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NOSTRO SIGNORE GESU' CRISTO RE DELL'UNIVERSO. Anno C





Lc 23,35-43

In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto".
Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".
Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso".


IL COMMENTO


C'è un Regno nel quale il Re per amore dei suoi sudditi si fa condannare, ingiustamente, alla loro stessa pena. La salvezza e la felicità dei sudditi dipende da una sola cosa: accettare d'aver peccato e meritare la pena, e non sbraitare e inveire cercando una impossibile giustizia, quella tutta umana di vedere i chiodi della pena sfilati da mani e piedi. Impossibile e ingiusta giustizia. Perchè non centra il vero problema, il cuore. Che senso e che bene sarebbe vedere accordato un perdono peloso e buonista che liberi dalla pena e dalle conseguenze dei peccati senza cambiare davvero il cuore?

Il Regno assolutamente nuovo brilla tutto nel Suo Re che, come i Suoi sudditi, è in questo mondo ma non è di questo mondo. E' il nostro Re, Colui che accetta di essere trapassato dalla stessa nostra pena. Il nostro Re prende e porta i nostri peccati, sino a fare della nostra pena la Sua pena, della nostra croce la Sua Croce. Di sangue e di Gloria, di morte e di Vita. Lui, dirà San Paolo, si è fatto maledizione per noi perchè noi potessimo divenire la Sua Giustizia.

Sulla Croce pendeva la scritta "Questi è il Re dei Giudei" a indicare il trono di misericordia del Suo Regno, da cui è sgorgato il preziosissimo sangue che ha lavato ogni peccato. La Sua Croce è la porta che ci fa entrare nella morte conseguente ad ogni nostro peccato già da vittoriosi, da perdonati, come uomini nuovi. Il miracolo è restare con Cristo crocifissi alla storia, territorio infinito del Suo Regno, senza scappare, e i Suoi chiodi come un sigillo a farci Suoi figli. Figli laddove tutto e tutti, sommi sacerdoti religiosi scandalizzati e soldati secolarizzati e sarcastici, hanno sempre da dubitare e da schernire. Figli nel Figlio dove il Figlio è Figlio. Crocifissi con Lui.

E lì sulla Croce, come Isacco e Abramo sul Moria, consumare l'intimità celeste di chi, in completa fiducia, si guarda diritto e profondo negli occhi: "Oggi, ora sarai con me nel Paradiso, nel Regno eterno, nell'amore infinito". Sulla Croce il nostro cuore è cambiato dalla Sua misericordia. Un Cuore di carne eppure celeste, crocifissi eppure risorti e , morenti eppure vivi e regnanti con Cristo.

A noi compete solo il Santo Timore, un abbandono totale e fiducioso al Suo Cuore, che non delude. Mai. Neanche nel momento peggiore. Neanche tra le grida assordanti d'un mondo che ci incita a scendere dalla Croce avvinti dal dubbio del "se davvero sei figlio...." Con Lui oggi nel Paradiso.



XXXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C



Dal Vangelo secondo Luca 21,5-19.

Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse:
«Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli.
Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,
e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Questo vi darà occasione di render testimonianza.
Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;
io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;
sarete odiati da tutti per causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.
Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.



IL COMMENTO


"Devono accadere tutte queste cose". Nulla di strano dunque nella nostra vita. Lo strano sarebbe pensare il contrario, stupirsi di ciò che siamo chiamati a vivere. Chi è stato riscattato dal Signore, chi è ormai inseparabilmente Suo, chi ha lavato nel sangue dell'Agnello ogni istante della propria vita, partecipa del destino del suo Signore. Ne è parte e per questo ogni conato di violenza che si abbatte sul Signore, si abbatte concretamente su chi, su questa terra, gli offre la propria carne e il proprio essere. La Chiesa è il Corpo vivo del Signore e la nostra vita ne è parte integrante. Nulla di noi può essere indifferente al combattimento escatologico che si sta consumando sulla scena della storia. Neanche il dolore di testa che accompagna le faccende apparentemente sempre uguali d'una mamma nascosta tra le mura di casa. Nulla è anonimo nella nostra vita. Nulla è indifferente, in ogni secondo è racchiuso il destino dell'umanità. Per questo guerre, tragedie cosiddette naturali, odii, rancori, persecuzioni, le spade che tranciano di netto addirittura le famiglie, la salute, ogni versante della nostra vita è uno scrigno di Grazia per il mondo intero.

Tutto passa, di nulla, neanche del tempio più maestoso resterà pietra su pietra. La nostra vita perduta per il Nome dolcissimo di Gesù, la nostra vita rapita dal Suo amore e strappata alle concupiscienze, gli istanti delle nostre esistenze che si dipanano lungo sentieri misteriosi sono il segno dell'eternità di cui ogni vita è intrisa, come il vasetto che conteneva il preziossimo nardo, il più prezioso, con cui Maria unse Gesù pochi momenti prima della Croce. Lo stesso nardo che ha portato alla tomba e non ha usato, perchè la morte era ormai vinta e la nuova fragranza di vita eterna già riempiva l'aria di quel mattino di Pasqua.

Così gli accadimenti che si susseguono nelle nostre vita dischiudono il vasetto perchè si spanda il profumo meraviglioso, l'essenza capace di riscattare ogni male del mondo: l'amore infinito di Cristo, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte che scaturiscono dalle nostre ore, come un giorno sangue e acqua, battesimo e cibo di vita, zampillarono dal Suo costato. Il mondo geme in attesa di quest'unico amore capace di salvare ogni uomo. La storia, anche quella di oggi disseminata di cadaveri, non è altro che questo povero urlo di disperazione in attesa dell'amore definitivo. La perseveranza, dono celeste, è il nostro sigillo sul mondo, la nostra vita è il fianco squarciato del Signore, la porta spalancata sul cuore di Dio, amore gratuito preparato per ogni uomo. La nostra vita perduta per Cristo è consegnata, in Lui, per la salvezza del mondo.



Evangelio según San Lucas 21,5-19.
Y como algunos, hablando del Templo, decían que estaba adornado con hermosas piedras y ofrendas votivas, Jesús dijo:
"De todo lo que ustedes contemplan, un día no quedará piedra sobre piedra: todo será destruido".
Ellos le preguntaron: "Maestro, ¿cuándo tendrá lugar esto, y cuál será la señal de que va a suceder?".
Jesús respondió: "Tengan cuidado, no se dejen engañar, porque muchos se presentarán en mi Nombre, diciendo: 'Soy yo', y también: 'El tiempo está cerca'. No los sigan.
Cuando oigan hablar de guerras y revoluciones no se alarmen; es necesario que esto ocurra antes, pero no llegará tan pronto el fin".
Después les dijo: "Se levantará nación contra nación y reino contra reino.
Habrá grandes terremotos; peste y hambre en muchas partes; se verán también fenómenos aterradores y grandes señales en el cielo.
Pero antes de todo eso, los detendrán, los perseguirán, los entregarán a las sinagogas y serán encarcelados; los llevarán ante reyes y gobernadores a causa de mi Nombre,
y esto les sucederá para que puedan dar testimonio de mí.
Tengan bien presente que no deberán preparar su defensa,
porque yo mismo les daré una elocuencia y una sabiduría que ninguno de sus adversarios podrá resistir ni contradecir.
Serán entregados hasta por sus propios padres y hermanos, por sus parientes y amigos; y a muchos de ustedes los matarán.
Serán odiados por todos a causa de mi Nombre.
Pero ni siquiera un cabello se les caerá de la cabeza.
Gracias a la constancia salvarán sus vidas.



