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GIANFRANCO RAVASI. San Paolo. UNA FEDE OLTRE LE FRONTIERE

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Sul quaderno di note aveva scritto: «Ab­bozzo di sceneggiatura per un film su san Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione)» e, sotto, la data «Roma, 22 28 maggio 1968». Qua­rant’anni fa, dunque, Pier Paolo Pasolini aveva pensato a un soggetto cinemato­grafico dedicato all’Apostolo che, però, non avrebbe mai visto la sua esecuzione. In quegli appunti c’era un’intuizione che si potrebbe riproporre pari pari anche per l’anno paolino che ieri Benedetto XVI ha aperto solennemente nella basilica ro­mana che custodisce la tomba di questa figura capitale del cristianesimo.
Pasolini, infatti, pensava di trasporre la vi­cenda di Paolo ai nostri giorni, sosti­tuendo le antiche metropoli della cultu­ra e del potere (Atene, Roma, Corinto, Gerusalemme…) con New York, Londra, Parigi, Berlino e la Roma attuale.
L’Apostolo, infatti, è l’uomo che ha rin­corso la modernità senza lasciarsi da es­sa omologare; ha operato l’inculturazio­ne di un messaggio dalle forti connota­zioni semitiche nelle coordinate lingui­stiche, ideali e sociali dell’Impero roma­no e della civiltà ellenistica; non ha te­muto di inoltrarsi sui sentieri d’altura del­la teologia senza cadere nelle panie del­l’ideologia asfittica; è stato un edificato­re di cattedrali spirituali ma anche di co­munità locali, così intimamente inse­diate nel tessuto urbano da correre il ri­schio talora di impolverarsi mani, piedi e coscienza (si leggano le Lettere ai Co­rinzi!). Equivocava, perciò, il nostro Gramsci quando liquidava San Paolo come «il Lenin del Cristianesimo», così come sbandava Nietzsche quando lo op­poneva agli 'evangelisti', cioè ai primi annunziatori della 'buona novella' di Cristo, bollandolo come 'disangelista', cioè araldo di una 'cattiva novella', con­fermando laicamente uno stereotipo, dif­fuso anche tra molti credenti, secondo il quale l’Apostolo è un gelido teorico, «la causa dei principali difetti della teologia cristiana», come lo accusava Renan.
Certo, Paolo è convinto che fede e pen­siero si richiamino reciprocamente e quindi esige nel suo lettore rigore reli­gioso e intellettuale. Ne era già consape­vole la stessa Seconda Lettera di San Pie­tro quando osservava che «nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo vi so­no alcune cose difficili da comprendere gli ignoranti e gli incerti le travisano a lo­ro rovina» (3,16). È, dunque, necessaria una lettura sorvegliata e accurata del pa­trimonio letterario e teologico paolino che comprende ben 2003 versetti sui 5621 che compongono l’intero Nuovo Te­stamento. Egli induce al ritorno verso u­na fede che accoglie e approfondisce le ragioni che la sostengono. Questo anno paolino, anche se ancorato a una data di nascita più simbolica che reale, potreb­be allora essere il tempo per riproporre una meditazione personale e comunita­ria dell’epistolario paolino.
Sarà, certo, un vigoroso esercizio men­tale ma anche l’occasione per ritrovare una spiritualità pura, spoglia da fronzo­li secondari, da ridondanze devoziona­­li, da derive evanescenti, una fede che abbia il suo cuore profondo e vitale in quel Gesù Cristo che è nominato alme­no quattrocento volte negli scritti del­l’Apostolo. Il motto emblematico paoli­no, è, infatti, tutto in quella frase inca­stonata nella Lettera indirizzata agli a­mati cristiani della città macedone di Fi­lippi: «Per me il vivere è Cristo» (1,21). Ma la sua riflessione riesce a raggiunge­re anche le vette dei temi religiosi ultimi, come la grazia, la fede, la giustificazione, la legge, la libertà, la salvezza, l’agape, senza però evitare gli abissi oscuri del peccato, della carne, del male e della no­stra fragilità creaturale. Per questo il poe­ta Mario Luzi definiva 'smisurata' la fi­gura di Paolo, capace cioè di varcare le frontiere per discendere nei segreti te­nebrosi dell’umanità e ascendere verso il cielo del divino e della redenzione pie­na. E il suo capolavoro teologico, la Let­tera ai Romani, sta lì, davanti a noi an­cor oggi a sfidarci per imboccare la via di un cristianesimo radicale e autentico.

© Copyright Avvenire, 29 giugno 2008

G. Ravasi. Paolo: il cristianesimo incandescente

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Oggetto d'indomato amore e di ardente detestazione, Paolo traccia una discriminante soprattutto tra giudaismo e cristianesimo ma anche tra ellenismo e cultura cristiana, divenendo «scandalo» nel senso etimologico della parola greca, cioè pietra d’inciampo • La sua conversione fu un’assunzione esclusiva del Cristo come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Una vera immedesimazione con la sua persona, fino a dire: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» • «Come la fiamma che si abbatte tra le canne e il fieno trasforma nella propria natura ciò che arde – scriveva Giovanni Crisostomo – così Paolo tutto invade e tutto trasporta alla verità, torrente che tutto raggiunge e che schianta gli ostacoli. Come atleta che insieme lotta e corre e sferra pugni, come soldato che combatte in campo aperto, così Paolo usava ogni genere di battaglia, spirando fuoco... »
di Gianfranco Ravasi
Tratto da Avvenire del 22 giugno 2008

«Paolo, Servo di Cristo Gesù, Apostolo per vocazione». Inizia proprio con questa auto­definizione la Lettera che san Paolo indirizza «a quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione». Ed è partendo da queste parole che noi ora vorremmo proporre in modo molto essenziale e sintetico un profilo dell’Apostolo per eccellenza, in occasione dell’«anno paolino» che la Chiesa sta celebrando, anno simbolico non essendo a noi nota la data reale della nascita a Tarso di colui che avrebbe inciso così profondamente nella storia della cristianità e dell’intera umanità. Come scriveva il nostro grande poeta Mario Luzi, «il nucleo della forza di Paolo sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Si tratta anzi di una vera immedesimazione con la sua persona e di una piena integrazione nel suo corpo avvenute (e predicate) mediante il battesimo nella morte di Gesù».

Paolo, «il Lenin del cristianesimo»?

Eppure non sempre la figura dell’Apostolo è stata esaltata. «Il vero cristianesimo, che durerà eternamente, viene dai vangeli, non dalle epistole di Paolo. Gli scritti di Paolo sono stati, in verità, un pericolo e uno scoglio; sono stati la causa dei principali difetti della teologia cristiana. Paolo è il padre del sottile Agostino, Paolo è il padre dell’arido Tommaso d’Aquino, Paolo è il padre del tetro calvinista, Paolo è il padre del bisbetico giansenista. Gesù è, invece, il padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle anime loro». Così dichiarava nel suo Saint Paul (1869) Ernest Renan, iscrivendosi nella lista dei detrattori dell’Apostolo, come avrebbe fatto più tardi il «laico» Gide, insofferente per il Paolo calvinista della sua famiglia d’origine. Oggetto d’indomato amore e di ardente detestazione, Paolo traccia una discriminante soprattutto tra giudaismo e cristianesimo ma anche tra ellenismo e cultura cristiana, divenendo «scandalo» nel senso etimologico di questa parola greca, cioè pietra d’inciampo.

Per secoli nel giudaismo Paolo è stato bollato come traditore e apostata; ma non è mancato più recentemente chi, come l’ebreo Richard I. Rubenstein, l’ha ritrovato «fratello» ( My Brother Paul, New York 1972) o, come si legge nel titolo di un’opera di Alan F. Segal, l’ha definito Saul the Pharisee (New Haven 1990), considerandolo l’unico scrittore fariseo del I sec. e il fervido annunziatore del monoteismo ai pagani, mentre un esegeta cristiano, Ed P. Sanders, allentava di molto le tensioni tra Paolo e la dottrina giudaica tradizionale, contrariamente all’opinione dominante.

Anche nel cristianesimo l’Apostolo per eccellenza, come viene chiamato, non ha mancato di dividere. La stessa definizione di «secondo fondatore del cristianesimo», coniata nel 1904 da Wilhelm Wrede nel suo Paulus, è ambigua: può indicare un’opera benefica di rigenerazione rispetto al primo fondatore Gesù, ma pure un intervento devastante di degenerazione. In questo secondo senso si muoverà Nietzsche, che nel suo Anticristo bollerà Paolo come «disangelista», cioè annunziatore di una cattiva novella, al contrario degli «evangelisti»; mentre Gramsci sbrigativamente lo classificherà come «il Lenin del cristianesimo». Certo è che qualche riserva almeno per un uso improvvido delle sue teorie appariva già nel Nuovo Testamento quando nella Seconda Lettera di Pietro si leggeva: «[Nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo] vi sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina» (2 Pt 3, 16).

Non è mancato, però, chi ha abbozzato ritratti aureolati dell’Apostolo, come Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, che nella XXV Omelia dedicata alla Seconda Lettera ai Corinzi, esclamava: «Come la fiamma che si abbatte tra le canne e il fieno trasforma nella propria natura ciò che arde, così Paolo tutto invade e tutto trasporta alla verità, torrente che tutto raggiunge e che schianta gli ostacoli. Come atleta che insieme lotta e corre e sferra pugni, come soldato che assedia le mura e combatte in campo aperto e guerreggia sulle navi, così Paolo usava ogni genere di battaglia, spirando fuoco... Balzava in ogni luogo senza interruzione, accorreva presso gli uni, raggiungeva gli altri, assisteva questi e si affrettava da quelli, più veloce del vento.

Governava come fosse una sola casa o una sola nave il mondo intero, sollevando i sommersi, consolidando coloro che turbati cadevano, comandando ai marinai; seduto a poppa, teneva fisso lo sguardo a prua, tirava le funi, manovrava i remi, tendeva le vele con gli occhi che scrutavano il ciclo, facendo tutto da solo, come nocchiero, prodiere, vela, nave. E tutto per portare fuori dalla sventura tutti».

Lutero ha assunto la Lettera ai Romani come vessillo della sua Riforma, brandendo spesso una frase paolina come spada per la sua lotta teologica ed ecclesiale. Bossuet nel suo Panegirico di San Paolo (1659) esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce dritto al cuore», mentre Victor Hugo nel William Shakespeare (1864) lo inseriva tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità..., colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupito dalla vittoria della luce». Franz Werfel nel dramma Paolo tra gli Ebrei (1926) cercava, invece, di illustrare il fallito tentativo del giudaismo di non perdere questo suo figlio brillante. Il suo antico maestro Gamaliel lo supplica: «Per la libertà di Israele, confessa: Gesù era solo un uomo!»; ma Paolo ormai ha la vita attraversata dalla luce di Cristo e non può che respingere il pur amato rabbì Gamaliel. Si potrebbe a lungo continuare questo elenco di ammiratori di Paolo, giungendo fino ai nostri giorni. Pensiamo al Saulo dell’ungherese Miklos Meszöly, composto tra il 1962 e il 1967, diario autobiografico paolino in cui il persecutore si trasforma nell’uomo braccato dal mistero, «come se fossi sempre inseguito da qualcuno» che alla fine lo raggiunge per sempre.

Ma vorremmo soprattutto evocare quell’«abbozzo di sceneggiatura per un film su San Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione)», datato «Roma, 22-28 maggio 1968», che Pier Paolo Pasolini ha elaborato e ripreso nel 1974 senza mai concluderlo e che sarà pubblicato postumo nel 1977 con il titolo San Paolo. L’idea era di trasporre la vicenda dell’Apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura con New York, Londra, Parigi, Roma, la Germania.

«Paolo è qui, oggi, tra noi» scriveva l’autore delle Lettere luterane «egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo.... Il film, però, rivelerà la contrapposizione tra 'attualità' e 'santità': il mondo della storia che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo; e il mondo del divino che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante».

