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IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C). Omelia del Card. C. Caffarra

IV DOMENICA PER ANNUM (C)
Giornata del Seminario
28 gennaio 2007


1. La pagina evangelica appena proclamata mette a nudo quanto sta accadendo in profondità nella storia degli uomini: l’adempimento della Scrittura e la risposta dell’uomo nei confronti di esso.

"Oggi si è adempiuta la Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Miei cari fedeli, la Scrittura che noi ogni domenica ascoltiamo, non è la semplice narrazione di eventi passati. Non è neppure, la sua lettura e il suo ascolto, semplicemente il mezzo attraverso cui il Signore opera nell’intimo del cuore dell’ascoltatore.

Essa narra qualcosa che sta accadendo ora in mezzo a noi, nel mondo, nella storia umana: "oggi si è adempiuta la Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Dio sta realizzando il suo disegno di salvezza: rigenerare l’uomo in Cristo; riunire l’umanità disgregata in un solo corpo, il corpo di Cristo che è la Chiesa; ricostruire la creazione demolita dal peccato. È questa opera di Dio che la Scrittura narra; è questo l’avvenimento che sta accadendo.

È Gesù che può dire "oggi si è adempiuta", poiché è in Lui e mediante Lui che l’uomo è rigenerato e le rovine della creazione sono riedificate. Egli può dire "oggi si è adempiuta" poiché Lui è l’Oggi di Dio: un "oggi" che durerà senza tramonto fino alla fine del mondo, quando tutti gli eletti saranno riuniti.

Quando Gesù venne presentato al Tempio, come celebreremo venerdì prossimo, un vecchio profeta di nome Simeone disse di Lui: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori" [Lc 2,34-35]. Queste parole accompagnarono Gesù per tutta la vita ed accompagnano anche oggi la realizzazione dentro la storia umana della sua opera redentiva. Egli è definitivamente piantato dentro la vicenda umana come "segno di contraddizione". Sapientemente l’evangelista Luca pone questa realtà fin dall’inizio del suo racconto.

È bene che riflettiamo un momento sulla "reazione" di Dio quando vede rifiutata la sua proposta di salvezza, la proposta che è Gesù. Rifiutata, la proposta viene offerta continuamente ad ogni uomo e donna: "c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova di Zarepta di Sidone".

L’opera di Dio, l’atto redentivo di Cristo, attraverso vie note solo a Lui, continuerà a penetrare la storia dell’uomo, l’intelligenza ed il cuore di ogni persona. Molti cercheranno di negare questo evento di grazia, degradandolo e comparandolo con altre proposte religiose ["non è il figlio di Giuseppe?"]. Ma la misericordia di Dio, l’amore redentivo di Cristo è più forte di ogni rifiuto. Il cuore di Cristo aperto sulla Croce non si chiude più, ma il fiume di acqua viva trasforma i nostri deserti in giardini fioriti.

2. Miei cari fratelli, oggi celebriamo la giornata del Seminario. Nella prima lettura abbiamo ascoltato la chiamata, la vocazione del profeta Geremia ad essere "profeta delle nazioni". Quali profondi pensieri genera questa pagina e quanta luce getta sulla giornata del Seminario!

Come il profeta Elia, come il profeta Eliseo, di cui parla il Vangelo, anche il profeta Geremia è il testimone dell’opera di Dio. Sì, questo è lo "stile di Dio": introdurre l’uomo nella salvezza mediante altri uomini. L’assenza dei profeti è silenzio di Dio. Sembra essere questa la condizione verso cui sta camminando il nostro popolo. Vengono meno coloro che assicurano oggi l’adempimento della Scrittura; coloro che sono i "profeti delle nazioni": i sacerdoti di Cristo che assicurano la visibile vicinanza all’uomo del Mistero.

Noi siamo qui, questa sera, per invocare il Signore: non lasciarci senza profeti; non lasciare "il tuo popolo senza pastori". Il mondo può far senza di tutto, ma non dei sacerdoti poiché non può far senza Cristo, redentore dell’uomo.



C. Caffarra. Omelie per la III domenica del tempo ordinario anno C

DOMENICA III PER ANNUM (C)
Conclusione Visita pastorale S. Giorgio
21 gennaio 2001

1. "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Le parole dette da Gesù nella Sinagoga di Nazareth sono state le prime parole da Lui dette pubblicamente: le sue parole programmatiche, secondo il Vangelo di Luca. A dire il vero, lo stesso Vangelo riferisce alcune parole dette da Gesù prima di queste. E’ la riposta che Egli dà a sua Madre che lo trova nel tempio, dopo averlo cercato per tre giorni: "non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Esiste un progetto del Padre a riguardo dell’uomo ["le cose del Padre"]: è di esso che Gesù deve occuparsi. Nella Sinagoga di Nazareth Gesù dice che questo progetto, rivelatoci nelle Scritture, si adempie in Lui colla sua presenza: "oggi si è adempiuta …".

Di quale progetto Gesù sta parlando? Di quale Scrittura Egli dice che si sta avverando il compimento? E’ il progetto del Padre di annunciare ai poveri un lieto messaggio, di proclamare ai prigionieri la liberazione, di donare ai ciechi la vista: di offrire un anno di grazia. Tutto questo si compie "oggi", dice Gesù, cioè colla e nella sua presenza. Ascoltando la sua parola l’uomo riceve la luce della vita poiché Egli è pieno della grazia della verità; appartenendo a Lui l’uomo viene liberato da un’esistenza votata alla corruzione e alla morte. In Lui è dato all’uomo di vivere un tempo di grazia: "oggi", dice Gesù, "perché io sono in mezzo a voi".

Quanto è durato questo "oggi"? è durato tanto quanto è durata la presenza fisicamente visibile di Gesù in mezzo a noi? C’è un passo della Scrittura che dice: "guardate… fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura quest’oggi, perché nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato" [Eb 3, 12-13]. Quando l’autore scriveva questa parole, erano già passati diversi decenni da quando Gesù aveva pronunciato le parole della sinagoga di Nazareth, eppure Egli scrive: "finché dura questo oggi". Dunque tuttora l’oggi perdura; tuttora si sta compiendo quella S. Scrittura letta da Gesù a Nazareth. Egli non ha parlato solo ai suoi compaesani. Egli sta parlando in questo momento ed in questo luogo; ti sta dicendo: "oggi, se odi la mia voce, non indurire il tuo cuore; oggi si sta compiendo la S. Scrittura poiché se sei cieco trovi in me la luce vera, se sei schiavo trovi in me la vera libertà". L’oggi perdura sempre perché Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa: l’oggi di Cristo è l’oggi della Chiesa. E’ esattamente l’avvenimento che sta accadendo ora in mezzo a noi! L’anno di grazia non è mai terminato fino al momento della nostra morte: "nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato".

2. Nella luce di questa parola di Dio comprendiamo il significato dei tre fatti di oggi: abbiamo benedetto la nuova porta della vostra basilica; celebriamo il 60.mo del ritorno dei monaci olivetani nella città di Ferrara; concludiamo la Visita pastorale.

La porta delimita sempre due spazi diversi, ma nello stesso tempo li mette in comunicazione consentendo alle persone di passare dall’uno all’altro. Cristo ha chiamato se stesso "porta". Egli è colui nel quale Dio scende e l’uomo sale: attraverso di Lui a noi è dato di entrare nella Casa di Dio, nel santuario celeste e attraverso di Lui di ritornare a vivere la nostra vita umana in un modo vero. Quanto la porta della vostra basilica dice visibilmente, oggi si compie spiritualmente: attraverso essa vi è dato di entrare a partecipare ai divini Misteri per ritornare rigenerati a vivere la vostra vita quotidiana.

E’ la comunità monastica che fa accadere questo avvenimento di grazia, che dà compimento alla S. Scrittura. E’ essa che da sessant’anni vi annuncia la parola di Dio, e celebra per voi i divini Misteri: custodi dei Misteri di Dio e quindi vigili sentinelle a difesa della dignità dell’uomo. La bellezza di questo luogo significa la trasfigurazione dell’umano compiuta dalla grazia di Cristo.

Concludiamo così la Visita pastorale: finché dura questo oggi "guardate … fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente"

Cana, Maria nel mistero di Cristo. Card. C. Caffarra

Il Catechismo della Chiesa Cattolica [n° 487] insegna: "ciò che la fede cattolica crede riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo, ma quanto insegna su Maria illumina, a sua volta, la sua fede in

Cristo". Questo insegnamento è di un’importanza straordinaria per la nostra devozione mariana, poiché esso ci dice dove dobbiamo guardare per vedere la persona di Maria: dentro al mistero di Cristo. La celebrazione del Giubileo è la celebrazione di Gesù Cristo, pertanto durante l’Anno Santo il nostro sguardo deve essere orientato in modo particolarmente intenso verso sua Madre.

In questa catechesi noi vogliamo proprio fare questo: vedere Maria dentro al mistero di Cristo, e nutrire di questa visione la nostra devozione mariana.

1. [Il mistero di Cristo]. Che cosa significa "mistero di Cristo"? Partiamo da un testo della S. Scrittura, nel quale troviamo la risposta esplicita alla nostra domanda: "Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo. Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni … che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo…" [Ef 3,4-6]. Dunque "mistero di Cristo" significa quel piano provvidenziale che il Padre ha nei confronti dell’uomo, dell’umanità e di ogni singola persona umana: costituire in Cristo una comunione [= formare lo stesso corpo] di tutti. Di quale "comunione" si tratta? Si tratta della partecipazione di ciascuna persona umana alla vita stessa del Figlio di Dio, alla sua stessa figliazione divina. I grandi Padri della Chiesa parlavano di uno "scambio mirabile": il Figlio di Dio diventa uomo perché l’uomo possa diventare figlio di Dio.

Dentro alla nostra storia il Padre sta realizzando questo piano, progettato da sempre: ricapitolare tutto in Cristo. Esso dunque riguarda ogni uomo, chiamato "a partecipare alla stessa realtà, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa". Tuttavia il progetto salvifico del Padre riserva un posto singolare alla "donna" che ha generato nella nostra natura umana il Verbo Figlio unigenito, al quale il Padre ha affidato la realizzazione del suo progetto. Come la Chiesa ha sempre insegnato, "Ella viene già profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori caduti in peccato, circa la vittoria del serpente (cfr. Gen. 3,15). Parimenti, è lei, la Vergine che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà Emanuele (cfr. Is 7,14; Mic 5,2-3, Mt 1, 22-23)" [Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen Gentium 55]. Ed infine,quando nella pienezza del tempo, il Padre inviò il suo Figlio, Questi venne "fatto da una donna" [cfr. Gal 4,4].

Dobbiamo dunque vedere, alla luce della S. Scrittura, come concretamente si è realizzata questa presenza di Maria dentro al mistero di Cristo.

2. [La presenza di Maria nel mistero di Cristo]. Maria vi entra consapevolmente e definitivamente al momento della ANNUNCIAZIONE. E’ questo avvenimento che introduce Maria nel mistero di Cristo.

Come accade questo ingresso? Esso è frutto in primo luogo di una elezione divina: entra nel mistero di Cristo perché vi è chiamata. L’iniziativa è esclusivamente di Dio che sceglie chi vuole. Questa elezione è suggerita dal nome con cui l’angelo chiama Maria, che non è quello anagrafico, Maria appunto. La chiama: "piena di grazia". Significa: fatta oggetto di una benedizione, di un favore, di una elezione divina "piena", cioè perfetta. La benedizione con cui ogni uomo è benedetto in Cristo ed è in Lui eletto, in Maria si presenta del tutto singolare, perché è singolare la sua collaborazione nel mistero di Cristo. L’angelo infatti le dice: "ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo" [Lc 1,30-32]. Il nome "piena di grazia" si riferisce al suo essere eletta come Madre del Verbo incarnato, come Colei che doveva generare nella nostra natura umana il Figlio eterno del Padre. Ed in quanto "eletta come Madre del Verbo", Ella è santificata in modo unico.

Le parole dell’Angelo notificano che il "mistero di Cristo" inizia a compiersi dentro alla nostra storia, e che questo inizio è affidato alla libertà di Maria poiché dovrà accadere in Lei. "Maria è "piena di grazia", perché l’incarnazione del Verbo, l’unione ipostatica del Figlio di Dio con la natura umana, si realizza e compie proprio in Lei. Come afferma il Concilio, Maria è "Madre del Figlio di Dio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo; per tale dono di grazia esimia precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri"" [Lett. Enc. Redemptoris mater 9,3; EE 8/639].

Maria dice: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" [Lc 1,38]. E’ con queste parole che Maria entra definitivamente nel mistero di Cristo. O meglio, Ella era già stata, fin dal suo concepimento, benedetta con ogni benedizione spirituale in Cristo; già scelta in Lui ancor prima della fondazione del mondo, Ella aveva già ricevuto la vita di grazia in previsione dei meriti di Colui al quale era richiesta di donare la vita umana. Ma rispondendo con quelle parole all’angelo, "diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l’animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente" [Lumen Gentium 56].

3. [Maria rimane nel Mistero di Cristo]. Nel momento in cui Maria risponde all’angelo, Ella entra definitivamente nel mistero di Cristo. Ella vi entra come "nuova Eva", la vera madre di tutti i viventi in Cristo. Vogliamo questa sera meditare su questa presenza di Maria nel mistero di Cristo in quanto è presenza materna. Il suo essere madre del Verbo incarnato, nel quale ciascuno di noi è stato eletto per essere santo ed immacolato, la pone in un rapporto "singolare" con ogni uomo ed ogni donna, predestinati come siamo ad essere conformi all’immagine del Figlio suo. E’ soprattutto il Vangelo di Giovanni, nelle due pagine in cui parla di Maria, a guidarci nella scoperta del significato profondo della maternità di Maria.

La prima pagina in cui si delinea abbastanza chiaramente la nuova dimensione e il nuovo senso della maternità della Vergine è il racconto delle nozze di Cana.