COMENTARIO


"Deben ocurrir todas este cosas". Nada es extraño en nuestra vida. El extraño sería pensar el contrario, asombrarse de lo que somos llamados a vivir. Quien ha sido rescatado por el Señor, quién ya es inseparablemente suyo, quién ha lavado en la sangre del cordero cada instante de su propia vida, participa de la suerte de su Señor. Es parte de El y por eso cada ola de violencia que se abate sobre el Señor, se abate concretamente sobre quién, en esta tierra, le ofrece su propia carne y el propio ser. La Iglesia es el Cuerpo vivo del Señor y nuestra vida es parte integrante de ella. Nada de nosotros puede ser indiferente al combate escatológico que se está consumiendo sobre la escena de la historia. Tampoco el dolor de cabeza que acompaña los asuntos aparentemente siempre iguales de una madre escondida entre las paredes de casa. Nada es anónimo en nuestra vida. Nada es indiferente, en cada segúndo de nuestra vida está encerrada la suerte de la humanidad. Por eso guerras, tragedias naturales, odios, rencores, persecuciones, las espadas que cortan de neto hasta las familias, la precariedad de la salud, cada ladera de nuestra vida es un cofre de Grazia por el mundo entero.

Todo se pasa, de nada, tampoco del templo más majestuoso, quedará piedra sobre piedra. Nuestra vida perdida por el Nombre dulce de Jesús, nuestra vidasecuestrada de Su amor y arrancada de las concupiscencias, los instantes de nuestras existencias que se desenvuelven en sendas misteriosas, son la señal de la eternidad de la que cada vida es empapada, como el pote que contuvo el perfume precioso, el más precioso, con el cual Maria ha ungido Jesus antes de la Cruz. El mismo perfume que ha llevado a la tumba y no ha usado, porque la muerte ya fue vencida y la nueva fragancia de vida eterna ya llenó el aire de aquella mañana de Pascua.

Así los acontecimientos que se suceden en nuestra vida abren el pote de nuestras entrañas, de nuestro intimo, para que se esparza el perfume dulze, la esencia capaz de rescatar cada mal del mundo: el amor infinito de Cristo. Su victoria sobre el pecado y sobre la muerte manan de nuestras horas como un día sangre y agua, bautismo y alimento de vida, manaron del costado de Cristo. El mundo gime en la espera de este único amor capaz de salvar a cada hombre. La historia, también la de hoy diseminada de cadáveres, no es otro que este pobre grito de desesperación en espera del amor definitivo.





Giovanni Paolo II
Omelia per la commemorazione dei testimoni della fede del secolo XX, 7 maggio 2000

« Questo vi darà occasione di render testimonianza »

L'esperienza dei martiri e dei testimoni della fede non è caratteristica soltanto della Chiesa degli inizi, ma connota ogni epoca della sua storia. Nel secolo ventesimo, poi, forse ancor più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono stati coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti cristiani, in ogni Continente, nel corso del Novecento hanno pagato il loro amore a Cristo anche versando il sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione vecchie e recenti, hanno sperimentato l'odio e l'esclusione, la violenza e l'assassinio. Molti Paesi di antica tradizione cristiana sono tornati ad essere terre in cui la fedeltà al Vangelo è costata un prezzo molto alto. Nel nostro secolo "la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti" (Tertio millennio adveniente, 37)

Sono testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore e di tante prove. Il mio sacerdozio, fin dalle sue origini, "si è iscritto nel grande sacrificio di tanti uomini e di tante donne della mia generazione" (Dono e Mistero, p. 47). L'esperienza della seconda guerra mondiale e degli anni successivi mi ha portato a considerare con grata attenzione, l'esempio luminoso di quanti, dai primi anni del Novecento sino alla sua fine, hanno provato la persecuzione, la violenza, la morte, per la loro fede e per il loro comportamento ispirato alla verità di Cristo.

E sono tanti! La loro memoria non deve andare perduta.






San Ambrosio (hacia 340-397). Obispo de Milán y doctor de la Iglesia
Comentario al evangelio de Lucas, X, 6-8

La venida de Cristo

«No quedará piedra sobre piedra: todo será destruido». Estas palabras eran verdaderas referidas al Templo construido por Salomón..., porque todo lo que construyen nuestras manos perece por usura o por deterioro, es convertido en ruinas por la violencia o destruido por el fuego... Pero existe en cada uno de nosotros un templo que sólo se destruye si se derrumba la fe, y particularmente si, en nombre de Cristo, se busca erróneamente refugiarse en las certezas interiores. Posiblemente sea esta interpretación la más útil para nosotros. En efecto, ¿de qué me sirve saber cuando será el día del juicio? ¿De qué me sirve, siendo consciente de tanto pecado, saber que el Señor vendrá un día, si no vuelve a mi alma, si no vuelve a mi espíritu, si Cristo no vive en mí, si Cristo no habla por mí? Es a mí que Cristo debe venir, es en mí que ha de tener lugar su venida.

Ahora bien, la segunda venida del Señor será al fin del mundo, cuando podamos decir: «Para mí el mundo está crucificado y yo para el mundo» (Ga 6,14)... Para quien el mundo está muerto, Cristo es eterno; para él el templo es espiritual, la Ley es espiritual, la misma Pascua es espiritual... Para él, pues, es real la presencia de la sabiduría, la presencia de la virtud y de la justicia, la presencia de la redención, porque Cristo murió, por los pecados del pueblo, una sola vez pero con la finalidad de rescatar cada día los pecados del pueblo.






XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C










Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.


IL COMMENTO

Prigionieri di un Io sconfinato, gli altri solo dei poveri scarti di noi stessi, schiavi della presunzione d'essere gli unici giusti sempre nel giusto. Io sono diverso, un ritornello che risuona spesso e non a caso di questi tempi, in questa società edonistica e carnale dove il diverso a tutti i costi rivendica più diritti degli altri. In tutto quel che faccio. Lavoro, studio, amore, famiglia, sport, ovunque io sono unico, diverso, migliore. E anche chi crede di essere immune da questo virus, sprofondato nelle proprie incapacità intellettuali, chi pensa d'essere inferiore agli altri, forse meno brillante, scopre che, alla fine, è proprio in questa presunta inferiorità che trova unicità e diversità dalle quali giudicare e disprezzare.

Così è svelata un'amara realtà, il fariseo sta adorando se stesso; in Chiesa, davanti a Dio, come davanti ad uno specchio, a mirarsi e rimirarsi le opere buone come ad avere di che farsi ricordare. "Specchio delle mie brame, chi è il migliore del reame?". Questa è la patologia demoniaca di cui tutti siamo afflitti. Una menzogna che gli eventi d'ogni giorno svelano impietosamente, quando, tra fallimenti a raffica di progetti e speranze sono svelate le falle delle nostre opere, la sabbia dove affonda la nostra vita. E allora giù depressioni, arrabbiatture, livori, violenze, mormorazioni, risentimenti. Scioperi, manifestazioni, suicidi. Lenti suicidi spirituali.

"Questa è la sorte di chi confida in se stesso, sarà loro pastore la morte". Ma si! Ben venga la morte, la distruzione degli ideali che ci infilzano ai sogni. Che giunga presto la piccola pietruzza a distruggere la statua di quei miserevoli Nabucodonosor che siamo. Il carattere della moglie, la ribellione del figlio o i pantaloni a vita bassa della figlia, quel professore o la vicina di casa. Una malattia, la morte di chi ami di più. Tutto ad uccidere il nostro uomo vecchio, e diventare finalmente come il pubblicano, stravolti, impauriti, insicuri, contriti e umiliati. E' lui l'uomo che ha percorso il Santo viaggio attraverso la valle del pianto, il cammino di fede che ci ha fatto discendere dalla presunzione alla verità, sino alle acque del battesimo, per entrare nella vita nuova sussurrando "Signore pietà di me..... davvero mi ami così?".

Allora, la nostra vita è una Buona notizia: il Signore, attraverso ogni nostro istante inzuppato di sofferenza, ci conduce alla Vita, dove perdere noi stessi per essere ricolmi di Lui.




COMMENTO (2)


Pregare non basta. Anzi. Salire al Tempio a pregare ed uscirne assolutamente identici è una possibilità tutt'altro che remota. Presumere di se stessi qualsiasi cosa è infatti un veleno che infetta anche i momenti più sacri. L'orgoglio, la superbia, la considerazione di sé stessi migliori degli altri è un sentimento che ci definisce appropriatamente. Non a caso il disprezzo degli altri, che è l'inseparabile compagno della presunzione (dal latino praesuntionem, participio passato di praesumere, prendere anticipatamente, immaginarsi prima, prae-innanzi e sumere-attribuirsi) è un criterio infallibile nel discernimento degli spiriti.

Dal presumere di se stessi al presumere di pregare, il passo è breve. Il fariseo "pregava così tra sé". La traduzione non ci aiuta a penetrare il significato originale delle parole di Luca; potrebbe sembrare che il fariseo stia pregando nel suo intimo. Il testo greco invece utilizza un'espressione diversa, che si potrebbe tradurre più esattamente così: "il fariseo stando in piedi pregava rivolto verso se stesso". Il centro del dialogo è lui stesso. La sua vita è fondata su se stesso. Lui è Dio. Per questo la giustificazione gli perviene dalle sue stesse opere; presumere è lasciarsi bruciare da un cortocircuito mortale, la vita strozzata nella superbia. Il Tempio è solo un luogo puramente convenzionale, la passerella dell'ipocrisia. E la vita, e il cuore, non cambiano d'una virgola. Si torna a casa senza giustificazione.

E sì che se ne aveva bisogno, eccome. Le opere infatti, seppur compiute, non giustificano, non ci strappano all'ingiustizia che macchia ogni nostro istante. Ne facciamo la triste esperienza durante lo svolgersi dei nostri giorni. Anche l'amore più puro, una mamma verso il suo bambino, è macchiato d'egoismo. Dio. Lui solo giustifica. Lui solo perdona. Un cuore affranto e umiliato, spezzettato negli infiniti grumi di verità che sono la nostra vita, i peccati, gli errori, le debolezze. Nulla di sano in noi senza di Lui.

E due occhi bassi, una mano a percuotersi lì dove alberga l'inganno, il cuore dal quale sgorga ogni malvagità. Dio e il cuore dell'uomo. Dio e il grido d'angoscia d'uno schiavo. La pietà e un peccatore. E la giustificazione. L'umiltà ed il perdono. Pregare non basta, anzi. La domanda di Grazia d'un condannato a morte. Se non è questo, la nostra preghiera resterà vuota, non varcherà la soglia delle nostre labbra. Sperare stando nell'inferno, come diceva Silvano del Monte Athos, e bussare senza stancarsi, con l'audacia d'un moribondo cui resta solo una speranza. Il Suo amore. Il Suo perdono. E la speranza non delude. Mai.




San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Ep 3, 713 ; 2, 277 in Buona Giornata

« Abbi pietà di me peccatore »


È capitale che tu insista su quello che è la base della santità e il fondamento della bontà, cioè la virtù per la quale Gesù si è presentato esplicitamente come modello : l'umiltà (Mt 11,29), l'umiltà interiore, più dell'umiltà esteriore. Riconosci quello che sei realmente : un nulla, miserabilissimo, debole, impastato di difetti, capace di cambiare il bene in male, di abbandonare il bene per il male, di attribuirti il bene e di giustificarti nel male, e per amore del male, di disprezzare Colui che è il bene supremo.

Non andare mai a letto senza aver prima esaminato in coscienza come hai passato la tua giornata. Rivolgi tutti i tuoi pensieri verso il Signore, e consacragli la tua persona e tutti i cristiani. Poi offri alla sua gloria il riposo che stai per prendere, senza mai dimenticare il tuo angelo custode, che sta in permanenza accanto a te.




