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LA SETTIMANA SANTA

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LA SETTIMANA SANTA

A che epoca risale la celebrazione della Settimana Santa? Pont. Istituto S. Anselmo



LUNEDI' SANTO

COMMENTO AL VANGELO DEL LUNEDI' SANTO
Lunedì Santo, Hamon-Bertola; Meditazioni
H. u. Von Balthasar. Maria nel nardo dà il tutto che possiede, ovvero se stessa
Ratzinger - Benedetto XVI. Omelia in suffragio del Papa Giovanni Paolo II, Lunedì Santo 2007
Commento di di mons. Javier Echevarría al Vangelo del Lunedì Santo
Commento al Vangelo del Lunedì Santo.
S. Agostino. L'unzione di Betania.
San Cromazio di Aquileia. « Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento ». Commento al Vangelo del Lunedì Santo



MARTEDI' SANTO




Ultima cena di Giovanni Canavesio


Sul petto di Gesu'

Possiamo essere voce della Parola soltanto se la nostra vita è permeata della Parola, se la viviamo nella Parola. I padri greci hanno detto che la nostra esistenza deve essere una esistenza per la Parola e della Parola. In altri termini, le parole che noi possiamo pronunciare convincono soltanto se la nostra stessa vita è Parola, è nutrita dalla Parola, vive della Parola.
Così possiamo pensare alla storia commovente dell’Ultima Cena, nella quale san Giovanni ci comunica che il discepolo amato era inchinato sul petto del Signore: dicendo questo ci fa pensare all’inizio del Vangelo, dove si dice che il Figlio viene dal seno del Padre, è al petto del Padre e perciò ci fa vedere il Padre. Essere in servizio della Parola presuppone lo stare in questa relazione profonda con Colui che è la Parola, essere sul petto del Figlio come lui è sul petto del Padre, bere dal suo cuore la Parola, vivere in vicinanza del suo cuore, dal quale bere la Parola della vita. San Paolo ci dice le stesse cose con altri termini, dicendo che dobbiamo entrare nei sentimenti di Cristo. Quali sono i sentimenti di Cristo? San Paolo risponde: si umiliò fino alla croce. E proprio umiliandosi ha superato la superbia di Adamo, la superbia che distrugge l’umanità. Nell’umiltà di questa discesa fino alla morte ha trasformato la miseria umana, perdendosi è divenuto realmente dominatore del cielo e della terra. E qui sentiamo la parola del Signore: solo chi si perde si trova veramente, chi vuole avere la sua vita per sé la perde e chi perde la sua vita la trova. Perdere la vita è il grande movimento dell’amore, che è il movimento del diacono, il movimento di san Giovanni Battista e finalmente il dinamismo di Cristo stesso. Entriamo in questi sentimenti di Cristo e impariamo così la Parola, per divenire con la stessa nostra vita parola di Cristo e della Vita.

Card. Joseph Ratzinger, omelia in occasione delle ordinazioni di sacerdoti e diaconi della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo. 24 giugno 2000, cattedrale della diocesi di Porto Santa Rufina, La Storta, Roma

Gv 13,21-33.36-3

In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: “Quello che devi fare fallo al più presto”.
Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: “Compra quello che ci occorre per la festa”, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
Quand’egli fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire”.
Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non poso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”.

