Visualizzazione post con etichetta peccato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta peccato. Mostra tutti i post

UN PECCATO COSI’ ORIGINALE. Il pensiero moderno ha provato in tutti i modi ad abbattere un dogma centrale del cristianesimo. Invano

di Maurizio Schoepflin

In una lettera del 7 giugno 1793, indirizzata
al filosofo Johann Friedrich
Herder, Goethe scriveva tra l’altro:
“Kant dopo aver avuto bisogno di una
lunga vita umana per ripulire il suo
mantello filosofico dai numerosi pregiudizi
che l’insudiciavano, lo ha ignominiosamente
imbrattato con la macchia
vergognosa del male radicale affinché
anche i cristiani siano allettati
a baciarne il lembo”. Parole davvero
aspre, che non possono non sorprendere:
uno dei grandi geni dell’umanità
– il celeberrimo creatore di Faust
e di Werther, un autentico monumento
della civiltà germanica – che
lancia un’invettiva davvero sanguinosa
contro uno dei massimi pensatori
di tutti i tempi, il mite e rigoroso Immanuel
Kant, la cui opera rappresenta
uno snodo decisivo nella storia della
filosofia occidentale! Che cosa c’era
in gioco di così drammatico da suscitare
le ire goethiane? Di quale grave
colpa si era macchiato l’autore della
“Critica della ragion pura” tanto da
meritare un’accusa così pesante? Non
v’è dubbio che la materia del contendere
fosse di estrema e complessa
consistenza: si trattava infatti della
questione del peccato originale, che
qualcuno potrebbe essere ancora indotto
a ritenere adatta solamente a
teologi un po’ démodé o a pii seminaristi
di qualche congregazione tradizionalista.
In realtà, il problema del peccato
originale campeggia da venti secoli al
centro della ricerca e del dibattito filosofici
e teologici e il ponderoso volume
“Il peccato originale nel pensiero
moderno”, curato per l’Editrice
Morcelliana da Giuseppe Riconda,
Marco Ravera, Claudio Ciancio e
Gianluca Cuozzo, con le sue quasi novecento
pagine ce lo ricorda con forza.
Novecento pagine che, spaziando da
Cusano e Ficino fino a Dostoevskij e
Nietzsche, cioè dal XV al XIX secolo,
dicono con chiarezza che la modernità
non si è dimenticata minimamente
di Adamo, di Eva e del serpente,
ma anzi li ha posti al cuore delle proprie
riflessioni sull’origine, la condizione
e il destino dell’uomo. Novecento
pagine che ci fanno conoscere un
altro dato molto interessante, ovvero
che del tema del peccato originale si
sono occupati anche molti filosofi non
particolarmente vicini alla fede cristiana
e sicuramente assai lontani dai
dogmi del cattolicesimo: a questo riguardo,
i nomi di Thomas Hobbes, Baruch
Spinoza, Ludwig Feuerbach e
Arthur Schopenhauer risultano sufficientemente
esplicativi. Certo, alcuni
pensatori non soltanto hanno respinto
la verità dogmatica della caduta dei
progenitori come l’ha rivelata la Bibbia,
ma hanno cercato di dimostrarne
l’inconsistenza sotto ogni punto di vista;
ciò che comunque rimane incontrovertibile
è il fatto che tutta l’epoca
moderna, pressoché senza eccezioni,
ha dovuto e voluto fare i conti con
questo difficile argomento. Si consideri
proprio il caso di Kant, forse il più
emblematico di tutti, di quel Kant
che, come si è detto, fece perdere le
staffe nientemeno che a Goethe, e che,
secondo una valutazione unanime,
possiamo considerare il simbolo e la
sintesi della filosofia moderna, nonché
la porta di accesso a quella contemporanea.
Nel 1793, alla soglia dei
settant’anni, il grande pensatore di
Königsberg pubblicò l’opera “La religione
entro i limiti della sola ragione”,
uno scritto di notevole rilevanza
il cui primo capitolo, recante il titolo
“Della coesistenza del principio cattivo
accanto a quello buono nella natura
umana”, è dedicato all’importante
e drammatica questione del male radicale:
secondo Kant, vi è nell’uomo
una tendenza innata e naturale verso
