J Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana

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Si è colpiti, scorrendo le catechesi antiche, dalle numerose allusioni che vi si incontrano a proposito del "Salmo 22 ". Nella "Quarta Catechesi mistagogica ", san Cirillo di Gerusalemme scrive: "Il santissimo David ti fa conoscere la virtù del Sacramento dell'Eucarestia, dicendo: hai preparato per me una tavola imbandita di fronte ai miei nemici. A che cosa allude se non alla tavola sacramentale e spirituale che Dio ci ha preparato? Hai unto la mia testa di olio. Egli ti ha segnato sulla fronte con la "sphragis" di Dio in modo che con questa tu venga consacrato a Dio. E come puoi notare si fa anche questione del calice, del quale Gesù, dopo aver reso grazie, ha detto: questo è il calice del mio sangue" (XXXIII, 1101 D- 1104 A). Da quanto sopra esposto, per Cirillo, dunque, il Salmo costituisce una profezia dell'iniziazione cristiana: nell'unzione di olio, vede la "sphragis" postbattesimale, impressa con l'olio consacrato; nella mensa e nel calice ("e il mio calice inebriante, come è meraviglioso!"), egli ci mostra la figura delle due specie del Sacramento. Ritorneremo su questi simbolismi. Ma quel che ora vogliamo sottolineare, è come Cirillo si rifaccia al testo di David che, evidentemente, doveva essere ben conosciuto dal neofita. Ciò lascia supporre che quest'ultimo abbia conosciuto il Salmo prima del conferimento dei Sacramenti nella notte di Pasqua; prova ne sia che Cirillo si limita a spiegarne il solo significato profetico. Quanto sopra è esplicitamente affermato da sant'Ambrogio nel commento al Salmo contenuto nelle sue due catechesi: "Ascolta dal-la bocca di David quale Sacramento hai ricevuto. Anche lui, nella previsione in spirito di questi misteri, esultava e dichiarava: "non manco di nulla" (Vers. 1). Perché? Perché colui che ha ricevuto il corpo di Cristo non avrà più fame. Quante volte hai ascoltato il "Sal-mo 22 " senza comprenderlo? Vedi ora in che misura si riferisca ai Sacramenti celesti!" (De Sacr., V, 12 - 13; Botte, 91). L'informazione si fa qui più precisa: il nuovo battezzato "ha spesso ascoltato il Salmo senza comprenderlo"; ciò significa che esso aveva un ruolo preciso nella liturgia battesimale.
Tale ruolo ci è precisato da altri testi. Didimo di Alessandria scrive nel "De Trinitate ": "A coloro ai quali, causa l'età, non vengono da-ti i beni terreni, la ricchezza divina è comunicata interamente, in mo-do che essi possano cantare gioiosamente: il Signore mi conduce e nulla mi mancherà!" (XXXIX, 708 C). Il Salmo era dunque cantato dai nuovi battezzati. Sant'Ambrogio ci mostra in un suo passo in quale momento esso fosse cantato: " Deposte le spoglie dell'antico errore, rinnovata la giovinezza come quella dell'aquila, si affretta verso il banchetto celeste e, non appena scorge l'altare preparato, egli esclama: "Hai preparato davanto a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121). Da qui si deduce che il Salmo 22 doveva essere can-tato nella notte pasquale nel corso della processione che conduceva il nuovo battezzato in chiesa dove avrebbe ricevuto la sua prima comunione. Si comprende anche come il Salmo fosse adattissimo ad essere cantato in quel contesto: costituiva, infatti, un riassunto di tutta l'iniziazione battesimale. Tutto ciò lo leggiamo in un breve commentario sacramentale di Gregorio di Nissa: "Con questo Salmo, Cristo insegna alla Chiesa quanto sia necessario che tu divenga una pecora del Buon Pastore: è, in pratica, la catechesi che ti conduce verso i pa-scoli e le sorgenti della Sapienza. Occorre poi che tu sia sepolto con Lui nella