IL COMMENTO

Il Vangelo di oggi ci svela i criteri di Gesù. E, dobbiamo ammettere, sono molto lontani dai nostri. Una cosa colpisce, ed è che Gesù sapeva tutto. Sapeva chi lo avrebbe tradito. Sapeva come lo avrebbe consegnato. Gesù era a conoscenza di quel che sarebbe accaduto nel suo futuro più prossimo e non fa nulla per cambiarne la rotta. Il mondo, e noi in esso, farebbe carte false per sapere in anticipo, non dico i numeri al lotto, ma anche solo le proprie vicende sentimentali, il futuro dei figli, l'epilogo di storie intricate. Le cartomanti invadono le televisioni, gli oroscopi appaiono addirittura sulle prime pagine dei giornali, sedute spiritiche e pellicole di fantasia legate alla magia e alla possibilità di cambiare il destino monopolizzano le sale cinematografiche rapendo occhi e menti di adulti e bambini. Il desiderio di appropriarsi del futuro e di manipolarlo secondo i propri progetti di felicità ci accomuna tutti. Vorremmo sapere, per regolarci, per parlare, per aggiustare, per non sbagliare. Gesù invece sa e non fa nulla. Anzi. La chiave della Sua vita è tutta in questo paradosso. Lui conosce il destino che lo attende e vi entrerà sereno, senza dire parola, come chi ha già vinto. Vi entrerà certo attraverso il crogiulo umanissimo del Getsemani, nel quale si reca a pregare sino a sudare sangue proprio perchè sapeva che cosa lo attendeva. Gesù sapeva che era venuto nel mondo per assumere quell'ora. La Sua vita non aveva altro senso e direzione che quella segnata dal cammino verso Gerusalemme, il Golgota e il sepolcro. Sapeva e portava nel cuore sigillato il segreto del Padre, l'amore che riempiva quella volontà così cruenta. Gesù vedeva la trama positiva, di Grazia e di Gloria anche negli occhi assassini di Giuda. Lo sguardo di Gesù oltrepassava i sentimenti d'affetto e di giustizia di Pietro, lo vedeva già piangente sui suoi peccati, e lo aveva già perdonato. Tutto questo è ravvisabile nelle parole più volte profetiche di Gesù. L'intimità con il Padre era la tenda della Riunione dove, nuovo Mosè, ne riceveva le confidenze. Gesù aveva una chiave per la Sua vita. Ed era la Croce. Non ve n'era altra. Ed era la Chiave per aprire il cuore di Dio e lasciarne sgorgare la misericordia per ogni uomo. Era dunque una chiave preziosa, unica, indispensabile. Una chiave d'amore per l'umanità intera. Con essa stretta nella mano, fissa nel cuore e nella mente, Gesù si è incarnato e ha vissuto. "Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà... Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell`offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre... Poiché con un`unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati " (Cfr. Eb. 10, 5 ss). Gesù non aveva bisogno di maghi, di indovini e di oroscopi, Gesù sapeva che era Figlio, che il Suo cuore era lo stesso del Padre, e questo era tutto. Il cuore e lo sguardo del Padre. Esattamente ciò che manca a noi. Tristi e insoddisfatti siamo come obbligati a dare ogni giorno un senso alla marcia della vita, sforzandoci di cambiarne orientamento quando non è secondo le nostre carte di bordo. Ci illudiamo di stabilire la meta, e tracciamo di conseguenza il percorso. E dimentichiamo chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Per questo oggi, accanto alla figura di Gesù, appare con il capo reclinato sul suo petto, la figura del discepolo che Lui amava. Tu, ed io. Siamo noi i discepoli che Gesù ama, la Sua dolcezza, la Sua tenerezza infinita, la Sua mitezza di fronte alla storia che lo condice alla morte, il Suo amore ci attirano a sé. Lui ci attrae nel profondo del Suo cuore. La luce per la nostra vita, per comprenderne il senso e per discernere il cammino, è la luce del Suo cuore trafitto d'amore. La luce di Pasqua che emerge, serena e limpida, dal Suo cuore squarciato, immagine del sepolcro aperto sulla vita e definitivamente serrato in faccia alla morte. Si, il cuore di Gesù, e il nostro capo, le nostre menti assorbite nel Suo amore, le nostre mani con quelle di Tommaso, ad accarezzarne il palpito appassionato e geloso. Gesù e ciascuno di noi, uniti nel cammino pasquale attraverso i giorni che ci attendono. In Lui il senso di ogni nostra esistenza, di ogni evento, anche il più banale. Tutto in noi è santo, così come è, non dobbiamo toccare nulla; niente da togliere, niente da aggiungere. Con Gesù possiamo fare nostre le parole di San Paolo agli anziani di Mileto: "Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio" (Cfr. Atti 20, 22 ss) . Giuda ci aspetta al varco, nella notte di questo mondo, e l'opera di satana gettata come un laccio contro di noi; Giuda è in ufficio, a scuola, forse in famiglia. Il tradimento, il disprezzo, l'isolamento. E malattie, e difficoltà, e precarietà. Sarà questa la nostra vita, ma in tutto, scorrerà l'amore di Dio, come un fiume, perchè questa generazione possa abbeverarsi alle fonti della Vita. Come è stato per Giuseppe venduto dai fratelli, il criterio per interpretare gli eventi della nostra vita è l'amore provvidente di Dio. "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l`Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d`Egitto" (Cfr. Gen. 45, 5 ss). E' Dio che conduce la storia, che compie il bene anche dove appare solo il male. E' Dio che volge al bene, anzi, realizza la sua opera d'amore per il bene dell'uomo proprio laddove l'uomo esaurisce ogni possibilità. E' questo il senso della nostra vita che solo la Sapienza della Croce concede di cogliere negli eventi. Riposare sul petto di Cristo, pregare, scrutare la Scrittura, cibarsi del Suo amore attraverso i sacramenti, lasciare che la Sua Grazia invada tutto di noi perchè la Sua Gloria si manifesti nella nostra vita. Siamo già in quel "più tardi" nel quale possiamo andare con Gesù dove Lui è già andato. Lo possiamo a condizione di non presumere di noi e di abbandonarci, come discepoli amati, sul petto di Gesù.



