San Tommaso d'Aquino. L'EUCARESTIA . Dalla Somma Teologica

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Questione 73

Il sacramento dell'Eucarestia


Secondo l'ordine fissato dobbiamo ora trattare del sacramento della Eucarestia. Primo, del sacramento in se stesso; secondo, della sua materia; terzo della sua forma; quarto, dei suoi effetti; quinto, di coloro che possono riceverlo; sesto, di chi lo amministra; settimo, dei riti di questo sacramento.
Sul primo tema esamineremo sei cose: 1. Se l'Eucarestia sia un sacramento; 2. Se sia un sacramento unico o molteplice; 3. Se sia necessario per la salvezza; 4. Le sue denominazioni; 5. La sua istituzione; 6. Le sue prefigurazioni.

ARTICOLO 1

Se l'Eucarestia sia un sacramento


SEMBRA che l'Eucarestia non sia un sacramento. Infatti:
1. Non c'è motivo di ordinare due sacramenti a un unico scopo; perché ogni sacramento è sufficiente a produrre il proprio effetto. Ora, stando alle parole di Dionigi, tanto la Cresima che l'Eucarestia sono ordinate a perfezionare; perciò non può essere sacramento l'Eucarestia, essendo tale la cresima, secondo quanto abbiamo già dimostrato.
2. In ciascun sacramento della nuova legge ciò che visibilmente cade sotto i sensi, produce l'effetto invisibile del sacramento: così l'abluzione dell'acqua causa il carattere battesimale e l'abluzione spirituale, come abbiamo spiegato sopra. Ora, le specie del pane e del vino che in questo sacramento cadono sotto i sensi, non producono né il vero corpo di Cristo, che nell'Eucarestia è res et sacramentum, né il suo corpo mistico che ne è la res tantum. Dunque l'Eucarestia non è un sacramento della nuova legge.
3. I sacramenti della nuova legge che si servono di una materia consistono nell'uso della materia: il battesimo, p. es., consiste nell'abluzione e la cresima nell'unzione del crisma. Se dunque l'Eucarestia fosse sacramento, consisterebbe nell'uso della materia, non nella consacrazione di essa. Ma ciò risulta falso, perché forma di questo sacramento sono le parole che si pronunziano nella consacrazione della materia, come vedremo. Perciò l'Eucarestia non è un sacramento.

IN CONTRARIO: In una colletta si chiede: "Che questo tuo sacramento non costituisca per noi motivo di condanna".

RISPONDO: I sacramenti della Chiesa hanno lo scopo di provvedere l'uomo nella vita spirituale. Ma la vita dello spirito somiglia a quella del corpo, essendo le cose corporali immagini di quelle spirituali. Ora, è evidente che alla vita del corpo, come occorrono la generazione, per la quale l'uomo incomincia a vivere, e la crescita con la quale raggiunge la perfezione della vita, così anche occorre l'alimento per conservarsi in vita. Perciò, come per la vita spirituale era necessario che ci fosse il battesimo, che è la rigenerazione spirituale, e la cresima, che è la crescita spirituale, così era necessario che ci fosse il sacramento dell'Eucarestia, che è l'alimento spirituale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ci sono due tipi di perfezione. Il primo intrinseco all'uomo stesso, e questa viene raggiunta con la crescita. E tale perfezione compete alla cresima. Il secondo consiste nella perfezione che l'uomo consegue col cibo, col vestito e con altre cose simili. Tale perfezione compete all'Eucarestia, che è una refezione spirituale.
2. L'acqua del battesimo non ha efficacia spirituale in quanto acqua, ma per la virtù dello Spirito Santo presente in essa, cosicché il Crisostomo spiegando le parole evangeliche, "Un angelo del Signore di tempo in tempo...", osserva: "Nei battezzati non opera la semplice acqua; ma essa lava tutti i peccati dopo che ha ricevuto la grazia dello Spirito Santo". Ora, come la virtù dello Spirito Santo sta all'acqua del battesimo, così il vero corpo di Cristo sta alle specie del pane e del vino. Quindi le specie del pane e del vino nulla producono, se non in virtù del vero corpo di Cristo.
3. Un sacramento è tale in quanto contiene qualche cosa di sacro. Ma una cosa può essere sacra in due modi: in senso assoluto, o relativamente a un'altra cosa. Ora, è questa appunto la differenza tra l'Eucarestia e gli altri sacramenti aventi materia sensibile: l'Eucarestia contiene qualche cosa di sacro in senso assoluto, cioè il Cristo stesso; l'acqua del battesimo invece contiene qualche cosa di sacro in senso relativo, cioè una virtù santificatrice, e lo stesso vale del crisma e di altre cose simili. Ecco perché il sacramento dell'Eucarestia si compie con la stessa consacrazione della materia, mentre gli altri sacramenti si compiono applicando la materia alla santificazione dell'uomo.
Da ciò deriva un'altra differenza. Nel sacramento dell'Eucarestia la res et sacramentum si trova nella materia stessa; mentre la res tantum, ossia la grazia conferita, si trova in chi la riceve. Nel battesimo, al contrario, ambedue le cose si trovano in chi lo riceve: sia il carattere che è res et sacramentum, sia la grazia della remissione dei peccati che è res tantum. Lo stesso si dica degli altri sacramenti.

ARTICOLO 2

Se l'Eucarestia sia uno o più sacramenti


SEMBRA che l'Eucarestia non sia uno, ma più sacramenti. Infatti:
1. In una colletta si prega così : "Ci purifichino, Signore, i sacramenti che abbiamo ricevuto", e questo si dice in rapporto alla comunione eucaristica. L'Eucarestia dunque non è un sacramento unico, ma molteplice.
2. È impossibile che moltiplicando il genere non resti moltiplicata la specie: che cioè, p. es., si abbiano più animali restando un unico uomo. Ma il segno è il genere del sacramento, come dicemmo sopra. Essendoci dunque nell'Eucarestia più segni, cioè il pane e il vino, è logico che ci siano più sacramenti.
3. Questo sacramento si compie con la consacrazione della materia, come si è detto. Ma in questo sacramento duplice è la consacrazione della materia. È duplice quindi il sacramento.

IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive: "Poiché uno è il pane, noi, benché molti, siamo un medesimo corpo, partecipando tutti di un medesimo pane e di un medesimo calice". Da ciò risulta che l'Eucarestia è il sacramento dell'unità ecclesiastica. Ma il sacramento contiene la somiglianza della realtà che sacramentalmente esprime. Dunque l'Eucarestia è un unico sacramento.

RISPONDO: Come scrive Aristotele, l'unità si attribuisce non solo a ciò che è indivisibile o continuo, ma anche a ciò che è perfetto, completo: p. es., a una casa, o a un uomo. Ora, l'unità di perfezione spetta a una cosa che possiede tutti gli elementi richiesti dal suo fine: per l'integrità di un uomo, p. es., si richiedono tutte le membra necessarie alle attività dell'anima, e per quella di una casa si richiedono tutte le parti necessarie ad abitarci. Ebbene in tal senso questo sacramento è unico. Esso infatti è ordinato alla refezione spirituale che rassomiglia a quella corporale. Ora, alla refezione corporale occorrono due cose: il cibo che è alimento solido e la bevanda che è alimento liquido. Conseguentemente anche alla completezza di questo sacramento concorrono due cose: il cibo spirituale e la bevanda spirituale, secondo le parole evangeliche: "La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda". Perciò questo sacramento, pur essendo molteplice per la sua materia, è uno solo per la sua forma e perfezione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella medesima colletta si dice prima al plurale: "Ci purifichino i sacramenti che abbiamo ricevuto", e poi al singolare: "Questo tuo sacramento non costituisca per noi motivo di condanna", per indicare che questo sacramento è in un certo senso più cose, ma in senso assoluto è un solo sacramento.
2. Il pane e il vino rispetto alla materia sono due segni distinti, ma rispetto alla forma e alla perfezione sono un segno solo, costituendo essi insieme un'unica refezione.
3. Dal fatto che nella Eucarestia ci sono due consacrazioni non si può dedurre se non che questo sacramento è duplice solo materialmente, come abbiamo spiegato.

ARTICOLO 3

Se questo sacramento sia indispensabile alla salvezza


SEMBRA che questo sacramento sia indispensabile alla salvezza. Infatti:
1. Il Signore dice: "Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita". Ma in questo sacramento si mangia la carne di Cristo e si beve il suo sangue. Dunque senza questo sacramento l'uomo non può avere la salvezza spirituale.
2. Questo sacramento è un alimento spirituale. Ma l'alimento materiale è indispensabile alla salute corporale. Dunque anche questo sacramento è indispensabile alla salvezza spirituale.
3. Come il battesimo è il sacramento della passione del Signore, senza la quale non c'è salvezza, così lo è anche l'Eucarestia: scrive infatti l'Apostolo: "Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore fino alla sua venuta". Perciò come per la salvezza è indispensabile il battesimo, così lo è pure questo sacramento.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino: "Non dovete pensare che i bambini non possano avere la vita, prima di ricevere il corpo e il sangue di Cristo".

RISPONDO: In questo sacramento dobbiamo considerare due cose: il sacramento stesso e l'effetto del sacramento. Si è detto che l'effetto di questo sacramento è l'unità del corpo mistico, senza la quale non ci può essere salvezza: poiché nessuno può salvarsi fuori della Chiesa, come nel diluvio nessuno si salvò fuori dell'arca di Noè, simbolo della Chiesa, come insegna S. Pietro. Ma dicemmo sopra che l'effetto di un sacramento si può ottenere prima di ricevere il sacramento, per mezzo del voto stesso di accostarsi al sacramento. Così prima di ricevere l'Eucarestia l'uomo può salvarsi in virtù del desiderio di riceverla, come si è detto sopra.
Ci sono però due differenze. Primo, perché il battesimo è l'inizio della vita spirituale e "la porta dei sacramenti". L'Eucarestia invece è quasi "il coronamento" della vita spirituale e "il fine di tutti i sacramenti", come si disse sopra: poiché le grazie di tutti i sacramenti preparano, o a ricevere, o a consacrare l'Eucarestia. Perciò mentre ricevere il battesimo è necessario per iniziare la vita soprannaturale, ricevere l'Eucarestia è necessario per portarla a compimento: e neppure è indispensabile riceverla di fatto, ma basta averne la brama, così come si brama e si desidera il fine.
L'altra differenza sta nel fatto che mediante il battesimo l'uomo viene ordinato all'Eucarestia. Quindi col battesimo stesso i bambini sono destinati dalla Chiesa all'Eucarestia. Perciò, come con la fede della Chiesa essi credono, così per l'intenzione della Chiesa essi desiderano l'Eucarestia e di conseguenza ne ricevono l'effetto. Ma al battesimo non vengono indirizzati da un precedente sacramento. Quindi prima di ricevere il battesimo gli adulti soltanto e non i bambini possono averne il desiderio. Questi ultimi perciò non possono ottenere l'effetto del battesimo, senza ricevere il battesimo stesso. Ecco perché l'Eucarestia non è indispensabile alla salvezza come il battesimo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Agostino spiegando il testo evangelico citato, "per questo cibo e per questa bevanda", che sono la sua carne e il suo sangue, "vuole intendere la società del suo corpo e delle sue membra che è la Chiesa, formata dei suoi santi e dei suoi fedeli, predestinati, chiamati, giustificati e glorificati". Per cui, com'egli stesso altrove fa osservare, "nessuno deve avere il minimo dubbio che ogni fedele diviene partecipe del corpo e del sangue del Signore nel momento in cui col battesimo diviene membro del corpo di Cristo: e dopo essere stato inserito nell'unità del corpo di Cristo uno non rimane privo della comunione di quel pane e di quel calice, anche se parte da questo mondo prima di mangiare quel pane e di bere quel calice".
2. Tra l'alimento materiale e quello spirituale, c'è questa differenza, che l'alimento materiale viene assimilato nella sostanza di chi lo prende e quindi non può giovare all'uomo per la conservazione della vita, se non viene preso realmente. L'alimento spirituale, al contrario, assimila a sé l'uomo, secondo le parole che S. Agostino racconta di essersi come sentito dire da Cristo: "Né tu muterai me in te, come il cibo della tua carne; ma tu sarai mutato in me". Ora, uno può mutarsi nel Cristo e incorporarsi a lui con il desiderio dello spirito, anche senza ricevere questo sacramento. Perciò il paragone non regge.
3. Il battesimo è il sacramento della morte e della passione di Cristo, in quanto l'uomo viene rigenerato in Cristo per virtù della sua passione. L'Eucarestia invece è il sacramento della passione di Cristo in quanto l'uomo viene unito perfettamente con Cristo immolato (per noi). Ecco perché mentre il battesimo viene denominato "il sacramento della fede", la quale è il sacramento della vita spirituale; l'Eucarestia viene chiamata "il sacramento della carità", la quale è il "legame perfetto", secondo l'espressione di S. Paolo.

ARTICOLO 4

Se siano convenienti i vari nomi con i quali viene indicato questo sacramento


SEMBRA che non siano convenienti i vari nomi con i quali viene indicato questo sacramento. Infatti:
1. I nomi devono corrispondere alle cose. Ma questo sacramento è uno solo, come si è detto. Non deve dunque avere più nomi.
2. La specie non è ben indicata con quello che è comune a tutto il genere. Ma l'Eucarestia è un sacramento della nuova legge. Ora, tutti i sacramenti hanno in comune di conferire la grazia, il che è indicato dal termine eucarestia, che significa buona grazia. Inoltre tutti i sacramenti ci soccorrono in via, cioè nella vita presente: hanno cioè la funzione di viatico. Così in tutti i sacramenti si fa qualche cosa di sacro: il che spetta al sacrificio. Infine con tutti i sacramenti i fedeli comunicano tra loro scambievolmente: ed è questo il senso della parola greca sinassi, e di quella latina comunione. Perciò non è conveniente che codesti nomi siano riservati a questo sacramento.
3. Ostia è lo stesso che sacrificio. Perciò come non è appropriato il termine sacrificio, così non lo è neppure quello di ostia.

IN CONTRARIO: Codesti nomi sono nell'uso dei fedeli.

RISPONDO: Questo sacramento ha tre significati. Il primo riguarda il passato, in quanto commemora la passione del Signore, la quale è stata un vero sacrificio, come sopra abbiamo spiegato. E per questo si denomina sacrificio.
Il secondo significato riguarda l'effetto presente, cioè l'unità della Chiesa in cui gli uomini vengono compaginati per mezzo di questo sacramento. Per tale motivo esso si denomina comunione o sinassi: spiega infatti il Damasceno, che "si dice comunione, perché mediante l'Eucarestia comunichiamo con il Cristo, sia in quanto partecipiamo della sua umanità e divinità, sia in quanto comunichiamo e ci uniamo tra noi vicendevolmente".
Il terzo significato riguarda il futuro: poiché questo sacramento è prefigurativo della beatitudine divina che si realizzerà nella patria. E sotto tale aspetto esso si denomina viatico, in quanto ci fornisce la via per giungervi. - Per la stessa ragione si denomina anche Eucarestia, cioè buona grazia, perché "grazia di Dio è la vita eterna", come si esprime S. Paolo; oppure perché contiene il Cristo che è pieno di grazia.
In greco si dice pure metalessi, ossia assunzione, perché, come spiega il Damasceno, "con essa noi assumiamo la divinità del Figlio".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente proibisce che una medesima cosa abbia più nomi secondo le sue diverse proprietà, o effetti.
2. Ciò che è comune a tutti i sacramenti, si attribuisce per antonomasia all'Eucarestia a motivo della sua eccellenza.
3. L'Eucarestia si dice sacrificio in quanto rappresenta la passione di Cristo. E si dice ostia in quanto contiene il Cristo in persona, che è "ostia di soavità", come si esprime S. Paolo.

ARTICOLO 5

Se l'istituzione di questo sacramento sia stata conveniente


SEMBRA che l'istituzione di questo sacramento non sia stata conveniente. Infatti:
1. "Ci nutrono le cose stesse che ci danno l'essere", dice Aristotele. Ma dal battesimo, che è la rigenerazione spirituale, riceviamo l'essere spirituale, come osserva Dionigi. Dal battesimo dunque riceviamo pure il nutrimento. Perciò non era necessario istituire l'Eucarestia quale nutrimento spirituale.
2. Questo sacramento unisce gli uomini a Cristo come membra al capo. Ma Cristo è il capo di tutti gli uomini, anche di quelli che vissero all'inizio del mondo, come si disse sopra. Dunque l'istituzione di questo sacramento non doveva essere differita fino alla Cena del Signore.
3. Questo sacramento si chiama memoriale della passione del Signore, secondo le parole evangeliche: "Fate questo in mia memoria". Ma "la memoria è delle cose passate". Perciò questo sacramento non doveva essere istituito prima della passione di Cristo.
4. All'Eucarestia, che non si deve dare se non ai battezzati, noi veniamo ordinati dal battesimo. Ma il battesimo fu istituito dopo la passione e la risurrezione di Cristo, come risulta dal Vangelo. Dunque non era giusto che questo sacramento fosse istituito prima della passione di Cristo.

IN CONTRARIO: Questo sacramento fu istituito da Cristo, di cui sta scritto: "Fece bene ogni cosa".

RISPONDO: Era conveniente che questo sacramento fosse istituito nella Cena, cioè in quella circostanza in cui Cristo per l'ultima volta si trattenne con i suoi discepoli. Primo, a motivo di ciò che esso contiene. Racchiude infatti sacramentalmente Cristo medesimo. Cosicché Cristo lasciò se stesso ai discepoli sotto la specie sacramentale nel momento in cui stava per separarsi da loro nella sua specie reale, come in assenza dell'imperatore si espone alla venerazione la sua immagine. Di qui le parole di Eusebio (di Emesa): "Stando per sottrarre agli sguardi degli altri il corpo che aveva assunto per trasferirlo in cielo, era necessario che nel giorno della Cena consacrasse per noi il sacramento del suo corpo e del suo sangue, perché fosse per sempre onorato nel mistero quel corpo che allora veniva offerto per il riscatto".
Secondo, perché senza la passione di Cristo non ci poté mai essere salvezza, in conformità alle parole di S. Paolo: "Dio ha prestabilito Cristo quale mezzo di propiziazione per la fede nel suo sangue". Era quindi necessario che in ogni tempo presso gli uomini qualche cosa rappresentasse la passione del Signore. Di essa nel Vecchio Testamento il simbolo principale era l'agnello pasquale; tanto che l'Apostolo afferma: "Qual nostra Pasqua è stato immolato il Cristo". Ora, nel Nuovo Testamento doveva subentrare ad esso il sacramento dell'Eucarestia, che è commemorativo della passione avvenuta, come l'agnello pasquale era prefigurativo della passione futura. Era quindi conveniente che nell'imminenza della passione, dopo aver celebrato l'antico, venisse istituito il nuovo sacramento, come dice il Papa S. Leone.
Terzo, perché le cose che sono dette per ultime, specialmente dagli amici al momento della separazione rimangono più impresse nella memoria: perché allora più si accende l'affetto verso gli amici, e le cose che più ci commuovono, s'imprimono maggiormente nell'animo. Poiché dunque, come osserva il Papa S. Alessandro, "tra tutti i sacrifici nessuno può essere superiore a quello del corpo e del sangue di Cristo, né alcuna oblazione può essere migliore di questa", affinché fosse tenuto in maggiore venerazione, il Signore istituì questo sacramento sul punto di separarsi dai suoi discepoli. Di qui le parole di S. Agostino : "Il Salvatore per far capire con più efficacia la grandezza di questo mistero, lo volle per ultimo imprimere più vivamente nei cuori e nella memoria dei suoi discepoli, dai quali si separava per andare alla morte".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. "Ci nutrono le stesse cose che ci dànno l'essere", ma non è detto che arrivino a noi nella stessa maniera. Infatti le cose che ci danno l'essere, giungono a noi per la via della generazione: le stesse cose però per nutrirci arrivano a noi per la via della nutrizione. Quindi come per il battesimo veniamo rigenerati in Cristo, così per l'Eucarestia ci nutriamo di Cristo.
2. L'Eucarestia è il sacramento perfetto della passione del Signore, in quanto contiene il Cristo stesso che ha sofferto. Non poté perciò essere istituita prima dell'incarnazione: quello invece era il tempo dei sacramenti che dovevano prefigurare la passione del Signore.
3. Questo sacramento fu istituito nella Cena, perché in seguito fosse il memoriale della passione del Signore dopo il compimento di quest'ultima. Di qui il riferimento esplicito al futuro in quelle parole: "Ogni volta che farete questo".
4. L'istituzione dei sacramenti segue l'ordine d'intenzione. Ora, il sacramento dell'Eucarestia, sebbene posteriore al battesimo nella recezione, lo precede in ordine d'intenzione. Quindi dovette essere istituito prima.
Oppure si può rispondere che il battesimo era già stato istituito nello stesso battesimo di Cristo. Tanto che alcuni erano già stati battezzati con il battesimo cristiano, come si legge nel Vangelo.

ARTICOLO 6

Se l'agnello pasquale fosse la principale figura di questo sacramento


SEMBRA che l'agnello pasquale non fosse la principale figura di questo sacramento. Infatti:
1. Il Cristo viene detto "sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec", perché Melchisedec rappresentò il sacrificio di Cristo "offrendo pane e vino". Ora, è l'evidenza della somiglianza che fa denominare una cosa da un'altra. Dunque il sacrificio di Melchisedec fu la principale figura di questo sacramento.
2. Il passaggio del Mar Rosso fu figura del battesimo, secondo S. Paolo: "Tutti furono battezzati nella nube e nel mare". Ma l'immolazione dell'agnello pasquale precedette il passaggio del Mar Rosso, cui seguì la manna, come l'Eucarestia segue il battesimo. Perciò la manna raffigura questo sacramento meglio dell'agnello pasquale.
3. L'effetto più grande di questo sacramento è d'introdurci nel regno dei cieli, quale viatico. Ora, ciò era simboleggiato specialmente dal rito dell'espiazione, quando "il sommo sacerdote entrava una volta all'anno col sangue nel sancta sanctorum", come argomenta l'Apostolo. Quel sacrificio fu dunque una figura più esplicita di questo sacramento che l'agnello pasquale.

IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive: "Qual Pasqua nostra fu immolato il Cristo. Celebriamo dunque la festa con gli azzimi della purità e della verità".

RISPONDO: In questo sacramento possiamo considerare tre elementi: quello che è sacramentum tantum, ossia il pane e il vino; quello che è res et sacramentum, ossia il corpo vero di Cristo; quello che è res tantum, ossia l'effetto di questo sacramento. Ora, per quanto riguarda il sacramentum tantum, la figura principale dell'Eucarestia è l'oblazione di Melchisedec, il quale "offrì pane e vino". Per quanto invece riguarda il Cristo stesso immolato, che è contenuto in questo sacramento, la figura principale va riscontrata in tutti i sacrifici del Vecchio Testamento, specialmente nel sacrificio dell'espiazione che era solennissimo. - Per quanto poi riguarda l'effetto (dell'Eucarestia) la principale figura fu la manna, che "aveva in sé ogni delizia", come dice la Sapienza, come la grazia di questo sacramento che ristora l'anima sotto ogni aspetto.
Ma l'agnello pasquale prefigurava questo sacramento sotto tutti e tre questi aspetti. Quanto al primo, perché si mangiava con i pani azzimi, a norma dell'Esodo: "Mangeranno le carni e i pani azzimi". Quanto al secondo, perché veniva immolato da tutti i figli d'Israele nella quattordicesima luna, a prefigurare la passione di Cristo, che per l'innocenza viene denominato agnello. Quanto all'effetto, perché il sangue dell'agnello pasquale protesse i figli d'Israele dall'angelo devastatore e li liberò dalla schiavitù d'Egitto. Dunque l'agnello pasquale va considerato come la figura principale dell'Eucarestia, perché la prefigurava sotto tutti gli aspetti.
Sono così risolte anche le difficoltà.

Questione 74

La materia di questo sacramento


Passiamo ora a esaminare la materia di questo sacramento. Prima, la specie della materia; secondo, la mutazione del pane e del vino nel corpo di Cristo; terzo, il modo di essere del corpo di Cristo in questo sacramento; quarto, gli accidenti del pane e del vino che rimangono in questo sacramento.
Sulla prima questione si pongono otto quesiti: 1. Se il pane e il vino siano la materia di questo sacramento; 2. Se per la materia di questo sacramento si richieda una determinata quantità; 3. Se materia di questo sacramento sia il pane di frumento; 4. Se lo sia il pane azzimo o il pane fermentato; 5. Se materia di questo sacramento sia il vino di vite; 6. Se vi si debba mescolare dell'acqua; 7. Se l'acqua sia necessaria per questo sacramento; 8. La quantità dell'acqua da aggiungere.

ARTICOLO 1

Se materia di questo sacramento sia il pane e il vino


SEMBRA che materia di questo sacramento non sia il pane e il vino. Infatti:
1. Questo sacramento deve rappresentare la passione di Cristo meglio dei sacramenti dell'antica legge. Ma le carni degli animali, che erano la materia dei sacramenti dell'antica legge, rappresentavano la passione di Cristo in modo più espressivo del pane e del vino. Dunque materia di questo sacramento dovrebbero essere le carni di animali piuttosto che il pane e il vino.
2. Questo sacramento si deve celebrare dappertutto. Ma in molte regioni non si trova né il pane di frumento né il vino. Quindi il pane e il vino non sono materia conveniente di questo sacramento.
3. A questo sacramento hanno diritto sia i sani che gl'infermi. Ma il vino nuoce a certi infermi. Perciò il vino non può essere materia di questo sacramento.

IN CONTRARIO: Il Papa Alessandro I prescrive: "Nelle oblazioni sacramentali si offrano per il sacrificio solo il pane e il vino mescolato con acqua".

RISPONDO: Circa la materia di questo sacramento ci sono stati molti e diversi errori. Alcuni, i cosiddetti Artoturiti, in questo sacramento, "offrono", come scrive S. Agostino, "pane e formaggio, dicendo che i primi uomini facevano le loro oblazioni con i frutti della terra e delle pecore". - Altri, ossia i Catafrigi e i Pepuziani, "si dice che confezionino una specie di Eucarestia con il sangue di un bambino, spillandolo da tutto il suo corpo attraverso minute incisioni, mescolandolo con farina e cuocendolo come pane". - Alcuni, chiamati Acquariani, offrono in questo sacramento acqua soltanto, sotto pretesto di sobrietà.
Ebbene, tutti questi e altri simili errori si confutano con il fatto che Cristo istituì questo sacramento sotto le specie del pane e del vino, come risulta dal Vangelo. Quindi il pane e il vino sono la materia conveniente di questo sacramento. E questo per buone ragioni. Primo, a motivo dell'uso di questo sacramento che consiste nella manducazione. Infatti come nel sacramento del battesimo per l'abluzione spirituale si adopera l'acqua, perché l'abluzione corporale si fa comunemente con acqua, così nella Eucarestia si assumono per la refezione spirituale il pane e il vino, perché di essi più comunemente si cibano gli uomini.
Secondo, in rapporto alla passione di Cristo, che avvenne con la separazione del sangue dal corpo. Perciò in questo sacramento, che è il memoriale della passione del Signore, si assumono separatamente il pane come sacramento del corpo e il vino come sacramento del sangue.
Terzo, in rapporto all'effetto considerato in ciascuno di coloro che ricevono il sacramento. Poiché come dice S. Ambrogio, "questo sacramento vale a custodire sia l'anima che il corpo": e quindi si offre "il corpo di Cristo" sotto le specie del pane "per la salvezza del corpo", e "il sangue per la salvezza dell'anima" sotto le specie del vino; poiché, come afferma il Levitico, "l'anima di ogni vivente sta nel sangue".
Quarto, in rapporto all'effetto relativo a tutta la Chiesa, la quale, secondo la Glossa posta a commento delle parole di S. Paolo: "Molti siamo un solo corpo", è costituita dalla diversità dei fedeli "come il pane deriva da chicchi diversi e il vino è spremuto da diversi grappoli d'uva".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le carni degli animali uccisi, quantunque rappresentino la passione di Cristo in modo più espressivo, tuttavia sono meno indicate per l'uso comune di questo sacramento e per esprimere l'unità della Chiesa.
2. Il frumento e il vino, sebbene non nascano in tutte le regioni, si possono però facilmente portare dovunque nella misura che basti a questo sacramento. Mancando però una delle due cose, non è il caso di consacrare l'altra soltanto, perché il sacrificio non sarebbe valido.
3. Il vino preso in piccola quantità non può nuocere sensibilmente a un ammalato. Del resto, se c'è ragione di temere un danno, non è necessario che quanti ricevono il corpo di Cristo, ne ricevano anche il sangue, come si dirà in seguito.

ARTICOLO 2

Se si richieda una determinata quantità di pane e vino per la materia di questo sacramento


SEMBRA che si richieda una determinata quantità di pane e di vino per la materia di questo sacramento. Infatti:
1. Le opere della grazia non sono meno ordinate delle opere della natura. Ora, come dice Aristotele, "di tutte le cose che provengono dalla natura sono stabiliti i termini e i modi di grandezza e di crescita". Molto più dunque in questo sacramento che si chiama Eucarestia, cioè buona grazia, si richiede una determinata quantità di pane e vino.
2. Ai ministri della Chiesa non è stato concesso da Cristo il potere di fare cose che siano di scherno per la nostra fede e per i suoi sacramenti; poiché l'Apostolo dichiara: "Secondo la facoltà che Dio mi ha concesso a edificazione e non a distruzione". Ma tornerebbe di scherno al sacramento che un sacerdote volesse consacrare tutto il pane in vendita al mercato e tutto il vino di una cantina. Dunque non ha il potere di farlo.
3. Se uno viene battezzato in mare, non resta santificata dalla forma del battesimo tutta l'acqua del mare, ma solo quell'acqua che lava il corpo del battezzato. Dunque neppure in questo sacramento può restare consacrata la quantità di pane che avanza.

IN CONTRARIO: Il molto si oppone al poco e il grande al piccolo. Ma non c'è una quantità di pane e di vino così piccola che non si possa consacrare. Dunque nessuna quantità è così grande che non si possa consacrare.

RISPONDO: Alcuni hanno affermato che il sacerdote non potrebbe consacrare un'immensa quantità di pane e di vino, p. es., tutto il pane in vendita al mercato, o tutto il vino di una botte. Ma questo non sembra esser vero, perché in tutte le cose composte di materia il criterio per determinarla si desume dal suo rapporto al fine: così la materia per una sega è il ferro, affinché sia adatta a segare. Ora, il fine di questo sacramento è la comunione dei fedeli. Occorre quindi che la quantità della materia di questo sacramento si determini in rapporto al bisogno dei fedeli. Non è però possibile che la determinazione si riferisca al bisogno dei fedeli che sono presenti, altrimenti un sacerdote che avesse pochi parrocchiani non avrebbe facoltà di consacrare una grande quantità di ostie. Perciò la materia è da determinarsi in rapporto alla necessità dei fedeli in genere. Ma il numero dei fedeli è indeterminato. Di conseguenza non si può delimitare la quantità di materia in questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La materia di ogni essere naturale riceve una determinata quantità in rapporto a una determinata forma. Ma il numero dei fedeli, alle cui esigenze è ordinato questo sacramento, non è determinato. Perciò il confronto non regge.
2. Il potere dei ministri della Chiesa è ordinato a due cose: primo, al suo effetto proprio; secondo, al fine di essi. Ora, quest'ultimo non può invalidare il primo. Se dunque un sacerdote intende consacrare il corpo di Cristo per qualche cattivo fine, p. es., a scopo di scherno o per avvelenamento, pecca per l'intenzione di un cattivo fine, ma nondimeno compie il sacramento in forza del potere che possiede.
3. Il sacramento del battesimo si effettua nell'uso della materia. Quindi con la forma del battesimo non viene consacrata più acqua di quella che si adopera. L'Eucarestia invece si effettua con la consacrazione della materia. Perciò il paragone non regge.

ARTICOLO 3

Se materia di questo sacramento sia il pane di frumento


SEMBRA che materia di questo sacramento non sia il pane di frumento. Infatti:
1. Questo sacramento è commemorativo della passione del Signore. Ma sembra essere più consono alla passione del Signore il pane d'orzo, che è più aspro e servì a Cristo per nutrire le folle sul monte, come narra S. Giovanni, che non il pane di frumento. Dunque il pane di frumento non è la materia appropriata di questo sacramento.
2. Per gli esseri corporei la figura è segno della specie. Ora, ci sono alcuni cereali che hanno figura simile a quella del frumento propriamente detto, come il farro e la spelta, con la quale in alcuni luoghi si fa il pane anche per usarlo in questo sacramento. Il pane di frumento dunque non è materia propria di questo sacramento.
3. La mescolanza fa mutare la specie. Ma è difficile trovare farina di frumento che non sia mescolata con altre graminacee, a meno che non si ottenga selezionando appositamente i chicchi. Perciò il pane di frumento non è materia propria di questo sacramento.
4. Ciò che si è corrotto, appartiene a un'altra specie. Ma alcuni consacrano il pane corrotto, che non è più pane di frumento. Dunque il pane di frumento non è materia propria di questo sacramento.

IN CONTRARIO: In questo sacramento è contenuto Cristo, il quale paragonò se stesso al grano di frumento, dicendo: "Se il grano di frumento caduto in terra non muore, rimane esso soltanto". Perciò il pane di frumento, o triticeo è materia di questo sacramento.

RISPONDO: Nei sacramenti si adopera, come si è detto, la materia che presso gli uomini serve più comunemente a scopi analoghi. Ora, gli uomini, più di ogni altro pane, si cibano del pane di frumento; perché gli altri pani sembra che siano entrati nell'uso in mancanza del pane di frumento. Ecco perché Cristo, così crediamo, ha istituito questo sacramento sotto la specie di codesto pane. Esso inoltre è un pane che ristora l'uomo, e così rappresenta più convenientemente l'effetto dell'Eucarestia. Perciò materia propria di questo sacramento è il pane di frumento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il pane d'orzo è adatto a rappresentare la durezza dell'antica legge. Sia per la durezza di codesto pane. Sia perché, come spiega S. Agostino, "la polpa dell'orzo, coperta da scorza tenacissima, o indica la stessa legge che era stata data in modo da nascondere sotto simboli materiali il vitale alimento dell'anima, o indica lo stesso popolo non ancora libero dal desiderio carnale che aderiva come scorza al suo cuore". L'Eucarestia invece appartiene al "giogo soave" di Cristo, alla verità ormai manifestata e a un popolo spirituale. Quindi il pane d'orzo non sarebbe materia conveniente per questo sacramento.
2. Nel generare si produce un essere della medesima specie; ma talora capita qualche differenza accidentale tra generante e generato a causa della materia, o della debolezza della virtù generativa. Di conseguenza, se ci sono dei cereali che possono essere generati dal seme di frumento, come dal grano di frumento seminato in terreni cattivi nasce la segala, il pane fatto con codesto grano può essere materia di questo sacramento. - Ma ciò non accade nel caso dell'orzo, della spelta e neppure del farro, che di tutti è il più simile al grano di frumento. La somiglianza di figura in tali piante sta a rappresentare la vicinanza più che l'identità di specie, come dalla somiglianza di figura risulta che cane e lupo sono di specie vicine tra loro, ma non sono della stessa specie. Perciò con tali grani, che in nessun modo possono essere generati dal seme di frumento, non si può fare un pane che sia la materia richiesta per questo sacramento.
3. Una mescolanza minima non muta la specie, perché quel poco è come assorbito dal più. Così se c'è una piccola mescolanza di altro grano con una quantità di frumento molto maggiore, si potrà fare di tutto l'insieme un pane che sia materia valida di questo sacramento. Se invece la mescolanza è grande, p. es., di parti uguali o quasi, essa fa cambiare la specie. Perciò il pane che ne risulta non sarà la debita materia per questo sacramento.
4. Qualche volta è tanta la corruzione del pane da far sparire la sostanza del pane: p. es., quando perde la sua coesione e si scioglie, e quando mutano il colore, il sapore e gli altri accidenti. Quindi con tale materia è impossibile consacrare il corpo di Cristo. - A volte invece la corruzione non è tanto grande da far mutare la specie, ma è una disposizione al mutamento: indicato da una certa alterazione del sapore. Tale pane può anche servire per consacrare il corpo di Cristo: ma chi lo consacra pecca d'irriverenza contro il sacramento.
E poiché l'amido si ottiene dalla trasmutazione del frumento, non sembra che il pane fatto con l'amido possa convertirsi nel corpo di Cristo: sebbene alcuni sostengano il contrario.

ARTICOLO 4

Se per questo sacramento si richieda il pane azzimo


SEMBRA che per questo sacramento non si richieda il pane azzimo. Infatti:
1. In questo sacramento si deve imitare la sua istituzione da parte di Cristo. Ora, sembra che Cristo l'abbia istituito con il pane fermentato: perché i Giudei a norma della legge, iniziavano l'uso degli azzimi nel giorno di Pasqua, che si celebra nella quattordicesima luna; Cristo invece istituì l'Eucarestia nella Cena che celebrò "prima della festa di Pasqua", come dice S. Giovanni. Perciò anche noi dobbiamo celebrare questo sacramento col pane fermentato.
2. Le prescrizioni legali non vanno osservate nell'era della grazia. Ma l'uso degli azzimi era una prescrizione legale, come risulta dall'Esodo. Dunque in questo sacramento di grazia non dobbiamo usare il pane azzimo.
3. L'Eucarestia, si è detto sopra, è "il sacramento della carità", come il battesimo è il sacramento della fede. Ma il fervore della carità è indicato dal fermento, secondo la Glossa su quel testo di Matteo : "È simile il regno dei cieli al fermento". Perciò in questo sacramento si richiede il pane fermentato.
4. Azzimo e fermentato sono accidentalità del pane che non ne cambiano la specie. Ma nella materia del battesimo non si fa nessuna discriminazione per gli accidenti dell'acqua: non si bada, p. es., se essa è salata o dolce, calda o fredda. Dunque anche per l'Eucarestia non si deve fare nessuna differenza tra pane azzimo e pane fermentato.

IN CONTRARIO: I canoni puniscono il sacerdote che "osi celebrare la messa con pane fermentato, o con un calice di legno".

RISPONDO: Circa la materia di questo sacramento si possono considerare due cose: ciò che è necessario e ciò che è conveniente. Necessario è che il pane sia di frumento, come si è detto; e senza di esso il sacramento non è valido. Non è invece necessario alla validità del sacramento che il pane sia azzimo o fermentato: perché è consacrabile sia l'uno che l'altro.
È conveniente però che ciascuno osservi il rito della propria Chiesa nella celebrazione del sacramento. Ora, in proposito le consuetudini delle Chiese sono diverse. Scrive infatti S. Gregorio: "La Chiesa Romana offre pani azzimi, perché il Signore prese carne umana, senza alcuna mistura. Altre Chiese invece offrono pane fermentato, perché il Verbo del Padre si rivestì di carne come il fermento viene a mescolarsi con la farina". Come dunque pecca il sacerdote della Chiesa latina celebrando con pane fermentato, così peccherebbe il sacerdote greco celebrando nella Chiesa greca con pane azzimo, perché si tenterebbe così di cambiare il rito della propria Chiesa.
Ciò nonostante, la consuetudine di celebrare con pane azzimo è più ragionevole. Primo, per l'istituzione di Cristo, il quale istituì questo sacramento "nel primo giorno degli azzimi", come attestano S. Matteo, S. Marco e S. Luca, nel qual giorno, a norma dell'Esodo, non doveva rimanere nelle case dei Giudei alcunché di fermentato. - Secondo, perché il pane come vedremo, è propriamente il sacramento del corpo di Cristo, concepito senza corruzione, e non il sacramento della sua divinità. - Terzo, perché ciò conviene meglio alla sincerità dei fedeli, richiesta per accostarsi a questo sacramento in conformità alle parole di S. Paolo: "Qual nostra Pasqua è stato immolato il Cristo: banchettiamo dunque con gli azzimi della sincerità e della verità".
La consuetudine dei greci ha nondimeno qualche giusta motivazione: il simbolismo cioè accennato da S. Gregorio, e quale segno di ripulsa per l'eresia dei Nazzarei, i quali mescolavano al Vangelo le prescrizioni legali.

SOLUZIONI DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La solennità di Pasqua incominciava secondo l'Esodo ai vespri della quattordicesima luna. E fu allora che Cristo dopo l'immolazione dell'agnello pasquale istituì l'Eucarestia. Ecco perché S. Giovanni dice che codesto giorno precedeva immediatamente la festa di Pasqua, mentre gli altri tre Evangelisti lo chiamano "il primo giorno degli azzimi", quando dalle case degli Ebrei, come si è detto veniva eliminato il pane fermentato. Di ciò si è parlato più diffusamente a proposito della passione del Signore.
2. Coloro che usano il pane azzimo, non intendono osservare le prescrizioni legali, ma conformarsi all'istituzione di Cristo. Quindi non giudaizzano. Altrimenti giudaizzerebbero anche coloro che usano il pane fermentato: poiché i giudei come primizie offrivano pani fermentati.
3. Il fermento per qualche suo effetto indica la carità, cioè in quanto rende il pane più saporito e più voluminoso. Ma per la natura sua specifica sta a indicare corruzione.
4. La fermentazione è una specie di corruzione, e con il pane corrotto non si può fare questo sacramento, come si è detto; perciò è giusto tenere più conto della differenza tra pane azzimo e fermentato che tra l'acqua calda e fredda nel battesimo. Infatti l'azione del lievito potrebbe essere tanto grande da rendere la materia invalida per il sacramento.

ARTICOLO 5

Se il vino di vite sia materia propria di questo sacramento


SEMBRA che il vino di vite non sia materia propria per questo sacramento. Infatti:
1. Come l'acqua è materia del battesimo, così il vino è materia dell'Eucarestia. Ma si può battezzare con qualsiasi acqua. Dunque con qualsiasi vino, p. es., di melagrane, di more o simili, si può fare questo sacramento; considerando soprattutto che in alcune regioni non crescono le viti.
2. L'aceto è una specie di vino che si ottiene dalla vite, come dice S. Isidoro. Ma con l'aceto non si può consacrare questo sacramento. Dunque il vino di vite non è materia propria di questo sacramento.
3. Dalla vite, come si ottiene il vino puro, così si ottiene l'agresto e il mosto. Ma con questi ultimi non sembra che si possa consacrare validamente, a norma del sesto Concilio: "Abbiamo saputo che in alcune chiese i sacerdoti per il sacrificio spremono le uve e poi ne dispensano al popolo il succo. Prescriviamo dunque che nessun sacerdote continui a farlo per l'avvenire". E S. Giulio Papa riprende alcuni che "offrono nel sacramento del calice del Signore vino allora spremuto". Dunque il vino di vite non è materia propria di questo sacramento.

IN CONTRARIO: Il Signore, come si è paragonato al chicco di frumento, così si è paragonato anche alla vite, dicendo: "Io sono la vera vite". Ma solo il pane di frumento è materia di questo sacramento, come si è detto. Dunque solo il vino di vite ne è la materia propria.

RISPONDO: Solo il vino di vite può servire per questo sacramento. Primo, per l'istituzione di Cristo che stabilì per questo sacramento il vino di vite, come risulta dalle sue stesse parole: "Non berrò d'ora in poi di questo succo di vite".
Secondo, perché, come si è detto, la sostanza adottata quale materia dei sacramenti è quella che propriamente e comunemente rientra in quella data specie. Ora, vino in senso proprio si dice quello che si ottiene dalla vite: altre bevande invece si chiamano vino per qualche somiglianza con il vino di vite.
Terzo, perché il vino di vite è più appropriato all'effetto di questo sacramento, che è la letizia spirituale; poiché sta scritto: "il vino rallegra il cuore dell'uomo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tali bevande non sono vino in senso proprio, ma per una certa analogia. D'altra parte in quelle regioni dove non cresce la vite può essere portato il vino vero quanto basta per l'Eucarestia.
2. L'aceto è vino corrotto: cosicché è impossibile ritrasformarlo in vino, come dice Aristotele. Quindi, come non si può consacrare il pane totalmente corrotto, così non si può consacrare l'aceto. La consacrazione è invece possibile con il vino acescente, come con il pane che incomincia a corrompersi, sebbene pecchi chi lo usa, come si è già detto.
3. L'agresto è in via di maturazione e non ha perciò natura di vino. Quindi con esso è impossibile consacrare questo sacramento.
Il mosto al contrario ha già natura di vino: infatti la sua dolcezza aiuta la digestione che "viene compiuta per calore naturale", come osserva Aristotele. Per tale ragione il mosto è materia valida di questo sacramento.
Tuttavia non si deve usare in questo l'intero succo delle uve spremute, perché esso contiene insieme al vino qualche cos'altro.
Inoltre è proibito offrire nel calice mosto appena spremuto dall'uva, perché non è decoroso per l'impurità del mosto. Lo si può fare però in caso di necessità; infatti lo stesso Papa S. Giulio dice: "Se è necessario, si sprema un grappolo nel calice".

ARTICOLO 6

Se al vino si debba aggiungere dell'acqua


SEMBRA che al vino non si debba aggiungere dell'acqua. Infatti:
1. Il sacrificio di Cristo fu raffigurato dall'oblazione di Melchisedec, di cui sta scritto che non offrì se non pane e vino. Dunque in questo sacramento non si deve aggiungere dell'acqua.
2. Per sacramenti diversi diversa è la materia. Ma l'acqua è materia del battesimo. Dunque essa non va impiegata come materia dell'Eucarestia.
3. Materia di questo sacramento sono il pane e il vino. Ora, al pane non si aggiunge nulla. Quindi non va aggiunto nulla neppure al vino.

IN CONTRARIO: Il Papa Alessandro prescrive: "Nelle oblazioni sacramentali, che nella messa si offrono al Signore, si offrano in sacrificio soltanto il pane e il vino misto all'acqua".

RISPONDO: Al vino che si offre in questo sacramento si deve aggiungere dell'acqua. Primo, a motivo della sua istituzione. È probabile infatti che il Signore abbia istituito questo sacramento con vino mescolato ad acqua, conforme all'uso di quella regione; per cui nei Proverbi si legge: "Bevete il vino che ho mescolato per voi".
Secondo, perché la cosa è intonata alla passione del Signore. Di qui le parole del Papa Alessandro I: "Non si deve, nel calice del Signore, offrire solo vino, o solo acqua, ma le due cose unite insieme, essendo entrambe sgorgate dal suo costato nella sua passione".
Terzo, perché ciò concorre a esprimere l'effetto di questo sacramento, che è l'unione del popolo cristiano con Cristo; poiché, come spiega il papa Giulio I, "nell'acqua è raffigurato il popolo, nel vino invece si ha il sangue di Cristo. Poiché, quando nel calice al vino si aggiunge l'acqua, (si vuol dire che) Cristo si unisce al popolo".
Quarto, perché ciò si addice all'ultimo effetto di questo sacramento che è l'ingresso nella vita eterna. Di qui le parole di S. Ambrogio: "L'acqua scende nel calice, e sale alla vita eterna".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il sacrificio di Cristo, spiega S. Ambrogio, come è stato rappresentato dall'oblazione di Melchisedec, così è stato rappresentato anche dall'acqua che nel deserto sgorgò dalla roccia, dicendo S. Paolo: "Bevevano alla roccia spirituale che li accompagnava".
2. Nel battesimo l'acqua viene impiegata come lavacro. Nella Eucarestia invece viene impiegata come bevanda ristoratrice, secondo le parole del Salmo: "Con refrigeranti acque mi ristora".
3. Il pane si fa con acqua e farina. Quindi mescolando l'acqua al vino, nessuna delle due sostanze è priva d'acqua.

ARTICOLO 7

Se l'aggiunta dell'acqua sia necessaria alla validità di questo sacramento


SEMBRA che l'aggiunta dell'acqua sia necessaria per la validità di questo sacramento. Infatti:
1. Scrive S. Cipriano: "Così il calice del Signore non è acqua soltanto e vino soltanto, ma la mescolanza di ambedue, come nemmeno il corpo del Signore è soltanto farina, ma l'una e l'altra cosa", cioè farina e acqua, "formanti un tutt'uno". Ora, l'aggiunta dell'acqua alla farina è indispensabile per questo sacramento. Per la stessa ragione quindi è indispensabile l'aggiunta dell'acqua al vino.
2. Nella passione del Signore, di cui questo sacramento è commemorativo, non "uscì dal suo costato" soltanto "sangue", ma anche "acqua". Ora, il vino che è il sacramento del sangue è indispensabile all'Eucarestia. Per la stessa ragione dunque è indispensabile anche l'acqua.
3. Se l'acqua non fosse indispensabile per questo sacramento, non avrebbe importanza quale acqua si mescoli, cosicché si potrebbe aggiungere acqua di rose o qualsiasi altra acqua del genere. Ora questo non è consentito dall'uso della Chiesa. Perciò l'acqua è indispensabile in questo sacramento.

IN CONTRARIO: Scrive S. Cipriano: "Se qualcuno dei nostri predecessori, o per ignoranza, o per semplicità non ha osservato questo rito", cioè di mescere acqua nel vino per l'Eucarestia, "si può perdonare alla sua semplicità". Ma ciò non sarebbe, se l'acqua fosse indispensabile per questo sacramento, come lo è il vino e il pane. Dunque l'aggiunta dell'acqua non è di stretta necessità per il sacramento.

RISPONDO: Il segno va giudicato dalla cosa significata. Ebbene, l'acqua che si aggiunge al vino sta a rappresentare la partecipazione dei fedeli a questo sacramento, poiché con l'infusione dell'acqua nel vino si vuol indicare l'unione del popolo intorno a Cristo, come si è detto. Anche il fatto che dal costato di Cristo pendente dalla croce sia sgorgata acqua ha lo stesso significato; poiché l'acqua rappresenta l'abluzione dei peccati che veniva prodotta dalla passione di Cristo. Ora si è detto sopra che questo sacramento si compie mediante la consacrazione della materia: mentre il suo uso da parte dei fedeli non è indispensabile per il sacramento, ma è conseguente al sacramento stesso. Da ciò segue che l'aggiunta dell'acqua non è indispensabile.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il testo di S. Cipriano si deve intendere non nel senso di un'impossibilità assoluta, ma di una mancanza di convenienza. Quindi il suo paragone serve a chiarire che ciò è obbligatorio, non già che è indispensabile: l'acqua infatti nel pane è elemento essenziale, non così nel vino.
2. L'effusione del sangue faceva direttamente parte della stessa passione di Cristo, essendo naturale per un corpo umano ferito che da esso sgorghi sangue. Invece l'effusione dell'acqua non era necessaria nella passione, ma avvenne per mostrare gli effetti, che sono l'abluzione dei peccati e il refrigerio contro gli ardori della concupiscenza. Perciò in questo sacramento l'acqua non si offre separatamente dal vino, come il vino si offre separatamente dal pane; ma l'acqua si offre mescolata col vino, per indicare che il vino appartiene di per sé al sacramento quale suo costitutivo necessario, l'acqua invece in quanto si aggiunge al vino.
3. Non essendo l'aggiunta dell'acqua al vino indispensabile per la validità del sacramento, non ha importanza la specie di acqua che si versa nel vino: che essa cioè sia naturale o artificiale, p. es., di rose. Sebbene, rispetto alla riverenza dovuta al sacramento, pecchi chi infonde acqua diversa da quella vera e naturale: perché dal costato di Cristo pendente dalla croce uscì acqua vera, e non umore flemmatico, come alcuni hanno detto; e ciò per dimostrare che il corpo di Cristo era veramente composto dei quattro elementi, come lo sgorgare del sangue provava che era composto dei quattro umori, conforme a quanto dice Innocenzo III in una Decretale. Il mescolamento invece dell'acqua con la farina, essendo di necessità per questo sacramento, quale costitutivo appunto della sostanza del pane, se alla farina si mescolasse acqua di rose o qualunque altro liquido diverso dall'acqua vera, con tale materia non si potrebbe consacrare il sacramento, perché non sarebbe vero pane.

ARTICOLO 8

Se l'acqua si debba aggiungere in grande quantità


SEMBRA che l'acqua si debba aggiungere in grande quantità. Infatti:
1. Dal costato di Cristo come sgorgò in modo ben visibile il sangue, così sgorgò anche l'acqua; tanto che S. Giovanni ha potuto dire: "Chi vide, attesta il fatto". Ma l'acqua non potrebbe essere visibile in questo sacramento, se non si aggiungesse in grande quantità. Dunque l'acqua si deve aggiungere in grande quantità.
2. Poca acqua mischiata a molto vino sparisce. Ma ciò che sparisce, non esiste più. Perciò aggiungere poca acqua in questo sacramento è come non aggiungerne affatto. Ma non aggiungerne non è affatto lecito. Dunque non è permesso aggiungerne in piccola quantità.
3. Se bastasse metterne poca, sarebbe sufficiente versare una goccia in tutta una botte. Ma questo è ridicolo. Quindi non basta aggiungerne in piccola quantità.

IN CONTRARIO: Nelle Decretali a proposito della celebrazione della Messa si legge: "Un pericoloso abuso è invalso dalle tue parti, cioè che nel sacrificio si metta più acqua che vino, mentre secondo la consuetudine della Chiesa universale è da usarsi in esso più vino che acqua".

RISPONDO: Circa l'acqua che si aggiunge al vino ci sono tre opinioni, come ricorda Innocenzo III in una Decretale. Alcuni sostengono che l'acqua unita al vino rimane acqua, dopo che il vino si è convertito in sangue. - Ma questa opinione non regge. Perché nel sacramento dell'altare dopo la consacrazione nient'altro è presente che il corpo e il sangue di Cristo, come dice S. Ambrogio: "Prima della consacrazione è designata un'altra sostanza, dopo la consacrazione si parla di corpo". Altrimenti non si potrebbe adorare con culto di latria.
Altri perciò affermarono che, come il vino si converte in sangue, così l'acqua si converte nell'acqua uscita dal costato di Cristo. - Ma neppure questa opinione è ragionevole. Perché allora l'acqua si dovrebbe consacrare separatamente dal vino, come il vino dal pane.
È dunque più probabile, secondo lo stesso Innocenzo III, l'opinione di altri i quali dicono che l'acqua si converte in vino e il vino in sangue. Ora, questo non potrebbe avvenire, se non si aggiungesse così poca acqua da potersi mutare in vino. Di conseguenza è cosa comunque più sicura aggiungere poca acqua, specialmente se il vino è debole; perché se si facesse tale aggiunta d'acqua da far cambiare la specie al vino, non si potrebbe consacrare validamente il sacramento. Per questo motivo il Papa S. Giulio rimprovera alcuni, che "per tutto l'anno conservano un panno di lino inzuppato di mosto, e al momento del sacrificio ne lavano con acqua una parte e così celebrano".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Basta al simbolismo di questo sacramento che l'acqua sia visibile quando si versa, ma non è necessario che lo sia dopo l'infusione.
2. Se l'acqua non si aggiungesse affatto, se ne sopprimerebbe il simbolismo, invece quando l'acqua si muta in vino viene a indicare l'incorporazione del popolo a Cristo.
3. Se l'acqua si aggiungesse al vino nella botte, non si avrebbe il simbolismo di questo sacramento; occorre invece che l'acqua sia aggiunta al vino durante la celebrazione del sacramento.

Questione 75

La conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo


Passiamo ora a considerare la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se in questo sacramento si trovi il corpo di Cristo nella sua realtà, oppure soltanto come rappresentato e simboleggiato; 2. Se in questo sacramento dopo la consacrazione rimanga la sostanza del pane e del vino; 3. Se essa venga annientata; 4. Se si converta nel corpo e nel sangue del Cristo; 5. Se dopo la conversione rimangano gli accidenti; 6. Se rimanga la forma sostanziale; 7. Se questa conversione avvenga istantaneamente; 8. Se sia vera questa proposizione: "Dal pane si ottiene il corpo di Cristo".

