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Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Resurrezione di Cristo




IL TERZO GIORNO RISUSCITO' DAI MORTI

638 “Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù” (⇒ At 13,32-33). La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce:

Cristo è risuscitato dai morti.

Con la sua morte ha vinto la morte,

Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].

I. L'avvenimento storico e trascendente

639 Il mistero della Risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l'anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (⇒ 1Cor 15,3-4). L'Apostolo parla qui della tradizione viva della Risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [Cf ⇒ At 9,3-18 ].

Il sepolcro vuoto

640 “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (⇒ Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di Pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L'assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Cf ⇒ Gv 20,13; 640 ⇒ Mt 28,11-15 ]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell'evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, [Cf ⇒ Lc 24,3; ⇒ Lc 24,22-23 ] poi di Pietro [Cf ⇒ Lc 24,12 ]. “Il discepolo... che Gesù amava” (⇒ Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo “le bende per terra” (⇒ Gv 20,6), “vide e credette” (⇒ Gv 20,8). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, [Cf ⇒ Gv 20,5-7 ] che l'assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Cf ⇒ Gv 11,44 ].

Le apparizioni del Risorto

641 Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l'imbalsamazione del Corpo di Gesù, [Cf ⇒ Mc 16,1; ⇒ Lc 24,1 ] sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Cf ⇒ Gv 19,31; ⇒ Gv 19,42 ] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Cf ⇒ Mt 28,9-10; 641 ⇒ Gv 20,11-18 ]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Cf ⇒ Lc 24,9-10 ]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [Cf ⇒ 1Cor 15,5 ]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, [Cf ⇒ Lc 22,31-32 ] vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (⇒ Lc 24,34).

642 Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli - e Pietro in modo del tutto particolare - nella costruzione dell'era nuova che ha inizio con il mattino di Pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi testimoni della Risurrezione di Cristo [Cf ⇒ At 1,22 ] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [Cf ⇒ 1Cor 15,4-8 ].

643 Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la Risurrezione di Cristo al di fuori dell'ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Cf ⇒ Lc 22,31-32 ]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti [Avevano il “volto triste”: ⇒ Lc 24,17 ] e spaventati, [Cf ⇒ Gv 20,19 ] perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento” (⇒ Lc 24,11) [ Cf ⇒ Mc 16,11; ⇒ Mc 16,13 ]. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera “per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (⇒ Mc 16,14).

644 Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Cf ⇒ Lc 24,38 ] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Cf ⇒ Lc 24,39 ]. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” (⇒ Lc 24,41). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Cf ⇒ Gv 20,24-27 ] e, quando vi fu l'ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, “alcuni. . . dubitavano” (⇒ Mt 28,17). Per questo l'ipotesi secondo cui la Risurrezione sarebbe stata un “prodotto” della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata - sotto l'azione della grazia divina - dall'esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto.

Lo stato dell'umanità di Cristo risuscitata

645 Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Cf ⇒ Lc 24,39; 645 ⇒ Gv 20,27 ] e la condivisione del pasto [Cf ⇒ Lc 24,30; 645 ⇒ Lc 24,41-43; ⇒ Gv 21,9; ⇒ Gv 21,13-15 ]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, [Cf ⇒ Lc 24,39 ] ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Cf ⇒ Lc 24,40; 645 ⇒ Gv 20,20; ⇒ Gv 20,27 ]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, [Cf ⇒ Mt 28,9; ⇒ Mt 28,16-17; ⇒ Lc 24,15; 645 ⇒ Lc 24,36; ⇒ Gv 20,14; ⇒ Gv 20,19; ⇒ Gv 20,26; ⇒ Gv 21,4 ] poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Cf ⇒ Gv 20,17 ]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l'aspetto di un giardiniere [Cf ⇒ Gv 20,14-15 ] o sotto altre sembianze, [Cf ⇒ Mc 16,12 ] che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Cf ⇒ Gv 20,14; ⇒ Gv 20,16; 645 ⇒ Gv 21,4; ⇒ Gv 20,7 ].

646 La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è “l'uomo celeste” [Cf ⇒ 1Cor 15,35-50 ].

La Risurrezione come evento trascendente

647 “O notte - canta l'“Exultet” di Pasqua - tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell'avvenimento stesso della Risurrezione e nessun evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un'altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la Risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, al cuore del Mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, [Cf ⇒ Gv 14,22 ] “a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme”, i quali “ora sono i suoi testimoni davanti al popolo” (⇒ At 13,31).

II. La Risurrezione - opera della Santissima Trinità

648 La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che “ha risuscitato” (⇒ At 2,24) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti” (⇒ Rm 1,3-4). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Cf ⇒ Rm 6,4; ⇒ 2Cor 13,4; ⇒ Fil 3,10; ⇒ Ef 1,19-22; 648 ⇒ Eb 7,16 ] per l'opera dello Spirito che ha vivificato l'umanità morta di Gesù e l'ha chiamata allo stato glorioso di Signore.

649 Quanto al Figlio, egli opera la sua propria Risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell'uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Cf ⇒ Mc 8,31; ⇒ Mc 9,9-31; 649 ⇒ Mc 10,34 ]. Altrove afferma esplicitamente: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla. . . ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla” (⇒ Gv 10,17-18). “Noi crediamo. . . che Gesù è morto e risuscitato” (⇒ 1Ts 4,14).

650 I Padri contemplano la Risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: “Per l'unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell'uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la Risurrezione per l'unione delle due parti separate” [San Gregorio di Nissa, In Christi resurrectionem, 1: PG 46, 617B; cf anche “Statuta Ecclesiae Antiqua”: Denz. -Schönm., 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistolae: ibid. , 359; Ormisda, Lettera Inter ea quae: ibid. , 369; Concilio di Toledo XI: ibid., 539].

III. Senso e portata salvifica della Risurrezione

651 “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede” (⇒ 1Cor 15,14). La Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

652 La Risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell'Antico Testamento [Cf ⇒ Lc 24,26-27; ⇒ Lc 24,44-48 ] e di Gesù stesso durante la sua vita terrena [Cf ⇒ Mt 28,6; ⇒ Mc 16,7; ⇒ Lc 24,6-7 ]. L'espressione “secondo le Scritture” (⇒ 1Cor 15,3-4 e Simbolo di Nicea-Costantinopoli) indica che la Risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.

653 La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua Risurrezione. Egli aveva detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono” (⇒ Gv 8,28). La Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente “Io Sono”, il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: “La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi. . . risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: "Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato"” (⇒ At 13,32-33) [Cf ⇒ Sal 2,7 ]. La Risurrezione di Cristo è strettamente legata al Mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.

654 Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio [Cf ⇒ Rm 4,25 ] “perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (⇒ Rm 6,4). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia [Cf ⇒ Ef 2,4-5; ⇒ 1Pt 1,3 ]. Essa compie l'adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: “Andate ad annunziare ai miei fratelli” (⇒ Mt 28,10; ⇒ Gv 20,17). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione.

