ha guardato l'umiltà (tapeinosis) della sua serva»: «Mi sono rallegrata nella sua salvezza» (1 Sam 2,1). «(Signore...) se davvero guarderai l'umiltà della tua serva...» (1 Sam 1,11).

Il tema della beatitudine risuona nelle parole della madre d'Israele Lea e anche in quelle di Giuditta: «Benedetta sono io, perché le donne mi chiameranno beata» (Gen 30,13). «Quando entrarono da lei, la benedissero tutti insieme e le dissero: «Tu sei la glorificazione di Gerusalemme, tu il grande orgoglio di Israele, tu il grande vanto della nostra gente» (Gdt 15,9).

Un altro ricordo di Sara si trova nei motivi: «Un sorriso fece per me il Signore, infatti chiunque sentirà ciò, si rallegrerà con me» (Gen 21,6).

Maria viene presentata come orante secondo il modello dei Salmi che lei recitava. Basta citare alcuni versetti dei salmi: «La mia anima esulterà nel Signore / si rallegrerà nella sua salvezza» (Sal 34,9). «Esulterò e mi allieterò nella tua misericordia / poiché hai rivolto lo sguardo alla mia umiltà» (Sal 30,8). «(Il Signore...) santo e terribile è il suo nome» (Sal 110,9).

L'affermazione del Magnificat circa la misericordia perenne di Dio (v. 50) ha un parallelo nel Sal 102: «Poiché come l'altezza del cielo dalla terra / il Signore magnificò la sua misericordia su coloro che lo temono (...) / Come un padre ha pietà dei figli, / il Signore ha avuto pietà di coloro che lo temono (...) E la misericordia del Signore è da sempre e per sempre su coloro che lo temono / e la sua giustizia sui figli dei figli» (Sal 102,11.13.17).

La misericordia, che è il comportamento costante di Dio, è il tema guida del Magnificat che collega l'esperienza personale di Maria a quella di Israele. Maria legge l'opera di Dio in lei alla luce delle opere antiche in favore del popolo («ha fatto per me cose grandi - ha fatto prodezze col suo braccio») e, viceversa, vede il futuro del popolo mutato dall'opera che Dio ha fatto in lei. Quest'opera non solo corrisponde all'agire passato del Signore e al suo costante comportamento verso gli uomini, ma addirittura costituisce il compimento delle promesse fatte ai padri a favore dei discendenti di Abramo. 
 

