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I Domenica di Quaresima - anno A


«Se [il demonio] ti farà presente la tua povertà (...) insegnagli quel che non sa; opponigli quella parola di vita che è pane disceso dal cielo e dà la vita al mondo»

(San Gregorio Nazianzeno, Discorso 40, 10)



LA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A


I COMMENTI

JOSEPH RATZINGER: LE TENTAZIONI SPECCHIO DELLA FIGURA DI CRISTO
LA TENTAZIONE DEL PANE (DA GESU' DI NAZARET)
NEL DESERTO RIMASE QUARANTA GIORNI

CARLO CAFFARRA: OMELIA SULLE TENTAZIONI

R. CANTALAMESSA: CRISTO HA VINTO SATANA PER LIBERARCI


CATECHISMO

LA TENTAZIONE DI GESU'. I MISTERI DELLA SUA VITA IN NOI



PADRI DELLA CHIESA

SAN GREGORIO NAZIANZENO: IL CRISTIANO PUO' VINCERE LE TENTAZIONI
SANT'AMBROGIO: GESU' FU CONDOTTO NEL DESERTO

Catechismo della Chiesa Cattolica. La tentazione di Gesù, il suo mistero in noi

Il Mistero delle tentazioni

La tentazione di Gesù

538 I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: “Sospinto” dallo Spirito nel deserto, Gesù vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono [Cf ⇒ Mc 1,12-13 ]. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova la sua disposizione filialeDio. Gesù respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel Paradiso e quelle d'Israele nel deserto, e il diavolo si allontana da lui “per ritornare al tempo fissato” (⇒ Lc 4,13). verso

539 Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d'Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, [Cf ⇒ Sal 95,10 ] Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha “legato l'uomo forte” per riprendergli il suo bottino [Cf ⇒ Mc 3,27 ]. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre.

540 La tentazione di Gesù manifesta quale sia la messianicità del Figlio di Dio, in opposizione a quella propostagli da Satana e che gli uomini [Cf ⇒ Mt 16,21-23 ] desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore per noi: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (⇒ Eb 4,15). La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima .


I misteri della vita di Cristo

I. Tutta la vita di Cristo è Mistero

514 Non compaiono nei Vangeli molte cose che interessano la curiosità umana a riguardo di Gesù. Quasi niente vi si dice della sua vita a Nazaret, e anche di una notevole parte della sua vita pubblica non si fa parola [Cf ⇒ Gv 20,30 ]. Ciò che è contenuto nei Vangeli, è stato scritto “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome” (⇒ Gv 20,31).

515 I Vangeli sono scritti da uomini che sono stati tra i primi a credere [Cf ⇒ Mc⇒ Gv 21,24 ] e che vogliono condividere con altri la loro fede. Avendo conosciuto, nella fede, chi è Gesù, hanno potuto scorgere e fare scorgere in tutta la sua vita terrena le tracce del suo Mistero. Dalle fasce della sua nascita, [Cf ⇒Lc 2,7 ] fino all'aceto della sua passione [Cf ⇒ Mt 27,48 ] e al sudario della Risurrezione, [Cf ⇒ Gv 20,7 ] tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (⇒ Col 2,9). In tal modo la sua umanità appare come “il sacramento”, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrenacondusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice.


I tratti comuni dei Misteri di Gesù
1,1;

516 Tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre: le sue parole e le sue azioni, i suoi silenzi e le sue sofferenze, il suo modo di essere e di parlare. Gesù può dire: “Chi vede me, vede il Padre” (⇒ Gv 14,9), e il Padre: “Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo” (⇒ Lc 9,35). Poiché il nostro Signore si è fatto uomo per compiere la volontà del Padre, [Cf ⇒ Eb 10,5-7 ] i più piccoli tratti dei suoi Misteri ci manifestano “l'amore di Dio per noi” (⇒ 1Gv 4,9).

517 Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione. La Redenzione è fruttosangue della croce, [Cf ⇒ Ef 1,7; ⇒ Col 1,13-14; ⇒ 1Pt 1,18-19 ] ma questo Mistero opera nell'intera vita di Cristo: già nella sua Incarnazione, per la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà; [Cf ⇒ 2Cor 8,9 ] nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione, [Cf ⇒ Lc 2,51 ] ripara la nostra insubordinazione; nella sua parola che purifica i suoi ascoltatori; [Cf ⇒ Gvguarigioni e negli esorcismi che opera, mediante i quali “ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (⇒ Mt 8,17); [Cf ⇒ Is 53,4 ] nella sua Risurrezione, con la quale ci giustifica [Cf ⇒ Rm 4,25 ].

518 Tutta la vita di Cristo è Mistero di Ricapitolazione. Quanto Gesù ha fatto, detto e sofferto, aveva come scopo di ristabilire nella sua primitiva vocazioneuomo decaduto:

Allorché si è incarnato e si è fatto uomo, ha ricapitolato in se stesso la lungastoria degli uomini e in breve ci ha procurato la salvezza, così che noi recuperassimo in Gesù Cristo ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè d'essere ad immagine e somiglianza di Dio [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1]. Per questo appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita, restituendo con ciò a tutti gli uomini la comunione con Dio [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1].


La nostra comunione ai Misteri di Gesù

519 Tutta la ricchezza di Cristo “è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 11]. Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi , dalla sua Incarnazione “per noi uomini e per la nostra salvezza” fino alla sua morte “per i nostri peccati” (⇒ 1Cor 15,3) e alla sua Risurrezione “per la nostra giustificazione” (⇒ Rm 4,25). E anche adesso, è “nostro avvocato presso il Padre” (⇒ 1Gv 2,1), “essendo sempre vivo per intercedere” a nostro favore (⇒ Eb 7,25). Con tutto ciò che ha vissuto e soffertovolta per tutte, egli resta sempre “al cospetto di Dio in nostro favore” (⇒ Eb 9,24).

520 Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello : [Cf ⇒ Rm⇒ Fil 2,5 ] è “l'uomo perfetto” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 38] che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, [Cf ⇒ Gv 13,15 ] con la sua preghiera, attira alla preghiera, [Cf ⇒ Lc 11,1 ] con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni [Cf ⇒ Mt 5,11-12 ].

521 Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. “Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22]. Siamo chiamati a formaresola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo Corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello:

Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i Misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi e in tutta la sua Chiesa. . . Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un'estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi Misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operareMisteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi [San Giovanni Eudes, Tractatus de regno Iesu, cf Liturgia delle Ore, IV, Ufficioletture del venerdì della trentatreesima settimana].

San Gregorio Nazianzeno. Il cristiano può vincere le tentazioni

Se dopo il battesimo il tentatore, persecutore della luce, ti avrà assalito, e certo ti assalirà - infatti tentò anche il Verbo mio Dio nascosto nella carne, ossia la stessa luce velata dall'umanità - tu sai come vincerlo: non temere la lotta. Opponigli 1'acqua, opponigli lo Spirito nel quale saranno distrutti tutti i dardi infuocati di quel maligno.