Sulla strada verso Damasco

«Oltre ogni misura perseguitavo la Chiesa di Dio cercando di distruggerla»; così confessava Paolo ai Galati (Gal 1, 13) in un vasto brano autobiografico (cc. 1-2), documento rilevante per la ricostruzione della vicenda personale dell’Apostolo, insieme con 1’«autoelogio» di 2 Corinzi 11-12. Una confessione che ribadirà ai Filippesi: «Ero uno zelante persecutore della Chiesa» (Fil 3, 6).

Negli Atti degli Apostoli, dopo la lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano, si annota: «Saulo era compiaciuto della soppressione di Stefano» (At 8, 1). Ma ecco la grande svolta che Paolo affida solo a tre verbi, due di illuminazione, uno di lotta: «[Cristo] è apparso anche a me... [Dio] si degnò di rivelarmi il suo Figlio... Sono stato afferrato da Cristo Gesù» (1 Cor 15, 8; Gal 1, 16; Fil 3, 12). Tre sono anche le narrazioni di quella celebre epifania sulla via di Damasco: ce le offrono gli Atti degli Apostoli, alla terza persona nel c. 9 e alla prima nei cc. 22 e 26. Quell’evento è per Paolo discriminante: da allora ci sarà un «prima» sconfessato e un «poi» tutto segnato da Cristo. Prima c’era Saulo («Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», gli grida la voce misteriosa), poi ci sarà Paolo, l’apostolo di Cristo.

Anche Felix Mendelssohn­ Bartholdy nel suo mirabile oratorio Paulus op. 36, ideato a partire dal 1831 ed eseguito per la prima volta a Düsseldorf il 22 maggio 1836 con ben 356 coristi e 160 strumentisti, ha diviso la storia paolina desunta dagli Atti degli Apostoli in due parti, affidandola a due bassi diversi, l’uno è Saulo e l’altro incarna Paolo.

«Un’opera, quella di Mendelssohn» come riconosceva Robert Schumann «dell’arte più pura, un’opera di pace e di amore». Nei nostri occhi, invece, quell’illuminazione divina rimane fissa nella raffigurazione della tela del Caravaggio a Santa Maria del Popolo a Roma, con l’enorme cavallo che sogguarda Saulo disarcionato e accecato. Una conversione che diventa quasi il modello di ogni altro rivolgimento spirituale. Basterebbe pensare ad Agostino che muterà la sua vita proprio aprendo una pagina paolina, al c. 13 della Lettera ai Romani: «Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non assecondate la carne nelle sue concupiscenze! Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata la lettura di questa frase, una luce di certezza penetrò il mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono» ( Confessioni VIII, 12, 29).

Osservava Victor Hugo nel citato William Shakespeare: «La via di Damasco è necessaria al cammino del progresso. Cadere nella verità e rialzarsi uomo giusto è una caduta­trasfigurazione: questo è sublime! Questa è la storia di Paolo e, dopo di lui, questa sarà la storia dell’umanità. Il progresso si attuerà solo attraverso una serie di illuminazioni». Anche August Strindberg nel suo audace dramma Verso Damasco, composto tra il 1898 e il 1904, trasforma quell’evento antico in una parabola del percorso della vita, ma per lo scrittore svedese la via che conduce a Damasco è un labirinto onirico ove le tracce si confondono, è una spirale ossessiva ove il passato a brandelli si mescola con il presente, ove ogni decorso lineare si aggroviglia in ripetizioni, ove ogni sbocco atteso si rivela un inganno, ove la folgorazione finale non accade. Così non è per Saulo che da quel giorno degli anni 32-35, a poca distanza dalla morte di Cristo, diventa il più appassionato missionario cristiano, soprattutto sulle strade dell’area geografica chiamata poeticamente da Deissmann «l’ellisse dell’ulivo», cioè la costa mediterranea che si dispiega da Antiochia, Efeso, Tessalonica, Atene, Corinto, fino a Roma. Proteso fin dall’inizio verso i pagani (Gal 1, 16) e incline a scegliere i grossi centri (l’unica città di rilievo esclusa fu Alessandria d’Egitto), Paolo «evangelista» procede armato solo della parola, «come se Dio esortasse per mezzo nostro» (2 Cor 5, 20), «non parola d’uomo ma parola di Dio, che effonde la sua energia in voi che avete creduto» (1 Ts 2, 13).

Il vangelo, però, non è solo una teoria, è anche e soprattutto un modo di esistere ed è per questo, come notava Dietrich Bonhoeffer nel suo Schema per un saggio scritto in carcere, che la parola dev’essere sostenuta dal «modello umano che trae origine dall’umanità di Cristo».

Paolo, allora, si presenta proprio come un modello di vita da imitare: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 4, 16). Le sue Lettere sono questo intreccio tra parola e vita; non sono, come spesso erroneamente si crede, freddi trattati teologici. La lingua stessa è piegata all’azione, come riconosceva uno che se ne intendeva, Erasmo da Rotterdam nella lettera premessa alle due Epistole paoline ai Corinzi: «Se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo retore [Paolo] si suda ancor di più a capire cosa vuole, a cosa mira», pronto com’è a farsi greco con i greci, giudeo con i giudei, «servo di tutti, per guadagnare il maggior numero« a Cristo (1 Cor 9, 19-23). Il citato Wrede chiamava giustamente le Lettere paoline «frammenti di missione» e noi ad esse potremmo applicare la definizione che uno scrittore greco contemporaneo a Paolo, Demetrio, aveva coniato per il genere epistolare: è «l’altra parte del dialogo», che di sua natura è già intessuto con la presenza e la parola viva.

Un mistero ancora da scoprire

La lettura integrale degli scritti di Paolo rimane indispensabile per comprendere tutti i lineamenti di un volto originale e sfuggente. Ed è un limite grave che essi siano quasi del tutto assenti, sia nella predicazione ecclesiale sia nella conoscenza laica: quanti sono i cristiani che hanno letto con attenzione l’intera Lettera ai Romani? E quanti sono i cultori della storia dell’Occidente che hanno cercato di individuare e comprendere le radici paoline? Il vangelo di Paolo è centrato sul Cristo crocifisso e risorto, umiliato e glorioso: si pensi che delle 535 presenze nel Nuovo Testamento del nome di Gesù Cristo (di Gesù, di Cristo e così via) almeno 400 si trovano nell’epistolario paolino. Nella Lettera ai Romani egli confessava: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? No, in tutte queste cose noi stravinciamo per merito di Lui che ci ha amati.

Sono, infatti, convinto che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 35-39).

Il discorso teologico dell’Apostolo, radicato nel vangelo di Cristo, si allarga però fino ad abbracciare e ad illuminare orizzonti diversi entro i quali l’umanità si muove e si scontra continuamente. Il quadro generale potrebbe, essere così formulato secondo una sintesi suggerita da un esegeta, Pietro Rossano: «In un grande disegno salvifico Dio offre la salvezza a tutti, ebrei e gentili, in Cristo Gesù morto e risorto. Si diventa partecipi della salvezza unendosi a Cristo mediante la fede, morendo con lui al peccato e partecipando alla forza della sua risurrezione. La salvezza tuttavia non è ancora completa finché egli di nuovo ritorni; nel frattempo colui che in Cristo è stato affrancato al potere della legge e del peccato diventa un uomo nuovo per opera dello Spirito e la sua condotta si ispira alla nuova situazione in cui è venuto a trovarsi per la chiamata divina». Questo linguaggio teologico, pur accurato, risulta, però, uno stampo freddo che non può del tutto contenere l’incandescenza del pensiero e del sentimento dell’Apostolo.


Lutero ha assunto la Lettera ai Romani come vessillo della sua Riforma, brandendo spesso una frase paolina come spada per la sua lotta teologica ed ecclesiale. Bossuet nel suo 'Panegirico di San Paolo' (1659) esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce dritto al cuore», mentre Victor Hugo nel 'William Shakespeare' lo inseriva tra i geni, santo per la Chiesa, grande per l'umanità La definizione di «secondo fondatore del cristianesimo», coniata nel 1904 da Wilhelm Wrede, può indicare una rigenerazione rispetto al primo fondatore Gesù, ma pure un intervento di degenerazione. Nietzsche bollerà Paolo come «disangelista», cioè annunziatore di una cattiva novella; mentre Gramsci sbrigativamente lo classificherà come «il Lenin del cristianesimo»


L'apertura

Dodici mesi speciali che si apriranno sabato prossimo – con la celebrazione dei primi vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, presieduta da Benedetto XVI, nella basilica di San Paolo fuori le Mura – per chiudersi il 29 giugno 2009. È l’anno paolino voluto dal Papa per il bimillenario dalla nascita dell’apostolo.

Molte le iniziative programmate in Italia nell’ambito del Progetto culturale della Cei. Dal 6 all’11 luglio, a Capo Rizzuto, la Settimana biblica interdisciplinare promossa dall’Ufficio catechistico nazionale sarà dedicata al tema 'Paolo: strategia di un annuncio'. A ottobre è previsto a Milano un ciclo di incontri, promosso dal Pime e dall’arcidiocesi ambrosiana, sulle 'grandi piazze' dell’evangelizzazione oggi, sotto il titolo 'Paolo e i nuovi areopaghi della missione'. Un altro ciclo di incontri e di manifestazioni artistiche, promosso dalla Basilica di San Paolo fuori le Mura, si terrà tra ottobre 2008 e aprile 2009 a Roma.

Sempre nell’autunno 2008 è previsto un incontro promosso dal Centro universitario cattolico a Perugia, sul tema 'Persona e verità'. Tornando a Roma, in occasione del lancio del 'Progetto culturale giovani', l’8 novembre, presso la Basilica delle Tre Fontane, si terrà il concerto 'L’Apostolo delle genti', organizzato in collaborazione con il Servizio nazionale per la pastorale giovanile.

Tra aprile e maggio 2009, poi, assieme all’Acec verrà organizzato un percorso di film e iniziative culturali in 50 sale della comunità, intitolato 'Alla ricerca del senso del viaggio'.

Infine, l’annuale Festival biblico, promosso a maggio dalla diocesi di Vicenza, che nell’edizione 2009 avrà una particolare attenzione agli scritti paolini.


In libreria

Sono numerose le pubblicazioni dedicate a Paolo uscite nei primi del 2008. Alcuni titoli. Le catene della speranza. Riflessioni sulle lettere di Paolo dalla prigionia ( San Paolo, pagine 208, euro 12,50), scritto da monsignor Diego Coletti, vescovo di Como, sulle lettere agli Efesini, ai Filippesi e ai Colossesi; Gesù e Paolo ( San Paolo, pagine 200, euro 14) del biblista Jerome Murphy O'Connor: l'autore prende le mosse dalle discussioni sulla nascita, gli anni della giovinezza, l'ambiente familiare dei due grandi « personaggi » , procedendo ad esaminare nel dettaglio la loro formazione ed educazione, la classe sociale, la posizione economica, le circostanze politiche, le influenze culturali fino all'esperienza delle conversioni, fino alla loro morte. Una comparazione che conduce il lettore alla scoperta di nuove vie per comprendere il messaggio di Gesù, l'uomo - Dio e di Paolo, l'uomo di Dio. Padre Pio. San Paolo modello del vero cristiano. Le lettere del santo di Pietrelcina ( San Paolo, pagine 176, euro 11) a cura di Gianluigi Pasquale. La spiritualità di Paolo diventa un paradigma, un modello di dedizione totale e di affidamento al disegno di Dio sulla storia, una modalità espressiva nel parlare di Dio e nel parlare a Dio, che entra nel ritmo stesso della scrittura del santo di Pietrelcina. Padre Pio, infatti, subisce il fascino degli scritti dell'Apostolo al punto da assimilarne il pensiero e il modo di scrivere.

GIANFRANCO RAVASI

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IL FASCINO DI PAOLO (2000) Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che - come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi - s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza».

G. Ravasi. GESU' DI EMMAUS

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Nel 1623 un grande musicista tedesco, Heinrich Schùtz, compose uno stupendo oratorio intitolato
Storia della risurrezione (op. 3). Alla partitura egli aggiunse un post-scriptum di poche ma intense righe: «Signore Gesù Cristo, tu mi hai concesso di cantare la tua risurrezione su questa terra.