Angelo del Favero. Il segno di Cana. La vita è abbondanza


ROMA, venerdì, 15 gennaio 2010 (ZENIT.org).-“Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino la madre di Gesù gli disse: 'Non hanno più vino'. E Gesù le rispose: 'Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora'. Sua madre disse ai servitori: 'Qualunque cosa vi dica, fatela' (…). Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: 'Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora'. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto scese a Cafarnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni” (Gv 2,1-12).
“Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finchè non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale e nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più dettaDevastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,1-5).
La presenza di Gesù alle nozze di Cana è collocata dall’evangelista Giovanni al settimo giornodalla comparsa (Gv 1,19-28) sulla scena del Battista, “l’amico dello sposo”(Gv 3,29). E’ così stabilita una settimana particolare che rimanda al primo capitolo del libro della Genesi: il racconto della creazione del mondo che Dio fece in sei giorni, dopo dei quali, creata infine la prima coppia umana, “nel settimo giorno cessò da ogni suo lavoro” (Gen 2,2).
Il significato della partecipazione del Signore alla festa di nozze è spiegato assai bene in una catechesi di Giovanni Paolo II:“Il contesto di un banchetto di nozze, scelto da Gesù per il suo primo miracolo, rimanda al simbolismo matrimoniale, frequente nell’Antico Testamento per indicare l’Alleanza tra Dio e il suo popolo e nel Nuovo Testamento per significare l’unione di Cristo con la Chiesa. La presenza di Gesù a Cana manifesta inoltre il progetto salvifico di Dio riguardo al matrimonio. In tale prospettiva, la carenza di vino può essere interpretata come allusiva rispetto alla mancanza d’amore, che purtroppo non raramente minaccia l’unione sponsale. Maria chiede a Gesù di intervenire in favore di tutti gli sposi, che solo un amore fondato in Dio può liberare dai pericoli dell’infedeltà, dell’incomprensione e delle divisioni. La grazia del Sacramento offre agli sposi questa forza superiore d’amore, che può corroborare l’impegno della fedeltà anche nelle circostanze difficili” (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 5/03/1997).
In effetti l’esaudimento di Gesù alla richiesta di sua madre è superiore ad ogni necessità, ma è proprio in questo eccesso che va riconosciuto il primo e fondamentale “segno” della sua “gloria”.
Ascoltiamone l’interpretazione dalla sapienza di Benedetto XVI: “Il Signore offrì agli ospiti delle nozze di Cana circa seicento litri di gustoso vino. Anche considerando che le nozze orientali duravano un’intera settimana e che tutto il clan familiare degli sposi partecipava alla festa, resta tuttavia il fatto che si tratta di un’abbondanza incomprensibile. L’abbondanza, la profusione è ilsegno di Dio nella sua creazione; Egli sciala, crea l’intero universo per dare un posto all’uomo. Egli da la vita con un’abbondanza incomprensibile. A Cana il grande dono lascia presagire la natura inesauribile dell’amore di Dio, parla di un amore che proviene dall’eternità, che è incommensurabile e quindi salvifico. Il miracolo del vino ci aiuta così a capire cosa significa ricevere nella fede, attraverso Cristo, lo Spirito Santo, cioè, una nuova grandezza, una nuova elezione e una nuova abbondanza di vita” (da “Il segno di Cana”, in Communio 205).
E’ il caso qui di collegare il Vangelo di Cana con la famosa affermazione di Ireneo: “L’uomo vivente è gloria di Dio”, per riconoscere nella persona di Gesù la verità e il fondamento della dignità infinita di ogni uomo, dato che il Padre “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Non dimentichiamo che sia l’affermazione di Ireneo (che anzitutto va riferita all’uomo Gesù, che a Cana manifesta la gloria di essere Dio), sia la rivelazione di Paolo (che ne è spiegazione dal nostro versante), sono vere a partire dal momento della creazione dell’uomo vivente, cioè il concepimento nel grembo materno.
Ecco allora che la carenza di vino, chiaramente allusiva alla mancanza d’amore nel matrimonio, ne evoca immediatamente le conseguenze a carico della famiglia. Senza dimenticare la tragedia infinita del rifiuto omicida della vita non nata, attuato mediante l’aborto chimico e chirurgico, né quella dell’uccisione di un numero incalcolabile di figli con la fecondazione artificiale, ascoltiamo questi dati sociologici: “In Europa, mentre i matrimoni calano sensibilmente ogni anno, i divorzi crescono: ormai sono più di un milione all’anno e raggiungono la metà dei matrimoni celebrati annualmente. Negli ultimi dieci anni sono stati 10,3 milioni e hanno coinvolto oltre 17 milioni di bambini. I figli dei divorziati nella percentuale dell’85% sono affidati alla madre e molti di essi, intorno al 25%, perdono dopo circa due anni il contatto con il padre. Gli studi psicologici mettono in evidenza che l’assenza del padre durante l’infanzia e l’adolescenza dei figli li espone a vari rischi: narcisismo, per cui manca il senso del limite e si vuole tutto e subito; depressione, ansia e scarsa autostima; passività e mancanza di progettualità, dipendenza dal parere degli altri, da TV e internet, dai consumi, dall’alcool e dalla droga; senso di impotenza, rabbia, aggressività, violenza” (Card. E. Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia: relazione tenuta a Bruxelles, il 9/12/2009, in occasione dell’incontro dei Presidenti delle Associazioni Familiari Cattoliche Europee).
Nonostante questo quadro oscuro, il Vangelo di Cana, con la presenza vigile di Maria, ci muove a fare totalmente nostra la speranza di Giovanni Paolo II, consapevoli che anche oggi Maria ha bisogno di “servitori” del “vino buono”, rappresentati anzitutto dalle stesse famiglie cristiane, chiamate concretamente a farsi “prossimo” di ogni famiglia in difficoltà (cfr Lc 10,25-37).
Ognuna di tali famiglie missionarie è chiamata ad essere soggetto di evangelizzazione, come richiesto esplicitamente dal cardinale Antonelli a Bruxelles: “In senso proprio e credibile, evangelizza non la famiglia semplicemente rispettabile, non la famiglia praticante e tuttavia allineata con i modi di pensare e agire secolarizzati; ma la famiglia che vive una spiritualitàcristocentrica, biblica, eucaristica, trinitaria, ecclesiale, laicale, cioè incarnata nelle realtà terrene, nelle molteplici relazioni e attività di ogni giorno; la famiglia che vive l’amore come dono e comunione, quale partecipazione all’alleanza nuziale di Cristo con la Chiesa, quale riflesso della comunione trinitaria delle persone divine e anticipo della festa nuziale nell’eternità”.Icona e fonte perfetta di una simile spiritualità è il Vangelo della nozze di Cana.
Anche dal profeta Isaia, oggi, giunge tale messaggio di speranza: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata” (Is 62,4). I nomi propri “Abbandonata” e “Devastata” si riferiscono a Gerusalemme, città personificata, sposa infedele che si è meritata l’esperienza riparatrice e purificatrice dell’esilio a Babilonia; mentre “Sposata” è segno del radicale cambiamento portato dall’intervento di Dio, Sposo fedele.
Possiamo riconoscere nella Città santa violata la figura della famiglia di oggi, semidistrutta dalla perdita della fede, dall’edonismo e dal laicismo. Ma noi crediamo che in forza stessa dell’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, alla mensa di ogni famiglia è presente, anche se non riconosciuto, il Signore Gesù suo Salvatore.
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Aistide Serra. La presenza e la funzione della Madre del Messia nell'Antico Testamento