Il fatto narrato dal Vangelo consiste in un cambiamento miracoloso di una grande quantità di acqua in vino. Ma, come avviene sempre nei miracoli di Gesù, questo cambiamento è il segno di un avvenimento ben più grande. Quale? La S. Scrittura presenta la nostra salvezza, l’incontro in Cristo fra Dio e l’uomo come fosse un festoso banchetto di nozze. Con quest’immagine la Parola di Dio vuole insegnarci che la nuova alleanza fra Dio e l’uomo consiste in una comunione molto profonda, in una reciproca appartenenza ["Io sarò il vostro Dio – voi sarete il mio popolo"], in una stupenda intimità e famigliarità. Gesù cambiando l’acqua in vino durante il banchetto di nozze predice e prefigura che in Lui è giunta l’ora, il momento in cui si ristabilisce l’alleanza fra Dio e l’uomo: il patto di amicizia.

E’ Maria che con la sua domanda chiede al Figlio di venire incontro al bisogno ["non hanno più vino"] delle persone umane. Quale bisogno? Immediatamente il bisogno materiale di avere del vino. Ma questa richiesta ha soprattutto un valore simbolico. Essa chiede che l’uomo sia introdotto alla salvezza, possa accedere ai beni dell’alleanza. " In proposito dobbiamo ricordare che prima dell’Incarnazione di Cristo erano venute a mancare tre specie di vino: il vino della giustizia, quello della sapienza e quello della carità, ossia della grazia" [S. Tommaso d’Aquino, Commento a S. Giovanni II, 347; CN ed., vol. 1, Roma 1990, pag. 216]. "Si ha dunque una mediazione: Maria si pone tra suo Figlio e gli uomini nella realtà delle loro privazioni, indigenze e sofferenze. Si pone "in mezzo", cioè fa da mediatrice non come un’estranea, ma nella sua posizione di madre, consapevole che come tale può – anzi "ha diritto" - di far presente al Figlio i bisogni degli uomini" [Lett. Enc. Redemptoris mater, 21,3; EE 8/674]. Ella dunque vive la sua presenza dentro al mistero della nostra redenzione perché come Madre intercede presso il Figlio: coopera colla sua intercessione a che "l’acqua sia cambiata in vino", a che la tristezza della nostra condizione sia cambiata nella gioia della salvezza.

Ma c’è anche un altro aspetto da mettere in risalto in questa cooperazione materna di Maria al mistero della nostra redenzione. Esso appare dalle parole dette ai servitori: "fate tutto quello che vi dirà". Gesù le aveva risposto con un rifiuto. Ella avrebbe potuto dire agli invitati: "mi dispiace; Egli non vuole fare nulla per tirarvi fuori dalla vostra condizione, perché non è ancora arrivato il momento per lui di agire". Ella invece dice: "fate tutto quello che vi dirà". Maria, presentata la richiesta, obbedisce immediatamente a Gesù e si abbandona totalmente alla sua decisione. Quest’obbedienza della sua libertà al Signore, segreto della beatitudine del suo cuore, vuole che sia anche l’attitudine di tutti noi. In questo modo Maria, per così dire, si ritira in disparte, perché facendo tutto ciò che Gesù ci dice, noi possiamo entrare nell’alleanza con Lui. A Cana, grazie all’intercessione di Maria e all’obbedienza dei servi, il miracolo di compie. Questa presenza di Maria nel mistero di Cristo che maternamente coopera col Salvatore perché siamo generati alla vita divina, inizia a Cana e continuerà sempre: è per sua intercessione che siamo uniti a Cristo. "La madre di Gesù … interviene alle nozze spirituali delle anime come intermediaria conciliatrice, perché esse vengono unite a Cristo con la grazia mediante la sua intercessione" [S. Tommaso d’A, ibid. pag. 215].

La presenza di Maria nel mistero di Cristo, la sua maternità nell’opera della nostra salvezza viene definitivamente confermata e costituita ai piedi della Croce.

La conferma risulta dalle seguenti parole: "Donna, ecco tuo figlio". Queste parole esprimono perfettamente tutta la presenza di Maria dentro al mistero di Cristo, la sua maternità nell’opera della nostra redenzione. Esse indicano a Maria che, a causa del sacrificio della Croce, Giovanni – cioè ogni persona umana – deve essere da Lei visto ed amato come suo proprio figlio. Ella da queste parole ha intuito che in forza del dono che Gesù ha fatto di Sé sulla Croce, ogni uomo è divenuto fratello di Cristo, membra del Suo Corpo. Ha capito questa unità profonda che si istituisce fra Gesù e l’uomo: fra la Vite e il tralcio, la Testa e le membra, lo Sposo e la sposa. E quindi le è ormai chiesto di essere la madre di ogni uomo, di estendere interamente la sua maternità dal Figlio che ha generato fisicamente ad ogni uomo che nel Figlio morto sulla Croce era ora generato alla vita divina. Ella vede in ogni uomo il suo Figlio.

"Maria ama Giovanni come ama Gesù, con tutto il suo cuore di Madre. Ella lo ama per Gesù e col cuore di Gesù … Il segno del suo amore, è l’accettazione della morte del suo Figlio per lui [per Giovanni]. Come Gesù ha potuto dire che non c’è amore più grande che donare la vita per coloro che si amano, Maria può dire a Giovanni che non c’è amore più grande che donare la vita del suo Figlio unico, di colui che per Lei è tutto" [M.-D. Philippe, Mystère de Marie, ed. Fayard, s.l. 1999, pag. 259].

Ma perché questa parola detta da Gesù a Maria possa compiersi pienamente, bisogna che anche Giovanni – ogni uomo – a sua volta si veda "figlio di Maria". E’ per questo che Gesù aggiunge: "Figlio, ecco tua madre". Ogni uomo deve vedere Maria con il cuore di Gesù: come sua madre.

Siamo dentro al mistero della Redenzione; dobbiamo appropriarcene sempre più profondamente: in esso noi siamo avvolti dall’amore materno di Maria.

La più antica preghiera mariana esprime profondamente questa consapevolezza: "Sotto la tua protezione noi ci rifugiamo, o Santa Madre di Dio: non disprezzare le nostre invocazioni nei pericoli, ma liberaci sempre da ogni male".

C. Caffarra: Venite a me voi tutti affaticati e oppressi

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Messa natalizia universitari
Chiesa di S. Girolamo, 10 dicembre 1997
Feria IV 2a sett. Avvento

1. “A chi potreste paragonarmi quasi che io gli sia pari? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra // Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. L’accostamento fra la parola del Profeta sull’infinita distanza qualitativa di Dio dall’uomo e la parola di Gesù che invita ciascuno ad andare a Lui, ci introduce nel mistero del Natale. Anzi questo accostamento ci mostra il paradosso cristiano in tutta la sua forza. L’assoluta trascendenza di Dio: “a chi potreste paragonarmi quasi che io gli sia pari?” si manifesta nell’invito anzi nell’Invitante che dice: “venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi”: Giovanni l’evangelista ha espresso questo che è il contenuto essenziale del cristianesimo in due formulazioni che non cesseranno mai di stupire il credente.
“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare fra noi” Quale accostamento: Verbo-carne! Il Verbo che è Dio; il Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto. La carne, cioè l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. “Se dunque Verbo significa Dio e carne significa uomo, che cosa significa: il Verbo si è fatto carne se non «Colui che era Dio si è fatto uomo»? e perciò colui che era Figlio di Dio è divenuto figlio dell’uomo assumendo ciò che era inferiore, non mutando ciò che era superiore; prendendo ciò che non era, non perdendo ciò che era” (S. Agostino, Sermone 186,2; NBA XXXII/1, pag. 15). E così si è messo alla nostra portata: venite a me voi tutti! Perché la nostra debolezza divenisse forte, la sua fortezza si è fatta debole: “anche i giovani faticano e si stancano ...”. Perché tu potessi mettere ali di aquila Egli si è umiliato; perché la tua mortalità fosse vivificata, la sua immortalità si è fatta mortale.
Ma l’evangelista Giovanni ci aiuta a capire meglio oggi la Parola di Dio anche con un’altra descrizione del fondamentale paradosso cristiano. “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita” (1Gv 1,1).
“E chi può toccare con le mani il Verbo, se non perché il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare fra noi? Questo Verbo, infatti, che si è fatto carne per poter essere toccato con le mani, ha incominciato ad essere carne dal seno di Maria; ma non ha cominciato allora ad essere Verbo, perché Giovanni dice: «ciò che era da principio» (S. Agostino, Comm. alla 1Gv., Disc. 1; ed. Rusconi Libri 10, pag. 79).
Ecco, carissimi, il Mistero centrale del Cristianesimo. E’ a causa di esso che questa sera vi è rivolto l’invito: “venite a me ...”. Cioè: “vieni fino alla mia vita, vieni fino alla mia gioia, vieni fino al mio amore, vieni fino a me!” Ma tu forse puoi dire: “è vero, Signore, che io sono fatto per te ed è inquieto il mio cuore fino a quando non riposa in te, ma come posso venire fino a te dal momento che abiti in una distanza infinita?” E’ come se vedessi da lontano la mia vera Patria, ma ci fosse di mezzo il mare che mi separa da essa. Vedo dove devo andare, ma mi manca il mezzo con cui andare: video meliora proboque et deteriora sequor”. Egli ti risponde: “Io ho preparato la nave su cui tu puoi fare la traversata. Mi sono fatto ciò che non ero perché tu potessi giungere a ciò che Io sono: aggrappati a me, sali con me. Ho preparato il legno con cui tu puoi attraversare il mare: anche se sei affaticato e stanco, sono io che ti ristoro, che ti dono forza.”

2. Ecco, carissimi: questa è, chiamiamola così, la dialettica cristiana dell’esistenza dalla quale siete oggi invitati ad uscire dai falsi interpreti del cristianesimo. Sono due le porte di uscita che esse vi indicano. La prima consiste nel negare che Gesù di Nazareth generato da Maria sia il Verbo stesso fattosi carne e che pertanto egli si limiti ad insegnarci una dottrina: Egli non è venuto per trasportarci nel mare, ma per insegnarci ad attraversarlo. La seconda consiste nel negare che il Verbo si sia fatto carne e che pertanto Gesù non è l’unico salvatore del mondo, e che ogni religione sia obiettivamente dotata della stessa capacità salvifica.
Ma in un modo o nell’altro si è semplicemente distrutto il cristianesimo perché si è negata l’unità reale di Dio e di un uomo singolo in una situazione storica reale, per porre al centro una dottrina e quindi una possibilità umana. Nel mistero del Natale tu contempli quell’unità reale e puoi veramente sentirti dire da Dio stesso: vieni a me che sei stanco ed affaticato ed io ti ristorerò.

Carlo Caffarra. Omelia nel Corpus Domini

SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI
Comacchio-Concattedrale: 22 giugno 2003

1. "Egli è mediatore di una nuova Alleanza, perché … coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che è stata promessa". Posiamo il nostro sguardo su Cristo, carissimi fedeli, e lo contempliamo come "mediatore di una nuova Alleanza" che Egli costituisce fra l’uomo e Dio. È nuova, questa Alleanza, poiché ogni tentativo che l’uomo aveva fatto per porsi in rapporto col Mistero, era fallito: ogni religione umana è insidiata dalla idolatria. È nuova questa Alleanza anche nei confronti dell’Alleanza costituita da Dio col popolo d’Israele, di cui abbiamo sentito la narrazione nella prima lettura. Questa infatti era solo una prefigurazione profetica.

In che cosa consiste la novità dell’Alleanza di cui Cristo è Mediatore? La novità in primo luogo consiste nel fatto che l’Alleanza di cui parliamo, è stata costituita dalla morte di Cristo. Come avete sentito nella prima lettura, Mosè fungeva solo da arbitro o da messaggero del patto di Dio col suo popolo. La Nuova Alleanza è costituita invece dalla morte di Cristo: qui il Mediatore muore e l’Alleanza è nella sua morte.

Il sacrificio poi di Cristo ha due conseguenze, che strettamente unite fra loro costituiscono la novità in senso pieno. La prima è che all’uomo sono perdonati i peccati; la seconda è che l’uomo può ora ricevere finalmente quella "eredità eterna" in vista della quale era stato creato. Purificato dai suoi peccati, l’uomo può entrare finalmente nel possesso della vera vita, della vita divina.

2. Noi oggi celebriamo in modo del tutto unico il Ss. Sacramento dell’Eucarestia. Se avete ascoltato attentamente la lettura evangelica, avete notato che quando Gesù la istituisce nel cenacolo, si riferisce esplicitamente alle parole dette da Mosè. Questi aveva detto: "Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi": e Gesù: "Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti". Dunque istituendo l’Eucarestia Gesù ha inteso istituire il sacramento della nuova ed eterna Alleanza. In che senso e in che modo? Come abbiamo appena detto, è la morte di Cristo sulla Croce che costituisce l’alleanza fra Dio e l’uomo: l’Eucarestia e precisamente il sacrifico della Croce che si perpetua nei secoli. Di esso l’Eucarestia non è solo evocazione: ne è la ri-presentazione sacramentale. Attraverso la celebrazione e la comunione eucaristica quindi è dato all’uomo di prendere parte al sacrificio della Alleanza, di divenirne partecipe: di diventare alleato di Dio mediante Cristo. L’Eucarestia offre ad ogni uomo di ogni tempo la possibilità di venire in possesso della "eredità eterna che è stata promessa", entrando in Alleanza col Dio vivo ed eterno. Il sacrificio di Cristo infatti ed il sacrificio dell’Eucarestia sono un unico sacrificio; lo stesso e numericamente identico sacrificio, poiché l’Eucarestia non si aggiunge al sacrifico della Croce né lo moltiplica.

3. Ma la celebrazione che oggi la Chiesa fa dell’Eucarestia si esprime in un gesto proprio di questa solennità: la processione. Non è per caso. In un certo senso la processione è parte della celebrazione eucaristica; è una dimensione dell’avvenimento eucaristico.

Entrato nell’Alleanza il popolo disse: "quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo". Nell’Alleanza il Signore Iddio indica all’uomo la via da percorrere: la via della vita. Anche nella celebrazione eucaristica, all’uomo è donata la via da percorrere: Cristo stesso parola e pane di vita. L’uomo, questo pellegrino e mendicante di felicità, trova la strada che lo introduce nella sua vera patria procedendo nel mondo con Cristo, guidato da Cristo. La processione del Corpus Domini diventa la grande metafora della vita umana: un vagare vero la terra promessa della vera beatitudine, che può trovare il suo orientamento giusto solo se procede con Colui che si è fatto nostro compagno di pellegrinaggio – come pane e vino.

