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Dodici, come le tribù di Israele: Gesù e il nuovo popolo di Dio

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di Andrea Lonardo

Una sciocca superstizione vuole che non ci si debba sedere a tavola in tredici, perché nell’ultima cena di Gesù con i suoi dodici apostoli uno di essi, Giuda, fu il traditore. Invece Gesù volle esplicitamente che i Dodici stessero con Lui in quella santa notte.

Unanimemente gli scritti neotestamentari ci attestano l’esistenza dei Dodici e la loro peculiarità all’interno dei discepoli di Gesù. Li ricordano ripetutamente i sinottici, che ci testimoniano i nomi degli apostoli, san Paolo parla di loro come di un gruppo particolare fra i diversi testimoni della Risurrezione, (1Cor 15, 15), l’Apocalisse fa riferimento a essi per descrivere simbolicamente cos’è la Gerusalemme celeste che vince il male: le sue «mura poggiano su dodici basamenti sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello». Essa è cioè la Chiesa, opera “dall’alto”, da Dio, e, insieme, opera della missione apostolica (Ap 21, 14), fondata sulla loro predicazione.

A livello della ricerca storica, il duplice fatto del tradimento di Giuda, nonostante il quale si continua a parlare dei Dodici, e della successiva elezione di Mattia, per ripristinare quel preciso numero, offre un ulteriore motivo per attribuire con sicurezza la loro istituzione a Gesù stesso.

Ma perché proprio “dodici” e non sette o otto o dieci? Romano Penna, grande studioso del Nuovo Testamento, sintetizza così i dati condivisi dalla moderna ricerca: «Poiché all’interno di Israele il numero 12 non può avere altro riferimento che alle dodici tribù costitutive di quel popolo, il gesto di Gesù rivela una forte e originalissima intenzione: quella di rifondare l’identità della propria nazione, che è il partner di una specifica alleanza con Dio. Ciò rivela dunque l’autoconsapevolezza di operare in strettissima relazione con Dio stesso» (R. Penna, “Gesù di Nazaret. La sua storia, la nostra fede”, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2008, p.35).

Prima che la Scrittura racconti dei dodici figli di Giacobbe, i capostipiti delle tribù, Israele non esiste ancora come popolo. Con Abramo ed Isacco siamo di fronte ad una famiglia, non ancora a quel popolo che Dio aveva promesso. Con Giacobbe appare, nella narrazione veterotestamentaria, il “popolo di Dio”. Anche per questo, Giacobbe riceverà il nuovo nome di “Israele”.

I dodici scelti da Gesù sono l’inizio del “nuovo popolo di Dio”. Nel chiamarli in maniera particolare egli ha voluto sottolineare questa svolta che si compiva nella storia della salvezza; il Cristo li ha legati indissolubilmente a sé ed alla sua opera.

Nei secoli si incontra ripetutamente la critica rivolta a cristiani di non essere stati all’altezza della loro chiamata, ma sempre era rimasto fermo il rapporto di Gesù con la prima generazione cristiana. Era chiaro che laddove i cristiani avessero tradito Gesù, avrebbero al contempo tradito anche gli apostoli! Dall’età moderna, invece, incontriamo autori che si sono fatti sostenitori della tesi che Gesù sia stato semplicemente un rabbino del suo tempo. Egli non avrebbe avuto alcuna delle intenzioni che i vangeli gli attribuiscono, ma lo stravolgimento della figura di Gesù, non sarebbe opera degli evangelisti, bensì degli stessi apostoli e della loro predicazione dai quali i vangeli dipendono. In questa maniera la presunta rottura viene retrodatata alle origini del cristianesimo: sarebbero stati i dodici stessi i mistificatori di Gesù, coloro che avrebbero alterato il suo messaggio.

Ciò che questa tesi trascura è che, se questo fosse vero, bisognerebbe ammettere che gli Apostoli sono stati infinitamente migliori e più interessanti del loro maestro! La straordinaria bellezza del Vangelo sarebbe da attribuire a loro e non a Gesù stesso: Pietro, Giovanni e gli altri sarebbero i veri giganti, mentre Gesù non sarebbe che un semplice rabbino, al pari di Shammai ed Hillel, suoi contemporanei.

