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Le nozze di Cana in Giotto e il vedere di Maria

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La settimana della nuova creazione
Giovanni non a caso inizia il suo Vangelo con le stesse parole del libro della Genesi: in principio - en archè. Giovanni presenta infatti Gesù come il Verbo creatore che inaugura una nuova creazione.

Dopo il prologo, il Vangelo continua con la narrazione di una settimana in cui si celebra il passaggio dall‘antica alla nuova economia, una settimana dove Giovanni il Battista compie la sua missione e Gesù la incomincia.
Ricalcando i ritmi del primi sette giorni della creazione l‘evangelista colloca nel primo giorno la testimonianza del Battista, cioè il diradarsi delle tenebre attorno al Messia grazie allo sguardo capace di verità del Battista.

Nel secondo giorno ecco che le acque benedette del Giordano vedono arrivare il Benedetto, Colui che solo è in grado di santificare e purificare: Gesù il Cristo, additato dallo stesso Battista

Terzo giorno: germogliano i primi virgulti attorno al Germoglio per eccellenza, quello della radice di Jesse, il Cristo. Gesù chiama a dimorare con lui (cioè a mettere radici): Andrea - che in quello stesso giorno porterà a Gesù il fratello Simon Pietro - e un discepolo ignoto, tradizionalmente identificato con lo stesso apostolo Giovanni.

Il quarto giorno, che nella Genesi vede nascere la scansione del tempo in giorno e notte per mezzo dei luminari grandi e piccoli, ecco che Cristo si reca in Galilea e chiama altri suoi discepoli. Isaia aveva predetto che la Galilea, terra di Zabulon e di Neftali, terra tenebrosa, avrebbe visto sorgere la vera Luce e qui Gesù si manifesta come colui che ha adempiuto la legge e i profeti (le luci minori della storia della salvezza che indicano la Grande Luce della Presenza di Dio nel mondo) e chiama altri due discepoli i quali a loro volta risplenderanno come fiaccole di verità.

Si giunge così all‘episodio delle nozze di Cana che inizia con un‘annotazione temporale: tre giorni dopo. Calcolando i precedenti quattro giorni siamo, pertanto, al settimo giorno. Siamo nel giorno del compimento, siamo nel giorno del riposo, siamo nel giorno della comunione fra Dio e l‘uomo.
Siamo però anche nel giorno delle nozze. Alcuni rabbini di fronte a questo testo hanno letto non tre giorni dopo, come troviamo nelle nostre traduzioni, bensì il terzo giorno u-ba-yom Ha-shelishi cioè martedì. Il martedì era, presso gli ebrei, il giorno classico per stipulare le nozze, in quanto Khephel ki-tobh, giorno del doppio «era cosa buona» (cfr. Gn 1,10-12). Sebbene, infatti, il Talmud proponesse il mercoledì come giorno delle nozze, il popolo ha sempre preferito il martedì proprio perché in esso Dio benedice due volte: prima la terra e poi i semi che dalla terra germoglieranno.
Una tale interpretazione rompe la scansione della settimana che completa il rimando a quel Principio con cui Giovanni inizia il suo Vangelo, tuttavia è suggestiva.
Nella Genesi anche il sesto giorno, quello della creazione dell‘uomo, contiene una doppia benedizione, prima sugli animali, dei quali Dio disse «sono cosa buona», e poi sull‘uomo e sulla donna, sopra i quali Dio disse sono cosa molto buona.

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C’era la Madre di Gesù L‘episodio delle nozze di Cana si apre dunque all‘insegna di un giorno benedetto, il giorno delle nozze eterne fra Dio e l‘umanità. La menzione del terzo giorno, tuttavia, getta su questa festa anche l‘ombra del dramma. Tutta la Scrittura è costellata da accenni a questa scansione temporale: tre giorni durò il cammino di Abramo verso il monte Moria; tre giorni Giona rimase nel ventre del pesce; per tre giorni Gesù restò chiuso nel sepolcro.
Tre giorni segnano lo scoccare di un‘ora, quella per cui Cristo è nato. Non a caso protagonista dell‘evento è la Vergine Maria: Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c‘era la madre di Gesù (Gv 2,1).
Come nel primo giorno della settimana inaugurale Giovanni aveva presentato come testimone autorevole nel grande processo intentato contro Gesù il Battista, ora al culmine della settimana ecco la seconda testimone, ancora più autorevole del primo: la Vergine Madre.
Sul numero tre gioca anche Giotto che, nella celebre Cappella degli Scrovegni, ci permette di entrare nella sala del banchetto di nozze e vedere con Maria, il primo dei sette grandi segni narrati da Giovanni nel suo Vangelo.
Tre, infatti, sono gli invitati per ogni lato del tavolo, tre hanno l‘aureola e tre sono senza aureola, tre sono le giare in primo piano, tre i testimoni del miracolo. Tre sono anche i lati della sala che ci è consentito vedere, opportunamente sottolineati da un elegante cornicione di legno intarsiato. La sala, dunque, si apre generosa allo sguardo dell‘osservatore: vediamo tuttavia solo tre dei suoi quattro lati. Il quarto lato è quello in cui noi siamo immersi ed è anche quello in cui è chiamato in causa il nostro vedere.
Fedele agli intenti dell‘Evangelista, Giotto ci avverte che a questo banchetto tutti siamo invitati perché si tratta del banchetto ultimo, quello messianico promesso dai profeti.
I personaggi sono, in totale, 11. Questo è l‘inizio, è il luogo dove si svela qualcosa della sua gloria, ma non è ancora il compimento, manca ancora quell‘uno all‘appello per realizzare la totalità simbolicamente inscritta nella dozzina. E che questo banchetto sia per la totalità lo dicono gli intarsi e le decorazioni lungo le pareti della sala che propongono il tema del quadrifoglio, antico segno bene augurale ma anche, nella sua forma quadripartita, rimando alla totalità della terra (i quattro punti cardinali).
Ad affrettare il manifestarsi della gloria di Gesù è la Madre.
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino» (Gv 2,3).
Siamo lontani qui dall‘insistenza con cui Giovanni ha usato nel capitolo precedente il verbo vedere. Giovanni infatti, per dirci che Maria si è accorta della carenza di vino, in questo caso non usa il verbo vedere. Qualche riga sopra l‘evangelista aveva narrato di come Natanaele si fosse meravigliato perché Gesù aveva mostrato di averlo visto sotto il fico e, di fronte allo stupore del discepolo trasformatosi subito in fede in lui, Gesù rispose: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!» (Gv1,50).
Maria vede già, prima di ogni altro, queste cose maggiori. Ella partecipa intimamente allo sguardo di Gesù. Perciò vede e il vedere di Maria è tutto racchiuso in quella frase lapidaria: non hanno più vino.
Nell‘affresco di Giotto nessuno pare essersene accorto: non il paggetto che si appresta a tagliare il pane, non quello ozioso e tranquillo a braccia conserte. Vede solo Maria e pare oltretutto vedere ben oltre la semplice mancanza di vino, continua infatti il testo: Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,4-5) Pare un battibecco familiare e sconcerta un po‘ la frase di Cristo a sua Madre. Sconcerta ma lascia nel contempo intravvedere un oltre a cui la Madre allude con la sua richiesta, un oltre che Cristo intuisce.
Non è ancora giunta l‘ora di Gesù l‘ora, cioè, della sua rivelazione che sarà sigillata dalla croce e dalla relativa risurrezione gloriosa. Ma come si può parlare di morte e di risurrezione durante un banchetto di nozze? E perché poi considerare un anticipo dell‘ora, il miracolo sul vino? Perché non un miracolo sulla morte, una risurrezione, come quella che verrà operata di lì a poco con Lazzaro?

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Lo sguardo triste della Maddalena Nella bibbia il vino è detto sangue dell’uva e nell’acino d’uva è racchiusa la benedizione di Dio. Un rabbino non sciuperebbe mai un acino d’uva, perché il suo nettare ricorda il patto d’amore fra Dio e l’uomo. Il vino è anche la bevanda della festa, appunto, e dunque è simbolo di gioia e di quelle realtà spirituali cui l’uomo anela. Qui, due sposi, non hanno più vino, non hanno la gioia. Hanno, sì, l’amore ma un amore svuotato del suo significato più recondito.
Lo sposo che siede accanto a Gesù è l’apostolo Giovanni, senza aureola però. Come vuole l’antica tradizione è lui lo sposo e le nozze si celebrarono quando non era ancora discepolo di Cristo. Il viso è sereno eppure distante, sembra guardare nel vuoto più che verso la sposa. Le mani sono conserte, inattive. Forse Giovanni guarda verso l’antro buio che si apre alle spalle della Vergine Madre.
La sposa, vicina a Maria, è seria, quasi presaga del dramma. Si tratta della Maddalena, identificata con la Maria sorella di Marta e di Lazzaro. Quando Giovanni l’abbandonerà per seguire il Maestro, ella non si darà pace, per questo verrà simbolicamente invasa dai sette demoni. Sarà cioè in balia di quei sette vizi capitali che Giotto raffigura attorno alle pareti della Cappella, insieme con le sette virtù corrispondenti. Benché la leggenda aurea (che riporta tali fatti) contesti l’identificazione tra la sposa di Giovanni e la Maddalena essa ha tuttavia influenzato l’iconografia cristiana attorno alla santa. In ogni caso quello che Giotto vuole dirci è che il cammino di Giovanni e della Maddalena è anche il nostro cammino, un cammino che, dietro a Cristo, trasfigurerà i nostri vizi nelle virtù di cui il Figlio riveste i suoi.
La Maddalena porta l’abito rosso, come il vino che manca, come la tappezzeria della sala, come l’abito di Gesù, di Maria, del Maestro di Tavola, dell’altro discepolo con l’aureola, forse Andrea. (Andrea fu discepolo del Battista e questo apostolo è lo stesso presente al Battesimo di Gesù e possiede lo stesso volto e lo stesso abito dell’Andrea che siede in trono nella schiera dei dodici che attorniano Cristo giudice).
L’abito rosso della Maddalena dice il suo legame con l’amore che solo può dar senso al miracolo, ella però è ancora imbrigliata dentro le strettoie delle sue prospettive umane, non è capace di vedere oltre l’amore per Giovanni. Con la mano destra compie un gesto singolare. Non si comprende bene perché, pare che regga qualcosa. Forse un fior d’arancio, come le porrà in mano Caravaggio secoli più tardi? Forse traccia con le dita una sorta di scongiuro per il presentimento della tragedia imminente? Non sappiamo. Resta un gesto misterioso che non sembra sfuggire allo sguardo attento della donna accanto a lei. Questa donna potrebbe essere la sorella Marta.
C’è Maria di Magdala, c’è Marta ma dov’è Lazzaro? Lazzaro è oltre la porta buia, come intuirà anche Vermeer - probabilmente ispirandosi proprio a Giotto - secoli più tardi. Non a caso, infatti, Giotto colloca al di là di quella porta buia, nell’affresco successivo, l’episodio della risurrezione di Lazzaro. A questo affresco è rivolto il gesto della Maddalena, della Madonna e quello benedicente di Gesù.

Gesù benedice tre volte nello stesso modo in questa parete: nelle nozze di Cana, nella risurrezione di Lazzaro, nell’ingresso trionfale di Gerusalemme. Tre gesti uguali che mettono in correlazione le scene. La gloria che si manifesta a Cana è quella stessa che si rivela con la signoria di Cristo sulla morte nella risurrezione di Lazzaro e quella che si compirà in pienezza nell’ultima settimana della sua vita a Gerusalemme, iniziata appunto con l’ingresso trionfale di Cristo nella città santa.
Dunque per Giotto, come per l’evangelista Giovanni, l’ultima settimana di vita del Cristo e la prima settimana del suo ministero sono dunque in stretta correlazione.
Lo sguardo triste della Maddalena non è allora semplicemente presago dell’imminente abbandono da parte del marito, ma è lo sguardo miope di chi si sente in balia degli eventi, di chi è incapace di una lettura di fede della storia. Nel vino esaurito ella rischia di vedere semplicemente e superstiziosamente il segno tragico di un destino avverso. La vita le darà peraltro ragione perché Giovanni l’abbandonerà e Lazzaro morirà. Ma lo sguardo fatalista e ottuso, oggi purtroppo ancora così diffuso, viene come interrotto e chiamato a conversione dallo sguardo di Maria la quale, incurante della resistenza del figlio dice ai servi: fate quello che vi dirà.
In greco abbiamo qui un presente storico. Non «disse ai servi» ma «dice». Non lo disse solo allora in quella determinata circostanza, ma lo dice continuamente in forza di quella comunione di amore e di sguardo che ella vive con il Figlio. Ancora oggi Maria dice a noi di fare secondo la parola del Figlio.