Se ti farà presente la tua povertà - non dubitò infatti di farlo anche con Cri­sto, facendo gli notare la sua fame perché trasformasse in pane le pietre - ri­corda le sue risposte (cfr. Mt 4, 4). Insegnagli quel che non sa; opponigli quella parola di vita che è pane disceso dal cielo e dà la vita al mondo. Se t'insidia con la vanagloria - come fece con lui quando lo portò sul pinnacolo del tem­pio e gli disse: «Gettati giù» per mostrare la tua divinità (Mt 4,6) - non la­sciarti trasportare dalla superbia. Se ti vincerà in questo, non si fermerà qui. È insaziabile, tutto brama; adesca anche con l'aspetto della bontà e travolge il bene in male: questo è il suo modo di combattere.

Quel ladro è un esperto conoscitore anche della Scrittura. Qui quel «sta scritto» riguarda il pane; là riguarda gli angeli. Infatti sta scritto: «Ai suoi an­geli darà ordine per te, essi ti sosterranno con le mani» (Le 4, 10.11). O sofi­sta del vizio! Perché passi sotto silenzio quel che segue? Lo comprendo esat­tamente, anche se tu l'hai taciuto, perché diceva: camminerò su di te, aspide e basilisco, calpesterò serpenti e scorpioni; protetto e fortificato, ben inteso, dalla Trinità.

Se ti assalirà con l'avarizia, facendo balenare in un attimo ai tuoi occhi tutti i regni come se gli appartenessero ed esigendo la tua adorazione, disprezzalo come un miserabile. Difeso dal segno della croce, digli: Anch'io sono imma­gine di Dio; non sono stato ancora scacciato come te, per la superbia, dalla gloria celeste; sono rivestito di Cristo; col battesimo Cristo è diventato mia eredità: sei tu che mi devi adorare. Credimi, vinto e svergognato da queste parole, si ritirerà da tutti quelli che sono illuminati, come si è allontanato dal Cristo, principio della luce.

Il battesimo conferisce questi benefici a chi ne riconosce la forza. Offre tali sontuosi banchetti a coloro che soffrono una fame degna di lode.

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo.

Sant’Ambrogio. « Allora, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo »



Bisogna ricordarti come il primo Adamo è stato cacciato fuori dal paradiso nel deserto, perché la tua attenzione sia richiamata sul modo in cui il secondo Adamo torna dal deserto al paradiso. Vedi infatti come la prima condanna viene sciolta nello stesso modo in cui era stata legata, e come i benefici divini sono ristabiliti sulle tracce degli antichi. Adamo viene da una terra vergine, Cristo viene dalla Vergine ; quello è stato fatto a immagine di Dio, questo è l’Immagine di Dio (Col 1,15). Quello è stato posto sopra tutti gli animali senza ragione, questo al di sopra di ogni essere vivente. Mediante una donna è venuta la stoltezza, mediante una vergine, la sapienza ; la morte è venuta da un albero, la vita dalla croce. Uno, spogliato del vestito spirituale, si è tessuto una tunica con le foglie di un’albero ; l’altro, spogliato del vestito di questo mondo, non ha più voluto nessun vestito materiale (Gv 19,23).

Adamo è stato cacciato nel deserto, Cristo viene nel deserto : infatti sapeva dove trovare il condannato che sarebbe stato ricondotto al paradiso, liberato dalla sua colpa… Senza guida, come avrebbe potuto ritrovare nel deserto la strada smarrita, colui che nel paradiso aveva perso per mancanza di una guida, la strada che stava seguendo ?

Là, le tentazioni sono numerose, lo sforzo verso la virtù difficile, e facili i passi falsi nell’errore… Seguiamo quindi Cristo secondo la Scrittura : « Seguirete il Signore vostro Dio, e gli resterete fedeli » (Dt 13,5)… Seguiamo dunque le sue orme, e potremo tornare dal deserto al paradiso.

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento al vangelo di Luca, IV, 7-12 ; PL 15,1614

R. Cantalamessa. Cristo ha vinto Satana per liberarci

Il demonio, il satanismo e altri fenomeni connessi sono oggi di grande attualità, e inquietano non poco la nostra società. Il nostro mondo tecnologico e industrializzato pullula di maghi, stregoni di città, occultismo, spiritismo, dicitori di oroscopi, venditori di fatture, di amuleti, nonché di sette sataniche vere e proprie. Scacciato dalla porta, il diavolo è rientrato dalla finestra. Cioè, scacciato dalla fede, è rientrato con la superstizione.

L'episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto che si legge nella prima Domenica di Quaresima ci aiuta a fare un po' di chiarezza su questo tema. Anzitutto, esiste il demonio? Cioè, la parola demonio indica davvero una qualche realtà personale, dotata di intelligenza e volontà, o è semplicemente un simbolo, un modo di dire per indicare la somma del male morale del mondo, l'inconscio collettivo, l'alienazione collettiva e via dicendo? Molti, tra gli intellettuali, non credono nel demonio inteso nel primo senso. Però si deve notare che grandi scrittori e pensatori, come Goethe, Dostoevskij hanno preso assai sul serio l'esistenza di satana. Baudelaire, che non era certo uno stinco di santo, ha detto che "la più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste".

La prova principale dell'esistenza del demonio nei vangeli non è nei numerosi episodi di liberazione di ossessi, perché nell'interpretare questi fatti possono aver influito le credenze antiche sull'origine di certe malattie. Gesù che è tentato nel deserto dal demonio, questa è la prova. La prova sono anche i tanti santi che hanno lottato nella vita con il principe delle tenebre. Essi non sono dei "Don Chisciotte" che hanno lottato contro mulini a vento. Al contrario, erano uomini molto concreti e dalla psicologia sanissima.

Se tanti trovano assurdo credere nel demonio è perché si basano sui libri, passano la vita nelle biblioteche o a tavolino, mentre al demonio non interessano i libri, ma le persone, specialmente, appunto, i santi. Cosa può saperne su Satana chi non ha mai avuto a che fare con la realtà di satana, ma solo con la sua idea, cioè con le tradizioni culturali, religiose, etnologiche su satana? Costoro trattano di solito questo argomento con grande sicurezza e superiorità, liquidando tutto come "oscurantismo medievale". Ma è una falsa sicurezza. Come chi si vantasse di non aver alcuna paura del leone, adducendo come prova il fatto che lo ha visto tante volte dipinto o in fotografia è non si è mai spaventato. D'altra parte, è del tutto normale e coerente che non creda nel diavolo, chi non crede in Dio. Sarebbe addirittura tragico se qualcuno che non crede in Dio credesse nel diavolo!