Si pensi, solo per offrire un esempio, al fatto, sottolineato recentemente da Albert Vanhoye, che troviamo l’esplicitazione dell’amore, come chiave interpretativa della vita del Cristo, soprattutto in Paolo ed in Giovanni: «Nella lettera ai Galati la fede si fonda sull’affidabilità del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me». [...] La chiave del mistero viene data [così]: l’iniziativa travolgente di Cristo è stata una manifestazione di amore. I Vangeli sinottici non esplicitano mai questo aspetto. Paolo lo esplicita. Il quarto vangelo vi insiste molto” (A. Vanhoye, “La fede nella lettera di Paolo ai Galati”, in “Rivista Teologica di Lugano” XII 1/2007, p.126).

Ma cosa vuol dire questo? Che il comandamento dell’amore è una invenzione apostolica o che piuttosto essi hanno compreso in profondità l’esistenza storica e reale del Cristo? Gli studi del grande esegeta belga, recentemente elevato al cardinalato, mostrano senza ombra di dubbio come Paolo e Giovanni abbiano attinto alla vita stessa di Gesù e non possano essere assolutamente ritenuti gli inventori dell’“agape”, dell’amore del Cristo.

Benedetto XVI, nella premessa al Gesù di Nazaret, sintetizza tutto questo domandando: «Non è più logico, anche dal punto di vista storico, che la grandezza si collochi all'inizio?» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, p.18).

Proprio Gesù ha voluto quei Dodici. E la meraviglia di ciò che essi raccontano non proviene dalla loro bravura, bensì dal loro ascolto del Maestro. È stato Gesù a scegliere e chiamare i suoi, mentre avveniva l’inverso nel rabbinato dell’epoca, dove erano i discepoli a scegliersi i maestri. Non solo, ma ben più profondamente, egli chiede loro una sequela senza condizioni. Neanche il dovere di seppellire i propri cari può essere anteposto al comando di camminare dietro di lui. Tutto deve essere lasciato per essere con lui.

Ma questo è solo Dio a poterlo chiedere. Emerge l’enormità della richiesta e, insieme, il mistero dell’identità del Cristo. Anche l’esistenza dei Dodici manifesta specularmente la novità dell’avvenimento cristiano, come ha colto in profondità il rabbino Jacob Neusner (che il Papa ha potuto finalmente incontrare personalmente dopo aver letto appassionatamente i suoi libri, nel suo recente viaggio in America) nel dialogo immaginario di un rabbino, contemporaneo di Gesù, che si interroga su di lui: «Che cosa ha tralasciato Gesù?. Nulla. Che cosa ha aggiunto allora? Se stesso» (J. Neusner, “A Rabbi talks with Jesus”, Doubleday, New York, 1993, p.96, recentemente ristampato in italiano con il titolo “Un rabbino parla con Gesù”, Paoline, Torino, 2007). Di questo i Dodici sono i testimoni.

27 maggio 2008

Ratzinger - Benedetto XVI. GLI APOSTOLI TESTIMONI E INVIATI DI CRISTO

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La Lettera agli Efesini ci presenta la Chiesa come una costruzione edificata «sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (2,29). Nell’Apocalisse il ruolo degli Apostoli, e più specificamente dei Dodici, è chiarito nella prospettiva escatologica della Gerusalemme celeste, presentata come una città le cui mura «poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (21,14).

I Vangeli concordano nel riferire che la chiamata degli Apostoli segnò i primi passi del ministero di Gesù, dopo il Battesimo ricevuto dal Battista nelle acque del Giordano.

Gesù chiama i Dodici

Stando al racconto di Marco (1,16-20) e di Matteo (4,18-22), lo scenario della chiamata dei primi Apostoli è il lago di Galilea. Gesù ha da poco cominciato la predicazione del Regno di Dio, quando il suo sguardo si posa su due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori, impegnati nel loro lavoro quotidiano. Gettano le reti, le riassettano. Ma un’altra pesca li attende. Gesù li chiama con decisione ed essi con prontezza lo seguono: ormai saranno «pescatori di uomini» (cf Mc 1,17; Mt 4,19).