morte attraverso il Battesimo. Ma questa non è morte: ma immagine di morte. Dopo di ciò, Egli imbandisce la mensa sacramentale; unge con olio dello Spirito e, finalmente, reca il vino che rallegra il cuore dell'uomo e produce la sobria ebbrezza" (XLVI, 692 A-B)'. Grazie a Gregorio di Nissa che completa il contenuto della "Catechesi mistagogica" di Cirillo di Gerusalemme, possediamo l'interpretazione autentica del Salmo 22 nella catechesi battesimale. Sappiamo dunque che il Salmo, a parte altri momenti, era cantato nella notte di Pasqua e come fosse già stato spiegato esaurientemente nel corso della settimana pasquale. Il commento del Salmo è, infatti, associato a due altri che avevano luogo in questo periodo: quello del "Cantico dei Cantici" e quello del "Pater". Questi tre testi, infatti, contengono tre dottrine arcane, il cui senso non poteva essere comunicato che ai battezzati. Si pone un ultimo problema: era necessario, per poter cantare il Salmo durante la notte di Pasqua, che i battezzati lo avessero imparato a memoria. Su questo punto si sofferma Eusebio: "Quando abbiamo imparato a celebrare sulla mensa il sacrificio con i segni sacramentali del corpo e del sangue, secondo le prescrizioni neotestamentarie, abbiamo anche imparato a proclamare, con la voce del profeta David: hai preparato per me una mensa in faccia ai miei nemici e hai unto il mio capo di olio. Chiaramente, in questi versetti, il Verbo indica l'unzione sacramentale e i santi sacrifici della mensa di Cristo" (Dém. Ev. I, 10). Il testo, quindi, conferma anzitutto che le parole del Salmo erano cantate nel momento in cui il nuovo battezzato assisteva per la prima volta all'Eucarestia e precisa, altresì, come queste parole dovessero essere imparate a memoria. Abbiamo la possibilità di conoscere, almeno per un contesto liturgico, in quali circostanze il Salmo veniva imparato. In un discorso, erroneamente attribuito a sant' Agostino, abbiamo infatti una spiegazione del Salmo destinata ad accompagnare la "Traditio": "Vi consegnamo questo Salmo, o beneamati che vi affrettate verso il Battesimo di Cristo, affiché lo impariate a memoria; è, tuttavia, necessario, a causa del suo arcano significato ("mysterium "), una spiega-zione da parte nostra, alla luce della grazia divina" (P.L., XXXIX, 1646). Si sa che, durante la preparazione quaresimale, aveva luogo una "Traditio" del Credo ed a volte del "Pater", che dovevano essere imparati per poi essere proclamati, nel corso della "redditio". Il testo ora citato ci consente di desumere che doveva avvenire la stessa cosa anche per il Salmo 22. Del resto in una serie di discorsi sui salmi, studiati da dom Germain Morin, si trova una spiegazione del Salmo 22 che offre analoghe in-dicazioni e che dunque fa comprendere come essa fosse stata pro-nunciata davanti ai battezzandi, in occasione della "traditio ". "Imparate a memoria i versetti di questo Salmo", dice l'autore, "e recitateli". E più avanti: "Imparate il Salmo che vi è stato consegnato ("traditum ") in modo che, sapendolo proclamare, lo realizziate nella vostra vita, nelle vostre parole e nei vostri comportamenti". Ed il testo continua con una spiegazione sacramentaria del Salmo: la "mensa imbandita" è l'altare eucaristico sul quale sono esposti ogni giorno il pane ed il vino "in similitudinem corporis et sanguinis Ch-risti "; il profumo versato sul capo è l'olio del crisma, da dove i cri-stiani derivano il loro appellativo. Questi due brevi passi ci attestano quindi l'esistenza di una "traditio" del Salmo 22. Sappiamo che almeno nella liturgia di Napoli, in occasione della quarta domenica di Quaresima, esisteva una "traditio psalmorum".