C. Caffarra. Omelie sull'Ascensione

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ASCENSIONE DEL SIGNORE
16 maggio 1999


1. "Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo". Carissimi, con queste parole così semplici Luca nel suo libro degli Atti degli Apostoli descrive un avvenimento straordinario. Questo avvenimento la fede cristiana lo ha chiamato "Ascensione del Signore". Di che cosa di tratta? Ascoltatemi bene.

Gesù aveva vissuto coi suoi amici, coi suoi discepoli ed apostoli, per circa tre anni: esattamente come noi. Aveva mangiato e bevuto con loro; aveva gioito e pianto; aveva guarito ammalati: voi conoscete la sua storia dalla lettura del Vangelo. Questa grande esperienza che i suoi amici avevano vissuto, come voi sapete, era cessata al momento della morte in croce di Gesù. Essi pensavano che tutto veramente fosse finito. Ma, come voi sapete, Gesù è risuscitato! Avete sentito nella prima lettura: "Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio". Egli si mostrò ad essi vivo: Gesù cioè è vivente. Non è solamente un ricordo. Non è solamente uno che ci ha lasciato un grande insegnamento da imparare e da vivere. Egli è vivo. Vivo nella e della stessa nostra vita? Assolutamente no. Questa vita infatti è destinata alla morte. La vita umana di cui vive Gesù risorto è immortale. E’ dunque una vita nuova. Egli, dunque, Gesù Risorto, nella sua risurrezione è entrato in possesso della vita stessa divina.

In questo passaggio dalla nostra condizione, dalla nostra vita come stiamo vivendo noi oggi alla condizione di una vita umana divinizzata ed immortale consiste il mistero dell’Ascensione al cielo di Gesù. Sentendo dunque questa parola "Ascensione" non dovete pensare ad una specie di movimento da un luogo all’altro[dalla terra al cielo], ma dovete pensare ad un cambiamento nella vita umana di Gesù: un cambiamento che comporta anche il fatto che noi non possiamo vedere Gesù coi nostri occhi.

Dunque, teniamo ben fisso nella nostra mente questo: oggi noi celebriamo il "passaggio" di Gesù da una vita umana mortale ad una vita umana divinizzata.

2. Qualcuno di voi potrebbe dire: "e che cosa ha a che fare tutto questo con la mia vita, con la mia persona?" a questo punto allora dovete riascoltare attentamente quello che S. Paolo ci ha detto nella seconda lettura: "Possa egli davvero illuminare …".

E’ la cosa più grande che sia stata detta! Noi siamo chiamati come Gesù a vivere una vita umana nuova. Abbiamo infatti pregato così all’inizio della S. Messa: "nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te" (cfr. anche il Prefazio). Cioè: la tua persona, ciascuno di voi è stato portato con Gesù dentro una vita nuova. In Lui ciascuno di noi è stato "divinizzato". Voglio spiegarvi questa stupenda verità con un esempio: se un padre di famiglia povero vince una grande somma, diventa ricco non solo lui ma anche i suoi famigliari. In Gesù che viene in possesso della gloria della vita divina nella sua umanità, anche noi lo siamo diventati. In che modo? Dobbiamo adesso riascoltare ancora la prima lettura.

3. "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni … fino agli estremi confini delle terra". Ecco chi opera in noi questa stupenda trasformazione: la forza dello Spirito Santo. E’ lui che ci trasforma in Gesù, rendendoci perfettamente conformi a Lui: ci fa partecipare della stessa vita divina di cui Gesù vive.

E chi è Gesù? Egli è il Figlio del Padre. La forza dello Spirito Santo rende anche noi figli di Dio.

E che cosa ha fatto Gesù, come ha vissuto? Lo Spirito Santo ci fa vivere come è vissuto Gesù. Non nel senso di "ripetere" le sue stesse azioni, ma nel senso che noi viviamo colle stesse attitudini con cui ha vissuto Gesù. Insomma: in noi lo Spirito Santo è come una guida che ci illumina ed una forza che ci spinge a vivere come Gesù. E quale è la conseguenza? Lo ha detto Gesù stesso: "e mi sarete testimoni". Chi vive come Gesù, ne diventa come una immagine viva: appunto un testimone. Ecco la grandezza della tua persona: sei figlio del Padre in Gesù e vivi come Gesù (la tua scuola, il tuo gioco, la tua preghiera …). In attesa di stare con Lui per sempre nella gioia eterna.

Però lo Spirito che è in voi può essere contristato! Non fatelo: da domani vivi la tua vocazione con fedeltà alla preghiera, agli incontri qui nella parrocchia, nella frequenza ai sacramenti della confessione e della Eucarestia.

Le ultime parole pronunciate da Gesù sulla terra sono state le seguenti: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo". Lo Spirito Santo fa sì che Gesù sia con voi, vi faccia compagnia tutti i giorni.

Mons. Caffarra ASCENSIONE DEL SIGNORE

Cattedrale di Ferrara 24 maggio 1998

1. “Cristo … non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore”. Queste parole che avete ascoltato nella seconda lettura, ci svelano interamente il mistero dell’Ascensione al cielo del Signore. Benché l’evangelo lo descriva come un movimento dalla terra al cielo (“si staccò da loro e fu portato verso il cielo”), in realtà il mistero che oggi noi celebriamo consiste nel perfetto cambiamento, nella perfetta trasformazione dell’umanità di Cristo. La sua Ascensione è l’ingresso della umanità di Cristo nella sua definitiva condizione.
La sera prima della sua morte, Gesù aveva pregato il Padre nel modo seguente: “Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17,4). Questa preghiera è stata esaudita nella ascensione al cielo, cioè nel momento in cui anche il corpo e l’anima umani del Verbo sono introdotti nella piena partecipazione della vita e gloria divina. Questa partecipazione col nostro linguaggio viene descritta come “passaggio dalla terra al cielo”, “ascensione al cielo”, dal momento che il contrasto fra la povertà della nostra condizione umana e la gloria della condizione divina viene raffigurata dalla distanza fra terra e cielo. Oggi, dunque, celebriamo la gloria di Cristo risorto. La sua risurrezione non è il semplice ritorno alla vita di prima, ancora mortale. E’ una trasformazione che rinnova interamente la sua condizione umana: rinnovamento così profondo che dobbiamo parlare di «nuova creazione» e di «uomo nuovo» (cfr. 2Cor 5,17; Gal 6,15; Ef 2,15; 4,24; col 3,10).
E’ per questo che gli apostoli, ci narra il Vangelo, “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”: essi poterono vedere che davvero il Cristo crocefisso e sepolto era il Signore vivente in eterno.

2. “Avendo, dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario … per questa via nuova e vivente che Egli ha inaugurato per noi … accostiamoci con cuore sincero”. Dopo aver descritto il mistero dell’ascensione al cielo in quanto avvenimento riguardante Gesù, ora la Parola di Dio parla di noi: di ciascuno di noi. Il mistero che oggi celebriamo non celebra solo la gloria di Cristo, ma celebra anche di conseguenza la gloria della nostra persona: è la nostra condizione esistenziale che oggi è radicalmente cambiata. Perché? Perché oggi Egli ha inaugurato per noi una via nuova e vivente. Che cosa significa tutto questo?
Innanzi tutto, Cristo oggi ci rivela l’ampiezza insospettata del nostro destino: in Cristo venuto in possesso della stessa vita divina nel suo corpo umano, l’uomo scopre tutta la misura, tutta l’ampiezza della sua possibilità. “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24). Oggi il Vangelo viene annunciato all’uomo interamente. Poiché questo è il Vangelo: l’annuncio fatto all’uomo che egli è destinato non alla morte, ma alla vita; l’annuncio fatto all’uomo che il suo destino è la perfetta beatitudine; è la risposta definitiva alla domanda: «ma che cosa ho il diritto di sperare dalla vita?». Hai da oggi il diritto di sperare nella vita eterna.
Ma non solo Cristo oggi ci rivela l’ampiezza insospettata del nostro destino. Egli ci offre in se stesso la possibilità concreta di raggiungerlo, “per questa via nuova e vivente che Egli ha inaugurato per noi”. L’impotenza delle nostre aspirazioni a realizzarsi, la contraddizione che abita dentro alla nostra vita quotidiana fra la nostra finitudine e la illimitatezza del nostro desiderio, non ci spingono a ritagliare i nostri desideri sulla misura delle nostre possibilità. Quella impotenza, quella contraddizione sono risolte oggi nel mistero dell’ascensione al cielo di Gesù: Egli oggi è diventato la via nuova e vivente, percorrendo la quale, noi possiamo adempiere in pienezza la nostra umanità in Dio. “E’ apparso dunque per noi davanti al Padre come uomo, per ripresentare a Lui noi, che per l’antica prevaricazione eravamo stati allontanati dal suo volto. Si è assiso come Figlio, affinché noi pure sedessimo come figli … per ciò Paolo … insegna che le cose avvenute a titolo speciale nei riguardi di Cristo sono comuni alla nostra natura umana” (Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo sec. Giovanni, lib. IX).

3. “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”. La risposta vera al mistero della glorificazione di Cristo e nostra è la speranza cristiana. Essa ha un oggetto preciso: “entrare nel santuario”. Essa ha una sola ragione di essere: “perché è fedele colui che ha promesso”.
Ed allora il mistero dell’Ascensione al cielo è la vera, provocatoria sfida all’allegro nichilismo contemporaneo. Esso nasce, quando l’uomo non è più capace di custodire l’intera misura del desiderio che abita nel suo cuore, e si accontenta dell’istante; quando l’uomo non è più capace di dare significato intero ad ogni frammento della sua vita; quando il vivere diventa come un navigare “a vuoto”: senza bussola che orienti, senza mete cui approdare.
L’ascensione al cielo di Gesù è la “dimostrazione” che il “meglio che possiamo sperare non è che non vada peggio”; “dimostra” che il nostro agitarsi non finisce in un nulla che le nostre forze non possono evitare. L’ascensione è l’affermazione della indistruttibile positività del nostro destino finale.
“Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza”, pronti a renderne ragione. Questa speranza introduce il grande ed il sublime anche nei gesti più umili della nostra vita quotidiana, se questa percorre “la via nuova e vivente che Egli ha inaugurato per noi”.

C. Caffara. Io sono la Via, la verità e la vita. Catechesi ai giovani




SECONDA CATECHESI DEI GIOVANI
Cattedrale 25 novembre 2000

Carissimi,

vorrei che questa sera mi prestaste tanta attenzione perché dobbiamo riflettere sul "fondamento e radice" [così il Concilio di Trento chiama la fede] della nostra vita cristiana. Dividerò la mia catechesi in due parti. Nella prima parte parleremo di Gesù parola che Dio ci dice; nella seconda parleremo della nostra risposta, cioè della fede. Io sarò breve, ma desidero che poi quanto vi dico sia ripreso sia dalla riflessone personale sia nelle vostre rispettive comunità.

1. Avete sentito la risposta di Pietro: "Tu hai parole di vita eterna". Cioè: abbiamo sentito tante parole; ci hanno fatto tante promesse. Ma le parole si sono rivelate vuote e le promesse non sono state mantenute. Siamo stati ingannati! "Tu" dice Pietro "non parli come gli altri: le tue parole non sono vuote. Esse, se ascoltate, danno la vita eterna".

Prendiamo ora in mano un’altra pagina del Vangelo. E’ un dialogo avvenuto nel cenacolo l’ultima sera della vita di Gesù. Tommaso fa a Gesù una domanda di straordinaria potenza: "Signore … come possiamo conoscere la via?". Ognuno di noi vive nel desiderio di realizzare se stesso e quindi è inevitabile che si chieda: quale è la via che mi conduce alla piena realizzazione di me stesso? che mi conduce alla pienezza della vita? "gli disse Gesù: io sono la via, la verità e la vita".

Fermiamoci un momento a riflettere sulla risposta di Gesù, iniziando dalla seconda parola, "verità". Che cosa vuol dire Gesù quando afferma: "Io sono la verità"? Notate che non si limita a dire: "io vi ho detto, vi dico la verità", ma "io sono la verità". Nella persona di Gesù, nella sua vita, nelle sue parole ti viene detto tutto quello che Dio ha deciso di dirti. Non è solo attraverso le parole di Gesù che tu conosci quanto Dio ha da dirti: è la persona di Gesù che è quanto Dio ha da dirti [= Lui è la Verità]. Cercherò di spiegarvi questa affermazione con un’esperienza molto umana. Ogni ragazzo desidera stare colla sua ragazza e viceversa. Certamente parlano: ma è lo stare con lui/ con lei che causa gioia. E’ la sua persona che interessa e quindi, di conseguenza, ciò che dice, le sue parole.

Come sapete l’evangelista Giovanni ha premesso al suo Vangelo una sorta di prefazione, un prologo. Verso la fine dice: "la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo" (Gv 1,17). La grazia, il dono della verità ci venne per mezzo di Gesù Cristo in quanto Lui stesso è questo dono. "In realtà la grazia della verità, ossia il dono della rivelazione piena e totale, è avvenuta per mezzo di Gesù Cristo; è stata fatta da questa persona divina, che non è un semplice uomo, ma l’Unigenito del Padre che vive sempre rivolto verso il senso del Padre in una intima comunione di vita" [S. Pannimolle, Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni, I°, EDB, Bologna 1978, pag. 76].

A causa del fatto che Gesù è la Verità, nel senso appena spiegato, Egli è l’unica via seguendo la quale tu giungi alla vita. Che significa è "la via"?

Egli ti propone e si propone come il modo interamente vero, e quindi buono e bello, di essere persone umane: di realizzare pienamente la propria umanità. Egli è l’unico "punto di vista" con cui affrontare la vita e considerare la realtà, per potersi muovere dentro di essa con piena libertà. Zaccheo ha capito che il suo lavoro, il suo modo di stare con gli altri, in una parola la sua vita intera non doveva essere più vissuto dal "punto di vista" del guadagno, del sopruso e della prepotenza. Ha incontrato Cristo, cioè la Verità, ed allora Questi è diventato la sua via: il modo di vivere è cambiato. Così è accaduto a Maddalena, una prostituta,. Così è accaduto a Pietro quando ha visto Gesù inginocchiato davanti a lui che gli lavava i piedi.

Voi, questa sera, avete voluto dire che Cristo ci ha fatto dono della Verità e quindi lo volete ascoltare, per seguire la via che è Lui, per giungere alla Vita.