Luca, pur seguendo la medesima tradizione, ha un racconto più elaborato (5,1-11). Esso mostra il cammino di fede dei primi discepoli, precisando che l’invito alla sequela giunge loro dopo aver ascoltato la prima predicazione di Gesù e sperimentato i primi segni prodigiosi da lui compiuti. In particolare, la pesca miracolosa costituisce il contesto immediato e offre il simbolo della missione di pescatori di uomini, ad essi affidata. Il destino di questi «chiamati», d’ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù. L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un «esperto» di Gesù.

Coloro che hanno visto

Proprio questo aspetto è messo in evidenza dall’evangelista Giovanni fin dal primo incontro di Gesù con i futuri Apostoli. Qui lo scenario è diverso. L’incontro si svolge sulle rive del Giordano. La presenza dei futuri discepoli, venuti anch’essi, come Gesù, dalla Galilea per vivere l’esperienza del battesimo amministrato da Giovanni, fa luce sul loro mondo spirituale.

Erano uomini in attesa del Regno di Dio, desiderosi di conoscere il Messia, la cui venuta era annunciata come imminente. Basta ad essi l’indicazione di Giovanni Battista che addita in Gesù l’Agnello di Dio (cf Gv 1,36), perché sorga in loro il desiderio di un incontro personale con il Maestro. Le battute del dialogo di Gesù con i primi due futuri Apostoli sono molto espressive.

Alla domanda: «Che cercate?», essi rispondono con un’altra domanda: «Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?». La risposta di Gesù è un invito: «Venite e vedrete» (cf Gv 1,38-39). L’avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro.

Essi infatti non dovranno essere annunciatori di un’idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno «stare» con Gesù (cf Mc 3,14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l’evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (cf 1 Gv 13).

Inviati a tutti

A chi saranno inviati gli Apostoli? Nel Vangelo Gesù sembra restringere al solo Israele la sua missione: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24). In maniera analoga egli sembra circoscrivere la missione affidata ai Dodici: “Questi Dodici, Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele»” (Mt 10,5s.). Una certa critica moderna di ispirazione razionalistica aveva visto in queste espressioni la mancanza di una coscienza universalistica del Nazareno. In realtà, esse vanno comprese alla luce del suo rapporto con Israele, comunità dell’alleanza.

Secondo l’attesa messianica le promesse divine sarebbero giunte a compimento quando Dio stesso, attraverso il suo Eletto, avrebbe raccolto il suo popolo come fa un pastore con il gregge: “Io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda... Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro” (Ez 34,22-24). Gesù è il pastore escatologico, che raduna le pecore perdute della casa d’Israele e va in cerca di esse, perché le conosce e le ama (cf Lc 15,4-7 e Mt 18,12-14; cf anche la figura del buon pastore in Gv 10,11ss.).

Attraverso questa “raccolta” il Regno di Dio si annuncia a tutte le genti: “Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi” (Ez 39,21).
Così, i Dodici, assunti a partecipare alla stessa missione di Gesù, cooperano col Pastore degli ultimi tempi, andando anzitutto anche loro dalle pecore perdute della casa d’Israele, rivolgendosi cioè al popolo della promessa, il cui raduno è il segno di salvezza per tutti i popoli.

Lungi dal contraddire l’apertura universalistica dell’azione messianica del Nazareno, l’iniziale restringimento ad Israele della missione sua e dei Dodici ne diventa così il segno profetico più efficace. Dopo la passione e la Risurrezione di Cristo tale segno sarà chiarito: il carattere universale della missione degli Apostoli diventerà esplicito. Cristo invierà gli Apostoli “in tutto il mondo” (Mc 16,15), a “tutte le nazioni” (Mt 28,19; Lc 24,47, “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 23-03-2006



IMMAGINI:
1 La chiamata di Pietro e Andrea, Duccio di Buoninsegna (1308), National Gallery of Art, Washington.
2 Gesù chiama i Dodici non per i loro meriti, ma in base al Suo amore. / Particolare della chiamata di Matteo, Caravaggio (1599), San Luigi dei Francesi, Roma.
3 © Elledici / G. Conti / Dopo la Risurrezione di Gesù, i Dodici sono chiamati a partecipare alla stessa missione di Gesù, Pastore universale, che vuole radunare attorno a Sé tutti i popoli.