Nel giorno del tuo giudizio, Signore, richiamami dalla mia tomba e, in cielo, il mio canto, mescolato a quello dei serafini, ti renderà grazie in eterno!». La narrazione evangelica della Pasqua di Cristo, pur nella sua estrema sobrietà, ha una potenza di speranza da aver mosso tanti cuori, in particolare quelli di coloro che hanno voluto riproporre la loro fede attraverso la bellezza dell’arte. Si pensi solo all’indimenticabile cascata di alleluia del Messia di Hàndel (1742). Ci fermiamo ora su una delle pagine più affascinanti del Vangelo di Luca: i discepoli di Emmaus (24,13-35).
La cornice cronologica è proprio quella del giorno di Pasqua. Due discepoli stanno camminando sulla strada che da Gerusalemme conduce a un non meglio identificabile villaggio di Emmaus. Il Cristo della gloria pasquale non è riconoscibile coi sensi soltanto: è necessaria una via superiore di conoscenza. Due sono le tappe di questo processo di fede: prima l’ascolto delle Scritture spiegate da Cristo in chiave cristiana; poi lo “spezzare il pane” che, nel linguaggio neotestamentario, allude all’eucaristia. In questi termini abbiamo già ciò che ogni domenica facciamo all’interno delle chiese, ascoltando la Parola di Dio e accostandoci alla mensa del Signore.
Nell’ascolto della Parola «il cuore arde nel petto»; allo spezzare del pane «gli occhi si aprono e lo riconoscono». Ma c’è anche quell’indimenticabile implorazione finale: «Rimani con noi perché si fa sera e il giorno sta ormai declinando!». Lasciamo la parola al grande scrittore francese, Francois Mauriac (1885-1970), e alla sua Vita di Gesù (1936): «A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità d’una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi, perché il giorno declina...! Il giorno declina, la vita finisce. L’infanzia sembra più lontana che il principio del mondo, e della giovinezza perduta non sentiamo più altro che l’ultimo mormorio degli alberi morti nel parco irriconoscibile...».
Cristo, presenza ineludibile, è «con noi sino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Il celebre scrittore Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo aveva risposto: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare».

Ravasi. Tommaso: l'incredulo che diventò credente




Protagonista del Vangelo letto nella liturgia di questa seconda domenica di Pasqua è l’apostolo Tommaso, in aramaico Torna, reso in greco con Didimo, cioè "gemello", divenuto celebre proprio per l’episodio della sua incredulità nei confronti del Cristo risorto, narrato appunto dal Vangelo di Giovanni (20,19-31).
Talmente celebre da vedersi attribuire una serie di scritti apocrifi, tra i quali, oltre agli Atti di Tommaso (III sec.), anche un curioso Vangelo, scritto in lingua copta, scoperto nel 1945 in Egitto e contenente 114 frasi di Gesù, alcune presenti anche nei Vangeli canonici e altre probabilmente storiche e quindi da far risalire allo stesso Gesù. Uno dei testi più popolari del Medioevo, la Legenda aurea, farà morire Tommaso martire in India, ove ancor oggi una Chiesa cattolica locale ne conserva la memoria secondo un rito proprio.

Il filo del dubbio, stando almeno al Vangelo di Giovanni (gli altri Vangeli lo segnalano solo nelle liste dei dodici apostoli), si era altre volte attorcigliato attorno al cuore di questodiscepolo. Così, in occasione della scelta di Gesù di ntornare in Giudea per onorare la salma dell’amico Lazzaro, scelta pericolosa sapendo l’ostilità delle autorità gerosolimitane, Tommaso aveva reagito sarcasticamente: «Andiamo anche noi a morire con lui!» (11,16). Il dubbio affiora in lui anche in quella sera carica di tensione, quando Gesù sta parlando a lungo coi suoi discepoli, dopo aver con loro celebrato l’ultima cena.

Ascoltiamo il racconto dell’evangelista Giovanni.

Gesù sta dicendo: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti... Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».

A questo punto Tommaso lo interrompe: «Signore, non sappiamo dove vai e, allora, come possiamo conoscere la vita?».
E Gesù gli replicherà con quella bellissima autodefinizione: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (14,2-6).

Ma, come si diceva, l’apice è dopo la morte di Cristo, ancora nello spazio del Cenacolo, allorché, Otto giorni dopo la Pasqua, Tommaso è invitato dal Risorto a «non essere incredulo ma credente» e a porre il suo dito sulle mani e a mettere la mano nel costato ferito di Cristo.

Caravaggio in una tela del 1600-1601, conservata in Germania, a Potsdam, presso Berlino, nella Sans-Souci Bildegalerie, raffigurerà con potenza quel dito che si insinua nello squarcio del costato di Gesù. E Tommaso, finalmente, esploderà in quella stupenda e lapidaria professione di fede che, da bambini, ci si insegnava di ripetere quando il sacerdote alzava l’ostia dopo la consacrazione: «Mio Signore e mio Dio!».

In appendice vorremmo aggiungere una curiosità legata alla tradizione artistica.
Il tema dell’incredulità dell’apostolo Tommaso verrà riproposto anche nella raffigurazione dell’assunzione di Maria al cielo. Così, ad esempio, se si va a Venezia nelle Gallerie dell’Accademia e si ammira l’Assunzione della Vergine di Palma il Vecchio (1513), si vede che Maria, già assunta in cielo, riappare a Tommaso, che non era stato presente e che aveva dubitato, e gli dona la sua cintura, facendola scendere dall’alto su di lui, riunito con gli altri apostoli.