Domenica del Fariseo e del Pubblicano nella Liturgia Bizantina

Pagani, Roberto
Cultura Cattolica


Abbiamo due persone. Da un lato il fariseo, un membro di quella comunità religiosa osservante contro cui Gesù si è frequentemente scontrato, nonostante fosse la corrente più spirituale del Giudaismo. Dall'altro lato un pubblicano, dal latino publicanus, esattore di denaro pubblico: occupazione alquanto disprezzata nell'antichità, ancora di più in quella sperduta provincia dell'impero romano nella quale le tasse andavano a finire nelle casse dell'odiato invasore, opportunamente alleggerite della quota di spettanza, più o meno lecitamente convenuta, allo stesso esattore. Gesù li paragona ponendoli allo stesso livello: paragone alquanto sorprendente, perché come esempio da seguire Gesù presenta un individuo considerato spregevole e sceglie il modello da evitare tra i membri di uno movimenti religiosi più vivaci del momento.
Con questa domenica inizia ad essere utilizzato il Triodion Katanyktikon (della contrizione, del pentimento), il libro liturgico proprio del periodo quaresimale, le cui specifiche preghiere si vanno ad aggiungere a quelle dell'ufficio domenicale che celebra settimanalmente la risurrezione di Cristo dai morti.
La Quaresima, prima ancora delle sue pratiche esteriori, inizia con una preghiera per ottenere l'umiltà, che è l'inizio del vero pentimento, che è prima di tutto un ritorno all'ordine autentico delle cose, il ristabilimento della giusta prospettiva. Esso è dunque radicato nell'umiltà. Che ne è frutto e compimento. La cultura della nostra società infonde in noi costantemente il sentimento dell'orgoglio, dell'autoglorificazione e dell'auto-giustificazione, caratteristiche appaiono per lo più come virtù, soprattutto in ambito lavorativo, ma non solo. Ne siamo così prigionieri che ascoltando la parabola lucana non siamo nemmeno sfiorati dal dubbio che gran parte della nostra vita sia assorbita da queste dimensioni così poco evangeliche. Tutto questo si fonda sul presupposto che l'uomo è capace di realizzare ogni cosa da se stesso, perfino la propria salvezza. Siamo disposti ad accettare l'umiltà solo come ammissione della nostra ignoranza o incompetenza su un determinato argomento. Ma allora cos'è l'umiltà? Non possiamo che rispondere partendo da Dio. Dio stesso è umile! La nostra mentalità umana tende ad opporre gloria ed umiltà. Dio è umile perché è perfetto, la sua umiltà è la sua gloria, sorgente di ogni vera bellezza, perfezione e bontà. Chiunque si avvicina a Dio e lo conosce, partecipa immediatamente della sua umiltà ed è rivestito della sua bellezza. Questo è avvenuto per Maria, la Madre di Dio: la sua umiltà ha fatto di lei la gloria di tutta la creazione e la più grande rivelazione della bellezza sulla terra. Questo vale per ciascun santo, e quindi anche per ciascuno di noi nei rari momenti dei nostri contatti con Dio. Si diventa umili contemplando Cristo, l'umiltà divina incarnata, colui nel quale Dio ha rivelato una volta per tutte la sua gloria come umiltà e la sua umiltà come gloria. L'umiltà si impara contemplando Cristo che dice: "imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt. 11, 29), si impara valutando ogni cosa secondo Cristo, riferendo tutto a lui. Perché senza Cristo la vera umiltà è impossibile: così per il fariseo persino la religione diventa orgoglio delle realizzazioni umane. Questo continuo riferimento a Gesù umile, come vedremo, è ampiamente sviluppato nell'ufficiatura, affinché il fedele possa radicare il proprio essere sul fondamento che è Cristo, e non su un falso moralismo.
Il senso della parabola non è solo una lezione di morale: come Dostojevskij ha raccontato nel suo "I fratelli Karamazov", si tratta del grande conflitto che Dio e il diavolo combattono nel e peril cuore dell'uomo, senso di tutta la storia dell'umanità. Si tratta di due tipi di peccatori, opposti secondo l'intimità del loro cuore, di due tipi di atteggiamenti e di comportamenti spirituali, sia nei riguardi di Dio che degli altri uomini.
Innanzitutto entrambi salgono al tempio, si separano cioè dal mondo, entrano in uno spazio e in un tempo nel quale possono fermarsi, guardarsi dentro, e rivolgersi al loro Signore.
Il fariseo si presenta "in piedi", che si potrebbe anche intendere "a testa alta", pregando come qualsiasi altro pio israelita, e tra le righe possiamo intravedere anche una componente di orgoglio nel fatto che questo suo stare ritto lo poneva in qualche modo in posizione di essere notato da altri. Pregava per essere visto, lodato, celebrato, riconosciuto, quasi che la sua preghiera fosse più rivolta a se stesso che a Dio, congratulandosi a se stesso per le sue pratiche devozionali. Usava il ringraziamento a Dio per esaltare se stesso. Ringraziava Dio per non essere come gli altri uomini, che con ogni probabilità disprezza e condanna, per essere onesto, per non aver mai fatto male a nessuno, per essere andato in chiesa a tutte le feste comandate, e così via.
Anche il pubblicano sceglie la solitudine, si ferma in fondo, col capo chino, in un atteggiamento di contrizione che è ben diverso dalla superbia arrogante del fariseo. Anch'egli si rivolge a Dio: non per vantarsi, ma per implorare misericordia: confessa la sua indegnità interiore. Sia stato un buon padre di famiglia o un buon amico, non ci è dato sapere: sappiamo solo che si sentiva davanti allo sguardo di Dio, e che Dio lo vedeva. Questi due tipi fondamentali dello spirito umano, l'umile e il superbo, dimostrano il loro vero valore: lo spogliamento, la povertà di spirito che introduce alle ricchezze del regno opposto all'arroganza egoista, manifestata con il complesso della superiorità morale. L'orgoglio autosufficiente è un luogo privilegiato per il principe di questo mondo. Il testo greco ci suggerisce che il pubblicano non si sentiva un peccatore, ma ilpeccatore, il peccatore per eccellenza. Non ha null'altro in cui confidare se non la misericordia di Dio. Non cerca aiuto da nessun altro, se non da Dio. Sa benissimo che gli altri uomini, farisei di ogni genere in testa, non lo degnano nemmeno di uno sguardo, ma crede fermamente nella misericordia di Dio. Il cuore umiliato ha il sopravvento sul trionfo del diritto: la contrizione sarà esaltata, mentre la soddisfazione canonica sarà condannata.
L'ufficiatura, per la verità, non è molto lunga, ma l'essenzialità nella liturgia è segno di una intensità spirituale impressionante: i temi della parabola evangelica diventano una opportunità che ci viene offerta per un arricchimento spirituale in grado di farci amare il cammino della nostra conversione. È caratteristico per la maggior parte degli inni propri della Quaresima il rimandare a me, a noi che abbiamo peccato, al soggetto liturgico.
Così al Lucernario l'invocazione alla misericordia di Dio viene da subito accostata al digiuno, anche se questa inizierà qualche settimana dopo: "Fratelli, non preghiamo come il fariseo, perché chi si esalta sarà umiliato, (ma) umiliamoci dinanzi a Dio come il pubblicano, invocando con il digiuno: "O Dio, abbi pietà di noi, peccatori". "Il fariseo, dominato dalla vanagloria, e il pubblicano, piegato dal pentimento, si accostarono a te, unico Sovrano: ma l'uno, per essersi vantato, fu privato di ciò che aveva di bene; mentre all'altro, che neppure aveva aperto bocca, furono elargiti i doni (carismi)".". Il peccato di superbia porta ad una umiliazione che colpisce la mancanza di carità e di discernimento; la superiorità morale, oggi così sbandierata, è una colpa spirituale ed intellettuale, diviene un peso opprimente. Invece l'umiliazione come riconoscimento di povertà e quindi di insufficienza, alleggerisce l'anima e la illumina. Una tale indigenza consente allo Spirito Santo di operare nell'uomo senza costringerlo. È la arricchente "mendicità" spirituale delle beatitudini: il povero di spirito non è il semplice, il limitato, lo stupido di turno, quanto piuttosto lo spirito dell'uomo che va elemosinando lo Spirito, e che si arricchisce al di là di ogni misura umana dell'energia pneumatica, i carismi appunto richiamati dalla strofa appena cantata. "Rendi degni della tua beatitudine coloro che per te si trovano mendicanti di spirito", dice un tropario della nona ode del canone.
La strofa cantata dopo il Gloria, sempre al Lucernario, fa emergere un altro elemento in relazione al pentimento e alla contrizione, anch'esso riccamente sviluppato nel corso del cammino quaresimale: le lacrime. "Signore onnipotente, so quanto possono le lacrime: hanno fatto risalire Ezechia dalle porte della morte, hanno liberato la peccatrice dalle sue colpe inveterate; hanno reso il pubblicano più giusto del fariseo".
"Anima mia, comprendi la differenza tra il fariseo e il pubblicano", dice la strofa alla processione rogazionale. "Infatti lo stato di peccato rende i miei occhi accasciati sotto il peso delle mie iniquità. Non posso volgermi a guardare la volta del cielo: ma tu accoglimi nel pentimento come il pubblicano", dice la strofa degli aposticha finali del Vespero.
Nel mattutino domenicale, dopo la proclamazione dell'Evangelo risurrezionale, si canta il consueto inno "Avendo contemplato la risurrezione di Cristo", seguita dall'altrettanto consueto salmo 50, espressione del pentimento di Davide dopo l'accusa di peccato rivoltagli dal profeta Natan. Subito dopo cantiamo i tropari che ci accompagneranno fino alla Domenica delle Palme e che sono stati oggetto di bellissime e commoventi composizioni musicali che portano molto spesso alle lacrime i fedeli che le ascoltano in ginocchio, o, là dove c'è più spazio, prostrati completamente con la fronte a terra: "Aprimi le porte del pentimento, Datore di vita, perché fin dall'alba si leva il mio spirito, si volge in preghiera al tuo santo tempio, portando con sé il tempio contaminato del mio corpo. Ma nella tua compassione purificami, per la tenera benevolenza della tua misericordia". Subito, consapevoli delle difficoltà del cammino, si chiede l'intercessione della Vergine: "Guidami sulla via della salvezza, o Madre di Dio, perché ho profanato la mia anima con peccati vergognosi e ho dissipato la mia vita nella negligenza. Ma per la tua intercessione liberami da ogni impurità". Consapevoli del giudizio che ci attende, si fà ricorso all'unico rimedio possibile, l'amore di Dio: "Quando penso, me miserabile, a tutto il male che ho commesso, tremo per il terribile giorno del giudizio. Ma confidando nella tua tenera benevolenza, come Davide ti grido: abbi pietà di me o Dio, secondo la tua grande misericordia".
È interessante la relazione tra il "tuo tempio santo" e "il tempio contaminato del mio corpo". L'uomo è uno spirito incarnato; se il primo tropario parla dell'impurità del corpo, il secondo, con l'intercessione alla Madre di Dio, parla dell'impurità dell'anima: è l'uomo tutto intero a peccare, anzi, come dicono i Padri, il corpo pecca solo perché lo spirito è debole e gli consente di peccare.
Nella prima ode del canone, opera di Giorgio (figura che può indicare un vescovo di Nicomedia del IX secolo o un monaco dell'XI), si ritorna al tema dell'umiltà e della superbia, dando subito la tonalità tropologica: "Cristo induce con le sue parabole a correggere la propria vita". "Emula quanto ha di bello il pubblicano, e detesta la malizia farisaica". "A te affido, o Sovrana, mente, volontà, speranze, corpo, anima e spirito".
Nella terza ode siamo messi di fronte, senza giri di parole, alla nostra reale situazione: "L'umile è sollevato dal letame delle passioni, chiunque sia invece altero di cuore cade invece paurosamente dalla vetta delle virtù". "La vanagloria devasta tesori di giustizia, mentre l'umiltà disperde il cumulo delle passioni". Mitezza, umiltà, pianto e preghiera vengono indicati come via verso il perdono in un incoraggiamento fraterno: "Diamoci allo zelo, fedeli, agendo con mitezza, vivendo insieme con umiltà, nel gemito del cuore, nel pianto e nella preghiera, per ottenere il perdono da Dio".
La quarta ode ci mette di fonte a Cristo: "Il Verbo ha reso l'umiltà una perfetta via di elevazione, umiliando se stesso sino ad assumere forma di servo. E chiunque imita questa umiltà, umiliandosi viene innalzato". "L'umiltà guadagna la giustizia proprio con l'estrema indigenza di questa: anche noi possiamo acquisirla!" "Il Salvatore e Sovrano, come mezzo per elevarci, ci ha indicato l'umiltà: egli infatti ha lavato con le proprie mani i piedi dei discepoli".
La quinta ode ci può forse mettere a disagio: non dobbiamo credere che nel pubblicano tutto sia buono a priori e che nel fariseo tutto sia cattivo: "Sforziamoci di imitare le virtù del fariseo, e di emulare l'umiltà del pubblicano, ma detestando in entrambi ciò che è male: tanto la folle arroganza che la sozzura delle colpe". La parabola non parla di perdizione o di salvezza, quanto piuttosto della posizione dell'uomo di fronte alla giustizia di Dio, che guarda più al cuore umano che non alla osservanza di una legge che preveda delle sanzioni automatiche. Per contro, esiste il rischio di una falsa umiltà, il piacere malsano dell'umiliazione che, per quanto poco frequente nella nostra società, è comunque un fenomeno molto noto agli asceti e, forse, anche a qualche psicologo. Per questo siamo invitati a essere ragionevoli, anche nell'esercizio delle virtù, per non pervertirle mediante l'esagerazione, e ci ricorda che, al di là di tutto, osservare la legge è cosa buona: del resto il pubblicano si riconosce peccatore per la propria colpa nei riguardi di una legge che ha comunque trasgredito. "La corsa della giustizia si è dimostrata vana per il fariseo, che l'ha compiuta unendovi la presunzione; il pubblicano, al contrario, si è preso l'umiltà come compagna della virtù che innalza".
La sesta ode segnala il capovolgimento dei valori: né il peccato, né la sua remissione sono in funzione di fattori esterni, tanto meno dipendono dall'opinione pubblica: "Il fariseo viveva tra le virtù e il pubblicano tra le colpe. Ma il primo si sobbarcò quella folle umiliazione che viene dall'orgoglio, mentre l'altro fu esaltato mostrandosi di umile sentire". Per non essere indotti in errore, siamo rimessi di fronte al Cristo umile: "Cerchiamo con zelo le vie del Salvatore Gesù e la sua umiltà, noi che desideriamo trovare la dimora infinita della gioia venendo ad abitare la terra dei viventi".
A differenza dell'usuali, ci vengono offerti due kontàkia: se nel primo c'è la semplice riproposizione del tema dominante: "Fuggiamo il superbo parlare del fariseo, e impariamo l'elevatezza delle parole umili del pubblicano", nel secondo ci viene mostrato il carattere sacramentale del pentimento: "Come il pubblicano, offriamo gemiti al Signore, e gettiamoci ai suoi piedi come peccatori davanti al Sovrano: egli vuole la salvezza di tutti gli uomini e concede la remissione a tutti quelli che si pentono, perché per noi si è incarnato, lui che è Dio, costerno al Padre". Il fondamento cristologico è garanzia contro ogni sentimentalismo emotivo.
La chiave di lettura della settima ode può essere considerata la scala di Giacobbe, figura sia della scala ascetica di Giovanni Climaco (gr: della scala) sulla quale i monaci salgono verso il regno mentre i diavoli cercano di farli piombare a terra, così come di Maria, scala "dalla quale è disceso il Dio incarnato per portare in alto a loro volta i mortali". "Il pubblicano, sollevato agilmente dall'ala dell'umiltà, giunse vicino a Dio". "Servendosi di umili modi come di una scala, il pubblicano fu sollevato alle altezze del cielo". "L'ingannatore, quando insidia i giusti, li depreda con sentimenti di vanagloria, mentre lega i peccatori con i lacci della disperazione".
L'ottava ode, quasi a rincuorarci, ci invita a riporre la nostra speranza in Dio e nella sua misericordi: "Dio ascoltò il gemito del pubblicano e, giustificandolo, mostrò a tutti che egli si lascia sempre piegare se gli chiediamo il perdono delle colpe con gemiti e lacrime".
Nella nona ode, l'invito alla nostra conversione si fa, se possibile, più esplicito, ponendo il testo in prima persona, in modo da coinvolgere direttamente colui che prega: "Oppresso da un nugolo di colpe, ho superato il pubblicano per eccesso di malizia, e ho assunto per giunta la boria millantatrice del fariseo, rendendomi da ogni parte privo di qualsiasi bene. Signore, usami indulgenza".
Nelle strofe delle Lodi, gli stessi innografi conducono il fedele a una sintesi personale: "Poiché hai appreso anima, la differenza tra il pubblicano e il fariseo, detesta dell'uno le parole superbe, dell'altro emula la preghiera compunta".
Non possiamo lasciare che questo invito alla sintesi personale rimanga inascoltato.
Sotto un certo punto di vista, questa è una parabola pericolosa: è facile condannare il fariseo per il suo atteggiamento, ponendoci così al suo stesso livello, come se avessimo il diritto di considerarci più giusti, come se, considerato le opere compiute, avessimo fatto quanto dovevamo fare. È tuttavia ancor più pericoloso porci sullo stesso piano del pubblicano: siamo capaci della stessa umiltà e dello stesso pentimento?
È un processo senza fine, perché l'uomo non può mai raggiungere la perfetta umiltà di Cristo, che spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, che si è abbassato fino alla tomba caricando su di sé tutti i peccati del mondo. Non per niente i santi sono sempre maggiormente consapevoli della loro indegnità e del loro peccato: essi sono convinti di essere i più grandi peccatori!
Noi dipendiamo sempre dalla misericordia di Dio. Non potremmo avvicinarlo nemmeno senza chiedere la sua misericordia. Chiunque la chiede non sarà mai respinto, è una preghiera di sicuro effetto. Per questo il Kyrie elèison è così insistentemente ripetuto nella Divina Liturgia e in qualsiasi ufficio della tradizione bizantina.
La famosissima preghiera di Gesù (Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore) altro non è se non un adattamento di questa preghiera: detta con un briciolo di fede, ci aprirà la via verso il perdono di Dio e per la venuta del suo regno nel nostro cuore. Se stessimo di fronte al trono di Dio chiedendo che ci sia dato quanto meritiamo, saremmo perduti irrimediabilmente. Solo la misericordia di Dio ci può salvare.
Una volta un peccatore disse al proprio padre spirituale: "Se fossi Dio, non perdonerei mai un uomo che ha peccato come ho peccato io". L'altro rispose: "Per fortuna non sei Dio: la sua misericordia è più grande di qualsiasi cosa possiamo immaginare".
Isacco il Siro scrisse nel sesto secolo: "Non dire mai che Dio è giusto. Se lo fosse, saresti all'inferno. Confida solo nella sua ingiustizia, che è misericordia, amore, perdono".
Signore, abbi pietà di me, il peccatore. Amen.

