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IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

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Benedetto XVI: La relazione con Dio si costruisce attraverso una storia di libertà, cadute e misericordia.







IL COMMENTO


La famosa parabola di questa domenica è, nel contesto proprio della quaresima, una chiamata a conversione. Non è un caso che sia proclamata nella domenica Laetare, dove la gioia è protagonista. Il frutto della conversione infatti è la gioia del ritrovamento. Quella del Padre che ritrova suo figlio, la stessa della donna che ritrova la sua dramma perduta, e quella del pastore che ritrova la pecora smarrita. La gioia del Signore risorto che riverbera in quella dei discepoli al ritrovarsi dopo le angosce e i dolori della Croce.

La conversione è legata al
ritrovare. Presuppone dunque una ricerca, che in questo Vangelo, a differenza di altri, è meno evidente. Il Padre cerca il figlio con il cuore vigile alla finestra di casa. Ma la vera ricerca è quella che riguarda il figlio. Innanzi tutto egli cerca la pienezza della vita e parte tagliando con suo padre e allontandosi dalla sua casa. Si avvia però su un cammino di morte e la ricerca si risolve nel completo fallimento, nella solitudine e nella fame che, dopo averlo mosso, si fa ancor più stringente perchè inappagata.

Ma quel che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità, del compimento si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. E rientra in se stesso.
Ritrova se stesso. S'era perduto progressivamente tagliando i legami con suo padre e la sua casa, e, avendone esaurito l'eredità ricevuta, aveva perduto la sua stessa identità. Non si riconosce più neanche come figlio.

Ma ritrova qualcosa, quel se stesso che s'era sbriciolato nella stessa misura in cui aveva dilapidato le sostanze, che sono molto più dei beni materiali. In casa era figlio, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l'essere e il ruolo,
era ed ora non è più. Ma ritrova un brandello di quella dignità, qualcosa di confuso vibra al fondo di se stesso e lo muove al ritorno, una consapevolezza misteriosa che lo fa sperare d'essere riaccolto, almeno come un servo. E' l'immagine dell'uomo ferito dal peccato. Per quanto possa essere infangata l'immagine di Dio, per quanto un uomo possa cadere nell'abisso e la distanza dal suo Creatore possa dilatarsi, il seme di vita eterna deposto in lui, la dignità di figlio di Dio non può esser cancellata. Scive il Catechismo: "la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata «concupiscenza») (N. 405).

Il figlio minore, stretto dai morsi della fame, nudo e ridotto a nulla, macchiato e impuro dal contatto con i porci, lontano dal Padre, dalla sua casa, dalla stessa religione e dal Popolo eletto, ai margini della vita, come l'uomo incappato nei briganti e gettato sul ciglio della strada mezzo morto, incontra un misterioso samaritano, qualcuno che, rompendo gli schemi della giustizia umana e religiosa, proprio lì nel fango immondo, ha compassione di lui, e gli versa sulle ferite olio e vino. No, non appare nulla di tutto questo nella parabola odierna, ma è tutto nascosto come in filigrana nelle pieghe dell'animo di quel giovane. La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato. Lo sguardo del Padre era andato ben oltre l'orizzonte dove giunge l'occhio umano. Quello sguardo d'amore e gravido di misericordia lo aveva accompagnato con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio non ha misura, è ben oltre quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi. La lettera non giunge agli abissi del cuore. La carne ed il sangue non rivelano quello che solo lo Spirito può testimoniare. Il buon samaritano piegato sul figlio prodigo è lo stesso sguardo di Dio che ha atteso, con la pazienza che rivela la sua infinita misericordia, l'esito della libertà. Gli occhi del Padre erano ora posati su quel suo figlio perduto, e si facevano memoria e nostalgia in quel letamaio in cui era precipitata la sua vita.

Quel ragazzo aveva percorso un cammino di discesa verso la verità. Ed ora essa si disvela, ma non si risolve in disperazione. Olio e vino, lo Spirito Santo e lo stesso sangue di Cristo sono lì ad accarezzare le ferite, ed è dolcezza e dolore, un'eco di quell'amore geloso e indistruttibile che non lo aveva mai lasciato. Rientrando in se stesso aveva ritrovato la traccia di quell'amore, un'ombra forse di quello sguardo paterno che lo riattirava a sè. Confuso nel deserto della sua anima il ragazzo percepisce la voce che parla al suo cuore, la carne straziata dal peccato diventava il pertugio da dove la misericordia aveva cominciato a riappropriarsi di quel che il demonio le aveva sottratto.

Il bruciore del vino e la dolcezza dell'olio lo fanno
levare, risuscitare secondo l'originale greco, per tornare da suo padre. Non si riconosce più figlio, ma riconosce il Padre. La conversione è ormai innescata, ha ritrovato quel che aveva perduto, la fonte della vita, suo Padre. Di se stesso ha ritrovato solo quell'ultimo brandello di dignità che lo lega alla vita, ma tanto basta. Non è più importante chi egli sia quanto chi sia il Padre, la radice dalla quale aveva reciso la sua esistenza.

E così può incominciare il suo esodo, il passaggio da una vita incentrata su se stesso ad una vita fondata su suo Padre. S'è levato, è risorto ed ora può tornare a casa sua. Il ritrovamento, la conversione, si fanno immediatamente cammino di ritorno,
Teshuvà secondo la spiritualità ebraica.

L'esperienza del figlio minore, abbiamo visto, è l'esperienza di Adamo ed Eva. Vive nella casa del Padre, possiede tutto come poi questi dirà al figlio maggiore. Eppure dal cuore scaturisce un'esigenza, una rivendicazione che, avendo davanti il quadro completo della parabola con il suo compimento, appaiono irrazionali. Ma come, aveva tutto e reclama solo una parte? Adamo ed Eva avevano il Paradiso completo a loro disposizione e si intestardiscono sull'unico albero che gli era vietato? Il dramma dell'uomo è tutto qui, in questo mistero che alberga nel suo cuore, quella porta socchiusa che si chiama libertà e che può volgersi tragicamente in un baratro oscuro di morte.

Il limite di un figlio è ontologico, non può che essere dipendente da suo padre. Nella stessa natura la crescita dell'uomo passa attraverso il difficile snodo del passaggio dalla dipendenza all'autonomia. Ma proprio al bivio decisivo dell'esistenza il grande mistero della libertà afferra e obbliga ad una scelta. Per questo uno dei mali più perniciosi e devastanti di quest'epoca è l'abbandono dei giovani a se stessi proprio in questo momento, che, tra l'altro, viene ogni volta più anticipato al fine di lasciare ancor più soli e disarmati gli adolescenti. Pensiamo alle esperienze di sesso indotte tra adolescenti sempre più giovani. Ma non solo.

