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Giovanni Paolo II. Sale della terra, luce del mondo. Discorso ai giovani nella Cattedrale di Plovdiv



La seconda parola che vi voglio lasciare questa sera è la stessa indirizzata ai giovani del mondo intero, che si preparano a celebrare fra due mesi la loro Giornata Mondiale a Toronto, in Canada: "Voi siete il sale della terra; voi siete la luce del mondo" (cfr Mt 5, 13-14).

Nella Scrittura il sale è simbolo dell'alleanza tra l'uomo e Dio (cfr Lv 2,13). Ricevendo il Battesimo, il cristiano diventa partecipe di questo patto che dura per sempre. Il sale è poi segno di ospitalità: "Abbiate sale in voi stessi, dice Gesù, e siate in pace gli uni con gli altri" (Mc 9, 50). Essere sale della terra significa essere operatore di pace e testimone di amore. Il sale serve inoltre alla conservazione degli alimenti, a cui dona sapore, e diventa simbolo di perseveranza e di immortalità: essere sale della terra significa essere portatore di una promessa di eternità. Ancora: al sale è riconosciuto un potere curativo (cfr 2 Re 2, 20-22), che ne fa immagine della purificazione interiore e della conversione del cuore. Gesù stesso evoca il sale della sofferenza purificatrice e redentrice (cfr Mc 9, 49): il cristiano è sulla terra testimone della salvezza ottenuta mediante la Croce.

5. Altrettanto ricco è il simbolismo della luce: la lampada illumina, riscalda, rallegra. "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino", afferma nella preghiera la fede della Chiesa (Sal 119, 105). Gesù, Parola del Padre, è la luce interiore che scaccia la tenebra del peccato; è il fuoco che allontana ogni freddezza; è la fiamma che rallegra l'esistenza; è lo splendore della verità che, brillando davanti a noi, ci precede sulla strada. Chi lo segue, non cammina nelle tenebre, ma ha la luce della vita. Così, il discepolo di Gesù deve essere discepolo della luce (cfr Gv 8, 12; 3, 20-21).

"Voi siete il sale della terra; voi siete la luce del mondo". Mai sono state dette all'uomo parole allo stesso tempo così semplici e così grandi! Certo, solo Cristo può essere definito pienamente sale della terra e luce del mondo, perché Lui solo può dare sapore, vigore e perennità alla nostra vita che, senza di Lui, sarebbe insipida, fragile e peritura. Lui solo è capace di illuminarci, riscaldarci, rallegrarci.

Ma è Lui che, volendo farvi partecipi della sua stessa missione, rivolge oggi a voi senza mezzi termini queste parole di fuoco: "Voi siete il sale della terra; voi siete la luce del mondo". Nel mistero dell'Incarnazione e della Redenzione, Cristo si unisce ad ogni cristiano e pone la luce della Vita e il sale della Saggezza nel più profondo del suo cuore, trasmettendo a chi lo accoglie il potere di diventare figlio di Dio (cfr Gv 1, 12) e il dovere di testimoniare questa presenza intima e questa luce nascosta.

Accettate dunque con umile coraggio la proposta che Dio vi rivolge. Nella sua onnipotenza e tenerezza, Egli vi chiama ad essere santi. Sarebbe da stolti gloriarsi di una simile chiamata, ma sarebbe da irresponsabili rifiutarla. Equivarrebbe a sottoscrivere il proprio fallimento esistenziale. Léon Bloy, uno scrittore cattolico francese del Novecento, ha scritto: "Non c'è che una sola tristezza, quella di non essere dei santi" (La femme pauvre, II, 27).

6. Ricordate, giovani amici: voi siete chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo! Gesù non vi domanda semplicemente di dire o di fare qualcosa; Gesù vi domanda di essere sale e luce! E non per un giorno soltanto, ma per tutta una vita. E' un impegno che Egli vi ripropone ogni mattina e in ogni ambiente. Dovete essere sale e luce con le persone della vostra famiglia e con i vostri amici; dovete esserlo con gli altri giovani - ortodossi, ebrei e musulmani - con i quali entrate quotidianamente in contatto nei luoghi di studio, di lavoro e di svago. Dipende anche da voi l'edificazione di una società in cui ogni persona possa trovare il proprio posto e vedere riconosciuta e accettata la sua dignità e la sua libertà. Offrite il vostro contributo perché la Bulgaria sia ogni giorno di più una terra di accoglienza, di prosperità e di pace.

Ciascuno è responsabile delle proprie scelte. Non vi è nulla di scontato, voi lo sapete. Gesù stesso ipotizza l'eventuale infedeltà: "Se il sale perdesse il sapore - dice -, con che cosa lo si potrà render salato?" (Mt 5, 13). Non dimenticate mai, cari giovani, che quando una pasta non lievita, la colpa non è della pasta, ma del lievito. Quando una casa rimane al buio, significa che la lucerna si è spenta. Perciò, "risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,16).

Giovanni Paolo II. "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo". Messaggio per la GMG del 2002



MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
IN OCCASIONE DELLA
XVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
(TORONTO, 18-28 LUGLIO 2002)

"Voi siete il sale della terra...
Voi siete la luce del mondo
" (Mt 5, 13-14)

Carissimi giovani!

1. Nella mia memoria resta vivo il ricordo dei momenti straordinari che abbiamo vissuto insieme a Roma, durante il Giubileo dell'Anno 2000, allorché siete venuti in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. In lunghe file silenziose avete varcato la Porta Santa e vi siete preparati a ricevere il sacramento della Riconciliazione; nella veglia serale e nella Messa del mattino a Tor Vergata avete poi vissuto un'esperienza spirituale ed ecclesiale intensa; rafforzati nella fede, avete fatto ritorno a casa con la missione che vi ho affidato: divenire, in quest'aurora del nuovo millennio, testimoni coraggiosi del Vangelo.

L'evento della Giornata Mondiale della Gioventù è diventato ormai un momento importante della vostra vita, come pure della vita della Chiesa. Vi invito dunque a cominciare a prepararvi alla XVII edizione di questo grande evento, che vedrà la sua celebrazione internazionale a Toronto, in Canada, nell'estate del prossimo anno. Sarà una nuova occasione per incontrare Cristo, rendere testimonianza della sua presenza nella società contemporanea e diventare costruttori della "civiltà dell'amore e della verità".

2. "Voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo" (Mt 5,13-14): questo è il tema che ho scelto per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Le due immagini del sale e della luce utilizzate da Gesù sono complementari e ricche di senso. Nell'antichità, infatti, sale e luce erano ritenuti elementi essenziali della vita umana.

"Voi siete il sale della terra...". Una delle funzioni primarie del sale, come ben si sa, è quella di condire, di dare gusto e sapore agli alimenti. Quest'immagine ci ricorda che, mediante il battesimo, tutto il nostro essere è stato profondamente trasformato, perché "condito" con la vita nuova che viene da Cristo (cfr Rm 6,4). Il sale, grazie al quale l'identità cristiana non si snatura, anche in un ambiente fortemente secolarizzato, è la grazia battesimale che ci ha rigenerati, facendoci vivere in Cristo e rendendoci capaci di rispondere alla sua chiamata ad "offrire i [nostri] corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rm 12,1). Scrivendo ai cristiani di Roma, san Paolo li esorta ad evidenziare chiaramente il loro modo diverso di vivere e di pensare rispetto ai contemporanei: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2).

Per lungo tempo il sale è stato anche il mezzo abitualmente usato per conservare gli alimenti. Come sale della terra, siete chiamati a conservare la fede che avete ricevuto e a trasmetterla intatta agli altri. La vostra generazione è posta con particolare forza di fronte alla sfida di mantenere integro il deposito della fede (cfr 2 Ts 2,15; 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,14).

Scoprite le vostre radici cristiane, imparate la storia della Chiesa, approfondite la conoscenza dell'eredità spirituale che vi è stata trasmessa, seguite i testimoni e i maestri che vi hanno preceduto! Solo restando fedeli ai comandamenti di Dio, all'Alleanza che Cristo ha suggellato con il suo sangue versato sulla Croce, potrete essere gli apostoli ed i testimoni del nuovo millennio.

È proprio della condizione umana e, in particolar modo, della gioventù, cercare l'Assoluto, il senso e la pienezza dell'esistenza. Cari giovani, nulla vi accontenti che stia al di sotto dei più alti ideali! Non lasciatevi scoraggiare da coloro che, delusi dalla vita, sono diventati sordi ai desideri più profondi e più autentici del loro cuore. Avete ragione di non rassegnarvi a divertimenti insipidi, a mode passeggere ed a progetti riduttivi. Se conservate grandi desideri per il Signore, saprete evitare la mediocrità e il conformismo, così diffusi nella nostra società.

3. "Voi siete la luce del mondo...". Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano.

Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto!

La luce di cui Gesù ci parla nel Vangelo è quella della fede, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l'intelligenza: "Dio che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse anche nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2 Cor 4,6). Ecco perché le parole di Gesù assumono uno straordinario rilievo allorché spiega la sua identità e la sua missione: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).

L'incontro personale con Cristo illumina di luce nuova la vita, ci incammina sulla buona strada e ci impegna ad essere suoi testimoni. Il nuovo modo, che da Lui ci viene, di guardare al mondo e alle persone ci fa penetrare più profondamente nel mistero della fede, che non è solo un insieme di enunciati teorici da accogliere e ratificare con l'intelligenza, ma un'esperienza da assimilare, una verità da vivere, il sale e la luce di tutta la realtà (cfr Veritatis splendor, 88).

Nel contesto attuale di secolarizzazione, in cui molti dei nostri contemporanei pensano e vivono come se Dio non esistesse o sono attratti da forme di religiosità irrazionali, è necessario che proprio voi, cari giovani, riaffermiate che la fede è una decisione personale che impegna tutta l'esistenza. Il Vangelo sia il grande criterio che guida le scelte e gli orientamenti della vostra vita! Diventerete così missionari con i gesti e le parole e, dovunque lavoriate e viviate, sarete segni dell'amore di Dio, testimoni credibili della presenza amorosa di Cristo. Non dimenticate: "Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15)!

Come il sale dà sapore al cibo e la luce illumina le tenebre, così la santità dà senso pieno alla vita, rendendola riflesso della gloria di Dio. Quanti santi, anche tra i giovani, annovera la storia della Chiesa! Nel loro amore per Dio hanno fatto risplendere le proprie virtù eroiche al cospetto del mondo, diventando modelli di vita che la Chiesa ha additato all'imitazione di tutti. Tra i molti basti ricordare: Agnese di Roma, Andreas di Phú Yên, Pedro Calungsod, Giuseppina Bakhita, Teresa di Lisieux, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo, Francisco Castelló Aleu o ancora Kateri Tekakwitha, la giovane irochese detta "il giglio dei Mohawks". Prego il Dio tre volte Santo che, per l'intercessione di questa folla immensa di testimoni, vi renda santi, cari giovani, i santi del terzo millennio!

4. Carissimi, è tempo di prepararsi per la XVII Giornata Mondiale della Gioventù. Vi rivolgo uno speciale invito a leggere e ad approfondire la Lettera apostolica Novo millennio ineunte, che ho scritto all'inizio dell'anno per accompagnare i battezzati in questa nuova tappa della vita della Chiesa e degli uomini: "Un nuovo secolo, un nuovo millennio si aprono alla luce di Cristo. Non tutti però vedono questa luce. Noi abbiamo il compito stupendo di esserne il «riflesso»" (n. 54).

