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III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)


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Dal Vangelo secondo Luca 1,1-4.4,14-21.
Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi,
come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo,
perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione.
Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.
Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere.
Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui.
Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».


IL COMMENTO


La fede non è un salto nel buio. «Che cosa è infatti il cristianesimo? È forse una dottrina che si può ripetere in una scuola di religione? È forse un seguito di leggi morali? È forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento» (Don Luigi Giussani). La fede, nel cristianesimo, è essenzialmente un'esperienza fondante che continua a ripetersi nell'arco di una vita. In ebraico la parola fede - emunah- non ha assolutamente la connotazione che siamo soliti conferirgli: essa rimanda ad un sostegno, a qualcosa di fermo cui poter appoggiarsi. Si comprende così perchè l'autore della Lettera agli Ebrei scriva che "in Cristo abbiamo come un'ancora della nostra fede". E' Cristo il fondamento della fede, e Lui non è un'idea, un sogno, un progetto, è una persona. Scriveva il Card. Ratzinger: " Il punto di partenza è l'esperienza della fede come realtà. Il cristianesimo è presenza, il qui ed ora del Signore, che ci sospinge nel qui ed ora della fede e della vita di fede. E così diventa chiara la vera alternativa: il cristianesimo non è teoria, né moralismo, né ritualismo, bensì avvenimento, incontro con una presenza, con un Dio che è entrato nella storia e che continuamente vi entra. Il cristianesimo è avvenimento; il cristianesimo è incontro con la persona di Gesù Cristo". Per questo Luca, indirizzando il suo Vangelo a Teofilo, l'innamorato di Dio, lo invita a lasciarsi condurre dentro un avvenimento relamente accaduto, perchè la sua fede abbia pieno convincimento della solidità degli insegnamenti ricevuti. In ogni modo occorrono occhi di bambino, semplici, per guardare alla realtà senza pregiudizi. Occhi di Teofilo, innamorati ed amati secondo il duplice senso che esprime la parola greca; occhi fissi su Gesù. In ebraico il valore numerico delle lettere che formano la parola ebraica "Emunah", fede, corrisponde al valore numerico della parola "bambini". Occhi di bambini dunque, affamati e semplici, gli occhi che, nella tradizione ebraica, si schiudono solo nello Shabbat. Non è un caso che Gesù entri in Sinagoga, la sua Sinagoga, laddove era stato allevato nello studio della Torah. Gesù torna ale origini, alle fonti della sua storia, che è la storia di Dio con il suo popolo. Ed è la storia di un innamoramento, e poi d'amore travolgente, e di un'alleanza eterna, e poi di tradimenti, e cadute, e perdono e misericordia. Una storia di schiavitù, di oppressione, di povertà, spesso di cecità. La storia di un resto umiliato, affamato, con gli occhi fissi su una promessa. La storia di un'attesa, di un ardente desiderio di compimento. Il Sabato per Israele è tutto questo, il compimento delle nozze promesse. Nella lingua ebraica shabbat è femminile e in tutta la simbologia ebraica il sabato è paragonato alla sposa. Il canto per eccellenza con cui si accoglie questa festa è Lehà
doddì = Vieni mio caro, dalle prime due parole del ritornello che viene ripetuto dopo ogni strofa. Israele viene presentato come uno sposo invitato ad incontrare la sua sposa: “Vieni mio caro incontro la sposa, accogliamo shabbat”. Nel sabato risuonano le parole del Cantico dei Cantici, ed in quel giorno a Nazaret giungeva lo Sposo. Eccolo dietro la grata, eccolo raccogliere il rotolo del Libro, dove è scritta la sua storia e la volontà del Padre. Ecco il corpo preparato per manifestare l'Eterno, l'amore promesso, tante volte donato, ed ora vivo e bello, da potersi guardare e fissare. Ecco il sabato compiuto, il riposo agognato, quel volto di ebreo che stilla dolcezza e attira irresistibilmente ogni sguardo. Eccolo a consegnare un oggi eterno, quell'istante di duemila anni fa, ed ogni istante di ogni vita, lo scrigno dove deporre la Parola compiuta. Ecco la libertà, la salvezza, la guarigione, la gioia. Ecco le nozze, ecco la sua voce che ci guarda come uno sposo folle d'amore guarda la sua sposa. Ecco tutta la storia fissarsi in quell'istante, e trovar senso e compimento. Ecco la sua voce, quelle parole, e l'invito ad alzarci e ad andare con Lui, che l'inverno della morte e del paccato è passato, è già la primavera della Pasqua, della vita rinata per nn morire più. E' Lui che aspettavamo, da sempre. E' Lui che oggi ci spalanca le braccia e il cuore per farci uno con Lui, per attirarci nel suo amore infinito, per dare luce e splendore e sapore e allegria alle nostre esistenze, qualunque esse siano, crocifisse e dolenti che siano; oggi è si compie la Parola, oggi s schiude il Cielo
.



Meditazione del giorno

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento sui salmi, 1, 33 ; CSEL 64, 28-30

« Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi »

Dissétati prima all’Antico Testamento, per poter bere quindi dal Nuovo. Se non berrai al primo, non potrai bere al secondo. Bevi al primo per alleviare la tua sete, bevi al secondo per dissetarti appieno... Bevi l’uno e l’altro calice, quello dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, perché in ambedue bevi Cristo. Bevi Cristo che è la vite (Gv 15,1), bevi Cristo che è la pietra da cui scaturì l’acqua (1 Cor 10,3). Bevi Cristo che è la fonte della vita (Sal 36,10); bevi Cristo perché egli è “il fiume che allieta la città di Dio (Sal 45,5); bevi Cristo che è la pace (Ef 2,14); bevi Cristo perché “fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,38). Bevi Cristo per dissetarti col sangue da cui sei stato redento; bevi Cristo, bevi la sua parola: sua parola è l’Antico e il Nuovo Testamento. Si beve la sacra Scrittura, anzi la si devora, quando fluisce nell’anima e le dà vigore la linfa del Verbo eterno. Infine, “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3; Mt 4,4). Bevi questa parola, ma bevila nell’ordine in cui essa procede: prima nell’Antico Testamento, poi nel Nuovo.

Egli dice infatti quasi con premura : “Popolo che cammini nelle tenebre, vedi questa grande luce; su di te che abiti in terra tenebrosa, una luce rifulge” (Is 9,2 LXX). Bevi subito dunque, perché su di te splenda una gran luce: non la luce comune, quella del giorno, del sole o della luna, ma la luce che dissipa l’ombra della morte.


III Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

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Un evento che stravolge l’oggi. don Bruno Maggioni

A differenza di Matteo e Marco, Luca colloca l'episodio di Nazareth e il discorso nella sinagoga all'inizio dell'attività di Gesù: ne fa un discorso inaugurale e programmatico, e lo utilizza come sommario che fa da apertura all'attività pubblica del Messia.
Gesù legge il passo di Isaia 61,1-2, ma lo modifica in parte, evidentemente in vista dei propri interessi. Tralascia «guarire i cuori contriti» (presente in Is 61,1) e introduce (citando Is 58,6) l'espressione «dare la libertà agli oppressi»; a proposito di Is 61,2 tralascia l'espressione «un giorno di vendetta per il nostro Dio» (espressione che limiterebbe il significato universale del brano). Con questi ritocchi Gesù fa del testo profetico un testo in cui si accentua l'opera di liberazione e l'universalità di questa liberazione.
La chiave del brano è il commento che Gesù fa al testo di Isaia: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi». Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano gli abituali predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l'attenzione sull'evento che lo compie: la sua venuta, appunto. L'attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore. È questo il punto centrale: la venuta di Gesù. Con la sua venuta l'attesa del profeta è compiuta. In tal modo Gesù si proclama Messia ed esprime la propria missione ricorrendo alle parole del profeta: si identifica con la sua attesa, ma si distacca quando dichiara che è compiuta oggi. L'oggi è la novità di Gesù. L'oggi è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26; 13,22-23; 19,5; 23,43): indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L'oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della Chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento, e il nostro tempo è l'oggi di Dio. Gli ebrei attendevano nel futuro il tempo adatto alla trasformazione: per il cristiano il Messia, che rende possibile il mondo nuovo, è già venuto.
La missione di Gesù è particolarmente in direzione dei poveri e degli oppressi. La citazione di Isaia è in proposito chiarissima. Gesù rivolge la «lieta notizia» agli oppressi, agli sfortunati, a tutti quegli uomini che, in altre parole, ne hanno bisogno, più sfortunati degli altri, emarginati. Potremmo riformulare la lieta notizia di Gesù in questi termini: Dio ama ogni uomo, senza differenze, dunque ogni uomo conta, ogni uomo è prezioso. Non ci sono di fronte a Dio emarginati, anzi gli ultimi sono per lui i primi. Una notizia, questa, che rende di colpo ingiustificate tutte le emarginazioni che noi costruiamo di continuo, e che dà ai poveri e agli esclusi una dignità capace di scuoterli, capace di infondere dignità e speranza.

La verità storica dei Vangeli. Padre Raniero Cantalamessa


III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (21/01/2007)
Vangelo: Lc 1,1-4; 4,14-21

Prima di iniziare il racconto della vita di Gesù, l'evangelista Luca spiega i criteri che l'hanno guidato. Egli assicura di riferire fatti attestati da testimoni oculari, appurati da lui stesso con «ricerche accurate», perché chi legge si possa rendere conto della solidità degli insegnamenti contenuti nel Vangelo. Questo ci dà l'occasione di occuparci del problema della storicità dei Vangeli.

Fino a qualche secolo fa', non esisteva nella gente il senso critico. Si prendeva per storicamente accaduto tutto ciò che veniva riferito. Negli ultimi due o tre secoli, è nato il senso storico per cui, prima di credere a un fatto del passato, lo si sottopone a un attento esame critico per accertarne la veridicità. Questa esigenza è stata applicata anche ai Vangeli.

Riassumiamo le varie tappe che la vita e l'insegnamento di Gesù hanno attraversato prima di giungere fino a noi.

Prima fase: vita terrena di Gesù. Gesù non scrisse nulla, ma nella sua predicazione usò alcuni accorgimenti comuni alle culture antiche, le quali facilitavano molto il ritenere un testo a memoria: frasi brevi, parallelismi e antitesi, ripetizioni ritmiche, immagini, parabole... Pensiamo a frasi del Vangelo come: «Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi», «Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione...; stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita» (Mt 7,13-14). Frasi come queste, una volta ascoltate, anche la gente di oggi difficilmente le dimentica. Il fatto dunque che Gesù non abbia scritto lui stesso i Vangeli non significa che le parole in essi riferite non siano sue. Non potendo stampare le parole sulla carta, gli uomini antichi se le stampavano nella mente.

Seconda fase: predicazione orale degli apostoli. Dopo la risurrezione, gli apostoli cominciarono subito ad annunciare a tutti la vita e le parole di Cristo, tenendo conto dei bisogni e delle circostanze dei diversi ascoltatori. Il loro scopo non era quello di fare della storia, ma di portare le persone alla fede. Con la comprensione più chiara che ora ne avevano, essi furono in grado di trasmettere agli altri quello che Gesù aveva detto e fatto, adattandolo ai bisogni di coloro a cui si rivolgevano.

Terza fase: i Vangeli scritti. Una trentina d'anni dopo la morte di Gesù, alcuni autori cominciarono a mettere per iscritto questa predicazione giunta fino a essi per via orale. Nacquero così i quattro Vangeli che conosciamo. Delle molte cose giunte fino a loro, gli evangelisti ne scelsero alcune, ne riassunsero altre, altre infine le spiegarono, per adattarle ai bisogni del momento delle comunità per le quali scrivevano. Il bisogno di adattare le parole di Gesù a delle esigenze nuove e diverse influì sull'ordine con cui i fatti sono raccontati nei quattro Vangeli, sulla diversa colorazione e importanza che rivestono, ma non ha alterato la verità fondamentale di essi.

Che gli evangelisti avessero, per quanto era possibile in quel tempo, una preoccupazione storica e non solo edificante, lo dimostra la precisione con cui situano la vicenda di Cristo nel tempo e nello spazio. Poco più avanti, Luca ci fornisce tutte le coordinate politiche e geografiche dell'inizio del ministero pubblico di Gesù (cfr. Lc 3,1-2).

In conclusione, i Vangeli non sono libri storici nel senso moderno di un racconto il più possibile distaccato e neutrale dei fatti accaduti. Sono però storici nel senso che quello che ci trasmettono riflette nella sostanza l'accaduto.