Ratzinger - Benedetto XVI. "Tutte le Chiese per tutto il mondo"

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI DOCUMENTI
PER LA
GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2007

"Tutte le Chiese per tutto il mondo"

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della prossima Giornata Missionaria Mondiale vorrei invitare l’intero Popolo di Dio - Pastori, sacerdoti, religiosi, religiose e laici - ad una comune riflessione sull’urgenza e sull’importanza che riveste, anche in questo nostro tempo, l’azione missionaria della Chiesa. Non cessano infatti di risuonare, come universale richiamo e accorato appello, le parole con le quali Gesù Cristo, crocifisso e risorto, prima di ascendere al Cielo, affidò agli Apostoli il mandato missionario: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato". Ed aggiunse: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,19-20). Nell’impegnativa opera di evangelizzazione ci sostiene e ci accompagna la certezza che Egli, il padrone della messe, è con noi e guida senza sosta il suo popolo. È Cristo la fonte inesauribile della missione della Chiesa. Quest’anno, inoltre, un ulteriore motivo ci spinge a un rinnovato impegno missionario: ricorre infatti il 50° anniversario dell’Enciclica del Servo di Dio Pio XII Fidei donum, con la quale venne promossa e incoraggiata la cooperazione tra le Chiese per la missione ad gentes.

"Tutte le Chiese per tutto il mondo": questo è il tema scelto per la prossima Giornata Missionaria Mondiale. Esso invita le Chiese locali di ogni Continente a una condivisa consapevolezza circa l’urgente necessità di rilanciare l’azione missionaria di fronte alle molteplici e gravi sfide del nostro tempo. Sono certo mutate le condizioni in cui vive l’umanità, e in questi decenni un grande sforzo è stato compiuto per la diffusione del Vangelo, specialmente a partire dal Concilio Vaticano II. Resta tuttavia ancora molto da fare per rispondere all’appello missionario che il Signore non si stanca di rivolgere ad ogni battezzato. Egli continua a chiamare, in primo luogo, le Chiese cosiddette di antica tradizione, che in passato hanno fornito alle missioni, oltre che mezzi materiali, anche un numero consistente di sacerdoti, religiosi, religiose e laici, dando vita a un’efficace cooperazione fra comunità cristiane. Da questa cooperazione sono scaturiti abbondanti frutti apostolici sia per le giovani Chiese in terra di missione, che per le realtà ecclesiali da cui provenivano i missionari. Dinanzi all’avanzata della cultura secolarizzata, che talora sembra penetrare sempre più nelle società occidentali, considerando inoltre la crisi della famiglia, la diminuzione delle vocazioni e il progressivo invecchiamento del clero, queste Chiese corrono il rischio di rinchiudersi in se stesse, di guardare con ridotta speranza al futuro e di rallentare il loro sforzo missionario. Ma è proprio questo il momento di aprirsi con fiducia alla Provvidenza di Dio, che mai abbandona il suo popolo e che, con la potenza dello Spirito Santo, lo guida verso il compimento del suo eterno disegno di salvezza.