Sì, è l'ora della missione! Nelle vostre diocesi e nelle vostre parrocchie, nei vostri movimenti, associazioni e comunità il Cristo vi chiama, la Chiesa vi accoglie come casa e scuola di comunione e di preghiera. Approfondite lo studio della Parola di Dio e lasciate che essa illumini la vostra mente ed il vostro cuore. Traete forza dalla grazia sacramentale della Riconciliazione e dell'Eucarestia. Frequentate il Signore in quel «cuore a cuore» che è l'adorazione eucaristica. Giorno dopo giorno, riceverete nuovo slancio che vi consentirà di confortare coloro che soffrono e di portare la pace al mondo. Sono tante le persone ferite dalla vita, escluse dallo sviluppo economico, senza un tetto, una famiglia o un lavoro; molte si perdono dietro false illusioni o hanno smarrito ogni speranza. Contemplando la luce che risplende sul volto di Cristo risorto, imparate a vostra volta a vivere come "figli della luce e figli del giorno" (1 Ts 5,5), manifestando a tutti che "il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità" (Ef 5,9).

5. Cari giovani amici, per tutti coloro che possono l'appuntamento è a Toronto! Nel cuore di una città multiculturale e pluriconfessionale diremo l'unicità di Cristo Salvatore e l'universalità del mistero di salvezza di cui la Chiesa è sacramento. Pregheremo per la piena comunione tra i cristiani nella verità e nella carità, rispondendo all'invito pressante del Signore che desidera ardentemente "che tutti siano una cosa sola" (Gv 17,11).

Venite a far risuonare nelle grandi arterie di Toronto l'annuncio gioioso di Cristo che ama tutti gli uomini e porta a compimento ogni segno di bene, di bellezza e di verità presente nella città umana. Venite a dire davanti al mondo la vostra gioia di aver incontrato Cristo Gesù, il vostro desiderio di conoscerlo sempre meglio, il vostro impegno di annunciarne il Vangelo di salvezza fino agli estremi confini della terra!

I vostri coetanei canadesi si preparano già ad accogliervi con calore e grande ospitalità, insieme ai loro Vescovi e alle Autorità civili. Per questo li ringrazio fin d'ora vivamente. Possa questa prima Giornata Mondiale dei Giovani all'inizio del terzo millennio trasmettere a tutti un messaggio di fede, di speranza e d'amore!

La mia benedizione vi accompagna, mentre a Maria, Madre della Chiesa, affido ciascuno di voi, la vostra vocazione e la vostra missione.

Da Castel Gandolfo, 25 Luglio 2001

IOANNES PAULUS II

Giovanni Paolo II: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

«Plak Sapera» (Elk) - Martedì, 8 giugno 1999

1. "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5).

San Luca, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, ci mostra l’incontro di Gesù con un uomo chiamato Zaccheo, capo dei pubblicani, molto ricco. Dato che era basso di statura, salì su un albero per vedere Cristo. Udì allora le parole del Maestro: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Gesù aveva notato il gesto di Zaccheo: interpretò il suo desiderio e anticipò l’invito. Destò perfino la meraviglia di qualcuno il fatto che Gesù andasse a trovare un peccatore. Zaccheo, felice per la visita “accolse pieno di gioia Cristo” (cfr Lc 19, 6), cioè aprì generosamente la porta della sua casa e del suo cuore all’incontro con il Salvatore.

2. Cari fratelli e Sorelle, saluto di tutto cuore i presenti a questa S. Messa. In modo particolare saluto il vescovo Wojciech - Pastore della diocesi di Elk, e il Vescovo ausiliare Edward, ed anche il clero qui presente in gran numero, le persone consacrate e il Popolo di Dio. Saluto questa bella terra e i suoi abitanti. Mi è molto cara, poiché l’ho visitata tante volte, anche in cerca di riposo. Avevo allora la possibilità di ammirare la ricchezza della natura di quest’angolo della mia Patria e di godere la pace dei laghi e dei boschi. Voi stessi siete eredi del ricco passato di questa terra, formato lungo i secoli da varie tradizioni e culture. Lo mette in evidenza la presenza a questa celebrazione intorno all’altare di Dio, non solo dei vescovi polacchi, ma anche dei vescovi di altri paesi. Li ringrazio per essere venuti a Elk. Saluto anche gli studenti dei seminari maggiori, come pure i pellegrini giunti dalle diocesi limitrofe e dall’estero, in modo particolare dalla Bielorussia, dalla Russia e dalla Lituania. Vi prego, portate il mio saluto a tutti quei nostri fratelli e sorelle, che oggi non possono essere qui con noi.

Di tutto cuore saluto la comunità lituana, che abita nel territorio della diocesi di Elk, presente a questa S. Messa, ed anche i pellegrini giunti dalla Lituania. In modo particolare saluto il Signor Presidente della Repubblica di Lituania Signor Valdas Adamkus e coloro che lo accompagnano. Saluto i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ed anche gli studenti dei seminari maggiori. Per il tramite vostro voglio salutare tutti gli abitanti della terra lituana. Con il pensiero e con il cuore torno spesso alla visita che ho fatto nel vostro paese nel settembre del 1993. Tutti insieme rendemmo allora grazie a Dio e alla Madre della Misericordia nel Santuario della Porta dell’Aurora per l’incrollabile fedeltà al Vangelo in tempi difficili per la vostra nazione. Durante l’Eucaristia celebrata presso il Monte delle Croci vi ringraziai per “questa grande testimonianza data a Dio e all’uomo (. . .) data alla vostra storia e a tutti i popoli dell’Europa e della terra”. Dissi allora: “Che questo Monte rimanga una testimonianza alla fine del secondo millennio dopo Cristo e come annuncio del nuovo millennio, il terzo millennio, della redenzione e della salvezza, che non si trova se non nella Croce e nella Risurrezione del nostro Redentore. (. . .) Questo è il messaggio che lascio a tutti da questo luogo mistico della storia lituana. Lo lascio a tutti. Vi auguro che sia sempre contemplato e vissuto” (Giovanni Paolo II, Omelia, 7.09.1993: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVI, 2 (1993) 668 ss.).

Cari Fratelli e Sorelle Lituani, dopo sei anni vorrei ancora una volta ricordarvi e ripetervi queste parole. Oggi raccomando la vostra patria alla Madonna della Porta dell’Aurora e a San Casimiro, Patrono della Lituania. Presso la sua tomba, nella cattedrale di Vilnius, pregai allora ardentemente per tutta la vostra nazione e ringraziai Dio per esser potuto venire in essa e compiervi il ministero pastorale. Invoco l’intercessione anche di Sant’Edvige, regina, la cui memoria liturgica la Chiesa celebra oggi, ed anche del beato arcivescovo Jurgis Matulaitis, instancabile e intrepido pastore della Chiesa di Vilnius. La fede sia sempre la forza della vostra nazione, e la testimonianza dell’amore per Cristo porti frutti spirituali. Costruite sulla fede il futuro della vostra Patria, la vostra vita, la vostra identità lituana e cristiana per il bene della Chiesa, dell’Europa e dell’umanità.

3. “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri” ( Lc 19, 8). Desidero tornare alla lettura dal Vangelo di San Luca: Cristo “la luce del mondo” (cfr Gv 8, 12), ha portato la sua luce nella casa di Zaccheo, e in modo particolare nel suo cuore. Grazie alla vicinanza di Gesù, delle sue parole e del suo insegnamento comincia a compiersi la trasformazione del cuore di quest’uomo. Già sulla soglia della propria casa Zaccheo dichiara: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituirò quattro volte tanto” (Lc 19, 8). Sull’esempio di Zaccheo vediamo come Cristo rischiari le tenebre della coscienza umana. Alla sua luce si allargano gli orizzonti dell’esistenza: uno comincia a rendersi conto degli altri uomini e delle loro necessità. Nasce il senso del legame con l'altro, la consapevolezza della dimensione sociale dell’uomo e di conseguenza il senso della giustizia. “Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità - insegna San Paolo (Ef 5, 9). La svolta verso l’altro uomo, verso il prossimo, costituisce uno dei principali frutti di una conversione sincera. L’uomo esce fuori dal suo egoistico “essere per se stesso” e si volge verso gli altri, sente il bisogno di “essere per gli altri”, di essere per i fratelli.

Una tale dilatazione del cuore nell’incontro con Cristo è il pegno della salvezza, come mostra il seguito del colloquio con Zaccheo: “Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa (...) il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»” (Lc 19, 9-10).

Anche oggi, la descrizione che Luca fa dell’evento che ebbe luogo a Gerico, non ha perso di importanza. Porta con sé l’esortazione da parte di Cristo, che “è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30). E come una volta di fronte a Zaccheo, così in questo istante Cristo si presenta davanti all’uomo del nostro secolo. Sembra presentare a ciascuno separatamente la sua proposta: “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5).

Cari Fratelli e Sorelle, importante è questo «oggi». Costituisce come un sollecito. Nella vita ci sono delle questioni talmente importanti e talmente urgenti che non possono essere posticipate e non possono essere lasciate per il domani. Devono essere affrontate già oggi. Esclama il Salmista: “Ascoltate oggi la sua voce: «Non indurite il cuore»” (Sal 94[95], 8). “Il lamento dei poveri” (Gb 34, 28) di tutto il mondo si alza incessantemente da questa terra e giunge a Dio. E’ il grido dei bambini, delle donne, degli anziani, dei profughi, di chi ha subito torto, delle vittime di guerra, dei disoccupati. I poveri sono anche in mezzo a noi: i senza casa, i mendicanti, gli affamati, i disprezzati, i dimenticati dalle perone più care e dalla società, i degradati e gli umiliati, le vittime di vari vizi. Molti di essi tentano perfino di nascondere la loro miseria umana, ma bisogna saperli riconoscere. Ci sono anche persone sofferenti negli ospedali, i bambini orfani oppure i giovani che sperimentano le difficoltà e i problemi della loro età.

“Vi sono perduranti situazioni di miseria che non possono non scuotere la coscienza del cristiano, e richiamargli il dovere di farvi fronte con urgenza sia personalmente che in modo comunitario. Ancora oggi si dischiudono davanti a noi spazi enormi nei quali la carità di Dio deve farsi presente attraverso l’opera dei cristiani” - come ho scritto nell’ultimo Messaggio per la Quaresima (15.10.1998). L’«oggi» di Cristo dovrebbe dunque risuonare con tutta la forza in ogni cuore e renderlo sensibile alle opere di misericordia. “Il lamento e il grido dei poveri” esige da noi una risposta concreta e generosa. Esige la disponibilità a servire il prossimo. Siamo invitati da Cristo. Siamo costantemente chiamati. Ognuno in un modo diverso. In vari luoghi infatti l’uomo soffre e chiama l’uomo. Ha bisogno della sua presenza, del suo aiuto. Come è importante questa presenza del cuore umano e dell’umana solidarietà!