Commento al Vangelo del Martedì Santo
MARTEDÌ SANTO. dom Prosper Guéranger
Martedì Santo. Dal Commento al Diatessaron di sant'Efrem il siro
Martedì Santo. Dal libro «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno
Martedì Santo, Hamon-Bertola, Meditazioni



MERCOLEDI' SANTO



Mons. Javier Echevarría. Mercoledì santo: Giuda tradisce il Signore
Mercoledì Santo. Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino
Mercoledì Santo. Da “Lo specchio della carità” di Elredo di Rievaulx.
Mercoledì Santo. S.Alfonso Maria de Liguori; l'Amore delle Anime
Mercoledì Santo, Hamon-Borla, Meditazioni


GIOVEDI' SANTO

Ratzinger - Benedetto XVI. OMELIE NELLA SANTA MESSA DEL CRISMA
Giovedì Santo, Hamon-Borla, Meditazioni



VENERDI' SANTO

TESTI SULLA PASSIONE
La Passione di Gesù. Composizioni di San Francesco illustrate in video con gli affreschi di Pietro Lorenzetti
Venerdì Santo. Hamon-Borla, Meditazioni
In Passione Domini. Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich
Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d'addio
Inos Biffi. Cristo ascende la Croce. Inizia il tempo nuovo. L'inno "All'ora terza" di sant'Ambrogio


SABATO SANTO

Sabato Santo. Meditazioni di Hamon-Bertola


PASQUA

Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale



MISTERO PASQUALE

Paolo VI. Il Mistero Pasquale


ESEGESI

Vangelo di Giovanni. Lettura continua con notazioni di esegesi. Gv 18-21
Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d'addio
GNILKA. LA PASSIONE SECONDO MATTEO



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede

Commento al Vangelo del Martedì Santo





Ultima cena di Giovanni Canavesio


Sul petto di Gesu'

Possiamo essere voce della Parola soltanto se la nostra vita è permeata della Parola, se la viviamo nella Parola. I padri greci hanno detto che la nostra esistenza deve essere una esistenza per la Parola e della Parola. In altri termini, le parole che noi possiamo pronunciare convincono soltanto se la nostra stessa vita è Parola, è nutrita dalla Parola, vive della Parola.
Così possiamo pensare alla storia commovente dell’Ultima Cena, nella quale san Giovanni ci comunica che il discepolo amato era inchinato sul petto del Signore: dicendo questo ci fa pensare all’inizio del Vangelo, dove si dice che il Figlio viene dal seno del Padre, è al petto del Padre e perciò ci fa vedere il Padre. Essere in servizio della Parola presuppone lo stare in questa relazione profonda con Colui che è la Parola, essere sul petto del Figlio come lui è sul petto del Padre, bere dal suo cuore la Parola, vivere in vicinanza del suo cuore, dal quale bere la Parola della vita. San Paolo ci dice le stesse cose con altri termini, dicendo che dobbiamo entrare nei sentimenti di Cristo. Quali sono i sentimenti di Cristo? San Paolo risponde: si umiliò fino alla croce. E proprio umiliandosi ha superato la superbia di Adamo, la superbia che distrugge l’umanità. Nell’umiltà di questa discesa fino alla morte ha trasformato la miseria umana, perdendosi è divenuto realmente dominatore del cielo e della terra. E qui sentiamo la parola del Signore: solo chi si perde si trova veramente, chi vuole avere la sua vita per sé la perde e chi perde la sua vita la trova. Perdere la vita è il grande movimento dell’amore, che è il movimento del diacono, il movimento di san Giovanni Battista e finalmente il dinamismo di Cristo stesso. Entriamo in questi sentimenti di Cristo e impariamo così la Parola, per divenire con la stessa nostra vita parola di Cristo e della Vita.

