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STANISLAO LYONNET. IL DONO DELLO SPIRITO SANTO RICEVUTO PER MEZZO DELLA FEDE

(Efesini 1,13-14)

Secondo il disegno misterioso del suo amore, oggetto della contemplazione e dell'azione di grazie di San Paolo, Dio non ha voluto soltanto che la nostra umanità, presa come in blocco e nel suo insieme, partecipasse all'atto supremo di amore e di obbedienza per cui Cristo «ritornò al Padre suo» compiendo la sua «Pasqua» (Giov. 13,1), oppure - per usare i termini paolini - «divenne Spirito vivificante» (1 Cor. 15,45 ). Dio vuole che ciascuno di noi partecipi a questo atto supremo di amore e passi così, al seguito di Cristo, dalla condizione «carnale» a quella «spirituale». A questo scopo comunica a ogni cristiano il dono per eccellenza, il quale altro non è che lo Spirito del Padre e del Figlio.
Perciò dopo le prime due strofe dedicate alla persona del Padre (v. 4-6) e all'opera del Figlio (v. 7-12), la terza è incentrata tutta sull'azione dello Spirito Santo (v. 13-14), mentre ciascuna delle tre «strofe» è contrassegnata dalla ripetizione quasi alla lettera di una stessa formula: «alla lode della sua gloria» (v. 6,12 e 14).

Nel Cristo anche voi, dopo aver inteso le parole di verità, la buona novella della vostra salvezza, in lui, dopo aver creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito della promessa, quello Spirito Santo che costituisce la caparra della nostra eredità, per il raggiungimento della redenzione piena con la quale Dio ci farà definitivamente suoi, in lode della sua gloria (Ef. 1,13-14).

S. Paolo aveva evocato discretamente fin dalle prime parole «le benedizioni spirituali» con cui il Padre «ci aveva benedetti nel Cristo» (v. 3); ma ora con tutta chiarezza precisa quali erano le «benedizioni spirituali» di cui intendeva parlare.
Nel Cristo: poiché il Cristo rimane sempre il mediatore, colui che col Padre «manda lo Spirito», che noi riceviamo divenendo membri del suo Corpo mediante la fede e il battesimo.
Anche voi, cioè i cristiani «pagani di nascita», ai quali si rivolge l'Apostolo, «che una volta erano senza Cristo, senza diritto di cittadinanza in Israele, estranei alle disposizioni della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef. 2,11-12).
Nel Cristo ormai tutte le divisioni che separavano gli uomini si trovano superate, soppresse, sorpassate: divisioni religiose, sociali e perfino quelle che lo stesso Creatore ha inserito nella natura dell'uomo: «non c'è più né Giudeo, né Greco, non c'è più né schiavo né libero, non c'è più né uomo né donna, non siete tutti che un solo vivente nel Cristo Gesù» (Gal. 2,28), «eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rom. 8,17).
Il contrasto con la condizione di un tempo non
sottolinea solo la magnificenza del dono, ma ne manifesta l'assoluta gratuità. Nessuno più di Paolo ha tenuto a rivendicarlo contro ogni concezione in cui la salvezza poteva apparire come una conquista dell'uomo, mentre non può essere che un dono di Dio. Bisogna però che l'uomo accolga questo dono.
Per questo, quando l'opera redentrice è vista nell'uomo e non più in Dio o nella persona di Cristo, l'Apostolo si premura di ricordare esplicitamente un'attività dell'uomo: Dopo aver ascoltato la parola di verità, la buona novella della vostra salvezza, dopo aver creduto... Certamente tutto viene da Dio lui solo può operare in noi questa trasformazione radicale che di un essere carnale farà un essere spirituale, tale che in lui lo Spirito è divenuto il principio delle nostre azioni. Ma, siccome si tratta di una trasformazione che deve compiersi nell'intimo della nostra libertà, è necessario che questa vi intervenga. L'appello di Dio sarà sicuramente e sempre il primo; l'uomo non può che rispondere, ed è ancora Dio che suscita in lui questa risposta. Ma se l'uomo fosse dispensato dal rispondere sarebbe trattato come una «cosa» e non sarebbe più come un essere libero. Ora, non è un puro caso che per San Paolo, come del resto per San Giovanni, questa risposta consista essenzialmente nell'atto di fede: dopo aver creduto, atto di fede che presuppone la predicazione: dopo aver udito la parola di verità. Infatti «come credere in qualcuno, se non se ne è inteso parlare?» (Rom. 10,14).
L'atto di fede, col quale io affermo sulla autorità di un altro e non in virtù di un'evidenza, è uno degli atti più liberi -
e perciò uno dei più umani, dei più «miei» - e nello stesso tempo un atto in cui affermo la mia radicale insufficienza, poiché percepisco la verità della mia affermazione in una luce che alla mia coscienza appare come proveniente da un altro; un atto nel quale indubbiamente io vedo, ma quasi servendomi degli occhi di quell'altro. È impossibile escogitare un modo più sicuro per escludere, quasi per definizione, la «sufficienza» dell'uomo (Rom. 3,27). Ogni atto di fede è una «sottomissione», un' «obbedienza», come S. Paolo ripete a tre riprese nella lettera ai Romani (1), e San Tommaso non ha torto di ravvisarvi il consenso che diamo all'opera che Dio svolge in noi: «credendo a Dio che giustifica, l'uomo si sottomette a questa attività giustificante e così ne riceve l'effetto» (2).
In ciò del resto il nuovo Testamento si ispirava direttamente al senso che il verbo «credere» già aveva nell'Antico. Tale verbo deriva da una ben nota radice ebraica, che ha fornito l'amen alla nostra liturgia ed esprime fondamentalmente l'idea di solidità, di fermezza, di costanza. Applicata a Dio, lo designa come la roccia incrollabile su cui si può con tutta sicurezza appoggiarsi, senza temere che ceda, come colui la cui parola non può ingannare, nel quale, secondo la parola di Paolo, non c'è il «sì» o il «no» (2 Cor. 1,18); colui che, essendo coerente con se stesso, non può dire di sì un giorno e no il giorno dopo, né tanto meno dire «sì»
? e «no» insieme. Egli è dunque l'opposto dell'uomo, questo essere essenzialmente incostante, infedele e ingannatore (3). In questa accezione il verbo ebraico è impiegato nella forma chiamata «causativa», nel senso di render solido, fermo, costante». Quando dico «credo», affermo quindi simultaneamente due cose: «da me stesso non sono solido, fermo, costante», e inoltre «mi rendo tale»; in altri termini acquisto questa proprietà, che prima non avevo. L'oggetto della fede, che è sempre la persona stessa di Dio o una delle sue parole, designa propriamente il punto d'appoggio, esterno e comunque sempre distinto da me, dal quale traggo questa solidità, questa fermezza e questa costanza. Quindi per la fede io partecipo della solidità stessa di Dio e della sua parola, scambio per così dire la mia debolezza naturale e congenita con la forza divina, pur riconoscendo e attestando che questa forza non viene da me, non è mia: proclamo la mia radicale impotenza e partecipo della potenza di Dio. Si comprende che tale atto è quanto mai adatto a costituire la parte necessaria di una collaborazione umana a quella attività completamente divina che Paolo identificherà subito con ciò che si potrebbe chiamare la presenza operante in noi nel punto focale della nostra libertà, della terza Persona della SS. Trinità.

Voi avete ricevuto il sigillo dello Spirito della promessa} così chiamato perché nel dono dello Spirito erano comprese tutte le promesse divine. Per la fede e il battesimo, chiaramente usato dal termine «sigillo» (sphraghis), che del resto per San Paolo non va mai disgiunto dalla fede - perciò la tradizione cattolica lo chiamerà il sacramento della fede - viene comunicato a ogni cristiano fin da quaggiù lo Spirito proprio del Padre e del Figlio. Per questo fatto e finché si lascerà «muovere dallo Spirito» (cfr. Rom. 8,14), egli non è più «nella carne» ma «nello Spirito» (Rom. 8,9); in lui la carne e quelle passioni egoiste, che deve «mortificare senza tregua (Rom. 8,13), han cessato di essere il principio dell' agire per far posto alla persona dello Spirito Santo. Spirito del Figlio che ne forma in noi l'immagine, è lui, secondo San Paolo, quello che fa di noi altrettanti figli; lui solo può mettere sulle nostre labbra e nel nostro cuore la preghiera propria del Figlio unico: abbà, quella stessa che il Figlio pronunciava «nello Spirito». Essendo Spirito di amore, opera in noi ciò che operava in Cristo: l'amore. L'amore sarà dunque l'unica legge del cristiano, come fu l'unica legge di Cristo. L'antico oracolo di Geremia, precisato qualche anno dopo da Ezechiele, si è realizzato con una pienezza insospettata:
«Metterò la mia legge al fondo del loro essere) la scriverò sul loro cuore» (Ger. 31,33); «vi darò uno spirito nuovo, metterò il mio spirito nel fondo del vostro essere) e farò sì che camminiate secondo le mie leggi» (Ez.36,27).

Quello Spirito Santo che costituisce la caparra della nostra eredità. Sembra che l'Apostolo abbia preferito a bello studio il termine caparra a quello di «pegno»: il possesso dello Spirito Santo non è solo una garanzia, un «pegno», di una eredità futura, ma è già una parte di questa eredità. «La grazia è la gloria iniziata», diranno i teologi. Possesso iniziale in attesa del possesso pieno con la totale spiritualizzazione del nostro essere, anima e corpo, nella parusia, quando l'opera redentrice sarà pervenuta alla sua consumazione, quando Dio attraverso il Cristo e nel Cristo ci avrà resi definitivamente suoi) o come dice Paolo in un altro passo e con un'immagine essa pure biblica, «quando il Cristo avrà riconsegnato il Regno al Padre suo, perché Dio sia tutto in tutti» (1Cor.15,28) in lode della sua gloria!
L'allusione che San Paolo fa al sacramento deI battesimo, quando dichiara che i fedeli sono stati segnati col sigillo dello Spirito) implica già che lo Spirito è comunicato a loro nella Chiesa. Qualche versetto più avanti lo affermerà ancor più nettamente, quando stabilirà una triplice gerarchia: Dio, Cristo e la Chiesa, e preciserà che la Chiesa è la pienezza del Cristo, anzi che è tale (secondo il senso più probabile di questo difficile versetto) come il Cristo stesso è la pienezza di Dio
(4); audace parallelismo ricchissimo di insegnamenti, poiché ne segue che non solo noi partecipiamo alla pienezza di Dio solo in Cristo e per mezzo di lui (cosa che il N.T. suppone ad ogni passo), ma anche che noi partecipiamo alla pienezza del Cristo solo nella Chiesa e per mezzo di essa.

[1]. Rom. 1,5; 10,16; 16,26.
[2]. Commento a Rom. 4,5.
[3]. Cfr. Rom. 3,4 che cita la parola del Sal. 116,11.
[4].
Ef. 1,23; cfr. Col. 2,9.

TOMMASO FEDERICI COMMENTO AL VANGELO DELLA II DOMENICA DI PASQUA ANNO A




(DA "Per conoscere Lui e la potenza della Resurrezione di Lui")

Giovanni senza contraddire altri dati evangelici, pone il dono dello Spirito Santo già sulla Croce: Gv. 19,30, riconsegnato al Padre perché lo effonda; v. 34: sotto forma di Sangue ed Acqua « subito », nella mirabile nuova Economia dei Misteri. E reitera questo Dono supremo ed inconsumabile la sera stessa della Resurrezione. Il « Primo Giorno » dunque si inizia con la Resurrezione gloriosa del Signore, e si completa con lo scopo di essa, l'effusione dello Spirito ricevuto dal Signore stesso nella sua Umanità. È il Centro di tutta la vita cristiana.
È la sera di « quel Giorno », il Primo della settimana, che inaugura dunque il tempo nuovo di Dio. I discepoli stanno ancora nell'inutile terrore ipotetico degli Ebrei, stanno ancora in fuga, chiusi dentro. Ma « Gesù viene », con libera irresistibile iniziativa, e « stette in piedi al centro » : viene sempre, sta sempre con i suoi, è risorto per sempre. E parla ad essi: « Pace a voi » (v. 19). Aveva promesso di non lasciarli orfani, un poco e poi lo avrebbero riveduto, avrebbe donato la « pace sua » (Gv 14,18; 14,19 e 16,16-23; 14,27). La condizione era di andare, tornare dal.Padre. Tutto ora è compiuto secondo il Disegno divino. Egli adesso mostra che è il medesimo: ecco le mani, ecco il costato, con i « segni » permanenti, indelebili della morte vinta, le sante Stigmate (v. 20a). Così narra anche Luca (24,39-40, nel cenacolo). E così e la scena grandiosa dell'Agnello « sgozzato ma risorto » (Ap 5,6 ). I « segni » della morte nella Resurrezione sono anamnesi permanente dell'Evento al Padre, oblazione perenne a lui, ed a noi, anamnesi ed oblazione perenne. Così lo contemplarono e « palparono » i discepoli (cf r 1 G v 1,1-4), così lo contempleremo nella sua Umanità divinizzata noi per sempre. I discepoli gioi-rono: hanno visto e riconosciuto « il Signore » nel Gesù fattosi ad essi presente e parlante (v. 20b). La scena adesso si riempie di azione conclusiva. Gesù parla di nuovo e conferma il « Pace a voi » (v. 2 la). Poi richiama il gesto iniziale del Padre, inviare come Unico Apostolo il Figlio, che si completa nel gesto finale del Figlio, inviare tanti Apostoli, i discepoli (v. 21b). E si sa che chi riceve i discepoli riceve il Signore che li invia, come chi riceve lui riceve il Padre, accettandone tutta la Economia divina. La Pace divina, la divina eiréné, lo shalóm messianico, la salvezza totale, il riposo in Dio, ha il Sigillo divino. Ed ecco il culmine della Manifestazione: il Signore « soffia » e dona il suo Spirito, e invita i discepoli ad «accettare lo Spirito Santo » (v. 22). I richiami biblici sono esemplari: anzitutto a Gen 2,7, all'antica creazione, quando il Signore soffia il suo Alito divino nelle narici di Adamo plasmato dalla terra e ne fa una creatura vivente. Il verbo greco è empbys , che traduce la radice ebraica nafah o l'affine ruah; esso nella Bibbia greca è usato 11 volte, e significamente in tutto il N.T. solo in Gv 20,22. Nell'A.T., il verbo in Tob 6,8 e 11,11 è usato per la guarigione di Sara e di Tobia; in Eccli 43,4 per la ventilazione della forgia; in Ez 21,36 per il soffio dell'ira divina su Ammon persecutore di. Israele, ed in 22,20 per Israele stesso, che ha prevaricato. Gli usi afferenti a Gv 20,22 sono, oltre Gen 2,7, i seguenti: Giob 4,1, il Soffio divino cessa per l'insipienza umana; Sa p 15,11, l'idolatra non riconosce il Soffio divino, e muore. Invece in 1 Re 17,21, Elia soffia e resuscita il figlio della vedova di Sarepta; in Nab 2,1 (2), il Signore stesso soffierà di nuovo la Vita su Israele dopo l'esilio in Assiria. Infine, nella visione grandiosa della valle delle ossa disseccate, il Signore ordina ad Ezechiele, sacerdote e profeta, di invocare lo Spirito affinché « soffi » da ogni parte sulle ossa e queste rivivano, resurrezione di tutto il popolo di Dio (Ez 37,9, ma vedi 1-14;). Nel Cenacolo il Risorto appare come il Signore Dio Creatore, che opera la creazione ultima, « soffiando » per l'ultima volta, quella efficace per sempre, il suo Alito divino, lo Spirito del Padre e suo, Spirito della Croce e della Resurrezione. I discepoli che « accettano » lo Spirito Santo sono la nuova creatura redenta, l'Adamo vecchio è rigenerato. Il. Disegno divino corre al suo compimento nel mondo.
Questo è detto nel v. 23: la « remissione dei peccati » è il Giubileo dello Spirito Santo, quello promesso (cfr, ancora Lc 4,18-18 e Is 61,1). Lo Spirito Santo « è la Redenzione nostra », pregava l'antica liturgia romana. È l'abbono totale di ogni colpa. È l'ingresso nella via regale che conduce al Padre che attende. Ma è anche il mandato regale per il bene di tutti gli uomini che accetteranno il Dono e l'Abbono divino. E il Cielo sanzionerà l'opera della Resurrezione portata dai discepoli: positivamente, perdonando; negativamente, giudicando; la materia è il peccato antico e nuovo. La speranza è aperta adesso del tutto. Il cenacolo è il luogo privilegiato della Manifestazione, della Pace, dello Spirito, del Giubileo. Gli uomini saranno chiamati a formare il Cenacolo dove il Signore possa venire e stare in mezzo, lui, il Risorto con lo Spirito. Di fronte all'Evento centrale, occorre leggere subito i vv. 30-31; si tratta della finale dell'evangelo, a cui si aggiunse poi il cap. 21, dalla stessa mano del testo che precedeva. I vv. 30-31 parlano di molti «segni » operati dal Signore, non tramandati. Sono invece tramandati solo quelli necessari alla fede: credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Qui Gv 20,31, ultimo versetto dell'ultimo evangelo, raggiunge Mc 1,1, il primo versetto del primo evangelo. Giovanni, che scrive per ultimo, ha mirabilmente configurato « un'inclusione letteraria» : tutto l'Evangelo di Dio, nelle sue 4 forme, porta alla fede che rigenera alla vita: avere la vita nel Nome di lui. Ed averla con abbondanza (cfr Gv 10,10b). I « segni quindi vanno accettati nella fede, nell'adesione di amare al Signore che li ha operati e li tramanda mediante i suoi discepoli testimoni. « Segni » non veduti, dunque. Tanto più allora sono beati i credenti sulla Parola divina apostolica. Così risalta l'episodio di Tommaso, vv. 24-29. Assente e poi venuto, Tommaso non accetta il.,«Vedemmo il Signore » proclamato dai confratelli (vv. 24,25a). Sempre « il Signore » è visto in Gesù Risorto. Tommaso, per timore e diffidenza, dopo lo scandalo della Croce, ha il pregiudizio di certo positivismo scientifico moderno, « cre-dere solo in quanto si vede ». Ma arte, simbolismo, sent-menti, amore, eroismo, poesia, fantasia... si «vedono »? Eppure esistono. Sono testimoniatili e di fatto testimoniati. I discepoli però testimoniano a Tommaso il Fatto, e questi ricusa la veridicità della testimonianza, dunque la storicità del Fatto testimoniato (v. 25b). Ma 8 giorni dopo, quindi di Domenica, stanno tutti i discepoli insieme. Viene il Signore, e per la terza volta porta la Pace per tutti. Per Tommaso porta l'invito: il dito nelle sante Mani, la mano nel santo Costato squarciato, “affinchè tu non sia incredulo, bensì credente » (v. 27). La fede di Tommaso, sorta come un lampo che squarcia le tenebre erompe, nel grido del Salmista: “ Il Signore mio e il mio Dio! », oppure: « Signore mio e mio Dio!”. Vedi qui ad es. Sal 5,3; 34,23; e formule simili. È la fede dello Spirito. Essa accetta orma l'alleanza, nel duplice « mio”, che implica da parte del Signore l’offerta dell’alleanza stessa: “Fratelli miei!” (20,17). Da adesso alla medesima alleanza sono ammessi I “credenti non vedenti” di ogni generazione (v. 29). Anzitutto I battezzati di quella Notte beata, celebrata 8 giorni prima.

Tommaso Federici: La II domenica di quaresima anno A. « Della Trasfigurazione del Signore »

Per comprendere il filo di queste Domeniche sarà buona norma rifarsi alla Domenica precedente, ma anche dare una scorsa alle Domeniche che seguono, cercando di possedere mentalmente la logica sviluppata da testi di eccezionale importanza.

1) Ant. ingr.: Sal 26,8-9a, « Salmo di fiducia individuale ». La meditazione costante del Salmista fedele, che sale dal suo « cuore », ossia dal centro della sua anima, è « cercare il Volto » del Signore. Il «volto » indica la persona. Il fedele vive nell'impegno della sua vita, che viene dalla promessa del Signore di farsi trovare se sarà cercato. Si è visto che il luogo propizioper cercare il Signore è il suo santuario (Es 33,7). L'Orante dunque è teso al conseguimento di questa promessa (v. 8b). Né egli si dimentica che il Volto divino indica anche l'aspetto nuziale: la Sposa desidera con ogni sua forza di vedere il Volto dello Sposo, preludio dell'unione nuziale trasformante.È il medesimo desiderio dello Sposo, di Ct 2,14: « Mostra a me il volto tuo - fa che io ascolti la voce tua » (cfr anche Ct 8,13). Perciò l'Orante innalza la sua epiclesi ansiosa, in forma negativa, affinché mai il Signore cessi di mostrare il Volto suo (v. 9a). Infatti se il Signore distoglie la sua Presenza e la sua cura benevola, la povera realtà umana resta immersa nella tristezza del peccato (Sal 50,13), dell'abbandono di morte (Sal 21,2; 68,18; 101,3; 142,7; Ger 7,15). L'Orante invece desidera solo vivere alla luce di questo Volto divino.

2) V/ Ev.: Mt 17,5, adattato, la Voce del Padre nella Trasfigurazione. Il testo orienta la lettura che segue, e dunque va riletto nel contesto. L'imperativo del Padre a noi è a dare ascolto totale al Figlio. La teologia simbolica ci dice che stessa, la presenza concreta; l'occhio vuole sempre vedere il volto, come l'orecchio vuole sempre ascoltare la voce e questo in Dio stesso: Ct 2,14, Orante vuole sempre godere di questa visione trasformante, del Volto-Presenza, Volto d'amore e di bontà (v. 8a).

3) EVANGELO: Mt 17,1-9, la santa Trasfigurazione del Signore. Per due eventi essenziali della Vita del Signore, Matteo non presenta la «formula d'adempimento »: il Battesimo e laTrasfigurazione, benché essi con la Croce e la Resurrezione siano le massime operazioni del Disegno divino per il Figlio. Essi vanno dunque riletti sempre come un unico determinante contesto. In sé, la Trasfigurazione è così importante, che seguendo i Padri che la trattarono a fondo, le Chiese orientali ne fannoil cardine capitale della loro spiritualità. Per la comprensione del fatto, occorrerà sempre rifarsi alloschema di Marco, il quale appare meno incisivamente in Matteo e Luca. La Trasfigurazionesta dunque in uno schema preciso, con le sue anticipazionie le sue riprese, come si vede ponendo a confronto Marco e Matteo:

Mc8,27-30: Pietro confessa la fede messianica 31: il Signore predice la Passione e Resurrezione per la 1a volta 32-33: antifede di Pietro, il «satana » 34-37: il vero discepolo del Signore 38: il Figlio dell'uomo viene nella gloria 9,1: con lui viene il Regno 9,2-8: IL SIGNORE È TRASFIGURATO 9: il Figlio dell'uomo risorge dai morti, Elia è tornato, la fede del padre del lunatico, il Signore gli guarisce il figlio, la fede dei discepoli, il Signore predice la Passione e Resurrezione per la 2a volta, il Signore istituisce gli apostoli. Lo schema è decisivo, e va compreso così, battezzato dal Padre con lo Spirito, al Battesimo riceve il' suoprogramma battesimale nelle 3 Parole del Padre: « Il Figlio mio - il Diletto - in te Io già mi compiacqui »; sul suo Battesimo è tentato (Dom. Ia di Quaresima); svolge il suo Programma nello Spirito, annunciando l'Evangelo ed operando le opere del Regno. Come annota con più rigore Marco,ad un certo punto sul piano umano la sua missione è fallita; il Signore, non ha potuto radunare intorno a sé un popolo discepolo e missionario. Gli restano solo 12 discepoli, numero simbolico del «resto» delle tribù d'Israele. Adesso per proseguireha bisogno di una duplice «confermazione»: della fede di questi discepoli; e della Presenza del Padre con lo Spirito.Solo allora il suo Programma battesimale può proseguire finoalla Croce. D'altra parte, «intorno alla Trasfigurazione» si ha, prima e dopo, con la fede dei discepoli, con la figura del vero disce-polo, la Venuta del Figlio dell'uomo e la sua gloria del Regno, il 1° e 2° annuncio della Passione e Resurrezione, i veri fini della Trasfigurazione; e di nuovo l'istruzione dei discepoli. Gli esegeti annotano che per l'evento sulla Montagna il Signore prende con sé i 3 discepoli consueti, Pietro, Giacomo e Giovanni (v. 1; già quando guarisce la figlia di Giairo, Mc. 5,37; poi al Getsemani, Mt 26,37); li prende come testimoni,secondo la Legge (Dt 17,6; 19,15), sicché l'evento è vero, storico, testimoniabile da persone ben conosciute nella Comunità, e di immenso prestigio, non solo per allora, ma anche fino a noi ed oltre. Il Signore li « conduce in alto » (ana-phére), sul Monte elevato, « in privato ». I Padri qui hanno visto con acutezza che questo è l'inizio della « vita con Cristo », la vita mistica, essere innalzati a vivere solo con lui. E davanti ad essi (v. 2) « fu trasfigurato », metamorphósi, mutare forma; ed in specie attraverso i segni di una teofania: il Volto suo sfolgora come il sole (Sal 35,10; Ap 1,14; 10,1), le vesti diventano bianche come la luce (Sal 28,3; 103,2); è il Figlio dell'uomo nella sua gloria (Dan 7,9, l'Antico di giorni, il Dio eterno, che trasmette la sua gloria al Figlio dell'uomo). La Luce del Volto del Signore è la Luce increata di Dio, manifestatasi nel Verbo Dio (Gv 1,1-5), propriamente nella sua Umanità mortale. Questa per un istante riceve la Gloria trinitaria, che è l'esperienza della Resurre- zione, quella che poi sfolgorerà in Cristo (2 Cor 3,18). Le vesti bianche, indizio della Maestà infinita di Dio, sono qui personaggi celebri, Mosè ed Elia, che si mostrano ai due disepoli. L'A.T. al completo, la Legge ed i Profeti, testimoniano adesso il N.T. per intero. Le spiegazioni sui due personaggi sono varie ed interessanti. Ambedue avevano ricevuto la teofania divina sul Monte, il Sinai e l’ Horeb. Ambedue erano stati attratti in alto dal Signore, «in privato». Ambedue "erano restati soli di fronte all'apostasia del popolo. Ambedue avevano ricevuto la Parola divina da portare ai loro popolo. Ambedue erano morti misteriosamente, di Mosè non si co-nosceva il luogo della sepoltura, Elia era salito sul carro difuoco. Soprattutto, ambedue erano stati gelosi dei diritti delloro Signore, per cui avevano sofferto angosce mortali. Adesso i due «parlano con» Gesù. Il colloquio è indicibile, certoha come contenuto la realizzazione della Promessa antica, ma sotto il «segno » terribile della Croce (esplicitato da Lc 9,31: l'esodo che Cristo deve fare a Gerusalemme). Entra come sempre per primo in azione Pietro, un pocoper sua iniziativa sempre impetuosa, un poco a nome deiconfratelli intimoriti (v. 4). Al Signore dice che è il segno della Vittoria eterna, che si mostra a tutti gli uomini chiamandoli a contemplarla ed a viverla. Al v. 3 la teofania del Figlio di Dio nella teofania trinitaria che si espliciterà tra poco è visitata ossia buono restare lì, e si offre di drizzare 3 tende, perl Gesù, per Mosè, per Elia. Si tratta delle skénai, tende. E dunque della grande festa delle Tende o Tabernacoli, propriamente « delle Capanne » (cfr Es 23,16; descrizione in Lev23,33-43), la festa del raccolto finale d'autunno, la più solenne dell'anno, in quanto si era caricata di significato messianico ed escatologico, ed aveva come « segni » la luce e l'acqua, come centro l'altare del santuario, come tensione il dono dello Spirito Santo. Ancora una volta, come nel deserto i pani dalle pietre avrebbero anticipato il convito messianico senza la Croce, così Pietro, il « satana » (Mt 16,23, dunque poco prima),tenta di far inaugurare dal Signore l'era escatologica senza giungere a Gerusalemme ed alla Croce. È l'inconsapevole opposizione al Disegno divino. Pietro non può «porre le tende ». Lo può, solo il Padre, che pure aveva rivelato a Pietro che Gesù è « il Figlio del Dio Vivente » (ancora una volta,poco prima, in 16,16 e 17). Adesso (v. 5a) interviene con il seguito della teofania, che smentisce radicalmente ogni opposizione alla Croce: la Nube luminosa fa ombra su tutti loro. Il verbo qui è episkiàxó, il medesimo usato in Lc 1,35 per lo Spirito Santo, che fa nascere da Maria il Figlio di Dio. Si aprono così altre prospettive, e decisive. La teologia simbolica ci insegna che la Nube della divina Gloria si posa sul Sinai dopo l'alleanza (Es 24,16), e successivamente prende possesso del santuario (Es 40,18), mentre accompagna il popolo nel suo esodo verso la terra, protezione permanente, di giorno, mentre di notte assume la forma della colonna di Fuoco (Es 13,21-22); la spiegazione è che « il Signore in forma di Nube e di Fuoco li precedeva » (ivi). E mentre è chiaro che i servitori del santuario antico, del culto geloso al Dio Vivente erano Mosè ed Elia, è chiaro che i servitori del Santuario nuovo, quello futuro, sono i discepoli del Signore.Poiché questo Santuario annunciato, dove dall'Alto discenderà per abitare ed officiare la divina Sapienza (Eccli 24,1-11), è il Tempio nuovo (Gv 2,17-22), il Corpo del Risorto(ivi), che dalla terra, attraverso la Croce, raggiungerà il Cielodove sta la sua dimora eterna. Perciò i suoi discepoli potranno esclamare: «E noi contemplammo la Gloria di Lui, Gloria dell'Unigenito del Padre! » (Gv 1,14), dove inabita in eterno il Pléróma per intero (Col 1,19), il Pléroma intero,della Divinità (Col 2,9), lo Spirito Santo, che deve riversarsi con supereffluenza da questo Santuario, sua unica inesauribile Fonte (At 2,32-33). Al v. 5 le due formule solenni: « ecco la Nube luminosa », inattesa e temibile; e « ecco la Voce ». Questa parla, e ripetela proclamazione del Giordano, di cui è la confermazione. La Nube della divina trascendenza dunque nasconde qualunque visione corporea, tuttavia la rivela potentemente quale Presenza indicibile ed efficace, onnipotente. Il Padre che parla adesso ha un'unica parola da rivolgere al Figlio, e mediante lui a tutti gli uomini, e questa parola ha come unico contenuto il Figlio. Matteo (e Lc 9,35) fa rivolgere questa parola ai discepoli, come anche a Mosè e ad Elia (Mc 9,7: invece il Padre si rivolge al Figlio): « Questo è, il Figlio mio - il Diletto in cui Io già mi compiacqui - ascoltate lui! ». Si ha così una duplice confermazione: a) del Battesimo, dell'investitura messianica, del Dono dello . Spirito, della missione di Figlio Re Popolo Servo Profeta (Is 42,1; Sal 88,3; Is 49,7, etc.); si veda anche la Dom. 1° per l'anno; b) della fede dei discepoli, i quali l'avevano proclamata sinceramente poco prima per bocca di Pietro (16,16-18); essi per ora non potranno comprendere; comprenderanno quando riceveranno lo Spirito del Risorto. Intanto però debbono operare il massimo atto verso Dio: ascoltare il Figlio suo, il Promesso come Profeta grande che parlerà le realtà di Dio (Dt 18,15), le quali si avvereranno dimostrandone l'autenticità (Dt 18,16-22). La predicazione apostolica dopo la Pentecoste se ne renderà molto bene conto (At 3,22). Intanto il Figlio, « il Diletto » (respingere qui l'ignoranza delle versioni moderne, che banalizzano più o meno così « il Figlio prediletto », distruggendo tutta una teologia), l'Isacco nuovo dunque (Gen 22,1-2) dovrà essere « ascoltato ». Ora, il gr. akoúo, l'ebr. shama`, indicano molto di più che l'ascolto materiale: ascoltare e obbedire, seguire, fare come. Il Figlio deve essere « ascoltato » dunque fino sulla Croce; e si sa che i discepoli tutti l'abbandoneranno (27,56b). La Luce, la Nube, la Voce sono dunque « visione e parola », le due componenti della Rivelazione biblica, qui prodottesi nella teofania. Se ne può dare uno schema assai istrut-tivo:A) visione teofanica: a) Trasfigurazione; b) splendore; c)sole; d) vesti di luce; e) appaiono Mosè ed Elia; B) parola teofanica: a) la Voce; b) parlante; c) le 3 Parole. Accanto a questo si pone la reazione dei discepoli (Pietro): « rispose » senza essere interpellato direttamente (v.4a); ancora parlava quando dalla Nube viene la Voce (v. 5a);e questo alla visione. Dopo la Voce, essi « ascoltano» e cadono in terra. Nelle chiese che vogliono essere cristiane debbono starele sante icone (non gli orribili quadri naturalistici, né le statue paganeggianti). Le sante icone si compongono di lucel'oro), di visione del Volto, della Parola biblica che individua l'icona: « Iésoús Christós - ho On », Gesù Cristo (Mc 1,1),Colui che è (Es 3,14). La visione deve essere controllata dallaParola. I discepoli dunque ascoltando la Voce cadono in terra; è la reazione umana alla teofania divina (cfr Gen 17,3.17; Ez1,28; Ap 1,17). Così sarà per le Donne fedeli al sepolcro vuoto del Signore. La causa è il terrore dell'Immane che si accosta alla fragilità. Tale terrore è sempre salutare, non schiaccia l'uomo, ma lo rigenera (v. 6). Gesù lo sa. Con grande benevolenza si accosta ad essi e li tocca per confortarli (cfr Dan 8,18; 9,21; 10,10.18), e gli porge parole dense di significato: « Rialzatevi e non temete! » (v. 7). Il primo verbo è egéire, che si usa per la resurrezione: dalla prostrazione estrema di chi si sente annullato dalla Divinità, allo stare in piedi davanti alla medesima Divinità. Il timore è dunque rimosso, e lo dovrebbe essere persempre. Ma questo avverrà a causa della Resurrezione, quan-do tutti noi al battesimo riceviamo « lo Spirito della filiazione », non « del timore » né « della schiavitù » (Rom 8,15;cfr Gal 4,6). Rialzatisi, i discepoli vedono ormai davanti ad essi solo Gesù. La teofania per ora è terminata con l'effetto voluto.La visione del Signore resta per sempre negli occhi dei discepoli. Hanno visto la sua Divinità, da adesso vedranno la suaUmanità. Che sanno che è portatrice della Divinità. È la Divinità (v. 8). Adesso discendono dal Monte, per tornare alla missione del Signore, missione battesimale che termina alla Croce. Il Signore raccomanda di non parlare della « visione » « finché il Figlio dell'uomo dai morti risorga » (anistknó) (v. 9). In- fatti, la Resurrezione che altro è, se non la Trasfigurazione resa eterna nell'Umanità del Signore? E se a lui, dunque anche a noi (Rom 8,11). Così i discepoli nella Trasfigurazione e Resurrezione realmente « videro la Gloria di Lui» (Gv 1;14). 4) Ant. com.: Mt 17,5, adattato, « Ascoltate lui! ». « Questo è il Figlio mio - il Diletto - ascoltate lui! » è la rivelazione permanente che lo Spirito del Padre fa a noi oggi qui » per l'eccesso superabbondante della divina Bontà. È la confermazione battesimale perenne per noi, come lo fu per il Signore, come lo fu per la fede di Pietro e dei discepoli di allora. E noi oggi qui ascoltiamo il Signore in questa sua divina Parola, in questa sua divina Mensa dei Misteri,in questa divina Sposa che è la Chiesa Madre nostra unica.E « ascoltando » obbediamo e seguiamo il Signore dovunque vada, a partire da questa triplice unitaria comunione alla suaParola, alla sua Mensa, alla sua Sposa, comunione donatacidallo Spirito. Solo così noi anche siamo tutti « figli del Pa-dre », i « diletti del Padre », l'oggetto del Compiacimentodel Padre. E i catecumeni presenti ascoltano le realtà inimmaginabili che essi stessi si apprestano a ricevere ed a vivere, anzi, ad essere.

5) A.T.: Gen 12,1-4a, «Abramo!... e Abramo parti.». La tentazione a cui Adamo soggiace provoca negli uominisuoi discendenti catastrofi a catena, da Caino e Lamek, dallaperdita dello Spirito di Dio al diluvio, fino alla Torre di Babele (cfr Gen 4,1-15; 4,19-24; 6,1-3; 6,4-7; 6,8 - 9,17; 11,1-9). Di fronte a tanta rovina, il Disegno di Dio, che sembraimpedito, in realtà opera sapientemente, e « riassume » la realtà per condurla al fine predecretato in forza della legge biblica della « selezione regressiva », o concentrazione regressiva, ossia tra tutti scegliere i pochi, o uno. Dopo Caino, Dio sceglie Set. Poi sceglie Noè. Poi sceglie Abramo. Questo uno,lo scelto, sarà lo strumento della salvezza per gli altri. È la teologia del « resto santo ». Con il « Regno » infatti il Signore opera la « sussunzione progressiva » o « riassunzione universale » degli uomini, raggiunti tutti dalla Grazia divina concentrata sul Resto affinché sia donata a tutti quelli che tale Resto vorranno accettare. Solo così si comprende la concentrazione finale, il Figlio di Dio, dichiarata nelle Genealogie (cfr ancora Dom. 4a d'Avvento). Lo Spirito Vivificante all'ultimo dei tempi è portato infatti agli uomini solo dal Figlio Risorto. La lunga Preparazione a questo, assume un'importanza nodale con Abramo. In Gen 10 la « Tavola dei popoli » èelencata ai vv. 1-5, come una meraviglia, poiché il Signore crea tante stirpi, tante culture, tanti volti, tutti ad « immagine e somiglianza » sua. Ma ai vv. 6-20 comincia una prima approssimazione concentrazionale, con la genealogia di Cani; la quale è seguita da quella più vicina ad Abramo, la genealogia di Sem, vv. 21-31, dove l'universalità è dichiarata al v.32: tutti discendono da Noè, come tutti discendevano da Adamo, e tutti debbono discendere da Abramo. Non solo, la Torre di Babele (11,1-9) e la sua catastrofe universale, la dispersione « delle lingue » per il peccato di superbia auto-idolatra, porta solo una frattura. Ai vv. 10-26 torna più da vicino la genealogia di Sem, la quale finalmente ai vv. 27-32 si concentra in quella di Terah (Tare), il padre d'Abramo. Ecco il tempo divino. Il Signore chiama Abramo, a comin-ciare da un imperativo duro ed irreversibile: « Vatti viadalla terra tua » (12,1). E questo è ribadito: « e dalla parentela tua », di più: « e dalla casa del padre tuo ». È lo strappo definitivo dalla patria e dalla cultura, dal gruppo parentale che è la protezione, come una madre, per ogni uomo, dalla famiglia più stretta, padre e fratelli, con cui si vive il medesimo destino e la medesima speranza. Una lacerazioneche attraverso tutta l'esistenza. Tanto più che il versetto è completato da una meta singolare poiché è ignota: « verso la terra che Io ti farò vedere », ti mostrerò. Questa analisiresterebbe, come piace tanto a noi moderni, alla psicologia ed al ripiegamento « sull'uomo ». Ma alziamo finalmente gli occhi! Chi era Abramo? Un idolatra: « Così parla il Signore: “I padri vostri, Tare padre di Abramo e di Nahor, abitavano al principio oltre il Fiume, e servivano gli dèi stranieri » (Gios 24,2). La dichiarazione di Giosuè a Sichem, prima delladivisione delle tribù per occupare ciascuna la terra assegna-tale, è brutale. Tuttavia essa è temperata dal seguito: « Tuttavia, Io presi Abramo padre vostro di là dal Fiume, e loguidai per tutta la terra di Canaan, e moltiplicai la sua discendenza, e gli donai Isacco » (Gios 24,3). Significa che il Signore opera tutta la sua Bontà. Per formarsi il Resto deve schiantare intorno a lui tutto, come faràper il Re messianico di Is 11,1 (Dom. 2a d'Avvento). Una chirurgia dolorosa, ma a lungo andare benefica. Il Padre è il divino Contadino, che sa usare divinamente l'arte della po-tatura, affinché i rami residui producano molto frutto, dirà il Signore nella Cena (Gv 15,1-2). La potatura dolorosa chiede di più: la fede immediata ecerta. Il Signore non comunica ad Abramo se non le linee del suo Disegno: « la terra che dopo Io, quando sarà il tempo,ti mostrerò ». Così la fede chiede l'abbandono del vecchio,e l'abbandono nel Signore. La dote con cui il Signore accompagna il suo Abramo è tuttavia di inaudita abbondanza, e si può distinguere in 4 linee confluenti: a) la terra; il « luogo » normale dove il futuro popolo d'Abramo vive con il Signore; b) Abramo stesso, reso « benedizione » dalla divina benedizione. E qui ancora una volta vale richiamare il biblico significato di questo atto supremo: « la benedizione torna sul Benedicente ed unisce a Lui il benedetto »; cfr qui anche Gen14,18-20, la benedizione di Malkisedeq, la prima realizzazione; poi 24,1.35; 27,9; quindi Num 24,9; Dt 26,5; 1 Re3,8. È la prosecuzione in crescendo della divina benedizione nella creazione, Gen 1,28 e 2,3. Da questa benedizione il nome, l'essenza d'Abramo, sarà magnificato tra gli uomini, ma anche davanti al Signore stesso; c) la discendenza, « un popolo grande », che deriverà da Abramo (v. 2);d) la «benedizione di fraternità »: in Abramo si benediranno, si riconosceranno benedette dal Signore tutte le « stirpi » (mishpehet, termine di difficile traduzione) della terra; è l'aspetto universale che il Signore ricostituisce nell'uomoche ha prescelto. E questo avverrà così: le stirpi si benedi-ranno per riconoscersi sotto la discendenza d'Abramo, equeste allora saranno benedette dal Signore. Le benedizioni,atti di comunione, si incrociano indissolubilmente. Ma il Si-gnore pone come centro e mediatore universale solo Abra-mo. Per questo dà una sanzione severa: quanti non benedi-ranno Abramo, lo « malediranno », ossia si desoliderizze-ranno da lui, il Signore li « maledirà », ossia li rigetterà, sidesolidarizzerà da loro (cfr Es 23,22). Già in Gen 18,18; 22,18 comincia la ratifica di questabenedizione universale. L'elogio sarà cantato in Eccli 44,21. Il N.T. richiamerà con insistenza Abramo e la sua storiache termina in crescendo nella sua Discendenza, Gesù Cri-sto (Gal 3,8.16.18). In Rom 4 tutto il capitolo, centratoinizialmente su Abramo, termina poi con la « benedizione »abramitica realizzata, Cristo Risorto, il Figlio della Promessa(Gal 3,6), già presente in Abramo nell'episodio delle decime di Malkisedeq (Gen 14,20b, perciò Sommo Sacerdote perfetto. Infatti questa Promessa d'Abramo discesa adesso sui pagani(Gal 3,14), così che « se voi siete di Cristo, dunque siete discendenza d'Abramo, perciò voi siete eredi secondo la Promessa » (Gal 3,29). Ad opera esclusiva dello « Spirito del Figlio » di Dio, effuso nei cuori, « il quale grida Abbi'!, Padre! » (Gal 4,6; Rom 8,15). Insomma, « fratelli, voi siete figli della Promessa, come Isacco » (Gal 4,28). Immensa teologia della storia, che investe noi battezzati fedeli, e sta per investire anche i catecumeni, chiamati « di là dal Fiume », dalle loro patrie e lingue e culture e parentele, a formare l'unica Famiglia di Dio. Questo è possibile solo per un gesto decisivo di Abramo, narrato con la totale semplicità biblica: « Allora, andò Abramo » (v. 4a). È l'accettazione non contrattata, ma incondizionata. Totale e silenziosa. Umile e fidente. L'epistola agli Ebrei ne farà l'elogio, quando parlerà così: « Per la fede, chiamato, Abramo obbedì per uscire verso il luogo che stava per ricevere in eredità, ed uscì non sapendo dove va. Per lafede abitò nella terra della promessa come straniera, in tende avendo abitato, insieme con Isacco e Giacobbe, i coeredi della promessa medesima » (Ebr 11,8-9). E la spiegazione splendida segue subito: « Si aspettava infatti la città avente le fondamenta, della quale Artèfice e Creatore è Dio »(v. 9). La fede senza luce d'Abramo, sarà poi provata e tentata con la richiesta del sacrificio dell'unico figlio, Isacco, « il diletto » suo. La Notte della Resurrezione questa sarà una Lettura risonante.

6) Sal 32,4-5.18-19.20 e 22, « Inno di lode ». Questo Salmo per i vv. 6 e 9, dove si canta dell'operadivina con la Parola e con lo Spirito, ha formato l'oggettodi profonde e suggestive riflessioni dei Padri. I vv. 1-3 è un seguito di « imperativi innici » ad esultare, lodare, celebrare, inneggiare, cantare al Signore il « cantico nuovo » (cfr Es15,1-18: cantico antico e sempre « nuovo », sempre il medesimo). Il v. 4 ne dà la motivazione, che prosegue pertutto il corpo del Salmo. Il Signore dunque va celebrato, poiché la Parola sua è « retta », giusta. Essa proclama solo la Bontà divina, l'inflessibile intervento soccorritore, causato dalla Fedeltà di-vina che non deflette (v. 4a). Di qui discende che in questa Fedeltà indicibile provengano opere perfette (v. 4b; Dt32,4; Dan 4,34; Ap 15,3), come riconosce l'Orante. Infatti, per il bene degli uomini che ama, il Signore può esserefedele solo a se stesso, alla Parola che esce dal Cuore suo,Parola creante ed operante, Parola trasformante. Egli non può né deve essere « fedele all'uomo », con tutti i suoi peccati e apostasie e ripensamenti e capricci e viltà. L'antropolatria che pare abbia investito i cristiani del nostro secolo (ma le radici lontane stanno nell'eterno oscillare agostinista e pelagiano di tutto l'Occidente, così povero in teologia, in spiritualità ed in religiosità) usa l'espressione « fedele all'uomo » come una bandiera dietro cui sta il nulla. Se cosìvogliamo esprimere che vogliamo servire tutti i nostri fratelli, allora occorrerà tornare, o cominciare forse, a proclamare che vogliamo essere « fedeli solo al Signore ». La motivazione della glorificazione del Signore prosegueal v. 5a con l'acclamazione grata al Signore che ama solo« giustizia e giudizio », due termini analoghi per indicare il suo intervenire per la salvezza, e sempre con amore, in specie a favore dei poveri e degli oppressi a causa del Nome suo. È un tratto biblico costante (cfr Sal 10,8; 36,28; 44,8; 98,4; 145,9; e Mt 23,23), che sarà poi trasmesso conlo Spirito al Re messianico (Is 61,1; vedi la Messa crismale). E la misura di questo non può essere data, bensì solo di-chiarata, poiché l'immensa Bontà del Signore, la Misericordia che è la « morale dell'alleanza » da Lui rigorosamente rispettata, riempie la terra (Sal 103,24; 118,64), e consi-ste d'altra parte nella sua Gloria (Is 6,3 ), che trasmetterà anche da questa parte al Re messianico (Is 11,9; vedi Dom.2a d'Avvento). È la Misericordia, istanza ultima e prima di ogni salvezza (Ab 3,3). motivo grande, dunque, della lode al Signore (v. 5b). Chi «teme il Signore », ossia vuole con tutto il cuore adempiere alla sua Volontà rivelata, adesso sa dall'Oranteche ha il privilegio unico, meraviglioso, della costante perenne Presenza del Signore con lui. La metafora è bellissima, gli Occhi del Padre buono sono fissati con amore struggente sui piccoli figli bisognosi di tutto. Quel Volto divino si volge sempre e solo verso i figli si preoccupa di essi, pronto ad intervenire per esaudirli (Sal 33,16;10,5; 140,8). Lo sa bene chi soffre (Giob). Lo ripete il sapiente ai giovani (Eccli 15,20; 34,19; Sap ). Lo canta tutta Sion, a questo invitata (Sal 146,11). E lo conferma la fede apostolica (1 Pt 3,12). Chi spera solo nella divina Misericordia, si trova confermato (v. 18b). Il primo effetto di questi Occhi divini è dunque l'intervento misericordioso. Ed anzitutto questo produce lo scampo dalla morte che sta sempre in agguato (v. 19a), poi siconfigura come il Convito divino, con il Cibo che salva dallafame e porta alla vita (v. 19b; 38,10-11; 36,19.25; 110,5;Giob 5,20; Lc 1,53, il Magnificat). La risposta dell'Orante a nome di tutta la comunità diventa adesso proclamazione. l'adesione volenterosa,di fede, al Signore, tante volte dal Salmista (20a; 24,3; 61,2; 105,13; 129,4), e gioiosamente ma ferreamente ribadita dai Profeti (Is 8,17). E non può essere altrimenti, poiché solo nel Signore si trova l'Aiuto ed il Protettore (v. 20b; 113,9-11), non esistendo negli uomini nes-suna speranza, neppure nei capi dei popoli (145,2d; 117,9 ),dagli uomini non parte mai la salvezza (117,8; Is 2,22).Così che, smentendo l'ottimismo pelagiano moderno che sifonda « sull'uomo », Geremia dirà la parola più forte dell'A.T.: « maledetto l'uomo che confida nel geber », nell'eroe forte (Ger 17,5). Il Salmo termina con un'epiclesi: a quanto speriamo noi, corrisponda sempre la divina Misericordia (v. 22). Così ècompletato lo schema stupendo di questo inno, che a rileggerlo sì presenta così. La Misericordia divina dell'alleanza opera: a) con la Parola, v. 4; b) con la Parola e lo Spirito, v. 6; c) con la Parola creatrice, v. 9; d) attuando il Disegno eterno, v. 11; e) con l'assiduo sorvegliare gli eventiumani, v. 13; f) con la Mente divina fissa sugli uominiamati, v. 15; g) con gli Occhi provvidenti, v. 18. In tutto questo l'unica nota: l'Amore divino fedele, permanente, efficace. R/ v. 22: l'epiclesi del v. 22 serve oggi da splendido ritornello.

7) Apostolo: 2 Tim 1,8b-10, il Signore chiama e dona laluce sua. Nei vv. 6-7 l'Apostolo richiama il discepolo diletto, Timoteo, a tenere sempre in opera la Grazia divina ricevuta con l'imposizione delle mani di Paolo; attraverso questa egli ricevé lo Spirito della carità, e la sobrietà, ossia la presenza integra ed operante. Adesso Paolo si pone come l'esempio vivente per Timoteo, e mediante lui per tutta la comunità. Egli si gloria, non si vergogna, di essere stato chiamato per testimoniare il Signore Risorto, neppure nella situazione oppressiva, miserabìle, di stare prigioniero a causa dell'Evangelo. Anzi esorta Timoteo a non mettere in uso gli sforzi umani, ma al contrario a mettere fiducia nella Grazia che proviene dalla Potenza divina che è stata conferita, lo Spirito Santo. È lo spiegamento di tutto il Disegno divino, che adesso Paolo riassumerà per linee rapide. Infatti Dio già ci salvò, operazione terminata con irreversibilità totale (Gal 4,21;5,1; Tit 3,5; Rom 8,28; Ebr 3,1), ed il segno finale di questa salvezza è che, donandoci la vocazione a formare la Ekklésis hagía, fece di noi questa «Santa Convocazione ». Non si tratta della santità della vocazione personale, come si potrebbe leggere a prima vista, ma di elezione ed innalzamento a vivere davanti al Signore quale Ekklésía, la Chiesa, la Santa Convocazione, termini ricorrenti nel vocabolario paolino: 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,2; Rom 1,7. Da questa inserzione salvifica nella Comunità dei santi, ovviamente sono escluse le « opere previe » in base alle quali gli uomini po-trebbero acquisirsi dei meriti da rivendicare davanti a Dio (v. 9b), poiché nessun uomo è giusto, semmai potrà essere solo « giustificato » da Dio (Rom 3,28). Ma questa inserzione salvifica deriva esclusivamente dal Progetto e Grazia,ossia dal Disegno prestabilito da Dio, che opera secondo laGrazia dello Spirito. E la Grazia ci venne come esclusivoed immeritabile Dono del Padre « in Cristo Gesù », il che significa che occorre vivere ormai « in lui » per beneficiarne (cfr Rom 8,9). Viene la descrizione dell'indicibile Disegno divino. Questa Grazia fu concessa a noi dal Disegno eterno divino, dunque dall'eternità beata, « prima dei tempi dei secoli », ossia prima della creazione delle ere, le quali perciò furono create in funzione di quella Grazia (v. 9c). Tratto paolino tipico: Rom 16,25; Efes 1,4; Tit 1,2. Tuttavia la rivelazione divina finale (verbo phaneróó, un termine tecnico della rivelazione) fu manifestata « adesso », quando si ebbe l'epifania che è la Resurrezione di Cristo Gesù, così costituito come il Salvatore (Rom 16,26; Tit 2,11; 1 Cor 15,55), avendo calpestata, conculcata la morte ed avendo illuminato la vita e l'immortalità incorruttibile (cfr Sal 55,13;Giob 33,30). Ma tutto questo in concreto per noi avviene nella predicazione dell'Evangelo portata dagli Apostoli (v. 10).Coll.: il Padre ci comanda di obbedire al Figlio suo Unico,e noi gli rivolgiamo l'epiclesi, affinché nutra il nostro spi-rito con la Parola sua, e purifichi le nostre facoltà al fineche possiamo gioire della Visione trasformante di Lui.