2. Dalla pagina evangelica [cfr. Gv 6,66 e 68] risulta che si danno per l’uomo due possibilità, e quindi l’umanità stessa di divide in due parti: "molti si tirano indietro e non andavano più con Lui", e "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna".

Prima possibilità: tirarsi indietro e non andare più con Cristo. L’uomo si rende conto, può rendersi conto che Cristo ha parole di vita eterna: che il punto di vista che è Cristo, è vero e bello. Eppure c’è una resistenza a trarre le conseguenze, a vivere secondo questo punto di vista. E’ un tirarsi indietro ed un non andare più con Cristo per debolezza.

Ma esiste anche un "tirarsi indietro" molto più serio. Come ho detto poc’anzi, ciascuno di noi vive nel desiderio di diventare se stesso. Ed è di fronte a questo desiderio che si pone Cristo quando dice: "Io sono la Via, la Verità, la Vita". Ma da quello stesso desiderio può essere generata dalla nostra libertà la seguente posizione: "io sono la verità di me stesso; io decido quale via seguire; il senso profondo della mia esistenza dipende esclusivamente da me". E’ un tirarsi indietro ed un non andare più con Cristo per orgoglio.

Seconda possibilità: è la fede che si esprime nella radicale conversione della nostra libertà a Cristo. E’ stata la posizione di Pietro.

Nella Bolla Incarnationis mysterium con cui il S. Padre ha indetto l’Anno Santo, è scritto: "L’incarnazione del Figlio di Dio e la salvezza che Egli ha operato con la sua morte e risurrezione sono … il vero criterio per giudicare la realtà temporale e ogni progetto che mira a rendere la vita dell’uomo sempre più umana" [n° 1]. E’ la perfetta descrizione della risposta alla Parola di Dio che è Cristo, che è la fede.

La fede è la conversione della nostra intelligenza che riconosce in Cristo e nelle sue parole l’unico criterio vero di giudizio. Cristo è la Verità e quindi la Via: è insieme a Lui che viviamo, è con Lui che giudichiamo. Una verità che non diventa orientamento dell’esistenza è ideologia. Che il Verbo si sia incarnato ed abbia posto la sua dimora fra noi, non è solo un fatto accaduto, ma è un fatto che ha a che fare con me, con te, con la vita di ciascuno. In che modo? Vivendo profondamente la tua vita e non alla superficie, non evadendo; chiedendo a Cristo di essere Lui colle sue parole il criterio vero delle tue scelte. Se la tua fede non diventa criterio di giudizio è perfettamente inutile!

Nella Veglia di preghiera del 19 agosto, il S. Padre vi ha detto: "Quell’incontro [di Cristo con Tommaso] divenne l’inizio di una muova relazione tra l’uomo e Cristo, una relazione in cui l’uomo riconosce esistenzialmente che Cristo è Signore e Dio; non soltanto Signore e Dio del mondo e dell’umanità, ma Signore e Dio di questa mia concreta esistenza umana".

Nel riconoscimento che Tommaso fa del suo Signore e Dio si vede chiaramente che la fede supera le difficoltà e le oscurità non in forza di un ragionamento, anche se la fede è pur sempre un atto ragionevole. In forza dell’attaccamento, dell’affezione totale e profonda alla persona di Cristo: ferma adesione a Lui, dono della grazia del Padre che ci attira a Gesù.

Come si impara ad attaccarci a Gesù, e quindi ad ascoltarlo in questo modo? La scuola è la Chiesa, e quindi i luoghi in cui puoi entrare dentro a questa scuola: la parrocchia, il movimento, l’associazione. La Chiesa ti insegna a leggere la S. Scrittura; la Chiesa colla sua liturgia ti introduce sempre più nel mistero vivo di Cristo; la Chiesa ti istruisce attraverso i suoi sacerdoti. A loro non devi certo chiedere di risolvere i tuoi problemi: tocca a te il farlo. Chiedi a loro ed impara da loro che cosa significa seguire la via che è Cristo: a scuola o nel lavoro, nei rapporti col tuo ragazzo/a, nella famiglia, nell’amicizia; in una parola, nella tua vita intera.

Concludo. Ho parlato di un "tirarsi indietro per debolezza". Tutti possiamo sentire la fatica di seguire la via che è Cristo: abbiamo già forse i piedi feriti; siamo affaticati. E’ Cristo che ci sostiene colla forza della sua grazia. Vieni e seguimi, ti dice. E ti dona la forza per farlo.

C. Caffarra. Omelie sulla III domenica di Pasqua

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TERZA DOMENICA DI PASQUA
26 aprile 1998

I cinquanta giorni durante i quali celebriamo la risurrezione del Signore, sono il tempo privilegiato durante il quale ci è dato di “sperimentare-sentire-percepire” la presenza del Signore risorto in mezzo a noi. Di verificare le parole di Gesù: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20b).
E’ per questo che anche oggi il Vangelo ci narra un incontro degli Apostoli col Signore; anzi più precisamente, di una manifestazione di Gesù: “Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli”. Questi racconti sono assai importanti per la nostra fede: essi infatti ci rivelano come avviene anche oggi l’incontro del credente col Signore risorto. Certo: le concrete modalità con cui il Risorto si è manifestato ai sette discepoli non sono quelle con cui Egli si manifesta a ciascuno di noi. Ma ciò che è accaduto a loro può accadere anche a noi: il Signore si manifesta! Vivo, nella sua Persona.

1. “Gesù disse loro: venite a mangiare … pure il pesce”. E’ questo il momento culminante della manifestazione e dell’incontro. Non c’è più alcun dubbio sulla sua identità (“E nessuno dei discepoli … che era il Signore”). Che cosa accade? “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro”.
E’ una profonda esperienza di vicinanza, nella quale ogni estraneità del discepolo col Signore e reciprocamente, è superata. S. Pietro dirà ai suoi fedeli: “stringendovi a Lui …”. Mentre al popolo dell’antica alleanza era stato detto: “Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: guardatevi dal salite sul monte e dal toccare le falde” (Es. 19,11). Non che la distanza sia stata superata dall’uomo; è stato Dio che in Gesù si è fatto vicino all’uomo: “allora Gesù si avvicinò”. Egli si è avvicinato, poiché avendo noi “in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe” (Eb 3,14). E pertanto, Egli non è uno “che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (ib. 4,15).
E’ una profonda esperienza di convivialità durante la quale Gesù stesso ci serve il cibo: “prese il pane e lo diede loro”. L’evangelista S. Luca ci ha conservato alcune parole dette da Gesù la sera prima della morte: “io preparo per voi un regno … perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno” (Lc 22,29-30). Sul lago di Tiberiade, quella mattina, si adempie questa promessa del Signore; si adempie l’antica promessa del profeta: “Preparerà il Signore degli Eserciti … un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti” (Is 25,6).
Fratelli, sorelle: sono sicuro che avrete già collegato questo banchetto del Signore risorto coi suoi discepoli, durante il quale questi vivono un’indicibile esperienza di vicinanza a Lui, coll’Eucarestia. E’ un collegamento giusto, questo che avete fatto. A ciascuno di noi è dato di vivere la stessa esperienza di comunione col Signore risorto proprio attraverso il banchetto eucaristico. Anzi, l’Eucarestia è esattamente questo: la presenza del Cristo risorto in mezzo a noi. Nella celebrazione dell’Eucarestia noi possiamo vivere di questa presenza reale, anche se nascosta: non solo Egli si dona a noi nella sua Parola che ci conforta e ci consola, ma nel suo Corpo e nel suo Sangue.
“E nessuno dei discepoli osava domandargli: «chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore”. Che la nostra fede sia così viva che non sentiamo più il bisogno di chiederci: ma che cosa stiamo facendo? Ben sapendo che stiamo celebrando il mistero della Presenza del Signore con noi.

2. Domenica scorsa, la storia di S. Tommaso ci ha insegnato che per riconoscere il Signore risorto, per avvertire la sua Presenza fra noi è necessaria la fede: “non essere più incredulo, ma diventa credente” aveva detto a Lui il Signore.
Oggi, il quadro delle disposizioni umane necessarie per “vedere” la presenza del Signore, si completa. Se fate bene attenzione alla pagina evangelica, vedete che, come sempre, all’inizio il Signore non è riconosciuto. Il primo a riconoscerlo è il discepolo che Gesù amava: è l’amore che rende il discepolo prediletto capace di riconoscere Colui che è sulla riva, come il Signore. E’ l’amore che dona all’uomo la capacità di vedere Gesù. Tommaso ha creduto dopo che ha messo la mano nel costato di Cristo: dopo che ha sentito l’amore del Signore. E’ l’amore che dona alla nostra anima gli occhi per vedere. Quando si tratta di qualcosa, tu puoi conoscere pur restando del tutto indifferente nei suoi confronti. Quando si tratta di qualcuno, di una persona, la si può conoscere solo nella misura in cui la si ama: il mistero di ogni persona di apre solo agli occhi del cuore di chi lo ama. Lo stesso accade nella nostra esperienza di fede: il primo a riconoscere il Signore è colui che aveva amato di più il Signore.

Fratelli e sorelle: questa pagina narra l’ultima apparizione del Risorto ai discepoli. Anche noi nelle domeniche successive non mediteremo più sulle apparizioni del Risorto, come abbiamo fatto nelle prime tre domeniche di Pasqua. Ma l’ultima apparizione, come è descritta oggi dal Vangelo di Giovanni, non ci sembra affatto un commiato: il tempo si è come fermato. Il Risorto rimane con noi: non importa se non lo vediamo cogli occhi del nostro corpo. Egli rimane, poiché il banchetto eucaristico è sempre preparato nella Chiesa. Resta l’Eucarestia per i discepoli che credono ed amano il Signore. “E’ il mistero eucaristico che accompagna la Chiesa nel suo cammino e fa già presente la fine. La fine del mondo è la Sua presenza” (D. Barsotti).

Card. Caffarra. Omelia su San Tommaso




Visita Pastorale Focomorto-Baura 30 aprile 2000

Di che cosa ci parla il Signore oggi? Ci insegna quale è la fede vera (1) [nella seconda lettura soprattutto] quale è il cammino dall’incredulità alla fede (2) [nel Vangelo], ed infine ci insegna che cosa produce la fede in chi crede e nel mondo (3) [nella prima e nella seconda lettura]. Vedete come il Signore ci ama: ancora all’inizio del tempo pasquale Egli ci dona un’istruzione completa sulla vita cristiana.

1. "Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio – Chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?"

Ecco questa è la fede cristiana: credere che Gesù è il Cristo; credere che Gesù è il Figlio di Dio. Alla domanda dunque: "chi è il cristiano?", oggi la Parola di Dio ci insegna a rispondere: "è colui che crede che Gesù è il Cristo, è il Figlio di Dio". Fermiamoci un momento a riflettere su questa definizione.

Essere cristiani significa entrare in rapporto [fra poco spiegherò di che rapporto si tratta] con una persona: Gesù. Con una persona che ha vissuto come noi una vita umana impastata colle nostre stesse esperienze quotidiane: ha vissuto dentro una famiglia, ha lavorato, ha gioito e pianto, è morto. Essere cristiani non significa in primo luogo imparare una dottrina cercando poi di praticarla nella vita. Significa fare spazio dentro alla nostra esistenza ad una presenza: la presenza della persona di Gesù.

Ma di che rapporto di tratta? La parola di Dio ci risponde che è un rapporto di fede: "chi crede che Gesù è …". La fede, carissimi fratelli e sorelle, è riconoscere con incrollabile certezza che quell’uomo, Gesù, "è il Figlio di Dio". E’ questo il nucleo centrale della fede cristiana: quella persona che vive in tutto umanamente è Dio stesso-Figlio unigenito; quell’uomo della storia, Gesù, è veramente il Figlio di Dio venuto da presso il Padre. E’ per questo che Egli ha potuto dire: "Io sono la via, la verità e la vita": Egli, la sua persona, è la piena rivelazione in linguaggio umano del Mistero stesso di Dio. L’esperienza di Tommaso, nel Vangelo, è stata esattamente questa: ha toccato colle sue mani un corpo umano ed ha riconosciuto che quella persona incarnata era Dio.

2. Ed ora chiediamoci: "come giungiamo a questo riconoscimento?". La parola di Dio, attraverso l’episodio di Tommaso, ci insegna quale cammino dobbiamo percorrere per giungere alla fede in Cristo.

La storia di Tommaso inizia con un’assenza: "Tommaso, uno dei dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù". Egli cioè non ha avuto la possibilità, già concessa ai suoi amici, di "vedere" il Risorto. E’ esattamente la nostra situazione attuale: a noi oggi non è dato di "vedere" il Risorto. E qui si pone la possibilità concreta di una divaricazione fondamentale: quella che separa i credenti dai non credenti.

A Tommaso è offerta una testimonianza precisa: "Gli dissero allora gli altri discepoli: abbiamo visto il Signore". Egli, Tommaso, è posto di fronte a due possibilità: o accettare la testimonianza apostolica o esigere una verifica diretta del fatto. Ed è ciò che Tommaso vuole: "se non vedo…"

Card. C. Caffarra. Omelia sul Triduo Pasquale

TRIDUO PASQUALE: GIOVEDI’ SANTO
Cattedrale 12 aprile 2001

Iniziando il Triduo pasquale, la Chiesa vuole che cominciamo la celebrazione dei misteri della nostra redenzione dentro al Cenacolo. E’ in esso infatti che viene istituito il santo sacramento dell’Eucarestia, memoriale perpetuo della morte e risurrezione del Signore, viene fondato il sacerdozio della nuova ed eterna Alleanza, è donata all’uomo che entra in essa la nuova legge. E’ sul dono dell’Eucarestia e del comandamento della carità che dobbiamo brevemente meditare. Sul sacerdozio abbiamo meditato questa mattina coi nostri sacerdoti.

1. "Questo è il mio corpo, che è per voi; questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue". E’ in queste parole che è racchiuso tutto il mistero dell’Eucarestia.

Queste parole, quando Gesù le pronuncia nel Cenacolo, esprimono l’anticipazione che Egli compie della sua morte colla sua libertà. Consapevole "che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre", Egli non vede nella sua morte che sa ormai imminente, un oscuro ed inspiegabile destino. Egli è venuto per questo. E pertanto già anticipandola nel suo Spirito, ne fa un atto di amore. La trasforma in un atto di donazione di Sé all’uomo: "…che è per voi" . L’atto redentivo è già in un certo senso compiuto la sera del Cenacolo. Ciò che accadrà il giorno dopo sulla Croce non sarà che l’attuazione di una decisione già presa: amare l’uomo fino al dono totale di Sé nella e mediante la morte.