Gesù l’aveva chiamata con uno strano appellativo: «donna», appellativo che suona scortese in bocca a un figlio. Eppure Gesù - come sottolineò anche Giovanni Paolo II in diverse occasioni - attraverso questo appellativo vuole ricondurre tutti noi a quel principio che vide la creazione uscire integra e immacolata dalle mani di Dio. La donna che era stato l’ultimo atto creativo del Creatore, la donna da cui era partita la tragedia del peccato, qui ritorna come riscattata dall’antica schiavitù, capace di vedere.
Giovanni anche sulla croce registrerà questo medesimo titolo sulle labbra di Gesù morente. La prima settimana di ministero pubblico di Gesù, l’ultima settimana della sua vita (quella in cui si consuma il suo mistero pasquale) e la prima settimana della creazione vengono così ancora una volta intimamente legate dalla narrazione giovannea.
Nella Genesi il logos divino, la dabar di Jahvè, si era rivelata capace di operare ciò che esprimeva: Dio disse: sia la luce e la luce fu. E dopo ogni atto creativo Dio vide che ogni cosa era tov, era bella e buona, esisteva nel suo senso pieno e definitivo. Il peccato aveva drammaticamente interrotto questa armonia. Tra parola, senso delle cose e visione si era introdotta una apparentemente irreparabile frattura. Qui Maria riconduce tutto all’unità, dimostrandosi veramente quella donna che doveva essere un aiuto all’uomo nell’amministrazione dei beni creati.
Fate quello che vi dirà. Nella parola di Gesù c’è inscritta la verità della storia, per quanto assurda essa potrebbe sembrare. Non la superstizione di un vino mal calcolato la farà da padrona nella vita dell’uomo, ma l’acqua umile della provvidenza di Dio.

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L’acqua del miracolo
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d‘acqua le giare»; e le riempirono fino all‘orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l‘acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l‘acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po‘ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». (Gv2, 6-10).

Le sei giare di pietra sembrano scolpite nel tempo come mute testimoni di un evento straordinario. Sono come i sei giorni di pietra di una creazione interrotta. Come i termini di un tempo che non vuole, non può essere redento. Per alcuni le giare di pietra sono il segno dell‘antica economia di salvezza i cui riti di abluzione non riuscivano davvero a purificare l‘anima. Quale sia l‘interpretazione che ne diamo restano il segno di un limite, di una impossibilità ad avanzare. Sei, non dimentichiamolo, è il numero della imperfezione assoluta. È; il sette meno uno. Il numero assegnato alla bestia da Giovanni nell‘Apocalisse è 666, cioè l‘imperfezione assoluta moltiplicata per tre volte.
Giotto le pone in bella vista, tre nascoste e tre in primo piano, diverse tra loro in alcuni particolari, ma tutte uguali nella forma gonfia e tondeggiante che rimanda inequivocabilmente alla forma del ventre dell‘obeso Maestro di tavola.
Un servo sta ancora riempiendo d‘acqua le giare, mentre il maestro di tavola fa l‘elogio del vino eccellente tenuto nascosto. Intanto, un altro servo, forse consapevole del fatto, lo strattona quasi per dirgli: stai prendendo un abbaglio!

Anche qui il vedere dell‘uomo resta limitato alla realtà, all‘aspetto più concreto dell‘esistenza. Il maestro di tavola può riconoscere il vino nuovo solo perché non sa, non ha visto, il fatto dell‘acqua nelle giare. I servi che sanno, che hanno visto, stentano a credere. Al vedere dell‘uomo è chiesto di affidarsi e credere. Mettere a disposizione le giare, i propri atti di culto limitati, i propri giorni di pietra è pur sempre un atto indispensabile. Occorre dar fiducia a Dio anche attraverso l‘offerta del proprio limite della propria vita così com‘è, delle proprie situazioni sclerotizzate incapaci di vita e di anima.
Occorre dare a Dio la nostra acqua perché ci dia in cambio del buon vino e dietro il miracolo di quest‘acqua, lo sappiamo, si adombra già un altro miracolo quello che sarà sulla terra il segno permanente del banchetto futuro che ci attende nei cieli. Il segno dell‘Eucaristia. Su quella tavola l‘acqua fu cambiata in vino, sui nostri altari il vino viene trasformato in sangue, il sangue di quell‘Agnello che ci ha rendenti. Per questo sangue ogni settimana, ogni giorno, è pasqua, è annuncio di un banchetto eterno dove i fedeli imporporano non gli stipiti delle porte, ma le labbra con il sangue sacrificale dell‘Agnello. Molti che vi si accostano non sanno quello che fanno, come il maestro di tavola eppure, proprio per questo sono salvati. Ma quelli che sono chiamati ad essere servi, questi, sono invitati a fare sempre secondo la sua Parola, aderendo allo sguardo di Maria che sa vedere il vino della gioia laddove sembra trionfare l‘acqua stagnante della morte.

Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2,11) Così termina l‘episodio Giovanni, senza alcun commento. Il commento è la fede, una fede che ci viene discretamente illustrata da Giotto attraverso altri due servi, quasi estranei agli eventi che si consumano nella sala.
Sono i due paggi che si trovano, davanti a Gesù e alla sposa. Uno, con l‘abito rosa (il rosso trasfigurato dalla luce), è nella quiete della contemplazione e si volge verso il lato sinistro dell‘affresco. È; come rimasto fisso nella contemplazione dello squarciarsi dei cieli avvenuto durante il Battesimo di Gesù. In questo servo è rappresentata la diaconia della preghiera, della vita contemplativa, quella che la stessa Maria, sorella di Marta abbraccerà. Questo servo, restando ancorato alle cose invisibili, vede le visibili conferendo loro la giusta prospettiva e il giusto significato. La sua posizione infatti è tale da fare da perno a tutta la scena.
L‘altro servo vestito di verde, colore della vita e della terra, è invece intento all‘azione. Si appresta ad affettare il pane. Egli rappresenta la diaconia della carità. La sua laboriosità è serena e composta, non c‘è attivismo, c‘è vero servizio reso ai fratelli in nome di Dio. È; questa la diaconia a cui Cristo richiamerà Marta nel celebre episodio che riguarda le due sorelle.
Al banchetto futuro saranno invitati tutti quelli che avranno aderito a questi due comandamenti: l‘amore a Dio e l‘amore al prossimo, la contemplazione e la missione. Questo è il vero amore, quello che tinge di rosso le vesti dei credenti, quello a cui il banchetto eucaristico prepara: come Maria vedere Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio.

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Le nozze di Cana nell'arte

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Mosaic located in
the Hagia Sophia, Istanbul - Turkey


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Giotto (c. 1303-1305) Padova - Cappella degli Scrovegni


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Duccio di Buoninsegna. Maestà - back, predella (1308-11) Siena - Museo dell'Opera del Duomo


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Giusto de' Menabuoi (1376-78) Padova - Cathedral Baptistry


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A Lectern Cloth with the Marriage at Cana, c. 1400 Germany - Rosenwald Collection

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Master of the Catholic Kings
(c. 1495/1497)
Samuel H. Kress Collection

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Jan Vermeyen (c. 1530) Amsterdam - Rijksmuseum


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Tintoretto (n.d.) Venice - in the sacristy of the Basilica of Salute


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Paolo Caliari called Veronese (c. 1560) Dresden - Gemäldegalerie


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Mattia Preti (1655-60) London - National Gallery of Art


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Gustave Doré (c. 1865)


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Louis Kahan (1949)

Icona della resurrezione


OBIETTIVO CHAIRE



Dal Vangelo di LUCA:

Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "CHAIRE (Gioisci), Maria".


L'icona della risurrezione

Il Risorto inonda di luce e di grazia l'intera storia della salvezza, dai suoi primordi.
Avvolto in un triplice cerchio di luce, il Cristo appoggia i piedi sulle porte degli Inferi, le cui catene sono spezzate e i portali divelti.
I primi ad essere afferrati sono Adamo ed Eva, la coppia delle origini. L'identità dei progenitori viene trasfigurata dalla presa di Cristo, che muta il colore dei loro abiti e riconcilia l'uomo con la donna, come mostra la mano di Adamo tesa verso Eva.
Alle spalle di Adamo le grandi figure dell'Antico Testamento: il re Davide, il figlio Salomone e Giovanni Battista. Significativo lo sguardo tra Salomone e Davide: è guardando il padre che il figlio impara a conoscere Dio, ora pienamente rivelato nel Risorto.
Alle spalle di Eva le figure del Nuovo Testamento: Pietro e Paolo, preceduti da un giovane "pastore", il protomartire Stefano, e seguiti da un discepolo che rappresenta ogni credente.
L'intera creazione partecipa al movimento di rinascita inaugurato dal Risorto. Proprio per tale motivo, il profilo dei due monti corrisponde al profilo di Adamo ed Eva.
Lo sguardo del Cristo è rivolto a chiunque posa gli occhi sull'icona ... quindi anche a te. Da quello sguardo sembra sgorgare lo stesso invito che l'angelo fece a Maria, pochi attimi prima che il Verbo si facesse carne nel suo grembo: "Chaire, Giosci!".

Il dinamismo di luce racchiuso in questa icona ti riguarda e può realizzarsi anche in te!

Ecce crucem domini: fugite partes adversae...



Il ciclo apocalittico affrescato nella cripta della cattedrale di Anagni raffigura a un tempo l’accaduta vittoria di Cristo e la sua guerra ancora in corso contro la guerra, l’inferno e la morte