Abbiamo detto come il Salmo 22 fosse stato considerato dai Padri come una sintesi arcana della successione dei Sacramenti. Possiamo a questo punto vedere come la stessa tradizione patristica abbia concepito l'interpretazione tipologica dei diversi versetti, riservandosi successivamente di analizzare su che cosa si basi tale interpretazione. Il versetto 2 menziona i pascoli in cui il Pastore ha condotto le sue pecore. San Gregorio di Nissa vede nei pascoli la catechesi preparatoria al Battesimo, in cui l'anima è nutrita della Parola di Dio; questa interpretazione si trova parimenti già in Origene che vede nel fatto "di essere condotto attraverso la verde prateria", l'istruzione impartita dal Pastore'; san Cirillo di Alessandria è, a sua volta, più preciso ancora: "Il pascolo verdeggiante è figura delle parole sempre verdi della Sacra Scrittura, che nutre i cuori dei credenti, donando loro la forza spirituale`. Quest'ultima interpretazione allude chiaramente alla Parola di Dio, senza tuttavia riferirsi alla catechesi. Teodoreto. infine, scrive che, per "pascoli", la Scrittura intende "la santa dottrina della Parola di Dio, di cui l'anima deve essere nutrita, prima di comunicare al cibo sacramentale". Il versetto 3 indica in generale il Battesimo: "Egli mi conduce alle acque tranquille del mio riposo". Ed in Atanasio leggiamo: "L' acqua del riposo rappresenta senza dubbio il santo Battesimo attraverso il quale è tolto il peso del peccato" (XXVII, 140 B); Cirillo di Ales-sandria si rifà al verde pascolo per ricondurlo all'acqua del riposo: "Il verde pascolo simboleggia il Paradiso da dove noi siamo precipitati e dove il Cristo ci riconduce definitivamente attraverso l'acqua del riposo, cioè con il Battesimo" (op. cit., 841 A); Teodoreto dà la stessa interpretazione: "L'acqua del riposo è simbolo di quella nella quale, colui che cerca la grazia, è battezzato: si spoglia della vecchiaia del peccato e si riveste di giovinezza" (op. cit., 1025 D). È interessante notare come quelli surriportati, siano commenti non mistagogici; ciò dimostra, dunque, che il Salmo era interpretato generalmente in senso sacramentario. C'è anche un'altra tradizione che, oltre che nel versetto 3, vede chiari riferimenti al Battesimo nel versetto 4: "Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male". Questa è l'interpretazione di Gregorio di Nissa: "Occorre che tu sia seppellito nella morte con Lui per mezzo del Battesimo. Ma questa non è tuttavia vera e propria morte, quanto piuttosto ombra e figura di essa" (XLVI, 692 B); da notare come Cirillo di Alessandria parli della stessa cosa: "Poiché siamo battezzati nella morte di Cristo, il Battesimo è chiamato ombra e figura della morte, che non bisogna temere" (op. cit., 841 B). Noi riconosciamo la tipologia sacramentaria del Battesimo: imitazione rituale della morte di Cristo, realizzata con l'immersione nell'acqua, che ne produce l'effetto reale. Il versetto seguente è interpretato in relazione all'effusione dello Spirito: "Il tuo vìncastro ed il tuo bastone sono la mia guida". Con la parola "guida" si è tradotta quella greca e ciò spiega il perché in questo versetto si sia vista un'allusione al Paraclito. Così in Gregorio di Nissa: "Egli lo guida con il bastone dello Spirito; infatti il Paraclito (colui che guida) è lo Spirito" (op. cit., 692 B)9. Ma più generalmente l'effusione dello Spirito si riallaccia al versetto successivo che recita: "Cospargi di olio il mio capo". Così per Crillo di Gerusalemme: "Egli ha unto la tua testa di olio, sulla fronte, con il sigillo ricevuto da Dio, perché tu abbia l'impronta del sigillo" (XXXIII, 1102 B); allo stesso modo Atanasio: "Questo versetto designa il crisma sacramentale" (op. cit., 140 C); Teodoreto è ancora più esplicito: "Queste cose sono chiare per coloro che sono stati iniziati e non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Essi riconoscono l'olio spirituale di cui le loro teste sono