Torniamo alla parabola. Il figlio minore non conosce suo padre, al pari del maggiore. Covano entrambi un sentimento di insoddisfazione che si traduce nell'uno in una concupiscenza manifesta, nell'altro in un sentimento d'ingiustizia che nasconde lo stesso appetito malsano. Per entrambi la carne ha il sopravvento. Il rapporto con il Padre, con la casa è profondamente malato, acerbo, immaturo. Non si è dato il passaggio trasfigurante capace di orientare lo sguardo oltre i limiti imposti dalle esigenze carnali. E' il dramma del mondo che vive di impulsi e istinti, dove la carne governa il pensiero e gli affetti. San Paolo insiste su questo in tutte le sue lettere. E' l'antropologia cristiana che evidenzia la verità sull'uomo, ferito intrinsecamente dal peccato originale. I suoi effetti sono quelli che appaiono nei due fratelli della parabola. Il graffio del demonio che penetra nell'intimo dell'uomo insinuando la menzogna primordiale. Dio non ti ama, ti limita, vuol fare di te una marionetta nelle sue mani.

Cedendo a questa menzogna il gioco per il demonio è fatto. Ogni pretesto sarà buono per irretire il malcapitato. Un fatto della propria vita, una tentazione, la famiglia, i genitori, i fratelli, il lavoro. In ogni evento si cela l'albero della conoscenza del bene e del male, inevitabilmente ogni uomo, come Adamo ed Eva, come i fratelli della parabola odierna, vi sbatteranno contro. Ed il serpente è lì, accovacciato, astuto, pronto con parole suadenti ed avvelenate. Dio è un padre che stringe d'assedio l'esistenza dei suoi figli, occorre tagliare, e prendere in mano la propria vita. Ma son mani bucate, incerte, orgogliose, incapaci di trattenere il bene e la Grazia. Reclamano autonomia, si ritrovano vuote, nude, capaci solo di male e peccato. Come Adamo ed Eva si sono accorti d'essere nudi, il figlio prodigo s'accorge del fallimento e della sua nudità interiore. Esattamente come il figlio maggiore, ancora cieco ma inesorabilmente solo e rinchiuso nell'egoismo ipocrita di chi mai ha gustato la dolcezza dell'amore di suo Padre.

Su entrambi brilla però la misericordia celeste. Il Padre che accorre ad abbracciare e accogliere il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita. Il Padre che si piega sulla durezza del figlio maggiore sciogliendosi in una preghiera mite e tesa ad aprire il suo cuore all'amore e alla misericordia. La misericordia è l'unica e reale origine della festa, della gioia che non passa, che nessuno può rapire. La misericordia di Dio è il segno del Cielo dischiuso sul mondo ingannato e preda della morte. La misericordia è il mistero che attira e muove il cuore alla conversione, creata da Dio, secondo i Maestri rabbini, ancor prima del mondo, in vista del pentimento dell'uomo. La misericordia che conduce e accompagna l'uomo nella sua discesa all'acqua battesimale, dove, nudo d'ogni ipocrisia e schiavitù della carne, seppellisce l'uomo vecchio e ritrova la dignità perduta; risorto a vita nuova può rivestirsi della veste più bella, la veste bianca battesimale, il candore sfogorante di Cristo risorto; e rinnovare, per pura Grazia, l'alleanza spezzata nel tradimento orgoglioso, e ricevere l'anello della nuova ed eterna alleanza nel sangue preziosissimo di Cristo; è la Pasqua compiuta, il vitello grasso, il banchetto celeste che può gustare solo chi ritorna nella casa del Padre. Tutto questo è opera della misericordia divina, il cuore stesso di Dio lacerato dal peccato ma invincibile nel suo amore geloso ed infinito.

Resta la durezza del fratello maggiore. E' una parola per ciascuno di noi, invitati a far festa per l'amore sconvolgente di Dio. La conversione passa anche per abbandonare atteggiamenti pseudo-religiosi, legalistici, moralistici e giustizialisti. Abbandonarsi alla misericordia di Dio, implorare da Dio la conoscenza profonda del proprio intimo, dell'estrema indigenza che ci caratterizza e del bisogno quotidiano del suo perdono. L'umiltà che è innanzi tutto verità. Per incontrare l'unica verità capace di salvarci e donarci una vita piena: l'amore infinito e misericordioso di Dio nostro Padre fattosi carne e vita in Cristo Gesù morto e risorto per noi.







Benedetto XVI: La relazione con Dio si costruisce attraverso una storia di libertà, cadute e misericordia.

Il Papa all'Angelus: gettiamoci tra le braccia di Dio e lasciamoci rigenerare dal suo amore misericordioso

Cari fratelli e sorelle!


In questa quarta domenica di Quaresima viene proclamato il Vangelo del padre e dei due figli, più noto come parabola del “figlio prodigo” (Lc 15,11-32). Questa pagina di san Luca costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Infatti, che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio Padre pieno di misericordia? Essa non smette mai di commuoverci, e ogni volta che l’ascoltiamo o la leggiamo è in grado di suggerirci sempre nuovi significati. Soprattutto, questo testo evangelico ha il potere di parlarci di Dio, di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo cuore. Dopo che Gesù ci ha raccontato del Padre misericordioso, le cose non sono più come prima, adesso Dio lo conosciamo: Egli è il nostro Padre, che per amore ci ha creati liberi e dotati di coscienza, che soffre se ci perdiamo e che fa festa se ritorniamo. Per questo, la relazione con Lui si costruisce attraverso una storia, analogamente a quanto accade ad ogni figlio con i propri genitori: all’inizio dipende da loro; poi rivendica la propria autonomia; e infine – se vi è un positivo sviluppo – arriva ad un rapporto maturo, basato sulla riconoscenza e sull’amore autentico.


In queste tappe possiamo leggere anche momenti del cammino dell’uomo nel rapporto con Dio. Vi può essere una fase che è come l’infanzia: una religione mossa dal bisogno, dalla dipendenza. Via via che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio. Questa fase, appunto, è delicata, può portare all’ateismo, ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio. Per nostra fortuna, Dio non viene mai meno alla sua fedeltà e, anche se noi ci allontaniamo e ci perdiamo, continua a seguirci col suo amore, perdonando i nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé. Nella parabola, i due figli si comportano in maniera opposta: il minore se ne va e cade sempre più in basso, mentre il maggiore rimane a casa, ma anch’egli ha una relazione immatura con il Padre; infatti, quando il fratello ritorna, il maggiore non è felice come lo è, invece, il Padre, anzi, si arrabbia e non vuole rientrare in casa. I due figli rappresentano due modi immaturi di rapportarsi con Dio: la ribellione e l’ipocrisia. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio.