ARTICOLO 1

Se il corpo di Cristo sia in questo sacramento nella sua realtà, oppure soltanto come rappresentato o simboleggiato


SEMBRA che il corpo del Cristo non sia in questo sacramento nella sua realtà, ma solo come rappresentato o simboleggiato. Infatti:
1. Dopo che il Signore ebbe detto: "Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, ecc.", "molti dei suoi discepoli al sentirlo dissero: Questo linguaggio è duro", ed egli soggiunse: "Lo spirito è quello che vivifica, la carne non giova a nulla". Come per dire, secondo le spiegazioni di S. Agostino: "Prendete in senso spirituale quanto vi ho detto. Non questo corpo che vedete, avrete da mangiare, né avrete da bere quel sangue che mi faranno versare i miei crocifissori. Io vi affido un mistero, o sacramento. Se lo intendete spiritualmente, vi arricchirà di vita; mentre la carne non serve a nulla".
2. Il Signore ha detto: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo"; e S. Agostino spiega: "Finché il mondo durerà, il Signore rimarrà lassù; tuttavia la verità del Signore è anche qui con noi. Il corpo infatti con il quale è risorto non può essere che in un luogo soltanto, ma la sua verità è diffusa dovunque". Perciò nell'Eucarestia il corpo di Cristo non è presente nella sua realtà, ma solo in forma simbolica.
3. Nessun corpo può essere contemporaneamente in più luoghi, essendo ciò impossibile anche a un angelo; perché altrimenti potrebbe essere dappertutto. Ma il corpo di Cristo è un vero corpo ed è presente in cielo. Dunque nel sacramento dell'altare non è presente nella sua realtà, ma solo sotto forma di simbolo.
4. I sacramenti della Chiesa hanno per fine l'utilità dei fedeli. Ora, in un'omelia di S. Gregorio si rimprovera al funzionario regio di "aver cercato la presenza corporale di Cristo". Inoltre anche agli Apostoli l'attaccamento che avevano alla presenza corporale del Signore impediva di ricevere lo Spirito Santo, come dice S. Agostino a commento delle parole: "Se io non vado, il Paraclito non verrà a voi". Dunque Cristo non è presente corporalmente nel sacramento dell'altare.

IN CONTRARIO: S. Ilario dichiara: "Sulla realtà della carne e del sangue di Cristo non c'è adito a dubbio alcuno. Poiché e per dichiarazione del Signore stesso e per la nostra fede la sua carne è veramente cibo e il suo sangue è veramente bevanda". E S. Ambrogio afferma: "Come il Signore Cristo Gesù è vero Figlio di Dio, così è vera carne di Cristo quella che noi riceviamo, e il suo sangue è vera bevanda".

RISPONDO: La reale presenza del corpo e del sangue di Cristo in questo sacramento non può essere conosciuta dai sensi, ma solo dalla fede, che si fonda sull'autorità divina. Ecco perché S. Cirillo, commentando le parole, "Questo è il mio corpo che sarà dato per voi", afferma: "Non dubitare che ciò sia vero, ma piuttosto accetta con fede le parole del Salvatore, il quale, essendo la verità, non mentisce".
E tale presenza si addice prima di tutto alla perfezione della nuova legge. Infatti i sacrifici dell'antica legge contenevano il vero sacrificio della morte di Cristo soltanto in modo figurato, secondo le parole di S. Paolo: "La legge ha l'ombra dei beni futuri, non l'immagine viva delle cose stesse". Era giusto dunque che il sacrificio della nuova legge, istituito da Cristo, avesse qualche cosa di più e cioè che contenesse lui medesimo che fu crocifisso, non solo sotto forma di simbolo o di figura, ma nella realtà. Di conseguenza questo sacramento che contiene realmente Cristo in persona, è tale, come afferma Dionigi, "da essere il coronamento di tutti gli altri sacramenti", per mezzo dei quali ci viene comunicata la grazia di Cristo.
Secondo, si addice alla carità di Cristo, il quale per la nostra salvezza assunse un corpo reale di natura umana. Ora, essendo particolarmente proprio dell'amicizia, come dice Aristotele, che "gli amici vivano insieme", Cristo ci ha promesso in premio la propria presenza corporale con le parole: "Dovunque sarà il corpo, là si raccoglieranno le aquile". Ma nel frattempo non ha voluto privarcene in questa peregrinazione, unendoci a sé in questo sacramento per mezzo della realtà del suo corpo e del suo sangue. Di qui le sue parole: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui". Cosicché questo sacramento è il segno della più grande carità ed è il sostegno della nostra speranza per l'unione tanto familiare di Cristo con noi.
Terzo, si addice alla perfezione della fede, la quale, ha per oggetto sia la divinità di Cristo, che la sua umanità, secondo le sue parole: "Credete in Dio e credete in me". Ora, poiché la fede ha per oggetto cose invisibili, come ci offre la sua divinità in modo invisibile, così in questo sacramento Cristo ci offre anche la sua carne in maniera invisibile.
Non considerando tutto questo, alcuni hanno sostenuto che in questo sacramento il corpo e il sangue di Cristo non sono contenuti che sotto forma di simbolo. La quale affermazione è da respingersi come eretica, essendo contraria alle parole di Cristo. Perciò Berengario, che per primo propalò questo errore, fu costretto poi a ritrattarlo e a professare la verità della fede.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Proprio dal testo citato presero occasione per il loro errore gli eretici suddetti, intendendo male le parole di S. Agostino. Quando infatti egli dice: "Non questo corpo che vedete, avrete da mangiare", intende escludere non la realtà del corpo di Cristo, ma che esso fosse da mangiarsi nell'aspetto in cui lo vedevano. Con le altre parole poi: "Vi affido un mistero, che inteso spiritualmente vi arricchirà di vita", non vuol dire che il corpo di Cristo è presente in questo sacramento solo secondo un simbolismo mistico, ma che vi è presente in modo spirituale, ossia invisibilmente e per la virtù dello spirito. Perciò commentando l'affermazione "la carne non giova a nulla", spiega: "Nel senso inteso da loro. Infatti essi capirono che dovevano mangiare la sua carne come si strappa a morsi da un cadavere o come si vende alla macelleria, non come è animata dallo spirito. Si unisca lo spirito alla carne e giova moltissimo; se infatti la carne non servisse a nulla, il Verbo non si sarebbe fatto carne per abitare tra noi".
2. Il testo di S. Agostino e altri simili si riferiscono al corpo di Cristo fisicamente visibile, al quale accennano le parole del Signore stesso: "Me invece non mi avrete sempre". Invisibilmente invece sotto le specie di questo sacramento egli è presente dovunque questo sacramento si compie.
3. Il corpo di Cristo in questo sacramento non è localizzato come un corpo, che con le sue dimensioni si commisura al luogo, ma in un modo speciale che è proprio di questo sacramento. Perciò diciamo che il corpo di Cristo è presente in diversi altari non localmente, ma sacramentalmente. Così dicendo non intendiamo dire che Cristo è presente solo sotto forma di simbolo, sebbene il sacramento sia nella categoria dei segni, e simboli; ma che il corpo di Cristo è qui presente secondo il modo speciale di questo sacramento.
4. L'argomento è valido se si riferisce alla presenza del corpo di Cristo fisicamente intesa, ossia nella sua sembianza visibile; ma non se si riferisce alla sua presenza spirituale, cioè invisibile, secondo il modo e la virtù delle cose spirituali. Di qui le parole di Sant'Agostino: "Se intendi spiritualmente" le parole del Cristo a riguardo della sua carne, "esse sono per te spirito e vita; se le intendi in senso carnale, esse sono ugualmente spirito e vita, ma non lo sono per te".

ARTICOLO 2

Se in questo sacramento dopo la consacrazione rimanga la sostanza del pane e del vino


SEMBRA che in questo sacramento dopo la consacrazione rimanga la sostanza del pane e del vino. Infatti:
1. Il Damasceno dice: "Poiché gli uomini hanno l'abitudine di mangiare il pane e di bere il vino, Dio ha unito a queste cose la sua divinità e le ha fatte corpo e sangue suo". E più sotto: "Il pane della comunione non è semplice pane, ma è pane unito alla divinità". Ora, l'unione si fa tra cose esistenti in atto. Perciò in questo sacramento sono presenti il pane e il vino insieme al corpo e al sangue di Cristo.
2. Tra i sacramenti della Chiesa ci deve essere uniformità. Ma negli altri sacramenti la sostanza della materia rimane: nel battesimo p. es., rimane la sostanza dell'acqua e nella cresima la sostanza del crisma. Dunque anche in questo sacramento la sostanza del pane e del vino rimane.
3. Il pane e il vino sono stati scelti per questo sacramento, perché adatti a significare l'unità della Chiesa, poiché "un unico pane si fa con molti grani e un unico vino con molti grappoli", come nota S. Agostino. Ma questo si riscontra nella sostanza stessa del pane e del vino. Quindi la sostanza del pane e del vino in questo sacramento rimane.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma: "Sebbene si vedano le apparenze del pane e del vino, tuttavia dobbiamo credere che dopo la consacrazione sono soltanto carne e sangue di Cristo".

RISPONDO: Alcuni hanno sostenuto che dopo la consacrazione rimane in questo sacramento la sostanza del pane e del vino. - Ma ciò è insostenibile. Primo, perché questa affermazione esclude la realtà del sacramento eucaristico, la quale implica la presenza in questo sacramento del vero corpo di Cristo. Ma questo non è presente prima della consacrazione. Ora, una cosa non può farsi presente dove non era prima, se non per mezzo di un trasferimento locale, o per il convertirsi in essa di qualche altra cosa: il fuoco p. es., comincia ad essere di nuovo in una casa o perché ci si porta, o perché viene generato in essa. È chiaro però che il corpo di Cristo non incomincia ad essere presente in questo sacramento per un trasferimento locale. Primo, perché allora dovrebbe cessare di essere in cielo; infatti ciò che si sposta localmente, non giunge nel luogo successivo, se non lasciando il precedente. Secondo, perché ogni corpo mosso localmente attraversa tutti gli spazi intermedi: cosa che non si può afferrare nel nostro caso. Terzo, perché è impossibile che un unico movimento del medesimo corpo mosso localmente abbia per termine nello stesso tempo punti diversi: il corpo di Cristo invece si fa presente sotto questo sacramento contemporaneamente in più luoghi. Da ciò si deduce che il corpo di Cristo non può incominciare ad essere in questo sacramento, se non per mezzo della conversione in esso della sostanza del pane. Ma quello che si muta in un'altra cosa, a mutazione avvenuta non rimane. Per salvare quindi la verità di questo sacramento si deve concludere che la sostanza del pane non può rimanere dopo la consacrazione.
Secondo, perché l'opinione suddetta contraddice alla forma di questo sacramento, nella quale si afferma: "Questo (hoc) è il mio corpo". Ciò non sarebbe vero se vi rimanesse la sostanza del pane: perché la sostanza del pane non è affatto il corpo di Cristo. Ma si dovrebbe dire: "Qui c'è il mio corpo".
Terzo, perché sarebbe incompatibile con il culto di questo sacramento, qualora in esso rimanesse una sostanza che non si potesse adorare con adorazione di latria.
Quarto, perché contrasterebbe con le prescrizioni della Chiesa, secondo le quali, dopo aver preso del cibo materiale, non è lecito ricevere il corpo di Cristo, mentre dopo un'ostia consacrata se ne può sumere un'altra.
Perciò tale opinione è da respingersi come eretica.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio ha unito "la sua divinità", ossia la sua virtù divina, al pane e al vino, non perché essi rimanessero in questo sacramento, bensì allo scopo di farne il suo corpo e il suo sangue.
2. Negli altri sacramenti non c'è realmente presente Cristo in persona, come in questo sacramento. Quindi negli altri sacramenti rimane la sostanza della loro materia, ma in questo non può rimanere.
3. Le apparenze che rimangono, come si dirà appresso, bastano al simbolismo di questo sacramento: perché è attraverso gli accidenti che si conosce la natura della sostanza.

ARTICOLO 3

Se la sostanza del pane dopo la consacrazione di questo sacramento venga annichilata, o si risolva nella materia preesistente


SEMBRA che la sostanza del pane dopo la consacrazione di questo sacramento venga annichilata, o si risolva nella materia preesistente. Infatti:
1. Ciò che è corporeo deve essere in un dato luogo. Ma la sostanza del pane, che è qualche cosa di corporeo, non rimane, come sopra abbiamo spiegato, in questo sacramento: però non è possibile neppure stabilire un luogo dove si trovi. Quindi non è più nulla dopo la consacrazione. Perciò o è stata annichilata, oppure si è risolta nella materia preesistente.
2. In qualunque mutazione il termine di partenza sparisce, o tutt'al più rimane nella potenza della materia: quando l'aria, p. es., si trasforma in fuoco, rimane solo nella potenza della materia; lo stesso si dica quando una cosa da bianca diventa nera. Ma in questo sacramento il termine di partenza è la sostanza del pane e del vino, mentre il corpo e il sangue di Cristo sono il termine di arrivo; dice infatti S. Ambrogio: "Prima della consacrazione è designata un'altra sostanza, dopo la consacrazione sta a indicare il corpo di Cristo". Quindi dopo la consacrazione la sostanza del pane e del vino non rimane che nella materia preesistente.
3. Di due proposizioni contraddittorie una dev'esser vera. Ora, questa è falsa: "Fatta la consacrazione, la sostanza del pane e del vino, è qualche cosa". Dunque è vera quest'altra: "La sostanza del pane e del vino non è più nulla".

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Dio non è la causa della tendenza al non essere". Ma questo sacramento si compie per virtù divina. Dunque in essa la sostanza del pane e del vino non viene annichilata.

RISPONDO: Poiché la sostanza del pane e del vino non rimane in questo sacramento, alcuni, ritenendo impossibile che essa si converta nel corpo e nel sangue di Cristo, pensarono che in forza della consacrazione la sostanza del pane e del vino si risolva nella materia preesistente, oppure che venga annichilata.
Ora, la materia preesistente in cui si possono risolvere i corpi composti, sono i quattro elementi: non potendosi essi risolvere nella materia prima priva di qualsiasi forma, perché la materia senza forma non può esistere. Dopo la consacrazione però, non rimanendo sotto la specie del sacramento nient'altro che il corpo e il sangue, è necessario dire che gli elementi in cui si risolverebbe la sostanza del pane e del vino si ritirano dal sacramento con moto locale. E questo dovrebbe essere percepito dai sensi. - Inoltre la sostanza del pane e del vino deve pur rimanere fino all'ultimo istante della consacrazione. Ma nell'ultimo istante della consacrazione c'è già la sostanza del corpo e del sangue di Cristo, come nell'ultimo istante della generazione c'è già la nuova forma. Quindi non è possibile trovare un istante in cui sia presente la materia preesistente. Evidentemente non si può dire che la sostanza del pane e del vino si risolva nella materia preesistente un po' alla volta, o che abbandoni le specie gradualmente. Perché se ciò incominciasse a verificarsi nell'ultimo istante della consacrazione, insieme al corpo di Cristo sotto una parte dell'ostia ci sarebbe la sostanza del pane, contro quello che abbiamo dimostrato sopra. Se invece incominciasse a verificarsi prima della consacrazione, allora ci sarebbe un periodo di tempo durante il quale sotto una parte dell'ostia non sarebbe contenuta né la sostanza del pane né il corpo di Cristo; e questo è inaccettabile.
Sembra che gli stessi autori suddetti si siano resi conto di questo. Cosicché proposero anche l'altro termine dell'alternativa: cioè l'annichilazione. - Ma neppure questa è possibile. Perché non c'è altro modo per cui il vero corpo di Cristo possa iniziare la sua presenza in questo sacramento all'infuori della conversione in esso della sostanza del pane: e tale conversione viene negata ammettendo, o l'annichilazione della sostanza del pane, o la sua risoluzione nella materia preesistente. - Parimente non c'è modo neppure d'assegnare a tale risoluzione o annichilazione una causa che la produca: poiché l'effetto del sacramento viene indicato dalla forma; ma nessuna di queste due cose viene indicata dalle parole della forma: "Questo è il mio corpo".
È chiaro quindi che la suddetta opinione è falsa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dopo la consacrazione la sostanza del pane e del vino non rimane, né sotto le specie sacramentali, né altrove. Non ne segue tuttavia che venga annichilata: essa si converte nel corpo di Cristo. Come non segue che l'aria da cui si è generato il fuoco, se non è qui né altrove, sia annichilata.
2. La forma da cui si parte non si muta nella forma successiva, ma l'una succede all'altra in un dato soggetto; quindi la prima forma non rimane se non nella potenza della materia. Qui invece la sostanza del pane si muta nel corpo di Cristo, come si è detto. Perciò l'argomento non regge.
3. Dopo la consacrazione, sebbene sia falsa la proposizione: "La sostanza del pane è qualche cosa", è però qualche cosa ciò in cui la sostanza del pane si è convertita. Quindi la sostanza del pane non è stata annichilata.

ARTICOLO 4

Se il pane possa convertirsi nel corpo di Cristo


SEMBRA che il pane non possa convertirsi nel corpo di Cristo. Infatti:
1. La conversione è una mutazione. Ma in ogni mutazione dev'esserci un soggetto, il quale prima è in potenza e poi in atto, perché il moto è "l'atto di un ente in potenza", come dice Aristotele. Ora, la sostanza e del pane e del corpo di Cristo, non può avere soggetto, perché è proprio della sostanza, nota Aristotele, "non essere in un soggetto". Quindi è impossibile che tutta la sostanza del pane si converta nel corpo di Cristo.
2. Nella conversione la forma risultante inizia come nuova nella materia di ciò che si è trasmutato in essa: quando l'aria, p. es., si converte nel fuoco che prima non esisteva, la forma del fuoco incomincia allora a esistere nella materia dell'aria; e così quando il cibo si converte in sostanza umana prima inesistente, la forma umana incomincia allora a esistere nella materia del cibo. Se dunque il pane si converte nel corpo di Cristo, la forma del corpo di Cristo deve incominciare come cosa nuova a esistere nella materia del pane: il che è falso. Dunque il pane non si converte nella sostanza del corpo di Cristo.
3. Di due cose che sono radicalmente distinte tra loro, una non diventa mai l'altra: il bianco, p. es., non diventa mai nero, ma è il soggetto del bianco che diventa soggetto del nero, come dice Aristotele. Ora, come sono contrarie tra loro due forme radicalmente distinte, essendo esse principii della differenza formale; così sono radicalmente distinte due determinate porzioni di materia, essendo principii della distinzione materiale (o numerica). Quindi è impossibile che questa materia del pane diventi quest'altra materia individuante il corpo di Cristo. Perciò è impossibile che la sostanza di questo pane si converta nella sostanza del corpo di Cristo.

IN CONTRARIO: Eusebio di Emesa afferma: "Non dev'essere per te strano e impossibile, che cose terrene e mortali si convertano nella sostanza di Cristo".

RISPONDO: Sopra abbiamo già chiarito che in questo sacramento è presente il vero corpo di Cristo; il quale non può iniziarvi la sua presenza con un moto locale; anzi abbiamo visto pure che il corpo di Cristo non è in esso neppure localmente: perciò bisogna concludere che il corpo di Cristo vi inizia la sua presenza per la conversione in esso della sostanza del pane.
Questa conversione però non è simile alle conversioni naturali, ma è del tutto soprannaturale, compiuta. dalla sola potenza di Dio. Di qui le parole di S. Ambrogio: "È noto che la Vergine generò fuori dell'ordine della natura. Ora, anche ciò che noi consacriamo è il corpo nato dalla Vergine. Perché dunque cerchi l'ordine naturale nel corpo di Cristo, se il Signore stesso Gesù è stato partorito dalla Vergine fuori dell'ordine di natura?". E a commento del passo, "Le parole che vi ho rivolto", a proposito di questo sacramento, "sono spirito e vita", il Crisostomo afferma: "Sono cioè spirituali, non hanno niente di carnale, né seguono un processo di natura, liberate da ogni necessità terrena e dalle leggi che vigono sulla terra".
È chiaro infatti che ogni ente opera in quanto è in atto. Ma ogni agente creato è limitato nel suo atto, appartenendo a un dato genere e a una data specie. Quindi l'azione di qualsiasi agente creato si limita a un determinato atto. Ora, la determinazione di qualsiasi cosa al proprio essere in atto dipende dalla forma. Perciò un agente naturale o creato non può causare che una trasmutazione di forma. E quindi ogni conversione, che si compia secondo le leggi naturali, è un cambiamento soltanto formale. Dio invece è atto infinito, come abbiamo spiegato nella Prima Parte. Perciò la sua azione si estende a tutta la natura dell'ente. E quindi può produrre non soltanto delle conversioni formali, in cui in un medesimo soggetto si succedono forme diverse; ma può trasmutare tutto l'ente, in modo che tutta la sostanza di un ente si converta per intero nella sostanza di un altro.
Ciò appunto avviene per virtù divina in questo sacramento. Infatti tutta la sostanza del pane si converte in tutta la sostanza del corpo di Cristo, e tutta la sostanza del vino in tutta la sostanza del sangue di Cristo. Perciò questa non è una convelsione formale, ma sostanziale. Né rientra tra le specie delle mutazioni naturali, ma con termine proprio può dirsi transustanziazione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prima obiezione procede dalle mutazioni di forma; perché è proprio della forma essere nella materia o nel soggetto. La cosa non ha luogo nella conversione di tutta la sostanza. Infatti questa conversione sostanziale, poiché implica un ordine tra due sostanze, di cui una si converte nell'altra, ha il suo soggetto in ambedue le sostanze, appunto come l'ordine e il numero.
2. Anche la seconda obiezione si basa sulla conversione o mutazione formale; perché, come abbiamo detto, è necessario che la forma sia nella materia o nel soggetto. Ciò invece non avviene nella trasmutazione di tutta la sostanza, in cui il soggetto non esiste.
3. Per virtù di un agente limitato non può una forma cambiarsi in un'altra forma, né una materia in un'altra materia. Ma per virtù di un agente infinito, che opera su tutto l'ente, tale conversione è possibile; perché ad ambedue le forme e ad ambedue le materie è comune la natura di ente; e l'autore dell'ente può mutare l'entità dell'una nell'entità dell'altra, eliminando ciò che distingueva l'una dall'altra.

ARTICOLO 5

Se in questo sacramento rimangano gli accidenti del pane e del vino


SEMBRA che in questo sacramento non rimangano gli accidenti del pane e del vino. Infatti:
1. Rimosso ciò che precede, viene meno ciò che segue. Ora, per natura la sostanza precede l'accidente, come prova Aristotele. Poiché dunque, fatta la consacrazione, non rimane la sostanza del pane in questo sacramento, non rimangono neppure i suoi accidenti.
2. Nel sacramento della verità non ci dev'essere nessun inganno. Ma dagli accidenti noi giudichiamo della sostanza. Perciò, se rimanessero gli accidenti senza che rimanga la sostanza del pane, il giudizio dell'uomo verrebbe ad essere ingannato. Ciò dunque non è conveniente per questo sacramento.
3. La nostra fede, sebbene non sia subordinata alla ragione, non è tuttavia contro ma sopra di essa, come abbiamo detto all'inizio di quest'opera. Ora, la nostra ragione prende le mosse dai sensi. Perciò la nostra fede non deve mettersi contro i sensi, al punto di credere sostanza del corpo di Cristo quanto i nostri sensi giudicano essere pane. Non è dunque conveniente che in questo sacramento rimangano gli accidenti del pane oggetto dei sensi, e non rimanga la sostanza del pane.
4. Ciò che rimane dopo la conversione risulta essere il soggetto della mutazione. Se dunque, a conversione avvenuta, rimangono gli accidenti del pane, si dovrà dire che gli stessi accidenti sono il soggetto della conversione. Il che è impossibile, perché "niente è accidente di un altro accidente". Non devono dunque rimanere in questo sacramento gli accidenti del pane e del vino.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Sotto le specie del pane e del vino che vediamo, noi onoriamo cose invisibili, cioè la carne e il sangue".

RISPONDO: Con i sensi si constata che, fatta la consacrazione, rimangono tutti gli accidenti del pane e del vino. E ciò è stato disposto sapientemente dalla provvidenza divina. Primo, perché, non essendo per gli uomini cosa abituale ma ributtante mangiare carne umana e bere sangue umano, la carne e il sangue del Cristo ci vengono presentati sotto le specie di quei cibi, che più frequentemente sono usati dagli uomini, cioè del pane e del vino.
Secondo, perché questo sacramento non sia oggetto d'irrisione da parte dei non credenti, come sarebbe se mangiassimo il Signore nostro nelle sue proprie sembianze.
Terzo, perché il ricevere in modo invisibile il corpo e il sangue del Signore, giovi ad accrescere il merito della fede.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'effetto, come nota Aristotele, dipende più dalla causa prima che dalla causa seconda. Quindi per virtù di Dio che è la causa prima di tutte le cose, possono rimanere cose susseguenti, senza che rimanga ciò che le precede.
2. In questo sacramento non c'è alcun inganno: perché gli accidenti, di cui giudicano i sensi, rimangono nella loro realtà. L'intelletto poi, il quale, come dice Aristotele, ha per suo oggetto la sostanza, viene preservato dall'inganno mediante la fede.
3. E così è risolta anche la terza difficoltà. Perché, la fede non è contro i sensi, ma riguarda cose cui i sensi non possono arrivare.
4. Questa conversione, come abbiamo notato, non ha propriamente un soggetto. Tuttavia gli accidenti che rimangono, hanno una certa somiglianza con esso.

ARTICOLO 6

Se, fatta la consacrazione, rimanga in questo sacramento la forma sostanziale del pane


SEMBRA che, fatta la consacrazione, rimanga in questo sacramento la forma sostanziale del pane. Infatti:
1. È stato detto che dopo la consacrazione rimangono gli accidenti. Ma essendo il pane qualche cosa di artificiale, anche la sua forma è un accidente. Quindi, a consacrazione avvenuta, rimane.
2. La forma del corpo di Cristo è l'anima, poiché secondo la definizione di Aristotele l'anima è "atto del corpo fisico avente vita in potenza". Ma non si può dire che la forma sostanziale del pane si converta nell'anima. Dunque essa rimane dopo la consacrazione.
3. In ogni ente l'operazione propria presuppone la forma sostanziale. Ma ciò che rimane in questo sacramento, nutre e produce tutti gli effetti che produrrebbe il pane se fosse presente. Dunque la forma sostanziale del pane rimane.

IN CONTRARIO: La forma sostanziale del pane fa parte della sostanza del pane. Ma la sostanza del pane si converte nel corpo di Cristo, come si è detto. Dunque la forma sostanziale del pane non può rimanere.

RISPONDO: Alcuni hanno pensato che, fatta la consacrazione, rimangono non solo gli accidenti del pane, ma anche la sua forma sostanziale. - Ma ciò non può essere. Primo, perché, se la forma sostanziale del pane rimanesse, si convertirebbe nel corpo di Cristo null'altro che la materia del pane. Conseguentemente non tutto il pane si convertirebbe nel corpo di Cristo, ma solo la materia del pane. Il che è incompatibile con la forma del sacramento nella quale si dice: "Questo è il mio corpo".
Secondo, perché se la forma sostanziale del pane rimanesse, rimarrebbe o unita o separata dalla materia. Ma la prima ipotesi è impossibile. Perché, rimanendo nella materia del pane, rimarrebbe allora tutta la sostanza del pane, contro quanto abbiamo detto. Né potrebbe rimanere unita ad altra materia: perché ogni forma non si trova se non nella propria materia. - Se poi rimanesse separata dalla materia, allora sarebbe una forma intelligibile in atto e quindi intelligente: poiché sono tali tutte le forme separate dalla materia.
Terzo, la cosa sarebbe inconciliabile con questo sacramento. Infatti gli accidenti del pane rimangono in questo sacramento per mostrare il corpo di Cristo, come si è detto sopra, sotto apparenze non proprie.
Perciò la forma sostanziale del pane non rimane.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che l'arte faccia qualche cosa, la cui forma non è accidentale ma sostanziale: così possono prodursi artificialmente rane e serpenti. Tali forme l'arte non le produce per virtù propria, ma per virtù dei principii naturali. Ed è così che essa produce la forma sostanziale del pane mediante la virtù del fuoco che cuoce la materia composta di farina e di acqua.
2. L'anima è forma del corpo e gli dona tutta la sua struttura di essere completo: cioè l'essere, l'essere corporeo, l'essere animato e così via. Orbene, la forma del pane si converte nella forma del corpo di Cristo solo rispetto all'essere corporeo: non già rispetto all'essere animato da un'anima umana.
3. Tra le operazioni del pane alcune gli sono proprie in ragione degli accidenti, p. es., alterare i nostri sensi. E tali operazioni si riscontrano nella specie del pane dopo la consacrazione a causa della permanenza degli accidenti stessi.
Altre operazioni invece sono proprie del pane, o in forza della materia, come il potersi convertire in un'altra cosa; oppure in forza della forma sostanziale, come gli effetti derivanti dalla sua natura, il fatto p. es., di "irrobustire il cuore dell'uomo". E tali operazioni si riscontrano in questo sacramento non in quanto rimane la forma o la materia, ma perché sono concesse miracolosamente agli stessi accidenti, come si dirà in seguito.

ARTICOLO 7

Se questa conversione avvenga istantaneamente o gradualmente


SEMBRA che questa conversione non avvenga istantaneamente, ma gradualmente. Infatti:
1. In questo sacramento prima si ha la sostanza del pane e poi la sostanza del corpo di Cristo. Perciò le due cose non si hanno nel medesimo istante, bensì in due istanti. Ma tra due istanti c'è sempre un tempo intermedio. Quindi questa conversione avviene necessariamente in quel processo di tempo, che intercorre dall'ultimo istante in cui è presente il pane, al primo istante in cui è presente il corpo di Cristo.
2. In ogni conversione si distingue il suo farsi e l'esser fatta, o compiuta. Ma queste due cose non sono simultanee, perché quello che si sta facendo non esiste ancora, e quello che è già fatto esiste già. Dunque in questa conversione c'è un prima e un dopo. Conseguentemente non è istantanea, ma graduale.
3. S. Ambrogio afferma che questo sacramento "si compie con le parole di Cristo". Ma le parole di Cristo vengono proferite successivamente. Quindi questa conversione non è istantanea.

IN CONTRARIO: Questa conversione si compie per una virtù infinita, della quale è proprio operare istantaneamente.

RISPONDO: Una mutazione può essere istantanea per tre motivi. Primo, a motivo della forma a cui termina la mutazione. Se infatti si tratta di una forma che ammette un più e un meno, essa viene acquisita dal soggetto per gradi successivi, come la sanità. Ecco perché la forma sostanziale "non ammettendo un più e un meno", viene introdotta nella materia istantaneamente. - Secondo, a motivo del soggetto che a volte viene gradualmente preparato a ricevere la forma: l'acqua p. es., si riscalda poco a poco. Quando invece il soggetto è di per sé nella disposizione immediata alla forma, la riceve istantaneamente: così un corpo diafano si illumina all'istante. - Terzo, a motivo dell'agente di virtù infinita: poiché esso è capace di disporre in un attimo la materia alla forma. Così si legge che avendo Cristo detto: "Effeta, cioè: Apriti, subito a un uomo si aprirono gli orecchi e si sciolse il nodo della lingua".
E per questi tre motivi la conversione di cui parliamo è istantanea. Primo, perché la sostanza del corpo di Cristo, alla quale termina questa conversione, non ammette un più e un meno. - Secondo, perché in questa conversione non c'è un soggetto da preparare gradualmente. - Terzo, perché viene compiuta dall'infinita virtù di Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni non ammettono che tra due istanti ci debba sempre essere un tempo intermedio. Dicono infatti che ciò è impossibile tra due istanti che si riferiscano al medesimo movimento, ma non tra due istanti che si riferiscono a cose diverse. Così tra l'istante che segna la fine del riposo e l'istante che segna l'inizio del movimento non c'è tempo intermedio. - Ma in questo s'ingannano. Perché, l'identità del tempo e dell'istante o la loro diversità non si giudicano in relazione a qualsiasi movimento, bensì in relazione al primo moto del cielo, che è la misura di ogni moto e di ogni quiete.
Perciò altri ammettono il tempo intermedio nel tempo che misura il movimento dipendente dal moto del cielo. Ci sono però moti indipendenti dal moto del cielo, che non sono misurati da esso: i moti degli angeli, p. es., di cui abbiamo parlato nella Prima Parte. Perciò tra due istanti corrispondenti a codesti moti non c'è tempo intermedio. - Ma questo non si può applicare al caso presente. Perché, sebbene questa conversione non abbia di per sé rapporto con il moto dei cieli, segue però la pronunzia delle parole, la quale è misurata necessariamente dal moto dei cieli. Perciò è inevitabile che tra due istanti qualsiasi di questa conversione ci sia un tempo intermedio.
Alcuni allora dicono che l'ultimo istante in cui è presente il pane e il primo istante in cui è presente il corpo di Cristo sono due in riferimento alle due cose misurate, ma sono un medesimo istante in riferimento al tempo misurante: come quando due linee si toccano, i punti da parte delle linee sono due, ma è il medesimo punto rispetto al luogo d'incontro. - Ma qui il caso è diverso. Perché, l'istante e il tempo non sono per i movimenti particolari una misura intrinseca come la linea e il punto per i corpi, ma soltanto estrinseca, come il luogo per i corpi.
Altri quindi dicono che l'istante è identico nella realtà, ma duplice secondo ragione. - Da questo però seguirebbe che simultaneamente esisterebbero nella realtà cose tra loro opposte. Infatti la differenza di ragione non cambia affatto la realtà.
Perciò si deve rispondere che questa conversione avviene, come si è detto, per le parole di Cristo proferite dal sacerdote, in modo che l'ultimo istante della dizione delle parole è il primo istante della presenza del corpo di Cristo nel sacramento, mentre in tutto il tempo precedente c'era la sostanza del pane. Ma in questo tempo non è possibile distinguere il penultimo istante immediatamente precedente all'ultimo; perché il tempo non si compone d'istanti consecutivi, come dimostra Aristotele. E così è precisabile il primo istante della presenza del corpo del Cristo, ma non è precisabile l'ultimo istante in cui è presente la sostanza del pane, bensì è precisabile l'ultimo tempo. Del resto la stessa cosa si riscontra anche nelle trasmutazioni naturali, come insegna Aristotele.
2. Nelle mutazioni istantanee c'è coincidenza tra il farsi e l'esser fatto: è simultaneo, p. es., venire illuminati ed essere illuminati. Poiché in tali mutazioni si parla di cose fatte in quanto già sono, e di divenire in quanto prima di allora non erano.
3. Questa conversione, come si è detto, avviene nell'ultimo istante del proferimento delle parole: allora infatti è completo il loro significato, il quale ha efficacia nella forma dei sacramenti. Perciò non segue che questa conversione debba essere graduale.

ARTICOLO 8

Se sia vera questa proposizione: "Dal pane si ottiene il corpo di Cristo"


SEMBRA che sia falsa questa proposizione: "Dal pane si ottiene il corpo di Cristo". Infatti:
1. Ogni cosa da cui se ne ottiene un'altra si può dire che diventa l'altra, ma non viceversa: diciamo infatti che dal bianco si ottiene il nero e che il bianco diventa nero; e sebbene diciamo che un uomo diventa nero, non diciamo tuttavia che da un uomo si ottiene il nero, come osserva Aristotele. Se dunque è vero che dal pane si ottiene il corpo di Cristo, sarà vero che il pane diventa il corpo di Cristo. Il che è falso, perché il pane non è il soggetto della conversione, ma ne è piuttosto il termine di partenza. Non è dunque esatto che dal pane si ottenga il corpo di Cristo.
2. Il divenire ha per termine l'essere o l'esser fatto. Ma non è mai vera questa proposizione: "Il pane è il corpo di Cristo", e neppure quest'altra: "Il pane è diventato il corpo di Cristo"; oppure: "Il pane sarà il corpo di Cristo". Non è vera dunque nemmeno questa: "Dal pane si ottiene il corpo di Cristo".
3. Ogni cosa da cui se ne ottiene un'altra, si converte in questa. Ma la proposizione: "Il pane si converte nel corpo di Cristo", è falsa; perché tale conversione è più miracolosa della creazione, per descrivere la quale tuttavia non si dice che il non ente si converte nell'ente. Dunque è falsa anche la proposizione: "Dal pane si ottiene il corpo di Cristo".
4. La cosa da cui se ne ottiene un'altra ha la capacità di diventare quest'ultima. Ma è falso dire: "Il pane può diventare il corpo di Cristo". Dunque è falso anche dire: "Dal pane si ottiene il corpo di Cristo".

IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma: "Quando sopraggiunge la consacrazione, dal pane si ottiene il corpo di Cristo".

RISPONDO: Questa conversione del pane nel corpo di Cristo sotto certi aspetti somiglia alla creazione e alla trasmutazione naturale, e sotto altri differisce da ambedue. Infatti è comune a tutti e tre i fatti la successione dei termini, cioè che una cosa sia dopo l'altra: infatti nella creazione abbiamo l'essere dopo il non essere, in questo sacramento abbiamo il corpo di Cristo dopo la sostanza del pane, e nella mutazione naturale abbiamo il bianco dopo il nero, o il fuoco dopo l'aria; inoltre è comune la non coincidenza di detti termini.
Detta conversione somiglia inoltre alla creazione, perché in entrambe è escluso un soggetto comune ai due termini del trapasso. Il contrario invece si verifica in ogni trasmutazione naturale.
Questa conversione ha poi un'affinità con la trasmutazione naturale su due cose, però in maniere diverse. Primo, per il fatto che in ambedue uno degli estremi si converte nell'altro: il pane nel corpo di Cristo, e l'aria (p. es.) nel fuoco, mentre il non ente non si converte nell'ente. Tuttavia nei due casi il trapasso è ben diverso. Infatti in questo sacramento l'intera sostanza del pane si converte in tutto il corpo di Cristo; mentre nella mutazione naturale la materia di una cosa riceve la forma di un'altra dopo la perdita della forma precedente. - Secondo, si somigliano in questo, che in ambedue i trapassi rimane un dato permanente: il che non può avvenire nella creazione. Però con questa differenza: che mentre nelle trasmutazioni naturali rimane identica la materia o il soggetto, in questo sacramento rimangono identici gli accidenti.
Da ciò si rileva quali siano le differenze di linguaggio da osservarsi in proposito. Poiché infatti in nessuno dei tre processi indicati i termini estremi sono simultanei, in nessuno di essi un estremo si può predicare dell'altro con un verbo di tempo presente che indichi la sostanza; ecco perché non diciamo che "Il non ente è ente", o che "Il pane è il corpo di Cristo", oppure che "L'aria è il fuoco", o che "Il bianco è nero".
Tenendo conto invece che gli estremi si succedono, possiamo nei tre casi usare la proposizione da (ex), per designare la successione. Possiamo così dire con verità e proprietà di linguaggio che "dal non ente si ha l'ente", "dal pane si ha il corpo di Cristo", "dall'aria il fuoco", o "dal bianco il nero".
Ma poiché nella creazione un estremo non si converte nell'altro, parlando della creazione non possiamo usare il termine conversione, e quindi non possiamo dire che "il non ente si converte nell'ente". A codesto termine invece possiamo ricorrere in questo sacramento, come anche nelle trasmutazioni naturali. Ma siccome in questo sacramento si converte tutta una sostanza in tutta un'altra sostanza, tale conversione si chiama propriamente transustanziazione.
Ancora, poiché di questa conversionè non esiste un soggetto, tutto ciò che si riscontra nelle conversioni naturali a motivo del soggetto non si può applicare a questa conversione. Innanzi tutto è chiaro che la potenza all'opposto è dovuta al soggetto; ed è in relazione a esso che valgono le frasi: "Il bianco può essere nero", e "L'aria può essere fuoco". Sebbene in questo secondo caso l'espressione non sia così propria come nel primo: infatti il soggetto del bianco in cui c'è la potenza al nero, è tutta la sostanza di codesto soggetto bianco, non essendo il bianco una parte della sostanza; invece il soggetto della forma dell'aria è una parte dell'aria e quindi dire che "l'aria può essere fuoco" è vero in forza della parte, per sineddoche. Al contrario nella transustanziazione come nella creazione, non essendovi alcun soggetto, non si dice che un estremo può essere l'altro, p. es., che "il non ente possa essere l'ente", oppure che "il pane possa essere il corpo di Cristo". - Per la stessa ragione non si può dire propriamente che "dal non ente si ha l'ente", o che "dal pane si ha il corpo di Cristo"; perché questa preposizione da (de) indica una causa consustanziale e tale consustanzialità degli estremi nelle trasmutazioni naturali dipende dalla comunanza del soggetto. - Similmente non è consentito dire che "il pane sarà il corpo di Cristo", o che "il pane diventa il corpo di Cristo"; come non è consentito, rispetto alla creazione dire che "il non ente sarà l'ente", o che "il non ente diventa l'ente", perché questo modo di dire è vero nelle trasmutazioni naturali dipendentemente dal soggetto: quando diciamo, p. es., che "il bianco diventa nero" e che "il bianco sarà nero".
Nondimeno, siccome in questo sacramento, a conversione avvenuta, rimane qualche cosa di immutato, cioè gli accidenti del pane, come si è detto sopra, secondo una certa analogia alcune delle proposizioni esaminate possono essere accettate: cioè che "il pane è il corpo di Cristo", che "il pane sarà il corpo di Cristo", oppure che "dal pane si ottiene il corpo di Cristo", intendendo con il termine pane non la sostanza del pane, ma indeterminatamente ciò che è contenuto sotto le specie del pane, sotto le quali prima era contenuta la sostanza del pane e poi il corpo di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La cosa da cui se ne ottiene un'altra, talora indica il soggetto insieme a uno degli estremi della mutazione, come quando si dice di una cosa che "da bianca si fa nera". Talora invece indica solo l'opposto o l'estremo contrario, come quando si dice che "dal mattino si fa giorno". E allora non è consentito di dire che questo diventa quello, cioè che "il mattino diventa il giorno". Altrettanto nel caso nostro: sebbene si dica con proprietà che dal pane si ottiene il corpo di Cristo, tuttavia l'espressione "il pane diviene il corpo di Cristo" non si può usare con proprietà di linguaggio; ma solo secondo una certa analogia, come si è detto.
2. La cosa da cui se ne ottiene un'altra, talora diventerà l'altra in forza del soggetto presupposto. Perciò, siccome in questa conversione sacramentale non c'è un soggetto, non è possibile considerarla alla pari.
3. In questa conversione ci sono delle cose più difficili che nella creazione, nella quale è difficile soltanto questo, che una cosa venga dal nulla: ciò tuttavia rientra nel modo di operare che è proprio della causa prima, la quale non presuppone nient'altro. Invece nella transustanziazione non solo è difficile il fatto che questo tutto si converte in un altro tutto, cosicché non resti nulla del primo, e ciò non rientra nel modo comune di agire di nessuna causa, ma c'è di difficile anche la permanenza degli accidenti dopo la conversione della sostanza, e molte altre cose di cui si parlerà in seguito. Ciò nonostante, il termine conversione si usa per questo sacramento, come abbiamo spiegato, e non per la creazione.
4. La potenza, come si è detto, spetta al soggetto, che manca in questa conversione. Ecco perché non è lecito dire che il pane può essere il corpo del Cristo, poiché questa conversione non si compie in virtù della potenza passiva della creatura, ma solo in virtù della potenza attiva del Creatore.
Questione 76

Il modo in cui Cristo è presente in questo sacramento


Veniamo ora a considerare il modo in cui Cristo è presente in questo sacramento.
In proposito si pongono otto quesiti: 1. Se Cristo sia per intero in questo sacramento; 2. Se Cristo sia tutto intero in ambedue le specie del sacramento; 3. Se Cristo sia per intero in tutte le parti delle specie; 4. Se le dimensioni del corpo di Cristo siano rispettate in questo sacramento; 5. Se il corpo di Cristo sia in questo sacramento localmente; 6. Se il corpo di Cristo venga mosso al muoversi dell'ostia o del calice dopo la consacrazione; 7. Se il corpo di Cristo sia percepibile dagli occhi in questo sacramento; 8. Se il vero corpo di Cristo rimanga in questo sacramento, quando miracolosamente appare sotto le sembianze di bambino o di carne.

ARTICOLO 1

Se tutto Cristo sia contenuto per intero in questo sacramento


SEMBRA che Cristo non sia contenuto per intero in questo sacramento. Infatti:
1. Cristo incomincia a essere in questo sacramento per la conversione del pane e del vino. Ma è evidente che il pane e il vino non possono convertirsi né nella divinità di Cristo, né nella sua anima. Ora, Cristo essendo composto di tre sostanze, cioè di divinità, di anima e di corpo, come sopra abbiamo detto, è chiaro che egli non è presente per intero in questo sacramento.
2. Cristo è in questo sacramento per il nutrimento dei fedeli, che consiste nel cibo e nella bevanda, come si è detto. Ora, il Signore afferma: "La mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda". Perciò in questo sacramento ci sono soltanto la carne e il sangue di Cristo. Ma ci sono molte altre parti nel corpo del Cristo: p. es., i nervi, le ossa e altre simili. Dunque Cristo non è contenuto per intero in questo sacramento.
3. Un corpo di maggiore grandezza non può essere contenuto tutto nelle misure di una quantità minore. Ma le misure del pane e del vino consacrato sono molto più piccole delle misure proprie del corpo di Cristo. Dunque non è possibile che Cristo sia contenuto per intero in questo sacramento.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma: "In questo sacramento c'è Cristo".

RISPONDO: È necessario riconoscere, secondo la fede cattolica, che tutto il Cristo è presente in questo sacramento. Si noti però che le parti del Cristo possono essere in questo sacramento in due modi: primo, quasi in forza del sacramento; secondo, per concomitanza naturale. In forza del sacramento è presente sotto le specie sacramentali ciò in cui direttamente si converte la preesistente sostanza del pane e del vino, come significano le parole della forma, che qui sono efficaci come negli altri sacramenti, e cioè: "Questo è il mio corpo", "Questo è il mio sangue". Per concomitanza naturale poi è presente in questo sacramento ciò che è realmente congiunto con quanto costituisce il termine della conversione suddetta. Infatti, di due cose unite realmente tra loro, dov'è realmente l'una bisogna che sia anche l'altra: poiché le cose che sono unite realmente vengono separate solo dall'attività dello spirito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Poiché la conversione del pane e del vino non termina alla divinità o all'anima del Cristo, è logico che la divinità e l'anima di Cristo non possono essere presenti in forza del sacramento, ma per concomitanza naturale. Infatti, non avendo mai la divinità lasciato il corpo che assunse, dovunque si trova il corpo di Cristo, deve esserci anche la sua divinità. Quindi in questo sacramento è necessariamente presente la divinità di Cristo in concomitanza del suo corpo. Ecco perché negli atti del Concilio di Efeso si legge: "Diventiamo partecipi del corpo e del sangue di Cristo, ricevendo non una carne comune, né quella di un uomo santificato e congiunto con il Verbo a titolo di onore, ma una carne veramente vivificante e divenuta propria del Verbo stesso".
L'anima al contrario una volta si separò realmente dal corpo, come si è detto sopra. Perciò, se in quel triduo di morte fosse stato celebrato questo sacramento, l'anima non vi sarebbe stata presente, né in forza del sacramento, né per concomitanza naturale. Ma poiché "il Cristo risorto da morte non muore più", come dice S. Paolo, la sua anima è sempre realmente unita al corpo. E quindi, in questo sacramento, il corpo di Cristo è presente in forza del sacramento, l'anima invece per concomitanza reale.
2. In virtù del sacramento nell'Eucarestia è presente sotto le specie del pane non solo la carne, ma tutto il corpo di Cristo, cioè le ossa, i nervi e le altre parti consimili. Ciò risulta dalla forma di questo sacramento, nella quale non si dice: "Questa è la mia carne", bensì: "Questo è il mio corpo". Perciò nelle parole del Signore: "La mia carne è veramente cibo", carne sta per il corpo intero, poiché essa secondo gli usi degli uomini è più adatta alla funzione di cibo: infatti comunemente gli uomini si cibano della carne degli animali, e non delle ossa o di altre parti del corpo.
3. Come si è già detto, avvenuta la conversione del pane nel corpo di Cristo o del vino nel sangue, gli accidenti dell'uno e dell'altro rimangono. Da ciò risulta che la conversione non sta nelle dimensioni del pane e del vino che si mutano nelle dimensioni del corpo di Cristo, ma nella conversione da sostanza a sostanza. Cosicché la sostanza del corpo o del sangue di Cristo è presente in questo sacramento in forza del sacramento, non così le dimensioni del suo corpo e del suo sangue. È perciò evidente che il corpo di Cristo è presente in questo sacramento secondo il modo della sostanza e non secondo il modo della quantità. Ora, la totalità propria della sostanza è contenuta indifferentemente in una quantità piccola o in una quantità grande: la natura dell'aria, p. es., è tutta intera in un grande come in un piccolo volume di aria, e la natura dell'uomo è tutta, sia in un uomo grande, che in uno piccolo. Perciò anche in questo sacramento dopo la consacrazione è contenuta tutta la sostanza del corpo e del sangue di Cristo, come prima della consacrazione c'era contenuta la sostanza del pane e del vino.

ARTICOLO 2

Se sotto ognuna delle due specie di questo sacramento sia contenuto tutto il Cristo


SEMBRA che sotto ognuna delle due specie di questo sacramento non sia contenuto tutto il Cristo. Infatti:
1. Questo sacramento è ordinato alla salvezza dei fedeli, non per la virtù delle specie, ma di ciò che è contenuto sotto le specie: poiché le specie esistevano già prima della consacrazione, con la quale inizia la virtù di questo sacramento. Se dunque sotto una specie niente si contiene che non sia contenuto nell'altra, e tutto il Cristo è contenuto in ciascuna di esse, una delle due specie è superflua in questo sacramento.
2. Si è detto che il termine carne abbraccia tutte le altre parti del corpo, cioè le ossa, i nervi e così via. Ma il sangue è una delle parti del corpo umano, come spiega Aristotele. Se dunque il sangue di Cristo è contenuto sotto le specie del pane, alla maniera che sono contenute le altre parti del corpo, non si dovrebbe consacrare separatamente il sangue, come non si consacra separatamente nessun'altra parte del corpo.
3. Quello che già è stato fatto, non può farsi ormai. Ora, il corpo di Cristo è già presente in questo sacramento per la consacrazione del pane. Non può dunque incominciare a esserci una seconda volta per la consacrazione del vino. Quindi sotto le specie del vino non sarà contenuto il corpo di Cristo, e di conseguenza non sarà in esso contenuto tutto il Cristo. Perciò in ognuna delle due specie non è contenuto Cristo nella sua integrità.

IN CONTRARIO: La Glossa a commento delle parole di S. Paolo afferma che "sotto ambedue le specie", cioè del pane e del vino, "si riceve la medesima realtà". È chiaro quindi che in ognuna di esse, Cristo è presente per intero.

RISPONDO: Da quanto abbiamo già detto deriva come tesi certissima che sotto ognuna delle due specie sacramentali è presente tutto il Cristo: però in modi diversi. Infatti sotto le specie del pane il corpo di Cristo è presente in forza del sacramento, il sangue invece per concomitanza naturale, come si è detto sopra riguardo all'anima e alla divinità. Al contrario sotto le specie del vino è presente il sangue di Cristo in forza del sacramento, e il corpo di Cristo per concomitanza naturale, come l'anima e la divinità; questo perché attualmente il sangue di Cristo non è separato dal suo corpo, come lo fu nel tempo della sua passione e morte. Poiché, se allora si fosse celebrato questo sacramento, sotto le specie del pane ci sarebbe stato il corpo di Cristo senza il sangue e sotto le specie del vino il sangue senza il corpo, come voleva la realtà delle cose.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene tutto il Cristo sia presente in ciascuna delle due specie, non vi è presente inutilmente. Primo, perché ciò serve a rappresentare efficacemente la passione di Cristo, nella quale il sangue fu separato dal corpo. Cosicché nella forma stessa della consacrazione del sangue viene ricordata la sua effusione.
Secondo, la cosa è adatta all'uso del sacramento, al fine di poter offrire distintamente ai fedeli il corpo di Cristo come cibo e il sangue come bevanda.
Terzo, ciò si addice anche agli effetti, perché, come abbiamo accennato sopra, "il corpo viene offerto per la salvezza del corpo e il sangue per la salvezza dell'anima".
2. Nella passione di Cristo, della quale l'Eucarestia è il memoriale, le altre parti del corpo non rimasero separate tra loro come il sangue; ma il corpo rimase integro, in conformità alle parole: "Non gli romperete alcun osso". Ecco perché in questo sacramento nessun'altra parte, all'infuori del sangue, viene consacrata separatamente dal corpo.
3. Il corpo di Cristo, come si è detto, non è nelle specie del vino in forza del sacramento, ma solo per concomitanza. Quindi con la consacrazione del vino si renderà presente il corpo di Cristo non direttamente, ma per concomitanza.

ARTICOLO 3

Se Cristo sia per intero in ogni particella delle specie del pane e del vino


SEMBRA che Cristo non sia per intero in ogni particella delle specie del pane e del vino. Infatti:
1. Quelle specie si possono dividere all'infinito. Se dunque Cristo fosse per intero in ogni particella delle specie suddette, sarebbe infinite volte in questo sacramento. Il che è inammissibile: poiché l'infinito ripugna non solo nell'ordine della natura, ma anche in quello della grazia.
2. Il corpo di Cristo, essendo organico, ha le sue parti determinatamente distanziate, perché è della natura di un corpo organico una certa distanza tra le singole parti, come tra un occhio e l'altro, tra un occhio e un orecchio. Ma questo sarebbe impossibile, se in tutte le parti delle specie ci fosse tutto il Cristo, perché allora in ogni singola parte sarebbero presenti tutte le parti, e così dove fosse una parte ci sarebbe anche l'altra. Non è dunque possibile che Cristo per intero sia in tutte le parti dell'ostia, oppure del vino contenuto nel calice.
3. Il corpo di Cristo conserva sempre la sua vera natura di corpo e non si cambia in spirito. Ma è proprio della natura del corpo di essere "una quantità avente posizione", come si esprime Aristotele. Ebbene, la natura della quantità vuole che parti diverse occupino diverse parti dello spazio. È dunque impossibile che tutto il Cristo sia in tutte le parti delle specie.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Ciascuno riceve il Cristo Signore: e nelle singole porzioni egli è tutto senza diminuzione, ma a ciascuno egli si dona intero".