Card. Joseph Ratzinger, omelia in occasione delle ordinazioni di sacerdoti e diaconi della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo. 24 giugno 2000, cattedrale della diocesi di Porto Santa Rufina, La Storta, Roma

Gv 13,21-33.36-3

In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: “Quello che devi fare fallo al più presto”.
Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: “Compra quello che ci occorre per la festa”, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
Quand’egli fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire”.
Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non poso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”.

IL COMMENTO

Il Vangelo di oggi ci svela i criteri di Gesù. E, dobbiamo ammettere, sono molto lontani dai nostri. Una cosa colpisce, ed è che Gesù sapeva tutto. Sapeva chi lo avrebbe tradito. Sapeva come lo avrebbe consegnato. Gesù era a conoscenza di quel che sarebbe accaduto nel suo futuro più prossimo e non fa nulla per cambiarne la rotta. Il mondo, e noi in esso, farebbe carte false per sapere in anticipo, non dico i numeri al lotto, ma anche solo le proprie vicende sentimentali, il futuro dei figli, l'epilogo di storie intricate. Le cartomanti invadono le televisioni, gli oroscopi appaiono addirittura sulle prime pagine dei giornali, sedute spiritiche e pellicole di fantasia legate alla magia e alla possibilità di cambiare il destino monopolizzano le sale cinematografiche rapendo occhi e menti di adulti e bambini. Il desiderio di appropriarsi del futuro e di manipolarlo secondo i propri progetti di felicità ci accomuna tutti. Vorremmo sapere, per regolarci, per parlare, per aggiustare, per non sbagliare. Gesù invece sa e non fa nulla. Anzi. La chiave della Sua vita è tutta in questo paradosso. Lui conosce il destino che lo attende e vi entrerà sereno, senza dire parola, come chi ha già vinto. Vi entrerà certo attraverso il crogiulo umanissimo del Getsemani, nel quale si reca a pregare sino a sudare sangue proprio perchè sapeva che cosa lo attendeva. Gesù sapeva che era venuto nel mondo per assumere quell'ora. La Sua vita non aveva altro senso e direzione che quella segnata dal cammino verso Gerusalemme, il Golgota e il sepolcro. Sapeva e portava nel cuore sigillato il segreto del Padre, l'amore che riempiva quella volontà così cruenta. Gesù vedeva la trama positiva, di Grazia e di Gloria anche negli occhi assassini di Giuda. Lo sguardo di Gesù oltrepassava i sentimenti d'affetto e di giustizia di Pietro, lo vedeva già piangente sui suoi peccati, e lo aveva già perdonato. Tutto questo è ravvisabile nelle parole più volte profetiche di Gesù. L'intimità con il Padre era la tenda della Riunione dove, nuovo Mosè, ne riceveva le confidenze. Gesù aveva una chiave per la Sua vita. Ed era la Croce. Non ve n'era altra. Ed era la Chiave per aprire il cuore di Dio e lasciarne sgorgare la misericordia per ogni uomo. Era dunque una chiave preziosa, unica, indispensabile. Una chiave d'amore per l'umanità intera. Con essa stretta nella mano, fissa nel cuore e nella mente, Gesù si è incarnato e ha vissuto. "Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà... Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell`offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre... Poiché con un`unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati " (Cfr. Eb. 10, 5 ss). Gesù non aveva bisogno di maghi, di indovini e di oroscopi, Gesù sapeva che era Figlio, che il Suo cuore era lo stesso del Padre, e questo era tutto. Il cuore e lo sguardo del Padre. Esattamente ciò che manca a noi. Tristi e insoddisfatti siamo come obbligati a dare ogni giorno un senso alla marcia della vita, sforzandoci di cambiarne orientamento quando non è secondo le nostre carte di bordo. Ci illudiamo di stabilire la meta, e tracciamo di conseguenza il percorso. E dimentichiamo chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Per questo oggi, accanto alla figura di Gesù, appare con il capo reclinato sul suo petto, la figura del discepolo che Lui amava. Tu, ed io. Siamo noi i discepoli che Gesù ama, la Sua dolcezza, la Sua tenerezza infinita, la Sua mitezza di fronte alla storia che lo condice alla morte, il Suo amore ci attirano a sé. Lui ci attrae nel profondo del Suo cuore. La luce per la nostra vita, per comprenderne il senso e per discernere il cammino, è la luce del Suo cuore trafitto d'amore. La luce di Pasqua che emerge, serena e limpida, dal Suo cuore squarciato, immagine del sepolcro aperto sulla vita e definitivamente serrato in faccia alla morte. Si, il cuore di Gesù, e il nostro capo, le nostre menti assorbite nel Suo amore, le nostre mani con quelle di Tommaso, ad accarezzarne il palpito appassionato e geloso. Gesù e ciascuno di noi, uniti nel cammino pasquale attraverso i giorni che ci attendono. In Lui il senso di ogni nostra esistenza, di ogni evento, anche il più banale. Tutto in noi è santo, così come è, non dobbiamo toccare nulla; niente da togliere, niente da aggiungere. Con Gesù possiamo fare nostre le parole di San Paolo agli anziani di Mileto: "Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio" (Cfr. Atti 20, 22 ss) . Giuda ci aspetta al varco, nella notte di questo mondo, e l'opera di satana gettata come un laccio contro di noi; Giuda è in ufficio, a scuola, forse in famiglia. Il tradimento, il disprezzo, l'isolamento. E malattie, e difficoltà, e precarietà. Sarà questa la nostra vita, ma in tutto, scorrerà l'amore di Dio, come un fiume, perchè questa generazione possa abbeverarsi alle fonti della Vita. Come è stato per Giuseppe venduto dai fratelli, il criterio per interpretare gli eventi della nostra vita è l'amore provvidente di Dio. "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l`Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d`Egitto" (Cfr. Gen. 45, 5 ss). E' Dio che conduce la storia, che compie il bene anche dove appare solo il male. E' Dio che volge al bene, anzi, realizza la sua opera d'amore per il bene dell'uomo proprio laddove l'uomo esaurisce ogni possibilità. E' questo il senso della nostra vita che solo la Sapienza della Croce concede di cogliere negli eventi. Riposare sul petto di Cristo, pregare, scrutare la Scrittura, cibarsi del Suo amore attraverso i sacramenti, lasciare che la Sua Grazia invada tutto di noi perchè la Sua Gloria si manifesti nella nostra vita. Siamo già in quel "più tardi" nel quale possiamo andare con Gesù dove Lui è già andato. Lo possiamo a condizione di non presumere di noi e di abbandonarci, come discepoli amati, sul petto di Gesù.

MARTEDÌ SANTO. dom Prosper Guéranger

Il fico maledetto.

Anche oggi vediamo Gesù dirigersi, di mattino, a Gerusalemme, volendo recarsi al Tempio a confermare i suoi ultimi insegnamenti. Ma è chiaro che la fine della sua missione sta per sopraggiungere; difatti, egli stesso oggi dice ai suoi discepoli: "Voi sapete che fra due giorni è Pasqua, e il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso" (Mt 26,2).

Sulla strada da Betania a Gerusalemme, i discepoli che vanno in compagnia del loro Maestro rimangono colpiti da stupore nel vedere il fico che Gesù aveva maledetto il giorno innanzi seccato e inaridito dalle radici. Allora Pietro, rivolgendosi a Gesù: "Maestro, gli disse, guarda il fico che hai maledetto come s'è seccato!". Gesù approfitta dell'occasione per ammonire tutti noi, che la natura fisica è subordinata all'elemento spirituale, quando questo si mantiene unito a Dio mediante la fede; e dice: "Abbiate fede in Dio. In verità vi dico, che se uno dirà a questo monte: levati e gettati in mare, e non esiterà nel suo cuore, ma crederà che avvenga quanto ha detto, gli avverrà. Perciò vi dico: qualunque cosa chiederete con la preghiera, abbiate fede d'ottenerla e l'otterrete" (Mc 11,20-24).

Gesù al Tempio.

Seguitando il cammino, presto entrano nella città; e, non appena Gesù arriva al Tempio, i prìncipi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani s'avvicinano a gli dicono: "Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato il potere di fare tali cose?" (ivi, 28). Nel santo Vangelo troviamo la risposta di Gesù, come anche i diversi insegnamenti che ci dà in tale occasione. Noi non faremo che indicare in genere in che modo il Redentore passò le ultime ore della sua vita mortale; la meditazione del Vangelo supplirà al resto che sorvoliamo.

Come soleva fare nei giorni precedenti, Gesù, verso sera esce dalla città, oltrepassa il monte degli Olivi e si ritira in Betania, vicino a sua madre ed agli amici fedeli.

Alla Messa, oggi la Chiesa legge il Passio secondo san Marco, poiché, in ordine di tempo, questo Vangelo fu scritto dopo quello di san Matteo, onde la ragione d'occupare questo Passio il secondo posto. Il suo Vangelo è più breve di quello di san Matteo, del quale molte volte sembra il riassunto; ma s'incontrano in esso dei dettagli che sono propri di questo Evangelista, e dimostrano le caratteristiche d'un testimone oculare. Difatti, sappiamo che san Marco era discepolo di san Pietro, e scrisse il suo Vangelo sotto l'ispirazione del Principe degli Apostoli.

La Stazione è oggi, a Roma, nella chiesa di S. Prisca.

LETTURA (Ger 11,18-20). - In quei giorni: Geremia disse: Tu, o Signore, me lo facesti conoscere, ed io lo compresi, allora mi facesti vedere le loro intenzioni. Come agnello mansueto portato al macello non avevo compreso che avevano cattivi disegni contro di me, dicendo: Diamogli del legno invece di pane, facciamolo sparire dalla terra dei viventi, ché non si rammenti più il suo nome! Ma tu, o Signore degli eserciti, che giudichi con giustizia, e scruti gli affetti e i cuori, fammi vedere la tua vendetta contro di essi; perché è a te che ho affidata la mia causa, Signore Dio mio.

L'immolazione del Messia.

Ancora una volta Geremia ci fa intendere la sua voce, riferendoci oggi proprio le parole dei suoi nemici che cospiravano di farlo morire. Tutto qui è misterioso e ci dà la sensazione che il Profeta è la figura di uno più grande di lui. "Diamogli del legno invece di pane", cioè: mettiamogli nel piatto un legno velenoso, per causargli la morte. Trattandosi del Profeta, è questo il senso letterale; ma quanto più veristicamente s'avverano tali parole nel nostro Redentore! La sua carne divina, egli ci dice, è il Pane vero disceso dal cielo; e questo Pane, questo corpo dell'Uomo Dio è pesto, lacero, sanguinante: i Giudei lo inchiodano sul legno, così che tutto vi aderisce, e nello stesso tempo il legno è tutto irrigato del suo sangue. Sul legno della croce è immolato l'Agnello di Dio; ed è per la sua immolazione che noi veniamo in possesso d'un sacrificio degno di Dio; di quel Sacrificio, per cui partecipiamo del pane celeste che è nello stesso tempo la carne dell'Agnello e la nostra vera Pasqua.

PREGHIAMO

La tua misericordia, o Dio, ci purifichi da ogni residuo dell'uomo vecchio, e ci renda capaci d'un santo rinnovamento.

Martedì Santo. Dal libro «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno

15, 35, in PG 32, 127-130

L'economia di salvezza di Dio, nostro salvatore consiste nel rialzare l'uomo dalle sue cadute e nel farlo ritornare alla intimità divina, liberandolo dall'alienazione a cui l'aveva portato la disobbedienza. La venuta di Cristo nella carne, gli esempi di vita evangelica, le sofferenze, la croce, la sepoltura, la risurrezione sono per la salvezza dell'uomo perché abbia di nuovo, mediante l'imitazione di Cristo, l'adozione a figlio di cui era dotato all'inizio.
Per l'autenticità della vita cristiana è dunque necessario imitare non solo i suoi esempi di dolcezza, di umiltà e di pazienza manifestati durante la vita, ma anche la sua stessa morte. Lo dice san Paolo, imitatore di Cristo: «Divenuto conforme a lui nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,11).
Ma come possiamo renderci conformi alla morte di lui? Facendoci conseppellire con lui per mezzo del battesimo. Qual è allora il modo della sepoltura e quale il frutto della sua imitazione? Prima di tutto è necessario interrompere il modo di vivere di prima. Ma nessuno può arrivare a tanto se non rinasce di nuovo, secondo le parole del Signore. La rigenerazione infatti, come emerge dalla parola stessa, è l'inizio di una seconda vita. Perciò prima di iniziare una seconda vita, bisogna por fine alla prima. A coloro che sono arrivati alla fine del giro nello stadio, si dà un po' di sosta e di riposo prima di far loro iniziare un altro giro. Così anche nel mutamento di vita appare necessario che la morte si interponga tra la prima e la seconda vita, e che questa morte costituisca la fine della condizione precedente e l'inizio di quella futura.
E come debbiamo morire, cioè compiere la discesa agli inferi? Imitando la sepoltura di Cristo per mezzo del battesimo. Infatti i corpi di coloro che vengono battezzati, in certo modo sono sepolti nell'acqua. Perciò il battesimo significa in maniera arcana la deposizione delle opere della carne, secondo quello che dice l'Apostolo: «In lui voi siete stati anche circoncisi, di una circoncisione però non fatta da mano d'uomo, mediante la spogliazione del vostro corpo di carne, ma della vera circoncisione di Cristo. Con lui infatti siete stati sepolti nel battesimo» (Col 2,11).
E il battesimo, in certo qual modo, lava l'anima dalle brutture, che si accumulano su di essa a causa delle tendenze della carne, secondo quanto sta scritto: «lavami e sarò più bianco della neve» (Sal 50,9). Per questo motivo noi conosciamo un unico battesimo di salvezza, dal momento che unica è la morte al mondo e unica la risurrezione dei morti, delle quali cose figura è il battesimo.

Martedì Santo. Dal Commento al Diatessaron di sant'Efrem il siro

Diatessaron, XX,4.7, in SC 121, 346.348

Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice (Lc 22,42).

Gesù dice questo a motivo della debolezza che ha assunto è perché l'ha assunta realmente, non in apparenza. Se si è fatto piccolo e si è davvero rivestito di fragilità umana, ora nella sua carne non può non tremare ed essere turbato.

Giunto il momento della morte, deve compiere quanto dipende dalla fragilità dei mortali.

Per diffondere con la sua passione il conforto nei discepoli, il Signore volle entrare nei loro sentimenti. Prese in se stesso la loro paura, per mostrar loro attraverso la somiglianza della sua anima che non bisogna gloriarsi della morte prima di averla subita. Se infatti colui che scacciava ogni paura ha provato spavento e ha chiesto la liberazione che pur sapeva impossibile, quanto più noi dobbiamo perseverare nella preghiera prima della tentazione per esserne liberati quando si presenta.

Nell'ora della tentazione il nostro animo è tormentato in tutti i sensi e il pensiero continua a divagare. Ecco perché Gesù è rimasto in preghiera, insegnandoci così che abbiamo bisogno di pregare contro i complotti e le macchinazioni del demonio per padroneggiare con la preghiera fervida, incessante e generosa i dispersi pensieri.

Semplicemente per confortare chi prova spavento della morte, Gesù ha esternato la propria paura, perché ognuno sapesse che tale paura non lo induce in peccato, purché egli tenga duro. Non la mia, o Padre. ma la tua volontà sia fatta (Lc 22,42), egli ha detto, cioè, che muoia per ridare la vita a molti.

Martedì Santo, Hamon-Bertola, Meditazioni



COLLOQUIO EUCARISTICO

"Quanto più ci inoltriamo, o Signore, nei misteri dolorosi della Vostra Passione, e tanto maggiore dobbiamo purtroppo constatare che l'Eucarestia non solo ne è il sacro memoriale, ma bensì la continuazione spaventevole, triste umiliante, angosciosa.

Tradito da Giuda, in balìa di vili manigoldi, trascinato da un tribunale all'altro, flagellato a sangue, fatto re di burla, incoronato di spine, Voi soffriste allora gli strazi più orrendi, le umiliazioni più profonde. Ma nel Sacramento del vostro amore forse che ogni giorno non Vi sono rinnovate?

Quanti cristiani dinnanzi ai vostri Tabernacoli vi fanno genuflessioni derisorie, ciarlano, ridono, scherzano, tengono in somma una condotta quanto mai indegna ed ingiuriosa!...
Quanti cristiani, dopo di avervi paragonato nel loro cuore con un Barabba qualunque d'una passione infame, vi gridano nella loro carne il crucifigge, e vi flagellano, vi sputachiano, vi fanno soffrire ogni sorta di strazi, abbandonandosi alle colpe più lubriche e basse!...
Quanti, purtroppo, dopo di avervi rapito vi trasportano nelle loro congreghe infernali e fattovi re di burla vi insultano, vi trafiggono con pugnali, vi gettano nel fuoco!...
E noi medesimi, o Gesù, non vi abbiamo forse tante volte flagellato con le nostre indelicatezze, incoronato di spine con pensieri sensuali, condannato a morte colle nostre colpe?...