Cari amici, meditiamo questa parabola. Rispecchiamoci nei due figli, e soprattutto contempliamo il cuore del Padre. Gettiamoci tra le sue braccia e lasciamoci rigenerare dal suo amore misericordioso. Ci aiuti in questo la Vergine Maria, Mater misericordiae.

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)


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Benedetto XVI. La parabola del figliol prodigo

16 settembre 2007, XXIV domenica del tempo ordinario, anno C


Oggi, la liturgia ripropone alla nostra meditazione il capitolo 15 del Vangelo di Luca, una delle pagine più alte e commoventi di tutta la Sacra Scrittura. È bello pensare che nel mondo intero, dovunque la comunità cristiana si raduna per celebrare l'eucaristia domenicale, risuona in questo giorno, questa buona notizia di verità e di salvezza: Dio è amore misericordioso. L'evangelista Luca ha raccolto in questo capitolo tre parabole sulla misericordia divina: le due più brevi, che ha in comune con Matteo e Marco, sono quelle della pecora smarrita e della moneta perduta; la terza, lunga, articolata e propria a lui solo, è la celebre parabola del Padre misericordioso, detta abitualmente del "figliol prodigo". In questa pagina evangelica sembra quasi di sentire la voce di Gesù, che ci rivela il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli è venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignità, il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che è anche la nostra casa.

Le tre parabole della misericordia Gesù le raccontò perché i farisei e gli scribi parlavano male di Lui, vedendo che si lasciava avvicinare dai peccatori e addirittura mangiava con loro (cfr Luca 15, 1-3). Allora Egli spiegò, con il suo tipico linguaggio, che Dio non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte. La vera religione consiste allora nell'entrare in sintonia con questo Cuore "ricco di misericordia", che ci chiede di amare tutti, anche i lontani e i nemici, imitando il Padre celeste che rispetta la libertà di ciascuno ed attira tutti a sé con la forza invincibile della sua fedeltà. Questa è la strada che Gesù mostra a quanti vogliono essere suoi discepoli: "Non giudicate, non condannate, perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro" (Luca 6, 36-38). In queste parole troviamo indicazioni assai concrete per il nostro quotidiano comportamento di credenti.

Nel nostro tempo, l'umanità ha bisogno che sia proclamata e testimoniata con vigore la misericordia di Dio. Intuì quest'urgenza pastorale, in modo profetico, l'amato Giovanni Paolo II, che è stato un grande apostolo della divina misericordia. Al Padre misericordioso dedicò la sua seconda enciclica, e lungo tutto il suo pontificato si fece missionario dell'amore di Dio a tutte le genti. Dopo i tragici avvenimenti dell'11 settembre 2001, che oscurarono l'alba del terzo millennio, egli invitò i cristiani e gli uomini di buona volontà a credere che la misericordia di Dio è più forte di ogni male, e che solo nella Croce di Cristo si trova la salvezza del mondo. La Vergine Maria, madre di misericordia, che ieri abbiamo contemplato addolorata ai piedi della Croce, ci ottenga il dono di confidare sempre nell'amore di Dio e ci aiuti ad essere misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli.

Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita. don Romeo Maggioni

Oggi il vangelo si apre con lo scandalo di chi vede Gesù "contaminarsi" coi peccatori, cioè di chi giudica Iddio troppo buono, tollerante, misericordioso, che lascia correre troppo il male nel mondo, che lascia crescere assieme al buon grano la zizzania. "Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Non sarà questa troppa bontà - pensano i farisei di sempre - la causa del dilagare del male nel mondo? Perché non c'è più ordine, più severità, più divisione netta tra buon grano e zizzania?
La risposta di Gesù è completamente inattesa, e con questo capitolo 15, chiamato il "vangelo del vangelo", Luca ci dice: la gioia di Dio sta nel trovare di perdonare un cuore sincero. Mai come qui ci si rivela le profondità del cuore di Dio Padre.

1) DIO ACCOGLIE TUTTI COME UN PADRE

Anzitutto Dio è un instancabile cercatore di ogni uomo, come "quel pastore che ha cento pecore e ne perde una: subito lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrovi". O come la donna che "ha 10 monete e ne perde una: accende la lucerna, spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova". Non uno dei peccatori gli è indifferente. Non si accontenta e compiace dei giusti: si preoccupa di chi manca, perché gli appartiene, perché ci tiene! "Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13). "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché ciascuno che crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Dice sant'Agostino che Dio ama ciascuno come se fosse l'unico. Nessuno deve sentirsi mai abbandonato da Dio, mai perduto: è Lui che prende l'iniziativa di cercarci e di seminare il nostro cammino di stimoli per il nostro ritorno."Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva!" (Ez 18,32).

E ritrovata la pecora smarrita, la moneta persa o il figlio che era morto...si fa festa! Anzi: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Quando si vede ritornare il figlio...il padre non capisce più niente dalla gioia: "Presto, portate qui il vestito più bello, mettetegli l'anello al dito, i calzari ai piedi; portate il vitello più grasso ..e facciamo festa!". Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti. Noi a Dio - mi insegnava un anziano e saggio biblista francese - non possiamo regalare nulla che già non abbia: è il padrone di tutto! Tranne una cosa: dargli la gioia di poterci perdonare. Scrive sant'Ambrogio: "Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra; o quando creò il mare e le piante; leggo che si è riposato quando creò l'uomo, perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare" (Exam.).

Ma si fa festa...per un peccatore pentito. Questo è un punto da chiarire. Dio si propone a tutti, Dio sollecita tutti, Dio è misericordioso verso tutti, ma verso tutti quelli che lo vogliono, quelli cioè che si aprono a lui con sincerità di cuore. Gesù non ha mai sottovalutato la gravità del peccato; la distinzione tra peccatori e giusti non è soppressa; ha sempre esigito conversione ed è radicale nelle esigenze per il Regno condannando il male senza ambiguità. Se qui si parla della misericordia, si parla anche di conversione, di un figlio ritrovato perché pentito. Anzi il messaggio dell'amore del Padre è proprio per dar confidenza al ritorno del peccatore. Troppo Iddio è rispettoso della nostra libertà e dignità, e quindi della nostra parte da fare nel processo della salvezza!