La cosa più importante che la fede cristiana ha da dirci non è però che il demonio esiste, ma che Cristo ha vinto il demonio. Cristo e il demonio non sono per i cristiani due principi uguali e contrari, come in certe religioni dualistiche. Gesù è l'unico Signore; Satana non è che una creatura "andata a male". Se gli è concesso potere sugli uomini, è perché gli uomini abbiano la possibilità di fare liberamente una scelta di campo e anche perché "non montino in superbia" (cf. 2 Cor 12,7), credendosi autosufficienti e senza bisogno di alcun redentore. "Il vecchio Satana è matto - dice un canto spiritual negro. Ha sparato un colpo per distruggere la mia anima, ma ha sbagliato mira e ha distrutto invece il mio peccato".

Con Cristo non abbiamo nulla da temere. Niente e nessuno può farci del male, se noi stessi non lo vogliamo. Satana, diceva un antico padre della Chiesa, dopo la venuta di Cristo, è come un cane legato sull'aia: può latrare e avventarsi quanto vuole; ma, se non siamo noi ad andargli vicino, non può mordere. Gesù nel deserto si è liberato da Satana per liberarci da satana! È la gioiosa notizia con cui iniziamo il nostro cammino quaresimale verso la Pasqua.

I Domenica di Quaresima anno A

«Se [il demonio] ti farà presente la tua povertà (...) insegnagli quel che non sa; opponigli quella parola di vita che è pane disceso dal cielo e dà la vita al mondo»

(San Gregorio Nazianzeno, Discorso 40, 10)






LITURGIA



COMMENTI

J. Ratzinger, Le tentazioni, specchio della figura di Cristo

J. Ratzinger. La tentazione del pane

J. Ratzinger. « Nel deserto rimase quaranta giorni »

C. Caffarra. Omelia sulle tentazioni


CATECHISMO

Catechismo della Chiesa Cattolica. La tentazione di Gesù, il suo mistero in noi


PADRI DELLA CHIESA

San Gregorio Nazianzeno. Il cristiano può vincere le tentazioni

Sant’Ambrogio. «Allora, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo»

C. Caffarra. Omelia sulle tentazioni

Card. Caffarra OMELIA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA Cattedrale Ferrara 1 marzo 1998

È un grande momento quello che la Chiesa inizia ora a vivere: essa è chiamata, e ciascuno di noi è chiamato nella Chiesa, a divenire partecipe del mistero delle tentazioni di Cristo nel deserto: a rivivere questo mistero di cui avete sentito la narrazione nel Vangelo. In Gesù infatti, che è il Nuovo Adamo, ognuno di noi è stato incluso, e come prefigurato realmente, così che ciascuno di noi rivive in sé la vita del Signore. E non solo né principalmente attraverso l’imitazione, ma nel senso che ci è donato il suo Santo Spirito che ci inserisce nel Cristo nostro capo: nel Cristo tentato e vittorioso. E’ questo tutto il mistero (o sacramento) della S. Quaresima, che noi siamo chiamati a rivivere in noi attraverso un percorso che ci porterà fino alla celebrazione della Grande Missione e poi della Pasqua..

1. Iniziamo dalla meditazione attenta della pagina evangelica che narra le tre tentazioni di Gesù nel deserto. E’ molto profonda, e dobbiamo essere molto docili allo Spirito che cela spieghi dentro al cuore attraverso le mie parole, che percuotono solo le vostre orecchie. Potremmo analizzare ad una ad una le tre tentazioni di Gesù ma forse è meglio che ci domandiamo se queste tre tentazioni in fondo non sono altro che tre espressioni, tre modalità in cui prende corpo una sola tentazione, una sola proposta che il Satana fa alla libertà umana di Gesù. E’ proprio così! Che cosa propone a Gesù? di seguire una via, di realizzare un’esistenza contraria a quella che il Padre aveva progettato per Lui, cercando di introdurre nel suo cuore il sospetto circa la bontà e la fedeltà di Dio. Vedete, fratelli e sorelle, questa è da sempre (dalla tentazione di Adamo in poi) la “strategia” di cui si serve Satana per indurci al peccato: prima di tutto farci dubitare, a livello della nostra ragione, della bontà del Padre e poi, di conseguenza, indurci a disobbedire al suo progetto. Introdurre nel cuore dell’uomo il sospetto che Dio sia invidioso della felicità dell’uomo; introdotto il sospetto, è più facile indurre la sua libertà al male. E’ questo che Satana ha tentato di fare con Gesù nel deserto: distoglierlo dalla sua obbedienza al Padre, mostrando come vera vita un’esistenza contraria al progetto divino. Come? Ecco le tre forme che assume questa tentazione di base. La prima: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. E’ un invito a dare prova della sua capacità di provvedere a se stesso, prescindendo dal Padre. E’ un invito a dare una dimostrazione della propria relazione unica al Padre, attraverso un fatto miracoloso che non gli renda più necessario l’abbandono confidente al Padre. Gesù però risponde che egli intende vivere invece la sua missione nell’ascolto obbediente del Padre.

La seconda: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni … tutto sarà tuo”. E’ la tentazione più subdola, formulata quasi cogli stessi termini di un’antica promessa messianica (cfr. Sal 2,7-8). In questa promessa Iddio prometteva al suo Messia di renderlo Signore. Ma la via è quella dell’umiliazione e non della gloria, del servizio e non del dominio. Gesù risponde che egli intende dipendere esclusivamente da Dio, vivendo la sua esistenza messianica nell’assoluta obbedienza al Padre.

La terza: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù”. E’ il sospetto della fedeltà di Dio alle sue promesse. Egli aveva detto: “ai suoi angeli darà ordine per te …” «Prova se è vero! » Sembra dire Satana «mettilo alla prova per verificare se mantiene le sue promesse». La risposta di Gesù è secca e decisa: questo significa “tentare Dio”. L’affidamento al Padre è totale. Vedete, fratelli e sorelle, che la tentazione satanica è in una terribile progressione: dimostra colla tua potenza che non hai bisogno di Dio; costruisciti una potenza e un regno in questo mondo; prova infine a verificare se Dio mantiene le promesse e se di Lui ci si può fidare. Ed anche vedete che la triplice tentazione di Satana mira ad un solo obiettivo: convincere che si può vivere senza Dio; optare per una vita che prescinda da Dio stesso. E’ questa l’intima natura di ogni suggestione diabolica: la suggestione dell’anti-verità.