RISPONDO: Poiché, come risulta dalle spiegazioni già date, la sostanza del corpo di Cristo è presente in questo sacramento in forza del sacramento, mentre la quantità con le sue dimensioni è presente per concomitanza, il corpo di Cristo è presente in questo sacramento alla maniera delle sostanze, ossia alla stessa maniera in cui la sostanza è presente sotto le proprie dimensioni, non già come le dimensioni: ossia non alla maniera in cui la quantità estesa di un corpo è nella quantità estesa dello spazio. Ora, è chiaro che la natura di una sostanza è tutta in tutte le parti delle dimensioni che la contengono: in tutte le parti dell'aria, p. es., c'è tutta la natura dell'aria, e in tutte le parti di un pane c'è tutta la natura del pane. E questo, sia nel caso che le dimensioni siano di fatto divise, come quando si divide l'aria o si taglia il pane; sia nel caso che non lo siano, pur essendo divisibili in potenza. È dunque evidente che Cristo è tutto in ciascuna parte delle specie del pane, anche se l'ostia rimane intera: e non soltanto quando si spezza, come dicono alcuni, i quali portano l'esempio dell'immagine riflessa nello specchio, la quale è unica nello specchio intero, mentre rompendo lo specchio in ogni frammento di esso appaiono altrettante immagini. Ma tra i due fatti non c'è tanta somiglianza. Perché la moltiplicazione di tali immagini nello specchio rotto dipende dalle diverse rifrazioni nelle varie parti dello specchio; mentre qui non c'è che una sola consacrazione in forza della quale il corpo di Cristo è presente nel sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il numero segue la divisione. Quindi finché la quantità rimane una in atto, né le sostanze delle varie cose sono ripetutamente dentro le proprie dimensioni, né il corpo di Cristo è più volte dentro le dimensioni del pane. Quindi neppure infinite volte; ma tante volte quante sono le parti in cui si divide.
2. Quella determinata distanza tra le parti di un corpo organico si fonda sull'estensione della sua quantità; ma la natura della sostanza precede anche l'estensione della quantità. Ora, poiché la conversione della sostanza del pane termina direttamente alla sostanza del corpo di Cristo, e quest'ultimo si trova propriamente e direttamente come sostanza in questo sacramento, le distanze suddette tra le parti organiche sono senza dubbio nel vero corpo di Cristo; tale corpo però non riguarda questo sacramento secondo quelle determinazioni spaziali, bensì secondo il modo di essere della propria sostanza, come sopra abbiamo detto.
3. L'argomento parte dalla natura che appartiene al corpo secondo la sua estensione quantitativa. Ma, come noi abbiamo già notato sopra, il corpo di Cristo riguarda questo sacramento non secondo l'estensione o quantità, bensì secondo la sua sostanza.

ARTICOLO 4

Se le dimensioni del corpo di Cristo siano per intero in questo sacramento


SEMBRA che le dimensioni del corpo di Cristo non siano per intero in questo sacramento. Infatti:
1. Sopra abbiamo concluso che il corpo di Cristo è contenuto per intero in tutte le parti dell'ostia consacrata. Ora, nessuna quantità estesa può essere contenuta per intero in un tutto e in ciascuna delle sue parti. È dunque impossibile che tutte le dimensioni del corpo del Cristo siano contenute per intero in questo sacramento.
2. È impossibile, spiega Aristotele, che due quantità estese occupino lo stesso spazio, pur essendo l'una separata e l'altra in un corpo fisico. Ma in questo sacramento rimane la quantità estesa del pane, come appare ai sensi. Dunque in esso non sono presenti le dimensioni del corpo di Cristo.
3. Se due estensioni disuguali si pongono una accanto all'altra, la più grande si estende oltre la più piccola. Ma l'estensione del corpo di Cristo è molto più grande di quella dell'ostia consacrata. Se dunque in questo sacramento fossero presenti le dimensioni del corpo di Cristo insieme a quelle dell'ostia, le prime oltrepasserebbero le dimensioni dell'ostia. E tuttavia quest'ultima include la sostanza del corpo di Cristo. Conseguentemente la sostanza del corpo di Cristo sarà presente in questo sacramento anche fuori delle specie del pane. Il che è inammissibile, poiché la sostanza del corpo di Cristo è presente in questo sacramento solo in forza della consacrazione del pane, come si è detto. Dunque è impossibile che le dimensioni del corpo di Cristo siano per intero in questo sacramento.

IN CONTRARIO: Le dimensioni di un corpo sono nella realtà inseparabili dalla sostanza. Ma in questo sacramento c'è tutta la sostanza del corpo di Cristo, come si è detto sopra. Dunque le dimensioni del corpo del Cristo sono per intero in questo sacramento.

RISPONDO: Quanto appartiene a Cristo può essere presente in questo sacramento, come si è detto sopra, in due modi: primo, in forza del sacramento; secondo, per naturale concomitanza. Ebbene, le dimensioni del corpo di Cristo non sono in questo sacramento in forza del sacramento. Infatti in forza del sacramento è presente nell'Eucarestia ciò a cui termina direttamente la conversione. Ma la conversione sacramentale termina direttamente alla sostanza del corpo di Cristo e non alle sue dimensioni. Ciò risulta con evidenza dal fatto che rimangono le dimensioni (delle specie) dopo la consacrazione, mentre si muta solo la sostanza del pane. - Tuttavia, poiché la sostanza del corpo di Cristo non viene realmente spogliata delle proprie dimensioni né degli altri suoi accidenti, ne segue che in forza della concomitanza naturale sono presenti in questo sacramento tutte le dimensioni del corpo di Cristo e tutti gli altri suoi accidenti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il modo di essere di qualsiasi cosa è determinato da ciò che essa possiede per se e non da ciò che possiede per accidens: un corpo, p. es., è presente nell'occhio per la sua bianchezza e non per la sua dolcezza, sebbene il medesimo corpo possa essere bianco e dolce. Per cui la dolcezza è nell'occhio secondo il modo della bianchezza, e non secondo il modo della dolcezza. Ebbene, poiché in forza del sacramento nell'Eucarestia è presente la sostanza del corpo di Cristo, mentre le sue dimensioni ci sono per concomitanza e quasi per accidens, tali dimensioni sono presenti in questo sacramento non nel modo loro proprio, e cioè integralmente in tutto il corpo e parzialmente nelle singole parti; ma secondo il modo della sostanza, la cui natura è di essere tutta nel tutto e tutta in ciascuna parte.
2. Due dimensioni non possono per natura occupare insieme il medesimo spazio con la presenza dovuta alle dimensioni, secondo il loro modo di essere. Ma in questo sacramento sono presenti secondo il proprio modo, ossia per commisurazione, le dimensioni del pane; non già le dimensioni del corpo di Cristo, che sono presenti secondo il modo della sostanza, come si è spiegato sopra.
3. Le dimensioni del corpo di Cristo non sono in questo sacramento a modo di commisurazione, il quale è proprio della quantità e implica che una quantità più grande sia più estesa di una quantità più piccola; ma ci sono nel modo già spiegato.

ARTICOLO 5

Se il corpo di Cristo sia presente come localizzato in questo sacramento


SEMBRA che il corpo di Cristo sia presente come localizzato in questo sacramento. Infatti:
1. Essere in un luogo in maniera delimitante e circoscrittiva fa parte della localizzazione. Ma il corpo di Cristo sembra che sia in questo sacramento per delimitazione: perché è presente là dove sono le specie del pane e del vino, senza essere in altre parti dell'altare. Sembra inoltre che vi sia presente in maniera circoscrittiva, perché è contenuto talmente entro la superficie dell'ostia consacrata, da non oltrepassarla e da non esserne oltrepassato. Dunque il corpo di Cristo è come localizzato in questo sacramento.
2. Il luogo occupato dalle specie del pane non è vuoto: la natura infatti non soffre il vuoto. In esso però non c'è più la sostanza del pane, come si è detto sopra, ma solo il corpo di Cristo. Dunque il corpo di Cristo riempie quello spazio. Ma ogni cosa che occupa uno spazio, è localizzata in esso. Quindi il corpo di Cristo è localmente in questo sacramento.
3. In questo sacramento, come si è detto, il corpo di Cristo è presente con le sue dimensioni e con tutti i suoi accidenti. Ma la localizzazione è un accidente del corpo: difatti tra le nove specie di accidenti c'è anche l'ubi. Perciò il corpo di Cristo è localizzato in questo sacramento.

IN CONTRARIO: Luogo e locato devono combaciare perfettamente, come spiega Aristotele. Ma il luogo occupato da questo sacramento, è molto più piccolo del corpo di Cristo. Dunque il corpo di Cristo non è presente come localizzato in questo sacramento.

RISPONDO: Il corpo di Cristo, come si è già detto, non è in questo sacramento alla maniera delle quantità estese, ma piuttosto alla maniera delle sostanze. Ora, ogni corpo localizzato è nel luogo alla maniera della quantità estesa, cioè commisurando ad esso le proprie dimensioni. Ne segue perciò che il corpo di Cristo è in questo sacramento non localizzato, ma alla maniera delle sostanze: ossia alla maniera in cui una sostanza può essere contenuta dalle dimensioni. Infatti in questo sacramento la sostanza del corpo di Cristo subentra alla sostanza del pane. E quindi come la sostanza del pane non era localmente ma sostanzialmente sotto le proprie dimensioni, così la sostanza del corpo di Cristo. Quest'ultima però non fa da soggetto a quelle dimensioni, come lo faceva la sostanza del pane. Perciò il pane era ivi presente localmente in forza delle proprie dimensioni: poiché si riferiva a quello spazio tramite le dimensioni proprie. Invece la sostanza del corpo di Cristo si riferisce a quello spazio per mezzo di dimensioni non proprie: anzi, le dimensioni proprie del corpo di Cristo si riferiscono a quello spazio per mezzo della sostanza. E questo è contro la natura della localizzazione di un corpo. Dunque in nessun modo il corpo di Cristo è localizzato in questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il corpo del Cristo non è in questo sacramento in maniera delimitante, perché allora non sarebbe se non sull'altare dove si compie questo sacramento, mentre invece è in cielo secondo le proprie sembianze e in molti altri altari sotto le specie sacramentali. Parimente è chiaro che non è in questo sacramento in maniera circoscrittiva, perché non commisura ad esso la propria quantità, come si è detto. Che poi non oltrepassi la superficie del sacramento e non sia presente in altre parti dell'altare non dipende dalla presenza delimitante o circoscrittiva; ma dipende dal fatto che la sua presenza sacramentale deriva, come si è detto sopra, dalla consacrazione e dalla conversione del pane e del vino.
2. Il luogo dov'è il corpo di Cristo non è vuoto. Tuttavia non è propriamente occupato dalla sostanza del corpo di Cristo, la quale non vi è presente localmente, come si è detto. Ma è occupato dalle specie sacramentali, le quali sono in grado di riempire lo spazio, o in forza della natura delle loro dimensioni, o almeno miracolosamente, come già miracolosamente sussistono a imitazione della sostanza.
3. Gli accidenti del corpo del Cristo, come abbiamo notato, sono in questo sacramento per concomitanza naturale. Perciò in questo sacramento sono presenti gli accidenti che sono intrinseci al corpo di Cristo. Ora, la localizzazione è un accidente relativo allo spazio estrinseco che contiene. Non è perciò necessario che Cristo sia presente come localizzato in questo sacramento.

ARTICOLO 6

Se il corpo di Cristo in questo sacramento sia soggetto al moto


SEMBRA che il corpo di Cristo in questo sacramento sia soggetto al moto. Infatti:
1. "Se noi ci muoviamo, si muove con noi quanto in noi si trova", dice Aristotele. E ciò vale anche per la sostanza spirituale dell'anima. Ma Cristo è presente in questo sacramento, come si è detto. Dunque si muove anch'egli col muoversi del sacramento.
2. La verità deve corrispondere alla figura. Ora, dell'agnello pasquale che era figura in questo sacramento "niente rimaneva per la mattina dopo", come prescriveva la legge. Dunque neppure il corpo di Cristo deve rimanere in questo sacramento, se lo si vuol conservare per il giorno dopo. Quindi non è presente stabilmente in questo sacramento.
3. Se il corpo di Cristo restasse in questo sacramento anche per il giorno dopo, per lo stesso principio resterebbe pure per sempre, perché non si può dire che venga meno con la sparizione delle specie, dato che l'esistenza del corpo di Cristo non dipende da esse. Di fatto però Cristo non rimane per sempre in questo sacramento. Perciò sembra che l'indomani stesso, o poco tempo dopo, cessi di essere in questo sacramento. Quindi Cristo non vi è presente in modo stabile.

IN CONTRARIO: È impossibile che un'identica cosa sia insieme ferma e in moto, perché allora si verificherebbe una contraddizione. Ma il corpo di Cristo in cielo è sottratto alla mutazione. Dunque esso in questo sacramento non è soggetto al moto.

RISPONDO: Quando una cosa ha unità di soggetto e pluralità di aspetti, niente impedisce che sotto un aspetto si muova e sotto un altro rimanga immobile: per un corpo, p. es., altro è essere bianco e altro è essere grande, cosicché può mutare di colore e rimanere invariato nella grandezza. Ora, per Cristo non è la stessa cosa essere in sé ed essere nel sacramento: poiché dicendo che egli è nel sacramento, si indica una sua relazione con questo sacramento. Perciò in rapporto al modo sacramentale di essere, Cristo non si muove localmente per se, ma solo per accidens. Cristo infatti non è localizzato in questo sacramento, secondo le spiegazioni date; ora, ciò che non è localizzato non si muove per se, ma solo per il movimento del soggetto che lo contiene.
Similmente, per quanto riguarda l'esistenza sacramentale, (il corpo di Cristo) non subisce di per sé neppure altri tipi di mutazione: p. es., la cessazione dell'esistenza sacramentale. Perché ciò che ha di per sé un'esistenza indefettibile, non può essere causa di defettibilità, ma cessa di essere in una cosa, se questa viene a mancare: Dio, p. es., il cui essere è indefettibile e immortale, cessa di essere in qualche creatura corruttibile, per il fatto che la creatura corruttibile cessa di esistere. Allo stesso modo Cristo, avendo un essere indefettibile e incorruttibile, non può perdere l'esistenza sacramentale, né per corruzione propria, né per una propria dipartita, come sopra abbiamo visto, ma solo per la corruzione delle specie eucaristiche.
È dunque evidente che Cristo in questo sacramento non è di per sé soggetto al moto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento si basa sul moto per accidens, in forza del quale in seguito al nostro moto si muove quanto è in noi. Questo però avviene in modo diverso per le cose che per se stesse possono occupare uno spazio, come i corpi, e per quelle che per se stesse non possono occupare uno spazio, come le forme e le sostanze spirituali. Ebbene, a questo ultimo si può ridurre il moto per accidens accessorio, che attribuiamo a Cristo in questo sacramento, nel quale egli non ha un essere localizzato.
2. Sembra che da tale ragione siano stati sollecitati alcuni che negarono la permanenza di Cristo in questo sacramento per la conservazione fino al giorno successivo. Contro costoro S. Cirillo scrive: "È pazzo chi afferma che la mistica benedizione perde la sua forza santificatrice, se qualcosa ne avanza per il giorno dopo. Non si muta infatti il corpo di Cristo consacrato, ma continua in esso la virtù della benedizione e la grazia vivificante". Del resto tutte le altre consacrazioni perdurano finché rimangono le cose consacrate, e per questo non si ripetono. - Sebbene la figura debba corrispondere alla verità, non può mai adeguarla.
3. Il corpo di Cristo rimane in questo sacramento, non solo fino all'indomani, ma anche oltre, finché durano le specie sacramentali. Quando esse cessano, smette di esistere in esse il corpo di Cristo, non perché dipenda da esse, ma perché viene a mancare il suo legame con quelle specie. Allo stesso modo cioè, in cui Dio cessa di essere Signore di una creatura, quando questa viene a mancare.

ARTICOLO 7

Se il corpo di Cristo nella sua presenza sacramentale possa essere visibile almeno all'occhio glorificato


SEMBRA che il corpo di Cristo nella sua presenza sacramentale possa essere visibile almeno all'occhio glorificato. Infatti:
1. I nostri occhi sono impediti di vedere il corpo di Cristo presente in questo sacramento dalle specie sacramentali che lo ricoprono. Ma nulla può impedire a un occhio glorificato di vedere tutti i corpi come sono. Dunque un occhio glorificato può vedere il corpo di Cristo com'è presente in questo sacramento.
2. I corpi gloriosi dei santi "somiglieranno al corpo glorioso del Cristo", come dice S. Paolo. Ma Cristo con i suoi occhi vede se stesso com'è nel sacramento. Dunque per la stessa ragione può vederlo qualunque altro occhio glorificato.
3. I santi nella resurrezione saranno "uguali agli angeli", come dice S. Luca. Ma gli angeli vedono il corpo di Cristo com'è in questo sacramento; perché si riscontra che i demoni stessi rispettano e temono questo sacramento. Quindi anche un occhio glorificato potrà vedere quel corpo com'è in questo sacramento.

IN CONTRARIO: L'identica cosa non può apparire simultaneamente diversa alla medesima facoltà. Ma l'occhio glorificato Cristo lo vede sempre com'è nella sua propria specie, in conformità alle parole di Isaia: "Vedranno il re nel suo splendore". Dunque non lo vede com'è sotto la specie di questo sacramento.

RISPONDO: Ci sono due tipi di occhi: gli occhi del corpo, ossia in senso proprio, e gli occhi dell'intelletto, ossia in senso metaforico. Ora, il corpo di Cristo com'è in questo sacramento non può esser visto da nessun occhio corporale. Primo, perché un corpo visibile agisce con i suoi accidenti sul mezzo ambiente. Invece gli accidenti del corpo di Cristo sono in questo sacramento solo indirettamente mediante la sostanza, cosicché gli accidenti del corpo di Cristo non hanno rapporto diretto né con questo sacramento né con i corpi circostanti. Quindi non possono agire sul mezzo ambiente, così da rendersi visibili a un occhio corporale.
Secondo, perché il corpo di Cristo, come si è detto sopra, è in questo sacramento alla maniera della sostanza. Ma la sostanza in quanto tale non è visibile a un occhio corporale, né è conoscibile da altri sensi e neppure dall'immaginazione, ma soltanto dall'intelligenza la quale ha per oggetto "ciò che la cosa è", come si esprime Aristotele. Perciò, propriamente parlando, il corpo di Cristo nella sua presenza sacramentale non è percepibile né dal senso né dall'immaginazione; ma solo dall'intelletto, che viene chiamato l'occhio dello spirito.
Però è percepito diversamente dalle diverse intelligenze. Essendo infatti del tutto soprannaturale la presenza di Cristo in questo sacramento, egli è direttamente visibile all'intelletto soprannaturale, cioè a quello divino, e per conseguenza è visibile all'intelletto beato, e dell'angelo e dell'uomo, che per la partecipazione della luce dell'intelletto divino vede le cose soprannaturali nella visione dell'essenza divina. Ma dall'intelletto dell'uomo viatore (il corpo sacramentale di Cristo) non può essere percepito se non mediante la fede, come tutte le altre cose soprannaturali. Anzi neppure l'intelletto angelico è in grado di percepirlo con i suoi mezzi naturali. Cosicché i demoni non possono vedere intellettualmente Cristo in questo sacramento, se non mediante la fede, alla quale si arrendono non liberamente, ma vinti dall'evidenza dei miracoli, secondo le parole di S. Giacomo: "I demoni credono e tremano".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ai nostri occhi corporali è impedita dalle specie sacramentali la visione del corpo di Cristo, presente sotto di esse, non solo perché lo ricoprono come un velo materiale; ma perché il corpo di Cristo non si riferisce all'ambiente che circonda questo sacramento per mezzo dei propri accidenti, bensì per mezzo delle specie sacramentali.
2. Gli occhi corporei di Cristo vedono lui stesso nella sua presenza sacramentale, ma non possono vedere il modo stesso di tale presenza, che è oggetto d'intelletto. Non è detto però che possano fare lo stesso altri occhi glorificati; perché gli occhi di Cristo sono essi stessi in questo sacramento: cosa che non è concessa a nessun altro occhio glorioso.
3. L'angelo buono o cattivo non può vedere nulla con l'occhio del corpo, ma solo con l'occhio dell'intelletto. Quindi il confronto non regge, come risulta da quanto si è detto.

ARTICOLO 8

Se quando per miracolo appare in questo sacramento o la carne o un bambino, vi sia veramente presente il corpo di Cristo


SEMBRA che quando per miracolo appare in questo sacramento, o la carne, o un bambino, non vi sia veramente presente il corpo di Cristo. Infatti:
1. Il corpo di Cristo cessa di essere in questo sacramento, quando cessano di esistere le specie sacramentali, come si è detto. Ma quando appare la carne, o un bambino, cessano di esistere le specie sacramentali. Dunque allora non c'è più il corpo di Cristo.
2. Il corpo di Cristo, dovunque sia presente, o c'è con le proprie sembianze, o sotto le specie sacramentali. Ma quando avvengono tali apparizioni, è chiaro che non si tratta della presenza di Cristo nelle proprie sembianze, perché in questo sacramento è presente tutto il Cristo che rimane invariabile nello stato in cui salì al cielo; mentre ciò che appare per miracolo in questo sacramento si presenta a volte come un pezzetto di carne, a volte come un bambino. È chiaro anche che non si tratta della presenza di Cristo sotto le specie sacramentali, che sono le specie del pane e del vino. Dunque è evidente che il corpo di Cristo non è là presente in nessuna maniera.
3. Il corpo di Cristo inizia la sua presenza in questo sacramento con la consacrazione e la conversione, come sopra abbiamo visto. Ma la carne e il sangue che appaiono miracolosamente non sono né consacrati, né si sono convertiti nel vero corpo e sangue di Cristo. Perciò sotto codeste sembianze non è presente il corpo o il sangue di Cristo.

IN CONTRARIO: In tali apparizioni si tributa a ciò che appare lo stesso culto di prima. Ora, questo non avverrebbe, se non vi fosse veramente presente Cristo, cui tributiamo culto di latria. Dunque anche in tali apparizioni Cristo rimane in questo sacramento.

RISPONDO: In due modi si verificano le apparizioni in cui a volte si vede miracolosamente in questo sacramento della carne, o del sangue, o addirittura un bambino. Talora infatti il fenomeno si compie soggettivamente negli spettatori: i loro occhi subiscono tale impressione, come se veramente nella realtà esterna vedessero della carne o del sangue, o un bambino, senza però che si operi alcuna mutazione nel sacramento. Così sembra che avvenga quando ad alcuni appare sotto l'aspetto di carne o di bambino, mentre ad altri si mostra come prima sotto le apparenze del pane; oppure quando a una medesima persona appare per un po' di tempo sotto la specie di carne o di bambino, e poi sotto le specie del pane. Tuttavia questo fenomeno soggettivo non rientra nella categoria delle illusioni come i prestigi dei maghi, perché tale impressione viene prodotta divinamente negli occhi per esprimere una verità, e cioè per manifestare la reale presenza del corpo di Cristo in questo sacramento; ossia come il Cristo medesimo, senza ingannare, apparve ai discepoli che andavano a Emmaus. Dice infatti S. Agostino che "la nostra simulazione, quando vuole essere significativa, non è menzogna, ma è simbolo di verità". Ora, non intervenendo in questo caso nessuna mutazione del sacramento, è evidente che Cristo non cessa di esservi presente al compiersi di dette apparizioni.
Altre volte invece tali apparizioni accadono non solo per l'impressione degli spettatori, ma per una reale esistenza al di fuori di essi del fenomeno che si vede. Ciò è evidente quando l'apparizione si presenta identica a tutti, e dura non per il momento, ma per lungo tempo. In simili casi alcuni dicono che si tratta delle sembianze proprie del corpo di Cristo. Senza contare che certe volte non si vede il Cristo per intero, ma una parte della sua carne; e che non si vede in età giovanile, ma infantile: poiché il corpo glorioso ha la capacità, come si dirà in seguito, di comparire a un occhio non glorificato, sia per intero che in parte, o nelle sue proprie sembianze, o in altra maniera.
Ma questa spiegazione non è accettabile. Primo, perché il corpo di Cristo non può essere visto nelle proprie sembianze che in un luogo soltanto, in cui è contenuto in modo delimitante. Orbene, facendosi egli vedere e adorare in cielo nelle proprie sembianze, non può mostrarsi così in questo sacramento. - Secondo, perché il corpo glorioso che appare quando vuole, scompare anche quando vuole dopo che si è fatto vedere: è scritto così che il Signore "svanì agli occhi dei discepoli". Ma quello che appare sotto l'aspetto di carne in questo sacramento rimane a lungo; anzi, si legge che a volte è stato chiuso e conservato in una pisside per deliberazione di molti vescovi: il che è assurdo pensare di Cristo nelle proprie sembianze.
Dobbiamo perciò concludere che, restando le stesse dimensioni di prima, si compiono miracolosamente delle mutazioni negli altri accidenti, p. es., nella figura, nel colore e in altri simili, così che appaia della carne, o del sangue, oppure un bambino. E questo non è un inganno: perché come si è detto sopra, avviene "per indicare una verità", cioè per dimostrare con queste miracolose apparizioni che in questo sacramento è veramente presente il corpo e il sangue di Cristo. In tal modo è ovvio che, rimanendo le dimensioni, le quali come vedremo sono il fondamento degli altri accidenti, resta veramente in questo sacramento il corpo di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In codeste apparizioni le specie sacramentali a volte, come abbiamo detto, rimangono in se stesse immutate; a volte invece rimangono immutate secondo il loro elemento principale.
2. In simili apparizioni non si vedono le sembianze proprie di Cristo, come si è detto; ma delle sembianze miracolosamente prodotte, o negli occhi degli spettatori, o addirittura entro le dimensioni del sacramento.
3. Le dimensioni del pane e del vino consacrate restano invariate, mentre, come abbiamo visto, le variazioni avvengono in esse per miracolo rispetto agli altri accidenti.

Questione 77

La permanenza degli accidenti in questo sacramento


Veniamo ora a trattare della permanenza degli accidenti in questo sacramento.
In proposito discuteremo otto argomenti: 1. Se gli accidenti che rimangono siano senza soggetto; 2. Se la quantità, o estensione sia il soggetto degli altri accidenti; 3. Se questi accidenti possano agire sui corpi esterni; 4. Se possano corrompersi; 5. Se da essi possa generarsi qualche cosa; 6. Se possano nutrire; 7. La frazione del pane consacrato; 8. Se al vino consacrato sia possibile aggiungere altri liquidi.

ARTICOLO 1

Se in questo sacramento gli accidenti rimangano senza soggetto


SEMBRA che in questo sacramento gli accidenti non rimangano senza soggetto. Infatti:
1. In questo sacramento di verità non può esserci nulla di disordinato o di falso. Ora, l'esistenza di accidenti senza soggetto è contro l'ordine che Dio ha posto nella natura. Ed è pure una specie d'inganno: poiché gli accidenti sono i segni indicativi naturali della sostanza. Perciò in questo sacramento non ci sono accidenti senza soggetto.
2. Nemmeno per miracolo può avvenire che a una cosa si tolga la sua definizione o che le si adatti la definizione di un'altra: p. es., che un uomo, rimanendo uomo, sia un animale non ragionevole. Infatti ne seguirebbe la simultaneità di cose contraddittorie: perché, come dice Aristotele "la definizione di una cosa è quello che significa il suo nome". Ebbene, la definizione dell'accidente implica che esso sia in un soggetto, mentre la definizione della sostanza implica che essa sussista in sé senza un soggetto. Dunque per miracolo non può avvenire che in questo sacramento gli accidenti rimangano senza il loro soggetto.
3. L'accidente è individuato dal soggetto. Se dunque gli accidenti rimangono in questo sacramento senza soggetto, non saranno individuali ma universali. Il che è falso, perché allora non sarebbero sensibili ma intelligibili.
4. Gli accidenti in forza della consacrazione di questo sacramento non acquistano alcuna composizione. Ma prima della consacrazione essi non erano composti né di materia e forma, né di natura e supposito. Quindi anche dopo la consacrazione non sono composti in nessuno di questi due modi. Ora però questo è impossibile, perché allora sarebbero più semplici degli angeli, pur essendo cose sensibili. Perciò in questo sacramento gli accidenti non rimangono senza il loro soggetto.

IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma che "le specie sacramentali conservano i nomi delle cose esistenti prima, cioè del pane e del vino". Quindi, non restando la sostanza del pane e del vino, tali specie rimangono senza il loro soggetto.

RISPONDO: Gli accidenti del pane e del vino, la cui permanenza in questo sacramento dopo la consacrazione è constatata dai nostri sensi, non hanno il loro soggetto nella sostanza del pane e del vino, la quale, come si è detto sopra, non rimane. E neppure sussistono nella loro forma sostanziale, poiché sparisce; e anche se restasse, "non potrebbe fare da soggetto", come osserva Boezio. È poi evidente che questi accidenti non hanno il loro soggetto nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo; perché la sostanza del corpo umano non può rivestirsi in alcun modo di tali accidenti; inoltre non è possibile che il corpo di Cristo glorioso e impassibile subisca dei cambiamenti per rivestirsi di tali accidenti.
Alcuni però sostengono che gli accidenti hanno per loro soggetto l'aria circostante. - Ma anche questo è impossibile. Primo, perché l'aria non è suscettibile di tali accidenti. - Secondo, perché tali accidenti non si trovano dov'è l'aria. Anzi, al muoversi delle sacre specie, l'aria si ritrae. - Terzo, perché "gli accidenti non passano da soggetto a soggetto"; nel senso che un accidente, numericamente identico, non può trovarsi prima in un soggetto e poi in un altro. Perché l'accidente deve la sua individualità al soggetto. Quindi non può accadere che, rimanendo numericamente identico, si trovi prima in un soggetto e poi in un altro. - Quarto, perché l'aria, non spogliandosi dei propri accidenti, avrebbe simultaneamente gli accidenti propri e altrui. - Né si può dire che tale trapasso avvenga miracolosamente per virtù della consacrazione: perché le parole della consacrazione non la significano; e d'altra parte esse non producono se non ciò che significano.
Perciò si deve concludere che in questo sacramento gli accidenti rimangono senza soggetto. E la cosa è possibile per virtù divina. Perché, dipendendo l'effetto dalla causa prima più ancora che dalla causa seconda, Dio, causa prima della sostanza e dell'accidente, con la sua infinita virtù può conservare in essere l'accidente anche quando sia venuta meno la sostanza, la quale lo conserva in essere in qualità di causa propria; cioè come può produrre senza le cause naturali altri effetti delle cause naturali: come formò, p. es., un corpo umano nel seno della Vergine "senza seme virile".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che una cosa sia ordinata secondo la legge comune della natura, e che il suo contrario venga ordinato secondo un privilegio speciale di grazia, come è evidente nella risurrezione dei morti e nella illuminazione dei ciechi: del resto anche nelle relazioni umane si concedono a certuni dei privilegi speciali al di fuori della legge comune. E così, sebbene secondo l'ordine comune della natura gli accidenti sussistano in un soggetto, tuttavia per una ragione speciale, secondo l'ordine della grazia, gli accidenti in questo sacramento sussistono senza il loro soggetto, per i motivi già indicati.
2. Poiché l'ente non è un genere, non può l'essere stesso costituire l'essenza della sostanza o dell'accidente. La frase quindi "ente per sé senza soggetto" non è la definizione della sostanza. Né è definizione dell'accidente "ente in un soggetto"; ma piuttosto diremo che alla quiddità o essenza della sostanza "compete di esistere senza un soggetto", e alla quiddità o essenza dell'accidente "compete di esistere in un soggetto". Ora, in questo sacramento non viene concesso agli accidenti di essere senza soggetto in forza della loro essenza, ma per la virtù divina che li sostenta. Quindi non cessano di essere accidenti; perché né si toglie ad essi la loro definizione, né viene sostituita con la definizione della sostanza.
3. Questi accidenti hanno acquistato la loro individualità dalla sostanza del pane e del vino e, dopo che questa si è cambiata nel corpo e nel sangue del Cristo, si conservano per virtù divina nella loro individualità di prima. Rimangono perciò singolari e sensibili.
4. Questi accidenti, come tutti gli altri, finché rimane la sostanza del pane e del vino, non hanno l'essere in proprio, ma lo ha in essi la loro sostanza: la neve, p. es., ha di esser bianca per l'accidente della bianchezza. Dopo la consacrazione invece gli accidenti che rimangono hanno l'essere in proprio. Perciò risultano composti di essere e di ciò che è (o essenza), come si è detto nella Prima Parte a proposito degli angeli. Inoltte essi sono composti di parti quantitative.

ARTICOLO 2

Se in questo sacramento le dimensioni del pane e del vino facciano da soggetto degli altri accidenti


SEMBRA che in questo sacramento le dimensioni del pane e del vino non facciano da soggetto degli altri accidenti. Infatti:
1. "Non si dà accidente di un accidente": perché nessuna forma può fare da soggetto, essendo lo star sotto proprietà della materia. Ma la quantità, o estensione, è uno degli accidenti. Dunque la quantità non può essere il soggetto degli altri accidenti.
2. Come la quantità, anche gli altri accidenti ricevono la loro individuazione dalla sostanza. Se dunque la quantità, o estensione del pane e del vino conserva l'individuazione ricevuta in precedenza, anche gli altri accidenti devono conservare quella che avevano già nella sostanza. Perciò essi non hanno il loro soggetto nella quantità: mentre ogni accidente deve appunto al proprio soggetto la propria individuazione.
3. Tra gli accidenti del pane e del vino che rimangono si riscontrano coi nostri sensi anche la rarità e la densità. Ma queste non possono sussistere nella quantità prescindendo dalla materia: perché raro è ciò che ha poca materia in grandi dimensioni, e denso è ciò che ha molta materia in piccole dimensioni, come spiega Aristotele. Perciò soggetto degli accidenti che rimangono in questo sacramento non può essere la quantità.
4. La quantità separata dal soggetto è la quantità geometrica, la quale non è soggetto di qualità sensibili. Ora, poiché gli accidenti che rimangono in questo sacramento sono sensibili, non possono avere come loro soggetto la quantità, ossia le dimensioni del pane e del vino, che rimangono dopo la consacrazione.

IN CONTRARIO: Le qualità non sono divisibili se non indirettamente, cioè per la divisione del soggetto. Ma le qualità che rimangono in questo sacramento si dividono per la divisione delle sue dimensioni: come i sensi mostrano chiaramente. Dunque le dimensioni sono il soggetto degli accidenti che rimangono in questo sacramento.

RISPONDO: È necessario che gli altri accidenti che rimangono in questo sacramento abbiano come loro soggetto le dimensioni rimaste del pane e del vino. Primo, perché ai nostri sensi risulta esistente in questo sacramento una quantità estesa, dotata di colore e di altri accidenti: e in ciò i sensi non s'ingannano.
Secondo, perché la prima disposizione della materia è la quantità dimensionale; per cui anche Platone dava come prime divisioni della materia la grandezza e la piccolezza. E poiché la materia è il soggetto primordiale, ne segue che tutti gli altri accidenti debbano riferirsi al soggetto mediante le dimensioni, cosicché il primo soggetto del colore è la superficie: tanto che alcuni considerarono le dimensioni quale sostanza dei corpi, come riferisce Aristotele. Ora, siccome, sparito il soggetto, gli accidenti conservano nell'Eucarestia il loro essere di prima, ne segue che tutti gli accidenti restano fondati sopra le dimensioni.
Terzo, perché essendo il soggetto principio d'individuazione degli accidenti, ciò che fa da soggetto agli accidenti dev'essere in qualche modo principio di individuazione. Ora, è proprio dell'individuo di non essere in più soggetti. E ciò può dipendere da due ragioni. Primo, dal fatto che per sua natura una data cosa non è fatta per essere ricevuta in un soggetto: è così che le forme immateriali separate, sussistenti per se stesse, sono individuali per se stesse. Secondo, può dipendere dal fatto che certe forme, sia sostanziali che accidentali, pur essendo fatte per esistere in qualche soggetto, non sono fatte per essere ricevute in più soggetti: è il caso, p. es., di questo bianco che colora questo corpo. Ebbene rispetto alle prime il principio d'individuazione per tutte le forme che le sono inerenti è la materia; perché, dovendo per natura tali forme essere ricevute da un soggetto, quando una di esse viene ricevuta nella materia, la quale non sussiste in altro soggetto, da quel momento codesta forma stessa non può più essere in altri soggetti. Rispetto alle seconde invece, principio d'individuazione è la quantità, ossia le dimensioni. Infatti una forma in tanto è limitata a sussistere in un solo soggetto, in quanto questo è indivisibile in sé e distinto da ogni altro. Ora, la sostanza diventa divisibile in forza della quantità, come osserva Aristotele. Perciò le dimensioni sono il principio d'individuazione per tali forme, nel senso che a parti diverse della materia corrispondono forme distinte numericamente. Cosicché la quantità per se stessa (nelle sue dimensioni) ha una certa individuazione: al punto che possiamo immaginare più linee della identica specie, le quali però differiscono per la loro posizione, posizione che rientra in questo tipo di quantità; la dimensione infatti è "una quantità avente posizione". Ecco perché la capacità ad essere soggetto degli altri accidenti va attribuita più alla quantità che ad altri accidenti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un accidente non può essere di per sé il soggetto di un altro accidente, perché non ha un proprio essere. Però in quanto un accidente è nella sostanza, si può dire che fa da soggetto a un altro accidente, se l'altro è ricevuto dalla sostanza mediante il primo: e così la superficie può dirsi soggetto del colore. Perciò quando a un accidente viene concesso da Dio di esistere per sé, gli viene anche concesso di essere soggetto di altri accidenti.
2. Gli altri accidenti, anche considerati nella sostanza del pane, venivano individuati tramite la quantità dimensionale, come si è detto. Ed è per questo che la quantità è soggetto degli altri accidenti in questo sacramento, piuttosto che viceversa.
3. Rarità e densità sono qualità che i corpi derivano dall'avere essi dentro le loro dimensioni poca o molta materia: al pari di tutti gli altri accidenti esse derivano dai principii della sostanza. Perciò, come sparendo la sostanza vengono conservati per virtù divina gli altri accidenti; così sparendo la materia si conservano per virtù divina le qualità derivanti dalla materia, cioè la rarità e la densità.
4. La quantità matematica astrae non dalla materia intelligibile, ma dalla materia sensibile, come dice Aristotele. Ora, la materia può dirsi sensibile, perché è rivestita di qualità sensibili. È ovvio quindi che la quantità, che in questo sacramento rimane priva di soggetto, non è la quantità matematica.

ARTICOLO 3

Se le specie che rimangono in questo sacramento possano agire sulle cose esterne


SEMBRA che le specie rimaste in questo sacramento non possano agire sulle cose esterne. Infatti:
1. Aristotele dimostra che le forme esistenti nella materia vengono prodotte da altre forme presenti nella materia, non già da forme separate dalla materia; perché ogni agente agisce sugli enti che sono al suo stesso livello. Ma le specie sacramentali sono specie prive di materia, poiché, come risulta da quanto si è detto, esse rimangono senza soggetto. Dunque non possono agire sulla materia esterna inducendo in essa delle forme.
2. Cessando l'azione dell'agente principale, è inevitabile che cessi l'azione dello strumento: così fermandosi il fabbro, non si muove il martello. Ma tutte le forme accidentali agiscono strumentalmente in virtù della forma sostanziale che è l'agente principale. Perciò, non rimanendo in questo sacramento la forma sostanziale del pane e del vino, come si è detto sopra, le superstiti forme accidentali non possono agire sulla materia esterna.
3. Niente può agire oltre i limiti della propria natura, non potendo l'effetto essere superiore alla causa. Ora, tutte le specie sacramentali sono accidenti. Non possono quindi agire sulla materia esterna, così almeno da cambiarne la forma sostanziale.

IN CONTRARIO: Se non potessero agire sui corpi esterni, non potrebbero essere avvertite dai nostri sensi; perché una cosa si sente in quanto essa modifica i nostri sensi, come dice Aristotele.

RISPONDO: Poiché ogni ente agisce in quanto è in atto, è chiaro che per ogni ente il modo di agire è identico al suo modo di essere. Ora, siccome alle specie sacramentali è dato per virtù divina di rimanere nell'essere che avevano quando sussisteva la sostanza del pane e del vino, è logico che conservino anche il loro modo di agire. Quindi tutte le funzioni, che potevano avere quando era presente la sostanza del pane e del vino, possono essere compiute da esse anche quando la sostanza del pane e del vino si converte nel corpo e nel sangue di Cristo. Perciò non c'è dubbio che esse possono agire sui corpi esterni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le specie sacramentali, sebbene siano forme prive di materia, conservano tuttavia il medesimo essere che avevano nella materia. Perciò in base a questo loro essere sono simili alle forme esistenti nella materia.
2. L'agire della forma accidentale dipende dall'agire della forma sostanziale, come l'essere dell'accidente dipende dall'essere della sostanza. Quindi come per virtù divina è concesso alle specie sacramentali di poter sussistere senza la sostanza, così è concesso loro di poter agire senza la forma sostanziale per intervento di Dio, da cui, come da primo agente, dipende l'agire di ogni forma e sostanziale e accidentale.
3. La trasmutazione che porta a un'altra forma sostanziale non viene prodotta dalla forma sostanziale direttamente, ma mediante le qualità attive e passive che agiscono in virtù della forma sostanziale. Ora, questa virtù strumentale rimane come prima nelle specie sacramentali per l'intervento di Dio. Ecco perché codeste qualità strumentalmente possono mutare la forma sostanziale: allo stesso modo che un dato essere può agire oltre la propria natura, non per virtù sua, ma per virtù dell'agente principale.

ARTICOLO 4

Se le specie sacramentali possano corrompersi


SEMBRA che le specie sacramentali non possano corrompersi. Infatti:
1. La corruzione avviene per la separazione della forma dalla materia. Ma la forma del pane, come sopra abbiamo spiegato, non resta in questo sacramento. Perciò le specie suddette non possono corrompersi.
2. Una forma non può corrompersi che indirettamente per la corruzione del soggetto: tanto è vero che le forme per sé sussistenti sono incorruttibili, come vediamo nel caso delle sostanze spirituali. Ma le specie sacramentali sono forme prive di soggetto. Dunque non possono corrompersi.
3. Se si corrompono, ciò accadrà o naturalmente o miracolosamente. Ma non può accadere naturalmente, non essendo possibile individuare il soggetto della corruzione che perduri dopo la corruzione. E non può accadere miracolosamente, perché i miracoli compiuti in questo sacramento avvengono in virtù della consacrazione, la quale mira a conservare le specie sacramentali, e una stessa cosa non può essere causa di conservazione e di corruzione. Perciò le specie sacramentali non possono corrompersi in nessuna maniera.

IN CONTRARIO: I nostri sensi avvertono che le ostie consacrate imputridiscono e si corrompono.

RISPONDO: Corruzione è "il passare dall'essere al non essere". Ma le specie sacramentali, abbiamo detto sopra, mantengono lo stesso essere che avevano prima, quando sussisteva la sostanza del pane e del vino. Perciò, come l'essere di tali accidenti poteva corrompersi nella sostanza del pane e del vino, così può corrompersi quando quella sostanza viene a mancare.
Ma prima tali accidenti potevano corrompersi in due modi: direttamente e indirettamente. Direttamente, sia per l'alterarsi delle qualità, che per aumento o diminuzione della quantità: non già per crescita o decrescita come nei corpi animati, non essendo animata la sostanza del pane e del vino, ma per addizione o per divisione; infatti, come nota Aristotele, con la divisione di una dimensione se ne fanno due, e al contrario con l'addizione di due se ne fa una. In tal modo possono evidentemente corrompersi gli accidenti eucaristici dopo la consacrazione, sia perché la quantità del sacramento può essere soggetta a divisione e addizione; sia perché, essendo essa soggetto delle qualità sensibili, come si è detto, può anche essere soggetto delle loro alterazioni, p. es., del colore e del sapore del pane o del vino.
Inoltre le specie del pane e del vino prima della consacrazione potevano corrompersi indirettamente per la corruzione del loro soggetto. E in questa maniera possono corrompersi anche dopo la consacrazione. Sebbene infatti non rimanga il loro soggetto, rimane tuttavia l'essere che tali accidenti avevano nel loro soggetto, un essere proprio e connaturale ad esso. Perciò questo essere può venir corrotto da un agente contrario, come da questo poteva essere corrotta la sostanza del pane e del vino: che pure non si corrompeva se non a seguito dell'alterazione degli accidenti.
Occorre però ben distinguere questi due modi di corrompersi. Siccome infatti il corpo e il sangue di Cristo succedono in questo sacramento alla sostanza del pane e del vino, qualora intervenga da parte degli accidenti un cambiamento insufficiente a corrompere il pane e il vino, con tale mutazione non cessano di essere nel sacramento il corpo e il sangue di Cristo: sia che il cambiamento avvenga nelle qualità, p. es., mediante una lieve alterazione del colore o del sapore del pane e del vino; sia che avvenga nella quantità, p. es., mediante la divisione delle specie in parti che possono conservare in sé la natura del pane e del vino. - Se invece intervenisse un cambiamento così profondo che avrebbe corrotto la sostanza del pane e del vino, non rimangono il corpo e il sangue di Cristo sotto questo sacramento. E ciò tanto da parte delle qualità, come quando il colore, il sapore e le altre qualità del pane e del vino si guastano in modo tale che la sostanza del pane e del vino non lo sopporta; quanto da parte della quantità, qualora, p. es., il pane, o il vino venisse polverizzato in parti così minute da far scomparire le specie del pane e del vino.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La corruzione propriamente ha il compito di far cessare l'essere che una forma ha nella materia; perciò è necessario che la corruzione separi la forma dalla materia. Se invece tale essere non si trovasse nella materia, e fosse tuttavia identico all'essere che si trova nella materia, potrebbe corrompersi anche in assenza della materia: ciò appunto avviene in questo sacramento, come risulta da quanto abbiamo detto.
2. Le specie sacramentali, sebbene siano forme senza materia, conservano tuttavia l'essere che prima avevano nella materia.
3. La corruzione delle specie sacramentali non è miracolosa, ma naturale: presupponendo però il miracolo compiutosi nella consacrazione, e cioè che quelle specie sacramentali mantengano senza il soggetto l'essere che prima avevano nel soggetto; allo stesso modo che un cieco guarito in maniera miracolosa ci vede in maniera naturale.

ARTICOLO 5

Se dalle specie sacramentali possa generarsi qualche cosa


SEMBRA che nulla possa generarsi dalle specie sacramentali. Infatti:
1. Ciò che si genera, si genera dalla materia: infatti dal nulla nulla si genera, sebbene dal nulla derivi qualche cosa per creazione. Ma sotto le specie sacramentali non c'è altra materia che quella del corpo di Cristo, che è incorruttibile. Dunque dalle specie sacramentali niente si può generare.
2. Tra cose che non sono dello stesso genere, una non può generarsi dall'altra: dalla bianchezza, p. es., non può prodursi una linea. Ma l'accidente e la sostanza differiscono nel genere. Perciò le specie sacramentali, essendo accidenti, non è possibile che da esse derivi una sostanza.
3. Se da esse si generasse una sostanza corporea, questa non sarebbe senza i suoi accidenti. Se dunque dalle specie sacramentali si generasse una sostanza corporea, dagli accidenti dovrebbero nascere sia la sostanza che gli accidenti, ossia due cose da una: il che è impossibile. È quindi impossibile che dalle specie sacramentali si generi una sostanza corporea.

IN CONTRARIO: Si può vedere con i sensi che dalle specie sacramentali si genera qualche cosa: la cenere, se vengono bruciate; i vermi, se vanno in putrefazione; o la polvere, se vengono tritate.

RISPONDO: Poiché, come dice Aristotele, "la corruzione di una cosa è generazione di un'altra", è inevitabile che dalle specie sacramentali, quando si corrompono, si generi qualche altra cosa. Infatti non si corrompono così da sparire completamente, come se venissero annichilate; ma ad esse succede in modo evidente un'entità sensibile.
In che modo però da esse possa generarsi qualche cosa, è difficile a comprendersi. Infatti è chiaro che dal corpo e dal sangue di Cristo, ivi realmente presenti, non si genera nulla, trattandosi di realtà incorruttibili. Se invece rimanesse in questo sacramento la sostanza o la materia del pane e del vino, sarebbe facile veder generata da esse, come alcuni ritennero, l'entità sensibile successiva. Ciò però è falso per quanto si è detto sopra.
Alcuni perciò hanno asserito che gli elementi generati non provengono dalle specie sacramentali, ma dall'aria circostante. - Ma questo risulta impossibile per molte ragioni. Primo, perché quando si genera una cosa da un'altra, quest'ultima precedentemente appare alterata e corrotta. Ora, nell'aria circostante non si manifesta in precedenza nessuna alterazione e corruzione. Non è da essa perciò che hanno origine i vermi e le ceneri. - Secondo, perché la natura dell'aria non è tale da poter produrre con simili alterazioni codeste cose. - Terzo, perché può accadere che bruci o si corrompa una grande quantità di ostie consacrate: e con l'aria non sarebbe possibile generare altrettanta materia, se non rendendo molto spessa una grande quantità di aria. - Quarto perché in tale trasformazione dovrebbero essere coinvolti anche i corpi solidi circostanti, p. es., il ferro o le pietre (su cui poggia il sacramento), che invece dopo la generazione delle suddette cose risultano invariati. - Perciò questa è un'affermazione insostenibile, perché contraria alle constatazioni dei nostri sensi.
Altri perciò hanno insegnato che nel momento della corruzione delle specie ritornerebbe la sostanza del pane e del vino, e così dalla ritornata sostanza del pane e del vino verrebbero generati le ceneri, i vermi e altre simili cose. Ma anche questa opinione è inaccettabile. Primo, perché se la sostanza del pane e del vino si è convertita nel corpo e nel sangue di Cristo, come si è detto sopra, non può ritornare a esistere se non per la riconversione del corpo e del sangue di Cristo nella sostanza del pane e del vino, il che è impossibile: come non può tornare ad esistere l'aria convertitasi in fuoco, se non per la riconversione del fuoco in aria. Se poi la sostanza del pane e del vino fu annichilata, non può tornare ad esistere, perché ciò che è caduto nel nulla, non può tornare numericamente identico a quello di prima: a meno che non si denomini ritorno della sostanza precedente il fatto che Dio ne crea una nuova al posto della prima. - Secondo, ciò è impossibile, perché non si può assegnare il tempo in cui la sostanza del pane e del vino dovrebbe ritornare. Infatti si è dimostrato sopra che per tutta la durata delle specie del pane e del vino rimane il corpo e il sangue di Cristo, i quali, secondo le spiegazioni già date, non possono esser presenti in questo sacramento assieme alla sostanza del pane e del vino. Cosicché tale sostanza non può ritornare finché durano le specie sacramentali. Parimente tale sostanza non può tornare quando esse spariscono, perché allora la sostanza del pane e del vino verrebbe a trovarsi assurdamente senza i propri accidenti. - A meno che non si affermi che nell'ultimo istante della corruzione delle specie ritorna non la sostanza del pane e del vino, essendo quello l'istante medesimo in cui si presentano le sostanze generate dalle specie, bensì la materia del pane e del vino, che propriamente parlando si dovrebbe dire creata di nuovo piuttosto che ritornata. In questo senso la suddetta opinione sarebbe ancora sostenibile.
Tuttavia, poiché non sembra ragionevole ammettere miracoli in questo sacramento se non in dipendenza della consacrazione, la quale non importa né creazione né ritorno di materia, è meglio asserire che nella consacrazione stessa viene concesso miracolosamente alla quantità, ossia alle dimensioni del pane e del vino, di essere il primo soggetto delle forme successive. Ora, questa è una proprietà della materia. Di conseguenza è concesso alla suddetta quantità tutto ciò che spetta alla materia. E così quanto potrebbe generarsi dalla materia del pane e del vino se fosse presente, può generarsi dalla suddetta quantità propria del pane e del vino; non per un nuovo miracolo, ma in forza del miracolo già compiuto (nella consacrazione).

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene (nelle sacre specie) non ci sia la materia per generare qualche cosa, c'è tuttavia la quantità, o estensione a far le veci della materia, come si è detto.
2. Le specie sacramentali sono degli accidenti, esse però, secondo le spiegazioni date, hanno le funzioni e le virtù della sostanza.
3. Le dimensioni proprie del pane e del vino conservano la propria natura e ricevono miracolosamente le virtù e le proprietà della sostanza. Ecco perché esse possono trasformarsi in ambedue le cose: in una nuova sostanza e nelle sue dimensioni.

ARTICOLO 6

Se le specie sacramentali possano nutrire


SEMBRA che le specie sacramentali non possano nutrire. Infatti:
1. S. Ambrogio ha scritto: "Non è questo un pane che finisce nel nostro corpo, ma è il pane della vita eterna che alimenta la sostanza della nostra anima". Ora, ogni cosa che nutre, finisce nel nostro corpo. Dunque questo pane non nutre. E lo stesso vale per il vino.
2. "Ci nutrono le cose stesse che ci donano l'essere", dice Aristotele. Ma le specie sacramentali sono accidenti, i quali non possono costituire l'uomo, non essendo l'accidente parte della sostanza. Dunque le specie sacramentali non possono nutrire.
3. Il Filosofo afferma che "l'alimento nutre perché è una sostanza, fa invece crescere perché dotato di quantità". Ma le specie sacramentali non sono sostanza. Dunque non possono nutrire.

IN CONTRARIO: L'Apostolo parlando di questo sacramento scrive: "C'è chi resta con la fame e chi si ubriaca", e la Glossa commenta: "Rimprovera coloro che dopo la celebrazione del sacro mistero e la consacrazione del pane e del vino si riprendevano le proprie offerte, e senza farne parte agli altri le consumavano da soli, così da ubriacarsi perfino". Ora, ciò non sarebbe potuto accadere, se le specie sacramentali non nutrissero. Dunque le specie sacramentali nutrono.

RISPONDO: L'attuale quesito non presenta difficoltà dopo la risposta data a quello precedente. Difatti, come dice Aristotele, in tanto il cibo nutre in quanto si cambia nella sostanza di chi si alimenta. Ma abbiamo già detto che le specie sacramentali possono convertirsi in una sostanza che si genera da esse. Ora, per la stessa ragione per cui possono convertirsi in cenere e in vermi, possono convertirsi nel corpo umano. Quindi è chiaro che nutrono.
L'opinione di alcuni poi, secondo la quale esse non nutrirebbero in senso proprio convertendosi in corpo umano, ma ristorando e sostenendo tramite un influsso sui sensi, come l'odore del cibo può ristorare e l'odore del vino inebriare, risulta falsa alla prova dei sensi. Infatti un simile ristoro non è durevole per l'uomo, il cui corpo ha bisogno di compensare continue perdite. E tuttavia l'uomo potrebbe sostenersi a lungo consumando in grande quantità ostie e vino consacrati.
Similmente non può reggersi l'opinione di chi dice che le specie sacramentali nutrono mediante la forma sostanziale del pane e del vino, la quale rimarrebbe. Sia perché essa non rimane, come sopra abbiamo dimostrato. - Sia perché nutrire non è compito della forma, ma piuttosto della materia, la quale riceve la forma di chi si nutre e perde quella dell'alimento. Aristotele infatti osserva che il cibo è dissimile all'inizio, mentre alla fine è simile.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dopo la consacrazione si può parlare di pane, in questo sacramento, in due sensi. Primo, indicando come pane le specie del pane che mantengono il nome della sostanza di prima: e in tal senso lo usa S. Gregorio nell'omelia di Pasqua. Secondo, si può chiamare pane lo stesso corpo di Cristo che è mistico pane "disceso dal cielo". Perciò quando S. Ambrogio dice che "questo pane non finisce nel nostro corpo", usa il termine pane nel secondo senso: poiché il corpo di Cristo non si converte nel corpo dell'uomo, ma ristora il suo spirito. Egli perciò non parla di pane nel primo senso.
2. Le specie sacramentali, sebbene non siano tra le parti costitutive del corpo umano, tuttavia si convertono in esse, come si è detto.
3. Le specie sacramentali, pur non essendo sostanza, hanno nondimeno le virtù della sostanza, come sopra abbiamo spiegato.