Meditazioni di monsignor Ravasi per la “Via Crucis” al Colosseo

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE VIA CRUCIS AL COLOSSEO PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI VENERDÌ SANTO 2007 MEDITAZIONI DI Mons. GIANFRANCO RAVASI Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano PRESENTAZIONEEra una tarda mattinata primaverile di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era. In una strada di Gerusalemme — che nei secoli successivi avrebbe portato il nome emblematico di «Via dolorosa» — procedeva un piccolo corteo: un condannato a morte, scortato da una pattuglia dell’esercito romano, avanzava reggendo il patibulum, cioè il braccio trasversale di quella croce il cui palo verticale era già piantato lassù , tra le pietre di un piccolo promontorio roccioso chiamato in aramaico Golgota e in latino Calvario, ossia «Cranio». Era questa l’ultima tappa di una storia a tutti nota, al cui centro campeggia la figura di Gesù Cristo, l’uomo crocifisso e umiliato e il Signore risorto e glorioso. Era una storia iniziata nell’oscurità cupa della notte precedente, sotto le fronde degli ulivi di un campo denominato Getsemani, cioè «frantoio per olive». Una storia che si era sviluppata in modo accelerato anche nei palazzi del potere religioso e politico e che era approdata a una condanna alla pena capitale. Eppure la tomba, offerta generosamente da un possidente di nome Giuseppe d’Arimatea, non avrebbe concluso la vicenda di quel condannato, come invece era avvenuto per tanti altri corpi martoriati nel crudele supplizio della crocifissione, destinato dai Romani al giudizio dei rivoluzionari e degli schiavi. Ci sarebbe stata, infatti, una tappa ulteriore, sorprendente e inattesa: quel condannato, Gesù di Nazaret, avrebbe svelato in modo sfolgorante un’altra sua natura celata sotto il profilo concreto del suo volto e del suo corpo di uomo, quella di essere il Figlio di Dio. La croce e il sepolcro non sono stati l’estuario ultimo di quella storia, bensì lo è stata la luce della sua risurrezione e della sua gloria. Come avrebbe cantato pochi anni dopo l’apostolo Paolo, colui che si era spogliato della sua potenza, divenendo impotente e debole come gli uomini e umiliandosi fino a quella morte infame per crocifissione, era stato esaltato dal Padre divino che l’aveva costituito Signore della terra e del cielo, della storia e dell’eternità (cf. Filippesi 2, 6-11). Per secoli i cristiani hanno voluto ripercorrere le tappe di questa Via Crucis, un itinerario proteso verso il colle della crocifissione ma con lo sguardo rivolto alla meta ultima, la luce pasquale. L’hanno fatto come pellegrini su quella stessa strada di Gerusalemme, ma anche nelle loro città, nelle loro chiese, nelle loro case. Per secoli scrittori e artisti, grandi o ignoti, hanno cercato di far rivivere davanti agli occhi stupiti e commossi dei fedeli quelle tappe o «stazioni», vere e proprie soste meditative nel cammino verso il Golgota. Sono sbocciate, così, immagini ora potenti ora semplici, alte e popolari, drammatiche e ingenue. Anche a Roma sotto la guida del suo Vescovo, il Papa Benedetto XVI, con tutta la cristianità sparsa nel mondo unita al suo pastore universale, in ogni Venerdì Santo si snoda quel viaggio dello spirito sulle orme di Gesù Cristo. A proporre quest’anno le riflessioni — di taglio narrativo-meditativo — destinate a scandire ogni sosta orante seguendo la trama del racconto della Passione secondo l’evangelista Luca, è un biblista, Mons. Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano, un'istituzione culturale fondata quattro secoli fa dal Cardinal Federico Borromeo, Arcivescovo di quella città e cugino di San Carlo, un’istituzione che ebbe tra i suoi Prefetti un secolo fa Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI. Procediamo, allora, insieme lungo questo itinerario orante non per una semplice memoria storica di un evento passato e di un defunto, ma per vivere la realtà aspra e cruda di una vicenda aperta però alla speranza, alla gioia, alla salvezza. Accanto a noi forse cammineranno anche coloro che ancora sono in ricerca, avanzando con l’inquietudine delle loro domande. E mentre procederemo, di tappa in tappa, lungo questa via di dolore e di luce, riecheggeranno le parole vibranti dell’apostolo Paolo: «La morte è stata inghiottita per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?... Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!» (1 Corinzi 15, 54-55.57).
PREGHIERA INIZIALEIl Santo Padre: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. C. Amen. Fratelli e sorelle, scesa l’ombra notturna su Roma così come in quella sera sulle case e sugli orti di Gerusalemme. Anche noi ora ci accosteremo agli ulivi del Getsemani e inizieremo a seguire i passi di Gesù di Nazaret nelle ultime ore della sua vita terrena. Sarà un viaggio nel dolore, nella solitudine, nella crudeltà, nel male e nella morte. Ma sarà anche un percorso nella fede, nella speranza e nell’amore, perché il sepolcro dell’ultima tappa del nostro cammino non rimarrà sigillato per sempre. Passata la tenebra, all’alba di Pasqua si alzerà la luce della gioia, al silenzio subentrerà la parola di vita, alla morte succederà la gloria della risurrezione. Preghiamo ora intrecciando le nostre parole a quelle di un’antica voce dell’Oriente cristiano. Signore Gesù, concedici le lacrime che ora non abbiamo, per lavare i nostri peccati. Donaci il coraggio di supplicare la tua misericordia. Nel giorno del tuo ultimo giudizio strappa le pagine che elencano i nostri peccati e fa’ che più non siano. (1) Signore Gesù, tu ripeti anche a noi, questa sera, le parole che un giorno hai detto a Pietro: «Mettiti al mio seguito». Obbedendo al tuo invito, vogliamo seguirti, passo per passo, nel cammino della tua Passione, per imparare noi pure a pensare secondo Dio e non secondo gli uomini. Amen. (1) Nil Sorskij (1433-1508), dall’Orazione penitenziale
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PRIMA STAZIONE Gesù nell'orto degli uliviV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 39-46 Gesù se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
MEDITAZIONEQuando scende su Gerusalemme il velo dell’oscurità, gli ulivi del Getsemani ancor oggi sembrano ricondurci, con lo stormire delle loro foglie, a quella notte di sofferenza e di preghiera vissuta da Gesù . Egli si staglia solitario, al centro della scena, inginocchiato sulle zolle di quell’orto. Come ogni persona quando è in faccia alla morte, anche Cristo è attanagliato dall’angoscia: anzi, la parola originaria che l’evangelista Luca usa è «agonia», cioè lotta. La preghiera di Gesù è, allora, drammatica, è tesa come in un combattimento, e il sudore striato di sangue che cola sul suo volto è segno di un tormento aspro e duro. Il grido è lanciato verso l’alto, verso quel Padre che sembra misterioso e muto: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice», il calice del dolore e della morte. Anche uno dei grandi padri di Israele, Giacobbe, in una notte cupa, alle sponde di un affluente del Giordano, aveva incontrato Dio come una persona misteriosa che «aveva lottato con lui fino allo spuntare dell’aurora».(2) Pregare nel tempo della prova è un’esperienza che sconvolge il corpo e l’anima e anche Gesù, nelle tenebre di quella sera, «offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che può liberarlo dalla morte».(3)
* * *Nel Cristo del Getsemani, in lotta con l’angoscia, ritroviamo noi stessi quando attraversiamo la notte del dolore lacerante, della solitudine degli amici, del silenzio di Dio. E' per questo che Gesù — come è stato detto—«sarà in agonia sino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento perché egli cerca compagnia e conforto»,(4) come ogni sofferente della terra. In lui noi scopriamo anche il nostro volto, quando è rigato dalle lacrime ed è segnato dalla desolazione. Ma la lotta di Gesù non approda alla tentazione della resa disperata, bensì alla professione di fiducia nel Padre e nel suo misterioso disegno. Sono le parole del «Padre nostro» che egli ripropone in quell’ora amara: «Pregate per non entrare in tentazione... Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!». Ed ecco, allora, apparire l’angelo della consolazione, del sostegno e del conforto che aiuta Gesù e noi a continuare sino alla fine il nostro cammino. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius. (2) Cf. Genesi 32, 23-32. (3) Cf. Ebrei 5, 7. (4) Blaise Pascal, Pensieri, n. 553 ed. Brunschvicg.
SECONDA STAZIONE Gesù, tradito da Giuda, è arrestato V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 47-53 Mentre Gesù ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a lui per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l’orecchio, lo guarì . Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre».
Tra gli ulivi del Getsemani, immersi nella tenebra, s’avanza ora una piccola folla: a guidarla è Giuda «uno dei Dodici», un discepolo di Gesù. Nel racconto di Luca egli non pronuncia neppure una parola, è solo una presenza gelida. Sembra quasi che non riesca del tutto ad accostarsi al viso di Gesù per baciarlo, fermato dall’unica voce che risuona, quella di Cristo: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Sono parole dolenti ma ferme che svelano il groviglio maligno che si annida nel cuore agitato e indurito del discepolo, forse illuso e deluso e tra poco disperato. Quel tradimento e quel bacio sono diventati nei secoli il simbolo di tutte le infedeltà, di tutte le apostasie, di tutti gli inganni. Cristo, dunque, incontra un’altra prova, quella del tradimento che genera abbandono e isolamento. Non è la solitudine a lui cara, quando si ritirava sui monti a pregare, non è la solitudine interiore sorgente di pace e di quiete perché con essa ci si affaccia sul mistero dell’anima e di Dio. E', invece, l’esperienza aspra di tante persone che anche in quest’ora che ci vede riuniti, come in altri momenti del giorno, sono sole in una stanza, davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei. Gesù beve con loro anche questo calice che contiene il veleno dell’abbandono, della solitudine, dell’ostilità.
* * *La scena del Getsemani si è, quindi, animata: al precedente quadro solenne, intimo e silenzioso della preghiera, si oppone ora, sotto gli ulivi, il frastuono, il tumulto e persino la violenza. Gesù si erge, però, sempre al centro come un punto fermo. Egli è consapevole che il male avvolge la storia umana col suo sudario di prepotenza, di aggressione, di brutalità: «Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre». Cristo non vuole che i discepoli, pronti a metter mano alla spada, reagiscano al male col male, alla violenza con altra violenza. Egli è certo che il potere delle tenebre — apparentemente invincibile e mai sazio di trionfi — è destinato a essere piegato. Alla notte, infatti, succederà l’alba, all’oscurità la luce, al tradimento il pentimento, anche per Giuda. E' per questo che, nonostante tutto, bisogna continuare a sperare e ad amare. Come lo stesso Gesù aveva insegnato sul monte delle Beatitudini, per avere un mondo nuovo e diverso, è necessario «amare i nostri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano».(5) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Cuius animam gementem, contristatam et dolentem pertransivit gladius. (5) Matteo 5, 44
TERZA STAZIONE Gesù è condannato dal Sinedrio V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 66-71 Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
MEDITAZIONEIl sole del venerdì santo si sta affacciando dietro il monte degli Ulivi, dopo aver rischiarato le valli del deserto di Giuda. I settantuno membri del Sinedrio, la massima istituzione ebraica, sono riuniti a semicerchio attorno a Gesù. Si sta per aprire l’udienza che comprende la consueta procedura delle assisi giudiziarie: il controllo dell’identità, i capi di imputazione, le testimonianze. Il giudizio è di natura religiosa secondo le competenze di quel tribunale, come appare anche nelle due domande capitali: «Sei tu il Cristo?... Sei tu il Figlio di Dio?». La risposta di Gesù parte da una premessa quasi scoraggiata: «Anche se lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete». Egli sa, dunque, che in agguato c’è l’incomprensione, il sospetto, l’equivoco. Egli sente attorno a sé una fredda cortina di diffidenza e di ostilità, ancor più opprimente perché essa è eretta contro di lui dalla sua stessa comunità religiosa e nazionale. Già il Salmista aveva provato questa delusione: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa».(6)
* * *Eppure, nonostante quell’incomprensione, Gesù non esita a proclamare il mistero che è in lui e che da quel momento sta per essere svelato come in un’epifania. Ricorrendo al linguaggio delle Scritture Sacre, egli si presenta come «il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». E' la gloria messianica, attesa da Israele, che ora si manifesta in questo condannato. Anzi, è il Figlio di Dio che paradossalmente si presenta rivestito ora delle spoglie di un imputato. La risposta di Gesù — «Io lo sono» —, a prima vista simile alla confessione di un condannato, diventa in realtà una professione solenne di divinità. Per la Bibbia, infatti, «Io sono» è il nome e l’appellativo di Dio stesso.(7) L’imputazione, che produrrà una sentenza di morte, diventa così una rivelazione e diviene anche la nostra professione di fede nel Cristo, Figlio di Dio. Quell’imputato, umiliato dalla corte impettita, dall’aula sontuosa, da un giudizio ormai siglato, ricorda a tutti il dovere della testimonianza alla verità. Una testimonianza da far risuonare anche quando forte è la tentazione di celarsi, di rassegnarsi, di lasciarsi condurre alla deriva dall’opinione dominante. Come dichiarava una giovane donna ebrea destinata ad essere uccisa in un lager,(8)«a ogni nuovo orrore o crimine dobbiamo opporre un nuovo frammento di verità e di bontà che abbiamo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere ». Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. O quam tristis et afflicta fuit illa benedica mater Unigeniti! (6) Salmo 55 (54), 13-15. (7) Cf. Esodo 3, 14. (8) Etty Hillesum, Diario 1941-1943 (3 luglio 1943).