2. Carissimi fratelli e sorelle, ho detto che la Quaresima è il mistero della partecipazione alla tentazione e vittoria di Cristo. Questa partecipazione ha un nome: si chiama conversione. E’ un avvenimento, la conversione, assai profondo che lo Spirito Santo vuole fare accadere in noi per mezzo della S. Quaresima. In che cosa consiste? Nel rifare esattamente il cammino contrario a quello che abbiamo fatto allontanandoci dal Signore. E’ stato un cammino della nostra intelligenza che ha cominciato a non fidarsi più della parola di Dio; è stato un cammino della nostra volontà che ha di conseguenza scelto come bene ciò che la parola di Dio giudicava male. La conversione quindi è un cambiamento nel nostro modo di pensare: pensare secondo il Signore; è un cambiamento nel nostro modo di scegliere ed essere liberi: seguire il Signore.

Il Signore nel deserto ha già vinto per noi; ora vuole vincere in noi: Egli stesso ci conduca col suo S. Spirito fuori dalla nostra miseria nella vera libertà dei figli.

J. Ratzinger. La tentazione del pane

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: "Gesù di Nazaret

[...] La prova dell'esistenza di Dio che il tentatore propone nella prima tentazione consiste nel trasformare in pane le pietre del deserto. All'inizio si tratta della fame di Gesù stesso - così l'ha vista Luca: «Di' a questa pietra che diventi pane» (Le 4,3). Ma Matteo interpreta la tentazione in modo più ampio, così come già durante la vita terrena di Gesù e in seguito lungo tutta la storia gli veniva e gli viene proposta sempre di nuovo.

Che cosa vi è di più tragico, che cosa contraddice maggiormente la fede in un Dio buono e la fede in un redentore degli uomini che la fame dell'umanità? Il primo criterio di identificazione del redento re davanti al mondo e per il mondo non dovrebbe essere quello di dare il pane e mettere fine alla fame di ogni uomo? Quando il popolo d'Israele vagava nel deserto Dio l'aveva nutrito mandando il pane dal cielo, la manna. Si credeva di poter riconoscere in questo un'immagine del tempo messianico: non doveva e non deve il salvatore del mondo dimostrare la propria identità dando da mangiare a tutti? Il problema dell'alimentazione del mondo – e, più in generale: i problemi sociali - non sono forse il primo e autentico criterio al quale deve essere commisurata la redenzione? Può qualcuno che non soddisfa questo criterio chiamarsi a buon diritto redentore? Il marxismo ha fatto proprio di questo ideale - in modo comprensibilissimo - il cuore della sua promessa di salvezza: avrebbe fatto sì che ogni fame fosse placata e che «il deserto diventasse pane»...

«Se tu sei Figlio di Dio...» - quale sfida! E non si dovrà dire la stessa cosa alla Chiesa? Se vuoi essere la Chiesa di Dio, allora preoccupati anzitutto del pane per il mondo - il resto viene dopo. È difficile rispondere a questa sfida, proprio perché il grido degli affamati ci penetra e deve penetrarci tanto profondamente nelle orecchie e nell'anima. La risposta di Gesù non si può capire solo alla luce del racconto delle tentazioni. Il tema del pane permea tutto il Vangelo e deve essere visto in tutta la sua estensione. Ci sono altri due grandi racconti sul pane nella vita di Gesù. Uno è la moltiplicazione dei pani per le migliaia di persone che avevano seguito il Signore nel deserto. Perché ora viene fatto quello che prima era stato respinto come tentazione? La gente era venuta per ascoltare la parola di Dio e per farlo aveva lasciato perdere tutto il resto. E così, come persone che hanno aperto il proprio cuore a Dio e agli altri in reciprocità, possono ricevere il pane nel modo giusto. Questo miracolo suppone tre elementi: in precedenza vi è stata la ricerca di Dio, della sua parola, del giusto orientamento di tutta la vita. Il pane viene inoltre implorato da Dio. E infine un elemento fondamentale del miracolo è la disponibilità reciproca a condividere. Ascoltare Dio diventa vivere con Dio, e conduce dalla fede all'amore, alla scoperta dell'altro. Gesù non è indifferente di fronte alla fame degli uomini, ai loro bisogni materiali, ma li colloca nel giusto contesto e dà loro il giusto ordine.

Questo secondo racconto sul pane rimanda in anticipo al terzo e ne costituisce la preparazione: l'Ultima Cena, che diventa l'Eucaristia della Chiesa e il miracolo permanente di Gesù sul pane. Gesù stesso è diventato il chicco di grano che morendo produce molto frutto (cfr. Gv 12,24). Egli stesso è diventato pane per noi, e questa moltiplicazione dei pani durerà in modo inesauribile fino alla fine dei tempi. Così ora comprendiamo la parola di Gesù, che Egli prende dall'Antico Testamento (cfr. Dt 8,3), per respingere il tentatore: «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). A questo proposito c'è una frase del gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti: «Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà e l'adorazione mai tradita».

Laddove questo ordine dei beni non viene rispettato, ma rovesciato, non ne consegue più la giustizia, non si bada più all'uomo che soffre, ma si creano dissesto e distruzione anche nell'ambito dei beni materiali. Laddove Dio è considerato una grandezza secondaria, che si può temporaneamente o stabilmente mettere da parte in nome di cose più importanti, allora falliscono proprio queste presunte cose più importanti. Non lo dimostra soltanto l'esito negativo dell'esperienza marxista.

Gli aiuti dell'Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su princìpi puramente tecnico-materiali, che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l'orgoglio della loro saccenteria, hanno fatto del Terzo Mondo il Terzo Mondo in senso moderno. Tali aiuti hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti e introdotto la loro mentalità tecnicistica nel vuoto. Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane. È in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient'altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell'uomo non è buono, allora nessuna altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene.

Le tentazioni di Gesù, capitolo 2 di GESÙ DI NAZARET, di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Rizzoli (Pagg.53-56)

J. Ratzinger. « Nel deserto rimase quaranta giorni »

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI] Ritiro predicato al Vaticano 1983 « Nel deserto rimase quaranta giorni »

Andando nel deserto, Gesù si inserisce nella storia della salvezza del suo popolo, del popolo eletto. Quella storia inizia, dopo l’uscita dall’Egitto, con una migrazione di quarant’anni nel deserto. In mezzo a questi quarant’anni si trovano i giorni dell’incontro con Dio: i quaranta giorni che Mosè passò sul monte, nel digiuno assoluto, lontano dal suo popolo, nella solitudine della nube, sulla cima della montagna (Es 24,18). Dal cuore di questi giorni sgorga la fonte della Rivelazione. Ritroviamo questa durata di quaranta giorni nella vita di Elia: perseguitato dal re Acab, egli cammina quaranta giorni nel deserto, tornando all’origine dell’alleanza, alla voce di Dio, per una nuova tappa della storia della salvezza (1 Re 19,8).