2) ANCHE NOI DOBBIAMO ACCOGLIERE TUTTI COME FRATELLI

E' iniziata l'epoca del perdono: non è più lecito mormorare. Alla svolta del Dio misericordioso deve seguire la svolta del cuore tollerante. L'atteggiamento del figlio maggiore che non accoglie l'altro come fratello e giudica la troppa bontà del padre, è stigmatizzata da Gesù nella finale della parabola. E' l'arroganza del "giusto" che non capisce più la preziosità del perdono e la generosa larghezza del cuore di Dio. E' sempre la pretesa del fariseo di "meritare" qualcosa davanti a Dio, e quindi di vantare pretese più degli altri!
Ma Dio non fa torto a nessuno: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". Dice san Paolo: "Che hai tu che non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1Cor 4,7). Un giorno Gesù ebbe a dire a chi si lamentava della sua generosità: "Sei tu invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,15). Ciò che spinge Dio al perdono non è il merito del peccatore, ma la sua assoluta gratuità e promessa di salvezza: "In questo sta l'amore: non noi abbiamo amato Dio, ma lui ha amato noi; egli ci ha amato per primo" (1Gv 4,10.19).
Il fratello maggiore osserva la legge, ma manca dell'amore fraterno.

Ma proprio questo è il cuore della legge: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste" (Lc 6,36). La rabbia e la paura del giusto è che così vada tutto a rotoli! Ma Gesù è stato molto preciso nell'insegnamento di oggi: di fronte al padre, se al secondo è richiesto l'amore fraterno, al primo, il figlio minore, è richiesta conversione. Conversione e amore del prossimo sono allora i due pilastri portanti dell'ordine morale, le forze basilari che devono animare la nostra convivenza umana.

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In fondo la conversione è sull'idea che si ha di Dio: il figlio minore pensa di essere schiavo nella casa del padre, e parte alla ricerca di una felicità che poi si dimostrerà fasulla e deludente, ritornando al vecchio padre, unico portatore di vita autentica; il secondo ha del padre l'idea di un padrone da servire, cui avanzare le pretese per i propri atti di obbedienza e giustizia..! Ma Dio è altra cosa: è puro dono gratuito, è benevolenza anzitutto; e quando ha dato tutto e si vede anche rifiutato... diviene anche perdono, misericordia, è capace di un super-dono che ci sa rendere nuovi e ci fa incominciare da capo come se nulla fosse stato!
Appunto: GRAZIA E MISERICORDIA sono gli argini entro i quali scorre la vita del credente.

Un Padre che ama, malgrado tutto. don Bruno Maggioni

Il tema centrale della parabola è l'amore del padre. A lui non interessa che il figlio gli abbia dissipato il patrimonio. Ciò che lo addolora è che il figlio sia lontano, a disagio. E quando ritorna non bada neppure alle sue parole («Trattami come uno dei tuoi servi»): l'importante è che il figlio abbia capito e sia tornato. Ecco il motivo della sua gioia: «Questo mio figlio era morto ed è tornano in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Questo è il volto del vero Dio, un volto molto diverso da come scribi e farisei supponevano, e come giusti e benpensanti alle volte continuano a supporre.
Se invece prendiamo in considerazione la figura del figlio minore, allora ci accorgiamo che il suo peccato non è semplicemente consistito nel fatto che abbia chiesto la sua parte di eredità e l'abbia poi dissipata, lontano da casa, in una vita libertina. Questo comportamento non è che la conseguenza di una convinzione che gli si era radicata nell'animo, e cioè la convinzione che la casa fosse una prigione, la presenza del padre ingombrante e mortificante, e l'allontanamento da casa una libertà. Questo è il vero peccato del figlio minore. Il suo ritorno a casa – motivato all'inizio dal disagio («io qui muoio di fame») – trova il suo culmine non nel proposito di lavorare come un salariato per riparare il danno (anzi questo mostra che il figlio non ha capito ancora né la profondità dell'amore del padre né la profondità del suo peccato), ma semplicemente nell'aver capito che in casa si sta meglio e che fuori si sta peggio. Questo infatti è quello che voleva il padre. Null'altro. La conversione è un ritorno. Non è un prezzo da pagare – non sta lì il nocciolo della questione – ma una mentalità da cambiare.
A questo punto dobbiamo rileggere una terza volta la parabola dal punto di vista del figlio maggiore. Anziché condividere la gioia del padre, ne prova invidia. Come gli scribi e i farisei che mormorano contro Gesù, anch'egli pensa che il peccato sia consistito nel dilapidare le sostanze, non invece nel fatto di essersi allontanato da casa. E si capisce che anch'egli ragiona come il figlio minore. Infatti è rimasto in casa, ma convinto che lo stare in casa sia faticoso, sia un sacrificio, convinto anch'egli che fuori si sta meglio. È un figlio fedele, ma con l'animo del servo, incapace nel profondo di condividere la gioia del padre, perché non vede nel fratello che si è allontanato un povero da salvare, ma semmai un fortunato da punire. Non si sente figlio, grato e gioioso di essere in casa, già premiato per il fatto di essere in casa.

La conversione è il sorriso del peccatore... e di Dio. P. Raniero Cantalamessa

Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.

La parabola è introdotta con queste parole: "Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Allora egli disse loro questa parabola..." (Lc 15, 1-2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull'atteggiamento di Gesù verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesù, cosa sappiamo storicamente di lui.

È nota l'accoglienza che Gesù riserva ai peccatori nel vangelo e l'opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere "un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori" (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesù suona: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.

Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell'intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesù, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono "i trasgressori deliberati e impenitenti della legge", in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesù avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.

In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro.

Un eminente studioso scrive a questo riguardo: "Non è vero che Gesù aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l'esistenza di 'peccatori'. Gesù si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d'Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio" (James Dunn).

Gesù non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli "malati" lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l'adulterio di fatto, egli condanna anche l'adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: "Va' e non peccare più"; non dice: "Va' e continua come prima".

Quello che Gesù condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: "Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Lc 18,9). Gesù era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.

Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesù e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C'è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesù fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati.

Gesù dice al paralitico: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati". "Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?", gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesù: "Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua". Nessuno poteva verificare se i peccati di quell'uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile.

Anche l'esame dei rapporti di Gesù con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesù? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesù non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio.

Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C'è un l'elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all'altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? "Rallegratevi con me!". E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione".

Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C'è gioia "davanti agli angeli di Dio", è un modo tutto ebraico di dire che c'è gioia "in Dio"). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l'anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: "Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l'aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei- le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: "Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore" (L'Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po' di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire...

Gesú e i peccatori. P. Raniero Cantalamessa

Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia.