QUARTA STAZIONE Gesù è rinnegato da Pietro V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 54-62 Dopo averlo preso, condussero via Gesù e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente.
MEDITAZIONERitorniamo di nuovo nella notte che avevamo lasciato alle spalle entrando nell’aula del primo processo subito da Gesù. L’oscurità e il freddo sono squarciati dalle fiamme di un braciere collocato nel cortile del palazzo del Sinedrio. Il personale di servizio e di custodia tende le mani verso quel tepore; i visi sono illuminati. Ed ecco levarsi tre voci in successione, tre mani puntarsi verso un volto riconosciuto, quello di Pietro. La prima è una voce femminile. E' una domestica del palazzo che fissa negli occhi il discepolo ed esclama: «Eri anche tu con Gesù!». Subentra poi una voce maschile: «Sei dei loro!». E' ancora un uomo a ribadire più tardi la stessa accusa, notando l’accento settentrionale di Pietro: «Eri con lui!». A queste denunce, quasi in un crescendo disperato di autodifesa, l’apostolo non esita per tre volte a spergiurare: «Non conosco Gesù! Non sono un suo discepolo! Non so quello che dite!». La luce di quel braciere penetra, dunque, ben oltre il volto di Pietro, svela un’anima meschina, la sua fragilità, l’egoismo, la paura. Eppure poche ore prima egli aveva proclamato: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!... Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò!». (9)
* * *Il sipario, però, non cala su questo tradimento, come invece era accaduto a Giuda. C’è, infatti, in quella notte uno squillo che lacera il silenzio di Gerusalemme ma soprattutto la coscienza di Pietro: è il canto di un gallo. Proprio in quel momento Gesù sta uscendo dall’assise giudiziaria che l’ha condannato. Luca descrive l’incrocio degli sguardi tra Cristo e Pietro e lo fa usando un verbo greco che indica il fissare in profondità un viso. Ma, come nota l’evangelista, non è un uomo qualsiasi che ora guarda l’altro, è «il Signore», i cui occhi scrutano cuore e reni, cioè il segreto intimo di un’anima. E dagli occhi dell’apostolo scendono le lacrime del pentimento. Nella sua vicenda si condensano tante storie di infedeltà e di conversione, di debolezza e di liberazione. «Ho pianto e ho creduto!»: così, con questi due soli verbi, secoli dopo, un convertito (10) accosterà la sua esperienza a quella di Pietro, dando voce anche a tutti noi che ogni giorno consumiamo piccoli tradimenti, proteggendoci dietro giustificazioni meschine, lasciandoci possedere da paure vili. Ma, come per l’apostolo, anche per noi è aperta la strada dell’incontro con lo sguardo di Cristo che ci affida lo stesso impegno: anche tu, «una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli!».(11) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Quæ mærebat et dolebat pia mater, cum videbat Nati pœnas incliti. (9) Marco 14, 29.31. (10) François-René de Chateaubriand, Il genio del Cristianesimo (1802). (11) Luca 22, 32.
QUINTA STAZIONE Gesù è giudicato da Pilato V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 13-25 Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.
MEDITAZIONE Gesù è ora tra le insegne imperiali, i vessilli, le aquile e i labari dell’autorità romana, all’interno di un altro palazzo del potere, quello del governatore Ponzio Pilato, un nome marginale e dimenticato nella storia dell’impero di Roma. Eppure è un nome che risuona ogni domenica in tutto il mondo, proprio a causa di quel processo che ora si sta celebrando: i cristiani, infatti, nel Credo proclamano che Cristo «fu crocifisso sotto Ponzio Pilato». Da un lato, egli incarna a prima vista la brutalità repressiva, tant’è vero che Luca rievoca, in una pagina del suo Vangelo, quel giorno in cui non aveva esitato a mescolare nel tempio il sangue ebreo con quello degli animali sacrificali.(12) A lui si accosta anche un altro potere oscuro e impalpabile: è la forza feroce delle masse, manipolate dalle strategie dei poteri occulti che tramano nell’ombra. Il risultato è nella scelta di graziare un ribelle omicida, Barabba. D’altro lato, però, affiora un diverso profilo di Pilato: egli sembra rappresentare la tradizionale equità e imparzialità del diritto romano. Per ben tre volte, infatti, Pilato tenta di proporre l’assoluzione di Gesù per insufficienza di prove, comminando al massimo la sanzione disciplinare della flagellazione. L’accusa, infatti, non reggeva a un serio vaglio processuale. Come ribadiscono tutti gli evangelisti, Pilato rivela, quindi, una certa apertura d’animo, una disponibilità che però progressivamente si scolora e si spegne.
* * *Sotto la pressione dell’opinione pubblica Pilato incarna, allora, un atteggiamento che sembra dominare nei nostri giorni, quello dell’indifferenza, del disinteresse, della convenienza personale. Per quieto vivere e per proprio vantaggio, non si esita a calpestare verità e giustizia. L’immoralità esplicita genera almeno un sussulto o una reazione; questa è, invece, pura amoralità che paralizza la coscienza, estingue il rimorso e ottunde la mente. L’indifferenza è la morte lenta della vera umanità. L’esito è nella scelta finale di Pilato. Come dicevano gli antichi latini, una giustizia ipocrita e apatica diventa simile a una ragnatela nella quale incappano e muoiono i moscerini ma che gli uccelli squarciano con la forza del loro volo. Gesù, che è uno dei piccoli della terra, senza poter emettere una parola, è soffocato da questa rete. E come spesso facciamo anche noi, Pilato guarda dall’altra parte, se ne lava le mani e come alibi lancia — secondo l’evangelista Giovanni (13) — l’eterna domanda tipica di ogni scetticismo e di ogni relativismo etico: «Che cos’è mai la verità?». Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Quis est homo qui non fleret, matrem Christi si videret in tanto supplicio? (12) Cf. Luca 13, 1. (13) Giovanni 18, 38.
SESTA STAZIONE Gesù è flagellato e coronato di spineV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 63-65 Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». E molti altri insulti dicevano contro di lui. Dal Vangelo secondo Giovanni. 19, 2-3 I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
MEDITAZIONEUn giorno, mentre camminava nella valle del Giordano non lontano da Gerico, Gesù s’era fermato e ai Dodici aveva detto parole roventi e ai loro orecchi indecifrabili: «Ecco noi andiamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno.. ».(14) Ora quelle parole sciolgono il loro enigma: nel cortile del pretorio, la sede gerosolimitana del governatore romano, inizia il lugubre rituale della tortura, accompagnato all’esterno del palazzo dal rumoreggiare della folla che attende lo spettacolo del corteo dell’esecuzione capitale. In quello spazio vietato al pubblico si consuma un gesto che sarà ripetuto nei secoli in mille forme sadiche e perverse, nelle oscurità di tante celle. Gesù non è solo percosso ma è anche umiliato. Anzi, l’evangelista Luca per definire quegli insulti usa il verbo «bestemmiare», svelando in modo allusivo il significato profondo di quello sfogo delle guardie che si accaniscono sulla vittima. Ma allo strazio della carne di Cristo si associa anche uno sfregio alla sua dignità personale attraverso una farsa macabra.
* * *E' l’evangelista Giovanni a rievocare quell’atto sarcastico, ritmato su un gioco popolare, quello del re da burla. Ecco, infatti, una corona i cui raggi sono fatti di rametti spinosi; ecco la porpora regale sostituita da un mantello rosso; ecco il saluto imperiale dell’«Ave, Cesare!». Eppure, in dissolvenza a questa beffa si può intravedere un segno glorioso: sì, Gesù è umiliato come re da scherzo; ma in realtà egli è il vero sovrano della storia. Quando alla fine si svelerà la sua regalità —come ci ricorda un altro evangelista, Matteo (15) — egli condannerà tutti i torturatori e gli oppressori e introdurrà nella gloria non solo le vittime ma anche tutti coloro che avranno visitato chi era in carcere, curato i feriti e i sofferenti, sostenuto gli affamati, gli assetati e i perseguitati. Ora, però, il volto trasfigurato apparso sul Tabor (16) è sfigurato; colui che è «l’irradiazione della gloria divina» (17) è oscurato e umiliato; come aveva annunziato Isaia, il Servo messianico del Signore ha il dorso solcato dai flagelli, la barba strappata dalle guance, il viso rigato di sputi. (18) In lui, che è il Dio della gloria, è presente anche la nostra umanità dolente; in lui, che è il Signore della storia, si rivela la vulnerabilità delle creature; in lui che è il Creatore del mondo, si condensa il respiro di dolore di tutti gli esseri viventi. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Pro peccatis suae gentis vidit Iesum in tormentis et flagellis subditum. (14) Luca 18, 31-32. (15) Cf. Matteo 25, 31-46. (16) Cf. Luca 9, 29. (17) Ebrei 1, 3. (18) Cf. Isaia 50, 6.
SETTIMA STAZIONE Gesù è caricato della CroceV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Marco. 15, 20 Dopo averlo schernito, spogliarono Gesù della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
MEDITAZIONENei cortili del palazzo imperiale è finita la festa macabra; cadono le spoglie di quel ridicolo abbigliamento regale, si spalanca il portale. Ecco avanzare Gesù coi suoi vestiti abituali, con la sua tunica «senza cuciture, tessuta d’un pezzo da cima a fondo».(19) Sulle sue spalle poggia la trave orizzontale, destinata ad accogliere le sue braccia, quando essa sarà stata fissata sul palo della crocifissione. La sua è una presenza muta, le sue orme sanguinano su quella strada che ancor oggi a Gerusalemme reca il nome di «Via dolorosa». Ha ora inizio in senso stretto la Via Crucis, quel percorso che anche stasera si ripete e che tende verso il colle delle esecuzioni capitali, fuori le mura della città santa. Gesù avanza e vacilla sotto quel peso e per la debolezza del suo corpo ferito. La tradizione ha voluto simbolicamente costellare quell’itinerario di tre cadute. In esse si ha la vicenda infinita di tante donne e uomini prostrati nella miseria o nella fame: sono bambini gracili, vecchi sfiniti, poveri debilitati dalle cui vene è stata succhiata ogni energia. In quelle cadute c’è anche la storia di tutte le persone desolate nell’anima e infelici, ignorate dalla frenesia e dalla distrazione di chi passa accanto. In Cristo piegato sotto la croce c’è l’umanità malata e debole che, come affermava il profeta Isaia,(20) «prostrata parla da terra e dalla polvere salgono fioche le sue parole; sembra di un fantasma la sua voce dalla terra, e dalla polvere la sua parola risuona come un bisbiglio».
* * *Anche oggi, come allora, attorno a Gesù che si alza e avanza reggendo il legno della croce, si svolge la vita quotidiana della strada, segnata dagli affari, dalle vetrine scintillanti, dalla ricerca del piacere. Eppure attorno a lui non c’è solo ostilità o indifferenza. Sui suoi passi si muovono oggi anche coloro che hanno scelto di seguirlo. Essi hanno ascoltato l’appello che un giorno egli aveva lanciato passando tra i campi della Galilea: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua».(21) «Usciamo, allora, anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui portando il suo obbrobrio».(22) Al termine della Via dolorosa non c’è solo il colle della morte o il baratro del sepolcro ma anche il monte dell’ascensione gloriosa e della luce. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Quis non posset contristari, piam matrem contemplari dolentem cum Filio? (19) Giovanni 19, 23. (20) Isaia 29, 4. (21) Luca 9, 23. (22) Ebrei 13, 13.
OTTAVA STAZIONE Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 26 Mentre conducevano via Gesù, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù.
MEDITAZIONETornava dalla campagna, forse dopo alcune ore di lavoro. L’attendevano a casa i preparativi del giorno festivo: al tramonto, infatti, si sarebbe aperta la frontiera sacrale del sabato, scandita dall’accendersi delle prime stelle in cielo. Simone era il suo nome; egli era un ebreo oriundo dell’Africa, di Cirene, città che s’affacciava sul litorale libico e che ospitava una folta comunità della Diaspora giudaica.(23) Un ordine secco della pattuglia romana che scorta Gesù lo ferma e lo costringe a reggere per un tratto di strada il patibolo di quel condannato sfinito. Simone era passato di là per caso; non sapeva che quell’incontro sarebbe stato straordinario. Come è stato scritto,(24) «quanti uomini nei secoli avrebbero voluto essere lì, al suo posto, essere passati di lì giusto in quel momento. Ma ormai era troppo tardi, era lui che era passato ed egli nei secoli non avrebbe mai ceduto il suo posto ad altri». E' il mistero dell’incontro con Dio che attraversa all’improvviso tante vite. Paolo, l’apostolo, era stato intercettato, «afferrato e conquistato» (25) da Cristo sulla via di Damasco. E' per questo che aveva poi ripreso da Isaia quelle sorprendenti parole di Dio: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non si rivolgevano a me».(26)
* * *Dio è in agguato sui sentieri della nostra esistenza quotidiana. E' lui che talora bussa alle nostre porte chiedendo un posto alle nostre mense per cenare con noi.(27) Persino un imprevisto, come quello che aveva incrociato la vita di Simone di Cirene, può diventare un dono di conversione, tant’è vero che l’evangelista Marco citerà i nomi dei figli di quell’uomo divenuti cristiani, Alessandro e Rufo.(28) Il Cireneo è, così, l’emblema del misterioso abbraccio tra la grazia divina e l’opera umana. Alla fine, infatti, l’evangelista lo rappresenta come il discepolo che «porta la croce dietro a Gesù», seguendone le orme.(29) Il suo gesto, da esecuzione forzata, si trasforma idealmente in un simbolo di tutti gli atti di solidarietà per i sofferenti, gli oppressi e gli affaticati. Il Cireneo rappresenta, così, l’immensa schiera delle persone generose, dei missionari, dei Samaritani che non «passano oltre dall’altra parte» della strada,(30) ma si chinano sui miseri caricandoli su di sé per sostenerli. Sul capo e sulle spalle di Simone, curve sotto il peso della croce, echeggiano, allora, le parole di san Paolo: «Portate i pesi gli uni degli altri perché così adempirete la legge di Cristo».(31) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Tui Nati vulnerati, tam dignati pro me pati, pœnas mecum divide. (23) Cf. Atti 2, 10; 6, 9; 13, 1. (24) Charles Péguy, Il Mistero della carità di santa Giovanna d’Arco (1910). (25) Filippesi 3, 12. (26) Romani 10, 20. (27) Cf. Apocalisse 3, 20. (28) Cf. Marco 15, 21. (29) Cf. Luca 9, 23. (30) Cf. Luca 10, 30-37. (31) Galati 6, 2.