di Lorenzo Cappelletti

Il catino dell’abside principale della cripta di Anagni con al centro l’Agnello apocalittico circondato dai quattro viventi e dai ventiquattro vegliardi
Apocalittici o integrati? Di fronte a questa alternativa per nulla alternativa fra l’utopia e l’acquiescenza, l’Apocalisse da sempre pretende gettare una luce più vera sulle vicende della storia: un punto di vista incommensurabile eppure supremamente realistico, né apocalittico né integrato. Oggi di fronte ai tamburi di una guerra più grande di noi, ne sentiamo più che mai la necessità.
La parola "apocalisse", come sa anche chi abbia una semplice infarinatura di Sacra Scrittura, significa rivelazione, una dimostrazione, uno svelarsi. "Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere", recita il primo versetto Apocalittici o integrati? Di fronte a questa alternativa per nulla alternativa fra l’utopia e l’acquiescenza, l’Apocalisse da sempre pretende gettare una luce più vera sulle vicende della storia: un punto di vista incommensurabile eppure supremamente realistico, né apocalittico né integrato. Oggi di fronte ai tamburi di una guerra più grande di noi, ne sentiamo più che mai la necessità.
La parola "apocalisse", come sa anche chi abbia una semplice infarinatura di Sacra Scrittura, significa rivelazione, una dimostrazione, uno svelarsi. "Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere", recita il primo versetto programmatico, ripreso quasi identico in chiusura (Ap 1,1 e 22,6). Gesù Cristo, "il testimone fedele, il primogenito dei morti e principe dei re della terra" (Ap 1,5), dopo la sua vittoria mostra all’apostolo Giovanni, che viene "rapito in estasi" al di fuori della storia, ciò che davvero accade in essa. Come scriveva il grande esegeta Heinrich Schlier all’inizio di un noto saggio sull’Apocalisse (che abbiamo ripercorso qualche anno fa: cfr. 30Giorni n. 5, maggio 1995, pp. 64-70): "l’Apocalisse di Giovanni è l’unico libro del Nuovo Testamento che abbia per tema la storia. È perciò meditando su di essa che si è essenzialmente sviluppata la riflessione cristiana intorno alla storia". Riflessione espressa lungo i secoli non solo attraverso le parole, ma anche con immagini e colori.
Nella volta soprastante l’arco absidale, gli angeli posti ai quattro angoli della terra trattengono i venti di distruzione e dai ventiquattro vegliardi
Ad Anagni, nella cripta della cattedrale di questa fatidica città, in una serie di affreschi iniziati nello stesso torno di tempo in cui si cominciavano a diffondere le elucubrazioni sulla storia di Gioacchino da Fiore († 30 marzo 1202), si conserva la m‚gnifica illustrazione di una concezione della storia che scaturisce, invece, ancora dalla tradizionale meditazione sull’Apocalisse, che ha il suo paradigma nel De civitate Dei di Agostino. Fino alla rottura operata da Gioacchino con la sua tripartizione della storia in età successive, del Padre, del Figlio e dello Spirito, non si poteva neppure concepire che l’avvenimento storico di Cristo potesse essere superato nel tempo della storia da una successiva età dello Spirito apportatrice di una più grande grazia. L’avvenimento di Gesù Cristo era concepito come l’inizio della fine del mondo. Per la riflessione di taglio agostiniano e tomistico, "Cristo non è il perno della storia con cui un mondo mutato e redento ha inizio e una storia irredenta durata fino a quel momento viene abbandonata; per esso Cristo è piuttosto il principio della fine. Egli è "redenzione" nella misura in cui con Lui la "fine" comincia a risplendere nella storia. La redenzione consiste (da un punto di vista storico) in questa fase iniziata mentre la storia, per così dire, procede "per nefas" ancora per un certo tempo, conducendo l’antico evo di questo mondo alla sua fine" (J. Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, p. 211).
Proprio perché vuole essere una lettura del tempo della Chiesa come tempo finale sub gratia e non l’immagine del superamento di tale tempo, il ciclo apocalittico anagnino è fatto solo di scene tratte dai primi dodici capitoli di Apocalisse, e, dei suoi successivi tre settenari (dei sigilli, delle trombe e delle coppe), sceglie di rappresentare solo quello dei sigilli, fermandosi alle soglie dell’apertura del settimo. Sceglie di fermarsi cioè alla proclamazione del giudizio, non si interessa di investigare negli aspetti più immaginifici della promulgazione e della esecuzione di esso. (Probabilmente non si erano perfezionati ancora quegli "strumenti politici e spirituali pieni di potenza e di degenerazione" [Schlier] che oggi sembrano realizzare alla lettera alcune profetiche visioni dei capitoli 13-18 di Apocalisse).
Così, in una versione pittorica piena di grazia, è rappresentata con suprema compostezza l’inesorabilità della vittoria riportata da Gesù Cristo insieme agli elementi di una lotta che, certo, si combatte ancora ma che non può far più paura. Infatti ad Anagni la guerra e la morte (Ap 6,4-8) sbarrano gli occhi impaurite, gli astri che mutano colore (Ap 6,12) sono due palline sottoposte al soffio pacato di un angelo, il drago dalle dieci corna (Ap 12,3) è un draghetto sotto i piedi di un soave arcangelo, mentre tutto l’onore, la forza e la bellezza sono riservati a Colui che siede sul trono e all’Agnello e a coloro che condividono la sua vittoria e portano la corona regale dei vincitori, ai ventiquattro vegliardi, ai vergini e ai martiri allineati in bell’ordine quasi musicale.
Cristo
è il mostrarsi
di una forza vittoriosa
sul mondo
Al centro di tutto il programma pittorico, nel cuore del catino absidale, in mezzo ai quattro esseri viventi e ai ventiquattro vegliardi, sta il vincitore, l’Agnello nell’atto di aprire i sette sigilli che chiudevano il libro che nessuno prima della sua vittoria era in grado di aprire. Cosa che faceva piangere Giovanni, e che fa piangere sempre di nuovo anche noi di fronte al mistero umanamente inesplicabile della storia. Ma "ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di David e aprirà il libro" (Ap 5,5), si legge sulle pagine spalancate del libro. Non piangere più!
A destra e a sinistra dell’abside centrale, su un atipico arco trionfale e su volte e archi ad esso adiacenti, sono rappresentate le scene che corrispondono all’apertura dei singoli sigilli. A partire, a destra, dalla rappresentazione dei quattro cavalieri, che fuoriescono all’apertura dei primi quattro sigilli. Cavalieri ben poco apocalittici, nel senso che non fungono da simbolo di quattro forze equivalenti e sovrane di distruzione. Quasi che lo svelamento finale coincida con una finale distruzione, quasi che il fine sia la fine. No. A differenza di quello che continua a dire una critica timorosa finanche di osservare la realtà, tanto ha paura di perdersi perdendo i suoi preconcetti, si tratta in realtà, secondo l’interpretazione tradizionale basata sul coordinamento dei versetti Ap 6,1-2 con Ap 19,11-16, della lotta instaurata dal primo cavaliere contro gli altri tre. Il primo dei quattro cavalieri (che monta un cavallo bianco, è coronato e dotato di un arco, secondo la lettera di Ap 6,2) è anche rivestito di un mantello, rosso del suo stesso sangue, ed è circondato dall’aureola della gloria divina, secondo la lettera di Ap 19,13: è il Verbo di Dio, il Re dei Re, il Signore dei Signori che, secondo quel che recita la Vulgata (Ap 6,2), exivit vincens ut vinceret, è uscito vittorioso per vincere quel che resta da vincere. Cristo ha vinto, è Cristo che vince ancora. "Da dove uscì se non dal sigillo aperto?" scriveva Ambrogio Autperto, l’abate del grande monastero carolingio di San Vincenzo al Volturno, la cui cri_ta racchiude un altro stupendo ciclo affrescato altomedievale ispirato al suo commento sull’Apocalisse. Il cavallo bianco infatti sembra quasi uscire dall’abside principale, dove l’Agnello apre i sigilli, e sta per scoccare una freccia in direzione del secondo cavaliere che fuggendo si volta atterrito.
Per il primo cavaliere si tratta di dare corso a una inesorabile vittoria. Il cavallo è al passo, nessuna concitazione nel tendere l’arco, fermezza, ma nessuna aggressività nello sguardo. Al secondo cavaliere non rimane che galoppare via. Non è la guerra ad atterrire, è essa che appare atterrita e deve fuggire roteando a difesa lo spadone con le due mani. Ma lo spadone, per quanto mastodontico, non difende, e infatti gli era stato concesso per l’offesa, per "togliere la pace dalla terra in modo che gli uomini si scannino gli uni con gli altri" (Ap 6,4). Come difendersi ora contro una freccia?
Nel taglio basso dello stesso riquadro anche la morte ha lo stesso sguardo atterrito della guerra. Cavalca via al galoppo su un cavallo di colore terreo inseguita dal demonio nudo e alato, che cavalca lo scuro inferno reggendo una grande bilancia che pesa senza pietà. Come la guerra è inseguita e cerca di fuggire davanti al Re vittorioso, così la morte è inseguita e tenta di sfuggire all’inferno, alla seconda morte. Chi ha programmato il ciclo spiega diligentemente, con un verso trascritto al di sotto del riquadro, che si tratta di due coppie di cavalieri: Has per picturas bis binas disce figuras (a due a due comprendi le figure rappresentate in queste pitture). Ma il parallelo è parziale: anche l’inferno e la morte sono a loro volta inseguiti dal primo cavaliere: il loro destino è quello di finire nello stagno di fuoco (Ap 20,14).
All’opposto, dunque, di un panorama di distruzione e di paura che tutto travolge (con cui comunemente si designa la concezione apocalittica del pieno Medioevo e che invece coincide semmai col successivo prevalere della lettura millenaristica e gnosticheggiante mutuata da Gioacchino), qui siamo di fronte alla rappresentazione di una forza vittoriosa sul mondo che, vincendo ancora, protegge anzitutto la pace.
Questo tema prosegue e si precisa nella volta che sovrasta la rappresentazione dei quattro cavalieri. Qui quattro angeli, posti ai quattro lati di un riquadro punteggiato da spore, atterrano quattro figure cornute e alate. Non si tratta della allegorica lotta del bene e del male, come tante volte la critica ha ripetuto credendo realtà i fantasmi della sua precomprensione manichea, ma della salvaguardia dai venti di distruzione delle condizioni che permettono la vita su questa terra, secondo la lettera di Ap 7,1. Come la pace, così la realtà naturale è preservata dal Re vittorioso e misericordioso: u, victor Rex, miserere. Quale distanza fra la lettera di Apocalisse e le allucinate elucubrazioni che pretende assegnarle chi ha in testa fantasmi e l’odio nel cuore: "Vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti perché non soffiassero sulla terra né sul mare né su alcuna pianta. Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli a cui era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: "Non devastate né la terra né il mare né le piante finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi"" (Ap 7,1-2). In effetti un altro angelo, quasi salendo dalla spalla dell’arco sottostante, indica un cartiglio contenente quelle parole e regge una croce astile da cui pendono l’alpha e l’omega.
La volta VIII che raffigura la promessa (che Abramo riceve dopo la benedizione di Melchisedec rappresentata nella volta adiacente) di una discendenza numerosa come le stelle del cielo
Quest’ultimo è solo l’attributo iconografico identificativo dell’angelo? Un puro dettaglio? No, quella croce sottile (che "è il segno della Trinità che tutti riceviamo nel battesimo", scriveva san Bruno vescovo di Segni a commento di questo versetto di Apocalisse), è la ragione ultima di tutto quel che è rappresentato. Lo scopo della guerra che il Re vittorioso muove alla guerra, come anche dell’ordine perentorio di sospendere ogni distruzione dato dall’angelo col sigillo (che poi non è che un altro modo di dire di nuovo "Cristo risorto", come affermano Beda, Ambrogio Autperto e tanti altri), è permettere, grazie al battesimo, che una sublime discendenza, numerosa come le stelle, secondo la promessa, goda di una felicità celeste, incommensurabile: promissa posteritas caelesti felicitate sublimis scrive Agostino (De civ. Dei 16,23).
Più volte (almeno tre) ritorna nella cripta anagnina il sigillo battesimale in forma di monogramma del nome di Cristo, eppure nessun critico lo ha mai ritenuto degno di nota. Quasi che la promessa fatta ad Abramo di essere padre di molti popoli, di una discendenza grande quanto le stelle del cielo (neanche questa promessa, d’altra parte, è mai stata riconosciuta dalla critica nella volta VIII di Anagni, facendo saltare tutto il "meccanismo" del cristianesimo, direbbe Péguy), abbia compimento in qualcosa d’altro che non sia il battesimo; come a Gerusalemme Gesù bisbigliò quella notte a Nicodemo e come Pietro ripeté ad alta voce dopo la morte e la resurrezione del Signore: "Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore" (At 2,38s).

Un tempo breve
Simmetricamente rispetto a questo complesso di scene, sull’altra parte dell’arco trionfale che incornicia l’abside principale, viene rappresentata l’apertura del quinto e del sesto sigillo.
Il tempo è dato ancora, non solo perché siano segnati col sigillo battesimale quanti ne chiamerà il Signore, ma anche perché sia completato il numero di coloro che devono essere uccisi propter Verbum Dei et propter testimonium quod habebant. Infatti, alle anime di coloro che furono immolati, che hanno cioè ricevuto il battesimo di sangue nel martirio, e che gridano che giustizia finalmente sia fatta, viene detto "di pazientare ancora un poco [tempus modicum] finché sia completato il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro" (Ap 6,11). Perché possano pazientare, Colui che siede sul trono le riveste intanto di stole di gloria rese candide nel sangue dell’Agnello. Ricevutele, potranno attendere nella pace che altri vengano a completare il numero dei martiri, affrettando così il riscatto definitivo.

l tempo dell’attesa è comunque breve, è comunque un tempus modicum il tempo della storia: "Il Signore non ritarda il compimento della sua promessa [...]. Questo breve intervallo di tempo a noi sembra lungo perché dura ancora; allorché sarà finito, ci accorgeremo quanto sia stato breve" (sant’Agostino, Commento al vangelo di Giovanni 101,6). Il tempo ormai si è fatto breve dopo la vittoria di Cristo. Infatti, all’apertura del sesto sigillo, il sole e la luna sulla fronte dell’arco di sinistra cambiano colore e un angelo si accinge a soffiare un vento che precipita le stelle dal cielo come fa la bufera con i fichi dalla pianta; e un altro angelo reca l’incensiere d’oro attraverso cui, come sale il profumo delle preghiere dei santi, scenderà di lì a poco sulla terra il fuoco dell’ira di Colui che siede sul trono e dell’Agnello.
Se la brevità del tempo esercita la pazienza di coloro che aspettano giustizia, suscita invece nel drago una "rabbiosa volontà di potenza che nasce dall’ansia del tempo che gli sfugge", scriveva Schlier nel saggio citato. Accanto al drago dell’absidiola di destra, un tempo era anche ad Anagni, come nello stupendo affresco della controfacciata della chiesa di Civate sul monte Pedale non lontano da Lecco, una raffigurazione ora perduta dell’Ascensione del Signore, cioè di quello che l’Apocalisse chiama "il rapimento del figlio verso Dio e il suo trono" (cfr. Ap 12, 5). È infatti "con l’Ascensione di Gesù Cristo al cielo" continua Schlier "che il drago, figura ideale di ciò che è satanico, dell’assoluta potenza dell’egoismo, vien gettato a terra".
La raffigurazione dell’apertura del quinto sigillo: Gesù Cristo dona le stole della gloria alle anime dei martiri
Precipitato ormai sulla terra in forza dell’Ascensione del Signore, il drago "si avventa contro la donna" (Ap 12,13), che però gli sfugge su ali d’aquila (la ritroviamo infatti col figlio e vicino a Giovanni nell’absidiola di sinistra). Allora il drago va "a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù" (Ap 12,17). In effetti il drago, ad Anagni, viene a trovarsi dalla parte di 18 santi martiri, cioè di coloro che sono in possesso della testimonianza di Gesù, essendo, come ripetono tutti i Padri e gli scrittori medievali, 18 il valore numerico delle iniziali IE del nome Iesus (di cui il numero della bestia è una pacchiana contraffazione: 666). Anche a Civate 18 sono i santi martiri affrescati nell’interno del cupolino del ciborio: "Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro" (Ap 7,15).
Ma non sono solo i martiri a morire cioè a svelare in modo reale, come scrive Schlier, "l’anacronismo di un mondo che ancora adesso pretende di affermare se stesso" e, con la loro morte, "a rendere accessibile, anche ai loro nemici, il futuro dischiuso da Cristo". Anche i vergini muoiono, obbedendo. A loro è dedicata tutta la zona dell’absidiola di sinistra attorno a Maria, Vergine dei vergini. Te nimis implorant virgo iubilant et adorant. Dum tibi subduntur natum moriendo secuntur. Questi versi, che riecheggiano l’inno ambrosiano "Iesu corona virginum", corrono nell’absidiola di sinistra sulla fascia che divide la Madonna col bambino (attorniata da due sante vergini e dai due Giovanni, in alto), dalla storia di verginità e martirio di Secondina, in basso. "Quanto ti implorano, quanto ti lodano e ti venerano, o Vergine. Mentre a te si sottomettono, morendo seguono il tuo Figlio". Che poi è quanto desidera e vive qualunque povero peccatore né vergine né martire che, partecipe del vittorioso amore di Cristo, ha guardato per secoli pentito e devoto i volti della cripta di Anagni. "Quando penso che un uomo, un giovane, un individuo, non può sposare una donna se non per amore di Cristo — mi pare di aver già detto questa frase: se non per l’amore di Cristo —, quando si dice questo, si sente tutta l’immensità — immensità vuol dire non commensurabile —, l’incommensurabilità di un punto di vista, che è il punto di vista, ma anche il punto di rinascita, di nascita della rinascita".