Gesù entra nella storia. Rivive le tentazioni del suo popolo, le tentazioni di Mosè. Come Mosè, offriva il sacro scambio: essere cancellato dal libro della vita per salvare il suo popolo (Es 32,32). Gesù infatti sarà l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo; sarà il vero Mosè che è veramente “nel seno del Padre” (Gv 1,18) faccia a faccia con lui, per rivelarlo. Nei deserti del mondo, è veramente la fonte dell’acqua viva (Gv 7,38), colui che non si limita a parlare, ma è, in persona, la parola di vita: via, verità e vita (Gv 14,6). Dall’alto della croce, ci dà l’alleanza nuova. Vero Mosè, entra mediante la sua risurrezione nella terra promessa, il cui accesso è stato rifiutato a Mosè e, con la chiave della croce, ce ne apre la porta.

J. Ratzinger, Le tentazioni, specchio della figura di Cristo

Desidero ora, sulla base di un particolare testo biblico, mostrare come si possa scoprire Cristo, volgere a lui il nostro sguardo, al fine di trovare la direzione del retto vivere, nonché della storia. La nostra riflessione deve anche essere, nel senso sopra descritto, come un'apertura della memoria cristiana che, proprio muovendo dalla visione del Cristo, purifica il nostro sguardo e ci aiuta a vedere le cose nel modo giusto. A tale scopo mi affido al racconto delle tentazioni di Gesù, secondo la versione di Matteo (4,1-11), che già dall'antichità è posto all'inizio della Quaresima, e che col suo profondo mistero colpisce in modo sempre nuovo. Il nostro racconto fa seguito al battesimo di Gesù, nel quale è prefigurato il mistero della morte e della risurrezione, della colpa e della redenzione, del peccato e del perdono. L'immergersi di Gesù nel fiume Giordano è un gesto che raffigura sim-bolicamente un evento di morte: la vita vecchia è come sepolta affinché la nuova possa risorgere. Ma essendo Gesù senza peccato, e non avendo quindi una vecchia vita da seppellire, la sua accettazione del battesimo è un anticipo della croce, è l'ingresso nel nostro destino di peccato e di morte. Quando Gesù esce dall'acqua, si squarcia il cielo e risuona la voce del Padre che lo riconosce come il proprio Figlio. Il cielo aperto indica che questo discendere nelle nostre notti dischiude il nuovo giorno, e che attraverso l'identificazione del Figlio con noi la parete tra Dio e l'uomo è stata demolita. Dio non è più l'inaccessibile; egli viene a cercarci nella profonditi della morte e dei nostri peccati, e ci riporta alla luce. Il battesimo di Gesù ticipa tutto il dramma della sua vita e della sua morte, mentre ce lo fa comprendere. Analogamente, anche il racconto delle tentazioni è un anticipo, uno specchio del mistero di Dio e dell'uomo; del mistero di Gesù Cristo. Con esse Gesù prosegue quella discesa iniziata al momento dell'incarnazione; manifestata pubblicamente nel battesimo, e che dopo l'esperienza della croce e della tomba lo condurrà nel regno dei morti (sheol). Ma in esse avviene anche la nuova risalita che inaugura e rende possibile la risalita dell' uomo dal proprio abisso e oltre se stesso. I quaranta giorni del digiuno di Gesù nel deserto ricordano in primo luogo i quaranta giorni che Mosè passò digiunando sul monte Sinai, prima di ricevere la parola di Dio, le sacre tavole dell'alleanza. Possono anche richiamare il racconto rabbinico in cui Abramo, nel viaggio verso il monte Oreb, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti, nutrendosi soltanto dello sguardo e della parola dell'angelo che lo accompagnava. Ricordano inoltre i quarant'anni trascorsi da Israele nel deserto: fu il tempo della tentazione, ma anche d'una particolare vicinanza con Dio. I Padri hanno anche letto simbolicamente nel numero quaranta il tempo della storia universale, e hanno visto nei quaranta giorni di Gesù nel deserto l'immagine d'ogni vita umana. Infine, la tentazione di Gesù poté essere interpretata come la ripetizione e il superamento della prova originaria di Adamo. In effetti, la lettera agli Ebrei sottolinea con forza che Gesù è in grado di compatirci proprio perché è stato provato egli stesso «in ogni cosa come noi, eccetto il peccato» (2,18; cfr. 4,15). Il poter subire la tentazione è una dimensione essenziale del suo essere uomo, del suo calarsi nella comunione con noi, nell'abisso della nostra miseria. Occorre peraltro rilevare che le tentazioni, qui descritte a grandi quadri, le ritroviamo in vari altri momenti della vita di Gesù. Dopo la moltiplicazione dei pani, quando vede che le folle vogliono rapirlo per farlo re, se ne fugge tutto solo sulla montagna (Gv 6,15). Similmente, si sottrae alle tentazioni che lo legano al miracolo, che possono ostacolarlo nel compimento della sua missione primaria, quella dell'annuncio (cfr. Mc 1,35-39). E quando Pietro, dopo aver confessato la sua divina filiazione, vuole dissuaderlo dalla via della passione, il Signore gli rivolge la medesima ingiunzione che udiamo nel finale del racconto delle tentazioni: «Vattene lontano da me, satana!» (Mc 8,33)Dunque, il racconto delle tentazioni sintetizza tutto il combattimento di Gesù: è in gioco l'essenza della sua missione, e insieme, più in generale, il retto ordine della vita umana, il cammino dell'uomo, il percorso della storia. È in gioco, da ultimo, ciò che ha importanza decisiva nella vita dell'uomo: il primato di Dio. Il nucleo d'ogni tentazione sta nel metter da parte Dio, nel ridurlo, in mezzo a tutte le cose che urgono nella nostra vita, ad un problema secondano. Ritenere noi stessi, le esi-genze e i désiden del momento come più importanti di lui: questa è la tentazione che sempre ci minaccia. In tal modo non riconosciamo aDio il suo "essere Dio", eleggiamo quale "nostro Dio" noi stessi, o meglio: le potenze che ci minacciano.

La prima tentazione: il pane e la salvezza.