INTRODUZIONE

Maria nell’Antico Testamento: è legittima la domanda? In
risposta, ci affideremo agli autori del Nuovo Testamento, segnatamente i Vangeli, per chiedere loro: avete intravisto la figura di Maria di Nazaret nei Libri Sacri dell’Antica Alleanza?
Questa domanda ne presuppone un’altra, vale a dire: in
che modo gli autori del Nuovo Testamento hanno scrutato la
persona e la missione di Cristo nelle Scritture del Primo
Patto? Vediamo, allora, di abbozzare una riposta previa a questo duplice quesito, riguardante la presenza di Gesù e di
Maria sua Madre nell’economia preparatoria dell’Antico Testamento.
1. Gesù. Gli autori dei libri del Nuovo Testamento, con
attenzione privilegiata ai quattro vangeli, sono stati i primi
esegeti della persona e dell’opera di Cristo Gesù, Messia Salvatore. Partendo dalla massima rivelazione dell’evento pasquale, essi ritornarono sulle parole e sui fatti riguardanti
Gesù di Nazaret. Per comprendere l’identità profonda del
Maestro, Incarnato, Crocifisso e Risorto, gli scrittori del
Nuovo Testamento fecero ricorso anche alle Scritture dell’Antica Alleanza. La stessa cosa aveva fatto Gesù Risorto quando,
ponendosi al fianco dei due discepoli di Emmaus,
« ... cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in
tutte le Scritture ciò che˙ si riferiva a lui» (Lc 24,27).
E altrettanto egli fece apparendo a tutti i discepoli riuniti
a Gerusalemme, e dicendo loro:

«“Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con
voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me
nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro
la mente all’intelligenza delle Scritture» (Lc 24,44-45).
Analoga metodologia adotterà il diacono Filippo il giorno in cui, incontrato il funzionario della regina Candace
sulla strada che scendeva da Gerusalemme a Gaza, annunziò
a lui la buona novella di Gesù, partendo dal noto passo di
Isaia 53,7-8 (At 8,26-36).
2. Maria, madre di Gesù. In stretta connessione con la
persona del Risorto, la chiesa cristiana delle origini cominciò
a interrogarsi anche su Maria di Nazaret, la Madre del
Signore, ancora vivente nella comunità di Gerusalemme (At
1,14). Anche la questione mariana erompeva così dalla
Pasqua come dal suo epicentro.
Il ruolo e l’identità di questa Sorella fu ripensato e compreso a partire dalle stesse Scritture della Prima Alleanza.
Percorrendo gli scritti canonici dell’Alleanza Nuova, si
deduce che la presenza e la funzione di Maria nell’economia
del Primo Patto fu intuita secondo approcci plurimi, tutti
avvolti nel chiaroscuro della preparazione profetica. Si
avvertì, insomma, che allo scoccare della pienezza dei tempi
(Gal 4,4), nella persona della Donna-Madre di Gesù confluirono diverse istanze connesse all’Alleanza Antica.
Recentemente ho pubblicato un volume, intitolato La
Donna dell’Alleanza. Prefigurazioni di Maria nell’Antico
Testamento (Edizioni Messaggero, Padova 2006, 376 pagine). In quest’opera ho cercato di proporre nove percorsi o
temi che partono dal Primo Testamento per immettersi poi
anche nel mistero della madre di Gesù. Gli argomenti ivi sviluppati – lo ripeto – prendono tutti l’avvio dal Nuovo Testamento. Essi riguardano: le madri d’Israele, il monte Sinai, la
città di Gerusalemme, le tre profezie sulla donna-madre del
Messia (Gen 3,15; Is 7,14; Mi 5,2), infine la Sapienza. Chi
volesse approfondire l’argomento, potrà consultare queste
pagine. Per il nostro convegno ho pensato di offrire un sag-

gio introduttivo, attinente a due dei temi suelencati: Miryam
e Rizpà, due fra le madri di Israele, e il Monte Sinai in rapporto a Maria.
Il metodo usato non è di pacifico possesso fra gli studiosi
stessi. Tuttavia potrebbe metterci in grado di individuare la
strada per proseguire il cammino.