655 Infine, la Risurrezione di Cristo - e lo stesso Cristo risorto - è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. . . ; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (⇒ 1Cor 15,20-22). Nell'attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano “le meraviglie del mondo futuro” (⇒ Eb 6,5) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: [Cf ⇒ Col 3,1-3 ] “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (⇒ 2Cor 5,15).

IN SINTESI

656 La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell'umanità di Cristo nella gloria di Dio.

657 La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all'incontro con il Risorto.

658 Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (⇒ Col 1,18), è il principio della nostra Risurrezione, fin d'ora per la giustificazione della nostra anima , [Cf ⇒ Rm 6,4 ] più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Cf ⇒ Rm 8,11 ].




Ratzinger - Benedetto XVI. Pasqua, riconoscere l’azione vivificatrice di Cristo risorto negli eventi della storia e della propria vita quotidiana




CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle!

"Et resurrexit tertia die secundum Scripturas – il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture".

Ogni domenica, con il Credo, rinnoviamo la nostra professione di fede nella risurrezione di Cristo, evento sorprendente che costituisce la chiave di volta del cristianesimo. Nella Chiesa tutto si comprende a partire da questo grande mistero, che ha cambiato il corso della storia e che si rende attuale in ogni celebrazione eucaristica.

Esiste però un tempo liturgico in cui questa realtà centrale della fede cristiana, nella sua ricchezza dottrinale e inesauribile vitalità, viene proposta ai fedeli in modo più intenso, perché sempre più la riscoprano e più fedelmente la vivano: è il tempo pasquale. Ogni anno, nel "Santissimo Triduo del Cristo crocifisso, morto e risorto", come lo chiama sant’Agostino, la Chiesa ripercorre, in un clima di preghiera e di penitenza, le tappe conclusive della vita terrena di Gesù: la sua condanna a morte, la salita al Calvario portando la croce, il suo sacrificio per la nostra salvezza, la sua deposizione nel sepolcro. Il "terzo giorno", poi, la Chiesa rivive la sua risurrezione: è la Pasqua, passaggio di Gesù dalla morte alla vita, in cui si compiono in pienezza le antiche profezie. Tutta la liturgia del tempo pasquale canta la certezza e la gioia della risurrezione del Cristo.

Cari fratelli e sorelle, dobbiamo costantemente rinnovare la nostra adesione al Cristo morto e risorto per noi: la sua Pasqua è anche la nostra Pasqua, perché nel Cristo risorto ci è data la certezza della nostra risurrezione. La notizia della sua risurrezione dai morti non invecchia e Gesù è sempre vivo; e vivo è il suo Vangelo.

"La fede dei cristiani – osserva sant’Agostino – è la risurrezione di Cristo". Gli Atti degli Apostoli lo spiegano chiaramente: "Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù risuscitandolo da morte" (17,31). Non era infatti sufficiente la morte per dimostrare che Gesù è veramente il Figlio di Dio, l’atteso Messia. Nel corso della storia quanti hanno consacrato la loro vita a una causa ritenuta giusta e sono morti! E morti sono rimasti. La morte del Signore dimostra l’immenso amore con cui Egli ci ha amati sino a sacrificarsi per noi; ma solo la sua risurrezione è "prova sicura", è certezza che quanto Egli afferma è verità che vale anche per noi, per tutti i tempi. Risuscitandolo, il Padre lo ha glorificato. San Paolo così scrive nella Lettera ai Romani: "Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti sarai salvo" (10,9).

E’ importante ribadire questa verità fondamentale della nostra fede, la cui verità storica è ampiamente documentata, anche se oggi, come in passato, non manca chi in modi diversi la pone in dubbio o addirittura la nega. L’affievolirsi della fede nella risurrezione di Gesù rende di conseguenza debole la testimonianza dei credenti. Se infatti viene meno nella Chiesa la fede nella risurrezione, tutto si ferma, tutto si sfalda. Al contrario, l’adesione del cuore e della mente a Cristo morto e risuscitato cambia la vita e illumina l’intera esistenza delle persone e dei popoli.

Non è forse la certezza che Cristo è risorto a imprimere coraggio, audacia profetica e perseveranza ai martiri di ogni epoca? Non è l’incontro con Gesù vivo a convertire e ad affascinare tanti uomini e donne, che fin dagli inizi del cristianesimo continuano a lasciare tutto per seguirlo e mettere la propria vita a servizio del Vangelo? "Se Cristo non è risuscitato, diceva l’apostolo Paolo, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede" (1 Cor 15, 14). Ma è risuscitato!

L’annuncio che in questi giorni riascoltiamo costantemente è proprio questo: Gesù è risorto, è il Vivente e noi lo possiamo incontrare. Come lo incontrarono le donne che, al mattino del terzo giorno, il giorno dopo il sabato, si erano recate al sepolcro; come lo incontrarono i discepoli, sorpresi e sconvolti da quanto avevano riferito loro le donne; come lo incontrarono tanti altri testimoni nei giorni che seguirono la sua risurrezione. E, anche dopo la sua Ascensione, Gesù ha continuato a restare presente tra i suoi amici come del resto aveva promesso: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

Il Signore è con noi, con la sua Chiesa, fino alla fine dei tempi. Illuminati dallo Spirito Santo, i membri della Chiesa primitiva hanno incominciato a proclamare l’annuncio pasquale apertamente e senza paura. E quest’annuncio, tramandatosi di generazione in generazione, è giunto sino a noi e risuona ogni anno a Pasqua con potenza sempre nuova.

Specialmente in quest’Ottava di Pasqua la liturgia ci invita ad incontrare personalmente il Risorto e a riconoscerne l’azione vivificatrice negli eventi della storia e del nostro vivere quotidiano. Oggi mercoledì, ad esempio, ci viene riproposto l’episodio commovente dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35).

Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro di ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme; fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli: "Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti… Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,25 -26). Cominciando poi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

L’insegnamento di Cristo – la spiegazione delle profezie – fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante. Gesù dava una nuova chiave di lettura della Bibbia e tutto appariva adesso chiaro, orientato proprio verso questo momento. Conquistati dalle parole dello sconosciuto viandante, gli chiesero di fermarsi a cena con loro. Ed Egli accettò e si mise a tavola con loro. Riferisce l’evangelista Luca: "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" (Lc 24,29-30). E fu proprio in quel momento che si aprirono gli occhi dei due discepoli e lo riconobbero, "ma lui sparì dallo loro vista" (Lc 24,31). Ed essi, pieni di stupore e di gioia, commentarono: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (Lc 24,32).

In tutto l’anno liturgico, particolarmente nella Settimana Santa e nella Settimana di Pasqua, il Signore è in cammino con noi e ci spiega le Scritture, ci fa capire questo mistero: tutto parla di Lui. E questo dovrebbe far ardere anche i nostri cuori, così che possano aprirsi anche i nostri occhi. Il Signore è con noi, ci mostra la vera via. Come i due discepoli riconobbero Gesù nello spezzare il pane, così oggi, nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo la sua presenza.

I discepoli di Emmaus lo riconobbero e si ricordarono dei momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane. E questo spezzare il pane ci fa pensare proprio alla prima Eucaristia celebrata nel contesto dell’Ultima Cena, dove Gesù spezzò il pane e così anticipò la sua morte e la sua risurrezione, dando se stesso ai discepoli. Gesù spezza il pane anche con noi e per noi, si fa presente con noi nella Santa Eucaristia, ci dona se stesso e apre i nostri cuori.

Nella Santa Eucaristia, nell’incontro con la sua Parola, possiamo anche noi incontrare e conoscere Gesù, in questa duplice Mensa della Parola e del Pane e del Vino consacrati. Ogni domenica la comunità rivive così la Pasqua del Signore e raccoglie dal Salvatore il suo testamento di amore e di servizio fraterno. Cari fratelli e sorelle, la gioia di questi giorni renda ancor più salda la nostra fedele adesione a Cristo crocifisso e risorto. Soprattutto, lasciamoci conquistare dal fascino della sua risurrezione. Ci aiuti Maria ad essere messaggeri della luce e della gioia della Pasqua per tanti nostri fratelli. Ancora a tutti voi cordiali auguri di Buona Pasqua.

SABATO SANTO, VEGLIA PASQUALE, DOMENICA DI PASQUA (anno A)



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Surrexit Dominus de sepulchro qui pro nobis pependit in ligno.
Christus Resurrexit sicut dixit. Alleluia!

Christos Anesti! Alithos Anesti!


Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

Una tomba. Un corpo esanime, colpito, deturpato, perdute anche le sembianze umane. Un corpo schiacciato da ogni peccato - proviamo a contarli... - di ogni uomo, dall'inizio alla fine del mondo. Un cadavere, trafitto, tradito. Una morte ingiusta, una sentenza iniqua, l'ingiustizia trionfante. Una tomba, simulacro d'ogni nostra tomba, d'ogni ingiustizia, quelle che abbiamo subito, quelle che abbiamo inferto. Una tomba, e una pietra dove s'infrangono speranze, desideri, progetti. Una pietra a spegnere la vita. E la domanda, il sibilo sinistro del dubbio, dell'angoscia, dello struggimento. Perchè? E' la parola che bussa, prepotente, alle soglie di questa Notte, la Notte delle Notti. Scartabelliamo i ricordi, frughiamo tra le possibilità, cerchiamo risposte umane e divine e ci ritroviamo al punto di partenza. Non v'è risposta. La morte, qualunque morte, non ha risposta. In quel corpo senza vita ci sembrano riunirsi tutte le angoscie, tutti i fallimenti, tutte le paure, tutte le morti di questo mondo. Soprattutto, come in uno specchio, incontriamo i nostri cuori aggrappati alla vita eppure gravidi di terrore. Gli errori, i peccati, le distrazioni, la superficialità, le fughe.

E' Sabato Santo oggi, e la Chiesa tace. Per l'unico giorno dell'anno. E' il silenzio del sepolcro. Il nostro silenzio, attonito e stordito. Siamo proni oggi, dinnanzi ad una lapide. Stanchi anche di cercar risposte, stanchi forse, anche di sperare. Siamo, oggi, sepolti anche noi nella terra, in questo mondo che ha voltato le spalle a Dio. Ne gustiamo l'amarezza, il vuoto terribile d'una tomba oscura, chiusa dietro ad una pietra.
Siamo qui, in ginocchio. Nulla possiamo fare, nulla possiamo dire, se non uno sguardo interrogante a fissare quella pietra. Pesante. Massiccia. Irremovibile.

Ma nel silenzio ecco risuonarci un'altra domanda, come un grido a spezzare le sbarre della disperazione. "Chi ci rotolerà la pietra?". Un briciolo di speranza, un granello sfuggito alla devastazione della morte. Siamo distrutti, provati, senza forza alcuna. Eppure quella pietra sembra fissarci, e sfidarci.

E' lungo questo sabato, per alcuni dura una vita. E' stretto e angusto, e ci accorgiamo, nel silenzio e nell'angoscia, che non è per questo sabato che siamo venuti al mondo. Per lo meno, non solo per questo sabato. Il "perchè?" ripetuto all'infinito ci sgorga da dentro, sbatte sulla pietra e ci rimbalza contro. Qualcosa non quadra.
L'amore, le nozze, lo studio, il lavoro, i giochi, le vacanze, gli amici, le gravidanze, i parti, le gioie e i dolori che percorrono le nostre vite non riescono proprio ad adeguarsi a questo sabato. No, non può essere definitivo.

Sì, ora sembra guardarci quella pietra, sembra chiamarci. Gli occhi umidi e stanchi di troppe lacrime non possono sbagliarsi.
Ci attira, ci seduce, ci desidera. E' una pietra, ma sembra viva, ora.
Albeggia, guardiamo in su, ed è apparsa la stella del mattino. Allora, sta scivolando via questo sabato! Allora era vero, non siamo nati per spegnerci in una notte.

C'è una luce strana ora, mai vista. Fissiamo meglio, e la pietra dov'è? Ma sì, certo che era viva, s'è mossa infatti, rotolata via. E la tomba è spalancata, luminosa. Ci accostiamo, è vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte son lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma lui, Lui, e tutti noi sepolti nella tristezza e nell'angoscia, dove siamo? Dov'è Lui? Dov'è la morte?

Una voce, qualcuno, qualcosa ci sussurra parole strane. "Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!". Che vuol dire tutto questo, che significa? Sorpresi, stonati come pugili al tappeto, una gioia straripante mista a dubbi ci tempestano il cuore, e quella domanda che ritorna prepotente, quel "perchè?" che neanche ora ci abbandona.

Ma quelle parole, "E' risorto! Non è qui!", ci hanno sconvolto, afferrato, e non ci lasciano. Che fare ora che il sabato è volato via, che questa luce infinita ci avvolge e ci sospinge. "In Galilea!". Ecco che fare, andare in Galilea. E dov'è la Galilea, e che cos'è la Galilea? Ma sì, certo, è lì dove Lui ci ha incontrati. E' lì dove è venuto a cercarci. Dove ci ha perdonati, chiamati, amati. E' la nostra vita, la nostra povera storia di tutti i giorni, di tutte le ore. E' esattamente il luogo dove ci ha sorpreso la morte, dove avevamo smarrito speranze e risposte.

La Galilea è lì dove il "perchè?" non ha smesso un secondo di risuonarci dentro. In Galilea è la risposta. La Galilea è dove Cristo, risuscitato e vittorioso sulla morte e sul peccato, ci ha dato appuntamento.

La risposta è Lui dunque, una persona viva. Un amore vivo. La risposta, l'unica, che non appartiene a nessun criterio, a nessuna intelligenza, la risposta nascosta perfino agli angeli, è uno sguardo d'amore e di compassione. Lo sguardo di Cristo risuscitato dai morti che colma ogni vuoto, lenisce ogni ferita, asciuga ogni lacrima. Lo sguardo di Cristo che attraversa spazio e tempo e incontra, in questa Pasqua, il nostro sguardo impaurito, proprio dove siamo.

La risposta non è una risposta, è Cristo. La risposta si guarda, molto prima di pensarla e capirla. E' in questa notte, è per gli occhi di chi, dopo averne tanto sentito parlare di Lui, finalmente lo guardano. Lo fissano. E ne restano trafitti. La risposta è sperimentare, oggi, e ogni istante, il suo amore infinito, l'unico capace di rotolare la pietra del dolore e cancellare, dal cuore, il "perchè?" che ci uccide. Il Suo amore, misterioso, eppure così vero, reale, concreto. Infinito, eterno. Il Suo amore, la Vita eterna per la quale siamo nati.

Che Dio ci conceda l'incontro con questo amore, in questa Notte Santa. Buona Pasqua.



GIOVEDI'' SANTO

VENERDI'' SANTO



SABATO SANTO


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A. Elberti. E' la Pasqua del Signore Sabato Santo

J. Ratzinger. L''angoscia di un'' assenza. Meditazioni sul Sabato santo
Don Divo Barsotti. Meditazioni sul Sabato Santo
V. Messori. Sgomento, il Sepolcro è chiuso. Ma resta la fede della Madre
Sabato Santo. Meditazioni di Hamon-Bertola



VEGLIA PASQUALE


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A .Elberti. E' la Pasqua del Signore. Veglia Pasquale

J. Ratzinger. Il mistero della notte di Pasqua

D. Fabio Rosini. Commento al Vangelo della Veglia Pasquale, anno A

Von Rad. L'Esodo

J Jeremias La Pasqua

S Fausti. Commento al Vangelo della Risurrezione di Matteo

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo Matteo

Isacco: la ’Aqedah

Ratzinger - Benedetto XVI. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili.
Omelia nella Veglia Pasquale

J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua

Il Mistero nella dipinta croce

Per contemplare la Veglia Pasquale. Gli Exultet di Bari e Troia

La Pasqua dell''ebreo Gesù

Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane

La pasqua dei primi secoli

I giorni della Pasqua

Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Don Giussani: Cristo contro il nulla



DOMENICA DI PASQUA


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Cantalamessa, Omelia Domenica di Pasqua, anno A. Non si è cristiani se non si crede che Gesù è risorto

J Jeremias La Pasqua

Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua

Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua

Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede

LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO

Presenza di Maria nel mistero pasquale

tomba vuota e panni sepolcrali

Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo

Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"

Marc Chagall. Il mistero della Pasqua

A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.

Don Giussani: Cristo contro il nulla



MISTERO PASQUALE


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Paolo VI. Il Mistero Pasquale

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare

I giorni della Pasqua



ESEGESI

Gnilka La Resurrezione nel Vangelo secondo MatteoIgnace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione



EUCARESTIA

Mons. Rino Fisichella. L''eucaristia memoria del mistero pasquale
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
Banchetto Pasquale e antiche anafore cristiane
La Pasqua dell''ebreo Gesù



RADICI NELL''EBRAISMO

La Pasqua ebraica 1
La Pasqua ebraica 2
Sofia Cavalletti. Banchetto pasquale e ultima cena
La Pasqua dell''ebreo Gesù

J. Ratzinger. Il mistero della notte di Pasqua




PDF J. Ratzinger. Il mistero della notte di Pasqua




SABATO SANTO, VEGLIA PASQUALE, DOMENICA DI PASQUA (anno A)




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Surrexit Dominus de sepulchro qui pro nobis pependit in ligno.
Christus Resurrexit sicut dixit. Alleluia!

Christos Anesti! Alithos Anesti!


Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

Una tomba. Un corpo esanime, colpito, deturpato, perdute anche le sembianze umane. Un corpo schiacciato da ogni peccato - proviamo a contarli... - di ogni uomo, dall'inizio alla fine del mondo. Un cadavere, trafitto, tradito. Una morte ingiusta, una sentenza iniqua, l'ingiustizia trionfante. Una tomba, simulacro d'ogni nostra tomba, d'ogni ingiustizia, quelle che abbiamo subito, quelle che abbiamo inferto. Una tomba, e una pietra dove s'infrangono speranze, desideri, progetti. Una pietra a spegnere la vita. E la domanda, il sibilo sinistro del dubbio, dell'angoscia, dello struggimento. Perchè? E' la parola che bussa, prepotente, alle soglie di questa Notte, la Notte delle Notti. Scartabelliamo i ricordi, frughiamo tra le possibilità, cerchiamo risposte umane e divine e ci ritroviamo al punto di partenza. Non v'è risposta. La morte, qualunque morte, non ha risposta. In quel corpo senza vita ci sembrano riunirsi tutte le angoscie, tutti i fallimenti, tutte le paure, tutte le morti di questo mondo. Soprattutto, come in uno specchio, incontriamo i nostri cuori aggrappati alla vita eppure gravidi di terrore. Gli errori, i peccati, le distrazioni, la superficialità, le fughe.

E' Sabato Santo oggi, e la Chiesa tace. Per l'unico giorno dell'anno. E' il silenzio del sepolcro. Il nostro silenzio, attonito e stordito. Siamo proni oggi, dinnanzi ad una lapide. Stanchi anche di cercar risposte, stanchi forse, anche di sperare. Siamo, oggi, sepolti anche noi nella terra, in questo mondo che ha voltato le spalle a Dio. Ne gustiamo l'amarezza, il vuoto terribile d'una tomba oscura, chiusa dietro ad una pietra.
Siamo qui, in ginocchio. Nulla possiamo fare, nulla possiamo dire, se non uno sguardo interrogante a fissare quella pietra. Pesante. Massiccia. Irremovibile.

Ma nel silenzio ecco risuonarci un'altra domanda, come un grido a spezzare le sbarre della disperazione. "Chi ci rotolerà la pietra?". Un briciolo di speranza, un granello sfuggito alla devastazione della morte. Siamo distrutti, provati, senza forza alcuna. Eppure quella pietra sembra fissarci, e sfidarci.

E' lungo questo sabato, per alcuni dura una vita. E' stretto e angusto, e ci accorgiamo, nel silenzio e nell'angoscia, che non è per questo sabato che siamo venuti al mondo. Per lo meno, non solo per questo sabato. Il "perchè?" ripetuto all'infinito ci sgorga da dentro, sbatte sulla pietra e ci rimbalza contro. Qualcosa non quadra.
L'amore, le nozze, lo studio, il lavoro, i giochi, le vacanze, gli amici, le gravidanze, i parti, le gioie e i dolori che percorrono le nostre vite non riescono proprio ad adeguarsi a questo sabato. No, non può essere definitivo.

Sì, ora sembra guardarci quella pietra, sembra chiamarci. Gli occhi umidi e stanchi di troppe lacrime non possono sbagliarsi.
Ci attira, ci seduce, ci desidera. E' una pietra, ma sembra viva, ora.
Albeggia, guardiamo in su, ed è apparsa la stella del mattino. Allora, sta scivolando via questo sabato! Allora era vero, non siamo nati per spegnerci in una notte.

C'è una luce strana ora, mai vista. Fissiamo meglio, e la pietra dov'è? Ma sì, certo che era viva, s'è mossa infatti, rotolata via. E la tomba è spalancata, luminosa. Ci accostiamo, è vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte son lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma lui, Lui, e tutti noi sepolti nella tristezza e nell'angoscia, dove siamo? Dov'è Lui? Dov'è la morte?

Una voce, qualcuno, qualcosa ci sussurra parole strane. "Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!". Che vuol dire tutto questo, che significa? Sorpresi, stonati come pugili al tappeto, una gioia straripante mista a dubbi ci tempestano il cuore, e quella domanda che ritorna prepotente, quel "perchè?" che neanche ora ci abbandona.

Ma quelle parole, "E' risorto! Non è qui!", ci hanno sconvolto, afferrato, e non ci lasciano. Che fare ora che il sabato è volato via, che questa luce infinita ci avvolge e ci sospinge. "In Galilea!". Ecco che fare, andare in Galilea. E dov'è la Galilea, e che cos'è la Galilea? Ma sì, certo, è lì dove Lui ci ha incontrati. E' lì dove è venuto a cercarci. Dove ci ha perdonati, chiamati, amati. E' la nostra vita, la nostra povera storia di tutti i giorni, di tutte le ore. E' esattamente il luogo dove ci ha sorpreso la morte, dove avevamo smarrito speranze e risposte.

La Galilea è lì dove il "perchè?" non ha smesso un secondo di risuonarci dentro. In Galilea è la risposta. La Galilea è dove Cristo, risuscitato e vittorioso sulla morte e sul peccato, ci ha dato appuntamento.

La risposta è Lui dunque, una persona viva. Un amore vivo. La risposta, l'unica, che non appartiene a nessun criterio, a nessuna intelligenza, la risposta nascosta perfino agli angeli, è uno sguardo d'amore e di compassione. Lo sguardo di Cristo risuscitato dai morti che colma ogni vuoto, lenisce ogni ferita, asciuga ogni lacrima. Lo sguardo di Cristo che attraversa spazio e tempo e incontra, in questa Pasqua, il nostro sguardo impaurito, proprio dove siamo.

La risposta non è una risposta, è Cristo. La risposta si guarda, molto prima di pensarla e capirla. E' in questa notte, è per gli occhi di chi, dopo averne tanto sentito parlare di Lui, finalmente lo guardano. Lo fissano. E ne restano trafitti. La risposta è sperimentare, oggi, e ogni istante, il suo amore infinito, l'unico capace di rotolare la pietra del dolore e cancellare, dal cuore, il "perchè?" che ci uccide. Il Suo amore, misterioso, eppure così vero, reale, concreto. Infinito, eterno. Il Suo amore, la Vita eterna per la quale siamo nati.

Che Dio ci conceda l'incontro con questo amore, in questa Notte Santa. Buona Pasqua.



GIOVEDI'' SANTO

VENERDI'' SANTO



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Il Mistero nella dipinta croce
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MISTERO PASQUALE


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J Jeremias La Pasqua

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Marc Chagall. Il mistero della Pasqua










Marc Chagall, "La traversata del Mar Rosso" e "Cristo sul ponte"

Introduzione
Le due opere cui vogliamo guardare rappresentano il mistero centrale della fede ebraico-cristiana: la Pasqua. La trama liturgica della "grande settimana" (com'era anticamente chiamata la settimana santa) è tessuta mediante tre fili: la Pasqua di Mosè, con la cena e l'uscita dall'Egitto; il servo sofferente di Jahvè e la passione del Signore Gesù. Questi stessi temi modulano le due opere Chagalliane "La traversata del Mar Rosso", (dipinto del 1954-55) (Figura 1) e "Cristo sul Ponte" (dipinto del 1951) (Figura 2). Ci poniamo davanti a queste due opere come davanti al testo biblico, nella pura e semplice contemplazione.


Una premessa sull'arte di Chagall
Contemplare il Mistero attraverso l'arte è possibile. Il linguaggio dell'arte infatti, è per sua natura elementare e universale, se per qualche corrente artistica il discorso è divenuto complesso e sofisticato, non così per le opere di Marc Chagall.
Chagall si rifiutò di commentare le sue opere proprio per non limitare la portata del loro messaggio:
"Tutte le domande e le risposte, si possono vedere sui quadri stessi. Ognuno può vederle a modo suo, interpretare quello che vede e come vede. Spesso nei quadri sono nascoste più parole, silenzi e dubbi di quanto le parole possano esprimere." (M. Chagall, Discorso d'inaugurazione delle pitture dell'Opera di New York, 1967)
L'arte per Chagall non va svuotata del suo contenuto spirituale, promessa al decorativo e alle sole ricerche di ordine estetico. E questo contenuto non è unicamente ebraico-cristiano, - si affretta ad aggiungere l'artista - è poetico (cfr. P. Provoyeur, Il Messaggio biblico di M. Chagall, Hapax Editore, Milano 1994 pg 26)
Nelle opere di Chagall non va cercata meramente l'illustrazione biblica del fatto narrato, il loro messaggio va ben al di là, esso si colloca alle sorgenti stesse dell'esperienza umana dell'incontro con Dio. Partendo dai patriarchi e dai profeti, (Noè, Abramo, Mosè, Geremia ecc.) egli vuole narrare un'esperienza di Dio possibile per ogni uomo, facendo di questi giganti dello Spirito dei mediatori.
Chagall si mostra affascinato da queste grandi figure solitarie, investite per conto dell'umanità del temibile onore di accogliere il messaggio divino: […] "Se gli uomini volessero leggere con più attenzione la parola dei profeti, vi troverebbero le chiavi per la vita". (M. Chagall, "Perché siamo divenuti così angosciati?"cfr. Provoyeur, op. cit. pg 22)
L'indipendenza assoluta di questo artista da tutte le correnti a lui vicine o contemporanee (Impressionismo, Realismo, Cubismo, Simbolismo, Surrealismo) ha fatto sì che i critici di storia dell'arte lo collocassero nel numero dei pittori - rari in questo secolo - detti religiosi. Chagall è sfuggito ripetutamente da questa e altre simili collocazioni, non disdegnando però di definirsi "un mistico" e la sua arte "religiosa":
"E' a torto che alcuni hanno paura della parola "mistico" che le danno una colorazione troppo decisamente ortodossa. Occorre strappare a questo termine il suo aspetto desueto, ammuffito; bisogna prenderlo nella sua forma pura, intatta, Mistico! quante volte mi hanno gettato in faccia questa parola, come un tempo mi si rimproverava di essere "letterario"! Ma senza mistica, esisterebbe forse al mondo un solo grande quadro, una sola grande poesia, o anche un solo grande movimento sociale? Ogni organismo - individuale o sociale - privato della forza mistica, del sentimento della ragione, non appassisce, non muore?") (M. Chagall, "Qualche impressione sulla pittura francese" 1944-45)
"La fede religiosa è necessaria per l'artista? L'Arte, in generale, è un atto religioso. Ma sacra è l'Arte creata al di sopra degli interessi: gloria o altro bene materiale. […] L'arte mi sembra essere soprattutto uno stato d'animo". (Marc Chagall, Conferenza pronunciata a Chicago nel 1958, cfr. Provoyeur, op. cit. pg 27-28)


La traversata: una danza di forme e colori
Davanti alla traversata di Chagall ci lasciamo dunque coinvolgere dal gioco delle forme e dei colori. Se in un primo tempo l'occhio è colpito dal bagliore giallo dell'abito di Mosè e dalla folla concitata degli egiziani, subito trova riposo nel blu profondo e vellutato del mare. Lo sguardo sosta poi sul verde cupo dello sfondo e ne avverte la distanza (sebbene nel quadro la prospettiva sia assente), che viene immediatamente percepita come distanza temporale. Davide e Gesù sono distanti nel tempo dagli eventi qui narrati, ma non estranei ad essi; una vicinanza di diverso ordine giustifica la loro presenza.
Dallo sfondo ci si concentra spontaneamente sull'angelo che domina la scena per poi essere nuovamente catturati, per non dire disturbati, dalla massa scomposta di rossi individui in basso a destra dell'immagine. Il loro aspetto grottesco, caricaturale, il colore vermiglio ci fanno percepire in essi una minaccia subito placata dalla presenza possente e luminosa di Mosé che, contrapposta al blu delle acque, ricrea nel fondo dell'occhio il verde della tranquillità.
Dal canto suo Mosè, con il protendersi del corpo e del braccio, indirizza lo sguardo dell'osservatore verso il secondo segmento della folla, il popolo, composto e quieto, gremito di piccoli ritratti familiari: la donna col bambino in braccio, l'uomo col sacco, coppie in dialogo, il vitello o capretto. Immagini nelle quali è facile identificarsi e venire così coinvolti nella teofania, stretti nel rassicurante abbraccio delle onde a forma di colline e introdotti sotto le ali protettive dell'angelo. Ali tanto più rassicuranti, quanto più femminili appaiono i lineamenti dell'Angelo cui appartengono.
Pur percependo una lotta, drammaticamente resa attraverso il contrasto di forme e colori, l'osservatore ritrova sempre un magico equilibrio, una sicurezza di fondo che invita ad affidarsi, che sprona ad entrare nella medesima esperienza di fede qui narrata.


Chagall usa i tre colori primari: blu, rosso, giallo più il bianco che è l'insieme di tutti i colori e il verde marcio che equivale alla fusione del blu col giallo e con un pizzico di rosso. L'occhio percepisce dunque una grande armonia, l'emergere delle singole parti e nel contempo il richiamarsi continuo e vicendevole degli elementi.


Il blu
Nella scena domina il blu: il mare.
Abbiamo visto come nelle mitologie antiche l'acqua e in particolare il mare, designi la sostanza madre dalla quale venne creato il cosmo. Nella bibbia il mare è simbolo del male, del caos, delle forze cosmiche ostili all'uomo, usando una categoria del linguaggio giovanneo diremmo il "mondo" contrapposto a "Dio".
Anche il blu presso gli antichi è il colore delle forze cosmiche, spesso indica la divinità. Ad es. presso gli indù, le due divinità Krishna e Shiva sono rappresentate dal colore blu o dai colori bianco e blu. (Pensiamo al significato simbolico del sari delle suore di Madre Teresa di Calcutta: bianco e blu = angeli di Dio).
Nel linguaggio iconografico il blu è il colore del mistero, sovente in Chagall designa l'obbedienza dell'uomo a Dio. La vetrata del sacrificio di Abramo nella cattedrale di Saint-Etienne a Metz, è realizzata sui toni del blu per indicare l'obbedienza del patriarca. Anche qui sullo sfondo, accanto al Cristo in croce si delinea la figura di Maria prostrata e dipinta di blu. L'obbedienza dei patriarchi continua nell'obbedienza di Maria.
Chagall immergendo la scena nel blu delle acque e giocando sulla molteplicità di significato, vuole indicare la storia come mistero: teatro del mistero dell'iniquità e, nel contempo, luogo dell'evento salvifico di Dio. Una storia di peccato e di grazia che rimanda all'esperienza del battesimo.


Fedele all'idea del profeta come intermediario tra Dio e l'uomo Chagall semina pennellate di blu sul volto e sulla mano destra di Mosè, sottolineando così l'alta spiritualità del personaggio (Mosè è l'uomo di Dio) e la sua obbedienza alla volontà divina.



Il giallo
Il colore di Mosè è tuttavia il giallo, segno della luce terrestre: il sole, i bagliori del fuoco.
Il sole, miracolosamente sospeso nel cielo, fonte di vita e di calore, ha affascinato l'uomo di tutti i tempi. Per i popoli antichi era una divinità, mentre per Israele il sole è semplicemente una creatura, indispensabile per la vita dell'uomo, carico di significato simbolico, ma pur sempre realtà creata che rimanda all'autore di ogni bellezza che è Dio.
Mosè dunque è da un lato un personaggio storico (il giallo è luce terrestre a differenza del bianco), ma dall'altro è l'uomo investito di una missione divina e perenne: essere punto di riferimento e guida del popolo, così come orientamento e guida è la luce perenne del sole.
Il giallo dell'abito di Mosè colpisce per la sua posizione di primo piano, ritroviamo però pennellate di giallo all'orizzonte, dall'altra parte del mare, dove gli Israeliti riprendono il cammino sulla terra ferma. Questo perché idealmente Mosè ha preceduto e seguito il popolo, gli ha aperto la strada e insieme ne ha sorvegliato il cammino. La collocazione vicinissima all'osservatore indica l'a-temporalità del profeta, il suo valore per l'oggi. L'esperienza di cui è stato protagonista si perpetua nel tempo dentro l'ansia di ogni popolo per una libertà che trova in Dio la sua piena realizzazione.
Il braccio alzato di Mosè è simbolo di potenza, come del resto i "raggi di luce" sul capo che, per un'errata traduzione latina (corno e raggio si esprimono in ebraico con uno stesso vocabolo) divennero corna (si pensi al Mosè di Michelangelo: facies cornuta). Sotto il braccio di Mosè, dunque, simbolo della potenza divina, si consuma l'evento salvifico: bagliori di giallo si mescolano col rosso degli egiziani accanto alla nube che li separa dal popolo.