Ma l'argomento più convincente a favore della fondamentale verità storica dei Vangeli è quello che sperimentiamo dentro di noi ogni volta che siamo raggiunti in profondità da una parola di Cristo. Quale altra parola, antica o nuova, ha avuto mai lo stesso potere?

C. Caffarra. Omelie per la III domenica del tempo ordinario anno C

DOMENICA III PER ANNUM (C)
Conclusione Visita pastorale S. Giorgio
21 gennaio 2001

1. "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Le parole dette da Gesù nella Sinagoga di Nazareth sono state le prime parole da Lui dette pubblicamente: le sue parole programmatiche, secondo il Vangelo di Luca. A dire il vero, lo stesso Vangelo riferisce alcune parole dette da Gesù prima di queste. E’ la riposta che Egli dà a sua Madre che lo trova nel tempio, dopo averlo cercato per tre giorni: "non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Esiste un progetto del Padre a riguardo dell’uomo ["le cose del Padre"]: è di esso che Gesù deve occuparsi. Nella Sinagoga di Nazareth Gesù dice che questo progetto, rivelatoci nelle Scritture, si adempie in Lui colla sua presenza: "oggi si è adempiuta …".

Di quale progetto Gesù sta parlando? Di quale Scrittura Egli dice che si sta avverando il compimento? E’ il progetto del Padre di annunciare ai poveri un lieto messaggio, di proclamare ai prigionieri la liberazione, di donare ai ciechi la vista: di offrire un anno di grazia. Tutto questo si compie "oggi", dice Gesù, cioè colla e nella sua presenza. Ascoltando la sua parola l’uomo riceve la luce della vita poiché Egli è pieno della grazia della verità; appartenendo a Lui l’uomo viene liberato da un’esistenza votata alla corruzione e alla morte. In Lui è dato all’uomo di vivere un tempo di grazia: "oggi", dice Gesù, "perché io sono in mezzo a voi".

Quanto è durato questo "oggi"? è durato tanto quanto è durata la presenza fisicamente visibile di Gesù in mezzo a noi? C’è un passo della Scrittura che dice: "guardate… fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura quest’oggi, perché nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato" [Eb 3, 12-13]. Quando l’autore scriveva questa parole, erano già passati diversi decenni da quando Gesù aveva pronunciato le parole della sinagoga di Nazareth, eppure Egli scrive: "finché dura questo oggi". Dunque tuttora l’oggi perdura; tuttora si sta compiendo quella S. Scrittura letta da Gesù a Nazareth. Egli non ha parlato solo ai suoi compaesani. Egli sta parlando in questo momento ed in questo luogo; ti sta dicendo: "oggi, se odi la mia voce, non indurire il tuo cuore; oggi si sta compiendo la S. Scrittura poiché se sei cieco trovi in me la luce vera, se sei schiavo trovi in me la vera libertà". L’oggi perdura sempre perché Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa: l’oggi di Cristo è l’oggi della Chiesa. E’ esattamente l’avvenimento che sta accadendo ora in mezzo a noi! L’anno di grazia non è mai terminato fino al momento della nostra morte: "nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato".

2. Nella luce di questa parola di Dio comprendiamo il significato dei tre fatti di oggi: abbiamo benedetto la nuova porta della vostra basilica; celebriamo il 60.mo del ritorno dei monaci olivetani nella città di Ferrara; concludiamo la Visita pastorale.

La porta delimita sempre due spazi diversi, ma nello stesso tempo li mette in comunicazione consentendo alle persone di passare dall’uno all’altro. Cristo ha chiamato se stesso "porta". Egli è colui nel quale Dio scende e l’uomo sale: attraverso di Lui a noi è dato di entrare nella Casa di Dio, nel santuario celeste e attraverso di Lui di ritornare a vivere la nostra vita umana in un modo vero. Quanto la porta della vostra basilica dice visibilmente, oggi si compie spiritualmente: attraverso essa vi è dato di entrare a partecipare ai divini Misteri per ritornare rigenerati a vivere la vostra vita quotidiana.

E’ la comunità monastica che fa accadere questo avvenimento di grazia, che dà compimento alla S. Scrittura. E’ essa che da sessant’anni vi annuncia la parola di Dio, e celebra per voi i divini Misteri: custodi dei Misteri di Dio e quindi vigili sentinelle a difesa della dignità dell’uomo. La bellezza di questo luogo significa la trasfigurazione dell’umano compiuta dalla grazia di Cristo.

Concludiamo così la Visita pastorale: finché dura questo oggi "guardate … fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente"

La chiesa della Sinagoga di Nazareth

" height="146">The Synagogue Church

La Piccola e preziosa testimonianza giunta a noi dagli anni di gioventù che Gesù trascorse a Nazareth, ha condotto gli studiosi a descrivere questo periodo, quasi l’intera vita di Gesù, come “gli anni del silenzio”, e quanto di più significativo dell’epora, per i cristiani, è possibile trovarlo qui, nella chiesa della Sinagoga, dove il silenzio, infine, era stato rotto.

La tradizione racconta che in questo luogo, un memorabile giorno di Shabbat, Gesù declamò e commentò le parole di Isaia (Luca 4,16-27) ricevendo una risposta violenta (Luca 4,28-30). Troverete la Chiesa a pochi minuti dal vecchio mercato, i cristiani hanno inizianto a recarvisi almeno nel IV secolo, e nel 1771 i cattolici greci lo ricevettero in custodia. In questa disadorna stanza di pietra sotto la volta a botte, la tranquillità del luogo attende che voi possiate scavare nella complessità di una storia così drammatica, e riflettere sulla realtà del tempo e del luogo in cui accadde.

Luca 4,16-27

16 Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, 17 gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto: 18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 e a proclamare l'anno accettevole del Signore». 20 Poi, chiuso il libro e resolo all'inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. 21 Egli prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». 22 Tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» 23 Ed egli disse loro: «Certo, voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso; fa' anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum!"» 24 Ma egli disse: «In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria. 25 Anzi, vi dico in verità che ai giorni di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e vi fu grande carestia in tutto il paese, c'erano molte vedove in Israele; 26 eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma fu mandato a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 Al tempo del profeta Eliseo, c'erano molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu purificato; lo fu solo Naaman, il Siro».

Luca 4,28-30

28 Udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d'ira. 29 Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Il paradigma di Nazaret: La Scrittura si fa evento

Lc 4,14-30

14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.

16Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l’unzione,

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi,

19 e predicare un anno di grazia del Signore.

20Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. 22Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. 23Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!”. 24Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. 25Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”.

28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Condotto dalla “potenza dello Spirito” (v.14), Gesù anticipa, nell’episodio di Nazaret, quanto succederà a Lui e alla sua missione a Gerusalemme, nel suo ultimo triduo pasquale. Nello sconosciuto villaggio della Galilea, come poi nella Città santa della Giudea, l’accoglienza si cambia in rifiuto mortale, che Gesù supera “passando in mezzo” (v.30), cioè “facendo PASQUA” (cf. Es 12,11-12).

Con il suo gesto Gesù “adempie la Scrittura” (v.21) e si autorivela come il VERBO INCARNATO, il Logos di Dio che mette la sua tenda nella storia degli uomini (Gv l,ls).

v.14: Gesù, per l’azione dello Spirito Santo che lo ha condotto nel deserto a lottare con il demonio, davanti a Dio (4,ls), è guidato, ora, a manifestarsi come il Figlio, agli uomini, nelle loro città.

v.15: oggetto e risultato dell’insegnamento di Gesù è Lui stesso. Chi ora lo glorifica, poi lo rifiuterà (cf. v.29; 10,13-15).

v.16: II ministero pubblico di Gesù inizia di SABATO, nella SINAGOGA, con un rito che lo rapporta ad ISRAELE, alle promesse e alle SCRITTURE che le trasmettono.

Gesù non rompe con la STORIA del suo Popolo ma le dà compimento.

La sua storia personale: “a Nazaret, dove era stato allevato”, si inserisce nella Storia della salvezza illuminata dai Profeti e salvata dal Cristo.

Gesù è solito partecipare alla liturgia sinagogale del SABATO. Così, durante il suo ministero a Gerusalemme, “ogni giorno era nel Tempio” (Lc 22,56), non solo per insegnare ma certamente anche per partecipare ai riti che vi si svolgevano. D’altronde Gesù è stato educato da “genitori” osservanti, i quali “si recavano ogni anno (dalla Galilea) a Gerusalemme per la festa di Pasqua” (Lc 2,41).

Questa assiduità sarà uno specifico della primitiva Comunità di Gerusalemme (cf. Lc 24,53; At 1,14).

Come tutti gli adulti Ebrei, Gesù partecipa in modo attivo alla liturgia: “Si alzò a leggere la Scrittura”. L’abitudine (“di solito”) si trasforma, in evento unico, nell’OGGI di Dio.

v.17: Gesù che “apre il rotolo" nella sinagoga di Nazaret, è l’Agnello dell’Apocalisse, il solo “degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché è stato immolato” (Ap 5,9). Solo il Verbo sa “leggere” il progetto di Dio e spiegarne il significato. Egli subito “trova” il Profeta che parla di Lui (cf. Lc 24,27).

v.18-19: II brano trovato da Gesù cita Is 61,1; 58,6; 61,2a. Esso si presenta come un’elaborazione cristiana di un testo applicato al Cristo.

“lo Spirito del Signore è su di me”, proclamava il Profeta nel III Isaia, ma meglio può affermarlo di sé il Cristo lucano, dal battesimo in poi (cf. Lc 3,22; 4,1; 4,14...).

La “consacrazione” e l’unzione dello Spirito fanno di Gesù, il Cristo, il Messia definitivo.

A differenza di Geremia e degli altri Profeti, l’annuncio di Gesù è soltanto “buona novella”, VANGELO ai poveri.

Con Gesù l’anno di grazia, il giubileo che nell’AT era periodico (cf. Lv 25,10), diventa pieno e definitivo. Con Gesù, infatti, si ha la “pienezza dei tempi” e il riscatto radicale di tutti (Gal 4,4).

L’aver tolto al testo profetico il preannuncio del “giorno di vendetta” provoca contro Gesù la reazione dei Galilei, notoriamente ostili, anche in modo attivo, al potere romano (cf. At 5,37). Gesù afferma così di rifiutare il “messianismo politico” caldeggiato dagli zeloti, perché ha accettato quello del “Servo sofferente di Jhwh”, prefigurato nel battesimo al Giordano (cf. Lc 3,22 che rimanda ad Is 42,1).

La liberazione che il Cristo realizza è, prima di tutto, interiore. È liberazione perché tutti si abbia con Dio quel rapporto che, mediante lo Spirito, il Cristo ha con il Padre suo.

v.20: Gesù arrotola - chiude il volume della Scrittura. Egli è l’attuazione di ciò che e stato letto (cf. Mc 1,15); infatti tutte “le Scritture si riferiscono a Lui” (Lc 24,27).

“Gli occhi di tutti stavano fissi sopra di Lui”. Dall’ASCOLTO alla VISIONE. È il movimento che avviene tra l’antico e il Nuovo Testamento; da quando “il Verbo si è fatto carne" (Gv 1,14), la Torah si è fatta persona. Ciò che prima è udito viene poi veduto (1Gv 1,1; cf. i pastori di Betlemme Lc 2,15).

v.21: L’OGGI dell’adempimento delle Scritture si ha:

nel Cristo che parla,

nelle orecchie di chi ascolta.

Cf. Sal 40,7-10 ed Eb 10,5-7: Ciò che è scritto mi riguarda.

v.22: II rapporto positivo tra la bocca di Gesù che parla e le orecchie di chi lo ascolta, rende possibile la testimonianza, che ha come oggetto una PAROLA che meraviglia (perché è divina) e che trasmette la realtà stessa di Dio: la grazia.

Ma la reazione positiva degli astanti dura poco. Ecco il dubbio, il preconcetto: “Non è il figlio di Giuseppe?”. A differenza di Mc 6,36, che riporterebbe il giudizio negativo su Gesù come “figlio di Maria”. Luca, pur avendo parlato del parto verginale (Lc 1,34-35), facendo chiamare dai Nazaretani Gesù: “figlio di Giuseppe”, vuole insinuare che solo con la fede si può entrare nel mistero della vera identità del Verbo incarnato.

v.23-24: Per correggere le false aspettative messianiche dei Galilei, Gesù pone delle questioni di rottura:

Egli rifiuta di essere il taumaturgo a disposizione dei suoi concittadini. La liberazione che Gesù è venuto a portare non è di tipo magico: non si acquista con un segno arcano riservato a pochi, ma è offerta dal palese segno della CROCE, spettacolo “per tutti” (Lc 23,48) e nostra realtà quotidiana (Lc 9,23). Il proverbio citato da Gesù: “Medico, cura te stesso!”, ritornerà come sfida irridente rivolta allo stesso Crocifisso: “Salva te stesso!” (Lc 23,36-37).