ARTICOLO 7

Se in questo sacramento le specie sacramentali subiscano la frattura


SEMBRA che in questo sacramento la frazione non possa raggiungere le specie sacramentali. Infatti:
1. Aristotele attribuisce la frangibilità dei corpi alla loro porosità. Ma questa non può attribuirsi alle specie sacramentali. Dunque le specie sacramentali non sono frangibili.
2. La frattura è accompagnata dal suono. Ma le specie sacramentali non producono suono: poiché, come dice il Filosofo, sonoro è un corpo duro avente superficie leggera. Dunque le specie sacramentali non sono soggette a frattura.
3. Frangere sembra identico a masticare. Ora, ciò che qui si mangia è il vero corpo di Cristo, stando alle sue parole: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue...". Dunque è il corpo di Cristo che si frange e si mastica. Difatti anche nella professione di Berengario si legge: "Consento con la santa Chiesa Romana, e confesso con il cuore e con le labbra che il pane e il vino presenti sull'altare sono, dopo la consacrazione, il vero corpo e sangue di Cristo, il quale viene toccato dalle mani dei sacerdoti, nonché franto e masticato dai denti dei fedeli". Non è dunque alle specie sacramentali che deve attribuirsi la frazione.

IN CONTRARIO: La frazione avviene con la divisione della quantità. Ma nell'Eucarestia non si divide altra quantità che quella delle specie sacramentali: poiché non si divide né il corpo di Cristo che è immutabile, né la sostanza del pane che sparisce. Dunque si frangono le specie sacramentali.

RISPONDO: Presso gli antichi ci furono in proposito molte opinioni. Alcuni infatti dissero che la frazione non avveniva in questo sacramento secondo la realtà oggettiva, ma solo secondo l'impressione visiva degli astanti. - Questo però non è sostenibile. Perché in questo sacramento di verità i sensi non s'ingannano sugli oggetti di loro competenza: e tra questi c'è la frazione che divide una cosa in più parti, e queste cose rientrano tra i sensibili comuni, come nota Aristotele.
Altri perciò dissero che nell'Eucarestia c'è una vera frazione, senza incidere sulla sostanza. - Ma anche questa opinione contraddice i nostri sensi. Appare infatti in questo sacramento un soggetto quanto, il quale, prima compatto, viene poi diviso in molte parti: e questo quanto è necessariamente il soggetto della frazione.
D'altronde non si può dire che si franga il vero corpo di Cristo. Primo, perché è incorruttibile e impassibile. - Secondo, perché è presente tutto intero in ciascuna parte, come si è detto prima: e ciò è inconciliabile con la sua frazione.
Resta dunque che la frazione, come gli altri accidenti, ha per soggetto le dimensioni quantitative del pane. E come le specie sacramentali sono il sacramento del vero corpo di Cristo, così tale frazione delle specie è il sacramento o simbolo della passione sofferta dal vero corpo di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle specie sacramentali, come rimangono la rarità e la densità, conforme a quanto si è detto sopra, così rimane anche la porosità, e di conseguenza la frangibilità.
2. La durezza segue la densità. Perciò quando le specie sacramentali sono dense, sono anche dure: e con la durezza è naturalmente connessa la sonorità.
3. Ciò che viene mangiato nella propria specie, viene anche franto e masticato nella propria specie. Ma il corpo di Cristo non viene mangiato nella propria specie, bensì sotto le specie sacramentali. Perciò S. Agostino, spiegando le parole evangeliche, "La carne non giova a nulla", scrive: "Esse si riferiscono a coloro che le interpretavano carnalmente. Avevano capito cioè che si trattasse di carne come quella fatta a pezzi in un animale ucciso, o venduta al macello". Quindi non è il corpo vero di Cristo che si frange, se non sotto le specie sacramentali. - Ed è in questo senso che va intesa la professione di Berengario: la frazione e la triturazione dei denti si riferiscono alle specie sacramentali, sotto le quali è presente il corpo di Cristo.

ARTICOLO 8

Se col vino consacrato si possano mescolare altri liquidi


SEMBRA che col vino consacrato non si possano mescolare altri liquidi. Infatti:
1. Il liquido che si mesce, prende le qualità del liquido in cui si mesce. Ma nessun liquido può prendere le qualità delle specie sacramentali, essendo esse accidenti senza sostanza, come si è detto. Dunque nessun liquido può mescolarsi con le specie sacramentali del vino.
2. Se un liquido si mescolasse con quelle specie, necessariamente ne deriverebbe un composto unico. Ora non è possibile comporre un'unica cosa, né con il liquido suddetto che è una sostanza e le specie sacramentali che sono degli accidenti, né combinando codesto liquido con il sangue di Cristo, il quale a motivo della sua incorruttibilità non ammette addizioni o sottrazioni. Perciò nessun liquido può mescolarsi col vino consacrato.
3. Se col vino consacrato si potesse mescolare altro liquido, anch'esso dovrebbe diventare consacrato, come l'acqua che si versa nell'acqua benedetta diventa anch'essa benedetta. Ma il vino consacrato è sangue di Cristo. Quindi anche il liquido aggiunto diventerebbe sangue di Cristo. In tal caso una sostanza diverrebbe sangue di Cristo per una via diversa dalla consacrazione: il che è inammissibile. Dunque nessun liquido può mescolarsi col vino consacrato.
4. Se mescolando due cose una di esse si corrompe totalmente, non si ha più un composto, come osserva Aristotele. Ma l'aggiunta di qualsiasi liquido corrompe la specie sacramentale del vino, cosicché cessa di essere sotto di essa il sangue di Cristo. Sia perché il più e il meno sono differenze che distinguono e differenziano la quantità, come il bianco e il nero distinguono il colore. Sia perché il liquido aggiunto, non trovando ostacolo alcuno, si diffonde per tutte le specie consacrate: così viene a cessare in esse la presenza del sangue di Cristo, il quale non può esservi presente insieme ad altra sostanza. Perciò nessun altro liquido può mescolarsi col vino consacrato.

IN CONTRARIO: I sensi constatano che altri liquidi si possono mescolare col vino dopo la consacrazione, esattamente come prima.

RISPONDO: La soluzione del presente quesito deriva chiaramente da quanto si è già detto. Infatti sopra abbiamo spiegato che le specie, le quali rimangono in questo sacramento, come in virtù della consacrazione acquistano il modo di essere della sostanza, così acquistano di essa anche il modo di agire e di patire: ossia la capacità di fare e di ricevere quanto farebbe o riceverebbe la sostanza, se fosse ivi presente. Ora, è chiaro che se là ci fosse la sostanza del vino, con essa si potrebbe mescolare altro liquido.
L'effetto però di tale aggiunta sarebbe diverso secondo la qualità e la quantità del liquido. Se infatti si aggiungesse in tanta quantità da potersi diffondere in tutto il vino, rimarrebbe tutto mescolato. Ora, ciò che è composto da due cose, non è più né l'una né l'altra delle due, ma tanto l'una che l'altra si converte nel composto che ne risulta. E in questo caso se il liquido aggiunto al vino fosse di altra natura, ne seguirebbe che il vino di prima cesserebbe di esistere. - Se invece il liquido aggiunto al vino fosse della stessa natura, p. es., altro vino, rimarrebbe la natura del vino, ma il vino non rimarrebbe numericamente lo stesso. E lo dimostra la diversità degli accidenti: quando l'uno fosse vino bianco e l'altro rosso.
Se però il liquido aggiunto fosse tanto poco da non potersi diffondere per tutto, il vino non rimarrebbe mescolato in tutto ma solo in una sua parte. Questa evidentemente cambierebbe d'individualità per l'aggiunta di materia estranea. Il tutto però conserverebbe la medesima natura, non solo se quel poco liquido versatovi fosse vino, ma anche se fosse di altra natura, perché una goccia d'acqua versata in molto vino si cambia in vino, come osserva Aristotele.
Ebbene, negli articoli precedenti si è dimostrato che il corpo e il sangue di Cristo rimangono in questo sacramento finché le specie conservano la propria identità numerica: poiché ad esser consacrato fu questo pane e questo vino determinato. Di conseguenza se si facesse un'aggiunta di liquido qualsiasi in tanta misura da diffondersi in tutto il vino consacrato e da fare miscuglio con esso, sparirebbe l'identità numerica e cesserebbe la presenza del sangue di Cristo. Se invece si aggiungesse un liquido in misura così scarsa da non potersi diffondere per tutto, ma solo per una parte delle specie, la presenza del sangue di Cristo cesserebbe in quella parte e rimarrebbe nelle altre.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Innocenzo III in una Decretale dichiara che "gli accidenti si fondono con il vino aggiunto; perché, se si aggiungesse dell'acqua, essa prenderebbe il sapore del vino. Accade così che gli accidenti mutano soggetto, come accade anche che il soggetto muti accidenti. La natura così cede al miracolo e la virtù divina opera fuori dell'ordine consueto". Questo però non si deve intendere nel senso che i medesimi accidenti passino numericamente dal vino consacrato al vino aggiunto, ma tale mutamento avviene a seguito di un'azione. Infatti gli accidenti del vino che rimangono, conservano le funzioni della sostanza, come si disse: e quindi è con una trasmutazione che raggiungono il liquido aggiunto.
2. Il liquido aggiunto al vino consacrato non si mescola affatto alla sostanza del sangue di Cristo. Si mescola però alle specie sacramentali: tuttavia con tale mescolanza le dette specie si corrompono o in tutto o in parte, in conformità con quanto si disse sulla possibilità che da quelle specie si generi qualche altra cosa. Se si corrompono in tutto, non c'è altro da cercare: perché non ci sarà più che un tutto nuovo uniforme. Se invece si corrompono in parte, ci sarà un'unità di dimensioni e di massa quantitativa, ma non di sostanza, perché una parte di esse sarà priva di soggetto e un'altra legata alla sostanza; come se si formasse un corpo di due metalli: per la quantità sarà un corpo soltanto, ma non sarà un corpo omogeneo rispetto alla natura dei metalli.
3. Come dice Innocenzo III nella Decretale suddetta, "se dopo la consacrazione del vino s'infonde nel calice altro vino, questo non si cambia nel sangue, né si mescola al sangue; ma mescolandosi agli accidenti del vino di prima, circonda d'ogni parte il sangue di Cristo ivi presente, senza mescolarsi con esso". Ciò deve intendersi per il caso in cui l'aggiunta del liquido estraneo non sia tanta da far cessare totalmente la presenza del sangue di Cristo. Allora si dice che lo "circonda d'ogni parte", non perché venga a contatto del sangue di Cristo secondo le dimensioni proprie di lui, ma secondo le dimensioni sacramentali in cui è contenuto. - Diverso è invece il caso dell'acqua benedetta: perché quella benedizione non produce alcun cambiamento nella sostanza dell'acqua, come invece la produce la consacrazione del vino.
4. Alcuni hanno asserito che, per quanto piccola sia l'aggiunta di liquido estraneo, la sostanza del sangue di Cristo cessa di essere sotto tutta la specie. La ragione è quella riferita dall'argomento. Ma non è una ragione valida. Perché il più e il meno diversificano la quantità estesa non nella sua essenza, ma nelle sue dimensioni.
Inoltre il liquido aggiunto può essere così scarso da non potersi diffondere dovunque, e quindi neppure nelle dimensioni: le quali, come abbiamo già spiegato, sebbene siano prive di soggetto, tuttavia oppongono a un altro liquido tanta resistenza quanta ne opporrebbe la sostanza se fosse presente.

Questione 78

La forma di questo sacramento


Passiamo ora a esaminare la forma di questo sacramento.
In proposito si pongono sei quesiti: 1. Quale sia la forma di questo sacramento; 2. Se la forma della consacrazione del pane sia conveniente. 3. Se lo sia la forma della consacrazione del sangue; 4. L'efficacia di entrambe le forme; 5. La loro veridicità; 6. Il loro confronto reciproco.

ARTICOLO 1

Se la forma di questo sacramento sia la seguente: "Questo è il mio corpo", e: "Questo è il calice del mio sangue"


SEMBRA che la forma di questo sacramento non sia la seguente: "Questo è il mio corpo ", e: "Questo è il calice del mio sangue". Infatti:
1. Appartengono alla forma del sacramento le parole con le quali Cristo consacrò il suo corpo e il suo sangue. Ma Cristo, come dice il Vangelo, prima benedisse il pane che aveva preso in mano, e dopo soltanto disse: "Prendete e mangiate: questo è il mio corpo"; altrettanto fece con il calice. Dunque le suddette parole non sono la forma di questo sacramento.
2. Eusebio di Emesa dice che "l'invisibile sacerdote converte nel suo corpo le visibili creature, dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo". Dunque appartiene alla forma del sacramento tutta la frase. Lo stesso vale per le parole riguardanti il sangue.
3. Nella forma del battesimo si esprime la persona del ministro e la sua azione, dicendo: "Io ti battezzo". Ma nelle suddette parole non c'è allusione alcuna alla persona del ministro né alla sua azione. Dunque non è conveniente la forma di questo sacramento.
4. La forma del sacramento basta da sola a fare il sacramento, cosicché il sacramento del battesimo si può conferire a volte con le sole parole della forma, tralasciando tutte le altre. Se dunque le suddette parole sono la forma di questo sacramento, sarà possibile eventualmente celebrare questo sacramento proferendo queste parole soltanto, omettendo tutte le altre che si dicono nella messa. Ciò tuttavia è falso, perché, se si omettessero le altre, le suddette parole s'intenderebbero come se il sacerdote le pronunziasse in nome proprio, mentre il pane e il vino non si convertono nel corpo e nel sangue del sacerdote. Perciò le parole suddette non sono la forma di questo sacramento.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio scrive: "La consacrazione si fa con le parole e le affermazioni del Signore Gesù. Infatti con tutte le altre parole si loda Dio, si supplica per il popolo, per i re, per tutti gli altri. Ma quando compie il venerabile sacramento, il sacerdote non si serve più delle proprie espressioni, bensì delle parole di Cristo. Perciò è la parola di Cristo che compie questo sacramento".

RISPONDO: Questo sacramento differisce dagli altri sacramenti in due cose. Primo, per il fatto che si compie mediante la consacrazione della materia; mentre gli altri sacramenti si compiono mediante l'uso della materia consacrata. - Secondo, per il fatto che negli altri sacramenti la consacrazione della materia consiste solo in una benedizione, per la quale la materia consacrata riceve strumentalmente una virtù spirituale che dal ministro, strumento animato, può passare in strumenti inanimati. Al contrario in questo sacramento la consacrazione della materia consiste in una miracolosa conversione della sostanza, che Dio solo può compiere. Perciò nel fare questo sacramento il ministro non ha altro ufficio che quello di proferire le parole.
E poiché la forma dev'essere adeguata alla realtà, conseguentemente la forma di questo sacramento differisce in due maniere dalle forme degli altri sacramenti. Primo, nel fatto che le forme degli altri sacramenti esprimono l'uso della materia: p. es., battezzare o confermare; mentre la forma di questo sacramento esprime solo la consacrazione della materia, che consiste nella transustanziazione, e cioè con le espressioni: "Questo è il mio corpo", e "Questo è il calice del mio sangue". - Secondo, perché le forme degli altri sacramenti vengono proferite dal ministro in persona propria, sia in atto di fare, come quando si dice: "Io ti battezzo" o "Io ti confermo"; sia in atto di comandare, come quando nel sacramento dell'ordine si dice: "Ricevi il potere..."; sia in atto d'intercedere, come nel sacramento dell'estrema unzione: "Per questa unzione e per la nostra intercessione...". Al contrario la forma di questo sacramento viene proferita in persona di Cristo stesso che parla (direttamente): in modo da far intendere che il ministro nella celebrazione di questo sacramento non fa nient'altro che proferire le parole di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ci sono in proposito molte opinioni. Alcuni sostennero che Cristo, avendo potere di eccellenza sui sacramenti, compì questo sacramento senza alcuna forma verbale e dopo pronunziò le parole con le quali gli altri dovevano consacrare. Ciò sembra intendere Innocenzo III quando scrive: "Si può dire senza dubbio che Cristo prima consacrò per virtù divina, e poi espresse la forma con la quale avrebbero consacrato gli altri". - Ma contro questa opinione sta l'esplicita affermazione del Vangelo, in cui si dice che Cristo "benedisse": la quale benedizione fu fatta certamente con delle parole. Perciò la frase riferita di Innocenzo III esprime più un'opinione che una determinazione.
Altri invece sostennero che quella benedizione fu fatta con delle parole che non conosciamo. - Ma nemmeno questo può stare. Perché la benedizione della consacrazione ora si compie ripetendo quanto fu fatto allora. Quindi se allora la consacrazione non avvenne in forza di queste parole, non avverrebbe neppure ora.
Perciò altri affermarono che quella benedizione fu fatta anche allora con le stesse parole con le quali avviene adesso, ma Cristo le pronunziò due volte: prima segretamente per consacrare, poi manifestamente per istruire. - Ma neppure questo è sostenibile. Perché il sacerdote consacra proferendo queste parole, non come dette da Cristo nella benedizione segreta, bensì come pronunziate da lui palesemente. Di conseguenza, non avendo efficacia tali parole se non dall'essere pronunziate da Cristo, è chiaro che anche Cristo deve aver consacrato nel pronunziarle manifestamente.
Altri perciò ritengono che gli Evangelisti nel raccontare non sempre hanno conservato l'ordine cronologico dei fatti, come nota S. Agostino. Cosicché l'ordine cronologico si potrebbe ricostruire nel modo seguente: "Preso il pane, lo benedisse dicendo: "Questo è il mio corpo"; quindi lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli". - Ma codesto senso si può ricavare dallo stesso testo evangelico, anche senza apportarvi dei cambiamenti. Perché il gerundio "dicendo" indica la concomitanza delle parole pronunziate con ciò che precede. E tale concomitanza non è necessario intenderla soltanto rispetto all'ultimo atto, quasi che Cristo abbia detto quelle parole nel momento di dare il pane ai suoi discepoli; ma può intendersi rispetto a tutto ciò che precede, così da avere questo senso: "Mentre benediceva e spezzava e dava ai suoi discepoli, disse queste parole: Prendete ecc.".
2. Le parole: "Prendete e mangiate" esprimono l'uso della materia consacrata, uso che non è necessario alla validità di questo sacramento, come si è detto sopra. Perciò neanche queste parole sono essenziali alla forma.
Nondimeno, poiché l'uso della materia consacrata contribuisce alla perfezione del sacramento, nel senso in cui l'operazione non è la prima, ma la seconda perfezione di una cosa, tutte le parole indicate concorrono a esprimere integralmente questo sacramento. Ed è in tal senso che Eusebio intese attribuire alle suddette parole l'efficacia sul sacramento, rispetto alla sua prima e seconda perfezione.
3. Nel sacramento del battesimo il ministro compie un atto riguardante l'uso della materia, uso che è essenziale al battesimo stesso; l'uso invece non è mai tale nell'Eucarestia. Perciò il paragone non regge.
4. Alcuni affermarono che questo sacramento non si può celebrare pronunziando le parole in questione e tacendo le altre, quelle particolarmente che sono nel canone della messa. - Ma ciò risulta falso. Sia dal testo sopra citato di S. Ambrogio, sia anche perché il canone della messa non è identico per tutte le chiese e per tutti i tempi, essendo state aggiunte cose diverse da persone diverse.
Si deve dunque ritenere che, se il sacerdote pronunziasse solo le parole suddette con l'intenzione di celebrare questo sacramento, esso varrebbe; perché l'intenzione farebbe intendere codeste parole come proferite in persona di Cristo, anche se ciò non venisse espresso dalle parole precedenti. Nondimeno peccherebbe gravemente il sacerdote che celebrasse così, perché non rispetterebbe il rito della Chiesa. Il che non avviene nel battesimo, che è sacramento di necessità; invece, come nota S. Agostino, alla mancanza della comunione eucaristica può supplire la comunione spirituale.

ARTICOLO 2

Se "Questo è il mio corpo" sia la forma conveniente della consacrazione del pane


SEMBRA che "Questo è il mio corpo" non sia la forma conveniente della consacrazione del pane. Infatti:
1. La forma del sacramento deve esprimere l'effetto del sacramento. Ma l'effetto che si ottiene nella consacrazione del pane è la conversione della sostanza del pane nel corpo di Cristo, conversione che si esprime meglio col termine diviene che col termine è. Quindi nella forma della consacrazione si dovrebbe dire: "Questo diviene il mio corpo".
2. S. Ambrogio scrive: "La parola di Cristo fa questo sacramento. Quale parola di Cristo? Quella che ha fatto ogni cosa: comandò il Signore e furono fatti i cieli e la terra". Dunque anche la forma di questo sacramento sarebbe stata più conveniente col verbo di modo imperativo: "Questo sia il mio corpo".
3. Come il soggetto della proposizione in esame indica ciò che si converte, così il predicato indica dove termina la conversione. Ora, come è determinato ciò in cui la cosa si converte, ossia il corpo del Cristo, così è determinato ciò che si converte: infatti esso non è che il pane. Di conseguenza, come il predicato è espresso con un sostantivo, così si doveva indicare con un sostantivo anche il soggetto, dicendo: "Questo pane è il mio corpo".
4. Ciò in cui termina la conversione, come appartiene a una natura determinata, essendo un corpo, così appartiene a una determinata persona. Dunque per indicare anche la persona si doveva dire: "Questo è il corpo di Cristo".
5. Nelle parole della forma non si deve mettere nulla che non sia essenziale. Perciò non si può giustificare la congiunzione enim che troviamo in certi libri, la quale non appartiene all'essenza della forma.

IN CONTRARIO: Il Signore usò questa forma nel consacrare, come risulta dal vangelo di S. Matteo.

RISPONDO: Questa è la forma conveniente della consacrazione del pane. Sopra infatti abbiamo visto che tale consacrazione consiste nella conversione della sostanza del pane nel corpo di Cristo. Ora, è necessario che la forma del sacramento significhi ciò che il sacramento produce. Quindi anche la forma della consacrazione del pane deve significare la conversione del pane nel corpo di Cristo, nella quale si riscontrano tre elementi: la conversione, il termine di partenza e il termine di arrivo.
Ebbene, la conversione si può considerare in due modi: nel suo compiersi e nella sua attuazione già avvenuta. Ora, nella forma della consacrazione del pane la conversione non doveva essere indicata nel suo compiersi, ma come attuata. Primo, perché questa conversione non è successiva ma istantanea, come si disse sopra, e nelle mutazioni istantanee il compiersi s'identifica con l'essere compiuto. - Secondo, perché le forme sacramentali servono a indicare l'effetto del sacramento, come le forme dell'arte servono a indicare l'effetto del lavoro. Ma la forma che guida l'arte non è che l'immagine del prodotto rifinito, cui l'artista mira con la sua intenzione: la forma dell'arte p. es., nella mente di un architetto è principalmente la forma della casa costruita, e solo secondariamente la forma della sua costruzione. Perciò anche nella forma della consacrazione del pane deve esprimersi la conversione come attuata, perché ad essa mira l'intenzione.
Ma poiché la conversione stessa viene espressa in questa forma come compiuta, necessariamente gli estremi della conversione bisogna indicarli come sono al momento in cui la conversione si è già realizzata. Ebbene, allora il termine di arrivo ha la natura propria della sua sostanza, mentre il termine di partenza non conserva la sua sostanza, ma solo i suoi accidenti, con i quali si presenta ai sensi e secondo i quali è determinabile dai sensi. È giusto quindi che il termine di partenza venga indicato con il pronome dimostrativo, riferito agli accidenti sensibili che rimangono. Invece il termine di arrivo si esprime con un sostantivo, che indica la natura di ciò in cui la cosa si converte: e questo, come abbiamo notato, è il corpo di Cristo nella sua integrità e non la sola carne. Perciò la forma "Questo è il mio corpo" è convenientissima.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'effetto ultimo di questa consacrazione non è il divenire ma l'essere, come si è detto. E quindi nella forma si deve esprimere di preferenza quest'ultimo.
2. Nella creazione agì la stessa parola di Dio che opera anche in questo sacramento, ma in modo diverso. Infatti qui essa opera sacramentalmente, ossia secondo la forza dell'espressione. Perciò è necessario indicare in questa forma l'ultimo effetto della consacrazione mediante un verbo sostantivo, di modo indicativo e di tempo presente. Nella creazione delle cose invece la parola di Dio operò soltanto come causa efficiente: e l'efficienza deriva dal comando della sua sapienza. Ecco perché nella creazione delle cose la parola di Dio si esprime con un verbo di modo imperativo, p. es.: "Si faccia la luce: e la luce fu".
3. A conversione avvenuta il termine di partenza non conserva la natura della sua sostanza, come la conserva invece il termine di arrivo. E quindi non c'è parità.
4. Con il pronome "mio", che implica l'indicazione della prima persona, cioè di quella che parla, è sufficientemente espressa la persona di Cristo, in nome della quale si proferiscono le parole, come si è detto.
5. La congiunzione "enim" si mette in questa forma secondo l'uso della Chiesa Romana, che deriva dall'Apostolo Pietro. E si fa così per ricollegarsi alle parole precedenti. Essa quindi non appartiene alla forma, come non appartengono ad essa le parole che precedono la forma stessa.

ARTICOLO 3

Se "Questo è il calice del mio sangue ecc." sia la forma conveniente della consacrazione del vino


SEMBRA che la formula "Questo è il calice del mio sangue, del nuovo ed eterno testamento, mistero di fede, che sarà sparso per voi e per molti in remissione dei peccati", non sia la forma conveniente della consacrazione del vino. Infatti:
1. Come il pane si converte nel corpo di Cristo in forza della consacrazione, così il vino si converte nel suo sangue, come risulta da quanto abbiamo detto. Ora, nella forma della consacrazione del pane il corpo di Cristo è in caso retto, senza l'aggiunta di altro. Perciò non è giusto che nella consacrazione del vino il sangue di Cristo sia in caso obliquo, con l'aggiunta del "calice" in caso retto, dicendo: "Questo è il calice del mio sangue".
2. Le parole dette nella consacrazione del pane non sono più efficaci delle parole dette nella consacrazione del vino, essendo le une e le altre parole di Cristo. Ma appena detto: "Questo è il mio corpo", la consacrazione del pane è fatta. Dunque appena detto: "Questo è il calice del mio sangue", è fatta la consacrazione del vino. Dunque le parole che vengono dopo, non appartengono alla forma: tanto più che esprimono solo certe proprietà di questo sacramento.
3. Il nuovo Testamento sembra consistere in un'ispirazione interiore, come risulta dal fatto che l'Apostolo cita le parole di Geremia: "Contrarrò con la casa d'Israele un patto (o testamento) nuovo, mettendo le mie leggi nelle loro menti". Il sacramento invece si celebra in forma visibile ed esterna. Non è opportuno quindi che nella forma del sacramento si dica: "del nuovo Testamento".
4. Nuovo si dice quanto è ancora prossimo all'inizio della sua esistenza. L'eterno invece non ha inizio nell'esistere. Perciò l'espressione "del nuovo ed eterno" non è a proposito, perché sembra implicare una contraddizione.
5. È necessario allontanare dall'uomo ogni occasione di errore, come raccomanda Isaia: "Togliete dalla via del mio popolo ogni inciampo". Ma taluni errarono pensando che il corpo e il sangue di Cristo siano in questo sacramento misticamente soltanto. Dunque non era opportuno che in questa forma si dicesse: "mistero di fede".
6. Sopra abbiamo detto che, come il battesimo è "il sacramento della fede", così l'Eucarestia è "il sacramento della carità". Perciò in questa forma non "di fede", ma "di carità" si sarebbe dovuto parlare.
7. Questo sacramento, è per intero memoriale della passione del Signore, ciò sia per il corpo che per il sangue, secondo il testo di S. Paolo: "Ogni volta che mangerete di questo pane e berrete di questo calice, voi annunzierete la morte del Signore". Non dovrebbe quindi menzionarsi la passione di Cristo e il suo frutto solo nella forma della consacrazione del sangue e non in quella del corpo, tanto più che il Signore aveva detto: "Questo è il mio corpo che sarà dato per voi".
8. La passione di Cristo, si è detto sopra, di suo è sufficiente per tutti, ma quanto a efficacia giova a molti. Si doveva dunque dire: "sarà sparso per tutti", o "per molti", ma senza aggiungere "per voi".
9. Le parole con le quali si consacra questo sacramento, derivano la loro efficacia dall'istituzione di Cristo. Ma nessun evangelista riferisce che Cristo abbia detto tutte queste parole. Perciò la forma della consacrazione del vino non è conveniente.

IN CONTRARIO: La Chiesa, istruita dagli Apostoli, usa questa forma nella consacrazione del vino.

RISPONDO: Riguardo a questa forma ci sono due opinioni. Alcuni sostennero che è essenziale a questa forma solo la frase: "Questo è il calice del mio sangue", e non le parole successive. - Ma questa opinione non sembra giusta: perché le parole successive sono delle determinazioni del predicato, ossia del sangue di Cristo; e quindi appartengono all'integrità della formula.
Per tale ragione altri con più verità ritengono essenziali alla forma tutte le parole successive fino alla proposizione: "Ogni volta che farete questo...", la quale, riguardando l'uso di questo sacramento, non è essenziale alla forma. È per questo che il sacerdote pronunzia tutte le suddette parole con lo stesso rito e atteggiamento, cioè tenendo il calice tra le mani. Del resto anche in S. Luca le parole successive vengono frapposte alle prime: "Questo calice è il nuovo testamento nel mio sangue".
Si deve dunque ritenere che tutte le suddette parole sono essenziali alla forma: però con le prime, "Questo è il calice del mio sangue", si indica la conversione stessa del vino in sangue, come abbiamo spiegato per la forma del pane; invece con le altre parole si indica la virtù del sangue sparso nella passione, la quale opera in questo sacramento. Ora, la passione è ordinata a tre scopi. Primo e principalmente, a conferire l'eterna eredità, conforme al testo di S. Paolo: "In virtù del suo sangue abbiamo libero accesso al santuario". E ciò viene indicato dall'espressione: "del nuovo ed eterno testamento". - Secondo, tende alla giustizia della grazia che deriva dalla fede, come dice l'Apostolo: "Dio ha prestabilito lui (Gesù) quale mezzo di propiziazione per via della fede nel suo sangue, in modo da essere giusto lui e nello stesso tempo giustificante chi per la fede è di Gesù Cristo". E per indicare questo si aggiunge: "mistero di fede". - Terzo, è ordinata a rimuovere gli ostacoli, ossia i peccati che impediscono di raggiungere le due cose precedenti, secondo le parole di S. Paolo: "Il sangue di Cristo purificherà le nostre coscienze dalle opere morte", cioè dai peccati. E ciò viene espresso dalla frase: "che sarà sparso per voi e per molti altri in remissione dei peccati".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La frase: "Questo è il calice del mio sangue" è figura retorica e si può intendere in due modi. Primo, quale metonimia, poiché il contenente qui sta per il contenuto, nel senso seguente: "Questo è il mio sangue contenuto nel calice". Del calice si fa qui menzione, perché il sangue di Cristo viene consacrato in questo sacramento come bevanda dei fedeli: ciò che non è proprio del sangue; era dunque necessario che venisse indicato con il recipiente adatto a questo scopo.
Secondo, si può intendere come metafora, cosicché il calice sarebbe indicato quale figura della passione di Cristo, la quale può inebriare come una coppa, secondo il testo di Geremia: "Mi ha riempito di amarezze, mi ha ubriacato di assenzio"; tanto che il Signore stesso chiamò calice la propria passione: "Passi da me questo calice". E allora il senso sarebbe: "Questo è il calice della mia passione". E di essa si fa menzione nel consacrare il sangue separatamente dal corpo; perché la separazione del sangue dal corpo avvenne con la passione.
2. Poiché, come ora si è detto, il sangue consacrato a parte rappresenta chiaramente la passione di Cristo, l'effetto della passione doveva essere ricordato più nella consacrazione del sangue che nella consacrazione del corpo, soggetto della passione. E ciò viene indicato da quelle parole del Signore: "che sarà dato per voi", come per dire: "che per voi sarà assoggettato alla passione".
3. Il testamento consiste nella disposizione circa un'eredità. Ora, Dio ha disposto di dare agli uomini l'eredità celeste in virtù del sangue di Gesù Cristo, perché, come dice l'Apostolo: "Dove c'è un testamento, occorre che intervenga la morte del testatore". Ebbene, il sangue di Cristo è stato dato agli uomini in due modi. Primo, in modo figurale: e ciò nell'antico Testamento. Perciò l'Apostolo conclude dicendo: "Neppure il primo Testamento fu inaugurato senza sangue", come si rileva dall'Esodo: "Dopo aver letto ogni prescrizione della legge, Mosè asperse l'intero popolo e disse: Questo è il sangue del testamento che il Signore ha concluso con voi".
Secondo, esso fu dato nella realtà: ed è questa la caratteristica del nuovo Testamento. L'Apostolo così ne parla nel passo citato: "Il Cristo è il mediatore del nuovo Testamento, affinché, intervenuta la sua morte, gli eletti ricevano l'eterna eredità che è stata loro promessa". Perciò qui viene ricordato "il sangue del nuovo Testamento", perché questo non è più dato in figura, ma nella realtà, tanto che si aggiunge: "che sarà sparso per voi". - L'ispirazione interiore poi deriva dalla virtù del sangue, in quanto veniamo giustificati dalla passione di Cristo.
4. Questo testamento è nuovo perché nuova è la sua offerta sacramentale. Ed è chiamato eterno, tanto a causa dell'eterno decreto di Dio, quanto a causa dell'eterna eredità di cui in questo testamento si dispone. Inoltre è eterna la persona stessa di Cristo, per il cui sangue è concessa tale disposizione testamentaria.
5. La parola "mistero" è usata qui, non per escludere la realtà, ma per sottolineare il suo occultamento. Perché in questo sacramento il sangue stesso di Cristo è presente in modo occulto; e la sua passione stessa fu occultamente raffigurata nel vecchio Testamento.
6. L'Eucarestia è denominata "sacramento di fede" perché oggetto di fede: che il sangue di Cristo infatti sia realmente presente in questo sacramento si crede solo per fede. Inoltre la passione stessa di Cristo giustifica per mezzo della fede. Il battesimo invece è detto "sacramento della fede" in quanto ne è una professione. - L'Eucarestia è poi "il sacramento della carità" nel senso che la rappresenta e la produce.
7. Il sangue consacrato separatamente dal corpo rappresenta più chiaramente, come si è detto, la passione di Cristo. Ed è per questo che si rammenta la passione di Cristo e il suo frutto nel consacrare il sangue, piuttosto che nel consacrare il corpo.
8. Il sangue della passione di Cristo non ha efficacia soltanto per la parte eletta dei Giudei, per i quali fu offerto il sangue dell'antico Testamento, ma anche per i Gentili; e non solo per i sacerdoti che celebrano questo sacramento o per gli altri che lo ricevono, ma anche per coloro per i quali viene offerto. Ecco perché viene detto espressamente "per voi", Giudei, "e per molti", per i quali viene offerto.
9. Gli evangelisti non intendevano di far conoscere le forme dei sacramenti, che nella Chiesa primitiva bisognava tener nascoste, come osserva Dionigi. Ma intesero tessere la storia di Cristo.
Nondimeno quasi tutte le suddette parole possono raccogliersi da diversi luoghi della Scrittura. Infatti la frase: "Questo è il calice" è in S. Luca e in S. Paolo. In S. Matteo poi si legge: "Questo è il mio sangue del nuovo Testamento, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati". - Le aggiunte "eterno" e "mistero di fede" derivano dalla tradizione del Signore, giunta alla Chiesa tramite gli Apostoli, secondo l'attestazione di S. Paolo: "Dal Signore ho ricevuto ciò che ho trasmesso a voi".

ARTICOLO 4

Se nelle parole delle due forme suddette risieda una virtù creata capace di produrre la consacrazione


SEMBRA che nelle parole delle due forme suddette non risieda nessuna virtù creata capace di produrre la consacrazione. Infatti:
1. Il Damasceno afferma: "Solo per virtù dello Spirito Santo avviene la conversione del pane nel corpo di Cristo". Ma la virtù dello Spirito Santo è una virtù increata. Dunque per nessuna virtù creata di tali parole si compie questo sacramento.
2. I miracoli non vengono compiuti per una virtù creata qualsiasi, ma solo per virtù divina, come abbiamo visto nella Prima Parte. Ma la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo è un'opera non meno miracolosa della creazione, o della formazione del corpo di Cristo nel seno della Vergine: cose che non poterono avvenire per nessuna virtù creata. Perciò neppure questo sacramento viene consacrato per una qualsiasi virtù creata delle parole suddette.
3. Le parole in questione non sono parole semplici, ma composte di frasi e non si pronunziano simultaneamente, ma successivamente. Invece la conversione di cui parliamo, avviene istantaneamente, come si disse sopra: quindi è necessario che si compia per opera di una virtù semplice. Non si compie dunque per virtù di queste parole:

IN CONTRARIO: S. Ambrogio scrive: "Se tanta è la forza della parola del Signore Gesù da far esistere ciò che prima non esisteva, quanto più agirà sulle cose esistenti e le cambierà in altre? Così quello che era pane prima della consacrazione, è ormai corpo di Cristo dopo la consacrazione, perché la parola di Cristo muta la creatura".

RISPONDO: Alcuni affermarono che non c'è nessuna virtù creata, sia nelle parole suddette usate per compiere la transustanziazione, sia negli altri sacramenti per produrre i loro effetti. - Tale opinione, come sopra abbiamo spiegato, è inconciliabile con le affermazioni dei Santi Padri e contraddice alla dignità dei sacramenti della nuova legge. Di conseguenza, essendo questo sacramento più nobile degli altri, come sopra abbiamo visto, è evidente che nelle parole della forma di questo sacramento deve esserci una virtù creata capace di operare la conversione che in esso si compie: virtù però strumentale, analoga a quella degli altri sacramenti, come si disse sopra. Infatti quando queste parole vengono proferite in persona di Cristo, ricevono da lui per sua disposizione una virtù strumentale; come anche le altre sue azioni e parole, secondo le spiegazioni date, hanno strumentalmente una virtù salvifica.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si dice che solo per virtù dello Spirito Santo il pane si converte nel corpo di Cristo, non si esclude la virtù strumentale che è nella forma di questo sacramento; come quando si dice che solo il fabbro fa un coltello, non si esclude la virtù del suo martello.
2. I miracoli nessuna creatura li può fare come agente principale; tuttavia li può fare strumentalmente, come il contatto stesso della mano di Cristo guarì il lebbroso. È appunto in tal modo che le sue parole convertono il pane nel suo corpo. Nulla di ciò poté invece avvenire nella concezione del corpo di Cristo al momento della sua formazione, così da concedere a una realtà qualsiasi derivante dal corpo di Cristo una virtù strumentale per la formazione di quel corpo medesimo. Neppure nella creazione c'era un termine di partenza su cui si potesse esercitare l'azione strumentale della creatura. Perciò questi paragoni non reggono.
3. Le suddette parole, con le quali si compie la consacrazione, operano sacramentalmente. Perciò la virtù trasformante contenuta nelle forme di questo sacramento segue il loro significato, che diventa completo con la pronunzia dell'ultima parola. Quindi nell'ultimo istante del proferimento delle parole, queste ricevono la virtù strumentale, in relazione però a tutte le precedenti. Tale virtù è semplice rispetto a ciò che significano: sebbene nelle parole proferite esternamente ci sia una certa composizione.

ARTICOLO 5

Se le suddette proposizioni siano veridiche


SEMBRA che le suddette proposizioni non siano veridiche. Infatti:
1. Nella proposizione: "Questo è il mio corpo", il pronome "questo" indica la sostanza. Ma secondo quanto abbiamo spiegato, nel momento di dire "questo", c'è ancora la sostanza del pane, avvenendo la transustanziazione nell'ultimo istante del proferimento delle parole. Ora, la proposizione: "Il pane è il corpo di Cristo", è falsa. Dunque è falsa anche l'altra: "Questo è il mio corpo".
2. Il pronome "questo" è dimostrativo rispetto ai sensi. Ma le specie sensibili presenti in questo sacramento non sono né il corpo stesso di Cristo né gli accidenti del corpo di Cristo. Perciò non può esser vera la frase: "Questo è il mio corpo".
3. Queste parole, come abbiamo visto sopra, per il loro significato sono causa efficiente della conversione del pane nel corpo di Cristo. Ma la causa efficiente precede l'effetto. Quindi il significato di queste parole precede la conversione del pane nel corpo di Cristo. Prima però della conversione la proposizione: "Questo è il mio corpo" è falsa. Deve quindi giudicarsi falsa in senso assoluto. Lo stesso vale anche della formula: "Questo è il calice del mio sangue, ecc.".

IN CONTRARIO: Queste parole vengono proferite in persona di Cristo, il quale dice di se stesso: "Io sono la verità".

RISPONDO: Ci sono in proposito opinioni diverse. Alcuni pensarono che nella frase: "Questo è il mio corpo" il pronome "questo" fosse dimostrativo grammaticalmente e non efficientemente; perché tutta la proposizione avrebbe valore materiale, venendo proferita come un dato storico, in quanto il sacerdote riferisce che Cristo ha detto: "Questo è il mio corpo".
Ma tale opinione è insostenibile. Perché nel caso le parole non verrebbero applicate alla materia sensibile presente, e allora non si compirebbe il sacramento; scrive infatti S. Agostino: "Si unisce la parola all'elemento e si ha il sacramento". - Inoltre con tale spiegazione non si supera affatto la difficoltà; perché le stesse ragioni valgono per la prima volta che Cristo proferì quelle parole: che certo allora non furono proferite materialmente, ma per attuarne il significato. Perciò è da ritenersi che anche quando vengono dette dal sacerdote, hanno un valore significativo e non soltanto materiale. E non importa che il sacerdote le riferisca come dette da Cristo. Perché per l'infinita virtù di Cristo, come dal contatto della sua carne la virtù di rigenerare raggiunse non solo le acque che lo lambirono, ma tutte le altre dovunque e per tutti i secoli futuri, così per il proferimento di queste parole da parte di Cristo esse ricevettero la virtù di consacrare, qualunque sia il sacerdote che le pronunzia, allo stesso modo che se a pronunziarle fosse presente Cristo medesimo.
Altri perciò hanno pensato che il pronome "questo" nella proposizione esaminata sia dimostrativo, non rispetto ai sensi, ma rispetto all'intelligenza. Cosicché la frase "Questo è il mio corpo", vorrebbe dire: "Ciò che questo significa è il mio corpo".
Neppure questo però è sostenibile. Perché, producendo i sacramenti quello che significano, non si otterrebbe con tale forma la presenza del corpo di Cristo in questo sacramento secondo la realtà, ma solo come in un segno che lo esprime. E questa è un'eresia, come sopra abbiamo visto.
Altri per conseguenza hanno sostenuto che il pronome "questo" è dimostrativo rispetto ai sensi, ma non nell'istante in cui viene pronunziato, bensì nell'ultimo istante della forma, come quandò uno dice: Ora taccio, l'avverbio ora sta a indicare l'istante immediatamente successivo a quello in cui parla, nel senso: Appena dette queste parole, taccio.
Ma neppure questa opinione si regge. Perché secondo tale spiegazione la frase avrebbe questo significato: "Il mio corpo è il mio corpo". In tal caso la formula non compirebbe ciò che significa, perché ciò è vero anche prima di proferire la forma. Neppure questo dunque è il significato della proposizione suddetta.
Perciò si deve procedere diversamente, affermando che questa proposizione, come abbiamo già detto, ha la virtù di compiere la conversione del pane nel corpo di Cristo. Essa quindi sta alle altre proposizioni che hanno virtù soltanto significativa e non operativa, come l'idea dell'intelletto pratico, fattiva delle cose, sta all'idea dell'intelletto speculativo, derivata dalle cose: infatti "le parole sono segni dei concetti", per dirla con Aristotele. Perciò come i concetti dell'intelletto pratico non presuppongono le cose concepite, ma le compiono, così la verità di questa proposizione non presuppone la cosa significata, ma la compie: tale è infatti il rapporto della parola di Dio con le cose che produce. Ora, questa conversione non avviene per fasi successive, ma in modo istantaneo, come si è detto. È vero quindi che la proposizione in esame va intesa in rapporto all'istante conclusivo della locuzione: non si deve però sottintendere nel soggetto quello che è il termine della conversione, così da significare che il corpo di Cristo è il corpo di Cristo; neppure si deve sottintendere nel soggetto ciò che era prima della conversione, ossia il pane: ma si deve intendere nel soggetto ciò che è comune alle due cose, ossia la cosa genericamente contenuta sotto le specie. In realtà le parole della forma non fanno che il corpo di Cristo sia il corpo di Cristo, né che il pane sia il corpo di Cristo, ma che il contenuto di queste specie, il quale prima era pane, sia il corpo di Cristo. A bella posta il Signore non dice: "Questo pane è il mio corpo", come intende la seconda opinione, e neppure: "Questo mio corpo è il mio corpo", come vorrebbe la terza opinione: ma genericamente: "Questo è il mio corpo", senza specificare il soggetto con qualche sostantivo, bensì adoperando come soggetto il solo pronome, che indica la sostanza in genere senza specificazione, cioè senza una forma determinata.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il pronome "questo" indica la sostanza, ma senza determinarne la natura, come si è detto.
2. Il pronome "questo" non indica gli accidenti, bensì la sostanza contenuta sotto gli accidenti, la quale prima era pane e dopo è il corpo di Cristo: e quest'ultimo, sebbene non si rivesta di tali accidenti, è nondimeno contenuto sotto di essi.
3. Il significato di questa proposizione precede la cosa significata in ordine di natura, come la causa è per natura prima dell'effetto; non la precede però in ordine di tempo, perché questa causa implica simultaneamente il proprio effetto. E tanto basta alla verità della proposizione.

ARTICOLO 6

Se la forma della consacrazione del pane produca il suo effetto prima che termini la forma della consacrazione del vino


SEMBRA che la forma della consacrazione del pane non produca il suo effetto finché non sia terminata la forma della consacrazione del vino. Infatti:
1. Come per la consacrazione del pane comincia a essere presente il corpo di Cristo sotto questo sacramento, così per la consacrazione del vino incomincia a essere presente il sangue. Se dunque le parole della consacrazione del pane avessero il loro effetto prima della consacrazione del vino, succederebbe che in questo sacramento il corpo di Cristo comincerebbe a essere presente privo di sangue. Il che non è ammissibile.
2. Un sacramento non può avere che un unico compimento: nel battesimo p. es., sebbene le immersioni siano tre, tuttavia la prima immersione non ha effetto finché non è a termine la terza. Ora, tutta la celebrazione eucaristica costituisce un unico sacramento, come sopra abbiamo visto. Perciò le parole con le quali si consacra il pane non conseguono il loro effetto, senza le parole sacramentali con cui si consacra il vino.
3. Nella forma stessa della consacrazione del pane si hanno più parole, le prime delle quali non hanno effetto se non quando sia stata detta l'ultima, come si è spiegato. Dunque per lo stesso motivo anche le parole con cui si consacra il corpo di Cristo non hanno effetto, se non quando siano state proferite le altre con cui se ne consacra il sangue.

IN CONTRARIO: Appena dette le parole della consacrazione del pane, l'ostia consacrata si mostra all'adorazione del popolo. Ma ciò non avverrebbe, se non vi fosse presente il corpo di Cristo, perché altrimenti sarebbe un atto d'idolatria. Dunque le parole della consacrazione del pane conseguono il loro effetto prima che siano pronunziate le parole della consacrazione del vino.

RISPONDO: Alcuni dottori antichi ritennero che queste due forme, della consacrazione del pane e del vino, si aspettano a vicenda nell'operare: cioè la prima non raggiungerebbe il suo effetto finché non sia stata proferita la seconda.
Ma questa opinione non è ammissibile, perché, come si è detto, alla verità della proposizione: "Questo è il mio corpo", si richiede per il verbo di tempo presente che la cosa significata sia simultanea alla significazione stessa della frase; altrimenti, se la cosa significata si aspettasse per il futuro, si userebbe un verbo di tempo futuro, non di tempo presente; e non si direbbe: "Questo è il mio corpo", bensì : "Questo sarà il mio corpo". Ora, il significato di questa frase si attua appena termina la pronunzia di tali parole. Occorre dunque che la cosa significata, effetto di questo sacramento, sia subito presente; altrimenti la proposizione non sarebbe vera. - Inoltre tale opinione è contro il rito della Chiesa, la quale subito dopo il proferimento di quelle parole adora il corpo di Cristo.
Si deve dunque ritenere che la prima forma non aspetta la seconda nell'operare, ma produce subito il suo effetto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dalla ragione esposta nella difficoltà sembra che siano stati ingannati quanti tennero la suddetta opinione. Si deve dunque ricordare che, dopo la consacrazione del pane sono presenti nella specie del pane, sia il corpo di Cristo in forza del sacramento, sia il suo sangue in forza della naturale concomitanza; invece dopo la consacrazione del vino, nelle specie del vino il sangue di Cristo è presente in forza del sacramento, e il corpo di Cristo per naturale concomitanza, cosicché tutto il Cristo è presente sotto l'una e sotto l'altra specie, come si è detto sopra.
2. La completezza di questo sacramento è unica, come abbiamo visto precedentemente, in quanto è costituito di due cose, cioè di cibo e di bevanda, ciascuna delle quali però ha la propria perfezione. Invece le tre immersioni del battesimo sono ordinate a un unico e semplice effetto. Quindi il paragone non regge.
3. Le varie parole che sono nella forma della consacrazione del pane, concorrono a dare il senso a una stessa proposizione; non così le parole delle due forme distinte. Quindi il caso è diverso.

Questione 79

Gli effetti di questo sacramento


Passiamo così a considerare gli effetti di questo sacramento.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se questo sacramento conferisca la grazia; 2. Se sia effetto di questo sacramento il conseguimento della gloria; 3. Se effetto di questo sacramento sia la remissione del peccato mortale; 4. Se questo sacramento rimetta il peccato veniale; 5. Se rimetta tutta la pena del peccato; 6. Se preservi l'uomo dai peccati futuri; 7. Se possa giovare a persone diverse da quella che lo riceve; 8. Ciò che impedisce l'effetto di questo sacramento.

ARTICOLO 1

Se questo sacramento conferisca la grazia


SEMBRA che questo sacramento non conferisca la grazia. Infatti:
1. Questo sacramento è un cibo spirituale. Ma il cibo si dà solo a chi vive. Ora, poiché la vita soprannaturale viene dalla grazia, questo sacramento compete solo a chi già possiede la grazia. Quindi questo sacramento non conferisce la prima grazia. E neppure ne conferisce l'aumento, perché la crescita spirituale appartiene al sacramento della confermazione, come sopra abbiamo spiegato. Perciò questo sacramento non conferisce affatto la grazia.
2. Questo sacramento si riceve come refezione spirituale. Ma la refezione spirituale è piuttosto esercizio che conseguimento di grazia. Questo sacramento, dunque, non conferisce la grazia.
3. In questo sacramento, come abbiamo notato sopra, "il corpo di Cristo viene offerto per la salvezza del corpo e il sangue per la salvezza dell'anima". Il corpo però non è capace della grazia, a differenza dell'anima, come si è dimostrato nella Seconda Parte. Perciò almeno rispetto al corpo questo sacramento non conferisce la grazia.

IN CONTRARIO: Il Signore dice: "Il pane che io vi darò, è la mia carne per la vita del mondo". Ma la vita spirituale è frutto della grazia. Quindi questo sacramento conferisce la grazia.

RISPONDO: L'effetto di questo sacramento si deve dedurre prima e principalmente da ciò che è contenuto in questo sacramento, ossia da Cristo. Egli, come venendo visibilmente nel mondo portò ad esso la vita, secondo le parole evangeliche: "Grazia e verità sono state donate da Gesù Cristo"; così venendo sacramentalmente nell'uomo produce la vita della grazia, conforme alle parole del Signore: "Chi mangia me, vivrà di me". Cosicché S. Cirillo poteva scrivere: "Il vivificante Verbo di Dio unendosi alla propria carne la rese vivificante. Era dunque conveniente che egli si unisse in qualche modo ai nostri corpi per mezzo della sua santa carne e del suo prezioso sangue, che noi riceviamo in pane e vino nella vivificante comunione".
Secondo, l'effetto di questo sacramento si deduce da ciò che il sacramento rappresenta, ossia dalla passione di Cristo, come sopra abbiamo spiegato. L'effetto cioè che la passione di Cristo produsse nel mondo, questo sacramento lo produce nel singolo uomo. Per cui il Crisostomo commentando il testo evangelico, "Ne uscì subito sangue e acqua", scriveva: "Poiché di là hanno inizio i sacri misteri, quando ti accosti al calice tremendo, accostati come se tu dovessi bere allo stesso costato di Cristo". E il Signore medesimo afferma: "Questo è il mio sangue che per voi sarà sparso per la remissione dei peccati".
Terzo, l'effetto di questo sacramento si rileva dal modo in cui esso viene offerto, cioè sotto forma di cibo e di bevanda. Tutti gli effetti, quindi, che il cibo e la bevanda materiali producono nella vita del corpo, cioè sostentamento, sviluppo, riparazione e gusto, li produce anche questo sacramento nella vita spirituale. Di qui le parole di S. Ambrogio: "Questo è il pane della vita eterna, che sostenta la sostanza dell'anima nostra". E il Crisostomo afferma: "A noi che lo desideriamo egli si offre, perché lo possiamo e palpare e mangiare e abbracciare". Ecco perché il Signore stesso ha affermato: "La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda".
Quarto, l'effetto di questo sacramento si desume dalle specie sotto le quali ci viene dato. Osserva S. Agostino in proposito: "Il Signore nostro ci affidò il suo corpo e il suo sangue servendosi di sostanze che devono la loro unità a una pluralità di cose: la prima infatti", cioè il pane, "diviene un'unica sostanza da molti grani; la seconda", cioè il vino, "lo diviene dal confluire di molti chicchi di uva". E per questo altrove esclama: "O sacramento di pietà, segno di unità, o vincolo di carità!".
Ora, considerando che Cristo e la sua passione sono causa di grazia, e che la refezione spirituale e la carità non si possono avere senza la grazia, risulta da quanto abbiamo detto che questo sacramento conferisce la grazia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Questo sacramento ha di suo la virtù di conferire la grazia: cosicché nessuno prima di aver ricevuto questo sacramento possiede la grazia, se non dipendentemente da un qualche desiderio di esso, o personale, come nel caso degli adulti, o della Chiesa, come nel caso dei bambini, secondo quello che si è già detto. Si deve quindi all'efficacia della virtù di questo sacramento che con il solo suo desiderio uno possa conseguire la grazia che lo vivifica spiritualmente. Ne segue perciò che, quando si riceve realmente il sacramento stesso, la grazia aumenti e la vita soprannaturale raggiunga la sua perfezione. Diversamente però da quanto avviene nel sacramento della cresima, in cui la grazia aumenta e si perfeziona, per consentirci di resistere contro gli assalti esterni dei nemici di Cristo. Nell'Eucarestia invece aumenta la grazia e si perfeziona la vita soprannaturale, in modo che l'uomo sia perfetto in se stesso mediante l'unione con Dio.
2. Questo sacramento conferisce spiritualmente la grazia assieme alla virtù della carità. Per cui il Damasceno paragona questo sacramento al carbone acceso visto da Isaia: "Come il carbone non è legno soltanto, ma legno unito al fuoco, così anche il pane della comunione non è pane soltanto, ma pane unito alla divinità". Ora, come osserva S. Gregorio, "l'amore di Dio non rimane ozioso, opera bensì grandi cose, se c'è". Perciò con questo sacramento, per quanto dipende dalla sua efficacia, l'abito della grazia e delle virtù non viene soltanto conferito, ma anche posto in attività, conforme alle parole di S. Paolo: "La carità di Cristo ci sospinge". Ecco perché in forza di questo sacramento l'anima spiritualmente si ristora, in quanto rimane deliziata e quasi inebriata dalla dolcezza della bontà divina, secondo l'espressione dei Cantici: "Mangiate, amici; bevete, inebriatevi, carissimi".
3. Poiché i sacramenti operano a somiglianza di come significano, facendo una specie di accostamento, si usa dire che nell'Eucarestia "il corpo si offre per la salvezza del corpo e il sangue per la salvezza dell'anima", sebbene tutti e due operino la salvezza di entrambi, essendo Cristo presente nell'uno e nell'altro nella sua integrità, come sopra abbiamo detto. E sebbene il corpo non sia soggetto immediato della grazia, nondimeno l'effetto della grazia dall'anima ridonda sul corpo: perché nella vita presente in virtù di questo sacramento "offriamo le nostre membra a Dio quali armi di giustizia", come dice Paolo; e nella vita futura il nostro corpo parteciperà l'incorruttibilità e la gloria dell'anima.