Apocalisse, l'ultima parola della Bibbia: la sconfitta del male. Testo biblico e gli affreschi della cripta della cattedrale di Anagni



L'Apocalisse, un libro cristiano

Come l'Anticristo non può essere inteso in un contesto non cristiano - eppure pochi rammentano che il termine Anticristo è stato coniato dall'evangelista Giovanni nelle sue lettere e che con esso vuole designare il male in quanto rifiuto e contraddizione del fatto che il Figlio di Dio abbia preso carne nel mondo in Gesù, il Cristo appunto [2] - così l'Apocalisse (testo nel quale, peraltro, mai compare, invece, il termine Anticristo) di Giovanni altro significato non ha, essenzialmente, che l'annuncio della definitiva vittoria del Cristo sul male nel mondo.
Questa semplice affermazione è già decisiva per addentrarci nella lettura dell'ultimo libro della Bibbia: l'Apocalisse è un testo cristiano, redatto perché l'uomo si rivolga al Cristo.
E' libro che tende ad incoraggiare, non a spaventare l'uomo. Vuole confermare i cristiani perché non si scoraggino soprattutto dinanzi all'avversità di chi li combatte. Ogni lettura dell'Apocalisse che affermi il contrario o che, anche, semplicemente, trascuri queste affermazioni è, chiaramente, come vedremo, una lettura ideologica e non fondata sul testo stesso.

Cristo è l'unico che comprende la storia e la può, perciò, “svelare”

Ben a ragione gli affreschi della cripta di Anagni pongono al centro del nostro sguardo un brano dell'Apocalisse che è decisivo per l'interpretazione complessiva di tutto il libro. E' il brano di Ap 5, 1-14:

"Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l'Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».
Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:
«L'Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all'Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione".


Particolare dell'abside: l'Agnello ritto in piedi, con i sette occhi e le sette corna, e con il libro aperto nei sette sigilli

La cripta di Anagni evidenzia questo testo ponendo la sua raffigurazione nell'abside, là dove si fissa lo sguardo di chi si reca per celebrare la santa eucarestia; l'autore stesso dell'Apocalisse evidenzia questa pericope ponendola all'inizio della sezione dei sette sigilli che saranno via via aperti, all'inizio cioè di tutta la lotta tra il Cristo ed il male.
Ap 5, 1-14 non solo è posto letterariamente prima del dispiegarsi della lotta che si consumerà fino alla battaglia finale che segnerà la definitiva sconfitta del male ad opera di Cristo, ma vuole fornire al lettore, fin dall'inizio, le connotazioni decisive di ciò che sarà descritto successivamente.
Procediamo con ordine. Al centro del testo e dell'affresco sta l'Agnello. L'Agnello ha in mano un libro. Il libro è, appunto, il libro del dispiegarsi della storia. Esso è sigillato con sette sigilli. "Nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di leggerlo" (Ap 5, 3). E' la chiara affermazione che nessuna creatura capisce, da sola, il senso della storia. Nessuno sa dire il perché del nascere, del morire, dell'amare, del soffrire. Nessuno lo sa, senza la presenza della grazia di Dio. L'uomo e la sua storia sono un enigma, un mistero che attende una chiave di interpretazione che divenga poi anche orientamento per scegliere il bene, ciò che vale, una volta conosciuta la verità. Giovanni "piangeva molto perché non si trovava nessuno in grado di leggere il libro" (Ap 5, 4), finché uno dei vegliardi disse: "Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli". E' proprio la frase che il pittore di Anagni sceglie per trascriverla sul libro dell'Agnello: "Ecce vicit leo de tribu Iuda radix David aperire librum".
Il pianto dell'evangelista è il pianto dell'intera umanità che non comprende fino in fondo il senso ed il mistero della vita umana, il dramma dell'umanità che vuole comprendere la storia e la vita, ma ne è impossibilitata.
Ma ecco lo sciogliersi del dramma, appunto. Uno è capace di farlo! E' l'Agnello che è anche il Leone di Giuda e il Germoglio di Davide. E' Cristo stesso che è, da un lato, compimento della profezia dell'Antico Testamento. E', infatti, Figlio di Davide, il discendente del re Davide, che i profeti avevano annunziato come Messia, come Cristo. Il canto dell'Osanna al Figlio di Davide che accoglie Gesù nell'ingresso nella città santa è il corrispettivo della sua appartenenza alla tribù di Davide e della sua nascita a Betlemme, la città, appunto, del "santo re". E, insieme Gesù è anche il "leone della tribù di Giuda" che, come la benedizione del patriarca Giacobbe aveva annunziato, avrebbe avuto lo scettro eterno del potere di Dio sul mondo. “Un giovane leone è Giuda… Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né il bastone del comando dai suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli” (Gen 49, 9-10).
L'Agnello, dice il nostro testo, è "ritto e… come immolato" (Ap 5, 6). Gli affreschi di Anagni lo rappresentano come immolato, come vedremo subito, nella parete sinistra dell'abside, sgozzato e sull'altare - segni della crocifissione!
Nell'abside, invece, esso è "ritto". E' il Cristo risorto che è di nuovo in piedi dopo essere stato adagiato, disteso nel letto della morte. E' la sua "vittoria", la vittoria sulla morte, sul peccato, sul male della storia, che lo rende capace di interpretare la storia. Proprio nella sconfitta del male, attraverso la sua venuta, la morte e la resurrezione - e nella conseguente nascita della Chiesa - sta tutto il segreto della storia. E' "l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo" (Gv 1, 29).
Così p.Ugo Vanni, gesuita, massimo studioso vivente dell'Apocalisse, commenta i simboli particolari relativi all'Agnello nel nostro brano [3] :

Un Agnello: l'autore prendendo lo spunto dall'Agnello pasquale dell'Esodo (Es 12-13), come pure dal Servitore di Jahweh del Deuteroisaia (Is 53,7), ci presenta in quattro quadri successivi Cristo che ha dato la vita in sacrificio per la moltitudine (Agnello come sgozzato), che è risorto (ritto in piedi), che ha totalità dell'energia messianica (sette corna) e la pienezza dello Spirito in azione (sette occhi).

L'Agnello è detto, nel presente, in grado (degno) (5,9) di appropriarsi il libro perché, in passato, Egli è stato immolato, mettendo così le premesse e i fondamenti di una salvezza completa la quale, in futuro, si realizzerà col regno di Dio, dell'Agnello e dei salvati nella terra rinnovata.

“Hai riscattato per Dio con il tuo sangue” (5,9) l'opera salvifica di Cristo viene espressa mediante la metafora di una compera: dando la sua vita Cristo ha fatto sì che gli uomini fossero tolti dalla loro situazione di alienazione nei riguardi di Dio e divenissero sua appartenenza. Un aspetto di questa appartenenza a Dio è dato dal fatto che il nuovo popolo è introdotto nell'ambito della sacralità cultuale divina, è un regno di sacerdoti (cfr 5,10).

I cieli e la terra in festa per la vittoria dell'Agnello

Quando l'Agnello prese il libro, “i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello” (Ap 5, 8). L'Apocalisse aveva già descritto i quattro esseri viventi ed i ventiquattro vegliardi che sono intorno al "trono" di Dio:

"Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c'era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell'aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono, poi, c'erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d'oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d'occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l'aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l'aspetto d'uomo, il quarto vivente era simile a un'aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:
Santo, santo, santo
il Signore Dio, l'Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!
E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l'onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono»" (Ap 4, 2-11).

Ma ora questi quattro esseri ed i ventiquattro vegliardi sono intorno all'Agnello. E' l'adorazione al Figlio che è adorato e conglorificato con il Padre:

E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione" (Ap 5, 14).

Di nuovo la lettura di p.Vanni ci aiuta nella comprensione del testo [4] :


Abside: l'Agnello, attorniato dai quattro esseri viventi e dai ventiquattro vegliardi

Ventiquattro vegliardi (4,4): questi “personaggi” misteriosi si trovano in uno stato di salvezza definitiva (vestiti di bianco), hanno già adesso il premio della loro attività (corone d'oro), e prendono parte autorevolmente allo svolgimento della salvezza (seduti sul trono). E' discussa la loro identificazione. In essi l'autore ha concentrato un complesso di simboli che esprimono la radicazione trascendente del popolo di Dio. I vegliardi sono dodici e dodici, come le tribù di Israele e gli apostoli uniti insieme; sono la base, il fondamento celeste di tutto il popolo di Dio. Ma, già in uno stato di salvezza, sono anche l'espressione del traguardo a cui il popolo di Dio tende: ed essi lo aiutano nel raggiungimento.

Quattro esseri viventi: ispirandosi a Ezechiele 1,5 – 10 e a Isaia 6,2 l'autore ci dice anzitutto che questi viventi sono pieni di occhi, ciò che nell'Apocalisse simboleggia l'azione molteplice dello Spirito cfr 5,6). Una loro seconda caratteristica è la molteplicità degli aspetti che possono assumere: aquila, uomo, vitello, leone, proprio come i viventi di Ezechiele. Una terza caratteristica è la lode che, come i Serafini di Isaia, esprimono continuamente a Dio. Nel decorso del libro i viventi partecipano insieme ai vegliardi alla lode divina e intervengono attivamente nello sviluppo dell'azione salvifica. Più che personaggi veri e propri – angeli, rappresentanti della creazione, ecc. – sono degli schemi simbolici che esprimono a livello celeste il punto di incontro tra l'iniziativa salvifica di Dio e la risposta di tutto il creato.

Gli affreschi di Anagni commentano la presenza dei 24 vegliardi con l'iscrizione latina: "Qui laudant Agnum seniores bis duodeni/ hos Vetus et Nova lex doctores contulit evi" che tradotta vuole dire: “La legge Antica e Nuova ha riunito questi due gruppi di dodici vegliardi che lodano l'Agnello, in quanto dottori della vita eterna" (per la traduzione del termine medioevale "aevum" con "vita eterna" ci rifacciamo a L.Cappelletti [5] che cita Onorio di Autun: "L'aevum viene prima del mondo, col mondo e dopo il mondo. Dunque pertiene solo a Dio, che non fu, e non sarà, ma sempre è"). Sono realmente l'immagine di tutto il popolo di Dio, cresciuto dall'Antica alla Nuova Alleanza, fino al compimento definitivo celeste, che loda il Cristo.
Negli affreschi e nel testo sacro hanno una cetra nella mano – simbolo della loro lode all'Agnello - e nell'altra le “coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi” (Ap 5, 8). L'intercessione dei santi sale a Dio come un profumo, a maggior lode di Dio e come realtà efficace di benedizione che ridonda poi sulla storia.
“Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo” (Ap 4, 6) che vediamo dipinto ad Anagni sotto i 24 vegliardi [6] .

I 4 esseri viventi hanno origine nell'immagine - definita “barocca” da E.Charpentier - della visione della “gloria di Dio” nel profeta Ezechiele. Lì il carro della Gloria di Dio veniva contemplato nella sua mobilità. Quattro esseri animati con le loro ali indicavano in quella visione il movimento della Gloria di Dio, della Presenza stessa di Dio, che seguiva l'esilio del suo popolo:

Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d'uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra, ognuno dei quattro, fattezze d'aquila; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo. Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano dove lo spirito li dirigeva e, muovendosi, non si voltavano indietro (Ez 1, 10-12).