MIRYAM E RIZPÀ,
DUE FRA LE “MADRI D’ISRAELE”

Una celebre sezione del libro dell’Ecclesiastico o Siracide
(44,1-50,21) fa memoria dei personaggi illustri della storia
santa, da Enoch fino al sommo sacerdote Simone II (220-
195 a.C.). L’anamnesi inizia coi noti versetti: «Facciamo l’elogio degli uomini illustri, dei nostri antenati per generazione. Il Signore ha profuso in essi la gloria, la sua grandezza è
apparsa sin dall’inizio dei secoli» (vv. 1-2).
Strano, ma vero. In quel prolungato memoriale, nessuna
donna compare! Invece a partire dal secolo I a.C. in poi
prende sviluppo la memoria delle “Madri” d’Israele, congiuntamente a quella dei “Padri” del popolo eletto.
(MUÑOZ LEÓN D., La memoria de los «Padres» y de las «Madres» en
el Judaismo de los siglos II a.C.-II d.C., in AA. VV., Maria e il Dio dei nostri
Padri, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo. Atti del XII Simposio Internazionale Mariologico (Roma, 5-8 ottobre 1999), a cura di E.M. Toniolo. Edizioni Marianum, Roma 2001, pp. 99-153).
L’evangelista Matteo, tessendo la genealogia di Gesù, stenderà poi
una densa lista dei Patriarchi che da Abramo arrivano a Cristo (Mt 1,1-17). In quella fitta serie di nomi egli include cinque donne: Tamar (v. 3); Racab (v. 5a); Rut (v. 5b); la moglie
di Uria, cioè Betsabea (v. 6b); Maria, sposa di Giuseppe,
dalla quale nacque Gesù (v. 16).
I commenti al vangelo di Matteo accennano ai probabili
motivi per cui l’evangelista abbia scelto Tamar, Racab, Rut e
Betsabea a preferenza di altre figure femminili più conosciute,

come Sara, Rebecca, Rachele ... Per ora ci limitiamo a rilevare
un fatto. L’evangelista introduce Maria, “madre” del Messia,
in linea di continuità con altre quattro “madri” del popolo
eletto. Pertanto offre a noi un suggerimento di metodo, assai
prezioso. Vale a dire: la persona di Maria, “madre” di Gesù, va
compresa in stretta comunione con le altre “madri” (o “matriarche”) d’Israele. Il fondamento biblico per tale approccio risiede appunto in Matteo 1,1-17 (segnatamente i vv. 3.5.6.16).
Secondo la dottrina del giudaismo pre e post-cristiano,
Israele ha tre padri: Abramo, Isacco e Giacobbe. Inoltre, ha
quattro madri: Sara-Rebecca-Rachele-Lia; oppure sei, perché alcuni elenchi aggiungono i nomi delle due concubine di
Giacobbe: Bila (serva di Rachele, madre di Dan e Neftali) e
Zilpa (schiava di Lia, madre di Gad e Aser).
Oltre a Sara, Rebecca, Rachele, Lia, Bila e Zilpa, le fonti
giudaiche riconoscono la prerogativa di “madri d’Israele” ad
alcune altre donne, che hanno avuto singolare rilevanza nella
storia del popolo eletto. Tali sono, per esempio: Tamar,
Yokebed madre di Mosè, Debora, Rut, Anna madre di
Samuele, la madre dei sette fratelli maccabei ... Anche Eva è
annoverata fra le “madri”, assieme a Sara, Rebecca e Lia. In
un certo senso, ella è la prima delle “madri d’Israele”, tanto
amate e venerate da tutto il popolo eletto.
Ovviamente il titolo di padri e madri (oppure patriarchi e
matriarche) di Israele deriva dal fatto che loro sono i capostipiti del popolo eletto. Sono essi i “Padri” e le “Madri” per
eccellenza, specialmente Abramo e Sara.
Abbastanza di frequente, i Padri sono paragonati ai
monti, e le Madri alle colline. Le montagne e le colline suggeriscono l’idea di stabilità, di fondamenta solide. E così è: il
popolo d’Israele è fondato sulla roccia dei suoi Padri e delle
sue Madri, in grazia appunto dei meriti che gli uni e le altre

acquisirono con la loro vita santa. Commentando l’oracolo
di Balaam su Israele – trasmesso dal libro dei Numeri (23,9:
«Dalla cime delle rupi io lo vedo e dalle  alture lo contemplo») – un celebre passo rabbinico poneva in bocca al Signore questa confortante assicurazione a riguardo del popolo
eletto: «Io guardo le loro origini e il fondo delle loro radici.
Io li vedo stabiliti su basi solide, come di rocce e di colline, a
causa dei loro Padri e delle loro Madri».
(Le Pentateuque en cinq volumes, avec Targoum Onqelos, suivis des
Haphtarot, accompagné de Rachi, traduit en français par M.J. Bloch, M.I.
Salzer, M.E. Munk, E. Gugenheim, sous la direction de E. Munk. T. IV,
Les Nombres. Fondation Odette S. Levy, Paris 1968, p. 168.)
Frequentando l’antica letteratura giudaica, ho tratto la
seguente conclusione. Quando il giudaismo celebra le Madri
d’Israele, oppure Sion stessa in quanto Madre, prepara quasi
tutti gli aspetti che il cristianesimo applicherà poi a Maria,
Madre del Messia Gesù.
Mi limito in questa sede a due brevi saggi di questa persuasione. Come ho detto sopra, essi riguardano: Miryam,
sorella di Mosè, e Rizpà, concubina del re Saul.