Il rosso
Il rosso in Egitto era un riferimento simbolico al demoniaco, era il colore associato a Seth. Il rosso è l'espressione degli impulsi incontrollati, le passioni: odio, crudeltà, lussuria.
La Bibbia ci informa che gli idoli venivano colorati di rosso (cfr. Sap. 13, 14). Esaù è rosso (Gen. 25, 25 in ebraico 'admônì), sarà infatti chiamato anche Edom (= rosso) perché ha mangiato un cibo di colore rosso ('adom: Gen. 25, 30; 36, 1.8). Ed Edom nella Bibbia verrà associato ad Amalek (Gen 36, 12.16) che è il nemico di Israele per eccellenza. (Hitler fu chiamato Amalek) (cfr. Es 17, 16) . Anche il Cantico dei Cantici gioca sul contrasto dei colori per esprimere i sentimenti: "Prendeteci le volpi piccoline che devastano le vigne… le nostre vigne sono in fiore" (Ct 2, 15). La volpe, (animale rosso, simbolo del male) col suo pelo fulvo si contrappone alle viti fiorite che verdeggiano punteggiate di bianco: con un linguaggio figurato viene significato il male che minaccia la vita divina e l'eterna felicità dell'uomo. Nell'arte cristiana, specie medioevale, la volpe diventerà simbolo di satana.
È Dio stesso che, per mezzo del profeta e di una teofania (la nube), crea scompiglio tra i nemici del popolo. I tratti caricaturali degli egiziani conferiscono alla scena un pizzico di comicità, mettendo così in luce l'effimera potenza delle forze del male. E per sottolineare che la vittoria è opera del Signore, Chagall stringe gli egiziani in una morsa formata dal braccio piegato di Mosè (l'uomo di Dio), dalla nube bianca (segno della manifestazione divina) e dall'angelo che stringe al petto le tavole della Torah (Parola stessa di Dio).


Al di là della nube, pigro e composto si snoda il convoglio degli ebrei. Il contrasto con l'affanno dei nemici è tanto più evidente quanto più sono quotidiani e semplici i particolari sottolineati nel disegnare i vari personaggi che lo compongono.
Con gli ebrei entrano in scena gli altri due colori dominanti nella ceramica: il bianco che s'irradia sulle persone vicine all'angelo, i reali protagonisti della vicenda. Il verde (lo stesso del fondale) tinge d'ombra numerosi altri personaggi che seguono il primo gruppo, simbolo di tutti quelli che verranno, eredi di Abramo per la fede nella forza salvifica del Dio d'Israele.


Il bianco e il verde
Il popolo dei salvati è avvolto dal bianco luminoso della teofania di Dio.
Un bianco che si sprigiona nella nube, nelle onde gonfie come sfere e nell'Angelo, raffigurazione che indica Dio stesso.
Il Bianco, somma dei colori, è simbolo della divinità. Nell'antichità, era il colore tipico degli animali consacrati agli Dei.
Nel linguaggio apocalittico della bibbia i capelli e le vesti di Dio e dei suoi eletti sono bianche, così come nel Vangelo le vesti bianchissime di Gesù avvolto dalla nube luminosa e trasfigurato, sono il simbolo rivelatore della sua divinità. Nella tradizione cristiana le vesti battesimali sono bianche: anticamente i neofiti - battezzati la notte di Pasqua - le indossavano per otto giorni deponendole la Domenica successiva chiamata appunto Domenica in albis deponendis.
Le forme tondeggianti delle onde evocano le colline che circondano Gerusalemme, la città Santa (Sal 125, 2), evocano ancora il seno materno e giustificano la tranquilla compostezza del popolo, protetto dalla cura materna di Dio. (In ebraico per definire il bianco si usa la parola latte perché per gli antichi, colore ed essere si identificavano; così, ad esempio, rosso, in ebraico, è lo stesso che terra). Femminili sono anche i tratti e le movenze dell'Angelo di Dio che dolcemente conduce il popolo all'approdo.


Tutta la composizione è orientata verso la figura dell'Angelo, attraverso linee oblique che, partendo dalla destra dell'immagine, si dirigono verso sinistra secondo l'andamento della scrittura ebraica. Lo stesso gesto dell'Angelo invita l'osservatore a guardare nell'angolo sinistro in alto della composizione, là dove la colonna di ebrei riprende il cammino sulla terra ferma.
Da questo punto in poi la direzione cambia. Una torre all'estrema sinistra blocca idealmente il percorso, la figura di Davide e le mura di Gerusalemme che si delineano sullo sfondo, invitano a dirigersi verso destra, così le ali dell'angelo e il gruppo raffigurante la crocifissione: la direzione di marcia riprende perciò da sinistra verso destra secondo l'andamento della scrittura occidentale.
Tutto questo riveste un preciso significato registrato anche dall'uso del verde muschio. Il verde, colore della vegetazione, rimanda alla vita e alla fecondità, ma questo verde così cupo si ottiene mediante la fusione del giallo, del blu e di una punta di rosso, la mescolanza cioè di tutti i colori presenti nel dipinto: nella vita di ogni uomo si perpetua la lotta contro il male e l'azione salvifica di Dio. Lo sfondo rappresenta dunque le generazioni di ogni tempo che cantano il lamento per il travaglio della vita e la lode per la salvezza operata da Dio, come è significato dalla presenza di Davide, a cui la tradizione biblica attribuisce tutto il salterio. Ma il termine della composizione resta la crocifissione di Cristo che riassume in sé la sofferenza inflitta dall'uomo all'uomo, quella del giusto apparentemente maledetto da Dio, ma riscattato mediante una liberazione che va ben oltre le salvezze della storia terrena, senza per questo prescindere da essa.


Cristo sul ponte: il viola della passione, la luce dell'amore

Come tutto il capo scenico nella prima tela è attraversato verticalmente dal convoglio degli ebrei inseguiti dagli egiziani, così nel "Cristo sul Ponte" il Crocifisso taglia verticalmente la tela. Se la "traversata" ha le caratteristiche di una grande teofania, dove i colori primari ne accentuano la drammaticità, qui l'epifania di Cristo è immersa in un paesaggio pressoché monocolore, dolce e quotidiano.
L'atmosfera grave colora tutto di viola: persone, animali e cose. Il viola si ottiene mescolando il blu, colore del mistero, col rosso, colore dell'amore e della passione. Il viola è associato perciò al mistero della morte; nella liturgia esprime la passione di Cristo a cui il credente si associa attraverso la penitenza.