ARTICOLO 2

Se effetto di questo sacramento sia il conseguimento della gloria


SEMBRA che il conseguimento della gloria non sia effetto di questo sacramento. Infatti:
1. L'effetto deve corrispondere alla causa. Ma questo sacramento spetta ai viatori: e appunto per questo si chiama viatico. Non essendo dunque i viatori ancora capaci di gloria, è chiaro che questo sacramento non ne causa il conseguimento.
2. Posta la causa sufficiente, si ha l'effetto. Molti invece ricevono questo sacramento senza giungere alla gloria, come osserva S. Agostino. Perciò questo sacramento non è la causa del raggiungimento della gloria.
3. Il più non viene dal meno; perché niente agisce oltre i limiti della propria specie. Ora, ricevere Cristo sotto specie non proprie, come avviene in questo sacramento, è meno che goderlo nella sua propria specie come avviene nello stato di gloria. Questo sacramento dunque non può causare il raggiungimento della gloria.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Se qualcuno mangerà di questo pane, vivrà in eterno". Ma la vita eterna è la vita della gloria. Dunque effetto di questo sacramento è il conseguimento della gloria.

RISPONDO: In questo sacramento si può considerare sia il principio da cui riceve la forza di produrre l'effetto, cioè Cristo medesimo ivi presente e la sua passione ivi rappresentata; sia gli elementi ai quali l'effetto è condizionato, cioè la comunione e le specie sacramentali. Ebbene, sotto ambedue gli aspetti è proprio di questo sacramento causare il raggiungimento della vita eterna. È certo infatti che Cristo ci aprì direttamente l'ingresso alla vita eterna, con la sua passione, secondo l'affermazione di S. Paolo: "È mediatore di un nuovo patto, affinché, avvenuta la sua morte, i chiamati ricevano l'eredità eterna, a loro promessa". Ed è per questo che nella forma di questo sacramento si legge: "Questo è il calice del mio sangue, del nuovo ed eterno testamento".
Altrettanto si dica della refezione di questo cibo spirituale e dell'unità significata dalle specie del pane e del vino: tali effetti si hanno, è vero, al presente, però in maniera imperfetta; perfettamente essi si ottengono nello stato di gloria. Osserva in merito S. Agostino a commento delle parole di Gesù, "La mia carne è vero cibo": "Gli uomini che col mangiare e col bere desiderano di togliersi la fame e la sete, non ci riescono propriamente se non con questo cibo e con questa bevanda, che rende i suoi consumatori immortali e incorruttibili nella società dei Santi, dove sarà pace e unità piena e perfetta".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come la passione di Cristo, in forza della quale opera questo sacramento, pur essendo causa efficiente della nostra gloria, non c'introduce subito nella gloria, dovendo noi prima "soffrire con Cristo", per poi "essere glorificati con lui", come si esprime S. Paolo; così questo sacramento non c'introduce subito nella gloria, ma ci dà la capacità di arrivarci. Per questo esso si chiama viatico. Ne abbiamo la figura in quanto si legge di Elia, che "mangiò e bevve, e fortificato da quel cibo, camminò per quaranta giorni e per quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb".
2. Come la passione di Cristo non ha il suo effetto in coloro che non sono debitamente disposti verso di essa, così con questo sacramento non raggiungono la gloria coloro che lo ricevono indegnamente. S. Agostino in proposito, commentando S. Giovanni, afferma: "Altra cosa è il sacramento e altra la virtù del sacramento. Molti prendono dall'altare, e prendendo muoiono. Mangiatelo dunque spiritualmente il pane celeste, portate all'altare l'innocenza". Non c'è dunque da meravigliarsi se coloro che non conservano l'innocenza, non conseguono l'effetto di questo sacramento.
3. È compito del sacramento, il quale agisce strumentalmente, offrirci Cristo sotto specie non proprie. Ma niente impedisce che la causa strumentale produca un effetto ad essa superiore, come sopra abbiamo spiegato.

ARTICOLO 3

Se sia effetto di questo sacramento rimettere i peccati mortali


SEMBRA che effetto di questo sacramento sia rimettere i peccati mortali. Infatti:
1. Si dice in una colletta: "Sia questo sacramento purificazione dei delitti". Ma i delitti sono peccati mortali. Dunque con questo sacramento si tolgono i peccati mortali.
2. Questo sacramento, come il battesimo, agisce in forza della passione di Cristo. Ma con il battesimo si rimettono i peccati mortali, come abbiamo detto sopra. Dunque anche con questo sacramento; tanto più che nella sua forma si dice (a proposito del sangue): "Che sarà sparso per molti in remissione dei peccati".
3. Questo sacramento, come si è detto, conferisce la grazia. Ma la grazia giustifica l'uomo dai peccati mortali, come afferma San Paolo: "Sono giustificati gratuitamente per la grazia di lui". Dunque questo sacramento rimette i peccati mortali.

IN CONTRARIO: L'Apostolo dichiara: "Chi mangia e beve indegnamente (l'Eucarestia), mangia e beve la sua condanna". E la Glossa commenta: "Mangia e beve indegnamente, chi è in peccato, o non lo tratta con riverenza: costui mangia e beve il giudizio, cioè la propria condanna". Dunque chi è in peccato mortale, ricevendo questo sacramento, si aggrava di un altro peccato, piuttosto che conseguire la remissione dei suoi peccati.

RISPONDO: L'efficacia di questo sacramento si può considerare sotto due aspetti. Primo, in se stessa. E allora bisogna affermare che questo sacramento ha l'efficacia di rimettere tutti i peccati per virtù della passione di Cristo, la quale è la fonte e la causa della remissione dei peccati.
Secondo, si può considerare in relazione al soggetto che lo riceve, il quale può avere o no l'impedimento a riceverlo. Ora, chiunque ha coscienza di essere in peccato mortale è impedito dal ricevere l'effetto di questo sacramento, non essendo degno di accostarvisi: sia perché spiritualmente non è in vita, e in tale condizione non deve prendere il cibo spirituale che non spetta se non a chi vive; sia perché non può unirsi a Cristo, come avviene con questo sacramento, finché perdura in lui l'affetto al peccato mortale. Ecco perché, come si legge nel libro De Ecclesiasticis dogmatibus, "l'anima, se è in stato di peccato, peggiora la sua condizione ricevendo l'Eucarestia, invece di purificarsi". Di conseguenza questo sacramento, in chi lo riceve con la consapevolezza di essere in peccato mortale, non produce la remissione del peccato mortale.
Tuttavia esso può produrre la remissione dei peccati in due casi. Primo, in quanto è ricevuto non in atto ma nel desiderio, da parte di colui, p. es., che per la prima volta ottiene la giustificazione dai peccati. - Secondo, quando viene ricevuto da chi è in peccato mortale, senza averne coscienza, e senza nutrire affetto per esso. Può darsi infatti che uno prima non fosse sufficientemente contrito: accostandosi però con devozione e riverenza a questo sacramento ne riceve la grazia della carità, che perfeziona la contrizione e produce la remissione dei peccati.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando preghiamo che questo sacramento ci "purifichi dai delitti", noi intendiamo i peccati di cui non abbiamo coscienza, secondo l'accenno del Salmista: "Mondami, o Signore, dai miei peccati occulti"; oppure chiediamo che si perfezioni in noi la contrizione per la remissione dei peccati; ovvero che ci sia donata la forza di evitarli.
2. Il battesimo è una generazione spirituale, ossia il passaggio spirituale dal non essere all'essere; e viene amministrato in forma di abluzione. Quindi per ambedue i versi chi ha coscienza di peccato mortale non accede indegnamente al battesimo. Nell'Eucarestia invece si riceve Cristo come nutrimento dello spirito, il quale non si può amministrare a chi è morto nei peccati. Perciò il paragone non regge.
3. La grazia è causa efficace per rimettere i peccati mortali, ma non li rimette di fatto se non quando vien data al peccatore la prima volta. Ora, non è così che essa viene data in questo sacramento. Quindi l'argomento non regge.

ARTICOLO 4

Se con questo sacramento si rimettano i peccati veniali


SEMBRA che con questo sacramento non si rimettano i peccati veniali. Infatti:
1. Questo sacramento, come dice S. Agostino, è "il sacramento della carità". Ma i peccati veniali non sono contrari alla carità, come si è spiegato nella Seconda Parte. Poiché dunque i contrari si eliminano a vicenda, i peccati veniali non vengono rimessi da questo sacramento.
2. Se questo sacramento rimettesse i peccati veniali, come ne rimette uno, li rimetterebbe tutti. Ma è impossibile che li rimetta tutti, perché allora potremmo essere frequentemente senza nessun peccato veniale, contro l'affermazione di S. Giovanni: "Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". Dunque questo sacramento non rimette nessun peccato veniale.
3. I contrari si eliminano a vicenda. Ora, i peccati veniali non proibiscono di ricevere questo sacramento; S. Agostino infatti commentando le parole di S. Giovanni, "Se qualcuno ne mangia, non morrà in eterno", soggiungeva: "Portate l'innocenza all'altare; i peccati, anche se quotidiani, non siano mortiferi". Dunque i peccati veniali non vengono eliminati da questo sacramento.

IN CONTRARIO: Innocenzo III dice che questo sacramento "distrugge il (peccato) veniale e fa evitare il mortale".

RISPONDO: In questo sacramento si possono considerare due cose: il sacramento stesso e il suo effetto. Sotto ambedue gli aspetti è evidente che questo sacramento ha la virtù di rimettere i peccati veniali. Esso infatti in quanto sacramento, viene ricevuto sotto forma di cibo che nutre. Ma il nutrimento del cibo è necessario al corpo, proprio per riparare le quotidiane perdite che avvengono per il calore naturale. Ebbene, anche spiritualmente noi perdiamo ogni giorno qualche cosa per il calore della concupiscenza nei peccati veniali, che diminuiscono il fervore della carità, come abbiamo spiegato nella Seconda Parte. Quindi è compito di questo sacramento rimettere i peccati veniali. Ecco perché S. Ambrogio afferma che questo pane quotidiano si prende "come rimedio delle quotidiane infermità".
L'effetto poi di questo sacramento è la carità, non solo come abito, ma anche come atto, che, eccitato da questo sacramento, elimina i peccati veniali. È chiaro quindi che in virtù di questo sacramento i peccati veniali vengono rimessi.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I peccati veniali, sebbene non siano contrari all'abito della carità, sono tuttavia contrari al fervore dei suoi atti, che hanno un incentivo in questo sacramento. E in forza di tale fervore i peccati veniali vengono eliminati.
2. Quel testo non è da intendersi nel senso che l'uomo non possa mai trovarsi senza peccato veniale: ma nel senso che i santi nel corso della vita non possono evitare dei peccati veniali.
3. L'efficacia della carità, che questo sacramento produce, supera quella dei peccati veniali: infatti la carità elimina col suo atto i peccati veniali; questi invece non possono impedire completamente l'atto della carità. Ciò appunto avviene anche in questo sacramento.

ARTICOLO 5

Se questo sacramento rimetta tutta la pena dovuta al peccato


SEMBRA che questo sacramento rimetta tutta la pena dovuta al peccato. Infatti:
1. Con questo sacramento, l'abbiamo già visto sopra, l'uomo riceve in sé l'effetto della passione di Cristo, come con il battesimo. Ma col battesimo l'uomo ottiene la remissione di tutta la pena in forza della passione di Cristo, la quale soddisfece pienamente per tutti i peccati, come risulta dai trattati precedenti. Dunque con questo sacramento si ottiene la remissione di tutta la pena dovuta al peccato.
2. Il Papa S. Alessandro (I) ha scritto: "Tra i sacrifici nessuno può essere più grande di quello del corpo e del sangue di Cristo". Ma con i sacrifici dell'antica legge l'uomo soddisfaceva ai suoi peccati, secondo l'attestazione del Levitico: "Se uno avrà peccato, offrirà" (questa o quella cosa) "e gli sarà perdonato". Dunque molto più vale questo sacramento a rimettere qualsiasi pena.
3. Consta che questo sacramento rimette una parte del debito di pena: poiché ad alcuni s'ingiunge per soddisfazione di far celebrare per sé delle messe. Ma per la ragione stessa per cui si rimette una parte della pena, si possono rimettere anche le altre parti, essendo infinita la virtù di Cristo contenuta in questo sacramento. Dunque questo sacramento rimette tutta la pena.

IN CONTRARIO: Se ciò fosse vero, non si dovrebbe mai imporre altra pena (quando s'impone la messa o la comunione); esattamente come si fa nel battesimo.

RISPONDO: L'Eucarestia è insieme sacrificio e sacramento: ha natura di sacrificio in quanto si offre, e natura di sacramento al contrario in quanto si riceve. Essa perciò ha effetto di sacramento in chi la riceve, ed ha effetto di sacrificio in chi l'offre, o in coloro per i quali viene offerta.
Se dunque si considera come sacramento, l'Eucarestia produce il suo effetto in due modi: primo, direttamente per virtù del sacramento; secondo, quasi per una certa concomitanza, come si è detto a proposito di quanto è contenuto nel sacramento. In virtù del sacramento essa ha direttamente l'effetto per il quale è stata istituita. Ora, l'Eucarestia non è stata istituita al fine di soddisfare, bensì al fine di nutrire spiritualmente per l'unione con Cristo e con le sue membra, ossia come il nutrimento si unisce a chi se ne ciba. Compiendosi però tale unione mediante la carità, per il cui fervore si ha la remissione non solo della colpa ma anche della pena, per una certa concomitanza con l'effetto principale, l'uomo ottiene anche la remissione della pena: non di tutta però, ma in misura della sua devozione e del suo fervore.
In quanto poi è sacrificio, l'Eucarestia ha effetto soddisfattorio. Ma nella soddisfazione pesa più la disposizione dell'offerente che la grandezza della cosa offerta, cosicché il Signore dice che la vedova mettendo due spiccioli "aveva messo più di tutti". Perciò, sebbene questo sacrificio per la grandezza dell'offerta basti alla soddisfazione di ogni pena, tuttavia diviene soddisfattorio per coloro per cui si offre, o per coloro che l'offrono, in misura della loro devozione, non già di tutta la pena loro dovuta.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il sacramento del battesimo è direttamente ordinato alla remissione della pena e della colpa; non così l'Eucarestia: perché il battesimo viene conferito all'uomo quasi perché muoia assieme a Cristo; l'Eucarestia invece viene amministrata in quanto uno ha bisogno di nutrirsi e di perfezionarsi per mezzo di Cristo. Perciò il paragone non regge.
2. Gli altri sacrifici e le altre oblazioni, a differenza del sacrificio eucaristico, non producevano la remissione di tutta la pena neppure per la grandezza della cosa offerta; tanto meno la producevano per la devozione del fedele, dalla quale dipende che non venga rimessa per intero neppure nel sacrificio eucaristico.
3. Le limitazioni nel condono della pena, prodotto da questo sacramento, dipende non dall'insufficienza della virtù di Cristo, ma dall'insufficienza della devozione umana.

ARTICOLO 6

Se questo sacramento preservi l'uomo dai peccati futuri


SEMBRA che questo sacramento non preservi l'uomo dai peccati futuri. Infatti:
1. Molti dopo aver degnamente ricevuto questo sacramento, cadono in peccato. Ciò non avverrebbe, se questo sacramento preservasse dai peccati futuri. Dunque non è effetto di questo sacramento preservare dai peccati futuri.
2. L'Eucarestia è "il sacramento della carità", come sopra abbiamo detto. Ma la carità non preserva dai peccati futuri, perché, una volta posseduta, si può perdere col peccato, come abbiamo visto nella Seconda Parte. Dunque neppure questo sacramento preserva l'uomo dal peccato.
3. Fonte del peccato in noi, secondo S. Paolo, è "la legge del peccato presente nelle nostre membra". Ora, la mitigazione del fomite, ossia della legge del peccato, non si pone tra gli effetti di questo sacramento, ma piuttosto del battesimo. Quindi preservare dai peccati futuri non è effetto di questo sacramento.

IN CONTRARIO: Il Signore ha affermato: "Questo è il pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia, non muoia". Ma questo evidentemente non deve intendersi della morte corporale. Deve perciò intendersi nel senso che questo sacramento preserva dalla morte spirituale, causata dal peccato.

RISPONDO: Il peccato è una specie di morte spirituale dell'anima. Quindi ci si preserva dal peccato allo stesso modo in cui si preserva il corpo dalla morte. Ora, tale preservazione si compie in due modi. Primo, rafforzando l'organismo umano interiormente contro gli agenti interni della corruzione: si preserva cioè dalla morte con il cibo e con le medicine. Secondo, difendendolo dai pericoli esterni: preservandolo cioè con le armi che proteggono il corpo.
Ebbene questo sacramento preserva dal peccato nell'uno e nell'altro modo. Primo, perché unendo l'uomo a Cristo mediante la grazia, ne rafforza la vita dello spirito come cibo e come medicina spirituali, in conformità alle parole dei Salmi: "Il pane corrobora il cuore dell'uomo". E S. Agostino esclama: "Accostati sicuro: è pane, non veleno".
Secondo, in quanto rappresenta la passione di Cristo, per la quale sono stati vinti i demoni: infatti l'Eucarestia respinge ogni assalto diabolico. Di qui le parole del Crisostomo: "Come leoni spiranti fiamme, torniamo da quella mensa, resi terribili per il demonio".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'effetto di questo sacramento viene ricevuto dall'uomo secondo la condizione umana: è così che l'influsso di ogni causa agente viene ricevuto dalla materia secondo le condizioni della materia. Ora, l'uomo viatore è in tale condizione che il suo libero arbitrio può piegarsi al bene e al male. Perciò questo sacramento, sebbene abbia di per sé la forza di preservare dal peccato, tuttavia non toglie all'uomo la possibilità di peccare.
2. Anche la carità di suo preserva l'uomo dal peccato, secondo l'affermazione di S. Paolo: "L'amore del prossimo non può far del male". Ma la mutabilità del libero arbitrio fa sì che uno possa peccare dopo essere stato in possesso della carità, come dopo aver ricevuto questo sacramento.
3. Questo sacramento, sebbene non sia direttamente destinato a diminuire il fomite, tuttavia lo diminuisce di riflesso in quanto accresce la carità: perché, come dice S. Agostino, "l'aumento della carità fa diminuire la concupiscenza". Direttamente invece conferma la volontà dell'uomo nel bene. E anche così preserva l'uomo dal peccato.

ARTICOLO 7

Se questo sacramento giovi solo a chi lo riceve


SEMBRA che questo sacramento giovi soltanto a chi lo riceve. Infatti:
1. Questo sacramento è dello stesso genere degli altri sacramenti, essendo nel numero di essi. Ma gli altri sacramenti non giovano se non a coloro che li ricevono: l'effetto del battesimo, p. es., lo riceve solo chi viene battezzato. Perciò anche questo sacramento non può giovare ad altri che a colui che lo riceve.
2. Effetto di questo sacramento è il conseguimento della grazia e della gloria, e la remissione della colpa, almeno veniale. Se dunque questo sacramento producesse l'effetto anche in chi non lo riceve, potrebbe accadere che uno raggiungesse la grazia, la gloria e la remissione della colpa, senza alcuna partecipazione propria né attiva né passiva, ma solo perché altri offrono o ricevono questo sacramento.
3. Accrescendo la causa viene ad accrescersi anche l'effetto. Se dunque questo sacramento giovasse anche a coloro che non lo ricevono, ne seguirebbe che gioverebbe loro di più consacrando e sumendo più ostie in una messa: cosa che non è nella prassi della Chiesa, cioè la molteplicità delle comunioni per la salvezza di qualcuno. Perciò questo sacramento non giova se non a chi lo riceve.

IN CONTRARIO: Nella celebrazione di questo sacramento si prega per molti altri. Ora, ciò sarebbe inutile, se questo sacramento agli altri non potesse giovare. Dunque l'Eucarestia non giova soltanto a chi la riceve.

RISPONDO: L'Eucarestia, si è detto sopra, non è soltanto sacramento, ma è anche sacrificio. Questo sacramento infatti, in quanto rappresenta la passione di Cristo, nella quale egli, secondo l'espressione di S. Paolo, "offrì se stesso come vittima a Dio", ha natura di sacrificio; in quanto invece per mezzo di esso viene data l'invisibile grazia sotto visibili apparenze, ha natura di sacramento. A coloro quindi che la ricevono l'Eucarestia giova e come sacramento e come sacrificio, perché viene offerta per quanti si comunicano; infatti nel canone della messa si legge: "Tutti noi che partecipando a questo altare riceveremo il santo corpo e il sangue del Figlio tuo, siamo ripieni di ogni benedizione e grazia celeste". Agli altri invece che non si comunicano giova come sacrificio, in quanto viene offerto per la loro salvezza, cosicché nel canone si legge: "Ricordati, Signore, dei tuoi servi e delle tue serve, per i quali ti offriamo, o che ti offrono questo sacrificio di lode per sé e per tutti i loro cari, per la redenzione delle loro anime, per la speranza della loro salvezza e della loro incolumità". Codeste due maniere di giovare sono ricordate dal Signore con quelle parole: "Che per voi", cioè i comunicandi, "e per molti", gli altri, "sarà sparso in remissione dei peccati".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Questo sacramento a differenza degli altri è anche sacrificio. Quindi il paragone non regge.
2. Come la passione di Cristo, sebbene sia in grado di giovare a tutti per la remissione della colpa e il conseguimento della grazia e della gloria, tuttavia non produce l'effetto se non in coloro che si uniscono alla passione di Cristo mediante la fede e la carità; così anche questo sacrificio, che è il memoriale della passione del Signore, non ha effetto se non in coloro che si uniscono a questo sacramento mediante la fede e la carità. Ecco perché S. Agostino domanda: "Chi mai offrirà il corpo di Cristo se non per le membra di Cristo?". Cosicché nel canone della messa non si prega per coloro che sono fuori della Chiesa. Tuttavia il sacramento può giovare anche ad essi, di più o di meno secondo la loro devozione.
3. La comunione riguarda il sacramento, l'oblazione il sacrificio. Perciò dalla comunione del corpo di Cristo per parte di uno o di molti non viene agli altri alcun giovamento. Parimente, per il fatto che un sacerdote consacra più ostie in una medesima messa, non viene accresciuto l'effetto di questo sacramento, perché non si tratta che di un solo sacrificio; e in molte ostie consacrate non c'è più efficacia che in una sola, essendo in tutte e in ciascuna lo stesso Cristo per intero. Perciò sumendo nella stessa messa più ostie consacrate, non si partecipa in più larga misura l'effetto del sacramento. - Invece in più messe si moltiplica l'oblazione del sacrificio. E quindi si moltiplica l'effetto del sacrificio e del sacramento.

ARTICOLO 8

Se il peccato veniale impedisca l'effetto di questo sacramento


SEMBRA che il peccato veniale non impedisca l'effetto di questo sacramento. Infatti:
1. Nel commentare le parole di Gesù, "I vostri padri mangiarono la manna", S. Agostino raccomanda: "Mangiate spiritualmente il pane celeste; portate l'innocenza all'altare; i vostri peccati, anche se quotidiani, non siano mortiferi". Da ciò risulta che i peccati quotidiani, o veniali, non escludono dalla refezione spirituale. Ma coloro che mangiano spiritualmente, ricevono l'effetto di questo sacramento. Dunque i peccati veniali non impediscono l'effetto di questo sacramento.
2. Questo sacramento non è meno efficace del battesimo. Ma l'effetto del battesimo, si è detto sopra, viene impedito solo dalla finzione, in cui non rientrano i peccati veniali; perché, come dice la Sapienza, "lo Spirito Santo rifugge da chi inganna", invece egli non si allontana per i peccati veniali. Dunque i peccati veniali non impediscono neppure l'effetto di questo sacramento.
3. Ciò che una causa è capace di eliminare, non può mai impedirne l'effetto. Ma i peccati veniali sono eliminati da questo sacramento. Dunque non impediscono il suo effetto.

IN CONTRARIO: Il Damasceno scrive: "Il fuoco del nostro desiderio accendendosi alla fiamma", del sacramento, "brucerà i nostri peccati e illuminerà i nostri cuori; perché partecipando del fuoco divino ardiamo e ci divinizziamo". Ma il fuoco del nostro desiderio o del nostro amore viene impedito dai peccati veniali, che ostacolano il fervore della carità, come abbiamo visto nella Seconda Parte. Dunque i peccati veniali impediscono l'effetto di questo sacramento.

RISPONDO: I peccati veniali si possono considerare sotto due aspetti: come passati e come compiuti al presente. Dal primo punto di vista i peccati veniali in nessun modo impediscono l'effetto di questo sacramento. Può capitare così che uno, dopo aver commesso molti peccati veniali, si accosti devotamente a questo sacramento e ne consegua appieno l'effetto.
Dal secondo punto di vista invece i peccati veniali impediscono l'effetto di questo sacramento, non in tutto, ma in parte. Si è detto infatti che effetto di questo sacramento non è soltanto la conquista della grazia abituale o della carità, ma anche un immediato ristoro di dolcezza spirituale. Ora, questa viene certamente impedita, se uno accede all'Eucarestia con lo spirito distratto dai peccati veniali. Non resta invece impedito l'aumento della grazia abituale, o della carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi si accosta a questo sacramento con il peccato veniale in atto, compie spiritualmente una refezione abituale, ma non attuale. Quindi riceve l'effetto abituale di questo sacramento, ma non l'effetto attuale.
2. Il battesimo non è ordinato a un effetto attuale, cioè al fervore della carità, come l'Eucarestia. Infatti il battesimo è la rigenerazione spirituale che dona la prima perfezione, che consiste in un abito, o forma; mentre l'Eucarestia è un cibo spirituale fatto per produrre un gusto immediato.
3. L'argomento vale per i peccati veniali passati, i quali vengono appunto cancellati da questo sacramento.

Questione 80

Uso o consumazione di questo sacrarmento


Dobbiamo ora considerare l'uso o consumazione di questo sacramento. Primo, in genere; secondo, l'uso che ne fece Cristo direttamente.
Sul primo argomento si pongono dodici quesiti: 1. Se ci siano due modi di ricevere l'Eucarestia, cioè sacramentale e spirituale; 2. Se l'uomo soltanto possa cibarsene spiritualmente; 3. Se soltanto l'uomo in grazia possa cibarsene sacramentalmente; 4. Se pecchi il peccatore che la riceve sacramentalmente; 5. La gravità di questo peccato; 6. Se il peccatore che si accosta a questo sacramento debba essere respinto; 7. Se la polluzione notturna impedisca all'uomo di accedere a questo sacramento; 8. Se l'Eucarestia debba essere ricevuta solo a digiuno; 9. Se si debba accordare a chi non ha l'uso di ragione; 10. Se si debba ricevere quotidianamente; 11. Se sia lecito astenersene del tutto; 12. Se sia lecito ricevere il corpo senza il sangue.

ARTICOLO 1

Se si debbano distinguere due modi di ricevere il corpo di Cristo, cioè quello spirituale e quello sacramentale


SEMBRA che non si debbano distinguere due modi di ricevere il corpo di Cristo, cioè sacramentale e spirituale. Infatti:
1. Come il battesimo, secondo le parole evangeliche, "Se uno non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo...", è una rigenerazione spirituale; così l'Eucarestia è un cibo spirituale; tanto è vero che il Signore riferendosi alla promessa di questo sacramento affermava: "Le parole che vi ho rivolto, sono spirito e vita". Ma per il battesimo non si distingue un duplice modo di riceverlo, sacramentale e spirituale. Dunque tale distinzione non va fatta neppure per l'Eucarestia.
2. Non devono contrapporsi tra loro due cose, di cui l'una è ordinata all'altra: perché la prima viene specificata dalla seconda. Ora, la comunione sacramentale è ordinata alla comunione spirituale, come a suo fine. Perciò la comunione sacramentale non va distinta da quella spirituale.
3. Non devono contrapporsi tra loro cose che sono inseparabili. Ebbene, nessuno può comunicarsi spiritualmente senza comunicarsi anche sacramentalmente; altrimenti anche gli antichi patriarchi avrebbero mangiato spiritualmente questo sacramento. Inoltre la refezione sacramentale sarebbe inutile, se quella spirituale si potesse avere senza di essa. Dunque non è giusto distinguere due refezioni: quella sacramentale e quella spirituale.

IN CONTRARIO: Spiegando le parole di S. Paolo, "Chi mangia e beve indegnamente, ecc.", la Glossa afferma: "Precisiamo che ci sono due modi di mangiare: uno sacramentale e l'altro spirituale".

RISPONDO: Nel cibarsi di questo sacramento si devono considerare due cose: il sacramento stesso e il suo effetto; di ambedue abbiamo già parlato sopra. Il modo perfetto di ricevere l'Eucarestia è quello di chi riceve il sacramento così da riceverne l'effetto. Capita però a volte, come si è già detto, che uno sia impedito dal ricevere l'effetto di questo sacramento: e allora la comunione eucaristica è imperfetta. Perciò, come quanto è perfetto si contrappone a ciò che è imperfetto, così la pura refezione sacramentale in cui si riceve solo il sacramento, senza il suo effetto, si contrappone alla refezione spirituale per cui si riceve l'effetto di questo sacramento, effetto che consiste nell'unire l'uomo a Cristo per mezzo della fede e della carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tale distinzione si applica anche al battesimo e agli altri sacramenti, perché alcuni ricevono il sacramento soltanto, altri invece il sacramento con il suo effetto. C'è tuttavia questa differenza, che compiendosi gli altri sacramenti nell'uso della materia, in essi ricevere il sacramento equivale a compiere il sacramento; l'Eucarestia invece si compie consacrando la materia, e quindi il suo uso sacramentale e spirituale è posteriore al sacramento. Inoltre, nel battesimo e negli altri sacramenti che imprimono il carattere, coloro che ricevono il sacramento, ricevono sempre un effetto spirituale, ossia il carattere; non così nell'Eucarestia. Ecco perché la distinzione tra il modo sacramentale e quello spirituale di ricevere il sacramento si usa di più per l'Eucarestia che per il battesimo.
2. La refezione sacramentale che giunge ad essere spirituale non si contrappone a questa, ma è inclusa in essa. Invece si contrappone alla refezione spirituale quella comunione sacramentale che non raggiunge il suo effetto: come si contrappone alla cosa perfetta quell'essere imperfetto che non raggiunge la perfezione della specie.
3. L'effetto di un sacramento, come si è detto sopra, può essere ottenuto da uno che riceve il sacramento col desiderio, senza riceverlo di fatto. Perciò come alcuni ricevono il battesimo di desiderio, per la brama del battesimo prima di essere battezzati con l'acqua, così alcuni si cibano spiritualmente dell'Eucarestia prima di riceverla sacramentalmente. Questo però può avvenire in due modi. Primo, per il desiderio di ricevere il sacramento stesso: e in tal modo si battezzano e si comunicano spiritualmente e non sacramentalmente quelli che adesso desiderano di ricevere questi sacramenti dopo la loro istituzione. Secondo, per il desiderio di riceverne la figura: l'Apostolo dice appunto in tal senso che gli antichi Patriarchi "furono battezzati nella nube e nel mare", e che "mangiarono il cibo spirituale e bevvero la bevanda spirituale". - Tuttavia non è inutile la comunione sacramentale; perché questa produce l'effetto del sacramento più perfettamente del solo desiderio, come sopra abbiamo notato a proposito del battesimo.

ARTICOLO 2

Se l'uomo soltanto, oppure anche gli angeli, possano ricevere spiritualmente questo sacramento


SEMBRA che non l'uomo soltanto, ma anche gli angeli possano ricevere spiritualmente questo sacramento. Infatti:
1. Commentando le parole del Salmista: "L'uomo mangiò il pane degli angeli", la Glossa spiega: "Ossia il corpo di Cristo, che è il vero cibo degli angeli". Ma ciò sarebbe falso, se gli angeli non si cibassero spiritualmente di Cristo. Dunque gli angeli si cibano spiritualmente di Cristo.
2. S. Agostino così spiega un passo di S. Giovanni: "Con questo cibo e con questa bevanda vuole indicare la società del suo corpo e delle sue membra, che è la Chiesa dei predestinati". Ma a questa società non appartengono solo gli uomini, bensì anche gli angeli. Dunque anche gli angeli santi si cibano spiritualmente dell'Eucarestia.
3. S. Agostino scrive: "Di Cristo dobbiamo cibarci spiritualmente, avendo detto egli stesso: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui". Ora, questo è vero non solo degli uomini, ma anche degli angeli santi, perché per la carità Cristo è in loro ed essi in Cristo. Dunque cibarsi spiritualmente non è solo degli uomini, ma anche degli angeli.

IN CONTRARIO: S. Agostino raccomanda: "Mangiate il pane dell'altare spiritualmente; portate l'innocenza all'altare". Ma non è degli angeli accostarsi all'altare per ricevere qualche cosa da esso. Dunque non appartiene agli angeli comunicarsi spiritualmente.

RISPONDO: Nell'Eucarestia è presente Cristo stesso, non già nel suo stato naturale, ma sotto le specie sacramentali. Perciò ci si può cibare spiritualmente di lui in due modi. Primo, fruendo di Cristo nel suo stato naturale. Ed è così che si nutrono spiritualmente di Cristo gli angeli, unendosi a lui con il godimento della carità perfetta e con la visione manifesta (ed è questo il pane che ci attende nella patria): non già con la fede che ci unisce a lui qui sulla terra.
Secondo, ci si può cibare spiritualmente di Cristo in quanto è presente sotto le specie di questo sacramento: cioè credendo in Cristo e desiderando di ricevere questo sacramento. E ciò non è soltanto nutrirsi spiritualmente di Cristo, ma è anche nutrirsi spiritualmente del sacramento dell'Eucarestia. E questo va escluso per gli angeli. Agli angeli quindi, sebbene si cibino spiritualmente di Cristo, non spetta ricevere spiritualmente questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il cibarsi di Cristo in questo sacramento ha per fine la fruizione di lui nella patria, di cui già godono gli angeli. Ora, poiché le cose destinate a un fine, sono subordinate al fine stesso, ne segue che la comunione di Cristo con la quale lo riceviamo sotto il sacramento in qualche modo è subordinata alla comunione con la quale godono di lui gli angeli in patria. Ecco perché si dice che l'uomo mangia "il pane degli angeli"; perché Cristo appartiene prima e principalmente agli angeli, che godono di lui com'è nel suo stato naturale; e secondariamente appartiene agli uomini che lo ricevono nel sacramento.
2. Alla società del corpo mistico appartengono gli uomini mediante la fede, e gli angeli mediante la visione immediata. Ora, i sacramenti si addicono alla fede, che offre la verità "di riflesso e nel mistero". Perciò, parlando con proprietà, non agli angeli ma agli uomini spetta cibarsi spiritualmente di questo sacramento.
3. Cristo è presente negli uomini durante la vita terrena per mezzo della fede; mentre negli angeli beati è presente per manifesta visione. Perciò il paragone, come si è spiegato, non regge.

ARTICOLO 3

Se solo il giusto riceva Cristo sacramentalmente


SEMBRA che nessuno possa ricevere sacramentalmente Cristo all'infuori dell'uomo giusto. Infatti:
1. Dice S. Agostino: "Perché tu prepari i denti e lo stomaco? Abbi fede, e allora avrai già mangiato. Credere in lui: ecco cos'è mangiare il pane vivo". Ma chi è in stato di peccato, non crede in lui, perché non ha la fede formata cui spetta credere in Dio (in Deum), come abbiamo visto nella Seconda Parte. Il peccatore dunque non è in grado di mangiare questo sacramento che è "il pane vivo".
2. Questo sacramento si dice più di ogni altro "il sacramento della carità", come abbiamo già spiegato. Ma alla maniera che gli infedeli mancano di fede, così tutti i peccatori mancano di carità. Ora, non sembra che gli infedeli possano ricevere sacramentalmente l'Eucarestia; poiché nella sua forma questo sacramento è chiamato "mistero di fede". Dunque per lo stesso motivo nessun peccatore può sumere sacramentalmente il corpo di Cristo.
3. Il peccatore è più abominevole a Dio della creatura priva di ragione, cosicché nei Salmi si riferiscono a lui quelle parole: "L'uomo, non avendo compreso la propria dignità, si abbassa al livello dei giumenti irragionevoli e diviene simile ad essi". Ma gli animali bruti, p. es., un topo o un cane, non possono ricevere questo sacramento, come non possono ricevere il sacramento del battesimo. Dunque per la stessa ragione neppure i peccatori ricevono questo sacramento.

IN CONTRARIO: S. Agostino commentando le parole evangeliche, "Affinché chi ne mangia non muoia", osserva: "Molti sumono dall'altare, e sumendo muoiono; cosicché l'Apostolo afferma che mangiano e bevono la propria condanna". Ora, per questa refezione non muoiono se non i peccatori. Dunque sacramentalmente ricevono il corpo di Cristo anche i peccatori, e non i giusti soltanto.

RISPONDO: Sulla presente questione errarono alcuni antichi dicendo che il corpo di Cristo dai peccatori non viene ricevuto neppure sacramentalmente, ma che esso, appena viene a contatto delle labbra del peccatore, subito cessa di essere presente sotto le specie sacramentali. - Ma questa è un'opinione erronea. Menoma infatti la verità di questo sacramento, la quale esige, come si disse sopra, che per tutta la durata delle specie il corpo di Cristo non cessi di essere presente sotto di esse. Ora, le specie rimangono, come abbiamo visto, fin tanto che sono adatte per la sostanza del pane, se fosse ivi presente. Ma, è evidente che la sostanza del pane, ricevuta da un peccatore, non cessa subito di essere, bensì dura fino a che per il calore naturale non venga digerita. Perciò altrettanto perdura il corpo di Cristo sotto le specie sacramentali ricevute da un peccatore. Quindi si deve concludere che il peccatore, e non soltanto il giusto, può ricevere sacramentalmente il corpo di Cristo.

SOLUZIONI DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelle e altre affermazioni consimili vanno intese della comunione spirituale che non è possibile ai peccatori. E quindi da una falsa interpretazione di tali parole sembra essere nato l'errore precedentemente esposto, per non aver saputo distinguere tra sunsione corporale e sunsione spirituale.
2. Anche un infedele, se riceve le specie sacramentali, riceve il corpo di Cristo nel sacramento. Quindi riceve Cristo sacramentalmente, se questo avverbio sacramentalmente si riferisce a ciò di cui si ciba. Se invece lo riferiamo a colui che si ciba, allora parlando con proprietà egli non mangia sacramentalmente, perché ciò che riceve non lo usa come sacramento, ma solo come cibo materiale. A meno che ipoteticamente l'infedele non intenda ricevere proprio ciò che la Chiesa distribuisce, pur non avendo la vera fede, o riguardo agli altri articoli, o a questo stesso sacramento.
3. Anche nell'ipotesi che un topo o un cane mangi un'ostia consacrata, la sostanza del corpo di Cristo non cessa di essere sotto le specie finché quelle specie rimangono, ossia nelle condizioni adatte per la sostanza del pane; come resterebbe, se l'ostia fosse gettata nel fango. E questo non può menomare la dignità di Cristo, che volle essere crocifisso dai peccatori, senza compromettere per questo la propria dignità; tanto più che il topo o il cane vengono a contatto con il corpo di Cristo non nel suo stato naturale, ma solo secondo le specie sacramentali.
Alcuni al contrario hanno sostenuto che appena il sacramento viene toccato da un topo o da un cane, cessa la presenza del corpo di Cristo. Ma è un'opinione, che, come abbiamo già notato, compromette la verità di questo sacramento.
Tuttavia non si può dire che un animale bruto sume sacramentalmente il corpo di Cristo, essendo incapace per natura di usarne come sacramento. Perciò lo mangia non sacramentalmente, ma casualmente, cioè come lo mangerebbe chi prendesse un'ostia consacrata senza sapere che è consacrata. E poiché ciò che accade accidentalmente non si classifica in alcun genere, ne segue che questo modo di sumere il corpo di Cristo non si considera come un terzo modo tra il modo sacramentale e il modo spirituale.

ARTICOLO 4

Se il peccatore che riceve il corpo di Cristo sacramentalmente commetta peccato


SEMBRA che il peccatore nel ricevere sacramentalmente il corpo di Cristo non commetta peccato. Infatti:
1. Cristo non ha maggiore dignità sotto le specie sacramentali che sotto la specie propria. Ma i peccatori toccando il corpo di Cristo sotto la specie propria non peccavano, anzi ricevevano il perdono dei peccati, come si legge della donna peccatrice e di altri: "Quanti toccavano l'orlo della sua veste, guarivano". Perciò, i peccatori, ricevendo il sacramento del corpo di Cristo non peccano affatto, ma piuttosto conseguono la salvezza.
2. Questo sacramento è come gli altri una medicina spirituale. Ora, la medicina si dà agli infermi perché guariscano secondo le parole evangeliche: "Non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati". Ora, spiritualmente infermi o ammalati sono i peccatori. Essi dunque possono ricevere senza colpa questo sacramento.
3. Questo sacramento, contenendo in sé il Cristo, è tra i massimi beni. Ora, secondo S. Agostino, i massimi beni sono quelli "di cui nessuno può usar male". D'altra parte non si pecca se non usando male di qualche cosa. Perciò nessun peccatore pecca ricevendo questo sacramento.
4. Questo sacramento, come è oggetto del gusto e del tatto, così lo è anche della vista. Se dunque il peccatore peccasse gustando e toccando questo sacramento, dovrebbe peccare anche guardandolo. Ma ciò è falso, perché la Chiesa lo espone alla vista e all'adorazione di tutti. Quindi il peccatore non pecca cibandosi di questo sacramento.
5. Capita a volte che un peccatore non abbia coscienza del suo peccato. E tuttavia non pecca ricevendo il corpo di Cristo, perché altrimenti peccherebpero tutti coloro che si comunicano, esponendosi al pericolo di peccare; poiché l'Apostolo afferma: "Non ho coscienza di alcun mancamento, ma non per questo mi sento giustificato". Non è dunque una colpa per il peccatore ricevere questo sacramento.

IN CONTRARIO: L'Apostolo asserisce: "Mangia e beve la propria condanna, chi mangia e beve indegnamente". E la Glossa spiega: "Mangia e beve indegnamente, chi è in stato di peccato grave o chi lo tratta in modo irriverente". Chi dunque è in peccato mortale, se riceve questo sacramento, merita la dannazione, commettendo un peccato mortale.

RISPONDO: In questo come negli altri sacramenti il rito sacramentale è segno della cosa prodotta dal sacramento. Ora, la cosa prodotta dal sacramento dell'Eucarestia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima, significata e contenuta nel sacramento, è Cristo stesso; la seconda, significata e non contenuta, è il corpo mistico di Cristo, ossia la società dei santi. Chi dunque si accosta all'Eucarestia, per ciò stesso dichiara di essere unito a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma questo si attua per mezzo della fede formata, che nessuno ha quando è in peccato mortale. È chiaro dunque che chi riceve l'Eucarestia con il peccato mortale commette una falsità nei riguardi di questo sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio come profanatore del sacramento. E quindi pecca mortalmente.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo, quando viveva visibilmente tra noi nella sua specie, si lasciava toccare dagli uomini non in segno della loro unione spirituale con lui: è così invece che si offre in questo sacramento. Perciò i peccatori toccandolo nella sua propria specie non commettevano un peccato di falsità contro le cose divine, come lo commettono i peccatori che ricevono questo sacramento.
Inoltre Cristo possedeva allora una carne "simile a quella di peccato": perciò era giusto che si lasciasse toccare dai peccatori. Ma una volta eliminata dalla gloria della risurrezione la somiglianza con la carne di peccato, non volle essere toccato dalla donna, che mancava di fede nei suoi riguardi, dicendole: "Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio", cioè "nel tuo cuore", come spiega S. Agostino. Così i peccatori, che nei riguardi di lui mancano di fede formata, sono esclusi dal contatto di questo sacramento.
2. Non tutte le medicine vanno bene per tutte le malattie. Infatti una medicina che si dà agli sfebbrati come ricostituente, farebbe male se venisse data a coloro che sono febbricitanti. Similmente il battesimo e la penitenza sono come dei purganti che si somministrano per togliere la febbre del peccato. L'Eucarestia è invece un ricostituente che non dev'essere concesso, se non a quanti sono già liberi dal peccato.
3. Per "massimi beni" S. Agostino intende le virtù dell'anima, e di esse "nessuno usa male" nel senso che non possono essere principii di cattivo uso. Tuttavia possono essere oggetto di cattivo uso, com'è evidente in coloro che s'insuperbiscono delle loro virtù. Allo stesso modo anche questo sacramento direttamente non può essere causa di cattivo uso, ma può esserne oggetto. Di qui le parole di S. Agostino: "Il fatto che molti ricevono indegnamente il corpo del Signore ci avverte quanto dobbiamo guardarci dal ricevere male il bene. Ecco qua: il bene diventa un male quando il bene si riceve male; come al contrario per l'Apostolo il male diventò un bene, avendo ricevuto bene il male, ossia avendo pazientemente tollerato il pungolo di Satana".
4. La vista non percepisce il corpo stesso di Cristo, ma solo il suo sacramento, non raggiungendo l'occhio la sostanza del corpo di Cristo, bensì solamente le specie sacramentali, come si disse sopra. Chi invece si comunica, non riceve soltanto le specie sacramentali, ma anche Cristo medesimo che è sotto di esse. Quindi nessuno viene escluso dal vedere il corpo sacramentale di Cristo tra quanti hanno ricevuto il sacramento di Cristo, cioè il battesimo; i non battezzati invece non si devono ammettere neanche a guardare questo sacramento, come insegna Dionigi. Ma alla comunione non si devono ammettere se non coloro che sono uniti a Cristo non solo sacramentalmente, ma anche realmente.
5. Il fatto che uno non abbia coscienza del proprio peccato può accadere in due modi. Primo, colpevolmente: o perché si ignora la legge, per un'ignoranza che non scusa dalla colpa, cosicché uno ritiene che non sia peccato ciò che è peccato, p. es., se un fornicatore non ritenesse peccato mortale la semplice fornicazione; oppure perché è negligente nell'esaminare se stesso, contro l'avvertimento dell'Apostolo: "Esamini ciascuno se stesso prima di mangiare di quel pane e di bere di quel calice". In tali condizioni il peccatore ricevendo il corpo di Cristo pecca, sebbene non abbia coscienza del proprio peccato: perché l'ignoranza stessa è per lui un peccato.
Secondo, senza una colpa personale: quando uno, p. es., si è pentito del peccato, ma non è sufficientemente contrito. In tal caso non pecca ricevendo il corpo di Cristo, perché l'uomo non può sapere con certezza se sia veramente contrito. Basta tuttavia che trovi in sé i segni della contrizione: cioè che "si dolga dei peccati passati" e proponga di "guardarsi dai peccati futuri".
Se poi uno non sa che l'azione commessa è peccato per ignoranza di fatto, la quale ignoranza scusa, accostandosi, p. es., a un'altra donna che credeva fosse la sua, non per questo è da considerarsi peccatore.
Parimente, se uno si è dimenticato affatto del suo peccato, basta a cancellarlo la contrizione generale, come si dirà in seguito. Quindi non è più da considerarsi peccatore.

ARTICOLO 5

Se accostarsi a questo sacramento con la coscienza di peccato sia il più grave di tutti i peccati


SEMBRA. che accostarsi a questo sacramento con la coscienza di peccato sia il più grave di tutti i peccati. Infatti:
1. L'Apostolo afferma: "Chi mangia il pane e beve il calice del Signore indegnamente, è reo del corpo e del sangue del Signore". E la Glossa commenta: "Sarà punito, come se avesse ucciso Cristo". Ma il peccato degli uccisori di Cristo fu il più grave di tutti. Dunque anche accostarsi alla mensa del Signore con la coscienza di peccato, è evidentemente il più grave dei peccati.
2. S. Girolamo scrive: "Tu che all'altare parli con Dio, perché ti confondi con le donne? Dimmi sacerdote, dimmi, o chierico, come ti è possibile baciare il Figlio di Dio con le stesse labbra con le quali hai baciato la figlia di una meretrice? O Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo!". Cosicché il fornicatore, accostandosi alla mensa di Cristo, pecca al pari di Giuda, il cui peccato fu gravissimo. Eppure molti altri peccati sono più gravi del peccato di fornicazione, specialmente il peccato d'incredulità. Perciò la colpa di qualunque peccatore che si accosta alla mensa di Cristo è il più grave dei peccati.
3. Dinanzi a Dio è più abominevole l'immondezza spirituale di quella corporale. Ora, se uno gettasse il corpo di Cristo nel fango o nel letame, si considererebbe gravissimo il suo peccato. Quindi pecca più gravemente, se lo riceve in stato di peccato che è un'immondezza spirituale. Perciò questo è il più grave dei peccati.

IN CONTRARIO: S. Agostino spiegando le parole di Cristo: "Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, essi non sarebbero in peccato", dice che esse devono intendersi del peccato d'incredulità, il quale "include tutti gli altri". Perciò il peccato più grave non è il peccato di cui si parla, ma piuttosto il peccato d'incredulità.

RISPONDO: Come si è detto nella Seconda Parte, in due modi un peccato può essere più grave di un altro: primo di per sé; secondo, per le circostanze. È più grave di per sé secondo la sua natura, che si desume dall'oggetto. Sotto questo aspetto, quanto più grande è ciò contro cui si pecca, tanto più grave è il peccato. E poiché la divinità di Cristo è superiore alla sua umanità e l'umanità stessa è superiore ai sacramenti della sua umanità, i peccati più gravi sono quelli che si commettono direttamente contro la divinità, come i peccati d'incredulità e di bestemmia. Al secondo posto per gravità vengono i peccati che si commettono contro l'umanità di Cristo, tanto che si legge: "Chi pecca contro il Figlio dell'uomo, otterrà il perdono; ma chi pecca contro lo Spirito Santo, non otterrà il perdono né in questo secolo né in quello futuro". Al terzo posto ci sono i peccati che si commettono contro i sacramenti, i quali si ricollegano all'umanità di Cristo. Dopo di essi vengono gli altri peccati contro le semplici creature.
Per le circostanze poi un peccato è più grave di un altro in rapporto al soggetto che lo commette: un peccato d'ignoranza o di debolezza, p. es., è più leggero di un peccato di disprezzo e di piena consapevolezza, e così si dica delle altre circostanze. Sotto questo secondo aspetto il peccato di cui parliamo in alcuni può essere più grave: p. es., in coloro che per disprezzo si accostano a questo sacramento con la coscienza di peccato; in altri invece esso è meno grave: p. es., in coloro che ricevono questo sacramento con la coscienza di peccato per paura di passare da peccatori.
Perciò è evidente che questo peccato è per natura sua più grave di molti altri peccati, ma non è il più grave di tutti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il peccato di coloro che ricevono indegnamente questo sacramento viene paragonato al peccato degli uccisori di Cristo per una certa somiglianza, perché entrambi sono commessi contro il corpo di Cristo, ma non per la sua gravità. Infatti il peccato degli uccisori di Cristo fu molto più grave. Primo, perché esso fu contro il corpo di Cristo nella sua specie propria, mentre questo è contro il corpo di Cristo nelle specie sacramentali. Secondo, perché quel delitto fu commesso con l'intenzione di far del male a Cristo; non così invece questo peccato.
2. Il fornicatore che riceve il corpo di Cristo viene paragonato a Giuda che bacia il Cristo, per la somiglianza dei due peccati, perché l'uno e l'altro offendono Cristo mediante il segno dell'amore; ma non per la loro gravità, come abbiamo notato sopra. Tale rapporto di somiglianza negli altri peccatori non è meno marcato che nei lussuriosi, perché anche con gli altri peccati mortali si agisce contro la carità di Cristo, della quale è simbolo questo sacramento, e tanto maggiormente quanto più gravi sono i peccati. Tuttavia sotto un certo asretto il peccato di lussuria è quello che più di ogni altro rende l'uomo indisposto a ricevere l'Eucarestia, poiché da codesto peccato più che da ogni altro lo spirito viene assoggettato alla carne, e così viene impedito il fervore della carità che è richiesto in questo sacramento.
Nondimeno è più grave l'impedimento della carità stessa che l'impedimento del suo fervore. Di conseguenza il peccato d'incredulità che separa radicalmente l'uomo dall'unità della Chiesa, parlando in senso assoluto, indispone l'uomo più di ogni altro peccato a ricevere l'Eucarestia, che è il sacramento di tale unità, come si è detto. Quindi un incredulo pecca più gravemente ricevendo questo sacramento che un credente peccatore, e più gravemente oltraggia Cristo presente in questo sacramento, specialmente se non crede alla sua reale presenza; perché, per quanto dipende da lui, sminuisce la santità di questo sacramento e la virtù di Cristo che opera in esso: ciò equivale a disprezzare il sacramento in se stesso. Il fedele invece, che si comunica cosciente di essere in peccato, non profana questo sacramento in se stesso, ma ne profana l'uso, ricevendolo indegnamente. Ecco perché l'Apostolo, dando la ragione di questo peccato, dice: "Non distinguendo il corpo del Signore", cioè "non facendo differenza tra esso e gli altri cibi"; e ciò lo fa massimamente chi non crede alla presenza di Cristo in questo sacramento.
3. Chi gettasse questo sacramento nel fango peccherebbe molto più gravemente di chi si accostasse ad esso cosciente di essere in peccato mortale. Primo, perché farebbe ciò con l'intenzione di oltraggiare questo sacramento: intenzione che è estranea al peccatore il quale riceve indegnamente il corpo di Cristo.
Secondo, perché l'uomo peccatore è capace della grazia e quindi più di ogni creatura priva di ragione è adatto a ricevere questo sacramento. Perciò userebbe nel peggior modo questo sacramento chi lo gettasse in pasto ai cani, o lo buttasse nel fango perché fosse calpestato.

ARTICOLO 6

Se il sacerdote debba rifiutare il corpo di Cristo quando lo chiede un peccatore


SEMBRA che il sacerdote debba rifiutare il corpo di Cristo quando lo chiede un peccatore. Infatti:
1. Non si può violare un precetto di Cristo per evitare lo scandalo o l'infamia di qualcuno. Ma il Signore ha comandato: "Non date le cose sante ai cani". Ora, questo avviene specialmente quando si amministra questo sacramento ai peccatori. Neppure quindi per evitare lo scandalo o l'infamia di qualcuno, si deve dare questo sacramento, se lo chiede un peccatore.
2. Di due mali si deve scegliere il minore. Ma è minor male l'infamia di un peccatore, o la sostituzione con un'ostia non consacrata che il peccato mortale che egli commetterebbe ricevendo il corpo di Cristo. Perciò si deve preferire, o che il peccatore, quando chiede il corpo di Cristo, subisca l'infamia, o che riceva un'ostia non consacrata.
3. Il corpo di Cristo viene dato talvolta per scoprire coloro che sono sospettati di un delitto. In proposito nei canoni si legge: "Accade spesso che nei monasteri maschili si compiano dei furti. Stabiliamo perciò che, dovendosi i monaci stessi scagionare da tali imputazioni, venga celebrata una messa dall'abate o da un altro dei monaci presenti, e al termine della messa tutti ricevano la comunione con queste parole: Il corpo di Cristo sia oggi per te una verifica". E poco più sotto: "Se a un vescovo o a un sacerdote viene imputato un maleficio, deve celebrare una messa per ogni imputazione e comunicarsi, dimostrandosi così innocente di qualunque addebito". Ora, non è bene che i peccatori occulti siano scoperti; perché, come dice S. Agostino, se perdono il pudore, peccheranno più sfacciatamente. Dunque ai peccatori occulti non si deve dare il corpo di Cristo, anche se lo chiedono.