Eì infinito il vostro amore, ma dobbiamo ben confessare che anche infinita è la nostra nequizia!..."
(Hamon-Bertola, Meditazioni, vol II)

Mons. Javier Echevarría, prelato dell'Opus Dei. Martedì santo: a che punto è la nostra fede?

Il Vangelo della Messa termina con l’annuncio che gli Apostoli lasceranno solo Cristo durante la Passione. A Simon Pietro che, pieno di presunzione, affermava: Darò la mia vita per te!, il Signore rispose: Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte.

Poco tempo dopo la predizione si avvera. Tuttavia, poche ore prima il Maestro aveva dato loro una lezione chiara, per prepararli ai momenti di oscurità che si avvicinavano.

Accadde il giorno dopo l’entrata trionfale a Gerusalemme. Gesù e gli Apostoli erano usciti da Betania molto presto e, a causa della fretta, probabilmente non avevano mangiato niente. Fatto sta che, dice S. Marco, il Signore ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: “Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti”. E i discepoli l’udirono.

Al tramonto tornarono al villaggio. Data l’ora avanzata, non fecero caso al fico maledetto; ma il giorno dopo, martedì, nel ritornare ancora una volta a Gerusalemme, tutti videro l’albero, una volta frondoso, che mostrava i rami nudi e secchi. Pietro lo fece notare a Gesù: Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato. Gesù allora disse loro: “Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato”.

Durante la sua vita pubblica, Gesù chiedeva una sola cosa per fare miracoli: la fede. A due ciechi che lo supplicavano di guarirli, aveva domandato: Credete voi che io possa fare questo? – Gli risposero: Sì, o Signore! Allora toccò loro gli occhi e disse: Sia fatto a voi secondo la vostra fede. E si aprirono loro gli occhi. Raccontano anche i Vangeli che in molti luoghi non poté operare guarigioni perché le persone non avevano fede.

Anche noi dobbiamo interrogarci: a che punto è la nostra fede? Confidiamo pienamente nella parola di Dio? Domandiamo nell’orazione ciò di cui abbiamo bisogno, sicuri di ottenerlo se è per il nostro bene? Insistiamo nel supplicare di ottenere ciò che ci è necessario, senza scoraggiarci?

San Josemaría Escrivá ha commentato questa scena del Vangelo. Gesù si avvicina al fico: si avvicina a te e a me. Gesù ha fame e sete di anime. Sitio! Ho sete!, grida sulla Croce. Sete di noi, del nostro amore, delle nostre anime e di tutte le anime che dobbiamo condurre a Lui, lungo la via della Croce, che è la via dell’immortalità e della gloria del Cielo.

Si accostò al fico, ma vi trovò soltanto foglie (Mt 21, 19): che vergogna! È così anche nella nostra vita? Accade anche a noi, tristemente, che facciano difetto la fede e la vibrazione dell’umiltà, e non appaiano né sacrifici né opere?

I discepoli si meravigliarono per il miracolo, ma la lezione fu inutile: pochi giorni dopo negheranno il loro Maestro. La fede deve modellare la vita intera. Cristo pone questa condizione: vivere di fede per essere poi capaci di muovere le montagne. Sono tante le cose da rimuovere... nel mondo, ma innanzitutto nel nostro cuore. Tanti ostacoli alla grazia! Fede, quindi; fede operativa, fede disposta al sacrificio, fede umile.

Maria, con la sua fede, ha reso possibile l’opera della Redenzione. Giovanni Paolo II afferma che al centro di questo mistero, nel vivo di questo stupore di fede, sta Maria, alma Madre del Redentore (Redemptoris Mater, 51). Ella accompagna costantemente tutti gli uomini lungo i sentieri che conducono alla vita eterna. La Chiesa, scrive il Papa, contempla Maria profondamente radicata nella storia dell’umanità, nell’eterna vocazione dell’uomo, secondo il disegno provvidenziale che Dio ha per lui eternamente predisposto; la vede maternamente presente e partecipe nei molteplici e complessi problemi che accompagnano oggi la vita dei singoli, delle famiglie e delle nazioni; la vede soccorritrice del popolo cristiano nell’incessante lotta tra il bene e il male, perché “non cada” o, caduto, “risorga” (Redemptoris Mater, 52).

Maria, Madre nostra: ottieni per noi, con la tua potente intercessione, una fede sincera, una speranza sicura, un amore ardente.