Non induriamo i nostri cuori quando udiamo “il lamento dei poveri”. Cerchiamo di ascoltare questo grido. Cerchiamo di agire e di vivere in modo che nella nostra Patria a nessuno manchi il tetto sopra la testa e il pane sulla tavola; che nessuno si senta solo, lasciato senza cura. Con questo appello mi rivolgo a tutti i miei connazionali. So quanto viene fatto in Polonia per prevenire la miseria e l’indigenza che dilagano. A questo punto desidero sottolineare l’attività delle sezioni della Caritasdella Chiesa - diocesane e parrocchiali. Esse intraprendono infatti varie iniziative, tra le altre durante l’Avvento e nella Quaresima, concedendo in tal modo l’aiuto alle singole persone e ad interi gruppi sociali. Svolgono anche attività formativa e educativa. Tale aiuto più volte oltrepassa i confini della Polonia. Come sono numerosi i centri di assistenza sociale, gli ospizi, le mense, i centri caritativi, le case per le madri sole, gli istituti infantili, i doposcuola, le stazioni di protezione o i centri per i disabili sorti ultimamente. Sono soltanto alcuni esempi di questa enorme opera samaritana. Desidero anche sottolineare lo sforzo da parte dello Stato e delle istituzioni private e quello di singole persone, o dei cosiddetti volontari che vi si impegnano. Occorre nominare qui anche le iniziative miranti a rimediare al preoccupante fenomeno della crescita dell’indigenza in vari ambienti e in varie regioni. E’ un concreto, reale e visibile contributo allo sviluppo della civiltà dell’amore in terra polacca.

Dobbiamo sempre ricordare che lo sviluppo economico del paese deve tenere in considerazione la grandezza, della dignità e della vocazione dell’uomo, che “è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio” (cfr Gn 1, 26). Lo sviluppo e il progresso economico non può attuarsi a spese dell’uomo, limitandone le fondamentali esigenze. Deve essere uno sviluppo nel quale l’uomo è il soggetto, cioè il più importante punto di riferimento. Lo sviluppo e il progresso economico non possono essere perseguiti ad ogni costo! Non sarebbero degni dell’uomo, (cfr Sollecitudo rei socialis, 27). La Chiesa di oggi annunzia e cerca di attuare l’opzione preferenziale a favore dei poveri. Non si tratta qui solo di un sentimento fugace, o di un’azione immediata, ma di una reale e perseverante volontà di agire a favore del bene di coloro che si trovano in necessità e che spesso sono privi di speranza per un futuro migliore.

4. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3).

Sin dall’inizio della sua attività messianica, parlando nella sinagoga di Nazaret, Gesù disse: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18). Riteneva i poveri i più privilegiati eredi del regno. Ciò significa che soltanto “i poveri in spirito” sono in grado di ricevere il regno di Dio con tutto il cuore. L’incontro di Zaccheo con Gesù mostra che anche un uomo ricco può diventare partecipe della beatitudine di Cristo per i poveri in spirito.

Povero in spirito è colui che è disposto ad usare con generosità la propria ricchezza a favore di chi è nel bisogno. In tal caso si vede che non è attaccato a quelle ricchezze. Si vede che comprende bene l’essenziale finalità di esse. I beni materiali infatti sono per servire gli altri, specialmente chi si trova nella necessità. La Chiesa ammette la proprietà personale di questi beni, se vengono usati a questo fine.

Oggi ricordiamo Sant’Edvige regina. E’ conosciuta la sua generosità verso i poveri. Benché fosse ricca, non dimenticava gli indigenti. E’ per noi esempio e modello, come bisogna vivere e mettere in pratica l’insegnamento di Cristo sull’amore e sulla misericordia e rendersi simili a colui che, come dice San Paolo “essendo ricco si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (cfr 2 Cor 8, 9).

“Beati i poveri in spirito”. E’ il grido di Cristo che oggi dovrebbe ascoltare ogni cristiano, ogni uomo credente. C’è tanto bisogno di uomini poveri in spirito, cioè aperti ad accogliere la verità e la grazia, aperti alle grandi cose di Dio; di uomini dal cuore grande che non si lasciano incantare dallo splendore delle ricchezze di questo mondo e non permettono che esse abbiano il dominio sui loro cuori. Sono veramente forti, perché colmi della ricchezza della grazia di Dio. Vivono nella consapevolezza di ricevere da Dio incessantemente e senza fine.

“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (At 3, 6) - con queste parole gli Apostoli Pietro e Giovanni rispondono alla richiesta dello zoppo dello storpio. Gli donarono il sommo bene che egli avrebbe potuto desiderare. Poveri trasmisero al povero la più grande ricchezza: nel nome di Cristo gli restituirono la salute. Mediante ciò confessarono la verità che attraverso le generazioni è la parte dei confessori di Cristo.

Ecco i poveri in spirito, senza possedere essi stessi né argento né oro, grazie a Cristo hanno un potere maggiore di quello che possono dare tutte le ricchezze del mondo.

Davvero, sono felici e beati questi uomini, perché ad essi appartiene il regno dei cieli. Amen.

© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana

GIOVANNI PAOLO II: DIVES IN MISERICORDIA IV. LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO

5. Analogia

Già alle soglie del Nuovo Testamento risuona nel Vangelo di san Luca una singolare corrispondenza tra due voci sulla misericordia divina, in cui echeggia intensamente tutta la tradizione veterotestamentaria. Qui trovano espressione quei contenuti semantici, legati alla terminologia differenziata dei libri antichi. Ecco Maria che, entrata nella casa di Zaccaria, magnifica il Signore con tutta l'anima «per la sua misericordia», di cui «di generazione in generazione» divengono partecipi gli uomini che vivono nel timore di Dio. Poco dopo, commemorando l'elezione di Israele, ella proclama la misericordia, della quale «si ricorda» da sempre colui che l'ha scelta. Successivamente, alla nascita di Giovanni Battista, nella stessa casa, suo padre Zaccaria, benedicendo il Dio di Israele, glorifica la misericordia che egli «ha concesso. . . ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza».

Nell'insegnamento di Cristo stesso questa immagine, ereditata dall'Antico Testamento, si semplifica ed insieme si approfondisce. Ciò è forse più evidente nella parabola del figliol prodigo, in cui l'essenza della misericordia divina, benché la parola «misericordia» non vi ricorra, viene espressa tuttavia in modo particolarmente limpido. A ciò contribuisce non tanto la terminologia, come nei libri veterotestamentari, ma l'analogia che consente di comprendere più pienamente il mistero stesso della misericordia, quale dramma profondo che si svolge tra l'amore del padre e la prodigalità e il peccato del figlio. Quel figlio, che riceve dal padre h porzione di patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in un paese lontano, «vivendo da dissoluto», è in certo senso l'uomo di tutti i tempi, cominciando da colui che per primo perdette l'eredità della grazia e della giustizia originaria. L'analogia è a questo punto molto ampia. La parabola tocca indirettamente ogni rottura dell'alleanza d'amore, ogni perdita della grazia, ogni peccato. In questa analogia è messa meno in rilievo l'infedeltà di tutto il popolo di Israele rispetto a quanto avveniva nella tradizione profetica, sebbene a quell'infedeltà si possa anche estendere l'analogia del figliol prodigo. Quel figlio, «quando ebbe speso tutto..., cominciò a trovarsi nel bisogno», tanto più che venne una grande carestia «in quel paese» in cui si era recato dopo aver lasciato la casa paterna. E in questa situazione «avrebbe voluto saziarsi» con qualunque cosa, magari anche «con le carrube che mangiavano i porci» da lui pascolati per conto di «uno degli abitanti di quella regione». Ma perfino questo gli veniva rifiutato.

L'analogia si sposta chiaramente verso l'interno dell'uomo. Il patrimonio che quel tale aveva ricevuto dal padre era una risorsa di beni materiali, ma più importante di questi beni era la sua dignità di figlio nella casa paterna. La situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità. Egli non vi aveva pensato prima, quando aveva chiesto al padre di dargli la parte del patrimonio che gli spettava per andar via. E sembra che non ne sia consapevole neppure adesso, quando dice a se stesso: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame!». Egli misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che non «possiede» più, mentre i salariati in casa di suo padre li «posseggono». Queste parole esprimono soprattutto il suo atteggiamento verso i beni materiali; nondimeno, sotto la superficie di esse, si cela il dramma della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata. È allora che egli prende la decisione: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni». Parole, queste, che svelano più a fondo il problema essenziale. Attraverso la complessa situazione materiale, in cui il figliol prodigo era venuto a trovarsi a causa della sua leggerezza, a causa del peccato, era maturato il senso della dignità perduta. Quando egli decide di ritornare alla casa paterna, di chiedere al padre di essere accolto --non già in virtù del diritto di figlio, ma in condizione di mercenario--, sembra esteriormente agire a motivo della fame e della miseria in cui è caduto; questo motivo è però permeato dalla coscienza di una perdita più profonda: essere un garzone nella casa del proprio padre è certamente una grande umiliazione e vergogna. Nondimeno, il figliol prodigo è pronto ad affrontare tale umiliazione e vergogna. Egli si rende conto che non ha più alcun diritto, se non quello di essere mercenario nella casa del padre. La sua decisione è presa in piena coscienza di ciò che ha meritato e di ciò a cui può ancora aver diritto secondo le norme della giustizia. Proprio questo ragionamento dimostra che, al centro della coscienza del figliol prodigo, emerge il senso della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio col padre. Ed è con tale decisione che egli si mette per strada.

Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine «giustizia», cosi come, nel testo originale, non è usato quello di «misericordia»; tuttavia, il rapporto della giustizia con l 'amore che si manifesta come misericordia viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l'amore si trasforma in misericordia quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita --dopo il ritorno-- di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l'esigenza dell'ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l'aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fìn dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto che ancora poteva spettargli nella casa del padre.

6. Particolare concentrazione sulla dignità umana.

Questa precisa immagine dello stato d 'animo del figliol prodigo ci permette di comprendere con esattezza in che cosa consista la misericordia divina. Non vi è alcun dubbio che in quella semplice ma penetrante analogia, la figura del genitore ci svela Dio come Padre. Il comportamento del padre della parabola e tutto il suo modo di agire, che manifestano il suo atteggiamento interiore, ci consentono di ritrovare i singoli fili della visione vetero-testamentaria della misericordia in una sintesi totalmente nuova, piena di semplicità e di profondità. Il padre del figliol prodigo è fedele alla sua paternità, fedele a quell'amore che da sempre elargiva al proprio figlio. Tale fedeltà si esprime nella parabola non soltanto con la prontezza immediata nell'accoglierlo in casa, quando ritorna dopo aver sperperato il patrimonio: essa si esprime ancor più pienamente con quella gioia, con quella festosità cosi generosa nei confronti del dissipatore dopo il ritorno, che è tale da suscitare l'opposizione e l'invidia del fratello maggiore, il quale non si era mai allontanato dal padre e non ne aveva abbandonato la casa.

La fedeltà a se stesso da parte del padre --un tratto già noto dal termine vetero-testamentario «.hesed»-- viene al tempo stesso espressa in modo particolarmente carico di affetto. Leggiamo infatti che, quando il padre vide il figliol prodigo tornare a casa, «commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Egli agisce certamente sotto l'influsso di un profondo affetto, e così può essere spiegata anche la sua generosità verso il figlio, quella generosità che tanto indigna il fratello maggiore. Tuttavia, le cause di quella commozione vanno ricercate più in profondità. Ecco, il padre è consapevole che è stato salvato un bene fondamentale: il bene dell'umanità del suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio, è però salva la sua umanità. Anzi, essa è stata in qualche modo ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio maggiore: «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Nello stesso capitolo XV del Vangelo secondo Luca, leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e successivamente la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi è posta in rilievo la medesima gioia presente nel caso del figliol prodigo. La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull'umanità del figlio perduto, sulla sua dignità. Così si spiega soprattutto la gioiosa commozione al momento del suo ritorno a casa.