IN CONTRARIO: Commentando le parole del salmista: "Mangiarono e adorarono tutti i pingui della terra", S. Agostino osserva: "Il dispensatore non escluda dalla mensa del Signore i pingui della terra", ossia i peccatori.

RISPONDO: Riguardo ai peccatori bisogna distinguere. Alcuni sono occulti; altri manifesti o per l'evidenza dei fatti, come i pubblici usurai e i rapinatori; oppure per la sentenza di un tribunale ecclesiastico o civile. Ebbene, ai peccatori manifesti non si deve dare la santa comunione, neanche se la chiedono. Scrive in proposito S. Cipriano: "Per la tua gentilezza hai creduto di dovermi chiedere il parere sugli istrioni e su quello stregone che, stabilitosi in mezzo a voi, continua ancora nel suo vergognoso mestiere: se a costoro si debba dare la comunione come agli altri cristiani. Credo che disdica e alla maestà divina e alla disciplina evangelica lasciar contaminare la santità e l'onore della Chiesa da contagi così turpi e infami".
Invece se i peccatori non sono notori ma occulti, non si può negare la santa comunione quando la chiedono. Perché, essendo ogni cristiano ammesso alla mensa del Signore per il fatto che è battezzato, non gli si può togliere il suo diritto se non per una ragione manifesta. Per questo, commentando le parole di S. Paolo, "Se uno tra voi, chiamandosi fratello, ecc.", S. Agostino afferma: "Noi non possiamo escludere nessuno dalla comunione, se non nel caso che abbia spontaneamente confessato la sua colpa, o sia stato processato e condannato da un tribunale ecclesiastico o civile".
Nondimeno il sacerdote che è al corrente della colpa, può ammonire privatamente il peccatore occulto, oppure avvertire genericamente tutti in pubblico di non accostarsi alla mensa del Signore prima di essersi pentiti dei propri peccati e riconciliati con la Chiesa. Poiché dopo il pentimento e la riconciliazione, non si può negare la comunione neppure ai peccatori pubblici, specialmente in punto di morte. Tanto che in un Concilio di Cartagine si legge: "Agli uomini di teatro, agli istrioni e alle altre persone della stessa risma, come agli apostati, quando si convertono a Dio, non si neghi la riconciliazione".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È proibito dare le cose sante "ai cani", ossia ai peccatori notori. Ma le colpe occulte non si possono punire pubblicamente, bensì rimetterle al giudizio di Dio.
2. Sebbene per un peccatore occulto sia peggio peccare mortalmente ricevendo il corpo di Cristo che essere infamato, tuttavia per il sacerdote che lo amministra è peggio peccare mortalmente infamando ingiustamente un peccatore occulto, che permettergli di peccare mortalmente; perché nessuno deve commettere un peccato mortale per evitare la colpa di un altro. Perciò S. Agostino ha scritto: "È una compensazione pericolosissima commettere noi qualche cosa di male allo scopo che un altro non faccia un male più grave". Il peccatore occulto però da parte sua è tenuto a preferire l'infamia alla comunione sacrilega.
Tuttavia in nessun caso si deve dare un'ostia non consacrata al posto di un'ostia consacrata, perché ciò facendo il sacerdote si renderebbe colpevole per parte sua dell'idolatria, commessa da quanti crederebbero consacrata quell'ostia, cioè o dai presenti, o dallo stesso comunicando: infatti, come dice S. Agostino, "nessuno mangi la carne di Cristo senza prima adorarla". In proposito nei Canoni si legge: "Quantunque pecchi gravemente accostandosi senza rispetto all'Eucarestia chi per coscienza di crimine sa di essere indegno, tuttavia peccherebbe più gravemente chi ingannandolo osasse simulare il sacramento".
3. Quei decreti sono stati abrogati dai Romani Pontefici. Infatti il Papa Stefano dice: "I sacri canoni non consentono di estorcere a nessuno la confessione con la prova del ferro infuocato o dell'acqua bollente. Perché i pubblici delitti vengono demandati al giudizio della nostra autorità per spontanea confessione o per certa testimonianza; invece i delitti occulti e ignoti si devono lasciare a colui che solo conosce i cuori degli uomini". Le stesse norme si trovano ripetute nei Canoni. Infatti in tutte queste prove si ha una tentazione di Dio, e quindi non si possono fare senza peccato. Più grave poi sarebbe se in questo sacramento, istituito come mezzo di salvezza, qualcuno dovesse incorrere una sentenza di morte. Perciò il corpo di Cristo non si deve dare assolutamente a nessuno che sia sospettato di delitto come mezzo d'inquisizione.

ARTICOLO 7

Se la polluzione notturna possa impedire di ricevere il corpo di Cristo


SEMBRA che la polluzione notturna non possa mai impedire di ricevere il corpo di Cristo. Infatti:
1. A nessuno è proibita la comunione del corpo di Cristo se non per un peccato. Ma la polluzione notturna avviene senza peccato; infatti S. Agostino spiega: "Dalla fantasia stessa che serve il pensiero di chi parla, quando nella visione di chi sogna opera così da non lasciare differenza tra la copula carnale sognata e quella vera, la carne viene eccitata e a tale eccitazione segue ciò che suole seguire; ed è talmente senza peccato, come senza peccato sarebbe da svegli quel dato discorso, anche se per parlare bisogna pur pensare a una data cosa". Dunque la polluzione notturna non impedisce all'uomo di ricevere questo sacramento.
2. S. Gregorio Magno scrive: "Se qualcuno usa della propria moglie non per desiderio di piacere, ma solo per la procreazione dei figli, deve essere lasciato alla sua coscienza giudicare se è degno di entrare in chiesa o di partecipare al mistero del corpo del Signore; poiché noi non dobbiamo proibirlo a colui che posto nel fuoco non riesce a non bruciare". Da qui risulta che la stessa polluzione avuta da svegli, se avviene senza peccato, non proibisce all'uomo di ricevere il corpo di Cristo. Molto meno quindi lo proibisce la polluzione notturna capitata nel sonno.
3. La polluzione notturna compromette soltanto la pulizia del corpo. Ma tutte le altre impurità corporali, che impedivano secondo la legge mosaica l'ingresso nel tempio, quali l'impurità della puerpera, o della donna mestruata o soggetta a flusso di sangue, non impediscono nella legge nuova la comunione eucaristica, come scrisse S. Gregorio a S. Agostino vescovo degli Angli. Dunque neppure la polluzione notturna impedisce all'uomo la comunione eucaristica.
4. Il peccato veniale non proibisce all'uomo la comunione eucaristica, anzi non la proibisce neanche il peccato mortale dopo la penitenza. Ora, anche ammesso che la polluzione notturna sia derivata da una colpa precedente o di crapula o di turpi pensieri, questo peccato il più delle volte è veniale: e se eventualmente fosse mortale, la mattina uno può pentirsene e confessarsi. Quindi non deve essergli proibito di ricevere questo sacramento.
5. È più grave il peccato di omicidio che quello di fornicazione. Ma se uno di notte sogna di commettere un omicidio o un furto o qualsiasi altro peccato, non per questo gli è proibito di accostarsi alla Eucarestia. Tanto meno quindi deve proibirglielo la fornicazione sognata con il seguito della polluzione.

IN CONTRARIO: Si legge nella Scrittura: "È immondo fino alla sera l'uomo che abbia avuto emissione di sperma". Ma agli immondi non è libero l'accesso ai sacramenti. Perciò la polluzione notturna impedisce l'accesso a questo che è il massimo dei sacramenti.

RISPONDO: Riguardo alla polluzione notturna vanno considerate due cose: l'una che impedisce necessariamente all'uomo di ricevere l'Eucarestia; l'altra che glielo impedisce non necessariamente, ma solo per una ragione di convenienza.
Necessariamente impedisce all'uomo di ricevere questo sacramento solo il peccato mortale. Ora, la polluzione notturna, sebbene considerata in se stessa non possa essere peccato mortale, tuttavia, in dipendenza della causa da cui proviene, può essere connessa con un peccato mortale. Deve quindi ponderarsi la causa della polluzione notturna. Talora essa proviene da una causa estrinseca spirituale, cioè da suggestione diabolica: i demoni, come si è detto nella Prima Parte, possono movimentare i fantasmi e al comparire di questi talvolta segue la polluzione. Altre volte invece la polluzione proviene da cause intrinseche spirituali, ossia dai pensieri precedenti. E finalmente talora essa proviene da cause intrinseche corporali, cioè da sovrabbondanza di seme, da debolezza di natura, o da eccesso di cibo o di bevande. Ciascuna di queste tre cause può esser senza peccato, o con peccato veniale, o con peccato mortale. Se è senza peccato, o solo con peccato veniale, non impedisce necessariamente la comunione eucaristica, cioè nel senso che comunicandosi l'uomo si renda "reo del corpo e del sangue del Signore". Se invece implica un peccato mortale, l'impedisce necessariamente.
La suggestione diabolica infatti proviene talora dalla negligenza nel disporsi alla devozione, e questa negligenza può essere peccato veniale o mortale. - A volte invece proviene solo dalla nequizia dei demoni, desiderosi di distogliere l'uomo dall'uso di questo sacramento. Si legge appunto nelle Collationes Patrum che soffrendo un monaco la polluzione sempre in coincidenza con le feste nelle quali c'era da comunicarsi, i monaci più anziani, appurato che egli non aveva alcuna responsabilità nella cosa, decisero che per questo non si ritraesse dalla comunione, e così cessò la suggestione diabolica.
Allo stesso modo anche i precedenti pensieri lascivi possono essere del tutto senza peccato: p. es., quando uno deve pensare a certe cose per necessità di insegnamento o di discussione. Se ciò si fa senza concupiscenza e compiacimento, non saranno pensieri immondi ma onesti, nonostante che possano provocare la polluzione, come risulta dal testo di S. Agostino citato sopra. - Talora invece quei pensieri sono accompagnati dalla concupiscenza e dal compiacimento: e allora, se c'è il consenso, sono peccato mortale, e se manca il consenso, sono peccato veniale.
Così anche le cause corporali a volte sono senza peccato: p. es., quando la cosa proviene da debolezza di natura, per cui alcuni subiscono la polluzione anche da svegli senza peccato; oppure quando dipende da sovrabbondanza di seme: come infatti capita un sovrappiù di sangue senza peccato, così può capitare un sovrappiù di seme, che secondo Aristotele deriva dal sangue superfluo. - Altre volte codeste cause implicano un peccato: p. es., quando la cosa dipende da un eccesso nel mangiare e nel bere. E anche questo può essere peccato veniale o mortale: sebbene il peccato mortale si commetta più frequentemente nei pensieri lascivi, per la facilità del consenso, che nell'uso dei cibi e delle bevande. Ecco perché S. Gregorio, scrivendo a S. Agostino vescovo degli Angli, dice che ci si deve astenere dalla comunione quando la polluzione proviene da turpi pensieri, non già quando proviene da abbondanza di cibi e di bevande, specialmente quando uno ne ha bisogno.
In conclusione dunque si deve tener conto della causa della polluzione, per giudicare se la polluzione notturna impedisca necessariamente la comunione eucaristica.
Per una ragione di convenienza poi la polluzione notturna impedisce l'accesso al sacramento eucaristico per due cose. La prima, che sempre l'accompagna, è una certa sozzura fisica, e per rispetto al sacramento non è conveniente accostarsi con essa all'altare; tanto è vero che quegli stessi che vogliono toccare qualche cosa di sacro, si lavano le mani; a meno che tale impurità non sia perpetua o diuturna, come la lebbra, l'emorragia, o cose simili. - L'altra cosa è la distrazione mentale che segue la polluzione notturna, specie quando questa è accompagnata da immaginazioni oscene.
Tuttavia questo impedimento imposto dalla convenienza è da posporsi a ragioni di necessità: p. es., "quando", come dice San Gregorio, "la ricorrenza di una festa lo esige, o lo richiede un ministero sacerdotale, in mancanza di un altro sacerdote".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A rigore a nessuno è proibita la comunione eucaristica, se non a causa del peccato mortale; ma uno può essere impedito dall'accostarvisi per altre ragioni, come abbiamo detto, secondo un certo motivo di convenienza.
2. La copula coniugale, quando è senza peccato, ossia quando si compie per la generazione della prole o per rendere il debito, non impedisce la comunione eucaristica se non nella misura in cui la impedisce, come si è detto, la polluzione notturna avvenuta senza peccato, ossia per la sozzura del corpo e per la distrazione della mente. In relazione a questo S. Girolamo scrive: "Se i pani della proposizione non potevano essere mangiati da coloro che avevano avuto contatto con la moglie, quanto meno è lecito a coloro che poco prima si sono stretti nell'amplesso coniugale violare o toccare il pane disceso dal cielo! Non è che noi condanniamo le nozze, ma non dobbiamo darci a opere carnali nel tempo in cui ci disponiamo a mangiare le carni dell'Agnello". Tuttavia, poiché questo è dettato da motivi di convenienza e non di necessità, S. Gregorio insegna che costoro "vanno lasciati al loro criterio personale". - "Se invece non predomina l'amore della procreazione, bensì il piacere", come si esprime ivi stesso S. Gregorio, allora si deve proibire di accedere a questo sacramento.
3. Nell'antico Testamento, come nota S. Gregorio nella lettera a S. Agostino vescovo degli Angli sopra citata, alcune impurità avevano un significato simbolico, che il popolo della nuova legge interpreta in senso spirituale. Quindi tali impurità corporali, se sono perpetue o diuturne, non impediscono l'accesso a questo sacramento di salvezza come impedivano l'accesso ai sacramenti prefigurativi. Se cessano presto, come la polluzione notturna, impediscono per una certa convenienza la comunione eucaristica nel giorno in cui la polluzione è avvenuta. Si legge infatti nel Deuteronomio: "Se vi sarà qualcuno tra voi che sia divenuto immondo la notte nel sonno, esca dagli alloggiamenti e non vi ritorni la sera prima di essersi lavato con acqua".
4. Con la contrizione e la confessione, sebbene si tolga il reato della colpa, tuttavia non si toglie l'impurità corporale e la distrazione mentale che accompagna la polluzione.
5. Il sogno di un omicidio non comporta impurità corporale né tanta distrazione della mente quanta ne produce la fornicazione sognata, data l'intensità del piacere. Nondimeno un sogno di omicidio, se proviene da una causa peccaminosa, specialmente mortale, impedisce di ricevere l'Eucarestia in ragione della sua causa.

ARTICOLO 8

Se il cibo e la bevanda presi in precedenza impediscano la comunione eucaristica


SEMBRA che il cibo e la bevanda presi in precedenza non impediscano la comunione eucaristica. Infatti:
1. Questo sacramento fu istituito dal Signore nella Cena. Ma il Signore distribuì ai suoi discepoli questo sacramento dopo che ebbe cenato, come risulta da S. Luca e da S. Paolo. Dunque anche noi dobbiamo prendere questo sacramento dopo aver consumato altri cibi.
2. Dice l'Apostolo: "Radunandovi per mangiare", il corpo del Signore, "aspettatevi gli uni gli altri, e se uno ha fame, mangi a casa sua". Da ciò risulta che dopo aver mangiato a casa uno può mangiare in chiesa il corpo di Cristo.
3. In un Concilio di Cartagine è prescritto: "Il sacramento dell'altare si celebri solo a digiuno, eccetto il solo giorno anniversario in cui si commemora la Cena del Signore". Dunque almeno quel giorno si può ricevere il corpo di Cristo dopo altri cibi.
4. Prendere dell'acqua o una medicina, o altro cibo o liquido in minima quantità, o deglutire i resti del cibo rimasti in bocca, non viola il digiuno ecclesiastico né la sobrietà richiesta dalla riverenza verso questo sacramento. Perciò le cose suddette non impediscono la comunione eucaristica.
5. Alcuni mangiano o bevono a notte fonda, e forse dopo una notte insonne la mattina ricevono i sacri misteri, senza aver ancora ben digerito. Quindi si salverebbe meglio la sobrietà, se la mattina uno mangiasse un poco, e poi verso le tre pomeridiane ricevesse questo sacramento; perché talvolta ci sarebbe anche maggiore distanza di tempo. Il cibo quindi preso in tal modo non può impedire la comunione eucaristica.
6. Non minor riverenza si deve a questo sacramento dopo la comunione di quella che gli si deve prima. Ma dopo la comunione è lecito prendere cibi e bevande. Dunque anche prima.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Piacque allo Spirito Santo che, a onore di tanto sacramento, il corpo del Signore entrasse nella bocca dei cristiani prima di ogni altro cibo".

RISPONDO: Una cosa può impedire di ricevere questo sacramento per due motivi diversi. Primo, per la sua stessa natura: e di tal genere è il peccato mortale che contraddice al significato di questo sacramento, come sopra abbiamo visto.
Secondo, per la proibizione della Chiesa. E questa vieta la comunione eucaristica dopo che uno ha mangiato o bevuto, per tre ragioni. Primo, "per il rispetto verso questo sacramento", come si esprime S. Agostino: ordinando che esso entri nella bocca dell'uomo prima che questa venga contaminata da ogni cibo e bevanda. - Secondo, per insegnare che Cristo, il quale è la realtà contenuta in questo sacramento, e la sua carità devono impiantarsi nei nostri cuori prima di ogni altra cosa, conforme alle parole evangeliche: "Cercate prima di tutto il regno di Dio". - Terzo, per il pericolo di vomito e di ubriachezza, che a volte capita perché gli uomini si cibano senza moderazione secondo l'osservazione dell'Apostolo: "C'è chi patisce la fame, e c'è invece chi è ubriaco".
Da questa regola generale tuttavia sono esentati gli infermi, ai quali si deve dare la comunione anche subito dopo che hanno mangiato, quando sono in pericolo, affinché non abbiano a morire senza la comunione: poiché "la necessità non ha legge". Di qui la prescrizione dei Canoni : "Il sacerdote comunichi subito l'infermo, perché non muoia senza comunione".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Rispondiamo con S. Agostino: "Per il fatto che il Signore diede l'Eucarestia dopo la cena, non per questo i fedeli devono radunarsi a ricevere questo sacramento dopo aver pranzato o cenato, né devono mescolare l'Eucarestia alle loro mense, come facevano coloro che l'Apostolo rimprovera e condanna. Il Salvatore infatti per far risaltare con evidenza maggiore l'altezza di quel mistero, lo volle imprimere per ultimo profondamente nei cuori e nella memoria dei discepoli. Per questo però non prescrisse che lo si dovesse ricevere nello stesso ordine, lasciando tale compito agli Apostoli, per opera dei quali voleva che si organizzassero le Chiese".
2. Il testo di S. Paolo è così spiegato dalla Glossa: "Se uno ha fame e per impazienza non vuole aspettare gli altri, mangi a casa i propri alimenti, cioè si nutra di pane terreno, e si astenga dal ricevere l'Eucarestia".
3. Quella norma si riferisce alla consuetudine che un tempo si osservava in qualche luogo, nella commemorazione della Cena del Signore, di ricevere in quel giorno il corpo di Cristo dopo aver mangiato. Ma ora questa consuetudine è abrogata. Poiché, come nota S. Agostino, "è seguito dal mondo intero quest'uso", cioè di ricevere il corpo di Cristo a digiuno.
4. Come si disse nella Seconda Parte, il digiuno è di due specie. Il primo è il digiuno naturale, che importa l'esclusione di qualunque cosa presa come cibo o bevanda. E tale digiuno è richiesto per questo sacramento secondo le ragioni addotte. Perciò né dopo aver preso dell'acqua né dopo altro cibo, bevanda o medicina, per piccola che ne sia la quantità, è lecito ricevere questo sacramento. E non conta che la cosa nutra o non nutra, né che si prenda da sola o con altro: basta che si prenda a modo di cibo o di bevanda. - Tuttavia i resti del cibo che rimangono in bocca, se fortuitamente s'inghiottiscono, non impediscono la comunione; perché non s'ingeriscono a modo di cibo, ma a modo di saliva. Lo stesso si dica dell'acqua o del vino che restano in bocca dopo essersela lavata, se la loro quantità non è notevole, ma si confonde con la saliva, com'è inevitabile.
L'altro è il digiuno ecclesiastico, istituito quale mortificazione della carne. Tale digiuno non viene rotto dalle cose suddette, perché esse non nutrono in maniera rilevante, ma si prendono piuttosto per aiutare la digestione.
5. Quando si dice che "questo sacramento deve entrare nella bocca del cristiano prima degli altri cibi", non s'intende in senso assoluto rispetto a tutto il tempo, altrimenti chi avesse mangiato o bevuto una volta non potrebbe più prendere questo sacramento. Ma deve intendersi rispetto allo stesso giorno. E sebbene a proposito dell'inizio del giorno ci siano modi diversi di determinarlo: dal mezzoggiorno, dal tramonto, dalla mezzanotte, o dalla levata del sole, tuttavia la Chiesa seguendo l'uso dei Romani lo fa partire dalla mezzanotte. Perciò se dopo la mezzanotte uno ha preso qualche cosa a modo di cibo o di bevanda, non può nello stesso giorno ricevere l'Eucarestia; può farlo invece, se ha mangiato o bevuto prima di mezzanotte.
Rispetto alla legge suddetta non importa che uno, dopo aver mangiato o bevuto, abbia dormito o digerito. Tuttavia la veglia notturna e l'indigestione incidono sul turbamento dell'anima: e se il turbamento spirituale è grave, uno è reso inadatto alla comunione eucaristica.
6. La massima devozione si richiede nel momento di ricevere l'Eucarestia, perché allora si ottiene l'effetto del sacramento. Ora, questa devozione è più ostacolata da quanto precede la comunione che da quanto la segue. Ecco perché fu stabilito che gli uomini digiunino prima della comunione piuttosto che dopo. Tuttavia dev'esserci un po' d'intervallo tra la comunione e la consumazione di altri cibi. Nella messa infatti dopo la comunione si recita una preghiera di ringraziamento; e privatamente anche coloro che si sono comunicati dicono altre orazioni.
Secondo i canoni antichi però era stato prescritto dal Papa Clemente: "Se la porzione del Signore si prende la mattina, i ministri che l'hanno ricevuta, digiunino fino all'ora sesta; se l'hanno ricevuta all'ora terza o quarta, digiunino fino al vespero". Anticamente però era più rara la celebrazione della messa, e si faceva con maggiore preparazione. Ora invece, dovendosi più frequentemente celebrare i sacri misteri, non si può comodamente osservare la stessa disciplina di prima. Conseguentemente essa è stata abrogata dalla consuetudine contraria.

ARTICOLO 9

Se a coloro che non hanno l'uso di ragione, si debba amministrare questo sacramento


SEMBRA che coloro i quali non hanno l'uso di ragione non debbano ricevere questo sacramento. Infatti:
1. A questo sacramento ci si deve accostare con devozione e dopo aver esaminato se stessi, secondo le parole dell' Apostolo: "Esamini ognuno se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice". Ma ciò non è possibile a chi manca dell'uso di ragione. Dunque a costoro non si deve amministrare questo sacramento.
2. Tra coloro che non hanno l'uso di ragione ci sono anche gli ossessi, chiamati energumeni. Ma questi, secondo Dionigi, sono esclusi perfino dal guardare il sacramento. Perciò l'Eucarestia va negata a quelli che son privi dell'uso di ragione.
3. Tra coloro che mancano dell'uso di ragione si devono contare specialmente i bambini innocenti. Ma ai bambini non si dà questo sacramento. Molto meno quindi si può dare agli altri.

IN CONTRARIO: Negli atti del Concilio d'Orange si legge: "Ai dementi si deve dare tutto ciò che riguarda la pietà". Perciò si deve loro accordare l'Eucarestia che è "il sacramento della pietà".

RISPONDO: Si può essere privi dell'uso di ragione in due maniere. Primo, per il fatto che si possiede un debole uso di ragione: allo stesso modo che diciamo privo di vista chi ci vede poco. A costoro, per il fatto che possono concepire una qualche devozione verso l'Eucarestia, non deve negarsi questo sacramento.
Secondo, per non avere affatto l'uso di ragione. Costoro però, o non l'hanno mai avuto fin dalla nascita: e a questi non deve amministrarsi l'Eucarestia, perché in essi non ci fu mai alcuna devozione verso questo sacramento; oppure non sempre furono privi dell'uso di ragione. Ebbene, se costoro prima, quando erano in sé, avevano dato segno di devozione a questo sacramento, lo si deve loro concedere in punto di morte, purché non ci sia pericolo di vomito o di sputo. In proposito negli atti del IV Concilio di Cartagine, riferito dal Decreto (di Graziano) si legge: "Colui che da infermo chiede la penitenza, se per caso, mentre il sacerdote da lui invitato è in arrivo, vinto dal male perde i sensi e la ragione, dietro testimonianza di quanti lo hanno udito, riceva il perdono, e, se la morte sembra imminente, venga riconciliato con l'imposizione delle mani e gli si versi in bocca l'Eucarestia".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tra le persone prive dell'uso di ragione alcune possono avere verso l'Eucarestia una devozione attuale, altre possono averla avuta in passato.
2. Dionigi parla degli energumeni non ancora battezzati, cioè di quelli nei quali non è stata ancora infranta la forza del demonio, vigente in loro per il peccato originale. Ma per i battezzati, che sono posseduti corporalmente dagli spiriti immondi, vale la regola data per gli altri deficienti. In merito Cassiano osserva: "Noi non ricordiamo che dai nostri predecessori sia mai stata interdetta la santa comunione a costoro", cioè a quelli che sono tormentati dagli spiriti immondi.
3. I bambini nati da poco si trovano nella stessa condizione dei dementi che non hanno mai avuto l'uso di ragione. Quindi a costoro non si devono dare i santi misteri, sebbene alcuni Greci facciano il contrario, per il fatto che Dionigi raccomanda di dare la comunione ai battezzati, non avvertendo che Dionigi parla in quel testo del battesimo degli adulti. I bambini però per tale rifiuto non subiscono per la loro vita il danno minacciato da quelle parole del Signore: "Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita"; perché, conforme a quanto scrive S. Agostino, "ciascun fedele diventa partecipe" spiritualmente "del corpo e del sangue del Signore, quando col battesimo diventa membro del corpo di Cristo".
Però quando i bambini incominciano ad avere un certo uso di ragione, da poter concepire devozione verso questo sacramento, allora si può conferire ad essi l'Eucarestia.

ARTICOLO 10

Se sia lecito ricevere ogni giorno questo sacramento


SEMBRA che non sia lecito ricevere ogni giorno questo sacramento. Infatti:
1. Questo sacramento, rappresenta la passione del Signore, come il battesimo. Ora, non è lecito battezzarsi più volte, ma una volta sola; perché, come dice S. Pietro, "Cristo è morto una sola volta per i nostri peccati". Dunque non è lecito ricevere tutti i giorni questo sacramento.
2. La verità deve corrispondere alla figura. Ma l'agnello pasquale, che fu la principale figura di questo sacramento, come si è detto sopra, non si mangiava se non una volta all'anno. E la Chiesa stessa celebra la passione di Cristo, di cui questo sacramento è il memoriale, una volta l'anno. Dunque non è lecito ricevere ogni giorno questo sacramento, bensì una volta l'anno.
3. Questo sacramento, che contiene Cristo nella sua integrità, merita la massima riverenza. Ma si deve appunto alla riverenza che uno si astenga da questo sacramento: ed è per questo che viene lodato il Centurione il quale disse: "Signore, io non sono degno che tu entri nella mia casa"; così pure Pietro per la sua esclamazione: "Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore". Non è quindi lodevole che uno riceva ogni giorno questo sacramento.
4. Se ricevere frequentemente l'Eucarestia fosse cosa lodevole, tanto più sarebbe lodevole quanto più la comunione fosse frequente. Ora, la frequenza sarebbe maggiore, se l'uomo ricevesse questo sacramento più volte al giorno. Quindi dovrebbe essere lodevole comunicarsi più volte al giorno. Questo però non è ammesso dalla consuetudine della Chiesa. Perciò non è lodevole che uno si comunichi ogni giorno.
5. La Chiesa con le sue leggi intende provvedere al bene dei suoi fedeli. Ma per legge ecclesiastica i fedeli sono tenuti a comunicarsi soltanto una volta all'anno, come si legge nei Canoni: "Ogni fedele dell'uno e dell'altro sesso riceva riverentemente almeno a Pasqua il sacramento dell'Eucarestia, a meno che dietro consiglio del proprio sacerdote, per qualche ragionevole causa, non giudichi di doversene astenere per un certo tempo". Non è dunque lodevole ricevere ogni giorno questo sacramento.

IN CONTRARIO: S. Agostino dice: "Questo è il pane quotidiano: ricevilo ogni giorno, perché ogni giorno ti giovi".

RISPONDO: Circa l'uso di questo sacramento possiamo considerare due cose. La prima da parte del sacramento stesso, la cui virtù è salutare per gli uomini. E sotto quest'aspetto è utile riceverlo quotidianamente, perché ogni giorno se ne riceva il frutto. Di qui le parole di S. Ambrogio: "Se il sangue di Cristo ogni volta che si effonde, si effonde a remissione dei peccati, io che pecco continuamente devo riceverlo sempre, sempre devo prendere la medicina".
In secondo luogo possiamo considerare la cosa da parte di chi si comunica, il quale è tenuto ad accostarsi a questo sacramento con grande devozione e riverenza. Perciò se uno ogni giorno si trova preparato, è cosa lodevole che lo faccia ogni giorno. Per cui S. Agostino dopo aver detto, "Ricevilo ogni giorno, perché ogni giorno ti giovi", soggiunge: "Vivi così da meritare di riceverlo ogni giorno". Tuttavia, poiché spesso in un gran numero di persone molti ostacoli impediscono la necessaria devozione, per indisposizioni del corpo e dell'anima, non sarebbe utile a tutti accostarsi ogni giorno a questo sacramento, ma è utile che ciascuno ci si accosti tutte le volte che si sente preparato a riceverlo. Ecco perché nel De Ecclesiasticis Dogmatibus si legge: "Ricevere la comunione eucaristica ogni giorno è cosa che né lodo né biasimo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Con il sacramento del battesimo l'uomo viene configurato alla morte di Cristo, ricevendone il carattere: quindi, come Cristo "è morto una sola volta", così solo una volta l'uomo dev'essere battezzato. Con l'Eucarestia invece l'uomo non riceve il carattere di Cristo, ma Cristo stesso, la cui virtù dura in eterno, secondo l'espressione dell'Apostolo: "Con una sola offerta ha condotto alla perfezione per sempre i santificati". Ora, avendo l'uomo quotidianamente bisogno della virtù salvifica di Cristo, può lodevolmente ricevere ogni giorno questo sacramento.
Inoltre, deve soprattutto considerarsi che il battesimo è una rigenerazione spirituale. Quindi l'uomo come nasce fisicamente una sola volta, così una sola volta deve rinascere spiritualmente mediante il battesimo, come nota S. Agostino commentando le parole di Nicodemo: "Come può un uomo rinascere quando è vecchio?". Al contrario l'Eucarestia è cibo spirituale: quindi come si prende ogni giorno il cibo materiale, così è cosa lodevole ricevere ogni giorno questo sacramento. Ecco perché il Signore insegna a chiedere: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". E S. Agostino spiega: "Se ogni giorno lo ricevi" questo sacramento, "ogni giorno è oggi per te, ogni giorno per te risorge Cristo: l'oggi è appunto il giorno in cui il Cristo risorge".
2. L'agnello pasquale fu la principale figura dell'Eucarestia quanto alla passione di Cristo, rappresentata da questo sacramento. Perciò esso veniva consumato una sola volta all'anno, perché "Cristo è morto una volta soltanto". Per questo anche la Chiesa una sola volta all'anno celebra il ricordo della passione di Cristo. Nell'Eucarestia però il memoriale della passione di Cristo viene dato a noi sotto forma di cibo, il quale si prende ogni giorno. Perciò sotto quest'aspetto l'Eucarestia è raffigurata dalla manna, la quale veniva data al popolo nel deserto ogni giorno.
3. La riverenza verso questo sacramento è un timore temperato dall'amore: si chiama appunto timore filiale il timore riverenziale verso Dio, come si disse nella Seconda Parte. Infatti dall'amore nasce il desiderio di riceverlo, dal timore viene l'umiltà del rispetto. Perciò entrambe le cose possono esprimere la riverenza verso questo sacramento: sia la comunione quotidiana che l'astensione temporanea. Ecco perché S. Agostino diceva: "Se qualcuno osserva che non si deve ogni giorno ricevere l'Eucarestia e un altro sostiene il contrario, faccia ciascuno ciò che secondo la propria coscienza crede piamente suo dovere. Infatti Zaccheo e il Centurione non litigarono tra loro, pur avendo l'uno accolto gioiosamente il Signore e l'altro protestato: "Non sono degno che tu entri nella mia casa", onorando tutti e due il Signore, sebbene in modi diversi". Tuttavia l'amore e la speranza, sentimenti ai quali la Scrittura c'invita continuamente, sono da preferirsi al timore; cosicché avendo Pietro esclamato: "Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore", Gesù replicò: "Non temere".
4. Il fatto che il Signore dica: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" esclude che ci si possa comunicare più volte al giorno; cosicché almeno l'unica comunione giornaliera possa rappresentare l'unicità della passione di Cristo.
5. Secondo le loro diverse condizioni le Chiese emanarono leggi diverse a questo riguardo. Infatti nella Chiesa primitiva, quando ferveva una grande devozione di fede cristiana, fu stabilito che i fedeli si comunicassero ogni giorno. Perciò il Papa S. Anacleto dice: "Fatta la consacrazione, tutti si comunichino, se non vogliono trovarsi fuori della Chiesa: così infatti vollero gli Apostoli e così osserva la Chiesa Romana". In seguito invece, essendo diminuito il fervore, il Papa S. Fabiano concesse che "tutti si comunicassero, se non più di frequente, almeno tre volte all'anno: a Pasqua, a Pentecoste e a Natale". Anche il Papa S. Sotero comanda la comunione "in Coena Domini", come si legge nel Decreto. Successivamente però, "per il crescere del male e il raffreddamento in molti della carità", Innocenzo III stabilì che i fedeli si comunicassero "almeno una volta l'anno", cioè "a Pasqua". - Tuttavia nel libro De Ecclesiasticis Dogmatibus si consiglia "di comunicarsi tutte le domeniche".

ARTICOLO 11

Se sia lecito astenersi del tutto dalla comunione


SEMBRA che sia lecito astenersi del tutto dalla comunione. Infatti:
1. Viene lodato il Centurione perché protestò: "Signore, io non sono degno che tu entri nella mia casa". E a lui corrisponde chi stima di doversi astenere dalla comunione, come si è detto sopra. Ora, poiché non si legge che Cristo sia poi entrato nella casa del centurione, è lecito astenersi dalla comunione per tutto il tempo della vita.
2. A ciascuno è lecito astenersi dalle cose che non sono necessarie alla salvezza. Ma questo sacramento non è necessario alla salvezza, come si è detto sopra. Dunque è lecito cessare completamente di riceverlo.
3. I peccatori non son tenuti a comunicarsi; tanto che il Papa Fabiano, dopo aver detto: "Tutti si comunichino tre volte all'anno", soggiunge: "a meno che uno non sia impedito da gravi delitti". Ma se quelli che non sono in peccato, son tenuti a comunicarsi, i peccatori vengono a trovarsi in condizioni migliori dei giusti: il che è inammissibile. Perciò anche ai giusti è lecito fare a meno della comunione.

IN CONTRARIO: Il Signore afferma: "Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita".

RISPONDO: Come sopra abbiamo visto, due sono le maniere di ricevere questo sacramento: spiritualmente e sacramentalmente. Ora, è chiaro che tutti sono tenuti a comunicarsi almeno spiritualmente; perché ciò, secondo le spiegazioni date, significa incorporarsi a Cristo. La comunione spirituale però include il desiderio di ricevere questo sacramento, come si è già osservato. Perciò senza il desiderio di ricevere questo sacramento per l'uomo non ci può essere salvezza. Ma un desiderio sarebbe vano, se non venisse appagato quando l'opportunità lo consente. Di conseguenza è chiaro che l'uomo è tenuto a ricevere questo sacramento non solo per la legge della Chiesa, ma anche per il precetto del Signore : "Fate questo in memoria di me". La legge della Chiesa non fa che determinare i tempi in cui si deve eseguire il precetto di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. "È vera umiltà" dice S. Gregorio "quella che non si ostina a respingere ciò che utilmente viene comandato". Non sarebbe quindi umiltà lodevole, se uno contro il precetto di Cristo e della Chiesa si astenesse del tutto dalla comunione. Al centurione invece non era stato comandato di ricevere Cristo in casa sua.
2. L'Eucarestia non è necessaria alla salvezza come il battesimo per i bambini, i quali possono salvarsi senza di essa, ma non senza il sacramento del battesimo. Ma per gli adulti sono strettamente necessari l'uno e l'altro sacramento.
3. I peccatori soffrono un gran danno dall'essere esclusi da questo sacramento e quindi non sono per questo dei privilegiati. Quelli però che persistono nella colpa, non sono scusati dalla trasgressione del precetto della comunione, tuttavia sono scusati i penitenti che, come dice Innocenzo III "se ne astengono secondo il consiglio del sacerdote".

ARTICOLO 12

Se sia lecito assumere il corpo di Cristo senza il sangue


SEMBRA che non sia lecito sumere il corpo di Cristo senza il sangue. Infatti:
1. Il Papa Gelasio dichiara: "Sappiamo che alcuni, ricevuta soltanto la porzione del sacro corpo, si astengono dal calice del sangue consacrato. Costoro quindi, guidati senza dubbio da chi sa quale superstizione, o ricevano per intero i sacramenti o se ne astengano per intero". Non è dunque permesso di ricevere il corpo di Cristo senza il suo sangue.
2. Alla integrità di questo sacramento concorre, come abbiamo visto sopra, tanto la consumazione del corpo quanto quella del sangue. Se dunque si riceve il corpo senza il sangue, il sacramento rimane incompleto. Il che equivale a un sacrilegio. Infatti il Papa Gelasio soggiunge: "La divisione di un solo e identico mistero non può farsi senza un grande sacrilegio".
3. Questo sacramento, l'abbiamo già detto sopra, si celebra in memoria della passione del Signore, e si riceve per la salvezza dell'anima. Ma la passione di Cristo è espressa meglio dal sangue che dal corpo; inoltre il sangue viene offerto per la salvezza dell'anima, come abbiamo notato. Piuttosto quindi che astenersi dal ricevere il sangue, ci si dovrebbe astenere dal ricevere il corpo. Perciò coloro che si accostano a questo sacramento non devono mai prendere il corpo senza il sangue di Cristo.

IN CONTRARIO: È uso di molte chiese offrire al popolo che si comunica il corpo di Cristo, senza il sangue.

RISPONDO: Sull'uso di questo sacramento si possono considerare due cose: una da parte del sacramento stesso, l'altra da parte di coloro che lo ricevono. Da parte del sacramento stesso conviene che si riceva sia il corpo che il sangue: perché l'integrità del sacramento li implica entrambi. Perciò il sacerdote, avendo il compito di consacrare e di consumare nella sua integrità questo sacramento, non deve mai sumere il corpo di Cristo senza il sangue.
Da parte invece di coloro che si comunicano occorre somma riverenza e cautela, perché non accada nulla che offenda un così grande mistero. Ciò potrebbe verificarsi specialmente nella distribuzione del sangue, perché, prendendolo senza le debite precauzioni, potrebbe facilmente versarsi. E poiché nel popolo cristiano, che è andato moltiplicandosi, ci sono e vecchi e giovani e bambini, alcuni dei quali non sono tanto accorti da usare le necessarie cautele nel ricevere questo sacramento, prudentemente in alcune chiese si usa di non dare al popolo il sangue, ma di farlo consumare dal sacerdote soltanto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: Il Papa Gelasio in quel testo si riferisce ai sacerdoti, i quali, come consacrano tutto il sacramento, così devono consumarlo nella sua integrità. Infatti, come si legge in un Concilio di Toledo, "che sacrificio sarebbe quello a cui non partecipasse nemmeno il sacrificante stesso?".
2. Il compimento di questo sacramento non si ha nella comunione dei fedeli, ma nella consacrazione della materia. Perciò non si toglie nulla alla perfezione di questo sacramento, se il popolo riceve il corpo senza il sangue, purché il sacerdote consacrante riceva l'uno e l'altro.
3. La rappresentazione della passione del Signore si ha nella consacrazione stessa di questo sacramento, nella quale non si può mai consacrare il corpo senza il sangue. Il popolo invece può ricevere il corpo senza il sangue, senza che ne derivi nessun inconveniente. Perché il sacerdote offre e consuma il sangue a nome di tutti; inoltre perché, come abbiamo spiegato, in ciascuna delle due specie Cristo è contenuto per intero.

Questione 81

L'uso che Cristo fece di questo sacramento nell'istituirlo


Dobbiamo ora esaminare l'uso che Cristo fece di questo sacramento nell'istituirlo.
In proposito si pongono quattro quesiti: 1. Se Cristo abbia sunto lui stesso il suo corpo e il suo sangue; 2. Se li abbia dati a Giuda; 3. Se abbia sunto o ministrato un corpo passibile o impassibile; 4. Come sarebbe stato presente Cristo in questo sacramento, se fosse stato conservato o consacrato nel triduo della sua morte.

ARTICOLO 1

Se Cristo abbia sunto il corpo e il sangue suo proprio


(Oggi si ritiene che Gesù non si sia comunicato quando ha istituito l'Eucarestia).

SEMBRA che Cristo non abbia sunto il corpo e il sangue suo proprio. Infatti:
1. Delle azioni e delle parole di Cristo non si deve asserire ciò che non è attestato dall'autorità della S. Scrittura. Ma negli Evangeli non è detto che Cristo abbia mangiato il proprio corpo, o bevuto il proprio sangue. Ciò dunque non si deve asserire.
2. Nessuna cosa può essere in se stessa se non nel senso che una sua parte è in un'altra, come dice Aristotele. Ora, ciò che si mangia e si beve, è nel soggetto che mangia e beve. Perciò Cristo, essendo presente nella sua integrità in entrambe le specie sacramentali, è impossibile che egli stesso abbia sunto questo sacramento.
3. La recezione di questo sacramento è di due specie: spirituale e sacramentale. Ma a Cristo non si addiceva quella spirituale, perché egli nulla poteva ricevere dai sacramenti. Quindi non gli si addiceva neppure quella sacramentale, poiché essa senza la comunione spirituale è imperfetta, come sopra abbiamo visto. Dunque in nessun modo Cristo fece uso di questo sacramento.

IN CONTRARIO: S. Girolamo ha scritto: "Il Signore Gesù è insieme convitato e convito, commensale e vivanda".

RISPONDO: Alcuni hanno sostenuto che Cristo nella Cena diede il suo corpo e il suo sangue ai discepoli, senza sumerli egli stesso. Ma questo non sembra plausibile. Perché Cristo per primo osservò i riti che istituì come obbligatori per gli altri: così egli stesso volle essere battezzato prima d'imporre agli altri il battesimo, secondo le parole degli Atti: "Cominciò Gesù a fare e poi a insegnare". Perciò egli per primo dovette sumere il corpo e sangue propri, per poi darli ai suoi discepoli. È quanto la Glossa dice commentando quel passo di Rut, "Avendo mangiato e bevuto, ecc.", "Cristo mangiò e bevve nella Cena, quando diede ai discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Cosicché, "avendo i servi partecipato della sua carne e del suo sangue, anch'egli volle parteciparne"".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nei Vangeli si legge che Cristo "prese il pane e il calice". Ciò non significa che li abbia presi soltanto in mano, come dicono alcuni, ma che li prese nello stesso modo in cui li fece prendere agli altri. Perciò, avendo detto ai discepoli: "Prendete e mangiate", e poi: "Prendete e bevete", si deve intendere che il Signore stesso prendendoli abbia mangiato e bevuto. Di qui i versi spesso ripetuti: "Siede alla Cena; intorno ha la schiera dei dodici; tiene se stesso in mano; cibo è di sé lui stesso".
2. Cristo, come si disse sopra, per il modo in cui è presente in questo sacramento, si riferisce allo spazio non secondo le proprie dimensioni, ma secondo le dimensioni delle specie sacramentali, cosicché dovunque sono quelle specie là egli è presente. E poiché quelle specie potevano stare nelle mani e nella bocca di Cristo, Cristo stesso poté essere tutto intero nelle proprie mani e nella propria bocca. Ciò non sarebbe potuto avvenire secondo il rapporto con lo spazio delle dimensioni proprie.
3. Effetto dell'Eucarestia, come si disse sopra, non è solo l'aumento della grazia abituale, ma anche il gusto immediato della dolcezza spirituale. Ora, Cristo, sebbene non abbia ricevuto dalla percezione di questo sacramento una crescita di grazia, ebbe tuttavia un godimento spirituale nell'istituzione di questo nuovo sacramento, tanto da dire: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi". S. Eusebio riferisce questo passo al mistero del nuovo Testamento che egli stava per dare ai suoi discepoli. Perciò Cristo si comunicò spiritualmente e anche sacramentalmente, prendendo il proprio corpo sotto il sacramento che volle e istituì come sacramento del suo corpo. In modo però diverso da come si comunicano sacramentalmente e spiritualmente gli altri, perché questi ricevono un aumento di grazia, e perché hanno bisogno dei segni sacramentali per mettersi a contatto con la verità.

ARTICOLO 2

Se Cristo abbia dato il proprio corpo a Giuda


(Oggi si ritiene che Giuda non abbia ricevuto l'Eucarestia quando Gesù l'ha istituita).

SEMBRA che Cristo non abbia dato il proprio corpo anche a Giuda. Infatti:
1. Come si legge in Matteo, dopo che il Signore ebbe dato ai discepoli il suo corpo e il suo sangue, disse loro: "D'ora in poi non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio". Da queste parole risulta che quelli cui aveva dato il suo corpo e sangue avrebbero poi bevuto di nuovo con lui. Ma Giuda non bevve più con lui. Dunque Giuda non ricevette con gli altri discepoli il corpo e il sangue di Cristo.

(Queste parole non sono state pronunciate dopo l'istituzione dell'Eucarestia, ma alla prima delle quattro coppe rituali).

2. Il Signore metteva in pratica quello che comandava; conforme alle parole degli Atti: "Cominciò Gesù a fare e poi a insegnare". Ora, egli comandò: "Non date ai cani le cose sante". Conoscendo dunque che Giuda era in peccato, non gli può aver offerto il suo corpo e il suo sangue.
3. Si legge che Cristo porse a Giuda personalmente "del pane intinto". Se dunque gli diede il proprio corpo, glielo diede allora con quel boccone, tanto più che Giovanni dice: "Appena Giuda ebbe preso il boccone, Satana entrò in lui"; e S. Agostino commenta: "Qui ci viene insegnato quanto dobbiamo guardarci dal ricevere malamente il bene. Se infatti si rimprovera chi non distingue il corpo del Signore dagli altri cibi, come non sarà condannato chi fingendosi amico si accosta da nemico alla sua mensa?". Ora, con il boccone di pane inzuppato Giuda non prese il corpo di Cristo, come nota S. Agostino commentando le parole di S. Giovanni, "intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota": "Giuda non ricevette da solo allora il corpo di Cristo, come credono alcuni, leggendo senza attenzione". Dunque Giuda non ricevette il corpo di Cristo.

IN CONTRARIO: Il Crisostomo afferma: "Giuda, pur partecipando ai misteri, non si convertì. E così il suo delitto è per ogni verso più enorme: sia perché si accostò ai misteri con quel cattivo proposito, sia perché dopo averli ricevuti non divenne migliore, né per il timore, né per la gratitudine né per l'onore".

RISPONDO: S. Ilario sostiene che Cristo non diede a Giuda il suo corpo e il suo sangue. E ciò sarebbe stato conveniente, considerata la malizia di Giuda. Ma poiché Cristo doveva essere per noi esempio di giustizia, non si addiceva al suo magistero separare dalla comunione degli altri Giuda peccatore occulto, senza un'accusa e una prova evidente, per non dare così l'esempio ai superiori ecclesiastici di fare lo stesso; e per evitare che Giuda, dall'esasperazione prendesse da ciò occasione di peccare. Dobbiamo quindi affermare che Giuda assieme agli altri discepoli ricevette il corpo e il sangue del Signore, come ritengono Dionigi e S. Agostino.

(Giuda era già uscito quando l'Eucarestia è stata istituita, "E allora, dopo quel boccone satana entrò in lui, Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare fallo al più presto". Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: "Compra quello che ci occorre per la festa", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì" (Gv 13,27-30)).

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione è quella usata da S. Ilario, per dimostrare che Giuda non ricevette il corpo di Cristo. Ma non è una ragione cogente. Perché Cristo si rivolge ai discepoli, dal collegio dei quali Giuda si separò, senza che Cristo lo avesse escluso. Perciò Cristo, per quanto dipendeva da lui, era disposto a bere il vino nel regno di Dio anche con Giuda; ma Giuda stesso rifiutò questo convito.
2. La malizia di Giuda era nota a Cristo come Dio, ma non gli era nota nel modo umano. Quindi Cristo non respinse Giuda dalla comunione, per dare l'esempio agli altri sacerdoti, perché non respingessero i peccatori occulti.
3. Certamente Giuda col pane intinto non ricevette il corpo di Cristo, ma semplice pane. "Forse però quell'intingolo sul pane indica", dice S. Agostino "la finzione di Giuda: alcune cose infatti si tingono per camuffarle. Se invece l'intingolo significa qui qualche cosa di buono", cioè la dolcezza della bontà divina, perché il pane è reso più sapido dall'intingolo, "giustamente la dannazione colpì chi fu ingrato a quel beneficio". A causa di tale ingratitudine "il bene divenne male per Giuda", come accade a coloro che ricevono indegnamente il corpo di Cristo.
Inoltre a detta di S. Agostino "si deve ritenere che il Signore prima distribuì a tutti i suoi discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue, Giuda compreso, secondo il racconto di Luca. E poi avvenne quanto racconta Giovanni, che cioè il Signore mostrò chi era il traditore porgendogli un boccone di pane intinto".

ARTICOLO 3

Se Cristo abbia consumato e offerto ai discepoli il proprio corpo in stato d'impassibilità


SEMBRA che Cristo abbia consumato e offerto ai discepoli il suo corpo in stato d'impassibilità. Infatti:
1. Commentando le parole di S. Matteo "si trasfigurò dinanzi a loro", la Glossa afferma: "Ai discepoli nella Cena diede quel corpo che aveva per natura, non mortale però né passibile". E, commentando un passo del Levitico, dice: "La croce, forte più di tutte le cose, rese la carne di Cristo atta ad essere mangiata, mentre prima della passione sembrava non commestibile". Ora, Cristo diede il suo corpo come atto a essere mangiato. Quindi lo diede quale esso fu dopo la passione, ossia impassibile e immortale.
2. Ogni corpo passibile soffre se viene pressato e masticato. Se dunque il corpo di Cristo fosse stato passibile, avrebbe sofferto nell'essere pressato e masticato dai discepoli.
3. Le parole sacramentali, ora che le proferisce il sacerdote in nome di Cristo, non sono più efficaci di quando furono pronunziate da Cristo stesso. Ma ora in virtù delle parole sacramentali il corpo di Cristo sull'altare viene consacrato impassibile e immortale. Dunque tanto più allora.

IN CONTRARIO: Come dice Innocenzo III, "(Cristo) diede ai suoi discepoli il suo corpo, quale egli allora lo possedeva". Ma allora possedeva un corpo passibile e mortale. Dunque diede ai suoi discepoli il suo corpo passibile e mortale.

RISPONDO: Ugo di S. Vittore sostenne che Cristo prima della passione in circostanze diverse assunse le quattro doti del corpo glorificato: la sottilità nella nascita, quando uscì dall'utero della Vergine lasciandolo intatto; l'agilità quando camminò a piedi asciutti sul lago; la luminosità nella trasfigurazione; l'impassibilità nella Cena, quando diede il suo corpo in cibo ai discepoli. E così avrebbe dato ai suoi discepoli il proprio corpo in stato d'impassibilità e di immortalità.
Ma checché si dica delle altre doti, di cui abbiamo già parlato in precedenza, non si può tuttavia accettare ciò che si asserisce rispetto all'impassibilità. Infatti era certamente il vero e identico corpo di Cristo quello che vedevano allora i discepoli nella sua specie e quello che veniva ricevuto sotto le specie del sacramento. Ora, esso non era impassibile nella specie propria in cui lo vedevano, ché anzi era pronto alla passione. Quindi nemmeno il corpo di Cristo sotto la specie del sacramento era impassibile.
Tuttavia quel corpo, che in se stesso era passibile, si trovava in modo impassibile sotto le specie sacramentali: come vi si trovava in modo invisibile, pur essendo in se stesso visibile. Infatti come la visione richiede il contatto tra l'oggetto visibile e il mezzo interposto, così la passione richiede il contatto tra il corpo passibile e le cose che agiscono su di esso. Ora, il corpo di Cristo, secondo il modo in cui è presente nel sacramento, e di cui abbiamo parlato sopra, non è in relazione con l'ambiente circostante mediante le proprie dimensioni, con le quali i corpi si toccano tra loro, ma mediante le dimensioni delle specie del pane e del vino. Di conseguenza a patire e a esser viste sono le specie, non già il corpo stesso di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si dice che Cristo nella Cena diede il suo corpo non mortale e passibile, nel senso che non lo diede in modo fisico e cruento. - La croce poi rese la carne di Cristo atta a essere mangiata, perché questo sacramento aveva il compito di rappresentare la passione di Cristo.
2. L'argomento varrebbe se il corpo di Cristo, che allora era passibile, così fosse stato presente nell'Eucarestia in modo passibile.
3. Gli accidenti del corpo di Cristo, come si disse sopra, sono presenti in questo sacramento per naturale concomitanza, non già in forza del sacramento, il quale rende presente la sostanza del corpo di Cristo. Perciò la virtù delle parole sacramentali ha il compito di produrre e rendere presente nel sacramento il corpo di Cristo, con tutti gli accidenti che (in quel momento) realmente possiede.

ARTICOLO 4

Se Cristo sarebbe morto nell'Eucarestia, qualora al momento della sua morte questa fosse stata conservata in una pisside, o consacrata da un Apostolo


SEMBRA che Cristo in questo sacramento, qualora al momento della sua morte fosse stato conservato in una pisside, o consacrato da un Apostolo, non sarebbe morto. Infatti:
1. La morte di Cristo avvenne mediante la sua passione. Ma Cristo era anche allora in questo sacramento in modo impassibile. Dunque non avrebbe potuto morire in questo sacramento.
2. Nella morte di Cristo il suo sangue fu separato dal corpo. Ma in questo sacramento è presente insieme il corpo e il sangue di Cristo. Dunque Cristo in questo sacramento non sarebbe morto.
3. La morte avviene per separazione dell'anima dal corpo. Ma in questo sacramento è presente tanto il corpo quanto l'anima di Cristo. Dunque in questo sacramento Cristo non poteva morire.

IN CONTRARIO: Nel sacramento ci sarebbe stato lo stesso Cristo che era sulla croce. Ma sulla croce egli allora moriva. Dunque sarebbe morto anche nel sacramento.

RISPONDO: Sia in questo sacramento che nella propria specie il corpo di Cristo è identico nella sostanza, ma non è identico nel modo: infatti nella propria specie esso viene a contatto con i corpi circostanti mediante le proprie dimensioni, il che non avviene come si è visto sopra, nell'Eucarestia. Quindi tutto ciò che è vero di Cristo quanto alla sua sostanza, gli può essere attribuito e nella propria specie e nella presenza eucaristica: p. es. vivere, morire, soffrire, essere animato o inanimato e cose simili. Tutto ciò che al contrario è vero di lui per i suoi rapporti con i corpi esterni, gli può essere attribuito se si considera nella propria specie, non già nella sua presenza eucaristica: si esclude quindi che possa essere deriso, coperto di sputi, crocifisso, flagellato e cose simili. Sono perciò giustificati quei versi: "Nella pisside giunge il dolor sofferto, ma non gli attribuire quello inferto".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La passione, come abbiamo notato implica l'atto di un agente estrinseco. Perciò Cristo, nella sua presenza sacramentale non poteva subirla. Invece poteva morire.
2. In forza della consacrazione, sotto le specie del pane, come si è detto sopra, è presente il corpo di Cristo, e sotto le specie del vino è presente il sangue. Adesso però, non essendo il sangue di Cristo separato dal suo corpo, sotto le specie del pane è presente per reale concomitanza anche il sangue di Cristo insieme al corpo; e sotto le specie del vino è presente anche il corpo insieme al sangue. Se invece al tempo della passione di Cristo, quando il suo sangue fu realmente separato dal suo corpo, fosse stato consacrato questo sacramento, sotto le specie del pane sarebbe stato presente soltanto il corpo e sotto le specie del vino soltanto il sangue.
3. L'anima di Cristo, come si disse sopra, è presente in questo sacramento per naturale concomitanza, perché non è separata dal corpo; ma essa non è presente in forza della consacrazione. Perciò, se questo sacramento fosse stato consacrato o conservato nel tempo in cui l'anima era realmente separata dal corpo, in questo sacramento non sarebbe stata presente l'anima di Cristo: non per difetto di virtù nelle parole sacramentali, ma per la diversa condizione della realtà.

Questione 82

Il ministro di questo sacramento


Veniamo ora a discutere sul ministro di questo sacramento.
In proposito si pongono dieci quesiti: 1. Se sia riservato al sacerdote consacrare questo sacramento; 2. Se più sacerdoti possano consacrare insieme la stessa ostia; 3. Se la distribuzione di questo sacramento spetti solo al sacerdote; 4. Se il sacerdote consacrante possa astenersi dalla comunione; 5. Se sia lecito al sacerdote astenersi completamente dal celebrare; 6. Se un sacerdote in peccato possa celebrare questo sacramento; 7. Se la messa di un sacerdote cattivo valga meno della messa di un sacerdote buono; 8. Se gli eretici, gli scismatici o gli scomunicati possano consacrare questo sacramento; 9. Se possano farlo i degradati; 10. Se chi riceve la comunione da costoro commette peccato.

ARTICOLO 1

Se la consacrazione di questo sacramento sia riservata al sacerdote


SEMBRA che la consacrazione di questo sacramento non sia riservata al sacerdote. Infatti:
1. Questo sacramento, come si è detto sopra, viene consacrato in virtù delle parole che ne costituiscono la forma. Ma queste parole rimangono le stesse, sia che le dica un sacerdote, sia che le dica chiunque altro. Perciò non il solo sacerdote, ma chiunque altro può consacrare questo sacramento.
2. Il sacerdote fa questo sacramento in nome di Cristo. Ma un laico santo è unito a Cristo per mezzo della carità, quindi anche un laico può fare questo sacramento. Il Crisostomo infatti afferma che "ogni santo è sacerdote".
3. L'Eucarestia, come sopra abbiamo visto, è ordinata alla salvezza degli uomini alla pari del battesimo. Ma, secondo le spiegazioni date, un laico può battezzare. Dunque non è proprio del sacerdote consacrare questo sacramento.
4. Questo sacramento si compie nella consacrazione della materia. Ma consacrare le altre materie, cioè il crisma, l'olio santo e l'olio benedetto, è competenza esclusiva dei vescovi, sebbene queste consacrazioni non siano di tanta dignità, quanto la consacrazione dell'Eucarestia, dove è presente Cristo nella sua integrità. Dunque non è proprio del sacerdote, ma solo del vescovo, consacrare questo sacramento.

IN CONTRARIO: In un'epistola riferita dal Decreto (di Graziano) S. Isidoro scrive: "Spetta ai presbiteri consacrare il sacramento del corpo e del sangue del Signore sull'altare di Dio".

RISPONDO: La dignità di questo sacramento è così grande, come già abbiamo notato, che esso non si può compiere se non in persona di Cristo. Chi compie però qualche cosa in nome di un altro, bisogna che abbia ricevuto il potere da lui. Ora, come al battezzato viene concesso da Cristo il potere di ricevere l'Eucarestia, così al sacerdote viene conferito nell'ordinazione il potere di consacrare questo sacramento in persona di Cristo: infatti con l'ordinazione uno viene posto nella classe di quelli ai quali il Signore disse: "Fate questo in memoria di me". Dunque è proprio dei sacerdoti consacrare questo sacramento..

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù sacramentale risiede in più elementi e non in uno soltanto: la virtù del battesimo, p. es., sta nelle parole e nell'acqua. Perciò anche la virtù di consacrare non risiede soltanto nelle parole, ma anche nel potere conferito al sacerdote nella sua consacrazione o ordinazione, quando gli vien detto dal vescovo: "Ricevi il potere di offrire nella Chiesa il sacrificio tanto per i vivi quanto per i morti". Infatti la virtù strumentale risiede nei molteplici strumenti per mezzo dei quali agisce l'agente principale.
2. Un laico giusto è unito a Cristo spiritualmente per mezzo della fede e della carità, ma non per mezzo del potere sacramentale. Possiede perciò il sacerdozio spirituale per offrire le ostie spirituali di cui parlano, sia il Salmista: "È sacrificio dinanzi a Dio un cuore contrito"; sia S. Paolo: "Offrite i vostri corpi come ostia vivente". Ecco perché S. Pietro attribuisce a tutti "un sacerdozio santo per offrire vittime spirituali".
3. La partecipazione a questo sacramento, e l'abbiamo già notato sopra, non è di tanta necessità come ricevere il battesimo. Quindi sebbene in caso di necessità un laico possa battezzare, non è però in grado di consacrare questo sacramento.
4. Il vescovo riceve il potere di agire in persona di Cristo sul suo corpo mistico, ossia sulla Chiesa: potere che non viene dato al sacerdote nella sua consacrazione, sebbene gli possa essere delegato dal vescovo. Perciò le cose che non riguardano il governo del corpo mistico, non sono riservate al vescovo: e tra l'altro la consacrazione di questo sacramento. È competenza invece del vescovo dare non solo ai fedeli, ma anche ai sacerdoti le cose necessarie all'esercizio del loro ufficio. E, poiché la benedizione del crisma, dell'olio santo, dell'olio degli infermi e delle altre cose che si consacrano, cioè dell'altare, della chiesa, delle vesti e dei vasi sacri conferisce una certa idoneità per la celebrazione dei sacramenti che competono all'ufficio dei sacerdoti, tali consacrazioni sono riservate al vescovo quale principe di tutto l'ordine ecclesiastico.

ARTICOLO 2

Se più sacerdoti possano consacrare una medesima ostia


SEMBRA che più sacerdoti non possano consacrare una medesima ostia. Infatti:
1. Abbiamo già detto che più individui non possono battezzare una medesima persona. Ora, il potere di un sacerdote che consacra non è minore di quello di chi battezza. Dunque più sacerdoti non possono nemmeno consacrare insieme una stessa. ostia.
2. Ciò che può essere compiuto da uno solo, è superfluo farlo compiere da molti. Ma nei sacramenti non ci dev'essere nulla di superfluo. Bastando dunque uno solo a consacrare un'ostia, è chiaro che non possono consacrarla in molti.
3. Questo sacramento è, come dice S. Agostino, "sacramento di unità". Ma la pluralità è contraria all'unità. Non è quindi conveniente per questo sacramento che più sacerdoti consacrino una medesima ostia.

IN CONTRARIO: Secondo la consuetudine di alcune chiese i sacerdoti, quando vengono ordinati, concelebrano con il vescovo ordinante.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, quando il sacerdote viene ordinato, viene inserito nella classe di coloro che dal Signore nella cena ricevettero il potere di consacrare. Perciò secondo la consuetudine di alcune chiese, come gli Apostoli concenarono con Cristo che cenava, così i neo-ordinati concelebrano con il vescovo ordinante. Nel qual caso la medesima ostia non viene consacrata più volte; perché, come dice Innocenzo III, tutti allora devono avere l'intenzione di consacrare nel medesimo istante.

(Prima del Concilio Vaticano II si concelebrava solo in occasione dell'ordinazione sacerdotale o episcopale).

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non si legge che Cristo battezzasse insieme con gli Apostoli, quando impose a loro l'ufficio di battezzare. Perciò il paragone non regge.
2. Se ciascun sacerdote agisse per virtù propria, gli altri celebranti sarebbero superflui, avendo ciascuno la facoltà di celebrare. Ma poiché il sacerdote non consacra che in persona di Cristo, ed essi pur essendo in molti non sono che "una cosa sola in Cristo", poco importa che questo sacramento venga consacrato da uno o da molti, purché si rispetti il rito della Chiesa.
3. L'Eucarestia è il sacramento dell'unità della Chiesa, la quale risulta dal fatto che molti sono "una sola cosa in Cristo".

ARTICOLO 3

Se la distribuzione di questo sacramento spetti solo al sacerdote


("Ministro ordinario della sacra comunione è il Vescovo, il presbitero e il diacono. Ministro straordinario della sacra comunione è l'accolito o anche un altro fedele incaricato a norma del can. 230, § 3 (Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto)" (Codice di Diritto Canonico, can. 910)).

SEMBRA che la distribuzione di questo sacramento non spetti solo al sacerdote. Infatti:
1. Il sangue di Cristo non appartiene a questo sacramento meno del corpo. Ma il sangue di Cristo viene dispensato dai diaconi, tanto che S. Lorenzo disse a S. Sisto: "Prova se hai scelto un buon ministro, cui affidasti la distribuzione del sangue del Signore". Dunque anche la distribuzione del corpo del Signore non appartiene ai sacerdoti soltanto.
2. I sacerdoti sono costituiti ministri dei sacramenti. Ora, questo sacramento si compie nella consacrazione della materia, non già nell'uso, cui si riferisce la sua distribuzione. Dunque distribuire il corpo del Signore non spetta al sacerdote.
3. Questo sacramento, scrive Dionigi, ha "virtù perfettiva" come la cresima. Ma cresimare i battezzati non spetta al sacerdote, bensì al vescovo. Dunque anche dispensare questo sacramento tocca al vescovo e non al sacerdote.

IN CONTRARIO: Nei canoni si legge: "È giunto a nostra conoscenza che alcuni presbiteri consegnano a un laico o a una donna il corpo del Signore perché lo portino agli infermi. Il sinodo perciò proibisce che si continui tale abuso: il sacerdote comunichi da sé gli infermi".

RISPONDO: La distribuzione del corpo del Signore appartiene al sacerdote per tre ragioni. Primo, perché, come si è detto, egli consacra in persona di Cristo. Ora, Cristo, come consacrò da sé il proprio corpo, così da sé lo distribuì agli altri. Quindi come al sacerdote appartiene la consacrazione del corpo di Cristo, così appartiene a lui distribuirlo.
Secondo, perché il sacerdote è costituito intermediario tra Dio e il popolo. Perciò come spetta a lui offrire a Dio i doni del popolo, così tocca a lui dare al popolo i doni santi di Dio.
Terzo, perché per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di un caso di necessità: se, p. es., stesse per cadere a terra, o in altre contingenze simili.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Al diacono, come prossimo all'ordine sacerdotale, spettano alcuni compiti di tale ufficio, ossia la facoltà di dispensare il sangue: però non quella di dispensare il corpo, se non in caso di necessità dietro comando del vescovo o del sacerdote. Primo, perché il sangue di Cristo è contenuto nel calice. Quindi non è a contatto con chi lo distribuisce, come invece il corpo di Cristo. - Secondo, perché il sangue significa la redenzione che deriva al popolo da Cristo: tanto che al sangue viene mescolata dell'acqua per indicare il popolo. Ora, poiché i diaconi stanno tra il sacerdote e il popolo, ai diaconi si addice più la distribuzione del sangue che la distribuzione del corpo.
2. All'identica persona spetta dispensare e consacrare l'Eucarestia per la ragione che abbiamo detto.
3. Come il diacono partecipa un poco della virtù "illuminativa" del sacerdote in quanto dispensa il sangue, così il sacerdote partecipa "del governo perfettivo" del vescovo, in quanto dispensa l'Eucarestia che perfeziona l'uomo in se stesso unendolo a Cristo. Invece gli altri perfezionamenti che dispongono l'uomo in rapporto al prossimo sono riservati al vescovo.

ARTICOLO 4

Se il sacerdote consacrante sia tenuto a comunicarsi


SEMBRA che il sacerdote consacrante non sia tenuto a comunicarsi. Infatti:
1. Nelle altre consacrazioni chi consacra la materia, non ne usa: il vescovo, p. es., che consacra il crisma, non si unge con esso. Ma l'Eucarestia consiste nella consacrazione della materia. Dunque il sacerdote che consacra questo sacramento non ha l'obbligo di usarne, ma può lecitamente astenersi dalla comunione.
2. Negli altri sacramenti il ministro non dà il sacramento a se stesso: infatti nessuno può battezzare se stesso, come si disse sopra. Ora, come c'è una disciplina per il conferimento del battesimo, così dev'esserci anche per l'Eucarestia. Dunque il sacerdote che consacra questo sacramento non deve sumerlo da se stesso.
3. Accade qualche volta per miracolo che il corpo di Cristo si mostri sull'altare sotto forma di carne e il sangue sotto forma di sangue. Ora, queste son cose che ripugnano come cibo e bevanda: e per questo, come si è detto sopra, vengono offerte sotto altra specie per non suscitare orrore in chi le riceve. Dunque il sacerdote consacrante non sempre è tenuto a sumere questo sacramento.

IN CONTRARIO: In un Concilio di Toledo, riferito dai Canoni, si legge: "In modo assoluto si deve osservare che il sacrificante, quante volte immola il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo sull'altare, tante volte partecipi di quel corpo e di quel sangue".

RISPONDO: L'Eucarestia, come si è detto sopra, non è soltanto sacramento, ma è anche sacrificio. Ora, chiunque offre un sacrificio, deve farsene partecipe. Perché il sacrificio offerto esternamente è il segno del sacrificio interiore, con il quale uno offre se stesso a Dio, come nota S. Agostino. Partecipando quindi al sacrificio uno mostra che il sacrificio lo impegna interiormente.
Inoltre anche dispensando al popolo il sacrificio, il sacerdote mostra di essere dispensatore delle cose divine. Ma di queste egli stesso per primo deve farsi partecipe, come insegna Dionigi. Quindi egli stesso deve comunicarsi prima di comunicare gli altri. Di qui le altre parole di Dionigi: "Che sacrificio sarebbe quello di cui non si facesse partecipe nemmeno lo stesso sacrificante?".
Ma questi in tanto se ne fa partecipe, in quanto si comunica, secondo il passo dell'Apostolo: "Quelli che mangiano le vittime, non sono forse partecipi dell'altare?". Perciò è necessario che il sacerdote ogni volta che consacra, riceva questo sacramento nella sua integrità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La consacrazione del crisma e di qualunque altra materia non è un sacrificio, come lo è la consacrazione dell'Eucarestia. Quindi il paragone non regge.
2. Il sacramento del battesimo si compie nell'uso stesso della materia. Nessuno perciò può battezzare se stesso, perché in un sacramento non può la medesima persona essere agente e paziente. Anche nella Eucarestia infatti il sacerdote non consacra se stesso, ma il pane e il vino, e in questa consacrazione si compie appunto il sacramento. La comunione invece è successiva al sacramento stesso. Perciò il paragone non regge.
3. Se il corpo di Cristo si mostra miracolosamente sull'altare sotto forma di carne, e il suo sangue sotto forma di sangue, non si deve sumere. Osserva infatti S. Girolamo: "Di quest'ostia che mirabilmente si consacra in commemorazione di Cristo possiamo mangiare, ma di quella che il Cristo offrì sull'altare della Croce nelle sembianze proprie a nessuno è lecito mangiare". E così facendo il sacerdote non trasgredisce alcuna norma, perché le cose miracolose non hanno legge. - Tuttavia il sacerdote dovrebbe provvedere a consacrare di nuovo il corpo e il sangue del Signore e a comunicarsi con essi.

ARTICOLO 5

Se un sacerdote in peccato sia in grado di consacrare l'Eucarestia


SEMBRA che un sacerdote in peccato non sia in grado di consacrare l'Eucarestia. Infatti:
1. S. Girolamo scrive: "I sacerdoti che amministrano l'Eucarestia e distribuiscono ai fedeli il sangue del Signore, agiscono empiamente contro la legge di Cristo, se credono che a consacrare l'Eucarestia siano le parole del celebrante e non la vita; ovvero che sia necessaria la preghiera solenne e non i meriti del sacerdote. Di costoro è detto: Il sacerdote che abbia una qualunque macchia non si accosti a offrire sacrifici al Signore". Ma il sacerdote in peccato, essendo macchiato, non ha né vita né meriti convenienti per questo sacramento. Dunque il sacerdote in peccato non ha il potere di consacrare l'Eucarestia.
2. Il Damasceno afferma, che "il pane e il vino per l'intervento dello Spirito Santo si convertono soprannaturalmente nel corpo e nel sangue del Signore". Ma il Papa Gelasio si domanda: "Come potrà intervenire lo Spirito celeste, invocato per la consacrazione del divin sacramento, se il sacerdote che ne implora la presenza, si rivela pieno di atti peccaminosi?". Perciò l'Eucarestia non può essere consacrata da un cattivo sacerdote.
3. Questo sacramento viene consacrato dalla benedizione del sacerdote. Ma la benedizione di un sacerdote peccatore non ha l'efficacia di consacrare questo sacramento, poiché sta scritto: "Maledirò le vostre benedizioni". E Dionigi afferma: "È totalmente decaduto dall'ordine sacerdotale, chi non è illuminato: e davvero temerario mi sembra costui a stendere la mano ai compiti sacerdotali; l'osar proferire sui misteri divini con formule cristiane immonde infamie, perché non posso chiamarle orazioni".

IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto: "Nella Chiesa cattolica riguardo al mistero del corpo e del sangue del Signore un buon sacerdote non fa niente di più di un sacerdote cattivo: perché il mistero si compie non secondo i meriti del consacrante, ma per la parola del Creatore e per la virtù dello Spirito Santo".

RISPONDO: Il sacerdote, come abbiamo visto sopra, consacra questo sacramento non per virtù propria, ma quale ministro di Cristo. Ora, uno non cessa di essere ministro di Cristo per il fatto che è cattivo; perché il Signore possiede ministri o servi buoni e cattivi. Nel Vangelo infatti il Signore si domanda "Qual è mai quel servo fedele e prudente, ecc.?"; e poi aggiunge: "Se quel servo cattivo dice dentro di sé, ecc.". E l'Apostolo scrive: "Ci considerino come ministri di Cristo"; e tuttavia dice più sotto: "Non ho coscienza di alcun mancamento, ma non per questo mi sento giustificato". Egli dunque era certo di essere ministro di Cristo, sebbene non fosse certo di essere giusto. Uno può dunque essere ministro di Cristo, senza essere giusto. E ciò mette in risalto l'eccellenza di Cristo, perché a lui come a vero Dio servono non solo le cose buone, ma anche quelle cattive, che la sua provvidenza indirizza alla propria gloria. È chiaro dunque che i sacerdoti, anche se non sono buoni, ma peccatori, sono in grado di consacrare l'Eucarestia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Girolamo con le parole citate rinfaccia l'errore di quei sacerdoti che credevano di poter consacrare degnamente l'Eucarestia, per il solo fatto di essere sacerdoti, anche se peccatori. S. Girolamo li rimprovera, perché era proibito di accedere all'altare a chi fosse macchiato. Ma ciò non toglie che, se essi vi accedevano, fosse valido il loro sacrificio.
2. Prima di quelle parole il Papa Gelasio aveva scritto: "La santa religione che segue la disciplina cattolica, esige tanta riverenza che nessuno deve osare di venire ad essa, se non con pura coscienza". Da questo appare evidente che egli intendeva distogliere il sacerdote peccatore dall'accedere a questo sacramento. Perciò le parole seguenti: "Come potrà intervenire lo Spirito celeste...?", sono da intendersi nel senso che lo Spirito interviene comunque non per merito del sacerdote, ma per la virtù di Cristo, le cui parole vengono proferite dal sacerdote.
3. Come una stessa azione può essere cattiva in quanto è fatta con cattiva intenzione dal servo e buona in quanto è fatta con buona intenzione dal padrone; così la consacrazione fatta da un sacerdote in peccato, in quanto viene fatta da lui indegnamente, è degna di maledizione, e va considerata quindi un'infamia o una bestemmia e non un'orazione; ma in quanto è proferita in persona di Cristo è santa ed efficace. Per questo è detto espressamente: "Maledirò le benedizioni vostre".

ARTICOLO 6

Se la messa di un sacerdote cattivo valga meno di quella di un sacerdote buono


SEMBRA che la messa di un sacerdote cattivo non valga meno di quella di un sacerdote buono. Infatti:
1. S. Gregorio esclama: "Oh in quale grande illusione cadono coloro, che reputano i divini e occulti misteri poter essere da alcuni santificati di più: mentre li santifica l'unico e identico Spirito Santo operando occultamente e invisibilmente". Ma questi occulti misteri vengono celebrati nella messa. Dunque la messa di un sacerdote cattivo non vale meno della messa di un sacerdote buono.
2. Come il battesimo viene conferito dal ministro per la virtù di Cristo che battezza, così anche l'Eucarestia, che viene consacrata in persona di Cristo. Ma da un ministro più buono non viene dato un battesimo migliore, come si disse sopra. Dunque neppure è migliore la messa che è celebrata da un sacerdote più santo.
3. I meriti dei sacerdoti come si distinguono in buoni e migliori, così si distinguono in buoni e cattivi. Se dunque è migliore la messa di un sacerdote più buono, ne segue che è cattiva la messa di un sacerdote cattivo. Ora, questo non è ammissibile, perché la malizia del ministro non può ridondare sui misteri di Cristo, come insegna S. Agostino. Dunque neppure può essere migliore la messa di un sacerdote più santo.

IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge: "Quanto più degni sono i sacerdoti, tanto più facilmente vengono esauditi nelle necessità per cui pregano".

RISPONDO: Nella messa si devono considerare due cose: il sacramento stesso, che è la cosa principale; e le preghiere che nella messa si fanno per i vivi e per i morti. Ebbene, quanto al sacramento la messa di un sacerdote cattivo non vale meno di quella di uno buono: perché in un caso e nell'altro viene consacrato il medesimo sacramento.
Le preghiere stesse poi che si fanno nella messa, si possono considerare sotto due aspetti. Primo, in quanto hanno efficacia dalla devozione del sacerdote che prega. E allora non c'è dubbio che la messa di un sacerdote migliore è più fruttuosa. - Secondo, in quanto le preghiere vengono proferite dal sacerdote nella messa a nome di tutta la Chiesa, della quale il sacerdote è ministro. E questo ministero rimane anche nei peccatori, come si è detto sopra a proposito del suo ministero rispetto a Cristo. Perciò sotto questo riguardo del sacerdote peccatore sono fruttuose non solo le preghiere della messa, ma anche tutte le altre che egli recita negli uffici ecclesiastici in cui agisce in nome della Chiesa. Invece non sono fruttuose le sue preghiere private, secondo le parole dei Proverbi: "Chi storce gli orecchi per non udire la legge, sarà esecrabile perfino la sua preghiera".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio nel testo citato si riferisce alla santità del divin sacramento.
2. Nel sacramento del battesimo non si fanno preghiere solenni per tutti i fedeli, come nella messa. Quindi il paragone in questo non regge. Regge invece quanto all'effetto del sacramento.
3. La virtù dello Spirito Santo, che mediante l'unione della carità rende intercomunicanti i beni delle membra di Cristo, fa sì che il bene privato, presente nella messa di un buon sacerdote, giovi anche agli altri. Invece il male privato di una persona non può nuocere ad altri, se questi, come spiega S. Agostino, in qualche modo non vi consentono.

ARTICOLO 7

Se gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati siano in grado di consacrare


SEMBRA che gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati non siano in grado di consacrare. Infatti:
1. S. Agostino scrive che "fuori della Chiesa cattolica non c'è posto per un vero sacrificio". E il Papa S. Leone in una frase ripetuta dal Decreto afferma: "Altrove, (ossia "fuori della Chiesa, che è il corpo di Cristo") né buono è il sacerdozio né vero è il sacrificio". Ma gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati sono separati dalla Chiesa. Dunque non sono in grado di fare un vero sacrificio.
2. Il Papa Innocenzo dice: "Quanto agli Ariani e ad altri eretici del genere, pur accogliendo i loro laici in caso di pentimento, non ci sembra che si debbano accogliere i loro chierici nella dignità del sacerdozio, o di altro ministero, perché ad essi noi riconosciamo solo il battesimo". Ma nessuno può consacrare l'Eucarestia, se non ha la dignità del sacerdozio. Quindi gli eretici e gli altri cristiani del genere non possono consacrare l'Eucarestia.
3. Chi è fuori della Chiesa, non può fare nulla in nome di tutta la Chiesa. Ma il sacerdote che consacra l'Eucarestia, agisce in nome di tutta la Chiesa: come risulta dal fatto che tutte le preghiere sono da lui presentate a nome di essa. Perciò coloro che sono fuori della Chiesa, ossia gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati, non possono consacrare l'Eucarestia.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "In loro", cioè negli eretici, scismatici e scomunicati, "come il battesimo, così l'ordinazione è rimasta integra". Ma in forza dell'ordinazione il sacerdote può consacrare l'Eucarestia. Dunque gli eretici, gli scismatici, e gli scomunicati, rimanendo intatta in essi l'ordinazione, possono consacrare l'Eucarestia.

RISPONDO: Alcuni hanno asserito che gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati, essendo fuori della Chiesa, non sono in grado di consacrare il sacramento eucaristico.
Ma in ciò s'ingannano. Perché, come osserva S. Agostino, "altro è non avere una cosa, altro è averla abusivamente", così pure "altro è non dare e altro è dare malamente". Coloro dunque che facendo parte della Chiesa ricevettero il potere di consacrare l'Eucarestia con l'ordinazione sacerdotale, ne hanno validamente la facoltà, ma non la esercitano lecitamente, se in seguito si sono separati dalla Chiesa con l'eresia, lo scisma, o la scomunica. Coloro invece che vengono ordinati in tale stato di separazione, il potere sacerdotale né lo ricevono lecitamente, né lecitamente lo esercitano. Che però gli uni e gli altri lo possiedano validamente risulta dal fatto, notato anche da S. Agostino, che quando ritornano all'unità della Chiesa, non sono di nuovo ordinati, ma vengono accolti nell'ordine che hanno. E poiché la consacrazione dell'Eucarestia è un atto connesso col potere di ordine, coloro che sono separati dalla Chiesa per eresia, scisma, o scomunica, possono validamente consacrare l'Eucarestia, la quale, sebbene da essi consacrata, contiene il vero corpo e sangue di Cristo; però non consacrano lecitamente, ma commettono peccato. Quindi non ricevono il frutto del sacrificio, che è il sacrificio spirituale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I testi citati e altri simili vanno intesi nel senso che fuori della Chiesa il sacrificio non viene offerto lecitamente. Quindi fuori della Chiesa non ci può essere il sacrificio spirituale, che è il vero sacrificio quanto al frutto, sebbene ci sia il sacrificio vero quanto alla validità del sacramento; allo stesso modo in cui sopra si disse che il peccatore riceve il corpo di Cristo sacramentalmente, ma non spiritualmente.
2. Gli eretici e gli scismatici sono autorizzati a conferire soltanto il battesimo, perché possono lecitamente battezzare in caso di necessità. In nessun caso invece possono lecitamente consacrare l'Eucarestia, o conferire gli altri sacramenti.
3. Nelle preghiere della messa il sacerdote parla in nome della Chiesa a cui è unito. Ma nel consacrare l'Eucarestia parla in nome di Cristo, di cui fa allora le veci per il potere di ordine. Il sacerdote quindi, separato dall'unità della Chiesa, non avendo perduto il potere di ordine, consacra validamente il corpo e il sangue di Cristo: ma, essendo separato dall'unità della Chiesa, le sue preghiere non hanno efficacia.

ARTICOLO 8

Se un sacerdote degradato sia in grado di compiere questo sacramento


SEMBRA che un sacerdote degradato non sia in grado di compiere questo sacramento. Infatti:
1. Nessuno compie questo sacramento se non perché ha il potere di consacrare. Ma un canone afferma, che "il degradato non ha il potere di consacrare, sebbene abbia quello di battezzare". Dunque il sacerdote degradato non ha il potere di consacrare l'Eucarestia.
2. Chi dà una cosa, la può anche togliere. Ma il vescovo con l'ordinazione dà al sacerdote il potere di consacrare. Dunque gliela può anche togliere degradandolo.
3. Il sacerdote con la degradazione perde, o il potere di consacrare, o solo l'esercizio di esso. Ma non ne perde solo l'esercizio; perché allora il degradato non perderebbe nulla di più dello scomunicato, al quale viene proibito di esercitarlo. Dunque perde il potere di consacrare. E quindi non è in grado di compiere questo sacramento.

IN CONTRARIO: S. Agostino prova che gli "apostati" dalla fede "non perdono il battesimo", per il fatto che "quando ritornano pentiti, esso non viene reiterato, e ciò sta a indicare che esso è ritenuto indelebile". Ma anche il sacerdote degradato, se si riconcilia, non va ordinato di nuovo. Quindi non ha perduto il potere di consacrare. Dunque un sacerdote degradato è in grado di consacrare questo sacramento.

RISPONDO: Il potere di consacrare l'Eucarestia appartiene al carattere dell'ordine sacerdotale. Ma il carattere, essendo dato con una consacrazione, è sempre indelebile, come abbiamo visto, così come è perpetua, indelebile e irrepetibile la consacrazione di qualsiasi cosa. È chiaro quindi che il potere di consacrare non si perde con la degradazione. Scrive infatti S. Agostino: "L'uno e l'altro", cioè il battesimo e l'ordine, "sono sacramenti e vengono conferiti all'uomo mediante una consacrazione: la prima quando si battezza, la seconda quando si ordina. Perciò di nessuno dei due ai cattolici è lecita la ripetizione". È evidente quindi che un sacerdote degradato ha la capacità di consacrare questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel canone non si esprime in tono di asserzione, ma d'inquisizione, come si può desumere dal contesto.
2. Il vescovo non dà il potere dell'ordine sacerdotale per virtù propria, ma strumentalmente quale ministro di Dio; e l'effetto di Dio non può essere cancellato dall'uomo, conforme alle parole: "Ciò che Dio congiunse, l'uomo non separi". Quindi il vescovo non può togliere questo potere: come chi battezza non può togliere il carattere battesimale.
3. La scomunica è una pena medicinale. Perciò agli scomunicati non viene tolto l'uso del potere sacerdotale in perpetuo, ma temporaneamente a scopo di correzione. Ai degradati invece ciò viene inflitto in perpetuo come una condanna definitiva.

ARTICOLO 9

Se sia lecito ricevere la comunione da sacerdoti eretici, scomunicati, o peccatori, e ascoltare la loro messa


SEMBRA che si possa lecitamente ricevere la comunione da sacerdoti eretici, scomunicati o peccatori, e ascoltare la loro messa. Infatti:
1. "Nessuno", scrive S. Agostino, "rifiuti i sacramenti di Dio né in un buon sacerdote né in uno cattivo". Ora, i sacerdoti, anche se sono peccatori, eretici o scismatici, compiono un vero sacramento. Dunque non si deve rifiutare di ricevere la comunione da loro né di ascoltare la loro messa.
2. Il corpo vero di Cristo è figura del suo corpo mistico, come si è visto sopra. Ma i suddetti sacerdoti consacrano il vero corpo di Cristo. Dunque quelli che appartengono al corpo mistico, possono partecipare al loro sacrificio.
3. Molti peccati sono più gravi della fornicazione. Ma non è proibito ascoltare la messa di sacerdoti colpevoli di altri peccati. Dunque non dev'essere proibito neanche di ascoltare la messa di sacerdoti fornicatori.

IN CONTRARIO: Un canone stabilisce: "Nessuno ascolti la messa di un sacerdote che risulti con certezza colpevole di concubinato". - E S. Gregorio racconta che "un perfido genitore mandò a un suo figlio un vescovo ariano, perché dalle sue sacrileghe mani ricevesse la comunione eucaristica; ma il figlio, devoto a Dio, respinse il vescovo ariano come si meritava".

RISPONDO: I sacerdoti che siano eretici o scismatici o scomunicati o anche peccatori, sebbene, come si è detto sopra, abbiano il potere di consacrare l'Eucarestia, tuttavia lo esercitano illecitamente e peccano esercitandolo. Ora, chiunque comunica con un altro nel peccato, ne viene a condividere la colpa, cosicché S. Giovanni parlando dell'eretico afferma: "Chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie". Quindi non è lecito ricevere la comunione dai suddetti sacerdoti né ascoltare la loro messa.
Tra codeste categorie però c'è qualche differenza. Infatti gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati vengono privati dell'esercizio dei loro poteri da una sentenza della Chiesa. E quindi pecca chiunque ascolti la loro messa o riceva da essi i sacramenti. - Invece non tutti i peccatori vengono privati dell'esercizio dei loro poteri da una sentenza della Chiesa. Sebbene dunque siano sospesi per sentenza divina di fronte alla propria coscienza, tuttavia non lo sono per sentenza ecclesiastica di fronte agli altri. Perciò fino alla sentenza della Chiesa è lecito ricevere la comunione da essi e ascoltare la loro messa. S. Agostino così commenta in proposito l'espressione di S. Paolo, "Insieme a costui non dovete neppur mangiare": "Così dicendo egli proibiva a tutti di giudicare gli altri per arbitrario sospetto, o per indebita usurpazione di giudizio; ma ordinava che si giudicasse in base alla legge di Dio, e secondo la disciplina della Chiesa, o mediante la confessione spontanea, oppure mediante l'accusa e la discussione".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Rifuggendo dall'ascoltare la messa di tali sacerdoti o dal ricevere la comunione dalle loro mani, non rifuggiamo dai sacramenti di Dio, ma piuttosto li rispettiamo: cosicché l'ostia consacrata da tali sacerdoti si deve adorare, e se viene conservata può essere lecitamente consumata da un sacerdote legittimo. Rifuggiamo però dalla colpa che si commette da parte di chi l'amministra indegnamente.
2. L'unità del corpo mistico è frutto della comunione del vero corpo di Cristo. Ora, quelli che si comunicano o l'amministrano indegnamente perdono codesto frutto, come si è detto sopra. Perciò quelli che sono nell'unità della Chiesa non devono riceverlo da costoro.
3. Quantunque la fornicazione non sia più grave degli altri peccati, tuttavia gli uomini sono ad essa più proclivi per la concupiscenza della carne. Per questo la Chiesa proibisce in modo particolare tale peccato ai sacerdoti, vietando di ascoltare la messa di un sacerdote concubinario. - Ma ciò deve intendersi del concubinario riconosciuto come tale, o "per una sentenza" di regolare condanna, o "in seguito a una confessione resa in giudizio", oppure quando "il peccato non può celarsi in nessun modo".

ARTICOLO 10

Se sia lecito a un sacerdote astenersi completamente dal consacrare l'Eucarestia


SEMBRA che sia lecito a un sacerdote astenersi completamente dal consacrare l'Eucarestia. Infatti:
1. È ufficio del sacerdote sia consacrare l'Eucarestia che battezzare e amministrare gli altri sacramenti. Ma il sacerdote non è tenuto ad amministrare gli altri sacramenti, se non è in cura d'anime. Dunque, se non è in cura d'anime, non è tenuto neppure a consacrare l'Eucarestia.
2. Nessuno è tenuto a fare ciò che non gli è lecito; altrimenti uno si troverebbe in condizioni di perplessità. Ma a dei sacerdoti peccatori o scomunicati non è lecito consacrare l'Eucarestia, come si è detto sopra. Dunque costoro non sono tenuti a celebrare. Quindi non son tenuti neppure gli altri: altrimenti quelli riceverebbero un vantaggio dalla loro colpa.
3. La dignità sacerdotale non si perde col sopraggiungere di un'infermità; dice infatti il Papa Gelasio: "Come le leggi ecclesiastiche interdicono il sacerdozio a chi è fisicamente menomato, così se qualcuno vi sia stato elevato e poi rimanga mutilato, non può perdere quello che aveva ricevuto nel tempo in cui era integro". Ora, capita talvolta che gli ordinati nel sacerdozio incorrano in alcuni difetti che impediscono loro di celebrare: p. es., la lebbra, il mal caduco, o altre simili malattie. Dunque i sacerdoti non sono tenuti a celebrare.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio osserva: "È grave che alla sua mensa non veniamo con cuore mondo e con mani innocenti; ma sarebbe anche più grave se non celebrassimo neppure il sacrificio, temendo di peccare".

RISPONDO: Alcuni hanno affermato che il sacerdote può lecitamente astenersi del tutto dal celebrare, a meno che non sia tenuto a celebrare per il popolo a lui affidato e ad amministrare i sacramenti.
Ma tale opinione non è ragionevole. Perché tutti sono obbligati a usare della grazia loro concessa, quando l'opportunità lo richiede, secondo la raccomandazione dell'Apostolo: "Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio". Ora, l'opportunità di offrire il sacrificio non va considerata solo in rapporto ai fedeli cristiani, ai quali si devono amministrare i sacramenti, ma principalmente in rapporto a Dio, cui si offre il sacrificio con la consacrazione di questo sacramento. Il sacerdote quindi, anche se non ha cura di anime, non può astenersi del tutto dal celebrare: ma è tenuto a farlo almeno nelle feste principali e specialmente in quei giorni in cui i fedeli hanno l'abitudine di comunicarsi. Ecco perché la Scrittura lamenta, che alcuni sacerdoti "non si dedicavano più agli uffici dell'altare, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli altri sacramenti si compiono mentre si amministrano ai fedeli. E quindi gli altri sacramenti non è tenuto ad amministrarli se non chi assume la cura dei fedeli. L'Eucarestia invece si compie nella consacrazione, in cui si offre il sacrificio a Dio: e a ciò il sacerdote è obbligato in forza dell'ordine sacro un tempo ricevuto.
2. Un sacerdote peccatore, se è stato privato dell'esercizio dell'ordine o per sempre o per un dato tempo da una sentenza ecclesiastica, è reso incapace di offrire il sacrificio, e quindi l'obbligo viene a cessare. Ma ciò non si risolve in un vantaggio bensì in una privazione di frutti spirituali. - Se uno invece non è stato privato della facoltà di celebrare, non viene liberato dall'obbligo suddetto. Né tuttavia cade in perplessità: perché può pentirsi del suo peccato e celebrare.
3. Un'invalidità o una malattia successiva all'ordinazione sacerdotale, non toglie l'ordine, ma ne impedisce l'esercizio quanto alla consacrazione dell'Eucàrestia. A volte per l'impossibilità fisica di consacrare: per la perdita, mettiamo, degli occhi, delle dita o dell'uso della lingua. - A volte per ragioni di pericolo: in chi, p. es., soffre di mal caduco o di qualunque altra alienazione mentale. - A volte per la ripugnanza: un lebbroso, p. es. non deve celebrare pubblicamente. Può tuttavia celebrare la messa privatamente: a meno che la lebbra sia tanto avanzata da renderlo per corrosione delle membra incapace di celebrare.

Questione 83

Il rito di questo sacramento


Veniamo finalmente a considerare il rito di questo sacramento.
Su questo tema esamineremo sei argomenti: 1. Se nella celebrazione di questo sacramento ci sia l'immolazione di Cristo; 2. Il tempo della celebrazione; 3. Il luogo e le altre cose che si riferiscono all'apparato di questa celebrazione; 4. Le parole che accompagnano la celebrazione di questo mistero; 5. Le cerimonie che si compiono nella celebrazione di questo mistero; 6. I difetti che possono capitare nella celebrazione di questo sacramento.

ARTICOLO 1

Se nella celebrazione di questo sacramento Cristo venga immolato


SEMBRA che nella celebrazione di questo sacramento Cristo non venga immolato. Infatti:
1. L'Apostolo afferma che "Cristo con una sola oblazione ha reso perfetti per sempre coloro che vengono santificati". Ora, quell'oblazione fu la sua immolazione. Dunque Cristo non s'immola nella celebrazione di questo sacramento.
2. L'immolazione di Cristo si compì sulla croce, dove "egli diede se stesso per noi quale oblazione e sacrificio a Dio in soave odore", come dice S. Paolo. Ma nella celebrazione di questo mistero Cristo non viene crocifisso. Dunque non viene neppure immolato.
3. Come dice S. Agostino, nell'immolazione di Cristo identico è il sacerdote e la vittima. Ma nella celebrazione di questo sacramento il sacerdote e la vittima non sono la stessa persona. Dunque la celebrazione di questo sacramento non è un'immolazione di Cristo.

IN CONTRARIO: S. Agostino scrive: "Una volta per sempre Cristo immolò se stesso direttamente e tuttavia egli s'immola ogni giorno nel sacramento".

RISPONDO: La celebrazione di questo sacramento può essere considerata un'immolazione di Cristo per due motivi. Primo, perché, come osserva S. Agostino, "le immagini delle cose si è soliti chiamarle con il nome delle cose stesse: guardando, p. es., un quadro o una parete dipinta diciamo: Quello è Cicerone, quello è Sallustio". Ora, la celebrazione di questo sacramento, come si disse sopra, è un'immagine rappresentativa della passione di Cristo che è una vera immolazione. Di qui le parole di S. Ambrogio: "In Cristo la vittima si offrì una volta sola, valida per l'eterna salvezza. Noi dunque che cosa facciamo? Non offriamo forse il sacrificio ogni giorno, quale commemorazione della sua morte?".
Secondo, per i suoi legami con gli effetti della passione; cioè in quanto mediante questo sacramento diveniamo partecipi del frutto della passione del Signore. In tal senso così si esprime un'orazione segreta domenicale: "Ogni volta che si celebra la commemorazione di questa vittima, si compie l'opera della nostra redenzione".
Perciò in base al primo motivo si può dire che Cristo s'immolava anche nelle figure dell'Antico Testamento; e in tal senso nell'Apocalisse si legge: "I nomi dei quali sono scritti nel libro di vita dell'Agnello, il quale è stato ucciso fin dall'origine del mondo". Per il secondo motivo invece l'immolazione di Cristo è propria della celebrazione di questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Ambrogio, "unica è la vittima", offerta da Cristo e da noi, "e non molte, essendosi il Cristo immolato un'unica volta; ma il sacrificio attuale è l'immagine del suo sacrificio. Come infatti è un solo corpo quello che si offre dovunque e non molti corpi, così unico è anche il sacrificio".
2. Come la celebrazione di questo sacramento è l'immagine rappresentativa della passione di Cristo, così l'altare è l'immagine della sua croce, sulla quale Cristo s'immolò fisicamente.
3. Per la stessa ragione anche il sacerdote è immagine di Cristo, in persona e in virtù del quale, come abbiamo già notato, pronunzia le parole della consacrazione. Cosicché in qualche modo abbiamo l'identità tra il sacerdote e la vittima.

ARTICOLO 2

Se sia stato opportunamente stabilito il tempo della celebrazione di questo mistero


SEMBRA che il tempo della celebrazione di questo mistero non sia stato opportunamente stabilito. Infatti:
1. Questo sacramento rappresenta la passione del Signore, come si è detto. Ma la commemorazione della passione del Signore si fa nella Chiesa una volta sola all'anno; scrive infatti S. Agostino: "Forse che Cristo viene ucciso tante volte quante volte si celebra la Pasqua? Ma il ricordo annuale rappresenta ciò che avvenne una volta, e ci commuove come se vedessimo il Signore pendere dalla croce". Dunque questo sacramento non si deve celebrare che una volta all'anno.
2. La passione di Cristo viene commemorata dalla Chiesa il venerdì santo e non nella festa di Natale. Essendo dunque l'Eucarestia commemorativa della passione del Signore, non è opportuno che il giorno del Natale si celebri tre volte questo sacramento, e che il venerdì Santo invece si ometta del tutto.
3. Nella celebrazione di questo sacramento la Chiesa deve imitare la sua istituzione fatta da Cristo. Ma Cristo consacrò questo sacramento nelle ore serali. Dunque questo sacramento va celebrato di sera.
4. Il Papa S. Leone scrive a Dioscoro, vescovo di Alessandria, che è permesso celebrare la messa "nella prima parte del giorno". Ma il giorno incomincia dalla mezzanotte, come abbiamo notato sopra. Dunque si può celebrare anche subito dopo la mezzanotte.
5. In un'orazione segreta domenicale si dice: "Concedici Signore, di frequentare questi misteri". Ma la frequenza sarà maggiore, se il sacerdote celebra più volte al giorno. Dunque non dovrebbe essere proibito ai sacerdoti di celebrare più volte al giorno.

IN CONTRARIO: Abbiamo la consuetudine seguita dalla Chiesa secondo le leggi canoniche.

RISPONDO: Nella celebrazione di questo mistero si deve tener conto, sia della rappresentazione della passione del Signore, sia della partecipazione dei suoi frutti. Sotto ambedue gli aspetti fu bene che si stabilisse il tempo conveniente alla celebrazione di questo sacramento. Ora, poiché del frutto della passione del Signore abbiamo bisogno ogni giorno per i nostri quotidiani difetti, nella Chiesa ogni giorno ordinariamente si offre questo sacramento. Cosicché il Signore stesso c'insegnò a chiedere: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano"; parole che S. Agostino così commenta: "Se il pane deve essere quotidiano, perché lo ricevi dopo un anno, come sono soliti fare i Greci in Oriente? Ricevilo quotidianamente, perché quotidianamente ti giovi". - E poiché la passione del Signore si compì dall'ora terza all'ora nona, d'ordinario la celebrazione solenne di questo sacramento la Chiesa la compie nelle suddette ore del giorno.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In questo sacramento la passione di Cristo viene ricordata in quanto i suoi effetti si applicano ai fedeli. Invece nella settimana di passione essa viene commemorata solo in quanto la passione stessa si compì direttamente nel nostro Capo. Ora, questo avvenne una sola volta, mentre i fedeli ricevono il frutto della passione del Signore ogni giorno. Ecco perché la commemorazione unica si fa una volta l'anno; mentre questo sacramento si celebra ogni giorno, sia per i suoi frutti che per il ricordo continuo.
2. È giusto che alla presenza della realtà cessi la figura. Ora, l'Eucarestia è figura e immagine della passione del Signore, come sopra abbiamo visto. Perciò nel giorno in cui si ricorda la passione stessa del Signore come si svolse realmente, non va celebrata la consacrazione di questo sacramento. Tuttavia, affinché la Chiesa nemmeno in quel giorno rimanga senza il frutto della passione applicato a noi per mezzo di questo sacramento, il corpo di Cristo consacrato il giorno precedente si conserva per la comunione del venerdì. Non però il sangue, per evitare il pericolo di versarlo: e poi perché il sangue è in modo più speciale immagine della passione del Signore, come si disse sopra. E non è vero quanto asseriscono alcuni, che quando la particola del corpo viene a contatto col vino, il vino si converta in sangue. Ciò infatti non può avvenire che mediante la consacrazione compiuta con la debita formula.
Nel giorno di Natale poi vengono celebrate più messe per la triplice nascita di Cristo. Una è quella eterna: che per noi rimane occulta. Ecco perché una messa viene cantata di notte e nel suo introito si legge: "Il Signore mi disse: Tu sei il mio figlio: oggi ti ho generato". - La seconda nascita è temporale, ma spirituale: ed è quella in cui Cristo, come si esprime S. Pietro, "nasce quale stella del mattino nei nostri cuori". Per questo una messa si canta all'aurora, e nel suo introito si dice: "La luce splenderà oggi sopra di noi". - La terza nascita di Cristo è quella temporale e corporea, in cui egli uscì visibile per noi dal seno verginale rivestito di carne. Per questo si canta una terza messa in pieno giorno, e nel suo introito si legge: "Per noi è nato un bambino". - Però si potrebbe anche dire, invertendo l'ordine, che la nascita eterna è per se stessa nella piena luce; e per questo la nascita eterna forma l'oggetto del Vangelo alla terza messa. Secondo poi la nascita corporale il Signore propriamente nacque di notte, per indicare che veniva a rischiarare le tenebre della nostra miseria: e per questo nella messa della notte si legge il Vangelo della nascita corporale di Cristo.
Anche in altri giorni, in cui occorrono diversi benefici divini, o da ricordare, o da chiedere, si celebrano più messe nello stesso giorno: p. es., una per la festa, un'altra per il digiuno, oppure per i morti.
3. Cristo, come si disse, volle dare da ultimo ai suoi discepoli questo sacramento, perché s'imprimesse più profondamente nei loro cuori. Ecco perché consacrò questo sacramento dopo la cena e alla fine della giornata per darlo ai suoi discepoli. Noi invece lo celebriamo nell'ora della passione del Signore: cioè nei giorni di festa all'ora di terza quando fu crocifisso per bocca dei Giudei, come dice S. Marco, e quando lo Spirito Santo discese sui discepoli: nei giorni ordinari all'ora di sesta, quando fu crocifisso dalle mani dei soldati, come si legge in S. Giovanni; e nei giorni di digiuno all'ora di nona quando "gridando a gran voce rese lo spirito", come dice S. Matteo.
Tuttavia si può celebrare anche più tardi, specialmente quando ci sono da fare le ordinazioni e soprattutto il Sabato Santo, sia per la lunghezza dell'ufficio, sia perché gli ordini sacri appartengono alla domenica, come dice il Decreto. Però per qualche necessità, a norma dei canoni, si possono sempre celebrare le messe anche "nella prima parte del giorno".
4. Ordinariamente la messa va celebrata di giorno e non di notte, perché in questo sacramento è presente Cristo medesimo, il quale ha detto: "Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato, finché è giorno. Poi viene la notte, quando nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo". L'inizio del giorno però non deve computarsi dalla mezzanotte né dalla levata del sole, cioè da quando la sfera dell'astro compare sulla terra; ma da quando comincia l'aurora. Perché allora in certo senso il sole può dirsi sorto, in quanto appare la luce dei suoi raggi. E parlando in tal senso S. Marco afferma che le donne andarono al sepolcro "essendo sorto già il sole"; mentre invece secondo S. Giovanni esse andarono al sepolcro "quando ancora c'erano le tenebre"; è appunto così che S. Agostino risolve l'apparente contraddizione nel De Consensu Evangelistarum.
Eccezionalmente però si celebra la messa nella notte di Natale, perché il Signore nacque di notte, come spiega il Decreto. - Così pure il Sabato santo si celebra la messa all'inizio della notte, perché il Signore risorse di notte, cioè "quando era ancora buio", prima dell'apparire manifesto del sole.
5. Nei Canoni si legge la seguente disposizione del Papa Alessandro II: "Basta una sola messa al giorno, perché Cristo morendo una sola volta redense tutto il mondo; ed è ben felice chi è in grado di celebrare una volta in modo degno. Alcuni tuttavia ne celebrano una per i defunti e un'altra del giorno, se è necessario. Coloro poi che per denaro o per compiacere ai secolari osano in un medesimo giorno celebrare più messe, penso che non sfuggano alla dannazione". E Innocenzo III dice che "eccetto il giorno della Natività del Signore, se non interviene un motivo di necessità, il sacerdote deve contentarsi di celebrare una sola messa al giorno".

ARTICOLO 3

Se occorra celebrare questo sacramento al coperto e con vasi sacri


SEMBRA che non occorra celebrare questo sacramento al coperto e con vasi sacri. Infatti:
1. Questo sacramento rappresenta la passione del Signore. Ma il Cristo non morì al coperto, bensì fuori della porta della città, come dice l'Apostolo: "Gesù per santificare con il suo sangue il popolo, soffrì fuori della porta". Dunque questo sacramento non si deve celebrare al coperto, ma piuttosto all'aperto.
2. Nella celebrazione di questo sacramento la Chiesa deve imitare la condotta di Cristo e degli Apostoli. Ma la casa in cui per la prima volta istituì Cristo questo sacramento non era consacrata, essendo una comune sala da pranzo, preparata da un capofamiglia, come si legge in S. Luca. E negli Atti si legge, che "gli Apostoli erano assidui al tempio, e spezzando il pane nelle loro case se ne cibavano con allegrezza". Perciò neppure adesso occorre che siano consacrati gli edifici dove si celebra questo sacramento.
3. Niente d'inutile deve farsi nella Chiesa che è governata dallo Spirito Santo. Ma è inutile fare la consacrazione di una chiesa, di un altare o di cose simili inanimate, che sono incapaci di ricevere la grazia o la virtù spirituale. Tali consacrazioni dunque non hanno ragion d'essere nella Chiesa.
4. Soltanto le opere divine devono commemorarsi con solennità, secondo l'espressione del Salmista: "Esulterò per le opere delle tue mani". Ma la chiesa e l'altare ricevono la consacrazione per opera di un uomo: così pure il calice, i ministri, ecc. Ora, queste ultime consacrazioni non vengono commemorate con solennità dalla Chiesa. Perciò non deve commemorarsi solennemente neppure la consacrazione di una chiesa o di un altare.
5. La realtà deve corrispondere alla figura. Ma nel vecchio Testamento, che simboleggiava il nuovo, l'altare non si faceva di pietre tagliate, a norma dell'Esodo: "Mi farete un altare di terra; non lo farai di pietre levigate". Anzi altrove nell'Esodo si prescrive di fare "un altare in legno di setim", ricoperto "di bronzo", oppure "di oro". Non è opportuna dunque la prescrizione della Chiesa che gli altari siano soltanto di pietra.
6. Il calice con la patena rappresenta il sepolcro di Cristo. Ma questo "era scavato nel sasso", come dicono gli Evangelisti. Perciò il calice dovrebbe essere di pietra e non soltanto di argento, d'oro, o di stagno.
7. Come l'oro è la materia più preziosa per i vasi, così la seta è la stoffa più preziosa per gl'indumenti. Quindi come il calice si fa con l'oro, così le tovaglie dell'altare dovrebbero essere di seta e non semplicemente di lino.
8. L'amministrazione e la regolamentazione dei sacramenti è di competenza dei ministri della Chiesa, come l'amministrazione delle cose temporali sottostà alle norme dei principi secolari. Di qui le parole dell'Apostolo: "Ci considerino come ministri di Cristo e come amministratori dei misteri di Dio". Ora, nell'amministrazione delle cose temporali quello che si fa contro gli statuti dei principi è invalido. Dunque, ammesso che le prescrizioni ricordate siano convenientemente imposte dai superiori ecclesiastici, non si può celebrare validamente, senza la loro osservanza. E allora ne segue che le parole di Cristo non sono sufficienti a consacrare questo sacramento: il che è inammissibile. È evidente quindi che le prescrizioni stabilite circa la celebrazione di questo sacramento sono inopportune.