Di questo dono che Cristo fa di se stesso, del suo corpo e del suo sangue, il pane spezzato e il calice offerto sono i segni visibili. Ma non segni vuoti, capaci solo di richiamare alla memoria un fatto di cui essi sono solo un’immagine, una metafora. Il pane e il vino sono segni che la parola di Cristo trasforma nella realtà stessa del suo Corpo e del suo Sangue: "questo è il mio Corpo; questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue". Questo è l’insondabile mistero dell’Eucarestia istituito nel Cenacolo.

L’Eucarestia è dunque la presenza permanente del sacrificio di Cristo. Questa presenza era stata una anticipazione nell’ultima cena la sera del giovedì; ora per noi, che veniamo dopo che il sacrificio della Croce si è compiuto una volta per sempre, di questo sacrifico è la memoria. Nel senso che, a causa della trasformazione del pane nel Corpo offerto per noi ed del vino nel Sangue effuso per i nostri peccati, noi siamo realmente partecipi del sacrificio della Croce. Al momento della consacrazione, i duemila anni che ci separano dal sacrificio della Croce sono aboliti: noi siamo presenti ad esso, come lo era Maria, come lo era Giovanni. La celebrazione dell’Eucarestia continua ad inserire dentro le tenebre del mondo la potenza dell’amore di Cristo, che dona Se stesso sulla Croce.

Il Sacrificio della Croce ricostituì definitivamente la Nuova ed Eterna Alleanza. La celebrazione dell’Eucarestia vi introduce ogni uomo, di generazione in generazione: nella comunione di vita col Padre mediante l’Agnello immolato. Si compie così l’antica profezia che avete sentito nella prima lettura: l’uomo è salvato dallo sterminatore che porta la morte, perché viene ricondotto dentro casa, nella famiglia del Dio vivente, la Santa Chiesa.

2. La ricostituzione della Nuova ed Eterna Alleanza attraverso il Sacrificio di Cristo eucaristicamente sempre presente richiede anche una nuova legge. "Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge" [Eb 7,12]. E’ la pagina evangelica che ci rivela questo dono fattoci da Cristo nel Cenacolo: il dono di un comandamento nuovo. Quale? "anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi". E’ il nuovo comandamento dell’amore reciproco spinto fino al servizio totale degli altri, in un rinnegamento ed espropriazione radicale di se stessi.

Alla nostra mentalità può sembrare strano parlare del dono di un comandamento: una legge non richiama forse subito un obbligo e quindi una limitazione della propria libertà? Ma già il profeta Geremia aveva previsto la nuova alleanza come alleanza nella quale Dio stesso avrebbe scritto nel cuore la legge [Ger. 30,30-34]. Cioè: Dio avrebbe rigenerato l’uomo nel suo cuore ["toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne": Ez. 36,20], così che la legge del Signore non sarebbe più stata avvertita come un obbligo a noi estrinseco, ma come un’intima esigenza della nostra persona. Attraverso l’Eucarestia noi diveniamo partecipi dello stesso amore di Cristo, il quale inscrive nel nostro cuore la sua nuova legge: "dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri". La teologia cristiana interpreterà con esattezza questo fatto, dicendo che la grazia, l’effetto proprio dell’Eucarestia è la carità.

Carissimi fratelli e sorelle, questa sera tutto si rinnova: nuova Alleanza, nuovo Sacerdozio, nuova Legge perché Cristo donando Se stesso sulla Croce rigenera l’uomo nuovo, rendendolo capace di amare come Lui ha amato. E nella vita "se manca anche solo la carità tutto è vuoto; se c’è questo, tutto è pienezza" [S. Agostino, De moribus Ecclesiae catholicae 1,33,73]

Accostiamoci dunque tutti con timore ed amore alla mistica mensa e riceviamo il pane con anime pure, restando vicino al Maestro per vedere come Egli lava i piedi dei discepoli e facciamo come abbiamo visto: sottomettiamoci gli uni gli altri e laviamoci i piedi a vicenda, perché così Cristo ci ha chiesto.