MIRYAM, SORELLA DI MOSÈ


Miryam è una delle figure più care al popolo d’Israele.
Fin dai tempi prossimi all’era cristiana del Nuovo Testamento, la sua memoria è aureolata da tradizioni edificanti che ne
esaltano il ruolo di “eroina” in mezzo alla sua gente.
(Si veda il saggio breve, ma illuminante, di LE DÉAUT R., Miryam,
soeur de Moïse, et Marie, mère du Messie, in Biblica 45 (1964), pp. 198-
219. Le Déaut, a sua volta, ricorda l’eccellente articolo di ZORELL F.,
Maria, soror Mosis, et Maria, mater Dei, in Verbum Domini 6 (1926), pp.
257-263 (Zorell utilizzava solo i dati dell’Antico Testamento, mentre Le
Déaut valorizza soprattutto le tradizioni giudaiche antiche).
È probabile, anzi, che la Madre di Gesù fosse chiamata Miryam
dai suoi genitori, in ossequio affettuoso e devoto verso l’antica Miryam.

In particolare, nel libro dell’Esodo Miryam è chiamata
«la profetessa» (Es 15,20). Prendendo lo spunto da questo
passo, il folklore delle tradizioni giudaiche ha dato vita a una
serie di racconti che ne illustrano il carisma profetico. Essi
traggono motivo dalle circostanze in cui nacque Mosè, il
primo messia-salvatore di Israele. Per ispirazione divina – si
crede – Miryam ebbe un compito speciale nell’annunziare la
nascita e la missione del fratello. Poi, quando la gelosia omicida del Faraone costrinse i genitori ad abbandonare sulle
acque del Nilo il loro neonato di appena tre mesi (Es 1,15-
2,3), Miryam continuò a credere negli oracoli ricevuti dal
Signore circa la futura grandezza di lui. Questo ciclo di racconti sembra aver esercitato un influsso sul modo col quale
gli evangelisti presentano la fede delle donne di Galilea e di
Maria stessa, la madre di Gesù, di fronte al mistero della
passione, morte e risurrezione del Signore.

 Miryam, la “profetessa”

In relazione alla nascita di Mosè, dicevo, il Signore avrebbe affidato a Miryam un ruolo profetico. Le narrazioni più
vivide e dettagliate al riguardo si trovano nello pseudo Filone,
nella Mekiltà di R. (Rabbi) Ismaele e nel talmud babilonese.
Esse mirano a descrivere con tinte vivaci le reazioni degli
ebrei, dopo che il Faraone decretò di sterminare i loro nascituri maschi.
a. Lo pseudo Filone (autore anonimo del I secolo d.C.,
che compose il “Libro delle Antichità bibliche”), descrive così
i fatti. Gli anziani del popolo suggerirono ai mariti di non aver
più rapporti con le loro donne (Antichità bibliche 9,2). Avrebbero così posto fine alla strage ordinata dal Faraone, il quale
aveva decretato di sopprimere ogni neonato ebreo di sesso
maschile, gettandolo nel Nilo (Es 1,15-2,3). Amram (il padre
del futuro Mosè), pieno di fede nel Dio che non smentisce le
promesse fatte ad Abramo, si dichiarò nettamente contrario a

quell’avviso, per cui decise di unirsi a sua moglie Yochebed,
esortando tutti a fare la stessa cosa (Antichità bibliche 9,3-6).
La proposta di Amram, che incontrò l’assenso generale (9,9),
piacque al cospetto del Signore, il quale disse: « ... Ecco: quello che nascerà da lui mi servirà in eterno, e per suo mezzo farò
cose meravigliose nella casa di Giacobbe ... » (9,7-8). Lo spirito del Signore venne su Miryam di notte, ed ella ebbe un
sogno che raccontò ai genitori al mattino:
«Ho avuto una visione questa notte. Un uomo, rivestito di
lino, stava in piedi e mi ha detto: “Va e dì ai tuoi genitori:
Ecco, colui che nascerà da voi sarà gettato nell’acqua, poiché per mezzo suo l’acqua sarà seccata. Mi servirò di lui per
compiere segni, salverò il mio popolo ed egli lo guiderà per
sempre”».
Miryam raccontò il sogno ai suoi genitori (9,10).
(PSEUDO-PHILON, Les Antiquités Bibliques. T.I, introduction et
texte critique par D.J. Harrington, traduction par J.Cazeaux revue par C.
Perrot et P.-M. Bogaert. Les Éditions du Cerf, Paris 1976 (Sources Chré-
tiennes 229, pp. 106-113)

b. La Mekiltà di R. Ismaele (un celebre commento al
libro dell’Esodo, che incorpora sovente antichi midrashim di
origine anche precristiana) immagina che Miryam rivolgesse
a suo padre un presagio del seguente tenore:
«Alla fine tu sarai genitore di un figlio che sorgerà e salverà
Israele dalle mani degli Egiziani».
(Mekiltà di R. Ismaele, trattato Shirata, cap. 10 a Es 15,20. Cf.
LAUTERBACH J.Z., Mekilta de-Rabbi Ishmael. Vol. II. The Jewish Publication Society of America, Philadelphia 1933 (ristampa del 1976), pp. 81-82.)
c. Il talmud babilonese offre due tipi di rappresentazione dei fatti.
Una prima versione, ascritta a un tannaita anonimo (quindi dei secoli I-II d.C.),
(Talmud Babilonese,  Sothah 12a. Diversi elementi aggiuntivi della
stessa narrazione di questo Talmud, si trovano qua e là in altre fonti. Cf.
SERRA A., E c’era la Madre di Gesù ... (Gv 2,1). Saggi di esegesi biblico-

mariana (1978-1988). Edizioni Cens-Marianum, [Milano-Roma 1989],
pp. 434-435, note 60-71.)

afferma che Amram era la persona più

ragguardevole della sua generazione. Venuto a conoscenza
del decreto del Faraone (Es 1,22), disse: «Noi ci affatichiamo invano».
(Es Rabbah 1,13 a 1,15; Qo Rabbah 9.17.1.)
Allora si separò dalla moglie,
(Targum gerosolimitano I, Es 2,1 e Num 11,26; Es Rabbah 1,13 a
1,15; Num Rabbah 13,20 a 7,43.)
e – dietro il suo
esempio – tutti gli Israeliti divorziarono dalle loro consorti.
(Es Rabbah 1,13 a 1,15 (cf. 1,36 a 2,25 e Talmud Babilonese Yoma
74b); Pesiktà Rabbati, piskà 43, n. 4. Con questo provvedimento, che
metteva fine alla procreazione, essi non avrebbero offerto materia alla
carneficina dei neonati maschi, voluta dal Faraone.)
Miryam, sua figlia, disse a lui:
«Padre, il tuo decreto è più severo di quello del Faraone;
questi, infatti, ha legiferato soltanto contro i maschi, mentre
tu hai emesso un ordine che va contro sia i maschi che le
femmine. Il decreto del Faraone ha attinenza solo con questo mondo; il tuo, invece, riguarda quello presente e quello futuro. (Vale a dire: i bimbi annegati sarebbero sopravvissuti nell’aldilà;
invece, non procreando più, si negherebbe la vita a nuove creature sia in
questo mondo che nell’altro)
Il Faraone, poi, è un empio, e non è certo che la
sua volontà sia eseguita o meno; ma tu sei un giusto, e la tua
ordinanza verrà sicuramente messa in atto,
(Es Rabbah 1,13 a 1,15; Pesiktà Rabbati, piskà 43, n. 4)
come sta scritto: “Deciderai una cosa e ti riuscirà”» (Gb 22,28).
A queste parole, (Targum gerosolimitano I, Es 2,1; Talmud Babilonese, Baba Bathra
120a; Esodo Rabbah 1,13 a 1,15; 1,20 a 2,2; Num Rabbah 13,20 a 7,43;
Pesiktà Rabbati, piskà 43, n. 4.)
Amram riprese sua moglie, e così fecero tutti gli altri Israeliti.
(Es Rabbah 1,13 a 1,15.)
Una seconda versione dei fatti, riferita da parte di R.
Amram (260 ca.) a nome di Rab († 217), o (secondo altri) da
parte di R. Nachman b. Ya’kob († 320), è tramandata nei
termini seguenti. Miryam profetizzò:









Benedetto XVI. Le nozze di Cana. Catechesi per i fidanzati


Piazza del Plebiscito, Ancona
Domenica, 11 settembre 2011
  
Cari fidanzati!
Sono lieto di concludere questa itensa giornata, culmine del Congresso Eucaristico Nazionale, incontrando voi, quasi a voler affidare l’eredità di questo evento di grazia alle vostre giovani vite. Del resto, l’Eucaristia, dono di Cristo per la salvezza del mondo, indica e contiene l’orizzonte più vero dell’esperienza che state vivendo: l’amore di Cristo quale pienezza dell’amore umano. Ringrazio l’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Edoardo Menichelli, per il suo cordiale e profondo saluto, e tutti voi per questa vivace partecipazione; grazie anche per le domande che mi avete rivolto e che io accolgo confidando nella presenza in mezzo a noi del Signore Gesù: Lui solo ha parole di vita eterna, parole di vita per voi e per il vostro futuro!
Quelli che ponete sono interrogativi che, nell’attuale contesto sociale, assumono un peso ancora maggiore. Vorrei offrirvi solo qualche orientamento per una risposta. Per certi aspetti, il nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. La tavola è imbandita di tante cose prelibate, ma, come nell’episodio evangelico delle nozze di Cana, sembra che sia venuto a mancare il vino della festa. Soprattutto la difficoltà di trovare un lavoro stabile stende un velo di incertezza sull’avvenire. Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione di decisioni definitive, e incide in modo negativo sulla crescita della società, che non riesce a valorizzare appieno la ricchezza di energie, di competenze e di creatività della vostra generazione.
Manca il vino della festa anche a una cultura che tende a prescindere da chiari criteri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza. Appartiene a una cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo, che in realtà banalizza la sessualità e tende a farla vivere al di fuori di un contesto di comunione di vita e d’amore.
Cari giovani, non abbiate paura di affrontare queste sfide! Non perdete mai la speranza. Abbiate coraggio, anche nelle difficoltà, rimanendo saldi nella fede. Siate certi che, in ogni circostanza, siete amati e custoditi dall’amore di Dio, che è la nostra forza. Dio è buono. Per questo è importante che l’incontro con Dio, soprattutto nella preghiera personale e comunitaria, sia costante, fedele, proprio come è il cammino del vostro amore: amare Dio e sentire che Lui mi ama. Nulla ci può separare dall’amore di Dio! Siate certi, poi, che anche la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a voi con grande fiducia. Essa sa che avete sete di valori, quelli veri, su cui vale la pena di costruire la vostra casa! Il valore della fede, della persona, della famiglia, delle relazioni umane, della giustizia. Non scoraggiatevi davanti alle carenze che sembrano spegnere la gioia sulla mensa della vita. Alle nozze di Cana, quando venne a mancare il vino, Maria invitò i servi a rivolgersi a Gesù e diede loro un’indicazione precisa: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Fate tesoro di queste parole, le ultime di Maria riportate nei Vangeli, quasi un suo testamento spirituale, e avrete sempre la gioia della festa: Gesù è il vino della festa!
Come fidanzati vi trovate a vivere una stagione unica, che apre alla meraviglia dell’incontro e fa scoprire la bellezza di esistere e di essere preziosi per qualcuno, di potervi dire reciprocamente: tu sei importante per me. Vivete con intensità, gradualità e verità questo cammino. Non rinunciate a perseguire un ideale alto di amore, riflesso e testimonianza dell’amore di Dio! Ma come vivere questa fase della vostra vita, testimoniare l’amore nella comunità? Vorrei dirvi anzitutto di evitare di chiudervi in rapporti intimistici, falsamente rassicuranti; fate piuttosto che la vostra relazione diventi lievito di una presenza attiva e responsabile nella comunità. Non dimenticate, poi, che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro.
Cari amici, ogni amore umano è segno dell’Amore eterno che ci ha creati, e la cui grazia santifica la scelta di un uomo e di una donna di consegnarsi reciprocamente la vita nel matrimonio. Vivete questo tempo del fidanzamento nell’attesa fiduciosa di tale dono, che va accolto percorrendo una strada di conoscenza, di rispetto, di attenzioni che non dovete mai smarrire: solo a questa condizione il linguaggio dell’amore rimarrà significativo anche nello scorrere degli anni. Educatevi, poi, sin da ora alla libertà della fedeltà, che porta a custodirsi reciprocamente, fino a vivere l’uno per l’altro. Preparatevi a scegliere con convinzione il “per sempre” che connota l’amore: l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. E non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le tappe finisce per “bruciare” l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile. La fedeltà e la continuità del vostro volervi bene vi renderanno capaci anche di essere aperti alla vita, di essere genitori: la stabilità della vostra unione nel Sacramento del Matrimonio permetterà ai figli che Dio vorrà donarvi di crescere fiduciosi nella bontà della vita. Fedeltà, indissolubilità e trasmissione della vita sono i pilastri di ogni famiglia, vero bene comune, patrimonio prezioso per l’intera società. Fin d’ora, fondate su di essi il vostro cammino verso il matrimonio e testimoniatelo anche ai vostri coetanei: è un servizio prezioso! Siate grati a quanti con impegno, competenza e disponibilità vi accompagnano nella formazione: sono segno dell’attenzione e della cura che la comunità cristiana vi riserva. Non siete soli: ricercate e accogliete per primi la compagnia della Chiesa.
Vorrei tornare ancora su un punto essenziale: l’esperienza dell’amore ha al suo interno la tensione verso Dio. Il vero amore promette l’infinito! Fate, dunque, di questo vostro tempo di preparazione al matrimonio un itinerario di fede: riscoprite per la vostra vita di coppia la centralità di Gesù Cristo e del camminare nella Chiesa. Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida di Lui, l’acqua della vita quotidiana si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita. Cana, infatti, è annuncio e anticipazione del dono del vino nuovo dell’Eucaristia, sacrificio e banchetto nel quale il Signore ci raggiunge, ci rinnova e trasforma. Non smarrite l’importanza vitale di questo incontro: l’assemblea liturgica domenicale vi trovi pienamente partecipi: dall’Eucaristia scaturisce il senso cristiano dell’esistenza e un nuovo modo di vivere (cfr Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 72-73). E non avrete, allora, paura nell’assumere l’impegnativa responsabilità della scelta coniugale; non temerete di entrare in questo “grande mistero”, nel quale due persone diventano una sola carne (cfr Ef 5,31-32).
Carissimi giovani, vi affido alla protezione di San Giuseppe e di Maria Santissima; seguendo l’invito della Vergine Madre – “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” – non vi mancherà il gusto della vera festa e saprete portare il “vino” migliore, quello che Cristo dona per la Chiesa e per il mondo. Vorrei dirvi che anch’io sono vicino a voi e a tutti coloro che, come voi, vivono questo meraviglioso cammino di amore. Vi benedico con tutto il cuore!