Proseguendo, si può dunque dire che l'amore verso il figlio, L'amore che scaturisce dall'essenza stessa della paternità, obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della dignità del figlio. Questa sollecitudine costituisce la misura del suo amore, L'amore di cui scriverà poi san Paolo: «La carità è paziente, è benigna la carità..., non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto..., si compiace della verità..., tutto spera, tutto sopporta» e «non avrà mai fine». La misericordia --come l'ha presentata Cristo nella parabola del figliol prodigo-- ha la forma interiore dell'amore che nel Nuovo Testamento è chiamato «agápe». Tale amore è capace di chinarsi su ogni figlio prodigo, su ogni miseria umana e, soprattutto, su ogni miseria morale, sul peccato. Quando ciò avviene, colui che è oggetto della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e «rivalutato». Il padre gli manifesta innanzitutto la gioia che sia stato «ritrovato» e che sia «tornato in vita». Tale gioia indica un bene inviolato: un figlio, anche se prodigo, non cessa di esser figlio reale di suo padre; essa indica inoltre un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il ritorno alla verità su se stesso.

Ciò che si è verificato nel rapporto del padre col figlio nella parabola di Cristo non si può valutare «dall'esterno». I nostri pregiudizi sul tema della misericordia sono per lo più Il risultato di una valutazione soltanto esteriore. Alle volte, seguendo un tale modo di valutare, accade che avvertiamo nella misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza, siamo pronti a dedurre che la misericordia diffama colui che la riceve, che offende la dignità dell'uomo. La parabola del figliol prodigo dimostra che la realtà è diversa: la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene che è l'uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è propria. Questa comune esperienza fa sì che il figliol prodigo cominci a vedere se stesso e le sue azioni in tutta verità (tale visione nella verità è un'autentica umiltà); e per il padre, proprio per questo motivo, egli diviene un bene particolare: il padre vede con così limpida chiarezza il bene che si è compiuto, grazie ad una misteriosa irradiazione della verità e dell'amore, che sembra dimenticare tutto il male che il figlio aveva commesso.

La parabola del figliol prodigo esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione. Questa è la più concreta espressione dell'opera dell'amore e della presenza della misericordia nel mondo umano. Il significato vero e proprio della misericordia non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell'uomo. Così intesa, essa costituisce il contenuto fondamentale del messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva della sua missione. Allo stesso modo intendevano e praticavano la misericordia i suoi discepoli e seguaci. Essa non cessò mai di rivelarsi, nei loro cuori e nelle loro azioni, come una verifica particolarmente creatrice dell'amore che non si lascia «vincere dal male», ma si vince «con il bene il male». Occorre che il volto genuino della misericordia sia sempre nuovamente svelato. Nonostante molteplici pregiudizi, essa appare particolarmente necessaria ai nostri tempi.

Giovanni Paolo II. Le beatitudini. Omelia sul Monte Korazim

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE
DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA PER I GIOVANI

Israele - Korazim, Monte delle Beatitudini,
Venerdì, 24 marzo 2000

“Considerate la vostra vocazione, fratelli” (1 Cor 1, 26)

1. Oggi queste parole di san Paolo sono rivolte a tutti noi che siamo giunti qui sul Monte delle Beatitudini. Siamo seduti su questa collina come i primi discepoli e ascoltiamo Gesù. In silenzio ascoltiamo la sua voce gentile e pressante, gentile quanto questa terra stessa e pressante quanto l'invito a scegliere fra la vita e la morte.

Quante generazioni prima di noi si sono commosse profondamente udendo il Discorso della Montagna! Quanti giovani nel corso dei secoli si sono riuniti intorno a Gesù per apprendere le parole di vita eterna, proprio come oggi voi siete riuniti qui! Quanti giovani cuori sono stati ispirati dalla forza della sua personalità e dalla avvincente verità del suo avvincente messaggio! È meraviglioso che siate qui!

Grazie, Arcivescovo Boutros Mouallem, per la sua cordiale accoglienza. La prego di trasmettere i miei saluti oranti a tutta la comunità greco-melkita che presiede. Estendo i miei auguri fraterni ai numerosi Cardinali, al Patriarca Sabbah, ai Vescovi, e a tutti i sacerdoti qui presenti. Saluto i membri delle Comunità Latina, Maronita, Siriana, Armena, Caldea, e tutti i nostri fratelli e sorelle delle altre Chiese Cristiane e Comunità Ecclesiali. Rivolgo una speciale parola di ringraziamento ai nostri amici Musulmani che sono qui, ed ai membri di fede Ebraica.

Questo grande raduno è come una prova generale per la Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Roma nel mese di agosto! Il giovane che ha parlato ha promesso che avrete un’altra montagna, il Monte Sinai! Giovani di Israele, dei Territori Palestinesi, della Giordania e di Cipro, giovani del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia, dell'Europa, dell'America e dell'Oceania! Saluto ognuno di voi con affetto e amore!

2. I primi che udirono le Beatitudini di Gesù serbavano nel cuore il ricordo di un altro monte, il Monte Sinai. Proprio un mese fa, ho avuto la grazia di recarmi là, dove Dio parlò a Mosè e Gli diede la Legge scritta “dal dito di Dio” (Es 31, 18) su tavole di pietra. Questi due monti, il Sinai e il Monte delle Beatitudini, ci offrono la mappa della nostra vita cristiana e una sintesi delle nostre responsabilità verso Dio e verso il prossimo. La Legge e le Beatitudini insieme tracciano il cammino della sequela di Cristo e il sentiero regale verso la maturità e la libertà spirituali.

I Dieci Comandamenti del Sinai possono sembrare negativi: “Non avrai altri dèi di fronte a me;... Non uccidere; Non commettere adulterio; Non rubare; Non pronunziare falsa testimonianza...” (Es 20, 3, 13 -16), Essi sono invece sommamente positivi. Andando oltre il male che nominano, indicano il cammino verso la legge d'amore che è il primo e il più grande dei Comandamenti: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente... Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37, 39). Gesù stesso afferma di non essere venuto per abolire la Legge, ma per darle compimento (cfr Mt 5, 17). Il suo messaggio è nuovo, ma non distrugge ciò che già esiste. Anzi sviluppa al massimo le sue potenzialità. Gesù insegna che la via dell'amore porta la legge al suo pieno compimento (cfr Gal 5, 14). Ed ha insegnato questa verità importantissima su questa collina, qui in Galilea.

3. “Beati voi”, dice “Beati i poveri in spirito, i miti e i misericordiosi, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati! Beati voi!”. Le parole di Gesù possono sembrare strane. È strano che Gesù esalti coloro che il mondo considera in generale dei deboli. Dice loro: “Beati voi che sembrate perdenti, perché siete i veri vincitori: vostro è il Regno dei Cieli!”. Dette da lui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), queste parole lanciano una sfida che richiede una metanoia profonda e costante dello spirito, una grande trasformazione del cuore.

Voi giovani comprenderete il motivo per cui è necessario questo cambiamento del cuore! Siete infatti consapevoli di un'altra voce dentro di voi e intorno a voi, una voce contraddittoria. È una voce che dice: “Beati i superbi e i violenti, coloro che prosperano a qualunque costo, che non hanno scrupoli, che sono senza pietà, disonesti, che fanno la guerra invece della pace e perseguitano quanti sono di ostacolo sul loro cammino”. Questa voce sembra avere senso in un mondo in cui i violenti spesso trionfano e pare che i disonesti abbiano successo. “Sì” dice la voce del male “sono questi a vincere. Beati loro!”

4. Gesù offre un messaggio molto diverso. Non lontano da qui egli chiamò i suoi primi discepoli, così come chiama voi ora. La sua chiamata ha sempre imposto una scelta fra le due voci in competizione per conquistare il vostro cuore, anche ora, qui sulla collina, la scelta fra il bene e il male, fra la vita e la morte. Quale voce sceglieranno di seguire i giovani del XXI secolo? Riporre la vostra fiducia in Gesù significa scegliere di credere in ciò che dice, indipendentemente da quanto ciò possa sembrare strano, e scegliere di non cedere alle lusinghe del male, per quanto attraenti possano sembrare.

Dopo tutto, Gesù non solo proclama le Beatitudini. Egli vive le Beatitudini. Egli è le Beatitudini. Guardandolo, vedrete cosa significa essere poveri in spirito, miti e misericordiosi, afflitti, avere fame e sete della giustizia, essere puri di cuore, operatori di pace, perseguitati. Per questo motivo ha il diritto di affermare “Venite, seguitemi!”. Non dice semplicemente, “Fate ciò che dico”. Egli dice “Venite, seguitemi!”.

Voi ascoltate la sua voce su questa collina e credete a ciò che dice. Tuttavia, come i primi discepoli sul mare di Galilea, dovete abbandonare le vostre barche e le vostre reti e questo non è mai facile, in particolare quando dovete affrontare un futuro incerto e siete tentati di perdere la fiducia nella vostra eredità cristiana. Essere buoni Cristiani può sembrare un'impresa superiore alle vostre forze nel mondo di oggi. Tuttavia Gesù non resta a guardare e non vi lascia soli ad affrontare tale sfida. È sempre con voi per trasformare la vostra debolezza in forza. CredeteGli quando vi dice: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9)!

5. I discepoli trascorsero del tempo con il Signore. Giunsero a conoscerlo e ad amarlo profondamente. Scoprirono il significato di quanto l'Apostolo Pietro disse una volta a Gesù: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Scoprirono che le parole di vita eterna sono le parole del Sinai e le parole delle Beatitudini. Questo è il messaggio che diffusero ovunque.

Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò ai suoi discepoli una missione e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all'alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo. Ora tocca a voi essere coraggiosi apostoli di quel Regno!

Giovani della Terra Santa, giovani del mondo, rispondete al Signore con un cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù. Come rispose? Disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

O Signore Gesù Cristo, in questo luogo che hai conosciuto e che hai tanto amato, ascolta questi giovani cuori generosi! Continua a insegnare a questi giovani la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini! Rendili gioiosi testimoni della tua verità e apostoli convinti del tuo Regno! Sii con loro sempre, in particolare quando seguire te e il Vangelo diviene difficile e arduo! Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!

O Signore Gesù, hai fatto di questi giovani degli amici tuoi: tienili per sempre vicino a te!

Amen!

© Copyright 2000 - Libreria Editrice Vaticana

«Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2, 5). Giovanni Paolo II

MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
PER LA III GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU'

«Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2, 5)

Carissimi giovani!

1. Anche quest'anno mi rivolgo a voi per annunciarvi la prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà nelle Chiese locali la Domenica delle Palme 1988. Questa volta la Giornata avrà, però, un carattere tutto particolare, poiché stiamo vivendo nella Chiesa l'anno mariano, che ho aperto nella solennità di Pentecoste e che chiuderò il 15 agosto dell'anno prossimo, solennità dell'Assunzione.

Alla fine del secondo millennio dell'era cristiana, in un momento critico della storia di un mondo travagliato da tanti difficili problemi, l'anno mariano costituisce per tutti noi un dono speciale. In quest'anno Maria appare ai nostri occhi sotto una luce nuova: madre piena di amore tenero e sensibile e maestra che ci precede nel cammino della fede e ci indica la strada della vita. L'anno mariano è quindi un anno di particolare ascolto di Maria. E così deve essere anche la prossima Giornata Mondiale della Gioventù. E' Maria che questa volta vi convoca - giovani! E' lei che vi dà appuntamento, perché ha molto da dirvi! Sono sicuro che - come negli anni precedenti - non mancherete di impegnarvi attivamente, sotto la guida dei vostri pastori, nella celebrazione della Giornata della Gioventù.