Mons. Caffarra. LA CROCE E LA VERITA’ SULL’UOMO

Università di Ferrara 10 aprile 2000
Nella lettera pastorale che vi ho inviato in occasione dell’Anno Santo vi chiedevo di vivere il Giubileo in modo tale che si realizzi in ciascuno di voi la profezia: "volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto" (Zac. 12,10). Questa sera, all’inizio della S. Quaresima, siamo nella nostra Cattedrale semplicemente per questo: per volgere lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto.
L’apostolo Paolo parla di "occhi della mente" (cfr. Ef 2,18) che devono essere illuminati da uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza del mistero della Croce.
Questo mistero ha come due dimensioni; la "Parola della Croce" (cfr. 1Cor 1,18) ci dice due verità intimamente connesse: la verità su Dio, e la verità sull’uomo. Riflettiamo pacatamente su ciascuna di queste due verità.
1. LA PAROLA DELLA CROCE DICE CHI È DIO
Riascoltiamo S. Bernardo: "Egli nutriva pensieri di pace e io non lo sapevo. Chi infatti conosce i sentimenti del Signore, o chi fu suo consigliere? (Ger 29,11). Ma il chiodo penetrando fu per me come una chiave che mi ha aperto perché io vedessi la volontà del Signore … E’ aperto l’ingresso al segreto del cuore per le ferite del corpo … appaiono le viscere di misericordia del nostro Dio, per cui ci visitò dall’alto un sole che sorge (Lc 1,78)" [Sermoni sul Cantico dei cantici; Ser. LXI, 4; Ed. Vivere in, Vol. 2, Roma 1996, pag. 166-167].
"E’ aperto l’ingresso al segreto del cuore": la Croce è la suprema rivelazione di ciò che dimora dentro al cuore di Dio. E pertanto l’apostolo può dire di "non sapere altri in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocefisso" (1Cor 2,2). Alla domanda più alta che lo spirito creato possa fare: "chi è Dio?", noi rispondiamo: "cerca la risposta nel Crocefisso". Al desiderio di cui è impastato il cuore umano, il desiderio di vedere Dio (cfr 1,2,q.3, a.8), il cristiano risponde dicendo: "vedi il Crocefisso".
La Croce svela, in primo luogo, la logica interna all’articolo specifico della nostra fede: "il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). E’ la logica della condivisione della nostra condizione umana, che consiste nella partecipazione alla stessa natura umana: nell’avvenimento della Incarnazione si mostra che Dio è veramente interessato alla nostra vicenda ed ai nostri casi umani, fino al punto da venire a viverli Egli stesso.
E’ stata costante nel cuore di ogni uomo la domanda se la nostra storia personale, se la storia di tutta l’umanità nel suo insieme fosse in ultima analisi dominata o dal caso o dalla necessità di un destino impersonale: da chi, alla fine, essa dipendesse. Al popolo ebreo era stata donata la vicinanza di Dio, quale non era mai stata donata a nessun altro popolo. Egli lo istruiva attraverso la Legge, lo guidava attraverso i suoi Profeti, lo difendeva "col suo braccio Santo". Ai pagani invece era stata donata solo la piccola zattera della ragione per attraversare il tempestoso mare dell’esistenza; ma essi, come insegna S. Paolo, "pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti" (Rom 1,21). Vaneggiare nei propri ragionamenti: ecco la nostra più grande disgrazia ed il nostro rischio continuo. A ragion veduta, il sapiente pagano di poter fare "il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, ossia affidarsi ad una divina Rivelazione" [Platone, Fedone 85 C-D].
"Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati" (Ef 2,4), "quando venne la pienezza del tempo, …mandò il suo Figlio, nato da donna" (Gal 4,4). Questi, il Figlio, di fronte alla decisione del Padre, di inviarlo nella nostra carne, "pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini" (Fil 2,6-7). E poiché questi "hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe" (Eb 2,14). In questo modo, "proprio per essere stato messo alla prova" [Egli stesso] "ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (ib. 18).
Nel mistero dell’incarnazione del Verbo appaiono le viscere di misericordia del nostro Dio, dal momento che Egli né si disinteressa delle nostre vicissitudini né se ne prende cura "dall’alto" della sua divina condizione. Se ne prende cura "dal di dentro": venendo Egli stesso a vivere le nostre umane vicissitudini.
Ma questa logica intrinseca alla decisione dell’Incarnazione ha trovato la sua conferma inequivocabile nella sofferenza della passione, e nella morte sulla Croce. E’ la sua sofferenza e morte la "prova definitiva" della condivisione da parte di Dio della nostra condizione umana. Come ci ha appena insegnato S. Pietro Crisologo: "questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l’amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio interno" [Discorso 108,3; Opera omnia, CNed., vol.2, pag.323].
"Introducono voi nel mio interno": introducono la vostra condizione umana, interamente, nella mia Persona divina. Entriamo nel mistero più profondo della Croce come conferma estrema della logica dell’incarnazione.
La sofferenza e la morte ci sono sempre presentate nella S. Scrittura come conseguenza del peccato: "la morte" scrive Paolo "ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato" (Rom 5,12). Tale è appunto il significato profondo e misterioso del racconto biblico della creazione e della caduta originaria. L’amore di Dio che ordinava la persona umana alla beatitudine della stessa vita divina, si affidava alla sua risposta libera: l’amore si offre e non costringe chi, non volendo amare, si rifiuta di lasciarsi amare. Ma la disposizione di grazia con cui Dio destinava l’uomo alla vita eterna, alla condivisione della stessa vita trinitaria, impedisce all’uomo medesimo di poter trovare la piena realizzazione di se stesso fuori del dialogo con Dio, a cui solo la grazia può condurlo ed in cui soltanto le sue più profonde aspirazioni trovano compimento.
Rifiutare l’amore di Dio non significa quindi solamente rifiutare la partecipazione, mediante la grazia, alla vita trinitaria; significa nello stesso tempo rifiutare quella piena realizzazione di se stesso, il cui nome è "felicità". E’ inoltrarsi in una strada di infelicità, che terminerà nella morte.
Nella luce della Rivelazione siamo in grado di comprendere l’assurdità totale della morte e la ragione profonda per cui non possiamo non sentirne l’intima contraddizione. Da una parte, infatti, in quanto siamo corpo e materia, non possiamo non corromperci e dissolverci; ma dall’altra parte, in quanto siamo soggetto spirituale, ci "sentiamo" chiamati all’eternità e, da questo punto di vista, è illogico ed assurdo morire, perché morire vuol dire essere definitivamente estromessi da quel dialogo di amore cui siamo stati destinati: "non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella fossa" (S. 113 B,17 ).
Fino a che punto giungerà la decisione di Dio di condividere la nostra condizione umana, decisione che si manifesta nell’Incarnazione del Verbo? la Croce risponde: fino al limite estremo, fino a condividere la nostra sofferenza e la nostra morte.
Il Verbo si è fatto uomo per soffrire la sofferenza dell’uomo e morire della morte dell’uomo (cfr. Eb 10,5-10); ha assunto interamente la nostra stessa natura e condizione umana turbata dal peccato, senza avere lui stesso la minima parte nel peccato. Il Verbo di Dio ha veramente sofferto ed è morto sulla Croce: è questa la più sconvolgente certezza della fede cristiana. Quando un uomo, uno di noi, soffre – fisicamente, moralmente o spiritualmente – o muore, è la persona che soffre, qualunque sia la parte del corpo o la facoltà dell’anima presa dalla sofferenza, ed è la persona che muore. Nello stesso modo è il Verbo che soffre tutto quello che Gesù Cristo soffre sulla Croce, poiché Gesù Cristo non è altri che il Verbo.
La Croce quindi è la massima rivelazione della potenza di Dio. La potenza di Dio è infatti la potenza del suo Amore. Ora la potenza dello amore non consiste nel dimostrare una tale forza da costringere il cuore dell’amato a corrispondere, togliendogli ogni libertà. La forza dell’amore consiste semplicemente nel dimostrarsi: nulla è più forte dell’amore nella sua debolezza, nulla è più debole nella sua forza. "se temete ciò che è di Dio, perché non amate almeno ciò che è vostro?" (S. Pietro Crisologo, cit.).
Ma la compassione – condivisione del Verbo incarnato, spinta fino alla morte, non è stata impotente. Se Dio stesso non potesse fare nulla contro la nostra morte e sofferenza; se Egli stesso non potesse far altro che condividerle con noi, all’uomo sarebbe tolto ogni diritto di sperare. Venire a soffrire on un disgraziato non ha senso se non per farlo uscire dalla sua condizione, insopportabile se fosse senza via di uscita. L’Amore che ha scelto la via della debolezza compassionevole, è lo stesso Amore che ha creato l’uomo non per la morte ma per la beatitudine eterna: le decisioni divine sono irreformabili. Se condivide con me la morte, non è per rimanervi imprigionato dentro con me: "poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,14-15).
Il Verbo incarnandosi si è in qualche modo unito ad ogni uomo [cfr. Cost. Past. Gaudium et spes 22] e sulla Croce, colla sua morte e nella sua morte, Egli ha compiuto e fatto compiere in sé, a tutti gli uomini, il cammino di ritorno a Dio. "In Lui e per Lui il nuovo Adamo, questa umanità peccatrice, lui escluso, penitente in lui e per lui, è tornata a Dio con un atto di piena libertà. Atto di pentimento totale e di adorazione, di amore senza riserva, per cui è stato contraddetto e tolto di mezzo il contro-amore, che il vecchio Adamo aveva opposto all’amore divinizzante" [J.H. Nicolas, Contemplazione e vita contemplativa nel cristianesimo, LEV ed., Città del Vaticano 1990, pag. 157]. Veramente, ciò che è accaduto sulla Croce ha cambiato alla radice la nostra condizione umana: noi non siamo più condannati alla morte eterna, perché sulla croce Cristo morendo ha redento la nostra morte. La certezza che questo è realmente accaduto ci è donata dalla Risurrezione. Attraverso la Croce, la Risurrezione rivela pienamente quell’Incarnationis mysterium che noi celebriamo nel Giubileo. A causa della Risurrezione, noi sappiamo con certezza che la nostra umanità, non ideale ma quella reale [il Risorto conserva le stigmate], è definitivamente entrata nella Trinità santa e beatificante. Questo è il frutto della morte del Verbo Incarnato, poiché proprio "per questo Dio lo ha esaltato" (Fil 2,9a). Noi siamo per sempre in Dio. "L’uomo, l’essere assurdo, non è più assurdo. L’uomo, l’essere sconsolato, non è più sconsolato" (J. Ratzinger, Il cammino pasquale, ed. Ancora, Milano 2000, pag. 109).
2. LA CROCE DICE LA VERITÀ SULL’UOMO
Le ultime riflessioni ci hanno già introdotto in questo secondo punto della mia riflessione: la Croce dice all’uomo la verità sull’uomo, rivela all’uomo l’uomo. Consentitemi di iniziare da un piccolo aneddoto.
Un uomo incontra per strada il medico di famiglia che si accorge immediatamente che il suo paziente è diventato un po’ sordo. "Probabilmente lei beve troppo" gli dice "smetta di bere e sentirà meglio". Alcuni mesi più tardi, il medico reincontra il paziente, e si rende subito conto che sente meglio. "Sa" dice "ho smesso di bere, dottore, come mi ha consigliato". Dopo alcuni mesi ancora, il medico, incontrando il suo paziente, si rende conto che è ridiventato come prima duro di orecchi. "Ma come" gli dice "perché ha ripreso a bere?", "Senta, dottore" risponde l’altro "Prima bevevo ed il mio udito era cattivo. Dopo smisi di bere e sentivo meglio. Però ciò che sentivo non era così buono come il whisky" [cit. da La Sapienza della Croce, vol. III, LDC ed. Leumann 1976, pag. 38].
Il simpatico aneddoto ci rende consapevoli della condizione in cui versa la verità dell’uomo dentro alla coscienza dell’uomo stesso. E’ in una condizione di rischio: rischio di essere "rimossa". E ciò può accadere in due modi fondamentali. O questa verità viene semplicemente negata [atto della ragione], oppure essa viene rifiutata [atto della libertà]: o giudico [atto della ragione] che il bene/essere realizzato nello whisky costituisce l’intera bontà della persona o rifiuto [atto della libertà] di realizzarmi secondo la verità di me stesso. Ma, ed è qui la domanda che è spina piantata nella carne di ogni relativismo, sono me stesso, quando con un atto di libertà nego quella verità di me stesso che ho riconosciuto come verità? O non avvertiamo piuttosto che decidendomi a negare la verità su me stesso, non faccio altro che negare me stesso in una sorta di suicidio spirituale? Se è così, allora "la relazione con la verità decide della sua umanità e costituisce la dignità della sua persona" [K. Woityla, Segno di contraddizione, Ve P. ed., Milano 1977, pag. 133].
Noi questa sera vogliamo capire se e come questa verità sull’uomo è detta all’uomo dalla Croce di Cristo, per cui il rifiuto della Croce diventa anche sempre il rifiuto della verità sull’uomo. E’ nel momento della sua condanna a morte che Cristo dice di essere venuto a testimoniare la verità e si sente dire sprezzantemente da Pilato: "e cos’è la verità?". Ma lo stesso Pilato esclama: "Ecco l’uomo!" [cfr. Gv 19,5]. La preoccupazione di S. Paolo era che non fosse resa vana la Croce di Cristo (cfr. 1Cor 1,17). Questa preoccupazione coincide con la preoccupazione che non sia reso vana l’esistenza della persona, poiché la vanificazione della Croce comporta sempre la vanificazione della persona. E’ questa la tesi che cercherò di mostrarvi questa sera nella seconda parte di questa catechesi. La quale si articolerà in due punti o momenti: nel primo momento cercherò di descrivere il dramma dell’uomo, quello che ciascuno di noi è chiamato ogni momento a vivere; nel secondo momento cercherò di mostrare la relazione che esiste fra il dramma dell’uomo e la Croce di Cristo.
2,1 [Il dramma dell’uomo]. C’è un proverbio popolare che dice: "non è tutto oro ciò che luccica". Esso può servirci da introduzione dentro al dramma dell’uomo: la confusione fra l’essere e l’apparire. Ci sono "cose" che sembrano talmente simili fra loro da essere ritenute identiche. Pascal, per esempio, dice che nulla è più simile all’amore della concupiscenza e nulla è più estraneo ad esso. In che senso questa riflessione è una buona introduzione alla introduzione del dramma dell’uomo? nel senso che fra le "cose" che sembrano più simili fra loro c’è anche la vera libertà e la pseudo-libertà, così che l’uomo è sempre nel rischio di far coincidere la libertà con la sua reale distruzione. E poiché la libertà è ciò che fa essere la persona, come vedremo, confondere vera libertà e pseudo-libertà equivale a tramutare il dramma dell’uomo in tragedia. Che resta sempre tale, anche se oggi è recitata spesso al modo di commedia o farsa. E siamo ormai dentro al nucleo essenziale del primo punto della mia riflessione: il dramma dell’uomo è il dramma della sua libertà; è il dramma implicato dentro all’esercizio della sua libertà. Ed è di questo che voglio parlare.
"Video meliora proboque et deteriora sequor", scrive il poeta latino descrivendo un’esperienza comune a tutti. La persona scopre la verità sul bene della persona stessa. Non si tratta di sapere una verità qualsiasi su se stesso: una verità che può essere conosciuta per esempio dalla psicologia, dalla sociologia o dalla biologia. E’ una conoscenza di se stesso in quanto soggetto chiamato a realizzare se stesso mediante le sue scelte libere: è una verità di se stesso in quanto chiamato ad agire. La verità della persona in atto. In fondo, ciò che dell’uomo (di me stesso) io conosco attraverso la biologia, la psicologia e la sociologia non riguarda la mia persona in quanto è causa dei suoi atti [= è libera], ma riguardo solo ciò che avviene nella mia persona.
Ho parlato di "realizzazione di se stesso". Dicendo questo ho dato la definizione di "beatitudine". Ma non si tratta di una qualsiasi realizzazione: è la realizzazione che consiste nel fare quel bene mediante il quale l’uomo come persona diventa buono ed è buono. E’ della conoscenza della verità che riguarda questa realizzazione ciò di cui sto parlando: la verità, appunto, sul bene della persona.
"Video meliora", dice il poeta. Ma aggiunge: "proboque= lo approvo". E’ un momento questo assai prezioso nella vita della nostra persona, perché è il momento in cui la conoscenza della verità sul bene comincia a penetrare dentro alla mia libertà. E’ questo un punto assai importante per capire il dramma della persona. Una cultura superficiale e disumana come quella in cui viviamo ci ha convinti, come fosse un fatto indiscutibile, che la libertà della persona consiste nell’indifferenza, nella neutralità della nostra volontà di fronte al bene conosciuto e al suo contrario. Se noi stiamo veramente attenti a ciò che accade in noi, noi vediamo al contrario che esiste una profonda sintonia fra il bene conosciuto e il desiderio della persona. Anche nel mondo dello spirito esiste il fenomeno della "risonanza" studiata dai fisici. Se nella stessa stanza ci sono due diapason e faccio vibrare il primo, anche l’altro inizia a vibrare.
Esiste una corrispondenza fra il bene conosciuto dalla mia ragione e la mia volontà, la mia persona: una corrispondenza che precisamene manifesta, rivela che io sono fatto per realizzare quel bene. Rivela che la ragione conosce la verità sul bene di me stesso: "io sono fatta per amare, non per odiare" dice Antigone. Nel momento in cui, direbbe Paolo, "acconsento nel mio intimo alla legge di Dio" (Rom 7,22), io sono come preso, afferrato ed imprigionato dalla verità. In altre parole, "dal momento in cui, constatando una data verità, l’ho riconosciuta come verità col il mio proprio atto di conoscenza, ho posto me stesso e la mia libertà nella trappola della verità" [T. Styczen, Essere se stessi è trascendere se stessi, in K. Woitila, Persona ed atto, Rusconi ed. Milano 1999, pag. 722]. Nel momento in cui Antigone dovendo scegliere se dare sepoltura al fratello esponendosi così alla pena capitale, oppure vivere nella città rifiutandosi di compiere l’atto di pietà, capisce di essere fatta per amare, in quel momento ella è già stata "intrappolata dentro alla verità" dell’amore.
"Deteriora sequor", prosegue il poeta, ancora una volta descrivendo ciascuno di noi: faccio non il bene, ma il male. Qui sta tutto il dramma umano! Dal momento in cui ho conosciuto la verità sul bene della persona ["io sono fatta per amare, non per odiare"], c’è un solo modo vero di realizzarmi: confermare nell’atto della libera scelta la verità già da me precedentemente conosciuta [Antigone deve dare sepoltura a suo fratello, costi quel che costi]. Ciò che è in questione non è la verità stessa [non si tratta di accettare o non, dopo aver fatto le debite misure, che il Nilo è più lungo del Rio delle Amazzoni]. La posta in gioco sono io stesso. E’ il mio "essere-non essere" me stesso. Non posso negare nei fatti quella verità da me conosciuta, senza negare me stesso [se Antigone non conferma in atto di essere fatta per amare con l’atto della sepoltura, non prevarica contro il fratello: prevarica contro se stessa ]. "Non posso trascurare con l’atto di libera scelta la verità da me conosciuta, senza operare una frattura in me stesso, che arriva al profondo del proprio io. Ecco allora il mio proprio io, certamente lo stesso che come soggetto della conoscenza prende – assumendo il ruolo di testimone oculare – la parte della verità conosciuta, contraddice se stesso rinnegando – come soggetto della libera scelta – la verità da sé conosciuta. E’ difficile pensare a un più assurdo e nello stesso tempo più autodistruttivo uso della propria libertà" (T. Styyczen, cit. pag. 722). "Noi siamo liberi quando ci sottomettiamo alla verità", scrive S. Agostino. La libertà è vera, costruisce l’uomo nell’uomo, quando si sottomette alla verità sul bene della persona. La condizione drammatica dell’uomo è che esso può decidere di essere libero contro (la verità di) se stesso. Nessuno più di Dostoevskij ha visto questa condizione drammatica.
Ora questa condizione drammatica può essere vissuta in due modi opposti: la libertà sfidata dalla verità si realizza o come libertà nella verità oppure come libertà contro la verità. Nella seconda ipotesi il dramma diventa tragedia.
Essa può essere "recitata", e di fatto lo è stato, in tre modi fondamentali. Il primo è stato quello di "liberare la libertà dalla verità" attribuendo alla libertà della persona la facoltà non solo di sottomettersi o non alla verità, ma il potere di determinare la verità sull’uomo in base alle convenzioni sociali. La verità sull’uomo è decisa semplicemente dalle convenzioni, dal patto sociale. Di conseguenza, la condizione sufficiente per determinare che cosa è bene/male per l’uomo diventa esclusivamente il patto delle parti interessate, e la via unica per concluderlo, la votazione. Perché il dramma si è trasformato in tragedia? perché in questo modo ogni prevaricazione contro l’uomo è possibile dal momento che è l’uomo stesso a consentire di essere prevaricato.
Il secondo modo è stato quello di "liberare la libertà dalla verità", giudicando che questo legame semplicemente non esiste, dal momento che non esiste nessuna verità sul bene della persona. Ciascuno ricerchi il proprio utile. Il primo grande teorico di questa posizione è stato D. Hume [cfr. per es. A treatise on Human Nature, vol. II, punto III, se. 3: "Non è contrario alla ragione che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito; né è contrario alla ragione che io scelga la mia completa rovina". Cfr. trad. it. Laterza, Bari 1987, pag. 437]. Qui la tragedia si andrà sempre più trasformando in farsa: la farsa del gaio nichilismo relativista contemporaneo.
Alla radice di questi due modi di "recitare" il dramma umano sta la terza modalità, la vera tragedia accaduta nell’uomo di oggi: l’ho chiamata nella mia lettera pastorale per il Giubileo il "collasso della ragione". Essa ha come mutilata se stessa, rifiutandosi di donare all’uomo il pane della libertà, la conoscenza della verità sul bene. E’ stata come una sorta di rinuncia a se stesso: la decisione di non entrare nel dramma della libertà; anzi di uscirne, perché ogni uomo vi si trova dentro. Ed il risultato è stato il più grande asservimento dell’uomo: non c’è alternativa. O l’uomo realizza se stesso subordinandosi alla verità ed è libero; o l’uomo realizza se stesso negando la verità conosciuta, ed allora asservisce se stesso al potente di turno che decide quale è il bene della persona imponendola colla violenza o colla persuasione occulta.
2,2 [La Croce di Cristo]. Ho appena finito di descrivere la decisione dell’uomo di rendere vana la Croce di Cristo: è stata questa la modalità di vanificare la Croce di Cristo. Quella di trasformare il dramma della libertà in tragedia vissuta ormai come una farsa. Perché questa situazione vanifica la Croce di Cristo?
E’ necessario riportarci subito al centro della fede cristiana individuato nella Professione di fede colle seguenti parole: "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo… e si è fatto uomo". Dunque, al centro della fede cristiana sta la convinzione che l’uomo è in pericolo di perdersi, che ha bisogno di essere salvato e liberato da questo rischio. Questo pericolo, questa condizione di rischio è talmente grave che il Figlio stesso di Dio non si esime dall’impegnarsi Egli stesso in quest’opera di liberazione. Togli questa visione dell’uomo, nega che l’uomo si trovi in questo rischio e tutto il Vangelo diventa semplicemente insignificante. In che modo questa visione dell’uomo può essere negata?
Prima di rispondere, permettetemi ancora una volta di attirare la vostra attenzione sulla "posta in gioco" quando dico: l’uomo è in pericolo di perdersi. Non sto parlando di un pericolo qualsiasi: pericolo di perdere la salute fisica o psichica colla malattia; pericolo di perdere la propria ricchezza e così via. Ciò che qui è a rischio sei tu stesso: è il tuo io stesso che è in pericolo di essere distrutto. Da chi? dalla tua libertà! In che senso? nel senso che la libertà, colle sue scelte, costruisce la tua persona solo se e solo quando è la libertà nella verità; nel senso che la libertà può rifiutare di porsi al servizio della verità, portando all’inevitabile distruzione dell’uomo che sceglie.
E’ di questo che il cristianesimo ed ogni attenta e ragionevole considerazione dell’uomo parlano, quando dicono che ogni uomo è sempre nel rischio di perdere se stesso.
Ed ora ripropongo la domanda lasciata in sospeso: chi nega questa condizione di pericolo estremo in cui versa l’uomo? la negazione può assumere due forme fondamentali. La prima: l’uomo non è affatto in pericolo perché ha in se stesso la forza necessaria e sufficiente per essere libero nella verità; egli è sempre capace di fare il bene [= pelagianesimo]. La seconda: tutto il discorso precedente è semplicemente privo di senso, poiché è l’uomo stesso che determina, che possiede il potere di determinare quale è il vero bene dell’uomo ed il suo vero male. Attribuendo alla sua libertà il potere di determinare la verità su di sé [la sua essenza o natura], la persona umana si è semplicemente posta fori dal dramma della sua possibile cancellazione, poiché si è posta "al di là del bene e del male". Che senso ha parlare, come fa il cristianesimo, di una salvezza dell’uomo? nessuno. Perché? perché semplicemente l’uomo non sta correndo nessun pericolo: la tragedia s’è trasformata in farsa. Ed allora … in una farsa cosa ci sta a fare la Croce di Cristo? nulla.
Il nostro cammino faticoso, perché partito "dal basso" per incontrarsi con la Croce, si incontra ora col cammino di discesa dalla Croce all’uomo: ora possiamo finalmente ascoltare che cosa dice all’uomo sull’uomo la Croce.
Se Dio si fa uomo per salvare l’uomo; se Dio per salvare l’uomo si fa crocifiggere, allora due cose risultano evidenti: l’uomo si trova veramente in grave pericolo di perdere se stesso; Dio si interessa veramente, a Dio preme supremamente che l’uomo non si perda. E pertanto nella luce della Croce vengo a sapere le due verità più paradossali dell’uomo: l’uomo è l’essere più a rischio in tutto il creato; l’uomo è l’essere più grande di tutto il creato. Nessuno e niente umilia ed esalta maggiormente l’uomo della Croce di Cristo: togli la Croce, e l’uomo si infrangerà o contro lo scoglio della disperazione o contro lo scoglio dell’autoesaltazione. La coscienza e della miseria drammatica dell’uomo e della sua incomparabile dignità è parte integrante della fede cristiana incentrata nel mistero della Croce.
Ma è di fondamentale importanza sapere che la Croce non solo "dice": non è solo luce. Essa è anche forza che libera l’uomo dal rischio di negare con la sua scelta quella verità sul suo bene che lui stesso ha riconosciuto colla sua ragione.
Solo "uno che ha vissuto interiormente l’atto della prevaricazione della verità come dramma dell’autoprevarivazione, come problema del suo "essere" o "non essere" se stesso, come cosa del livello di salvare o cancellare il suo volto … solo uno che ha vissuto l’atto della prevaricazione della verità come suo dramma personale" [T. Styczen, op. cit., pag. 748], può guardare la Croce con occhi profondi. E reciprocamente, solo chi guarda la Croce con occhi profondi può capire il dramma di una libertà che può affermare il suicidio dell’uomo come auto-creazione dell’uomo. Carissimi giovani: guardate sempre alla Croce di Cristo perché solo così non si oscurerà mai in voi la consapevolezza dell’intera verità della vostra persona.
Conclusione
Carissimi fratelli e sorelle, la nostra meditazione sulla Croce ci ha mostrato Chi è veramente Dio. Ci ha mostrato che in essa è il vero "tornante" della nostra storia: ciò che è accaduto sopra essa ha completamente cambiato la nostra condizione. Essa ha reso possibile ciò che il cuore desidera: la vera beatitudine; ha reso possibile pervenirvi perché ha liberato la nostra libertà: l’ha resa capace di amare. Poiché questo era la nostra condizione:
"E’ come se qualcuno riuscisse a vedere da lontano la patria, ma ci sia il mare che lo separa da essa. Egli vede dove andare, ma gli manca il mezzo con cui andare … C’è di mezzo il mare di questo secolo attraverso il quale dobbiamo andare, mentre molti non vedono neppure dove devono andare. Perciò, affinché ci fosse anche il mezzo con cui andare, venne di là Colui al quale volevamo andare. E che cosa ha fatto? Ha preparato il legno con cui potessimo attraversare il mare. Infatti, nessuno può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo. A questa Croce potrà stringersi, talvolta, anche chi ha gli occhi malati. E chi non riesce a vedere dove deve andare, non si stacchi dalla Croce, e la Croce lo porterà".
[S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni II, 2, Rusconi ed., Milano 1994, pag. 54]
O Crux ave, nostra spes unica!

Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua

SABATO SANTO 2000
1. "O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore". Così il diacono ha proclamato il mistero incomparabile di questa notte che stiamo trascorrendo vegliando: il mistero del ricongiungimento della terra al cielo, dell’uomo al suo Creatore.

L’origine di questa santa veglia è assai antica. Essa è la memoria della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto, prefigurazione di ciò che sta ora accadendo fra noi, poiché quella liberazione è il "paradigma" di ogni liberazione che Iddio compie nei confronti della persona umana.

Ascoltando attentamente la terza lettura possiamo capire in che cosa è consistita la liberazione di Israele: anzi ogni vera liberazione dell’uomo. Il termine di partenza è la condizione di un popolo che vive in una società, quella egiziana, che adora idoli e non il vero Dio. E’ questa l’origine ultima della schiavitù dell’uomo: legare o condizionare la riuscita della propria vita, la "realizzazione di se stessi", ad una creatura, incaricandola di essere risposta intera ai bisogni dell’uomo e ai desideri del suo cuore. E’ inganno tragico, poiché questa creatura [denaro, prestigio, potere …] non può mantenere ciò che promette, non potendo porre chi li serve nella condizione di realizzarsi e di soddisfare più in fondo i veri desideri del cuore.

La meta del gesto liberatorio che compie il Signore è precisa, aveva un luogo ed un fatto cui mirava: l’incontro col Signore Iddio sul monte Sion. "Fai entrare" abbiamo cantato "il tuo popolo e lo pianti sul monte della tua eredità, luogo che per tua sede, Signore, hai preparato, santuario che le tue mani hanno fondato". Ed in quell’incontro il Signore dona la sua Legge, che è la strada della vera libertà. Attraverso la sua Legge, Iddio stesso ora istruisce l’uomo e lo guida alla vera realizzazione di se stesso. Se l’assenza di libertà è la pratica impossibilità dell’uomo di realizzare se stesso, questa notte è veramente l’inizio della liberazione di ogni uomo a partire da Israele. In questa notte per la prima volta si è acceso per Israele il primo albore, il primo baluginìo di conoscenza di ciò che una persona umana è, di ciò che una persona umana è chiamata a vivere: uno stupendo rapporto di intimità con Dio dentro alla sua Casa, da cui viene luce e forza – cioè la Legge – per vivere degnamente la vita umana in ogni suo aspetto. "Ascolta, Israele, i comandamenti della vita … cammina nello splendore della sua luce… perché ciò che piace a Dio ci è stato rivelato", ci ha appena detto il profeta Baruc. Ecco le dimensioni essenziali, potenti, della nostra vera liberazione: l’uomo è ricondotto nell’alleanza col Dio vero e vivo in una sconvolgente intimità; in essa l’uomo riscopre la verità di se stesso; la libertà come capacità di realizzarla. "O notte veramente gloriosa, che ricongiungi la terra la cielo e l’uomo al suo creatore".

2. Ma, carissimi fratelli e sorelle, abbiamo letto una pagina del profeta Ezechiele che sembra contraddire tragicamente quanto detto finora. Essa dice: "la casa di Israele, quando abitava il suo paese [dunque si parla di Israele già liberato!] lo rese impuro con la sua condotta e le sue azioni… Li ho dispersi fra le genti". La liberazione è fallita: il destino dell’uomo è la dispersione, la disgregazione della sua identità, la schiavitù? di che cosa ha veramente bisogno l’uomo per non perdere se stesso, cioè la sua libertà? Ascoltiamo ancora il profeta: "Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati…". Ecco, il punto è questo: è il cuore dell’uomo la sede della sua schiavitù. L’uomo è schiavo perché lo è nel suo cuore. "Vi darò un cuore nuovo" ha promesso Iddio. Questo è accaduto? Il Signore Iddio ha già mantenuto questa promessa? E’ questo compimento che questa notte celebra. Noi questa notte celebriamo il dono fatto all’uomo di un "cuore nuovo".

Nel solenne annuncio della Pasqua, il diacono ha cantato: "egli [Gesù Cristo] ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica". Si, proprio Cristo ha pienamente corrisposto all’eterno amore del Padre, a quella paternità che sin dal principio si è espressa nella creazione del mondo. Ha pienamente corrisposto a quella paternità e a quell’amore di Dio respinti dall’uomo con la rottura delle varie alleanze che molte volte il Signore gli aveva donato. La vera liberazione "è, nella sua più profonda radice, la pienezza della giustizia in un cuore umano: nel cuore del Figlio primogenito, perché essa possa diventare giustizia dei cuori di molti uomini, i quali proprio nel Figlio primogenito sono stati fin dall’eternità, predestinati a divenire figli di Dio (cfr. Rom 8,29ss; Ef 1,8) e chiamati alla grazia, chiamati all’amore" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptor hominis 9,1; EE 8,25].

E’ questa giustizia che viene donata questa notte all’uomo attraverso il sacramento del battesimo e dell’Eucarestia. In questa stessa notte in cui celebriamo la grandezza dell’amore di Dio, no celebriamo la nascita dell’uomo nuovo: la ri-creazione della persona umana. "ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo, che è principio di tutte le cose" [Colletta dopo la VII lettura].



PASQUA DEL GIUBILEO 2000

1. "Voi cercate Gesù Nazareno, il crocefisso. E’ risorto, non è qui". Le parole rivolte alle donne, andate ad imbalsamare il cadavere di Gesù, esprimono tutto il mistero che oggi noi celebriamo: Gesù Nazareno, il crocefisso, è risorto. In questa semplice proposizione è riassunta in radice tutta la fede cristiana ed è posto il fondamento di ogni nostra speranza.

E’ fondamentale notare che ciò che si dice riguarda "il crocefisso": uno cioè che è stato ucciso sulla croce. Le donne lo cercano "entrando nel sepolcro" [era possibile, perché i sepolcri erano grotte scavate nella roccia]. E S. Pietro nella prima lettura ci ha appena detto: "essi lo uccisero appendendolo a una croce". Gesù sperimentò realmente la morte in tutta la sua vastità; fu deposto in un sepolcro come si fa con ogni cadavere; e le donne, "passato il sabato … comprarono oli aromatici per andare ad imbalsamare Gesù", come si faceva coi cadaveri.

Ed allora che significato hanno le parole: "è risorto"? Esse non significano che Gesù il crocefisso è stato rianimato, restituito cioè alla vita di prima, come per esempio era accaduto al giovane di Naim e a Lazzaro, richiamati dalla morte ad una vita che poi doveva concludersi con una morte definitiva. La risurrezione di Gesù non è un superamento della morte clinica, che conosciamo anche oggi: superamento provvisorio che ad un certo momento termina con un morte senza ritorno. Che le cose non stiano così lo suggerisce ancora S. Pietro nella prima lettura: "Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse". Gesù non rivive come un morto rianimato, ma in forza della potenza divina, al di sopra e al di fuori della zona di ciò che è fisicamente e chimicamente misurabile. La potenza di Dio fa sì che il corpo morto-crocefisso di Gesù sia reso partecipe della stessa vita divina: vita eterna. Qualitativamente diversa dalla vita vissuta prima. Più concretamente: il Verbo incarnato è introdotto, passando attraverso la morte, colla sua umanità in quella Gloria divina di cui nella sua divinità godeva da sempre. Nell’ultima sera della sua vita terrena, Gesù aveva pregato così: "e ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" [Gv 17,5]. La mattina di pasqua questa preghiera è stata esaudita.

Ma vorrei che fermaste ancora per un poco la vostra attenzione su questo punto, perché è centrale per sapere la verità sulla risurrezione. Gesù è entrato colla sua umanità nella gloria divina non attraverso un semplice processo di "trasfigurazione della sua umanità", una trasformazione dalla condizione di "vita mortale-terrena" alla condizione di "vita eterna-celeste". Fra le due condizioni si è aperto l’abisso della morte vera e propria; è un cadavere, il cadavere di Gesù, che è introdotto nella vita divina, cioè risuscitato.

Perché questo non va mai dimenticato, quando celebriamo la risurrezione del Signore? perché solo così siamo in grado di cogliere il significato vero ed intero dell’avvenimento che ricordiamo.

Esso cambia alla radice la nostra condizione umana: oggi inizia una nuova creazione. La nostra destinazione finale non è più la morte: ciò che io sono destinato alla fine ad essere non è quel pugno di polvere che rimane nella cassa in cui avranno rinchiuso il mio cadavere. Dentro a questa creazione, che da oggi abbiamo il diritto di chiamare "vecchia", è accaduto un atto compiuto da Dio nei confronti di un cadavere, che dà inizio ad una creazione che diciamo "nuova" perché in questa la morte non ha più la parola definitiva.

Ciò che è accaduto in quel sepolcro non è quindi un semplice miracolo, sia pure il più grande di tutti. E’ un atto che rivela definitivamente il Mistero di Dio: Egli è il Dio dei viventi, non dei morti; Egli vuole la vita dell’uomo e non la sua morte; Egli risuscitando un cadavere, si mostra alleato dell’uomo, di ogni uomo in Cristo, volendolo riportare alla dignità della sua prima origine.

2. A ciò che è accaduto nel sepolcro, al fatto della risurrezione di Gesù è sempre congiunto un comando. L’angelo dice alle donne: "ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro …". E S. Pietro nella prima lettura: "E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vive e dei morti costituito da dio". Ciò che è accaduto nella tomba deve essere annunciato ad ogni uomo, poiché che quel fatto ci dona finalmente l’interpretazione interamente vera dell’esistenza dell’uomo e del mondo. Quest’interpretazione deriva dal fatto che il Signore risorto è "il giudice dei vive e dei morti". E’ cambiato il giudice supremo della storia.