IN CONTRARIO: Le norme stabilite dalla Chiesa risalgono a Cristo stesso, il quale ha detto: "Dovunque due o tre persone sono riunite nel mio nome, là io sono in mezzo a loro".

RISPONDO: Le cose che accompagnano la celebrazione eucaristica possono avere due scopi: il primo è quello di rappresentare quanto avvenne nella passione del Signore; l'altro è un motivo di rispetto verso questo sacramento, nel quale Cristo è presente secondo verità e non solo in figura. Di conseguenza anche le consacrazioni delle cose che si adoperano per questo sacramento, si fanno tanto per il rispetto dovuto al sacramento, quanto per rappresentare l'effetto di santità proveniente dalla passione di Cristo; secondo le parole dell'Apostolo: "Gesù per santificare il popolo con il suo sangue, ecc.".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Regolarmente questo sacramento deve celebrarsi dentro un edificio, che sta a significare la Chiesa, conforme alle parole di S. Paolo: "Sappi come regolarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente". Perché "fuori della Chiesa non c'è posto per il vero sacrificio", come osserva S. Agostino. E poiché la Chiesa non doveva restringersi ai confini della nazione giudaica, ma doveva stabilirsi in tutto il mondo, conseguentemente la passione di Cristo non si svolse dentro la città di Gerusalemme, ma all'aperto, cosicché tutto il mondo facesse da casa alla passione di Cristo.
Tuttavia, come è previsto nel Decreto, "è concesso a coloro che sono in viaggio, se manca la chiesa, di celebrare la messa all'aperto o sotto una tenda, purché si abbia la pietra consacrata e l'altra sacra suppellettile occorrente".
2. Poiché l'edificio in cui si celebra questo sacramento sta a significare la Chiesa, e si chiama chiesa, è giusto che venga consacrato: sia per rappresentare la santità conseguita dalla Chiesa per i meriti della passione di Cristo; sia per significare la santità richiesta in coloro che devono ricevere questo sacramento. - L'altare poi significa il Cristo medesimo, di cui l'Apostolo dice: "Per lui offriamo a Dio un sacrificio di lode". Quindi la consacrazione dell'altare indica la santità di Cristo, di cui si legge: "L'essere santo che nascerà da te, sarà chiamato figlio di Dio". Perciò il Decreto prescrive: "Gli altari siano consacrati non solo con l'unzione del crisma, ma anche con la benedizione sacerdotale".
Regolarmente quindi, a norma dei Canoni, non è lecito celebrare questo sacramento se non dentro edifici consacrati: "Nessun sacerdote osi celebrare la messa fuori dei luoghi consacrati dal vescovo". E per lo stesso motivo, poiché i pagani e gli altri infedeli non appartengono alla Chiesa, nel medesimo Decreto si legge: "Non è lecito consacrare una chiesa nella quale si seppelliscano cadaveri d'infedeli; se essa si presta a essere consacrata, si riadatti allo scopo, dopo aver tolto i cadaveri e raschiate le pareti di muro o di legno. Se la chiesa è stata prima consacrata e poi adibita a cimitero, si può in essa celebrare, purché fossero fedeli coloro che vi sono stati sepolti".
Tuttavia in caso di necessità questo sacramento può celebrarsi anche in edifici non consacrati o violati: però con il consenso del vescovo: "Ordiniamo che la messa non si celebri dovunque, ma in luoghi consacrati dal vescovo o da lui consentiti". Sempre però si celebri sull'altare portatile consacrato, a norma dei Canoni: "Concediamo, se le chiese sono state incendiate, di celebrare la messa nelle cappelle su una tavola consacrata". Perché, essendo la santità di Cristo fonte di tutta la santità della Chiesa, in caso di bisogno basta alla celebrazione di questo sacramento l'altare consacrato. Questa è la ragione per cui non si consacra mai una chiesa, senza consacrarne l'altare: invece qualche volta, anche senza consacrare la chiesa, si consacra l'altare con le reliquie dei santi, "la cui vita è nascosta con Cristo in Dio". Si legge perciò nel Decreto: "Ordiniamo che gli altari dove non risulti sepolto nessun corpo né reliquia di martiri, possibilmente siano abbattuti dai vescovi del luogo".
3. Chiesa, altare e altre cose inanimate ricevono la consacrazione, non perché capaci di ricevere la grazia, ma perché con la consacrazione acquistano una virtù spirituale che le rende atte al culto divino: così infatti esse ispirano agli uomini una certa devozione, in modo che siano meglio disposti alle cose di Dio, se ciò non è impedito da irriverenza. A tal proposito nella Scrittura si legge: "In quel luogo c'è veramente la virtù di Dio; poiché colui che abita nei cieli visita e protegge quel luogo".
È per questo che le suddette cose prima della consacrazione vengono purificate ed esorcizzate, per sottrarle alla virtù del demonio. Per la stessa ragione vengono riconciliate le chiese, "che siano state macchiate con spargimento di sangue o di sperma umano": perché il peccato ivi commesso rivela un influsso demoniaco. Anche nel Decreto si legge in proposito: "Dovunque troviate chiese di ariani, consacratele senza indugio come chiese cattoliche, con le preghiere sacre e i riti prescritti".
Ecco perché alcuni ritengono con ragione che in una chiesa consacrata si ottiene la remissione dei peccati veniali, come con l'aspersione dell'acqua benedetta; citando le parole del Salmista: "Hai benedetto Signore, la tua terra; hai rimesso l'iniquità del tuo popolo".
Per la virtù che la consacrazione conferisce alla chiesa, tale consacrazione non si può ripetere. Di qui la prescrizione del Concilio Niceno: "Non si deve rinnovare la consacrazione delle chiese consacrate a Dio, se non nel caso che siano state bruciate, oppure macchiate da spargimento di sangue o di sperma umano; perché, come non si deve mai ribattezzare un bambino battezzato già nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, così non si può riconsacrare un luogo dedicato a Dio, se non nei casi sopra elencati; purché chi lo consacrò avesse la fede nella santa Trinità". Altrimenti sì, perché coloro che sono fuori della Chiesa non possono consacrare. Anzi nel medesimo codice si legge: "Le chiese e gli altari dubbiamente consacrati, si consacrino".
Per il fatto che la consacrazione conferisce una virtù spirituale a queste cose, nello stesso Decreto si stabilisce: "Il legname di una chiesa consacrata non si usi per altri scopi, ma solo per un'altra chiesa, oppure sia bruciato o destinato a vantaggio dei frati di un monastero; mai però può essere adibito a usi profani". E ancora: "Le tovaglie dell'altare, la cattedra, il candelabro e il velo, quando siano consunti dal tempo, si brucino e le loro ceneri si gettino nel battistero, oppure si seppelliscano nelle pareti o in fosse sotto il pavimento, perché non siano profanate dai piedi di coloro che entrano in chiesa".
4. Poiché la consacrazione dell'altare significa la santità di Cristo, e la consacrazione dell'edificio significa la santità di tutta la Chiesa, è conveniente ricordare con solennità la consacrazione di una chiesa o di un altare. Inoltre la solennità della dedicazione dura otto giorni, per indicare la beata resurrezione di Cristo e dei membri della Chiesa. Né la consacrazione di una chiesa o di un altare è opera dell'uomo soltanto, in quanto implica una virtù soprannaturale. Il Decreto perciò prescrive: "Si celebri ogni anno solennemente la festa della dedicazione della chiesa. Che poi la dedicazione debba durare otto giorni si trova nel III Libro dei Re, nel racconto della dedicazione del tempio", cioè al cap. 8, 66.
5. Nei Canoni si legge: "Gli altari non si consacrino col crisma, se non sono di pietra". E ciò prima di tutto lo richiede il simbolismo dell'Eucarestia: sia perché l'altare significa il Cristo, e S. Paolo afferma: "La pietra era il Cristo"; sia perché il corpo di Cristo fu sepolto in un sepolcro di pietra. Lo richiede poi anche l'uso universale del sacramento: infatti la pietra è solida e facile a trovarsi dovunque. Questo non era necessario nell'antica legge, perché allora l'altare era in un luogo soltanto. - L'antica prescrizione poi di fare l'altare di terra o di pietre non levigate aveva lo scopo d'impedire l'idolatria.
6. Nel medesimo Decreto si legge: "I sacerdoti anticamente si servivano di calici non d'oro, ma di legno. Poi il Papa Zefirino prescrisse di celebrare la messa con patene di vetro; in seguito Urbano fece fare tutto d'argento". In seguito fu stabilito che il calice del Signore con la patena sia fatto tutto d'oro o d'argento, o che per lo meno il calice sia di stagno. Non sia però di bronzo né di oricalco; perché sotto l'azione del vino arrugginisce, e provoca il vomito. Nessuno poi osi cantare la messa con calice di legno o di vetro; perché il legno è poroso e rimarrebbe in esso il sangue consacrato; mentre il vetro è fragile e potrebbe rompersi. Lo stesso vale per la pietra. Perciò per rispetto verso il sacramento fu stabilito che il calice sia fatto della materia suddetta.
7. La Chiesa, quando si è potuto fare senza pericolo, ha prescritto nei riguardi dell'Eucarestia ciò che meglio rappresenta la passione di Cristo. Ora, per il corpo che si pone sul corporale non si corre tanto pericolo quanto per il sangue contenuto nel calice. Quindi, pur escludendo il calice di pietra, il corporale è bene che sia di lino, che è il panno in cui fu involto il corpo di Cristo. Di qui le parole del Papa Silvestro, riferite dal Decreto: "Per consiglio di tutti stabiliamo che nessuno osi celebrare il sacrificio dell'altare con panni di seta o colorati, ma celebri con panni di puro lino benedetti dal vescovo, come il corpo di Cristo fu sepolto in una candida sindone di lino". - Inoltre il panno di lino è indicato anche per la sua bianchezza a significare la purità di coscienza; e per il molto lavoro necessario a prepararlo sta a significare la passione di Cristo.
8. L'amministrazione dei sacramenti è di competenza dei ministri della Chiesa, ma la loro consacrazione viene da Dio stesso. Perciò i ministri della Chiesa non possono disporre niente circa la forma della consacrazione; ma possono disporre circa l'uso del sacramento e il modo di celebrarlo. Se un sacerdote quindi proferisce le parole della consacrazione sulla debita materia con l'intenzione di consacrare, facendo a meno di tutto il resto, cioè dell'edificio sacro, dell'altare, del calice e del corporale consacrati e delle altre suppellettili prescritte dalla Chiesa, consacra senza dubbio realmente il corpo di Cristo, ma pecca gravemente non rispettando il rito della Chiesa.

ARTICOLO 4

Se siano adatte le formule verbali che accompagnano questo sacramento


SEMBRA che non siano adatte le formule verbali che accompagnano la celebrazione di questo sacramento. Infatti:
1. Questo sacramento, come osserva S. Ambrogio, viene consacrato con le parole di Cristo. Dunque in esso non devono proferirsi altre parole all'infuori di quelle di Cristo.
2. Le parole e le azioni di Cristo noi le conosciamo dal Vangelo. Ora, alcune espressioni che si dicono nella celebrazione di questo sacramento, non si trovano nei Vangeli. Infatti non vi si legge che Cristo consacrando questo sacramento abbia alzato gli occhi al cielo; così pure nei Vangeli è detto: "Prendete e mangiate", ma non c'è "tutti"; mentre nella celebrazione di questo sacramento si legge: "Alzati gli occhi al cielo", e successivamente: "Prendete e mangiatene tutti". Dunque codeste parole non sono al loro posto nella celebrazione di questo sacramento.
3. Tutti gli altri sacramenti sono destinati anch'essi alla salvezza di tutti i fedeli. Ma nella celebrazione degli altri sacramenti non si fa una preghiera comune per la salvezza di tutti i fedeli vivi e defunti. Dunque non è giusto che si faccia in questo sacramento.
4. Il battesimo è in modo speciale "sacramento della fede". Quindi quanto riguarda l'istruzione nella fede, ossia l'insegnamento degli Apostoli e del Vangelo, va impartito in preparazione al battesimo piuttosto che durante la celebrazione dell'Eucarestia.
5. La devozione dei fedeli si richiede in ogni sacramento. Essa quindi non si deve stimolare più in questo che negli altri sacramenti con le lodi divine e con le esortazioni, dicendo, p. es.: "Innalziamo i nostri cuori".
6. Ministro di questo sacramento è il sacerdote, come si è spiegato. Quindi ciò che vien detto nella celebrazione di questo sacramento, dovrebbe essere proferito tutto dal sacerdote: non già parte dai ministri, e parte dal coro.
7. Questo sacramento viene compiuto con efficacia infallibile dalla virtù divina. Perciò è inutile che il sacerdote ne chieda il compimento con quelle parole: "La quale oblazione tu, o Dio, ecc.".
8. Il sacrificio della nuova legge è molto superiore a quelli degli antichi Patriarchi. Dunque non è ragionevole che il sacerdote chieda che questo sacrificio sia accetto come il sacrificio di Abele, di Abramo e di Melchisedec.
9. Il corpo di Cristo come non diviene presente in questo sacramento, secondo le spiegazioni date, mediante una mutazione di luogo, così neppure cessa di esservi presente con un moto locale. Perciò non ha senso quella preghiera del sacerdote: "Comanda che per le mani del tuo angelo santo questi doni siano portati sul tuo altare del cielo".

IN CONTRARIO: Si legge nel Decreto: "Giacomo, fratello del Signore secondo la carne, e Basilio vescovo di Cesarea redassero la celebrazione della messa". Attesa la loro autorità, è evidente l'opportunità di ciascuna formula verbale usata in questo sacramento.

RISPONDO: Nell'Eucarestia si compendia tutto il mistero della nostra salvezza: perciò essa si celebra con maggiore solennità degli altri sacramenti. E, poiché sta scritto: "Bada ai tuoi passi nell'avviarti alla casa del Signore", e: "Prima della preghiera disponi l'anima tua", nella celebrazione di questo mistero innanzi tutto si premette una preparazione che disponga a compiere degnamente gli atti successivi. Primo atto di tale preparazione è la lode divina che si esprime nell'introito, conforme alle parole del Salmo: "Il sacrificio di lode mi onora, e questa è la via per cui gli mostrerò la salvezza di Dio". E il più delle volte il brano si prende dai Salmi, o almeno si canta intercalato con un salmo, perché, come osserva Dionigi, "i Salmi comprendono sotto forma di lode tutto quello che è contenuto nella Sacra Scrittura". - Il secondo atto rammenta la miseria della vita presente, invocando la misericordia divina, col dire tre volte "Kyrie eleison" per la persona del Padre; tre volte "Christe eleison" per la persona del Figlio; e ancora tre volte "Kyrie eleison" per la persona dello Spirito Santo: e ciò contro la triplice miseria dell'ignoranza, della colpa e della pena; oppure per significare che tutte le Persone sono immanenti l'una nell'altra. - Il terzo atto ricorda la gloria celeste, alla quale siamo destinati dopo l'attuale miseria, dicendo il "Gloria a Dio nell'alto dei cieli". E si canta nelle festività in cui si commemora la gloria celeste, mentre viene omesso negli uffici penitenziali che commemorano le nostre miserie. - Il quarto atto contiene l'orazione che il sacerdote fa per il popolo, affinché i fedeli siano degni di così grandi misteri.
In secondo luogo, sempre a scopo preparatorio, segue l'istruzione del popolo fedele, essendo questo sacramento "un mistero di fede", come si disse sopra. Tale istruzione viene fatta inizialmente con l'insegnamento dei Profeti e degli Apostoli, che viene letto in chiesa dai lettori e dai suddiaconi. Dopo questa lettura viene cantato dal coro il graduale, che sta a significare il progresso nella virtù, e l'alleluia, che significa l'esultanza spirituale; oppure negli uffizi penitenziali si canta il tratto, che significa il gemito spirituale. Infatti sono questi i frutti che deve produrre nel popolo l'insegnamento suddetto. - In modo perfetto però il popolo viene istruito mediante l'insegnamento di Cristo contenuto nel Vangelo: esso viene letto dai ministri più alti, cioè dai diaconi. Dopo la lettura del Vangelo, poiché a Cristo crediamo come alla verità divina, secondo le parole: "Se io dico la verità, perché non mi volete credere?", si canta il Simbolo della fede, con il quale il popolo mostra l'assenso della sua fede alla dottrina di Cristo. Il simbolo però si canta nelle feste alle quali esso in qualche modo si richiama cioè nelle feste di Cristo, della Beata Vergine e degli Apostoli che fondarono la nostra fede e in feste simili.
Preparato e istruito così il popolo, si passa alla celebrazione del mistero. Esso viene offerto come sacrificio e viene consacrato e consumato come sacramento; infatti prima c'è l'oblazione; secondo, la consacrazione della materia oblata; terzo, la sua consumazione. Nell'oblazione ci sono due momenti: la lode da parte del popolo nel canto dell'offertorio, per indicare la gioia degli offerenti, e l'orazione da parte del sacerdote che prega perché l'oblazione del popolo sia accetta a Dio. Questi infatti furono i sentimenti espressi da David: "Con semplicità di cuore e con gioia io ti ho offerto tutte queste cose, e ho visto il popolo qui radunato offrirti i suoi doni con grande letizia"; e pregava dicendo: "Signore Dio, mantieni sempre in essi questa disposizione d'animo". In relazione poi alla consacrazione, che si compie per virtù soprannaturale, prima viene eccitato il popolo alla devozione con il prefazio: per questo lo si invita ad "avere il cuore in alto al Signore". Quindi al termine del prefazio il popolo loda devotamente, sia la divinità di Cristo dicendo con gli angeli: "Santo, Santo, Santo", sia la sua umanità dicendo con i fanciulli: "Benedetto colui che viene (nel nome del Signore)". - Quindi il sacerdote segretamente ricorda innanzi tutto coloro per i quali viene offerto questo sacrificio, cioè la Chiesa universale, "coloro che sono costituiti in autorità" e in modo speciale le persone "che offrono o per le quali viene offerto il sacrificio". - Poi "commemora i santi", dei quali implora il patrocinio sulle persone già ricordate sopra dicendo: "In comunione con tutta la Chiesa ricordiamo...". Finalmente conclude la sua preghiera con le parole: "Accettà questa oblazione...", chiedendo che essa sia salutare per coloro per i quali viene offerta.
Il sacerdote passa quindi alla consacrazione stessa. E chiede prima di tutto che la consacrazione raggiunga il suo effetto, dicendo: "La quale oblazione, tu, Dio, ecc.". - Secondo, compie la consacrazione con le parole del Salvatore: "Il quale il giorno prima, ecc.". - Terzo, scusa la sua presunzione, dichiarando di aver obbedito al precetto di Cristo: "Per questo ricordando noi, ecc.". - Quarto, supplica che il sacrificio compiuto sia accetto a Dio: "Degnati di riguardare propizio, ecc.". - Quinto, invoca gli effetti di questo sacrificio e sacramento: prima per quelli stessi che lo ricevono, dicendo: "Supplichevoli ti preghiamo ecc."; poi per i morti che non lo possono più ricevere: "Ricordati pure, o Signore, ecc."; infine per gli stessi sacerdoti offerenti: "Anche a noi peccatori, ecc.".
Si passa così alla consumazione del sacramento. E innanzi tutto si dispone il popolo alla comunione. Primo, con la preghiera comune di tutto il popolo che è la Preghiera Domenicale, in cui chiediamo che "ci venga dato il nostro pane quotidiano", e anche con una preghiera privata che il sacerdote recita da solo per il popolo, dicendo: "Liberaci, o Signore ecc.". - Secondo, si dispone il popolo mediante la pace, che viene data invocando l'"Agnello di Dio": l'Eucarestia è infatti il sacramento dell'unità e della pace, come sopra abbiamo visto. Invece nelle messe dei defunti, nelle quali il sacrificio non si offre per la pace presente ma per il riposo dei morti, la pace si omette.
Poi segue la consumazione del sacramento: prima il sacerdote comunica se stesso e poi gli altri, perché, come dice Dionigi, chi dà agli altri le cose divine, ne deve prima essere partecipe egli stesso.
Da ultimo tutta la celebrazione della messa termina con il ringraziamento: il popolo esulta per aver ricevuto il mistero, e tale è il significato del canto dopo la comunione; e il sacerdote celebrante rende grazie mediante l'orazione: ciò a imitazione di Cristo, il quale dopo aver celebrato la Cena con i discepoli "cantò l'inno", come narra il Vangelo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La consacrazione vien fatta con le sole parole di Cristo. Le altre invece è stato necessario aggiungerle per preparare il popolo alla comunione, come abbiamo spiegato.
2. Come nota S. Giovanni, molte sono le cose fatte e dette da Cristo che gli Evangelisti non hanno riferito. Tra queste l'avere il Signore nella Cena alzato gli occhi al cielo: cosa che la Chiesa ricevette dalla tradizione apostolica. Sembra logico del resto che se egli alzò gli occhi al Padre alla resurrezione di Lazzaro e nella preghiera che fece per i suoi discepoli, molto più l'abbia fatto nell'istituire questo sacramento, trattandosi di una cosa più importante.
Dire poi manducate al posto di comedite non cambia il senso. La scelta della locuzione non ha importanza: dato specialmente che quelle parole non fanno parte della forma, come si è detto sopra.
L'aggiunta del termine tutti è implicito nelle parole evangeliche, anche se non è espressa; poiché Cristo aveva detto: "Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo, non avrete in voi la vita".
3. L'Eucarestia è il sacramento della perfetta unità della Chiesa. quindi particolarmente in questo sacramento più che negli altri si deve rammentare tutto ciò che si riferisce alla salvezza della Chiesa intera.
4. Esistono due tipi di istruzione. La prima è quella che si dà ai novellini, cioè ai catecumeni. E tale istruzione s'impartisce in occasione del battesimo.
La seconda è l'istruzione che si dà al popolo fedele, che prende parte al mistero eucaristico. E questa si fa nella celebrazione stessa del sacramento. - Tuttavia da questa non si escludono i catecumeni e gli infedeli. Di qui le parole del Decreto: "Il vescovo non proibisca a nessuno l'ingresso in chiesa e l'ascolto della parola di Dio, anche se pagano, eretico, o giudeo, fino a tutta la messa dei catecumeni", in cui appunto si ha l'istruzione nella fede.
5. La devozione in questo sacramento si richiede più profonda che negli altri sacramenti, essendo qui presente Cristo nella sua integrità. Deve essere anche più estesa, perché in questo sacramento è necessaria la devozione di tutto il popolo per il quale si offre il sacrificio, e non soltanto quella di coloro che ricevono il sacramento, come, negli altri sacramenti. Per questo, come dice S. Cipriano, "il sacerdote con il prefazio prepara l'animo dei fratelli, dicendo: "Innalziamo i nostri cuori", affinché con la risposta: "Sono rivolti al Signore" il popolo ricordi di non dovere pensare altro che a Dio".
6. In questo sacramento come abbiamo notato sopra, si rammentano cose che interessano la Chiesa intera. Perciò alcune vengono dette dal coro: e son quelle che riguardano il popolo. Di esse alcune sono dette dal coro soltanto: cioè quelle che s'ispirano a tutto il popolo. - Altre sono continuate dal popolo dietro l'intonazione del sacerdote che rappresenta Dio: per indicare che tali verità vennero al popolo dalla rivelazione divina, come la fede e la gloria celeste. Ecco perché è il sacerdote a iniziare il simbolo della fede e il "Gloria a Dio nell'alto dei cieli". - Altre invece sono dette dai ministri, come la dottrina del nuovo e del vecchio Testamento: per indicare che questa dottrina è stata annunziata ai popoli per mezzo di ministri mandati da Dio.
Altre parole poi le dice da solo il sacerdote, quelle cioè che si riferiscono all'ufficio proprio del sacerdote di "offrire doni e preci per il popolo", come si esprime l'Apostolo. Di esse però alcune le dice a voce alta: cioè quelle che riguardano insieme il sacerdote e il popolo, come le orazioni comuni. - Altre parti invece riguardano il sacerdote soltanto: p. es., l'oblazione e la consacrazione. Quindi le formule che si riferiscono a questi riti vengono recitate dal sacerdote a bassa voce. - Tuttavia in ambedue i casi il sacerdote richiama l'attenzione del popolo dicendo: "Il Signore sia con voi", e ne attende il consenso espresso con l'Amen; Ecco perché alle parti segrete egli premette: "Il Signore sia con voi", e soggiunge : "per tutti i secoli dei secoli". - Oppure si può pensare che certe cose sono dette segretamente dal sacerdote per ricordare che durante la passione i discepoli professarono la loro fede in Cristo soltanto di nascosto.
7. L'efficacia delle parole sacramentali può essere impedita dall'intenzione del sacerdote. - Tuttavia non è inutile chiedere a Dio ciò che egli compirà con assoluta certezza: è così, p. es., che Cristo chiese la propria glorificazione.
Tuttavia nella preghiera in discussione il sacerdote non chiede che la consacrazione si compia, ma che essa sia fruttuosa per noi: chiede infatti espressamente "che per noi diventi corpo e sangue". Lo stesso significato hanno le parole antecedenti: "Degnati di rendere questa oblazione benedetta", cioè, secondo S. Agostino, "tale da meritarci la benedizione" della grazia; "ascritta così da essere per essa scritti in cielo; ratificata così da essere considerati quali membra di Cristo; ragionevole così da essere per essa liberati dalla sensualità bestiale; accettevole, così da riuscire graditi all'unigenito Figlio di Dio, noi che facciamo orrore a noi stessi".
8. Sebbene questo sacramento sia preferibile per se stesso a tutti gli antichi sacrifici, nondimeno i sacrifici degli antichi furono accettissimi a Dio per la loro devozione. Perciò il sacerdote chiede che questo sacrificio venga accettato da Dio per la devozione degli offerenti, così come furono da lui accettati quei sacrifici.
9. Il sacerdote non chiede che siano portate in cielo le specie sacramentali, né il corpo vero di Cristo, il quale non cessa mai di essere lassù. Ma chiede ciò per il corpo mistico, simboleggiato da questo sacramento: ossia che l'angelo assistente ai divini misteri offra a Dio le preghiere del sacerdote e del popolo, secondo le parole dell' Apocalisse: "Salì il fumo degli aromi per le orazioni dei santi dalla mano dell'angelo al cospetto di Dio". - "Altare celeste di Dio" viene qui denominata o la Chiesa stessa trionfante, nella quale chiediamo di essere trasferiti; o Dio stesso, di cui imploriamo la partecipazione. Di codesto altare sta scritto nell'Esodo: "Non salirai per gradini al mio altare", ossia: "Non ammetterai gradi nella Trinità".
Oppure per l'angelo qui s'intende Cristo medesimo che è "l'Angelo del gran consiglio", il quale congiunge il suo corpo mistico a Dio Padre e alla Chiesa trionfante.
Per questo il sacrificio eucaristico prende il nome di messa. Perché per mezzo di un angelo il sacerdote manda preghiere a Dio, come il popolo le manda per mezzo del sacerdote. Oppure perché Cristo è l'ostia a noi mandata (missa). Per cui alla fine della messa il diacono nei giorni festivi licenzia il popolo dicendo: "Andate, la messa è finita", ossia è stata trasmessa a Dio l'ostia mediante l'angelo, perché sia accetta a Dio.

ARTICOLO 5

Se siano convenienti le cerimonie che si fanno nella celebrazione di questo sacramento


SEMBRA che non siano convenienti le cerimonie che si fanno nella celebrazione di questo sacramento. Infatti:
1. Questo sacramento appartiene al nuovo Testamento, com'è chiaro dalla stessa sua forma. Ora, nel nuovo Testamento non sono da osservarsi le cerimonie del vecchio Testamento. Esse prescrivevano al sacerdote e ai ministri di lavarsi con acqua quando si accingevano a compiere un sacrificio; infatti nell'Esodo si legge: "Aronne e i suoi figli si laveranno le mani e i piedi quando staranno per accostarsi all'altare". Non è dunque conveniente che il sacerdote si lavi le mani durante la messa.
2. Il Signore ordinò pure che il sacerdote "bruciasse incenso di soave odore" sull'altare posto dinanzi al propiziatorio. Anche questa era una cerimonia del vecchio Testamento. Perciò non è opportuno che il sacerdote nella messa faccia l'incensazione.
3. Le cerimonie che si fanno nei sacramenti della Chiesa non sono da ripetersi. Dunque non è ragionevole che il sacerdote ripeta tante volte i segni di croce su questo sacramento.
4. L'Apostolo afferma: "Senza alcun dubbio è l'inferiore a ricevere la benedizione dal superiore". Ma Cristo, che dopo la consacrazione è presente in questo sacramento, è molto superiore al sacerdote. Perciò non è giusto che il sacerdote dopo la consacrazione benedica questo sacramento con dei segni di croce.
5. Nei sacramenti della Chiesa non si deve far nulla che possa sembrare ridicolo. Ora, i gesti che si fanno nella messa, cioè che il sacerdote stenda le braccia, congiunga le mani, accosti le dita, inchini il corpo sembrano ridicoli. Quindi codeste cose non vanno fatte in questo sacramento.
6. Sembra pure ridicolo che il sacerdote si volti tanto spesso al popolo e che tanto spesso lo saluti. Perciò anche questo non deve farsi nella celebrazione di questo sacramento.
7. L'Apostolo considera sconveniente che il Cristo venga diviso. Ora, dopo la consacrazione Cristo è presente in questo sacramento. Non è dunque conveniente che l'ostia venga spezzata dal sacerdote.
8. Le cose che si fanno in questo sacramento rappresentano la passione di Cristo. Ma nella passione il corpo di Cristo fu aperto nei luoghi delle cinque piaghe. Dunque il corpo di Cristo dovrebbe essere spezzato in cinque parti invece che in tre.
9. In questo sacramento il corpo di Cristo viene consacrato tutto intero separato dal sangue. Non è dunque conveniente che una parte di esso venga mescolata col sangue.
10. In questo sacramento come il corpo di Cristo viene dato in cibo, così il suo sangue viene dato in bevanda. Ma nella celebrazione della messa dopo la comunione del corpo di Cristo non si ammette altro cibo corporeo. Perciò non è conveniente che il sacerdote dopo aver sunto il sangue di Cristo prenda del vino non consacrato.
11. La realtà deve corrispondere alla figura. Ma a riguardo dell'agnello pasquale, che era una figura di questo sacramento, si comandava che "non rimanesse nulla per la mattina seguente". Dunque non è giusto che si conservino delle ostie consacrate, invece di consumarle subito.
12. Il sacerdote parla (sempre) al plurale dicendo: "Il Signore sia con voi", oppure "Rendiamo grazie a Dio". Ma non è opportuno usare il plurale per una persona sola, specialmente se si tratta di un inferiore. Dunque non è opportuno che il sacerdote celebri la messa alla presenza di un solo inserviente.
E così sembra che alcuni riti non siano opportuni nella celebrazione di questo sacramento.

IN CONTRARIO: Sta la consuetudine della Chiesa, la quale non può errare, essendo guidata dallo Spirito Santo.

RISPONDO: Come abbiamo già notato, nei sacramenti due sono le forme per esprimere ciò che significano: la parola e il rito. Ora, nella celebrazione dell'Eucarestia le parole, o esprimono cose che riguardano la passione di Cristo, la quale viene rappresentata in questo sacramento; oppure hanno un riferimento al corpo mistico, che in questo sacramento viene simboleggiato; altre poi si riferiscono all'uso dell'Eucarestia, il quale dev'essere accompagnato da devozione e rispetto. Perciò nella celebrazione di questo mistero i riti stessi hanno lo scopo di rappresentare la passione di Cristo; oppure hanno quello di indicare le disposizioni del corpo mistico; mentre altre mirano a eccitare la devozione e la riverenza nell'uso di questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'abluzione delle mani si fa nella celebrazione della messa per rispetto verso il sacramento. E questo per due motivi. Primo, perché non siamo soliti toccare certe cose preziose, se non dopo esserci lavate le mani. Sarebbe perciò sconveniente che uno si accostasse a un così grande sacramento con mani sporche, anche solo fisicamente.
Secondo, per il significato di codesto rito. Perché, come osserva Dionigi, l'abluzione delle estremità significa la mondezza anche dai peccati più piccoli, nel senso delle parole evangeliche: "Chi si è già lavato, ha bisogno di lavarsi soltanto i piedi". E tale mondezza si richiede in chi si accosta all'Eucarestia. Anche la confessione che si fa prima dell'introito della messa ha questo medesimo significato. E uguale significato aveva l'abluzione dei sacerdoti nell'antica legge, come nota Dionigi.
La Chiesa però non mantiene questo rito come una cerimonia prescritta dall'antica legge, bensì come una cerimonia istituita dalla Chiesa, come cosa opportuna per se stessa. Ecco perché essa non viene osservata come allora. Infatti si omette l'abluzione dei piedi e si fa la sola abluzione delle mani, che è più facile ed è sufficiente a significare la mondezza perfetta. Essendo infatti la mano "l'organo degli organi", come la chiama Aristotele, tutte le azioni vengono attribuite alle mani. Tanto che nei Salmi si legge: "Laverò le mie mani nell'innocenza".
2. Anche l'incensazione la usiamo non come cerimonia prescritta dalla legge antica, ma come rito della Chiesa. E quindi non la usiamo allo stesso modo in cui era stabilita nell'antica legge.
Essa ha due scopi. Primo, serve al rispetto verso il sacramento: serve cioè a eliminare con un buon odore gli eventuali cattivi odori che provocassero nel luogo sgradevole impressione.
Secondo, serve a rappresentare l'effetto della grazia, della quale, come di buon odore, Cristo era pieno, in conformità alle parole bibliche: "Ecco, l'odore del mio figlio è come l'odore di un campo fiorito"; odore che dal Cristo arriva ai fedeli per l'ufficio dei ministri, come afferma S. Paolo: "L'odore della sua conoscenza sparge in ogni luogo per mezzo di noi". Per questo, dopo che è stato incensato da ogni parte l'altare che è simbolo di Cristo, vengono incensati per ordine tutti i presenti.
3. Il sacerdote nella celebrazione della messa fa i segni di croce per indicare la passione di Cristo che terminò con la croce. Ora, la passione di Cristo si compì quasi per gradi successivi. Prima infatti ci fu la consegna di Cristo; e fu fatta da Dio, da Giuda e dai Giudei. Ciò viene indicato dai segni di croce alle parole: "Questi doni, queste offerte, questi santi e immacolati sacrifici".
Secondo, ci fu la vendita del Cristo. Egli fu venduto ai sacerdoti, agli scribi e ai farisei. A significare ciò si ripete per tre volte il segno di croce alle parole: "Benedetta, ascritta, ratificata". Oppure questi tre segni stanno a indicare il prezzo di tale vendita, ossia i trenta denari. - Si aggiungono poi due segni di croce alle parole: "Perché diventi per noi corpo e sangue, ecc.", per indicare Giuda il traditore e Cristo tradito.
Terzo, ci fu la predizione della passione di Cristo fatta nella Cena. A indicarla si fanno per la terza volta due segni di croce: uno alla consacrazione del corpo, l'altro alla consacrazione del sangue, quando nei due casi si dice: "Benedisse".
Quarto, si giunse al compimento della passione stessa. E qui, per rappresentare le cinque piaghe di Cristo, c'è un gruppo di cinque segni di croce alle parole: "Ostia pura, ostia santa, ostia immacolata, pane santo di vita eterna e calice di perenne salvezza".
Quinto, si rappresenta la distensione del corpo di Gesù sulla croce, l'effusione del sangue e il frutto della passione con tre segni di croce alle parole: "(quanti riceveremo) il corpo e il sangue, veniamo ricolmi d'ogni benedizione, ecc.".
Sesto, vengono rappresentate le tre orazioni che Gesù fece sulla croce. La prima per i persecutori, dicendo: "Padre, perdona loro"; la seconda per la propria liberazione dalla morte: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"; la terza per conseguire la gloria, con l'invocazione: "Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito". E per esprimere tutto questo si fanno tre segni di croce alle parole: "santifichi, vivifichi, benedici, ecc.".
Settimo, vengono ricordate le tre ore che Cristo rimase sulla croce, cioè dall'ora sesta all'ora nona. E a indicare ciò si fa di nuovo un triplice segno di croce alle parole: "Da lui, con lui e per lui".
Ottavo, si ricorda la separazione della sua anima dal corpo con le due successive croci traçciate fuori dal calice.
Nono, si commemora la resurrezione avvenuta nel terzo giorno per mezzo dei tre segni di croce alle parole: "La pace del Signore sia sempre con voi".
Più brevemente però si può dire che, dipendendo la consacrazione di questo sacramento, il gradimento di questo sacrificio e il suo frutto dalla virtù della croce di Cristo, ogni volta che si accenna a una di queste cose, il sacerdote traccia qualche segno di croce.
4. Il sacerdote dopo la consacrazione non fa i segni di croce per benedire e per consacrare, ma solo per ricordare la virtù della croce e le circostanze della passione di Cristo, come risulta da quanto abbiamo già detto.
5. I gesti che il sacerdote fa nella messa non sono gesti ridicoli, avendo un significato simbolico. Infatti il sacerdote, che dopo la consacrazione stende le braccia, vuole indicare le braccia di Cristo distese sulla croce.
Quando poi alza le mani per pregare vuol significare che la sua orazione in favore del popolo è diretta a Dio, secondo la raccomandazione di Geremia: "Alziamo con le mani i nostri cuori a Dio verso il cielo". E l'Esodo racconta: "Finché Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva".
Il fatto poi che il sacerdote talvolta congiunge le mani e s'inchina pregando supplichevolmente e umilmente, designa l'umiltà e l'obbedienza con le quali Cristo accettò la passione.
Il sacerdote finalmente tiene congiunte le dita, cioè il pollice e l'indice con i quali ha toccato il corpo consacrato di Cristo, dopo la consacrazione, perché, se dei frammenti ci fossero rimasti attaccati, non vadano dispersi. Ciò rientra nel rispetto dovuto al sacramento.
6. Il sacerdote si rivolge verso il popolo cinque volte, per ricordare che il Signore nel giorno della risurrezione apparve cinque volte, come dicemmo sopra trattando della risurrezione di Cristo.
Saluta il popolo invece sette volte, cioè le cinque in cui si volta e altre due in cui non si volta, ossia prima del prefazio, quando dice: "Il Signore sia con voi", e quando dice: "La pace del Signore sia sempre con voi", per indicare i sette doni dello Spirito Santo. - Invece il vescovo quando celebra nelle festività nel primo saluto dice, come disse il Signore dopo la risurrezione: "La pace sia con voi", perché principalmente il vescovo ne rappresenta la persona.
7. La frazione dell'ostia significa tre cose: primo, le ferite inferte nella passione al corpo di Cristo; secondo, la distinzione del corpo mistico nei diversi stati; terzo, la distribuzione delle grazie derivate dalla passione di Cristo, come scrive Dionigi. Perciò tale frazione non implica nessuna divisione in Cristo.
8. "Il corpo del Signore", secondo le parole del Papa Sergio, riferite dal Decreto, "può trovarsi in tre condizioni". "La porzione dell'ostia messa nel calice significa il corpo del Signore già risorto", ossia Cristo stesso, la santa Vergine e altri santi che siano già eventualmente nella gloria con il loro corpo. "La porzione che viene mangiata rappresenta quanti peregrinano ancora sulla terra"; poiché questi sono uniti mediante il sacramento, e vengono tribolati dalle sofferenze come il pane mangiato viene tritato dai denti. "La porzione che rimane sull'altare fino alla fine della messa significa il corpo di Cristo che giace nel sepolcro; perché fino alla fine del mondo i corpi dei santi staranno nei sepolcri"; mentre le loro anime sono in purgatorio o in cielo. Oggi però quest'ultimo rito di serbare una porzione dell'ostia fino alla fine della messa, non si osserva più. Tuttavia il simbolismo delle tre porzioni rimane. Alcuni lo hanno espresso metricamente: "In parti si divide l'ostia; intinta nel sangue evoca i pieni di gloria, asciutta i viventi, serbata i sepolti".
Altri invece spiegano che la parte immessa nel calice significa coloro che vivono in questo mondo; la parte serbata fuori del calice indica quanti hanno conseguito la pienezza della beatitudine con il corpo e con l'anima; la parte mangiata indica tutti gli altri.
9. Il calice può avere due significati. Primo, può indicare la passione che è rappresentata in questo sacramento. E allora la porzione dell'ostia messa dentro il calice indica coloro che sono ancora partecipi delle sofferenze di Cristo.
Secondo, può anche indicare il possesso della beatitudine, che pure è simboleggiata da questo sacramento. E allora la porzione messa nel calice rappresenta coloro che con il corpo sono già nella pienezza della beatitudine.
È da notare che la parte lasciata cadere nel calice non si può distribuire al popolo per la comunione in mancanza di altra ostia, perché Cristo non porse il pane intinto se non a quel traditore di Giuda.
10. Il vino essendo liquido, è detergente. È per questo che viene sunto dopo la comunione eucaristica per l'abluzione della bocca, perché non vi rimangano frammenti, come esige il rispetto dovuto al sacramento. Di qui la prescrizione dei canoni: "Il sacerdote, dopo aver prese entrambe le specie eucaristiche deve sempre lavarsi la bocca col vino, eccetto il caso in cui nello stesso giorno debba dire un'altra messa, perché bere il vino dell'abluzione impedirebbe la seconda celebrazione". - Per il medesimo motivo si lava con il vino le dita con le quali ha toccato il corpo di Cristo.
11. La realtà deve corrispondere alla figura, ma non in tutto: nel caso cioè non si deve conservare per il giorno dopo una parte dell'ostia consacrata che è servita alla comunione del sacerdote, dei ministri o anche del popolo. Di qui la disposizione del Papa Clemente riferita dal Decreto (di Graziano): "La materia del sacrificio sia corrispondente al bisogno del popolo. Se ne avanza, non si serbi al domani, ma con timore e tremore sia consumata dai chierici".
Nondimeno, poiché questo sacramento a differenza dell'agnello pasquale deve riceversi quotidianamente, è necessario serbare per gli infermi altre ostie consacrate. Quindi lo stesso Decreto ordina: "Il sacerdote abbia sempre pronta l'Eucarestia; cosicché, quando qualcuno si ammala, lo possa comunicare subito, e impedire così che muoia senza comunione".
12. Alla celebrazione solenne della messa devono prendere parte più persone. A ciò si riferisce la disposizione del Papa Sotero riportata dal Decreto: "È stato pure stabilito che nessun sacerdote osi celebrare la messa se non alla presenza di due persone che vi assistano e rispondano; perché dicendo egli al plurale: "Il Signore sia con voi", e nella parte segreta, "Pregate, fratelli", è evidentemente opportuno che il suo saluto abbia una risposta". E nello stesso Decreto si legge la norma che il vescovo per maggiore solennità celebri la messa alla presenza di molti.
Tuttavia nelle messe private basta avere un inserviente che rappresenta tutto il popolo cattolico, e che risponde in plurale al sacerdote in nome di esso.

ARTICOLO 6

Se si possa rimediare ai difetti occorrenti nella celebrazione eucaristica, osservando le prescrizioni della Chiesa


SEMBRA che non si possa rimediare ai difetti occorrenti nella celebrazione di questo sacramento, osservando le prescrizioni della Chiesa. Infatti:
1. Talvolta accade che il sacerdote celebrante prima o dopo la consacrazione muoia, impazzisca o venga colto da qualche malore, per cui non possa ricevere il sacramento e condurre a termine la messa. Dunque non è possibile stare alla prescrizione della Chiesa, che ordina al sacerdote consacrante di comunicarsi del proprio sacrificio.
2. Talvolta accade che il sacerdote prima o dopo la consacrazione si ricordi di aver mangiato o bevuto qualche cosa, oppure di essere in peccato mortale, o di essere incorso in una scomunica, di cui prima non si ricordava. È inevitabile dunque che chi si trova in tale situazione pecchi mortalmente, perché agirà comunque contro le prescrizioni ecclesiastiche, tanto se si comunica, quanto se non si comunica.
3. Talvolta capita che una mosca o un ragno o un animale velenoso cada nel calice dopo la consacrazione; oppure il sacerdote viene a sapere che nel calice è stato versato del veleno da un malintenzionato per ucciderlo. In tal caso se si comunica, pecca mortalmente, o perché si uccide, o perché tenta Dio. Similmente se non si comunica, pecca contravvenendo alla prescrizione della Chiesa. Quindi viene a trovarsi in una situazione di perplessità, ed è costretto a peccare. E ciò è inammissibile.
4. Talvolta accade che per negligenza del ministro l'acqua non sia stata versata, o addirittura neppure il vino, quando finalmente il sacerdote se ne accorge. Anche allora dunque egli rimane perplesso: tanto se sume il corpo senza il sangue, facendo un sacrificio imperfetto; quanto, se non sume né il corpo né il sangue.
5. Può accadere che il sacerdote non si ricordi di aver pronunziato le parole della consacrazione, oppure le altre parole prescritte nella celebrazione di questo sacramento. In tal caso dunque egli pecca, sia ripetendo sulla medesima materia le parole che forse ha già detto, sia comunicandosi con pane e vino non consacrati, come se fossero consacrati.
6. Talvolta succede che per il freddo l'ostia cada di mano al sacerdote nel calice, o prima o dopo la frazione, In tal caso dunque il sacerdote non potrà attenersi al rito della Chiesa riguardante la frazione dell'ostia, o la norma di metterne dentro il calice solo una terza parte.
7. Talvolta succede che per negligenza del sacerdote si versi il sangue di Cristo; oppure che il sacerdote vomiti il sacramento dopo la comunione, ovvero che le ostie consacrate si serbino così a lungo da putrefarsi; o addirittura che siano rose dai topi, o vadano comunque in rovina. In simili casi non è possibile tributare a questo sacramento la debita riverenza secondo le prescrizioni della Chiesa. Quindi non sembra che sia possibile rimediare sufficientemente a tali difetti o pericoli, stando alle prescrizioni della Chiesa.

IN CONTRARIO: La Chiesa, come Dio, "non prescrive nulla d'impossibile".

RISPONDO: Ai pericoli o difetti possibili nei riguardi di questo sacramento si può ovviare in due modi. Primo, col prevenirli, perché non accadano. Secondo, provvedendo dopo che sono accaduti: cioè correggendo il difetto con il rimedio opportuno, o almeno con l'espiazione da parte di chi si è reso colpevole di negligenza circa questo sacramento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Se il sacerdote viene colpito dalla morte o da una grave malattia prima della consacrazione del corpo o del sangue del Signore, non è necessario che un altro lo supplisca.
Se invece la cosa accade dopo che la consacrazione ha già avuto inizio, p. es., quando è già stato consacrato il corpo e non ancora il sangue, o dopo la consacrazione di ambedue, la celebrazione della messa dev'essere terminata da un altro. Perciò, nei Canoni di un Concilio di Toledo si legge: "Stabiliamo essere necessario che durante la celebrazione delle messe alla consacrazione dei santi misteri, accadendo un fatto di malattia tale da impedire ai sacerdoti di terminare il mistero iniziato, si lasci libertà al vescovo o ad altro sacerdote di completare la consacrazione incominciata. Poiché i misteri iniziati non si possono portare a termine se non con la benedizione del sacerdote che li ha iniziati, o di chi li ha proseguiti: essi infatti non possono essere compiuti, se non siano completi secondo l'ordine stabilito. Poiché tutti siamo una sola cosa in Cristo, nessun impedimento costituisce la diversità di persone dove l'identità della fede garantisce l'efficacia dello stesso effetto. Si badi perché la norma richiesta dalla infermità della natura non si cambi in un peccato di presunzione. Nessun ministro o sacerdote senza un malore patente osi in alcun modo lasciare incompiuti i misteri iniziati. Se qualcuno temerariamente oserà di farlo, sarà colpito da sentenza di scomunica".
2. Nelle difficoltà dobbiamo attenerci sempre al pericolo minore. Ora, riguardo a questo sacramento il pericolo più grave è costituito dall'incompletezza del sacramento; perché questo è un enorme sacrilegio. Di minor entità sono invece i difetti da parte di chi lo riceve. Perciò il sacerdote, se iniziata la consacrazione si ricorda di aver mangiato o bevuto qualche cosa, deve ugualmente portare a termine il sacrificio e sumere il sacramento. - Così pure se si ricorda di aver commesso un peccato, deve pentirsene con il proposito di confessarsi e di riparare: e allora non riceve il sacramento indegnamente, ma con frutto. - Lo stesso vale, se si rammenta di essere stato colpito da una scomunica. Deve fare il proposito di chiederne l'assoluzione: e così dall'invisibile Pontefice Gesù Cristo sarà assolto in ordine al compimento dei divini misteri.
Se invece si ricordasse di tali cose prima della consacrazione, stimerei cosa più sicura, specialmente in caso di violazione di digiuno e di scomunica, interrompere la celebrazione iniziata della messa, eccetto quando ci fosse da temere un grave scandalo.
3. Se una mosca o un ragno cade nel calice prima della consacrazione, oppure se il sacerdote si accorge che c'è stato messo del veleno, deve gettar via tutto; e, purificato il calice, porre di nuovo altro vino da consacrare. - Se invece ciò accade dopo la consacrazione, l'insetto dev'essere preso con cautela, lavato diligentemente e bruciato, gettando poi le ceneri e l'acqua dell'abluzione nel sacrario.
Se invece avverte la presenza del veleno, il sacerdote non deve berlo né darlo ad altri, affinché il calice di vita non si cambi in morte; ma lo deve riporre in un vaso adatto. Poi, perché il sacramento non rimanga incompleto, deve versare nel calice altro vino, e, ricominciando dalla consacrazione del sangue, portare a termine il sacrificio.
4. Se il sacerdote prima della consacrazione del sangue e dopo la consacrazione del corpo si accorge che nel calice non c'è vino o non c'è acqua, deve subito metterne e consacrare. - Se invece si accorge della mancanza dell'acqua dopo le parole della consacrazione, deve andare avanti, perché l'aggiunta dell'acqua non è necessaria alla validità del sacramento, come si è detto sopra. Chi però è colpevole del fatto, dev'essere punito. In nessun modo però deve aggiungersi dell'acqua al vino già consacrato: perché ne seguirebbe, e si è visto, la parziale corruzione del sacramento.
Se però dopo le parole della consacrazione il sacerdote si accorge che nel calice non c'è stato messo il vino, se l'avverte prima della comunione del corpo, deve, buttando via l'acqua eventualmente infusa nel calice, mettere nel calice vino con acqua e ricominciare dalle parole della consacrazione del sangue. - Se invece l'avverte dopo la comunione del corpo, deve prendere un'altra ostia e consacrarla insieme col sangue. Dico questo perché, se pronunziasse soltanto le parole della consacrazione del sangue, non verrebbe osservato il debito ordine nella consacrazione: ora, come nota il citato Concilio di Toledo, "i sacrifici non possono dirsi compiuti, se non siano completi secondo l'ordine stabilito". Incominciare poi dalla consacrazione del sangue e ripetere tutto il resto di seguito non avrebbe senso in mancanza dell'ostia consacrata, perché nelle parole da dire e nelle cose da fare occorre riferirsi non solo al sangue, ma anche al corpo. Finalmente egli deve comunicarsi di nuovo con la seconda ostia consacrata e con il sangue, anche se avesse bevuta l'acqua eventualmente presente nel calice: perché la norma relativa alla completezza del sacramento è più grave, come si è detto sopra, della norma che prescrive il digiuno per la comunione sacramentale.
5. Il sacerdote, anche se non ricorda di aver detto tutto quello che doveva dire, non deve per questo turbarsi. Perché, chi dice molte cose, non tutto può ricordare, ma solo ciò che nel parlare avverte come già detto; è così infatti che una cosa detta diventa oggetto di memoria. Perché se uno pensa attentamente alle parole che pronunzia, ma non pensa alla pronunzia, dopo non ricorda bene se l'ha detto. Infatti una cosa diviene oggetto di memoria in quanto è appresa come passata, secondo la spiegazione che dà Aristotele.
Se tuttavia sembra probabile al sacerdote di aver omesso qualche cosa che non sia indispensabile al sacramento, penso che per questo non debba ricominciare da capo cambiando l'ordine del sacrificio, ma che debba proseguire. - Se invece è certo di aver omesso qualche cosa di essenziale, ossia la forma della consacrazione, essendo questa necessaria al sacramento quanto la materia, si deve fare come si è visto a proposito del difetto della materia: si deve cioè riprendere dalla forma della consacrazione, e ripetere per ordine tutto il resto, per non cambiare l'ordine del sacrificio.
6. La frazione dell'ostia consacrata e l'immissione di una sua parte nel calice si riferisce al corpo mistico: così come l'aggiunta dell'acqua sta a significare il popolo. Perciò l'omissione di queste cose non rende incompleto il sacrificio, così da doversi ripetere qualche cosa nella celebrazione di questo sacramento.
7. Come si legge nel Decreto, che riferisce un testo del Papa S. Pio I "se per negligenza delle gocce di sangue cadono sul pavimento di legno a contatto con la terra, si lambiscano con la lingua e si raschi il pavimento. Se manca il tavolato si raschi la terra, si bruci e si depositi la cenere sotto l'altare. Il sacerdote poi faccia penitenza per quaranta giorni. - Se poi il calice si è versato sull'altare, il ministro sorbisca le gocce. E faccia penitenza per tre giorni. - Se il sangue si è versato sulle tovaglie dell'altare ed è passato fino alla seconda, faccia penitenza per quattro giorni. Se fino alla terza, faccia penitenza per nove giorni. Se fino alla quarta tovaglia, faccia penitenza per venti giorni. Le tovaglie poi in cui il sangue si è versato, siano lavate per tre volte dal ministro tenendo sotto il calice, e l'acqua di questa abluzione si raccolga e sia riposta presso l'altare". Codesta acqua potrebbe anche essere bevuta dal ministro, se non ci fosse pericolo che venisse vomitata. Alcuni inoltre tagliano la parte delle tovaglie dove si è versato il sangue e la bruciano, riponendo le ceneri sotto l'altare, o nel sacrario.
Nello stesso Decreto sono poi riportate le norme di un penitenziale di S. Beda: "Se uno per ubriachezza o intemperanza vomita l'Eucarestia, faccia quaranta giorni di penitenza; i chierici, i monaci e i sacerdoti ne facciano sessanta; il vescovo novanta. Se uno però la vomita per malattia, faccia sette giorni di penitenza".
Il medesimo Decreto riporta poi le prescrizioni di un Concilio di Orléans: "Chi non ha conservato a dovere il sacramento, cosicché in chiesa un topo o un altro animale lo mangia, faccia quaranta giorni di penitenza. - Chi perde l'Eucarestia in chiesa o ne fa cadere una parte che non si trovi più, faccia trenta giorni di penitenza". - La stessa penitenza merita il sacerdote, per la cui trascuratezza si putrefanno le ostie consacrate.
Nei suddetti giorni di penitenza il penitente deve digiunare e astenersi dalla comunione. Tuttavia, tenendo conto delle circostanze riguardanti il fatto e le persone, può aggravarsi o diminuirsi la penitenza suddetta.
Comunque però si abbia cura di conservare rispettosamente, o di consumare le specie eucaristiche ogni volta che si trovino integre ; perché sotto le specie, finché esse durano, rimane presente il corpo di Cristo, come si disse sopra. Le cose dove le specie vengono a trovarsi si brucino, se ciò può farsi senza difficoltà e si riponga la cenere nel sacrario; come abbiamo detto sopra a proposito della raschiatura del pavimento di legno.

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