Aristide Serra. Gv 2, 6 : Le sei giare e la pienezza dei tempi


« Or c'erano là sei recipienti di pietra, usati per la purificazione dei Giudei, che contenevano due o tre misure ciascuno. »
(Gv 2,6)

Le sei giare di Cana hanno un valore simbolico :

Sei come la pienezza dei tempi :
Dio creò il mondo in sei giorni ed il settimo si riposò (Gn 2,2 nella Settanta.) Il racconto della creazione ha carico profetico : il modo con il quale Dio crea il mondo prelude al modo con il quale lo ricrea, perfezionandolo durante tutta la storia della salvezza. Ecco perché gli elementi di Gn 1-3 diventano oggetto di un rilettura escatologica. (Cf. Gal 4, 4, la pienezza dei tempi)

Sei come la pienezza della storia :
I sei giorni della creazione simboleggiano sei millenari, perché 1000 anni sono come un giorno dice il salmo (90,4), o sei grandi epoche ove Dio condurrà alla perfezione l'opera delle sue mani e la farà riposare nello Sabato della fine dei tempi.
Molti padri della Chiesa avevano diviso le sei età così :
1° da Adamo a Noe ;
2° da Noe ad Abramo ;
3° da Abramo a Davide ;
4° da Davide all'esilio a Babilonia ;
5° dall'esilio a Giovanni Battista ;
6° l'era della presenza di Gesù Cristo fino alla risurrezione ed il giudizio finale.

Come è nata questa tradizione ? Ci sono radice bibliche.
Il racconto di Gn 2 e 3 riflette la storia d'Israele, riflette la rivelazione fatta nella storia d'Israele : Adamo è creato come l'Israele è uscito del caos ; Adamo ed Eva come l'Israele ricevono una legge ; Adamo ed Eva come l'Israele peccano ; Adamo ed Eva come l'Israele vivono una ripresa del dialogo e ricevono una promessa di speranza.
Poi, il racconto di Gn 2 e 3 fu interpretato come origine di tutta l'umanità, creato nell'amore di un'alleanza : c'è un'alleanza prima di quella con Israele, quella con Noe e con Adamo ; e tale è la lettura cristiana ancora oggi.
Dio entra nella storia, cioè rispetta la nostra capacità di ricevimento, il nostro ritmo, le nostre tappe.

Nel Vangelo di Cana (Gv 2), le sei giare rievocano queste sei grandi tappe.

Un'abbondanza straordinaria
Ciascuna delle sei giare contenevano 2 o 3 misure, cioè un'abbondanza straordinaria. Ma c'è anche un gioco sui numeri :

2 è il primo delle cifre pari e femminili, 3 è il primo delle cifre impari e maschili, insieme formano un numero perfetto ;

e 2 per 3 = sei, ogni giara rievoca la cifra 6, ciascuna tende già verso la pienezza : ogni epoca era in cammino verso il Cristo e ne prefigurava il giorno.

Finalmente, le giare di Cana, adesso piene di un vino eccellente, annunciano che la parola di Gesù è nuova Torah, parola creatrice.

In ciascuno che accoglie la parola e che rimane nella parola (Gv 15,5.7), il Verbo realizza una nuova creazione e dà la possibilità di diventare figlio di Dio (Gv 1,12), per lo Spirito Santo che fa nascere di nuovo (Gv 3,5).


Cf. A.SERRA, Maria e la pienezza del tempo, Paoline, 1999, pp. 29-49
Cf. A.SERRA, Maria a Cana e presso la croce, Roma 1991