La parabola è introdotta con queste parole: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

Allora egli disse loro questa parabola…” (Lc 15, 1-2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull’atteggiamento di Gesú verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesú, cosa sappiamo storicamente di lui.


È nota l’accoglienza che Gesú riserva ai peccatori nel vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere “un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesú suona: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri.


Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell’intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesú, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono “i trasgressori deliberati e impenitenti della legge”, in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesú avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio.


In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro.


Un eminente studioso scrive a questo riguardo: “Non è vero che Gesú aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l’esistenza di ‘peccatori’. Gesú si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d’Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio” (James Dunn).


Gesú non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli “malati” lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l’adulterio di fatto, egli condanna anche l’adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: “Va’ e non peccare più”; non dice: “Va’ e continua come prima”.

Quello che Gesú condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Gesú era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi.


Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesú e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C’è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesú fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati.


Gesú dice al paralitico: “Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati”. “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”, gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesú: “Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Nessuno poteva verificare se i peccati di quell’uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile.


Anche l’esame dei rapporti di Gesú con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesú? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesú non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio.


Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C’è un l’elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all’altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? “Rallegratevi con me!”. E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C’è gioia “davanti agli angeli di Dio”, è un modo tutto ebraico di dire che c’è gioia “in Dio”). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l’anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: ”Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.


In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l’aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei- le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: “Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore” (L’Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po’ di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire…

Luca 15: le tre parabole della misericordia

Nel libro dell’Esodo è scritto: “(Mosé) gli disse:«Mostrami la tua gloria». (Dio) rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia» (Es 33,18-19); e nel Deuteronomio Mosé così parla al popolo d’Israele: “Poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri” (Dt 4,31). Una caratteristica fondamentale del Dio che le Scritture ebraiche ci presentano è quella della misericordia. Si tratta di una qualità fondamentale dell’atteggiamento divino nei riguardi delle sue creature e soprattutto dei suoi eletti. La misericordia di Dio di cui ci parla l’Antico Testamento è qualcosa che è in stretto rapporto con l’amore e con la stessa giustizia, che non è la giustizia umana. Anche quando Dio è amareggiato dal suo popolo e lascia profilare i castighi che sopravverranno, egli rimane il Dio della vita che attende con pazienza il ritorno (una parola molto usata nell’AT) del peccatore, perché possa vivere in pienezza.

Il Dio degli ebrei è anche il Dio dei cristiani e l’evangelista Luca lo ha capito così bene, che ne dà un saggio, presentandoci al c. 15 del suo vangelo tre parabole molto significative: due brevi e simili, la terza più sviluppata e ricca di emozione e d’insegnamento teologico. Cominciamo dalle prime due.

“Gli esattori delle tasse e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. I farisei e i dottori della legge mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con essi». Allora Gesù disse loro questa parabola: «Chi di voi, se possiede cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto per andare a cercare quella che si è smarrita, finché non la ritrova? Quando la trova, se la mette sulle spalle contento, ritorna a casa, cònvoca gli amici e i vicini e dice loro: "Fate festa con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta". Così, vi dico, ci sarà gioia nel cielo più per un peccatore che si converte, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione».

«O quale donna, se possiede dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza bene la casa e si mette a cercare attentamente, finché non la trova? Quando l' ha trovata, chiama le amiche e le vicine di casa e dice loro: "Fate festa con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". Così, vi dico, gli angeli di Dio fanno grande festa per un solo peccatore che si converte»” (Lc 15,1-10).

Queste due prime parabole sono brevi e di grande efficacia. Esse sono la risposta immediata all’osservazione critica dei farisei e dei dottori della legge circa il rapporto che Gesù intrattiene con i peccatori. Qual è il vero senso delle parole di Gesù? Egli in realtà vuol correggere e ri-orientare l’atteggiamento dei suoi critici nei riguardi della legge divina. Questi sono scandalizzati dalla frequentazione di persone che con i loro peccati contaminano chi ha a che fare con loro: essi si attengono ad una concezione di purità legale con cui credono di proteggere la legge. Gesù corregge questo modo di vedere ri-orientandolo sull’autentico significato della legge di Dio: la legge esiste per la legge o a favore dell’uomo? Se Dio ha posto la legge a vantaggio dell’uomo, cioè per la sua salvezza, allora non si può abbandonare il peccatore a se stesso. Dio ha dato la legge all’uomo, perché lo ama e lo vuole salvare: egli è un Dio di misericordia. Questa è la grande verità che l’ebreo Gesù rivela nella sua interezza agli astanti. Dio è come un pastore ricco di cento pecore, di cui se ne perde una; egli non riposa finché non la ritrova e, felice, se la pone in spalla per tornare a casa a festeggiare l’evento con gli amici. Lo stesso significato ha il ritrovamento della moneta da parte della donna che ne aveva dieci, ma ne aveva perso solo una. Le novantanove pecore e le nove dramme non sono senza importanza per i loro possessori, ma la loro passione è per ciò che si era perso e che ora si è ritrovato. La festa in cielo per un solo peccatore pentito è la gioia di Dio per aver ridato la vita a chi egli ama.

La terza parabola, quella del “figliol prodigo”, è più circostanziata e contiene oltre alla verità espressa nelle due precedenti, un’altra verità anch’essa espressione della misericordia di Dio: l’amore intatto per il suo popolo.

“E diceva: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi subito la parte di eredità che mi spetta". Allora il padre divise le sostanze tra i due figli. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolti tutti i suoi beni, emigrò in una regione lontana e là spese tutti i suoi averi, vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe dato fondo a tutte le sue sostanze, in quel paese si diffuse una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Andò allora da uno degli abitanti di quel paese e si mise alle sue dipendenze. Quello lo mandò nei campi a pascolare i porci. Per la fame avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora, rientrando in se stesso, disse: "Tutti i dipendenti in casa di mio padre hanno cibo in abbondanza, io invece qui muoio di fame! Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e dinanzi a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi mercenari". Si mise in cammino e ritornò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e dinanzi a te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio". Ma il padre ordinò ai servi: "Presto, portate qui la veste migliore e fategliela indossare; mettetegli l' anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso e ammazzatelo. Facciamo festa con un banchetto, perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa. Ora, il figlio maggiore si trovava nei campi. Al suo ritorno, quando fu vicino a casa, udì musica e danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse successo. Il servo gli rispose: "È ritornato tuo fratello e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché ha riavuto suo figlio sano e salvo". Egli si adirò e non voleva entrare in casa. Allora suo padre uscì per cercare di convincerlo. Ma egli rispose a suo padre: "Da tanti anni io ti servo e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ora invece che torna a casa questo tuo figlio che ha dilapidato i tuoi beni con le meretrici, per lui tu hai fatto ammazzare il vitello grasso". Gli rispose il padre: "Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo; ma si doveva far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"».