In una visione della vita da cui sia assente la fede nella risurrezione, e quindi dominata dalla certezza che alla fine tutto finirà, ha dignità e verità solo ciò che ha (e fin quando lo ha) successo in questa vita e in questo mondo. Lo pseudo-profeta più inquietante di questa visione scrisse che il tribunale della storia è la storia stessa. Per la Chiesa, la comunità di coloro che ritengono vera la risurrezione di Gesù, il bilancio invece lo fa il Cristo, e il valore di ciascuno dipende dal rapporto che avrà stabilito con Lui.

Una monaca di clausura che dona se stessa per ogni uomo, per il bene dell’umanità conta più di tutti i Capi di Stato messi assieme. Un padre e una madre che vivono nell’umile nascondimento la loro dedizione alla vita e all’educazione dei figli, sono ben più benefici di ogni potente di questo mondo. I nostri sacerdoti che nell’eroismo quotidiano del loro ministero servono l’uomo, sono più importanti dei programmi e delle strategie del Fondo monetario internazionale. Si sta costruendo la "nuova creazione" là dove chiunque, credendo in Cristo, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome, poiché è lì che viene rigenerato l’uomo.

L’atto compiuto da Dio nel sepolcro, risuscitando Cristo, ha in Cristo rigenerato la nostra umanità, l’umanità di ogni uomo: togliamo via dunque il lievito vecchio, per essere pasta nuova, dal momento che Cristo è veramente risuscitato.

OMELIA DELLA NOTTE DI PASQUA
6 aprile 1996

1. “O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dai morti”. Il Signore ci ha chiamati in questa “notte beata” per celebrare il mistero supremo in essa accaduto. Quale mistero? Saremo aiutati ad averne una qualche comprensione, meditando su altre due notti che la precedettero e la prefigurarono.
La prima notte è descritta così dalla parola di Dio: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. E’ la notte che segna il passaggio dal deserto informe di una creazione ancora caotica alla creazione abitata dalla vita e piena di luce. Questo passaggio è operato dalla volontà, dalla decisione di Dio espressa mediante la sua parola. “Dio disse: sia la luce. E la luce fu”. Notte piena di mistero poiché in essa risuonò per la prima volta la parola di Dio: Dio esce dal silenzio e si rivela nella sua creazione. Essa costruisce la creazione secondo l’ordine e misura, come casa in cui porre la persona umana. “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò”. All’uomo è affidata questa casa che è tutta la creazione: “riempite la terra: soggiogatela”.
La seconda notte è completamente diversa. E’ descritta nella terza lettura. E’ notte in cui vediamo che un popolo sta fuggendo dalla schiavitù verso la libertà, inseguito da un tiranno. La condizione umana è mutata. L’uomo si trova nella schiavitù; si trova sotto il potere di Satana. E tutta la creazione stessa ne è stata sconvolta. Situazione drammatica perché l’uomo è come nel pericolo di essere distrutto da quel caos che egli stesso ha prodotto col suo peccato.
La terza notte è quella di cui oggi facciamo memoria, la notte che ha meritato, come ha cantato il diacono, di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risuscitato dai morti. Questo è il mistero della terza notte: Cristo è stato risuscitato dai morti! E nella sua risurrezione, Egli ha portato a compimento ciò che nelle altre due notti era iniziato, ha donato ciò che nelle altre due notti era atteso. “Questa è la notte in cui” - come ha cantato il diacono - “hanno vinto le tenebre con lo splendore della colonna di fuoco”. Infatti, come ci insegna S. Paolo, “Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”. La luce della santa umanità risorta di Cristo ci ri-crea. Il Padre in questa notte ha ricostituito la sua creazione, liberandola definitivamente dalla corruzione. L’uomo è riposto nella sua originaria dignità, poiché nel suo volto è ancora una volta inspirato il soffio della vita. Quel soffio dico che la risvegliato il crocefisso dai morti. “E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm. 8,10-11). Ciò che la notte egiziana, “la notte in cui ha liberato i figli di Israele ... dalla schiavitù dell’Egitto”, prefigurava profeticamente si è ora compiuto. Cristo ha “ridotto all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr. 2,14-15).

E così le tre notti hanno condotto ciascuno di noi in questa notte nella quale si compiono nella nostra persona i più grandi misteri: la remissione dei nostri peccati, la partecipazione ai santi misteri, il dono dello Spirito.



OMELIA S. PASQUA
7 aprile 1996

1. “Essi lo hanno ucciso appendendolo ad una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”.
Fratelli, sorelle: ascoltate bene questo annuncio, aprite bene le vostre orecchie e i vostri cuori. Dio lo ha risuscitato: tutto il cristianesimo si riassume completamente in queste parole. Che cosa esse significano in realtà?
Esse in primo luogo descrivono, cercano di descrivere un fatto assolutamente unico e dunque straordinario. Gesù crocifisso, morto di una morte che lo ha distrutto completamente, è sepolto è come sigillato nella sua tomba. Che cosa è accaduto dentro quella tomba? L’evangelista Matteo lo descrive servendosi di un vocabolario usato per descrivere un intervento straordinario di Dio: “Ed ecco vi fu un gran terremoto ...” Ed il risultato di questo intervento: “Non è qui. E’ risorto, come aveva detto, venite a vedere il luogo dove era deposto”. Possiamo allora balbettare qualcosa su ciò che è accaduto dentro quella tomba. Il Padre, mediante la potenza dello Spirito Santo vivificante, investe quel cadavere e lo riempie della sua stessa vita divina: lo genera nella sua umanità glorificata ed ormai incorruttibile. “Non è qui”: dice l’Angelo. Il suo luogo, la sua dimora definitiva non può più essere una tomba. Gesù ora è vivo: vivo in carne ed ossa, con un cuore che pulsa come il mio e come il tuo. Ed infatti le donne vissero per prime quell’esperienza che cambiò tutta la storia della umanità, tutta la condizione dell’universo intero: esse incontrarono Gesù. Sentite quale commozione e stupore traspira il racconto di questo incontro: “Ed ecco Gesù venne loro incontro ...”. Perché questo fatto accaduto in quella tomba ha cambiato completamente la nostra condizione? Perché l’aver mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione dai morti, fa scoppiare di gioia il cuore umano? Ascoltate bene fratelli e sorelle.
Il Figlio unigenito non aveva considerato la sua condizione divina come un tesoro da custodire gelosamente: si era svuotato di se stesso. L’impeccabile si era “fatto peccato per noi” (2Cor. 5,21). Colui che era il Benedetto del Padre, si era fatto “maledizione per noi” (Gal. 3,13). Aveva accettato di essere del tutti simile a noi, eccetto il peccato (Ebr. 4,15). Solo così, assumendosi interamente, veramente la nostra condizione dal di dentro, poteva cambiarla. Egli è condotto alla morte: la morte che era il destino della persona umana. E la nostra condizione umana doveva essere mutata proprio in questo: nel suo essere mortale. Il Salvatore doveva vincere proprio in questo. Poiché solo se il Figlio fattosi uomo avesse vinto dove l’uomo mostrava interamente di essere uno sconfitto, cioè nella morte, si sarebbe riaperto all’uomo la Vita. E come, il primo Adamo aveva travolto con sé tutti gli uomini (Rom. 5,12-21), con un fatto uguale ma contrario, il secondo e vero Adamo avrebbe investito della sua stessa condizione vittoriosa tutti gli uomini. Che cosa grande è accaduta in quel sepolcro! “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”. Noi non siamo più “i comuni mortali”, siamo “i grandi immortali”.

2. “Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”.
Chi ha nel cuore l’intima certezza che Cristo è risorto perché Egli lo ha incontrato, egli non vive più come prima. Non lavora più come prima, non ama più sua moglie/suo marito come prima, non educa più i suoi figli come prima. E’ cambiato dentro: è risorto con Cristo.
Ma ora penso a te che forse dici nel tuo cuore: “Ma io non ho ancora vissuto questo incontro con Cristo vivo”, però mi interesso alla sua “causa”. No, fratello: è Lui che devi incontrare “fisicamente” se vuoi che la tua vita risorga. E come? Vieni nella sua Chiesa, credi veramente in Lui, ricevi profondamente i suoi sacramenti.
Ma ora penso a te che rimani indifferente di fronte a questo annuncio perché alla fine ti ritieni degno di morire e credi che la morte sia alleata dell’uomo. Rifletti. Non scartare in via di principio la possibilità che questo annuncio sia vero e quindi che tu possa vivere cento volte di più in termini di gioia, di libertà di come vivi oggi. Sii semplicemente “ragionevole”: verifica se ciò che la Chiesa ti dice oggi non sia vero.
Ma ora penso a questa nostra città: è ancora radicata in essa la certezza che Cristo è risorto? Dimora ancora nel cuore suo la convinzione che la Vita ha vinto la morte? Oh, mio Dio! Vedo che la vita non è più donata; si sente quasi nell’aria una disperata o annoiata rassegnazione ad un vivere che sente alleata la morte; non si percepisce più la passione di creare tutto ciò che è bello, che è grande, che è nuovo: si conserva.
La Chiesa oggi ti dice: o stupenda città di Ferrara, ritrova la certezza che Cristo è risorto perché in te rifiorisca la vira, il lavoro, la sapienza, la bellezza. Amen: Così sia.


VESPRI DI PASQUA 1996

In questi Vespri di Pasqua, la parola di Dio mette in primo luogo in risalto il fatto che l’avvenimento accaduto a Pasqua, è un avvenimento unico e irreversibile: una volta per sempre. La Pasqua cioè libera l’uomo dall’eterno ritorno delle stesse cose: dalla noia di vivere. Una volta per sempre: colla Pasqua è venuta ormai la fine dei tempi. Se i nostri giorni continuano a scorrere ancora è perché, come ci insegna la Scrittura, Dio “usa pazienza verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt. 3,9), “aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti sotto i piedi”. Ciò che è accaduto dunque a Pasqua ha introdotto un cambiamento radicale nell’esistenza umana.
Ma che cosa è accaduto? Ecco come viene descritto l’avvenimento pasquale: “Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio”. Cioè: l’obbedienza del Figlio unigenito ha trasformato la sua passione e la sua morte in un sacrificio della sua vita, è entrato in possesso della stessa gloria divina: si è cioè assiso alla destra del Padre. Evento unico e straordinario: nessuna creatura si era seduta sullo stesso trono di Dio.
Ma questo fatto veramente unico non riguarda solo Gesù crocefisso, Figlio unigenito del Padre. Esso ha conseguenze decisive sulla vita di ciascuno di noi. Due sono quelle che sono messe in risalto: i suoi nemici vengono posti sotto i suoi piedi; ci santifica fino alla perfezione poiché costituisce una nuova Alleanza nel dono dello Spirito.
Sia nel nostro cuore una antica preghiera dei vespri di Pasqua della Chiesa Orientale: avendo visto la Risurrezione del Signore, adoriamo Gesù nostro Signore, il solo che sia senza peccato. Noi veneriamo la tua Croce, o Signore e cantiamo la tua Risurrezione.



VEGLIA PASQUALE
15 aprile 2006



1. "O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore". È questo il grande mistero che stiamo celebrando in questa veglia: il ricongiungimento della terra al cielo e dell’uomo al suo Creatore.

L’origine di questa veglia è antica. Essa venne celebrata la prima volta nella notte in cui il popolo ebreo fu liberato dalla schiavitù egiziana, e quella liberazione fu la prefigurazione profetica della nostra liberazione.

Meditando attentamente la terza lettura, possiamo ben capire in che cosa consiste ogni vera liberazione. Il punto di partenza è la condizione di un popolo che vive in una società, quella egiziana, che adora idoli e non il vero Dio. È questa la radice di ogni schiavitù umana: l’idolatria. Legare cioè la riuscita della propria vita ad una creatura, incaricandola di essere risposta adeguata ai desideri del cuore umano. Inganno tragico! Nessuna creatura è in grado di offrirci una tale risposta.

Il punto di arrivo, la meta cui tende il gesto redentivo del Signore è pertanto di condurre l’uomo verso l’intimità divina, dentro all’alleanza con il suo Creatore: "fai entrare" abbiamo cantato "il tuo popolo e lo pianti sul monte della tua eredità". Dentro a questo rapporto di alleanza col Signore, Israele riceve il dono della Legge, che indica all’uomo la via sicura della beatitudine e della vita. "Ascolta, Israele, i comandamenti della vita" ci ha appena detto il profeta Baruc "cammina nello splendore della sua luce … poiché ciò che piace a Dio ci è stato rivelato". Ecco la vera liberazione dell’uomo: ricongiunto al suo Signore, egli non brancola più nel buio; egli conosce la via della vita.

2. Ma, carissimi fedeli, abbiamo letto una pagina del profeta Ezechiele che sembra contraddire tutto questo: "la casa di Israele, quando abitava il suo paese lo rese impuro con la sua condotta e le sue azioni … li ho dispersi fra le genti". La liberazione è fallita; il destino dell’uomo sembra essere implacabilmente la dispersione e l’esilio lontano dalla patria della propria identità, in una insuperabile schiavitù. Di quale liberazione allora l’uomo ha veramente bisogno, se il dono della Legge non è bastato?

Ascoltiamo ancora il profeta: "vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati … vi darò un cuore nuovo". Ecco, questo è il punto centrale. È il cuore dell’uomo la vera sede della sua schiavitù, l’uomo è schiavo perché e fino a quando è schiavo nel suo cuore. Questa notte l’uomo è stato veramente liberato perché gli viene donato un cuore nuovo, perché il suo io è rigenerato. In che modo? Mediante i santi sacramenti pasquali del Battesimo e dell’Eucarestia.

Mediante essi noi diventiamo partecipi di quanto è accaduto in Cristo che muore e risorge. Ho parlato di "rigenerazione del proprio io". Ora "la rigenerazione … come emerge dalla parola stessa, è l’inizio di una seconda vita. Perciò prima di iniziare una seconda vita, bisogna porre fine alla prima" [S. Basilio M., Lo Spirito Santo 16,35]. In che modo? Voi catecumeni, mediante il santo battesimo che fra poco riceverete, nel quale ponete fine alla vita di prima e sarete rigenerati; voi fedeli, facendo memoria del vostro battesimo e rinnovando le sue promesse. Tutti soprattutto partecipando alla santa Eucarestia.

O notte veramente unica! la gloria del Signore risorto pone fine in ciascuno di noi alla vecchia creatura ed in Lui siamo nuove creature. O notte veramente unica! "ciò che è distrutto si ricostruisce ciò che è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo, che è principio di tutte le cose".