NONA STAZIONE Gesù incontra le donne di Gerusalemme V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 27-31 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
MEDITAZIONEIn quel venerdì di primavera, sulla via che conduceva al Golgota, non si assiepavano solo gli sfaccendati, i curiosi e la gente ostile a Gesù. Ecco, infatti, anche un gruppo di donne, forse appartenenti a una confraternita dedita al conforto e al lamento rituale per i moribondi e i condannati a morte. Cristo, durante la sua vita terrena, superando convenzioni e pregiudizi, si era spesso circondato di donne e aveva dialogato con loro, ascoltando i loro drammi piccoli e grandi: dalla febbre della suocera di Pietro alla tragedia della vedova di Nain, dalla prostituta in lacrime al tormento interiore di Maria di Magdala, dall’affetto di Marta e Maria alle sofferenze della donna colpita da emorragia, dalla giovane figlia di Giairo all’anziana curva, dalla nobildonna Giovanna di Cusa alla vedova indigente e alle figure femminili della folla che lo seguiva. Attorno a Gesù, fino all’ultima sua ora, si stringe dunque un mondo di madri, di figlie e di sorelle. Accanto a lui noi ora immaginiamo anche tutte le donne umiliate e violentate, quelle emarginate e sottoposte a pratiche tribali indegne, le donne in crisi e sole di fronte alla loro maternità, le madri ebree e palestinesi e quelle di tutte le terre in guerra, le vedove o le anziane dimenticate dai loro figli... E' una lunga teoria di donne che testimoniano a un mondo arido e impietoso il dono della tenerezza e della commozione, come fecero per il figlio di Maria in quella tarda mattinata gerosolimitana. Esse ci insegnano la bellezza dei sentimenti: non ci si deve vergognare se il cuore accelera i battiti nella compassione, se talora affiorano sulle ciglia le lacrime, se si sente il bisogno di una carezza e di una consolazione.
* * *Gesù non ignora le attenzioni caritatevoli di quelle donne, come un tempo aveva accolto altri gesti delicati. Ma paradossalmente ora è lui a interessarsi delle sofferenze che incombono su quelle «figlie di Gerusalemme»: «Non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli!». C’è, infatti, all’orizzonte un incendio che sta per abbattersi sul popolo e sulla città santa, «un legno secco» pronto ad attizzare il fuoco. Lo sguardo di Gesù corre verso il futuro giudizio divino sul male, sull’ingiustizia, sull’odio che stanno alimentando quella fiamma. Cristo si commuove per il dolore che sta piombando su quelle madri quando irromperà nella storia l’intervento giusto di Dio. Ma le sue parole frementi non suggellano un esito disperato perché la sua è la voce dei profeti, una voce che genera non agonia e morte ma conversione e vita: «Cercate il Signore e vivrete... Allora si allieterà la vergine alla danza, giovani e vecchi gioiranno insieme. Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici».(32) Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Eia mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeam. (32) Amos 5, 6; Geremia 31, 13.
DECIMA STAZIONE Gesù è crocifisso V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 33-38 Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
MEDITAZIONEEra solo uno sperone roccioso denominato in aramaico Golgota, in latino Calvario, cioè «Cranio», forse per la sua configurazione fisica. Su quel picco si levano tre croci di condannati a morte, due «malfattori», probabilmente rivoluzionari antiromani, e Gesù. Iniziano a scorrere le ultime ore della vita terrena di Cristo, ore segnate dalla lacerazione delle carni, dalla slogatura delle ossa, dall’asfissia progressiva, dalla desolazione interiore. Sono le ore che attestano la piena fraternità del Figlio di Dio con l’uomo che patisce, agonizza e muore. Cantava un poeta: (33) «Il ladrone di sinistra e il ladrone di destra / non sentivano che i chiodi nel cavo della mano. / Cristo, invece, sentiva il dolore dato per la salvezza, / il fianco trafitto, il cuore trapassato. / E' il cuore che gli bruciava. / Il cuore divorato d’amore». Sì, perché attorno a quel patibolo sembra risuonare la voce di Isaia: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui: per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Egli offrirà se stesso in espiazione». (34) Le braccia allargate di quel corpo martoriato vogliono stringere a sé l’intero orizzonte, abbracciando l’umanità, quasi «come una chioccia che raccoglie la sua covata sotto le ali». (35) Era questa, infatti, la sua missione: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».(36)
* * *Sotto quel corpo agonizzante sfila la folla che vuole «vedere» uno spettacolo macabro. E' il ritratto della superficialità, della curiosità banale, della ricerca di emozioni forti. Un ritratto nel quale si può identificare anche una società come la nostra che sceglie la provocazione e l’eccesso quasi come una droga per eccitare un’anima ormai intorpidita, un cuore insensibile, una mente offuscata. Sotto quella croce c’è anche la crudeltà pura e dura, quella dei capi e dei soldati che non conoscono pietà e riescono a profanare persino la sofferenza e la morte con lo scherno: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Essi non sanno che proprio le loro parole sarcastiche e la scritta ufficiale eretta sulla croce — «Questi è il re dei Giudei» — dicono una verità. Certo, Gesù non scende dalla croce con un colpo di scena: egli non vuole adesioni servili e fondate sul prodigioso ma una fede libera e un amore autentico. Eppure, proprio attraverso la sconfitta della sua umiliazione e l’impotenza della morte, egli apre la porta della gloria e della vita, rivelandosi il vero Signore e Re della storia e del mondo. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam. (33) Charles Péguy, Il mistero della carità di santa Giovanna d’Arco (1910). (34) Isaia 53, 5.10. (35) Luca 13, 34. (36) Giovanni 12, 32.
UNDICESIMA STAZIONE Gesù promette il suo Regno al buon ladrone V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 39-43 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: « In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
MEDITAZIONEScorrono i minuti dell’agonia e l’energia vitale di Gesù crocifisso si sta lentamente attenuando. Eppure egli ha ancora la forza per un ultimo atto d’amore nei confronti di uno dei due condannati alla pena capitale che gli stanno accanto in quegli istanti tragici, mentre il sole è ancora alto in cielo. Tra Cristo e quell’uomo scorre un esile dialogo, affidato a due frasi essenziali. Da un lato, c’è l’appello del malfattore, divenuto nella tradizione «il buon ladrone», il convertito nell’ora estrema della sua vita: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno!». In un certo senso è come se quell’uomo recitasse una personale versione del «Padre nostro» e dell’invocazione: «Venga il tuo Regno!». Egli, però, la indirizza direttamente a Gesù, chiamandolo per nome, un nome dal significato illuminante in quell’istante: «Il Signore salva». C’è, poi, quell’imperativo: «Ricordati di me!». Nel linguaggio della Bibbia questo verbo ha una forza particolare che non corrisponde al nostro pallido «ricordo». E' una parola di certezza e di fiducia, quasi a dire: «Prenditi cura di me, non abbandonarmi, sii come l’amico che sostiene e sorregge!».
* * *D’altro lato, ecco la risposta di Gesù, brevissima, simile a un soffio: «Oggi sarai con me nel paradiso». Questa parola «paradiso», così rara nelle Scritture tanto da risuonare solo due altre volte nel Nuovo Testamento,(37) nel suo significato originario evoca un giardino fertile e fiorito. E' un’immagine fragrante di quel Regno di luce e di pace che Gesù aveva annunziato nella sua predicazione, che aveva inaugurato coi suoi miracoli e che avrà tra poco un’epifania gloriosa nella Pasqua. E' la meta del nostro cammino faticoso nella storia, è la pienezza della vita, è l’intimità dell’abbraccio con Dio. E' l’ultimo dono che Cristo ci fa, proprio attraverso il sacrificio della sua morte che si apre alla gloria della risurrezione. Null’altro si dissero in quel giorno di angoscia e di dolore i due crocifissi, ma quelle poche parole pronunziate con fatica dalle loro gole riarse risuonano ancora oggi e riecheggiano sempre come un segno di fiducia e di salvezza per chi ha peccato ma ha anche creduto e sperato, sia pure alla frontiera estrema della vita. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Sancta mater, istud agas, Crucifixi fige plagas cordi meo valide. (37) Cf. 2 Corinzi 12, 4; Apocalisse 2, 7.
DODICESIMA STAZIONE Gesù in Croce, la Madre e il discepolo V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Giovanni. 19, 25-27 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
MEDITAZIONEAveva cominciato a distaccarsi da quel Figlio fin dal giorno in cui, a dodici anni, egli le aveva detto di avere un’altra casa e un’altra missione da compiere, in nome del suo Padre celeste. Ora, però, per Maria è giunto il momento del distacco supremo. In quell’ora c’è lo strazio di ogni madre che vede ribaltata la logica stessa della natura per la quale sono le mamme a morire per prime rispetto alle loro creature. Ma l’evangelista Giovanni cancella ogni lacrima da quel volto addolorato, spegne ogni urlo su quelle labbra, non fa prostrare a terra Maria nella disperazione. Anzi, c’è un alone di silenzio che è infranto da una voce che scende dalla croce e dal viso torturato del Figlio morente. E' ben più di un testamento familiare: è una rivelazione che segna una svolta nella vita della Madre. Quel distacco estremo nella morte non è sterile ma ha una fecondità inattesa simile al parto di una mamma. Proprio come aveva annunziato lo stesso Gesù poche ore prima, nell’ultima sera della sua esistenza terrena: «La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più del dolore per la gioia che è venuto al mondo un uomo».(38)
* * *Maria torna ad essere madre: non per nulla nelle poche righe di questo racconto evangelico per ben cinque volte echeggia la parola «madre». Maria torna, dunque, ad essere madre e i suoi figli saranno tutti coloro che sono come «il discepolo amato», cioè tutti coloro che si pongono sotto il manto della grazia salvatrice divina e che seguono Cristo nella fede e nell’amore. Da quell’istante Maria non sarà più sola, diverrà la madre della Chiesa, un popolo immenso di ogni lingua, popolo e stirpe che nei secoli si stringerà con lei attorno alla croce di Cristo, il suo primogenito. Da quel momento anche noi camminiamo con lei sulle strade della fede, ci troviamo con lei nella casa ove soffia lo Spirito della Pentecoste, ci sediamo alla mensa ove si spezza il pane dell’Eucaristia e attendiamo il giorno in cui il suo Figlio tornerà per condurci come lei nell’eternità della sua gloria. Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Fac me tecum pie flere, Crucifixo condolere, donec ego vixero. (38) Giovanni 16, 21.
TREDICESIMA STAZIONE Gesù muore sulla Croce V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 44-47 Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest’uomo era giusto».
MEDITAZIONEAll’inizio del nostro itinerario era il velo della notte ad avvolgere il Getsemani; ora è il buio di un’eclisse a stendersi come un sudario sul Golgota. L’«impero delle tenebre» (39) sembra, dunque, sovrastare la terra ove Dio muore. Sì, il Figlio di Dio, per essere veramente uomo e nostro fratello, deve bere anche il calice della morte, quella morte che è la reale carta d’identità di tutti i figli di Adamo. E' così che Cristo «si rende in tutto simile ai fratelli»,(40) diventa pienamente uno di noi, presente con noi anche in quell’estrema agonia tra vita e morte. Un’agonia che si ripete forse anche in questi minuti per un uomo o una donna qui a Roma e in tante altre città e villaggi del mondo. Non è più il Dio greco-romano impassibile e remoto come un imperatore relegato nei cieli dorati del suo Olimpo. In Cristo che muore si rivela ora il Dio appassionato, innamorato delle sue creature fino al punto di imprigionarsi liberamente nella loro frontiera di dolore e di morte. E' per questo che il Crocifisso è un segno umano universale della solitudine della morte e anche dell’ingiustizia e del male. Ma è anche un segno divino universale di speranza per le attese di ogni centurione, cioè di ogni persona inquieta e in ricerca.
* * *Infatti, anche quando è lassù, morente su quella forca, mentre il suo respiro si spegne, Gesù non cessa di essere il Figlio di Dio. In quel momento tutte le sofferenze e le morti sono attraversate e possedute dalla divinità, sono irradiate di eternità, in esse è deposto un seme di vita immortale, brilla una scintilla di luce divina. La morte, allora, pur non perdendo la sua tragicità, rivela un volto inatteso, ha gli occhi stessi del Padre celeste. E' per questo che Gesù in quell’ora estrema prega con tenerezza: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». A quell’invocazione ci associamo anche noi attraverso la voce poetica e orante di una donna scrittrice: (41) «Padre, anche a me le tue dita chiudano le palpebre. / Tu che mi sei Padre, volgiti a me anche come tenera Madre, / al capezzale del suo bimbo che sogna. / Padre, volgiti a me e accoglimi nelle tue braccia». Tutti: Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Vidit suum dulcem Natum morientem desolatum, cum emisit spiritum. (39) Luca 22, 53. (40) Ebrei 2, 17. (41) Marie Noël, Le canzoni e le ore (1930).
QUATTORDICESIMA STAZIONE Gesù è deposto nel sepolcroV/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 23, 50-54 C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato.
MEDITAZIONEAvvolto nel lenzuolo funerario, la «sindone», il corpo crocifisso e martoriato di Gesù scivola lentamente dalle mani pietose e amorose di Giuseppe d’Ar