il male, una sorta di corruzione che
spinge l’essere umano ad agire non
solamente in ossequio alla legge morale,
ma anche cercando di soddisfare
i propri impulsi sensibili e i propri desideri
egoistici. Questo male radicale,
che si presenta come la trascrizione filosofica
del biblico peccato originale
e che – afferma Kant – la gente comune
si raffigura con i tratti del diavolo,
è ineliminabile, e l’uomo non ha certo
la possibilità di cancellarlo con le proprie
forze, cosicché l’ estirpazione di
esso ha richiesto l’intervento diretto
di Dio, intervento che si è realizzato
nell’incarnazione e nella venuta sulla
terra di Gesù Cristo. Siamo così giunti
ai limiti stessi della ragione, la quale,
come non è in grado di spiegare l’origine
ultima del male radicale, non è
neppure capace di comprendere un
evento, quale è quello dell’esistenza
del Cristo storico, che la oltrepassa
completamente. Scrive Kant: “La ragione,
nella consapevolezza della sua
impotenza a soddisfare alle sue esigenze
morali, si estende fino a idee
trascendenti, che potrebbero compensare
quella deficienza, senza che la
ragione se le attribuisca come un suo
più esteso possesso. Essa non contesta
né la possibilità, né la realtà degli oggetti
di queste idee, ma solamente non
può assumerle nelle sue massime del
pensare e dell’agire. Anzi essa calcola
che se, nell’insondabile campo del soprannaturale,
v’è tuttavia, oltre ciò
che essa può rendere comprensibile,
ancora qualcosa, che sarebbe necessario
per supplire all’impotenza morale;
questo qualcosa, anche se sconosciuto,
tornerà pertanto di grande aiuto
alla sua buona volontà mediante
una fede, che (riguardo alla sua possibilità)
si potrebbe chiamare riflettente,
poiché la fede dogmatica, che si
spaccia per una scienza, apparisce alla
ragione insincera o presuntuosa”.
Il problema del male radicale viene
legato da Kant a quello della possibilità
della sua soluzione: eloquente,
a questo proposito, è il titolo del
secondo capitolo dell’opera, che suona
“Della lotta del principio buono
con il cattivo per la signoria sull’uomo”.
Il filosofo prussiano è sicuro che
l’uomo può e deve essere in grado di
superare lo scacco del male radicale,
pena il venir meno della stessa attuabilità
dell’imperativo morale: infatti,
se non fosse possibile per l’uomo vincere
la propria malvagità, non si darebbe
vita etica. Comunque, anche
nel caso dell’affrancamento dal male,
Kant ribadisce l’incompetenza della
pura ragione a renderne completamente
conto. Certo è che a ciascuno si
impone l’obbligo di impegnarsi con
tutte le sue forze per far trionfare in
sé la pura moralità; e tale impegno
non potrà mai essere sostituito da alcuna
pratica cultuale, anche se l’uomo
è autorizzato a “sperare che ciò
che non è in suo potere sarà completato
da una cooperazione superiore”.
L’unico vero culto resta per Kant la
retta condotta morale: tutte le altre
espressioni tipiche di una religiosità
esteriore sono da lui considerate forme
di superstizione, o di fantasticheria
o, ancora, di follia religiosa. Come
si può notare, ponendosi di fronte al
terribile mistero del male, Kant appare
per così dire combattuto: le esigenze
della ragione, che egli non intende
eludere, gli fanno prendere le distanze
dalla credenza nel dogma cristiano,
ma, nello stesso tempo, la tragica
e insondabile presenza di un pervertimento
posto alla radice stessa dell’essere
umano lo spinge a riconoscere
i limiti della razionalità che si dimostra
incapace di offrire al riguardo
una spiegazione plausibile. Anche dinanzi
alla figura di Cristo Kant manifesta
un atteggiamento oscillante, che
rimane tale anche al momento di valutarne
l’azione redentrice. Infatti, il
filosofo è preoccupato del fatto che
l’uomo possa attenuare il proprio impegno
etico confidando nell’opera
salvifica di Gesù Cristo, ma nello stesso
tempo non esclude che in Lui Dio
abbia voluto offrire all’umanità un sostegno
soprannaturale nella lotta contro
il male, sostegno senza il quale la
battaglia sembrerebbe perduta in
partenza. Emblematica – si diceva – la
posizione kantiana, e per svariati motivi:
non soltanto per quel suo stare
sul filo del rasoio tra razionalismo e
fede religiosa, ma anche per la coraggiosa
accettazione del limite insito
nella natura stessa dell’essere umano.
L’epoca moderna, che si era aperta
con l’umanistica esaltazione della
libertà e delle capacità dell’uomo e
che con l’illuminismo aveva celebrato
i trionfi della ragione e del progresso,
si conclude con la densa e drammatica
riflessione kantiana in merito
all’esistenza del male radicale che
conduce l’uomo ad autoingannarsi
circa le proprie intenzioni e quindi
alla slealtà verso se stesso e all’ipocrisia
e all’inganno verso gli altri; un male
radicale la cui presenza mette in
grave crisi qualunque edificio speculativo
e del quale, inoltre, resta incomprensibile
l’origine. Certo, l’epoca
moderna non ha sempre e soltanto
intonato un inno alla bontà e alla
grandezza dell’uomo: basti pensare, a
questo proposito, al pessimismo antropologico
di Martin Lutero che, sicuramente,
influenzò lo stesso Kant.
Ma non v’è dubbio che, dal Quattrocento
in poi, la verità del peccato originale
sembrò diventare via via sempre
meno compatibile con una visione
dell’uomo che si ritiene e si percepisce
padrone di sé, arbitro della propria
fortuna, capace di automigliorarsi
e di progredire incessantemente,
soprattutto in virtù delle sue capacità
razionali.
Seguendo questa linea interpretativa,
non meraviglia l’esito ateistico di
una parte considerevole della filosofia
moderna, un esito che, riconducendo
tutta la vita umana entro coordinate
mondane, reinterpreta in maniera
radicale il concetto stesso di peccato,
come ben testimoniano le seguenti
considerazioni di Ludwig Feuerbach,
il celebre filosofo materialista, implacabile
critico della religione e del cristianesimo
in particolare: “Il segreto
del peccato originale è il segreto del
piacere sessuale. Tutti gli uomini sono
concepiti nel peccato per il fatto che
sono stati concepiti con gioia e piacere
dei sensi, cioè naturalmente. L’atto
della generazione, in quanto ricco di
godimento, di godimento sensibile, è
un atto peccaminoso. Il peccato si riproduce
da Adamo fino a noi, solo per
il fatto che la riproduzione è l’atto generativo
naturale. E’ questo allora il
grande segreto del peccato originale
cristiano”. A questo punto, l’idea stessa
di peccato d’origine come viene tramandata
dalla chiesa cattolica è
scomparsa: non vi è più alcun riferimento
a Dio e alla libera disobbedienza
nei suoi confronti; tutto viene ricondotto
all’aldiquà, alla terra e alla natura,
alla dimensione materiale. Di
qui scaturisce pure un nuovo modo di
intendere il concetto e la necessità
della liberazione dell’uomo da ciò che
lo opprime. Non vi è più bisogno di un
liberatore divino e la politica prenderà
il posto della religione: sarà Karl
Marx a portare a pieno compimento
questa sostituzione. A suo giudizio, infatti,
il male non deriva certamente
dal peccato originale, bensì dall’ingiustizia
sociale: toccherà dunque alla
prassi rivoluzionaria affrancare l’umanità
dalla sua cattiveria e dalle sue
sofferenze, che – giova ripeterlo – secondo
il padre del comunismo non
provengono da un evento soprannaturale,
ma hanno un’origine umana e,
più precisamente, economico-sociale.
L’origine umana, troppo umana si vorrebbe
dire, riecheggiando il celebre
titolo di una sua opera, del peccato
originale viene ribadita da Friedrich
Nietzsche, sebbene secondo una prospettiva
assai diversa da quella
marxiana. A giudizio del filosofo dello
“Zarathustra”, sono proprio la religione
e la morale da essa derivante
l’autentico peccato originale: il compito
che dunque si prospetta è quello di
demolire, per quanto possibile, le cosiddette
verità religiose, autentica
causa di molti mali dell’uomo. Le
complesse dottrine nietzscheane del
“superuomo” e dell’ “eterno ritorno”
possono essere interpretate come l’indicazione
di due vie complementari
di liberazione dal male e dal dolore,
non tanto attraverso una loro impossibile
soppressione, quanto mediante
un’accettazione coraggiosa e vitale di
essi, rifiutando la fede e l’etica cristiana,
che rendono l’uomo sempre
più timoroso, sempre più remissivo,
sempre più schiavo. Di disponibilità a
sopportare il dolore si può parlare
anche a proposito di Dostoevskij, ma
facendo le dovute distinzioni, come
ricordano Giuseppe Riconda e Marco
Ravera: “Per Nietzsche l’accettazione
della sofferenza nell’abbraccio del
mondo dell’eterno ritorno è la redenzione,
per Dostoevskij l’accettazione
della sofferenza è il primo gradino di
una redenzione che si raggiunge solo
con la purificazione e l’espiazione, e
infine con la conversione, che mira a
togliere il peccato e le sue conseguenze;
per Nietzsche la redenzione è momento
ultimo di un’umanità che si autotrasfigura,
per Dostoevskij è il risultato
di un’azione divina cui l’uomo
può partecipare solo nel riconoscimento
umile della propria colpa: non
l’accettazione di un eterno ritorno del
bene e del male, del dolore e della
gioia, ma il trionfo del bene e della felicità
per grazia divina e per l’azione
del Cristo, per quanto incomprensibile
per noi possa essere come ciò avvenga”.
Qui sta la differenza decisiva: da
una parte, senza fare riferimento a
Dio l’origine del male resta completamente
sconosciuta, dall’altra, non facendo
affidamento sull’opera salvifica
di Gesù Cristo, si dilegua ogni speranza
di opporsi a esso e di vincerlo, perché
risulta evidente che uno sforzo
puramente umano in questa direzione
finisce sempre per rivelarsi una triste
illusione, figlia della superbia. Il pensiero
moderno di ispirazione cristiana,
e più specificamente cattolica, ha
costantemente insistito su questo punto,
proponendo concezioni che, nel rispetto
della rivelazione biblica e dei
dogmi della chiesa, hanno perseguito
un non facile equilibrio tra le esigenze
della ragione e della fede, della libertà
e della grazia, quell’equilibrio
che rimane sconosciuto sia ai pessimisti
che agli ottimisti che, come sosteneva
Blaise Pascal, non sanno attentamente
valutare la condizione paradossale
e contraddittoria dell’uomo. Scrive
l’autore dei “Pensieri”, facendo
parlare la Sapienza divina: “Io ho
creato l’uomo santo, innocente, perfetto;
io l’ho colmato di luce e di intelligenza;
gli ho comunicato la mia gloria
e le mie meraviglie… ma non ha potuto
sostenere tanta gloria senza cadere
nella presunzione. Ha voluto rendersi
centro di se stesso e indipendente dal
mio soccorso. Si è sottratto al mio dominio;
e uguagliandosi a me con il desiderio
di trovare la sua felicità in se
stesso, io l’ho abbandonato a se stesso”.
La negazione del peccato originale
rende del tutto incomprensibili le
vicende dell’umanità, come il misconoscimento
dell’intervento redentivo
di Gesù Cristo vanifica completamente
ogni speranza di salvezza.
Ne era profondamente convinto il
beato Antonio Rosmini che, nello
scritto “Il razionalismo teologico”, ebbe
ad affermare: “Ed ella è cosa pur
indubitata essere il dogma del peccato
fondamento di tutto il Cristianesimo.
Distrutto quel dogma è resa inutile
la redenzione di Gesù Cristo o certo
ella cessa di essere redenzione.
Quindi è tolta la cagion massima dell’Incarnazione
del Verbo. Per tali gradi
si perviene alla distruzione del Cristianesimo,
all’abolizione di tutto l’ordine
soprannaturale, allo stabilimento
del perfetto razionalismo”.

Il Foglio 5 dic. 2009

Il Card Ratzinger spiega l'importanza della dottrina sul peccato originale in un'intervista a Vittorio Messori

Se non si capisce più che l'uomo è in uno stato di alienazione non solo economica e sociale (dunque un'alienazione non risolvibile con i suoi soli sforzi), non si capisce più la necessità del Cristo redentore. Tutta la struttura della fede è così minacciata. L'incapacità di capire e presentare il "peccato originale" è davvero uno dei problemi più gravi della teologia e della pastorale attuali... In un'ipotesi evoluzionistica del mondo (quella alla quale in teologia corrisponde un certo "theilardismo") non c'è ovviamente posto per alcun "peccato originale". Questo, al massimo, non è che un'espressione simbolica, mitica, per indicare le mancanze naturali di una creatura come l'uomo che, da origini imperfettissime, va verso la perfezione, va verso la sua realizzazione completa. Accettare questa visione significa però rovesciare la struttura del cristianesimo: Cristo è trasferito dal passato al futuro; redenzione significa semplicemente camminare verso l'avvenire come necessaria evoluzione verso il meglio. L'uomo non è che un prodotto non ancora del tutto perfezionato dal tempo, non c'è stata una "redenzione" perché non c'era nessun peccato cui riparare ma solo una mancanza che, ripeto, sarebbe naturale. Eppure, queste difficoltà di origine più o meno "scientifica" non sono ancora la radice della odierna crisi del "peccato originale". Questa crisi non è che un sintomo della nostra difficoltà profonda di scorgere la realtà di noi stessi, del mondo, di Dio. Non bastano di certo, qui, le discussioni con le scienze naturali, come ad esempio la paleontologia, anche se questo tipo di confronto è necessario. Dobbiamo essere consapevoli che siamo di fronte anche a delle precomprensioni e a delle predecisioni di carattere filosofico...Questa verità cristiana ha un aspetto di mistero ma anche un aspetto di evidenza. L'evidenza: una visione lucida, realistica dell'uomo e della storia non può non scoprirne l'alienazione, non può non rivelare che c'è una rottura delle relazioni: dell'uomo con se stesso, con gli altri, con Dio. Ora, poiché l'uomo è per eccellenza l'essere-in-relazione, una simile rottura raggiunge le radici, si ripercuote su tutto. Il mistero: se non siamo in grado di penetrare sino in fondo realtà e conseguenze del peccato originale, è proprio perché esso esiste, perché lo sfasamento è ontologico, sbilancia, confonde in noi la logica della natura, ci impedisce di capire come una colpa all'origine della storia possa coinvolgere in una situazione di peccato comune...La narrazione della Sacra Scrittura sulle origini non parla alla maniera storiografica moderna ma parla attraverso le immagini. È una narrazione che rivela e nasconde allo stesso tempo. Ma gli elementi fondanti sono ragionevoli e la realtà del dogma va in ogni caso salvaguardata. Il cristiano non farebbe abbastanza per i fratelli se non annunciasse il Cristo che porta la redenzione innanzitutto dal peccato; se non annunciasse la realtà dell'alienazione (la "caduta") e al contempo la realtà della Grazia che ci redime, ci libera; se non annunciasse che per ricostruire la nostra essenza originaria c'è bisogno di un aiuto al di fuori di noi; se non annunciasse che l'insistenza sull'auto-realizzazione, sull'autoredenzione non porta alla salvezza ma alla distruzione. Se non annunciasse, infine, che per essere salvati occorre abbandonarsi all'Amore"


Peccato originale: dall’intervista di V.Messori al card. J.Ratzinger, in Rapporto sulla fede

LA CADUTA. Catechismo della Chiesa Cattolica

PARTE PRIMA
LA PROFESSIONE DELLA FEDE

SEZIONE SECONDA:
LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

CAPITOLO PRIMO
IO CREDO IN DIO PADRE

ARTICOLO 1
«IO CREDO IN DIO, PADRE ONNIPOTENTE,
CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA»

Paragrafo 7
LA CADUTA

385 Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia nessuno sfugge all'esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura – che appaiono legati ai limiti propri delle creature – e soprattutto al problema del male morale. Da dove viene il male? « Quaerebam unde malum et non erat exitus – Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta », dice sant'Agostino, 501 e la sua sofferta ricerca non troverà sbocco che nella conversione al Dio vivente. Infatti « il mistero dell'iniquità » (2 Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del mistero della pietà. 502 La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia. 503 Dobbiamo, dunque, affrontare la questione dell'origine del male, tenendo fisso lo sguardo della nostra fede su colui che, solo, ne è il vincitore. 504

I. «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»

La realtà del peccato

386 Nella storia dell'uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzi tutto riconoscere il profondo legame dell'uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell'uomo e sulla storia.

387 La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l'inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull'uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente.

Il peccato originale - una verità essenziale della fede

388 Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il popolo di Dio dell'Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. 505 Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere « il mondo quanto al peccato » (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, « il rovescio » della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, 506 ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.

Per leggere il racconto della caduta

390 Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. 507 La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori. 508

II. La caduta degli angeli

391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. 510 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. 511 La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. « Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi ». 512

392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. 513 Tale « caduta » consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: « Diventerete come Dio » (Gn 3,5). « Il diavolo è peccatore fin dal principio » (1 Gv 3,8), « padre della menzogna » (Gv 8,44).

393 A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. « Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte ». 514

394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama « omicida fin dal principio » (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. 515 « Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo » (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

III. Il peccato originale

La prova della libertà

396 Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, « perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti » (Gn 2,17). « L'albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.

Il primo peccato dell'uomo

397 L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore 516 e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. 517 In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.

398 Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente « divinizzato » da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare « come Dio » (Gn 3,5), ma « senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio ». 518

399 La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. 519 Hanno paura di quel Dio 520 di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. 521

400 L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; 522 l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; 523 i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. 524 L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo. 525 A causa dell'uomo, la creazione è soggetta alla schiavitù della corruzione. 526 Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza 527 si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. 528 La morte entra nella storia dell'umanità. 529

401 Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera « invasione » del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; 530 la corruzione universale quale conseguenza del peccato; 531 nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi. 532 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo:

« Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create ». 533

Conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità

402 Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: « Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori » (Rm 5,19); « Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... » (Rm 5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: « Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita » (Rm 5,18).

403 Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini, la loro inclinazione al male e l'ineluttabilità della morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è « morte dell'anima ». 534 Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali. 535

404 In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo « sicut unum corpus unius hominis – come un unico corpo di un unico uomo ». 536 Per questa « unità del genere umano » tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutto il genere umano: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. 537 Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato « peccato » in modo analogico: è un peccato « contratto » e non « commesso », uno stato e non un atto.

405 Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, 538 in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata « concupiscenza »). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

406 La dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male (« concupiscentia »), che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Orange nel 529 539 e nel Concilio di Trento nel 1546. 540

Un duro combattimento

407 La dottrina sul peccato originale – connessa strettamente con quella della redenzione operata da Cristo – offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta « la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo ». 541 Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale 542 e dei costumi.

408 Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: « il peccato del mondo » (Gv 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini. 543

409 La drammatica condizione del mondo che « giace » tutto « sotto il potere del maligno » (1 Gv 5,19) 544 fa della vita dell'uomo una lotta:

« Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio ». 545

IV. «Tu non l'hai abbandonato in potere della morte»

410 Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama, 546 e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta. 547 Questo passo della Genesi è stato chiamato « protovangelo », poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.

411 La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del « nuovo Adamo », 548 che, con la sua obbedienza « fino alla morte di croce » (Fil 2,8), ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo. 549 Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel « protovangelo » la Madre di Cristo, Maria, come « nuova Eva ». Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia di peccato originale 550 e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato. 51

412 Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: « L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati ». 552 E san Tommaso d'Aquino: « Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). Perciò nella benedizione del cero pasquale si dice: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!" ». 553

In sintesi

413 « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi [...]. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo » (Sap 1,13; 2,24).