Paolo VI. Il Fariseo e il pubblicano

Il primo pensiero è questo: l’uomo ha bisogno di redenzione. Dire questo e dire la somma della filosofia dell’uomo e della teologia della vita è la stessa cosa. L’uomo ha bisogno di redenzione; il che significa non solo che manca di un complemento alla sua perfezione e alla sua felicità, ma che egli ha bisogno d’una riparazione, d’una liberazione, d’una rigenerazione. Ha bisogno d’una guarigione, d’un ricupero, d’una riabilitazione. Ha bisogno d’un perdono. Ha bisogno di ritornare uomo; di riacquistare la sua dignità, la sua vera personalità. E poi riavrà pace, gioia, voglia sana di vivere, speranza. Poi riacquisterà la visione chiara sul mondo, sugli uomini, sulla storia, sulla morte, su l’al di là. Ma ora, di per sé, la sorte umana si trova in una condizione imperfetta, infelice. Gli stessi sforzi, che l’uomo fa per dare normalità, forma, progresso, coscienza alla sua vita, finiscono per denunciare ancora più palesemente lo stato di insufficienza e di degradazione, in cui egli si trova. E se non bastasse la complicata esperienza umana a dimostrare che nel complesso delle nostre sorti v’è qualche cosa che radicalmente non va, la parola del Signore, enucleata dall’insegnamento della Chiesa, ci persuade che noi ci troviamo nella necessità di una redenzione, d’una salvezza.

Se noi abbiamo la sapienza, umile e penetrante, di riconoscere questa necessità, noi siamo sulle soglie del tempio, come il Pubblicano del Vangelo (Cfr. Lc 18,10 ss.), dove la prima, la fondamentale, l’indispensabile riparazione della nostra miseria si compie.

L’altro pensiero, complementare del primo, ci fa riflettere sulla impossibilità delle forze umane a procurarsi la redenzione di cui l’uomo ha bisogno. Bisogno e autonoma impossibilità di redenzione, è la duplice persuasione, con la quale noi ci dobbiamo accostare alla celebrazione dei riti liturgici, i quali rievocano e interiormente rinnovano il mistero pasquale. Questo senso d’impossibilità è anch’esso indispensabile nella economia della nostra pedagogia religiosa, della nostra mentalità cristiana. (Ricordiamo, fra le tante, la voce del Manzoni nel celebre inno sacro: «qual masso che dal vertice», ecc.). Si connette questa dottrina alla natura del peccato e delle sue conseguenze: la rottura delle relazioni con Dio, ch’è appunto il peccato, paragonabile alla rottura del cavo d’una teleferica, o alla rottura d’un cristallo, chi la può da sé riparare? Ad un morto (perché rispetto al rapporto con la vita di Dio tale è un uomo nello stato di peccato mortale), chi può mai dire le inverosimili parole: «verrò io, e lo guarirò»? (Mt 8,7 cfr. He 10,6-7)

Eppure queste sono le parole di Gesù. Questo è il messaggio, e, ancor più che messaggio, la impensabile realtà portata da Cristo all’umanità. Egli è venuto, ed ha riparato l’irreparabile. Questa è la Redenzione; questo è il mistero pasquale compiuto da nostro Signor Gesù Cristo, «il quale, come scrive S. Paolo, fu immolato per i nostri falli, e fu risuscitato per motivo della nostra giustificazione» (Rom. 4, 25), cioè della nostra salvezza.

Capito questo, vogliamo dire, creduto questo, noi comprendiamo qualche cosa del sacrificio di Gesù, vittima per ciascuno di noi (Ga 2,20), e qualche cosa del disegno di misericordia e di amore, che governa tutta la nostra religione cristiana (Cfr. L. BOUYER,Le rite et l’homme, c. 8).

E comprendiamo parimente qualche cosa, quanto forse ci basta per la nostra fortuna e la nostra felicità, che cosa valga, prima di assiderci alla cena pasquale, accostarci al sacramento della Penitenza, ch’è il sacramento per le anime morte, o comunque bisognose di vita divina, l’applicazione cioè della virtù della passione e della risurrezione di Cristo alle singole nostre persone; è la nostra Pasqua, che trova poi nella santa comunione con Lui la sua pienezza nel nostro pellegrinaggio terreno, la sua promessa per l’eternità (Jn 6,51).

Benedetto XVI. Il Fariseo e il Pubblicano

Come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: «Affrettiamoci a conoscere il Signore». Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà» (Os 6,1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la Misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.

Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: «Due uomini salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18,10 Lc 18,14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e «non come questo pubblicano». Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, «perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14).

Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché «fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna» (1Tm 1,15-16). E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce.

Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista. L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della «spazzatura»; non è più «guadagno» ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr Fl 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’«io» di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.

Miei fratelli e amici, «affrettiamoci a conoscere il Signore» risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’Alto? Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Jl 2,20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Jl 3,28).

Gesù e i Farisei

Isabelle Chareire
docente presso la Facoltà di teologia dell'Università Cattolica di Lione.

Gesù opera un rovesciamento di prospettiva nel modo di intendere la legge da parte del suo universo religioso: egli non la disprezza, ma supera il dilemma sottomissione-trasgressione per far intervenire un terzo dato, la situazione e attaccandosi ad un'osservanza meticolosa e ossessiva della Legge e della tradizione, i Farisei ne perdono infatti di vista l'ispirazione profonda che è quella di promuovere la giustizia, la misericordia e la fedeltà e di essere al servizio di questi valori.
Il discorso sulla purezza si inscrive in questo quadro che vede nel dinamismo profondo del cuore, di ogni cuore, dove è di casa lo Spirito, il luogo in cui può essere vinta la doppiezza ed essere accolta la Grazia che apre alla visione di Dio.
La proclamazione della sesta beatitudine da parte di Gesù dovette apparire agli occhi dei Farisei paradossale e addirittura scandalosa: come poteva tessere l'elogio della purezza Colui che senza complessi trasgrediva le regole della purità legale?
Questa apparente contraddizione segna più in generale l'atteggiamento di Gesù nei confronti della Legge.
Il compimento della Legge da parte di Gesù sposta radicalmente gli abituali punti di riferimento della Legge stessa.
Dopo aver messo in evidenza questo rovesciamento di prospettiva, vedremo di cogliere il nuovo modo di intendere la purezza che esso comporta, per concludere la nostra analisi con gli ostacoli e le poste in gioco di tale comprensione della purezza.

1. Gesù e la legge

L'aperto conflitto tra Gesù ed i Farisei si sviluppa in relazione alla Legge ed alla tradizione. Secondo C. Duquoc, la predicazione di Gesù è sovversiva in quanto opera un triplice rovesciamento di prospettiva: nei confronti della giustizia, della Legge e della tradizione.
La parabola del Figlio prodigo (Luca 15) e quella degli Operai dell'undicesima ora (Matteo 20) relativizzano la giustizia.
Matteo
20, rompe quell'equilibrio sociale per cui il parassita non viene trattato alla pari del lavoratore; il fatto è che le leggi del Regno non obbediscono affatto a questo genere di evidenze.
In realtà, la giustizia sociale, applicata rigidamente, genera alla fine esclusione. In base alla giustizia - che avrebbe riservato un diverso trattamento al figlio minore rispetto a quello maggiore - il figlio prodigo, nonostante il suo pentimento, sarebbe stato vittima della memoria, e cioè della sua reputazione.
La festa organizzata dal padre, il quale non lo tratta in base al peccato commesso, cancella nel figlio la memoria della colpa.
Il Regno di Dio non ha niente a che vedere con la logica sociale che produce l'esclusione, in quanto esso è speranza per coloro che sono senza speranza.
Gesù non disprezza la Legge, ma esce dal dilemma sottomissione/trasgressione facendo intervenire un terzo dato: la situazione.
Qui tuttavia la situazione viene fatta intervenire non nel senso deteriore della casistica, la quale è disposta ad accantonare la legge solo per non farsi scomodare dal prossimo, ma al contrario proprio nella misura in cui essa richiede un coinvolgimento nei confronti dell'altro. Gesù non disprezza la Legge, ma si sente libero riguardo ad essa: la trasgredisce in ragione della disperazione che incontra (guarisce il giorno di Sabato) e rimprovera ai Farisei di dimenticare lo scopo della Legge, quello cioè di "rivelare che ogni essere umano è affidato all'altro". L'essenza della legge consiste nello svincolarsi dall'esclusiva attenzione verso se stessi per richiamare il fatto che l'altro, gli altri esistono; fuori da questa funzione, della quale è al servizio, essa risulta vana, non oggettiva.
Nell'universo religioso di Gesù, la tradizione (cf Mt 15) assolveva una duplice funzione:
- come principio critico, era il luogo di verifica delle decisioni da assumere in presenza di situazioni inedite; questa giurisprudenza, tuttavia, tendeva a diventare impositiva, ed è questo che Gesù rifiuta;
- di fatto la tradizione, in quanto principio globale capace di fare memoria delle esperienze in ragione della loro esemplarità, fosse questa positiva o negativa, giungeva al punto di escludere ogni possibile spazio per una pratica trasgressiva di queste regole: "Gesù non rifiuta l'esperienza del passato come cosa senza valore, ma non accetta che essa sia la misura di ogni possibile esperienza. L'inatteso della decisione presa nel momento presente non viene giustificato facendo ricorso alla coerenza con le norme imposte dal passato".
Tale rovesciamento di prospettiva nei confronti di questi tre punti di forza del Giudaismo porta all'elaborazione di un giudizio critico sui loro possibili effetti perversi e apre all'immagine di un Dio non più ostaggio della Legge e della tradizione, ma mostrato da Gesù nell'inedito del suo divenire. E' in questo orizzonte che dobbiamo intendere la purezza alla quale Gesù ci invita.