Ripercorriamo ora le tentazioni una per una. Dopo quaranta giorni di digiuno Gesù ha fame. Il bisogno fisico elementare di nutrirsi è il punto di partenza della tentazione. Ma qui si nasconde anche qualcosa d'altro. Le due prime tentazioni cominciano entrambe così: «Se sei Figlio di Dio...». Sentiremo ancora pronunciare queste parole dagli schernitori al Calvario: «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (Mt 27,40). Derisione, ma insieme anche sfida: se vuol essere creduto, fornisca una prova tangibile delle sue pretese. La richiesta di "segni" accompagna tutta la vita pubblica di Gesù, al quale si obietta in continuazione di non provare a sufficienza la propria identità; egli dovrebbe fare il grande miracolo, così da mettere a tacere ogni dubbio e ogni contestazione, dimostrando irrefutabilmente chi e che cosa egli è, oppure non è. Questa medesima richiesta, in realtà, lungo tutta la storia viene rivolta a Dio, a Gesù Cristo e alla sua Chiesa: «Se esisti, Dio, devi anche mostrarti. Squarcia le nubi del tuo mistero e donaci la chiarezza di cui abbiamo bisogno. / Se tu, Cristo, sei veramente "il Figlio", e non solo uno dei tanti illuminati che hanno fatto la loro comparsa nella storia, devi dimostrarlo più chiaramente di come fai. /Devi dare alla tua Chiesa, se davvero ti appartiene, un grado di trasparenza ben diverso da quello che di fatto possiede». Torneremo ancora su questo punto, in quanto costituisce il nucleo della seconda tentazione. Ed ecco la prima prova che il tentatore esige: trasformare in pane le pietre del deserto. Si tratta, dapprima, della fame di Gesù, come la vede Luca: «...comanda a questa pietra che diventi pane» (4,3). Matteo però intende la tentazione in modo più vasto, come si esprimerà durante la vita terrena di Gesù, e in seguito nel corso della storia. Cosa c'è di più tragico, che cosa contraddice maggiormente la fede in un Dio buono e in un Redentore, quanto la fame dell'umanità? Non sarebbe proprio questa la prima tessera di riconoscimento del Redentore davanti al mondo e per il mondo: dargli pane e così porre fine alla fame di ognuno? Durante i quarant'anni nel deserto Dio aveva nutrito il popolo d'Israele con la manna, il pane dal cielo. Si voleva riconoscere in questo una prefigurazione del tempo messianico: non doveva, e non deve, il Redentore del mondo offrire garanzia di sé proprio dando da mangiare a tutti? Il problema dell'alimentazione - e più in generale il problema sociale - è senza dubbio il primo e vero criterio su cui commisurare l'efficacia di ogni proposta di salvezza. Può ragionevolmente presentarsi come salvatore chi non è all' altezza di questo compito? È ben comprensibile che il marxismo abbia fatto di quest'ideale il cuore della sua promessa di liberazione: cesserà ogni fame e il «deserto diventerà pane»...
«Se sei il Figlio di Dio...»: quale sfida! La medesima che viene lanciata alla Chiesa: «Se vuoi essere la Chiesa di Dio, preòccupati innanzitutto del pane per la fame del mondo. Il resto viene dopo». È difficile rispondere a questa sfida. Infatti il grido degli affamati ci penetra - e deve penetrarci - profondamente nelle orecchie e nell'anima. Non si può comprendere la risposta di Gesù soltanto alla luce della tentazione nel deserto. Il tema del pane attraversa tutto il Vangelo e va letto in tutta la sua estensione. Nella vita di Gesù si parla del pane soprattutto in altre due grandi occasioni. Dapprima, la moltiplicazione dei pani per le migliaia di persone che hanno seguito il Signore nel deserto. Perché in questo frangente Gesù fa ciò che in antecedenza avva rifiutato come tentazione? La gente che è accorsa ad ascoltare la parola di Dio ha dovuto, per questo, lasciar perdere ogni altra cosa. Avendo aperto il loro cuore a Dio e al prossimo, ora queste persone possono ricevere il pane nel modo giusto. Osserviamo dunque, nel miracolo dei pani, tre aspetti fondamentali: precede la ricerca di Dio, della sua parola, del giusto modo di condurre la propria vita; il pane è richiesto a Dio; infine, anche la disponibilità alla condivisione fa parte dell'evento prodigioso. L'ascolto di Dio è vita con Dio, e conduce dalla fede all'amore, al riconoscimento dell'altro. Gesù non è indifferente di fronte alla fame degli uomini, alle loro necessità materiali, ma le colloca al giusto posto e nel retto ordine. Il racconto della moltiplicazione dei pani ne prefigura e prepara un altro: quello dell'ultima cena, che diverrà l'eucaristia della Chiesa e il miracolo permanente di Gesù sul pane. Gesù si fa granello di frumento che muore e porta molto frutto (cfr. Gv 12,24). Diventa pane per noi, moltiplicato inesauribilmente fino alla fine dei tempi. Comprendiamo così le parole, tratte dall'Antico Testamento (Dt 8,3), che Gesù oppone al tentatore: «Non di solo pane vivrà l'uomo / ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Riporto volentieri, a tale proposito, una frase di Alfred Delp, il gesuita tedesco giustiziato dai nazisti: «Il pane è importante, la libertà è ancora più importante, ma più importante di tutto è l'adorazione». Laddove quest'ordine dei beni non è rispettato, ma rovesciato, non regna più la giustizia, non si viene più incontro all'uomo che soffre, e la stessa sfera dei beni materiali rimane devastata. Quando Dio è ridotto ad un'idea che è possibile lasciare temporaneamente odel tutto da parte, in vista di cose più importanti, allora sono proprio queste presunte "cose più importanti" a fallire. Non è soltanto l'esito negativo dell'esperimento marxista a provare tutto questo; anche i soccorsi portati dall'Occidente ai paesi in via di sviluppo, basati su principi prevalentemente tecnologici/materiali, hanno quasi sempre allontanato gli uomini da Dio, resi vittime di una orgogliosa presunzione, facendo di quel mondo davvero il "Terzo mondo" nel senso che oggi noi tutti sappiamo. Si è come lavorato nel vuoto, con l'illusione di trasformare le pietre in pane: ma sono state date pietre invece di pane. È divenuto ormai urgente riconoscere di nuovo il primato di Dio e della sua parola.
Viene talvolta spontaneo chiedersi perché Dio non abbia creato un mondo nel quale la sua presenza sia più efficacemente manifesta; perché Cristo non ci abbia lasciato un più vivido splendore della sua presenza, cosicché tutti ne rimangano irresistibilmente colpiti. Questo è il mistero di Dio e dell'uomo, che non ci è dato di penetrare. Noi viviamo in un mondo
nel quale Dio non assume l'evidenza di qualcosa d'afferrabile, ma può soltanto essere cercato e trovato con lo slancio del cuore, come in un "esodo dall'Egitto". È necessario saper resistere al fascino di false filosofie, per poter riconoscere che non viviamo di solo pane, ma per prima cosa dell'obbedienza alla Parola di Dio. Soltanto in questo modo - ne siamo certi - potranno svilupparsi anche le condizioni capaci di procurare il pane per tutti.