La Gloria di Dio usciva così dal Tempio di Gerusalemme, si fermava sul monte degli Ulivi, giungeva fin nell'esilio del popolo, in Mesopotamia, proprio ad indicare che Dio era onnipresente, non confinato alla terra di Israele, capace di seguire il popolo anche in terra straniera. Come la Gloria si spostava nel deserto dell'Esodo, precedendo e guidando il cammino, così il profeta Ezechiele la contemplava a Babilonia. L'Apocalisse riprende questa immagine tetramorfa veterotestamentaria – le fattezze d'uomo, di leone, di toro, di aquila - proprio ad indicare che l'onnipotenza e l'onnipresenza di Dio sono tali da generare adorazione in tutto il creato, in tutta la terra.
La tradizione cristiana successiva, a ragione, proprio in forza di una profonda comprensione della Scrittura, vedrà nei 4 esseri i simboli dei 4 evangelisti, risposta dell'uomo alla rivelazione definitiva di Dio, risposta che diviene proclamazione evangelica ai 4 punti cardinali, ovunque, tramite i santi evangelisti e la predicazione apostolica [7] . Sempre nella tradizione verrà continuamente sottolineata la corrispondenza dei 4 punti cardinali, Nord, Sud, Est, Ovest e degli evangelisti Matteo, Marco, Luca, Giovanni. E' in ogni direzione, ogni dove, che il vangelo risuona e produce vita e frutto.

L'apertura dei primi 4 sigilli. Cristo ed il male si affrontano

Alla presentazione del cuore della storia, del fine cui tutto converge, l'adorazione dell'Agnello vittorioso - fine già anticipata qui nell'Apocalisse dell'esito della storia - segue, al capitolo 6, la descrizione della lotta che porta alla vittoria di Cristo.
Intravediamo già qui come l'Apocalisse (come anche gli altri scritti giovannei) non sia un testo da leggere come una successione cronologica, ma come un libro a spirale, che ritorna sempre, in maniera ogni volta più approfondita, sulla realtà che è già stata annunziata.
I primi 4 sigilli che debbono essere sciolti sono rappresentati da altrettanti cavalieri – i sigilli sono così anche il contenuto stesso del libro che viene dissigillato! Nel testo di Ap 6, 1-8 ogni cavaliere è connotato con simboli caratteristici. Giovanni ci mostra la negatività del secondo, del terzo e del quarto, che ci appaiono come nemici dell'uomo, mentre ci fa intuire che nel primo ha voluto simbolizzare, nuovamente, lo stesso Cristo. Di nuovo non di una successione cronologica, semplicemente, si tratta, ma anche di una compresenza. Mentre i nemici dell'uomo lo insidiano, il Cristo stesso li insidia, presenza di sicura speranza e vittoria di Dio, pur nelle oscure vicende storiche. Questo il nostro testo:


Parete a destra dell'abside: l'apertura dei primi quattro sigilli (i quattro cavalieri)

Quando l'Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: «Vieni». Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora. Quando l'Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada. Quando l'Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d'orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati». Quando l'Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l'Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra (Ap 6, 1-8).

Così p.Vanni commenta il simbolismo dei quattro cavalieri:

Uno sguardo alla situazione di fatto dell'umanità, alla storia degli uomini, permette subito di individuare alcune componenti che la attraversano: la violenza, l'ingiustizia sociale, la morte col suo corteggio di mali. Espresse simbolicamente da cavalli dai colori caratteristici e da dei cavalieri, esse acquistano il rilievo di forze impetuose (cavalli), che invadono il campo della storia, travolgendo tutto. Ma una lettura adeguata non si ferma qui. Accanto alle forze di segno negativo ce n'è una di segno positivo, contrapposta ad esse: è la forza messianica di Cristo, simboleggiata dal cavaliere del cavallo bianco. Secondo un'interpretazione probabile basata su un confronto con Ap 19,11, è Cristo stesso. Appartenente alla sfera divina (cavallo bianco), con la qualifica permanente di vittorioso che poi metterà in atto definitivamente nel momento conclusivo della storia, dotato di armi micidiali (l'arco), Cristo è presentato qui come un'energia viva, vittoriosa di tutte le forze negative [8] .

Di nuovo Anagni ci mostra come il Medioevo abbia pienamente e correttamente compreso il senso profondo dell'Apocalisse.
Subito alla destra dell'abside ecco, infatti, i nostri quattro cavalieri. La scritta sottostante - Has per picturas bis binas disce figuras, “Con l'aiuto di questi dipinti impara ad esaminare le immagini a due a due” – ci aiuta in una corretta lettura iconografica.

Non a caso il quarto cavallo è al galoppo (come il secondo) e colui che lo cavalca si volge e fugge come il secondo cavaliere. Il primo cavaliere insegue il secondo come fa il terzo col quarto, ma il primo cavaliere non è analogo al terzo che nel movimento, perché in realtà il primo insegue e combatte tutti e tre gli altri: guerra, inferno e morte [9] .


Particolare della parete a destar dell'abside: il primo cavaliere, Cristo, che insegue gli altri tre, vestito di bianco e con il mantello rosso

Il primo cavaliere è l'unico con l'aureola, segno evidente della corretta interpretazione cristologica data dal pittore al primo sigillo. Il suo colore è il bianco, proprio come in Ap 19, 11 – “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava “Fedele” e “Verace”: egli giudica e combatte con giustizia”. Al bianco del cavallo e del cavaliere, segno identificativi di Colui che solo è fedele e verace, dell'Agnello, si sovrappone il mantello rosso, simbolo del sacrificio di sangue della croce di Cristo. Mentre gli altri cavalieri versano il sangue degli uomini, desiderando la loro fine, il primo versa il suo sangue per la salvezza, desiderando la loro vita.
Il primo cavaliere insegue il secondo, vestito di rosso. Restano solo poche tracce del color rosso del secondo, nella condizione attuale dell'affresco, ma lasciano intuire la resa coloristica originaria. E' la “guerra” con lo spadone sguainato, ma è in fuga dinanzi all'arco vittorioso del Cristo.
Il terzo cavaliere è tenebroso, scuro – “niger” nel latino. E' l'unico dei tre in fuga ad essere alato, rappresentando il demonio, il maligno, a cavallo dell'inferno. Ha una bilancia in mano ed insegue il quarto, la morte dal colore cianotico.
I tre cavalieri non potranno trionfare: Cristo li mette in fuga
Sebbene l'esegesi moderna dia una interpretazione più precisa dei tre cavalieri nemici del Cristo, non di meno la comprensione medioevale globale è acutissima, nella presentazione della vittoria di Cristo sulla malvagità dell'uomo, sul maligno e sulla morte. Questa comunque la decodificazione simbolica secondo p.U.Vanni [10] :

Nella storia si trova la violenza, nelle sue forme vistose e drastiche e in quelle più sottili e insidiose: gli uomini tendono a odiarsi, a uccidersi (secondo sigillo: 6, 3-4). Non solo. Gli uomini, nei loro rapporti reciproci, non rispettano le leggi che si sono date: si conculcano a vicenda nei loro diritti e doveri, si fanno tutti i soprusi. Accanto alla violenza imperversa l'ingiustizia (terzo sigillo: 6, 5-6). Ai mali che gli uomini si procurano da soli, se ne aggiunge una serie che essi devono subire: la morte, la fame, le malattie, ecc. Tutte queste realtà negative e più grandi dell'uomo interessano sempre almeno una parte dell'umanità (quarto sigillo: 6, 7-8).

L'apertura del quinto sigillo

Similmente a quanto già visto il quinto sigillo non ci presenta tanto un elemento cronologicamente successivo ai primi quattro, ma un altro aspetto sincronico della storia vittoriosa del Cristo. Ecco il testo:

Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce:
«Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e verace,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?».
Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro (Ap 6, 9-11).

U.Vanni sintetizza così tale sigillo:

Vengono presentati – nel quinto sigillo – le insistenze dei martiri che fanno pressione su Dio perché si ristabilisca l'equilibrio turbato in senso negativo con la loro uccisione. L'impazienza dei martiri non dispiace a Dio. Viene loro detto di attendere che il numero dei loro fratelli si compia definitivamente [11] .

L'Apocalisse non può descrivere la vittoria di Cristo, senza mostrare anche la presenza della chiesa al suo fianco, tanto il Cristo ed il suo corpo, la Chiesa, sono indissolubilmente legati nella mente degli autori neotestamentari. Il riferimento particolare ai martiri si interseca con il simbolismo ecclesiale dei quattro esseri viventi e dei ventiquattro vegliardi. I martiri, coloro che sono stati uccisi perché cristiani, per la testimonianza data a Cristo e rifiutata dal mondo, sono protagonisti attivi dal cielo della storia che in terra continua a svolgersi. Non solo il Cristo, non solo i tre cavalieri maligni sono attivi: anche le insistenze dei martiri sono efficaci nello svilupparsi della storia.

I martiri sembrano non preoccuparsi di sé stessi, ma solo del bene da ristabilire: Dio, però, che non è un fabbricatore automatico di bene, si preoccupa di loro personalmente: a ciascuno viene data una “veste bianca” (6, 11ss.), simbolo qui di una condizione soprannaturale positiva e gioiosa, ormai acquisita irreversibilmente e personalmente. Nella “veste bianca” qualche studioso ha voluto vedere addirittura l'immagine del corpo risuscitato [12] .


Parete a sinistra dell'abside: l'apertura del quinto sigillo con i martiri che ricevono la veste candida

Il decorso successivo della storia ancora conoscerà, dice l'Apocalisse, testimoni nel sangue del Signore finché “il numero dei loro fratelli si compia definitivamente” (Ap 6, 11). Il testo vuole confermare i cristiani perseguitati e a rischio di morte per la persecuzione romana – e per la persecuzione di ogni tempo contro la Chiesa – che ciò non è condizione inusuale e imprevista, ma conosciuta da Dio e fonte di vita eterna [13] .
Il quinto sigillo è affrescato, in maniera simmetrica ai primi quattro, alla sinistra dell'abside della cripta di Anagni. Abbiamo già visto sopra il raddoppiarsi del simbolo dell'Agnello, qui sgozzato – chiaro il segno del collo che lascia intravedere il sangue – qui posto sull'altare, ma ritto in piedi nuovamente e non prostrato nella polvere. La presenza dell'Agnello è duplicata, inoltre, nella presenza dell'immagine del Cristo che distribuisce le vesti bianche (qui rappresentate da stole bianche) ai martiri radunati intorno all'altare. La scritta sotto l'altare è ripresa dal nostro brano: Vindica Domine sanguinem nostrum, “Vendica, o Signore, il nostro sangue”, mentre in basso è scritto: Christe Deus presto vindex tu noster adesto, “O Cristo Dio, sii tu presto il nostro vindice”. Alla scena si aggiunge in alto a destra un angelo con il turibolo. Il pittore degli affreschi di Anagni anticipa le conclusioni scientifiche dell'esegesi moderna che unisce al quinto sigillo proprio l'azione dell'angelo con l'incensiere, con il turibolo, descritta nel secondo settenario, quello delle sette trombe, in Ap 8, 1-5:

Quando l'Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz'ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.
Poi venne un altro angelo e si fermò all'altare, reggendo un incensiere d'oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull'altare d'oro, posto davanti al trono. E dalla mano dell'angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi.

Già in 5, 8 (“Le coppe sono le preghiere dei santi”) avevamo incontrato l'importanza nella storia delle preghiere dei santi. Le coppe erano tenute in mano dai ventiquattro vegliardi. La Chiesa, nel suo essere insieme temporale ed eterna, è efficace nella sua preghiera. Non solo le preghiere dei martiri che sono già nella gloria, nel quinto sigillo, ma la preghiera di tutti i santi che sono nella storia contribuisce alla distruzione del male. L'incensiere, se da un lato è segno dell'aroma delle preghiere che sale, è anche segno dell'effetto inverso, del discendere della risposta di Dio all'invocazione perché cessi il male. Ap 5, 6 esprime questo secondo aspetto:

Poi l'angelo prese l'incensiere, lo riempì del fuoco preso dall'altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono scoppi di tuono, clamori, fulmini e scosse di terremoto.

Così p.Vanni esplicita il senso del simbolismo:

E' il movimento di ritorno. Dopo che le preghiere sono salite, perfezionate, fino al cospetto di Dio, si ha la risposta da parte di Dio, che viene indicata – secondo immagini usuali e simboliche dell'AT – sotto la forma di fenomeni naturali e di sconvolgimenti cosmici. Quando poi nell'Apocalisse ci si avvierà alla sezione conclusiva, ritroveremo sottolineato questo effetto risolutivo delle preghiere dei santi negli interventi di Dio: i martiri nel quinto sigillo chiedevano la distruzione del male, l'equilibrio che Dio saprà ristabilire andrà, oltre l'immaginabile, al di là della loro richiesta: “Uno dei quattro viventi diede ai sette angeli sette coppe d'oro ripiene dell'ira del Dio vivente nei secoli… E udii una voce potente che usciva dal tempio e diceva: Andate e versate sulla terra le sette coppe dell'ira di Dio!” (Ap 15, 7; 16, 1).
Le stesse coppe d'oro ripiene prima delle preghiere dei santi hanno ora come contenuto una forza distruttiva del male propria di Dio. Questa forza è detta “ira”: Dio non annulla il male meccanicamente. Il male lo irrita, ed egli si sente impegnato personalmente nella sua distruzione. Lo hanno spinto a questo coinvolgimento appassionato proprio le preghiere dei santi, che hanno fatto presa su di lui [14] .

L'apertura del sesto sigillo

L'affresco nell'arco alla sinistra dell'abside ci mostra il sesto sigillo. E' la trascrizione pittorica di Ap 6, 12-17:

Quando l'Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall'ira dell'Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?


Affresco sull'arco di sinistra: l'apertura del sesto sigillo con lo sconvolgimento degli astri

Vediamo,infatti, gli astri che vengono giù, il sole e la luna che mutano. Così ancora p.Vanni sintetizza la scena:

Gli sconvolgimenti descritti in 6, 12-17 sono simbolici di una presenza divina speciale. La natura, nel suo corso normale, manifesta indirettamente la presenza della gloria di Dio. La situazione abnorme che si determina esprime un intervento di Dio che, proprio mediante il confronto spontaneo con la situazione normale, si rivela come diretto e immediato. Si ha in definitiva il segno di una presenza di azione da parte di Dio, ma non si sa ancora quale effetto reale e concreto la presenza di Dio così simboleggiata assumerà [15] .

Nell'arco a destra dell'abside, simmetricamente al sesto sigillo, ecco l'angelo con un cartiglio che recita: Nolite nocere terrae et mari neque arboribus quoadusque signemus servos Dei nostri frontibus eorum, “Non devastate né la terra né il mare, né le piante finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi” (solo alcune lettere di questo testo si sono conservate).
E' il testo di Ap 7, 1-3:


Una volta della cripta: gli angeli che trattengono i quattro demoni o venti di distruzione

Dopo ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra, e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta.
Vidi poi un altro angelo che saliva dall'oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: «Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi».

Quale che sia nello specifico il segno preciso indicato – il tau di Ez 9, 4, la croce, il nome di Dio o il battesimo – è evidente comunque il senso: la storia attende che la grazia di Dio faccia diventare cristiani! E' questo il vero senso del prolungarsi dei tempi, prima della fine, ed è questa la vera difesa dall'insignificanza apparente della storia.
L'angelo ha la croce astile con la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco, l'alfa e l'omega, che, in Ap 1, 8 e 22, 13, esprimono che Cristo è l'inizio, l'origine ed il fine di tutto.
In una delle volte della cripta ecco gli angeli che trattengono i 4 diavoli o i 4 venti di distruzione (Ap 7, 1), proprio perché avvenga l'unica vera novità della storia: il diventare cristiani, l'essere segnati dalla grazia con il santo nome che da Cristo discende. Il tempo deve come arrestarsi –ma, sempre nell'assommarsi sincronico dei simboli, deve continuare a scorrere - perché questo possa compiersi, perché avvenga l'opera della grazia.

La Gerusalemme celeste: chi sono i 144.000?

A fianco dei quattro esseri viventi e dei ventiquattro vegliardi appaiono per lodare Dio i segnati con il sigillo. Il loro numero è centoquarantaquattromila. La decodificazione è una delle più semplici dell'Apocalisse. Ritroviamo, infatti, nella visione della Gerusalemme celeste che discende dal cielo alla fine del libro, il numero delle 12 tribù d'Israele, come il numero dei 12 apostoli.

La città è cinta con da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele… Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i nomi dei dodici apostoli dell'Agnello (Ap 21, 12-14).


Affresco sull'arco di destra: l'angelo segna gli eletti con il sigillo

Dodici per dodici è uguale a centoquarantaquattro. Esprime il popolo preparato dall'antica alleanza (le dodici tribù) e compiuto nella nuova, tramite la predicazione degli apostoli. Ma il numero centoquarantaquattro è moltiplicato per mille, il numero che, come vedremo più in là esprime la pienezza, contrapposta al “breve tempo” del male (Ap 20, 1-3). Centoquarantaquattromila è, insomma, il numero della Chiesa. Sono tutti i credenti in Cristo nella loro proiezione escatologica, nati dall'antica e dalla nuova alleanza donata a tutti coloro che vengono segnato con il sigillo nel corso della storia. Così il testo di Ap 7, 4-8:

Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d'Israele:
dalla tribù di Giuda dodicimila;
dalla tribù di Ruben dodicimila;
dalla tribù di Gad dodicimila;
dalla tribù di Aser dodicimila;
dalla tribù di Nèftali dodicimila;
dalla tribù di Manàsse dodicimila;
dalla tribù di Simeone dodicimila;
dalla tribù di Levi dodicimila;
dalla tribù di Issacar dodicimila;
dalla tribù di Zàbulon dodicimila;
dalla tribù di Giuseppe dodicimila;
dalla tribù di Beniamino dodicimila.

Ma ecco subito apparire un secondo gruppo, in Ap 7, 9-17:

Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce:
«La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello».
Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo:
«Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l'Agnello che sta in mezzo al trono
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi».

Qui è il testo stesso a darci le indicazioni del simbolismo: sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione, rendendo candide le loro vesti con il sangue dell'Agnello. Sono, cioè, i martiri, coloro che hanno testimoniato Cristo fino al martirio. Le palme che hanno nelle mani diverranno, nell'iconografia, l'attributo di tutti i martiri, proprio a partire da questo testo.
Di nuovo vediamo come il simbolismo dell'Apocalisse sia sincronico, ridondante, non diacronico. Già i ventiquattro vegliardi rappresentavano “il fondamento celeste di tutto il popolo di Dio” ed i quattro esseri viventi erano il “punto di incontro fra l'opera salvifica di Dio e la risposta di tutto il creato” (U.Vanni). I centoquarantaquattromila e la immensa moltitudine dei martiri - che è insieme a parte dai centoquarantaquattromila, ma anche parte eletta di essi - esplicitano ancor più la risposta della Chiesa che loda Dio all'apertura dei sigilli. Insomma tutta la Chiesa è lì, intorno al Trono di Dio e dell'Agnello. L'Apocalisse non solo ci chiede di diventare cristiani, ma ci chiede di accorgerci che è la Chiesa il luogo di questo diventarlo, il luogo della salvezza.
Lettura totalmente distorta di questo brano è, allora, quella letteralista dei testimoni di Geova che non solo non si accorgono che il numero dei centoquarantaquattromila è, nel simbolo, ben più grande di quello della “immensa moltitudine” (la loro lettura pretende, a torto, che ci siano due diverse condizioni di salvezza, un Paradiso celeste per i centoquarantaquattromila privilegiati ed un Paradiso terrestre per l'immensa moltitudine), ma soprattutto non riescono a comprendere, per la loro posizione ideologica, che l'Apocalisse sta parlando semplicemente della Chiesa. La profondità della lettura ecclesiale di Apocalisse ci mostra la vittoria della Chiesa insieme a quella dell'Agnello. Accenniamo solo al fatto che tutta la tradizione cristiana rilegge a ragione, anche a partire da questo brano, tutti i testi veterotestamentari sulla Città Santa, su Gerusalemme, su Sion, come testi tipologici, prefigurativi della Santa Chiesa della Nuova Alleanza.

Le 7 Chiese

Negli affreschi di Anagni la Chiesa nella sua totalità è, invece, raffigurata a partire dai capitoli dell'Apocalisse che precedono i brani che abbiamo fin qui visto. E', infatti, in Ap 1, 9-20 che troviamo i seguenti versetti:

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d'oro e in mezzo ai candelabri c'era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l'aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.
Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d'oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.

E gli fa eco il versetto successivo, Ap 2, 1:

All'angelo della Chiesa di Efeso scrivi: Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:

E' Cristo stesso che ci appare circondato da 7 angeli (gli angeli delle 7 chiese); essi rappresentano la dimensione terrestre e trascendente di ogni Chiesa e di tutta la Chiesa. I sette candelabri (di nuovo un simbolo che raddoppia l'altro) rappresentano le 7 chiese in preghiera sulla terra. Le 7 chiese – rappresentate da 7 stelle - sono inoltre tenute in mano da Cristo stesso. Cristo è, insomma, il Signore della Chiesa, la tiene – e le tiene – in mano; insieme appare in mezzo ad essa – e non altrove!
Così, più dettagliatamente, ci guida ancora p.Vanni nella comprensione dei simboli:

La visione stessa ha due parti. In un primo momento Cristo si presenta in termini simbolici e sconvolgenti, desunti in generale dall'AT (vv. 12-16): essi ci danno delle indicazioni grezze che vanno interpretate e poi messe da parte subito, ritenendo il concetto ricavato. Cristo viene indicato come presente e attivo nella sua chiesa in preghiera (i sette candelabri d'oro); è il Messia che prende possesso del suo regno (simile a figlio d'uomo, cfr. Dan 7, 13); il suo abbigliamento indica probabilmente una funzione sacerdotale (abito lungo fino ai piedi, fascia d'oro); appartiene alla sfera celeste e le prerogative di Dio sono attribuite a lui (capelli candidi, ecc.). Come Messia a livello divino tiene in mano tutta la sua chiesa assicurandole l'immortalità (sette stelle che poi, al v. 20, saranno identificate con gli angeli delle chiese: una designazione enigmatica, sembra delle chiese stesse nella loro dimensione terrestre e trascendente) e, intanto, rivolge ad essa la sua parola che ha una forza di penetrazione irresistibile (spada... a doppio taglio). E', in sintesi, il Cristo glorioso della trasfigurazione (il suo volto assomigliava al sole).
Cristo viene poi presentato, più realisticamente (vv. 17-20), come il Cristo del mistero pasquale. Morto e risorto, Egli possiede ora tutte le prerogative per realizzare la salvezza con tutte le sue implicazioni (ha potere sopra la morte e sopra gli inferi) [16] .


Volta dinanzi all'abside: Cristo in mezzo alle sette chiese

Nella cripta anagnina tutto questo simbolismo è come condensato nella volta che precede proprio l'abside che abbiamo già commentato. Cristo è dipinto al centro, nella mandorla, segno di gloria, con gli attributi divini (i capelli bianchi), con la veste sacerdotale (come insegna la lettera agli Ebrei, Cristo è il vero e sommo sacerdote che offrì una volta per tutte se stesso, ponendo termine ai sacrifici antichi che non avevano il potere di santificare per sempre), con la spada della sua parola potente che esce dalla sua bocca, con la mano destra che tiene le sette stelle, la chiesa nella sua eternità, e nella mano sinistra una chiave bianca ed una scura, il potere sul Paradiso e gli Inferi (novità iconografica, rispetto al testo di Apocalisse, ma in piena continuità con esso). A fianco della mandorla ecco i sette angeli delle sette chiese, i sette candelabri, ed, infine, sette edifici che le rappresentano ancora una volta. In basso è rappresentato anche Giovanni l'evangelista, colui che ha la visione del Cristo e della Chiesa a lui indissolubilmente unita.

Il numero 666. Il male non viene spiegato, ma, dispiegandosi, viene sconfitto

La cripta anagnina non rappresenta tutte le visioni dell'Apocalisse. Ma, in ciò che in essa troviamo, già tutto è racchiuso. Se il male si scatena contro il Cristo e la Chiesa, la sua sconfitta è comunque già segnata. La sofferenza degli uomini, dei credenti, dei martiri è l'ultima prova, prima della gioia finale per la definitiva distruzione del male.
L'Apocalisse racconta come il dispiegarsi del male diventi massimo proprio dinanzi alla presenza di Cristo e della Chiesa. Il male non aveva, precedentemente, rivelato tutta la sua insensatezza e la sua cattiveria, fino alla venuta del Figlio di Dio. Proprio opponendosi al Cristo mostra la sua incapacità di cogliere il segno dei tempi: ecco allora il suo rifiuto caparbio, la sua totale stoltezza. E' dalla venuta del Signore in poi che il male si rivela proprio come il nemico di Dio e della vita, come il nemico di Cristo, l'antiCristo, anche se questo termine, come già abbiamo visto, non viene mai adoperato dall'Apocalisse. E' dall'incarnazione in poi che il male pretende di essere adorato come l'unico signore, negando assolutamente la sua obbedienza alla rivelazione di Dio nel Figlio.
L'Apocalisse afferma chiaramente la natura demoniaca del male, rappresentata dal drago del cap. 12, ma subito le affianca l'aspetto umano, rappresentata dalle due bestie, una che comanda e l'altra che invita ad adorare la prima (cap. 13). Il drago si serve delle realizzazioni storiche dello stato dispotico e della propaganda che lo sostiene, che si contrappongono al Cristo ed alla sua Chiesa.
Questo il commento di p.Vanni che precisa i dettagli:

Tutto questo capitolo è dominato dalle vicende della donna (v. 1) e del drago (v.3). L'autore sfrutta forse qualche racconto popolare di origine mitologica; ma il simbolismo complesso che egli esprime è tutto attinto all'AT. La donna rappresenta il popolo di Dio, il drago le forse demoniache; la loro vicenda esprime momenti e aspetti dello scontro fra bene e male, nel quale si articola e si sviluppa la storia della salvezza.
Un segno grandioso (12, 1): è un fatto straordinario, portentoso, che appartiene di per sè alla trascendenza (nel cielo) ma che deve essere interpretato dagli uomini.
Una donna vestita di sole: la donna simboleggia l'unico popolo di Dio, quello dell'AT che ora è conosciuto nel Nuovo. La fedeltà divina alle promesse – cfr. Sal 89, 37-38) – lo avvolge e lo riveste (sole); esso poggiando stabilmente sulle promesse divine è superiore alle vicende del tempo (luna); le dodici tribù di Israele sono la prima radice del popolo di Dio, radice che poi si sviluppa, nel NT, nei dodici apostoli: le dodici stelle simboleggiano questo fatto.
Un enorme drago rosso (13, 3-4): il drago è “il serpente antico, colui che chiamiamo diavolo e satana” (12, 9) ci viene presentato come una forza immane di natura ostile e sanguinaria (rosso), tende ad immettersi nella storia dell'uomo specialmente nei centri di potere (sette teste e sette diademi) ha un carattere dissacratore (stelle gettate sulla terra). Questa forza mostruosa insidia il popolo di Dio.
12, 5. Un figlio: la citazione del Salmo 2, 9 applicata a Cristo in tutto il contesto della chiesa primitiva, ci dice che il Figlio della Donna è Cristo stesso. Egli nasce di fatto: la comunità ecclesiale “dà alla luce”, realizza storicamente – in ogni epoca – il suo Cristo, fino a raggiungere, alla fine della storia della salvezza, il Cristo completo (cfr. Ef 4, 14). Questo risultato della comunità, anche se teme, confrontato con le forze ostili antitetiche (drago), viene garantito e messo al sicuro contro la forza del drago dall'intervento della potenza divina (fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono, v. 5) [17] .