L’altra distorsione che Gesù rifiuta, è quella di essere ridotto ad uno dei tanti profeti di corte, di cui si servivano i re d’Israele (cf. 2Cr 18,9). Gesù si dimostra libero, come libera è la vera profezia che viene dallo Spirito Santo (cf. 2Cor 3,17).

II proverbio citato da Gesù: “Nessun profeta è accetto nella sua casa”, riportato dai Sinottici e da Giovanni (Gv 4,44), dice la consapevolezza del Cristo sulla sua sorte, che è simile a quella dei Profeti rifiutati da Israele (cf Ger 12,6-8).

Se con G.ROSSÉ leggiamo il proverbio in modo attivo: “Nessun profeta è propizio (dektos come al v.19) alla propria patria”, possiamo vedervi una spiegazione dell’inevitabile itineranza del “missionario” Gesù e dei discepoli inviati da Lui.

v.25-27: Il fatto che Gesù citi dei miracoli compiuti da ELIA ed ELISEO a favore dei pagani, non vuoi dire l’esclusione alternativa d’Israele, ma un andare oltre esso.

Gesù, come poi farà la Chiesa da Lui fondata, parte sempre dalle promesse fatte ad Israele, per aprirsi anche ai pagani (cf. At 13-15).

v.28: Nella sinagoga sono “tutti pieni di furore” nel sentirsi posposti ai pagani.

È la stessa “rabbia” del figlio maggiore, nella parabola del Padre misericordioso (Lc 15,28). È la rabbia di chi pretende la salvezza come un diritto e non l’aspetta, invece, come dono gratuito di Dio.

v.29: Il tentativo di linciaggio anticipa e prefigura il dramma del Calvario. Nazaret, infatti, non è “edificata sul monte”, come invece lo è Gerusalemme. L’imprecisione topografica ci rimanda al valore teologico che Luca dà a tutto l’episodio.

Confronta invece Lc 20,15; Gv 19,20 ed Eb 13,12, che realizza ciò che è prefigurato a Nazaret.

v.30: “Ma Gesù passando in mezzo a loro, se n’andò”.

Con l’evangelista Giovanni possiamo notare come Gesù sfugga ai biechi propositi dei suoi concittadini, divenutigli nemici, perché “non era ancora giunta la sua ora” (Gv 7,30) cf. Gv 8,59.

Gesù deve continuare il suo cammino, il suo ESODO, che avrà compimento solo a Gerusalemme (cf. Lc 9,31).

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III Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

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La libertà in Cristo: la redenzione

Lectio Divina
Chiamati a libertà: il Giubileo tempo di Grazia
Stella Morra - 20 dicembre 1999
Monastero Cistercense - Fossano

La libertà in Cristo: la redenzione

Commento a Lc 4,16-39

Proseguiamo il cammino incominciato nei precedenti incontri sul tema del Giubileo, ma soprattutto sui contenuti del Giubileo. Nei primi due incontri ci siamo mossi sui testi del libro del Levitico, sul breve testo di istituzione del Giubileo, sul capitolo 19 del libro del Levitico “Siate santi perché io sono santo”. Questi due brevi percorsi ci consentivano di avere uno sfondo, che è lo sfondo dell’antica Alleanza, del patto con il popolo d’Israele dentro cui si radica l’idea del Giubileo. L’idea della libertà che il Giubileo porta con sé prende una forma concreta e l’esperienza dell’Esodo diventa l’esperienza, del popolo, della liberazione che Dio porta.

Questa sera (e viene bene perché siamo vicino al Natale) vorremmo fare un piccolo passo avanti, perché questo percorso di libertà e di riconoscimento che il tempo e la terra sono di Dio, cioè non appartengono a noi, trova in Cristo una svolta fondamentale.

Da questa sera in poi ci muoveremo su testi del Nuovo Testamento per cercare di raccogliere, da una parte, tutta l’eredità che viene dalla storia antica, ma anche rivisitarla dentro alla novità portata da Cristo.

Esamineremo una parte del cap. 4 del vangelo di Luca che è, in un certo senso, una sorta di manifesto di questa libertà.

Nella liturgia, normalmente, questo testo viene letto diviso: la prima parte, quella di Gesù che si alza nella sinagoga e legge il rotolo del profeta Isaia e dice: “Oggi questa parola si è adempiuta…”. Poi si legge, a volte, il pezzo in cui la folla vuole gettare Gesù dalla rupe, e poi si leggono le guarigioni.

E’ invece molto significativo il fatto che Luca ci presenti tutto questo come un quadro unitario, in qualche modo. Anche solo ad ascoltarlo si sentono le differenze di tono, di genere. Mi pare che in questa struttura noi possiamo vedere la qualificata differenza segnata da Gesù in questo annuncio di liberazione. C’è una prima parte in cui, leggendo Isaia, Lui dice: “Si è adempiuta questa parola” e dice: “Io sono questa buona notizia”. Poi c’è la reazione degli essere umani di fronte a questo; c’è poi l’azione di Gesù che segue la sua parola: le sue guarigioni. Sono guarigioni tipiche, tipologiche, due guarigioni che individuano un male molto preciso, guariscono da “quel” male, non da un male qualsiasi. Mi sembra bello vedere tutto il “movimento” del testo. Troppo spesso infatti leggiamo la prima parte e crediamo che Gesù è la lieta notizia data ai poveri, ma resta forse un’affermazione teorica perché non ci sono gli altri “pezzi”, la reazione: che cosa succede a noi, agli essere umani, a quelli che stavano davanti a Gesù, a noi, ogni volta che Gesù proclama questa libertà sulla nostra esistenza? E quali sono le opere che dobbiamo cercare intorno a noi, le azioni che mostrano la libertà che Gesù annuncia?

Proviamo a seguire il percorso passo a passo.