La seconda tentazione: mettere Dio alla prova

La seconda tentazione di Gesù, il cui significato esemplare non è di facile comprensione, va intesa come una sorta di visione nella quale è condensato un particolare rischio che incombe sull'uomo, e sulla stessa missione di Gesù. Appare subito singolare che sia il diavolo a citare la Scrittura, allo scopo d'attirare Gesù nella sua trappola. Cita il Salmo 91,11s, dove si parla della protezione che Dio assicura al suo fedele: «Darà ordini per te ai suoi angeli /che ti sorreggano sulle braccia / perché il tuo piede non urti in una pietra». Queste parole acquistano un maggior peso per il fatto d'essere pronunciate nella Città santa, in un luogo sacro. Il salmo citato è effettivamente ispirato al tempio: forante si attende protezione nella dimora di Dio; in nessun altro luogo potrebbe sentirsi più al sicuro che in questo sacro recinto?. Il diavolo, dunque, si rivela buon conoscitore delle Scritture. Il colloquio si configura come un dibattito tra due esperti di Bibbia: il diavolo assume la parte del teologo (annota Joachim Gnilka). Questo medesimo motivo è ripreso da Vladimir S. Solov'év nel suo Avvento dell'Anticristo: l'università di Tubinga conferisce all'Anticristo il dottorato honoris causa in teologia. Questo libretto del grande teosofo russo è davvero stimolante per il fatto che, oltre a costituire un commento alle tentazioni di Gesù, chiarisce alcuni tratti del nostro presente, i quali, mentre ci sorprendono, devono anche indicare le linee di demarcazione tra fede e apostasia, tra fede e non-fede. Se la teologia diventa pura conoscenza dei testi biblici e della storia della fede cristiana, per poi aderire ad altre scelte di vita, allora non è più al servizio della fede, ma la distrugge. La disputa teologica tra Cristo e Satana verte sulla corretta interpretazione delle Scritture, la cui norma non è puramente di carattere storica La vera questione è come si legge la Scrittura, con quale immagine di Dio ci si accosta ad essa. È illuminante, a questo riguardo, una frase di Solov'èv: «Egli [l'Anticristo] credeva in Dio, ma... nel profondo del suo cuore gli preferiva se stesso». Nel racconto delle tentazioni emerge anche la questione se l'Antico Testamento è davvero orientato a Cristo, se lui è veramente la risposta alle sue promesse. È proprio lui - povero e debole, fallito e abbandonato da Dio sulla croce - quello che deve venire? Oforse è l' Anticristo l'unico capace di assicurare quel benessere a cui l'uomo aspira? Il dibattito sulla Scrittura, che è dibattito sull'immagine di Dio, riguarda in ultima istanza la vera immagine, la vera identità di Gesù Cristo: è veramente lui, pur privato di ogni potere mondano, il Figlio del Dio vivente? Una disputa - quella intorno alla Bibbia, intorno al Dio che si è manifestato in Gesù Cristo - destinata a rinnovarsi continuamente.
Così, dal dibattito strutturale circa il singolare dialogo tra Cristo e il tentatore, si passa direttamente al contenuto. Qualcuno ha voluto accostare il tema della seconda tentazione al motivo del panem et circenses: dopo il pane occorreva offrire 'esperienza sensazionale. Poiché all'uomo ovviamente non basta la semplice soddisfazione corporale, chi vuole tenere Dio
lontano dal mondo e dal cuore degli uomini deve offrire anche emozioni eccitanti, il cui brivido sostituisce la commozione religiosa edistoglie da essa. Ma non è questo il caso: nella tentazione di Gesù, da quanto appare, non sono previsti gli spettatori. Il nucleo della questione è nella risposta di Gesù, anche stavolta presa dall'Antico Testamento (Dt 6,16): «Non tenterai il Signore tuo Dio». Nel Deuteronomio il riferimento è all'episodio di Massa, quando Israele paventava la morte per sete nel deserto. La ribellione contro Mosè divenne ribellione controDio, come è detto in Es 17,7: «Essi misero alla prova il Signore dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?"». Dio, dunque, deve sottoporsi ad un esperimento, viene "testato" come si fa con le merci. Deve accettare le condizioni che noi consideriamo necessarie alla nostra certezza: se non è in grado di garantirci la protezione promessa dal salmo 90, allora non è Dio; ha falsificato la sua parola e quindi se stesso. Siamo così di fronte al problema radicale: come si può riconoscere Dio, e come si può non riconoscerlo? /come può l'uomo stare dalla parte di Dio, e come può perderlo? La pretesa di ridurre Dio a un oggetto, al punto da imporgli le nostre condizioni di laboratorio, non può farci incontrare Dio. Presuppone infatti che noi già lo neghiamo come Dio, perché ci poniamo al di sopra di lui, accantoniamo la dimensione dell' amore e dell' ascolto interiore, riconoscendo come reale soltanto ciò che è sperimentatile, ciò che le nostre mani possono toccare. Chi pensa così, si pone al posto di Dio, e in questo modo degrada non solamente Dio, ma il mondo e se stesso. La scena sul pinnacolo del tempio ci apre lo sguardo sulla Croce. Cristo non si lancia nel vuoto, nell'abisso. Non vuole tentare Dio. È però disceso nella profondità della morte, nella notte dell'abbandono, nella solitudine degli indifesi. Ha osato questo salto come un atto d'amore di Dio per gli uomini, sapendo che poteva soltanto finire nelle mani amorevoli del Padre. Così s'esprime il vero senso del salmo 90, il diritto ad un'estrema e illimitata fiducia: chi segue la volontà di Dio sa che, pure in mezzo a tutti gli orrori, non gli mancherà mai la sua protezione. Sa che il fondamento del mondo è l'amore, e quand'anche nessuno possa o voglia aiutarlo, andrà avanti confidando in Colui che lo ama. Una simile fiducia - alla quale la Scrittura ci autorizza e alla quale il Signore risorto ci invita - è tutt'altra cosa dall'azzardata sfida rivolta a Dio, come a volerlo rendere nostro servitore.