2. La Giornata Mondiale della Gioventù 1988 avrà quindi come suo centro Maria, Vergine e Madre di Dio, e sarà una giornata di ascolto. Che cosa ci dirà Maria, nostra madre e maestra? Nel Vangelo c'è una frase in cui Maria si mostra veramente come nostra maestra. E' la frase da lei pronunciata durante le nozze di Cana di Galilea. Dopo aver detto al Figlio: «Non hanno più vino», dice ai servitori: «Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2, 5).

Proprio queste parole ho scelto come filo conduttore della Giornata Mondiale 1988. Racchiudono un messaggio molto importante, valido per tutti gli uomini di tutti i tempi. «Fate quello che egli vi dirà...» vuol dire: ascoltate Gesù mio Figlio, seguite la sua parola e abbiate fiducia in lui. Imparate a dire «sì» al Signore in ogni circostanza della vostra vita. E' un messaggio molto confortante, di cui tutti sentiamo bisogno.

«Fate quello che egli vi dirà...». In queste parole Maria ha espresso soprattutto il segreto più profondo della sua stessa vita. Dietro queste parole sta tutta lei. La sua vita è stata infatti un grande «sì» al Signore. Un «sì» pieno di gioia e di fiducia. Maria piena di grazia, Vergine Immacolata, ha vissuto tutta la sua vita in una totale apertura a Dio, in perfetta consonanza con la sua volontà e ciò anche nei momenti più difficili, che hanno raggiunto l'apogeo sulla cima del monte Calvario, ai piedi della croce. Non ritira mai il suo «sì», perché ha posto tutta la sua vita nelle mani di Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Nell'enciclica «Redemptoris Mater» ho scritto a questo proposito: «Nell'annunciazione, infatti, Maria si è abbandonata a Dio completamente, manifestando "l'obbedienza della fede" a colui che le parlava mediante il suo messaggero e prestando "il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà". Ha risposto dunque con tutto il suo "io" umano, femminile, ed in tale risposta di fede erano contenute una perfetta cooperazione con "la grazia di Dio che previene e soccorre" ed una perfetta disponibilità all'azione dello Spirito Santo» (Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris Mater, 13).

«Fate quello che egli vi dirà...». In questa breve frase si racchiude tutto il programma di vita che Maria maestra realizzò come prima discepola del Signore, e che oggi insegna anche a noi. E' un progetto di vita basata sul solido e sicuro fondamento che si chiama Gesù Cristo.

3. Il mondo in cui viviamo è scosso da varie crisi, tra le quali una delle più pericolose è la perdita del senso della vita. Molti dei nostri contemporanei hanno perso il vero senso della vita e ne cercano surrogati nel consumismo sfrenato, nella droga, nell'alcool e nell'erotismo. Cercano la felicità, ma il risultato è una profonda tristezza, un vuoto nel cuore e non di rado la disperazione.

In una simile situazione molti giovani si pongono interrogativi fondamentali: Come devo vivere la mia vita per non perderla? Su quale fondamento devo costruire la mia vita perché sia una vita veramente felice? Che cosa devo fare per dare un senso alla mia vita?

Come devo comportarmi in situazioni di vita spesso complesse e difficili - nella familia, nella scuola, nell'università, nel lavoro, nella cerchia degli amici?...Sono domande a volte molto drammatiche, che oggi certamente molti tra voi giovani si pongono.

Sono sicuro che tutti voi volete costruire la vostra vita su un fondamento solido, che renda capaci di resistere alle prove che non mancheranno mai - un fondamento di roccia. Ed ecco dinanzi a voi Maria, Vergine di Nazareth, l'umile ancella del Signore, che mostrando suo Figlio dice: «Fate quello che egli vi dirà», cioè ascoltate Gesù, ubbidite a Gesù, ai suoi comandamenti, abbiate fiducia in lui. Questo è l'unico progetto di una vita veramente riuscita e felice. Questa è anche l'unica fonte del piu profondo senso della vita.

L'anno scorso durante la Giornata Mondiale della Gioventù avete meditato le parole di san Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi» (1 Gv 4, 16). Quest'anno Maria spiega a voi, giovani, che cosa vuol dire credere e amare Dio. Fede e amore non si riducono alle parole o a sentimenti vaghi. Credere e amare Dio vuol dire una vita coerente, vissuta tutta alla luce del Vangelo, vuol dire impegno di fare sempre ciò che Gesù ci dice sia nella Sacra Scrittura che nell'insegnamento della Chiesa. Sì, questo non è facile, spesso richiede molto coraggio di andare contro le correnti della moda e delle opinioni di questo mondo. Ma questo - lo ripeto - è proprio l'unico progetto di una vita veramente riuscita e felice.

Tale è l'insegnamento di Maria alle nozze di Cana, insegnamento che vogliamo approfondire ed accogliere durante la Giornata Mondiale della Gioventù 1988.

Carissimi giovani! Vi invito tutti a partecipare a questo avvenimento assai importante. Venite ad ascoltare la Madre di Gesù, vostra madre e maestra!

4. Ogni Giornata Mondiale della Gioventù, per non diventare una celebrazione meramente esteriore e superficiale, esige un itinerario di preparazione nella pastorale diocesana e parrocchiale, nella vita dei gruppi, dei movimenti e delle associazioni giovanili, e ciò soprattutto nel periodo quaresimale.

Vi invito tutti a intraprendere questo cammino di preparazione spirituale, per cogliere meglio sia la grazia dell'anno mariano che il dono della Giornata Mondiale 1988. Meditate la vita di Maria. Meditatela soprattutto voi ragazze, le giovani. Per voi, la Vergine Immacolata costituisce un sublime modello di donna cosciente della propria dignità e della sua alta vocazione. Meditatela anche voi, ragazzi, i giovani! Ascoltando le parole pronunciate da Maria a Cana di Galilea: «Fate quello che egli vi dirà», cercate tutti di costruire la vostra vita fin dall'inizio sul solido fondamento che è Gesù. Vi auguro che la vostra meditazione del mistero di Maria trovi il suo sbocco nell'imitazione della sua vita: imparate da lei ad ascoltare e seguire la Parola di Dio (cfr. Lc 2, 5), imparate da lei a stare vicino al Signore anche se questo alle volte può costare molto (cfr. Gv 19, 25). Vi auguro che la vostra meditazione del mistero di Maria trovi anche il suo sbocco nella fiduciosa preghiera mariana. Cercate di scoprire la bellezza del rosario, che diventi fedele compagno per tutta la vostra vita.

Concludo questo breve messaggio con un cordiale saluto a tutti i giovani del mondo. Sappiate che il Papa è vicino a ciascuno di voi con le sue preghiere.

Nell'itinerario di preparazione spirituale e nella celebrazione stessa della Giornata Mondiale della Gioventù 1988 nella vostra diocesi vi accompagni la mia benedizione apostolica.

Dal Vaticano, 13 Dicembre 1987, Terza Domenica d'Avvento.

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

A Cana Maria induce Gesù a compiere il primo miracolo. Giovanni Paolo II

1. Nel narrare la presenza di Maria nella vita pubblica di Gesù, il Concilio Vaticano II ne ricorda la partecipazione a Cana in occasione del primo miracolo: "Alle nozze in Cana di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua intercessione Gesù Messia a dare inizio ai miracoli (cfr Gv 2,1-11)" (LG, 58).

Sulla scia dell'evangelista Giovanni, il Concilio fa notare il ruolo discreto e, al tempo stesso efficace della Madre, che con la sua parola induce il Figlio al "primo segno". Ella, pur esercitando un influsso discreto e materno, con la sua presenza risulta, alla fine, determinante.

L'iniziativa della Vergine appare ancora più sorprendente, se si considera la condizione d'inferiorità della donna nella società giudaica. A Cana, infatti, Gesù non solo riconosce la dignità ed il ruolo del genio femminile, ma, accogliendo l'intervento di sua Madre, le offre la possibilità di essere partecipe all'opera messianica. Non contrasta con questa intenzione di Gesù l'appellativo "Donna", col quale Egli si rivolge a Maria (cfr Gv 2,4). Esso, infatti, non contiene in sé alcuna connotazione negativa e sarà nuovamente usato da Gesù nei confronti della Madre ai piedi della Croce (cfr Gv 19,26). Secondo alcuni interpreti, questo titolo "Donna" presenta Maria come la nuova Eva, madre nella fede di tutti i credenti.

Il Concilio, nel testo citato, usa l'espressione: "mossa a compassione", lasciando intendere che Maria era ispirata dal suo cuore misericordioso. Avendo intravisto l'eventualità del disappunto degli sposi e degli invitati per la mancanza di vino, la Vergine compassionevole suggerisce a Gesù di intervenire col suo potere messianico.

A taluni la domanda di Maria appare sproporzionata, perché subordina ad un atto di pietà l'inizio dei miracoli del Messia. Alla difficoltà ha risposto Gesù stesso che, con il suo assenso alla sollecitazione materna, mostra la sovrabbondanza con cui il Signore risponde alle umane attese, manifestando anche quanto possa l'amore di una madre.

2. L'espressione "dare inizio ai miracoli", che il Concilio ha ripreso dal testo di Giovanni, attira la nostra attenzione. Il termine greco archè, tradotto con inizio, principio, è usato da Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: "In principio era il Verbo" (1,1). Questa significativa coincidenza induce a stabilire un parallelo tra la prima origine della gloria di Cristo nell'eternità e la prima manifestazione della stessa gloria nella sua missione terrena.

Sottolineando l'iniziativa di Maria nel primo miracolo e ricordando poi la sua presenza sul Calvario, ai piedi della Croce, l'evangelista aiuta a comprendere come la cooperazione di Maria si estenda a tutta l'opera di Cristo. La richiesta della Vergine si colloca all'interno del disegno divino di salvezza.

Nel primo segno operato da Gesù i Padri della Chiesa hanno intravisto una forte dimensione simbolica, cogliendo, nella trasformazione dell'acqua in vino, l'annunzio del passaggio dall'antica alla nuova Alleanza. A Cana, proprio l'acqua delle giare, destinata alla purificazione dei Giudei e all'adempimento delle prescrizioni legali (cfr Mc 7,1-15), diventa il vino nuovo del banchetto nuziale, simbolo dell'unione definitiva fra Dio e l'umanità.

3. Il contesto di un banchetto di nozze, scelto da Gesù per il suo primo miracolo, rimanda al simbolismo matrimoniale, frequente nell'Antico Testamento per indicare l'Alleanza tra Dio e il suo popolo (cfr Os 2,21; Ger 2,1-8; Sal 44; ecc.) e nel Nuovo Testamento per significare l'unione di Cristo con la Chiesa (cfr Gv 3,28-30; Ef 5,25-32; Ap 21,1-2; ecc.).

La presenza di Gesù a Cana manifesta inoltre il progetto salvifico di Dio riguardo al matrimonio. In tale prospettiva, la carenza di vino può essere interpretata come allusiva alla mancanza d'amore, che purtroppo non raramente minaccia l'unione sponsale. Maria chiede a Gesù d'intervenire in favore di tutti gli sposi, che solo un amore fondato in Dio può liberare dai pericoli dell'infedeltà, dell'incomprensione e delle divisioni. La grazia del Sacramento offre agli sposi questa forza superiore d'amore, che può corroborare l'impegno della fedeltà anche nelle circostanze difficili.