2. L'essenziale e l'accessorio

Le dispute di Gesù a proposito del puro e dell'impuro sono riportate da Matteo ai capitoli 15,10-20, e 23,25 ss. Il primo passaggio si colloca dopo un contrasto con gli scribi e i Farisei a proposito della tradizione; Gesù si rivolge allora alla folla: ciò che rende impuro è ciò che esce dalla bocca dell'essere umano, non quanto vi entra.
La seconda pericope è inserita nel quadro di una lunga serie di invettive contro i Farisei; qui Gesù si rivolge alla folla e ai discepoli. Il Signore raccomanda di fare ciò che dicono i Farisei, ma di non imitarli nelle loro azioni perché "tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini" (23,5); sono degli ipocriti che, pur senza entrarvi essi stessi, chiudono agli altri l'ingresso nel Regno di Dio. Dopo uno sviluppo del discorso sui voti4 dal quale emerge lo stravolgimento dei valori - agli occhi dei Farisei l'oro del tempio pareva più sacro del tempio stesso, e la decima della menta, dell'anèto e del cumino più importante della giustizia, della misericordia e della fedeltà - Gesù affronta la questione del puro e dell'impuro.
La pratica farisaica, che dà maggior peso all'apparenza esteriore che alla carità dei cuori, è ipocrita; questo non avere cura dell'essenziale a beneficio dell'accessorio porta a sconfessare gravemente i veri profeti.
Da questi testi emergono tre critiche:
- l'atteggiamento dei Farisei è caratterizzato dall'incoerenza e dall'ipocrisia in quanto essi predicano, ma non fanno ciò che predicano;
- attaccandosi ad un'osservanza meticolosa della Legge e della tradizione, i Farisei ne perdono di vista l'ispirazione profonda; certo, ciò che è secondario non può essere omesso (Mt 23,23), ma esso, tuttavia, deve sempre essere collocato all'interno della dinamica profonda della Legge, senza mascherarla;
- la purità rituale non conta nulla, è quanto si agita all'interno dell'essere umano che lo rende puro o impuro.
La doppiezza farisaica nasce dalla rimozione di ciò che è essenziale: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. La giustizia è la nervatura della Legge, ne rappresenta la sua ragion d'essere; ma poiché questa giustizia è quella di Dio, essa va oltre una rigida applicazione che produrrebbe un'altra ingiustizia (cf Mt 20 e Lc 25) e viene esercitata col metro della misericordia. La misericordia non nega la giustizia, ma la libera: attraverso il perdono accordato a chi ha sbagliato, essa la rende continuamente possibile.
Mentre l'esclusione chiude ogni orizzonte, la misericordia persiste senza posa a prospettare un avvenire, oltre ogni tradimento, ogni diserzione. É all'interno di questa tensione tra giustizia e misericordia che può essere vissuta una fedeltà perseverante al Dio della vita, perché Lui è indettibilmente fedele.
Scegliere la reale posta in gioco della Legge significa farla gravitare al servizio della giustizia autentica.
Questa giustizia non è quella degli esseri umani perché non opera esclusioni, quale che sia la situazione, e permette a chiunque di rinnovare l'Alleanza che Dio propone senza stancarsi mai.
Dimenticare questi tre elementi fondamentali equivale a rendersi davvero impuri. Se la purezza è l'assenza di ambiguità, prendere cioè in considerazione la giustizia di Dio senza secondi fini, essa può realizzarsi proprio incontrandosi sull'essenziale.
Quando i mezzi fanno perdere di vista il fine, per forza siamo indotti ad un atteggiamento ambiguo, di doppiezza: in fondo, l'ipocrisia dei Farisei non è che la conseguenza di questa dimenticanza di base, quella della giustizia e della misericordia.
L'osservanza della Legge, sottratta alla sua dinamica profonda, funziona allora in modo ideologico. L'ideologia, secondo la formula di Regis Debray, elude la storia e "ci passa sul corpo senza passare attraverso la testa".
Tagliar fuori il reale equivale a votarsi alla doppiezza, stabilendo un ideale meramente formale senza presa dinamica sulle azioni umane.
L'osservanza della Legge non ha senso se non alla condizione d'essere orientata alla volontà di desiderare il bene; la purezza esige di passare dalla eteronomia all'autonomia, di essere cioè mossa da un dinamismo interno e non esterno. E'quanto esprime il Dottore Angelico:
"Colui che evita il male in virtù di un precetto del Signore non èlibero. All'opposto, chi evita il male perché è male, costui è libero. E'qui che opera lo Spirito Santo che perfeziona interiormente il nostro spirito comunicandogli un nuovo dinamismo, e così è per amore che egli non commette il male, e dunque è libero, non nel senso che egli non sia sottomesso alla legge divina, ma in quanto il suo dinamismo interiore lo porta a fare ciò che la legge divina prescrive".

3. La purezza: un dinamismo interiore

La trappola dell'atteggiamento farisaico consiste nello stabilire un ideale assoluto senza prendere in considerazione le condizioni concrete nelle quali gli uomini e le donne si trovano a vivere; siamo qui di fronte ad un meccanismo ideologico, vale a dire la teorizzazione di un comportamento a partire da un'unica chiave di lettura che nega la complessità del reale.
La doppiezza è conseguenza dell'atteggiamento ideologico che rifiuta le ombre e la fallibilità della condizione umana. Ma ciò che Gesù propone non è quell'autenticità un po' sfrontata spesso evidenziata dai comportamenti dei nostri tempi, e che tende ad identificare direttamente la moralità con la schiettezza e la spontaneità.
Il criterio della moralità si ridurrebbe in questo caso alla pura soggettività, alla trasparenza verso se stessi e gli altri; ora, anche in modo autentico, si può ben essere perversi o immorali! Rifiutare la doppiezza non vuol dire cadere nell'ideologia della spontaneità.
La purezza è, invece, un atteggiamento che deve essere costruito nell'incontro tra la verità personale e la legge.
L'autonomia, e cioè la coerenza interiore tra il desiderio profondo del soggetto e il fine ultimo della legge, non significa assenza di oggettivi punti di riferimento, ma trasformazione interiore che armonizza la legge ed il desiderio.
E' distintivo della Nuova Legge, secondo san Tommaso d'Aquino, il trovarsi all'interno dell'essere umano: "grazia dello Spirito Santo che si manifesta mediante la fede operante nella carità ".
Ciò che caratterizza la Nuova Legge è che essa antepone l'etica alla morale.
Mutuiamo questa distinzione da Paul Ricoeur: l'etica è il dinamismo interiore del soggetto, la moralità è l'insieme degli imperativi e dei divieti ai quali il soggetto deve ridare una sistemazione in rapporto al suo progetto etico primario.
La legge non viene per prima, ma per ultima, dal momento che si pone come istanza di verifica del desiderio o del progetto etico; la legge è la realizzazione e non il requisito della filtrazione di senso della nostra azione.
Nel cristianesimo è proprio l'etica, ed il suo fondamento propriamente teologale, ad avere la priorità; come dice san Paolo "non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me".
La purezza nasce da questa disponibilità alla grazia che forma il desiderio interiore.
Questa trasformazione del desiderio non è alienazione, ma liberazione, in quanto rappresenta non la negazione dell'umanità ditale desiderio, ma il suo compimento.
Non esiste purezza possibile al di fuori di questo orientamento teologale del soggetto e della sua azione; solo il dinamismo profondo del cuore può produrre un'azione autenticamente morale e cioè frutto realmente della giustizia e della misericordia.
La tensione tra questi due poli, giustizia e misericordia, è in effetti un crinale che può essere percorso solo con la disponibilità del cuore.
Non è senza significato che questa esigenza di purezza ci venga trasmessa da Colui che ha frequentato i peccatori ed i lebbrosi.
All'orgogliosa purità dei Farisei, basata sul criterio di fondo della legalità, Gesù oppone una purezza densa d'umiltà. Se la peccatrice è perdonata (Lc 7,36ss) è "poiché ha molto amato"; non è che Gesù non la inviti alla conversione, ma essa è perdonata perché, avendo amato molto, è capace, riconoscendosi debole e peccatrice (v. 38), di operare in modo effettivo e non ideologico, sul proprio desiderio.
Puro non è chi non commette peccato - ciò equivarrebbe a sottrarsi in modo illusorio alla propria condizione - ma colei o colui per i quali questi peccati rappresentano non l'occasione per un facile compiacimento né per una eccessiva colpevolizzazione, ma il luogo d'accoglienza della grazia in vista di una conversione che deve essere continuamente operata.
"Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio": se la purezza è proprio questa capacità dell'essere umano di lasciarsi rinnovate interiormente dall'azione dello Spirito, al punto che il suo desiderio si armonizza con la legge divina, questo atteggiamento non può che aprire alla visione di Dio.
Proiettandoci nella dinamica del divenire, voluta per noi dal nostro Creatore, essa ci orienta, nel cuore stesso della complessità della nostra condizione umana, verso l'Avvenire della visione definitiva diColui-che-viene.