G. Ravasi. Davide piange Gionata, la cui ''amicizia era più preziosa che amore di donna''

La "lamentazione" che Davide intona quando apprende la notizia della morte di Gionata, la cui «amicizia era più preziosa che l’amore di donna» (1,26), è un piccolo capolavoro poetico di forte impatto sentimentale dando così corpo a chi ha voluto leggere questa relazione in chiave omosessuale. Una lettura che non è condivisa dal biblista Ravasi.


In ebraico viene definita qìnah, cioè "lamentazione", e questo titolo ben s’attaglia (nonostante il ritmo del brano sia diverso) a un piccolo capolavoro poetico di forte impatto sentimentale. È il canto che Davide intona appena apprende la notizia della morte suicida di Saul, il primo re di Israele, sconfitto dai Filistei sui monti di Gelboe, e della fine di suo figlio Gionata, legato a Davide da profonda amicizia.
Colui che sarà il successore di Saul si abbandona al flusso delle emozioni e le sue parole, riferite dal secondo Libro di Samuele (1,19-27), sono per tre volte scandite da quell’eterno «Perché?» che i sofferenti levano al cielo quando si trovano di fronte a una tragedia: «Perché sono caduti gli eroi?» (1,19.25.27).

Sul panorama verdeggiante dei monti di Gelboe, che orlano a sud-est la pianura settentrionale della Galilea, sull’esultanza frenetica delle donne dei vincitori filistei, che per le vie delle loro città (Gat e Ascalona) sono pronte a danzare, Davide fa scendere il velo delle sue lacrime che tutto annebbia e offusca.
Anzi, egli lancia una maledizione simbolica su quei monti che furono spettatori indifferenti di quel dramma nazionale: «O monti di Gelboe, mai più rugiada né pioggia scenda su di voi, né mai si distendano campi di primizie!» (1,21). È curioso notare che lo Stato ebraico moderno ha idealmente raccolto l’appello di Davide, lasciando incolti quei colli ed evitando che su di essi si piantassero alberi o coltivassero campi.

Il ritmo del lamento per quel re, che pure aveva perseguitato il giovane Davide, ma che l’aveva anche accolto a corte quand’era ancora un ignoto pastorello, è tutto scandito da una serie di coppie di sostantivi: Gat e Ascalon, le città nemiche, rugiada e pioggia dei monti, sangue e grasso dei corpi delle vittime, arco e spada che esse impugnavano, aquile e leoni, simboli della loro forza, porpora e gioielli delle loro donne. Ma soprattutto echeggiano due nomi, Saul e Gionata, in modo appassionato, spasmodicamente invocati per quattro volte.

Ma l’ultimo nome a risuonare, solitario, è quello di Gionata, l’amico carissimo, la cui «amicizia era più preziosa che l’amore di donna» (1,26), come confessa Davide, dando così corpo a chi ha voluto banalizzare questa relazione leggendola in chiave sessuale.
In realtà, i rapporti tra i due nella Bibbia sono descritti spesso con connotati politici (che in Oriente si esprimono anche attraverso il linguaggio amoroso).

Gionata, andando contro le ragioni del sangue e il suo stesso interesse di erede al trono, aveva lucidamente compreso che il futuro sarebbe stato luminoso solo per Davide, amico e alleato. E questa vicenda interiore e sociale stimolerà sant’Ambrogio, che esalterà la straordinaria forza dell’amicizia, capace di andare oltre gli stessi vincoli di sangue, pronta anche a «dare la vita per il proprio amico» (Giovanni 15,13).

* Testo già edito dall’autore nel 2005 su Famiglia Cristiana (2002)

di Gianfranco Ravasi. La sua vera carne trasfigurata

«Il Cristo glorioso non cancella la verità dell’Incarnazione». Pubblichiamo la relazione del prefetto della Biblioteca Ambrosiana al convegno sul “Volto dei volti” che si è tenuto nell’ottobre 2001 alla Pontificia Università Urbaniana.

La nostra sarà una lettura particolare della scena della Trasfigurazione. La considereremo, infatti, come un vero e proprio “dramma” nel senso originario del termine. Struttura, svolgimento, attori, scansioni temporali fanno sì che l’evento sia capace di riproporsi davanti ai nostri occhi nella sua azione e nel suo messaggio con una sua efficacia rappresentativa. I dati del testo – che, come è noto, ci è offerto nella triplice redazione sinottica (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36)1 – saranno da noi ricomposti secondo una trama affidata a sette personaggi che, a livelli diversi e secondo ruoli differenti, reggono l’intero “dramma”.

Gesù, il protagonista

E proprio perché una rappresentazione solenne ha bisogno di una sua colonna sonora ideale, noi subito proponiamo come filo musicale un oratorio moderno, quello che Olivier Messiaen ha composto tra il 1965 e il 1969 per coro misto, sette solisti strumentali e una grande orchestra (alla prima furono in tutto 216 esecutori!), intitolandolo La Transfiguration de Notre-Seigneur Jésus Christ2. Eseguita per la prima volta il 7 giugno 1969 a Lisbona in occasione del festival Gubelkian e il 29 ottobre dello stesso anno al Palais de Chaillot di Parigi, quest’opera è simile a una grandiosa cattedrale armonica (dura almeno un’ora e mezzo). Complessa nella sua articolazione in due settenari eppure lineare nella sua monumentalità, essa si basa sul racconto matteano della Trasfigurazione oltre che sui testi liturgici e persino su citazioni della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino – tutti rigorosamente in latino –, ma anche con evocazioni strumentali esotiche (cembali turchi, crotali, marimba, gong, tamtam, xilorimba, vari strumenti folclorici e così via). Il tutto sfocia nel corale finale della luce della Gloria, basato sul Salmo 26,8: «Signore, io amo la bellezza della tua casa e il luogo ove abita la tua gloria!». E Messiaen commenta: «La Gloria ha abitato la montagna della Trasfigurazione, la Gloria abita il Santo Sacramento delle nostre chiese, la Gloria abiterà l’eternità».
E se proprio non ci sarà possibile avere a disposizione un così monumentale commento musicale, basterà ricorrere alla più semplice ma deliziosa composizione per pianoforte di Franz Liszt, intitolata appunto In festo Transfigurationis Domini nostri. Come fondale per il nostro “dramma” è difficile non pensare subito alla celebre tela di Raffaello conservata ai Musei Vaticani (1520), ma anche all’affresco del Beato Angelico nel convento fiorentino di San Marco (1441), ad Andrej Rubliov, con la sua icona della Metamorfosi (1405), a Giovanni Bellini con una tela (1480) presente a Napoli nella Galleria di Capodimonte. Tanti altri pittori, però, ci offrono la possibilità di creare lo sfondo ideale di questa scena. Uno sfondo che può essere costituito anche da una foto di quella vetta che tradizionalmente è identificata come il monte anonimo della Trasfigurazione evangelica, cioè il Tabor, con i suoi 582 metri e con il profilo della basilica francescana eretta dall’architetto Antonio Barluzzi tra il 1919 e il 1924. Ma ormai è giunto il momento di introdurre il primo personaggio, il protagonista.
Egli dominerà per tutto lo svolgimento del “dramma” ed è subito presentato col suo nome proprio Iesous4 scandito quattro volte nella redazione marciana (Mc 9,2.4.5.8). A lui saranno destinati altri titoli solenni che sono proposti nel prosieguo del racconto e nell’apparire dei vari attori dell’evento. Per ora ci accontenteremo di segnalare il trittico terminologico che è messo in bocca a un altro personaggio della Trasfigurazione, Pietro. Egli si rivolge a Gesù interpellandolo come Kyrie, “Signore”, secondo Matteo (Mt 17,4): è il riconoscimento della signoria suprema di Cristo sull’essere e sulla storia, ma è anche – allusivamente – il rimando alla divinità se è vero che nella Bibbia greca cristiana il nome sacro JHWH di Dio era reso proprio con Kyrios (cfr. Fil 2,9-11). Gesù è invocato da Pietro secondo Marco (Mc 9,5) come rabbì, che nella sua radice ebraico-aramaica (rab, “grande”) ricalca il titolo precedente, ma che si carica pure della connotazione di “maestro” supremo della verità di Dio. E infine, secondo Luca (Lc 9,33), Gesù è epistáta (vocativo di epistátes), un appellativo peraltro caro al terzo evangelista (Lc 5,5; 8,24.45; 9,49; 17,13). Il termine può essere considerato come la resa greca del precedente rabbì: al concetto di “maestro” si intreccia quello del primato, della superiorità, della reggenza o ispezione. In questa luce potremmo dire che il trittico dei titoli cristologici converge nell’attribuire a Gesù la signoria non solo all’interno della scena della Trasfigurazione, ma anche sulla ribalta della storia intera e della verità (in pratica potremmo pensare al francese “maître” che in sé ingloba la funzione di “signore, padrone” e quella “magisteriale”).
Il ritratto di Gesù, comunque, sarà completato, anzi colto nella sua identità più intima e profonda dall’ultimo personaggio, come avremo occasione di vedere. Gli esegeti, infatti, sono concordi nel ritenere che la finalità ultima della scena è proprio quella di svelare la persona di Cristo come signore della gloria, maestro, figlio di Dio e la sua missione di profeta e legislatore perfetto e definitivo. In questa luce dobbiamo raccogliere una serie di particolari. Iniziamo con la collocazione spaziale della sua figura sul “monte alto” (Mt 17,1; Mc 9,2), un’evocazione anche simbolica non priva di una certa allusività biblica: come non pensare a una specie di Sinai galilaico o al monte dell’apparizione pasquale galilaica di Matteo (Mt 28,16)? C’è, poi, una coordinata temporale esaltata da Marco (Mc 9,2) e da Luca (Lc 9,28): secondo Marco è «dopo sei giorni» che si celebra l’evento, quindi siamo nel settimo giorno pasquale, mentre per Luca è l’«ottavo giorno», forse un modo di stampo più greco-romano per formulare la stessa idea di una pienezza temporale pasquale già raggiunta.
Non per nulla, anche se non si può pienamente rintracciare nel nostro evento lo schema delle apparizioni pasquali, è certo che la “metamorfosi” (Mt 17,2; Mc 9,2; Luca evita il termine per non creare equivoci nei suoi lettori abituati alle “metamorfosi” degli dèi sotto aspetto umano, come insegna Ovidio) è una cristofania in cui Gesù appare aureolato dalla luce pasquale. Infatti è il suo Volto immerso nello splendore (Mt 17,2) e divenuto “altro” nel suo aspetto (Lc 9,29) ed è la sua veste divenuta candida in modo sorprendente (è famoso il “tratto” di Marco, Mc 9,3) a segnalare la gloria della Pasqua e l’eternità divina. Persino François Rabelais, nel capitolo X del suo celebre Gargantua (1534), scriveva: «Il bianco significa gioia, giubilo, festa… Nella Trasfigurazione di Nostro Signore vestimenta eius facta sunt alba sicut lux e questo candore luminoso fece intuire ai suoi tre apostoli presenti, Pietro, Giacomo e Giovanni, l’idea e la sostanza delle gioie eterne»3. Intrecciando, dunque, elementi pasquali e apocalittici, evocando con la nube – che è segno della presenza divina esodica (Mt 17,5; Mc 9,7; Lc 9,34), la teofania sinaitica (Es 19,9; 24,15-16; 33,9) sulla quale ritorneremo – si ha un profilo di Gesù dai contorni epifanici. A metà del suo itinerario terreno Cristo svela il suo autentico Volto, per ora celato sotto i lineamenti dell’uomo di Galilea. Non per nulla si parla di una “visione” (oftê in Mt 17,3; Mc 9,4; cfr. Lc 9,31 e Mt 17,9: si tratta del verbo tipico delle apparizioni pasquali, anche se ora non è applicato direttamente a Gesù).
Esiste però un altro particolare da segnalare per completare il ritratto del protagonista. È Luca, come sua consuetudine, a indicarlo quando annota che Gesù sale sul monte a pregare ed è durante la preghiera che si apre la visione. È noto che il terzo evangelista colloca gli eventi capitali della vita di Cristo in un contesto orante: è emblematica la scena del battesimo al Giordano (Lc 3,21), per molti versi analoga a quella della Trasfigurazione. Potremmo allora dire che l’evento che si consuma sul monte avviene nella cornice quasi di un’estasi mistica che è rivelazione e incontro con il mistero di Dio. Non per nulla gli spettatori resteranno abbacinati e avranno bisogno, alla fine, del tocco di Gesù (Mt 17,7) per essere riportati alla quotidianità. E in quel momento essi incontreranno autòn Iesoun mónon (Mt 17,8; cfr. Mc 9,8; Lc 17,36): è il solo Gesù che alla fine campeggia in tutta la scena, come era accaduto agli inizi. Ma là, dopo la cristofania, la sua sarà un’unicità simbolica che fa eclissare ogni altra presenza, pur grandiosa, come è quella di Mosè ed Elia. Lui solo ci basterà, lui solo sarà la meta verso cui convergerà il nostro “ascolto” – obbedienza (Mt 17,5; Mc 9,7; Lc 17,35).