E ancora:

Tutto il capitolo 13 è dominato dalla vicenda di due mostri che si succedono l'uno all'altro lungo lo stesso filo narrativo. L'autore ci presenta nel suo linguaggio simbolico due complesse formule di intelligibilità teologica: la prima riguarda lo stato che si autodivinizza, la seconda coloro che lo appoggiano con tutte le forme possibili di propaganda. Le immagini seguenti formeranno ulteriori precisazioni.
13, 1-2. Una bestia: secondo il simbolico valore tipico di quel simbolismo che fa intervenire gli animali come protagonisti, si indica qui una forza superumana, che viene subito caratterizzata in senso negativo (dal mare, come dall'abisso). La grande potenza della bestia si concretizzerà storicamente in una qualche forza terrena, ostile a Dio, sintesi unitaria delle quattro bestie indicate in Dan 7, 2-7, alle quali il nostro testo si riferisce.
13, 3. Una delle sue teste: per avviare la formula simbolica presentata prima verso una interpretazione e applicazione concreta, che la comunità dovrà fare, l'autore allude probabilmente alla leggenda di Nerone che, ucciso, sarebbe poi risorto a capo dei parti contro Roma.
13, 4-6. Sommando queste indicazioni a quelle precedenti abbiamo un risultato chiaro; l'autore ci presenta una forza storica, collegata o identificata col potere politico, che, usurpando i diritti divini e contrapponendosi a Dio, giunge a farsi adorare. E' lo stato inteso come un arbitro assoluto, di tutto, al di sopra del bene e del male...
13, 11-15. Un'altra bestia: è il secondo mostro che sarà in seguito qualificato esplicitamente come il falso profeta (cfr. 16, 13; 19, 20; 20, 10), esercita una attività complessa di propaganda in favore del primo. La sua attività assume una falsa natura religiosa; fatti riguardanti la vita del mostro sono presentati in una luce di prodigio; il risultato finale è che si forma del primo mostro un'immagine divinizzata, falsa in se stessa, ma resa vera nella mente della gente ingannata dal falso profeta [18] .

La visione delle due bestie ci fa incontrare proprio le realtà storiche di segno negativo che si oppongono al bene:

Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.
Allora la terra intera presa d'ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».
Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d'orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per proferire bestemmie
contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. L'adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell'Agnello immolato.
Chi ha orecchi, ascolti:
Colui che deve andare in prigionia,
andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada
di spada sia ucciso.
In questo sta la costanza e la fede dei santi.
Vidi poi salire dalla terra un'altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei (13, 1-18).

E' evidente che il numero cifrato 666 viene usato per coprire un nome reale che sarebbe stato troppo pericoloso per l'autore dell'Apocalisse indicare esplicitamente. E' assolutamente senza senso e fuorviante cercare in altre epoche, ad esempio nella nostra, la coincidenza di quel numero. Piuttosto, ciò che può ripetersi nella storia non è tanto la sequenza dei tre sei, ma la dinamica di chi sostiene l'ingiusto potere anticristiano con ogni mezzo. Ma, nei secoli, per grazia di Dio, si ripete di questa bestia anche ciò che Ap dice al v 13, 18: “essa rappresenta un nome d'uomo”, cioè non è destinata a durare, passerà come passa la vita di ogni uomo. Sembrerà trionfare, per un istante, ma dovrà cedere dinanzi alla vittoria di Cristo.
Così, in un diverso studio, p.Vanni spiega l'interpretazione numerica più comune nei commentari:

La bibliografia copiosissima riguardate questo versetto ne sottolinea la difficoltà. L'equivalente più diffuso è quello di Nerone Cesare che si ottiene sommando insieme i valori numerici delle lettere ebraiche che lo esprimono (NRWN QSR: n=50+r=200+w=6+n=50+q=100+s=60+r=200: totale 666). Ma ha importanza oltre al risultato che si ottiene, il processo mentale coinvolgente con cui si ottiene [19] .

Proprio questo processo mentale invita a fare attenzione, perché in ogni epoca si ripresentano in forma diversa i caratteri di questa seconda bestia, come anche della prima, nelle forme sempre cangianti che le da il drago.

Il senso del tempo che continua a scorrere

Un ultimo aspetto vogliamo affrontare [20] , prima di una conclusione sul simbolismo apocalittico: quale visione ci consegna l'Apocalisse della temporalità, del passare dei giorni dell'uomo, nella prova e nell'attesa della piena salvezza?
L'uomo di ogni tempo, dinanzi alla brevità della vita, spesso – forse sempre – si è posto la domanda: perché il tempo della vita è così breve, perché “gli anni passano presto e noi ci dileguiamo?”. La fede cristiana – e ciò è evidente ancor più nella prima generazione cristiana, quella del nostro libro e del Nuovo Testamento – sa porsi anche la domanda simmetricamente opposta: “Perché la vita continua, se la vittoria del Cristo è già compiuta? Perché non si spalancano subito le porte del Paradiso e non termina così la nostra lotta terrena contro il male, dal momento che Cristo è già venuto?”.
Abbiamo già incontrato una prima risposta: il tempo continua perché siano segnati col sigillo tutti coloro che il Signore vuole, perché nascano nuove creature e ricevano nel battesimo l'incorporazione a Cristo nella Chiesa.
I capitoli finali di Ap ci fanno fare un ulteriore passo: il male ha ancora “poco tempo”, ma il tempo dei credenti, pur nella prova, è già pienezza. E', ancora una volta, in maniera simbolica che ciò viene detto, al cap. 20:

Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell'Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po' di tempo. Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni (Ap 20, 1-6).

La tradizione cristiana, ben comprendendo il senso del testo, ne ha, ancora una volta, rifiutato l'interpretazione diacronica, come se ci dovessero essere mille anni di pace e poi la ripresa della lotta, come se, al passare dei mille anni, dovesse accadere una catastrofe indicibile – detto per inciso, qualsiasi serio storico del periodo medioevale sa che si tratta di pura leggenda la presunta paura del compiersi dell'anno mille, quando, invece, esso rappresenta proprio il passaggio dall'Alto al Basso Medioevo, al periodo cioè del pieno splendore medioevale, al fiorire delle città, del pensiero, della teologia, dell'arte, della coscienza dell'Europa di tornare ad essere, in un rinnovato protagonismo, dopo anni di indietreggiamento, un punto di riferimento del mondo di allora.
L'autore dell'Apocalisse, usando l'espressione “mille anni” non intende un periodo cronologico, ma vuole indicare la qualità del tempo di chi è stato redento dal sangue dell'Agnello [21] . E' un tempo pieno, che è già vissuto nella comunione con Dio e con l'Agnello, è un tempo che è già caparra di eternità. Contrapposto a questa qualità del tempo, il “breve tempo” del male, “contemporaneo ai mille anni” dei credenti, è un tempo senza qualità, è un essere nel tempo fuori tempo, superati dagli eventi dell'Incarnazione e della Redenzione. Il male, che sempre farà molto strepito, è in realtà piccola cosa, realtà superata e non più significante, poiché l'Agnello ha vinto.
Così ancora p.Vanni:

L'autore riflette sul modo e sul tempo della sconfitta del drago. Sul modo ci dice che alla vittoria di Cristo contribuiscono attivamente tutti coloro che mediante una misteriosa resurrezione anticipata, sono chiamati da Cristo ad una collaborazione speciale con lui. Tra costoro i martiri occupano senz'altro il primo posto. Per quanto riguarda il rapporto dei tempi nel confronto fra Satana e Cristo, ci sono periodi in cui prevalgono, momentaneamente, l'una o l'altra delle due forze. Queste vicende alterne sono riportate schematicamente a due tipi: i mille anni, propri del trionfo di Cristo, e il tempo breve proprio dell'attività di Satana.
Sono indicazioni che hanno un valore qualitativo non cronologico. questo è il loro significato: il tempo di Dio, che non è commensurabile con il nostro tempo (cfr. 2 Pt 3, 8), risulta misterioso e incomprensibile, ma ha la sua pienezza che lo qualifica. In confronto, il tempo proprio di Satana, ugualmente misterioso se riferito a qualunque parametro cronologico umano, è qualitativamente trascurabile, una piccola cosa di fronte alla pienezza del tempo di Dio [22] .

Conclusione sul simbolismo dell'Apocalisse

Il percorso fin qui realizzato mostra a sufficienza come comprendere l'Apocalisse voglia dire pronunciarsi sul simbolismo adoperato da questo libro, in una chiave mai letteralista, ma, al contempo, non spiritualoide. La decodificazione dei simboli spinge nella direzione di una chiara interpretazione cristiana ed ecclesiologica di essi.
In un importantissimo articolo, dal titolo Il simbolismo dell'Apocalisse, p.Vanni raggruppa le tipologie dei differenti simboli in 5 grandi categorie: i simboli cosmici (con l'ampliamento degli sconvolgimenti cosmici), quelli teriomorfi, quelli antropologici, quelli cromatici ed, infine, quelli aritmetici.
Presentiamo le conclusioni generali relative ad ognuno dei gruppi, per la loro sinteticità e chiarezza, cominciando dall'uso dei simboli relativi allo sconvolgimento degli elementi cosmici ed alla presenza, più in generale di termini cosmici:

Le trasformazioni violente al di là di ogni riferimento e di ogni coordinazione esprimono la trasformazione radicale della storia dell'uomo e dell'ambiente in cui essa si svolge. La presenza attiva di Dio che esse indicano porta il mondo verso la meta di una novità sconosciuta. Il mondo deve cambiare, cambierà, sta già cambiando sotto l'influsso di Dio che si coinvolge nella storia umana. Ecco quanto l'autore – in termini realistici - dice, insegnando, rievocando, alludendo, tutte le volte che usa la costante espressiva simbolica degli sconvolgimenti cosmici [23] .

Allargando la prospettiva e studiando da vicino lo sviluppo di altri termini cosmici, come ad esempio “sole”, “mare”, “nube”, ecc. giungiamo puntualmente alla stessa conclusione per quanto riguarda l'equivalente realistico generico: lo spostamento di significato ci dice che c'è nel cosmo come lo sente l'autore un fremito di novità, una forza propulsiva che tende a oltrepassare il livello attuale di realtà, coinvolgendo in qualche modo la trascendenza divina [24] .

Le metafore animali sono anch'esse frequenti (i quattro esseri viventi, i quattro cavalli dei primi quattro sigilli, il drago, le due bestie, ecc...):

Ogni espressione simbolica teriomorfa ci riporta allo svolgimento, al vivo della storia, ma non ce ne dà una chiave di lettura al minuto. L'animale protagonista dice che c'è, proprio nell'ambito della storia, un complesso di forze in atto, una vitalità inarrestabile che il contesto immediato potrà specificare ulteriormente, ma che sfuggirà a una piena verifica dell'uomo. Si avrà spesso la sensazione dell'incomprensibilità opaca della potenza del male, come pure dell'inafferrabilità vittoriosa del bene.
E' la percezione acuta dello sviluppo in avanti e di tipo dialettico che assume la storia, con la varietà molteplice dei suoi elementi, con gli interrogativi che pone e i vuoti a livello di comprensione umana che lascia, ma che è sempre dominata dalla logica di Dio, guidata, portata alla pienezza e mantenuta dall' áñíßïí, a suggerire all'autore dell'Apocalisse un uso cos ì ampio e differenziato del simbolismo di tipo teriomorfo [25] .