A dedicarsi generosamente alla missio ad gentes il Buon Pastore invita pure le Chiese di recente evangelizzazione. Pur incontrando non poche difficoltà ed ostacoli nel loro sviluppo, queste comunità sono in crescita costante. Alcune abbondano fortunatamente di sacerdoti e di persone consacrate, non pochi dei quali, pur essendo tante le necessità in loco, vengono tuttavia inviati a svolgere il loro ministero pastorale e il loro servizio apostolico altrove, anche nelle terre di antica evangelizzazione. Si assiste in tal modo ad un provvidenziale "scambio di doni", che ridonda a beneficio dell’intero Corpo mistico di Cristo. Auspico vivamente che la cooperazione missionaria si intensifichi, valorizzando le potenzialità e i carismi di ciascuno. Auspico, inoltre, che la Giornata Missionaria Mondiale contribuisca a rendere sempre più consapevoli tutte le comunità cristiane e ogni battezzato che è universale la chiamata di Cristo a propagare il suo Regno sino agli estremi angoli del pianeta. "La Chiesa è missionaria per natura - scrive Giovanni Paolo II nell’Enciclica Redemptoris missio -, poiché il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente e di esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa. Ne deriva che tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa è inviata alle genti. Le stesse Chiese più giovani debbono partecipare quanto prima e di fatto alla missione universale della Chiesa, inviando anch’esse dei missionari a predicare dappertutto nel mondo l’evangelo, anche se soffrono di scarsezza di clero" (n. 61).

A cinquant’anni dallo storico appello del mio predecessore Pio XII con l’Enciclica Fidei donum per una cooperazione tra le Chiese a servizio della missione, vorrei ribadire che l’annuncio del Vangelo continua a rivestire i caratteri dell’attualità e dell’urgenza. Nella citata Enciclica Redemptoris missio, il Papa Giovanni Paolo II, da parte sua, riconosceva che "la missione della Chiesa è più vasta della «comunione tra le Chiese»; questa deve essere orientata anche e soprattutto nel senso della missionarietà specifica" (n. 65). L’impegno missionario resta pertanto, come più volte ribadito, il primo servizio che la Chiesa deve all’umanità di oggi, per orientare ed evangelizzare le trasformazioni culturali, sociali ed etiche; per offrire la salvezza di Cristo all’uomo del nostro tempo, in tante parti del mondo umiliato e oppresso a causa di povertà endemiche, di violenza, di negazione sistematica di diritti umani.

A questa missione universale la Chiesa non può sottrarsi; essa riveste per essa una forza obbligante. Avendo Cristo affidato in primo luogo a Pietro e agli Apostoli il mandato missionario, esso oggi compete anzitutto al Successore di Pietro, che la Provvidenza divina ha scelto come fondamento visibile dell’unità della Chiesa, ed ai Vescovi direttamente responsabili dell’evangelizzazione sia come membri del Collegio episcopale, che come Pastori delle Chiese particolari (cfr Redemptoris missio, 63). Mi rivolgo, pertanto, ai Pastori di tutte le Chiese posti dal Signore a guida dell’unico suo gregge, perché condividano l’assillo dell’annuncio e della diffusione del Vangelo. Fu proprio questa preoccupazione a spingere, cinquant’anni fa, il Servo di Dio Pio XII a rendere la cooperazione missionaria più rispondente alle esigenze dei tempi. Specialmente dinanzi alle prospettive dell’evangelizzazione egli chiese alle comunità di antica evangelizzazione di inviare sacerdoti a sostegno delle Chiese di recente fondazione. Dette vita così a un nuovo "soggetto missionario" che, dalle prime parole dell’Enciclica, trasse appunto il nome di "Fidei donum". Scrisse in proposito: "Considerando da un lato le schiere innumerevoli di nostri figli che, soprattutto nei Paesi di antica tradizione cristiana, sono partecipi del bene della fede, e dall’altro la massa ancor più numerosa di coloro che tuttora attendono il messaggio della salvezza, sentiamo l’ardente desiderio di esortarvi, Venerabili Fratelli, a sostenere con il vostro zelo la causa santa della espansione della Chiesa nel mondo". Ed aggiunse: "Voglia Iddio che in seguito al nostro appello lo spirito missionario penetri più a fondo nel cuore di tutti i sacerdoti e, attraverso il loro ministero, infiammi tutti i fedeli" (AAS XLIX 1957, 226).

Rendiamo grazie al Signore per i frutti abbondanti ottenuti da questa cooperazione missionaria in Africa e in altre regioni della terra. Schiere di sacerdoti, dopo aver lasciato le comunità d’origine, hanno posto le loro energie apostoliche al servizio di comunità talora appena nate, in zone di povertà e in via di sviluppo. Tra loro ci sono non pochi martiri che, alla testimonianza della parola e alla dedizione apostolica, hanno unito il sacrificio della vita. Né possiamo dimenticare i molti religiosi, religiose e laici volontari che, insieme ai presbiteri, si sono prodigati per diffondere il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. La Giornata Missionaria Mondiale sia occasione per ricordare nella preghiera questi nostri fratelli e sorelle nella fede e quanti continuano a prodigarsi nel vasto campo missionario. Domandiamo a Dio che il loro esempio susciti ovunque nuove vocazioni e una rinnovata consapevolezza missionaria nel popolo cristiano. In effetti, ogni comunità cristiana nasce missionaria, ed è proprio sulla base del coraggio di evangelizzare che si misura l’amore dei credenti verso il loro Signore. Potremmo così dire che, per i singoli fedeli, non si tratta più semplicemente di collaborare all’attività di evangelizzazione, ma di sentirsi essi stessi protagonisti e corresponsabili della missione della Chiesa. Questa corresponsabilità comporta che cresca la comunione tra le comunità e si incrementi l’aiuto reciproco per quanto concerne sia il personale (sacerdoti, religiosi, religiose e laici volontari) che l’utilizzo dei mezzi oggi necessari per evangelizzare.

Cari fratelli e sorelle, il mandato missionario affidato da Cristo agli Apostoli ci coinvolge veramente tutti. La Giornata Missionaria Mondiale sia pertanto occasione propizia per prenderne più profonda coscienza e per elaborare insieme appropriati itinerari spirituali e formativi che favoriscano la cooperazione fra le Chiese e la preparazione di nuovi missionari per la diffusione del Vangelo in questo nostro tempo. Non si dimentichi tuttavia che il primo e prioritario contributo, che siamo chiamati ad offrire all’azione missionaria della Chiesa, è la preghiera. "La messe è molta, ma gli operai sono pochi – dice il Signore -. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe" (Lc 10,2). "In primo luogo - scriveva cinquant’anni or sono il Papa Pio XII di venerata memoria - pregate dunque, Venerabili Fratelli, pregate di più. Ricordatevi degli immensi bisogni spirituali di tanti popoli ancora così lontani dalla vera fede oppure così privi di soccorsi per perseverarvi" (AAS, cit., pag. 240). Ed esortava a moltiplicare le Messe celebrate per le Missioni, osservando che "ciò risponde ai desideri del Signore, che ama la sua Chiesa e la vuole estesa e fiorente in ogni angolo della terra" (ibid., pag. 239).

Cari fratelli e sorelle, rinnovo anch’io questo invito quanto mai attuale. Si estenda in ogni comunità la corale invocazione al "Padre nostro che è nei cieli", perché venga il suo regno sulla terra. Faccio appello particolarmente ai bambini e ai giovani, sempre pronti a generosi slanci missionari. Mi rivolgo agli ammalati e ai sofferenti, ricordando il valore della loro misteriosa e indispensabile collaborazione all’opera della salvezza. Chiedo alle persone consacrate e specialmente ai monasteri di clausura di intensificare la loro preghiera per le missioni. Grazie all’impegno di ogni credente, si allarghi in tutta la Chiesa la rete spirituale della preghiera a sostegno dell’evangelizzazione. La Vergine Maria, che ha accompagnato con materna sollecitudine il cammino della Chiesa nascente, guidi i nostri passi anche in questa nostra epoca e ci ottenga una nuova Pentecoste di amore. Ci renda, in particolare, consapevoli tutti di essere missionari, inviati cioè dal Signore ad essere suoi testimoni in ogni momento della nostra esistenza. Ai sacerdoti "Fidei donum", ai religiosi, alle religiose, ai laici volontari impegnati sulle frontiere dell’evangelizzazione, come pure a quanti in vario modo si dedicano all’annuncio del Vangelo assicuro un ricordo quotidiano nella mia preghiera, mentre imparto con affetto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 27 Maggio 2007, Solennità di Pentecoste

BENEDICTUS PP. XVI

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