I tre spettatori, Pietro, Giacomo e Giovanni

ölla solenne epifania del protagonista assistono tre attori che nei Vangeli hanno un rilievo particolare. È un gruppo privilegiato che, a più riprese, riveste una posizione eminente così da costituire, come ha osservato un esegeta, Joachim Gnilka4, «i portatori speciali della rivelazione di Cristo». Nella stessa lista dei Dodici emerge questa specie di primato: «Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono» (Mc 3,16-17). Ad assistere alla risurrezione della figlia di Giairo Gesù «non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo» (Mc 5,37). Anche nella notte tenebrosa del Getsemani egli «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni…» (Mc 14,33).
Nel nostro racconto l’elencazione ha qualche variante: Pietro, Giacomo e Giovanni (Mt 17,1; Mc 9,2); Pietro, Giovanni e Giacomo (Lc 9,28). Ciò che permane è il primato di Pietro (cfr. Mt 10,2) che anche nel nostro “dramma” ha la funzione di portavoce. Infatti è sua l’unica dichiarazione che sale dalla terra incrociandosi con quella celeste: “kyrie, rabbì, epistáta, è bello per noi essere qui”; ad essa segue, con variazioni lievi secondo i tre Sinottici, la proposta di erigere tre tende, una per ciascuno dei tre attori della teofania, Gesù, Mosè ed Elia. Non è nostro compito, in questa sede, cercare le ragioni di una simile reazione che, tra l’altro, è bollata come insensata da Marco (Mc 9,6), né isolarne la matrice simbolica o sinaitica o legata alla solennità delle Capanne (Lv 23,42; Zc 14,16-19) o alle «dimore eterne» (Lc 16,9). Evidentemente le parole di Pietro sono segnate da un equivoco: il discepolo vorrebbe trattenere per sempre quella pregustazione della beatitudine celeste, evitando così la sequela della via della croce e cancellando la Passione e la Morte. I tre, infatti, sono avvolti dalla nube luminosa teofanica, partecipano quindi dell’intimità divina e, dopo aver ascoltato la voce celeste, sono prostrati a terra e pervasi dal timore (Mt 17,6-7) tipico delle esperienze epifaniche (Lc 1,12; 1,29; 2,9; 5,10; 8,35). Sono questi i tratti caratteristici delle “apocalissi” divine (Dn 8,17; 10,9-10; Ap 1,17).
I tre discepoli, perciò, vivono sul monte un vero e proprio ingresso nel trascendente e nel mistero, ed è Gesù a riportarli col suo tocco e con il suo appello a “non temere”, classico nelle teofanie, alla storia nella quale si deve compiere l’itinerario dell’Incarnazione. Una storia che comprende, appunto, la sofferenza (Mt 17,12) e la morte (Mt 15,23). Di quell’esperienza esaltante, comunque, rimarrà l’eco nel cuore di Pietro, come è attestato da un passo della seconda Lettera che la tradizione ha attribuito all’apostolo: «… noi siamo stati testimoni oculari della grandezza [del Signore nostro Gesù Cristo]. Egli ricevette onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Costui è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte…» (2Pt 1,16-18).

I due grandi testimoni, Mosè ed Elia

Al centro dell’epifania che ha per protagonista Gesù si collocano anche due grandi testimoni della Prima Alleanza, anzi, «gli estremi mediatori dell’Alleanza: rappresentano l’inizio e la fine della storia che si adempie in Gesù, giudice escatologico» (così scrive un commentatore del Vangelo di Matteo, Jean Radermakers5).
Curiosamente Marco inverte i due personaggi, forse per rimarcare la tipologia profetico-eliana con cui spesso è tracciato il Volto di Gesù nei Vangeli. L’ordine storico-tradizionale anticipa, comunque, la figura di Mosè, il legislatore del Sinai. Infatti, se si segue la guida dell’Esodo fino al Sinai, ci si accorge che non mancano allusioni possibili presenti nella nostra scena. Anche Mosè sale il monte accompagnato da tre discepoli scelti, Aronne, Nadab e Abiu (Es 24,1.9); anche nella teofania del Sinai c’è la menzione dell’ultimo giorno, quando Dio chiama Mosè (Es 24,16). La nube e il fuoco, simili alla nube luminosa della Trasfigurazione, appaiono come segno della Gloria del Signore (Es 24,16-17). E anche Mosè, come Cristo, avrà il volto risplendente dopo essere stato in comunicazione con Dio (Es 34,29).
Se Mosè è per eccellenza l’incarnazione della legge divina che egli rivela a Israele, Elia rappresenta la profezia che da lui prende idealmente l’avvio. Una profezia che è letta dal Nuovo Testamento come un indice puntato verso Cristo, tanto è vero che subito dopo la Trasfigurazione, «mentre discendevano dal monte», Gesù dichiara che «Elia è già venuto» e i discepoli comprendono che «egli parlava di Giovanni il Battista» (Mt 17,12-13). Elia, perciò, è il Precursore per eccellenza con la sua parola. Ma lo è anche con la sua morte gloriosa, che si svela come ascensione al cielo (2Re 2,11), anticipando quella di Cristo. Anzi, in questa prospettiva anche Mosè può essere coinvolto perché la sua morte dal sepolcro misterioso (Dt 34,5-6) è stata interpretata dalla tradizione giudaica come un’assunzione nella gloria divina (così l’apocrifo Assunzione di Mosè) e la stessa tradizione giudeo-cristiana (Gd 9) si è mossa in questa linea.
Non per nulla Luca – che è attento a porre come meta della vita di Cristo l’ascensione (cfr. Lc 9,51; 24,50-51; At 1,9-11) – nel suo racconto della Trasfigurazione introduce anche il tema del dialogo di Gesù con Mosè ed Elia che «appaiono nella gloria»: essi parlano dell’«éxodos che [Cristo] stava per portare a pienezza [pleroun] in Gerusalemme» (Lc 9,31). Si delinea, così, l’esaltazione gloriosa del Risorto; la croce che attende Cristo e la sua morte sfociano nell’Ascensione, cioè nell’ingresso nell’orizzonte dell’eternità, dell’infinito e del divino. Un ingresso che era stato indicato dalla fine di Mosè ed Elia e che è attuato in pienezza (pleroun) da Gesù risorto ed esaltato nella gloria. Siamo ormai giunti alle soglie dell’ultimo atto del “dramma” della Trasfigurazione. Ora sarà dal cielo che si affaccerà l’ultimo personaggio a suggellare l’evento, rivelandosi come l’altro protagonista con Gesù.

Il protagonista finale, il Padre

A decifrare in modo pieno il profilo del primo protagonista, Gesù, e a sciogliere l’enigma della scena della Trasfigurazione è una presenza-assenza, quella del Padre, il protagonista finale che pone il suggello all’intero “dramma” presentandosi con la sua voce. La sua parola è segno di trascendenza (il suo Volto, infatti, non appare), ma anche di vicinanza e di comunicazione. Essa ha come scopo quello di delineare il ritratto perfetto del Cristo elaborato attraverso il ricorso alle Scritture. È pure evidente che questo intervento rende la Trasfigurazione parallela al battesimo ove la stessa voce divina aveva solennemente presentato al mondo Gesù come figlio prediletto e inviato dal Padre (Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Le dichiarazioni dei Sinottici nella Trasfigurazione riflettono sostanzialmente due schemi.
Lo schema di Matteo (Mt 17,5) ingloba anche la formula di Marco (Mc 9,7) ampliandola: «Costui è il Figlio mio amato nel quale mi sono compiaciuto». C’è innanzitutto il profilo messianico del Figlio sulla scia del Salmo 2,7; c’è la proclamazione della sua unicità e predilezione divina con riferimento anche a Isacco, il figlio amato e sacrificato (Gn 22,2); c’è il compiacimento che è adesione, approvazione, esaltazione con rimando al Servo sofferente del Signore «nel quale Dio si compiace» (Is 42,1). Ora l’altra formula, quella di Luca (Lc 9,35), si fissa maggiormente su quest’ultimo tratto: «Costui è il mio Figlio, l’eletto», espressione che ricalca proprio Is 42,1: «Ecco… il mio eletto in cui mi compiaccio»6. Dunque in tutti i Sinottici, sia pure con accenti diversi, il Padre rivela che il Figlio sarà glorificato, ma attraverso la via della sofferenza. Gesù è intronizzato nella sua persona divina, ma anche nella sua missione salvifica.
Il Padre, perciò, completa il ritratto del Volto di Cristo che è certamente Signore, rabbì, maestro, culmine della legge e della profezia, ma che è soprattutto Figlio e Salvatore. Verso di lui deve convergere tutta la scena e l’adesione dei tre spettatori che incarnano i discepoli dell’intera storia cristiana. L’imperativo finale: «Ascoltatelo!» non è solo l’appello a rivolgersi a Cristo come al profeta definitivo, secondo la rilettura messianica del Deuteronomio (Dt 18,15.19): «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto… Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto». L’imperativo del Padre è un invito anche all’obbedienza piena al Figlio costituito come Signore della storia. Allora, come scriveva un esegeta, H. Baltensweiler, in un saggio dedicato proprio alla Trasfigurazione, «il vero discepolato di Gesù Cristo non consiste in una qualche insensata attività e in una vuota intraprendenza, quale quella che vediamo nei discepoli quando vogliono costruire le capanne, ma soltanto nell’ascolto adeguato del Kyrios, il Gesù trasfigurato»7.
Al centro della scena, dunque, si erge il Figlio intronizzato dal Padre. Quel Figlio che non perde la sua umanità facendola svaporare nella teofania. Alla fine egli, come si è visto, tocca per mano (Mt 17,7) i tre apostoli spettatori, avvicinandosi a loro, cancellando il loro timore sacro e ridiscendendo con loro le pendici del monte per ritornare a percorrere le valli e le pianure della storia ove si annida il male e il demoniaco (Mt 17,14-21; Mc 9,14-29; Lc 9,37-42) e per puntare verso Gerusalemme, la città della sofferenza e della morte, ma anche dell’“esodo” (Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,44-45). Giustamente Beda il Venerabile commentava: «Transfiguratus Salvator non substantiam verae carnis amisit»8, il Cristo glorioso non cancella la verità dell’Incarnazione. E noi abbandoniamo con lui la vetta del “monte alto” rievocando le sette presenze che hanno popolato quello spazio che è mistico e geografico, cioè trascendente e storico. Ecco per primo Gesù, Signore, rabbì, maestro, legislatore, profeta, Figlio unigenito e Servo sofferente. Ecco poi la Prima Alleanza con Mosè ed Elia, e i discepoli della Nuova, Pietro, Giacomo e Giovanni. Ed ecco, alla fine, il Padre che pone il primo protagonista Gesù di nuovo al centro della scena.

NOTE

1 L’analisi esegetica di questa scena è ampiamente sviluppata in tutti i commentari ai tre Sinottici e in un considerevole numero di saggi specifici tra i quali segnaliamo, a mo’ di esempio, J.P. Heil, The Transfiguration of Jesus, Roma 2000; E. Nardoni, La transfiguración de Jesús y el dialogo sobre Elias, Buenos Aires 1977 e J.M. Nützel, Die Verklärungserzählung im Markusevangelium, Würzburg 1973.
2 F.R. Tranchefort (a cura di), Guide de la musique sacrée et chorale profane de 1750 à nos jours, Paris 1993, pp. 628-636.
3 Citato in Dizionario culturale della Bibbia, Torino 1992, p. 247.
4 J. Gnilka, Marco, Assisi 1987, p. 478.
5 J. Radermakers, Lettura pastorale del Vangelo di Matteo, Bologna 1974, p. 248.
6 «Luca, sostituendo agapetós, prediletto, con eklelegménos, eletto, secondo Is 42,1, assimila di più il testo a Is 42,1 (cfr. 23,35)… In questo modo Luca vuole esprimere con il dovuto risalto l’importanza unica di questo Figlio e del suo compito» (H. Schürmann, Il vangelo di Luca, I, Brescia 1983, p. 876).
7 H. Baltensweiler, Die Verklärung Jesus. Historisches Ereignis und synoptische Berichte, Zürich 1959, p. 136.
8 PL 92,217.