Secondo l'interpretazione degli autori cristiani, il miracolo di Cana racchiude, inoltre, un profondo significato eucaristico. Compiendolo in prossimità della solennità della Pasqua giudaica (cfr Gv 2,13), Gesù manifesta, come nella moltiplicazione dei pani (cfr Gv 6,4), l'intenzione di preparare il vero banchetto pasquale, l'Eucaristia. Tale desiderio, alle nozze di Cana, sembra sottolineato ulteriormente dalla presenza del vino, che allude al sangue della Nuova Alleanza, e dal contesto di un banchetto.

In tal modo Maria, dopo essere stata all'origine della presenza di Gesù alla festa, ottiene il miracolo del vino nuovo, che prefigura l'Eucaristia, segno supremo della presenza del suo Figlio risorto tra i discepoli.

4. Alla fine del racconto del primo miracolo di Gesù, reso possibile dalla fede salda della Madre del Signore nel suo divin Figlio, l'evangelista Giovanni conclude: "I suoi discepoli credettero in Lui" (2,11). A Cana Maria inizia il cammino della fede della Chiesa, precedendo i discepoli ed orientando a Cristo l'attenzione dei servi.

La sua perseverante intercessione incoraggia, altresì, coloro che vengono talora a trovarsi dinanzi all'esperienza del "silenzio di Dio". Essi sono invitati a sperare oltre ogni speranza, confidando sempre nella bontà del Signore.

«Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea»

Giovanni Paolo II - 04.10.1997 - a Rio de Janeiro
«Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea» (Gv 2, 1).

1. Oggi la liturgia ci conduce a Cana di Galilea. Ancora una volta prendiamo parte alle nozze che lì si celebrano, e alle quali venne invitato Gesù, insieme a sua madre e ai discepoli. Questo dettaglio fa pensare che il banchetto nuziale ebbe luogo in casa di conoscenti di Gesù, poiché anch'Egli crebbe in Galilea. Umanamente parlando, chi avrebbe potuto prevedere che una tale occasione avrebbe, in un certo senso, rappresentato l'inizio della sua attività messianica? Eppure è così. Fu lì, infatti, a Cana, che Gesù, sollecitato da sua madre, compì il primo miracolo, trasformando l'acqua in vino.

L'evangelista Giovanni, testimone oculare dell'evento, ha descritto dettagliatamente lo svolgersi dei fatti. Nella sua descrizione tutto appare pieno di profondo significato. E, dato che siamo qui riuniti per partecipare all'Incontro Mondiale delle Famiglie, dobbiamo scoprire poco a poco questi significati. Il miracolo operato a Cana di Galilea, come altri miracoli di Gesù, costituisce un segnale: mostra l'azione di Dio nella vita dell'uomo. È necessario meditare su questa azione, per scoprire il senso più profondo di ciò che lì avvenne.

Il banchetto nuziale di Cana ci porta a riflettere sul matrimonio, nel mistero del quale è inclusa la presenza di Cristo. Non è forse legittimo vedere nella presenza del Figlio di Dio in quella festa di nozze, un indizio del fatto che il matrimonio dovrebbe essere un segno efficace della sua presenza?

2. ...

3. Torniamo spiritualmente al banchetto nuziale di Cana di Galilea, la descrizione evangelica del quale ci permette di contemplare il matrimonio nella prospettiva sacramentale. Come leggiamo nel Libro della Genesi, l'uomo lascia suo padre e sua madre, e si unisce a sua moglie per costituire, in un certo senso, con lei un corpo solo (cfr Gn 2, 24). Cristo ripeterà queste parole del Vecchio Testamento parlando ai farisei, che gli facevano domande riguardo all'indissolubilità del matrimonio. Essi si riferivano alle prescrizioni della Legge di Mosè, che permettevano, in certi casi, la separazione dei coniugi, ossia il divorzio. Cristo rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19, 8). E citò le parole del Libro della Genesi: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina... Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi» (Mt 19, 4-6).

Alla base di tutto l'ordine sociale si trova quindi questo principio di unità e d'indissolubilità del matrimonio, principio su cui si fonda l'istituzione della famiglia e tutta la vita familiare. Tale principio riceve conferma e nuova forza nell'elevazione del matrimonio alla dignità di sacramento.

E quale grande dignità, carissimi fratelli e sorelle! Si tratta della partecipazione alla vita di Dio, ossia della grazia santificante e delle innumerevoli grazie che corrispondono alla vocazione al matrimonio, all'essere genitori e a quella familiare. L'evento di Cana di Galilea sembra condurci proprio a questo. La mirabile trasformazione dell'acqua in vino! Ecco che l'acqua, la nostra bevanda più comune, acquista, grazie all'azione di Cristo, un nuovo carattere: diventa vino, quindi una bevanda in un certo senso di maggior pregio. Il significato di questi simboli — dell'acqua e del vino — trova la sua espressione nella Santa Messa. Durante l'Offertorio, unendo un po' d'acqua al vino, chiediamo a Dio, mediante Cristo, di partecipare alla sua vita nel Sacrificio Eucaristico. Il matrimonio, l'essere genitori, la maternità, la paternità, la famiglia: tutto questo appartiene all'ordine della natura, da quando Dio ha creato l'uomo e la donna; e tutto questo, mediante l'azione di Cristo, viene elevato all'ordine soprannaturale. Il sacramento del matrimonio diventa il modo di partecipare alla vita di Dio. L'uomo e la donna che credono in Cristo, che si uniscono come coniugi, possono, da parte loro, confessare: i nostri corpi sono redenti, è redenta l'unione coniugale. Vengono redenti l'essere genitori, la maternità, la paternità e tutto ciò che porta con sé l'impronta della santità.

Questa verità appare in tutta la sua chiarezza quando si legge, ad esempio, la vita dei genitori di santa Teresa di Gesù Bambino; e questo è solo uno degli innumerevoli esempi. Molti conoscono i frutti dell'istituzione sacramentale del matrimonio. Con questo nostro Incontro di Rio de Janeiro, ringraziamo Dio per tutti questi frutti, per l'opera di santificazione delle coppie e delle famiglie, che dobbiamo a Cristo. Per tale ragione, la Chiesa non cessa di presentare nella sua integrità la dottrina di Cristo sul matrimonio, per ciò che riguarda la sua unità e la sua indissolubilità.

4. Nella prima lettura, dal Libro di Ester, è ricordata la salvezza della nazione grazie all'intervento di questa figlia di Israele, durante il periodo della cattività babilonese. Questo brano della Scrittura ci fa comprendere anche la vocazione al matrimonio, in modo particolare l'immenso servizio che essa rende alla vita umana, alla vita di ogni persona e di tutti i popoli della terra. «Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio...: al re piacerà la tua bellezza» (Sal 44 [45], 11-12). Il Papa oggi desidera dire la stessa cosa a ogni famiglia umana: «Ascolta, guarda: Dio vuole che tu sia bella, che tu viva la pienezza della dignità umana e della santità di Cristo, che tu sia al servizio dell'amore e della vita. Hai avuto inizio nel Creatore e sei stata santificata dallo Spirito Paraclito, per diventare la speranza di tutte le nazioni».

Possa questo servizio all'umanità rivelare ai coniugi che una chiara manifestazione della santità del loro matrimonio è proprio la gioia con cui accolgono e chiedono al Signore vocazioni fra i loro figli. Per questo, mi sia permesso di aggiungere che «la famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i fratelli nella gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della Croce gloriosa di Cristo, diventa il primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio (Esort. ap. Familiaris consortio , 53). Sono lieto, in questa circostanza, di salutare e di benedire con paterno affetto tutte le famiglie brasiliane che hanno un figlio che si sta preparando al ministero presbiterale o alla vita religiosa, o una figlia in cammino verso la totale consacrazione di se stessa a Dio. Affido questi giovani e queste giovani alla protezione della Sacra Famiglia.

Maria Santissima, speranza dei cristiani, ci dia la forza e la sicurezza necessarie per il nostro cammino sulla terra. Per questo le chiediamo: sii Tu stessa il nostro cammino, perché Tu, o Madre Benedetta, conosci le vie e i sentieri che, per mezzo del tuo amore, conducono all'amore e alla gloria di Dio.

Sia lodato Gesù Cristo!

A Cana Maria induce Gesù a compiere il primo miracolo. Giovanni Paolo II

1. Nel narrare la presenza di Maria nella vita pubblica di Gesù, il Concilio Vaticano II ne ricorda la partecipazione a Cana in occasione del primo miracolo: "Alle nozze in Cana di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua intercessione Gesù Messia a dare inizio ai miracoli (cfr Gv 2,1-11)" (LG, 58).

Sulla scia dell'evangelista Giovanni, il Concilio fa notare il ruolo discreto e, al tempo stesso efficace della Madre, che con la sua parola induce il Figlio al "primo segno". Ella, pur esercitando un influsso discreto e materno, con la sua presenza risulta, alla fine, determinante.

L'iniziativa della Vergine appare ancora più sorprendente, se si considera la condizione d'inferiorità della donna nella società giudaica. A Cana, infatti, Gesù non solo riconosce la dignità ed il ruolo del genio femminile, ma, accogliendo l'intervento di sua Madre, le offre la possibilità di essere partecipe all'opera messianica. Non contrasta con questa intenzione di Gesù l'appellativo "Donna", col quale Egli si rivolge a Maria (cfr Gv 2,4). Esso, infatti, non contiene in sé alcuna connotazione negativa e sarà nuovamente usato da Gesù nei confronti della Madre ai piedi della Croce (cfr Gv 19,26). Secondo alcuni interpreti, questo titolo "Donna" presenta Maria come la nuova Eva, madre nella fede di tutti i credenti.

Il Concilio, nel testo citato, usa l'espressione: "mossa a compassione", lasciando intendere che Maria era ispirata dal suo cuore misericordioso. Avendo intravisto l'eventualità del disappunto degli sposi e degli invitati per la mancanza di vino, la Vergine compassionevole suggerisce a Gesù di intervenire col suo potere messianico.

A taluni la domanda di Maria appare sproporzionata, perché subordina ad un atto di pietà l'inizio dei miracoli del Messia. Alla difficoltà ha risposto Gesù stesso che, con il suo assenso alla sollecitazione materna, mostra la sovrabbondanza con cui il Signore risponde alle umane attese, manifestando anche quanto possa l'amore di una madre.

2. L'espressione "dare inizio ai miracoli", che il Concilio ha ripreso dal testo di Giovanni, attira la nostra attenzione. Il termine greco archè, tradotto con inizio, principio, è usato da Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: "In principio era il Verbo" (1,1). Questa significativa coincidenza induce a stabilire un parallelo tra la prima origine della gloria di Cristo nell'eternità e la prima manifestazione della stessa gloria nella sua missione terrena.

Sottolineando l'iniziativa di Maria nel primo miracolo e ricordando poi la sua presenza sul Calvario, ai piedi della Croce, l'evangelista aiuta a comprendere come la cooperazione di Maria si estenda a tutta l'opera di Cristo. La richiesta della Vergine si colloca all'interno del disegno divino di salvezza.