In questo dipinto dunque, la morte impregna l'aria. Solo il Cristo si sottrae miracolosamente alla sua morsa ed emerge, sconfinando dai margini della tela fino ad abbracciare l'osservatore: quanto qui accade lo coinvolge, lo interessa da vicino.


Quando Chagall dipinse questa tela, la guerra era finita da cinque anni. L'Europa si stava risollevando dagli orrori della shoah. Cristo indossa il talled, scialle rituale della preghiera ebraica, un elemento ricorrente nelle crocifissioni chagalliane. Cristo incarna i dolori e le sofferenze del popolo di Dio, è il servo sofferente di Jahvè che porta su di sé il peccato del mondo. Dal confine destro della tela sbuca un uomo pietoso che vuole togliere Gesù dalla croce. La sua scala è precaria appoggiata com'è da una sola parte ed egli non guarda verso il crocifisso.
Dove mai si volge lo sguardo di quest'uomo dal volto e dalla mano luminosa? Forse al talled, o forse all'altro uomo che sul lato opposto, col violino in mano, si appresta a suonare. Il violinista, come l'ebreo errante che appena s'intravede sulle rive del fiume, nei pressi del villaggio sulla destra, è simbolo di quella cultura yiddish quasi totalmente cancellata dalla furia nazista; una cultura che Chagall amava molto. La presenza di questo violinista sulla scena della crocifissione denuncia la brutalità che cancella la bellezza, la razionalizzazione dell'odio che soffoca la poesia. Eppure la bellezza non soccomberà: il violino dell'ebreo, a dispetto del resto della sua figura inghiottita dall'oscurità, è illuminato da un bagliore. All'orizzonte, infatti, sorge una luce calda e dorata che rischiara il paesaggio, rivelando il ponte - come in controluce -, il fiume e una barca con la quale alcune persone stanno guadagnando la riva. Ma nel cuore di quel bagliore, sul ponte, due innamorati stanno teneramente stretti. L'amore è la luce del mondo, l'amore impedisce il trionfo del male. Cristo è l'amore incarnato che ha vinto il peccato, gettando così un "ponte" di comunione fra Dio è l'uomo; è il sommo ed eterno "ponte-fice" (pontem facere). La barca della vita, di ogni vita umana, grazie a lui conosce l'approdo della salvezza e della pace.
Chagall è così certo che la bellezza e l'amore salveranno il mondo, è così certo che questo è il segreto della Pasqua, tanto di quella ebraica che di quella cristiana, che neppure Cristo è solo nell'ora incombente della passione. Un'ora che scocca inesorabile, segnata dal canto del gallo.
Nel libro dei proverbi (Pr. 30, 31) il gallo, per il suo portamento maestoso è citato sullo stesso piano del leone, del caprone e del re, Dio l'ha dotato di una particolare intelligenza, secondo Giobbe (Gb 38, 36) rendendolo capace di presagire il tempo e annunciare infallibilmente l'avvicinarsi della luce.
In quest'ora, dunque, così solenne e gravida di senso, Cristo non è solo. La sposa è con Lui, avvinta alla sua stessa croce lo bacia, riparando così il bacio gelido del traditore. Per Israele, che si concepisce al maschile, la Sposa è il Sabato, è il Messia stesso che viene incontro al popolo per introdurlo nel grande sabato dello Shalom. Nelle tradizione cristiana, la Sposa è la Chiesa, il popolo di Dio che attende fedelmente il ritorno, questa volta glorioso, del Cristo-Messia. Due diverse prospettive che s'incontrano allo zenit della storia: la Sposa annuncia il compimento dell'ora. L'alba si leverà sulle oscurità della storia, scoccherà l'ora delle nozze fra Dio e il suo popolo.


Concludendo
Cosa dicono a noi, della Pasqua, queste immagini?
La Pasqua è il mistero di un obbedienza a Dio, che Chagall esprime col colore blu. Il blu compare, infatti, sul volto di Cristo e nello sguardo della Sposa: all'obbedienza ci si sottomette per amore. Nel blu della traversata del Mar Rosso, nuota stretta in un abbraccio una coppia di amanti: l'amore è la forza segreta che muove il mondo.
La Pasqua è la rivelazione del Dio-Amore.
Il peccato disturba l'armonia del cosmo e deturpa la bellezza originaria che ciascuno porta iscritta in sé come perenne nostalgia. A questa bellezza l'uomo ritorna attraverso il bagno purificatore della vita. La fonte battesimale, immergendoci nella morte stessa del Cristo, ci restituisce alla vita; il battesimo è sì, dunque, pegno di sicura vittoria ma anche impegna il credente nello sforzo quotidiano contro le forze del male. In queste immagini Chagall invita a leggere le tribolazioni del presente come partecipazione a quella lotta contro il peccato che da sempre attanaglia l'umanità.
Gli eventi salvifici della Pasqua mosaica e della Pasqua di Cristo esprimono il già della vittoria di Dio sulle forze del male e della morte, ma lasciano l'uomo nel non-ancora di un mondo sconvolto dalle trame del mistero dell'iniquità. Tuttavia l'uomo, nessun uomo, è solo. Dio veglia sull'umanità e partorisce ogni generazione alla Sua luce intramontabile. Avvalendosi di intermediari - i profeti e gli uomini di Dio - accompagna il cammino dell'umanità, dialoga con essa per mezzo dei dettami della sua legge e le note modulate del salterio, contrappunto musicale di gioia e di dolore. Ma non solo: Dio stesso, per mezzo del Figlio, si è fatto compagno nel cammino dell'uomo. Cristo è l'obbediente per eccellenza e nella sua obbedienza riporta l'uomo alla perfetta comunione con il Padre. Egli è il Ponte sul quale ogni uomo vive sicuro il passaggio verso la vera vita.
Ma l'uomo non è spettatore passivo di una salvezza data gratuitamente, l'Amore di Dio chiama alla responsabilità personale. L'epifania di Dio, per Chagall, è immersa nel quadro di una vita quotidiana: una mamma col bambino, l'uomo che abbraccia il rotolo della legge, un agnello che sembra passare di lì per caso, mentre Cristo agonizza sulla croce. Dio è presente nella normalità dei giorni, e dentro questa normalità si consuma il mistero. Il credente che nella sofferenza quotidiana lava le sue vesti nel Sangue di quell'Agnello che è Cristo, le tinge del biancore della santità e affretta così l'ora della piena rivelazione della gloria divina. Nessun triste presagio può turbare la fede del credente: la bellezza ha già salvato il mondo, la luce dell'amore ha già vinto le tenebre del male.

Un giorno, io lo so,
mi accoglierai
e della morte svanirà il ricordo
ma non l'amore,
e della vita svanirà il mistero
ma non l'incanto.
Ed al compagno delle mie paure
potrò mostrare finalmente quanto
- segretamente - io desideravo
che mi fosse accanto
nel giorno della Tua rivelazione.
Marc Chagall