La terza tentazione: Cristo e Anticristo

Siamo al culmine del racconto delle tentazioni. Il diavolo conduce il Signore "in visione" su un'alta montagna, in un istante gli mostra tutti i regni della terra e il loro splendore, e gliene offre il dominio. Non è propriamente questa la missione del Messia: dominare sul mondo, fare di tutta la terra un regno di pace e di benessere? Come la tentazione dei pani ha nella storia di Gesù due singolari paralleli (moltiplicazione dei pani e ultima cena), così è anche per questa scena: i discepoli si riuniscono «sul monte, dove aveva ordinato loro Gesù», e qui il Signore proclama: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,16.18). Due aspetti ci colpiscono qui per la loro novità e diversità. In primo luogo, il Signore ha potere in cielo e sulla terra. In effetti è questo il potere vero e universale, quello in grado di assicurare la salvezza. Senza il cielo, ogni autorità terrena rimane ambigua e fragile. Soltanto il potere che si sottopone al criterio e al giudizio del Cielo - cioè di Dio - può diventare operatore di bene. Soltanto il potere che si pone sotto la benedizione di Dio può meritare piena fiducia. Riguardlo al secondo aspetto: Gesù ha questo potere in quanto Risorta Un'autorità, dunque, che presuppone un altro "monte", il Golgota, dove egli ha sperimentato l'abbandono dei suoi, la derisione, la croce e la morte. Il regno di Cristo è tutt'altra cosa dai regni terrestri e dal loro splendore: uno splendore - come suggerisce il termine greco dóxa, "apparenza" - destinato a dissolversi. Il regno di Cristo, invece, si manifesta attraverso l'umiltà della predicazione in coloro che si lasciano trasformare in suoi discepoli, sono battezzati nel nome del Dio Trino e osservano i suoi comandamenti (Mt 28,19s). Ma torniamo alla tentazione. Il suo vero oggetto diventa comprensibile osservando come questa tentazione rivesta nel corso della storia forme sempre nuove. Molto presto l'impero cristiano ha cercato di utilizzare la fede come un fattore di unità ee stabilità politica. Lo stesso regno di Cristo doveva assumere la struttura e lo splendore di un regno mondano. La debolezza della fede, la fragilità terrena di Gesù Cristo dovevano essere sostenute da una forza politica/militare. Lungo tutti i secoli questa tentazione è riemersa di continuo, esponendo la fde al pericolo di essere soffocata dagli abbracci del potere. La lotta per la libertà della Chiesa, e perché il regno di Gesù non venga assimilato ad alcuna forma politica, dev'essere condotta in ogni epoca e senza il minimo cedimento Il prezzo, per l'intreccio tra fede e dominio mondano, alla fine si risolve sempre nell'assoggettamento della fede al potere politico e ai suoi criteri. Quest'alternativa compare anche, in forma singolare, durante una fase della passione. Al culmine del processo, Pilato vuol sapere dalla folla chi dovrà liberare: Barabba o Gesù? Chi era Barabba? Ci risuona subito all'orecchio la definizione del Vangelo: «Barabba era un brigante» (Gv 18,40). Ma la parola greca Pistés ("brigante/ladrone") aveva acquisito nella situazione politica della Palestina d'allora un significato prossimo a "combattente della resistenza". Difatti Barabba era stato imprigionato con l'accusa di sommossa e omicidio (Lc 23,19.25); e se Matteo ne parla come di un «prigioniero famoso» (27,16), potrebbe voler dire che forse era stato addirittura a capo della sollevazione scoppiata in città. In altre parole, Barabba era una figura "messianica", talché la scelta tra lui e Gesù non è casuale: due figure, due differenti forme di messianismo sono messe a confronto. Ciò risulta ancor più evidente se osserviamo che "Bar-Abba" in ebraico significa "figlio del padre": una denominazione tipicamente messianica, il nome rituale d'una guida del movimento messianico. L'ultima grande sollevazione degli ebrei, nell'anno 132 d.C., fu capeggiata da Bar-Kokheba, ovvero il "Figlio della stella". Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio: in vari manoscritti dei Vangeli, fino al III secolo, l'uomo contrapposto a Gesù è designato addirittura come "Gesù Barabba" I "Gesù Figlio del Padre": una sorta di controfigura del Nazareno, ma con tutt'altre pretese. La scelta proposta da Pilato è quindi tra un Messia che anima la resistenza, che promette la liberazione dall'oppressore e un proprio regno, e questo misterioso Gesù che invece proclama la perdita di se stessi come condizione per ottenere la vita. Non c'è dunque da meravigliarsi che la folla abbia preferito Barabba.
E se oggi fossimo chiamati noi a scegliere? Quale speranza avrebbe Gesù di Nazaret, il Figlio di Maria, il Figlio del Padre? Ma conosciamo davvero Gesù? Lo capiamo in profondità? Il tentatore non è così rozzo da proporci direttamente l'adorazione del "nemico di Dio". Ci sollecita piuttosto a scegliere ciò che è razionale, a preferire un mondo pianificato e ben organizzato, nel quale anche Dio possa avere il suo posto... ma soltanto come affare privato, senza che debba interferire nelle nostre opzioni essenziali. Solov'èv attribuisce all'Anticristo la compilazione di un libro, La via aperta alla pace e al benessere del mondo, destinato a essere come la "nuova Bibbia", avente per contenuto la venerazione del benessere e della pianificazione razionale. Come già accennato, la medesima tentazione ricompare al momento della confessione messianica di Pietro, che si pronuncia anome dei compagni. Gesù però, dono aver lodato Pietro che ha parlato sotto l'impulso dello Spirito, per evitare ogni fraintendimento, spiega ai discepoli che il Figlio dell'uomo dovrà molto soffrire, essere messo a morte e infine risorgere. Ma
Pietro, questa volta da se stesso, controbatte: «Dio te ne scampi, Signore. Questo non ti accadrà mai!» (Mt 16,22). E Gesù: «Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini» (Mt 16,23; cfr. Mc 8,33). La volontà di Dio si scontra con la volontà dell'uomo. Scopo ultimo della tentazione è di allontanare l'uomo da Dio. La risposta di Gesù al tentatore: «Adorerai il Signore Dio tuo / a lui solo renderai culto» (Mt 4,10) richiama lo Shema` Israel, l'espressione centrale dell'Antico Testamento, l'essenziale professione di fede, la preghiera vitale presente anche al cuore del Nuovo Testamento e dell'esistenza cristiana: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta 1' anima e con tutte le forze» (Dt 6,4s). Il pronunziare questa frase era ed è considerato nell'ebraismo come un «prendere su di sé il giogo del regno di Dio». Esattamente questo fa Gesù: esalta il primato di Dio e proclama il mondo come suo regno. E soltanto dove Dio regna, dove Dio è riconosciuto, là anche l'uomo è onorato, là il mondo può ospitare la giustizia. Il primato dell' adorazione è il presupposto fondamentale per la liberazione dell'uomo. Il suo dominio sul mondo -potere vero eduraturo - Dio lo esercita in maniera discreta, senza ostentazione, come si evince non soltanto dal racconto delle tentazioni, ma dall'intera storia di Gesù. La causa di Dio sembra continuamente a rischio, quasi "in agonia". Ma sempre, alla resa dei conti, si dimostra come l'unica capace di persistere e di garantire salvezza. Quei "regni del mondo", che allora Satana poteva mostrare al Signore, nel frattempo sono tutti crollati. La loro dóxa-gloria si è rivelata pura apparenza. La gloria di Cristo, la gloria del suo amore, umile e sofferente, non conosce tramonto. Nella lotta contro Satana, la vittoria arride a Cristo: «Ed ecco, angeli si avvicinarono a lui e lo servivano» (Mt 4,11).
La Quaresima è un invito a scoprire questa vittoria, la sua gloria duratura, e a lasciarci guidare da essa nelle decisioni della nostra esistenza.