state cosparse" (op. cit., 1028 C). Ai Padri, dunque, è piaciuto vedere i Sacramenti del Battesimo e della Cresima nei primi versetti del Salmo in discorso; ma prima ancora scorgevano, negli ultimi, un'immagine del banchetto eucaristico. Anzitutto nel versetto: "Davanti a me hai apparecchiato una mensa". Il riferimento all'Eucarestia si trova dappertutto, tanto da costituirne una tra le allusioni più frequenti. Lo si trova nelle catechesi sacramentane: così in Cirillo di Gerusalemme: "Se vuoi conoscere l'effetto del Sacramento, interroga il beato Davide, che dice: Tu hai imbandito una mensa di fronte ai miei nemici. Ecco che cosa intende: prima della tua venuta i demoni preparavano per gli uomini delle tavole sordide, piene di potenze diaboliche. Ma da quando sei venuto tu, Signore, hai approntato una mensa sontuosa, che altro non è che quella sacramentale e spirituale che Dio ha preparato" (XXXIII, 1102 B)10 Si ricorderà che sant' Ambrogio pone questo versetto sulle labbra dei neofiti quando giungono davanti all'altare per assistere alla loro prima messa: "Essi arrivano e, vedendo il santo altare addobbato, gridano: tu hai preparato davanti a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121); similmente, Gregorio di Nissa: "Egli apparecchia la tavola sacramentale" (op. cit., 692 B); la stessa immagine è rinvenibile in Atanasio (op. cit., 140 D); san Cirillo ne precisa l'effetto: "La mensa sacramentale è la carne del Signore che ci fortifica contro le passioni ed i demoni. Infatti Satana teme coloro che partecipano con devozione ai misteri" (op. cit., 841 C); per Teodoro di Mopsuestia, infine, si tratta "del cibo spirituale che ci propone Colui che è stato stabilitò come pastore" (op. cit., 1028 C). Se la tavola apparecchiata dal Pastore è considerata dai Padri figura del banchetto eucaristico, altrettanto dicasi, a maggior ragione, della "coppa traboccante" o, secondo la traduzione dei LXX, del "calice inebriante", che Egli offre ai suoi. Il riferimento dell'ultima parte del versetto 5: "il mio calice trabocca" all'Eucarestia è molto antico tanto da trovarlo in san Cipriano" tra le immagini più significative dell'Eucarestia: "L'Eucarestia appare nei Salmi per opera dello Spirito Santo con la menzione del calice del Signore: il vostro calice inebriante, è meraviglioso. Ma l'ebbrezza che dà il calice del Si-gnore non è paragonabile a quella della vita profana: è per questo, infatti, che aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare la ragione" (Epi-st., LXIII, 11). Ritorneremo tra poco sul tema dell'ebbrezza prodotta dal vino eucaristico; per il momento osserviamo solo che l'espressione "Calix praeclarus" è, a tal punto, entrata nella liturgia eucaristica, da essere introdotta nel canone romano: "Accipiens et hunc praeclarum calicem". Cirillo di Gerusalemme, nella sua catechesi, opera esplicitamente l'accostamento tra questo ed il calice dell'ultima cena: "Il tuo calice inebriante è meraviglioso: come vedi si tratta del calice che Gesù prese nelle sue mani e sul quale rese grazie prima di dire: questo è il mio sangue sparso per molti in remissione dei peccati" (XXXIII, 1104 A). Allo stesso modo sant'Atanasio interpreta il ver-setto della "gioia sacramentale" (loc. cit., 140 D). A questo punto, ci conviene ritornare, come promesso, su un punto importante, la locuzione "inebriante", riferita al calice. Questo costituisce, infatti, la fonte di numerose prese di posizione che sottolineano un aspetto dell'Eucarestia: quello del vino. Il Sacramento, dal punto di vista spirituale, produce effetti analoghi a quelli del vino: cioè la gioia spirituale, l'oblio delle cose terrene, l'estasi. Ma esso, tuttavia, non produce questi effetti spirituali come li determina il vino profano: l'ebbrezza che produce il vino eucaristico, infatti, è una "sobria ebbrezza". Orbene sappiamo che questa locuzione era usata tradizionalmente per designare gli stati mistici e che appariva per la prima volta in Filone"; è interessante ricordarla a questo punto per il fatto che è inserita in un contesto sacramentale: evidenzia un aspetto della teologia patristica sacramentaria, la sua relazione con la vita mistica. Abbiamo appena lasciato da parte la fine del testo di san Cipriano. Dopo aver affermato che il versetto, "il mio calice trabocca", raffigura l'Eucarestia, egli continua: "Ma l'ebbrezza che deriva dal calice del Signore non è paragonabile a quella che è prodotta dal vino profano. E per questo che il testo aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare alle anime la ragione umana per condurle alla saggezza spirituale; con lui ciascun uomo passa dal gusto delle cose profane all'intelligenza delle cose di Dio; e, infine, come il vino ordinario libera lo spirito, mette l'anima a suo agio e cancella ogni tristezza, allo stesso modo il Sangue salutare e il calice del Signore allontana il ricordo dell'uomo vecchio, fa dimenticare la vita profana e introduce il cuore, triste, perché fino ad allora sopraffatto dal peso del peccato, nella gioia della divina bontà." (Epist., LXIII, 2). Nelle catechesi sacramentarie di sant' Ambrogio viene sviluppato il tema della "sobria ebbrezza", senza, tuttavia, alcun riferimento al Salmo che pure altrove viene interpretato in senso sacramentario. Ma nell'"Esposizione del Salmo 8", l'autore, a proposito del nostro versetto, riprende lo stesso tema usando le stesse espressioni, tanto che il senso sacramentario del passo appare in tutta evidenza: "Il calice del Signore che ha raccolto il sangue attaverso il quale sono stati riscattati i peccati di tutto il mondo, dona la remissione dei peccati. Questo calice ha inebriato le nazioni, affinché esse non ricordino più il loro dolore e dimentichino l'antico errore. In questo sta la bontà dell'ebbrezza spirituale: non produce nel corpo un passo barcollante, ma solleva lo slancio dello spirito; cancella la tristezza della coscienza peccatrice e dona la gioia della vita eterna. È per questo che la Scrittura afferma: "il tuo calice inebriante è meraviglioso!" (Exp. Ps., 118, 21, 4; CSEL, 62, 47514). Quasten sottolinea a ragione che sono rinvenibili qui gli stessi elementi di un'altra opera di sant' Ambrogio, il "De Sacramentis ": il riferimento alla coppa dell'Ultima Cena, la remissione dei peccati. Si noterà che l'accento è posto non tanto sull'aspetto mistico, quantosulla conversione propriamente detta operata dall'iniziazione cristiana. L'Eucarestia fa dimenticare gli errori passati e trasporta nel mondo nuovo della gioia spirituale. Tema caro ad Ambrogio, è rinvenibile, relazionato al Salmo 22, in un altro punto della sua opera. Nel commento al "Salmo 1", l'autore afferma: "Coloro che bevvero in figura furono dissetati, coloro che bevono in realtà sono inebriati. Buona è l'ebbrezza che dona la vita eterna: bevi perciò da questa coppa di cui il profeta dice: come è meraviglioso il suo calice inebriante!" (CSEL, 64, 8. Vedi anche De Helia et Jejunio, 10, 33; CSEL, 32, 429). Il tema della sobria ebbrezza è posto, da parte di san Gregorio di Nissa, in una posizione di preminenza!'. Nella catechesi sacramentaria del Salmo 22, già citata, egli commenta in questo senso il "ca-lix inebriane": "Versandovi il vino che rallegra il cuore dell'uomo, Cristo provoca nell'anima questa sobria ebbrezza, che distoglie il cuore dell'uomo dalle cose caduche per elevarlo a quelle eterne: e il mio calice inebriante, come è meraviglioso! Colui infatti che ha gu-stato questa ebbrezza cambia l'effimero per l'eterno e abita nella ca-sa del Signore per l'eternità dei suoi giorni" (XLVI, 692 B). In questo passo di san Gregorio di Nissa, la relazione tra l'Eucarestia e la mistica ebbrezza appare in piena luce: come, a questo proposito, ha ben notato H. Lewy, la "sobria ebrietas" designa per lui l'esperien-za mistica, ma questa esperienza mistica è calata, a sua volta, nella vita eucaristica.
Finora nella nostra trattazione il salmo 22 ha occupato un posto particolarmente importante per ciò che riguarda la liturgia dell'iniziazione: non abbiamo però ancora precisato le caratteristiche peculiari della sua tipologia. È questo ciò che ci accingiamo a fare. Abbiamo spesso incontrato un aspetto sul quale, tuttavia, non ci siamo soffermati più di tanto: quello pastorale; i verdi pascoli, figura dei nutrimenti celesti, in cui il Messia, sotto forma di un Pastore, conduce le pecore che costituiscono il suo gregge. E un tema particolarmente caro al Cristianesimo primitivo. Ricordiamoci, infatti, per averla già riportata, come la concezione dei battezzati, quali pecore marcate con il marchio di Cristo, fosse diffusa''.
Origene puntualizza tutto ciò. I pagani sono preda dei cattivi pastori, che sono gli dei dei popoli: questi ultimi sono "greggi costituite sotto la guida di pastori che sono degli angeli" (Co. Cant., 2; P.G., XIII, 120 A). È un'antica concezione, già presente nel "libro di Enoch ", in cui i settanta pastori sono le divinità delle nazioni pagane per cui Cristo, Buon Pastore (Gv. 10, 11) viene "a separare le sue pecore dalle altre e a farle pascolare a parte affinché possano gioire dei suoi Sacramenti ineffabili" (119 D). Il Salmo ci mostra il Pastore che istruisce le pecore con la sua dottrina, conducendole nei suoi pascoli e, successivamente, le guida "dai prati dei pascoli all'acqua del riposo ed, in seguito, ai nutrimenti spirituali ed ai Sacramenti misteriosi" (121 A). Come si vede Origene insiste sull'aspetto spirituale più che sul rito; è tuttavia chiara l'allusione all'iniziazione cristiana dei pagani. Questo legame tra i Sacramenti e il tema pastorale si ritrova in seguito. Scrive, ad esempio, Gregorio di Nissa: "Nel Salmo, Davide ti invita ad essere una pecora con Cristo per Pastore e che non manca di nulla, perché il Buon Pastore diventa per te, contemporaneamente, pascolo, acqua di riposo, nutrimento, dimora, cammino e guida, distribuendo la Sua grazia secondo i tuoi bisogni. Da ciò deriva l'insegnamento alla Chiesa: devi diventare anzitutto pecora del Buon Pastore, che ti conduce, attraverso la catechesi salutare, alle praterie ed alle fonti delle sacre dottrine" (XLVI, 692 A). Parimenti Cirillo di Alessandria vede nel Salmo "il canto dei pagani convertiti, divenuti discepoli di Cristo, nutriti e rafforzati spiritualmente, che proclamano la loro riconoscenza nei Suoi confronti per il cibo salutare ricevuto, chiamandolo Pastore e Nutritore; e questo perché alla loro guida non c'era, come per Israele, un solo santo, Mosè, ma il Prin-cipe dei pastori ed il Maestro delle dottrine, in cui sono raccolti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (LXIX, 840 C). Ma, attenzione ad un punto su cui non ci siamo ancora soffermati. Quanto il Salmo 22 abbia influenzato il culto cristiano primitivo appare non soltanto nei testi liturgici, ma anche nelle raffigurazioni artistiche: molti battisteri antichi recano, infatti, una rappresentazione del Buon Pastore. Il perché di ciò molti autori lo spiegano con l'influenza del Salmo 22: è proprio grazie all'intermediazione di questo Salmo, già apprezzato nella liturgia battesimale, che il tema sacramentario si congiunge a quello pastorale; è per questo che il Cristo è presentato di preferenza ai nuovi battezzati come Pastore; in tal modo essi vedevano sotto i loro occhi, raffigurato nel battistero, il mistero stesso che celebravano nel Salmo.
Nel Battistero di Dura, "il fondo dell'abside, dove si trova la vasca battesimale, è occupato dall'immagine del Buon Pastore che conduce il suo gregge. Ai suoi piedi, a sinistra, è riprodotta, in dimensione ridotta, la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Il tema del Pastore sembra derivare dal nostro Salmo. Tuttavia, osserva bene Monsignor De Bruyne, l'accostamento ad Adamo suggerisce soprattutto il tema del Cristo che dà la sua vita per le pecore, secondo quanto ci mostra san Giovanni; altrove l'allusione al nostro Salmo è di maggiore evidenza: così nel battistero di Napoli, "non si trova il Pastore che, come quello di Dura, porta le sue pecore sopra le spalle, ma il Pastore che riposa in un contesto paradisiaco, con le pecore, i fiori, le fonti. Pace e frescura: tale è l'atmosfera che regna intorno al Buon Pastore". Ora - e credo che l'osservazione non sia mai stata fatta - proprio a Napoli la "traditio" del Salmo 22 era inserita nell'iniziazione battesimale. D'altra parte, quanto rappresentato nell'affresco del battistero corrisponde più al Salmo 22 che a Giovanni 10; di qui la buona probabilità che il pittore si sia ispirato per la sua opera allo stesso Salmo. Le descrizioni che possediamo dei battistero del Laterano e del Vaticano, ci mostrano come queste rappresentazioni, in Occidente, fossero comuni. Ma abbiamo una testimonianza ancora più precisa e, di fatto, decisiva: infatti ancora oggi, sotto il battistero di Neone, a Ravenna, si può leggere l'iscrizione:
"in locum pascuae, ibi me collocavit per aquam refectonis educavit me ".

Sono i versetti 1 e 2 del Salmo 22. La relazione tra la decorazione pastorale del battistero e il Salmo è dunque evidente.
È possibile, perciò, ricostruire la genesi nonché stabilire il fondamento dell'interpretazione del Salmo 22. L'Antico Testamento tratteggia la figura di un Pastore che verrà alla fine dei tempi per radunare le pecore disperse di Israele e condurle in pascoli meravigliosi dove zampillano le fonti e cresce l'erba; una descrizione che ricorda gli alberi del Paradiso e le sorgenti dell' Esodo23. Orbene, il Nuovo Testamento ci mostra che questa figura escatologica di Pastore si compie in Cristo: è Lui il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore e le conduce nei pascoli (Gv. 10, 10 - 11); è Lui il Buon Pastore di cui parlano i Profeti, affermano esplicitamente i Padri della Chiesa (Cipriano, Test., 1, 14; CSEL, 14). È questo il principio fondamentale della tipologia del Nuovo Testamento: affermare che le realtà escatologiche sono compiute in Cristo. Il Salmo 22 è in pratica una liturgia il cui svolgimento è in relazione con il tema dei Profeti: ha per oggetto, infatti, l'annuncio del Pastore escatologico. Ma questo tema si unirà a quello del banchetto messianico, di cui al capitolo precedente, che assumerà dunque una colorazione pastorale. Il tema del banchetto, i Padri della Chiesa ce lo mostrano realizzato in due modi ben differenti, anche se paralleli. Da una parte, il Buon Pastore che combatte contro le potenze del male, trionfa su di esse ed introduce le pecore nei pascoli paradisiaci, appare, dall'altra, nel quadro della teologia della morte e del martirio. M. Quasten ha notato, infatti, che il Buon Pastore, al di fuori dei battisteri, appariva soprattutto sui sarcofagi. Questa duplicità di raffigurazione appariva anche nelle preghiere della liturgia dei morti. Cristo è il Pastore che strappa la pecora ai lupi che cercano di divorarla, lupi che sono i demoni che tentano di impedirne l'ingresso al cielo. Notevole, a questo proposito, particolarmente per il suo carattere antico, è il testo della "Passione di Perpetua e Felicita". Nella sua prima visione, Perpetua vede una scala che sale fino al cielo e sulla quale è sdraiato un drago. Ella riesce tuttavia ad arrivare alla sommità della scala: "Vidi un immenso giardino con in mezzo un uomo imponente, seduto, con i capelli bianchi, vestito da pastore, che munge le pecore, circondato da altri uomini biancovestiti. Egli mi chiamò e mi diede un pezzo di formaggio, fatto con le sue mani. Io lo ricevetti a mani giunte e lo mangiai" (IV, 8 - 10). Il Paradiso celeste è presentato sulla falsariga del Salmo 22, sotto forma di un ridente giardino dove un Pastore è circondato dalle sue pecore e da uomini rivestiti con le bianche vesti battesimali, che ricevono l'Eucarestia celeste. A riprova dell'antichità di questa rappresentazione del Pastore celeste che raduna i santi nei pascoli eterni, basterebbe rifarsi all`Apocalisse" di san Giovanni e, precisamente, al primo passo dedicato al martirio: si incontra, infatti, una scena che rassomiglia stranamente a quella di Perpetua e che costituisce una traccia dell'influenza del Salmo 22 sulle rappresentazioni escatologiche. Leggiamo infatti al capitolo 7: "Coloro che indossano vesti bianche, sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello. E colui che è assiso sul trono li accoglierà sotto la sua tenda; essi non avranno più fame, non avranno più sete. Perché l'Agnello che è in mezzo ad essi sarà il loro Pastore e li condurrà alle fonti delle ac-que della vita" (7, 13 - 17). Ma il messaggio cristiano non è solo un annuncio di salute eterna nei cieli, ma anche proclamazione di salvezza acquistata con il Battesimo e l'Eucarestia. Vediamo così come la tipologia escatologica del Salmo 22 presenti anche una forma sacramentaria: proprio quella che ha costituito oggetto del nostro studio e di cui era importante rintracciare l'origine. Il festino celeste a cui il Pastore convoca le pecore nei pascoli eterni si compie anticipatamente nei Sacramenti: è dunque pienamente legittimo che i Padri della Chiesa ci mostrino nelle acque del riposo, di cui al Salmo 22, la figura del Battesimo, nella tavola imbandita, quella della cena eucaristica, nel calice inebriante, quella del sangue prezioso.
Una delle conclusioni che possiamo trarre da questo studio è l'influenza esercitata dall'Antico Testamento sulle rappresentazioni del Cristianesimo primitivo. M. Cerfaux ha dimostrato come il "theologumenon " della redenzione, nel senso dell'annientamento e dell'esaltazione del servo, derivi da Isaia 53 e come la teologia dell'Ascensione e della "sessio" alla destra provenga dal Salmo 109. E ancora: è di tutta evidenza come il Salmo 22 abbia influito sulle rappresentazioni escatologiche e sacramentarie del Cristianesimo antico; abbia determinato le rappresentazioni degli affreschi delle catacombe e le visioni dei martiri; abbia fornito la tematica secondo la quale i primi cristiani hanno rappresentato la loro iniziazione e di cui le pitture delle catacombe recano testimonianze; abbia, infine, ancora oggi, un'eco nella messa romana al momento dell'esaltazione del calice meraviglioso che contiene il sangue di Cristo e produce la sobria ebbrezza.

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