Innanzi tutto questo testo inizia a Nazareth dove Gesù era stato allevato: “...ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga”. In una riga e mezza fa il riassunto della vita di un buon adulto ebreo normale, nel posto dove era cresciuto, dove era stato bambino. Questo mi ha molto colpito perché riflettevo su come questo testo, tutto centrato sull’annuncio della grande libertà di Cristo, comincia con il racconto di un’abitudine e di legami con la storia del passato; racconta innanzi tutto la continuità di Gesù rispetto al posto dov’era stato allevato, il suo essere lì, ( tornato addirittura lì: era già andato via, ma era anche tornato lì, dove era stato allevato) e il suo agire normale, quindi in modo abitudinario, secondo una consuetudine che non era solo sua, ma era di tutto il popolo ebreo: entrare di sabato nella sinagoga.

Poi gli viene dato il rotolo del profeta e Lui legge, ed è un’altra azione tipica della vita religiosa di un buon ebreo: tutti i maschi adulti possono e devono leggere, a turno, i rotoli della Torah, pubblicamente, nella sinagoga. E’ l’azione tipica del maschio adulto, cioè è ciò che solo il maschio adulto può fare e deve fare, e il cui dover fare è un privilegio. Ovviamente maschio adulto vuol dire la pienezza del soggetto di fronte a Dio, per l’ebraismo. Si può discutere quanto questa cosa culturalmente sia per noi comprensibile, ma comunque quello che si dice è: colui che, a tutti gli effetti è un soggetto adulto, responsabile di fronte a Dio, fa questo.

Mi sembra che questo sia uno scenario tipico per ciascuno di noi, che ci accomuna tanto a questa storia, a questo annuncio di libertà, quanto ci provochi rispetto a noi stessi, perché dice ciò che, ci piaccia o no, siamo: gente che ha delle radici, che ha un passato, una storia (e ognuno sa la sua), una incrostazione di bene o di male, ricevuto o fatto, di cose che altri ci hanno insegnato e di cui siamo grati, di mali che altri ci hanno inflitto e di cui, per sforzandoci di perdonare, ancora portiamo qualche segno, di beni che abbiamo fatto ad altri e di cui conserviamo ancora un piccolo ricordo felice, di mali che abbiamo fatto e che vorremmo aver cancellato, di ferite aperte che non si rimarginano, di ferite rimarginate che fanno ancora un po’ male. Anche noi, in fondo, torniamo sempre lì dove siamo nati, dove siamo stati allevati. In qualche modo, ci piaccia o no, siamo, o siamo chiamati ad essere, dei soggetti adulti di fronte a Dio dentro una tradizione, che comporta delle regole, della abitudini, da: bisogna andare a messa la domenica a… tutto quello che possiamo immaginare.

Raramente noi pensiamo a tutto questo come all’inizio di una storia di libertà. Molto più facilmente, tutto ciò, a volte, ci sembra un carico, un fardello non particolarmente piacevole. Istintivamente, sentimentalmente, se pensiamo a una “botta” di libertà, pensiamo a una “botta” di novità, di qualcosa che interrompa, cambi, che renda discontinuo. Mi colpisce moltissimo che questo testo, questo grande annuncio di libertà che Gesù fa leggendo il profeta Isaia e questa parola che si dimostrerà efficace nelle opere che poi compie,nasca sotto questo segno.

E allora la domanda numero uno, mi pare, è: tutto ciò che fa di noi ciò che siamo è per noi un’esperienza, un annuncio di libertà, o no? E’ semplicemente un dato di fatto nel novanta per cento del tempo e una fatica nel restante dieci per cento del tempo?

Viene dato a Gesù il rotolo del profeta Isaia e Lui vi legge il passo che dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a..” e individua una serie di azioni: mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore. E’, in qualche modo, il manifesto del Giubileo. Questo versetto “predicare un anno di grazia del Signore” è citato sempre in tutti i testi che riguardano il Giubileo, perché è la definizione, una delle definizioni più grandi del Giubileo. Questo testo di Isaia individua, disegna il Regno messianico.

La volta scorsa padre Cesare parlava del ritorno alle origini, del Giubileo che fa tornare al disegno di Dio, ma non è un disegno di nostalgia, che sta nel passato, ma un disegno di attesa, che ci sta di fronte. E’ interessante che i cristiani siano sempre costretti a questo meccanismo strano di ritorno al futuro, perché il disegno originario di Dio che ci ha generati nella sua pienezza, nella storia non è mai stato vissuto: lo vivremo nell’ultimo giorno. E allora dovremo sempre fare questo avanti-indietro dal disegno originario per essere attirati da un futuro.

Il Regno messianico disegna questa realtà: è la meta del santo viaggio. Questo era molto chiaro per un ebreo: è la Gerusalemme celeste, quella in cui i poveri sono lieti, i prigionieri sono liberati, i ciechi vedono, gli oppressi sono rimessi in libertà e c’è un anno di grazia del Signore.

Provocata dai primi versetti di cui vi dicevo prima, mi chiedo: qual è la qualità del nostro desiderio? Verso dove stiamo andando? Con quale bagaglio? Qual è il contorno di quello che per noi sarebbe un anno di grazia? Questa è un’altra questione qualificante perché possano agire le opere della libertà.

Si sente molto parlare, in bene ed in male, delle manifestazioni esteriori del Giubileo, ma in fondo che cosa ognuno di noi si aspetta da questo Giubileo? Forse questa è una domanda da farsi. Innanzi tutto per sé e poi per tutti. Altrimenti rischiamo di essere delusi e di pensare che non è servito a niente, perché, in fondo, non desideriamo niente. Qual è l’anno di grazia del Signore che ci attendiamo? Col nostro fardello con cui ci arriviamo: adulti con delle abitudini, con dei doveri, nel luogo dove siamo stati allevati, con ciò che siamo, con la nostra storia. Arrivando con tutto questo, che domanda facciamo all’anno di grazia del Signore?

Gesù arrotola il volume, lo rende all’inserviente e Luca annota: “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavani fissi sopra di Lui”.

Nel testo di Isaia l’unica menomazione fisica cui si fa cenno è la cecità. Ci sono altri testi nei quali il Regno messianico viene legato a: i sordi odono, i muti parlano…

In questo testo l’unica cosa che si dice è: “I ciechi riavranno la vista”. E la reazione immediata della prima parte del racconto è: “Gli occhi di tutti stavano fissi su di Lui”. In qualche modo è come se Luca ci dicesse che già la Parola si è adempiuta: quelli che stanno lì, vedono, vedono Gesù. Ci sarà forse un problema dopo, in quanto forse non è quello che desideravano vedere, o forse non sapevano della loro cecità e quindi non hanno potuto rallegrarsi di “tenere gli occhi fissi su di Lui”.

