Von Rad. L'Esodo
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua



Introduzione
Le due opere cui vogliamo guardare rappresentano il mistero centrale della fede ebraico-cristiana: la Pasqua. La trama liturgica della "grande settimana" (com'era anticamente chiamata la settimana santa) è tessuta mediante tre fili: la Pasqua di Mosè, con la cena e l'uscita dall'Egitto; il servo sofferente di Jahvè e la passione del Signore Gesù. Questi stessi temi modulano le due opere Chagalliane "La traversata del Mar Rosso", (dipinto del 1954-55) (Figura 1) e "Cristo sul Ponte" (dipinto del 1951) (Figura 2). Ci poniamo davanti a queste due opere come davanti al testo biblico, nella pura e semplice contemplazione.
Una premessa sull'arte di Chagall
Contemplare il Mistero attraverso l'arte è possibile. Il linguaggio dell'arte infatti, è per sua natura elementare e universale, se per qualche corrente artistica il discorso è divenuto complesso e sofisticato, non così per le opere di Marc Chagall.
Chagall si rifiutò di commentare le sue opere proprio per non limitare la portata del loro messaggio:
"Tutte le domande e le risposte, si possono vedere sui quadri stessi. Ognuno può vederle a modo suo, interpretare quello che vede e come vede. Spesso nei quadri sono nascoste più parole, silenzi e dubbi di quanto le parole possano esprimere." (M. Chagall, Discorso d'inaugurazione delle pitture dell'Opera di New York, 1967)
L'arte per Chagall non va svuotata del suo contenuto spirituale, promessa al decorativo e alle sole ricerche di ordine estetico. E questo contenuto non è unicamente ebraico-cristiano, - si affretta ad aggiungere l'artista - è poetico (cfr. P. Provoyeur, Il Messaggio biblico di M. Chagall, Hapax Editore, Milano 1994 pg 26)
Nelle opere di Chagall non va cercata meramente l'illustrazione biblica del fatto narrato, il loro messaggio va ben al di là, esso si colloca alle sorgenti stesse dell'esperienza umana dell'incontro con Dio. Partendo dai patriarchi e dai profeti, (Noè, Abramo, Mosè, Geremia ecc.) egli vuole narrare un'esperienza di Dio possibile per ogni uomo, facendo di questi giganti dello Spirito dei mediatori.
Chagall si mostra affascinato da queste grandi figure solitarie, investite per conto dell'umanità del temibile onore di accogliere il messaggio divino: […] "Se gli uomini volessero leggere con più attenzione la parola dei profeti, vi troverebbero le chiavi per la vita". (M. Chagall, "Perché siamo divenuti così angosciati?"cfr. Provoyeur, op. cit. pg 22)
L'indipendenza assoluta di questo artista da tutte le correnti a lui vicine o contemporanee (Impressionismo, Realismo, Cubismo, Simbolismo, Surrealismo) ha fatto sì che i critici di storia dell'arte lo collocassero nel numero dei pittori - rari in questo secolo - detti religiosi. Chagall è sfuggito ripetutamente da questa e altre simili collocazioni, non disdegnando però di definirsi "un mistico" e la sua arte "religiosa":
"E' a torto che alcuni hanno paura della parola "mistico" che le danno una colorazione troppo decisamente ortodossa. Occorre strappare a questo termine il suo aspetto desueto, ammuffito; bisogna prenderlo nella sua forma pura, intatta, Mistico! quante volte mi hanno gettato in faccia questa parola, come un tempo mi si rimproverava di essere "letterario"! Ma senza mistica, esisterebbe forse al mondo un solo grande quadro, una sola grande poesia, o anche un solo grande movimento sociale? Ogni organismo - individuale o sociale - privato della forza mistica, del sentimento della ragione, non appassisce, non muore?") (M. Chagall, "Qualche impressione sulla pittura francese" 1944-45)
"La fede religiosa è necessaria per l'artista? L'Arte, in generale, è un atto religioso. Ma sacra è l'Arte creata al di sopra degli interessi: gloria o altro bene materiale. […] L'arte mi sembra essere soprattutto uno stato d'animo". (Marc Chagall, Conferenza pronunciata a Chicago nel 1958, cfr. Provoyeur, op. cit. pg 27-28)
La traversata: una danza di forme e colori
Davanti alla traversata di Chagall ci lasciamo dunque coinvolgere dal gioco delle forme e dei colori. Se in un primo tempo l'occhio è colpito dal bagliore giallo dell'abito di Mosè e dalla folla concitata degli egiziani, subito trova riposo nel blu profondo e vellutato del mare. Lo sguardo sosta poi sul verde cupo dello sfondo e ne avverte la distanza (sebbene nel quadro la prospettiva sia assente), che viene immediatamente percepita come distanza temporale. Davide e Gesù sono distanti nel tempo dagli eventi qui narrati, ma non estranei ad essi; una vicinanza di diverso ordine giustifica la loro presenza.
Dallo sfondo ci si concentra spontaneamente sull'angelo che domina la scena per poi essere nuovamente catturati, per non dire disturbati, dalla massa scomposta di rossi individui in basso a destra dell'immagine. Il loro aspetto grottesco, caricaturale, il colore vermiglio ci fanno percepire in essi una minaccia subito placata dalla presenza possente e luminosa di Mosé che, contrapposta al blu delle acque, ricrea nel fondo dell'occhio il verde della tranquillità.
Dal canto suo Mosè, con il protendersi del corpo e del braccio, indirizza lo sguardo dell'osservatore verso il secondo segmento della folla, il popolo, composto e quieto, gremito di piccoli ritratti familiari: la donna col bambino in braccio, l'uomo col sacco, coppie in dialogo, il vitello o capretto. Immagini nelle quali è facile identificarsi e venire così coinvolti nella teofania, stretti nel rassicurante abbraccio delle onde a forma di colline e introdotti sotto le ali protettive dell'angelo. Ali tanto più rassicuranti, quanto più femminili appaiono i lineamenti dell'Angelo cui appartengono.
Pur percependo una lotta, drammaticamente resa attraverso il contrasto di forme e colori, l'osservatore ritrova sempre un magico equilibrio, una sicurezza di fondo che invita ad affidarsi, che sprona ad entrare nella medesima esperienza di fede qui narrata.
Chagall usa i tre colori primari: blu, rosso, giallo più il bianco che è l'insieme di tutti i colori e il verde marcio che equivale alla fusione del blu col giallo e con un pizzico di rosso. L'occhio percepisce dunque una grande armonia, l'emergere delle singole parti e nel contempo il richiamarsi continuo e vicendevole degli elementi.
Il blu
Nella scena domina il blu: il mare.
Abbiamo visto come nelle mitologie antiche l'acqua e in particolare il mare, designi la sostanza madre dalla quale venne creato il cosmo. Nella bibbia il mare è simbolo del male, del caos, delle forze cosmiche ostili all'uomo, usando una categoria del linguaggio giovanneo diremmo il "mondo" contrapposto a "Dio".
Anche il blu presso gli antichi è il colore delle forze cosmiche, spesso indica la divinità. Ad es. presso gli indù, le due divinità Krishna e Shiva sono rappresentate dal colore blu o dai colori bianco e blu. (Pensiamo al significato simbolico del sari delle suore di Madre Teresa di Calcutta: bianco e blu = angeli di Dio).
Nel linguaggio iconografico il blu è il colore del mistero, sovente in Chagall designa l'obbedienza dell'uomo a Dio. La vetrata del sacrificio di Abramo nella cattedrale di Saint-Etienne a Metz, è realizzata sui toni del blu per indicare l'obbedienza del patriarca. Anche qui sullo sfondo, accanto al Cristo in croce si delinea la figura di Maria prostrata e dipinta di blu. L'obbedienza dei patriarchi continua nell'obbedienza di Maria.
Chagall immergendo la scena nel blu delle acque e giocando sulla molteplicità di significato, vuole indicare la storia come mistero: teatro del mistero dell'iniquità e, nel contempo, luogo dell'evento salvifico di Dio. Una storia di peccato e di grazia che rimanda all'esperienza del battesimo.
Fedele all'idea del profeta come intermediario tra Dio e l'uomo Chagall semina pennellate di blu sul volto e sulla mano destra di Mosè, sottolineando così l'alta spiritualità del personaggio (Mosè è l'uomo di Dio) e la sua obbedienza alla volontà divina.
Il giallo
Il colore di Mosè è tuttavia il giallo, segno della luce terrestre: il sole, i bagliori del fuoco.
Il sole, miracolosamente sospeso nel cielo, fonte di vita e di calore, ha affascinato l'uomo di tutti i tempi. Per i popoli antichi era una divinità, mentre per Israele il sole è semplicemente una creatura, indispensabile per la vita dell'uomo, carico di significato simbolico, ma pur sempre realtà creata che rimanda all'autore di ogni bellezza che è Dio.
Mosè dunque è da un lato un personaggio storico (il giallo è luce terrestre a differenza del bianco), ma dall'altro è l'uomo investito di una missione divina e perenne: essere punto di riferimento e guida del popolo, così come orientamento e guida è la luce perenne del sole.
Il giallo dell'abito di Mosè colpisce per la sua posizione di primo piano, ritroviamo però pennellate di giallo all'orizzonte, dall'altra parte del mare, dove gli Israeliti riprendono il cammino sulla terra ferma. Questo perché idealmente Mosè ha preceduto e seguito il popolo, gli ha aperto la strada e insieme ne ha sorvegliato il cammino. La collocazione vicinissima all'osservatore indica l'a-temporalità del profeta, il suo valore per l'oggi. L'esperienza di cui è stato protagonista si perpetua nel tempo dentro l'ansia di ogni popolo per una libertà che trova in Dio la sua piena realizzazione.
Il braccio alzato di Mosè è simbolo di potenza, come del resto i "raggi di luce" sul capo che, per un'errata traduzione latina (corno e raggio si esprimono in ebraico con uno stesso vocabolo) divennero corna (si pensi al Mosè di Michelangelo: facies cornuta). Sotto il braccio di Mosè, dunque, simbolo della potenza divina, si consuma l'evento salvifico: bagliori di giallo si mescolano col rosso degli egiziani accanto alla nube che li separa dal popolo.
Il rosso
Il rosso in Egitto era un riferimento simbolico al demoniaco, era il colore associato a Seth. Il rosso è l'espressione degli impulsi incontrollati, le passioni: odio, crudeltà, lussuria.
La Bibbia ci informa che gli idoli venivano colorati di rosso (cfr. Sap. 13, 14). Esaù è rosso (Gen. 25, 25 in ebraico 'admônì), sarà infatti chiamato anche Edom (= rosso) perché ha mangiato un cibo di colore rosso ('adom: Gen. 25, 30; 36, 1.8). Ed Edom nella Bibbia verrà associato ad Amalek (Gen 36, 12.16) che è il nemico di Israele per eccellenza. (Hitler fu chiamato Amalek) (cfr. Es 17, 16) . Anche il Cantico dei Cantici gioca sul contrasto dei colori per esprimere i sentimenti: "Prendeteci le volpi piccoline che devastano le vigne… le nostre vigne sono in fiore" (Ct 2, 15). La volpe, (animale rosso, simbolo del male) col suo pelo fulvo si contrappone alle viti fiorite che verdeggiano punteggiate di bianco: con un linguaggio figurato viene significato il male che minaccia la vita divina e l'eterna felicità dell'uomo. Nell'arte cristiana, specie medioevale, la volpe diventerà simbolo di satana.
È Dio stesso che, per mezzo del profeta e di una teofania (la nube), crea scompiglio tra i nemici del popolo. I tratti caricaturali degli egiziani conferiscono alla scena un pizzico di comicità, mettendo così in luce l'effimera potenza delle forze del male. E per sottolineare che la vittoria è opera del Signore, Chagall stringe gli egiziani in una morsa formata dal braccio piegato di Mosè (l'uomo di Dio), dalla nube bianca (segno della manifestazione divina) e dall'angelo che stringe al petto le tavole della Torah (Parola stessa di Dio).
Al di là della nube, pigro e composto si snoda il convoglio degli ebrei. Il contrasto con l'affanno dei nemici è tanto più evidente quanto più sono quotidiani e semplici i particolari sottolineati nel disegnare i vari personaggi che lo compongono.
Con gli ebrei entrano in scena gli altri due colori dominanti nella ceramica: il bianco che s'irradia sulle persone vicine all'angelo, i reali protagonisti della vicenda. Il verde (lo stesso del fondale) tinge d'ombra numerosi altri personaggi che seguono il primo gruppo, simbolo di tutti quelli che verranno, eredi di Abramo per la fede nella forza salvifica del Dio d'Israele.
Il bianco e il verde
Il popolo dei salvati è avvolto dal bianco luminoso della teofania di Dio.
Un bianco che si sprigiona nella nube, nelle onde gonfie come sfere e nell'Angelo, raffigurazione che indica Dio stesso.
Il Bianco, somma dei colori, è simbolo della divinità. Nell'antichità, era il colore tipico degli animali consacrati agli Dei.
Nel linguaggio apocalittico della bibbia i capelli e le vesti di Dio e dei suoi eletti sono bianche, così come nel Vangelo le vesti bianchissime di Gesù avvolto dalla nube luminosa e trasfigurato, sono il simbolo rivelatore della sua divinità. Nella tradizione cristiana le vesti battesimali sono bianche: anticamente i neofiti - battezzati la notte di Pasqua - le indossavano per otto giorni deponendole la Domenica successiva chiamata appunto Domenica in albis deponendis.