Questa bellissima parabola va letta tutta attentamente. Di solito, ci si sofferma sulla prima parte, i vv. 11-24, che è pure di straordinario valore, ma si tralascia la seconda parte, i vv. 25-32, che non è meno importante, perché integra il concetto di misericordia divina. La prima parte rapisce l’attenzione dei lettori o ascoltatori, perché il racconto che fa Gesù è trascinante e commovente; egli narra di un giovane presuntuoso e privo d’esperienza che per una pretesa libertà intende prendere una sua via, abbandonando quella che lo tratteneva nel benessere e di certo in una non minore libertà. Il giovane finisce male, ma dal male talora viene il bene, perché egli capisce tante cose, si converte e ritorna (la parola preziosa dell’AT) al padre che lo ama. Non richiesta di umiliazione e di penitenze, ma gioia, affetto e festa è quello che trova il giovane.

Il recupero alla vita non è un aggiustamento di conti amministrativi o finanziari, bensì una nuova creazione, che pretende l’esplosione del gaudio che solo l’amore sa provocare. Il fratello maggiore che viene ad apprendere tutto questo, si rattrista, si arrabbia, quasi si pente di essere stato un “giusto”, ma il padre esce anche incontro a lui per confermargli una grande verità: chi è già figlio e come tale si comporta, non ha da invidiare nessuno né da avere timore di essere spossessati di alcunché, perché rimane nella pienezza dei suoi diritti.

L’amore di un padre vero è senza pentimenti! Noi sappiamo ormai da sempre chi è il padre e chi è ciascuno dei due figli, ma dobbiamo riscoprirlo ogni giorno, per convertirci e deliziarci della grazia di Dio. Il padre buono è misericordioso è Dio che non si oppone alla libertà dei suoi figli, anche quando sa che stanno intraprendendo una strada sbagliata; egli sa attendere con pazienza il rientro in se stessi e nella vera libertà, che reintegra nei diritti di figli. I due fratelli invece rappresentano storicamente il primogenito figlio di Dio, Israele, e il secondogenito convertito alla volontà divina incarnata in Gesù Cristo; teologicamente però essi rappresentano una realtà perenne: noi tutti siamo entrambi i fratelli; ora siamo il fratello minore che pensa di acquistare la libertà sganciandosi da Dio, ora siamo il fratello maggiore, ligio alle norme, ma di un’obbedienza grigia ed opaca, che talora dimentica di possedere già tutto l’amore di Dio. È una verità della storia, è una verità della vita. In realtà, siamo tutti veramente fratelli e tutti amati da un unico vero padre, quello celeste.

Il figlio prodigo. S. Josemaría Escivà de Balaguer

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15, 20-24).

«Quando era ancora lontano – dice la Scrittura –, suo padre lo vide e si commosse profondamente; gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e lo coprì di baci. Le parole del testo sacro sono proprio queste: lo coprì di baci. Si può parlare in maniera più umana? Si può descrivere con maggior evidenza l’amore paterno di Dio per gli uomini? Davanti a Dio che muove incontro a noi, non possiamo che esclamare, con S. Paolo, Abba, Pater!, Padre, Padre mio! Pur essendo il creatore dell’universo, non esige titoli altisonanti né si cura del giusto riconoscimento del suo potere. Vuole che lo chiamiamo Padre e che, assaporando questa parola, l’anima ci si riempia di gioia.

La vita umana, in un certo modo, è un continuo ritorno alla casa del Padre. Ritorno mediante la contrizione, la conversione del cuore, che presuppone il desiderio di cambiare, la decisione ferma di migliorare la nostra vita, e si manifesta pertanto in opere di sacrificio e di dedizione. Ritorno alla casa del Padre per mezzo del sacramento del perdono, nel quale, confessando i nostri peccati, ci rivestiamo di Cristo e ridiventiamo suoi fratelli e membri della famiglia di Dio.

Dio ci aspetta, come il padre della parabole, con le braccia aperte, benché non lo meritiamo. Non gli importa l’entità del nostro debito. Come nel caso del figliol prodigo, dobbiamo solo aprire il cuore, sentire la nostalgia del focolare paterno, meravigliarci e rallegrarci di fronte al dono divino di poterci chiamare e di essere – nonostante tante mancanze di corrispondenza – veramente figli di Dio».
È Gesù che passa, 64

«La gioia è un bene cristiano. Si eclissa soltanto con l’offesa a Dio, perché il peccato nasce dall’egoismo, e l’egoismo è la causa della tristezza. Ma anche allora la gioia è là, nascosta sotto le ceneri dell’anima, perché il Signore e sua Madre non dimenticano mai gli uomini. Quando ci pentiamo, quando sgorga dal nostro cuore un atto di dolore, quando ci purifichiamo nel santo sacramento della penitenza, Dio ci viene incontro e ci perdona; e la tristezza se ne va: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Queste parole sono la conclusione meravigliosa della parabola del figliuol prodigo che non ci stancheremo mai di meditare».


È Gesù che passa, 178

IV Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C)

http://www.mcicolonia.de/rembrandt_il_figliol_prodigo.jpg



GIOVANNI PAOLO II: DIVES IN MISERICORDIA IV. LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO

5. Analogia

Già alle soglie del Nuovo Testamento risuona nel Vangelo di san Luca una singolare corrispondenza tra due voci sulla misericordia divina, in cui echeggia intensamente tutta la tradizione veterotestamentaria. Qui trovano espressione quei contenuti semantici, legati alla terminologia differenziata dei libri antichi. Ecco Maria che, entrata nella casa di Zaccaria, magnifica il Signore con tutta l'anima «per la sua misericordia», di cui «di generazione in generazione» divengono partecipi gli uomini che vivono nel timore di Dio. Poco dopo, commemorando l'elezione di Israele, ella proclama la misericordia, della quale «si ricorda» da sempre colui che l'ha scelta. Successivamente, alla nascita di Giovanni Battista, nella stessa casa, suo padre Zaccaria, benedicendo il Dio di Israele, glorifica la misericordia che egli «ha concesso. . . ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza».

Nell'insegnamento di Cristo stesso questa immagine, ereditata dall'Antico Testamento, si semplifica ed insieme si approfondisce. Ciò è forse più evidente nella parabola del figliol prodigo, in cui l'essenza della misericordia divina, benché la parola «misericordia» non vi ricorra, viene espressa tuttavia in modo particolarmente limpido. A ciò contribuisce non tanto la terminologia, come nei libri veterotestamentari, ma l'analogia che consente di comprendere più pienamente il mistero stesso della misericordia, quale dramma profondo che si svolge tra l'amore del padre e la prodigalità e il peccato del figlio. Quel figlio, che riceve dal padre h porzione di patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in un paese lontano, «vivendo da dissoluto», è in certo senso l'uomo di tutti i tempi, cominciando da colui che per primo perdette l'eredità della grazia e della giustizia originaria. L'analogia è a questo punto molto ampia. La parabola tocca indirettamente ogni rottura dell'alleanza d'amore, ogni perdita della grazia, ogni peccato. In questa analogia è messa meno in rilievo l'infedeltà di tutto il popolo di Israele rispetto a quanto avveniva nella tradizione profetica, sebbene a quell'infedeltà si possa anche estendere l'analogia del figliol prodigo. Quel figlio, «quando ebbe speso tutto..., cominciò a trovarsi nel bisogno», tanto più che venne una grande carestia «in quel paese» in cui si era recato dopo aver lasciato la casa paterna. E in questa situazione «avrebbe voluto saziarsi» con qualunque cosa, magari anche «con le carrube che mangiavano i porci» da lui pascolati per conto di «uno degli abitanti di quella regione». Ma perfino questo gli veniva rifiutato.

L'analogia si sposta chiaramente verso l'interno dell'uomo. Il patrimonio che quel tale aveva ricevuto dal padre era una risorsa di beni materiali, ma più importante di questi beni era la sua dignità di figlio nella casa paterna. La situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità. Egli non vi aveva pensato prima, quando aveva chiesto al padre di dargli la parte del patrimonio che gli spettava per andar via. E sembra che non ne sia consapevole neppure adesso, quando dice a se stesso: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame!». Egli misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che non «possiede» più, mentre i salariati in casa di suo padre li «posseggono». Queste parole esprimono soprattutto il suo atteggiamento verso i beni materiali; nondimeno, sotto la superficie di esse, si cela il dramma della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata. È allora che egli prende la decisione: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni». Parole, queste, che svelano più a fondo il problema essenziale. Attraverso la complessa situazione materiale, in cui il figliol prodigo era venuto a trovarsi a causa della sua leggerezza, a causa del peccato, era maturato il senso della dignità perduta. Quando egli decide di ritornare alla casa paterna, di chiedere al padre di essere accolto --non già in virtù del diritto di figlio, ma in condizione di mercenario--, sembra esteriormente agire a motivo della fame e della miseria in cui è caduto; questo motivo è però permeato dalla coscienza di una perdita più profonda: essere un garzone nella casa del proprio padre è certamente una grande umiliazione e vergogna. Nondimeno, il figliol prodigo è pronto ad affrontare tale umiliazione e vergogna. Egli si rende conto che non ha più alcun diritto, se non quello di essere mercenario nella casa del padre. La sua decisione è presa in piena coscienza di ciò che ha meritato e di ciò a cui può ancora aver diritto secondo le norme della giustizia. Proprio questo ragionamento dimostra che, al centro della coscienza del figliol prodigo, emerge il senso della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio col padre. Ed è con tale decisione che egli si mette per strada.

Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine «giustizia», cosi come, nel testo originale, non è usato quello di «misericordia»; tuttavia, il rapporto della giustizia con l 'amore che si manifesta come misericordia viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l'amore si trasforma in misericordia quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita --dopo il ritorno-- di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l'esigenza dell'ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l'aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fìn dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto che ancora poteva spettargli nella casa del padre.

6. Particolare concentrazione sulla dignità umana.

Questa precisa immagine dello stato d 'animo del figliol prodigo ci permette di comprendere con esattezza in che cosa consista la misericordia divina. Non vi è alcun dubbio che in quella semplice ma penetrante analogia, la figura del genitore ci svela Dio come Padre. Il comportamento del padre della parabola e tutto il suo modo di agire, che manifestano il suo atteggiamento interiore, ci consentono di ritrovare i singoli fili della visione vetero-testamentaria della misericordia in una sintesi totalmente nuova, piena di semplicità e di profondità. Il padre del figliol prodigo è fedele alla sua paternità, fedele a quell'amore che da sempre elargiva al proprio figlio. Tale fedeltà si esprime nella parabola non soltanto con la prontezza immediata nell'accoglierlo in casa, quando ritorna dopo aver sperperato il patrimonio: essa si esprime ancor più pienamente con quella gioia, con quella festosità cosi generosa nei confronti del dissipatore dopo il ritorno, che è tale da suscitare l'opposizione e l'invidia del fratello maggiore, il quale non si era mai allontanato dal padre e non ne aveva abbandonato la casa.

La fedeltà a se stesso da parte del padre --un tratto già noto dal termine vetero-testamentario «.hesed»-- viene al tempo stesso espressa in modo particolarmente carico di affetto. Leggiamo infatti che, quando il padre vide il figliol prodigo tornare a casa, «commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Egli agisce certamente sotto l'influsso di un profondo affetto, e così può essere spiegata anche la sua generosità verso il figlio, quella generosità che tanto indigna il fratello maggiore. Tuttavia, le cause di quella commozione vanno ricercate più in profondità. Ecco, il padre è consapevole che è stato salvato un bene fondamentale: il bene dell'umanità del suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio, è però salva la sua umanità. Anzi, essa è stata in qualche modo ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio maggiore: «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Nello stesso capitolo XV del Vangelo secondo Luca, leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e successivamente la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi è posta in rilievo la medesima gioia presente nel caso del figliol prodigo. La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull'umanità del figlio perduto, sulla sua dignità. Così si spiega soprattutto la gioiosa commozione al momento del suo ritorno a casa.

Proseguendo, si può dunque dire che l'amore verso il figlio, L'amore che scaturisce dall'essenza stessa della paternità, obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della dignità del figlio. Questa sollecitudine costituisce la misura del suo amore, L'amore di cui scriverà poi san Paolo: «La carità è paziente, è benigna la carità..., non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto..., si compiace della verità..., tutto spera, tutto sopporta» e «non avrà mai fine». La misericordia --come l'ha presentata Cristo nella parabola del figliol prodigo-- ha la forma interiore dell'amore che nel Nuovo Testamento è chiamato «agápe». Tale amore è capace di chinarsi su ogni figlio prodigo, su ogni miseria umana e, soprattutto, su ogni miseria morale, sul peccato. Quando ciò avviene, colui che è oggetto della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e «rivalutato». Il padre gli manifesta innanzitutto la gioia che sia stato «ritrovato» e che sia «tornato in vita». Tale gioia indica un bene inviolato: un figlio, anche se prodigo, non cessa di esser figlio reale di suo padre; essa indica inoltre un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il ritorno alla verità su se stesso.

Ciò che si è verificato nel rapporto del padre col figlio nella parabola di Cristo non si può valutare «dall'esterno». I nostri pregiudizi sul tema della misericordia sono per lo più Il risultato di una valutazione soltanto esteriore. Alle volte, seguendo un tale modo di valutare, accade che avvertiamo nella misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza, siamo pronti a dedurre che la misericordia diffama colui che la riceve, che offende la dignità dell'uomo. La parabola del figliol prodigo dimostra che la realtà è diversa: la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene che è l'uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è propria. Questa comune esperienza fa sì che il figliol prodigo cominci a vedere se stesso e le sue azioni in tutta verità (tale visione nella verità è un'autentica umiltà); e per il padre, proprio per questo motivo, egli diviene un bene particolare: il padre vede con così limpida chiarezza il bene che si è compiuto, grazie ad una misteriosa irradiazione della verità e dell'amore, che sembra dimenticare tutto il male che il figlio aveva commesso.

La parabola del figliol prodigo esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione. Questa è la più concreta espressione dell'opera dell'amore e della presenza della misericordia nel mondo umano. Il significato vero e proprio della misericordia non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell'uomo. Così intesa, essa costituisce il contenuto fondamentale del messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva della sua missione. Allo stesso modo intendevano e praticavano la misericordia i suoi discepoli e seguaci. Essa non cessò mai di rivelarsi, nei loro cuori e nelle loro azioni, come una verifica particolarmente creatrice dell'amore che non si lascia «vincere dal male», ma si vince «con il bene il male». Occorre che il volto genuino della misericordia sia sempre nuovamente svelato. Nonostante molteplici pregiudizi, essa appare particolarmente necessaria ai nostri tempi.

L’abbraccio del Padre converte il cuore

Gli occhi si fissano su un quadro: un padre che abbraccia il figlio. Inizia il cammino di conversione di un uomo, di ognuno di noi, riflettendo sulla parabola del Figliol Prodigo: perdonare e accettare il perdono…

Henri J. M. Nouwen, L’abbraccio benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana, Brescia 1998, pp. 210

Il particolare del quadro “Ritorno del figlio prodigo” di Rembrandt, su sfondo rosso, cattura l’attenzione del lettore che si avventura tra le pagine del libro di Nouwen. Due mani che abbracciano: una maschile e una dalle fattezze femminili. Ecco così preannunciato il tema che l’autore propone: l’abbraccio di Dio, abbraccio di Padre e di Madre. Il testo non nasce da pure riflessioni teologiche o da una lettura solamente esegetica della parabola del figliol prodigo a cui è accostata quella artistica del quadro, ma scaturisce dall’esperienza di crescita e di quotidiana conversione di Nouwen; egli, dapprima totalmente dedito all’insegnamento presso le università di Notre Dame, Harvard e Yale, scopre, in seguito all’incontro con il “Ritorno del figlio prodigo”, il bisogno di mettersi a servizio degli altri e l’esigenza di tornare all’autenticità della fede: diventa pastore della comunità per disabili dell’Arche Daybreak di Toronto.

Quando i suoi occhi nel 1983 puntarono l’attenzione sul quadro fu amore a prima vista: “Mi sentivo attratto dall’intimità delle due figure”. Iniziò allora un viaggio alla ricerca del suo significato e passo a passo vennero alla luce piccoli particolari che lo aiutarono a interrogarsi e a cercare risposte sul rapporto io – Dio, una relazione che non deve mai considerarsi arrivata. La sorpresa dell’autore fu grande e, inizialmente quasi sconvolgente: le tre figure chiavi della parabola, le stesse rappresentate da Rembrandt, coesistono a diversi livelli in ognuno di noi: padre, figlio prodigo e figlio maggiore. Ciascuna di queste è ed ha una vocazione in noi.

Il libro, scandito in tre parti che di volta in volta analizzano una delle tre figure, termina con l’epilogo “Vivere il quadro” in cui Nouwen spiega che “l’abbraccio del Padre è diventato molto reale negli abbracci dei mentalmente poveri” che egli ha accompagnato nella comunità di Daybreak. Racconta della sua vita con i giovani handicappati mentali e di come sia stato accolto da loro, di come l’aver riflettuto sulla tensione che ha portato Rembrandt a dipingere il quadro lo abbia avvicinato alla consapevolezza di aver trovato la casa in quel luogo. Durante questo lungo viaggio è rientrato nel silenzio del proprio cuore, l’unico che permette di avvicinarsi a Dio e di comprendere il suo volere,, la nostra vocazione.

“Gli handicappati… mi si mostrano come sono. Esprimono apertamente il loro amore e la loro paura… Il loro handicap svela il mio… E mi costringono a confrontarmi con il figlio maggiore che è in me. L’Arche ha dischiuso la via per ricondurlo a casa…”. Nel quadro il figlio maggiore osserva la scena con occhio critico, forse amareggiato, ma di sicuro con dentro l’esigenza di essere perdonato anche lui; il Padre vuole entrambi i figli ma li lascia liberi di fare le proprie scelte; Dio non ama il figlio maggiore più del minore; il Padre non giudica ma ama semplicemente: “Figlio, tu sei sempre con me” (Lc 15,31). Quante volte ci ostiniamo nelle nostre posizioni e non accettiamo l’amore e il perdono di chi ci è accanto?

Il segreto per tornare a casa è amare e lasciarsi amare senza condizioni; l’abbraccio del Padre è disarmante per i figli proprio perché incondizionato. “Osservando le fattezze con cui Rembrandt ritrae il padre, ho compreso all’improvviso, in modo del tutto nuovo, il significato della tenerezza, della misericordia e del perdono”. Il tocco delle Sue mani nell’abbraccio cerca solo di guarire le ferite e di trasmettere amore puro. Il figliol prodigo fa difficoltà ad accettare il perdono, condizione di tutti noi uomini, perché ciò comporta “rivendicare la mia piena dignità e prepararmi a diventare io stesso il padre”. Occorre tornare bambini (Mt 18,3).

“Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Sono le parole del Padre, di Colui che ci chiama per nome e ci fa sentire al sicuro, a casa, in un abbraccio con gioia e pace interiore… Ascoltiamole!