Gesù dice: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Mi pare che anche qui Luca “gioca” abbastanza: gli altri lo guardano e Lui parla delle orecchie; mostra come, in fondo, c’è uno spostamento. La Scrittura è la risposta a questi che lo guardano. Sto spiegando in modo letterario per dire una cosa che a me sembra importante: mi sembra che uno dei problemi più grandi che abbiamo nello sperimentare, nel ricevere, la libertà che il Signore ci dà, è l’essere sempre un po’ sfasati nel tempo, avere una grande difficoltà a metterci sul ritmo del Signore, sul fatto che regolarmente, quando Lui ci propone una cosa, noi ne stiamo cercando un’altra, che quando guardiamo ci sarebbe da sentire e quando sentiamo ci sarebbe da guardare; quando uno è sempre un po’ sfasato, alla fine si confonde.

Questo è molto comune, accade spesso nelle relazioni umane, negli affetti, negli amori: si sbaglia ritmo, si ha voglia di parlare quando l’altro non ha parole; ci vuole una grande intimità, una grande consuetudine per riuscire a trovare dei ritmi che non siano fatti di regole stabilite dall’esterno, ma di un respiro comune, per cui ci si conosce così tanto e si sa così tanto star vicino.

Nasce la terza questione per noi: con quello che siamo, e soprattutto aspettandoci qualcosa, desiderando qualche tipo di libertà, forse la nostra questione è trovare una familiarità tale con il Signore, per cui troviamo il Suo ritmo e riusciamo a sentire quando c’è da sentire e a guardare quando c'è da guardare, a riconoscere il gesto e la misura di Dio nei nostri confronti. La Sua misura è immensa, la libertà che ci offre costante, ma molto spesso noi siamo così concentrati su dei pezzi della nostra vita che ci perdiamo tutto ciò che succede intorno. E allora la condizione di tutto questo è la familiarità.

Mi pare che sia una buona domanda: come si trova la familiarità con il Signore? Una consuetudine con Lui?

C’è poi un versetto strano che dice: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.Il versetto è strano perché non si capisce a che cosa rendono testimonianza. Che cosa significa? Si capisce quando nei Vangeli si dice che qualcuno rende testimonianza dopo aver visto un miracolo, si capisce quando Gesù richiede la testimonianza e dice: “Tu credi?”.

Ma qui, che cosa vuol dire: “Tutti gli rendevano testimonianza”?

La questione è seria. Gesù dice: “Ora si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito”. E tutti gli rendono testimonianza: che ha ragione, che davvero si è adempiuta questa Scrittura; eppure non hanno visto niente, Lui ha solo parlato, Lui ha solo detto.

La familiarità con Gesù fa rendere testimonianza che la Sua Parola è vera, e non c’è bisogno di provarla: è la storia di un rapporto, di un incontro serio. Nel nostro linguaggio comune noi diremmo: “Io mi fido di lui”.

Tutti gli rendono testimonianza e tutti sono meravigliati: è il segnale che Luca mette dopo la sfasatura dei tempi per dire che c’è un modo: è stare vicini; la Parola è compiuta quando si sta vicini al Signore, quando si ha questa familiarità con Lui che consente di trovare il Suo ritmo. Paolo dice: “Tutto coopera al bene di coloro che credono”. Tutto diventa una prova, una testimonianza.

Poi c’è un improvviso cambio di tono, una frattura. Letterariamente qui si tratta di due brani attaccati insieme, ma nella lettura che noi abbiamo, nel testo, così come è, non è senza logica. C’è la storia di adulti, c’è questo annuncio di libertà la cui condizione è la familiarità e poi c’è una frattura durissima: dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Anche Gesù assume un tono polemico e dice: “Forse mi direte: medico cura te stesso…”. Si passa dal tono della familiarità all’altra possibile reazione: dentro un rapporto questa parola è compiuta, fuori da un rapporto, questa parola non si capisce, non c’è una logica.

Lontani da Gesù, si dice di Lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, non c’è via d’uscita.

Gesù è molto duro, dice: “C’erano molte vedove al tempo di Elia, eppure fu scelta una vedova di Sarepta in Sidone; c’erano molti lebbrosi al tempo di Eliseo, eppure fu scelto per essere guarito Naaman il siro”.

Gesù dice ai suoi che dentro la storia c’è questa ambiguità. In fondo qui per gli ebrei il tema era: chi appartiene al popolo ebraico e chi no, chi è il bravo maschio adulto che può leggere la Torah e invece… la vedova di Sidone, Naaman il siro, i pagani, che non potevano nemmeno entrare nella sinagoga.

E’ come se Gesù dicesse: la familiarità non è data da un’appartenenza; non basta “stare lì”, non basta dirsi bravi cattolici, non basta stare semplicemente dentro questa storia; la familiarità è data dallo spazio possibile per le opere che liberano, che salvano, e da questo incontro con Lui. Dunque, attenzione alle ambiguità: non scegliete troppo in fretta chi è vicino e chi no, chi ha ragione e chi ha torto, chi è buono e chi è cattivo.

Ma anche, e ancora di più c’è un tema molto forte di ambiguità dei segni. Una domanda per noi: dentro la storia quali segni cerchiamo? Quali sono le cose che ci confermano o che ci mettono dubbi sulla libertà che Dio ha portato?

I segni sono ambigui, perché possono riguardare i pagani, perché possono non essere dati in un posto come questo, la città della sua nascita, la sinagoga, il sabato: il massimo del “giusto” del “tutto ben sistemato”.

Il tema è grande: la nostra storia di adulti, con tutto quello che ci portiamo dietro, la domanda su qual è l’anno di grazia che ci aspettiamo, la questione della familiarità con Dio, tutto ciò sta sotto il segno di un’ambiguità, dell’impossibilità di tracciare confini precisi, di decidere una volta per tutte, di sapere esattamente come vanno le cose, chi ha ragione e chi ha torto, dove stanno le cose giuste e quelle sbagliate, della necessità di interrogare i segni. Mi pare che anche qui l’esperienza del Giubileo è un’esperienza piena di segni: il pellegrinaggio, la porta santa, la visita alle basiliche; è una storia di segni e c’è una grande sapienza nel farci periodicamente rifare l’esperienza che ci sono dei segni e che i segni vanno letti, guardati, pensati. Ma c’è anche l’ambiguità dei segni quotidiani che sono segni dati per spiegare, dunque sono segni “chiari”. Nella nostra vita quotidiana non sappiamo mai se la soglia che stiamo per attraversare è una porta santa o una porta di perdizione, non sappiamo mai bene se il luogo verso cui stiamo pellegrinando è un luogo “segno” della presenza del Signore o no, se la persona che incontriamo ci sta mostrando la povertà di Cristo o che cosa.