Nel primo segno operato da Gesù i Padri della Chiesa hanno intravisto una forte dimensione simbolica, cogliendo, nella trasformazione dell'acqua in vino, l'annunzio del passaggio dall'antica alla nuova Alleanza. A Cana, proprio l'acqua delle giare, destinata alla purificazione dei Giudei e all'adempimento delle prescrizioni legali (cfr Mc 7,1-15), diventa il vino nuovo del banchetto nuziale, simbolo dell'unione definitiva fra Dio e l'umanità.

3. Il contesto di un banchetto di nozze, scelto da Gesù per il suo primo miracolo, rimanda al simbolismo matrimoniale, frequente nell'Antico Testamento per indicare l'Alleanza tra Dio e il suo popolo (cfr Os 2,21; Ger 2,1-8; Sal 44; ecc.) e nel Nuovo Testamento per significare l'unione di Cristo con la Chiesa (cfr Gv 3,28-30; Ef 5,25-32; Ap 21,1-2; ecc.).

La presenza di Gesù a Cana manifesta inoltre il progetto salvifico di Dio riguardo al matrimonio. In tale prospettiva, la carenza di vino può essere interpretata come allusiva alla mancanza d'amore, che purtroppo non raramente minaccia l'unione sponsale. Maria chiede a Gesù d'intervenire in favore di tutti gli sposi, che solo un amore fondato in Dio può liberare dai pericoli dell'infedeltà, dell'incomprensione e delle divisioni. La grazia del Sacramento offre agli sposi questa forza superiore d'amore, che può corroborare l'impegno della fedeltà anche nelle circostanze difficili.

Secondo l'interpretazione degli autori cristiani, il miracolo di Cana racchiude, inoltre, un profondo significato eucaristico. Compiendolo in prossimità della solennità della Pasqua giudaica (cfr Gv 2,13), Gesù manifesta, come nella moltiplicazione dei pani (cfr Gv 6,4), l'intenzione di preparare il vero banchetto pasquale, l'Eucaristia. Tale desiderio, alle nozze di Cana, sembra sottolineato ulteriormente dalla presenza del vino, che allude al sangue della Nuova Alleanza, e dal contesto di un banchetto.

In tal modo Maria, dopo essere stata all'origine della presenza di Gesù alla festa, ottiene il miracolo del vino nuovo, che prefigura l'Eucaristia, segno supremo della presenza del suo Figlio risorto tra i discepoli.

4. Alla fine del racconto del primo miracolo di Gesù, reso possibile dalla fede salda della Madre del Signore nel suo divin Figlio, l'evangelista Giovanni conclude: "I suoi discepoli credettero in Lui" (2,11). A Cana Maria inizia il cammino della fede della Chiesa, precedendo i discepoli ed orientando a Cristo l'attenzione dei servi.

La sua perseverante intercessione incoraggia, altresì, coloro che vengono talora a trovarsi dinanzi all'esperienza del "silenzio di Dio". Essi sono invitati a sperare oltre ogni speranza, confidando sempre nella bontà del Signore.

Maria alle nozze di Cana. Giovanni Paolo II

Maria alle nozze di Cana

Mercoledì 26 febbraio 1997

[336] 1. Nell'episodio delle nozze di Cana, san Giovanni presenta il primo intervento di Maria nella vita pubblica di Gesù e pone in risalto la sua cooperazione alla missione del Figlio.
Fin dall'inizio del racconto l'evangelista avverte che «c'era la madre di Gesù» (Gv 2,1) e, quasi a voler suggerire che tale presenza sia all'origine dell'invito rivolto dagli sposi allo stesso Gesù ed ai suoi discepoli,1 aggiunge: «Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli» (Gv 2,2). Con tali notazioni Giovanni sembra indicare che a Cana, come nell'evento fondamentale dell'Incarnazione, Maria è colei che introduce il Salvatore.
Il significato ed il ruolo che assume la presenza della Vergine si manifesta quando viene a mancare il vino. Ella, da esperta ed avveduta donna di casa, se ne rende conto immediatamente ed interviene perché non venga meno la gioia di tutti e, in primo luogo, per soccorrere gli sposi in difficoltà.
Rivolgendosi a Gesù con le parole: «Non hanno più vino» (Gv 2,3), Maria gli esprime la sua preoccupazione per tale situazione, attendendone un intervento risolutore. Più precisamente, secondo alcuni esegeti, la Madre aspetta un segno straordinario, dal momento che Gesù non aveva del vino a disposizione.

2. La scelta di Maria, che avrebbe potuto forse procurare altrove il vino necessario, manifesta il coraggio della sua fede perché, fino a [337] quel momento, Gesù non aveva operato alcun miracolo, né a Nazaret, né nella vita pubblica.
A Cana la Vergine mostra ancora una volta la sua totale disponibilità a Dio. Ella che nell'Annunciazione, credendo a Gesù prima di vederlo, aveva contribuito al prodigio del concepimento verginale, qui, fidando nel potere non ancora svelato di Gesù, provoca il suo «primo segno», la prodigiosa trasformazione dell'acqua in vino.
In tal modo Ella precede nella fede i discepoli che, come riferisce Giovanni, crederanno dopo il miracolo: Gesù «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). Anzi, ottenendo il segno prodigioso, Maria offre un sostegno alla loro fede.

3. La risposta di Gesù alle parole di Maria: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4), esprime un apparente rifiuto, quasi mettendo alla prova la fede della Madre.
Secondo un'interpretazione, Gesù dal momento in cui inizia la sua missione, sembra porre in discussione il naturale rapporto di figlio, chiamato in causa dalla madre. La frase, nella lingua parlata dell'ambiente, intende, infatti, sottolineare una distanza fra le persone, con l'esclusione della comunione di vita. Questa lontananza non elimina rispetto e stima; il termine «donna», con cui Egli si rivolge alla madre, è usato in un'accezione che ritornerà nei dialoghi con la Cananea (cf. Mt 15,28), con la Samaritana (cf. Gv 4,21), con l'adultera (cf. Gv 8,10) e con Maria Maddalena (cf. Gv 20,13), in contesti che manifestano un rapporto positivo di Gesù con le sue interlocutrici.
Con l'espressione: «Che ho da fare con te, o donna?», Gesù intende porre la cooperazione di Maria sul piano della salvezza che, impegnando la sua fede e la sua speranza, chiede il superamento del suo ruolo naturale di madre.

[338] 4. Di maggiore rilievo appare la motivazione formulata da Gesù: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4).
Alcuni studiosi del testo sacro, seguendo l'interpretazione di sant'Agostino, identificano tale «ora» con l'evento della Passione. Per altri, invece, essa si riferisce al primo miracolo in cui si sarebbe rivelato il potere messianico del profeta di Nazaret.
Altri ancora ritengono che la frase sia interrogativa e prolunghi la domanda precedente: «Che ho da fare con te, donna? Non è ancora giunta l'ora mia?». Gesù fa intendere a Maria che ormai egli non è più dipendente da lei, ma deve prendere l'iniziativa per fare l'opera del Padre. Maria, allora, si astiene docilmente dall'insistere presso di lui e si rivolge invece ai servi per invitarli a essergli obbedienti.
In ogni caso la sua fiducia nel Figlio viene premiata. Gesù, al quale Ella ha lasciato totalmente l'iniziativa, opera il miracolo, riconoscendo il coraggio e la docilità della Madre: «Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le giare"; e le riempirono fino all'orlo» (Gv 2,7). Anche la loro obbedienza, pertanto, contribuisce a procurare vino in abbondanza.
La richiesta di Maria: «Fate quello che vi dirà», conserva un suo valore sempre attuale per i cristiani di ogni epoca, ed è destinata a rinnovare il suo effetto meraviglioso nella vita d'ognuno. Essa esorta ad una fiducia senza esitazione, soprattutto quando non si comprendono il senso e l'utilità di quanto il Cristo domanda.
Come nel racconto della Cananea (cf. Mt 15,24-26), l'apparente rifiuto di Gesù esalta la fede della donna, così le parole del Figlio: «Non è ancora giunta la mia ora», insieme al compimento del primo miracolo, manifestano la grandezza della fede della Madre e la forza della sua preghiera.
L'episodio delle nozze di Cana ci esorta ad essere coraggiosi nella fede e a sperimentare nella nostra esistenza la verità della parola evangelica: «Chiedete e vi sarà dato» (Mt 7,7; Lc 11,9).

NOTE

1 Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris Mater, 21.

Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX/1 (1997) p. 336-338

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

GIOVANNI PAOLO II. MESSA PER LA MISSIONE DELLA CHIESA NEL MONDO

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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI E IN CANADA

MESSA PER LA MISSIONE DELLA CHIESA NEL MONDO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Stadio «Candlestick Park» (San Francisco)
Vener
dì, 18 settembre 1987

“Andate - e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28, 19).

“Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11, 26).

Cari fratelli cristiani, cari fratelli e sorelle.

1. Oggi, qui, a San Francisco, nella costa occidentale d’America, ascoltiamo ancora una volta le parole con cui Gesù manda gli apostoli nel mondo dopo la sua risurrezione. Egli affida loro una missione. Manda loro avanti così come egli stesso era stato mandato dal Padre.

Queste parole di Cristo giungono alla fine della sua missione messianica terrena. Nella sua croce e nella sua risurrezione si trovano i fondamenti del suo “potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). Questa è l’autorità del Redentore, che attraverso il sangue della sua croce ha redento le nazioni. In esse ha stabilito l’inizio di una nuova creazione, una nuova vita nello Spirito Santo, in esse ha piantato il seme del regno di Dio. Nel potere della sua autorità, mentre lascia la terra e va al Padre, Cristo dice agli apostoli: “Andate . . . e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20).

2. Gli Atti degli apostoli descrivono l’inizio di questa missione. Il punto di partenza era il cenacolo di Gerusalemme. Da Gerusalemme i viaggi degli apostoli e dei loro primi collaboratori li condussero prima nei paesi vicini e presso i popoli che li abitavano. Nella seconda lettura di oggi sentiamo che i testimoni di Cristo crocifisso e risorto erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia (cf. At 11, 19).

Ciò accadde anche come risultato della dispersione che iniziò con la morte del diacono Stefano e con la persecuzione dei discepoli di Cristo. Sappiamo che, alla lapidazione di Stefano, Saulo di Tarso era presente come persecutore. Ma gli Atti degli apostoli più tardi lo presentano come Paolo, dopo la sua conversione sulla via di Damasco. Paolo rimase con Barnaba per un anno intero ad Antiochia, e là “essi istruirono molte persone”. E precisamente “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11, 26).

3. Che cosa significa essere cristiano?

Significa accettare la testimonianza degli apostoli riguardo a Cristo crocifisso e risorto. Infatti, significa accettare Cristo stesso che opera nel potere dello Spirito Santo. Questa accettazione è espressa nel Battesimo, il sacramento nel quale noi siamo rinati da acqua e da Spirito Santo (cf. Gv 3, 5). In questo sacramento, Cristo viene a incontrarci spiritualmente. Come insegna san Paolo, siamo battezzati nella morte di Cristo. Con lui moriamo nel peccato, per risorgere con lui, per passare dalla morte del peccato alla vita in Dio, alla vita della grazia santificante. Alla nuova vita!