Più frequentemente ancora è la presenza del simbolismo umano a dover essere decodificata (i ventiquattro vegliardi, i centoquarantaquattromila, la grande moltitudine, l'indossare vesti bianche, ecc.):

Si intravede, al di là delle singole situazioni rilevate, lo specifico della costante antropologica. L'autore, attento all'uomo e a tutto il quadro che lo riguarda, lo vede e lo sente, senza farsi mai illusioni nei suoi riguardi e senza accettare i suoi limiti, nella completezza che raggiungerà. C'è un di più, un meglio che preme e incalza, passando per tutti i dettagli del quadro antropologico. Ne deriva un'indicazione interpretativa: per comprendere la spinta creativa che porta l'autore a formulare il suo simbolismo antropologico, occorre condividere la sua passione per l'uomo. E' come se l'autore ci dicesse: di fronte all'uomo che gioisce, che ama, che soffre, che lavora, che organizza la sua convivenza, che progredisce o degenera come impegnato nella storia, ricordate che è sempre, questo stesso uomo, portatore di una novità che lo supera e gli compete: la novità escatologica di Cristo risorto [26] .

L'Apocalisse è anche un testo “colorato” a forti tinte (il bianco del primo cavaliere e del primo sigillo che è Cristo, il rosso del suo sangue versato, il color grigio funereo della morte, ecc.):

Le equivalenze realistiche e qualitative... sia per il bianco come per gli altri colori, non devono far dimenticare un fatto fondamentale. Anche quando il colore diventa simbolo, il nuovo significato che esso esprime gradualmente rimane sempre sulla linea del colore. E' come un colore sovraccarico che deve essere guardato e riguardato. Ciò che il simbolismo cromatico dice di più rispetto alla semplice sensazione visuale deve essere in qualche modo visto, avvertito e percepito quasi a livello di impressione e di sensibilità, con quella presa immediata che hanno i colori reali [27] .

I numeri intriganti dell'Apocalisse sono un'altra forma di espressione linguistica e significativa adoperata dall'autore (i ventiquattro vegliardi, i centoquarantaquattromila, l'immensa moltitudine, i mille anni ed il breve tempo, il seicentosessantasei che è un nome d'uomo, ecc.)

Appare, con chiarezza sufficiente, il tipo di costante simbolica intesa ed espressa dall'autore mediante il simbolismo aritmetico. Le variazioni, le alterazioni della quantità per indicare delle qualità sono senza dubbio artificiose. Ma l'autore riesce ad esprimere anche qui un suo tipo di creatività. La pressione verso un meglio e un di più si fa sentire e incide proprio sul rapporto tra l'autore e queste dimensioni precise. Il nuovo, il di più che egli si aspetta e in base al quale accetta e crea le variazioni di significato proprie del simbolismo aritmetico, hanno per lui l'evidenza indiscutibile della chiarezza aritmetica [28] .

Se è preclusa la via di una lettura letteralistica ed anche semplicemente realistica dei simboli, ciò è anche perché ogni generazione cristiana, in ogni epoca, dovrà vivere una rilettura di ciò che è annunciato dall'Apocalisse, per comprendere che cosa è in quel tempo, figura, sempre cangiante, assunta dal male, dal drago e dalle sue bestie, che cosa è presenza dei segnati con il sigillo e testimoni fino al martirio dell'Agnello, nelle costanti sempre presenti dell'opposizione del male alla Chiesa ed ai cristiani e nelle infinite – ma in realtà finite – varianti che questa lotta assume nei secoli, fino alla fine del tempo ed all'ingresso nell'eternità:

Un'ultima osservazione: il simbolo nell'Apocalisse, confrontato con un linguaggio realistico, presenta una frangia di indeterminatezza. Ci sarà sempre qualche cosa di nuovo, un di più che aggiungerà il soggetto interpretante. La storia dell'esegesi ci mostra quanto sia ampia, varia e anche contraddittoria in molti dettagli la gamma interpretativa dell'Apocalisse.Si è percepito il dinamismo del simbolo, ma – ed è stato questo il limite – la spinta creativa che esso contiene e comunica non si è sviluppata sempre nella linea che il simbolo stesso esaminato più da vicino avrebbe indicato. Ma proprio una determinatezza rigida sarebbe limitante: lo sviluppo da parte del soggetto proprio per quel nuovo e quel di più che richiede e che suscita, permette al simbolo di avere un'aderenza continuata alle situazioni sempre nuove della storia [29] .

Nell'Apocalisse, così, l'Agnello spiega la storia, ma non intellettualisticamente, come dall'esterno, come in una gnosi, in una conoscenza di una realtà già data, piuttosto invece vincendo il male, affrontandolo nella realtà storica della Pasqua, della passione e della resurrezione. Cristo imprime il suo nome e la sua salvezza alla storia intera, attraverso la presenza viva della Chiesa, che è segno e pegno della Gerusalemme celeste che “discende dal cielo, da Dio” (Ap 21, 10), poiché la Chiesa non ha solo natura umana, ma natura divina, per il dono, in Cristo, dello Spirito.
Così decade anche la lettura ispirata ad una non corretta lettura dei testi di Gioacchino da Fiore, che pretenderebbero l'esistenza di una nuova età, dopo quelle presunte del Padre e del Figlio, quella dello Spirito Santo, differente dalle prime due.
L'esperienza ecclesiale è, invece, esattamente la realtà generata dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo, sempre tesa al compimento celeste, ma già pienamente ricolma della pienezza di grazia per la vittoria dell'Agnello. “A Lui sia gloria, nei secoli dei secoli. Amen”.


Per altri articoli e studi di d.Andrea Lonardo o sul libro dell'Apocalisse presenti su questo sito, vedi la pagina Sacra Scrittura (Antico e Nuovo Testamento) nella sezione Percorsi tematici


Note

[Nota 1] Come è noto agli studiosi, la questione della paternità e della datazione del ciclo pittorico, è discussa. Punto di riferimento resta il fondamentale studio di Pietro Toesca, che ipotizzò nel 1902 la presenza di tre diversi maestri, all'opera nella cripta di Anagni. Lorenzo Cappelletti, autore del recente studio che sarà più volte citato nel corso di questo articolo, stabilisce all'anno 1231, anno della traslazione delle reliquie di S.Magno nell'altare al centro della cripta, il terminus ante quem degli affreschi ed ipotizza che le tre diverse botteghe abbiamo lavorato sotto i diversi pontificati di Innocenzo III, di Onorio III e di Gregorio IX..

[Nota 2] Cfr. ad es. 2 Gv 7-9: Poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio.

[Nota 3] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, pp.38-39.

[Nota 4] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 37.

[Nota 5] L.Cappelletti, Gli affreschi della cripta anagnina. Iconologia, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Miscellanea Historiae Pontificiae 65, Roma, 2002, p.181.

[Nota 6] “Il mare nell'Apocalisse simboleggia una forza ostile a Dio (13, 1) di tipo demoniaco e abissale (13, 1) , che come tale deve scomparire (21, 1). Dio intervenendo nella storia della salvezza neutralizza questa forza ostile cambiandone la natura – come già aveva fatto nell'Esodo – a favore del suo popolo”. Così ancora U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 37.

[Nota 7] Così, ad esempio, Gregorio Magno commenta i 4 animali nella sua Omelia IV su Ezechiele:
Gli esseri viventi alati vengono definiti con esattezza per mezzo dello Spirito Santo della profezia, affinché l'esattezza medesima della definizione ci riveli per mezzo di essi le persone degli Evangelisti, e la parola di Dio non lasci alcun dubbio alla nostra interpretazione. Ecco infatti che cosa si dice: I loro volti assomigliavano a una faccia d'uomo; tutti e quattro avevano, a destra una faccia di leone, a sinistra una faccia di toro, e tutti e quattro avevano una faccia d'aquila. Che questi quattro esseri viventi alati simboleggino i santi quattro Evangelisti, lo attestano le introduzioni stesse dei singoli libri del Vangelo. Matteo giustamente viene simboleggiato da una figura d'uomo perché si rifà all'origine umana di Gesù; Marco dal leone a motivo del grido nel deserto; Luca dal vitello perché prende le mosse da un sacrificio; Giovanni è simboleggiato dall'aquila perché egli esordisce con la divinità del Verbo. Egli dicendo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, mentre fissa lo sguardo nella sostanza stessa della divinità, quasi come l'aquila fissa gli occhi nel sole. Ma poiché tutti gli eletti sono membra del nostro Redentore, e il nostro Redentore è il capo di tutti gli eletti, per il fatto che sono adombrate le sue membra, niente impedisce che anch'egli sia raffigurato in esse. Egli infatti, il Figlio unigenito di Dio, si è fatto veramente uomo, egli si è degnato morire come vitello nel sacrificio della nostra redenzione, egli è risuscitato come leone in virtù della sua forza. Al leone non è consentito di dormire con gli occhi aperti, perché nella morte stessa in cui come uomo il nostro Redentore poté addormentarsi, come Dio, rimanendo immortale, rimase sveglio. Egli, ascendendo al cielo dopo la sua risurrezione, fu elevato in alto come aquila. Egli dunque è per noi tutto questo insieme: uomo per la sua nascita, vitello per la sua morte, leone nella sua risurrezione, aquila nella sua ascensione al cielo. Ma siccome, come abbiam già detto sopra, i quattro esseri viventi simboleggiano i quattro Evangelisti e questi, con le loro figure tutti gli uomini perfetti, ci rimane da far vedere come ciascun eletto venga adombrato nella visione degli esseri viventi.
Ciascun eletto ed ogni uomo maturo nella via di Dio, è insieme uomo, vitello, leone e aquila. L'uomo è un animale ragionevole. Il vitello di solito viene immolato nel sacrificio. Il leone è un animale forte, come sta scritto: Il leone, il più forte degli animali, non teme l'incontro di nessuno. L'aquila vola in alto e fissa, senza batter ciglio, i raggi del sole. Così chi è maturo nella ragione, è un uomo. E se mortifica se stesso da ogni piacere mondano, è un vitello; e poiché, per questa sua mortificazione spontanea, possiede la forza della sicurezza, per cui sta scritto: Il giusto è sicuro come il leone che non ha paura di nulla, egli è un leone; siccome, poi, contempla in modo sublime le realtà celesti ed eterne, è un'aquila. Perciò, se ogni giusto diventa uomo in virtù della ragione, vitello in virtù del sacrificio della sua mortificazione, leone per la forza della sicurezza, aquila per la contemplazione, giustamente questi esseri viventi possono essere il simbolo di ogni uomo perfetto. Ecco perché ci proponiamo di dimostrare che quanto è stato detto dei quattro esseri viventi, può essere applicato ai singoli uomini perfetti.

[Nota 8] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 39-40.

[Nota 9] L.Cappelletti, Gli affreschi della cripta anagnina. Iconologia, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Miscellanea Historiae Pontificiae 65, Roma, 2002, p.185.

[Nota 10] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 93.

[Nota 11] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 40.

[Nota 12] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 40.

[Nota 13] Possiamo qui citare il testo di 1 Pt 4, 12-16, che fa eco alle parole di Gesù sulla persecuzione dei suoi discepoli:
“Carissimi, non siate sorpresi per l'incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome”.

[Nota 14] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 102.

[Nota 15] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 40-41.

[Nota 16] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 30-31.

[Nota 17] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 47-48.

[Nota 18] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 48-49.

[Nota 19] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 52.

[Nota 20] Ci preme ricordare ancora una volta che nel presente breve articolo di introduzione all'Apocalisse, con l'ausilio iconografico della cripta anagnina, non abbiamo potuto analizzare aspetti di enorme importanza del testo giovanneo, ad esempio, l'assenza del Tempio nella Gerusalemme celeste, al momento del pieno compimento della Chiesa, poiché “il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo Tempio” (Ap 21, 22) e la presenza “di un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese e le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22, 2), chiaro richiamo, in prospettiva nuovamente di compimento, dell'albero della vita di Gen 2-3.

[Nota 21] La tradizione cattolica ha, fin all'inizio, rifiutato la lettura millenaristica. Un Decreto del S.Ufficio del 21 luglio 1944 esprime ulteriori riserve anche sul cosiddetto “millenarismo mitigato” sostenuto da taluni esegeti. Secondo la dottrina del millenarismo mitigato “Cristo Signore, prima del giudizio finale, preceduto o no dalla resurrezione di molti giusti, deve venire a regnare visibilmente sulla terra”. Il Decreto del S.Ufficio afferma che tale sistema “non può essere insegnato con certezza” (AAS 36 (1944), 212, anche in Enchiridion Biblicum, 570. In effetti, la lettura simbolica orienta in altra direzione.

[Nota 22] U.Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia, 1982, p. 55.

[Nota 23] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 37.

[Nota 24] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 35.

[Nota 25] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 40.

[Nota 26] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 49.

[Nota 27] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 52.

[Nota 28] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 54.

[Nota 29] U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, p. 61.