Questo tema dell’ambiguità della storia è un tema tipico dell'adultità credente. Usciamo dall’entusiasmo giovanile che sa sempre chi ha ragione e chi ha torto e cominciamo ad essere un po’ più pensosi, a sapere qualcosa di più di noi stessi, della nostra vita, ad essere un po’ più cauti nel decidere chi ha ragione e chi ha torto.

Questa ambiguità è qualcosa che Gesù ripropone: l’anno di grazia è proclamato, ma nella storia sta sotto spoglie ambiguamente interpretabili; come Lui, che è il Figlio di Dio incarnato e di cui si può dire: “Non è forse costui il figlio di Giuseppe?”. La frase non è casuale, non è un insulto qualsiasi, la frase è: è Lui stesso un segno ambiguo, è qualcuno che può essere chiamato con il nome del suo padre in terra che è Giuseppe, e Lui invece è il Figlio del Padre.

“All’udire queste cose tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno. Si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero sulla cima del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Anche qui Luca si dimostra buon conoscitore degli esseri umani. Possiamo essere meravigliati di un annuncio di libertà e anche ammirarlo, ma l’annuncio dell’ambiguità ci angoscia. Quindi si arrabbiano molto e vogliono buttarlo giù da un monte. Cioè vogliono negare il dovere di discernere nei segni che invece viene messo nelle loro mani. Credo che capiti anche a noi così: molto spesso preferiremmo che gli annunci di libertà ci fossero dati preconfezionati; se qualcuno mi dice che cosa devo fare, posso poi decidere se farlo o no, il fatto è che viene rimessa in mano a ciascuno di noi la nostra esistenza, che sarà ancora la stessa cosa che il Risorto farà (pensiamo all’incontro tra il Risorto e Maria di Magdala, nel quale lei, quando lo riconosce, lo chiama maestro e Lui la chiama Maria, cioè le restituisce il suo nome, le ridà la sua vita). L’incontro con Gesù nei Vangeli è sempre raccontato sotto questo segno: chi ha fede in Lui, chi lo incontra gli domanda qualcosa e Lui rende sempre a se stessi, ti rimette in mano tutta la tua vita.

C’è chi, come i vari pubblicani, dice: “ho sbagliato”, c’è chi, come il giovane ricco se ne va triste. Le reazioni sono molto diverse: c’è chi, come Pietro si agita moltissimo, ma l’operazione di grande libertà, la parola adempiuta della grande libertà, è che ognuno è reso a se stesso, che significa anche reso alla propria ambiguità, alla fatica che noi facciamo a sapere di noi, dei nostri desideri, di quello che ci accade, di quello che vogliamo.Ma questa è la parola compiuta della libertà: essere resi a noi stessi.

Gli uditori di Gesù, secondo Luca, si arrabbiano molto: vogliono buttarlo giù dal monte. “… ma Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.” Moltissime volte, nel Vangelo, c’è questa espressione. Gesù scatena la discussione, ma poi non vi partecipa. Tutte le volte che c’è una reazione è come se desse questo segnale: da quel punto in poi il problema è loro, non è più suo. Dunque Lui passa in mezzo e se ne va. E’ qualcosa che, in qualche modo, non lo riguarda più, non è più un dato suo, ha fatto ciò che doveva fare, Lui l’ha fatto. Questa dunque è la prima parte: l’annuncio della libertà e la reazione.

Poi ci sono i due racconti di guarigione.

“Discese a Cafarnao…”: va in un’altra città e comincia a compiere le opere delle quali ha annunciato nella lettura del testo di Isaia.

A Cafarnao “insegna”, ammaestra la gente, che rimane colpita dal suo insegnamento, e c’è lo scontro con il demonio, lo spirito immondo che gli dice: “so chi sei, il Santo di Dio”. Gesù gli dice: “Taci, vattene”. E tutti sono presi da paura e dicono: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”.

E’ chiaro che Luca sta dicendo che la parola che Gesù ha detto nella prima parte “ora si è compiuta..”, che è una parola efficace, una parola che opera, e opera su due cose: sullo spirito immondo e sulla febbre della suocera di Simone.

Il grande annuncio è che la prima libertà che ci viene data è la libertà dalle invisibili forze che ci abitano, la libertà da tutte quelle parti di noi o da quella esperienza di noi che facciamo e che è così difficilmente governabile e che in realtà è la più grande schiavitù che abbiamo: quasi mai sono le cose esterne, o comunque solo in situazioni limite, che ci rendono schiavi; la nostra esperienza quotidiana è che, in fondo, abbiamo un margine di manovra piuttosto ampio, ma è la nostra esperienza interiore che fa di noi, in qualche modo, degli schiavi.

La seconda guarigione, la guarigione della suocera di Simone ci racconta la guarigione da qualcosa che ci viene dall’esterno, che nella vita può accadere. Questa è molto più semplice, non è scenografica come la prima, è banale: qualcun altro chiede per lei la guarigione e Gesù guarisce. La cosa svanisce, ma il risultato è che “lei cominciò a servirli”. Come se ciò che ci libera dal di dentro ci rendesse capaci di “stare”, di “essere”, ciò che ci libera dal di fuori provoca gratitudine e capacità di servizio.

Riflettiamo su queste due dimensioni di libertà: se non siamo liberi dentro, liberi da noi stessi, dalle prigioni che ci costruiamo, non siamo nemmeno persone, ma è vero che poi le mille cose dell’esterno fanno spazio e allora possiamo servire il Signore, cioè possiamo avere lo spazio di cuore, di anima, di energia, di desiderio per fare ciò che serve al Suo Regno.

Questo testo disegna bene questa novità portata da Gesù: è la novità di una parola di libertà incarnata, che non dice solo più i valori, ma libertà incarnata nella storia di Gesù e, dunque, nella nostra storia; l’annuncio di libertà ha i colori e i sapori dei nostri percorsi di vita, di quello che siamo, si fa carico dell’ambiguità e della fatica, ma anche della potenza di risposta della nostra vita quotidiana.