Cristiani sono dunque coloro che sono stati battezzati. Noi siamo coloro ai quali Cristo è venuto col potere salvifico del mistero pasquale, coloro la cui vita è stata totalmente formata dal suo potere salvifico. Infatti il Battesimo ci dà un segno indelebile chiamato carattere con cui siamo segnati per tutta la nostra vita terrena e oltre. Questo segno è con noi quando moriamo e quando ci troviamo dinanzi al giudizio di Dio. Anche se in pratica la nostra vita non è cristiana, questo indelebile segno sacramentale del Battesimo resta con noi per tutta l’eternità.

4. Le letture della liturgia odierna ci consentono di rispondere in modo ancor più esauriente alla domanda: che significa essere cristiano?

Nel libro del profeta Isaia possiamo leggere del “monte del tempio del Signore” (Is 2, 2), innalzato sopra tutte le cose. Il profeta dice: “Ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore” (Is 2, 2-3). Sì, la parola del Signore usciva da Gerusalemme. Questa parola è la parola del Vangelo. Parola della croce e risurrezione. Cristo incaricò gli apostoli di andare con questa parola in tutte le nazioni, per proclamarla e battezzare.

Attraverso il Battesimo Cristo viene a ognuno con il potere del suo mistero pasquale. Accettare Cristo attraverso il Battesimo, ricevere la nuova vita nello Spirito Santo, questo significa diventare cristiano. In questo modo attraverso i secoli, individui e intere nazioni sono diventati cristiani.

Essere cristiano significa andare sul monte verso il quale Cristo ci guida. Entrare nel tempio del Dio vivente che si è formato in noi e in mezzo a noi tramite lo Spirito Santo. Essere cristiano significa continuare a diventare cristiano, imparando da Cristo le vie del Signore per essere in grado “di camminare per i suoi sentieri” (cf. Is 2, 3). Essere cristiano significa diventare uno ogni giorno, salendo spiritualmente verso Cristo e seguendolo. Infatti, come noi ricordiamo, quando Cristo chiamò per la prima volta coloro che stavano per diventare i suoi discepoli, disse loro: “Seguitemi”.

5. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. E fu oltre duecento anni fa che la gente nella zona di San Francisco fu chiamata cristiana per la prima volta. Dall’arrivo dei primi coloni e dagli sforzi missionari di padre Palou e dei suoi compagni, ci furono sempre cristiani a San Francisco: gente del più svariato retaggio culturale che ha creduto nella parola di Dio, è stata battezzata, e ha seguito i passi del Signore.

Qui c’è una città costruita sulle speranze. Le speranza dei missionari francescani di padre Serra che vennero a predicare la buona novella, le speranze dei pionieri che vennero qui in cerca di fortuna, le speranze di gente venuta qui a cercare la pace, le speranze di coloro che ancora vengono per trovare rifugio dalla violenza, persecuzione o miseria. È la città in cui, circa quarant’anni fa, gli statisti si incontrarono per creare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, un’espressione delle nostre comuni speranze per un mondo senza guerra, un mondo impegnato per la giustizia e governato da leggi giuste.

Ma questa città fu costruita anche con duro lavoro e impegno. Qui la Chiesa passò dalla piccola Missione Dolores all’istituzione dell’arcidiocesi di San Francisco nel 1853. Richiese sforzo e determinazione alla città e alla Chiesa riprendersi dai devastanti effetti del violento terremoto e del terribile incendio della primavera del 1906. Sì, ci vuole un grande sforzo per passare dall’entusiasmo iniziale a qualcosa che durerà realmente. “Rimangono”, san Paolo ci dice, “tre cose: la fede, la speranza e la carità, ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor 13, 13). Sono proprio queste virtù - fede, speranza e carità - che hanno diretto e sostenuto tutti gli sforzi della Chiesa di San Francisco nel passato, e che la sosterranno in futuro.

6. “Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”. Qui a San Francisco, e in ogni città e luogo, è necessario che i seguaci di Gesù approfondiscano la loro comunione con lui cosicché non siano cristiani solo di nome. Il primo mezzo di cui la Chiesa si è sempre servita per questo compito è una catechesi sistematica.

Quando Gesù mandò i suoi discepoli in missione, disse loro di battezzare e insegnare. Il solo Battesimo non è sufficiente. La fede iniziale e la nuova vita nello Spirito Santo, che si ricevono nel Battesimo, hanno bisogno di avanzare verso la pienezza. Dopo aver cominciato a sperimentare il mistero di Cristo, i suoi seguaci devono sviluppare la loro comprensione di esso. Devono conoscere meglio Gesù stesso e il regno da lui proclamato; devono scoprire le promesse di Dio nelle Scritture, e apprendere le esigenze e gli imperativi del Vangelo.

Negli Atti degli Apostoli ci viene detto che i membri della prima comunità cristiana a Gerusalemme “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). Qui abbiamo un modello della Chiesa che può servire come obiettivo per tutte le catechesi. Perché la Chiesa ha bisogno continuamente di nutrirsi della parola di Dio che ci viene dagli apostoli, e ha bisogno di celebrare l’Eucaristia, di essere fedele alla preghiera regolare e di dare testimonianza a Cristo nella vita ordinaria della comunità.

L’esperienza della storia ha dimostrato l’importanza di uno studio attentamente programmato di tutto il mistero cristiano. “Insegnate loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”, Gesù dice agli apostoli (cf. Mt 28, 20). Non c’è un sostituto alla presentazione sistematica di tutte le cose essenziali della nostra fede cattolica, una presentazione che può fornire la base per un sano giudizio sui problemi della vita e della società, e che può preparare la gente a schierarsi per ciò in cui essi credono con umiltà e coraggio. Come ho affermato nella mia esortazione apostolica sulla catechesi: “Le convinzioni ferme e ponderate spingono all’azione coraggiosa e retta . . . La catechesi autentica è sempre iniziazione ordinata e sistematica alla rivelazione che Dio ha fatto di se stesso all’uomo in Cristo Gesù, rivelazione custodita nella memoria profonda della Chiesa e nelle Sacre Scritture, e costantemente comunicata, mediante una “traditio” vivente e attiva, da una generazione all’altra” (Ioannis Pauli PP. II, Catechesi Tradendae, 22).

7. Qual è l’obiettivo della catechesi? Che cosa significa, non solo essere chiamati cristiani, ma essere davvero cristiani? Significa identificarsi con Cristo, non solo nella Messa domenicale - che è estremamente importante - ma anche in tutte le altre attività della vita. Nel parlare della nostra relazione con lui, Gesù stesso disse: “Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra” (Gv 15, 20).

Identificarsi con Cristo significa vivere secondo la parola di Dio. Il Signore disse ai suoi primi discepoli: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv 15, 10). Per questo motivo la Chiesa non smette mai di proclamare l’intero messaggio evangelico, popolare o impopolare che sia, conveniente o non conveniente. E la Chiesa è sempre consapevole del grande compito di chiamare la gente alla conversione di spirito e cuore, come fece Gesù. Le prime parole pronunciate da Gesù nel Vangelo sono queste: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15).

8. Coloro che accettano la grazia della conversione e che vivono secondo la parola di Dio scoprono che, con la grazia di Dio, essi cominciano a rivestirsi dello spirito e del cuore di Cristo. Essi si identificano sempre di più con Cristo, che è segno di contraddizione. Fu Simone che per primo predisse che il neonato figlio di Maria sarebbe stato per il suo popolo un segno di contraddizione. Dice alla Vergine Madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2, 34). Così avvenne. Gesù incontrò opposizione nel messaggio che predicò, e nell’amore che abbraccia tutti, che egli offrì a tutti. Fin dall’inizio del suo pubblico ministero, era di fatto “un segno di contraddizione per la gente”.

Le parole di Simeone contenevano la verità per ogni generazione. Cristo resta oggi un segno di contraddizione, un segno di contraddizione nel suo corpo, la Chiesa. Quindi non ci dovrebbe sorprendere se, nel nostro sforzo di essere fedeli agli insegnamenti di Cristo, ci imbattiamo nella critica, nel ridicolo, nel rifiuto. “Se il mondo vi odia”, il Signore disse ai Dodici, “sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 18-19).

Queste parole del nostro amorevole Salvatore sono vere per noi non solo come individui ma anche come comunità. Infatti la testimonianza a Cristo dell’intera comunità cristiana ha un impatto maggiore di quello del singolo individuo. Quanto è importante, allora, la testimonianza evangelica di ogni comunità cristiana, ma specialmente la più fondamentale di tutte, la famiglia cristiana. Dinanzi a molti mali comuni, la famiglia cristiana che vive veramente la verità del Vangelo nella carità è certamente un segno di contraddizione, e al contempo è una fonte di grande speranza per coloro che desiderano fare del bene. Le parrocchie, anche, le diocesi e tutte le altre comunità cristiane “che non appartengono al mondo”, si trovano a incontrare l’opposizione proprio perché sono fedeli a Cristo. Il mistero della croce di Cristo si rinnova in ogni generazione di cristiani.

9. Quando Gesù Cristo mandò i suoi apostoli in tutto il mondo ordinò loro: “Ammaestrate tutte le nazioni” (cf. Mt 28, 19-20). Il Vangelo, e con esso il potere salvifico della redenzione di Cristo, è indirizzato a ogni persona in ogni nazione. È indirizzato anche a nazioni e popoli interi. Nella sua visione, il profeta Isaia vede i popoli che salgono sul monte del tempio del Signore, chiedendo di essere ammaestrati nei suoi modi e di procedere sul suo sentiero (cf. Is 2, 2-3). Noi anche chiediamo di procedere sul sentiero del Dio vivente, Creatore e Redentore, l’unico Dio che vive in imperscrutabile unità come Padre, Figlio e Spirito Santo.

Continuando a descrivere la sua visione, Isaia dice:

“Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2, 4).

Quanto ardentemente desideriamo vedere il futuro dell’umanità alla luce di queste parole profetiche! Quanto ardentemente desideriamo un mondo in cui prevalgano giustizia e pace! Può la Chiesa che proviene da una simile profezia - la Chiesa del Vangelo - cessare mai di proclamare il messaggio di pace sulla terra? Potrà mai cessare di adoperarsi per il vero progresso dei popoli? Potrà mai cessare di operare per la vera dignità di ogni persona umana?

Essere cristiano significa anche proclamare questo messaggio instancabilmente in ogni generazione, alla nostra generazione alla fine del secondo millennio e all’inizio del terzo!

“O casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo nella luce del Signore!” Amen!

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Al termine della Messa

Fratelli e sorelle carissimi di San Francisco.

Alla fine di questa celebrazione eucaristica, vorrete probabilmente darmi un messaggio da trasmettere a san Francesco, in Italia. Ho detto a san Francesco che poteva restare certamente in Italia, ma gli ho anche detto che la sua presenza spirituale qui sulla Costa Occidentale d’America è molto necessaria. Spero dunque che i santi possano fare le due cose: essere ad Assisi ed essere in spirito qui, sulla Costa Occidentale d’America, in San Francisco. Voglio che siate orgogliosi del nome di questo santo, perché fu portatore di tanta pace a tutto il mondo. Vi ringrazio caldamente per questa occasione di incontrarci durante la celebrazione eucaristica, e un grazie particolare a tutti coloro che hanno preparato questa celebrazione. Quello che ho detto qui l’ho detto anche a Los Angeles, la Città degli Angeli. La Costa Occidentale d’America è molto bella, non solo per essere in comunione con i santi ma anche per essere in comunione con gli angeli. Grazie di cuore e Dio benedica ciascuno di voi, le vostre famiglie e tutte le vostre comunità in San Francisco e in California. Sia lodato il Signore Gesù Cristo

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana