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Giovanni Paolo II, Omelia nella V domenica di quaresima anno C

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA
DI NOSTRA SIGNORA DEL SUFFRAGIO
E SANT’AGOSTINO DI CANTERBURY

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 1° aprile 2001

1. "Grandi cose ha fatto il Signore per noi" (cfr Sal 125 [126], 3). Queste parole, che abbiamo ripetuto come ritornello al Salmo responsoriale, costituiscono una bella sintesi dei temi biblici proposti dall'odierna quinta Domenica di Quaresima. Già nella prima Lettura, tratta dal cosiddetto "Secondo Isaia", l'anonimo Profeta dell'esilio babilonese annuncia la salvezza da Dio preparata per il suo popolo. L'uscita da Babilonia e il ritorno in patria saranno come un nuovo e più grande Esodo.

Allora Dio aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù d'Egitto, superando l'ostacolo del mare; ora Egli riporta il suo popolo nella terra promessa, tracciando nel deserto una strada sicura. "Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa" (Is 43,18-19).

«Una cosa nuova»: noi cristiani sappiamo che, quando nell'Antico Testamento si parla di «realtà nuove», il riferimento ultimo è alla vera grande «novità» della storia: Cristo, venuto nel mondo a liberare l'umanità dalla schiavitù del peccato, del male e della morte.

2. "Donna... nessuno ti ha condannato? ... neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,10-11). Gesù è novità di vita per chi gli apre il cuore e, riconoscendo il proprio peccato, accoglie la sua misericordia che salva. Nell'odierna pagina evangelica, il Signore offre questo suo dono d'amore all'adultera, perdonata e ricondotta alla sua piena dignità umana e spirituale. Lo offre anche ai suoi accusatori, ma il loro spirito resta chiuso e impermeabile.

C'è qui un invito a meditare sul paradossale rifiuto del suo amore misericordioso. E' come se già iniziasse il processo contro Gesù, che rivivremo tra pochi giorni negli eventi della Passione: esso sfocerà nella sua ingiusta condanna a morte sulla croce. Da una parte, l'amore redentore di Cristo, gratuitamente offerto a tutti; dall'altra, la chiusura di chi, mosso dall'invidia, cerca una ragione per ucciderlo. Accusato addirittura di porsi contro la Legge, Gesù è «messo alla prova»: se assolve la donna sorpresa in flagrante adulterio, si dirà che ha trasgredito i precetti di Mosè; se la condanna, si dirà che è stato incoerente col messaggio di misericordia verso i peccatori.

Ma Gesù non cade nel tranello. Col suo silenzio, invita ciascuno a riflettere su se stesso. Da una parte, invita la donna a riconoscere la colpa commessa; dall'altra, invita i suoi accusatori a non sottrarsi all'esame di coscienza: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv 8,7).

Grave è certo la situazione della donna. Ma proprio da questo scaturisce il messaggio: qualunque sia la condizione in cui uno può venirsi a trovare, gli è sempre possibile aprirsi alla conversione e ricevere il perdono dei peccati. "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,10-11). Sul Calvario, con il sacrificio supremo della vita, il Messia suggellerà per ogni uomo e ogni donna il dono infinito del perdono e della misericordia di Dio.

3. Carissimi Fratelli e Sorelle! Sono lieto di essere oggi qui con voi, in questa vostra Parrocchia di recente fondazione. Sorta dalla fusione delle Parrocchie di "Nostra Signora del Suffragio" e di "Sant'Agostino di Canterbury", essa è stata consacrata un anno fa dal Cardinale Vicario, che saluto con affetto. Saluto insieme a lui Mons. Vicegerente, il vostro caro Parroco, Don Giulio Ramiccia, e i sacerdoti collaboratori. Un grazie cordiale esprimo a quanti mi hanno dato il benvenuto a nome vostro, all'inizio della Santa Messa.

Un pensiero riconoscente va alle Religiose che vivono e operano in questo territorio: le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, le Suore Figlie del Sacro Cuore, le Suore della Congregazione della Madre del Carmelo, le Suore Ospedaliere della Misericordia e la Comunità Adsis. Abbraccio con affetto quanti sono ospitati nei luoghi di cura presenti nell'ambito parrocchiale e chi è al loro quotidiano servizio. Saluto i membri del Consiglio Pastorale e di quello per gli Affari Economici, come pure i componenti dei vari gruppi e associazioni della vostra comunità. Saluto voi, bambini, ragazzi, ragazze e tutti i presenti, estendendo il mio ricordo agli abitanti dell'intero quartiere di Torre Maura.

4. Vengo tra voi nella Domenica che la nostra Diocesi dedica in modo particolare alla testimonianza della carità. Anche nella vostra Parrocchia, come in altre zone periferiche della Città, non mancano situazioni di disagio: dal fenomeno della tossicodipendenza all'usura, dalla prostituzione al disagio giovanile, dalla disoccupazione alla non sempre facile integrazione degli immigrati.

Su questi fronti la vostra comunità è assai attiva e cerca di dare risposte concrete a chi vive in gravi difficoltà. Intensificate, carissimi, in questo tempo di Quaresima, l'attenzione per chi è nel bisogno. Insieme al digiuno e alla preghiera, la carità è uno degli elementi caratteristici dell'itinerario quaresimale. Diffondete, pertanto, sempre più il bene e fate dell'attenzione per gli «ultimi» uno dei cardini della vostra azione pastorale.

Con ogni mezzo aiutate, poi, gli abitanti della vostra zona a scoprire che Cristo e il suo Vangelo rispondono ai reali bisogni dell'uomo e della famiglia. Da questo spirito sia animata l'iniziativa delle visite alle famiglie, cominciata in occasione della Missione cittadina e che ora state opportunamente proseguendo.

Penso adesso con speciale affetto a voi, cari giovani, che siete stati protagonisti della passata Giornata Mondiale della Gioventù, nel cuore del Grande Giubileo. So che avete accolto, nell'ambito della parrocchia, circa 1500 giovani provenienti da varie parti del mondo. Mi congratulo con voi per quanto avete compiuto con spirito di abnegazione, dando anche agli adulti una testimonianza di buona volontà. Continuate a incidere nella comunità con la vostra fedeltà evangelica, perché molti vostri coetanei, grazie a voi, possano incontrare Gesù. Vi aspetto giovedì prossimo, insieme a tutti i giovani di Roma, in Piazza San Pietro, per prepararci a celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù che, come voi sapete, sarà domenica prossima, Domenica delle Palme.

5. "Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore" (Fil 3,8). Conoscere Cristo! In questo ultimo tratto dell'itinerario quaresimale siamo ancor più stimolati dalla liturgia ad approfondire la nostra conoscenza di Gesù, a contemplare il suo volto dolente e misericordioso, preparandoci a sperimentare il fulgore della sua risurrezione. Non possiamo restare in superficie. E' necessario fare esperienza personale e profonda della ricchezza dell'amore di Cristo. Solo così, come afferma l'Apostolo, arriveremo a "conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conformi nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,10).

Come Paolo, ogni cristiano è in cammino; la Chiesa è in cammino. Non fermiamoci, Fratelli e Sorelle, né rallentiamo il passo. Al contrario, protendiamoci con tutte le forze verso la meta a cui Dio ci chiama. Corriamo verso la Pasqua ormai vicina. Ci guidi e ci accompagni, con la sua protezione, Maria, la Vergine del Cammino. Sia Lei, la Madonna che qui venerate come "Nostra Signora del Suffragio", a intercedere per noi, ora e nell'ora del nostro incontro supremo con Cristo. Amen!

Nessun profeta è bene accetto in patria. don Romeo Maggioni

Gesù si è presentato ufficialmente come Messia a Nazaret, ed ecco le reazioni, dei suoi compaesani, ma in sostanza di tutto Israele, e forse di tanti uomini di sempre: ad un primo entusiasmo succede una contestazione e poi un rifiuto; fino al tentativo di ucciderlo. "Dio è morto" ha già gridato Nietzsche un po' di tempo fa!
Ma il vangelo non si ferma: in sostituzione di chi lo rifiuta, è dato spazio ad altri, capaci di accoglierlo e di divenirne credenti, appunto i pagani rispetto ai giudei.

1) IL RIFIUTO

Quello del rifiuto è un dramma permanente, e pur sempre inspiegabile. Adamo aveva tutto - tranne un alberello! -, non gli mancava niente, e non si è fidato di Dio. Qui a Nazaret la gente accoglie con entusiasmo "le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca", sente cioè che sono verità, intuisce che è qualcosa di grande e bello questo mistero di un Dio che si china sull'uomo per salvarlo; eppure dubita, contesta, rifiuta, lo vuole morto. Anche oggi basta vedere un telegiornale: la Chiesa parla a nome di Dio, si sente sinceramente che dice cose vere, giuste, che esprimono i valori più profondamente umani, e la si contesta, la si fa tacere, la si vuole morta! "Verrà giorno - scrive san Paolo - in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole" (2Tm 4,3-4).

Allora, perché il rifiuto? "Non è il figlio di Giuseppe?", dicevano quelli di Nazaret. Non è uno di noi, uno qualunque? Chi pretende di essere! Certo, la mediazione umana fa problema, il fatto che Dio s'incarni in un uomo, in una Chiesa, entro una storia fatta anche di debolezze e tradimenti sconcerta, suscita difficoltà e reazioni. Ma è scelta di Dio quella dell'incarnazione. A ben pensarci però si trovano alla fine molte più ragioni positive di questo farsi vicino di Dio che non pericoli. Oppure il rifiuto è di un Dio che non è proprio secondo sempre nostri schemi e voglie. "Quanto abbiamo udito accadere a Cafarnao, fallo anche qui". Cercano miracoli quelli di Nazaret, cercano un Dio a proprio immediato comodo e interesse.

Ma Dio non si può catturare, Dio non lo si può piegare alle proprie misure; come non si può piegare la Chiesa al mondo, alle sue vedute, che segua i sondaggi d'opinione, che divenga più accomodante. Troppo più grande è il sogno di Dio sull'uomo, troppo più che umano, troppo più esaltante ed esigente perché l'uomo non vi arricci il naso e dica.. mi accontento di meno! E' tutto qui il dissapore nei confronti di Dio, nel "troppo" che Egli ci offre fino a volerci "simili a Lui". "Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci propone le eterne praterie del cielo".

Alla fine però in sostanza è rifiuto di un Dio che sta sopra di noi. E' inutile cercare altrove: il cuore del peccato è solo qui, nel rifiuto di Dio semplicemente, nel rifiuto di una verità superiore, nel rifiuto di accettare una dipendenza comunque da un Altro. Il peccato di Adamo è quello di voler fare da sé, di voler essere da sé, di farsi lui Dio, conoscitore del bene e del male, cioè unico arbitro di sé e del mondo. La tentazione è sempre quella: di autosufficienza, di soggettivismo, di autodeificazione. Oggi si usano tante parole inutili e bugiarde come pluralismo, libertà d'opinione, tolleranza, rispetto della coscienza..., ma in sostanza è rifiuto di una ricerca e di un confronto con una verità che ci precede, ci determina, ci giudica.

2) IL DONO DATO AD ALTRI

Ma Dio non si ferma. Né qui a Nazaret, dove Gesù "passando in mezzo a loro, se ne andò"; né a Gerusalemme, quando fu messo in croce, perché dopo tre giorni risuscitò iniziando tra noi una presenza e una azione ben più efficace e universale. "La pietra che i costruttori hanno scartato, è diventata testata d'angolo" (Lc 20,17): Dio non è fermato dall'uomo, prosegue la sua opera con chi ci sta. "Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare" (Mt 21,43). Così del resto, conclude Gesù, era già capitato ad Elia e ad Eliseo di trovare fuori più accoglienza e fede al loro operare che non in Israele.

Ecco il punto: la fede. Nel passo parallelo di Marco è scritto che Gesù "si meravigliava della loro incredulità". Gesù ha contrapposto spesso l'incredulità dei Giudei alla fede genuina di alcuni pagani: è il caso del centurione di Cafarnao, della donna cananea di Tiro, dell'unico lebbroso tornato a ringraziare per la guarigione, ed era samaritano. Non conta essere del giro, non serve avere il nome scritto nel registro di battesimo, o anche avere qualche abitudine di preghiera: ci vuole la fede, cioè l'accoglienza di Gesù come Signore e Salvatore, e saperci fidare di Lui anche quando ci si presenta con un volto e una esigenza diversa da quello che immediatamente vogliamo noi. Anche quando la fedeltà a lui implica prove, persecuzioni e un dover andare controcorrente.
Geremia - richiamatoci dalla prima lettura - è uno che ha resistito andando controcorrente.

Ma proprio qui è messo in evidenza che tale fedeltà non è opera sua ma forza che gli deriva da Dio: "Non spaventarti: ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo; ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti". La nostra capacità di fede e resistenza viene da Dio. Dio si dona, e dona anche di saper accettare il suo dono. La fede è dono, non nostro merito e conquista. Per questo ci rende umili dinanzi a Dio, senza pretese, con la costante preoccupazione della preghiera per ottenere tale dono e perseveranza; e ci rende umili anche davanti agli uomini, impedendoci di giudicare alcuno essendo noi credenti per puro regalo di Dio.

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Ecco, proprio una fede rispettosa di tutti è la fede giusta, che oggi Paolo ci richiama nella seconda lettura. "Se anche possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla". Solo una fede umile, che s'arrende a Dio, è poi capace di non prevaricare sull'uomo.
L'atteggiamento opposto è quello dell'uomo che pretende di farsi lui un Dio, che rifiuta Dio con l'incredulità supponente e autosufficiente: questa sfocia immediatamente nella prevaricazione, nella violenza, nell'oppressione dell'uomo. Solo la fede fonda l'autentica fraternità. S'è ormai da tempo costatato che "la morte di Dio" genera inesorabilmente "la morte dell'uomo"!

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C). Omelia del Card. C. Caffarra

IV DOMENICA PER ANNUM (C)
Giornata del Seminario
28 gennaio 2007


1. La pagina evangelica appena proclamata mette a nudo quanto sta accadendo in profondità nella storia degli uomini: l’adempimento della Scrittura e la risposta dell’uomo nei confronti di esso.

"Oggi si è adempiuta la Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Miei cari fedeli, la Scrittura che noi ogni domenica ascoltiamo, non è la semplice narrazione di eventi passati. Non è neppure, la sua lettura e il suo ascolto, semplicemente il mezzo attraverso cui il Signore opera nell’intimo del cuore dell’ascoltatore.

Essa narra qualcosa che sta accadendo ora in mezzo a noi, nel mondo, nella storia umana: "oggi si è adempiuta la Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Dio sta realizzando il suo disegno di salvezza: rigenerare l’uomo in Cristo; riunire l’umanità disgregata in un solo corpo, il corpo di Cristo che è la Chiesa; ricostruire la creazione demolita dal peccato. È questa opera di Dio che la Scrittura narra; è questo l’avvenimento che sta accadendo.

È Gesù che può dire "oggi si è adempiuta", poiché è in Lui e mediante Lui che l’uomo è rigenerato e le rovine della creazione sono riedificate. Egli può dire "oggi si è adempiuta" poiché Lui è l’Oggi di Dio: un "oggi" che durerà senza tramonto fino alla fine del mondo, quando tutti gli eletti saranno riuniti.

Quando Gesù venne presentato al Tempio, come celebreremo venerdì prossimo, un vecchio profeta di nome Simeone disse di Lui: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori" [Lc 2,34-35]. Queste parole accompagnarono Gesù per tutta la vita ed accompagnano anche oggi la realizzazione dentro la storia umana della sua opera redentiva. Egli è definitivamente piantato dentro la vicenda umana come "segno di contraddizione". Sapientemente l’evangelista Luca pone questa realtà fin dall’inizio del suo racconto.

È bene che riflettiamo un momento sulla "reazione" di Dio quando vede rifiutata la sua proposta di salvezza, la proposta che è Gesù. Rifiutata, la proposta viene offerta continuamente ad ogni uomo e donna: "c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova di Zarepta di Sidone".

L’opera di Dio, l’atto redentivo di Cristo, attraverso vie note solo a Lui, continuerà a penetrare la storia dell’uomo, l’intelligenza ed il cuore di ogni persona. Molti cercheranno di negare questo evento di grazia, degradandolo e comparandolo con altre proposte religiose ["non è il figlio di Giuseppe?"]. Ma la misericordia di Dio, l’amore redentivo di Cristo è più forte di ogni rifiuto. Il cuore di Cristo aperto sulla Croce non si chiude più, ma il fiume di acqua viva trasforma i nostri deserti in giardini fioriti.

2. Miei cari fratelli, oggi celebriamo la giornata del Seminario. Nella prima lettura abbiamo ascoltato la chiamata, la vocazione del profeta Geremia ad essere "profeta delle nazioni". Quali profondi pensieri genera questa pagina e quanta luce getta sulla giornata del Seminario!

Come il profeta Elia, come il profeta Eliseo, di cui parla il Vangelo, anche il profeta Geremia è il testimone dell’opera di Dio. Sì, questo è lo "stile di Dio": introdurre l’uomo nella salvezza mediante altri uomini. L’assenza dei profeti è silenzio di Dio. Sembra essere questa la condizione verso cui sta camminando il nostro popolo. Vengono meno coloro che assicurano oggi l’adempimento della Scrittura; coloro che sono i "profeti delle nazioni": i sacerdoti di Cristo che assicurano la visibile vicinanza all’uomo del Mistero.

Noi siamo qui, questa sera, per invocare il Signore: non lasciarci senza profeti; non lasciare "il tuo popolo senza pastori". Il mondo può far senza di tutto, ma non dei sacerdoti poiché non può far senza Cristo, redentore dell’uomo.



La divinità di Gesù è universale. don Bruno Maggioni

Luca apre il suo racconto del ministero pubblico di Gesù registrando un rifiuto.
Intelligentemente, però, non si limita a porre subito il lettore di fronte al nodo cruciale della vita di Gesù, ma si premura di offrirgli nel contempo due indicazioni che avviano a una sua corretta interpretazione. La prima: «Nessun profeta è ben accolto in patria». Il rifiuto che ora Gesù incontra a Nazareth, e che più tardi incontrerà nel suo popolo, non deve essere visto come un fatto isolato: è già accaduto prima e continuerà ad accadere dopo. Né un fatto isolato né puramente un fatto del passato, ma un fatto contemporaneo a ogni generazione. La constatazione storica che il popolo ebraico ha rifiutato il suo Messia dopo averlo a lungo atteso suscita in molti imbarazzo e scandalo. Ma non è il caso, sembra dire il Vangelo: è la sorte normale dei profeti, alla quale il Cristo stesso – il più grande di tutti i profeti – non ha voluto sottrarsi. La Croce non è da imputare alla particolare malvagità di quella generazione o di quei giudei, ma piuttosto a quella comune durezza di cuore, che si incontra dappertutto: proprio quella cecità, o indifferenza, di cui noi siamo spesso i primi rappresentanti.
E la seconda indicazione: «Gesù, però, passando in mezzo a loro, se ne andò». Gesù non fugge, ma si allontana con sovrana libertà («passando in mezzo a loro»). È come un simbolo, quasi un anticipo della futura risurrezione. Non è l'opposizione degli uomini la carta vincente. L'opposizione degli abitanti di Nazareth non è riuscita ad arrestare la storia di Gesù, come non riusciranno – più tardi – i suoi crocifissori. I profeti uccisi sono più vivi che mai, e il Messia crocifisso è risorto.
Dopo la meraviglia iniziale («Tutti erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca»), un netto rifiuto. Come si spiega questo brusco passaggio dall'ammirazione al rifiuto?
Per Luca la ragione è detta nelle parole dei nazaretani: «Quanto abbiamo udito che accade a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria». Gesù delude il suo paese, perché ha compiuto i miracoli altrove. I suoi compaesani avrebbero voluto che Egli facesse i miracoli lì, nella sua patria. Ma Gesù è universale e la sua patria è il mondo. Non permette che il divino presente in lui diventi un fatto locale, una storia di parte, e non intende rendersi disponibile per il vantaggio di alcuni.

Il più celebre e sublime inno all’amore. padre Raniero Cantalamessa

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno all'amore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto.

Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l'amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dell'amore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. L'amore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; l'intromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino l'arrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. L'amore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: "Amami Alfredo, amami quant'io t'amo". La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: "Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri". Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Un'altra differenza è questa. L'amore erotico, nella forma più tipica che è l'innamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che "rimane", anzi è l'unica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza.

Tra i due amori però – quello di ricerca e quello di donazione –, non c'è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l'eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c'è tutto lo spazio per una educazione all'amore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è l'amore di coppia. Nell'amore tra due sposi, all'inizio prevarrà l'eros, l'attrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dell'altro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per l'altro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che l'amore si riduce all'eros e l'eros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c'è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.