Le forme tondeggianti delle onde evocano le colline che circondano Gerusalemme, la città Santa (Sal 125, 2), evocano ancora il seno materno e giustificano la tranquilla compostezza del popolo, protetto dalla cura materna di Dio. (In ebraico per definire il bianco si usa la parola latte perché per gli antichi, colore ed essere si identificavano; così, ad esempio, rosso, in ebraico, è lo stesso che terra). Femminili sono anche i tratti e le movenze dell'Angelo di Dio che dolcemente conduce il popolo all'approdo.
Tutta la composizione è orientata verso la figura dell'Angelo, attraverso linee oblique che, partendo dalla destra dell'immagine, si dirigono verso sinistra secondo l'andamento della scrittura ebraica. Lo stesso gesto dell'Angelo invita l'osservatore a guardare nell'angolo sinistro in alto della composizione, là dove la colonna di ebrei riprende il cammino sulla terra ferma.
Da questo punto in poi la direzione cambia. Una torre all'estrema sinistra blocca idealmente il percorso, la figura di Davide e le mura di Gerusalemme che si delineano sullo sfondo, invitano a dirigersi verso destra, così le ali dell'angelo e il gruppo raffigurante la crocifissione: la direzione di marcia riprende perciò da sinistra verso destra secondo l'andamento della scrittura occidentale.
Tutto questo riveste un preciso significato registrato anche dall'uso del verde muschio. Il verde, colore della vegetazione, rimanda alla vita e alla fecondità, ma questo verde così cupo si ottiene mediante la fusione del giallo, del blu e di una punta di rosso, la mescolanza cioè di tutti i colori presenti nel dipinto: nella vita di ogni uomo si perpetua la lotta contro il male e l'azione salvifica di Dio. Lo sfondo rappresenta dunque le generazioni di ogni tempo che cantano il lamento per il travaglio della vita e la lode per la salvezza operata da Dio, come è significato dalla presenza di Davide, a cui la tradizione biblica attribuisce tutto il salterio. Ma il termine della composizione resta la crocifissione di Cristo che riassume in sé la sofferenza inflitta dall'uomo all'uomo, quella del giusto apparentemente maledetto da Dio, ma riscattato mediante una liberazione che va ben oltre le salvezze della storia terrena, senza per questo prescindere da essa.
Cristo sul ponte: il viola della passione, la luce dell'amore
Come tutto il capo scenico nella prima tela è attraversato verticalmente dal convoglio degli ebrei inseguiti dagli egiziani, così nel "Cristo sul Ponte" il Crocifisso taglia verticalmente la tela. Se la "traversata" ha le caratteristiche di una grande teofania, dove i colori primari ne accentuano la drammaticità, qui l'epifania di Cristo è immersa in un paesaggio pressoché monocolore, dolce e quotidiano.
L'atmosfera grave colora tutto di viola: persone, animali e cose. Il viola si ottiene mescolando il blu, colore del mistero, col rosso, colore dell'amore e della passione. Il viola è associato perciò al mistero della morte; nella liturgia esprime la passione di Cristo a cui il credente si associa attraverso la penitenza.
In questo dipinto dunque, la morte impregna l'aria. Solo il Cristo si sottrae miracolosamente alla sua morsa ed emerge, sconfinando dai margini della tela fino ad abbracciare l'osservatore: quanto qui accade lo coinvolge, lo interessa da vicino.
Quando Chagall dipinse questa tela, la guerra era finita da cinque anni. L'Europa si stava risollevando dagli orrori della shoah. Cristo indossa il talled, scialle rituale della preghiera ebraica, un elemento ricorrente nelle crocifissioni chagalliane. Cristo incarna i dolori e le sofferenze del popolo di Dio, è il servo sofferente di Jahvè che porta su di sé il peccato del mondo. Dal confine destro della tela sbuca un uomo pietoso che vuole togliere Gesù dalla croce. La sua scala è precaria appoggiata com'è da una sola parte ed egli non guarda verso il crocifisso.
Dove mai si volge lo sguardo di quest'uomo dal volto e dalla mano luminosa? Forse al talled, o forse all'altro uomo che sul lato opposto, col violino in mano, si appresta a suonare. Il violinista, come l'ebreo errante che appena s'intravede sulle rive del fiume, nei pressi del villaggio sulla destra, è simbolo di quella cultura yiddish quasi totalmente cancellata dalla furia nazista; una cultura che Chagall amava molto. La presenza di questo violinista sulla scena della crocifissione denuncia la brutalità che cancella la bellezza, la razionalizzazione dell'odio che soffoca la poesia. Eppure la bellezza non soccomberà: il violino dell'ebreo, a dispetto del resto della sua figura inghiottita dall'oscurità, è illuminato da un bagliore. All'orizzonte, infatti, sorge una luce calda e dorata che rischiara il paesaggio, rivelando il ponte - come in controluce -, il fiume e una barca con la quale alcune persone stanno guadagnando la riva. Ma nel cuore di quel bagliore, sul ponte, due innamorati stanno teneramente stretti. L'amore è la luce del mondo, l'amore impedisce il trionfo del male. Cristo è l'amore incarnato che ha vinto il peccato, gettando così un "ponte" di comunione fra Dio è l'uomo; è il sommo ed eterno "ponte-fice" (pontem facere). La barca della vita, di ogni vita umana, grazie a lui conosce l'approdo della salvezza e della pace.
Chagall è così certo che la bellezza e l'amore salveranno il mondo, è così certo che questo è il segreto della Pasqua, tanto di quella ebraica che di quella cristiana, che neppure Cristo è solo nell'ora incombente della passione. Un'ora che scocca inesorabile, segnata dal canto del gallo.
Nel libro dei proverbi (Pr. 30, 31) il gallo, per il suo portamento maestoso è citato sullo stesso piano del leone, del caprone e del re, Dio l'ha dotato di una particolare intelligenza, secondo Giobbe (Gb 38, 36) rendendolo capace di presagire il tempo e annunciare infallibilmente l'avvicinarsi della luce.
In quest'ora, dunque, così solenne e gravida di senso, Cristo non è solo. La sposa è con Lui, avvinta alla sua stessa croce lo bacia, riparando così il bacio gelido del traditore. Per Israele, che si concepisce al maschile, la Sposa è il Sabato, è il Messia stesso che viene incontro al popolo per introdurlo nel grande sabato dello Shalom. Nelle tradizione cristiana, la Sposa è la Chiesa, il popolo di Dio che attende fedelmente il ritorno, questa volta glorioso, del Cristo-Messia. Due diverse prospettive che s'incontrano allo zenit della storia: la Sposa annuncia il compimento dell'ora. L'alba si leverà sulle oscurità della storia, scoccherà l'ora delle nozze fra Dio e il suo popolo.
Concludendo
Cosa dicono a noi, della Pasqua, queste immagini?
La Pasqua è il mistero di un obbedienza a Dio, che Chagall esprime col colore blu. Il blu compare, infatti, sul volto di Cristo e nello sguardo della Sposa: all'obbedienza ci si sottomette per amore. Nel blu della traversata del Mar Rosso, nuota stretta in un abbraccio una coppia di amanti: l'amore è la forza segreta che muove il mondo.
La Pasqua è la rivelazione del Dio-Amore.
Il peccato disturba l'armonia del cosmo e deturpa la bellezza originaria che ciascuno porta iscritta in sé come perenne nostalgia. A questa bellezza l'uomo ritorna attraverso il bagno purificatore della vita. La fonte battesimale, immergendoci nella morte stessa del Cristo, ci restituisce alla vita; il battesimo è sì, dunque, pegno di sicura vittoria ma anche impegna il credente nello sforzo quotidiano contro le forze del male. In queste immagini Chagall invita a leggere le tribolazioni del presente come partecipazione a quella lotta contro il peccato che da sempre attanaglia l'umanità.
Gli eventi salvifici della Pasqua mosaica e della Pasqua di Cristo esprimono il già della vittoria di Dio sulle forze del male e della morte, ma lasciano l'uomo nel non-ancora di un mondo sconvolto dalle trame del mistero dell'iniquità. Tuttavia l'uomo, nessun uomo, è solo. Dio veglia sull'umanità e partorisce ogni generazione alla Sua luce intramontabile. Avvalendosi di intermediari - i profeti e gli uomini di Dio - accompagna il cammino dell'umanità, dialoga con essa per mezzo dei dettami della sua legge e le note modulate del salterio, contrappunto musicale di gioia e di dolore. Ma non solo: Dio stesso, per mezzo del Figlio, si è fatto compagno nel cammino dell'uomo. Cristo è l'obbediente per eccellenza e nella sua obbedienza riporta l'uomo alla perfetta comunione con il Padre. Egli è il Ponte sul quale ogni uomo vive sicuro il passaggio verso la vera vita.
Ma l'uomo non è spettatore passivo di una salvezza data gratuitamente, l'Amore di Dio chiama alla responsabilità personale. L'epifania di Dio, per Chagall, è immersa nel quadro di una vita quotidiana: una mamma col bambino, l'uomo che abbraccia il rotolo della legge, un agnello che sembra passare di lì per caso, mentre Cristo agonizza sulla croce. Dio è presente nella normalità dei giorni, e dentro questa normalità si consuma il mistero. Il credente che nella sofferenza quotidiana lava le sue vesti nel Sangue di quell'Agnello che è Cristo, le tinge del biancore della santità e affretta così l'ora della piena rivelazione della gloria divina. Nessun triste presagio può turbare la fede del credente: la bellezza ha già salvato il mondo, la luce dell'amore ha già vinto le tenebre del male.
Un giorno, io lo so,
mi accoglierai
e della morte svanirà il ricordo
ma non l'amore,
e della vita svanirà il mistero
ma non l'incanto.
Ed al compagno delle mie paure
potrò mostrare finalmente quanto
- segretamente - io desideravo
che mi fosse accanto
nel giorno della Tua rivelazione.
Marc Chagall
Louis Bouyer. L'Eucarestia I. Liturgia giudaica, liturgia cristiana
Louis Bouyer. L'Eucarestia I. Liturgia giudaica, liturgia cristiana
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
Tuttavia se risaliamo nei secoli, o se allarghiamo lo sguardo oltre la liturgia romana, prendendo in esame le preghiere cristiane che inquadrano il momento centrale della Messa, la Consacrazione (preghiere dette anafore), vi possiamo riscontrare uno schema comune, che possiamo sintetizzare come segue :
la lode a Dio per la creazione;
e per la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, e che culmina nella sua passione e morte;
il racconto dell'istituzione dell'Eucarestia, che riproduce la passione, morte e risurrezione di Gesù;
frequentemente l'attesa del ritorno finale di Cristo;
una dossologia finale.
Le anafore quindi si presentavano formate essenzialmente di due parti, la prima a carattere rimemorativo di avvenimenti passati, la seconda costituita dalla riattualizzazione di essi in un avvenimento, che li porta a compimento, e che a sua volta si proietta verso il futuro.
Se consideriamo questo schema alla luce di quello del banchetto pasquale ebraico, non possiamo non riscontrare tra di essi delle assomiglianze strutturali e teologiche che colpiscono.
Prendiamo in esame l'anafora di Ippolito, dottore della Chiesa di Roma del III sec., dove i temi sono trattati con la sobrietà propria della liturgia romana e appaiono quindi in tutta la loro chiarezza:« Noi ti rendiamo grazie, o Dio, per il prediletto Tuo Servo, Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai mandato per salvarci, redimerci ed evangelizzarci la Tua volontà, lui che è il Tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale hai fatto ogni cosa e l'hai trovata buona;che hai inviato dal cielo nel seno della Vergine; che nel suo seno si è incarnato, e si rivelò come Tuo Figlio nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine;che adempiendo la Tua volontà e acquistandoti un popolo santo, stese le sue mani nella passione, per liberare dal castigo coloro che hanno creduto in Te.
Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione,per distruggere la morte,per spezzare le catene del diavolo,per calpestare l'inferno,per illuminare i giusti,per stringere la (nuova) alleanza,e manifestare la risurrezione,
prese del pane e rendendo grazie, disse: 'Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo che per voi sarà spezzato'; similmente (disse) sul calice: 'Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso. Quando fate questo, fatelo in mia memoria'.…Per il Quale sale a Te e al Figlio, nell'unità dello Spirito Santo, gloria e onore nella Tua santa Chiesa, ora e per tutti i secoli dei secoli. Amen » (1).
La preghiera presenta all'inizio una breve sintesi della storia della salvezza, nella quale tuttavia riscontriamo una differenza di prospettiva di fronte a quella narrata nel banchetto ebraico: se nel testo cristiano, la storia della salvezza comincia con la creazione del mondo, considerato come primo atto salvifico di Dio, il testo ebraico inizia con la « creazione » del popolo eletto, chiamato dal Signore nella persona del suo capostipite, il patriarca Abramo, quando ancora non era che « un arameo errante ». La liturgia ebraica resta fedele alla formulazione delle più antiche sintesi della storia della salvezza che si trovano nella Bibbia, mentre quella cristiana si dimostra qui erede dello spirito profetico; è presso i profeti - in particolare presso Isaia, che la storia della salvezza subisce un cambiamento di prospettiva e, rotto il cerchio della storia d'Israele, comprende in sé anche la creazione, la creazione che è la prima manifestazione della potenza di Dio e della Sua bontà che vuole gli uomini salvi. Il cerchio della storia d'Israele più che rotto viene allargato e assume proporzioni cosmiche, per cui la creazione alle origini non è che il primo atto di un lungo sviluppo, che condurrà alla vocazione di Abramo e arriverà alla liberazione d'Israele e alla conquista della Terra, e infine all'avvento del Messia.
La concezione cristiana vede nella redenzione per opera di Cristo quel compimento che la creazione primigenia attendeva e di cui essa quasi portava in se l'esigenza. Quel compimento si attualizza nel banchetto eucaristico, che riproduce il Sacrificio di Cristo, e ripetendo l'atto centrale della storia della salvezza, la sintetizza in se stesso. La redenzione è già qui, la redenzione messianica, attesa per la fine dei tempi.
Nelle stringate parole della dossologia finale ritroviamo, in forma essenziale e teologicamente perfetta, quella lode a Dio che l'ebreo, con ridondanza prettamente orientale, esprimeva con i salmi di lode e con la « benedizione del canto ».
Uno schema simile si ritrova nella liturgia siro-caldaica o persiana, quella conosciuta sotto il nome di Addeo e Maris, che si ritengono essere stati discepoli di Tommaso apostolo ed evangelizzatori della regione di Edessa; si tratta di una liturgia assai antica, anche se redatta non prima degli inizi del VII seco, diffusa nella Siria nord-orientale e ancora viva presso alcuni piccoli gruppi cattolici. La mentalità orientale, diversa da quella occidentale, si rivela qui nella forma dossologica più ampia e ridondante, al disotto della quale tuttavia ritroviamo lo stesso schema della storia della salvezza:
« Degno di essere lodato da ogni bocca e di essere glorificato da ogni lingua, degno di essere adorato e glorificato da ogni creatura è l'adorabile e glorioso Nome, poiché Tu creasti il mondo con la Tua grazia e i suoi abitanti con la Tua bontà, e salvasti il mondo con la Tua misericordia, concedendo la Tua grazia ai mortali »...
Esposti così i due momenti essenziali della storia della salvezza, segue il Sanctus, che si ritiene essere qui un’interpolazione, e si continua:
« Noi Ti ringraziamo, o Signore, anche noi Tuoi servi, deboli, fragili e miserabili, perché ci hai elargito un aiuto grande oltre ogni dire, vivificando la nostra umanità con la Tua divinità, esaltando il nostro basso stato e restaurandolo caduto, e innalzando la nostra umanità dimenticando le nostre colpe, giustificando i nostri trascorsi, illuminando le nostre menti »...
Ma il più grande atto che Dio ha compiuto per gli uomini è stato il Sacrificio di Cristo, attualizzato nella celebrazione eucaristica:
« E noi pure, o mio Signore, noi Tuoi deboli, fragili e miserabili servi, i quali si sono radunati insieme nel Tuo Nome e stanno dinanzi a Te, e hanno ricevuto per tradizione l'esempio che ci hai dato »... La « riunione nel Nome di Dio » è la sinassi eucaristica, che anche se solo accennata con scarne parole costituisce il centro di tutta l'anafora, dopo della quale si passa a una preghiera, con cui si implorano i benefici effetti della Comunione:
«Venga, o mio Signore, il Tuo Santo Spirito e si posi su questa offerta dei Tuoi servi, la benedica e la consacri perché serva a noi, o mio Signore, per il perdono delle offese e per la remissione dei peccati e per la grande speranza della risurrezione dai morti e per la nuova vita nel Regno dei Cieli con coloro che sono stati accetti al Tuo cospetto »; e si conclude come d'abitudine con una dossologia:
...« Per tutta questa meravigliosa dispensazione (di doni fatta) a noi, Ti ringraziamo e Ti lodiamo incessantemente nella Tua Chiesa, redenta dal prezioso sangue del Tuo Cristo, con aperta bocca e faccia elevata, innalzando lode, onore, adorazione, confessione al Tuo vivente e vivificante Nome, ora e sempre e per tutti i secoli ».
Se passiamo a considerare un altro filone della stessa liturgia orientale, quella siriaca di Giacomo, che rispecchia l'antico rito gerosolomitano, diffuso anch'esso nella Siria nord-occidentale, vediamo che le linee generali non cambiano: si parte dalla lode di Dio creatore, si ricorda la caduta dell'uomo, in occasione della quale il Signore si mostrò Padre misericordioso, aiutando l'umanità peccatrice per mezzo della Legge e dei profeti prima e mandando poi il Figlio, perché rinnovasse negli uomini la Sua immagine; il Figlio poi « quando stette per accettare volontariamente la sua morte vivificante per mezzo della Croce, senza peccato, a vantaggio di noi peccatori, nella notte in cui fu tradito, o piuttosto consegnò se stesso per la vita e la salvezza del mondo, prese il pane »...
Mentre però nelle anafore di Ippolito e di Addeo e Maris, l'attesa del ritorno glorioso di Cristo non è espressa chiaramente, qui, nella preghiera che segue immediatamente la consacrazione, leggiamo:« E noi peccatori ricordando le sue sofferenze vivificatrici, la sua Croce salvatrice, la sua morte e sepoltura e la risurrezione il terzo giorno dalla morte, la sua sessione alla destra Tua, suo Dio e Padre, e il suo secondo e glorioso e terribile avvento, quando egli verrà a giudicare i vivi e i morti, quando rinnoverà ogni uomo secondo le sue opere, offriamo a Te, o Signore »...
L'attesa del ritorno di Cristo, quando « Dio sarà tutto in tutti » è qui esplicita e, insieme con gli atti salvifìci compiuti da Gesù durante la sua prima venuta, costituisce l'oggetto per cui l'uomo offre al Padre il sacrificio di lode.
Le cose non sono molto diverse nella tradizione siro-antiochena documentata nelle Costituzioni Apostoliche (IV sec.), in cui, come abbiamo detto, tutti gli studiosi sono d'accordo nel riconoscere un evidente carattere ebraico. La storia della salvezza parte anche qui dalla creazione e viene presentata in forma ampia e dettagliata, menzionandone i personaggi più rappresentativi; essa arriva a un momento cruciale, che si riattualizza nel banchetto eucaristico, e a sua volta il momento presente si proietta verso il futuro: « Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annuncerete la mia morte, fino a che io venga. Perciò ricordando la sua passione e morte, la risurrezione dai morti e il ritorno in cielo, così pure il suo futuro secondo avvento, nel quale con gloria e potenza verrà a giudicare i vivi e i morti e a dare a ciascuno secondo le proprie opere, offriamo a Te, re e Dio, questo pane e questo calice »... La storia della salvezza, anche se arrivata al suo momento culminante, è tuttora storia in cammino, fino a che « egli venga ».
Se abbiamo riportato per lo più brani di antichi rituali, non dobbiamo per questo pensare che lo schema che siamo venuti tracciando sia un bel pezzo da museo, relegato in alcune liturgie, cadute da lungo tempo in disuso. Se la liturgia di Addeo e Maris - come abbiamo detto - è tuttora in uso, anche se presso gruppi ristretti, anche la liturgia siriaca di Giacomo ad es., è viva ancor oggi, e i siro-maroniti che in parte si ricollegano ad essa, dopo la Consacrazione, esprimono ancor oggi la loro attesa del ritorno di Cristo: « Ricordiamo, o Signore, la tua morte, confessiamo la tua risurrezione e aspettiamo la tua se- conda venuta; da te imploriamo misericordia e pietà e domandiamo il perdono dei peccati. Abbracci noi tutti la tua misericordia » ( trad. P. Sfair) .
A differenza del banchetto ebraico, che attende per « quel giorno » -secondo l'espressione profetica - l'avvento del Messia, quello cristiano, di ieri e di oggi, si volge verso l'attesa di un avvenimento che ha già avuto inizio e che deve soltanto arrivare al suo momento conclusivo. Ambedue messianici, ambedue dinamicamente volti verso l'avvenire, banchetto ebraico e cristiano si differenziano però per quel che riguarda l'oggetto della loro attesa e della loro speranza; l'uno attende il realizzarsi di un avvenimento, l'altro ne ricorda l'inizio nel passato e attende che si compia: il Messia è già venuto e se ne attende il glorioso ritorno.
Potremmo così sintetizzare le assomiglianze e le differenze che siamo venuti osservando nella struttura del banchetto pasquale e delle anafore:
banchetto pasquale ebraico
anafore cristiane
1) lode a Dio per la « creazione » del popolo d'Israele al tempo di. Abramo;
1) lode a Dio per la creazione del mondo;
2) lode a Dio per la redenzione d'Israele, per mezzo di Mosè;
2) lode a Dio per la redenzione dell'umanità mezzo di Cristo;
3) riattualizzazione della salvezza d'Israele in ciascun ebreo che partecipa al banchetto;
3) riattualizzazione della salvezza nell'Eucarestia;
4) attesa della venuta del Messia;
4) attesa del ritorno del Messia;
5) salmi di lode.
5) dossologia finale.
Se le analogie tra banchetto pasquale e anafore cristiane fossero dovute solo a cause accidentali, sarebbero limitate ad alcuni casi particolari, ma il fatto che esse si ritrovino in ambienti diversi non può non indurci a pensare che le due istituzioni siano legate tra loro da concezioni teologiche simili, anche se viste in prospettive diverse: la concezione cioè di un Dio attivo artefice della storia del Suo popolo, nel corso della quale interviene continuamente e in modo particolare in alcuni momenti decisivi, di un Dio che guida la storia verso una meta precisa, verso il giorno in cui la conoscenza del Signore riempirà tutta la terra « come le acque riempiono il mare », il giorno in cui nel mondo ci sarà il « Signore unico e il Suo Nome unico ».
Una simile concezione teologica, fondamentale presso i cristiani e presso gli ebrei, non poteva mancare di imprimere la sua impronta anche sulla prassi cultuale. E a noi interessa qui sottolineare come, anche nel momento essenziale della sua vita di fedele, il cristiano possa sentire che le radici di essa affondano nella vita religiosa ebraica, costituendo un legame che è determinato certamente dall'eredità comune dell'Antico Testamento, ma anche da una affinità di prassi liturgica, che persiste attraverso i secoli.
_______________(1) Trad. Righetti, o.c.
[*] Fonte: Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.XI, Editrice Studium - Roma, 1966
La Pasqua dell'ebreo Gesù
Il che, del resto, rappresentava già un'affluenza enorme. I pellegrini che non avevano potuto trovar posto in case private s'accampavano per le strade o nei dintorni della città. " Cosi, scrive sempre J. Isaac, alla città di pietra se ne affiancava una di tende ".
In un'atmosfera di festa, religiosa e nazionale insieme, gli ebrei riuniti nella loro capitale celebravano un avvenimento decisivo nella loro storia: l'esodo dall'Egitto, e un momento particolarmente importante per il loro culto. La Pasqua celebrata a Gerusalemme rappresenta forse il momento culminante della vita ebraica in Palestina, in cui un'antichissima tradizione veniva ripresa e vivificata dalla fusione di due diverse feste.
" Mio padre era un arameo errante. Egli scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa ... ".
Questo passo del Deuteronomio (26,5) assilla ancora lo spirito di quanti, all'epoca del secondo Tempio, sono riuniti a Gerusalemme per la Pasqua, come quello di certi ebrei contemporanei.
Ciò sta ad indicare che la Pasqua esisteva già, in forma più pastorale, anche prima della schiavitù in Egitto. In origine si trattava della festa della prima- vera che, al momento dell'equinozio, evocava i giorni della creazione.
Dice Filone l'Ebreo: " In quei giorni, gli elementi della natura furono sceverati per ordinarsi armoniosamente fra di loro. Il cielo fu rivestito di splendore dal sole, dalla luna e dalla traiettoria di tutti gli astri, pianeti e stelle fisse. La terra si è abbellita delle diverse specie di piante, del verde che ricopriva valli e monti; ovunque un suolo fertile e ricco faceva germogliare i fiori. Per ricordare la creazione, ogni anno Dio fa tornare la primavera, e germogliare piante e fiori ".
Nel calendario normale, il mese di Nissan è il settimo dell'anno. Ma a causa del risveglio della natura che vi si produce e del richiamo alla creazione, all'epoca di Gesù, religiosamente parlando, veniva considerato il primo. Mentre quello di Tishri segna il capodanno civile, Nissan marca l'inizio dell'anno religioso. La stessa Bibbia, del resto, lo designa come primo.
La Pasqua, al pari delle altre feste giudaiche, richiama così il ritmo naturale delle stagioni e della vita pastorale condotta da quegli Aramèi nomadi divenuti, dopo la schiavitù d'Egitto e dopo il Sinai, il popolo del monoteismo.
In seguito, la tradizione riuniva le due feste. Da una parte pesah, o la Pasqua propriamente detta, vale a dire la festa del passaggio, evocante la liberazione e la partenza degli Ebrei verso il monte Sion ed il paese di Canaan; dall'altra, hag ha-massot, la festa degli Azzimi, e cioè di quel pane senza lievito di cui si sono nutriti gli Ebrei nella loro precipitosa fuga dall'Egitto. La fusione tra la più remota tradizione pastorale e due avvenimenti memorabili della storia ebraica, permea l'atmosfera festosa che avvolge Gesù e la sua famiglia.
Egli ha dunque assistito ai preparativi della festa. Ha visto l'enorme fiera di bestiame condotto a Gerusalemme dalle colline circostanti e delle spezie portate dalle carovane fin dalla Mesopotamia. Ma, dal mezzogiorno in poi, ogni lavoro è cessato.
La folla si riversa al mercato per far acquisto delle bestie destinate ai sacrifici o al consumo domestico, insieme alle erbe e alle spezie necessarie per il pasto del seder. All'ora terza, la tromba dei leviti annuncia alla città che è venuto il momento d'iniziare i sacrifici.
Come tutti i primogeniti d'Israele, anche Gesù digiuna, per riscattare, con questa astinenza, la morte dei primogeniti d'Egitto, decretata da Dio per costringere il Faraone a lasciar partire il suo popolo.
Fra breve, dopo il sacrificio, anch'egli parteciperà al pranzo pasquale, chiamato in Europa seder, ma che le comunità mediterranee chiamavano della haggadah, dal titolo del racconto fatto dal capo-famiglia durante il suo svolgimento.
In linea di massima, questo pasto rituale si fa in casa. I pellegrini che hanno potuto essere ospitati da famiglie del luogo lo consumano con i loro ospiti; gli altri per strada, nelle piazze o in campagna. " Quando scende la sera, dice Haïm Schauss, migliaia di agnelli vengono arrostiti nei cortili delle case, nelle vie, intorno alle tende. Nessuno è solo a quest'ora, neppure il più povero e derelitto. Padroni e servi, uomini e donne, giovani e vecchi, tutti vestiti a festa, sono oggi eguali e fratelli, adagiati sui cuscini mentre si mesce acqua e vino e circola il piatto con la carne, il pane azzimo e l'erba amara ".
È cosi che Gesù partecipa al suo primo pranzo pasquale a Gerusalemme, cui molti altri faranno seguito.
La cerimonia pasquale sarà infatti evocata sette volte dai Vangeli.
Due volte in quello di Luca: la prima, in occasione appunto del viaggio a Gerusalemme (2,41), la seconda per l'ultima Pasqua ebraica celebrata da Gesù prima della Passione (22,14):
" I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo, secondo l'usanza... ecc. ".
" ... Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione... ".
Matteo parla pure due volte della Pasqua, ma solo dell'ultima celebrata da Gesù. Al c. 26,17, descrive la preparazione della cena pasquale, e cioè del seder, fatta dai discepoli il giorno degli azzimi:
" Il primo giorno degli azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la Pasqua?"... ecc. ".
Al c. 26,30 si parla invece del " canto dei salmi ", l'insieme dei quali forma lo hallel, uno dei momenti salienti della liturgia pasquale.
Marco, all'inizio del c. 14, evoca pure la Pasqua e la festa degli azzimi celebrata insieme: " ... Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi... ".
E finalmente anche il Vangelo di Giovanni segnala due volte l'avvicinarsi della festa di Pasqua, chiamandola " la festa degli ebrei ", celebrata da Gesù al suo arrivo in Galilea: " Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei... " (6,4); e ancora, dopo la risurrezione di Lazzaro: " ... E molti della regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi... " (11,55).
La festa del risveglio e della liberazione dall'Egitto scandisce dunque la vita di Gesù adolescente, e poi di Gesù missionario, come quella di ogni ebreo.
Le feste pasquali durano sette giorni. I primi due sono interamente festivi, comportando l'interdizione da qualsiasi lavoro o spostamento, autorizzati invece nei quattro seguenti; l'ultimo invece è ancora interamente festivo. Questa suddivisione della settimana pasquale in tre momenti distinti ci fa meglio comprendere l'itinerario del viaggio a Gerusalemme, com'è raccontato nel Vangelo di Luca.
I tre giorni preliminari di cammino terminano proprio la vigilia di Pasqua, nel preciso momento in cui il sacrificio rituale dà inizio alla festa. I due seguenti, e cioè il primo e il secondo del soggiorno a Gerusalemme, corrispondono alle due prime ferie, durante le quali Gesù e i suoi seguono gli uffici sacri nel tempio, e il fanciullo, che si prepara al suo bar-miswah, viene interrogato dai dottori. Nei quattro seguenti, quelli di mezza festa, sempre secondo Luca, avrebbe dovuto aver luogo il ritorno a Nazareth.
In realtà, dopo il primo giorno di cammino, accorgendosi dell'assenza di Gesù, Maria e Giuseppe erano tornati a Gerusalemme, ritrovandolo "dopo tre giorni " nel tempio: il che significa che i quattro di mezza festa previsti per il ritorno li avevano invece trascorsi in città. E trovandovisi, benché Luca non precisi nulla, si può ragionevolmente supporre che vi restassero ormai sino alla fine della settimana.
La liturgia di Pasqua ha inizio la vigilia con il seder che, vent'anni dopo, diverrà per Gesù l'Ultima Cena.
Questo pasto rimane sempre uno dei momenti più caratteristici della religiosità ebraica, uno dei più rivelatori della vocazione di Israele. Apparentemente si tratta di un pasto normale, e i discorsi che vi si fanno, per quanto rituali, non differiscono molto dalle semplici conversazioni familiari.
Tuttavia, nella sua autenticità e nel suo realismo, e mentre sembra considerare Dio stesso come ospite, il seder evoca il carattere sacro del mondo e della vita e la vocazione storica del popolo di Dio.
Prima di servire al loro uso normale, di sostentamento della vita, gli alimenti sono consacrati da benedizioni che ne rilevano la sacralità. Alcuni anzi, in virtù di un simbolismo quanto mai diretto, evocano addirittura le vicissitudini che attendono un popolo destinato a una missione che lo isolerà dal resto del genere umano. Certi momenti della cena, certi gesti, certe parole, richiamano finalmente il grande evento storico: la liberazione dall'Egitto, la traversata del deserto, di cui pesah fa memoria, o meglio che riattualizza di volta in volta.
Tutto questo crea un'atmosfera semplice e coinvolgente insieme, caratteristica della religiosità ebraica, e che, al tempo di Gesù, la distingueva indubbiamente da quella degli occupanti pagani. L'intervento di Dio nella storia si compie sempre con mezzi naturali. I miracoli, se ve ne sono, si verificano senza sconvolgere le leggi di natura, solo inserendovisi nel punto preciso in cui queste leggi parrebbero esitare sul corso da prendere. Il miracolo, segno di Dio, può influenzare l'ordine del suo universo, ma non contraddirlo.
La cena pasquale inizia normalmente. Prendendo posto a tavola, il capo-famiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono un primo sorso. Altre tre coppe circoleranno durante la cena: ognuno di questi gesti ha un senso particolare ed è preceduto da una speciale benedizione.
La prima coppa si riferisce al qiddush (santificazione della festa); la seconda alla haggadah (la liberazione dall'Egitto); la terza accompagna l'azione di grazie al termine del pasto; la quarta, finalmente, è quella dello hallel, i salmi di lode che concludono la cerimonia domestica di questa sera predestinata, significativa per tanti aspetti del nostro destino...
"... leverò la coppa della liberazione e invocherò il Nome dell'Eterno ... " (Sal 116).
La tradizione mette infatti in rapporto l'uso delle quattro coppe alle quattro espressioni adoperate dalla Torah al momento della promessa fatta da Dio a Mosé, di liberare Israele dalla schiavitù (Es 6,6-7):
" lo vi farò uscire dal paese d'Egitto, vi libererò dalla schiavitù, vi salverò con il braccio teso, vi prenderò come mio popolo ".
Poi, cerfoglio e prezzemolo vengono intinti nell'acqua salata o nell'aceto dicendo: " Benedetto Colui che ha creato i frutti della terra ": è un primo richiamo alle amarezze della vita, tanto spesso sperimentate da Israele.
Viene quindi diviso tra i commensali il pane azzimo, riservandone una piccola porzione che, avvolta in un panno, sarà consumata alla fine del pasto, insieme alla frutta.
Se questi semplici gesti preliminari non hanno nulla che evidenzi la singolare solennità di quel pasto preso in comune, la conversazione rituale che vi fa seguito - la haggadah - evocherà il grande evento storico di cui la Pasqua fa memoria. Il capo-famiglia assume allora il ruolo di cronista, mentre al più giovane dei presenti - il " fanciullo saggio " - spetta rivolgere le domande che dovrebbero esprimere il suo stupore giovanile. Così, la cena pasquale diventa una cerimonia domestica intesa alla formazione religiosa dei giovani. Con i mezzi più semplici, e senz'ombra di enfasi, la haggadah raggiunge spesso il sublime.
Il padre di famiglia inizia il dialogo rituale mostrando ai commensali un Pezzo di pane azzimo e dicendo:
" Ecco il pane di miseria che i nostri padri hanno mangiato nel paese d'Egitto. Chi ha fame venga e mangi: chi ha bisogno venga e faccia pasqua. Quest'anno da schiavi, l'anno venturo da uomini liberi ".
A questo punto il più giovane della famiglia domanda:
" Perché questa notte è diversa dalle altre? perché gli altri giorni Possiamo mangiare pane azzimo o pane lievitato, come vogliamo, e stanotte invece solo pane azzimo? perché le altre sere mangiamo ogni specie di verdure, e stanotte soltanto erbe amare? perché le altre sere non intingiamo nulla nel vino, e stanotte invece lo facciamo due volte? perché le altre sere man- giamo seduti o appoggiati, e stasera invece solo appoggiati?
Il Padre risponde allora evocando la liberazione dall’Egitto, secondo il racconto dell'Esodo (12,1 ss.): " Noi siamo stati schiavi del Faraone d'Egitto, e l'Eterno nostro Padre ci ha liberati da quella servitù con mano Potente e braccio teso ... ecc; ".
Al termine della narrazione, il padre alza la coppa e conclude.
" ... Ed è questa promessa che ci ha sostenuto, noi e i nostri padri! Poiché non un solo nemico ha tentato di sterminarci, ma molti l’hanno fatto. Il Santo però - benedetto sia! - ci salva dalle loro mani ".
Qui, ai giorni nostri, viene dialogato tra i commensali un canto dall'incerta origine, detto il Dayenu (" Ci sarebbe bastato "). L'ufficiante enumera, di strofa in strofa, le gesta di Dio in favore del suo popolo, e i commensali rispondono ogni volta " dayenu ", " ci sarebbe bastato ":
Di quanti prodigi ci ha ricolmati Iddio!
Se ci avesse tratti dall'Egitto senza giudicare gli egiziani ...
dayenu!
Se avesse colpito a morte i loro primogeniti senza consegnarci i loro beni ...
dayenu!
Se ci avesse consegnato i loro beni senza aprire il mare dinanzi a noi ...
dayenu!
Se avesse aperto il mare dinanzi a noi senza farcelo attraversare a piede secco ...
dayenu!
Se avesse sommerso i nostri nemici senza provvedere per quarant'anni al nostro sostentamento nel deserto ...
dayenu!
Se avesse provveduto al nostro sostentamento nel deserto senza nutrirci di manna ...
dayenu!
Se ci avesse nutriti di manna senza concederci il riposo del sabato ...
dayenu!
Se ci avesse concesso il riposo del sabato senza condurci ai piedi del monte Sion ...
dayenu!
Se ci avesse condotto ai piedi del monte Sion senza darci la Legge ...
dayenu!
Se ci avesse dato la Legge senza introdurci nel paese d'Israele ...
dayenu!
Se ci avesse introdotto nel paese d'Israele senza erigere per noi la Casa d'elezione Tempio) ...
dayenu!
Come dobbiamo dunque rendere grazie a Dio per i tanti favori che ci ha elargiti!
Dopo varie spiegazioni e commenti biblici intorno all'agnello pasquale, al pane azzimo e alle erbe amare, il capo-famiglia pronunzia l'affermazione solenne, uno dei momenti culminanti del seder
" Di generazione in generazione, ognuno di noi ha il dovere di considerarsi come se fosse stato personalmente liberato dalla schiavitù d'Egitto. È scritto infatti: Tu darai questa spiegazione a tuo figlio: è a questo fine che l'Eterno ha agito in mio favore quando mi fece uscire dall'Egitto (Es 13,8). Non i nostri padri soltanto sono stati liberati, ma anche noi lo fummo. il Santo - benedetto sia! - ci ha liberati con loro, com'è scritto: Egli ci fece uscire dall'Egitto Per condurci qui e darci il paese promesso ai padri nostri (Dt 6,23).
Noi abbiamo dunque il dovere di ringraziare, cantare, lodare, glorificare, esaltare, celebrare, benedire, magnificare e onorare Colui che per noi e per i padri nostri ha compiuto tutti questi prodigi. Ci ha condotti dalla schiavitù alla libertà, dalla desolazione alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla servitù alla salvezza. Cantiamo a Lui un cantico nuovo, alleluja! " -
Termina cosi la prima parte del seder. Viene Poi servito il pranzo. accompagnato dalle solite benedizioni sul vino e sulle abluzioni delle mani, più quelle sul pane azzimo e sulle erbe amare. Si beve quindi la terza coppa di vino, appoggiati sul gomito sinistro (atteggiamento padronale rispetto a quello degli schiavi). Viene riempita di vino anche la coppa destinata al profeta Elia, e aperta la porta per permettere sia all'inviato di Dio, sia al povero che passa, di entrare e condividere la mensa.
Finalmente, dopo la recitazione dei salmi di lode, viene letta la preghiera di adorazione già ricordata (nishmat kol haj).
La cerimonia si conclude bevendo la quarta coppa. Al seder propriamente detto fanno seguito la lettura di alcuni passi biblici e qualche canto, il più popolare dei quali è il Chad Gadyà, o Canto del capretto. Composto in aramaico, lingua usata in Palestina al tempo di Gesù, questa filastrocca popolare è stata redatta molto tempo dopo l’epoca del secondo Tempio.
Questo canto popolare è anche un'esaltazione della vita, dimostrando che chiunque l’insidia finisce per essere distrutto. Ed è inoltre un'allegoria della storia universale: i vari impèri che si sono contesi il dominio del mondo attraverso i secoli, e che tanto spesso hanno tentato di asservire o distruggere Israele, finiscono per essere essi stessi annientati: mentre il più debole - raffigurato dal capretto - sussisterà sempre.
" Il capretto comprato da mio padre per due denari..." simboleggia infatti il popolo di Israele, che Dio si è aggiudicato con le due Tavole della Legge.
L'indomani, Maria, Giuseppe e Gesù partecipano all'ufficio del primo giorno di Pasqua.
Al pari di ogni festa ebraica, quest'ufficio riprende le preghiere sinagogali di ogni sabato, con l'aggiunta di testi speciali.
In questo primo rito cui assiste nel Tempio, durante una cerimonia che indubbiamente lo esalta e lo turba insieme, Gesù è forse particolarmente colpito da certe frasi che, come attestano i vangeli, affioriranno poi nella sua predicazione.
Nella 'amidah, ad esempio, potrebbe ritenere in particolare l'annuncio della liberazione messianica: " Tu manderai alla tua posterità un redentore, in nome del tuo amore e della tua gloria ". ad esempio, potrebbe ritenere in particolare l'annuncio della liberazione messianica:
Altre benedizioni presentano temi che egli ripeterà pure un giorno, come quello che esalta l'umiltà: " Benedetto sii tu che domini gli arroganti ", o quello che canta la misericordia di Dio verso i diseredati: " Benedetto Iddio che riveste gli ignudi! ".
Nella preghiera di Mosé, uomo di Dio, vi sono parole applicate agli idolatri, che Gesù riprenderà in senso metaforico per designare gli increduli: "Hanno bocche e non parlano, occhi e non vedono, orecchi e non odono... " Ascolta inoltre un salmo (1 15) che più tardi ispirerà l'inizio del Padre nostro: " Non a noi, Signore, ma a te solo sia gloria! ".
Nell'inno di Davide, finalmente, ricorre un'espressione, del resto abituale nei testi profetici, specie in Ezechiele, che, esaltata e trasfigurata, echeggerà spesso nella predicazione di Gesù: " Il Figlio dell'Uomo ". Indicante inizialmente la comune condizione umana, nei vangeli diverrà sinonimo del Messia, o addirittura di Dio medesimo.
Nel corso di questo primo ufficio pasquale, vanno dunque delineandosi certi temi d'ispirazione, certi termini di vocabolario, che saranno domani quelli di Gesù.
Lo svolgimento del rito conduce all'evocazione storica della libertà riconquistata e dell'intervento di Dio nella liberazione di Israele. Dopo le prime benedizioni, l'ufficio si orienta dunque verso il suo particolare oggetto, celebrato da Mosé nel Cantico del Mar Rosso (Es 1 5): " lo canterò all'Eterno, che si è mostrato grande e misericordioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere... " ecc.
Segue, come in ogni ufficio ebraico, la lettura della torah. La parashah del primo giorno di Pasqua è tratta dai capitoli dell'Esodo che ricordano l'uscita dall'Egitto (c. 12). La lettura seguente, la haftarah, è presa dal profeta Giosué (3,5 ss). Eccone il punto culminante:
" Giosué disse al popolo: "Santificatevi, perché domani il Signore compirà meraviglie in mezzo a voi". Poi disse ai sacerdoti: "Portate l'Arca dell'Alleanza e passate davanti al popolo... ". E l'Eterno disse a Giosué: "Oggi stesso comincerò a glorificarti agli occhi di tutto Israele: perché sappiano che, come sono stato con Mosé, così sarò ora con te" ". ... ".
La storia è dunque sempre presente e viva in questo ufficio di Pasqua, come in tutte le feste di Israele: la storia, il cui flusso è perenne, ma che per un ebreo del tempo di Gesù - e per Gesù stesso - costituisce il fondamento di ogni azione sacra.
Durante la settimana pasquale, un'altra haftarah evoca uno dei tempi più impressionanti del messaggio profetico: la visione di Ezechiele (Ez 31,1-14): " La mano del Signore fu sopra di me, e il Signore mi portò fuori in spirito, e mi depose nella pianura che era piena di ossa aride... " ecc.
Malgrado la pompa, che indubbiamente lo stupisce, la cerimonia di Pasqua dà a Gesù l'impressione di un equilibrio raggiunto fra cielo e terra: l'annuncio della vita avvenire e l'esaltazione di quella terrena. Al momento della lettura della Legge si proclama:
"Comunicaci la tua santità, perché possiamo ottenere, oltre a una vita felice quaggiù. La beatitudine eterna in quella futura…".
Quasi contemporaneamente vengono recitati gli ultimi versetti del Salmo 115: "Non sono i morti che lodano il Signore, né coloro che discendono nella fossa: ma noi, i vivi, diamo lode al Signore, ora e sempre. Alleluia!"
1 Tratto da: R. Aron, Così pregava l'ebreo Gesù, Marietti, 1992
La Pasqua ebraica
Con il mese di Nissan inizia l'anno religioso, In questo mese i nostri padri furono liberati dalla schiavitù dell'Egitto, nel mese di Nissan diventammo nazione. Nel mese di Nissan, quindi, inizia la festività di Pessach, memoriale di tutti questi eventi.
Durante tutto il mese - con un'unica eccezione - è vietato digiunare, pronunciare preghiere penitenziali, cantare lamentazioni. Durante lo shabbath che precede Pessach - lo chiamiamo Shabbat ha Gadol il grande Shabbath, per i grandi miracoli che avvennero in quel tempo -, il Rabbi dà alla comunità una catechesi sui precetti di Pessach e alla vigilia di Pessach i primogeniti digiunano in memoria del castigo che si abbatté sull'Egitto, la decima e più terribile delle dieci piaghe: la morte dei primogeniti. Israele ne fu risparmiato, non per i suoi meriti - non ne aveva - ma per l'amore infinito del Santo, benedetto sia. Per i ragazzi che non hanno ancora raggiunto i tredici anni, la Bar-Mitzvah, digiuna il padre; ma se lui stesso è un primogenito e deve quindi digiunare per se stesso, al posto del figlio digiuna la madre.
Vivere la Pasqua
Pessach 1 non è una pia commemorazione di eventi lontani: è invece un'esperienza. La Pasqua invita ogni ebreo a partecipare oggi a un evento fondamentale per lui, per il suo popolo e per tutta l'umanità.Celebrando la Pasqua l'ebreo collabora con Dio nella redenzione del mondo.
Ma com'è possibile partecipare oggi ad un evento che ebbe luogo più di tremila anni fa? La Torah chiama le grandi feste ebraiche Moadim (giorni di incontro con Dio). Ognuna delle grandi feste ebraiche trasmette un messaggio divino, radicato in un evento storico.
La Pasqua trasmette la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. È una meraviglia che quel messaggio non ci raggiunga da un passato remoto, ma che ci venga donato ogni anno di nuovo, celebrando un evento storico che diventa oggi una parola eterna di Dio per noi.
Per l'uomo occidentale questo è difficile da capire, perché egli considera il tempo come una linea diritta, che parte da un passato remoto e non tornerà mai più, dirigendosi verso un futuro imprevedibile che nessuno può conoscere. Spicca una sola certezza, quella della propria morte. Da questa l'uomo "occidentale" cerca di fuggire in molteplici faccende alienandosi dal proprio oggi.
Perciò gli eventi dell'Esodo dall'Egitto gli sembrano un lontano passato, senza alcun significato attuale.
Ma l'ebreo non vive il tempo in questa maniera: Dio è intervenuto nella sua storia e continua a intervenire, caricandola di un significato eterno e sempre attuale.
Mentre la storia avanza, l'ebreo non avanza su una linea diritta, lasciando il passato dietro a sé,: "Noi ci muoviamo in cerchio o, meglio, in una spirale, e perciò passiamo anno dopo anno attraverso le stesse stagioni, nelle quali avvennero gli interventi storici di Dio in favore dei nostri padri" 2
Per questo gli ebrei, quando ringraziano Dio per i miracoli che ha operato nella loro storia, non parlano dei grandi eventi dicendo "in quei giorni", ma dicono "in quei giorni, in questo nostro tempo"; ancora oggi ne sono partecipi.
Quando dunque un ebreo veglia durante l'inter notte di Shavuoth 3, scrutando la Torah, non commemora semplòicemente il dono della Torah sul Sinai, ma si prepara oggi a riceverla di nuovo. Quando a Tisha be Av digiuna, cantando lamentazioni seduto tutto il giorno per terra, egli partecipa alla tragedia della distruzione del Tempio e la rivive. Quando, a Sukkoth, vive per otto gironi con tutta la famiglia in una capanna di frasche, attraverso la quale si deve intravedere il cielo, egli non si ricorda semplicemente dei suoi padri che, guidati da Dio, vissero per quaranta anni pellegrini nel deserto, ma proclama attraverso quel segno che anch'egli è pellegrino su questa terra e che la sua sola luce gli viene dal cielo, da dove aspetta la venuta del Messia.
Tutto questo lo riassume molto bene Moshe Chaim Luzzato, rabbino e qabbalista italiano: " Ogni impresa operata da Dio, ogni luce che brillò in un certo tempo della nostra storia, quando questo tempo ci raggiunge attraverso la memoria, lo splendore di questa luce brilla di nuovo e i frutti di quell'impresa possono essere mietuti da chiunque è presente per raccoglierli "4.
Ogni festa dell'anno liturgico ebraico contiene dunque la propria specifica e unica emanazione di santità, e l'ebreo può così rivivere i grandi avvenimenti della sua storia e, entrando nel loro spirito, attingere forza e ispirazione per il suo cammino 5.
La prima e principale festa dell'anno - principale perché segna gli inizi del popolo ebraico ed è quindi madre di tutte le feste dell'anno liturgico, anche dello Shabbath - è Pessach, la Pasqua, che gli ebrei chiamano " il tempo della nostra liberazione ".
Questa liberazione cade sempre di primavera, nel mese di Nissan. Ma questo non è, il mese della liberazione perché in esso avvennero i prodigi dell'esodo: i prodigi dell'esodo avvennero invece in quel mese perché così Dio l'aveva preordinato per manifestarsi e per liberare, innestando la liberazione spirituale in un fenomeno naturale di vita, festeggiato ciclicamente da tutti i popoli: la primavera.
È la stagione nella quale la natura, libera dalle catene dell'inverno, si rinnova e si riveste di nuovo splendore. Questa è la stagione della libertà nella quale risuona la voce dell'amato: " Alzati, amica mia, vieni, mia bella, mettiti in cammino. Ecco l'inverno [della schiavitù] è passato 6.
Questa è la stagione nella quale sono state aperte le sorgenti della liberazione dalla schiavitù dell'Egitto; liberazione per poter servire ed amare Dio. Queste sorgenti che si aprono nuovamente ogni anno zampillano con tutta la loro forza ogni mese di Nissan.
La schiavitù e la liberazione dall'Egitto costituiscono la pietra di fondazione di Israele; su di esse poggia tutta la sua storia. Per questo i saggi di Israele possono dire: " Ogni periodo di esilio nella storia del nostro popolo fu prefigurato dalla schiavitù d'Egitto e ogni atto di liberazione, fino a quando giungerà quello definitivo, l’ avvento del Messia, ha le sue radici in questa redenzione originale, che avvenne durante l'eterna stagione della nostra liberazione dall'Egitto ".
Ecco perché l'ebreo nella notte di Pessach diventa partecipe di quell'intervento fondante attraverso il quale Dio stesso si scelse un popolo, lo adottò e lo strappò dal potere di un altro, dimostrando così che egli è il Signore della storia.
Entrando in questa esperienza e assorbendone gli insegnamenti, l'ebreo prepara il mondo per la venuta del Messia, aspettando l'ultima manifestazione della gloria di Dio e la liberazione definitiva del suo popolo e dell'umanità.
Come avviene questo? Quando giunge questa notte gli ebrei si siedono, famiglia per famiglia, comunità per comunità, come fecero i loro padri, attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha operato per loro; poi mangiano e bevono (consumando si partecipa) i segni della loro salvezza, la loro stessa liberazione.
il Seder pasquale è quindi un dono di Dio, un'opportunità che Dio offre per rivivere e non soltanto per ricordare l'esodo dall'Egitto.
Rabbi Yitzchaq Luria, il grande mistico e qabbalista 7, dice: " Quando la Pasqua è preparata e celebrata come si deve le forze spirituali che si manifestarono durante la prima Pasqua agiscono nuovamente. Per questo il Talmud dice: "In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall'Egitto". Ecco perché la preparazione della Pasqua è una condizione essenziale per poter riviverla " 8
Dice il Maharal 9: " Ognuno si applichi con riverenza a seguire le indicazioni dei saggi che hanno fissato nella Haggadah lo svolgersi dei riti del Seder. Nessun dettaglio ci sembri di troppo, anche se ci sono molte cose attorno alla Pasqua che ci potrebbero sembrare superflue. Neanche il minimo segno, il minimo gesto è senza significato ed efficacia ".
Il Sefer Hachinuch10 aggiunge: " Una persona è motivata per le sue azioni ". aggiunge: " Una persona è motivata per le sue azioni ".
L’esperienza del proprio esodo non può essere un esercizio intellettuale, un pio sentimento o una decisione della nostra buona volontà. Bisogna preparare e lavorare per creare un ambiente e un clima nei quali l'esodo sia evocato attraverso segni evidenti.
Questo è lo scopo del Seder pasquale. Le sue parole e i suoi segni sono intesi a provocare un'esperienza personale e comunitaria di liberazione dalla schiavitù. Perciò ogni pur minimo segno e dettaglio usato durante la notte devono essere considerati come strumenti che aiutano a raggiungere questo scopo spirituale: sono come tessere di un mosaico, indispensabili perché Dio possa comporre per l'uomo l'insieme di un disegno.
I riti del Seder e i minimi dettagli del testo della Haggadah sono stati composti con uno scopo ben preciso: aiutare a ri-sperimentare la redenzione dall'Egitto. Questo viene anche significato dal nome " Seder di Pasqua ", cioè ordine di Pasqua: ogni minimo dettaglio della notte pasquale fa parte di un progetto unico. Perciò una serie di segni scandisce ogni tappa della notte di Pasqua. Chi è presente in questa notte viene condotto dall'esperienza di schiavitù alla gioia della libertà.
il Maharal afferma ancora: - Seguendo tappa per tappa il modello tracciato dai padri, prepariamo l'avvento della redenzione finale perché, come si è già detto, ogni Pasqua fa rivivere l'esperienza della prima liberazione e fa presagire quella successiva, fino all'ultima e definitiva liberazione ".
Quali sono i principali elementi che devono precedere il Seder pasquale?
L'annuncio della Pasqua;
La preparazione della Pasqua.
Tutta la vita dell'uomo è preparazione. La storia prepara l'umanità per il regno di Dio, per la venuta del Messia e per la risurrezione dai morti. La vita di ogni singolo individuo lo prepara per la vita eterna. Anche nella vita quotidiana dell'uomo, ogni passo importante, ogni decisione che inciderà sul futuro devono essere preparati.
Così non stupisce che prima di uscire dall'Egitto e poi, di nuovo, prima del dono della Torah, sia stato comandato agli ebrei di prepararsi per quei grandi eventi.
L’ebreo si prepara attraverso il proprio vissuto a uscire da se stesso. Quando si alza al mattino proclama: " Preparati, Israele, all’incontro con il tuo Dio "11. E così, di comandamento in comandamento, si prepara. Quando si alza al mattino, si lava per prepararsi alla preghiera mattutina, poi prega per prepararsi alla storia che lo aspetta lungo la giornata. Ogni giorno della settimana è preparazione per lo Shabbath. I saggi dicono: " Chi ha lavorato prima dello Shabbath, avrà qualcosa da mangiare il giorno dello Shabbath". Durante lo Shabbath l'ebreo si prepara per la vita eterna. Ma in nessuna occasione la preparazione viene così insistentemente sottolineata dalla Torah come a Pessach, perché a Pasqua si esce dalla schiavitù. Questa preparazione ha il suo centro attorno a un segno.
L'eliminazione di ogni lievito
Poco tempo dopo Pessach, l'ebreo si deve già dare da fare per mettere da parte, dopo la mietitura, la farina più pura e custodirla fino al Pessach successivo da ogni contatto con qualsiasi elemento che possa farla fermentare e lievitare. Tutto l'anno egli deve essere attento che nessun chametz (cibo lievitato) penetri in armadi, libri, corrispondenza, eccetera. Molte settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a pulire ogni angolo e fessura della casa da qualsiasi residuo di lievito; lo conserva in uno spazio sempre più ristretto, il giorno prima di Pessach in una piccola stanza. Poi, durante la notte che precede Pessach, tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz. Questo viene poi bruciato al mattino, mentre tutta la famiglia danza attorno al fuoco.
Ma che cosa significa tutta questa preparazione e precauzione?
Alcuni rabbini hanno osservato che la differenza tra la parola chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera He e la lettera Cheth. Le altre lettere contenute nelle due parole sono uguali. E perché He e Cheth siano uguali manca solo un puntino. Quando Israele uscì dall'Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna, dallo stato in cui Dio, secondo i saggi, non può più salvare l'uomo, perché ha varcato il limite della degradazione e ha perso ogni sensibilità spirituale.
Se Dio non fosse intervenuto in tutta fretta a liberarlo, Israele sarebbe rimasto in Egitto.
Infatti, la minima quantità di lievito rende chametz tutta la massa 12.
Il lievito è simbolo e segno dell'istinto malvagio che abita nell'uomo. Il desiderio di annientare ogni traccia di lievito e di cibo lievitato prepara l'ebreo per la festa di Pessach, nella quale deve essere annientato ogni istinto malvagio in noi.
Il rabbi chassidico Baruch di Medzibosh diceva, mentre pronunciava la benedizione sull'annullamento dello chametz: " Ogni lievito ", cioè tutti gli istinti d'egoismo, " che è ancora in mia proprietà, certamente ne esistono dentro la mia anima, quello che ho visto e quello che non ho visto, penso di averli visti, ma purtroppo non li ho visti, che ho distrutto e che non ho distrutto, penso di averli distrutti, ma purtroppo non li ho distrutti, siano considerati nulla. Sii tu, Signore, a nullificarli e a distruggerli ".
Rabbi Shmuel di Sochatchov dice: " La ricerca e il bruciare dello chametz alludono al comando di distruggere Amaleq "13.
Lo chametz significa l'istinto malvagio, l'arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto e la menzogna.
La matzah invece significa l'istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell'operare il bene, la prudenza, l'umiltà e la verità.
Lo chametz è più gustoso e gradevole della matzah, più bello e più appariscente, come l'istinto malvagio, il quale tenta l'uomo con i piaceri di questo mondo, gli suggerisce e gli mette davanti agli occhi cose piacevoli...
È un precetto distruggere completamente questo chametz e perciò lo si deve cercare negli angoli e nelle fessure e in ogni luogo dove si sarebbe potuto nascondere. £ebreo deve scoprire i nascondigli dell'istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le sue opere cattive, per poterli distruggere e annientare.
Desiderando liberarsi dal dominio dell'istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell'Egitto.
Dice il Talmud: " Nella notte del quattordici Nissan si cerchi con diligenza ogni sostanza con lievito alla luce di una candela ".
Così, a partire dalla prima notte del suo quattordicesimo anno, giorno in cui il giovane ebreo ha celebrato la sua Bar-Mitzvah, egli è tenuto a cercare il lievito in sé e a combattere l'istinto malvagio " con la candela del comandamento e con la luce della Torah " 14.
Che cosa viene considerato chametz = lievitato?
Qualsiasi seme o farina dei cinque tipi di cereali nominati nella Bibbia.
Quando uno di questi entra in contatto con l'acqua per il tempo necessario a lievitare - cioè otto o dieci minuti -, a meno che venga impastato e subito infornato, è considerato chametz. È assolutamente vietato mangiare, utilizzare o conservare questo chametz nella propria casa durante i sette giorni della festa di Pasqua. Qualsiasi prodotto che contenga la minima componente dei cinque tipi di cereali è chametz15. Si capisce così il vero senso di tutta questa preparazione: prima di sedersi alla mensa del Seder per lasciarsi penetrare dallo spirito di Pessach, bisogna rimuovere ogni briciola di chametz dalla propria casa come segno che si desidera rimuovere dalla propria vita e da sé quello che significa lo chametz.
Il Talmud fa derivare l'obbligo di cercare lo chametz di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: " L'anima dell'uomo è come una luce del Signore, che scruta tutte le stanze del cuore "16. fa derivare l'obbligo di cercare lo di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: .
A ovvio che c'è un significato molto profondo che viene espresso attraverso la ricerca dello chametz: è la ricerca nel proprio io.
Rabbi Pinchas di Koretz così spiegava l'affermazione del secondo libro dei Re: " Difatti una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda" 17: questo allude alla distruzione degli altari pagani e di ogni luogo di idolatria, operata da Giosia dopo questa Pasqua. Egli eliminò veramente tutto il lievito.
" Portare alla luce il nostro chametz, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale ".
Punto di Partenza: la liberazione
" Ogni anno liturgico viene a noi per chiamarci a rinnovare il nostro servizio di Dio e ogni giorno dell'anno incide in questo rinnovamento. La chiave del nostro rinnovamento è la nostra coscienza dell'amore di Dio, re dell'universo, che si manifestò al mondo nell'esodo, facendo di noi il suo popolo. Per questo anche la nostra preghiera quotidiana ricorda la nostra liberazione dall'Egitto. Il riposo sabbatico, in particolare, è un memoriale della nostra liberazione dalla schiavitù che Dio operò con miracoli e segni, con i quali si fece conoscere come Creatore e Signore dell'universo "18.
Il versetto: " Ha lasciato un memoriale delle sue meraviglie, pietoso e misericordioso è il Signore "19 viene interpretato da Rashi in questo modo: " Poiché Dio è pieno di amore e compassione e desidera che i suoi figli siano santi, ha dato loro dei sabati e delle feste perché possano fare un memoriale della schiavitù in Egitto ".
Ma la festa di Pessach è innanzi tutto il pozzo e la sorgente di ogni liberazione. È in questo giorno che possiamo ri-sperimentare il principio della manifestazione di Dio e la creazione del popolo ebraico come nazione libera.
" Tutte le altre feste hanno il loro punto di partenza nella Pasqua. La libertà ottenuta attraverso l'esodo è sviluppata a Shavuoth (Pentecoste) attraverso il dono della Torah e trova la sua espressione finale a Sukkoth quando l'ebreo, costruendo una capanna di frasche, esce da questo mondo temporale e si trasferisce nella Sukkah, che rappresenta le ali della Shekinah (l'Emmanuele, Dio con noi) "20. La Pasqua segna l'inizio del regno di Dio su Israele, e la sua celebrazione porta con sé un frutto meraviglioso: " Che tu ricordi il giorno in cui sei uscito dal paese d'Egitto per tutti i giorni della tua Vita "21.
" L’influsso della Pasqua perdura per tutto l'anno come fondamento di tutti i comandamenti, e per questo uno deve osservare i comandamenti per la Pasqua con totale dedizione "22.L’influsso della Pasqua perdura per tutto l'anno come fondamento di tutti i comandamenti, e per questo uno deve osservare i comandamenti per la Pasqua con totale dedizione ".
I tre segni principali: Agnello Matzah e Maror
Tutto il Seder pasquale gira da sempre attorno ai tre comandamenti che segnarono la prima notte di Pasqua in Egitto:
l'agnello pasquale, la matzah e il maror (le " erbe amare ").
Ora come allora, questi comandamenti " Obiettivi " (non si tratta di comandamenti morali o divieti, ma di fatti da preparare, da proclamare, da indicare ben visibilmente e da mangiare) formano il nucleo del Seder pasquale. Certo, si sarebbe potuto concepire una celebrazione basata unicamente sul racconto degli eventi, ma l'uomo è plasmato dalle proprie azioni più che da idee, speculazioni filosofiche e ideologie.
Perché Pessach sia un'esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un'azione concreta: l'obbedienza ai precetti pasquali.
I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall'Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede - infatti stavano per varcare la quarantanovesima e ultima porta della degradazione, dopo la quale neanche Dio poteva più intervenire - e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e " stupida " obbedienza alla parola di un altro, Mosè 23, che parlava a nome di Dio.
Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto.
Ora capiamo perché la Haggadah vieta di dire: " Per quello che il Signore ha fatto per me ", se l'agnello (dopo la distruzione del tempio e la cessazione dei sacrifici, significato da un osso di gallina o di agnello), la matzah e le erbe amare (maror) non sono esposti sulla mensa.
La matzah è oggi il segno più importante e unisce l'esilio alla redenzione.
Da un lato è lechem oni, il pane dell'umiliazione e della povertà, che in Egitto veniva mangiato dagli schiavi, i quali non potevano aspirare a un pane migliore 24; dall'altro è il segno della libertà, perché quando scoccò l'ora della liberazione, tutto si svolse con tale rapidità che gli ebrei non ebbero neppure il tempo di far lievitare il pane e uscirono con le loro provviste di pane azzimo non cotto. La caratteristica principale della matzah è l'assenza di ogni lievito; il lievito fa crescere la pasta e le dà gusto ed è perciò il segno dell'autoaffermazione, dell'oppressione e del peccato. Come schiavi del faraone, gli ebrei, se desideravano la liberazione, non avevano altra scelta che umiliarsi e sottomettersi a Dio.
Preparazione delle Matzoth
Il frumento per le matzoth viene macinato almeno quattro settimane prima di Pessach.
Per evitare ogni lievitazione, non deve essere vecchio, né deve aver avuto contatto con la minima goccia d'acqua. Il mulino nel quale viene macinato deve servire solo per il frumento destinato alla cottura delle matzoth; la pietra del mulino deve essere ogni anno nuovamente levigata, l'imbuto sopra la pietra va acquistato nuovo ogni anno, così i contenitori, i sacchi e tutto ciò che occorre per la conservazione, la macinazione, la cottura e la consumazione delle matzoth. Tutto questo processo viene fatto sotto la stretta sorveglianza di uomini pii e dotti.
La stessa acqua che serve per impastare le matzoth dev'essere acqua pura di fontana o di sorgente e, prima di usarla, tra il tramonto e l'alba - la confezione delle matzoth deve avvenire di preferenza di notte, per evitare ogni calore, agente di lievitazione - deve essere attinta con un mestolo nuovo, passata attraverso un panno nuovo e versata in un altro recipiente che serve unicamente per l'impasto delle matzoth. Se si impasta la matzah di giorno, si deve badare che nessun raggio di sole tocchi il tavolo, la farina, l'acqua o l'impasto. Mentre si impastano le matzoth non ci si deve fermare neanche un momento.
Pessach nel Santo Tempio - il sacrificio dell'Agnello
A Pessach ogni ebreo doveva offrire il sacrificio pasquale nel Tempio di Gerusalemme. Così, tra le grandi feste di pellegrinaggio a Gerusalemme, Pessach, Shavuoth e Sukkoth, Pessach era quella che attirava il più grande numero di pellegrini. Centinaia di migliaia di ebrei venivano da tutti gli angoli della terra di Israele per radunarsi in quella occasione.
Il Talmud racconta:Un mese prima di Pessach si riparavano tutte le strade che conducevano a Gerusalemme e si riempivano tutte le cisterne e i pozzi lungo il cammino per garantire ai pellegrini l'acqua necessaria durante il loro viaggio verso la città santa.
Gerusalemme stessa si preparava febbrilmente per ricevere il popolo che affluiva. I pellegrini si contavano per centinaio di migliaia ma, cosa stupefacente, c'era posto per tutti nella città e mai qualcuno ebbe a lamentarsi di non aver trovato un buon alloggio. La gioia e l'entusiasmo del popolo non conoscevano limiti.
Il sacrificio dell'agnello pasquale, l'evento più solenne della festa, avveniva durante il pomeriggio della vigilia di Pessach.
Ogni famiglia numerosa aveva preparato un agnello, che sorvegliava attentamente durante diversi giorni, affinché nessun incidente lo rendesse improprio al sacrificio. Le famiglie più piccole si organizzavano in comunità di famiglie per offrire il sacrificio comune, poiché la Pasqua prescrive che tutta la carne dell'agnello deve essere consumata durante la notte di Pessach. Le comunità familiari e quelle spirituali (chaburot) erano migliaia ma, nonostante il loro numero, tutti riuscivano a offrire il sacrificio pasquale in quel pomeriggio (cfr. Mc 14,12).
Il sacrificio si svolgeva così: la moltitudine dei fedeli veniva divisa in tre gruppi, ammessi successivamente nel grande cortile del tempio.Dopo l'entrata del primo gruppo, le pesanti porte venivano chiuse. Tre suoni di tromba annunciavano l'inizio dei sacrifici. I sacerdoti, muniti di bacini d'oro e d'argento, si disponevano in diverse file che si dirigevano all'altare, i sacerdoti muniti di bacini d'oro in file distinte da quelle dei sacerdoti muniti di bacini d'argento. Immediatamente dopo lo scannamento dell'animale (shchitah), il sacerdote più vicino al sacrificio riceveva il sangue dall'israelita che aveva sacrificato accanto a lui e passava il bacino al sacerdote sul gradino superiore e così via fino all'altare sul quale veniva versato il sangue. I bacini avevano una forma particolare: erano stretti in basso, in modo che non potevano essere posati per terra senza rovesciarsi. I sacerdoti dovevano perciò passarli di mano in mano, senza versare una goccia di sangue. Bisognava fare presto per evitare il coagularsi del sangue. La destrezza e la velocità dei sacerdoti erano uno spettacolo stupendo. Dopo che il sangue veniva sparso sull'altare, alcune parti dei sacrifici (il grasso e le viscere) venivano bruciate sull'altare.
Appena il primo gruppo aveva terminato, veniva ammesso per il sacrificio il secondo e, finalmente, il terzo.
Durante i sacrifici, tutti i fedeli, diretti dai leviti, cantavano salmi di lode. Poi si arrostivano gli agnelli pasquali, come prescrive la Torah (TalmudB Pessachim 64a).
Quando giungeva la notte, ogni comunità di famiglie che aveva offerto il comune sacrificio si radunava in casa per celebrare il Seder secondo un rito peraltro molto simile a quello che celebriamo adesso. Avendo partecipato nel tempio al sacrificio stesso, non mettevano sul piatto del Seder l'osso disossato che ricorda oggi la mancanza del sacrificio a causa della distruzione del tempio, ma disponevano sulla mensa la carne arrostita dell'agnello sacrificato.
Si celebrava allora il Seder con i quattro segni sacramentali principali: agnello, matzah, maror e le quattro coppe di vino. Gli altri simboli (uovo, Charoset, lattuga) furono aggiunti dopo la distruzione del tempio.
Che gioia regnava in quei giorni a Gerusalemme! Molti gentili venivano da ogni parte del mondo per assistere alla meravigliosa celebrazione della Pessach nella città santa (Gv 12,20; At 2,5-11).
Nei nostri giorni, celebrando il Seder nell'esilio e ricordandoci di quei giorni gloriosi, quando il tempio si ergeva ancora in tutto il suo splendore, proclamiamo: " Quest'anno qui (nell'esilio), ma desideriamo celebrare Pessach l'anno prossimo nel tempio, a Gerusalemme! " Concludiamo infatti il Seder con le parole: " L'anno prossimo a Gerusalemme! "
Il Seder può iniziare
Quando, la prima sera di Pessach, gli uomini tornano dalla Sinagoga, appena entrati in casa, sono avvolti dall'atmosfera calda e unica di quella festa.
La madre pronuncia la benedizione sulla luce. In mezzo alla stanza migliore brilla la mensa, coperta da una tovaglia bianca e ricamata, apparecchiata con i segni pasquali. La stanza è illuminata il più possibile, e anche il capofamiglia " brilla " vestito del suo kittel bianco, nel quale un giorno verrà rivestito da altri, in attesa di presentarsi al suo Dio per la risurrezione e il giudizio universale. Indossa la kippah di seta bianca ed è cinto di una corda bianca, come lo furono i nostri padri in Egitto, pronti ad essere guidati dall'inviato di Dio, Mosè, dalla schiavitù alla libertà.
Pieni di stupore e meraviglia, i bambini contemplano la mensa e tutti i segni particolari che caratterizzano questa notte. Davanti ad ognuno dei commensali è posta una Haggadah di Pasqua ed una coppa.
Durante il Seder quattro coppe di vino berrà ognuno, piccolo o grande, ricco o povero, uomo o donna. Anche il vino è stato preparato con la stessa cura prestata alle matzoth. Ogni volta che si beve alla coppa - e si berrà almeno quattro volte - la coppa deve essere vuotata. Si beve con la destra, appoggiati sul fianco sinistro, come banchettavano gli uomini liberi al tempo dei Romani.
Come un grande " mistero ", il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati.
Vi sono poste tre matzoth, ognuna separata dall'altra da una tovaglia di lino. Sul piatto sono posti la lattuga, frutto della terra, il maror, l'erba amara, il charoset, un dolce in forma di mattone, un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato.
Raccontare l'Esodo
" ...Perché tu possa raccontare nelle orecchie di tuo figlio e di tuo nipote quello che ho operato in Egitto, i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così conoscerete che io sono il Signore "25
I segni dell'agnello, della matzah e delle erbe amare sono la base per il racconto dell'Esodo. I rabbini leggono le parole "pane dell'umiliazione" anche come "pane sopra il quale si dicono molte cose"26.
La matzath e il maror devono essere ben visibili sulla mensa, ma prima di mangiarli, l'ebreo deve parlare dell'uscita dall'Egitto.
La stessa parola " Pessach " è stata intepretata dai rabbini: pe sach = " la bocca parla ", sottolineando l'importanza di esprimere l'evento in parole. Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l'unità tra il fatto e l'articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell'assemblea gli antichi prodigi.
Il comando di parlare della liberazione dall'Egitto implica il racconto di tutti quegli eventi nella loro unicità miracolosa.
Ma perché proprio quelli e non altri interventi di Dio, come, per esempio, il dono della Torah sul Sinai o la conquista della Terra Promessa?
Perché l'esodo è il fondamento di tutto. perché l'esodo è una nuova creazione, l'inizio della storia di Israele come popolo di Dio attraverso l'intervento amoroso e totalmente gratuito di Dio nella storia dell'umanità; l'esodo è la manifestazione della regalità di Dio su tutte le nazioni.
Attraverso questa redenzione fu rivelato a Israele e a tutti i popoli che solo a Dio appartengono il regno, il potere e la gloria in cielo e in terra.
Il faraone, all'apice del suo dominio sull'impero più civilizzato del suo tempo, fece una domanda che risuona fino ad oggi nella storia dei popoli e di ogni individuo: - Chi è perché io debba ascoltare la sua voce? " 27.
Dice il Ramban: " Gli eventi e le circostanze dell'esodo sono una parola eterna per ogni faraone e per tutta l'umanità: "lo sono, il Signore, in mezzo alla terra, non un Dio astratto, che abita in un cielo distante, ma mia è la terra 28 e ne posso disporre secondo la mia volontà". Dio, sposando sul Sinai il popolo che si è riscattato, dice di se stesso: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dèi di fronte a me29.
" Nell'evento liberatore dell'Egitto, Dio si è manifestato come l'unico vero sposo "30.
Per questo l'ebreo deve parlare di ognuno degli eventi dell'esodo fin nei più minuti dettagli ed entrare nei loro significati storici e spirituali per poterli sperimentare nella propria esistenza. Questi eventi sono il fondamento e il presupposto di tutta la sua storia.
Finché gli uomini rifiuteranno di riconoscere la fragilità del proprio potere e i limiti di ogni loro impresa, il racconto dell'esodo ricorderà sempre che l'uomo è argilla nelle mani del suo Creatore e che la sua vita dipende da Dio. Per questo l'Aggadah di Pasqua insiste che " più uno parla dell'esodo dall'Egitto, più è meritevole di lode ".
Domanda e risposta
Dobbiamo porre l'attenzione su un altro aspetto unico che caratterizza il Seder pasquale: il dovere di parlare dell'esodo deve compiersi attraverso domande e risposte tra il padre e i figli.
" Quando tuo figlio domani ti domanderà: "Che significa ciò?" ' tu gli risponderai: "Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire... "31. ' .
Perché questa insistenza sulla formulazione di domande? Solo colui che veramente si pone delle domande sarà interessato alla risposta.
Esiste una domanda fondamentale che ognuno si deve fare ogni volta che ascolta la Parola di Dio: " Che cosa mi dice con questa Parola il Signore? ".
La notte di Pessach è una meravigliosa occasione per porsi questa domanda e il fatto di porla al proprio padre è un mezzo per risvegliare la coscienza dei figli e di tutti i presenti32.
Celebrare il Seder nella cerchia familiare è l'esperienza dell'Egitto, quando gli Israeliti si radunarono nelle loro case attorno a " un agnello per ogni famiglia, uno per ogni casa " 33. Lo stesso modo di celebrare è già una dimostrazione di libertà. Come schiavi non potevano vivere una normale vita familiare e ora potevano radunarsi nella propria casa, mentre fuori si compiva il giudizio di Dio sull’Egitto. Gli schiavi non conoscono una relazione padre-figlio, i figli di uno schiavo non gli appartengono.
Ma c'è di più. l’esodo è l'evento in cui Dio Padre si scelse una famiglia 34. La liberazione dall'Egitto segna la nascita degli ebrei come nazione, unita da un legame particolare dei figli con il padre. " Israele è il mio primogenito "35
investito da lui di una missione particolare e benedetto con l'indistruttibilità.
" Così come Dio al principio creò dal nulla mondo perfetto, così ha creato dal nulla la sua esistenza il suo popolo. Israele non è frutto di un processo evolutivo, come avviene per tutti i popoli, ma creazione di Dio, che sfida ogni legge della natura e della storia "36.
Dice rabbi Samson Rafael Hirsch: " Fu introdotta una nazione in mezzo a tutte le altre, che doveva dimostrare con la sua vita e il suo destino che Dio è l'unico fondamento della vita e che il vero senso della vita è il compimento della volontà di Dio. La Torah è l'unico legame che unisce questo popolo. Dio dovette dunque scegliere un popolo, al quale mancava tutto quello sul quale l'umanità costruisce la propria grandezza e il proprio potere... Per questo fu tolto alla famiglia di Giacobbe tutto ciò che fa di un popolo un popolo e di un uomo un uomo: la terra, la dignità, la libertà, infine la vita familiare. Doveva diventare popolo attraverso l'esodo in modo del tutto nuovo, dalle stesse mani di Dio "37.
La Pasqua, quindi, è il natale del popolo ebraico. Ora si capisce perché Israele conta i mesi dell'anno cominciando dal mese di Nissan. Questo spiega anche una differenza sostanziale tra la celebrazione della Pasqua e la celebrazione di tutti gli altri grandiosi eventi della storia ebraica. In nessun'altra occasione l'ebreo è tenuto con un comandamento esplicito a raccontare i prodigi operati da Dio. In nessun'altra festa la Torah chiede una preparazione così meticolosa e segni così particolari ed evidenti da osservare rigorosamente.
" È Pessach che ha operato la nascita di Israele; perciò le leggi per la conversione al giudaismo sono derivate dagli eventi dell'esodo. È da allora che esistono ebrei. Per questo i segni che iniziano alla comprensione di Pessach e parlano dell'evento pasquale devono essere assolutamente chiari e non si può tollerare la minima impurità "38.
La notte del Seder viene celebrata in famiglia, perché la continuità di una nazione ha le radici naturali nella famiglia. Se comprendiamo questo, comprendiamo anche il comando di riunirsi per famiglie in Egitto che dura fino ad oggi. Fino alla venuta del Messia la famiglia o la comunità ebraica si radunerà la notte per il Seder. Notte in cui, ogni anno, un padre deve nuovamente parlare ai figli, per renderli pienamente coscienti delle loro origini e per aggiungere un nuovo anello alla ininterrotta catena della tradizione.
I figli fanno l'esperienza degli eventi della Pasqua in un ambiente che li colpisce, perché raccontare quello che si è sperimentato lungo tutta la storia non è il racconto di una leggenda ma la testimonianza di un fatto storico esperienza di tutto un popolo.
padre non parla ai figli come un individuo privato, debole e mortale, ma come il rappresentante di una nazione che parla con autorità. I presenti sono testimoni che trasmettono la fede di Israele ai loro figli.
Nella notte di Pasqua l'ebreo sfida le forze della " normalità ", rappresentate dalle nazioni del mondo e, per poter fare questo, Dio lo ha creato indistruttibile. Come popolo di Dio deve dimostrare al mondo che la normalità non è altro che un'illusione e che " l'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio "39.
Dalla schiavitù alla libertà
" ... E ti celebreremo per il nostro riscatto e la redenzione della nostra anima " (Haggadah).
Trasmettendo il messaggio di Pasqua ai suoi figli, il padre segue anche un'altra indicazione della tradizione: " Cominci con la parte umiliante della nostra storia e concludi con quella gloriosa ".
Anche questo aiuta a sperimentare la liberazione dall'Egitto. Senza alienarsi, l'uomo deve avvertire e riconoscere i propri limiti e le proprie schiavitù in tutta la loro concretezza. Solo così può realmente apprezzare con gratitudine la propria liberazione e prendere a cuore i suoi insegnamenti.
Per questo, i segni del Seder esprimono sia schiavitù sia libertà e ci aiutano a uscire dal- le nostre proiezioni e a entrare nella nostra vera storia. Entrando in essa con Dio possiamo uscire dall'Egitto verso la libertà.
" I bambini che osservano tutto quello che succede in questa notte sono aiutati dai segni a domandare: "Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?". Vedono, palpano e gustano la schiavitù attraverso le erbe amare e il pane dell'afflizione e gustano la libertà bevendo dalle quattro coppe della salvezza e mangiando appoggiati sul gomito. Alle loro domande il padre risponde che in questa notte sperimentiamo i due estremi: schiavitù e libertà "40.
Ma qual è il significato di questa schiavitù e di questa libertà? Si tratta solo di una liberazione politica o essa ha un significato più profondo? Su questo la Haggadah ci riferisce due opinioni: Rav ritiene che il racconto debba iniziare partendo dalla schiavitù d'Egitto 41. Shmuel invece lo fa iniziare dalle origini, dalla schiavitù dell'idolatria del clan di Abramo e le accetta entrambe. Prima si risponde: " Siamo stati schiavi in Egitto ", poi si approfondisce andando indietro nella storia fino alle origini: " In principio i nostri padri erano adoratoti di idoli " 42.
Questo sottolinea due aspetti dell'esperienza storica di Israele. Da un punto di vista puramente socio-politico si fa presente la schiavitù fisica e la liberazione. Ma perché essere grati a Dio per questa liberazione se è lui stesso che l'ha decretata 43 e vi ha sottoposto Israele?
Questa domanda riceve risposta se si guarda alla schiavitù d'Egitto sotto una prospettiva più profonda e spirituale. Dalle origini Israele, come tutti gli altri popoli, fu schiavo della paura della morte e dell'egoismo, la forma più profonda e distruttrice della schiavitù. Dominato dalla paura della morte, Israele non poteva diventare il popolo di Dio, l'araldo del suo messaggio liberatore al mondo.
" Solo buttato nella fornace d'Egitto ed essendone tratto fuori miracolosamente ("Vi ha fatto uscire dal crogiolo di ferro, dall'Egitto, perché foste un popolo che gli appartenesse, come siete oggi")44 Israele poté essere illuminato e condotto a vette spirituali che lo liberarono dalla schiavitù originale dello spirito "45.
La Haggadah parla, quindi, di una duplice schiavitù e Maimonide, dando indicazioni al maestro del Seder, le riassume così: " Il padre deve cominciare col raccontare che in principio, ai tempi di Terach e prima di lui, i nostri antenati erano idolatri che andavano dietro a vanità e si sviavano dietro agli idoli e deve terminare con la vera fede, cioè che Dio ci ha portati vicino a sé, ci ha separati da tutti gli altri e ci ha condotti a riconoscere la sua unicità. Allo stesso modo il padre cominci spiegando che fummo schiavi del faraone in Egitto, raccontando tutto il male che egli ci fece e terminando con i miracoli e le meraviglie che Dio operò per noi e per la nostra liberazione ".
Le quattro coppe, le quattro notti...
" Nella notte di Pasqua tutto quello che avvenne in Egitto si rinnova e risorge. E questo affretta l’ultima redenzione "46 .
Mentre Dio entra in comunione con Israele attraverso i segni della schiavitù (la matzah spezzata e il maror) che egli ha assunto (" Sarò con lui nell’oppressione, lo libererò e lo glorificherò ") 47, Israele entra in comunione con Dio attraverso i segni della libertà e del regno di Dio: la seconda e terza matzah della provvidenza nel deserto e le quattro coppe.
Perché quattro coppe? Perché la salvezza, lungo la storia della salvezza, si è manifestata attraverso molte salvezze. Per questo il Salmi dice: " Alzerò la coppa delle salvezze (kos ye shuoth) e griderò il nome del Signore "48. Perché la salvezza, lungo la storia della salvezza, si è manifestata attraverso molte salvezze. Per questo il Salmi dice: " Alzerò la coppa delle salvezze griderò il nome del Signore ".
Tra le innumerevoli salvezze operate da Dio ce ne sono però quattro fondamentali dalle quali derivano tutte le altre.Il documento pasquale più antico che ne parla è il Targum Onkelos a Es 12,42: (Nella traduzione dall'Aramaico di P. Giovanni Odasso):" Notte di veglia fu questa per il Signore, per farli uscire dal paese d'Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.Notte predestinata e preparata per la redenzione nel nome del Signore, al tempo della liberazione dei figli di Israele, redenti dalla terra d'Egitto.
" In realtà, quattro notti sono scritte nel libro dei memoriali.
" La prima notte quando il Signore si manifestò sul mondo per crearlo: "Il mondo era deserto e vuoto e la tenebra si estendeva sulla superficie dell'abisso, ma il Verbo del Signore era la luce e illuminava. Ed egli la chiamò: notte prima49 .
" La seconda notte quando Il Signore si manifestò ad Abramo dell'età di cento anni, mentre Sara sua moglie, aveva novanta anni, affinché si compisse ciò che dice la Scrittura: "Certo Abramo genera all'età di cento anni e Sara partorisce all'età di novant'anni" 50. Isacco aveva trentasette anni quando fu offerto sull'altare. I cieli si abbassarono e discesero e Isacco ne contemplò le perfezioni e i suoi occhi rimasero abbagliati per le loro perfezioni. Ed egli la chiamò: notte seconda51. " La terza notte quando il Signore si manifestò contro gli egiziani durante la notte: la sua mano uccideva i primogeniti d'Egitto e la sua destra proteggeva i primogeniti di Israele per compiere la parola della Scrittura: "Israele è il mio primogenito" 52. Ed egli la chiamò: notte terza53 .
" La quarta notte quando il mondo giungerà alla sua fine per essere redento. Le sbarre di ferro saranno spezzate e le generazioni degli empi saranno distrutte. E Mosè salirà dal deserto e il re messia dall'alto: l'uno camminerà alla testa del gregge e l' altro camminerà alla testa del gregge e il suo Verbo camminerà in mezzo a loro ed essi cammineranno insieme54. quando il mondo giungerà alla sua fine per essere redento. Le sbarre di ferro saranno spezzate e le generazioni degli empi saranno distrutte. E Mosè salirà dal deserto e il re messia dall'alto: l'uno camminerà alla testa del gregge e l' altro camminerà alla testa del gregge e il suo Verbo camminerà in mezzo a loro ed essi cammineranno insieme.
" È la notte di Pasqua nel nome del Signore notte predestinata e preparata per la redenzione di tutti gli Israeliti in ogni loro generazione."__________________________Raccontare il cammino dalla schiavitù alla libertà suscita riconoscenza a Dio, lode e benedizione per tutto quello che egli ha compiuto. Israele alza le quattro coppe, cantando l'Hallel 55, e così si fanno rivivere i canti di lode che gli ebrei cantavano uscendo dall'Egitto.
La Redenzione futura
Questo cammino di liberazione, che ha avuto inizio con la fede di Abramo, ha raggiunto il suo termine? Guardiamoci intorno, guardiamo in noi stessi, e la risposta sarà chiaramente: no!
E così nella notte di Pasqua Israele gioisce per l'alba della liberazione dall'Egitto e per l'amore liberatore di Dio nella sua storia, alzando lo sguardo verso l'ultima e piena redenzione che deve ancora venire. Questa è la speranza, l'attesa di questa notte: la certezza che, rivivendo gli eventi dell'esodo e consacrandosi nuovamente al Signore, che allora si manifestò come fonte di ogni libertà, si apriranno, oggi, le sorgenti della salvezza e metteranno in movimento le acque che aprirono per far passare Israele attraverso mare della morte. Vicina è la notte della liberazione definitiva!
Iella notte di Pasqua, Israele volge lo ardo verso due eventi: la liberazione dall’Egitto e la redenzione definitiva. Quando Dio ò a Mosè dal roveto ardente, gli disse: " Io sarò colui che sono " 56. Il Midrash spiega questo come una promessa: " lo sarò con loro in questo tempo di sofferenza, come sarò con loro quando saranno schiavi di altri poteri ".
La stessa promessa la fa il profeta Michea: " Proprio come quando uscisti dall’Egitto ti mostrerò cose prodigiose "57. Ma la redenzione che aspetta non sarà una semplice conseguenza dell'esodo: l'esodo è preludio della redenzione finale e messianica. Per questo il Talmud dice che quando il Messia verrà, l'uscita dall’ Egitto passerà in secondo piano"58.
Nella liberazione dall'Egitto in quella remota .notte di Pasqua si trova il seme di ogni salvezza futura.
Israele esprime questi due Poli (Esodo e attesa del Messia) che animano tutta la notte con il canto dell'Hallel, che è diviso in due parti.
I primi due salmi, che si riferiscono direttamente all'uscita dall'Egitto, vengono cantati prima del pasto e segnano la fine del racconto dell’esodo; gli altri salmi, tutti rivolti alla lode di Dio, sono cantati dopo il pasto, quando Israele guarda al futuro, alla redenzione che viene al Messia, con in bocca ancora il gusto della matzah conservata e nascosta, dell’afikoman, segno della liberazione definitiva. Il Seder, inteso così, si divide in due parti: dal Qiddush al pasto fa memoriale del passato, attualizzandolo; dal pasto fino alla fine del Seder guarda al futuro invocando la venuta del Messia:
Maran atha! Vieni, Signore!
NOTE
1. Così anche la Pasqua cristiana
2. Rabbi E. Dessler; Mikhtav mi Eliahu
3. La festa del dono della Torah, celebrata sette settimane dopo Pessach, che corrisponde alla Pentecoste cristiana
4. Derekh hashem di rabbi Moshe Chaim Luzzato (il Ramchal), Padova 1707 - Akko 1747
5. Sfath Emeth, di rabbi Jehudah Arye Leib Alter di Ger (1847 - 1903)
6. Ct 2,10-11. Molti chassidim terminano il Seder cantando, fino all'alba il Cantico dei Cantici
7. Yitzaq Luria (Safed 1534 -1572)
8. bTalm. Pessachim 116b
9. Maharal, rabbi yehudah Loeve di Praga (poznan 1528-1609), I pozzi dell'esilio
10. Sefer Hachinuch, attribuito a rabbi Aharon ha-Levi (il Reach 1235-1300)
11. Cfr. Es 12,1-28; 19, 1-15; Am 4,12
12. Cfr. 1Cor 5,6 ss.
13. Amaleq, Cfr. Es 17,14-16
14. Cfr. Prv 6,23
15. bTalm. Pessachim
16. Prv 20, 27
17. 2Re 23, 22-24
18. Ramdam (Maimonide, Cordova 1135 - Cairo 1204). Commento a Dt 5,15
19. Sal 111,4. Questo salmo viene cantato duranto lo Hallel del Seder
20. Affermazione del Maharal, rabbi Yehudah Loeve di Praga (Poznan 1528-1609), nella sua opera I pozzi dell'esilio
21. Dt 16,3
22. Zohar
23. La stoltezza della predicazione
24. Per questo il pane è schiacciasto, insipido, non si gonfia, significando una vita senza gusto. La matzah, fatta a mano, è rotonda, a singnificare il cerchio della schiavitù nel quale gli ebrei erano rinchiusi senza via d'uscita
25. Es 10,42
26. La parola oni = umiliazione, può intendresi anche "rispondere, parlare"
27. Es 5,2
28. Lv 25,33
29. Es 20,2-3
30. Nachmanide (Rambam, Gerona 1194 -Palestina 1270)
31. Es 13,14
32. È commovente incontrare lo stesso schema di domanda e risposta nei capitoli 13-17 del vangelo di Giovanni. In Giovanni il clima della Cena Pasquale non viene evocato, come nei sinottici, da un racconto succinto del Seder pasquale, ma proprio attraverso questo fiducioso rapporto di domanda e risposta tra padre e figli che è tipico del Seder
33. Es 12, 3-4
34. Cfr. Sal 68,6-7
35. Es 4,22
36. Maharal, I pozzi dell'esilio
37. Samson Rafael Hirsch (1808-1888), Commento alla Torah
38. Maimonide
39. Dt 8,3
40. Abarbanel
41. Cfr. Dt 6,21
42. Cfr. Gs 24,2
43. Cfr. Gn 15,13
44. Dt 6,21
45. Maggid di Dubno (Setil 1741 - Dubno 1804)
46. Moshe Chaim Luzzato
47. Sal 91,15
48. Sal 116,13
49. Qiddush (prima coppa; cfr. Lc 22,14-18)
50. Targum a Gn 18,12
51. Seconda coppa
52. Es 4,22
53. Terza coppa (cfr. Lc 22.19-20: l'esodo dall'Egitto si compie nell'esodo di Gesù)