414 Satana o il diavolo e gli altri demoni sono angeli decaduti per avere liberamente rifiutato di servire Dio e il suo disegno. La loro scelta contro Dio è definitiva. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio.

415 « Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio ». 554

416 Per il suo peccato, Adamo, in quanto primo uomo, ha perso la santità e la giustizia originali che aveva ricevuto da Dio non soltanto per sé, ma per tutti gli esseri umani.

417 Adamo ed Eva hanno trasmesso alla loro discendenza la natura umana ferita dal loro primo peccato, privata, quindi, della santità e della giustizia originali. Questa privazione è chiamata « peccato originale ».

418 In conseguenza del peccato originale, la natura umana è indebolita nelle sue forze, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte, e inclinata al peccato (inclinazione che è chiamata « concupiscenza »).

419 « Noi dunque riteniamo, con il Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, "non per imitazione ma per propagazione", e che perciò è "proprio a ciascuno" ». 555

420 La vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto: « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20).

421 Secondo la fede dei cristiani, questo mondo è stato « creato » ed è « conservato nell'esistenza dall'amore del Creatore »; questo mondo è « certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del maligno... ». 556


(501) Sant'Agostino, Confessiones, 7, 7, 11: CCL 27, 99 (PL 32, 739).

(502) Cf 1 Tm 3,16.

(503) Cf Rm 5,20.

(504) Cf Lc 11,21-22; Gv 16,11; 1 Gv 3,8.

(505) Cf Rm 5,12-21.

(506) Cf 1 Cor 2,16.

(507) Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1034-1035.

(508) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS 1513; Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DS 3897; Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio di alcuni teologi e scienziati sul mistero del peccato originale (11 luglio 1966): AAS 58 (1966) 649-655.

(509) Cf Gn 3,1-5.

(510) Cf Sap 2,24.

(511) Cf Gv 8,44; Ap 12,9.

(512) Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 1, De fide catholica: DS 800.

(513) Cf 2 Pt 2,4.

(514) San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 18 [De fide orthodoxa 2, 4]: PTS 12, 50 (PG 94, 877).

(515) Cf Mt 4,1-11.

(516) Cf Gn 3,1-11.

(517) Cf Rm 5,19.

(518) San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber: PG 91, 1156.

(519) Cf Rm 3,23.

(520) Cf Gn 3,9-10.

(521) Cf Gn 3,5.

(522) Cf Gn 3,7.

(523) Cf Gn 3,11-13.

(524) Cf Gn 3,16.

(525) Cf Gn 3,17.19.

(526) Cf Rm 8,20.

(527) Cf Gn 2,17.

(528) Cf Gn 3,19.

(529) Cf Rm 5,12.

(530) Cf Gn 4,3-15.

(531) Cf Gn 6,5.12; Rm 1,18-32.

(532) Cf 1 Cor 1-6; Ap 2-3.

(533) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1035.

(534) Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 2: DS 1512.

(535) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 4: DS 1514.

(536) San Tommaso d'Aquino, Quaestiones disputatae de malo, 4, 1, c.: Ed. Leon. 23, 105.

(537) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canoni 1-2: DS 1511-1512.

(538) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS 1513.

(539) Cf Concilio di Orange II, Canoni 1-2: DS 371-372.

(540) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali: DS 1510-1516.

(541) Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS 1511; cf Eb 2,14.

(542) Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 25: AAS 83 (1991) 823-824.

(543) Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16: AAS 77 (1985) 213-217.

(544) Cf 1 Pt 5,8.

(545) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 37: AAS 58 (1966) 1055.

(546) Cf Gn 3,9.

(547) Cf Gn 3,15.

(548) Cf 1 Cor 15,21-22.45.

(549) Cf Rm 5,19-20.

(550) Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS 2803.

556) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 23: DS 1573.

(552) San Leone Magno, Sermo 73, 4: CCL 88A, 453 (PL 54, 151).

(553) San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 1, a. 3, ad 3: Ed. Leon. 11, 14; le parole qui riportate da san Tommaso vengono cantate nel preconio pasquale dell'« Exsultet ».

(554) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1034-1035.

(555) Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 16: AAS 60 (1968) 439.

(556) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 2: AAS 58 (1966) 1026.